Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 

 
GIOLITTI
LE VACANZE DI UNO STATISTA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 luglio 2021, pagg. 1 e 11. 

Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842-Cavour, 17 luglio 1928). Deputato dal 1882 alla morte, ministro del Tesoro e delle Finanze dal marzo 1889 al dicembre 1890, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell'Interno tra il maggio 1892 e il luglio 1921 dette il nome al primo quindicennio del regno di Vittorio Emanuele III. Monarchico liberal-democratico, dette impulso a profonde riforme per consolidare le istituzioni. Cattolico osservante ma senza ostentazione, mirò a superare la diserzione dei cattolici dalle urne politiche. Sognando il “villino” a Bardonecchia 
“Ho ricevuto da Bardonecchia il piano dell'alloggio proposto, mi pare convenientissimo. È un villino con quattro camere a piano terreno, cinque al primo piano, tutte disimpegnate, altre due camere di fianco per persone di famiglia, cucina e cantina nel sotterraneo. Prezzo 800 lire, meno di quel che si pagava a Courmayeur. Tutte le camere palchettate. Ho già scritto fissandolo per l'estate prossima”. Da Roma, il 19 ottobre 1902, Giovanni Giolitti così descrisse alla moglie, Rosa Sobrero, Villa Suspize, che dall'estate seguente divenne la loro dimora estiva. Metodico e pragmatico lo Statista guardava avanti all'insegna del Volere è potere del suo amico Michele Lessona. Procedeva nel solco di Camillo Cavour, Giovanni Lanza e Quintino Sella, che lo riceveva nell'ufficio di ministro alle sei del mattino, e della vastissima dirigenza politico-burocratica che stava costruendo la Nuova Italia. All'opposto di quanto si diceva e si ripete, gli “italiani” c’erano da millenni, mentre ancora bisognava “fare l'Italia”: costruire lo Stato unitario dopo secoli di dominazioni straniere, con qualche alleato, nessun amico e la faglia aperta da Pio IX che ancor prima di Porta Pia vietò ai cattolici di votare e farsi eleggere alla Camera dei deputati.
Negli anni della Moda della vacanza narrata da Maurizio Francesconi e Alessandro Martini (ed. Einaudi, finalista al Premio Acqui Storia 2021), Giolitti non aveva mai fatto “vacanze”, se per tali s’intende evasione dalle cure e dai munera. Per lui erano inimmaginabili a inizio Novecento, nell'Italia sbigottita dal regicidio di Monza, alle prese con i grandi scioperi per vertenze salariali, non ostacolati dal governo, e, peggio, nei pubblici servizi, fermamente vietati perché violavano diritti dei cittadini.
Però, come nei mesi del fidanzamento con la “Carissima Gina”(ome Rosa era detta in famiglia), talvolta alzava gli occhi da carte e carpette e volava col pensiero alle sue valli, così, da ministro dell'Interno nel governo guidato da Giuseppe Zanardelli (1901-1903) e da presidente del Consiglio (a vari intervalli tra il 1903 e il 1914), nella calura affannata di Roma gli accadeva di agognare le sue due ville di Cavour e le valli alpine. Da sposato, per anni aveva trascorso qualche settimana d'estate nella sua originaria Valle Maira, nelle valli Po (una volta ascese in vetta al Monviso sull'esempio di Sella, fondatore del CAI) e Pellice e a Courmayeur, lontano da Gressoney, ove con ampio seguito di cortigiani estivava la Regina Margherita. Gli accadde anche di salire a Sant'Anna di Valdieri, per incontrarvi Umberto I, conscio che lo Statista, sempre in dialogo con l'ex ministro della Real Casa Urbano Rattazzi jr, era il bastione subalpino della Corona.
Tornato titolare dell'Interno, nel 1901-1903 Giolitti fu assillato da emergenze da tenere ben segrete, come un focolaio di peste bubbonica a Napoli (altrettanto venne segnalato a Venezia dieci anni dopo: poiché non ne impedì la propalazione il prefetto Amedeo Nasalli Rocca fu defenestrato). Nella ridda delle centinaia di telegrammi quotidianamente scambiati tra Palazzo Braschi e le prefetture di un Regno unito da soli quarant'anni (appena trenta, se si data l’unificazione dall'annessione di Roma), il sessantenne Giolitti apprese presto a conoscere il trentunenne Vittorio Emanuele III. Ne scrisse a Gina il 27 dicembre 1900, poco prima della crisi del governo presieduto dall'ottantenne Giuseppe Saracco, nativo di Bistagno presso Acqui Terme. Il Re lo aveva ricevuto “alle 10 ¾” e lo aveva trattenuto “poco meno di un'ora parlando delle quistioni politiche che interessano più l'Italia, senza però, come è naturale, parlare di persone”. “Mi pare - aggiunse - abbia buon senso, e capisca bene la posizione del nostro paese. Qui vi è un mondo di intrighi, dai quali resto fuori del tutto, avendo a chi mi parla detto chiaramente il mio modo di vedere”.
Il malcostume politico peggiorava di anno in anno. All'indomani del suicidio di Pietro Rosano, da lui voluto ministro della Giustizia, l'11 novembre 1903 Giolitti scrisse: “Fu un vero assassinio commesso dai suoi calunniatori (…) Domani vado a San Rossore per conferire col Re”. Il primo soggiorno estivo a Bardonecchia era ricordo struggente. Considerava “vacanza” le corse in treno da Roma a Pisa per colloqui riservatissimi, in piemontese, con Vittorio Emanuele III nella quiete operosa di San Rossore. Come il Giosuè Carducci di Davanti San Guido, contemplando il paesaggio dal finestrino del treno ripercorreva l'intreccio della vita sua con quella dell'Italia e ne tracciava il bilancio in poche frasi vergate per la moglie, ancor più schiva di lui anche quando, il 20 settembre 1904, divenne Collaressa dell'Annunziata ed ebbe diritto al titolo di “Sua Eccellenza, Donna Giolitti”.
Se la presidenza del Consiglio e il ministero dell'Interno per Giolitti erano “la Ragione”, dal 1902 Bardonecchia, prima ancora di viverla come avrebbe voluto, divenne “il Cuore”. Rimaneva sottotraccia, quando volgeva leopardianamente lo sguardo al passato. Il 27 ottobre 1906, sempre alle prese coi lavori del Parlamento, da Roma scrisse alla moglie: “Oggi compisco i 64 anni; mi par ieri che avendone 26 mi pareva di essere troppo vecchio! Come passa il tempo!”. Il 19 giugno 1909, “oberato di lavori per Camera e Senato, udienze e simili”, avvertì la consorte che in due o tre settimane avrebbe finito “il lavoro” e allora sarebbero andati  “a Cavour e poi a Bardonecchia”. “E se giungerai colà in buona salute – aggiunse - potremo ricominciare quelle passeggiate nei giardini e in campagna che ci ricordano i tempi migliori quando potevamo restare lungamente insieme”, lontano da “questo bel mestiere che altri chiama le gioie del potere”.
Buen retiro a Cavour e “Bardonecchia dello schermo”
È questo lo Statista che emerge dalle partecipi pagine del saggio scritto dalla professoressa Antonella Filippi su Giolitti a Bardonecchia, con prefazione di Chiara Rossetti, Assessore alla Cultura del Comune di Bardonecchia (ed. Alzani). La cittadina alpestre gli piacque perché era comodissima per chi dovesse raggiungerla in treno direttamente da Roma e al tempo stesso appartata quanto gradiva chi, come lui, amava la riservatezza. Da Cavour vi arrivava con la linea ferrata Pinerolo-Torino. Di gamba buona, tanti anni prima andava a piedi da Cavour a Pinerolo, ma, confidò a Gina il 5 maggio 1879, solo se non pioveva. La “lunga passeggiata” gli era abituale, come da Torino a Rivoli e ritorno, sempre a piedi e a volte sotto piovaschi improvvisi, mentre era commissario governativo alle Opere Pie di San Paolo, che trasformò in banca “di sicuro successo”.
Una volta Bardonecchia gli servì da schermo. A pochi chilometri da Racconigi, le due ville a Cavour (quella avita dei Plochiù e l'altra, ai piedi della Rocca, ereditata dallo zio Luigi, alto magistrato) per Giolitti erano buen retiro ma anche opportunità per contatti segreti con il Re. Il 26 settembre 1909 chiese udienza al Vittorio Emanuele III anche in veste di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo. “Sua Maestà - scrisse alla moglie -  mi fece telegrafare ieri sera dal generale Brusati (aiutante di campo del Re, NdA) invitandomi a pranzo per stassera (lunedì) e avvertendomi che mi mandava a prendere in automobile, il quale mi avrebbe poi stassera stessa ricondotto a Cavour”. Il colloquio non era affatto “di circostanza”. Il presidente del Consiglio, Luigi Luzzatti, stava moltiplicando proposte di legge stravaganti: un aggrovigliato ampliamento del diritto di voto e la parziale elettività del Senato. Bisognava fermarlo. D'intesa col Re, Giolitti lo fece nei mesi seguenti, sino a determinarne le dimissioni col discorso del 18 marzo 1911. Riprese le redini del governo, per dar inizio al “grande ministero” nel cinquantenario del Regno d'Italia, con Ernesto Nathan sindaco di Roma.
Tornato presidente, nell'estate del 1911 Giolitti si concesse qualche giorno di apparente riposo tra Bardonecchia e Frascati, ove, mentre ostentava di “passare le acque” (come aveva fatto ad Aix-les-Bains l'anno prima), architettava ben altro di concerto con il Re e con il ministro degli Esteri, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano. A metà settembre Bardonecchia gli venne bene per celare le sue mosse. Prima di partire da Roma per il Piemonte fece trapelare che avrebbe raggiunto la consorte in val Susa. A quel modo, da scaltro ministro dell'Interno uso a sottrarsi alla “scorta” (appena un uomo, a volte in bicicletta), depistò tutti. Giunto a Torino, “svoltò” e in incognito per Cavour, ove l'indomani ancora fu prelevato dall'auto dell'aiutante di campo che lo recò segretamente al Castello di Racconigi. Lì in un colloquio senza verbale il Re definì con lui tempi e modi dell'imminente dichiarazione di guerra all'impero turco-ottomano per la sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica. A cose fatte, il 17 settembre da Cavour spedì un biglietto a “S.E. Rosa Giolitti-Sobrero, Bardonecchia, Provincia di Torino”, inconsuetamente chiuso in busta bianca. Senza accennarne il motivo, avvertì che doveva tornare “quasi subito” nella Capitale e non avrebbe potuto starne lontano “lungamente”. Assicurò nondimeno che “di salute stava bene”: “dormo bene e mangio con appetito”, una cifra convenzionale per assicurare che tutto procedeva al meglio, anche “in alto”.
In realtà in quella torrida estate combatteva la titanica lotta contro i “disturbi” inflittigli dall'uricemia. Proprio soggiornando a Bardonecchia un tempo tentò di vincerli con metodi molto “artigianali” o almeno alleviarli con i consigli del senatore Tommaso Senise e le cure che gli prestava il “medico Balcet, veramente intelligente e simpatico”.
Come,  documenti alla mano, ricorda la professoressa Filippi, a Bardonecchia Giolitti rimase a  lungo nel 1912, per seguire “da vicino” i preliminari della pace italo-turca di Losanna, ove si valeva di due emissari di fiducia quali Giuseppe Volpi e Bernardino Nogara, giovanissimi di talento superiore. Altrettanto avvenne nell'estate del 1920, durante il suo V e ultimo ministero, quando a inizio settembre la scioperomania degenerò in occupazione delle fabbriche e in molti contarono (altri temettero) che davvero i socialcomunisti volessero “fare come in Russia”.
Lontano da Roma...
Neppure a Villa Suspize a Bardonecchia, come nelle sue due ville di Cavour, Giolitti installò il telefono. D'altronde era stato lui ad attivare le intercettazioni telefoniche. Anziché una “rubrica telefonica” portava con sé un foglietto con gli indirizzi dei figli e degli amici fidati. In Cavour per lui funzionava la postazione telegrafica installata alla Locanda della Posta, con vantaggio della sua quiete personale, ma a svantaggio del Paese, perché il personale andava a nanna quando la locanda-albergo chiudeva. Avvenne a fine ottobre del 1922. Tra festeggiamenti per l'ottantesimo compleanno, stasi e lentezze nella decrittazione dei messaggi cifrati che giungevano da Roma, il 27-28 ottobre lo Statista mancò all'appuntamento della storia. Il Re costrinse Facta a convocarlo telegraficamente alle 5 del mattino del 28 ottobre; ma Giolitti ne ebbe notizia quando ormai era tardi. I costituzionali e i “poteri forti” avevano optato per un governo di coalizione nazionale presieduto da Mussolini, contando di imbrigliare le camicie nere.
Nella separazione tra “pubblico” e “privato” a suo modo Giolitti imitava Vittorio Emanuele III che da Villa Savoia si recava al Quirinale talvolta guidando di persona l'automobile (che Giolitti non ebbe mai), come andasse in ufficio: Capo dello Stato, comandante delle forze di terra e di mare e “primo impiegato dello Stato”. Entrambi erano di esempio, anche nell'“uniforme”, da indossare quando lo chiede il rito, ma senza farlo pesare, come appunto Giolitti fece per gli abitanti e i villeggianti di Bardonecchia nei suoi soggiorni. Vi cercava quiete, non fasto; né quindi intendeva recare fastidio.
La Scuola: porro unum et necessarium...
Il denso saggio scritto dalla professoressa Filippi per l'Amministrazione civica di Bardonecchia richiama l'attenzione sull’istituzione di borse di studio intitolate a Giolitti. La modernità e lungimiranza dell'iniziativa meritano qualche ulteriore appunto. L'iniziativa fu promossa dal marchese Marco Aurelio di Saluzzo, senatore, già deputato e sottosegretario di Stato, vicepresidente del Consiglio provinciale di Cuneo. Il 29 maggio 1922 la Deputazione stanziò diecimila lire a sostegno dell'iniziativa, “più che utile, necessaria”. Il 23 ottobre Giolitti presiedette la seduta aperta con l'omaggio della medaglia d'oro donatagli dal Consesso di cui era membro dal 1886 e che presiedeva dal 1905. Nel discorso augurale il marchese di Saluzzo annunciò con soddisfazione che la fondazione delle borse di studio stava ottenendo il concorso “di ogni ceto di persone, dalle più eccelse alle più umili, da ogni regione d'Italia e persino dalle più lontane colonie”. Il 13 agosto 1923, assente lo statista, sempre ritroso quando si trattava di “fatto personale”, il Consiglio approvò il minuzioso regolamento per il conferimento delle borse, da 1000 a 4000 lire ciascuna, da erogare ai vincitori sino al compimento del corso, con precedenza per quanti versavano in più disagiata condizione economica e finanziaria (debitamente documentata), per orfani di guerra, figli di invalidi bisognosi e per “i maschi in confronto delle femmine” (art. 5, i tempi erano quelli). Il concorso, nazionale e di straordinaria lungimiranza, previde la corresponsione delle “Borse Giolitti” affinché potessero perfezionarsi all'estero “in qualsiasi ramo di attività professionale, industriale o tecnico”. Quell'Italia pensava in europeo, come chiesto da Giolitti nel discorso programmatico del 12 ottobre 1919, ribadito in interviste a quotidiani e alla Camera, in cui ribadì che “per il risorgimento economico dell'Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza dei popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone(va): la completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è, fra tutte le nostre istituzioni, quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia, mentre non vi è pubblico servizio il cui disordine abbia effetti così deleteri dal punto di vista del valore di un popolo, poiché un popolo tanto vale quanto sa”. Allo scopo le cattedre andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per costringere i docenti ad aggiornarsi per non finire fuori ruolo a beneficio di giovani più preparati. Cent'anni orsono la Scuola per Giolitti era il perno dell'Italia, come lo era stata per Michele Coppino e Francesco De Sanctis.
Secondo lo storico Sergio Romano, Giovanni Giolitti incarnò “lo stile del potere”. La professoressa Filippi documenta che egli coniugò felicemente il rango e i munera di Statista sommo della Nuova Italia con la vita privata, all'insegna del “senso dello Stato”, patrimonio precipuo consegnato dal Vecchio Piemonte al Regno d'Italia. Uno stile sintetizzato nelle formule “venta governè bin” ed “esageroma nen”. Sono i criteri che ispirano la felice narrazione di Giolitti a Bardonecchia proposta anche nella forma di dialogo tra lo Statista e il leopardiano “errante a Bardonecchia”, invitato a sostare e a interrogarsi sul raccoglimento di Giolitti nella pace della conca dominata dal Bramafam: l'orgoglio di “servire lo Stato” senza ostentazione. 
Il Percorso Giolitti , di imminente inaugarzione, e il libro che lo illustra e lo accompagna costituiscono un nuovo e felice modo di esortare alla storia, intrecciando dati documentati e “sentimenti” del visitatore-lettore: un racconto pacato di grande attualità civile mentre la Scuola è in affanno.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842-Cavour, 17 luglio 1928). Deputato dal 1882 alla morte, ministro del Tesoro e delle Finanze dal marzo 1889 al dicembre 1890, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri e ministro dell'Interno tra il maggio 1892 e il luglio 1921 dette il nome al primo quindicennio del regno di Vittorio Emanuele III. Monarchico liberal-democratico, dette impulso a profonde riforme per consolidare le istituzioni. Cattolico osservante ma senza ostentazione, mirò a superare la diserzione dei cattolici dalle urne politiche.     

25 LUGLIO 1943 
FU COLPO DI STATO?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 luglio 2021, pagg. 1 e 11. 

Vittorio Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 - Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947), Re d'Italia (20 luglio 1900 - 9 maggio 1946). La sua Salma riposa nel silenzio della Basilica di Vicoforte con quella della Consorte, la Regina Elena.“Lento pede” verso la verità storiografica
Ogni anno un piccolo passo avanti verso la verità sul 25 luglio 1943. Quel giorno, a conclusione di un colloquio di venti minuti iniziato alle 17 a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III revocò Benito Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Secondo Luigi Salvatorelli e altri studiosi e polemisti fu il terzo “colpo di Stato” messo a segno dal sovrano in un trentennio, dopo la dichiarazione di guerra all'impero d'Austria-Ungheria il 24 maggio 1915 e l'insediamento del governo Mussolini il 31 ottobre 1922. In un saggio del 1953 Elio Lodolini denunciò La illegittimità del governo Badoglio (ed. Gastaldi). Troppi però trascurano che l'ingresso nella Grande Guerra fu previamente approvato dal Parlamento e che il 16 novembre 1922 il governo Mussolini alla Camera ebbe il voto favorevole di tutti i partiti costituzionali, i cui rappresentanti del resto ne facevano parte, compresi i popolari di don Sturzo, i demosociali di Colonna di Cesarò e i demoliberali capitanati da Giolitti, Orlando, Salandra, e ottenne il “si” quasi unanime del Senato.
Re costituzionale, Vittorio Emanuele III operò con l'avallo delle Camere sulla base dei poteri di “capo supremo dello Stato” e comandante delle forze armate, come stabilito dall'articolo 5 dello Statuto promulgato da Carlo Alberto il 4 marzo 1848. Il 25 luglio fu un'eccezione e in quali termini? La revoca di Mussolini da capo del governo può essere imputata al re quale arbitrio incostituzionale? Il sovrano abusò del regio potere sostituendo il duce con il duca di Addis Abeba?
In Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (ed. il Mulino) Paolo Cacace, studioso di istituzioni e politica estera e autore dell'intrigante saggio Quando Mussolini rischiò di morire (ed. Fazi), mira a mettere ordine nelle “cordate” che lavorarono al “cambio” al vertice del governo di un'Italia ormai militarmente sconfitta, con la Sicilia già invasa dagli anglo-americani e dopo il bombardamento dell'aviazione americana su Roma il 19 luglio, proprio mentre Mussolini incontrava per l'ennesima volta Hitler, precisamente nella villa dell'industriale e finanziere Achille Gaggia, non lontano da Feltre, raggiunta dai due in aereo sino a Treviso, in treno fino a Feltre e infine in auto.
Pressato dai vertici delle forze armate, il duce si proponeva di chiedere che, con i buoni uffici del Giappone (in guerra contro gli USA e i suoi alleati occidentali ma non contro la Russia), la Germania imboccasse la via di un armistizio con Stalin per rovesciare la sua potenza di fuoco verso il Mediterraneo. Diversamente l'Italia, ormai soccombente e con armate disperse all'estero, sarebbe stata costretta a una pace separata. Hitler, invece, ancora sicuro di sconfiggere i sovietici (che proprio in quei giorni lanciarono l'offensiva vincente) e famelicamente bisognoso di sfruttare le risorse delle terre soggiogate, per due ore deplorò la resa degli italiani in Sicilia, a volte quasi senza combattere, e prospettò la completa subordinazione delle loro infide a generali tedeschi. L'incontro si risolse in un monologo di Hitler, che ventilò anche il possesso di armi segrete invincibili: le future V1 e V2, mentre però gli USA lavoravano all'atomica.
Rientrato pilotando personalmente l’aereo nella Roma sconvolta dai bombardieri statunitensi (3.000 morti, 10.000 feriti, rovine immense nel quartiere San Lorenzo), Mussolini dichiarò al generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, di voler a scrivere a Hitler quanto non gli aveva detto nell’incontro. Troppo tardi...
  Nel paragrafo “bombe nella villa degli arcani”, Cacace torna a indagare sull'attentato ordito dal maggiore Cesare Del Vecchio e dal capitano Antonio Giuriolo (ufficiali degli alpini reduci dalla campagna di Russia) per uccidere il fuehrer e il duce al loro arrivo a Villa Gaggia; attentato sfumato perché, con i commilitoni pronti ad agire, essi vennero trasferiti altrove pochi giorni prima del convegno. In pagine dense di allusioni e di “forse”, l'autore ripercorre il reticolo di vaghe connivenze tra militari, esponenti del partito d'azione, socialisti, repubblicani, come Cino Macrelli, accenna a un colloquio tra l'insigne latinista Concetto Marchesi, comunista, e il generale Raffaele Cadorna e conclude che secondo l'azionista Ugo La Malfa fu il Vaticano a imporre l'“alt” all'esecuzione del “colpaccio”. Aggiunge, quasi per inciso, che l'intrigo era forse noto a Giuseppe Bottai, il gerarca (stranamente antisemita) che legò il nome alla Carta della Scuola.
Quanti “figli della Vedova” nel Gran Consiglio...
Generoso dispensatore dell'etichetta di massone a politici, militari e grandi affaristi (Vittorio Emanuele Orlando, a sua detta addirittura affiliato alla loggia “Propaganda massonica” del Grande Oriente d'Italia; Pietro Badoglio, classificato come “massone coperto”; Armando Diaz, “in odore di loggia”; Giuseppe Volpi e Vittorio Cini, entrambi intrinseci di Angelo Gaggia, e un lungo elenco di generali la cui iniziazione in realtà non è affatto documentata), Cacace non scrive che, a differenza dei predetti, proprio Bottai, “dottore in giurisprudenza, residente a Roma in via Ancona 65”, il 20 aprile 1920 era stato iniziato “apprendista massone” nell'“officina” romana “La Forgia”, all'obbedienza della Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI) e fu radiato per morosità il 19 maggio 1923, dopo la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e grembiulini, deliberata dal Gran Consiglio del Fascismo su impulso dei nazionalisti e con la consulenza di un ex sacerdote che per validi motivi Mussolini evitava di incrociare e si guardava dal nominare.
Poiché la storiografia si fonda sul vaglio di documenti anziché su frammenti di memorie spesso più difensive che oggettive, né si basa su elucubrazioni e fantasiose illazioni, Cacace separa scrupolosamente il grano dei “fatti accertati” dal loglio di quelli meramente “supposti”, con l'intento di rispondere alla domanda fondamentale sul 25 luglio 1943: chi davvero preparò e quando decise la sostituzione di Mussolini con Badoglio? 
Al netto di progetti di minor portata e di propositi che si esaurirono o non ottennero alcun risultato pratico (rientrano in tale ambito i contatti instaurati tra la Principessa di Piemonte, Maria José, verosimilmente non all'insaputa del principe ereditario, Umberto, il sostituto segretario di Stato vaticano monsignor Giovanni Battista Montini e taluni notabili dell'antifascismo incluso Concetto Marchesi), fermo restando che i partiti (incluso il comunista) erano ancora del tutto privi di organizzazione adeguata e di effettiva incidenza sul corso degli eventi, le “cordate” principali in azione per il riassetto o il “cambio” al vertice del governo sono tre. Anzitutto i componenti del Gran consiglio del fascismo, la massoneria e i militari. Benché si possa parlare di “filiere” separate e preso atto che ciascuna di esse procedette nel massimo riserbo, ognuna ignara delle altre se non per cenni confidenzialmente scambiati tra taluni loro componenti, senza però che l'una conoscesse protagonisti e progetti dell'altra (farsi scoprire comportava finire agli arresti o peggio...), in una visione sintetica della loro trama si evince che tutte e tre facevano comunque conto sull'intervento risolutore del Re quale referente ultimo della loro iniziativa.
Procedendo per sommi capi e senza quindi privare il lettore del piacere di addentrarsi nei meandri esplorati da Cacace, la “cordata” più visibile e ripetutamente indagata fu quella allestita da Dino Grandi, conte di Mordano, proto-fascista, a lungo ambasciatore a Londra, presidente della Camera dei deputati, in convergenza con Giuseppe Bottai e con Luigi Federzoni, nazionalista, dal 1929 al 1939 presidente del Senato e massonofobo. Da quella prima intesa nacque la richiesta a Mussolini di convocazione del Gran Consiglio, dal 1928 elevato a “organo della rivoluzione fascista”, che non si radunava dal 7 dicembre 1939, cioè da prima dell'ingresso dell'Italia in una guerra che da “parallela” divenne via via “subalterna” rispetto a quella della Germania. Anche il filotedesco Roberto Farinacci, “ras di Cremona”, razzista oltranzista, e il chiassoso segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, si unirono nella richiesta della convocazione, suggerita da Vittorio Emanuele III a Grandi come “un surrogato del Parlamento”. Le Camere non venivano convocate neppure dinnanzi alla catastrofe militare imminente, a differenza di quanto era avvenuto nel novembre 1917, quando istituzioni e “politica” risposero al disastro di Caporetto con un governo nuovo e l'intervento solenne degli ex presidenti del Consiglio (Salandra, Boselli e Giolitti) in una seduta durante la quale Filippo Turati dichiarò che anche per i socialisti la Patria era sul Piave.
A differenza di quanto spesso ripetuto, l'ordine del giorno illustrato da Grandi alle 17 del 24 luglio dinnanzi al Gran Consiglio radunato nella sala del Pappagallo a Palazzo Venezia, in una Roma angosciata e deserta, non prospettò affatto la fine del fascismo, né (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile) l'“eutanasia del regime”, ma semplicemente l’assunzione del comando delle forze armate da parte del sovrano, la nomina di titolari dei ministeri militari (fagocitati da Mussolini, capo del governo e ministro dell'Interno e degli Esteri), l'appello alla resistenza militare in costanza delle istituzioni del regime, a cominciare dal Gran Consiglio stesso, e la configurazione del ruolo politico del duce, la cui sostituzione né Grandi né quanti approvarono il suo ordine del giorno (compreso Galeazzo Ciano, genero di Mussolini) esplicitamente proposero. Non per caso, dopo poche ore di sonno a Villa Torlonia, la mattina del 25 il duce tornò a Palazzo Venezia nella convinzione di avere ancora in pugno il governo del Paese. In quella convinzione sollecitò e ottenne udienza dal Re alle 17 a Villa Savoia, anticipando di poche ore quella ordinaria, prevista per l'indomani.
Per motivi di cui poco oltre diciamo, non è il caso di insistere sull'antica affiliazione massonica di parecchi componenti del Gran Consiglio e meno ancora di insinuare il massonismo di chi sino a prova contraria non fu mai iniziato. È il caso dei due quadrumviri superstiti, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon ed Emilio De Bono.
Che Giacomo Acerbo, Giuseppe Bottai, Alfredo De Marsico (dal 1911), Roberto Farinacci, Giovanni Marinelli ed Edmondo Rossoni, in tempi remoti e per diversa durata, fossero stati in logge del Grande Oriente d'Italia (GOI) o della Gran Loggia d'Italia (GLI) non consente di dedurne che fossero in combutta in quanto massoni. Solo nel corso della seduta alcuni “fratelli” aggiunsero la loro alla firma dei proponenti originari. Indurre la consonanza di vedute tra gerarchi solo perché “figli della Vedova” (ovvero massoni) comporterebbe induzioni e deduzioni su fatti mai acclarati: anzitutto erano a conoscenza gli uni degli altri dell'antica militanza in Comunità contrapposte in contese poco fraterne e duramente competitive come quelle guidate da Domizio Torrigiani e da Raoul Palermi? Avevano, e quale, un abbozzò di progetto unitario che li accomunasse al quartetto Grandi-Federzoni-Bottai-Ciano, massonofagi o massoni pentiti? A profittare del loro pronunciamento, come Grandi stesso apprese con amarezza, sarebbe stato il successore in pectore di Mussolini, il maresciallo Badoglio che taluni, riecheggiati da Cacace, classificano “massone coperto” o “non dichiarato”, ma senza produrre alcun documento probante. 
… e con le Stellette
Del pari, mentre è assodata l'iniziazione del maresciallo Ugo Cavallero (sia al GOI, sia alla GLI), notoriamente antagonista di Badoglio, il quale lasciò sulla scrivania in bella evidenza il “memoriale” che gli costò la vita (venne “suicidato” da Kesselring perché rifiutò di assumere il comando di un esercito italiano succubo dei tedeschi), del generale Giacomo Carboni e di altri minori protagonisti del “colpo di Stato”, come il generale Soleti e (molto importante) il Maresciallo Messe, caduto prigioniero degli inglesi e futuro capo di stato maggiore generale, manca qualunque prova di appartenenza massonica dei capi della “cordata” militare. Questa risultò la principale e vincente, in convergenza con il duca Pietro d'Acquarone, ministro della Real Casa di Vittorio Emanuele III. Essa fu incardinata sul capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio e i suoi fidatissimi collaboratori, quale il giovane e fattivo Giuseppe Castellano, nessuno dei quali risulta massone, come non lo era il Maresciallo Enrico Caviglia benché pare che il Re non l'abbia preferito a Badoglio proprio perché non voleva si dicesse che la sostituzione di Mussolini riportava al potere la massoneria.
Meriterebbe un'ampia evocazione il ruolo svolto a ridosso del 24-25 luglio da Domenico Maiocco, capofila della Massoneria Italiana Unificata (biografato dal colonnello Antonino Zarcone), solerte tramite fra massoni, gerarchi di sicura sponda monarchica (come De Vecchi e Alfieri) e Ivanoe Bonomi, che guidava le forze antifasciste “aventiniane” con Marcelo Soleri (mai aventiniano né massone, a differenza di quanto afferma Cacace). Del pari va ricordato che il padre di Federico Comandini, nella cui abitazione venne fondato il Partito d'azione, era Ubaldo, repubblicano intransigente e massone nella loggia di Cesena. Insomma, a lungo costretta al sonno e con labili legami con le Comunità d'Oltrape, d'oltre Manica e oltre Atlantico, la massoneria in Italia, appena affiorante, non aveva affatto un progetto univoco.
Importa invece arrivare alla conclusione, cui conduce il materiale innovativo proposto da Paolo Cacace. Il vero regista del “cambio” fu l'impenetrabile Vittorio Emanuele III, unico vero interlocutore degli Alleati, in specie degli inglesi, consci che il sovrano era il garante della continuità dello Stato d'Italia, la cui legalità internazionale e interna poggiava su forze armate e corpo diplomatico.
Il disegno del Re era chiaro: ottenere che l'Italia potesse arrendersi e ottenere un “armistizio” (cioè la “tregua” delle armi) come il 9 settembre i giornali denominarono la “resa senza condizioni” (surrender), subita dopo le intricate trattative condotte da Giuseppe Castellano e firmate a Cassibile. Nello strumento della resa gli anglo-americani ordinarono all'Italia la “defascistizzazione”, altra cosa dalla “epurazione”, inventata per arruffate ragioni etiche da chi voleva scaricare sulla sola Corona il passivo della guerra e far dimenticare di aver votato a favore di Mussolini o di essere longa manus di Stalin.
Non fu “colpo di Stato”
Il 25 luglio fu dunque un “colpo di Stato”? La risposta è no. Vittorio Emanuele III esercitò il potere secondo l'articolo 65 dello Statuto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. Come a suo tempo osservò Luigi Einaudi, monarchico e presidente della Repubblica, il Re mostrò che “la prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell'apparenza”. L'Italia non era una “diarchia”, ma una “monarchia costituzionale”. Il Re fece quel che la Camera dei fasci e delle corporazioni, prona al duce, non seppe intraprendere. Venne implicitamente sollecitato dai 63 senatori che il 22 luglio chiesero la convocazione della Camera Alta. Il Gran Consiglio operò solo da “surrogato”. Cinque suoi componenti, condannati per alto tradimento, pagarono con la vita al Poligono di tiro di Verona per squallida vendetta di chi cercava tardivi meriti agli occhi di Hitler... Va loro tributato rispetto per quella iniqua fine, che non è l'ultimo dei motivi del sanguinoso epilogo della Repubblica sociale italiana. Alle 17 del 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III si era fatto garante della sicurezza personale del duce, che infatti non venne “arrestato” ma “fermato” e per scritto si dichiarò pronto a collaborare con Badoglio. Poi la storia ebbe altro corso...
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 - Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947), Re d'Italia (20 luglio 1900 - 9 maggio 1946). La sua Salma riposa nel silenzio della Basilica di Vicoforte con quella della Consorte, la Regina Elena.

SI APRON LE TOMBE...
ACQUI STORIA 2021: LA PAROLA AI MORTI...  

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 luglio 2021, pagg. 1 e 11. 

Grandezza e solitudine del Genio del Mondo: Napoleone sul “Bellorophon”, prigioniero del Mito molto più che degli inglesi.Resurrecturi nos salutant...
“Si apron le tombe/si levano i morti./I martiri nostri/son tutti risorti./ Bastone tedesco/Italia non doma ...Va fuori d'Italia, va fuori stranier...”. Testo di Luigi Mercantini (1821-1872) e musica di Alessio Olivieri  è l'inno di Garibaldi, molto meglio di quello neoguelfo, oggi in uso.
In un Paese oppresso da una cappa di calura, bloccato dal malgoverno pubblico/privato delle carissime e caotiche autostrade, saturo dei sermoni quotidianamente ammanniti da chi dovrebbe parlare solo quando davvero necessario e ormai arcistufo del chiacchiericcio inconcludente di “movimenti” agonizzanti, il Premio Acqui Storia 2021 saggiamente dà la parola ai Morti. Sono i più titolati a ottenere ascolto in un'Italia che precipita frastornata verso una crisi istituzionale dagli esiti imprevedibili: elezioni amministrative ancora senza candidati probabili (con un paio di sindaci ridotti a ghiaccioli in dissolvenza, quali Chiara Appendino a Torino e Virginia Raggi a Roma), l'imminente inizio del “semestre bianco” vietante  lo scioglimento delle Camere, l'elezione del futuro Capo dello Stato e, prima o poi, quella delle Camere, drasticamente sforbiciate con voto quasi unanime di parlamentari danzanti come dervisci rotanti e concluso con un taglio riecheggiante l'urlo di Origene.
L'umanità delle Forze Armate italiane...
E fu così che, presieduta da Gianni Oliva, la Giuria della sezione scientifica del Premio Acqui Storia, il più antico e prestigioso in Italia per la storiografia, anche divulgativa, e per  il romanzo storico, propone finalisti cinque libri accomunati da una macabra cifra: far parlare i Morti.  
Giovanni Cecini narra il salvataggio italiano degli ebrei nella Francia meridionale e l'opera del Generale Maurizio Lazzaro de' Castiglioni: un volume pubblicato dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, istituzione il cui percorso è narrato dal generale di CdA Oreste Bovio che lo ha diretto a lungo con risultati di grande prestigio. Alcuni concorrenti al Premio Acqui riducono la storia d'Italia a “Messaggi di sangue”, a una sequenza di violenze perpetrate dal Potere: repressione interna, stati d'assedio, “guerra sporca” (l'impresa di Libia” del 1911-1912, come dall'altra combattessero crocerossine...), esecuzioni nella Grande Guerra, squadrismo, Etiopia, ecc. ecc. È il caso del libro di David Forgacs. Ne esce a pezzi la fortunata formula “Italiani, brava gente”. Il documentato volume di Cecini mostra che la verità è tutt'altra. Furono i militari italiani a tutelare gli ebrei nella Francia meridionale per il superiore senso di umanità che, con tutte le eccezioni di ogni esercito dall'antichità a oggi (chi ancora non la conosca, legga la Bibbia e apprenderà qualcosa), ha contraddistinto le nostre Forze Armate in tutte le sue componenti. Certo costruire lo strumento militare non è stato né immediato né semplice in un Paese che è arrivato ultimo a darsi forma unitaria. 
L'Italia data la sua “nascita” al 1861, quando le mancavano Roma, Venezia, Mantova, Trento, Trieste, l'Istria e le città italofone della Dalmazia. Gli Stati pre-unitari avevano un’ottica meramente locale dello strumento militare, spesso quasi assente o mercenario e bilanciato con la arcaica “difesa passiva” tipica dei secoli andati: torri di guardia. Nascita, avvento e tormentose vicende delle forze armate della neonata Italia sono descritti da un altro finalista dell'Acqui Storia 2021, Marco Rovinello, nel poderoso volume Fra servitù e servizio (ed. Viella), che passa in rassegna gli aspetti istituzionali, ordinamentali, disciplinari, economici e sociali della leva obbligatoria, posta alla base della costruzione del Regio Esercito nella saldatura fra corpi degli Stati preunitari (Lombardo-Veneto asburgico, Ducati Padani, Granducato di Toscana, Legazioni pontificie, Stato pontificio, Regno delle Due Sicilie...) e della dilatazione di quelli da propriamente sabaudi divenuti nazionali: è il caso di Guardia di Finanza  e Carabinieri.
… e la grandezza di Napoleone 
In Ei fu (ed. il Mulino) Vittorio Criscuolo narra morte e resurrezione di Napoleone il Grande. Studioso di lunga lena di illuministi, giacobini e della Restaurazione, autore di un'ottima biografia dell'Imperatore pubblicata in epoca non sospetta, nel bicentenario della morte del “piccolo caporale” Criscuolo esce dal coro con un saggio sul mito che circondò Napoleone proprio dall'indomani della sua deportazione a Sant'Elena da parte degli inglesi, ai quali si era arreso confidando di essere libero di partire per il Nuovo Mondo. Altri suoi nemici (era il caso dei prussiani) l'avrebbero volentieri ucciso senza scrupolo alcuno. L'imperatore d'Austria, Francesco d'Asburgo, avrebbe invece faticato ad autorizzare l’eliminazione fisica di suo genero e padre di suo nipote, Francesco Carlo Napoleone, l'Aiglon. Il mistico Alessandro I di Russia non dimenticava l'invasione della Grande Armée ma neppure un il brindisi di Tilsit.
Grigi e vendicativi, i britannici si limitarono a umiliarlo, relegandolo a Longwood a Sant'Elena, un'isoletta sperduta e inaccessibile, lontano da ogni contatto diretto con l'Europa e sotto l'occhiuta e spesso indiscreta vigilanza del governatore Hudson Lowe, che mai sarebbe passato alla storia se non fosse per quell' incarico.
A Sant'Elena, come scrive Criscuolo sulla scorta di amplissima memorialistica e documentazione, malgrado si facesse sempre solennemente annunziare come “Sa Majesté l'Empereur” e i lunghi bagni in acqua caldissima vegliati dalla comprensiva Albine Vassal de Montholon, Napoleone sprofondava nella noia e si avviava alla depressione. Ma l'Europa era inquieta. Insofferente della mordacchia imposta dalla Santa Alleanza, essa aveva bisogno di un vessillo. Non lo trovava negli Stati di terraferma. Nessun sovrano aveva la caratura necessaria per guidare la riscossa dei diritti dell'uomo e del cittadino. Neppure lo zar Alessandro, cristiano ortodosso, inviso a Roma e sul quale scommise persino un cospiratore generoso come Annibale Santorre di Santa Rosa. 
L'Idolo deve essere di questo mondo ma al tempo stesso lontano, perché visto da vicino mostra le rughe dell'esercizio del Potere, con tutte le sue contraddizioni e protervie. “Isolato” non poteva più far male. Perciò Napoleone divenne l'Emblema della libertà. Chi aveva creduto nella svolta liberale dell'Impero tra il suo rientro in Francia dall'Elba a Waterloo non poteva ammettere di essersi sbagliato. Erano pensatori politici del calibro di Benjamin Constant e di Gian Pietro Viesseux. Ma anche molti che lo avevano odiato si convertirono. Napoleone divenne Sogno, Poesia, un Mito.
A parte il celebre ritratto alla sua morte scritto da Manzoni, “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio” (una distanza siderale da Federico Confalonieri che sognava un regno italico per sé), anche il mite Silvio Pellico confessò: “io non l'amava, ed or plorando il canto”. Napoleone divenne il punto di riferimento della miriade di imprese sognate e mai attuate per liberarlo dalle grinfie degli inglesi e poi di società segrete, non dimentiche di averlo venerato come Osiride  e che lo rimpiangevano perché aveva debellato il potere temporale di papa Pio VII, deportato in Francia, e aveva spezzato i ceppi per secoli imposti dai cristiani agli ebrei. 
L'Europa che contava, quella dei colti, sia reazionari sia rivoluzionari, moderati e riformatori, lesse avidamente il “Manuscrit venu de St. Hélène d'une manière inconnue” (1817) e poi il celebre “Memoriale”  di Emmanuel de Las Cases, che codificò la grandezza del Napoleone di cui la Nuova Europa aveva bisogno: l'avvento degli Stati nazionali, la liberazione dei “popoli oppressi” e, ciò che più contava e conta, la libertà di pensiero, che tale non è se non si traduce in libertà di stampa e nell'elettività delle cariche pubbliche. Il profluvio di opere e saggi pubblicati nel bicentenario della morte di Napoleone (anche il gesuita Giovanni Sala ora ne indaga la “religiosità” in “Civiltà Cattolica”) conferma la vastità della sua eredità morale e la conseguente “sindrome di Sant'Elena”, il bisogno profondo di riprendere squadra e compasso, a mezza via tra la Terra e il Cielo, come si conviene all'umanità, fondendo  poetica e prassi.   
La Sinistra neogiacobina allo sbando...
La Cinquina dell'Acqui Storia 2021 dà voce a un altro illustre defunto: la Sinistra in Italia, vittima di sé stessa - scrive lo storico e politologo Paolo Pombeni in Le sinistre: un secolo di divisioni (il Mulino) - e della sua incapacità fisiologica di unire pensiero e azione: esattamente l'opposto di quanto perseguito dalla “sinistra hegeliana” e del suo maggior profeta, Karl Marx. Nel brillante “volumetto” (definizione del suo autore, p. 177), nei cent'anni dalla nascita del Partito comunista d'Italia, sorto per scissione al congresso del Partito socialista italiano a Livorno nel gennaio 1921, sino a oggi la sinistra è una tragica sequenza di lacerazioni, duelli, scomuniche e, aggiungiamo, di eliminazione talvolta feroce degli avversari interni e di frange scomode, tipo “Bandiera rossa” annientata alle Fosse Ardeatine. 
A tutto considerare però quel tarlo è più antico. Cominciò a rodere proprio dall'indomani del crollo di Napoleone I e dell'ascesa dei liberali costituzionali, che si trovarono piantato nel fianco il pugnale di Filippo Buonarroti, dei Maestri Sublimi Perfetti, della cosmologia degli estremi seguaci di Caio Gracco Babeuf. Quando la sinistra garibaldina ed ex mazziniana intransigente in Italia dette vita ai Radicali, guidati da Agostino Bertani, Alberto Mario e altri, e ritenne giunta l'ora di assumere responsabilità in Parlamento, un'ala fanatica continuò a rifiutare ogni dialogo con l'ordine costituito e a bighellonare negli spazi infiniti dell'Utopia, avocando a sé pulsioni anarchiche e socialisteggianti. Nulla a che vedere con Garibaldi (il cui motto era e rimase “Italia e Vittorio Emanuele”), con Adriano Lemmi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia e sodale di Francesco Crispi e di Giosuè Carducci, e di statisti quali Giuseppe Zanardelli e Sandrino Fortis. 
Alle radici del secolo descritto con puntuale sagacia da Pombeni vi sono figure quali Andrea Costa, il protosocialista che nel 1882 scelse la Camera dei deputati quale terreno di confronto con il Potere. Lui, come Prampolini, Badaloni, Agnini, “se personalmente erano trattati come egregie persone, come meritavano, politicamente erano considerati un caso eccezionale” osservò Giolitti nelle Memorie. Costa era il banditore del “socialismo integrale”, cioè aperto a tutte le varianti dell'incapacità di scegliere e di “saltare il fosso” e assumere responsabilità. Nell'agosto 1892 a Genova il Partito dei lavoratori italiani (poi Partito socialista italiano) nacque per separazione  dal socialismo integrale di Costa (infatti assente) ma rimase a sua volta con un piede nella legalità e un altro nella “rivoluzione” e corrivo a svigorire la volontà in velleitarismo. 
Dal 1903 al 1922 Giolitti rimase in attesa che il partito di Filippo Turati e Claudio Treves e le sue “varianti” (come i “riformisti” di Bissolati ) si decidessero a partecipare al governo nazionale, come avevano fatto (anche con risultati discreti) in amministrazioni locali (incluse città quali Roma e Milano). Tutto inutile. Fino a quando, anzi, i socialisti si consegnarono mani e piedi legati al Partito comunista di Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Pietro Secchia, prima nel patto di unità d'azione e poi nel fronte popolare, con esiti catastrofici per socialisti e laici: perché ne nacque l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione e la lunga dipendenza dall'Unione Sovietica di Stalin: un capolavoro di masochismo neogiacobino. Quest'ultimo, osserva acutamente Pombeni in un saggio che è anche sintesi di vorticose cronache “politiche” (elezioni, scissioni, “divagazioni”), è la cifra dominante del “sinistrismo”, metastasi perpetua della Sinistra. La quale, dopotutto, quanto conta oggi in Italia se non avesse il conforto dei voti di ex democristiani, repubblicani, socialisti e persino di liberali via via slittati verso l'approdo “à gauche”? Attraverso le pesanti lenti, le fisse e gelide pupille di Enrico Letta (marxista? socialista? giacobino?...) vedono bene la realtà: il peso elettorale del Partito democratico che lo chiamò da Parigi secondo i sondaggi racimola appena il 17-19% dei voti consensi di quel 60-65% di italiani che ancora va a votare. Cinque punti meno di quelli del 1919-1921, metà di quelli ottenuti da PCI e PSI alla Costituente e nel 1948, quindici in meno rispetto alle europee del 1984... Letta non è Enrico Berlinguer. Puntare sui Grilloidi, come fece sino a ieri, vuol dire mettere in soffitta non solo la barbosa “questione morale” ma anche quella “culturale”. Vuol dire credere in Azzolina, Dadone e nelle loro varianti anziché nel Risorgimento, in Garibaldi e, non bastasse, in Carlo Pisacane.   
...il ruolo della libera stampa...
Nella Cinquina dei finalisti l'Acqui Storia 2021 ha dato voce a un altro illustre estinto: l'entusiasmo del giornalismo italiano dalla caduta del governo Mussolini alla Repubblica (1943-1947). Ne scrive Giancarlo Tartaglia nel poderoso volume Ritorna la libertà di stampa (ed. il Mulino). Segretario della Fondazione “Paolo Murialdi” e autore di numerosi saggi sulla storia del giornalismo italiano, Tartaglia passa in rassegna centinaia di testate negli anni dell'“Italia divisa in due”, di defascistizzazione ed epurazione (che vide molti salvati e alcuni sommersi, presto riemersi) e l'avvio verso il centrismo. Particolarmente gustoso è l'ampio capitolo sull'“albo professionale”. L'Italia post-fascista poteva fare a meno di “epurandi” quali Giovanni Ansaldo, Maio Appelius, Luigi Barzini, Giulio Benedetti, Gherardo Casini, Curzio Malaparte, Ugo Ojetti, Ardengo Soffici,  Aldo Valori, Giorgio Vecchietti, Piero Bargellini, Guido Manacorda, Giuseppe Ungaretti... e tanti altri, come volevano gli “epuratori”? Aveva capito tutto Pietro Nenni quando osservò sarcasticamente che “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”. Ma già un Maestro, molto più autorevole di Nenni (“Premio Stalin per la pace”), per fermare chi si accingeva a lapidare una prostituta aveva detto: “Scagli la prima pietra chi è senza peccato!”. 
...e dell'editoria in tempi di pandemia.
Malgrado il covid-19 e la conseguente chiusura di archivi e biblioteche e il divieto di convegni, conferenze e colloqui (un pesante “vulnus” contro la vita culturale a lungo quasi clandestina) l'editoria non ha cessato di fare la sua parte. Lo provano i 192 volumi presentati all'Acqui Storia 2021: 50 nella sezione scientifica, 72 in quella divulgativa e altrettanti per il romanzo storico, con soddisfazione dell'Assessore alla Cultura Cinzia Montelli.
Certo sono rimaste ai margini della Cinquina, ma non dell'attenzione, opere di vasto impianto e di valore, quali Da Vienna a Parigi di Giuseppe Romeo (ed. Morlacchi), sulla conferenza di pace del 1919-1920 e le conseguenze della sconfitta dell'Europa (altra voce che si leva dall'abisso), e il “j'accuse” di Fabrizio Gatti, L'infinito errore, storia di una pandemia che si doveva evitare (ed. La nave di Teseo): lettura raccomandata al ministro Speranza ed ennesimo invito a lasciar parlare i morti, dopo il diluvio di chiacchiere di virologi e affini.
Dunque, “si apran le tombe/si levino i morti...” e gli italiani tornino a vivere col rispetto dei diritti sanciti dalla Costituzione arbitrariamente soffocati dai famigerati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, la cui legittimità è ora definitivamente confutata.
Aldo A. Mola 
                
DIDASCALIA: Grandezza e solitudine del Genio del Mondo: Napoleone sul “Bellorophon”, prigioniero del Mito molto più che degli inglesi.


I VINCITORI ACQUI STORIA 2021

Vincitori delle altre due sezioni dell'Acqui Storia 2021, efficientemente coordinate dall'Assessore alla Cultura Cinzia Montelli, sono per la Sezione storia divulgativa: Fiammetta Balestracci, La sessualità degli italiani, ed. Carocci;A. Martini-M. Francesconi, La moda della vacanza, Einaudi; Paolo Morando, Eugenio Cefis, Laterza; Alessandra Necci, Napoleone e le sue donne fra sentimento e potere, Marsilio; R. Zaretsky, Caterina e Diderot, Hoepli; per il Romanzo storico: Giuseppina Manin, Complice la notte, Guanda; S. Muroni, Rubens giocava al pallone, Pendragon; Marilù Oliva, Biancaneve nel Novecento, Solferino; Manuela Piemonte, Le Amazzoni, Rizzoli; e P. Sciortino, Le Regine, Carolina e Antonietta, Piemme.
E' in svolgimento il Premio Acqui Edito/inedito 2021. Per informazioni: info@acquistoria.it.
AAM

ALLARMI SON TEMPLARI
PEGGIO, MASSONI! 

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 giugno 2021, pagg. 1 e 11. 

Tutti Napoleonidi?
Bello e perfido quel re di Francia
“Vulgus vult decipi, ergo decipiatur”. Il popolo bue (vulgus) ama essere menato per il naso; e quindi inganniamolo. Lo scrisse anche Gaetano Salvemini a proposito dell'invenzione del “complotto templare” ordito da Filippo IV il Bello e da papa Clemente VI, Bertrand de Got, che viveva sotto scacco in Francia anziché a Roma. Al re voracissimo poco importava della fede verace. Voleva il potere assoluto sull'Europa centrale e sul fronte del Mediterraneo. Per raggiungerlo doveva conseguire tre obiettivi. Anzitutto imporre la sua corona su ogni altro potere “locale”, ecclesiastico o civile, quali le “città”, che Oltralpe non ebbero mai l'importanza dei Comuni italiani, orgogliosi dei propri statuti, difesi anche contro i Sacri romani imperatori, come  Federico Barbarossa e suo nipote Federico II. A tale scopo si circondò di funzionari borghesi. Gli dovevano tutto e quindi erano cortigiani e servili, mentre i feudatari ai suoi occhi erano sempre infidi. Tra i più ubbidienti spiccavano i magistrati, a servizio della Corona in cambio della loro onnipotenza in tutti i processi che davvero contavano. Inoltre doveva sottomettere le organizzazioni “universali” al suo potere di sovrano assoluto, unico titolato a progettare e a interpretare la “grande politica” (estera e militare) della Francia, in rotta di collisione con l'imperatore (debolissimo) e le altre corone emergenti nel Mediterraneo (anzitutto quella dei re di Aragona, che andavano dalla Spagna alla Sicilia). Infine, per attuare il suo disegno politico, Filippo il Bello aveva fame di danaro, tanto danaro. Tassare i sudditi sarebbe stata la via più breve; ma era la più rischiosa, perché avrebbe suscitato malcontento proprio nelle file della borghesia emergente, di cui aveva bisogno. Imboccò allora la scorciatoia. I soldi si prendono dove ci sono, tanti e tutti insieme. Inutile spremere contadini affamati, artigiani, necessari allo sviluppo urbano, e capitani marittimi, suoi alleati nell'ascesa della Francia all'egemonia sull'Europa.

Un Ordine disordinato? I Templari
La potenza più ricca della cristianità occidentale non era uno Stato “politico” ma un Ordine, anzi l'Ordine religioso-cavalleresco dei Milites Christi: i Templari. Contavano quasi due secoli di storia gloriosa. La loro regola era stata scritta da san Bernardo, secondo protettore d'Europa dopo San Benedetto. Essa prevedeva severo “apprendistato” e ancor più duro rito di iniziazione. All'ingresso nell'Ordine il Templare doveva mostrare di reggere alle torture e di distinguere tra la materia e il simbolo. All'occorrenza bisognava sacrificare la prima per far trionfare il secondo, a costo di parere spergiuri. 
Testa rasata per allontanare ogni vanità, fisico temprato, due su ogni cavallo non per risparmio ma per vivere la fratellanza d'armi, i Templari erano assolutamente “poveri”. Destinavano i loro averi all'Ordine e la vita a Maria Santissima e alla Vittoria. Il loro motto era “Non nobis Domine, sed nomini tuo da Gloriam”. In duecento anni, tra successi e battaglie perdute, avevano organizzato una rete di quasi mille castelli dal Mediterraneo centrale alla costa atlantica, collegati da una rete di vie terrestri e di rotte marine, incardinate su edifici spettacolari: chiese fortificate, palazzi inespugnabili, magazzini e opifici d'avanguardia. Non bastasse, inventarono la cambiale. Il Templare viaggiava senza una moneta in tasca, ma poteva riscuoterne quanto volesse a migliaia di chilometri dalla partenza, esibendo la credenziale. Rudi milites, i Cavalieri del Tempio sapevano leggere, far di conto e scrivere: non solo nei modi ordinari, bensì con crittografia, con cifre segrete, note solo alla cerchia ristretta e, se del caso, solo ai gradi più elevati della loro gerarchia, incardinata sul Gran Maestro del Tempio che sovrintendeva a una cerchia di grandi maestri delle province o “lingue” nelle quali l'Ordine era distribuito. 
Quel che non avevano veniva loro attribuito dalla leggenda che li circondava. Quanto avevano portato con sé al rientro mortificante dalla Terra Santa sotto l'urto dei turchi? Ricchezze a parte, tenevano in serbo anche il Santo Graal? A quali sublimi riti iniziatici quel Sacro Calice era destinato?
Temutissimi, i Templari finirono per risultare sospetti e presto vennero quindi invidiati, chiacchierati e odiati. Gli altri Ordini religioso-cavallereschi marciavano a fianco di un Potere politico riconoscibile e riconoscente. Era il caso dei Teutonici, funzionali all'espansionismo dell'imperatore Federico II Staufen, che presidiava il Mediterraneo, li prendeva a seguito nella pseudo-crociata d'affari a Gerusalemme (anziché un premio gli costò una scomunica, quando il papa scoprì che non vi andò per combattere ma per trattare un modus vivendi con gli infedeli) e li delegava a soggiogare il Baltico e l'Europa nord-orientale prima che vi arrivassero altri.

Filippo IV il Bello ruppe l'incantesimo. Trovò comodissimo dar credito alle voci serpeggianti contro i Milites Christi. Dietro la loro povertà, secondo le insinuazioni, vi era l'accumulo di ricchezze incalcolabili. La loro sobrietà era schernita dal modo di dire popolano: “Bere come un templare”. E infine vi era il voto di castità, millenaria buccia di banana degli Ordini e di tutti i generi. Com'era mai possibile che guerrieri così nerboruti non si concedessero qualche “pausa”? Circolavano insinuazioni su donne rapite e finite in chissà quali segrete e per si può immaginare quali turpi pratiche in celle insonorizzate e inarrivabili.
Ma anche a questo riguardo non mancava la scorciatoia popolare: nelle chiacchiere dei più, i Templari erano costitutivamente dediti alla sodomia, dilagante in tutta Europa tra Due e Trecento, un secolo dopo lo sterminio dei càtari. Anche il sempre celebrato Dante Alighieri non collocò forse all'Inferno il suo stesso maestro Brunetto Latini? Non perché fosse Fedele d'Amore, ma per quello “contro natura”.
In breve, arrestati e sottoposti a torture spietate, per sottrarsi allo strazio  molti Templari confessarono quel che non avevano mai fatto: riti osceni, pratiche sconce e l'adorazione del Bafometto, idolo con tanto di petto femminile, corna e barba sataniche, occhi di fuoco: un Mostro suggerito dagli Inquisitori, per avere il pretesto necessario. I Templari erano nientemeno che satanisti. Le ammissioni vennero debitamente verbalizzate. Alcuni si affrettarono a fungere da “pentiti” e ingigantirono la leggenda. Suggerirono sempre nuovi bersagli. Da un capo all'altro d'Europa si moltiplicarono arresti, processi, torture efferate, esecuzioni sommarie. Non ovunque, per fortuna. Talvolta vescovi e magistrati fermarono la mano di giustizieri improvvisati e consentirono ai Templari di sopravvivere in Ordini simili ai loro. Fu il caso della Spagna, ove l'Ordine di Calatrava li incorporò nella secolare guerra contro i “mori” per la riconquista cristiana, e di alcune regioni italiane. In Francia, invece, essi non ebbero scampo. Il loro dramma si consumò nel 1314 a Parigi, con il rogo nel quale furono arsi vivi il Gran Maestro Jacques de Molay e il suo principale collaboratore. Già rei confessi (sotto tortura) di ogni turpitudine, avevan ritrattato e quindi risultavano colpevoli due volte. Lo scandalo andava “purgato” col fuoco. 
Leggenda vuole che mentre periva tra le fiamme, il Gran Maestro abbia chiamato a sé i suoi due carnefici: Filippo Bello (che fu ucciso da un cinghiale in una partita di caccia pochi mesi dopo) e il papa, morto a sua volta entro l'anno dall'“invocazione, che non fu “maledizione” ma richiesta all'Altissimo di superiore Giustizia.
Re Filippo, barattiere, si impossessò dunque di immense ricchezze, ma rimase convinto che il grosso del Tesoro del Tempio continuasse a sfuggirgli e quindi continuò a incrudelire. Altrettanto fecero i suoi successori che per quasi settant'anni tennero i papi al guinzaglio in Avignone, mentre Roma precipitava nell'abisso di satrapi e popolani, iniquità, rivolte ed esperimenti di signorie popolane, come quella, effimera, di Cola di Rienzo. La Peste Nera del 1348-1350 inflisse un durissimo colpo, facendo arretrare di un secolo molte regioni europee e seminando altri motivi di sospetto e di odio verso chi veniva sospettato quale autore di un flagello troppo grave per essere casuale, “naturale”, e sapeva invece di “vendetta”, come quella riassunta nel grado 30° del Rito scozzese antico e accettato.

Il neotemplarismo dei Gesuiti
Gli ingredienti della turpe persecuzione dei templari per ordine e mano di un re e di un papa non rimasero isolati nel corso della storia. Si ripresentarono puntualmente quale alternativa a Ordini fondati sui capisaldi della gerarchia e della meritocrazia, al di fuori degli schemi ordinari. A metà Settecento ne fu vittima la Compagnia di Gesù, che aveva  requisiti identici a quelli dei Templari. Fondata da un guerriero valoroso, aveva in primo luogo un ordinamento paramilitare. Anziché un Padre Superiore o un Gran Maestro, al vertice aveva il Generale, non nominato dall'esterno ma elettivo. A differenza degli altri Ordini religiosi che si autogovernavano sulla base delle regole riconosciute dai pontefici e difendevano con le unghie e coi denti sfere di autonomia (era il caso di francescani, variegati da frati minori a cappuccini; domenicani, calasanziani, premostratensi e via elencando...), dopo estenuante noviziato i gesuiti pronunciavano il quarto voto: obbedienza al papa perinde ac cadaver. Giunti all'apice del potere con l'educazione dei Principi caddero vittima del Patto di Famiglia dei Borbone che incalzarono i papi sino a ottenere lo scioglimento della Compagnia i cui “militi” contavano avamposti e agenti segreti dalle Americhe alla Polonia, dalla Germania e la penisola scandinava a quella iberica, ove i portoghesi avevano iniziato l'offensiva contro di loro prendendo a pretesto le “riduzioni” nelle quali i Padri della Compagnia sottraevano i nativi alla tratta e allo sfruttamento da parte di schiavisti senza scrupoli e privi di alcun riguardo nei confronti di corpi nei quali eran convinti non albergasse anima alcuna e dei quali pensavano quindi si potesse fare “carne di porco”.
Sciolta (ma non abolita), la Compagnia risorse dopo il crollo di Napoleone I e con la restaurazione di papa Pio VII al governo dello Stato pontificio, quando la chiesa cattolica tornò ad avere necessità di un Ordine alle dirette e personali dipendenze del pontefice, mentre molti sovrani rivendicavano privilegi che risalivano alla chiesa “gallicana” di Francesco I in Francia, alle pretese di Giuseppe II d'Asburgo nei territori del Sacro romano impero e a cessioni via via estorte al papa da sovrani medio-piccoli nei secoli dalle guerre di religione all'Illuminismo settecentesco, con la sempre velata minaccia di erigere “chiese nazionali”, sull'esempio di Enrico VIII d'Inghilterra, in un “batti-Bolena” passato da Defensor fidei a eresiarca. La sua opera venne poi proseguita con spietata ferocia da sua figlia, Elisabetta I, che non risparmiò la morte fra atroci torture ai gesuiti caduti nelle sue grinfie di Vergine Astrea.

Il Novus Ordo massonico... 
Come frutto di corsi e ricorsi storici, duecento anni dopo il crollo e lo sterminio dei Templari (1314) giunse l'ora di Martin Lutero (1517). Altri due secoli, ed ecco che nel 1717 quattro logge massoniche dettero vita alla Gran Loggia di Londra. In breve volgere di tempo le lodges (ateliers in francese, talleres in spagnolo, officine in italiano...) si moltiplicarono ovunque, dalle Indie occidentali a Calcutta, specie per impulso di capitani di mare che avevano bisogno non solo di approdi sicuri per uomini e merci ma anche di salvaguardare carichi preziosi dall'ingordigia di poteri civili drappeggiati nei panni di compìti religiosi, mentre immensi mari rimanevano preda di “infedeli” (anzitutto l'impero turco-ottomano) e di pirati, che spaziavano lungo le coste afro-asiatiche e la facevano da padroni anche in quelle del Mediterraneo meridionale.
Durante e all'indomani delle guerre di successione sui troni di Madrid, di Varsavia e di Vienna (1700-1748), banchieri, capitani di mare e mercanti non tardarono ad apprezzare l'Ordine dei Liberi Muratori incardinato sulla Costituzione scritta da due pastori riformati, Anderson e Desaguliers. Essa istituì la “catena di unione” di “uomini liberi e di buoni costumi, né atei né libertini irreligiosi”, decisi a riconoscersi “Fratelli” lasciando al di fuori dei loro Templi quel che divide. I “metalli” non sono le ricchezze individuali, ma i pregiudizi, le ideologie politiche, i dogmi superstiziosi che per secoli avevano e avrebbero diviso gli uomini, scagliandoli gli uni contro gli altri in faide di quartiere, fazioni cittadine, regionali, manovrati quali sudditi da sovrani dispotici, pronti a scatenare guerre per ingrandire i loro confini politici con costi infinitamente superiori ai benefici. 
Il potere vero ormai non era più quello politico-religioso ma la Scienza, l'“internazionale del Sapere”, che ebbe il suo Manifesto o Costituzione nell'Enciclopedia delle arti e dei mestieri diretta da d'Alembert e da Diderot, in una Conoscenza da diffondere attraverso le accademie, i circoli sapienti e, appunto, le logge che si ersero a volàno della civiltà moderna all'insegna della pace, della collaborazione, dell'indipendenza da sudditanze ormai insopportabili. Fu il caso delle tredici colonie della Nuova Inghilterra che dettero vita agli Stati Uniti d'America con la Dichiarazione di Filadelfia del 1776 e della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789) che propugnarono l'educazione dell'uomo e confutarono alla radice i conflitti per motivi ideologici e religiosi. Non era tutto, ben inteso. Quei Documenti sono espressione degli euro-americani adulti e maschi: un orizzonte rispondente a quello delle logge massoniche che all'epoca riservavano l'iniziazione ai maschi, adulti, uomini liberi, non schiavi, ma presto videro pullulare (soprattutto nella Francia di Voltaire e della principessa di Lamballe, Maria Teresa Luisa di Savoia) le logge di adozione e una quantità di ordini e riti femminili, passati in rassegna nel “Tuileurs Général” di Jean-Marie Ragon (1861).

… e i suoi eterni nemici.
Più e più volte bersaglio di campagne antimassoniche intrise di fanatismo intollerante, ora il “Potere massonico” balza al centro di un libro di sole 751 pagine (ed. Chiarelettere) nelle quali il giornalista-saggista Ferruccio Pinotti descrive la fratellanza che comanda l'Italia: politica, finanza, industria, mass media, magistratura, crimine organizzato. Questa sorta di Bibbia del massonofago ha poco a che fare con le grandi opere di Augustin Barruel (1797) che risalì alla pretesa dualistica, gnostica e manichea della Libera Muratoria e di Léo Taxil, che, mentendo sapendo di mentire, come già aveva fatto con “Gli amori segreti dei papi”, scrisse decine di libercoli e libroni, come le “Confessioni di un Trentatré” (ultimo grado del Rito scozzese antico e accettato).  
L'opera di Pinotti manca dell'orizzonte indispensabile per chi si occupi di Massoneria: l'Universalismo. Ne tratta in un'ottica italiota, “locale”, come diremo in altro articolo. Non manca invece una prefazione di pagine tre firmata. Sulla base di chissà quali fonti, il suo autore, Aldo Cazzullo, spaccia per massoni professi Edmondo De Amicis, Carlo Collodi, Goffredo Mameli, Ludwig van Beethoven e persino Camillo Benso conte di Cavour, che, piaccia o meno, figlio e nipote di “liberi muratori” massone non fu mai. Quali ingredienti di una (egli dice) “inchiesta seria”, Pinotti mescola a caso i nomi di Napoleone (I, supponiamo), Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi e Giuseppe Mazzini, massone “coperto”, e soprattutto tanti improbabili intrecci fra Comunità massoniche e malavita organizzata.
Cui prodest? Certamente a chi vuole confondere idee già confuse e alimentare altre offensive di massonofobi e massonofagi nel quarantennale del pasticciatissimo “affare P2” e nel (quasi) trentennale della “Inchiesta Cordova”, finita come bolla di sapone. Ma, si diceva, davvero vulgus vult decipi o qualcuno lo fa più cretino di quanto sia inventando e diffondendo complotti a getto continuo? Compito della storiografia è documentare, capire e spiegare. Diversamente, anziché far luce fa la lucciola.

 
Aldo A. Mola                  
 
DIDASCALIA. Il Bafometto  Era il Mostro adorato dai Templari prima, dai massoni poi o è solo parto di fantasie sataniste e di esorcisti dilettanti?

CAMILLE CAVOUR
L'EUROTORINESE CHE FECE L'ITALIA  

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 giugno 2021, pagg. 1 e 11. 

Camillo CavourTutti Napoleonidi?
Cartavetro, pialla e biacca abradono, appiattiscono e coprono la storia sotto un cumulo di luoghi comuni. Nel 160° della morte, è la volta di Camillo Cavour? Con spirito giovanile l'inarrivabile Francesco Margiotta Broglio documenti alla mano ha recentemente osservato che il Conte nacque il 10 agosto 1810, otto mesi dopo il fugace quanto forse fecondo “incontro” tra sua madre (semper certa), Adèle de Sellon, consorte di Michele Cavour, e Napoleone I, a metà dicembre del 1809. L'imperatore l'aveva “notata” di passaggio a Torino e raccomandata alle attenzioni di sua sorella Paolina, moglie di Camillo Borghese, governatore della XXVII divisione dell'impero dei francesi: Piemonte e Liguria, due terre per la prima volta unite in una visione superiore dell'Europa. A scortare Adèle Cavour a Parigi fu l'alessandrina Cristina Ghilini, moglie del conte Francesco Ilario Scipione de Mathis di Conegliano e di Cacciorna, barone dell'Impero, come si legge nel vol. I della Storia di Bra (ed. 2002). Se così fosse, Camille Cavour risulterebbe involontariamente cugino primo di Napoleone III. Non solo. Se si vuole dar credito ad altre ipotesi insinuanti, poiché il padre naturale di Francesco Giuseppe d'Asburgo, imperatore d'Austria dal 1848 al 1916, e suo fratello Massimiliano (pretendente all'Impero del Messico e fucilato a Queretaro da Benito Juarez, strumento degli USA) sarebbero figli (sempre “naturali”) di Napoleone II, l'Aiglon, Cavour sarebbe anche stato zio di Cecco Beppe e tutte le guerre per l'indipendenza dell'Italia dal 1848 al 1918 si risolverebbero in una rissa tra Napoleonidi. Parenti serpenti e talvolta endogamici, come fa trasparire Margiotta Broglio. D'altronde nelle logge massoniche Napoleone I venne venerato come Osiride: il Sole, che illumina, riscalda e feconda.
   Per un personaggio di statura europea, qual è Cavour, finire nel garbuglio di alberi genealogici fantasiosi è sicuramente affascinante. Precipitare nel tritacarne di luoghi comuni in commemorazioni più meno ufficiali è invece assai malinconico. Come senza entra entrare nei dettagli ha osservato Mino Giachino, in una recente rievocazione proprio a due passi dalla sua tomba, l'intervento del regno di Sardegna nella cosiddetta “guerra di Crimea” è stato collocato nel 1856, che invece è l'anno del Congresso di pace convocato da Napoleone III a Parigi, quando ormai tutto era finito. I bersaglieri ideati da Alessandro La Marmora sono stati spacciati (salvo rettifica...) per carabinieri con tanto di fez e soprattutto per l'ennesima volta quale artefice dell'accordo tra impero di Francia e regno di Sardegna è stata evocata Virginia Oldoini Vérasis, contessa di Castiglione. Per quanto “Nicchia”, come amabilmente era detta, la “contessa” non determinò affatto la “grande politica” di Napoleone III, “fosco figlio di Ortensia” (Beauharnais), figlia di primo letto di Joséphine de la Pagérie, prima moglie di Napoleone. Il tramite vero fra Torino e l'imperatore fu il giovane e brillante Costantino Nigra, incaricato d'affari, eletto gran maestro del Grande Oriente Italiano dopo la morte di Cavour, assistito dall'altrettanto abile Isacco Artom.  
Quando l'Ordine coatto genera il progresso
Gettati nella cesta della biancheria usata i pettegolezzi che riducono la storia a stormir di panni, Camillo Cavour (che abolì l'uso del “di”, a suo avviso riduttivo: preferiva firmarsi semplicemente “Cavour”, come hanno ricordato i suoi eccellenti biografi Rosario Romeo e Adriano Viarengo) va ricordato quale protagonista della storia del Piemonte, dell'Italia e dell'Europa. In un mondo ancora in massima parte ripiegato nel culto feticistico delle “tradizioni”, Camille aveva cinque anni quando Napoleone I, definitivamente sconfitto, fu deportato a Sant'Elena. Ne aveva 11 al tempo dell'insurrezione costituzionale del 1821. Figlio e nipote di massoni, “sveglio” come all'epoca erano i ragazzini (basti rileggere I miei Ricordi di Massimo d'Azeglio), ebbe chiaro che le lancette del tempo non si possono riportare all'indietro: soprattutto dopo il quarto di secolo trascorso dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino (1789) all'Atto addizionale che nel 1815 promise la svolta liberale dell'Impero napoleonico. Non era solo questione politico-diplomatico-militare. Nel frattempo scienza, tecnologia, produzione e commerci avevano compiuto mutamenti irreversibili. Lì era il progresso. La Santa Alleanza russo-austro-franco-prussiana combatté strenuamente liberali e società segrete: massoni, carbonari, adelfi, federati... Impose pace tra gli Stati e ordine ferreo al loro interno. La conseguenza di quel “blocco” fu l'impennata demografica, che aumentò richiesta di beni di consumo e dette impulso alla circolazione delle merci e delle idee: volàno della destabilizzazione di un “Ordine” coatto. La Restaurazione non fu vittima delle cospirazioni ma di se stessa. O, se si preferisce, della Storia, che è moto perpetuo e procede a zig-zag. La Santa Alleanza incarcerò, impiccò, represse. Ma le sue vittime furono solo qualche gocciolina di un mare che continuò a mandare verso riva flutti, onde, burrasche.
Quando nel 1830 Cavour ebbe vent'anni, i francesi cacciarono Carlo X (che aveva appena iniziato la conquista dell'Algeria) e si dettero per sovrano Luigi Filippo d'Orléans, il “re borghese”. In Inghilterra, Paesi Bassi e Belgio linee ferrate e navigli a vapore stavano accelerando le ripercussioni della seconda rivoluzione industriale. Persino nell'Impero d'Austria e in Germania gli asili adottarono modelli educativi di avanguardia. L'Ottocento di Johann Heinrich Pestalozzi fu il secolo della pedagogia.  
    Lettore vorace di riviste d'avanguardia, di statistiche e di saggi sui mondi nuovi, anche Cavour compì il “grand tour”. Ma non si volse all'indietro, a contemplare leopardianamente “le rovine e gli archi”: Verona/Venezia, Firenze/Siena, Roma, Napoli. Andò a Parigi, Bruxelles, Londra. Non visitò musei ma i fulcri della modernizzazione (scuole, ospedali, carceri...), per capire dal vivo come voltar pagina al costo minore e con i benefici maggiori.
   Da metà degli Anni Quaranta, di concerto con Ilarione Petitti di Roreto, puntò sulle strade ferrate, oggi in drammatico affanno. Dalla Sagra di San Michele o dal cacumine di San Salvatore Monferrato si vede la pianura a perdita d'occhio. I “confini” politici e amministrativi sono solo convenzionali. Le Alpi incombenti e gli Appennini, brevi ma scoscesi proprio a ridosso della costa, costituivano  l'altra sfida. Era l'ora delle gallerie ferroviarie: verso Genova, per abbassare il costo del trasporto di grano e di guano in Piemonte e contenere i salari in un'età di espansione edilizia, ma anche verso la Francia, in direzione di Chambéry e di Nizza Marittima, all'epoca parte integrante del regno di Sardegna.
Carlo Alberto il Lungiveggente 
A spianare la strada al primato politico di Cavour fu Carlo Alberto di Savoia, che non l'ebbe mai in particolare simpatia. Re dal 1831, nell'autunno del 1847 decise che era saggio battere sul tempo la “rivoluzione”: meglio concedere riforme che cedere alla piazza, pessima consigliera. Rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali. L'8 febbraio 1848 enunciò i capisaldi dello Statuto, scritto in pochi giorni e promulgato il 4 marzo: governo “del re”, responsabile; una camera elettiva, un'altra, il Senato, di nomina regia e vitalizia; libertà di culto e di stampa; uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi. Per Cavour le riforme vollero dire dibattito nei giornali e in Parlamento. Chi ha più filo fa più tela. Torino tornò al centro dell'attenzione europea, soprattutto dopo la rivoluzione che a Parigi sfociò nella Seconda repubblica, con “giornate” drammatiche e sanguinose (cadde anche l'arcivescovo mentre cercava di sedare scontri) e dilagò ovunque, da Praga a Vienna, da Berlino a Budapest. In Italia insorsero Venezia e Milano, Parma e Piacenza. Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria per soccorrere i moderati lombardo-veneti e nei ducati padani. Anche Ferdinando IV di Borbone nelle Due Sicilie e Pio IX nello Stato pontificio concessero costituzioni, salvo sconfessarle. Il 9 febbraio 1849 a Roma furono proclamate la decadenza del potere temporale del papa e la Repubblica. La città Eterna divenne un laboratorio politico-istituzionale denso di temibili incognite.
  Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), l'abdicazione di Carlo Alberto e l'ascesa al trono del ventinovenne Vittorio Emanuele II, Cavour, conservatore illuminato, individuò il nemico nei clerico-reazionari e nei gesuiti, la cui espulsione dal regno venne chiesta sin dal febbraio1848. Non esitò ad attizzare proteste contro l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, colpevole di aver negato il viatico della buona morte a Pietro de Rossi di Santarosa, ministro dell'Agricoltura, perché non sconfessava il voto a favore delle leggi che abolirono privilegi arcaici del clero.
Il presidente del Consiglio in carica, Massimo d'Azeglio, si spinse oltre, propugnando l'introduzione del divorzio. Succeduto a Santarosa e poco dopo presidente del governo, Cavour rischiò più volte di finire minoranza. Non bastavano il connubio di centro-sinistro con il “democratico” alessandrino Urbano Rattazzi, il sostegno della Società Nazionale (presieduta da Daniele Manin e poi da Giorgio Pallavicino Trivulzio, a lungo detenuto allo Spielberg, con Giuseppe Garibaldi per vice), il conforto degli esuli politici accorsi a Torino da tutt'Italia, la benevolenza di osservatori esteri, di “congreghe” tanto occulte quanto potenti e neppure il successo dell'intervento a fianco dell'alleanza anglo-franco-turca contro la Russia nella “guerra di Crimea” (ottobre 1853- 1° febbraio 1856). 
Cavour, don Margotti e fra' Giacomo da Poirino
Cavour chiuse la partita con le elezioni del 1857, vinte con ampio meticoloso ricorso a brogli (già ne aveva usati ai danni della Sinistra) e con il colpo di mano finale: chiese e il 5 giugno 1858 ottenne l'annullamento dell’elezione di quattro ecclesiastici, canonici senza cura di anime e quindi del tutto eleggibili. Lo scopo di quella offensiva non era assicurarsi qualche voto in più alla Camera, ma mandare un segnale preciso all'interno e all'estero. Tra quanti si videro annullare l'elezione spiccava il trentaquattrenne don Giacomo Margotti (Sanremo, 1823-Torino, 1887). Direttore del periodico torinese “L'Armonia”, aveva guidato l'opposizione contro le leggi Siccardi e l'incameramento statale dei beni degli ordini religiosi “contemplativi”. Aveva anche deplorato la condotta privata di Vittorio Emanuele II, che (a quanto si narra) conservò il bastone rotto sulla sua schiena per fargli capire che era meglio si occupasse di altro. In risposta alla prevaricazione don Margotti invitò i cattolici ad applicare la formula “né eletti, né elettori”, che segnò la divaricazione dei clericali intransigenti dal “Risorgimento scomunicato”. Poi divenne il “non expedit” che resse sino al Patto Gentiloni del 1913 tra cattolici moderati e costituzionali, pronubo Giovanni Giolitti.
Per mezzo secolo l'Italia “politica” fu spaccata in due fronti contrapposti. Non quella “amministrativa”, che ebbe tutt'altra dinamica, come convengono storici di opposte sponde, quali per i cattolici, Marco Invernizzi, Oscar Sanguinetti e Paolo Martinucci, autore di una scrupolosa biografia del conte Clemente Solaro della Margarita, capofila dei cattolici conservatori (Ed. D'Ettoris). Ognuno aveva la sua “verità”. Nel 1859 “moti” organizzati consentirono ai “piemontesi” di sottrarre Emilia e Romagna ai Cardinali legati pontifici e far chiedere l'annessione, confermata dal plebiscito dell'11-12 marzo 1860 (140.776 “si” contro 2.810 “no”), contemporaneo a quello celebrato in Toscana. Nel settembre 1860, previo via libera da parte di Napoleone III (“Fate, ma fate in fretta”), per impedire che Napoli divenisse un atanor rivoluzionario europeo per il miscuglio esplosivo di protosocialisti, mazziniani, federalisti, liberi pensatori e venturieri vari, col pretesto di tutelare i liberali aggrediti dai clericali due corpi d'armata “sardi” irruppero in Umbria e nelle Marche e sconfissero i pontifici a Castelfidardo. Senza dichiarazione di guerra, Vittorio Emanuele proseguì dall'Abruzzo verso la Campania ove il 26 ottobre Garibaldi lo salutò “Re d'Italia” e gli “consegnò” l'ex regno delle Due Sicilie. Cavour aveva sperato di “fermare Garibaldi” (e persino ordinato all'ammiraglio Carlo Pellion di Persano di “arrestarlo”, come Nico Perrone legge il mandato di “fermarlo”).
  Alla spoliazione del suo Stato, non potendolo fare con la spada di Giulio II e il grido di “Fuori i barbari”, Pio IX rispose con l'arma estrema a sua disposizione: la scomunica del re, del suo governo e di tutti i suoi “agenti”. Cavour non arretrò di un millimetro. Ratificata l'annessione dell'Italia meridionale (21 ottobre) e di Marche e Umbria (4 e 5 novembre), passò all'incasso con lo scioglimento della VII legislatura della Camera “piemontese” e le elezioni del gennaio 1861. Appena inaugurata a Torino, in una sede parlamentare allestita alla meglio nel cortile di Palazzo Carignano (il Senato, che registrava la presenza di poche decine di suoi componenti, si radunava a Palazzo Madama, dirimpetto a Palazzo Reale) la nuova legislatura, la prima effettivamente nazionale, voltò pagina: il 14 marzo Vittorio Emanuele II assunse per legge il titolo di Re d'Italia. Era stato lui a unirla e a garantire all'Europa che il nuovo Stato avrebbe concorso alla pace.
Cavour però guardò subito oltre: Mantova e il Triveneto rimanevano dominio asburgico e nulla lasciava presagire un loro possibile riscatto dallo straniero. Era questione del “concerto delle grandi potenze”. Gli importava invece risolvere la “questione di Roma”, che non era “questione romana” ma “italiana”: la pacificazione tra cattolici e liberali, tra unità politica nazionale e armonia delle coscienze. Pronunciò in Parlamento i discorsi ripubblicati da Corrado Sforza Fogliani nel 150° di Porta Pia (collana “Libro Aperto”, diretta da Antonio Patuelli). Dichiarò che in Roma non bisognava entrare con i cannoni, con la violenza; ed esortò il pontefice a consentire la pacifica unione della Città Eterna all'Italia. Il 27 marzo il Parlamento acclamò Roma capitale d'Italia. Mezzo secolo dopo la festa dell'unità nazionale venne celebrata quel giorno. L'appello di Cavour però cadde nel vuoto, benché migliaia di teologi, presbiteri, ecclesiastici di vari ordini e congregazioni, compreso l'abate di Montecassino, si stessero pronunciando per la conciliazione immediata tra Sacro Soglio e regno d'Italia.
  Cavour non vide l'evoluzione e la conclusione del différent Stato/Chiesa. Nel 1860 aveva affrontato alla Camera la durissima polemica di Garibaldi contro la cessione dell'italica Nizza alla Francia (passò senza difficoltà quella della francofona Savoia). Nel 1861 ancora una volta soffrì lo scontro con l'Eroe sulla sorte dell'“Esercito Meridionale”, rivendicato dal Generale quale vero artefice dell'unione del Mezzogiorno alla corona. Colto da violentissima febbre malarica, stremato da mortiferi salassi (“medice, cura te ipsum!...”), in pochi giorni Cavour venne accolto dalla Grande Visitatrice. Morì il 6 giugno 1861. Fra' Giacomo da Poirino, come da lui desiderato, in articulo mortis gli amministrò il viatico. Liberale (e, si dice, anche un po' libertino) morì cattolico. Convocato ad nutum da Pio IX e convinto di aver assolto alla propria missione sacerdotale, il francescano fu severamente punito: sorte analoga a quella poi toccata a don Valerio Anzino che a sua volta, nei modi narrati da Aldo G. Ricci, impartì il viatico allo scomunicato Vittorio Emanuele II, morto il 9 gennaio 1878.
  Cavour è dunque un gigante della storia italiana ed europea. Non solo dei confini doganali, politici, monetari...: dei “metalli”. È un gigante dello Spirito. Perciò merita di essere rievocato col rispetto che si deve all'Assoluto. Ed è doveroso associarne il nome a quello dei grandi continuatori italo-europei del liberalismo: sino a Giolitti e a Luigi Einaudi, antesignani dell'Italia odierna, come aveva intuito e propugnato Valerio Zanone. Parlare di “visione” cavouriana presuppone di aver veduto almeno da lontano le copertine dei volumi del suo Epistolario, dei suoi Scritti economici e   politici e dei suoi Discorsi. Non mancheranno occasioni di rievocarlo nel corso di questo ancora fortunatamente lungo 2021.
Aldo A. Mola

AMEDEO DI SAVOIA PRINCIPE PATRIOTA
NELLA LUNGA STORIA D'ITALIA 

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 giugno 2021, pagg. 1 e 11. 

S.A.R. il Principe Amedeo di SavoiaLe Esequie del Principe Amedeo di Savoia
Venerdì 4 giugno 2021 nella fiorentina Basilica di San Miniato al Monte si sono svolte le solenni esequie del Principe Amedeo di Savoia, duca di Savoia, già duca d'Aosta, capo della Real Casa di Savoia, alla presenza del successore, principe Aimone, che ne ha ereditato e assunto rango e titoli. Alla cerimonia, celebrata da padre Bernardo, circondato dalla comunità degli Olivetani di San Miniato, hanno partecipato parenti dei duchi, giunti anche dall'estero, rappresentanti di istituzioni, come la Consulta dei Senatori del regno d'Italia con il presidente e il segretario Gianni Stefano Cuttica, associazioni d'arma (tra i quali il comandante Ugo d'Atri per l'Istituto nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon). La vicesindaco di Firenze ha rappresentato la Città del Giglio. Al di fuori del Tempio tanti cittadini giunti da varie regioni hanno recato l'omaggio alle Persone  dei Duchi e a quanto esse sono in e per l'Italia. Tra gli omaggi floreali pervenuti, spiccava quello inviato dalla Principessa Maria Gabriella di Savoia, terzogenita di Umberto II e Maria José. A lei il cugino Amedeo nel 2006 affidò la guida delle iniziative culturali volte a proporre il ruolo della monarchia sabauda nel quadro della storia generale. Occorreva, come ancora urge, far capire (anche agli studiosi inclini a pregiudizi faziosi) quanto scrisse Luigi Federzoni, capofila dei nazionalisti (niente affatto “fascisti” ma ala conservatrice dei liberali), discepolo indiretto di Giosue Carducci e presidente del Senato nel decennio 1929-1939: la monarchia non è una persona, è un sistema (se ne veda il Diario inedito, 1943-1944, pubblicato dall'editore Pontecorboli, a cura di Erminia Ciccozzi, con prefazione di Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio Centrale dello Stato).
Qual è la “lezione” del Duca?
La morte improvvisa del Principe Amedeo di Savoia ha riportato al centro dell'attenzione (speriamo non fuggevole) alcune questioni di interesse ampio e meritevole di riflessione: i legami di parentela tra i Savoia e le altre Case europee; la successione dinastica al proprio interno e il suo nesso con la storia generale d'Italia, prima e dopo la Costituzione del 1° gennaio 1948.
Per comprendere i molteplici aspetti di ciascuno di questi temi tali è utile ripercorrere rapidamente il profilo del Principe Amedeo. Come è stato osservato, egli fu un patriota italiano, per destino e per scelta. Nacque da Irene di Grecia il 27 settembre 1943 a Villa Cisterna, presso Firenze, poco dopo un pesante bombardamento “alleato”. Il padre, Aimone di Savoia (1900-1948, già re di Croazia dal 1941 al 1943), era forzatamente lontano, al comando militare ricoperto per la riscossa dell'Italia dopo l'armistizio del 3/8 settembre. Da tre settimane il governo presieduto dal Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, nominato al posto di Benito Mussolini il 25 luglio precedente, si era trasferito da Roma a Brindisi con Vittorio Emanuele III, la regina Elena, il principe Umberto di Piemonte, alcuni ministri e i vertici militari delle Forze Armate. Per gli anglo-americani, che operavano nel quadro delle Nazioni Unite in guerra contro la Germania, la monarchia sabauda era, senza alcuna alternativa, la continuità dello Stato d'Italia. Era il Re, con i suoi ambasciatori, generali, alti funzionari; con il fitto reticolo di trattati, accordi, convenzioni, frutto di secoli di storia, da “aggiornare” nel quadro politico-militare generato dalla guerra in corso. Agli occhi di Londra e di Washington (come anche dell'Unione sovietica) l'Italia era la monarchia, non i comitati di liberazione nazionale, né le dispute tra partiti il cui seguito effettivo nessuno conosceva.   
Regalità di un Patriota per destino e per scelta 
Appena nato, Amedeo divenne una preda ambita. Per prudenza la madre ne fece rilevare le impronte digitali. Costituita la Repubblica sociale italiana (il cui governo, dopo un passaggio simbolico alla Rocca delle Caminate, tenne la sua prima riunione nella sede dell'Ambasciata tedesca a Roma, in modo che fosse chiaro chi davvero comandava), Mussolini non osò nulla nei suoi confronti; d’altronde egli era il nipote di Amedeo di Savoia, III duca di Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi: un mito per tutti gli italiani legati nel culto della Patria. Però il vendicativo Adolf Hitler, per il quale l'Italia era ormai uno stato vassallo, non essendo riuscito a impadronirsi della Famiglia Reale, lo teneva sotto osservazione. Il 26 luglio 1944 Heinrich Himmler ordinò la sua traduzione con la madre da Firenze a Hirschegg, presso Gratz, in Austria, ove erano stipati centinaia di uomini politici, militari e aristocratici (tedeschi inclusi) deportati da vari Paesi. I nazisti volevano solo tenerlo in ostaggio tra i molti o farne un'alternativa al Re e al principe ereditario? 
Dopo il crollo della Germania e varie vicissitudini, il 7 luglio 1945 la Principessa rientrò in Italia con il piccolo Amedeo e si stabilì a Fiesole con il Consorte, Aimone, IV duca d'Aosta, arbitrariamente rimosso per livore “politico” dal ruolo militare che gli competeva. Come gli altri membri di Casa Savoia, Aimone lasciò l'Italia di concerto con Umberto II che all'indomani del discusso referendum istituzionale del 2-3 giugno e dell'arbitrario conferimento dell'esercizio dei poteri di capo dello Stato al democristiano Alcide De Gasperi, il 13 giugno partì per il Portogallo protestando contro il “gesto rivoluzionario” (vero e proprio colpo di Stato, in realtà, perché l'esito delle vocazioni non era ancora definitivo: lo sarebbe diventato solo il 18 seguente). Il Duca di Aosta si trasferì in Argentina, ove morì due anni dopo. Quando le sinistre monarcofaghe lamentarono che il principino suo figlio rimaneva in Italia, come la nonna, Elena di Orléans, vedova di Emanuele Filiberto, mai mossasi dalla Reggia napoletana di Capodimonte, Alcide De Gasperi osservò che l'Italia non poteva averne paura.
La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione in vigore dal 1° gennaio 1948 vietò il rientro e il soggiorno in Italia agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai discendenti maschi. A quel modo, la Costituente avallò la legge salica (successione di maschio in maschio), vigente da nove secoli, ma, ignorando le regie patenti di Vittorio Amedeo III (13 settembre 1782), confuse “discendente” con “erede al trono”. Il primo è un figlio (che può essere diseredato), l'altro è chi “automaticamente” succede al sovrano in forza delle regole interne alla Casa: norme immodificabili, proprio come la legge salica di recente asseritamente abrogata da chi, in realtà, non ha alcun titolo per farlo, poiché escluso dalla successione al trono alla morte di Umberto II (Racconigi, 15 settembre 1904 - Ginevra, 18 marzo 1983). 
Amedeo d'Aosta era di stirpe reale: pronipote dell'omonimo Amedeo, primo Duca di Aosta, figlio di Vittorio Emanuele II e di Adelaide d'Asburgo e fratello minore di Umberto I, re d'Italia dal 1878 al 1900. Poco più che ventenne, dalla fine del 1870 all'inizio del 1873, Amedeo assunse la corona di Spagna su designazione delle Cortes di Madrid. Il suo regno non nacque sotto i migliori auspici. Il valoroso generale Prim y Pratz, suo principale fautore, morì in circostanze tuttora misteriose. “Don Amadeo Primero” depose la corona dopo vari attentati alla sua vita (una volta mentre era in compagnia della consorte, la principessa Vittoria della Cisterna) e rientrò nella linea di successione al trono d'Italia, mentre la Spagna precipitava nel caos della prima delle due sue disastrose repubbliche, chiusa con il ritorno di un Borbone: Alfonso XII. 
Il primogenito di Amedeo, l'aitante Emanuele Filiberto, fu comandante invitto della III Armata durante la Grande Guerra ed è sepolto con centomila compagni d'arme a Redipuglia. Fantasie e pettogolezzi ricamarono sulla sua presunta contrapposizione al cugino, Vittorio Emanuele III. In realtà, asceso al trono perché suo padre, Umberto I, era stato assassinato a Monza nel 1900, il Re considerò sempre lui e i suoi fratelli (Vittorio Emanuele, conte di Torino, Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, e Umberto, conte di Salemi) una riserva preziosa della Casa. Durante la Grande Guerra non conferì a Emanuele Filiberto il comando supremo in successione a Luigi Cadorna proprio perché, in caso di sconfitta e di sua eventuale abdicazione (sul modello di Carlo Albero dopo Novara: 23 marzo 1848), il cugino avrebbe dovuto assumere la Reggenza e vegliare su Umberto di Piemonte (1904-1983), che solo nel 1922 raggiunse l'età per assumere la corona. Altrettanto leggendaria è l'insinuazione che nell'ottobre 1922 il Duca di Aosta abbia tramato con i quadrumviri del partito fascista in vista della rimozione di Vittorio Emanuele III, il re del 24 maggio e di Peschiera. Né i vertici delle Forze Armate né i partiti costituzionali l'avrebbero accettata: l'Italia non era un paese “balcanico”.   
Patriota per destino, Amedeo d’Aosta lo fu anche per propria scelta, quale cittadino dello Stato d'Italia. “Governato” dall'Ammiraglio Giulio Cerrina Feroni, studente al Collegio delle Querce di Firenze e al Seaford College inglese, allievo del Collegio Navale Morosini a Venezia e dell'Accademia Navale di Livorno (il cui motto è “Onore e Patria”, come ricorda nelle Memorie l'Ammiraglio Antonino Cocco, presidente delle Guardie d'Onore), ufficiale di complemento nella Marina Militare in missione nel Mediterraneo e nell'Atlantico, il Principe si laureò in scienze politiche all'Università di Firenze. 
Rappresentò ripetutamente l'esule Umberto II in cerimonie e manifestazioni che coniugavano nostalgia della Tradizione monarchica e culto dell'Italia unita. Viaggiatore instancabile, raffinato studioso di botanica (in specie di piante esotiche, in particolare delle “succulente”), raggiunse prestigio internazionale e per nomina governativa fu presidente del comitato di gestione della Riserva naturale dell'isola di Vivara. 
Casa Savoia e l'Italia: unite nella e dalla Storia
Come si è veduto anche in occasione delle sue esequie, egli divenne punto di riferimento non solo di monarchici ma dei cultori dell'unità nazionale, al di fuori e al di sopra delle fazioni. 
Nel corso dei secoli la Casa di Savoia ha contratto legami matrimoniali con tutte le principali Case regnanti d'Europa: un percorso che divenne ancora più articolato e mirato quando il Duca di Savoia fu insignito del titolo di Vicario del Sacro Romano Impero in Italia. L'intreccio risultò fondamentale nell'età delle guerre franco-ispane per l'egemonia sull'Italia. Il Ducato di Savoia rimase l'unico Stato indipendente. I sovrani sabaudi si unirono sia agli Asburgo di Spagna, quando sul dominio di Madrid non tramontava mai il sole, e del ramo d'Austria, che conservò il titolo imperiale; sia con i Borbone di Francia. Ne nacque una geometria variabile, più volte narrata negli aspetti meno politicamente rilevanti e quindi meritevole di nuovi approfondimenti in una visione più alta della storia. Con l'ascesa di Vittorio Amedeo II al trono di Sicilia (poi commutato con quello di Sardegna) e l'incoronazione di Carlo Alberto di Savoia-Carignano (dopo l'estinzione dell'ultimo suo discendente diretto, Carlo Felice), la Casa si mosse in linea con i nuovi scenari di un’Europa che in un secolo creò imperi coloniali immensi negli spazi afro-asiatici e nell'Oceania. Ancora “imparentati” con gli Asburgo, Borbone, Braganza e Saxe-Coburgo-Gotha, con le nozze di Carlo Gerolamo Bonaparte e Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele II, i Savoia sancirono il legame anche con i “discendenti” di Napoleone I. La strategia matrimoniale continuò con le nozze di Vittorio Emanuele III e di Umberto II: sponsali anche con principesse e principi di confessione ortodossa o riformata (la Regina Elena di Montenegro, il principe d'Assia, lo zar dei Bulgari...). 
Bene si comprende dunque che Vittorio Emanuele III fece il possibile per scongiurare l'assurdità approvata dalle Camere nel dicembre 1938 con le leggi per la “difesa della stirpe”, unite a una campagna d'opinione incardinata sul mito di una “razza italiana” priva di qualsiasi base scientifica, culturale, costumale e storiografica. Proprio la sua Casa dimostrava l'opposto; ma già lo aveva detto Vittorio Emanuele II, che nel primo discorso da Re si rivolse ai “popoli d'Italia”. Altrettanto hanno mostrato nel tempo i componenti della Casa di Savoia-Aosta.
Il passaggio del rango di Capo della Real Casa dal principe Amedeo a suo figlio Aimone induce a riflettere sul fatto che le leggi domestiche dei Savoia, come di tutte le altre dinastie reali, sono interne e non soggette a interferenze né da parte di poteri terzi (per esempio governi stranieri o di chi pro tempore esercita le funzioni sovrane in Italia), né da parte di chi, pur appartenendo alla famiglia, non ha ruoli dinastici di governo nella e sulla Casa (Vittorio Emanuele e il figlio Emanuele Filiberto).
Né può infine tacersi che il legame tra i Savoia e la storia d'Italia non si riduce alla recente posticcia cartellonistica che promuove la visita a luoghi sabaudi, quasi fossero nati per germinazione spontanea. La storia non è una piazzola per consumi eno-gastronomici o per “selfie” con sfondo di giardini, parchi, gallerie d'arte, palazzi, monumenti. È Memoria. È consapevolezza dei tempi lunghi, della collocazione del Paese nelle sempre mutevoli relazioni tra le grandi potenze, nel cui novero l'Italia figurò di pieno diritto nell’età vittorio-emanuelina (1900-1946). 
Motivo in più per accogliere l'esortazione a conoscere la storia vera, al tempo suo lanciata da Ugo Foscolo, il “veneziano” nativo di Zante, contro la tentazione dell'oblio, corruttore delle coscienze.
uale monito per gli astanti, alle esequie del Principe Amedeo nella Basilica di San Miniato risplendeva il Gran Collare dell'Ordine dei Cavalieri della Santissima Annunziata, sintesi di secoli di vicende, parte delle quali il lettore trova in Cifra Reale, volume da lui scritto con Danila Satta (ed. La Compagnia del Libro, 2014).  
Capo della Real Casa di Savoia è ora il Principe Aimone, VI duca di Aosta.                   
Aldo A. Mola

75° DEL REFERENDUM DEL '46
QUANDO E COME VINSE LA REPUBBLICA
10-19 GIUGNO 1946

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 Maggio 2021, pagg. 1 e 11. 

Solitudine e com-passione. Papa Giovanni Paolo II accoglie Umberto II, che lasciò alla Santa Sede la Sacra Sindone e i Collari dell'Annunziata all'Altare della Patria. Non portò con sé i Gioielli della Corona. Avutili in custodia Luigi Einaudi annotò: “a chi di dovere”. Un quesito ancor oggi senza risposta. E se lo Stato d'Italia ne facesse almeno “una tantum” l'esposizione?Le Due Italie: Costituente e Referendum
Il 2-3 giugno 1946 circa 25 milioni di cittadini si recarono a 35.000 seggi per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere 555 componenti dell'Assemblea Costituente. Gli aventi diritto al voto erano 28 milioni. Tre milioni, cioè più del 10%, non poterono votare. Un milione e mezzo erano ancora prigionieri di guerra o “dispersi” (l'Unione sovietica li restituì col contagocce), privati del diritto di voto per motivi politici o abitanti nella provincia di Bolzano e nella XII Circoscrizione (Venezia Giulia), escluse dal voto perché la loro sorte era incerta. A un altro milione e mezzo non fu consegnato il certificato elettorale. La legge assegnò alla Corte Suprema di Cassazione il compito di annunciare l'esito del voto, non di “proclamare” il vincitore. Il suo presidente, Giuseppe Pagano, magistrato di specchiata rettitudine, alle ore 18 del 10 giugno 1946 prese atto che i risultati non erano definitivi. Mancavano quelli di un centinaio di seggi. Il vantaggio della repubblica sulla monarchia era di quasi due milioni di preferenze e quindi appariva incolmabile, però bisognava attendere l'esito definitivo. Pertanto rinviò a un'adunanza successiva e chiese che fosse accertato “il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli”, sino a quel momento non conteggiati.
Per comprendere la portata della richiesta occorre ripercorrere sinteticamente l'operato degli Uffici elettorali circoscrizionali e di quello Centrale dal 3 al 9 giugno e nei giorni tra l'11 e il 18. Il computo dei voti, l'esame dei ricorsi e la ratifica delle operazioni di voto ebbero un corso separato rispetto agli eventi propriamente politici che si snodarono dalla chiusura dei seggi, durante gli scrutini e il controllo dei loro esiti da parte dell'Ufficio Elettorale Centrale e la pubblicazione dei risultati dell'Assemblea Costituente. Gli elettori votarono due diverse schede. Dalle urne uscirono due Italie differenti: da una parte, alla Costituente, vinsero nettamente i partiti dichiaratamente o prevalentemente repubblicani; dall'altra, al referendum, il vantaggio della Repubblica fu modesto, a lungo contestato ed è ancora discutibile. Però l'Italia era una sola e la Costituente doveva “tagliare l'abito” su un corpo definito e definitivo: la Repubblica. Il Paese visse giorni di tensione, che dal 13 si attenuò e non dette più luogo a scontri. Mostrò la sua maturità democratica, grazie ai milioni di cittadini monarchici che si adeguarono al Proclama di Umberto II. Il Re li aveva sciolti dal giuramento di fedeltà alla Corona ma non alla Patria di cui, come suo padre Vittorio Emanuele III, era stato e sarebbe rimasto strenuo difensore sino alla morte. Il suo motto era “Italia innanzi tutto”.
Grande frode?
Tra marzo e aprile il ministro dell'Interno Giuseppe Romita, come Pertini e Nenni più monarcofago che repubblicano, aveva diramato istruzioni minuziose su tempi e modi della comunicazione dei risultati. I prefetti, che ne dipendevano, ogni quattro ore dovevano comunicare a Roma l'affluenza alle urne e gli esiti degli scrutini, indicando via via i voti ottenuti dalla repubblica e dalla monarchia: solo quelli. La somma complessiva dei dati parziali ebbe un andamento altalenante, secondo la rapidità dello spoglio delle schede. Contro ogni previsione, la monarchia parve a lungo vincente. Nella notte fra il 4 e il 5 la repubblica passò in testa. Le edizioni mattutine di alcuni quotidiani anticiparono il suo vantaggio: due milioni di voti. Poche ore dopo Romita lo confermò in un'affollata conferenza stampa.
L'8 giugno, con i mezzi più rapidi, aerei inclusi, cominciarono ad affluire alla Corte Suprema di Cassazione sacchi e plichi non sempre ben sigillati “contenenti atti e documenti relativi al referendum sulla forma istituzionale”. La Corte, però, non ebbe affatto tempo e modo di esaminarli: era alle prese con i primi ricorsi contro la validità della consultazione, non per “cavilli” (come riduttivamente asserisce Antonio Carioti nella “Lettura” del “Corriere della Sera”) ma per motivi legali, cioè formali e sostanziali. La prima obiezione riguardò l'esclusione dal voto della XII Circoscrizione e della provincia di Bolzano. Secondo i ricorrenti (Edgardo Sogno, già comandante della formazione partigiana “Franchi” e poi Medaglia d'Oro al Valor Militare, ed Enzo Selvaggi per il Partito democratico italiano) la comunicazione dei risultati del referendum andava sospesa sino a quando non fossero stati consultati anche i loro elettori. La Corte sentenziò che quella esclusione e la sua sanatoria spettavano al potere politico, nel cui merito essa non aveva titolo di interferire. Respinse molti ricorsi perché esulavano dalle sue competenze, compresi quelli di cittadini che protestavano perché, arrivati ai seggi, scoprirono che qualcuno aveva già votato al loro posto, o perché non erano riusciti a ottenere il certificato elettorale dagli uffici competenti, oppure perché i seggi erano stati chiusi anzitempo o per i più svariati motivi affioranti dalla documentazione conservata nel fondo “Corte Suprema di Cassazione” all'Archivio Centrale dello Stato. Quelle carte rivelano centinaia e centinaia di brogli e una moltitudine di pasticci. Non ne emerge in alcun modo, tuttavia, la “grande frode” spesso imputata al ministro dell'Interno, Romita, accusato di aver gettato sulla bilancia della storia due milioni di schede artefatte a sostegno della repubblica o di aver segretamente manipolato le statistiche demografiche ed elettorali circoscrizione per circoscrizione. Operazioni di quella portata avrebbero richiesto la connivenza di una molteplicità di dirigenti apicali dello Stato, di chissà quanti presidenti dei 35.000 seggi e di buona parte dei quasi 300.000 scrutatori, molti dei quali erano monarchici. Un “segreto” noto a migliaia di persone lascia decine di migliaia di tracce. La vittoria della repubblica non fu decisa ai seggi ma in sede politica, cioè dalla delibera del governo, e giudiziaria, per la pronuncia della Corte Suprema di Cassazione che ribadì il suo vantaggio per due milioni di voti anziché per soli 200.000 o 300.000, come di fatto era.
Per capire quando e come venne superato il dualismo dell'Italia emerso dalle urne occorre ripercorrere pazientemente il corso degli eventi. In vista della seduta del 10 giugno, quando il “segretario di udienza” doveva comunicare alla Corte gli esiti della consultazione, gli scritturali si affrettarono a “tirare le somme”. Nella concitazione afferrarono moduli prestampati e intitolarono a penna le caselle. La carta era preziosa; le operazioni di controllo ne avevano consumata in gran quantità; bisognava far fuoco con la legna rimasta. Al posto di “Numero dei votanti” e di “Voti attribuiti” vergarono due vistose lettere maiuscole “R” e “M” e aggiunsero a matita i dati pervenuti, circoscrizione per circoscrizione, poi li calcarono a inchiostro. Da quelle tabelle risulta che il numero delle sezioni dagli esiti mancanti era nettamente superiore a quello reso noto.
Il Presidente Pagano: rispettare la legge
Però la fase più affannata della verifica dei risultati elettorali iniziò quando ormai per la monarchia la partita era persa, dopo la proclamazione della Repubblica da parte del consiglio dei ministri (alle 0.15 di giovedì 13 giugno) e dopo la partenza di Umberto II da Ciampino (alle 16 e 10 dello stesso giorno). Tuttavia bisognava soddisfare la legittima richiesta del presidente Pagano: dare conto analiticamente di schede bianche, nulle, annullate e non assegnate. Nel frattempo uno stuolo di scribi doveva verificare la legittimità di circa 20.000 ricorsi contro gli esiti messi a verbale dai presidenti di seggio.Le due operazioni si svolsero parallelamente in un clima di concitazione crescente del personale addetto perché andavano inderogabilmente chiuse prima delle 18 di martedì 18 giugno, ultimo giorno consentito dal Dll istitutivo del referendum e per placare l'agitazione serpeggiante nel Paese. In Consiglio dei ministri venne persino calcolato quanti minuti i funzionari avessero a disposizione per passare al setaccio ricorsi e proteste. Poiché il personale dell'Ufficio elettorale centrale palesemente non bastava, il ministro di Grazia e Giustizia, Togliatti, mandò rinforzi fidati. Il “Visto”, la risposta sintetica (“respinto”) e l'applicazione del bollo della Corte (quello di Stato aveva ancora le insegne della Corona) azzerò alla svelta  migliaia di contestazioni.
Contemporaneamente, sulla base di verifiche manifestamente incomplete, come emerge dal brogliaccio conservato all'Archivio Centrale dello Stato, i risultati parziali furono “avviati alle macchine calcolatrici”, con data, ora e firma di chi consegnava i moduli compilati e con giorno, ora e firma di chi riceveva in cambio le “strisciate”. Esse recano spunte e, in calce, somme a matita, non sempre esatte. Il computo avvenne senza alcun ordine (per esempio secondo la numerazione delle Circoscrizioni e quindi in sequenza territoriale) ma per singole province, via via che ne veniva completata a verifica. Si svolse fra il 14 e il 16 di giugno.
Che cosa si intende per “votante”?
Nel frattempo la Corte Suprema si accinse ad affrontare la questione più spinosa: rispondere ai giuristi che chiedevano di calcolare il quorum per stabilire la vittoria dell'una o altra forma di Stato sulla base del numero dei voti espressi, anziché, come era avvenuto il 10 giugno e nella comunicazione giornalistica, sulla scorta dei soli voti validi. Se quei giuristi avessero ricevuto ragione, il computo avrebbe dovuto tener conto delle schede bianche, nulle, contestate e non assegnate, annotate nei verbali di seggio ma fino a quel momento ignorate. Il vantaggio della repubblica sarebbe così risultato molto meno vistoso: da due milioni si sarebbe ridotto a circa 300.000 voti, cioè dieci per ciascuna delle oltre 35.000 sezioni elettorali. A quel punto era lecito chiedere il controllo delle schede. Però, scaltro e preveggente, in una seduta del Consiglio dei ministri prima ancora del 10 giugno Palmiro Togliatti sibilò che il controllo era impossibile perché “forse” erano già state distrutte. Scuotendo il capo, Riccardo Lombardi, del partito d'azione, una volta paventò che la proclamazione rischiava di essere confutata proprio dal computo finale dei voti.
Il procuratore generale della Corte Suprema, Massimo Pilotti, altro magistrato di indiscussi rigore e competenza, approntò la requisitoria: una quarantina di pagine dattiloscritte a spazio doppio, corrette a mano, conservate all'ACS. Prima della adunanza finale la Corte decise. Pilotti affermò che per votante si intende chi va al seggio, ritira la scheda, accede alla cabina, ne esce e la consegna al presidente che la depone nell'urna. Il Consigliere Enrico Colagrosso asserì invece che per votante s'intende solo ed esclusivamente colui che esprime chiaramente la sua volontà rispondendo al quesito referendario scegliendo l'una o l'altra forma. Le schede bianche o nulle o annullate non contavano perché “quod nullum est, nullum producit effectum”. Vaniloquio. Terminata l'esposizione, il Presidente Pagano aprì la votazione, a cominciare dal magistrato più giovane. Undici approvarono il parere di Colagrosso; per ultimo Pagano si schierò con altri cinque a favore del parere del Procuratore Generale. La “sentenza fu un “colpo di stato” contro la lingua italiana, in linea con la decisione del consiglio dei ministri che, violando la legge, cinque giorni prima aveva proclamato la repubblica mentre non era noto il risultato definitivo del referendum. Non rimase che aprire l'adunanza per ascoltare la recita dei voti registrati dagli Uffici elettorali circoscrizionali delle XXXI Circoscrizioni e la loro somma, enunciata infine dal presidente e messa a verbale. La repubblica superava la monarchia di due milioni di preferenze, ma aveva appena 12.700.000 su 28 milioni di aventi diritto: poco più del 45%. Nacque minoritaria. L'indomani, 19 giugno, fu pubblicato il n. 1 della Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana (una sua prima bozza era stata approntata da giorni, ma non vide le stampe) che ne annunciò la nascita. A rigor di logica la “festa della repubblica” dovrebbe dunque cadere non il 2 giugno ma il 19: pericolosamente vicino al Solstizio d'Estate e al San Giovanni Battista caro alle logge che avevano concorso a fondare l'unità nazionale all'insegna fatta propria da Giuseppe Garibaldi: “Italia e Vittorio Emanuele”.
Oltre al “come”, il “perché”.
Al di là di ulteriori contestazioni, riserve e critiche in sede giuridica, politica e storiografica, la questione era stata chiusa non solo dalla prevaricazione del governo alle 0.15 del 13 giugno e dalla pronuncia della Corte, ma dalla partenza del Re dall'Italia: un Paese bisognoso di unità, di pace e di ricomposizione della memoria, in vista del Trattato di pace che rettificò il confine italo-francese e amputò traumaticamente quello italo-jugoslavo. In poche ore tutto cambiò.
Raggiunta la famiglia a Cintra, presso Cascais, Umberto II scrisse a Falcone Lucifero di essere rimasto vittima di un “trucco”. Lo documenta Giovanni Semerano in un aureo libretto fresco di stampa. Sentiva profonda nostalgia della Patria e bisogno di comprensione e di com-passione. Non ebbe né l'una né l'altra. A maggioranza dei votanti (non dei suoi componenti) la Costituente approvò la norma transitoria e finale che vietò il rientro e il soggiorno in Italia agli ex re di Savoia, alle loro consorti e ai loro “discendenti” maschi: in tal modo riconobbe la validità della legge salica e delle leggi interne della Casa già regnante, ma confuse diritto civile (“discendenti”) e successione al trono. Il 28 dicembre 1947, tre giorni prima che la Costituzione entrasse in vigore, Vittorio Emanuele III si congedò dalla vita terrena ad Alessandria d'Egitto. Ebbe funerali solenni voluti da re Farouk. Il feretro fu murato nel retroaltare della Chiesa di Santa Caterina. Umberto II morì a Ginevra il 18 marzo 1983. Venne deposto nell'abbazia di Altacomba, in Savoia, accanto agli Avi. Dal dicembre 2017 il “Re Soldato” riposa con la Regina Elena nel Santuario di Vicoforte. Umberto II attende... L'intreccio tra Casa Savoia e storia d'Italia merita di essere conosciuto “sine ira et studio”.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Solitudine e com-passione. Papa Giovanni Paolo II accoglie Umberto II, che lasciò alla Santa Sede la Sacra Sindone e i Collari dell'Annunziata all'Altare della Patria. Non portò con sé i Gioielli della Corona. Avutili in custodia Luigi Einaudi annotò: “a chi di dovere”. Un quesito ancor oggi senza risposta. E se lo Stato d'Italia ne facesse almeno “una tantum” l'esposizione?

75° DEL REFERENDUM DEL '46 
MONARCHIA/REPUBBLICA
QUANDO CAMBIÒ L'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Maggio 2021, pagg. 1 e 11. 

Monarchia o repubblica? Aldo A Mola - Biblioteca Storica de Il GiornaleUn voto che cambiò lo Stato d'Italia
Il 2-3 giugno 1946, 75 anni fa, circa 25 milioni di votanti su 28 milioni di elettori scelsero tra monarchia e repubblica ed elessero l'Assemblea Costituente chiamata a ritagliare l'abito della forma di Stato preferita dai cittadini. Per comprendere l'importanza della consultazione e le sue conseguenze occorre ricordare sinteticamente il quadro in cui essa si svolse e ripercorrere i quindici giorni dall'apertura dei seggi al 18 giugno, quando non fu “proclamata la repubblica” ma venne comunicata solo la somma dei voti a cospetto della Corte Suprema di Cassazione presieduta da Giuseppe Pagano, che ne “prese atto” ope legis.
La cornice internazionale e interna
Il 25 luglio 1943, a fronte dell'andamento disastroso della guerra e del voto del Gran Consiglio del Fascismo che gli aveva chiesto di esercitare i poteri statutari, per ottenere di arrendersi prima della catastrofe e salvare la continuità dello Stato, re Vittorio Emanuele III (1869-1847) nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio al posto del cavaliere Benito Mussolini, che si dichiarò pronto a cooperare. Deciso ad accelerare la svolta per ottenere l'armistizio, Badoglio sciolse la Milizia volontaria di sicurezza nazionale e la Camera dei fasci e delle corporazioni, da sostituire con una Camera liberamente eletta entro quattro mesi dalla fine dello “stato di guerra”. Su pressione del Comitato di liberazione nazionale (spinto dal comunista Palmiro Togliatti, rientrato a inizio aprile dall'Unione Sovietica, a collaborare con la monarchia ma non con il re) e degli anglo-americani, il 5 maggio 1944 Vittorio Emanuele III trasferì al figlio Umberto, principe di Piemonte (1904-1983), “tutti i poteri della Corona, nessuno escluso” ma conservò titolo e rango di sovrano. Luogotenente del Regno (anziché del Re come precedentemente convenuto), il 25 giugno Umberto emanò il decreto n. 151 che conferì la scelta della forma dello Stato all'Assemblea costituente eletta dagli italiani, depositari nuovi della sovranità, senza però cesura istituzionale. Per motivi internazionali e interni la votazione fu rinviata. Dopo le dimissioni rassegnate da Ivanoe Bonomi nelle mani del Luogotenente, il 21 giugno 1945 Ferruccio Parri, rappresentante del partito d'azione e già vicecomandante del Corpo Volontari della Libertà, formò un governo comprendente i sei partiti del Comitato centrale di liberazione. Alle sue dimissioni, il 10 dicembre fu sostituito da Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana. Ne scrisse Giulio Andreotti, ventiseienne sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nel delizioso Concerto a sei voci, ristampato co postfazione di Francesco Perfetti (ed. Boroli). Il 20 febbraio se ne dimisero Emilio Lussu (sostituito da Alberto Cianca) e Ugo La Malfa (cui subentrò Mario Bracci), usciti dal partito d'azione.
La votazione sulla forma dello Stato e della Costituente fu preparata dalla Consulta Nazionale istituita nell'agosto 1945 e presieduta da Carlo Sforza, Collare dell'Annunziata, senatore, già ministro degli Esteri, monarcofago; poi dal socialista Pietro Nenni, titolare del Ministero per la Costituente, e soprattutto dal socialista Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, per sua stessa dichiarazione nemico giurato della monarchia (suo padre le era devoto), in convergenza con Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia.
Il 5 marzo 1946 il britannico Winston Churchill a Fulton (nel Missouri, Usa), presente il presidente Harry Truman, deplorò che dal Baltico a Trieste fosse calata una cortina di ferro dietro la quale l'Urss di Stalin stava annientando ogni libertà democratica e imponendo un nuovo regime totalitario comprendente la fede fanatica nell'ateismo obbligatorio.
Dopo animate discussioni il Consiglio dei ministri (che, in assenza di Parlamento, esercitava poteri legislativi) il 10 marzo 1946 stabilì l'obbligatorio l'esercizio del diritto di voto. Il Decreto Legge Luogotenenziale (Dll) 16 marzo 1946, n. 98 conferì agli “elettori votanti” (anziché alla Costituente) la scelta tra monarchia e repubblica. Secondo la lingua italiana per “elettori votanti” si intende “quanti vanno a votare”. Il 23 aprile furono emanate le norme attuative del referendum istituzionale e fissata la scheda: la Repubblica venne raffigurata da un volto femminile di profilo con corona turrita; la Monarchia dallo scudo sabaudo sormontato dalla corona.
Tra marzo e aprile quasi quattro milioni di cittadini elessero consigli comunali, sciolti nel 1925. Per la prima volta votarono anche le donne. Malgrado toni accesi, la competizione si svolse senza gravi problemi di ordine pubblico.
In vista del referendum Romita fece stampare un numero di schede doppio rispetto a quello degli elettori e impartì istruzioni minuziose. Ogni quattro ore i presidenti dei seggi avrebbero dovuto informare i prefetti e questi Roma su affluenza e spoglio delle schede, con priorità logica per quelle sulla forma dello Stato. Altrettanto precise furono le disposizioni su operazioni di voto, scrutinio, redazione dei verbali e loro immediato invio ai tribunali viciniori o alle corti di appello costituiti in Uffici elettorali circoscrizionali, dai quali dovevano essere spediti col mezzo più rapido (aereo compreso) all'Ufficio elettorale centrale. Particolare cura andava riservata alle schede bianche, nulle, contestate e non assegnate.
Umberto II in campo
Il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele III abdicò e partì da Napoli per l'Egitto sull'incrociatore “Duca degli Abruzzi”. Togliatti insorse contro l'“ultima fellonia dei Savoia” (“L'Unità”, 10 maggio). Assunta la corona, Umberto II fu investito da violentissime polemiche da parte dei partiti dichiaratamente repubblicani (comunisti, socialisti, azionisti) e di molti esponenti della Democrazia cristiana, i cui organi direttivi si erano pronunciati contro la monarchia, di alcuni liberali, demo-laburisti e, ovviamente, del partito repubblicano italiano e della concentrazione repubblicana, nata dalla scissione del partito d'azione. Secondo il costituzionalista Piero Calamandrei, poiché a suo discutibile avviso lo Statuto aveva cessato di esistere, il Luogotenente non aveva diritto al titolo di Re. Gli sfuggiva che tutti gli atti con valore legale (sentenze, atti notarili, diplomi di laurea, ecc.) erano pronunciati o intestati “in nome del Re”.
In vista del voto Umberto II compì un periplo per le principali città. A Torino ebbe calda accoglienza; più tiepida a Milano; il 31 maggio da Genova (che fu glaciale) annunciò che in caso di vittoria della monarchia la costituzione elaborata dall'Assemblea sarebbe stata proposta a referendum confermativo. Molti quotidiani pubblicarono il “Manifesto degli intellettuali per la Repubblica”, parecchi dei quali avevano placidamente navigato nelle acque del regime mussoliniano. Luigi Einaudi, come Massimo Caputo, direttore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, spiegò perché avrebbe votato per la monarchia, garante della continuità dell'Italia scaturita da Risorgimento. L'azionista Mario Berlinguer, presidente dell'Alta Corte per l'Epurazione, inferocì contro Umberto II, “più stolidamente settario e più apertamente spergiuro di suo padre”. In un comizio a Piazza del Popolo in Roma il generale Azzo Azzi riecheggiò le squallide insinuazioni già usate dalla Repubblica sociale contro l'allora Luogotenente. In Casa Savoia nella storia d'Italia il venerando Luigi Salvatorelli si spinse a scrivere che dall'origine lo Stato sabaudo era estraneo alla storia d'Italia. Secondo lui Carlo Emanuele I, duca dal 1580 al 1630, condusse una politica anti-italiana, “un anticipo della politica di Vittorio Emanuele III e di Mussolini dal 1936 in poi”. Il merito maggiore di Carlo Alberto fu l'abdicazione dopo la sconfitta di Novara, il 23 marzo 1849. L'unificazione nazionale era stata una “profilassi antirivoluzionaria indispensabile per la monarchia”. Anche se (egli ammise) non ne possedeva prove, Vittorio Emanuele III aveva appoggiato l'espansione del fascismo per procurarsi una “guardia bianca”. Se questa era la “storiografia”, anche più acre era la polemica ideologica e partitica. Nella campagna antimonarchica si sommarono tutte le antiche riserve e avversioni di repubblicani intransigenti, radicali, federalisti, clericali, protosocialisti, massimalisti e quel “fascismo delle origini” che per due anni aveva imperversato nell'Italia centro-settentrionale durante la Repubblica sociale italiana. Una menzogna ripetuta diviene verità.
Alla vigilia del voto Togliatti era convinto che la maggior parte dei democristiani avrebbe votato per la repubblica, perché quello era l'orientamento prevalso al vertice del partito e nella quasi totalità del congresso del suo baldanzoso movimento giovanile. I monarchici contavano su pochi quotidiani di modesta diffusione e accedevano di rado ai programmi radiofonici, nei quali dominava invece la propaganda avversa. Solo alla vigilia del voto il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, tenne un discorso radiofonico, forbito ma poco efficace.
Nella contrapposizione monarchia/repubblica contarono due fattori ancora poco studiati. Anzitutto il diverso peso demografico e quindi elettorale delle regioni. Quelle meridionali e le isole, favorevoli alla continuità, contavano il 36,7% della popolazione nazionale. Le centrali prevalentemente repubblicane, Lazio a parte, comprendevano il 24,86%. Le settentrionali, decisive per la vittoria della repubblica, sommavano il 44,58% degli abitanti. Elettori e votanti furono in proporzione alla consistenza demografica. Altro fattore fu l'analfabetismo. Secondo il censimento del 1951 gli italiani maggiori di sei anni analfabeti erano il 4,4% nell'Italia settentrionale, l'11,5% nella centrale e il 24% nella meridionale e nelle isole. La rappresentazione simbolica sui manifesti e sulla scheda pesò in proporzione al tasso di analfabetismo. Come ampiamente attestato, molti monarchici votarono l'emblema della repubblica (che era anche il primo a portata di matita) ritenendo di votare “per la regina”.
Gli esclusi
I seggi vennero aperti la mattina del 2 giugno. Ma tre milioni di elettori su ventotto, quasi il 10 %, furono esclusi dal voto: non solo per il referendum istituzionale, come sempre si ripete, ma anche per la Costituente.
Il Ddl istitutivo delle elezioni ripartì l'Italia in 32 Circoscrizioni, ognuna delle quali comprendeva alcune province. La XII Regione, Friuli-Venezia Giulia, e la provincia di Bolzano non parteciparono alla votazione ancora perché  “in discussione”. Col beneplacito degli anglo-americani (più i primi che i secondi), l'esercito jugoslavo aveva occupato Zara, Pola, Fiume, l'Istria sino al confine di Trieste e metà della città di Gorizia. Il Dll assicurò che i loro elettori sarebbero stati chiamati alle urne appena possibile: circa 700.000. Non avvenne mai più. Dalle elezioni rimasero esclusi inoltre circa 400.000 militari italiani ancora prigionieri di guerra o comunque “assenti alle bandiere” come i “dispersi” e quelli rimasti nelle grinfie dell'Unione sovietica, restituiti con il contagocce (tre generali vennero liberati molti anni dopo).
Altri 400.000 o più furono privati del diritto di voto perché “collusi” con il fascismo: non solo per aver collaborato con la Repubblica sociale, ma anche per aver concorso all'instaurazione del regime mussoliniano. Fu lo strumento giuridico per far decadere dal rango e dai diritti civili centinaia di senatori del regno, che costituivano il nerbo della tradizione monarchica. Contro quella decisione, unica nella storia d'Italia, protestarono giuristi come Arturo Carlo Jemolo e altri niente affatto monarchici ma contrari all'uso politico e alla retroattività di norme penali. Richiamarono il latino “nullum crimen sine lege”. Il governo Mussolini del 31 ottobre 1922 era stato votato da Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, Alcide De Gasperi, Benedetto Croce e da un elenco infinito di futuri antifascisti. Tutti collusi col duce? Privato dei diritti civili e politici, il senatore Giovanni Agnelli si faceva portare a contemplare da lontano la Fiat. Morì prima di essere “riabilitato”.
In aggiunta al milione e mezzo di “esclusi”, un altro milione e mezzo di elettori non ricevettero il certificato elettorale. Gli appositi uffici elettorali avevano alle spalle anni di caos. Non tutti i cittadini erano reperibili. Fiutata l’aria che tirava, molti preferirono non presentarsi negli uffici comunali per non vedersi schedare come revenant del fascismo (quello sino al 1943 o anche quello successivo?) con tutte le gravose conseguenze. In sintesi, come detto, tre milioni di elettori su ventotto vennero privati del diritto di voto.
La Repubblica vien di notte...
Come prescritto dal Dll istitutivo della consultazione, alle 18 di lunedì 10 giugno 1946 la Corte Suprema di Cassazione (sei primi presidenti e dodici consiglieri, presieduti da Giuseppe Pagano, magistrato integerrimo) si radunò nella Sala della Lupa di Montecitorio per assistere alla comunicazione dei risultati pervenuti all'Ufficio Elettorale Centrale da quelli Circoscrizionali.
Furono letti con voce monotona: per la Repubblica avevano votato in 12.627.767; per la monarchia 10.688. 905. Mancavano però i dati di 118 sezioni; poi si disse di 134. Il risultato, quindi era parziale. La repubblica aveva ottenuto il poco più del 50%  dei 25 milioni di voti espressi ma appena il 46% dei 28 milioni di aventi diritto al voto. Prevalse, ma risultò minoritaria sia rispetto ai votanti sia, ancor più, in proporzione al corpo elettorale. Per radicarsi avrebbe dovuto esercitare comprensione e compassione. Il governo imboccò invece la via della cancellazione della monarchia dalla storia d'Italia.
Il Presidente Pagano aggiornò la seduta ad altra adunanza, poi fissata per le 18 del 18 giugno seguente, l'ultimo giorno disponibile, perché fossero comunicati i risultati delle sezioni mancanti. Egli chiese inoltre che venissero rendicontate anche le schede bianche, nulle, annullate e non assegnate. Più o meno un milione e mezzo. Messe sulla bilancia, esse riducevano il vantaggio della repubblica da due milioni a circa 200.000: più o meno dieci voti per ognuno dei 35.000 seggi elettorali, un’inezia; e quindi aprivano la strada alla verifica vera: controllare le schede.
A quel punto iniziò la partita “grossa”. Giorni prima in consiglio dei ministri Togliatti mise le mani avanti: “forse” le schede erano già state distrutte. Allarmati dalla richiesta del Presidente Pagano i partiti al governo decisero di proclamare subito la repubblica. Un primo tentativo avvenne nella notte tra lunedì 10 e martedì 11. Il governo dichiarò che ormai la repubblica era “un fatto” e proclamò festivo il giorno ormai iniziato, senza che nessuno potesse esserne informato. Dopo un vortice di comunicazioni col governo, Umberto II dichiarò che avrebbe atteso la proclamazione del risultato definitivo da parte della Corte Suprema di Cassazione in programma per le ore 18 del 18 giugno. Parola di re: rispettare le leggi perché il sovrano costituzionale non è “al di sopra” ma “nelle leggi”. Le emana anche se non sempre le condivide. Valeva ancor più in regime di “costituzione provvisoria”. Alle 0.15 di giovedì 13 il governo fece il passo definitivo: conferì al presidente del Consiglio De Gasperi le funzioni di Capo dello Stato con il voto contrario del solo Leone Cattani, liberale, monarchico e, ciò che più conta, ligio alle norme. Da quel momento l'Italia ebbe due Capi di Stato: Umberto II e De Gasperi.
Che cosa sarebbe accaduto? Come vennero conteggiati i voti mancanti e le famose schede bianche, nulle, annullate, non assegnate? La questione era aperta. Ormai, però, erano noti i risultati della Costituente. Il quadro politico era chiaro: in testa erano democristiani, socialisti e (delusi assai) i comunisti. I partiti dichiaratamente monarchici ebbero una manciata di seggi. La forma dello Stato tuttavia rimaneva in discussione. Sino a quando poteva durare? A Napoli e a Taranto si registrarono scontri sanguinosi tra monarchici e polizia. Il clima si stava surriscaldando. C'era anche il rischio di moti armati interni e di interventi militari stranieri?
Alle 15 del 13 giugno Umberto II lasciò il Quirinale per Ciampino. Alle 16:10 partì dall'Italia verso il Portogallo, senza riconoscere quel che ancora nessuno conosceva, cioè l'esito del referendum. Partì Re e tale rimase. Ma quel che avvenne tra il 13 e il 19 giugno, giorno natale della Repubblica, merita un racconto successivo: la conta e riconta affannosa dei voti affioranti dal garbuglio di 35.000 verbali di seggio per tirare le somme da annunciare alla Suprema Corte di Cassazione, incluso il numero delle schede bianche, nulle, annullate e non assegnate, ignorato il 10 giugno, vigilia dell'affrettata “dichiarazione” di nascita della repubblica, che vide l'alba il 19 seguente.
Aldo A. Mola

15 MAGGIO1921: L'ITALIA VOTO'
“MALEDETTA PROPORZIONALE” E CROLLO DI GIOLITTI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 Maggio 2021, pagg. 1 e 11. 

Hieronymus Bosch (1453-1516): il Prestigiatore (o Imbonitore). Suscitare meraviglia e attrarre consensi. Oggi come nei secoli dei secoli.È l'ora di Hyeronimus Bosch
Perché occuparsi delle elezioni del 15 maggio 1921? Che cos'hanno a che fare con l'Italia odierna? La storia è magistra vitae, per chi la conosce. Per gli altri bastano “atti di fedez”. Giusto cent'anni fa gli italiani furono chiamati a rinnovare la Camera dei Deputati. Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti che dal 1892, sei volte ministro dell'Interno, aveva mostrato di avere in mano il pallottoliere delle elezioni. Alcuni amici, come Alfredo Frassati e Antonio Cefaly, lo sconsigliarono. Fece di testa sua. Sbagliò. Dalle elezioni uscì un unico vincitore: l'ingovernabilità. L'opposto di quanto era necessario. Con lui naufragò l'Italia liberale che annaspava sin dalle disastrose elezioni del 16 novembre 1919. Finì un'epoca: per effetto della legge elettorale, che poi Giolitti liquidò come “maledetta proporzionale”. Lo si legge in 1919-2019. Riforme elettorali e rivolgimenti politici in Italia, a cura di  Maria L. Mutterle e Gianpaolo Romanato (casamuseogiacomomatteotti.it/pubblicazioni/).
   Merita rievocare le elezioni di cent’anni orsono non per gusto feticistico di rimestare nel passato, ma per capire quel che ci attende nel prossimo futuro: l'elezione del capo dello Stato a inizio febbraio 2022 e (prima o poi) delle Camere. Anche i più ottimisti temono una litania di guai. Vista la riduzione delle Camere a 400 deputati e a 200 senatori e dato che non si riesce né si riuscirà a modificare la cornice del quadro (legge elettorale e regolamenti delle Camere), chi dipingerà la tela? È l'ora di Hyeronimus Bosch.
Come l'Italia arrivò sull'orlo dell'abisso
La Grande Guerra terminò con la resa dell'impero d'Austria-Ungheria sul fronte italiano (4 novembre) e dell’impero tedesco sul fronte francese (11 novembre). Mentre i Paesi vinti precipitavano nel caos (crollo istituzionale, fame, rivoluzioni endemiche) anche in quelli vincitori i nodi politici e socio-economici vennero al pettine. Accadde in Italia. Due mesi dopo l'armistizio, il 18 gennaio 1919 con l'appello “ai liberi e forti” don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare. Anziché humus e religio (cioè legame) universale dei popoli il cattolicesimo divenne una fazione: lo scudo crociato, sottintende una spada. Il 23 marzo l'ex socialmassimalista Benito Mussolini fondò a Milano i fasci di combattimento. Giolitti esortò il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando a sciogliere subito la Camera e a indire le elezioni sull'onda della Vittoria. Non fu ascoltato. La delegazione italiana al Congresso della pace di Parigi chiese Fiume in aggiunta ai compensi promessi per l'adesione dell'Italia alla Triplice Intesa. Fallì. Fu sfiduciata alla Camera. A Orlando seguì Nitti, che annaspò. Per accontentare socialisti e cattolici egli varò la legge che il 15 agosto 1919 assegnò i seggi della Camera dei deputati in proporzione ai voti ottenuti dai partiti nei singoli collegi elettorali. Giolitti sottovalutò le ripercussioni di quella riforma. Annoiato dalle baruffe parlamentari, lasciò Roma per il Vecchio Piemonte. Nel celebrato discorso elettorale del 12 ottobre 1919 non ne fece cenno. Il Trattato di Saint-Germain (10 settembre 1919) negò all'Italia l'annessione di Fiume. Due giorni dopo Gabriele d'Annunzio capitanò l'“impresa” che della città quarnerina fece un laboratorio politico europeo, bazzicato da rivoluzionari dilettanti, e un fattore di destabilizzazione permanente per l'Italia. 
  Le elezioni del 16 novembre 1919 assegnarono metà dei seggi della Camera a socialisti e popolari, entrambi anti-sistema. In Italia iniziò il “biennio rosso”: scioperi a catena nei servizi pubblici (ferrovie, postelegrafonici:.. erano un reato) oltre che nelle campagne (ove il bracciantato veniva sostituito dalle mietitrebbia) e nelle manifatture. Tornato presidente del Consiglio (16 giugno 1920) in settembre Giolitti fronteggiò l'occupazione delle fabbriche, “scintilla” della rivoluzione secondo l'ala estrema del Partito socialista (l'“Ordine Nuovo” di Gramsci, Togliatti e compagni). Respinta la sollecitazione di sgomberare le fabbriche manu militari propostagli dagli industriali (capitanati da Giovanni Agnelli, che salì dove egli “estivava”: lo ricorda Antonella Filippi in Giolitti a Bardonecchia, ed. Alzani, 2021), lo statista propose la compartecipazione degli operai agli utili (non al governo) d'impresa, elaborata dal massone Gino Bandini e fatta propria dal “fratello” Arturo Labriola, da sindacalista rivoluzionario divenuto ministro del Lavoro. Non se ne fece niente, ma placò gli animi.
I “blocchi”: un freno a mano per fermare la deriva
Tra settembre e novembre furono rinnovati i consigli comunali e provinciali in carica dal 1914. Il 21% dei comuni era retto da Commissari regi o prefettizi, quasi tutti in regioni “difficili” (Toscana, Veneto, Puglie...; in Piemonte erano appena il 3%). Alle urne andò metà dei quasi 12 milioni di elettori. A legge immutata (nei consigli comunali chi aveva più voti otteneva ampia maggioranza dei seggi; in quelli provinciali in ogni mandamento vinceva chi aveva più preferenze) i costituzionali vinsero in 33 province, i socialisti ufficiali in 26, i popolari in 10. I repubblicani zero. Allarmati dalle sinistre che dichiaravano di voler “fare come in Russia” (rivoluzione, completa di annientamento della famiglia reale), su impulso di Giolitti i “moderati” organizzarono “blocchi” di conservatori, liberaldemocratici, radicali, combattenti e fascisti, opposti a popolari e socialisti. Era una riedizione del Patto Gentiloni del 1913: fronte comune contro gli anticostituzionali. Funzionò.
  Però il successo venne funestato da aspri scontri tra opposte fazioni. L'insediamento del consiglio comunale a Bologna, ove avevano vinto i “rossi”, avvenne nel sangue: 9 morti e un centinaio di feriti. A inizio febbraio 1921 la mozione di sfiducia propugnata alla Camera da Giacomo Matteotti fu respinta con soli 252 voti contro 59 su 508 deputati. Il socialista Emanuele Modigliani minacciò “Abbasso la Corona”. Malgrado tutto, il governo reggeva. Il 23 marzo (anniversario della fondazione dei fasci) al Teatro Diana in Milano un attentato anarchico causò 21 morti e cento feriti. Per imbrigliare la guerra civile, Giolitti ottenne lo scioglimento della Camera (7 aprile) anche per far votare i cittadini delle terre annesse (senza plebiscito confermativo). Le elezioni furono indette per il 15 maggio. Giolitti cercò di virare la proporzionale inmaggioritaria. Promosse “blocchi di difesa nazionale”. Come nel 1913 aveva immesso nei binari costituzionali i cattolici moderati e isolato le pulsioni anti-sistema dei vetero-clericale, così intruppando “fascisti” (dal programma ancora caleidoscopico), nazionalisti, combattenti, interessi industriali, agrari e finanziari ora avrebbe costretto gli opposti estremisti a fare i conti con lo Stato. Non era irrazionale. Come Giolitti ricordò nelle Memorie i costituzionali ottennero 500.000 voti in più: ma, sparsi dall'Alpi a Capo Passero, per via della legge elettorale furono irrilevanti.
Come attrarre consensi? 
La legge elettorale imponeva di ottenere il consenso delle masse, in presenza del diffuso analfabetismo, documentato dal censimento del 1921. Nelle due regioni appena annesse (Trentino e Friuli) gli analfabeti erano appena il 2% della popolazione maggiore di 6 anni. In Piemonte salivano al 6,8%; in Lombardia all'8,6%; in Veneto al 15% e in Emilia Romagna al 21%. L'Italia centrale andava dal 26% del Lazio, al 28% della Toscana e al 37% dell'Umbria. Il Mezzogiorno registrava atavica arretratezza: peggio di Campania (40%) e Abruzzi (38%) erano Puglia (49%), Basilicata e Calabria (48%). Nell'antica Borbonia felix l'analfabetismo sfiorava il 40%; scendeva al 21% al Centro e al 10% nell'Italia settentrionale.
L'elettore andava quindi “agganciato” con il simbolo della lista. L'unico partito con “richiamo” unitario in tutte le circoscrizioni fu il Comunista d'Italia: martello, falce e raggi circondati da corona di spighe. Il Partito popolare italiano presentò quasi ovunque lo scudo crociato; il socialista ufficiale falce e martello sovrastanti un libro aperto. Il partito liberale democratico in alcuni collegi usò una funerea stella nera a cinque punte chiusa in cerchio; a Foggia esibì uno scudo con San Michele Arcangelo; a Campobasso i liberali proposero uno scaramantico ferro di cavallo; all'Aquila il tricolore; a Cuneo una spiga di grano. I combattenti usarono un elmetto (come quello calcato da Gaetano Salvemini, eletto nel 1919). I radicali riformisti innalzarono una fiaccola. I “blocchi di difesa nazionale” mescolarono di tutto, secondo i collegi: aratro, tricolore, spighe di grano, grappoli d'uva, rami d'olivo… e ovunque aggiunsero il “fascio dei littori” (sic), unico simbolo accomunante.
  Nel collegio di Milano-Pavia il Blocco si riconobbe nel fascio iscritto nella stella (bianca) a cinque punte. Ottenne 7 seggi (Benito Mussolini, Attilio Fontana, Giuseppe De Capitani d'Arzago, Innocenzo Cappa, Luigi Gasparotto, Luigi Lanfranconi e Antonio Benni: in lista ebbe anche Massimo Rocca e Dino Alfieri) contro i 14 del Partito socialista ufficiale (Turati, Treves, Caldara...), i 6 del Partito popolare (Filippo Meda, Achille Grandi, Stefano Cavazzoni...),  un “combattente” (Arnaldo Agnelli) e un comunista (Luigi Repossi: racimolò 21.000 voti di lista contro i 251.000 del PSU).
  In sintesi su 535 seggi in palio i socialisti ne ebbero 124, i riformisti 25, i comunisti 15. Non mancò un socialista indipendente. I popolari furono 108; la Democrazia sociale del duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò 85 (in massima parte nel Mezzogiorno, specie in Campania e Sicilia), gli agrari 27, i repubblicani 6. Socialcomunisti e clericali erano più repubblicani dei mazziniani. Gli altri seggi andarono a liste “costituzionali”, che assicurano 11 seggi ai nazionalisti e 36 ai fascisti, pari al 6,7% del totale. Nessuno immaginava che in soli 17 mesi quella esigua minoranza avrebbe ottenuto la presidenza del consiglio, tre ministeri “pesanti” e la Pubblica istruzione per il filosofo Giovanni Gentile. La storia ha più fantasia degli artisti e degli storiografi, che dicono la loro “a cose fatte”.
   I “liberali” fecero del loro meglio per confondere le idee sul proprio conto. Dall'Unità nazionale (1861) non avevano mai avuto un loro partito con sede, direzione, tessere, quote e  amministrazione unitaria. Erano una costellazione nella quale spiccavano astri di prima grandezza (Giolitti, Salandra, Orlando, De Nicola, Cocco Ortu...), alcuni meno luminosi e in gran parte sempre più fiochi. Le quindici liste del partito liberale (suddiviso in concentrazione liberale, unione nazionale, unione costituzionale, costituzionale indipendente, liberale costituzionale, blocco nazionale di avanguardia e blocchisti dissidenti) con 143 candidati ottenne 43 seggi. Il partito liberale-democratico mise in campo partito democratico, unione democratica, fascio democratico, unione costituzionale democratica e partito costituzionale democratico che con 223 candidati si aggiudicò 20 seggi. Il partito democratico sociale schierò tre liste diverse liste. Quello democratico generò demoriformisti e radico-riformisti. Coriandoli.
  Alla Camera i gruppi parlamentari salirono dagli 11 del 1919 a 14. Era il frutto della “maledetta proporzionale”. Assicurava il massimo di rappresentanza (il cosiddetto “diritto di tribuna” (6 deputati del partito sardo d'azione, i germanofoni e gli slavofoni che conquistarono tutti i seggi in lizza a Bolzano e nell'Istria) ma sbarrava la via alla governabilità. Questa infatti poteva essere assicurata solo dalla coalizione dei partiti maggioritari. Ma socialisti e cattolici erano incompatibili per storia e programmi; come liberali e clericali e, infine, liberali e socialisti: un'alleanza che Giolitti perseguiva invano dal remoto 1903.
Le vie verso l'inferno, lastricate di buone intenzioni
  All'inaugurazione della Legislatura Giolitti propose un programma di riforme vere. Al primo voto ottenne una maggioranza esigua. Lasciò il campo. Così finì l'Italia liberale. Nel suo V e ultimo governo (16 giugno 1920-4 luglio 1921) lo statista varò buone leggi. Il repertorio dei suoi interventi e delle leggi approvate dai due rami del Parlamento è nel IV volume dei Discorsi parlamentari nel 1956 curati da Silvio Furlani, storico di grande talento. Le relazioni di accompagnamento dei disegni di legge più importanti sono in Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio, a cura di Aldo A. Mola e Aldo G. Ricci (vol. II, tomo 2, Bastogi, 2009). Tra le più rilevanti ricordiamo l'obbligo della cerealicoltura nei terreni incolti o mal coltivati. Fu la sua “battaglia del grano”, condotta di concerto con Vittorio Emanuele III, lungimirante promotore di colture sperimentali; l'inchiesta parlamentare sulle spese di guerra (per stanare i “pescecani”); la lotta contro l'aumento indebito dei prezzi dei beni di consumo, che impoveriva il potere d'acquisto di stipendi e salari; il controllo delle industrie da parte dei lavoratori addetti e l'obbligo dell'istruzione.
   Altrettanto significative furono le proposte di legge approvate da una sola Camera negli ultimi mesi della breve XXV Legislatura (novembre 1919-maggio 1921), ripresentate invano all'inizio della successiva ma non condivise dal suo successore, Ivanoe Bonomi (4 luglio 1921-28 febbraio 1922), né da Luigi Facta nei due disastrosi governi seguenti, chiusi con l'insediamento di Mussolini il 31 ottobre 1922.
Tra queste vanno ricordate l'istituzione del Consiglio Nazionale del Lavoro e la “sepoltura della salma di un soldato ignoto”, che precorse la tumulazione del Milite Ignoto nel sacello dell'Altare della Patria il 4 novembre 1921.
  Lo statista propose anche la riforma del voto nelle elezioni amministrative. In vista del rinnovo dei consigli comunali e provinciali (settembre-novembre 1920) aveva escluso l'adozione della proporzionale. Però il 1° dicembre 1920 la Camera approvò le “Modificazioni concernenti le elezioni amministrative”, il cui articolo 2 riconobbe il diritto elettorale attivo e passivo femminile. A favore si pronunciò anche Salvemini. Secondo lui le donne sentivano più acutamente degli uomini “la tutela dell'infanzia, la lotta contro l'alcoolismo, contro il diffondersi delle malattie sessuali, la lotta contro la tratta delle bianche, ecc.”, ma propose di fissare l'“età elettorale” femminile a 25 anni, anziché 21, perché “le femmine arrivavano più tardi dei maschi a contatto con le condizioni reali della vita”. Approvata a Montecitorio, la legge non fu calendarizzata in Senato e decadde con la fine della legislatura. Stessa sorte toccò al disegno di legge su trasformazione del latifondo e colonizzazione interna, che doveva concretare la promessa della “terra ai contadini”, ventilata sin dal 1917.
  Per Giolitti la sconfitta più cocente fu però il fallimento della riforma delle riforme: la “approvazione da parte del Parlamento dei Trattati internazionali”, da lui presentata “di concerto con tutti i ministri” il 20 giugno 1920. Sin dal 13 agosto 1917, con sei mesi di anticipo sui 18 punti enunciati dal presidente degli USA Wilson quali pilastri della pace futura, Giolitti dichiarò chiusa l'epoca dei “trattati segreti”. A dargli ragione fu la scoperta nel Palazzo d'Inverno da parte dei bolscevichi di Lenin dell'arrangement di Londra del 26 aprile 1915 sulla cui base l'Italia era entrata in guerra. Tra le sue clausole vi era il sostegno dell'Intesa all'Italia per escludere il papa dal Congresso della pace, nel timore che vi sollevasse la “questione romana”. L'indignazione dei cattolici salì alle stelle. Nel discorso elettorale del 12 ottobre 1919 Giolitti fu ancora più esplicito: bisognava conferire al Parlamento, rappresentante del popolo italiano, il potere di “dichiarare” (altra cosa dal “proclamare”) la guerra. Vittorio Emanuele III, geloso custode delle prerogative della Corona, non la prese bene. Nella XXV legislatura la proposta non fu discussa. Appena aperta quella successiva, Giolitti ripresentò il disegno di legge, che però decadde come altre sue proposte avveniristiche ed uscì dall'orizzonte. Benito Mussolini si guardò bene dal rilanciarla. Preferì puntare alla “diarchia”: governare da duce con l'ombrello della Corona. Ma la “diarchia” era solo immaginaria, come si vide il 25 luglio 1943, quando il sovrano lo destituì e nominò Pietro Badoglio. Se la proposta di Giolitti fosse stata approvata la storia d'Italia sarebbe stata profondamente diversa; ma, come noto, la storia non si fa con i “se”. 
  Una constatazione finale s’impone: la Camera eletta il 15 maggio 1921 fu quella che a metà novembre 1922 approvò a larghissima maggioranza il governo di unione costituzionale presieduto da Mussolini e che nel 1923 approvò la legge elettorale fortemente maggioritaria Giolitti-Acerbo sulla cui base gli italiani andarono alle urne il 6 aprile 1924, eleggendo la Camera che poi varò le leggi fascistissime e generò il regime di partito unico. Essa era il frutto tossico della proporzionale, a conferma che una cattiva legge elettorale genera un pessimo quadro politico-partitico-istituzionale. E gli elettori, come disse Qualcuno, non sempre sanno quello che si fanno. Questo insegna la storia. Che accadrà in Italia nei prossimi mesi? Molti scuotono il capo: “Mala tempora currunt...”. 
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:  Hieronymus Bosch (1453-1516): il Prestigiatore (o Imbonitore). Suscitare meraviglia e attrarre consensi. Oggi come nei secoli dei secoli.
NAPOLEONE PER L'ITALIA
IL PARTITO TRANSNAZIONALE EUROPEO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 Maggio 2021, pagg. 1 e 11. 

“Napoleone liberatore”, comandante dell'Armée d'Italie, guida l'assalto vittorioso contro gli asburgici nella battaglia di Ponte Arcole (17 novembre 1796). Dipinto di Antoine-Jean Gros (1771- suicida, 1835), allievo di David e fiduciario di Napoleone.Riordinare l'Italia
Ma quanto deve l'unità d'Italia a Napoleone il Grande? Mezzo secolo fa lo documentarono storici, giuristi ed economisti (Alberto M. Ghisalberti, Emilio Faldella, Guido Astuti, Nino Cortese, Giovanni Demaria...) in un convegno all'Accademia dei Lincei. La questione però era e rimane aperta. Da quando nel 1796 vi irruppe al comando dell'Armata d'Italia sino alla prigionia a Sant'Elena Napoleone considerò la Penisola in parte da annettere direttamente alla Francia, in parte “materia di scambio” per consolidare i confini della Francia e in parte “mobile” del suo disegno di Impero continentale, fondato su un “partito” transnazionale con radici classico-illuministiche. Tra la campagna d'Italia e l'incoronazione (1796-1804) Napoleone proseguì la politica del Direttorio: avocazione dei domini pontifici e della Savoia nei confini geografici della Francia e annessione di Nizza e Piemonte, già sabaudi e geograficamente italiani. Inglobato nella Repubblica francese l'11 settembre 1802, il Piemonte divenne la XXVII divisione dell'Impero. Suo governatore il 22 aprile 1808 fu il principe romano Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, sorella prediletta di Napoleone. L'imperatore fece abbattere le cinte murate non funzionali alla difesa della Francia e rafforzò le fortificazioni alpine fronte a oriente e la Cittadella di Alessandria. In caso di nuova offensiva austro-russa nella pianura padana, questa doveva resistere a oltranza per consentire la contro-offensiva: un piano strategico che comprese l'annessione della Liguria per trasferirvi via mare le armate da Marsiglia-Tolone a coprire il fianco destro della Francia, come fece Napoleone III quando nel 1859 entrò in guerra contro l'Austria con Vittorio Emanuele II. 
   Il giorno dell'incoronazione di Napoleone a re d'Italia a Milano (26 maggio 1805) Genova chiese l'annessione della Liguria all'Impero, ratificata l'anno seguente. Sic stantibus rebus, se Napoleone avesse vinto a Waterloo (giugno 1815), la Francia avrebbe dominato a tempo indeterminato valichi alpini e Mar Ligure, con via libera sino all'Adriatico, sulla scia di Carlo Magno (da Napoleone rivendicato suo predecessore) e dei re francesi da Carlo VIII di Valois a Luigi XIV di Borbone. La geografia detta la storia: Milano-Torino-Genova sono tutt'uno. 
   La nomina del figlio adottivo Eugenio di Beauharnais a viceré del regno italico confermò il disegno dell'imperatore. Nel 1805 a Lucca sostituì Ludovico di Borbone con Felice Baciocchi, marito di sua sorella Elisa. Il fantasioso “regno di Etruria” fu annesso all'Impero il 27 ottobre 1807. Con la pace di Presburgo (26 dicembre 1805) Vienna cedette a Napoleone Veneto, Istria e Dalmazia, incorporati nel regno italico.
   Il 14 febbraio 1806 il generale Massena occupò Napoli, evacuata da Ferdinando IV di Borbone che riparò in Sicilia sotto protezione del britannico lord Bentinck. Il 30 marzo Giuseppe Bonaparte (Corte, Corsica, 7 gennaio 1768-Firenze, 28 luglio 1844), fratello maggiore di Napoleone, divenne re di Napoli. Quando fu proclamato re di Spagna (maggio 1808), gli subentrò Gioacchino Murat, cognato di Napoleone (31 luglio 1808). Nei tre anni seguenti il riordino dell'Italia fu completato con l'assegnazione delle Marche al regno italico, l'annessione all'Impero dell'antico ducato di Parma e Piacenza (da secoli “a noleggio”), la debellatio del potere temporale di Pio VII su Roma, Lazio e Umbria, annesse all'Impero, la costituzione delle Province Illiriche (Trieste, Croazia dalmatica, Carinzia, Carniola e Istria) e la cessione del Trentino al regno italico.
   Il conferimento del titolo di re di Roma al neonato Napoleone Francesco Carlo (20 marzo 1811), figlio di Napoleone e di Maria Luisa d'Asburgo, sposata il 2 aprile 1810, ratificò la tripartizione dell'Italia in Regno italico, con capitale Milano, regno di Napoli e terre direttamente inglobate nell'Impero dei Francesi. In queste dal 1806 il francese divenne lingua pubblica obbligatoria, con l'eccezione della Toscana, ove l'italiano, come ricorda il rimpianto Guglielmo Adilardi in Massoneria società e politica:1717-2017 (ed. Pontecorboli), rimase ufficiale su pressante richiesta di Francesco Fontani (1748-1818) sacerdote, massone e accademico della Crusca.
   Dunque l'età napoleonica non costituì affatto premessa dell'unificazione politica dell'Italia. Essa si risolse anzi nel dominio diretto e indiretto dell'impero sue due terzi della Penisola, mentre a Napoli una dinastia napoleonide offriva un'apparenza di indipendenza. Nondimeno tra il 1805 e il 1811 la carta politica dell'Italia mutò profondamente rispetto al Settecento, quando fu rimaneggiata nelle guerre di successione alle corone di Spagna, Polonia e Sacro Romano Impero, e alla pace di Cateau Cambrésis (1559). Dopo l'egemonia degli Asburgo di Spagna, quella degli Asburgo d'Austria e dei Borbone di Spagna, anche con Napoleone l'Italia fu sotto dominio straniero: ma era quello dei “Diritti dell'uomo e del cittadino” e dell'Ordine Nuovo sintetizzato nei codici civile, di commercio e penale e nell'impetuosa innovazione scientifica. In Italia si moltiplicarono i giornali, i circoli, le scuole (almeno uno per dipartimento), vivaio della classe dirigente politico-militare di respiro europeo.
L'Uomo Nuovo era Antico: tra le Colonne
Nel giugno 1803 Napoleone fu ritratto da Antonio Canova come antico romano. Era presidente della Repubblica italiana. Due anni dopo, all'incoronazione nel Duomo di Milano, a norma dello statuto costituzionale del 18 marzo 1805 giurò di “mantenere l'integrità territoriale del Regno, rispettare e far rispettare la Religione dello Stato, l'uguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l'irrevocabilità della vendita dei beni nazionali (confiscati agli ecclesiastici e a nemici dello Stato), di non esigere alcuna imposta né alcuna tassa che in virtù della legge, di governare colla sola vista dell'interesse, della felicità e della gloria del popolo italiano”. Ma quali erano i confini istituzionali, culturali e sociali di quel popolo? Lo disse l'intestazione dei suoi proclami: “Napoleone I, per la grazia di Dio e per le costituzioni, imperatore de' Francesi, Re d'Italia...”.
   La tripartizione dell'Italia peninsulare (la Sardegna rimase sabauda) fu rispecchiata da quella delle logge massoniche che tra il 1805 e il 1814 assunsero veste e ruolo di primo partito transnazionale. Ebbero organizzazioni separate ma convergenti. La più diffusa fu la rete direttamente dipendente dal Grande Oriente di Francia che da Parigi emanava patenti e diplomi. Ne fecero parte le logge delle regioni inglobate nell'Impero, controllate tramite “fiduciari”. In Piemonte, Liguria, Toscana e Lazio, Roma inclusa, funsero da cenacolo della classe dirigente civile, militare, culturale, inclusi ecclesiastici. La massoneria era stata scomunicata dai papi Clemente XII nel 1738 e Benedetto XIV nel 1751. Ma quella “antica condanna” non era mai stata registrata da Stati cattolici la Francia, ove l'Ordine liberomuratòrio non era mai stato vietato. Quando, poco prima del passaggio all'Oriente Eterno, fu accolto nella loggia “Neuf Soeurs” di Parigi (7 aprile 1778), il sarcastico Voltaire cinse ai fianchi il grembiule appartenuto all'abate di Saint-Firmin. In età napoleonica agli occhi dei più la scomunica svaporò. Non sorprese quindi la costituzione a Milano del Grande Oriente d'Italia che ebbe per gran maestro il viceré Eugenio e per alti dignitari i vertici del regno italico. Assunta la corona di Napoli, Giuseppe Bonaparte instaurò il Grande Oriente e ne fu gran maestro. Quando lo sostituì sul trono, Gioacchino Murat ne ereditò e rafforzò la rete di logge, che nel Mezzogiorno replicarono il modello vigente a Milano e nelle regioni “imperiali”. Pur separate le tre Comunità ebbero in comune fondatori, codici di comunicazione, principi costitutivi e “idee forti”, a cominciare da rifiuto del dogmatismo, libertà della ricerca scientifica e tolleranza verso culti, credenze e idee politiche che non minacciassero lo Stato. Il loro tessuto connettivo fu il Rito scozzese antico e accettato e, più riservata, la Massoneria Templare. In un'opera poderosa su La Franc-Maçonnerie des Bonapartes (Parigi, Payot, 1982, con prefazione di Georges Dumézil: purtroppo mai tradotta in Italia) François Collaveri fornisce un quadro esaustivo delle logge peninsulari. Al vertice del Supremo consiglio del Rito scozzese sedevano i maggiorenti di quello francese. Il “Collegio dei grandi dignitari” del Grande Oriente d'Italia comprendeva Murat, vari ministri (Ferdinando Marescalchi, Daniele Felici...), il maresciallo Francesco Kellermann, Marco Alessandri, Pietro Parma, ispettore delle armate, il generale e poi ambasciatore Pietro Calepio. Le logge di Roma erano incardinate su Camillo Borgia, comandante della gendarmeria imperiale, Miollis, Norvins, direttore generale della polizia, e sul generale Radet, che su ordine di Napoleone deportò Pio VII in Francia. 
  Al culmine dell'età napoleonica (1809-1814) i massoni in Italia erano non meno di venticinquemila: un numero elevatissimo se rapportato a quello degli abitanti e, più ancora, dell'elettorato. Ne fecero parte israeliti di spicco ai quali Napoleone conferì anche titoli araldici.
L'eredità: unire l'Italia...
Nel travagliato 1814-1815, dalla prima abdicazione di Napoleone (6 aprile) al suo ritorno in Francia e all'azzardata discesa in campo di Murat con il “Proclama di Rimini” (30 marzo 1815) per la guerra contro lo straniero (in concreto, gli austriaci), il regno italico, quello di Napoli e l'imperatore si condussero secondo logiche distinte e persino stridenti. Dopo l'armistizio di Schiarino Rizzino con l'asburgico generale Bellegarde (16 aprile 1814), Eugenio Beauharnais rimase in attesa di conoscere la propria sorte. Fu abbandonato dai milanesi (aristocratici come Federico Confalonieri e grande borghesia) che, senza un serio programma politico, si sollevarono contro di lui (il “codardo oltraggio” deplorato da Manzoi) e si macchiarono le mani di sangue linciando il ministro delle finanze Prina (20 aprile). Mentre iniziava la restaurazione dei sovrani cacciati da Napoleone (Vittorio Emanuele I di Savoia a Torino, Ferdinando III di Asburgo-Lorena a Firenze, Francesco IV d'Asburgo-Este a Modena), Murat rimase in stallo a Napoli. Conscio che anche per lui il tempo stava per scadere dopo l'azzardo al nord e il ripiegamento, costretto all'esilio tentò la riscossa anti-borbonica ma finì arrestato e fucilato a Pizzo Calabro (13 ottobre 1815). Tra i giudici fu uno Scalfaro da lui creato “barone”.
   La Restaurazione datò dalla conclusione del Congresso di Vienna, il cui Atto finale il 9 giugno 1815 fu sottoscritto dalle stesse potenze che il 30 maggio 1814 avevano siglato la pace di Parigi: Gran Bretagna, Austria, Russia, Spagna, Portogallo e Brasile, Prussia, Svezia, Norvegia e la Francia, rappresentata da Talleyrand, “vescovo apostata” (come scrive p. Giovanni Sala S.J. in “La Civiltà Cattolica”), già ministro degli Esteri di Napoleone. Proprio su suo impulso la Francia della Restaurazione si dissociò dalla dichiarazione dell'8 febbraio 1815 (osteggiata anche da Spagna e Portogallo) contro “la tratta dei negri”, “un flagello che ha così a lungo desolato l'Africa, degradato l'Europa e afflitto l'umanità”. Nessuno la metteva in discussione negli Stati Uniti d'America, allora e poi idolatrati quale modello di civiltà.
  Al di là dell'unanimità di facciata, ogni Stato mirò a trarre vantaggi dal crollo di Napoleone e del suo “regime”. Mentre fu riconosciuta la neutralità della Svizzera e venne regolamentata la navigazione sui fiumi internazionali, i polacchi rimasero spartiti tra Russia, Prussia e Austria con Cracovia “città libera”. Fu inventato l'effimero regno dei Paesi Bassi (nel 1831 diviso in quelli dei Belgi e dell'Olanda).
Il 14-26 settembre 1815 a Parigi “in nome della Santissima e indivisibile Trinità” Francesco I d'Austria, Alessandro I, zar di tutte le Russie, e il re di Prussia Federico Guglielmo si unirono nella Santa Alleanza, “vera e indissolubile fratellanza” tra compatrioti decisi a “prestarsi assistenza, aiuto e soccorso, come padri di famiglia per proteggere la religione, la pace e la giustizia”. Suo ispiratore, il Cancelliere austriaco Clemens von Metternich, programmò congressi annuali di un'Alleanza aperta a tutte le potenze ma subito vacillante. Non ne fecero parte la Gran Bretagna né il restaurato Stato pontificio, riluttante a sedere a fianco dello zar, campione della “chiesa d'Oriente”', e del luterano re di Prussia.
   I mutamenti intervenuti in ogni aspetto della vita pubblica e privata nel ventennio franco-napoleonico erano però troppo vasti e profondi per essere cancellati dalla repressione poliziesca per quanto capillare e spietata. In pochi anni la Storia riprese il suo corso. Ancor prima che Napoleone morisse a Sant'Elena, dalla Spagna al Regno delle Due Sicilie, dal Veneto (Fratta Polesine) alle Marche e al Piemonte si susseguirono cospirazioni, insurrezioni e rivoluzioni alimentate da società segrete dai nomi disparati ma dai programmi complessivamente omogenei: carte costituzionali, libertà di culto, elezione dei titolari di cariche locali e centrali.
  Il “caso Italia” fu paradigmatico. Le migliaia di notabili che avevano popolato le logge non avevano smarrito la memoria. Utilizzando cifrari diversi veicolarono le stesse parole d'ordine. Il 23° giorno del XII° mese dell'Anno della Vera Luce 1820 (cioè il 23 febbraio 1821), poco prima della sconfitta dei liberali, schiacciati dalla Santa Alleanza, a Napoli vennero stampati gli Statuti generali della Società dei Liberi Muratori del Rito scozzese antico ed accettato (erroneamente detti “del 1820”). Fecero testo. In“Viva l'Imperatore! Viva l'Italia!”(ed. BastogiLibri) Alessandro Mella ha documentato il “sentimento italiano nel ventennio napoleonico” quale premessa del Risorgimento italiano. Valgano d'esempio i bresciani fratelli Lechi, militari, massoni eminenti e pilastri della Nuova Italia. 
La riscossa 
Ci vollero quasi vent'anni, ma finalmente nel 1839 un napoleonide, Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino (1803-1857), nipote dell'Imperatore, ottenne dal granduca di Toscana la convocazione del primo Congresso degli Scienziati Italiani, riunito in Pisa, in memoria di Galileo Galilei. “Per la prima volta si affermava solennemente l'unità della patria” dichiarò Mariano d'Ayala, uno dei 421 iscritti. I reazionari più acuti, come il Cancelliere austriaco Metternich e il piemontese Clemente Solaro della Margarita, colsero subito il fumus rivoluzionario che serpeggiava. Ubi scientia, ibi Satanas... Negli anni seguenti i Congressi migrarono dall'uno all'altro Stato tranne che nella Roma di papa Gregorio XVI. Il problema vero era stato posto da Napoleone: la “questione italiana” era “di religione”, l'affermazione della libertà di culto e l'uguaglianza nelle leggi, scaturigine di tutte le altre.
  Tra gli “adepti” dei Congressi degli Scienziati uno merita speciale memoria e da solo basta a far capire quanto l'Italia deve al “petit caporal”: il 7 dicembre 1852 sugli spalti di Belfiore a Mantova con altri nove condannati a morte per cospirazione anti-austriaca venne impiccato un sacerdote. Connivente il vescovo, prima del supplizio fu  “sconsacrato” con l'ablazione della pelle “unta” nella celebrazione del sacerdozio. Era mazziniano. Si chiamava Enrico Napoleone Tazzoli. Uomo di fede, credeva nell'Italia una, indipendente, libera. Cinque giorni prima, mentre i relitti della Santa Alleanza rimanevano succubi della “sindrome di Sant'Elena”, Luigi Napoleone Bonaparte assunse a Parigi la corona imperiale: Napoleone III. A lui l'Italia deve l'unificazione vaticinata dallo zio nel Memoriale di Sant'Elena. Sperare è bene. Fare è tutto. Proprio i Bonaparte fecero la differenza: anche grazie a italiani che avevano imparato a pensare in europeo in una visione transcontinentale, come Giuseppe Garibaldi, nato cittadino francese a Nizza il 4 luglio 1807, eroe dei due mondi, iniziato in loggia a Montevideo, gran maestro ad vitam della rinascente massoneria italiana.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: “Napoleone liberatore”, comandante dell'Armée d'Italie, guida l'assalto vittorioso contro gli asburgici nella battaglia di Ponte Arcole (17 novembre 1796). Dipinto di Antoine-Jean Gros (1771- suicida, 1835), allievo di David e fiduciario di Napoleone.

NAPOLEONE
IMPERATOR MUNDI E NOVELLO OSIRIDE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 25 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Napoleone con corona apollinea e sciarpa massonica. L'iniziazione di Napoleone in loggia non à mai stata documentata. La prima consorte, Giuseppina de la Pagérie, era stata iniziata in una “loggia di adozione” a Strasburgo quando il suo primo, Carlo di Beauharnais, massone,  marito ne comandava la piazzaforte. Col manto verde di Re d'Italia 
A Milano la mattina del 26 maggio 1805 un fastoso corteggio lasciò Palazzo Reale alla volta del Duomo. Avanzò sotto una galleria di seta e di velluto appositamente allestita per velare i celebranti dagli astanti, i “consacrati” dai “laici”, vulgus profanum, spiritualmente povero, ammesso a “vedere” ma escluso dal rito. Avvolti in quelle nuvole, come gli Dei dell'Olimpo nell'Iliade poco dopo tradotta da Vincenzo Monti, bonapartista e massone, la processione avanzò a passo solenne. Alle insegne dell'Imperatore seguirono gli “Onori di Carlo Magno”, la corona, lo scettro e la mano di giustizia. Subito dietro venne recata la Corona Ferrea, emblema della regalità in Italia, con scettro, mano di giustizia, anello, spada e manto (verde, colore distintivo del regno d'Italia). Poi sfilarono le insegne dell'Impero: scettro, mano di giustizia, collare, spada, manto (blu: colore dell'Infinito) e il Globo, simbolo della sovranità universale. Tre volte replicata nel corteo, issata su lunga asta, la mano di giustizia era una destra spalancata con pollice, indice e medio distesi, segnacolo dell'intangibile equità della Norma: benedice, punisce, dispensa grazia.
Nell'incoronazione di Re d'Italia Napoleone non si propose quale corrusco Condottiero d'eserciti. L'Europa era in pace. L'“Italia” anche, grazie a “Lui”. Dopo l'ora di Caio Giulio Cesare, generale invitto, parens patriae e pontifex maximus, era scoccata quella di Ottaviano Augusto e della sua reincarnazione: Napoleone. Come Cesare, anche Bonaparte era di origine divina: l'uno da Venere, l'altro da Marte. 
All'ingresso in Duomo l'imperatore fu accolto dall'arcivescovo Giovanni Battista Caprara Montecuccoli, delegato di papa Pio VII, che lo accompagnò sino ai piedi dell'Altare, sul quale erano disposte le insegne e gli onori. Dopo averli benedetti, il successore di Sant'Ambrogio (340-397 d.Cr.) porse uno a uno a quello di Teodosio (347-395 d.Cr.) i simboli della regalità: l'anello, la spada, il manto, la mano di giustizia e lo scettro. Infine, la Corona Ferrea. Napoleone l'afferrò e l'accostò al capo pronunciando con voce tonante: “Dio me l'ha data, guai a chi la toccherà” (non, come solitamente, si ripete, “a chi me la tocca”). Forgiata (secondo la Tradizione) con il chiodo della Crocifissione di Cristo, non era “sua”, ma del Regno “in” e “di” Italia, di chi l'aveva e di chi l'avrebbe calcata nel corso dei secoli. I sovrani passano; la Regalità rimane, al di sopra di contese tra pretendenti, tumulti, rivoluzioni e attentati mortali al suo titolare pro tempore. Essa è.
Consacra il Capo dello Stato e capo delle forze armate di terra e di mare...
Napoleone impartì una lezione di storia. Per l'Italia iniziava un'Età Novella, rappresentata dalla Corona Ferrea, emblema non del potere personale del Re-Imperatore (o, se si preferisce, dell'Imperatore e Re) ma della sua identità millenaria, pegno dell'integrazione del nuovo regno nell'ambito dell'Impero.
Nella raffigurazione due anni dopo immortalata in Palazzo Reale, il pittore aulico Andrea Appiani, affiliato nella loggia massonica milanese “Gioseffina Reale” (imitatore di Jean-Auguste Ingres e dell'ancor più celebre Jacques-Louis David) si prese alcune significative libertà. Ritrasse Napoleone mentre si pone sul capo una mai esistita né mai usata corona “chiusa” anziché la Ferrea o il diadema apollineo caro all'Imperatore. Alle sue spalle, sulla destra e sino al fianco, si accalcano gli ecclesiastici; sulla sinistra le sorelle di Napoleone e i dignitari del Regno; più lontano  una folla di franco-italici esulta. Alcuni levano il braccio destro tendendo romanamente la palma distesa. Nel dipinto di Appiani l'imperatrice Giuseppina (invero assente a Milano) veglia sull'incoronazione, che si sostanziò nel conferimento del titolo di viceré a suo figlio Eugenio di Beauharnais, adottato da Napoleone ancora  fiducioso di avere un maschio dalla ormai attempata consorte. 
Il retroterra esoterico dell'Impero
Appena ventiquattrenne e ancor privo di formazione politica e di comando, Eugenio era stato inviato a Milano due mesi prima, forte del sostegno di un'organizzazione segreta e potente: il massonico Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato, costituito il 16 marzo 1805 a Parigi da alcuni fiduciari dell'imperatore (Auguste de Grasse-Tilly, Jean-Baptiste Pyron...) e da esponenti dell'Ordine Nuovo “en Italie”. Tra il 1792 e il 1804 nella Penisola si erano diffusi spiriti giacobini risolutamente repubblicani. Melchiorre Gioia aveva vinto un famoso concorso letterario sulla forma di Stato che più si acconciasse al Paese con una dotta dissertazione a sostegno della Repubblica. Di identico avviso era Giandomenico Romagnosi, massimo costituzionalista italiano dell'Ottocento, a sua volta “oratore” nella “Gioseffina Reale”. La storia dettava la via. Al di qua delle Alpi, re, granduchi e duchi si erano mostrati inferiori al compito che le cariche ricoperte imponevano. Le repubbliche di Genova e di Venezia avevano fatto pessima figura. Nessuno le rimpiangeva. I cardinali-legati di Pio VI e di Pio VII erano malfamati per il loro pessimo governo. Venivano ricordati per le sofferenze strazianti inflitte al povero Giuseppe Balsamo, noto come Alessandro conte di Cagliostro, imprigionato e martirizzato nel pozzetto del forte di San Leo, e per l'orrenda morte di Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, studenti nell'Università di Bologna, ideatori del tricolore italiano, arrestati e ferocemente torturati a Bologna quali cospiratori per la libertà e filo-francesi. Zamboni fu trovato impiccato in una cella nella quale non poteva stare neppure in piedi. Condannato al capestro De Rolandis fu previamente “privato delle forze” (ovvero evirato) e condotto alla Montagnola. Il boia, inetto e feroce, gli salì sulle spalle perché aveva impostato male il cappio e la vittima stentava a morire.
Era poi nato il ventaglio di Repubbliche (Cispadana, Cisalpina...) le cui assemblee erano dominate da tonsurati voltagabbana come il prete défroqué che a Reggio Emilia propose un bizzarro tricolore pezzato (simile a quello della Presidenza delle Repubblica italiana, quasi sia paleo-giacobina). Infine i rappresentanti della Cisalpina, convocati da Napoleone a Lione e capitanati da Francesco Melzi d'Eril, si acconciarono a proclamare la “repubblica italiana”, volano del “Royaume d'Italie” poi imposto da Napoleone ai sudditi del Lombardo-Veneto. Mai stati padroni della propria sorte, subirono. Quel Supremo Consiglio concorse alla loro conversione da repubblicani a bonapartisti devoti. Il massone Francesco Saverio Salfi (Cosenza, 1759-Parigi, 1852), ecclesiastico pentito, giacobino, repubblicano tetragono e inizialmente riluttante venne aiutato a capire con qualche giorno in detenzione.
Il “sacre” del 2 dicembre 1804
La sontuosa incoronazione di Milano era stata preceduta dalla consacrazione di Napoleone a Imperatore dei Francesi, avvenuta a Parigi il 2 dicembre 1804. Erano trascorsi dieci anni dalla sanguigna liquidazione di Robespierre, Saint-Just, Collot d'Herbois e degli altri capifila del giacobinismo e cinque dal colpo di Stato del 18 brumaio 1799 (9 novembre ), risoltosi nell'istituzione del Consolato, con il “petit caporal” primo console: carica da annuale divenuta triennale poi decennale e infine “a vita”. Spossata da anni di guerre ma arricchita dal pingue bottino di ricchezze e di opere d'arte sottratte ai sovrani vinti e umiliati, la Francia agognava alla pace e al raccoglimento. Tutto mutò nel volgere di pochi anni. Le dame smisero la veste “alla ghigliottina” (lunga tunica trasparente con malaugurante nastro pendulo sino al suolo, come fiotto si sangue); abbassarono la cinta dai seni alla vita e ripresero a indossare panni eleganti. Napoleone interpretò quel bisogno profondo. Stipulò la pace di Lunéville con l'Impero d'Austria e quella di Amiens con l'odiata Inghilterra.
Nel 1801 mise a segno il Concordato con papa Pio VII, a tutto vantaggio della stabilità del Consolato. I beni confiscati alla chiesa non vennero restituiti. Neppure Avignone e Benevento-Pontecorvo. Ma la Francia rimise in auge il clero, nell'ambito delle leggi: libertà di culto per israeliti, riformati, evangelici e… altri, inclusi gli islamici come il generale e barone Jacques-François Menou, che in Egitto si era convertito al Corano senza ripensamenti, come ricorda il formidabile Dictionnaire Napoléon diretto da Jean Tulard.  Molti ecclesiastici rientrarono dall'esilio e deposero le armi. Fu il caso di Augustin Barruel i cui Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme costituiscono la più imponente denuncia della massoneria quale complotto millenario dei dualisti ai danni della Rivelazione e della Fede Verace. Alle spalle delle logge ordinarie, popolate di aristocratici, ricchi borghesi, scienziati e militari buontemponi che si sbizzarrivano a celebrare riti complicati, secondo Barruel le occulte “arrières loges” coniugavano la nascita della massoneria moderna (1717) alla “protesta” di Lutero (1517), al martirio di Jacques de Molay, il gran maestro dei Cavalieri Templari arso vivo nel 1314 su ordine di Filippo IV di Francia, “il Bello”, in combutta col papa francese (entrambi maledetti dal morente e in breve raggiunti da mala morte, come ricordò Dante nella Divina Commedia). Più addietro nel tempo vi erano la crociata contro gli Albigesi o “catari”, i bogomili e via risalendo sino Mane, a Zoroastro, al duello perpetuo tra la Luce e le Tenebre professato da gnostici, neognostici e pelagiani.
Con il Concordato del 1801 Napoleone impose silenzio ai massonofagi dell'Europa di Terraferma. D'altra parte il papa non aveva motivo di preferire a Napoleone l'Inghilterra, i cui sovrani erano anche capi della chiesa anglicana e grandi maestri della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, tuttora depositaria di una rete mondiale.
Alla ricerca dell'Impero d'Europa
Napoleone dedicò gli anni d'inizio Ottocento all’elaborazione del nuovo codice civile. Giustiniano si era limitato a far redigere il Corpus delle leggi emanate nei secoli. Napoleone coniò un Codice Nuovo, tagliato sulla misura della Francia post-rivoluzionaria e riportata a cardini che ne garantissero la stabilità: la famiglia, con il primato del marito e padre, e la proprietà elevata a diritto naturale, con buona pace di Jean-Jacques Rousseau e dei suoi variegati discepoli.
Il disegno però non era ancora completo. Al Nuovo Ordine mancava la certezza della stabilità vera: la sacralità propria della monarchia, cioè di un potere monocratico ed ereditario. Napoleone coniugò la fusine di Potestas e Auctoritas di tradizione consolare (fondata sulla volontà del Senato, di origine aristocratica, e dei comizi della plebe) con l'unzione davidica che aveva garantito la successione dei re franchi da Clodoveo sino all'ultimo dei Capetingi, Luigi XVI, ghigliottinato su sentenza della Convenzione. Proprio mentre Napoleone stava riordinando la Francia, Luigi XVIII gli scrisse ripetutamente, invitandolo a restaurare la monarchia legittima. In cambio, dimentico della sua condizione di plebeo, il re gli avrebbe assicurato una posizione di prestigio. La risposta fu eloquente.L'eliminazione fisica dei generali complottisti, l'esilio forzato per i compromessi, come il prestigioso Moreau (che finì nelle file dello zar Alessandro I in guerra contro Napoleone, ovvero la Francia stessa), la cattura, la condanna a morte e la fucilazione del borbonico duca d'Enghien. Quel sangue era necessario per consacrare il pomerium dell'Impero. Segnò il solco tra il prima e il dopo, tra la Francia della monarchia tradizionale e l'Impero dei Francesi avallato dal voto popolare.
Il tempo era maturo. Napoleone, che da mesi si firmava col solo nome, ebbe un successo straripante: tre milioni e mezzo di voti favorevoli contro una manciata di “no”. Varcato quel Rubicone, dedicò mesi a riordinare l'immagine del Potere. In breve furono disegnate e imposte le uniformi di tutti i titolari di cariche pubbliche. Fu una sorta di nobilitazione di massa delle funzioni e dei conseguenti poteri civili e militari: prefetti, sindaci e pubblici impiegati ebbero insegne distintive. Altrettanto avvenne per i militari, titolari di gradi di nuova invenzione, accompagnati da pingui emolumenti.
Mancava il tocco finale: la cerimonia. Venne fissata per il 2 dicembre 1804. Suo grande regista fu Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, di concerto con il fratello maggiore, Giuseppe, e il più giovane Luciano, mente politica finissima anche se riluttate ad assumere cariche, a differenza di Giuseppe, re di Napoli (1806-1808) e poi di Spagna (1808-1813), Luigi, re di Olanda e marito di Ortensia, figlia dell'imperatrice Giuseppina, e Gerolamo, re di Westfalia. La consacrazione dell'imperatore era garanzia dell’inviolabilità della Corona. Se il suo titolare fosse rimasto assassinato in uno dei tanti complotti orditi dai suoi nemici (era la sorta toccata a Caio Giulio Cesare, sempre presente a Napoleone), sarebbe stato sostituito automaticamente dal figlio adottivo e poi così, di maschio in maschio, secondo la legge salica. Tornò il motto “Il Re è morto, viva il Re”.
Il suggello della cerimonia studiata nei dettagli fu a presenza di Pio VII. Il papa venne informato del suo svolgimento. Nessuna “sorpresa” dunque quando Napoleone si auto-incoronò e incoronò l'imperatrice. D'altronde il pontefice si era affrettato la sera del 29 a legittimare con rito religioso l'unione sino a quel momento solo civile tra lui e Giuseppina. 
Però neppure la solenne celebrazione del 2 dicembre 1804 chiuse il cerchio del disegno napoleonico, la cui prosecuzione ebbe luogo a Milano il 26 maggio 1805. Occorreva il passo definitivo. Fu Vienna a offrirgli l'occasione. Riprese l'ostilità contro la Francia. Con una marcia di imprevedibile rapidità l'Empereur riprese le vesti di Imperator e guidò l'Armata francese in Moravia. Il 2 dicembre, anniversario del sacre di Notre-Dame, sbaragliò gli austriaci e i russi che lo zar Alessandro I aveva recato in soccorso all'Asburgo. Con la pace di Presburgo (26 dicembre 1805) Napoleone voltò definitivamente pagina nella storia dell'Europa centro-occidentale. Impose a Francesco II la rinuncia perpetua al titolo di Sacro romano imperatore. Era lui, il generale còrso, il vero successore di Carlo Magno. In Europa vi poteva essere un unico imperatore: Napoleone I.
Il ritorno di Osiride
Da quel momento prese forma il culto della divinità dell'Imperatore. Il suo volto irradiò all'intorno la Vera Luce. La “N” venne istoriata ovunque, dalle facciate degli edifici più sontuosi agli oggetti di vita quotidiana. Era il marchio dell'Età Novella.
Nelle cerimonie più solenni del Grande Oriente di Francia l'imperatore fu invocato come “Napoleone di tutti i Riti” (scozzese, simbolico e poi di Memphis-Misraim...). Il suo busto venne posto al centro delle logge e in suo onore furono compiute processioni rituali, vennero bruciati incensi e sanciti i riconoscimenti di matrimoni, la ricezione femminile in riti di adozione e l'emancipazione dei “lupacchiotti”, cioè dei figli di massoni. Una nuova religione sostituì l'antica.
Dopo il divorzio di Napoleone da Giuseppina (ormai quarantenne), le sue nozze con la diciottenne Maria Luisa d'Asburgo, figlia di Francesco I d'Austria, e la nascita del tanto atteso maschio, Napoleone Carlo Francesco, le logge del Grande Oriente d'Italia (che tra gli affiliati contarono tutta la dirigenza politico-militare-accademica dell'epoca) celebrarono Napoleone come Osiride, l'imperatrice come Iside e l'erede quale Oro: riti “egizi” che si svolsero in sale affrescate con figure mitologiche, quali le Orgie di Bacco, e culminarono nel sacrificio di un Ariete evocante il culto mitraico (il battesimo con il sangue del toro scannato).
Sbilanciato nella sua corsa verso il futuro, quell'Impero non poteva durare. Tuttavia la Storia ripartì dalle sue ceneri. La prima costituzione affacciata in Italia all'indomani del crollo di Napoleone e della sua deportazione a Sant'Elena fu quella del “Rinascente Impero” che previde l'assegnazione della Corona a Eugenio Beauharnais e ai suoi successori, di maschio in maschio. Altri speravano invece in Napoleone II, al quale una leggenda forse non del tutto priva di elementi probanti attribuì la paternità del longevo Francesco Giuseppe d'Asburgo e di suo fratello Massimiliano, sfortunato imperatore del Messico: un'impresa tentata su impulso di Napoleone III e con blando sostegno anche di italiani convinti che al di là dell'Atlantico occorresse ripristinare l' impero “latino”. Avrebbe cambiato la storia del mondo. 
Dal 2 dicembre 1804 il volto “raggiante” di Napoleone I era ormai tutt'uno con l'occhio iscritto nel Triangolo Equilatero, il “Delta fiammeggiante”: una sequenza di riti e di miti che a distanza di due secoli dalla morte dell'imperatore continua a suggestionare coniugando razionalità e magia.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Napoleone con corona apollinea e sciarpa massonica. L'iniziazione di Napoleone in loggia non à mai stata documentata. La prima consorte, Giuseppina de la Pagérie, era stata iniziata in una “loggia di adozione” a Strasburgo quando il suo primo, Carlo di Beauharnais, massone,  marito ne comandava la piazzaforte. 

NAPOLEONE: FU VERA STORIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Napoleone Primo Console: le dita a compasso del Legislatore, un messaggio cifrato verso l'Impero del Sole (Dipinto di Jean Auguste Ingres).L' “ardua sentenza”...
A distanza di due secoli si può rispondere all'interrogativo posto da Alessandro Manzoni (Milano, 1785-1873) in Cinque Maggio: “Fu vera gloria?”. Oggi si può pronunciare l'“ardua sentenza”: Napoleone il Grande fu “vera storia”. Cattolico non senza ambasce, nella stagione degli Inni sacri e delle tragedie (Il conte di Carmagnola e Adelchi) il poeta e scrittore milanese conferiva al sostantivo gloria un valore aggiunto, morale, che in sé originariamente esso non ha. Manzoni ritenne di dovere distinguere la nomea imperitura conquistata dall'Eroe con imprese memorabili talora atroci, svettanti e abissali a un sol tempo, e la gloria “vera”, riservata non tanto a chi raggiunge fama universale, ma al campione di valori positivi, al “cavaliere dell'umanità”, novello Baiardo senza macchia e senza paura e soprattutto senza imputazioni di sorta. Di lì la sua esitazione a tracciare il bilancio del quarto di secolo dominato da Napoleone, che aveva sulle spalle azioni spregiudicate come l'arresto di Cadoudal, poi suppliziato, e il rapimento e fucilazione del duca di Enghien (“più che un delitto, un errore” osservò Charles-Maurice di Talleyrand, “vescovo apostata” di Autun (come scrive p. Giovanni Sale S.J. in “La Civiltà cattolica” del 15 aprile 2021). 
Da poeta “morale” (come avrebbe osservato Dante), sulla futura “ardua sentenza” Manzoni insinuò condizioni che debbono stare al di fuori sia dell'accertamento processuale di colpevolezza, sia della storiografia. Nel primo i magistrati debbono accertare e valutare i fatti non sulla base delle proprie inclinazioni personali, bensì secondo le leggi, che non sono mai retroattive (nullum crimen sine lege). Senza dover ricordare la lezione di Benedetto Croce, il giudizio storiografico vero è formulato correttamene se ci si cala nell'epoca e nelle vicende degli uomini sui quali si “indaga”, senza pretendere di impartire lezioni al passato remoto. Ne conviene padre Sale che giustamente dissente da valutazioni retrospettive anacronistiche, “anche perché spesso i personaggi storici, come anche gli eventi della storia, possono essere giudicati e letti in modo differente a seconda della sensibilità e degli orientamenti psicologico-culturali di chi li valuta e, soprattutto, della cultura dominante in un certo periodo storico”. Vale per i pontefici e gli ecclesiastici cattolici del passato prossimo e remoto, come per gli “eresiarchi” (Giovanni Calvino fece bruciare vivo Michele Serveto per mero dissenso teologico), nonché per gli imperatori, re, principi e capitani come Cesare Borgia ammirato da Niccolò Machiavelli in Il Principe, capolavoro del discernimento oggi raccomandato da papa Francesco.
Quando correttamente rinviò ai “posteri” l'“ardua sentenza” Manzoni interpretò dunque la necessità di lasciar decantare il tempo. La pula si sarebbe separata dal chiccho, la fanghiglia si sarebbe depositata sul fondo; l'acqua, tornata limpida, avrebbe fatto distinguere il durevole dal contingente, l'imminente dall'immanente, permettendo di cogliere i raggi della “vera gloria”.
Napoleone, Uomo cosmico-storico
Nel 1821 sull' “immagine” dell'Imperatore si allungavano le ombre del trentennio di conflitti che avevano sconvolto l'Europa, inclusa la feroce guerrilla degli spagnoli contro francesi e afrancesados (1808-1813), prima lotta per l'indipendenza nazionale, assunta a modello dai Fronti di liberazione nei due secoli seguenti, compresi quelli contro il dominio coloniale europeo negli spazi afro-asiatici, dall'Algeria all'Indocina (ma possiamo aggiungervi anche quelli nell'America latina contro regimi dittatoriali tenuti per le dande dagli Usa: valga il caso della Bolivia di “Che” Guevara).
Gigante buono per gli uni, Mostro tirannico per gli altri, Napoleone era già stato collocato nella giusta cornice dal Giorgio Guglielmo Federico Hegel, che lo aveva definito “Genio del mondo”. L'imperatore non era solo un “se stesso”, il trentacinquenne asceso dalla difficile adolescenza e da imprese azzardate e sfortunate per l'indipendenza della sua nativa Corsica a dominatore dell'Europa, vittoria su vittoria, da Marengo ed Ulm e ad Austerlitz e a Iena. Era Uomo cosmico-storico. Vi è motivo di rileggere il filosofo nella traduzione delle Lezioni sulla filosofia della storia pubblicata da Guido Calogero e Corrado Fatta nell'ottobre 1941 (ed. La Nuova Italia), all'indomani dell'“Operazione Barbarossa” e poco prima che la guerra europea divenisse nuovamente mondiale. Gli individui cosmico-storici, scrisse Hegel, “afferrano lo spirito universale superiore” del Tempo e “ne fanno il loro fine”. Sono “lo spirito che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo. Gli altri debbono loro obbedire perché lo sentono. I loro discorsi e le loro azioni sono il meglio che poteva essere detto e fatto. Così i grandi individui storici si possono comprendere solo al loro posto”, cioè quando “lo stato del mondo non è ancora conosciuto” ed essi “lo producono trovandovi la propria soddisfazione”. Certo gli individui cosmico-storici “soddisfano dapprima sé medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri (...) resistere a questi individui è impresa vana. Essi sono spinti irresistibilmente a compiere la propria opera. C'è in essi un potere sopra loro medesimi”. Sono, in sintesi “condottieri di anime” al cui seguito si pongono anche quanti non lo comprendono appieno e persino li avversano ma ne sono fascinati, attratti, rapiti e ne divengono comunque seguaci. Hegel non lo scrive ma si può aggiungere che sono demoniaci, pervasi dal dàimon che, anziché frenarli, li sospinge ad andare sempre oltre, anche al di là dei propri stessi “sogni”: Alessandro Magno, Caio Giulio Cesare e i veramente grandi navigatori ed esploratori, gli inventori e gli scienziati che hanno cambiato il mondo, i poeti, i compositori, gli artisti che hanno dato forma universale alle “voci” che i più sentivano senza saperle tradurre in Verbo e questo in Atto, come Giovanna d'Arco, arsa viva e secoli dopo proclamata santa.
Dalla giovinezza, sottotenente d'artiglieria (l'“arma dotta”), guardato con degnazione perché da poco citoyen e poi dalle amicizie sospette (quella con Augustin Robespierre, fratello del giacobino e terrorista Massimiliano rischiò di costargli cara), Buonaparte (cognome di non facile pronuncia in francese) accompagnò gli studi giovanili di matematica, balistica e geografia e le velleità letterarie, consegnate al romanzo che gli meritò la “comprensione” postuma dei tanti “colleghi mancati”, con la lettura appassionata dei classici della storiografia greco-romana, in specie le Storie di Polibio e le Vite parallele di Plutarco. I suoi modelli erano i grandi capitani dell'antichità, gli strateghi che nei secoli avevano colto la vittoria con geniali manovre, gettando infine nella mischia i reparti di élite, tenuti di riserva per infliggere il colpo finale e menare strage dei vinti. Per quegli uomini cosmico-storici i combattimenti non erano carneficina e dispendio di vite umane ma Arte della Guerra e i terreni delle battaglie non erano lugubri distese di morte ma campi della Gloria. Immorali o quanto meno “amorali”, per chi si fermava allo spettacolo desolante dei cadaveri e dei feriti (spesso destinati al trapasso) ai suoi occhi erano, se si preferisce, affermazione di altra e più alta moralità: la carne che si fa Spirito, l'azione tumultuosa che diviene sviluppo dell'Idea.
Dalla prima campagna militare condotta dall'Armata d'Italia in autonomia di decisione (1796-1797), Napoleone mostrò la sua personale concezione dell'impiego della forza militare. Come intuito dai coevi Jomini e Clausewitz la guerra è in tutto e per tutto politica, accelerazione della maturazione dei tempi, sintesi del trapasso dalla potenzialità all'atto. Sbaragliare gli eserciti austro-sabaudi in poche settimane, imporre esosi armistizi, profittare delle illusioni di chi, come Foscolo, lo celebrava “liberatore”, salvo constatare che trattava la Repubblica di Venezia quale pedina di un gioco europeo, molto più ampio dell'ottica locale, uscire temporaneamente dalla scena franco-italica per colpire l'Inghilterra in India, passando dall'Egitto e dal Vicino e Medio Oriente (dalla battaglia delle Piramidi all'assedio di San Giovanni d'Acri) segnarono il cambio storico). Esso sfuggì ai Termidoriani e al Direttorio, espressione di una nuova casta impastata di borghesi arruffoni e aristocratici trasformisti, come anche ai seguaci del visionario Caio Gracco Babeuf. Esaurita la spinta innovatrice della Rivoluzione (diritti dell'uomo e del cittadino, avvento della nazione, avvio di profonde riforme sociali), uomini come Barras concepivano l'espansione della Francia come ingorda rapina. Ma la Rivoluzione non era affatto conclusa: mancavano i nuovi codici e il rinnovamento dello Stato. A restituirle  impulso non furono l'annessione di Malta, sottratta all'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, e la “spedizione in Egitto”, col seguito di cinquecento tra gli esponenti della cultura d'avanguardia cresciuta nella lettura dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert e delle opere di Voltaire (non solo Candide o La Pucelle d'Orléans, poi tradotto da Vincenzo Monti, ma quelle di storia, su Luigi XIV, le più pregnanti). A risvegliare i già insonnoliti post-rivoluzionari provvidero gli austro-germanici vittoriosi sulle armate francesi sul Reno e in Svizzera e soprattutto l'irruzione dei russi di Suvorov per la prima e sino ad ora unica volta nella Pianura Padana. I popoli della penisola e delle grandi isole erano abituati da secoli a invasioni e scorrerie, perché (come aveva osservato Francesco I di Francia che vi si affacciò nel 1515) non c'era terra migliore per condurre una guerra: campi ubertosi, ricche città, abitanti volgenti alla codardia e facilmente succubi. Da spartire nelle lunghe guerre per l'egemonia. Lo ripeté pari pari il generale Buonaparte nel proclama all'Armata d'Italia (aprile 1796). Ma i cosacchi di Suvorov non erano le feroci “compagnie di Santa Fede” del cardinale Ruffo o le “masse cristiane” di Branda de' Lucioni: erano satanassi. Compirono ruberie e menarono stragi che nessuno imaginava. Di lì l'urgenza della riscossa, a nome della Francia, dell'Europa centro-occidentale e quindi di una nuova idea della Missione del potere politico-militare. Da quell'humus in pochi mesi nacquero i cosiddetti “colpo di Stato” del 18 brumaio (9 novembre) 1799, il Consolato e infine la proclamazione dell'Impero dei francesi per voto popolare (romanamente plebiscito) e il sacre del 2 dicembre 1804 in Notre Dame a Parigi, presente e silente papa Pio VII, come poi il cardinal Caprara nel Duomo di Milano per l'incoronazione di Napoleone a Re d'Italia (Lombardo-Veneto, ex ducati padani per secoli “a noleggio” e Legazioni pontificie): completa della Corona Ferrea, simbolo della monarchia in Italia.
Tre anni dopo, nel 1808, Napoleone capovolse la clessidra. Dopo aver ripristinato il calendario giuliano, cancellando quello repubblicano, ormai fastidioso, fece deportare il pontefice e ne inglobò lo Stato, ma in forma labile. La svolta epocale venne il 20 marzo 1811 quando conferì il titolo di Re di Roma a Napoleone Francesco Carlo Giuseppe, il figlio avuto dalla seconda moglie, Maria Luisa d'Asburgo.
Quel giorno la Città Eterna (e con essa l'“idea di Italia”) rischiò davvero di rimanere inchiodata per sempre nella condizione di provincia dell'Impero napoleonico: da caput mundi a periferia della storia.
La sindrome di Sant'Elena
Sconfitto in Russia (1811-1812), battuto a Lipsia (1813) e poi sul Reno, costretto all'abdicazione (Fontainebleau, aprile 1814), il 26 marzo 1815 Napoleone salpò dall'Elba per la Francia. Guidò la spedizione dei mille e cento imbarcati sull'“Inconstante” e sei piccole navi d'appoggio alla volta della Costa Azzurra dove tutto era iniziato tra il 1793 e il 1796. In dieci giorni raggiunse Lione. Il 14, con voltafaccia prevedibile, schierò con lui il maresciallo Ney che aveva promesso di portarlo in gabbia di ferro a Luigi XVIII, subito fuggito da Parigi. Il 20 rientrò a Fontainebleau. Quaranta giorni dopo, il 1° giugno 1815 annunciò solennemente al Campo Marzio in Parigi l'Atto Addizionale, redatto con il consiglio di Benjamin Constant, che lo aveva strenuamente avversato dall'esilio svizzero e ora concorreva alla svolta “liberale”. Ancora una volta Napoleone era l'Età Novella. In armi. Precorse l'invasione nemica irrompendo in Belgio. Il 12 batté l'inglese duca di Wellington, mentre Ney sconfiggeva i prussiani. Il 18 la battaglia decisiva a Waterloo. A lungo la vittoria sembrò a potata di mano, ma nell'ora decisiva anziché de Grouchy (inetto o infido?) sul campo arrivò Bluecher. Fu la fine. Chi non cadde sul campo, come Cambronne (“La Guardia muore ma non si arrende”: un motto tante volte riecheggiato nelle due guerre mondiali), finì prigioniero e suppliziato (come Ney). L'Imperatore tornò a Parigi e per la seconda volta abdicò a favore del figlio, l'Aiglon. Persa la speranza d'imbarcarsi per gli Stati Uniti, si consegnò agli inglesi sul “Bellorophont”: meglio che la fucilazione da parte di Bluecher.
L'8 agosto iniziò la sue deportazione verso l'“isoletta sperduta nell'Atlantico”. A Sant'Elena giunse il 15 ottobre. Vi visse prigioniero col seguito dei suoi fedelissimi, sorvegliato dall'arcigno Hudson Lowe. Iniziò la sua nuova vita. Non quella del Memoriale dettato a Las Casas. Ormai era l'Inquietudine dei due mondi. Il Congresso di Vienna non riportò l'Europa all'Ancien Régime. Molti e profondi mutamenti erano irreversibili. In Svezia il maresciallo napoleonico Bernadotte dette inizio alla dinastia tuttora regnante.Con il Blocco doganale continentale Napoleone anticipò l'Europa odierna. La Gran Bretagna si tenne fuori dalla Santa Alleanza ideata dal cancelliere austriaco Metternich, tra impero asburgico, Russia, Prussia, Francia e stati di minor peso, inclusi il regno delle Due Sicilie e quello di Sardegna. 
Il 1815 non fu mera Restaurazione neppure in Francia. Luigi XVIII di Borbone regnò col vincolo di una costituzione. I re che ne avevano concessa una, salvo abrogarla, dalla Spagna a Napoli, vissero con l'incubo delle rivendicazioni liberali, che non tardarono a manifestarsi con cospirazioni, insorgenze, moti.
… e la Rinascita dell'Italia 
Il 1°aprile 1817 venne pubblicato a Londra il Manuscrit venu de Saint-Hélène d'une manière inconnue (ed. John Murray, Alemarle Street). Nel 1982 l'ambasciatore e storico Sergio Romano ne scrisse la storia (ed. Bompiani). Già a giugno Napoleone ne ebbe estratti e li confrontò con quanto aveva vissuto e stava narrando di sé.
Dallo scoglio sperduto tornò il cuore dell'Europa. Innumerevoli furono i progetti di colpi di mano per liberarlo; altrettante le fiabe sulla sua fuga; molti non credettero affatto che fosse davvero morto il 5 maggio 1821. Il cinquantaduenne sepolto all'ombra di due salici a Sant'Elena non era, non poteva essere, “Lui”. E infatti visse di nuova vita. Era Osiride, quale venne e tornò a essere celebrato nei templi massonici nei due secoli seguenti. A quella vera luce si ispirarono il Risorgimento e l'Italia unita, foriera di indipendenza, libertà, progresso civile, uguaglianza nella legge, con la guida di Vittorio Emanuele II. Il suo beneaugurante “Governatore”, Cesare Saluzzo di Monesiglio, gli aveva donato la “spada di Napoleone”; per “simbolo” della regalità in Italia il sovrano sabaudo scelse, a sua volta, la Corona Ferrea.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Napoleone Primo Console: le dita a compasso del Legislatore, un messaggio cifrato verso l'Impero del Sole (Dipinto di Jean Auguste Ingres).

LIBERARE L'EUROPA DAL DOMINIO TURCO
INSEGNÒ GIUSEPPE GARIBALDI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Giosue Carducci (1835-1907) nel  giugno 1897 sferzò l'ignavia dell'Europa centro-occidentale dinnanzi alle stragi degli armeni e dei greci in “La mietitura del turco”.  Scrisse: “ Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar.// (...) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l'harem del Padascià”.  In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.     La scimitarra sull'Europa...
Ma Mario Draghi ha proprio sbagliato a classificare il “Sultano” Erdogan tra i dittatori con i quali bisogna pur “fare i conti”? Forse è stato più “cavouriano” che “garibaldino”.
Nei suoi ultimi anni Garibaldi affinò il proprio pensiero politico. Nel 1860 aveva vaticinato gli Stati Uniti d’Europa. Dal 1870, dopo la tragica guerra franco-germanica e la “Commune”, invocò la “debellatio” dell’impero turco che impediva la liberazione dei popoli oppressi dell’Europa orientale. Unì motivi religiosi e culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Se Costantinopoli è ancora Istanbul lo si deve alla “diplomazia” di Londra e Parigi: è la pesante eredità della prima guerra mondiale, quando i vincitori, pur in presenza dello sfascio dell'impero ottomano, lasciarono ad Ankara la cosiddetta “Turchia europea” per interdire alla Russia l'accesso dal Mar Nero al Mediterraneo attraverso gli Stretti. La miopia si paga nei secoli... Se l'Europa odierna volesse per Costantinopoli una sorte migliore di quella che le si prospetta, dovrebbe rassegnarsi ad accogliere la Turchia che da decenni aspira a restaurare il Califfato. Ma a quale prezzo per la propria identità?
Garibaldi aveva idee chiare sulla Sublime Porta...
C’è un Garibaldi quasi sconosciuto: non il guerrigliero, il generale, l'Eroe, ma il pensatore politico: alfiere della fratellanza universale ma al tempo stesso strenuo fautore della lotta per sottrarre l’Europa alla dominazione dei turchi e all'invadenza dell’Islam. Garibaldi ne scrisse ripetutamente nel suo ultimo decennio di vita, quello politicamente più fecondo ma, al tempo stesso, il meno studiato e pressoché sconosciuto. Così la sua lotta contro il dominio ottomano su qualunque lembo di Europa e contro la diffusione dell’islamismo (una religione che sconta sei secoli di arretratezza rispetto al cristianesimo e non ha mai fatto i conti con la Rivoluzione francese) rischia di rimanere ignorata. Certo è un Garibaldi scomodo. Ma vi sono buone ragioni per parlarne. Il Generale ebbe e mostrò senno politico superiore a quello che di rado e avaramente gli viene riconosciuto. Il suo anticlericalismo radicale non si circoscrisse alla sola chiesa cattolica ma investì ogni forma di intrusione delle religioni e dei poteri arcani nella vita civile e nella libertà delle persone. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò però molto oltre l’ambito religioso. Fu lotta politica, legata alla valutazione positiva dell’espansione degli europei Oltremare e della colonizzazione dell’Africa settentrionale (programma condiviso da Mazzini) da parte della civiltà occidentale, razionale, fondata sulle scienze, la produzione, il mercato, il progresso civile: un viluppo di questioni che nella sua mente non costituivano affatto un groviglio indistricabile, bensì erano lucidamente presenti nella loro intima connessione. Garibaldi non ingabbiava il Libero Pensiero in pochi meridiani e paralleli: per lui era patrimonio universale. E considerava sua missione propugnarlo ovunque. A quel modo fu effettivamente “eroe dei due mondi”, etichetta altrimenti futile.
Nelle Memorie Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli, una pagina per molti aspetti mai documentata, neppure da Romano Ugolini che ne scandagliò la formazione politica. Ammalatosi in uno dei tanti viaggi in oriente (di quale morbo? non se ne sa nulla), vi rimase più del previsto e si trovò alle strette: “La guerra accesa tra la Russia e la Porta (cioè l’impero turco, detto Sublime Porta dalla residenza del Sultano, NdA) contribuì a prolungare il mio soggiorno. In tale periodo mi successe per la prima volta di impiegarmi a precettore di ragazzi, offertomi dal signor Diego, dottore in medicina, e che mi presentò alla vedova Timoni, che ne abbisognava. Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo per studiare un po’ di greco, dimenticato poi, siccome il latino che avevo imparato nei prim’anni”. I maligni imbastirono molte insinuazioni su quella lunga stagione. Garibaldi ci tornò con una pennellata quando, molti decenni dopo, in una pagina di appunti fustigò “Il prete”: “Si chiami egli prete, Ministro, dervista, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli. (…) Io ho percorso la superficie del globo. In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti dicevan loro ch’io era un maledetto! In Cina mi successe lo stesso, e voi giunti a Canton, la più frequentata e commerciale delle città Chinesi non potete visitarla perché sareste lapidato dalla moltitudine suscitata dai preti”.
L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo non è una cappella laterale della sua vastissima basilica anticlericale. Non è dottrinale, teologica. È propriamente politica. Dall’infanzia aveva appreso, e non solo per racconti popolani ma per esperienze vissute, il pericolo dei “pirati”. Nizza, la sua città, ricordava devastanti incursioni delle flotte turche nel Cinquecento, propiziate dall’alleanza tra Parigi e Istanbul (dal 1453 soggiogata da Maometto II) contro il Sacro romano impero di Carlo V e la Spagna di Filippo II: un gioco diplomatico continuato con Luigi XIV sino a Napoleone III (alleato con Londra e l’impero turco contro la Russia di Nicola I: la “guerra di Crimea” decantata dalla storiografia italocentrica per l’intervento del regno di Sardegna a fianco del Sultano). Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così minacciosa e dannosa da indurre la Francia di Carlo X, il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune. Vi si distinse Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
Nel 1827, ricorda Maurice Mauviel, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne Garibaldi, fu assalito da corsari greci. Il comandante, Semeria, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. In seguito il giovane nizzardo subì due altri assalti pirateschi, mortificanti e umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in Manlio, romanzo contemporaneo, al quale lavorò sino all’ultimo giorno. Vi descrisse i Riffegni (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’Assalto di pirati alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino, eroe della repubblica Romana, recava “Manlio”, di soli cinque anni, verso lo stretto di Gibilterra alla volta dell’America meridionale. In quelle pagine Garibaldi non parla di “arabi”, né di “turchi”. Vi scrisse: “Come il leone, il Riffegno è bello e forte. Non so se, figlio dell’Atlas, egli si debba chiamare di stirpe caucasea. Ignorante, fiero, feroce, e considerando tutto ciò che non è mussulmano, eretico e niente più d’un cane, il Riffegno è naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi (sic) di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali”.
Manlio non è un romanzetto qualunque. È il “testamento politico” di Garibaldi. Un suo capitolo è un susseguirsi di colpi e di grida, culminanti in una sorta di seconda Lepanto liberopensatrice: “«Marsala! Marsala»
rispondeva un garibaldino all’«Allah Urrah» degli Ottomani e si lanciava seguito dai suoi alla riscossa dei difensori della prora”.
La battaglia navale vi viene infine risolta da “Vero”, che, precedentemente ferito e curato dal piccolo Manlio, lascia febbricitante la cabina ove è ricoverato al grido “All’armi…Qui non si tratta di bende ma della pele (sic!) Avanti fratelli!” e a colpi di revolver e di “un coltellaccio che teneva in cintura fece strage orrenda tra i barbareschi, e così i compagni, spinti dall’esempio del valoroso capo e per la propria conservazione”.
Fuori i fondamentalisti dall'Europa...
Sarebbe però meschino ridurre il pensiero di Garibaldi sull’insanabile incompatibilità fra impero turco e civiltà europea a mero riflesso di vicissitudini personali o all’insofferenza nei confronti del clero di qualsivoglia religione. Esso esprime una visione geopolitica di ampio orizzonte, uno scenario plurisecolare, nell’ambito della “prima guerra mondiale” tra cristianità e islam.
Prosatore esondante, Garibaldi sapeva controllare la penna quando necessario. Perciò i suoi scritti vanno centellinati e capiti, più e meglio di quanto sinora sia stato fatto. Il 5 maggio 1873 scrisse al fido Timoteo Riboli, medico, massone, fondatore della lega per la protezione degli animali: “Mentre l’Europa progredisce…che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti, sono egualmente fautori dell’indolenza democratica in Italia, e quindi del trionfo effimero ma reale dell’oppressione e della menzogna…”. Pigiava su tasti suonati da tempo: riforme per guarire la “gran piaga della miseria”, rifiuto del programma dell’Internazionale (confisca della proprietà privata e dei diritti ereditari…), condanna della scioperomania che avrebbe precipitato l’Italia nel disastro.
Non parlava per sé. “Agricoltore” (come si classificò alla Camera), Garibaldi era una “filosofia politica in azione”, campione di una guerra di liberazione culturale e politica, come osserva Aldo G. Ricci in “Obbedisco. Un eroe per scelta e per destino” (Ed. Palombo). Per lui l’Occidente era contrapposto alla Turchia in un conflitto di civiltà. Lo scrisse il 4 marzo 1876 a Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: “La diplomazia del ventre fu incapace di prevenire l’iniziativa del macello umano. I preti nel connubio dei turchi e satolli del loro oro, hanno lanciato l’anatema contro i seguaci della croce. Ed i settari del palo, dopo d’aver lottato per tenerlo in piedi, devono oggi conformarsi allo slancio degli schiavi che preferirono la morte al servaggio. (…) E voi, concittadini di Botzaris, ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto (…). Il turco deve passare il Bosforo (…) e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi. E voi, discendenti dei famosi legionari di Traiano, abitatori del Pindo e delle ubertose pianure del Danubio, non abbandonate i fratelli in servaggio, e non ascoltate l’oscura voce dell’egoismo diplomatico, che vi consiglia di stare indifferenti alla più santa delle lotte. Invalido, io invio un saluto del cuore ai fieri campioni della libertà orientale”.
Contro la “pax” immobilistica dettata dal Congresso di Vienna, ribadita da quello di Parigi del 1856, e dal concerto europeo che di conflitto in conflitto riportava il Vecchio Continente ai confini e alle logiche della Restaurazione, Garibaldi pose il problema delle “nazioni senza stato”, dei popoli inchiodati alle tavole di spartizione delle grandi potenze. In lui vibrava il Risorgimento, lo spirito che aveva fatto nascere l’Italia a stato indipendente, unica nazione emersa per somma di fortune dalle catene post-napoleonica del 1814-15 e dalla repressione della primavera dei popoli (1848-1849).
Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo sulla storia. Bisognava liberarsene. Non per motivi etnici , ma perché era il bastione del fondamentalismo oscurantista.  
L’occasione sembrò profilarsi dal 1875 con le rivolte antiturche, dalla Bosnia alla Bulgaria, represse dalla Sublime Porta grazie al sostegno della Gran Bretagna, sospinta da calcoli geopolitici e interessi finanziari. 
Il 17 luglio 1877 Garibaldi scrisse al marchese Filippo Villani. “Mandare i Turchi in Asia, ecco il provvedimento efficace per gli schiavi dell’Europa Orientale; ogni altra misura sarà una tappa di guerra”. Ma bisognava vincere gli intralci della diplomazia, come ruvidamente vergò nel Romanzo contemporaneo: “In questi ultimi tempi, massime per la questione orientale, si è manifestato nel mondo quanto di lurido esiste ancora nell’umana famiglia. L’Austria ha fatto il suo dovere di aquila o piuttosto d’avvoltoio, sostenendo sordamente la causa dell’oppressore e accatastando ogni specie d’ostacoli all’Europa Orientale. Essenzialmente tiranna essa ha fatto quanto doveva. Ma l’Inghilterra, la terra universale d’asilo, l’emancipatrice degli schiavi, non doveva, guidata da un Ebreo (lord Disraeli, NdA) lasciarsi condurre all’esterminio dei poveri servi ed al sostegno di tiranni esecrabili. No! Ed io racapricio pensandovi! (…) E i preti? Peste dell’umana famiglia, hanno fatto causa comune coi massacratori degli innocenti”.
Nel Manlio Garibaldi passò dalle staffilate contro il clero a quelle specifiche contro “il Turco, che più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!”
Sospinto dall’orrore, il Solitario (come Garibaldi si autodefinì in Clelia) sognò allora una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio turco, a cominciare dall’isola di Creta: “Giunta la flotta italiana sulla rada di Canea, v’incontrò la turca, composta di cinque corazzate e se ne impadronì. Mi si chiederà con quale diritto. Ed io risponderò: collo stesso diritto con cui Maometto Secondo si impadroniva di Costantinopoli ed i pirati turchi delle nostre donne, bambini, uomini, etc., per farne degli schiavi…”.
Non erano sfoghi letterari ma ragionamento politici. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse: “Dunque dopo tanto sangue versato risulterà nell’Europa Orientale uno di quei mostruosi pasticci di cui la diplomazia va famosa. Cosa è questa lunga Turchia che dal Bosforo si estenderà all’Adriatico, passando sul corpo della Bulgaria quasi indipendente, o tra questa e la Serbia da una parte, la Macedonia e la Tessalia dall’altra, le di cui popolazioni se hanno un’ombra di dignità dovranno mantenersi in uno stato perenne d’insurrezione? Quando io dissi al principio di questa guerra: i Turchi dover passare il Bosforo per poter ottenere una pace durevole, e tale è pure la mia opinione d’oggi, ma i turchi che intendano ciò solo: il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l’immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa che di quanti popoli abitatori del Levante è la migliore. Tale emigrazione sarebbe impossibile, converrebbe però non lasciar in Europa un solo prete turco, che basterebbe a seminar la zizzania in tutta la confederazione; e le moschee cambiar in scuole, ove s’insegnerebbe la religione del vero.”
Garibaldi sperava in un congresso che esercitasse l’arbitrato internazionale, la ricerca di una soluzione pattizia dei conflitti nel rispetto della libertà dei popoli, che avrebbe comportato con sé la libera navigazione nel Mar Nero (rumeno perché daco-romano) e negli Stretti.
La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’impadronì di Cipro e ne fece l’isola della divisione, del conflitto permanente, quale ancora rimane, mezza staterello indipendente (finanziariamente allo stremo), mezza sotto sovranità turca: un equivoco irrisolto nel Mediterraneo orientale. E il gran Malato d’Oriente divenne sempre più la polveriera della futura conflagrazione europea, esplosa nell’estate 1914 dopo la guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia e tre guerre balcaniche in due anni: groviglio inestricabile, letto di procuste sul quale la diplomazia inetta inchiodò l’area balcanica sino all’esasperazione delle genti.
Il Solitario aveva intravveduto e suggerito la soluzione, ma non ne vide l’approdo ultimo. Nel 1897 Creta insorse ma l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosue Carducci in versi staffilanti. La grande guerra si concluse con la pace di Sèvres (1920) che lasciò gli Stretti ad Ataturk (massone, si, ma, come tanti altri “fratelli”, solo sino a quando gli fece comodo) in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di laicizzazione. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per una somma di errori e nefandezze delle diplomazie, oggi incombenti sull'Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera unitaria, lungimirante, di vasto respiro.
Aveva ragione Garibaldi. Il cui pensiero perciò venne lasciato chiuso in carte dimenticate: troppo scomodo… ma attualissimo. Da scoprire.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Giosue Carducci (1835-1907) nel  giugno 1897 sferzò l'ignavia dell'Europa centro-occidentale dinnanzi alle stragi degli armeni e dei greci in “La mietitura del turco”.  Scrisse: “ Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar.// (...) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l'harem del Padascià”. 
In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.  
  

MARZIA TARUFFI E PATRIZIA DEABATE
DUE DONNE INTORNO AL CUOR CI SON VENUTE...

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Marzia Taruffi presenta i Grandi Maestri della Massoneria italiana, Stefano Bisi e Antonio Binni, a un Martedì Letterario del Casinò di Sanremo.Resurrezione e Magia
Il Mago. È il major. Fa di più perché sa di più. È “Maggiore”. Ma è maschio? La Magia è femminile. Ha la stessa radice di Maggiorità (si raggiunge quando lo decidono le Matrone) e di Majestas. Gli Antichi sapevano e facevano. Celebravano riti millenari. Non sono pratiche di circoli esoterici ma di tutte le religioni abramitiche e, ancor più, di culti ancestrali. La principale era coniugare la vita con la morte e la morte con la vita: compito precipuo della Gran Madre. Nulla va perduto. La carne lascia le ossa ma l'Acacia rifiorirà.
I “cives” vanno in guerra. Muoiono. È loro sacro dovere. Le matrone conservano e tramandano, di generazione in generazione. Sono loro ai piedi della Croce della Storia, perché conoscono tutti i “passaggi” della vita, che ai “maschi”, per quanto si sforzino, sfuggono: eterna dualità tra Luna e Sole, fondamento di calendari ignoti nel mondo dei “secolarizzati”, coperti di squame.
Non per caso il Cristo Risorto non si presentò agli Apostoli. Uno, per salvarsi, lo aveva rinnegato tre volte. Un altro non gli credette se non dopo aver ficcato il dito nella ferita. Si disvelò invece alle Pie Donne: un privilegio che poi venne velato e cancellato. Eppure da millenni sono proprio le Donne a prevalere. Custodi del Fuoco Sacro non erano consoli, tribuni, senatori ma le Vestali. Mentre il Potere oggi si sfarina e crolla, qualche cosa cambierà? I segnali non mancano. La poesia, la ricerca, la creatività sempre più sono femminili, non solo etimologicamente ma anche nei fatti. Come la Magia.
Ne sono esempio le vincitrici delle due prime edizioni del Premio Acqui Edito/Inedito, Marzia Taruffi e Patrizia Deabate. Da un anno tra Piemonte e Liguria si alzano muraglie di decreti e ordinanze che vietano o almeno intralciano scambi millenari. Chissà se a Roma sanno del Vallone delle Meraviglie? Alabardieri vigilano mandandosi segnali da un casello autostradale all'altro, come da torri saracene a guglie medievali, per segnalare auto sospette di clerici vaganti in cerca di parenti o anche di quel po' di sole che tanto giova ai caucasici carenti di vitamina D.
L'Opera di Marzia Taruffi... 
Al di sopra di queste detestate barriere si librano Opere che invitano a riscoprire il millenario legame non solo culturale tra le Terre dell'Italia nord-occidentale.
Fresco di stampa è il romanzo “Il Podestà ed Esterina” di Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura del Casinò di Sanremo e vincitrice del Premio Acqui Inedito 2020, pubblicato da De Ferrari (Genova). La motivazione recita: “Dal baule della grande storia, consegnata a opere quali Una cento mille Casinò di Sanremo e Agosti-De Santis dall'azzardo alla Cultura del gioco, Marzia Taruffi estrae lo scrigno del suo nuovo romanzo. Due sogni vi si intrecciano a distanza di un secolo: di Esterina (suor Vittorina) e di Roberto, pronipote e architetto come Pietro Agosti, rientrato a Sanremo dall'Argentina per far risorgere il Teatro Principe Amedeo, distrutto nel 1945, in una visione capace di unire rigore filologico e prospettiva futuristica”. Nella trama del romanzo la scrittrice inserisce Amelia, giornalista talentuosa, pronta ad aprire le braccia all'affetto, ma decisa a proseguire nel proprio cammino professionale e intellettuale: una missione (come quella di Esterina) che esige e propizia la libertà.
Le due storie si intersecano in un sapiente gioco di specchi, con lo scavo di sentimenti sublimi, spasmodici e infine vittoriosi perché la vocazione prevale sull'attrazione, l'Eterno sull'Immanente. Implacabile, vince il Destino. L'unione è lontananza. La vita diviene scelta di morte.
Il misterioso suicidio corporale del grande Pietro Agosti, Podestà di Sanremo, filo conduttore dell'incalzante narrazione, è tutt'uno con il contrasto tra la bellezza struggente dei luoghi e della vita sociale incardinata sul culto della mondanità (musica, danza, colori, profumi di fiori...) e la brutalità della lotta politico-amministrativa di cui Roberto è spettatore e vittima. Insegna l'impossibilità di sfuggire al Fato.
Il romanzo attinge al pozzo della storia e della sua interpretazione metafisica, indaga l'Architettura, Arte Reale tesa a coniugare Natura e Pensiero, volizione umana e Forze incontrollabili (il fantasma di Bussana, reliquia del terribile terremoto, l'Eremo della “Visitazione”…), e fonde insieme progetti, “materiali” e parole, raccolti nel laboratorio alchemico che Marzia Taruffi – segretaria generale e animatrice del Premio Antonio Semeria – domina con piena padronanza. Il racconto unisce robusta trama narrativa e proprietà linguistica, sempre garbata, già sperimentata in D'indaco era il mare (2019).
La copertina del volume di Patrizia Deabate.… e di Patrizia Deabate
Appena pubblicato dal Centro Studi Piemontesi e già lodato nei maggiori quotidiani (a ultimo dall'esigente Marcello Veneziani in “La Verità”), Il misterioso caso del “Benjamin Button” da Torino a Hollywood. Nino Oxilia, il fratello segreto di Francis Scott Fitzgerald è l'approdo di lunga e fruttifera ricerca condotta al di qua e al di là dell'Atlantico dalla studiosa albese Patrizia Deabate, a sua volta vincitrice della sezione Saggio storico Premio Acqui “Edito e Inedito” (2019). Introdotta da una dotta e partecipe prefazione di Carlo Sburlati, l'opera è labirintica e ammaliante. La sua ispirazione profonda, che vale anche da chiave di lettura, è una citazione fatta propria dalla scrittrice: “Dove gli storici si fermano non sapendo più niente, appaiono i poeti e indovinano. Loro vedono ancora quando gli storici non vedono più”. Di Nino Oxilia, commediografo, interventista, animatore di cultura, caduto sul monte Tomba all'indomani di Caporetto e “modello segreto” dello scrittore e sceneggiatore Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) Patrizia Deabate ha scritto ripetutamente, in specie all'indomani del restauro critico della pellicola “Addio Giovinezza”. Nelle sette “stazioni” del volume il lettore è condotto alla scoperta di mondi e di autori dimenticati dai più e dei loro legami intercontinentali, nella successione di “epoche” che hanno scandito il fascinoso e tragico Ventesimo Secolo. Aperto dal sogni di Fratellanza universale (Deabate evoca la “Corda Fratres” di cui molto ha scritto Marco Albera, mecenatesco promotore di studi) e, al tempo stesso, di liberazione delle nazioni senza Stato e del completamento dell'unificazione intrapresa nell'Ottocento ma rimasta incompiuta (era il caso dell'Italia, che agognava a Trento, Trieste e alle città italofone dell'Istria e della costa dalmatica), il Novecento precipitò nel baratro della Grande Guerra, dal 1917 divenuta mondiale. In quella temperie tornarono a rifulgere miti d'antan come Giovanna d'Arco, proclamata santa da papa Benedetto XV mentre la laicissima e anche assai massonica Francia riapriva l'ambasciata presso la Santa Sede, spiazzando la Terza Roma suggellata da Porta Pia.
Nucleo della poderosa ricerca di Patrizia Deabate  è anche la possibile suggestione della “favola bella” del cattolico Giulio Gianelli, Storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino, sull'autore di “The Side of Paradise” uscito cent'anni addietro. E' in quell'intrico che Nino Oxilia ( Dick Diver?) si configura quale “fratello segreto” di Francis Scott Fitzgerald.
Chiuso il dottissimo volume, il lettore s'interroga sul demone che ha spinto l'“alpinista” albese Patrizia Deabate a scalare per anni e a esplorare  le vette di una ricerca così complessa. La risposta è nella città dei suoi studi universitari, Torino, apparentemente grigia e monocorde, in realtà, come scrisse Giorgio De Chirico a Paola Levi-Montalcini e ricorda la scrittrice, “la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d'Italia ma di tutto il mondo”: sulla direttrice da Mont Saint-Michel a Israele, come le suggerì lo slavista Piero Cazzola, indimenticabile Grande Saggio del Centro Studi Piemontesi.

Marzia e Patrizia (nomi che sanno di Destino) indicano la via: la Poesia e la Vita, al di là delle rovine. La Resurrezione. La Magia. Ve n'è bisogno.
Aldo A. Mola
DIDASCALIE: 
1 -Marzia Taruffi presenta i Grandi Maestri della Massoneria italiana, Stefano Bisi e Antonio Binni, a un Martedì Letterario del Casinò di Sanremo.
2 – La copertina del volume di Patrizia Deabate.


A VELE SPIEGATE L'ACQUI STORIA 2021
Da poco insediata Assessore alla Cultura del Comune di Acqui Terme in successione all'avvocato Alessandra Terzolo, Cinzia Montelli, tornata nella sua nativa città della Bollente ove già diresse il Grand Hotel Nuove Terme, annuncia il rinnovamento  del Premio Acqui Storia, che dal 2021 entra nella 54a edizione, affiancato dal Premio Acqui “Edito e Inedito”, giunto alla 3a edizione. Fondato da Marcello Venturi (autore di Bandiera bianca a Cefalonia) e altri per ricordare la tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia (settembre 1943), ripetutamente ricostruita da storici di polso, nel tempo il Premio ha gemmato le sezioni speciali:la  “Storia in TV” (lo scorso anno ne fu vincitore Roberto Olla), i “Testimoni del Tempo” (chiamati sul palco del Teatro Ariston di Acqui a narrare la loro esperienza intellettuale e umana) e il premio “alla Carriera” conferito a storici quali Mario Cervi, Franco Cardini, Roberto Vivarelli, Giuseppe Galasso, Domenico Fisichella, Francesco Margiotta Broglio, Donald Sassoon e Romano Ugolini.
Nel tempo l'Acqui Storia è divenuto il premio propriamente storiografico più prestigioso, per numero di concorrenti, qualità e rigore delle giurie, nel panorama culturale italiano e internazionale. Ora, afferma l'Assessore Cinzia Montelli, esso punta all'affermazione della ricerca storica quale “fondamento del progresso morale, culturale e sociale in una visione sempre più transnazionale”, sulla scia delle edizioni che hanno veduto finalisti e vincitori d'oltralpe e persino di altri continenti, quali Hubert Heyriès, Adélaide De Clermont-Tonnerre e Nicolas Stargardt.
L'Assessore Montelli ha innovato le giurie. In sostituzione del benemerito Maurilio Guasco, alla presidenza della sezione sezione scientifica ascende Gianni Oliva, suo componente dal 2015. Autore di numerose e innovative opere di storia militare e politica, prevalentemente edite da Mondadori, già preside di licei torinesi e assessore alla cultura della Regione Piemonte, Oliva è affiancato da Mola, confermato  vicepresidente vicario. A fianco di Massimo De Leonardis, Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato, Gennaro Sangiuliano (direttore del TG2) e altri entra in Giuria Marta Margotti, docente di storia contemporanea all'Università di Torino, autrice di robuste opere su religioni e secolarizzazione, ebraismo, cristianesimo e islamismo, giornalismo e cattolicesimo in Francia nell'Otto-Novecento.
Alla presidenza della sezione divulgativa Giordano Bruno Guerri è sostituito da Michela Ponzani, già conduttrice di “Il Tempo e la Storia” (Rai 3 e Rai Storia) e autrice di numerosi saggi sulla Resistenza e l'Italia repubblicana. A Carlo Prosperi (vicepresidente vicario) e a giurati di lungo corso (Augusto Grandi, Luigi Mascheroni...) si aggiunge Michele D'Andrea, per decenni capo cerimoniere del Quirinale, forte di studi di araldica. Gli si debbono, fra altro, lo stendardo del Presidente delle Repubblica, i nuovi “gradi” di varie Armi e saggi sulla Grande Guerra.
Altrettante le innovazioni nella sezione del romanzo storico, presieduta da Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, collaboratrice di quotidiani e riviste tra cui “Internazionale”, premiata a Palermo e a Napoli. A Miska Ruggeri (vicepresidente), Mario Bernardi Guardi, Giancarlo Mazzuca, Emanuele Mastrangelo (redattore di “Storia in rete”) e Carlo Sburlati (per anni creativo demiurgo del Premio), si aggiunge Paolo di Paolo, già finalista dei Premi “Italo Calvino” e “Strega” e autore di opere pubblicate da Einaudi e Feltrinelli.
Rimangono identiche le giurie del Premio “Edito” (Luca Cremonesi, Gianluca D'Aquino, Danilo Poggio, Emanuele Mastrangelo, Mariapaola Pesce ed Elisa Rocchi) e di quello “Inedito” (Fabrizio De Ferrari, Vito Gallotta, Paolo Lingua, Aldo A. Mola e Vittorio Rapetti).
L'Assessore Cinzia Montelli si prefigge di fare del Premio il perno di una settimana di incontri culturali che intreccino storia, narrativa, arti e musica. L'“Acqui” diviene un laboratorio aperto alle scuole e alla città, centro di attrazione per le tante energie pulsanti della creatività culturale nell'Italia nord-occidentale, cerniera d'Europa. Concentrazione sul territorio e conquista degli spazi sono le due direttrici di marcia della città che sta scoprendo e valorizzando le sue origini romane, la sua funzione di cinghia di trasmissione tra l’entroterra piemontese e lombardo e il Mar Ligure, sempre nel ricordo della catastrofica seconda guerra mondiale e di un Mediterraneo insanguinato: un monito per il presente.
Aldo A. Mola

BICENTENARO DIMENTICATO
L'INDIPENDENZA DELLA GRECIA E LA COSCIENZA DELL'EUROPA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

EUGENE DELACROIX (1798-1863). Probabilmente figlio adulterino di Charles Maurice de Talleyrand, già vescovo di Autun e ministro degli Esteri della Francia da Napoleone ai re della Restaurazione, fu tra le massime espressioni del Romanticismo pittorico europeo. Dette voce anche alla storia a lui contemporanea, come in Scene del massacro di Scio (conservato al Louvre di Parigi), l'isola greca ove i turchi annientarono ferocemente la popolazione cristiana. Il dipinto rivaleggiò per efficacia, con l'altrettanto celebre I Profughi di Parga di Francesco Hayez (1831).3 aprile 1821. Cadono due secoli dall'inizio della lunga lotta dei greci per la propria liberazione dal giogo turco-ottomano. Orgoglio dell'Europa civile. Vergogna per quella della “diplomazia”.
“L'Europa non c’è! L’Europa non esiste!”: così esordì Eddy Sogno in una conferenza organizzata al Cinema “Italia” di Saluzzo su invito dell'allora segretario locale del Movimento studentesco per l'Organizzazione internazionale. Trentacinque anni fa. Quale Europa esiste ora? Il pachiderma affossato dalla Corte costituzionale tedesca che ha sconfessato il Parlamento germanico sul “Recovery Plan”?Persino Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri dello Stato d'Italia e già presidente della Banca Centrale Europea, prende atto, oggi, che l’Europa continua a non esserci. L'uscita della Gran Bretagna (a maggioranza risicata) ha suscitato scalpore. Ma molti Stati dell'Unione, dopo un decennio dall’entrata in vigore della “moneta unica”, non hanno mai adottato l'euro fiutandone gli effetti tossici: l'aumento drastico dei prezzi, il dimezzamento del potere d'acquisto e, quindi, del valore dei dei risparmi, l'impoverimento del ceto medio. L'Europa non c'è sul piano basso di vaccini e siringhe e neppure su quello, più alto e “sofisticato”, degli eurobond, che poi altro non sono se non un indebitamento colossale perpetuo, condivisibile da Paesi spreconi (Italia in testa), molto meno da quelli che nascondono le rughe dei loro antichi imperi sotto le creme del potere finanziario, che non conosce bandiere.
L'Europa non c'è, come non c'era quando albeggiò il Risorgimento italiano, che non sbocciò come un fiore in serra, ma nacque dal sangue degli italiani che combatterono sotto le bandiere di Napoleone, da Austerlitz alla campagna di Russia, ove il loro valore militare rifulse anche nella cavalleria comandata da Gioacchino Murat, suscitando l'ammirazione dell'Europa del tempo. Ne scrissero Silvio Pellico e il ventenne Giacomo Leopardi, che credeva nell'“Italia” quale correttivo della pochezza degli italiani.
In principio è la Grecia, Grande Madre delle Libertà
Nel 1815 il Congresso di Vienna ritenne di poter cancellare venticinque anni di storia  bilanciando Tradizione e Legittimità e ignorando le “nazioni”, vittoriose su Napoleone nella battaglia di Lipsia (1813). Germogliate proprio per effetto della Grande Rivoluzione, queste andavano rimosse dalla scena. Troppo pericolose per un'Europa con la testa rivolta al passato remoto. Bisognava riportare le lancette all'indietro. Cancellare non solo Napoleone, ma anche quanti lo avevano avversato in nome della libertà di pensiero e di stampa, a tacere delle rivendicazioni sociali. Furono ripristinati i codici di fine Settecento, con tanto di torture e di esecuzioni efferate, come la pena della ruota. Tutto dove possibile, le monarchie appena restaurate, per consolidarsi, si afferrarono ai panni della Chiesa cattolica. A Pio VII e immediati successori non parve vero di avere quell'ombrello. 
A squassare la “pax” artificiosa del Congresso di Vienna, basata sulla repressione, si mossero le periferie dell'Europa. Primi fra tutti furono i liberali di Spagna, che imposero al fatuo Fernando VII il ripristino della Costituzione del 1812, mentre al di là dell'Atlantico cominciò a collassare l'immenso impero coloniale di Madrid, dal Messico all'Argentina. Ma che cosa ne sapeva e ne capiva la generalità degli abitanti del Vecchio Continente, in massima parte analfabeti alle prese con la sopravvivenza e una speranza di vita ferma a 30 anni di età? Che cosa ne sapevano e capivano i governi di Stati di medie e piccole dimensioni, inclusi quelli del mosaico italiano dell'epoca?
A comprendere e a spiegare fu la minoranza colta, che promosse riviste (come a Milano “Il Conciliatore” di Federico Confalonieri e a Firenze l'“Antologia” di Gian Pietro Viesseux): una goccia nel mare del conformismo, ma combattiva e collegata alle avanguardie culturali d'Oltralpe, dalla Germania “narrata” da Madame de Stael alla Francia di René de Chateaubriand, all'Inghilterra (come la Gran Bretagna era comunemente detta).
Dopo la Spagna, fu la volta della Grecia. Il 7 marzo 1821, due secoli fa, Alessandro Maurogonato irruppe in Moldavia e Valacchia contro il secolare dominio turco-ottomano e il 9 aprile entrò in Bucarest. Il 3 aprile insorsero i Greci, ispirati dall'Eterìa (=Fratellanza), una società segreta nata a Odessa nel 1814 e costituita da capitani di mare, militari, studiosi, e protetta dallo zar di Russia, Alessandro I, deciso a tutelare sia i Luoghi Santi sia i greco-ortodossi dell'antica Ellade. Ne fu capofila Alessandro Ypsilanti.
Dopo la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II (1453), anche la Grecia era stata soggiogata dai turchi, che la scomposero in sei sangiaccati affidati a “beg”, che dominavano con imposizione fiscale vessatoria e rastrellavano ragazzi per l'esercito del Sultano. I tentativi di riscossa della Repubblica di Venezia fallirono lo scopo. Solo nell'età napoleonica risuonò la diana della riscossa, sull'esempio della  “Marsigliese”: “Orsù, figli dell'Ellade...”. Poi la Grecia ripiombò sotto il giogo turco, ancora più duro e spietato. L'aspirazione all'emancipazione ellenica fu soffocata da spietati interessi politico-militari ed economici delle maggiori potenze “occidentali”. Con il Trattato di Giannina il 7 maggio 1817 l'Inghilterra restituì agli islamici alcune isole e cittadine greche temporaneamente libere. Fu il caso di Parga, i cui abitanti il venerdì santo del 1819 abbandonarono la propria terra, bruciarono tutto e partirono per Corfù, portando con sé anche le salme degli antenati. L'Europa liberale ne fu scossa. In Italia parlò per tutti Giovanni Berchet (Torino, 1783-Milano, 1852) nel poema I profughi di Parga. Carbonaro, cospiratore, esule a Parigi per sottrarsi alla feroce repressione austriaca, sensibile allo “Spirito che soffia dove vuole”, Berchet anticipò il celebre quadro di Francesco Hayez che nel 1831 immortalò la tragedia dei parghelioti.
La Grecia, dunque, era nel cuore dei liberali italiani quando il 9 aprile 1821 gli indipendentisti lanciarono l'appello all'Europa affinché accorresse in aiuto dei suoi “fratelli maggiori”. Per i colti era indissolubile il legame con la patria primogenita del Bello e Valoroso, della filosofia e della storiografia. All'insorgenza che indisse la crociata per la liberazione della Grecia e ottenne qualche successo soprattutto in mare, il Sultano rispose impiccando Gregorio V, Patriarca di Costantinopoli, e infierendo sulla popolazione. Lo zar Alessandro I cozzò con la Santa Alleanza, indifferente alle sorti dei greci e decisa, all'opposto, a schiacciare i liberali spagnoli con l'invio di l'esercito dei centomila “figli di San Luigi”, che avanzarono come un rullo compressore contro i costituzionali.
Malgrado dissidi interni, il 13 gennaio 1822 a Epidauro venne proclamata l'indipendenza della Grecia e fu approvata la “legge organica” di 110 articoli: una Costituzione alla cui elaborazione concorse Vincenzo Gallina (Ravenna, 1795-Aleppo, 1842), membro del Consiglio supremo carbonaro delle Romagne, esule al seguito di Pietro Gamba e apprezzato da Alessandro Maurocordato e da Teodoro Negri.
Due secoli di storia travagliata
La lotta dei greci per l'indipendenza si protrasse per un decennio, segnato anche dalle discordie al limite della guerra civile tra opposte fazioni. Essa fu scandita da orrori, come avvenne nell'isola di Chio e a Missolungi (ove il 19 aprile 1824 cadde il celebre e inarrivabile lord George Gordon Byron), riconquistate dai turchi, spintisi poi a riprendere l'Attica e la stessa Atene, seminandovi il terrore.
Dopo vari e inconcludenti trattati (1827-1828) e la vittoria navale franco-anglo-russa  a Navarino (20 ottobre 1827), finalmente le potenze europee addivennero al Protocollo del 3 febbraio 1830 che instaurò in Grecia la monarchia costituzionale. Nel 1832 la corona fu assegnata a Ottone di Wittelsbach, figlio di Luigi I di Baviera. Nel 1863 (messa da canto l'ipotesi di conferirla ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, come propugnato dal monregalese Carlo Michele Buscalioni, che nel 1870 concorse poi a issarlo sul trono di Madrid  e venne ripagato col titolo di “Grande di Spagna”) il trono passò a Guglielmo Giorgio, figlio di Cristiano di Danimarca, che assunse nome di Giorgio I. Ma il resto della penisola balcanica rimase nelle mani del Sultanato-Califfato “Grande malato d'Oriente”. Anche dopo il collasso dell'impero turco nella Grande Guerra, anche profittando della guerra civile in atto nell'ex impero zarista, l' “Occidente” continuò a lasciare in mano turca Costantinopoli. E così rimane. La miopia si paga nei secoli.
Conquistata l'indipendenza con dieci anni di guerra, la Grecia continuò ad avere una storia travagliata, ripetutamente  lontana dagli ideali dei patrioti italiani che vi accorsero e donarono la vita per la sua libertà. Primo fra tutti Santorre di Santarosa....
Aldo A. Mola


SANTORRE DI SANTAROSA
UNA VITA PER LA LIBERTÀ DELLA GRECIA


Statua di Santorre di Santarosa, eretta nella omonima piazza di Savigliano (CN). La città conta due piazze che, come quella di Cuneo originariamente dedicata a Vittorio Emanuele II,  non è “sagrato” di chiese ma “spazio laico”. Al centro dell'attigua Piazza del Popolo, a Savigliano, si erge la statua bronzea del Generale Giuseppe Arimondi, caduto nella battaglia di Abba Garima (o Adua) il 1° marzo 1896 e scoperta alla presenza di Umberto I. Nel monumento, opera dello scultore romano Giuseppe Lucchetti Rossi, Santarosa regge nella sinistra la Costituzione del 13 marzo 1821 e tiene la destra sull'elsa della spada: civis romanus, che unisce diritti politici e servizio militare, come sancito dalla Costituzione italiana, per la quale è “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.“Quando si ha un animo forte, conviene operare, o scrivere, o morire” annotò Annibale Santorre Derossi, conte di Pomerolo e signore di Santarosa (Savigliano, 18 novembre 1783-Sfacteria, 8 maggio 1825) in un’accorata lettera spedita da Londra alla moglie, che non vedeva dall'inizio del suo forzato esilio (la si legge nella poderosa raccolta del suo Epistolario (1821-1825), curato da Antonino Olmo per la Biblioteca scientifica dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma, 1969).
Alfiere a tredici anni nei Granatieri reali comandati dal padre, Michele, colonnello e massone, Santorre partecipò alle battaglie contro l'Armata d'Italia di Napoleone a Mondovì (1796) e a Marengo (14 giugno), ove il padre lasciò la vita sul campo. Entrato nella vita pubblica, maire di Savigliano dal 1807 e sottoprefetto a La Spezia dal 1812, al mai interrotto studio delle armi e della storia unì la passione per le lettere, con l'intento di possedere la lingua italiana proprio quando Napoleone impose l'obbligo del francese nelle terre (come il Piemonte e la Liguria) direttamente annesse al suo Impero. Ne lo documentano  la “Istoria del Romito” e i Carmi, che fece stampare in due sole copie nel 1812 e vennero ristampati dall'Artistica di Savigliano, a cura di  Olmo. Forte dell'ampia cultura (di cui scrisse Antonio Piromalli negli atti del convegno saviglianese coordinato da chi scrive il 5 maggio 1984, con la partecipazione degli storici Narciso Nada e Franco Della Peruta, presente l'ambasciatore di Grecia), nel 1814, col ritorno a Torino di Vittorio Emanuele I, Santarosa entrò capitano nel reggimento Guardie e col suo I battaglione combatté valorosamente a Grenoble in difesa del restaurato Regno di Sardegna.
Affiliato alla Carboneria, società segreta mirante al ripristino della monarchia costituzionale, e a contatto con movimenti settari quali gli Adelfi e i Federati, egli fu tra quanti premettero su Carlo Alberto di Savoia-Carignano per la promulgazione della Costituzione spagnola detta di Cadice, rifiutata dal re, che preferì abdicare, e rinnegata dal suo successore (e fratello) Carlo Felice, che, temporaneamente a Modena, impose al parente di tredicesimo grado (qual era Carlo Alberto) di  recarsi a Novara, agli ordini del maresciallo La Tour, pronto a stroncare la ribellione.
Quell’insorgenza da preminentemente monarchica assunse anche altre vesti, più radicali, in specie ad Alessandria. Ministro della Guerra nella Giunta provvisoria di governo, presieduta dal saluzzese canonico Bernardo Marentini, Santarosa sfuggì alla repressione ma venne impiccato in effige a Savigliano, per monito ai liberali. Riparato in Svizzera, da cui fu espulso, andò esule a Parigi, ove il filosofo Victor Cousin l’aiutò a migrare in Inghilterra per sottrarsi all’estradizione in “Piemonte” e alla tragica orte che gli sarebbe toccata. A Londra Santarosa condivise l'esilio con Luigi Ornato (Caramagna Piemonte, 1787-Torino, 1842), una tra le menti europee più alte della sua epoca, e conobbe altri esuli insigni, come Ugo Foscolo. Privo di mezzi, visse di stenti. Deluso e a volte depresso (“I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono ormai svaniti...” scrisse nel 1823), nel novembre 1824 partì alla volta del Peloponneso con l'amico di sempre, Giacinto Ottavio Provana di Collegno, che indossava la divisa militare da quando aveva sette anni, per concorrere alla lotta dei greci contro i turchi di Istanbul e i loro alleati egiziani.
Si domandò: “chi sa quali accoglienze, chi sa che fine ci attende?”. Come temeva, i greci non gli conferirono alcun comando e riluttarono ad accettarlo persino come soldato semplice, nel timore che la sua presenza nelle loro file ostacolasse l'aiuto della Francia conservatrice di Luigi XVIII e di Carlo X e forse anche del governo inglese, scaltramente opportunista.
Inviato infine a soccorrere l'isola di Sfacteria, l'8 maggio 1825 fu travolto nella mischia e ucciso dal nemico che non faceva prigionieri se non nella certezza di trarne vantaggio col riscatto. Accorso nell'isola pochi giorni dopo, Collegno non ne rinvenne neppure la salma. Anni dopo gli venne eretto un modesto monumento su impulso di Cousin. 
La sua vera eredità furono il meditato e sofferto saggio La Révolution piémontaise (1822, ristampata a Torino nel 1850 e di prossima riedizione anastatica come “Quaderno de L'Ipotenusa”), vari memoriali, che saranno alla base del convegno in programma a Pinerolo sabato 18 settembre 2021 per iniziativa della Società Storica Pinerolese, e soprattutto il suo esempio di coerenza, spinto sino al sacrificio della vita in nome di un ideale universale: la libertà e la fratellanza dei popoli, enunciato con Guglielmo Moffa di Lisio all'inizio del moto costituzionale del marzo 1821.
Aldo A. Mola
DIDASCALIE:
1 – EUGENE DELACROIX (1798-1863). Probabilmente figlio adulterino di Charles Maurice de Talleyrand, già vescovo di Autun e ministro degli Esteri della Francia da Napoleone ai re della Restaurazione, fu tra le massime espressioni del Romanticismo pittorico europeo. Dette voce anche alla storia a lui contemporanea, come in Scene del massacro di Scio (conservato al Louvre di Parigi), l'isola greca ove i turchi annientarono ferocemente la popolazione cristiana. Il dipinto rivaleggiò per efficacia, con l'altrettanto celebre I Profughi di Parga di Francesco Hayez (1831).
2 - Statua di Santorre di Santarosa, eretta nella omonima piazza di Savigliano (CN). La città conta due piazze che, come quella di Cuneo originariamente dedicata a Vittorio Emanuele II,  non è “sagrato” di chiese ma “spazio laico”. Al centro dell'attigua Piazza del Popolo, a Savigliano, si erge la statua bronzea del Generale Giuseppe Arimondi, caduto nella battaglia di Abba Garima (o Adua) il 1° marzo 1896 e scoperta alla presenza di Umberto I.
Nel monumento, opera dello scultore romano Giuseppe Lucchetti Rossi, Santarosa regge nella sinistra la Costituzione del 13 marzo 1821 e tiene la destra sull'elsa della spada: civis romanus, che unisce diritti politici e servizio militare, come sancito dalla Costituzione italiana, per la quale è “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.

MILITARI E MASSONI
ALLE RADICI DELLE LIBERTÀ D'OGGI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

Sicuramente iniziati alla Massoneria (Grande Oriente  d'Italia o Gran Loggia d'Italia), alle Fosse Ardeatine vennero suppliziati  Teodato Albanese, Carlo Avolio, Umberto Bucci,  Silvio Campanile, Salvatore Canalis,  Giuseppe Celani, Gerardo De Angelis, Renato Fabri, Aldo Finzi, Fiorino Fiorini,  Manlio Gelsomini, Umberto Grani, Mario Magri, Placido Martini, Attilio Paliani, Giovanni Rampulla,  Umberto Scattoni, Mario Tapparelli, Angelo Vivanti e Carlo Zaccagnini. Ognuna delle loro biografie è uno specchio della lunga  e spesso contraddittoria e tragica storia d'Italia. Attendono di essere ricordati anche per la “catena di unione” che in tempi diversi li aveva uniti molto prima che venissero condotti al supplizio, legati i polsi dietro la schiena e le caviglie, perché potessero fare solo piccoli passi. All'iniziazione in loggia avevano appreso a marciare verso la libertà.  I Dioscuri della Libertà. Cordero di Montezemolo...
Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, classe 1901, colonnello dal 1° maggio 1943, “Giacomo Cateratto” in clandestinità, assassinato il 24 marz 1944 dalle SS naziste alle Fosse Ardeatine (Catacombe di San Callisto, recita la motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare).
Giuseppe Perotti, classe 1895, generale di brigata dal luglio 1942, fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto (Torino) su sentenza della sezione torinese del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Due Militari. Due patrioti. Due uomini che credevano strenuamente nell'Italia nata dal Risorgimento: una, indipendente, libera di decidere il proprio futuro. Entrambi consapevoli che la “missione” può costare il sacrificio supremo.
A unirli, senza che l'uno sapesse dell'altro, vi sono anche gli studi. Allievo dell'Accademia militare di Artiglieria e Genio di Torino, dopo la partecipazione alla Grande guerra che gli valse decorazione e promozione per merito, Perotti si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Torino. Volontario a 17 anni nel 3° Reggimento Alpini e promosso caporale, sottotenente dal 2 novembre 1919, a sua volta Cordero di Montezemolo si laureò in ingegneria civile a Torino, nel 1923. Riprese la carriera militare l’anno seguente.
Senza risalire al passato remoto, a differenza di un'opinione tanto diffusa quanto infondata, i “quadri” dell'Armata Sarda e dell'Esercito italiano vennero formati con studi severi, nel solco dell'Accademia delle Scienze di Torino fondata, con altri, da Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio. Forgiò generali come Luigi Federico Menabrea, tre volte presidente del Consiglio dei ministri nel 1867-1869, e Luigi Pelloux, due volte presidente nel 1898-1900. 
Di famiglia originaria della Spagna e da novecento anni infeudata nel Monregalese, Giuseppe Cordero Lanza  di Montezemolo (breve: Montezemolo) nel 1937 fu capo di stato maggiore della Brigata “Frecce Nere” mandata in aiuto dei nazionalisti spagnoli guidati dai Quattro Generali  (Sanjurjo, Mola, Franco, Queipo de Llano) contro chi mirava a fare della Spagna una “succursale” dell'Urss di Stalin. Capo dell'Ufficio Operazioni del Comando Supremo agli ordini del Maresciallo Ugo Cavallero, dopo la defenestrazione di Mussolini da parte del Re (25 luglio 1943) fu incaricato di missioni speciali da Pietro Badoglio, nuovo capo del governo. Rimasto a fianco del genero del Re, Giorgio Calvi di Bergolo, mentre il governo e i Reali si trasferivano in Puglia, il 10 settembre trattò la resa con il Maresciallo Albert Kesselring per ottenere che Roma fosse riconosciuta “città aperta”, come desiderato anche da Pio XII, sovrano dello Stato del Vaticano. Nominato capo del Fronte militare clandestino a contatto con il governo di stanza a Brindisi, organizzò una rete di formazioni militari estesa in tutta l'Italia occupata, con una direttiva precisa: collaborazione con i “politici” (che si andavano organizzando in comitati di liberazione e in bande “di partito”) ma, come ricorda il generale di corpo d'armata  Oreste Bovio nella biografia inserita in Sacerdoti di Marte (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1993): “Nelle grandi città (non solo Roma, dunque) la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia”. Ai “politici” spettava la “propaganda”, ai militari la tenuta dell'ordine, in specie quando gli occupanti (tedeschi e militari della Repubblica sociale ) fossero collassati. A quel punto occorreva scongiurare ogni forma di rivalsa e di vendetta illegale, magari con applicazione di norme retroattive, come poi sciaguratamente accadde con ripercussioni  e seminagione di odio mai estinto.
Purtroppo il CLN Centrale, presieduto da Ivanoe Bonomi, rifiutò la leale collaborazione con il governo del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e dall'Urss. Montezemolo si espose in prima persona, anche firmando a propri carico ricevute per ingenti somme a sostegno della rete di resistenti  militari. Arrestato su delazione (di Enzo Selvaggi, secondo carte pubblicate da Sabrina Sgueglia della Marra, riproposte da Mario Avagliano nella densa biografia del Colonnello), il 25 gennaio 1944 Montezemolo venne tradotto nel “carcere” delle SS in via Tasso 145. Ripetutamente sottoposto a torture efferate (chi lo vide lo ricordò con la mascella scomposta, un occhio tumefatto, sangue ovunque) non rivelò nulla. Il 24 marzo fu caricato su uno dei furgoni che, tende abbassate, corsero alle Fosse Ardeatine, ove fu assassinato dalle SS comandate dal colonnello Herbert Kappler con un colpo alla nuca come altri 334 italiani, per rappresaglia per la morte di 33 militari del battaglione “Bozen” uccisi nell'attentato messo a punto tra via Rasella e via del Boccaccio da un Gruppo di Azione Partigiana (GAP) del Partito comunista italiano, alla vigilia del rientro di Palmiro Togliatti da Mosca via Algeri.
Senza entrare nel merito di una vicenda che fu ed è da un canto vantata quale segno di vitalità della guerra partigiana, dall'altro deprecata perché le sue conseguenze erano non solo prevedibili ma scontate (sia Kesselring sia l'ambasciatore tedesco a Roma, August von Mackensen, tentarono di contenerne le tragiche dimensioni), l'eccidio suscitò sgomento, anche perché, da tempo sbarcati ad Anzio, gli anglo-americani rimanevano al passo. A
Roma giunsero solo due mesi e mezzo dopo, il 4 giugno 1944. Due giorni prima dello sbarco in Normandia: una gara tra Comandanti.    
...e Giuseppe Perotti
Dopo “Via Rasella” anche nell'Italia settentrionale la repressione della lotta di liberazione aumentò di ferocia, in vista dei grandi “rastrellamenti di primavera” contro le formazioni partigiane.. La Rsi potenziò il livello di spionaggio sulla e all'interno dell'opposizione. A Torino mirò al bersaglio grosso: il Comitato militare del CLN regionale del Piemonte, che fu arrestato il 31 marzo 1944 mentre era radunato nella sacrestia del Duomo di Torino. Sottoposto a interrogatorio, completo di tortura, il suo comandante, generale Perotti, fu condannato a morte. Con lui vennero fucilati i rappresentanti dei partiti nel Comitato: Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Enrico Giachino, Eusebio Giambone e Massimo Montano. Venne risparmiato Silvio Geuna, che poi ne scrisse in “Le Rosse torri di Ivrea”. Chi passa dinnanzi al busto in bronzo del generale Perotti alla Scuola di Applicazione in via Arsenale a Torino sente riecheggiare l'ordine che impartì nell'ora suprema: “Signori ufficiali, attenti: Viva l'Italia”.
Anche per lui vale quanto di Montezemolo venne scritto in un rapporto informativo: “Soldato per tradizione familiare e per vocazione propria”. Lo ricorda Oreste Bovio, che aggiunge: “Seppe essere fedele a un antico precetto: Perché la patria viva, oggi si muore, e per questa sua fedeltà, ancor più che per le sue elette qualità di mente e di cuore, costituisce un esempio per tutti”. Montezemolo e Perotti vanno ricordati per non disperdere l'eredità morale del Risorgimento e dell'unificazione d'Italia. E vanno  rievocati proprio nell'anniversario della carneficina compiuta dalle SS alle Fosse Ardeatine, ove vennero annientati il vertice del Comitato Militare Clandestino e molti appartenenti a “Bandiera Rossa”, detestati dal Partito comunista italiano, e furono assassinati cinquanta ebrei già destinati alla deportazione, vari militanti di partiti poco avvezzi alle regole ferree della lotta clandestina e persino detenuti per reati non politici, tratti dalle celle alla rinfusa per ammassare 330 capri espiatori dell'attentato, in tale concitazione che ne vennero aggiunti cinque più di quanto richiesti dalla macabra disposizione: dieci esecuzioni capitali per ogni caduto di quel Battaglione “Bozen” (altoatesini) che, come ogni giorno, sfilava da via Flaminia, Piazza del Popolo, via del Babuino, Piazza di Spagna... sino a via XX Settembre, per approdare a Castro Pretorio. Alle 15 e 45 si trovò all'appuntamento con l'attentato: 33 morti e una settantina di feriti tra i militari, oltre a un bambino il cui corpo rimase straziato dall'esplosione. 
Aldo A. Mola

MASSONI AFFRATELLATI ALLE FOSSE ARDEATINE

Venti martiri delle Fosse Ardeatine attendono che nella rievocazione dell'eccidio il Capo dello Stato ricordi la loro appartenenza e inviti formalmente i rappresentanti delle loro Comunità (o Ordini iniziatici) a presenziare, labari spiegati, all'omaggio memoriale. Sono i massoni. Se non ora, quando? Tra le vittime della feroce esecuzione si contano 62 minori di 25 anni, tra i quali il quindicenne Duilio Cibei, falegname, e 11 ultrasessantenni, 38 ufficiali (cinque dei quali generali), 26 liberi professionisti (avvocati, medici, ingegneri), 77 operai, 57 impiegati, 54 commercianti, 5 industriali, un banchiere, un sacerdote (il pugliese Pietro Pappagallo) e una dozzina di “contadini”, come Aldo Finzi, di famiglia ebraica, nel 1922-1924 sottosegretario all'Interno nel Governo Mussolini. 
Se dalle professioni si passa alle ascrizioni partitiche-ideologiche il computo diviene molto più complesso, sino a sfuggire a una catalogazione attendibile e condivisa.
Settantasette anni dopo la tragedia, una Istituzione merita l'attenzione che sinora non le è stata riservata: la massoneria, appunto. Secondo studi frutto di decenni di ricerche i Liberi Muratori suppliziati alle Ardeatine furono almeno venti, il 6% del totale (v. didascalia per i loro nomi): un numero molto rilevante se lo si rapporta a quello dei militanti di partito (comunisti e azionisti inclusi, a tacere dei democristiani) e soprattuto al fatto che, anche nei suoi anni più fortunati (tra il 1885 e il 1920) in Italia la massoneria era sempre stata una minoranza esigua e che dal 1925 le sue due maggiori Comunità, il Grande Oriente d'Italia e la Serenissima Gran Loggia d'Italia, erano state sciolte dai rispettivi grandi maestri (Domizio Torrigiani e Raoul Palermi) per sottrarne gli iscritti alla persecuzione governativa perché accusate di essere “società segreta” (come alcuni analfabeti ancor ripetono). 
Appena rinata, all'indomani del 25 luglio, e subito costretta a nuova clandestinità, la massoneria pagò un prezzo altissimo. Nella breve estate del 1943 essa risorse per iniziativa di Grandi Iniziati oggi quasi completamente dimenticati. Tra altri spiccano Domenico Maiocco e Placido Martini.
Il primo è ignorato da Vittorio Gnocchini in L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie dei massoni famosi (Mimesis-Erasmo), che “fa testo”per Wikipedia. La sua biografia è stata scritta dal colonnello Antonino Zarcone quando era Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (Domenico Maiocco. Lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato, pref. di Luigi Pruneti, Roma, Annales). Fu il tramite occulto fra Vittorio Emanuele III, alcuni gerarchi decisi a rovesciare Mussolini e  Ivanoe Bonomi, para-massone ma succubo di democristiani, socialisti e azionisti che intendevano far ricadere esclusivamente sul re il passivo del regime fascista, sorto per la loro inettitudine politica, e della guerra. La vita di Placido Martini è narrata da Francesco Guida, che lo ricorda “socialista, massone, partigiano” e ne ha scritto anche in I martiri massoni delle Fosse Ardeatine (Ed. Gagliano, 2019). Le pagine più pregnanti sulla sua vita si leggono però in La R.'. L.'. “Garibaldi-Pisacane di Ponza-Hod, n.160 all'Oriente di Roma: una luminosa storia massonica” (ed. Pontecorboli, Firenze, 2019, con introduzione di Virgilio Gaito, ex Gran Maestro del GOI). L'opera ha molti pregi. In primo luogo ricorda il legame iniziatico tra Martini e Domizio Torrigiani, che, condannato al confino di polizia a Lipari per un reato che non esisteva nel codice penale (“massone”), fondò la loggia “Pisacane”,  che affiliò anche il “comunista” Silvio Campanile. In secondo luogo ripercorre la riattivazione dell’Officina da parte di Martini, fondatore dell’Unione Nazionale della Democrazia Italiana. Infine evidenzia i contatti instaurati dopo l'8 settembre tra Carlo Zaccagnini, fiduciario di Martini, e il colonnello Cordero di Montezemolo. Tramite Carlo Avolio l'UNDI entrò in contatto anche con la Carboneria capitanata dal professor Felice Anzalone, studiato da Silverio Corvisieri in Il Re, Togliatti e il Gobbo. 1944: la prima trama eversiva (ed. Odradek).
Senza addentrarci nel “bosco incantato” delle molte sigle massoniche fiorenti nel 1943-1944 (ne ha scritto anche Giuseppe Pardini in Obbedienze disobbedienti, ed. Luni), merita rievocare il percorso di Martini (1880-1944). Garibaldino (diciottenne partecipò alla spedizione a Domokos in aiuto degli insorti greci contro i turchi), massone, anticlericale, impegnato nel blocco popolare a Roma capitanato da Ernesto Nathan, volontario nella Grande Guerra, avversò l'onda socialcomunista postbellica, negatrice dei valori patriottici. A sua volta condannato al confino a Lipari, ricevette da Torrigiani l'investitura a tenere in vita la “Pisacane” come Loggia Madre e quindi con il carisma di gran maestro. Propenso alla ricomposizione fraterna tra il Grande Oriente e la rinascente Gran Loggia guidata da Raoul Palermi, suscitò l'ostilità di massoni  che non riconobbero neppure i grandi maestri dell'esilio (Eugenio Chiesa, Arturo Labriola, Alessandro Tedeschi e Davide Albarin). Catturato da un miserabile delatore prezzolato, come  Montezemolo fu rinchiuso a via Tasso e vi subì torture atroci senza mai nulla rivelare. La figlia Maria Carolina narrò ad Alfonso Testa quanto soffrisse quando ritirava la biancheria del padre: “Tutta sangue. Sangue ai calzini, sangue alle maglie. Era la tortura: timpani sfondati, un orecchio strappato, piedi massacrati”. Nell'interrogatorio ammise solo di essere il gran maestro della massoneria e dichiarò di assumere su sé solo ogni addebito. Rinchiuso a Regina Coeli con il corpo piagato, il 24 marzo 1944 a sua volta venne tradotto alle Ardeatine con due dei sette compagni di cella e, come accertò Tullio Ascarelli che sovrintese alla riesumazione dei cadaveri, fu  ucciso con uno sparo nella regione fronte-parietale sinistra perché, con ogni evidenza, non chinò la testa. Analoga sorte ebbero altri massoni militanti nell'UNDI e affiliati della Gran Loggia d'Italia. Virgilio Gaito scrisse che gli uni e gli altri “già divisi da storiche incomprensioni, affrontarono uniti e fieri la morte stringendosi l'un l'altro in una suprema concordanza di ideali”.
Però a ricordarli tutti insieme nel sacrificio della vita per un'Italia migliore  non debbono essere solo i loro confratelli ma lo Stato stesso, ai suoi livelli più alti, e proprio per quella loro appartenenza: un debito che la Patria ha nei confronti di una Istituzione che troppo spesso viene ricordata, a sproposito, per alcune vicende “profane” di taluni suoi affiliati in circoscritti momenti, in tal modo ignorando o lasciando in ombra tre secoli di storia.
L'anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine il prossimo 24 marzo è il giorno giusto per fare ammenda di un oblio immotivato e durato troppo a lungo.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: 
Sicuramente iniziati alla Massoneria (Grande Oriente  d'Italia o Gran Loggia d'Italia), alle Fosse Ardeatine vennero suppliziati  Teodato Albanese, Carlo Avolio, Umberto Bucci,  Silvio Campanile, Salvatore Canalis,  Giuseppe Celani, Gerardo De Angelis, Renato Fabri, Aldo Finzi, Fiorino Fiorini,  Manlio Gelsomini, Umberto Grani, Mario Magri, Placido Martini, Attilio Paliani, Giovanni Rampulla,  Umberto Scattoni, Mario Tapparelli, Angelo Vivanti e Carlo Zaccagnini. Ognuna delle loro biografie è uno specchio della lunga  e spesso contraddittoria e tragica storia d'Italia. Attendono di essere ricordati anche per la “catena di unione” che in tempi diversi li aveva uniti molto prima che venissero condotti al supplizio, legati i polsi dietro la schiena e le caviglie, perché potessero fare solo piccoli passi. All'iniziazione in loggia avevano appreso a marciare verso la libertà.  

 

GIUSEPPE MAZZINI
SFORTUNA E FORTUNA DI UN UOMO-SIMBOLO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

Giuseppe Mazzini, ritratto di L. Zuccoli - Museo del Risorgimento - MilanoUomini e cose tra Sette e Ottocento
La rivoluzione industriale e i movimenti politici tra Sette e Ottocento compressero enormi energie e sprigionarono nuove libertà. A volte ci si sofferma sugli effetti appariscenti più che sui meccanismi che li determinano, sulle luci iridescenti della “giostra” anziché sulla “macchina” che la fa ruotare. Non sempre dagli eventi si risale alla loro progettazione. Perciò la rivoluzione industriale e i movimenti “di massa” parvero e ancora vengono descritti come una macina destinata a comprimere e annientare persone e cose. Invece quell’epoca segnò il trionfo della forza nuova, prodotta dall’intelligenza umana che ideò, produsse e utilizzò la seconda natura. L’industrializzazione modificò il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e se stesso.
In Occidente, cioè in Europa e nelle Americhe, la riduzione dell’uomo a “cosa meccanica”, a un “aratro vivente” come il filosofo greco Aristotele denominava gli schiavi, fu combattuta e modificata anzitutto dal cristianesimo, che affermò la dignità  della persona umana. L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, alimentate dai Lumi, con l’avvento dell’idea di nazione e con il nuovo cristianesimo: fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, che il Codice napoleonico aveva ancora relegato in seconda fila.
La rivoluzione industriale non venne progettata e attuata da un Potere unitario o da “ingegneri sociali” con un piano occulto. Fu la conseguenza di una somma di eventi, in parte determinati da innovazioni e scoperte, in parte prodotti dal caso.
Gieseppe Mazzini: Romanticismo... 
In questa cornice si colloca il dramma, cioè la presenza sulla scena storica, di Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 - Pisa, 10 marzo 1872).
Per molti italiani Mazzini è il profeta della repubblica, il patriota che sacrificò la vita per l’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini volle però essere molto di più. Per lui la Nuova Italia non sarebbe sorta davvero se non con la formazione di un Uomo Nuovo, il cittadino. Non solo. L’indipendenza e l’unificazione per Mazzini erano, dovevano essere, norma di un nuovo ordine universale, la liberazione di tutte le nazioni; emancipazione da ogni forma di oppressione; avvento della fratellanza universale e di una religiosità libera dalle chiese, cioè da organizzazioni fatalmente destinate a inaridire la fede, a impoverire lo Spirito in “pratiche”. Infine Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“animo” e nella comunione tra i viventi e gli angeli.
Concepì gradualmente “credo politico” e obiettivi conseguenti. Non li espose mai in un’opera organica. Le sue “opere edite e inedite” e il suo epistolario contano oltre cento volumi. Pubblicò Note autobiografiche per introduzione a una raccolta di suoi scritti, ma non vere e proprie Memorie, né un’autobiografia, perché la sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco della politica, fatta di cospirazione, agitazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e di iniziative alla luce del sole.
La sua opera più famosa, I doveri dell’uomo, non è né un trattato né l’esposizione organica di un progetto. È il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, di spiritualità, talvolta di perorazione e preghiera più che di pensiero politico vero e proprio. Perciò nel 1902 essa fu pubblicata per le scuole su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, massone, e per decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Cancellate alcune frasi scomode per la monarchia, i Doveri erano incitamento al patriottismo, al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agli interessi di classe, il sacrificio al calcolo. Nel 1904 il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse l’edizione nazionale delle opere di Mazzini, a conferma della compatibilità tra spiritualismo mazziniano e monarchia costituzionale.
..e politica
La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi, sconforti, drastiche svolte. Essa ebbe però una continuità di fondo. Una sorta di melodia ora malinconica ora tragica che ne accompagnò le molte fasi, scandite da iniziazione e profezia. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni Giuseppe vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio: uno spettacolo di amara desolazione ma capace di infondere generosa fiducia nella Storia se dominata dal pensiero e dall’azione: formula che ricalca l’identificazione di reale e razionale di Hegel, ma senza “rassegnazione”, né al Fato né agli dèi.
Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini si fece iniziare alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia l’associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già aveva intuito Wolfgang Goethe. La “Giovine Italia” segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso, Mazzini ruppe il legame ideale e pratico con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo. Gli associati giuravano di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e di prestare obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatio memoriae.
Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, ebbe un bimbo da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ma non lo riconobbe né se ne occupò. Non formò mai una famiglia propria, perché si dichiarava votato a una missione universale. I primi tentativi di attuare il programma della “Giovine Italia” ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati anche alla pena capitale. Uno tra i suoi amici più cari, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere nel timore di non reggere agl’interrogatori sotto tortura. L’invasione della Savoia per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente (1834). A Genova il trentasettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò all’arresto con rifugiandosi in Francia, inseguito dalla condanna a morte per diserzione.
Mazzini non resse alla prova del fuoco. Si smarrì. Malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della “Giovine Europa”. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: un’illusione che costò tanti sacrifici ed esasperò la sua contrapposizione ai moderati, bollati come codardi.
Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio” accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico L’apostolato popolare per educare e contrastare il materialismo dilagante. Molti pensarono che fosse segretamente finanziato da governi, correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, che erano i beneficiari politici della sua azione perché destabilizzava il sistema della Santa Alleanza.
Altre iniziative ispirate dal suo insegnamento ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina asburgica. Arrestati, vennero fucilati coi loro seguaci al vallone di Rovito (Cosenza, 1844), confortati da un sacerdote massone.
Nel 1831 Mazzini aveva sfidato il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna, a prendere la guida dell’unificazione italiana. Per assecondare quel disegno si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera pubblica a Pio IX. Nel 1848-1849 cercò invece di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia a Pio IX, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, fu assassinato (con rituale settario, si disse) appena nominato presidente del governo.
Accorso a Roma, ove su impulso di Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo col forlivese Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica dei francesi e poi imperatore. Riprese le fila della cospirazione, il suo programma conobbe altre tragiche pagine con l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso il sacerdote Enrico Napoleone Tazzoli, e con il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Pensava di avervi 5-10.000 seguaci. Se ne contarono una ventina. Il 13 febbraio scrisse: “Mi ritiro completamente dal lavoro di cospirazione in Italia”. Il 23 dichiarò: “Il Comitato Nazionale Italiano è disciolto”; ma poi riprese l'azione. Non solo si oppose (con tanto di malaugurio) alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” all’attenzione delle grandi potenze nel Congresso di Parigi del 1856, ma organizzò un’insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane di incendiare il Mezzogiorno con un’invasione fallì miseramente (1857).
Ormai schivato dalla Società Nazionale Italiana, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini tramò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille guidata da Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele” verso la proclamazione della repubblica, ma non ottenne alcun successo. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, gli intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete” e invitò a votare per l'“Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale”.
Sconfitta politica, vittoria postuma?
Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra. Tramite Demetrio Diamilla Muller nel 1863 ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista (Londra, 1864) ne accentuò l’isolamento nell’ambito del movimento operaio europeo. L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento dell’Ungheria e il declino di Napoleone III quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sui democratici italiani fu messa apertamente in discussione da Garibaldi (accolto trionfalmente a Londra), che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza. Francesco Crispi proclamò alla Camera che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò di ostacolare l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecò la conclusione della terza guerra d’indipendenza, che all'Italia fruttò l'annessione di Venezia. L’insorgenza repubblicana a Palermo non ne accrebbe il prestigio.
In settembre l’“Apostolo” pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato nel collegio di Messina. Rieletto una terza volta, rifiutò il seggio perché la sua assunzione comportava il giuramento di fedeltà allo Statuto. Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno a Lugano sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica del 19 luglio 1870, quando il governo italiano mise in cantiere l'annessione di Roma, partì per la Sicilia deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da qualsiasi aiuto a Napoleone III, ma fu arrestato e imprigionato a Gaeta. Amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre), venne tradotto senza fretta al confine svizzero. Transitò per Roma, ma non volle uscire dalla stazione per rivedere la città. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì Londra, sorvegliato ma non “ricercato”. Aveva perso tutte le battaglie.
Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale anarchica e social-rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.
Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan Rosselli. Sapendolo infermo, il governo sorvegliò con discrezione e ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale di mazziniani unitari e federalisti, mentre albeggiavano i radicali, avviati alla conciliazione con la monarchia costituzionale.
Imbalsamata, la sua salma fu trasferita al cimitero di Staglieno (Genova) con un solenne trasporto per ferrovia, come narrò Sergiò Luzzatto nell'eccellente La mummia della Repubblica (Rizzoli). Fu salutata a ogni tappa da folle commosse. Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, che lo esaltò gran maestro dell’“idea”. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il “metodo massonico”, transnazionale, tra la “fede” e il “dubbio”. La sua superiorità alle sconfitte può insegnare molto anche a “monarchici” che hanno dissipato 10.700.000 dei voti ottenuti il 2-3 giugno 1946. Questione di “fede”?
Aldo A. Mola

MAZZINI, UOMO UNIVERSALE
Nel 1871 Mazzini dette impulso al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, condannato a morte dal governo di Pio IX e per quasi vent’anni prigioniero politico. Il foglio si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse radicali e repubblicani transigenti (come il “fratello” Aurelio Saffi, nel 2019 biografato dall’Associazione culturale di Forlì, che ne assunse il nome nel 1900) all'insegna dell’unità della patria e della concordia dei cittadini. 
Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini (opera di Ettore Ferrari, venne “scoperto” all'Aventino solo nel 1949). La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto anche al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al suo magistero quello di altri repubblicani, come Alberto Mario.
Mazzini fu dunque un “uomo universale”, come scrisse l'esoterista Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica affascinò. Col tempo fu dimenticata la catena dei suoi errori politici dall'esito spesso tragico. Rimase l’esempio di rigore e coerenza. Mazzini divenne emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifestini, giornali, associazioni, leghe, partiti... Non basta averne; bisogna diffonderle. Non per caso si propose come Apostolo. Evangelista, aggiungiamo. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, fu il maggior romantico del Risorgimento, ma nell’edificazione della Terza Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.
Aldo A. Mola

160 ANNI DI UNITÀ D'ITALIA
UNO STATO LAICO E “OCCIDENTALE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Per 1.500 anni l'Italia venne vista dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra come una lingua di terra proiettata al centro del Mediterraneo, a metà strada tra Gibilterra, gli Stretti dei Dardanelli e il Vicino Oriente. Dopo la sua proclamazione nel corso del 1861 il Regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Stati Uniti, Francia, Portogallo, Impero turco e Paesi Bassi, seguiti da Russia e Prussia nel luglio del 1862, Danimarca (1863), Spagna (1865)... Solo nel maggio 1867 i suoi plenipotenziari sedettero a Londra in una conferenza del “Concerto europeo”. Era appena stata chiusa la repressione del “grande brigantaggio” nell'Italia meridionale ma la strada rimaneva in salita. A Roma regnava ancora di Papa Pio IX.Silenzio sul 160° dell'Unità nazionale?
E così arriviamo al 160° anniversario dell'unificazione nazionale o, meglio, della proclamazione del Regno d'Italia, approvata dal Senato e confermata dai deputati il 14 marzo 1861 su perorazione di Camillo Cavour, presidente del Consiglio di quello che era ancora il Regno di Sardegna, anche se già andava dalle Alpi a Capo Passero e a Patù, presso Santa Maria di Leuca, borgo nativo di Liborio Romano, protagonista un po' dimenticato dell'unificazione nei giorni decisivi della “congiunzione astrale” (una sua bella biografia si deve a Nico Perrone, ed. Rubbettino).
Questo anniversario purtroppo è più scialbo di una sagra di paese svolta “da remoto”. Nessuno lo ha promosso né proposto all'attenzione pubblica. Un abisso rispetto a dieci anni orsono, quando il tricolore sventolò ovunque, persino con tanto di scudo sabaudo, per rispetto alla storia. Oggi dominano la cantilena dei vaccini e i primi piani di aghi conficcati qui e là. Dopo il fiasco delle primule di Arcuri, le mascherine volgono al viola quaresimale.
Ma com'è l'Italia d'oggi? Più unita? Più disunita? Più o meno europea di quando essa nacque 160 anni addietro? Senza pretese di enunciare il verbo dal monte, per un bilancio sereno  rimettiamo in linea gli eventi. Per la storiografia la cronologia primeggia  sulla “fantasia”.
Il peso del passato 
Sino al 1859 lo spazio geografico detto Italia era frantumato in otto diversi Stati, in massima parte dominati da potenze o interessi stranieri. Gli Asburgo d'Austria, prevalenti, erano la propaggine dei Sacri Romani Imperatori: mille anni di dominio al di qua delle Alpi. Oltre al Lombardo-Veneto avevano direttamente o indirettamente il ducato di Modena e la Toscana, cioè il meglio dell'Italia per numero di abitanti e organizzazione economica. Ma non vi avevano la forza militare “nazionale” né quella delle idee. Queste ultime, anzi, erano nettamente contrarie al dominio di Vienna sull'Italia. Erano federaliste, confederali, neo-guelfe, repubblicane, filosabaude, tutto tranne che amiche dell'Austria. Come insegnò Giuseppe Giusti in Sant'Ambrogio, gli austriaci usavano truppe tratte da popoli diversi per giocare a scacchi sulla pelle dei soggiogati, strumentalizzando l'odio etnico, che è una tragica realtà e non si elimina sbianchettando il passato. I Borbone, espulsi dalla Francia da Napoleone III come già dal suo Grande Zio, ancora dominavano il Regno delle Due Sicilie e il ducato di Parma e Piacenza, con la fragile stampella della Spagna di Isabella II, esempio non preclaro di virtù. Il resto (Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Lazio...) era del Papa. Un reliquato della storia, più volte abbattuto, altrettante restaurato. Fuori tempo massimo (come ha bene documentato Francesco Margiotta Broglio in “Nuova Antologia”), ma tenuto in vita dalle grandi potenze che azzannavano lembi d'Italia, come fosse terra di nessuno.
In diciotto mesi avvenne il “miracolo”: dall'annessione della Lombardia (con l'appoggio di Napoleone III), dei Ducati padani e della Toscana (grazie a cospiratori carbonari e massoni), delle Due Sicilie, invase da Giuseppe Garibaldi con protezione inglese e ammirazione universale, e di Marche e Umbria, annesse dal “Piemonte” con la benedizione data da Napoleone III agli emissari di Vittorio Emanuele II: “Fate, ma fate in fretta”.
Nella gara tra Francia e Gran Bretagna si insinuò il “partito italiano”, il cui vessillo era stato alzato anni prima dalla Società Nazionale: “Italia e Vittorio Emanuele”. Lì fu il vero “miracolo”: la saldatura tra Legittimità e Tradizione (i Savoia avevano novecento anni di storia, erano stati Vicari dell'Imperatore, avevano dato un papa alla Chiesa cattolica e potevano guardare dall'alto tutti i sovrani d'Europa, con molti dei quali avevano legami parentali), avanguardie colte sopravvissute alla Restaurazione (che le aveva represse con tenaglie roventi, carcere duro, patiboli) e movimento popolare. Quest'ultimo non era una invenzione di ideologi (come Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Montanelli e un lungo eccetera di studiosi e di patrioti) ma il prodotto della crescita demografica, dell'ampliamento dei bisogni e della necessità di risposta da parte del “Potere”. I Congressi degli Scienziati Italiani insegnarono che la “politica” non può ridursi a repressione. Prima o poi il malcontento esplode e la Storia si prende i suoi diritti, che a volte vanno storti perché essa non procede su un rettilineo ma percorre un groviglio di vie e di viottoli, spesso a caso. 
Fu quanto avvenne nel 1859-1860, quando d'un tratto nacque la Nuova Italia. Con tanto di parlamento, formato da un Senato di nomina regia e vitalizio e da una Camera elettiva: una scommessa enorme, che trovò il punto equilibrio il 14 marzo 1861 quando appunto fu stabilito che “Vittorio Emanuele II” assumeva il titolo di “Re d'Italia”. Il nuovo era antico. All'Italia il sovrano portò con sé lo Statuto, che era quanto di più avanzato e di prudente si potesse immaginare. Secondo il suo articolo 1 la fede cattolica apostolica romana era la religione dello Stato, però erano ammessi gli altri culti: evangelici, riformati, israeliti. Per lo Stato i cittadini erano uguali dinnanzi alle leggi. Non bastasse, il Re, il governo e tutti i loro “agenti” erano scomunicati da Pio IX, perché ne avevano annesso gran parte dello Stato. Su tutti loro incombeva il maleficio: “chi mangia del papa ne muore”.
“Dio, patria e famiglia” non era un motto di Vittorio Emanuele II né di Cavour o di Garibaldi (uomini d'ordine in pubblico ma un po' disordinati in privato) bensì di Mazzini, che forse fu il più disordinato di tutti (non si occupò molto di Giuseppe Demostene Adolfo Aristide, il figlio avuto da Giuditta Sidoli, morto di stenti a tre anni).
Oltre la “questione meridionale”
Malgrado tutto, 160 orsono l’Italia fu.
Oggi ancora imperversa l'arcaico dibattito se sia stata bene l'unificazione o se aveva ragione Napoleone III a dire che, un passo alla volta, bisognava fare prima l'Unione (che per lui voleva dire una federazione senza Roma, riservato dominio del Papa: con i francesi a Civitavecchia e nella Città Eterna) e poi l'Unificazione. In un ottimo volume finalista del Premio Acqui Storia 2020, Carmine Pinto, ora presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano (ed. Laterza), ha sintetizzato sin dal sottotitolo i termini della sempre angosciosa disputa: “italiani, borbonici, briganti (1860-1870)”, dove è chiaro che il futuro era e non poteva essere che “gli italiani”. I quali non erano i “piemontesi”, gli invasori, il nemico piombato dal Nord per soggiogare, espropriare, estorcere, dominare. Questo, con buona pace dei neo-borbonici storiograficamente calvi, lo avevano fatto in tanti nel corso dei millenni: i bizantini di Narsete e Belisario, gli arabi, i sacri germanici imperatori, i vichinghi (o normanni che dir si voglia), gli aragonesi, gli spagnoli di Isabella e Ferdinando e i francesi di Carlo VIII e Francesco I e via continuando, con ripetuti cambi di dinastie sino agli Asburgo di Spagna e poi quelli d'Austria, i Borbone di Spagna e poi Giuseppe Bonaparte (nato in Corsica quando l'isola non era francese), Gioachino Murat e nuovamente i Borbone: una ridda scandita da massacri, patiboli, culminata nel 1799 con la strage degli illuministi meridionali, afforcati e decapitati su ordine di Ferdinando IV di Borbone, succubo della moglie Carolina d'Asburgo e con la compiacenza dell'inglese ammiraglio Horatio Nelson, al quale il re donò la Ducea di Bronte, in Sicilia, senza dimenticare le “compagnie di Santa Fede” del cardinale (non prete) Fabrizio Ruffo.
Da lì, con quei precedenti, il Mezzogiorno entrò a far parte del regno d'Italia: grazie alla convergenza tra la dirigenza colta settentrionale e l'avanguardia meridionale di Pasquale Stanislao Mancini, Silvio e Bertrando Spaventa e il sommo Francesco De Sanctis, come ricorda Pinto sulla scia di Benedetto Croce e della grande scuola storica “napoletana”, sino a Gerardo Marotta e all'Istituto Italiano per gli studi filosofici ora presieduto da suo figlio, Massimiliano, ad Alfonso Scirocco e a Giuseppe Galasso, ideatore e direttore della poderosa “Storia d'Italia” edita dalla Utet di Torino.
L'altra data oscura: Porta Pia
Come in questo 2021 pochi ricordano il 160° della proclamazione del regno d'Italia, così l’anno scorso passò sotto silenzio il 150° dell'ingresso dell'Esercito italiano in Roma, il 20 settembre 1870. Il governicchio Conte II proprio in quel giorno fece celebrare il rinnovo di alcuni consigli regionali e il referendum che confermò il taglio dei parlamentari, preludio al prevedibile sconquasso dei partiti, ora quasi tutti in stato agonico e sempre più ridotti a “comparse”. Però Porta Pia fu il punto di arrivo del Risorgimento e divenne la ri-partenza della Terza Italia, con un re nuovamente scomunicato non per la sua condotta di onesto peccatore ma per la colpa politica di aver annientato il potere temporale del papa. Vittorio Emanuele II si fece carico delle contraddizioni del suo governo: un esecutivo talmente lacerato che – ricorda Aldo G. Ricci in un saggio di prossima pubblicazione degli Atti del convegno italo-vaticano sul 150° di Porta Pia (Libreria Editrice Vaticana) – proprio nei giorni culminanti della “crisi”, mentre Raffaele Cadorna avvicinava i cannoni alle Mura Aureliane e il masson-garibaldino Nino Bixio scalpitava alle porte della Città Eterna, non tenne sedute (il che è inverosimile) o non le verbalizzò, per calare la saracinesca sulle proprie divisioni.
In “Italiani per forza” (appena uscito  nelle edizioni Solferino) con rigore e passione Dino Messina confuta “le leggende contro l'Unità d'Italia che è l'ora di sfatare” dopo decenni di chiacchiere “neoborboniche”. Ne scrisse anche Giancristiano Desiderio in “Pontelandolfo 1861. Tutta un'altra storia” (ed. Rubbettino, a sua volta finalista dell'Acqui Storia). È doveroso ricostruire i fatti, far parlare i documenti, confutare le vere e proprie invenzioni (come la deportazione di migliaia di militari borbonici fatti morire nella fortezza di Fenestrelle), ma, come emerge dal saggio di Messina, la “questione meridionale” non può essere campeggiata solo nella cornice datata dal 1860: è plurisecolare, come lo è quella di tante aree del Settentrione, nelle quali di quando si avverte ribollire di movimenti localistici, autonomistici, separatisti e persino indipendentisti, sino a ieri dilaganti. Anni addietro furoreggiarono la “mucca Carolina” e i “forconi”. 
La lamentazione sul Mezzogiorno postunitario lascia tra parentesi la profonda e mai sopita avversione di larga parte del Nord nei confronti dell'unificazione nazionale, in specie nell'antica Repubblica di Venezia, che arrivava sino alla “bergamasca” ove, anche su pulsione clericale, si registrava una diserzione dal voto politico sino al 60-70% del pur ristretto elettorato dell'epoca.
L'Italia? Meglio di quanto si creda...  
Una ricorrenza apparentemente banale come il 150° dell'acquisizione della capitale storica dello Stato o il 160° della sua proclamazione suggerisce di guardare al di là del “caso nazionale” e di confrontare il cammino percorso dal Paese (o Patria, come convien dire anche se sempre meno si dice) nel quadro europeo. È presto fatto, se si bada agli Stati di maggior peso geo-storico. La Gran Bretagna si ritrova a fare i conti con l'indipendentismo della Scozia ed è lontanissima dalla soluzione della “questione irlandese”. Con un governo diviso sulla questione istituzionale (cioè sulla stessa “ragione sociale” della transizione postfranchista), la Spagna odierna è sull'orlo della deflagrazione. La Catalogna è la tragica profezia di un continente che non pensa in europeo e che torna a farsi male. La Francia è incapace di sintesi tra nostalgie dell'impero coloniale, maglie larghe alla penetrazione dell''islamismo antiebraico e debole difesa della laicità dello Stato, un tempo modello per il mondo intero, molto più degli stessi USA per vari aspetti “bacchettoni”. La Germania campa nel solco del regime instaurato dal Congresso di Vienna del 1815: una quarantina di Stati uniti dalla lingua, divisi dalla storia, tentati da ricorrenti sogni di dominio continentale. Con quali altri Paesi andrebbe confrontata l'Italia? Sono “isole”, dall'Austria all'Ungheria, dalla Polonia alla Romania, alla Bulgaria, tutte etnocentriche, come quelle nate dalla deflagrazione della Jugoslavia. Lo ha scritto bene Dino Messina in “Italiani due volte. Dalle Foibe all'esodo: una ferita aperta nella storia italiana” (ed. Solferino), ripreso in “Foibe”, numero speciale del mensile “Storia in rete” (2020).
In un secolo e mezzo l'Italia non ha risanato tutte le piaghe antiche ma ha compiuto un cammino senza precedenti. Si è ripresa dalle ripercussioni demografiche, economiche e sociali dell'intervento in due guerre euro-mondiali e da un regime autoritario, mettendo alle spalle divisioni un tempo laceranti, per esempio tra clerico-reazionari e mangiapreti, tra vetero-stalinisti e americaneggianti coi paraocchi. La generalità dei suoi abitanti non è peggiore rispetto a quella degli altri Paesi europei. Anzi, lo spirito civico generalmente vi ha il sopravvento sul cinismo d'antan. Non per caso (lasciando da parte i “né-né” che sono una diffusissima piaga del malinteso e mal riuscito “progresso”, e non solo in Occidente) le richieste ricorrenti dei cittadini sono: efficienza dell'amministrazione pubblica e della giustizia, più scuola, più ricerca scientifica, più “politica”. Quella vera, però: non le congreghe di potere. È questo il frutto maturo dell'unificazione statuale e dell'ordinamento costituzionale vigente, che nei suoi pilastri portanti ricalca quello della monarchia rappresentativa instaurata da Carlo Alberto di Savoia nell'antico regno di Sardegna il 4 marzo 1848. Dal quale, nel bene e nel male, tutto ebbe inizio. Perché nella Penisola quello era l'unico Stato indipendente, forte di un esercito “nazionale”, leale e pugnace, e di una dirigenza diffusa, capillare, orgogliosa della propria storia e dei propri diritti, come ricordò Luigi Einaudi, alla vigilia del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 per spiegare perché egli avrebbe votato monarchia: non già per feticismo bensì in segno di continuità con la Nuova Italia, uno stato liberale, laico, riformatore e “occidentale”. Meritevole di memoria.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Per 1.500 anni l'Italia venne vista dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra come una lingua di terra proiettata al centro del Mediterraneo, a metà strada tra Gibilterra, gli Stretti dei Dardanelli e il Vicino Oriente.
Dopo la sua proclamazione nel corso del 1861 il Regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Stati Uniti, Francia, Portogallo, Impero turco e Paesi Bassi, seguiti da Russia e Prussia nel luglio del 1862, Danimarca (1863), Spagna (1865)... Solo nel maggio 1867 i suoi plenipotenziari sedettero a Londra in una conferenza del “Concerto europeo”. Era appena stata chiusa la repressione del “grande brigantaggio” nell'Italia meridionale ma la strada rimaneva in salita. A Roma regnava ancora di Papa Pio IX.

RICOSTRUIRE
L'“IDEA DI ITALIA”

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.I punti stimati
Smaltiti gli entusiasmi di circostanza, viene l'ora del pragmatismo: non empirismo affannato del press'a poco, ma il transito al programma attuabile e dei possibili tempi della sua realizzazione. Proprio perché “le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano” (parole del conte Camillo Cavour citate da Mario Draghi nel discorso del 17 febbraio, mercoledì delle ceneri) dai primi passi si comprenderanno meglio i punti stimati e la rotta del nuovo governo.
Grazie... Ma a chi?
Draghi ha ripetutamente ringraziato il “Conte II”, che ha “affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall'Unità d'Italia”. Eppure l'“illustre estinto” è finito alle corde e ha dovuto rassegnare le dimissioni proprio perché non aveva fatto il dovuto, e lo vediamo bene. Per un anno, dal 31 gennaio 2020,  non ebbe (o non mostrò di avere) la percezione della pandemia incombente e delle sue possibili conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Rispose alzando la bandiera gialla dell'Emergenza Permanente, moltiplicando misure contraddittorie dagli esiti reiteratamente deludenti, secretando le decisioni di esperti e comitati vari e lasciando briglia sciolta a “scienziati” surrogati della “politica”. Ha fallito i tre principali obiettivi che si era dato. È clamorosamente mancata la riapertura delle scuole “in presenza” e in sicurezza almeno a tempi alterni, con adeguata organizzazione della didattica a distanza per scolari e studenti di tutte le regioni. Le conseguenze sono devastanti. Malgrado gli auto-elogi, il piano di vaccinazione per arginare la diffusione del contagio si è disperso in viottoli secondari (la priorità delle fatue e appassite “primule” rispetto all'approvvigionamento e alla distribuzione di fiale e siringhe) e ha accumulato i ritardi che sono sotto gli occhi di tutti. A sua volta è e sarà ancora a lungo in elaborazione il documento che l'Italia deve presentare all'Unione Europea in tempi ormai stretti per ottenere i benefici del Recovery Plan. Il suo ristagno va addebitato al prof. Giuseppe Conte, che tentò di gestirlo direttamente da Palazzo Chigi nell'inerzia (o connivenza) colpevole del Partito Democratico (Nicola Zingaretti) e di Liberi e Uguali, in combutta con i Cinque Stelle: tutti  poi “indignati” nei confronti di Matteo Renzi, che denunciò il vulnus democratico che quel metodo (e la tentata “confisca” dell'Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica da parte del prof. Conte) stava infliggendo all'Italia. Per il bene generale, deliberò l'uscita dalla maggioranza, rivendicando  quanto sopravvive di un Paese sovrano.
  Questo è il passaggio storico che anche il presidente Draghi dovrebbe ricordare e sottolineare con particolare apprezzamento, proprio perché senza di esso l'Italia non potrebbe iniziare a risalire la china.
Lo scenario politico-parlamentare
Vaticinato come meramente “di alto profilo” e in corso di composizione divenuto tecnico-partitico (non tutto eccelso), il governo ora in carica (in attesa di ormai tardiva nomina di viceministri e sottosegretari con relative deleghe, scompaginata per il caos regnante tra i Cinque Stelle) è appesantito dalla conferma di ministri la cui opera suscitò perplessità (è il caso della titolare dell'Interno, prefetto Luciana Lamorgese) e molte motivate avversioni (come Roberto Speranza, ministro per la Salute) per ordinanze improvvide emanate nel corso del tempo, lesive dei diritti costituzionali dei cittadini e senza efficaci contropartite.
  La vera discontinuità tra il Conte II e il governo Draghi, al di là delle intenzioni e delle dichiarazioni della vigilia, è scaturita dai “fatti”, che “sono ostinati”. Lo smottamento dei Pentastellati (una ventina al Senato, il doppio alla Camera, tra voti in Aula e assenti non giustificati agli occhi dei “guardiani del grillo”) ha creato un’opposizione quantitativamente e qualitativamente non prevista alla vigilia e destinata a pesare sulla durata del governo e sulla legislatura, incluso il passaggio, sempre più impervio e stretto, dell’elezione del futuro Capo dello Stato.
  Per inciso, ma la questione meriterà apposita riflessione, risulta sconcertante l'ipotesi di una rielezione di Mattarella “a tempo” per consentire a Draghi di consolidare l'opera dell'esecutivo e di transitare da Palazzo Chigi al Quirinale proprio quando l'azione del governo attuale potrebbe cominciare a dare frutti: un “processo di maturazione”, questo, che richiede molto più degli ormai due risicati anni residui della legislatura in corso, come del resto ha fatto intendere Draghi stesso quando ha indicato quali orizzonti temporali il 2026, il 2030 e, già che c'era, il 2050 (chi vivrà vedrà...). Riesce quindi impossibile determinare a priori la durata di una rielezione “a tempo” e “sub condicione” del Presidente della Repubblica ora in carica, un ulteriore strappo istituzionale che prospetta un altro e più rilevante interrogativo: se l'Italia oggi abbia più bisogno di un arbitro al di sopra della mischia, qual è e deve essere il Capo dello Stato, o di un presidente del Consiglio competente, concludente e quindi duraturo. Sono interrogativi resi più inquietanti dalla constatazione, mai abbastanza ripetuta, che le Camere attuali sopravvivono indebitamente al voto con il quale esse stesse deliberarono la riduzione dei seggi parlamentari poi confermata dal referendum celebrato alla vigilia della seconda ondata del covid-19. Camere talvolta plaudenti (come fecero alla rielezione di Giorgio Napolitano) ma quanto meno ansimanti.
Ma, come dicevano gli antichi, hic Rhodus, hic saltus. Il problema di Draghi è quello di tutti i governi precedenti: disporre di una maggioranza davvero leale e coesa. Certo esso non ha nulla a che vedere con quello precedente, il cui presidente non esitò a questuare senatori raccogliticci, con tanto di “cerotto” offerto dal Partito democratico. A parte Forza Italia, Italia Viva, Più Europa e altri gruppi “centristi”, nei suoi confronti si sono scanditi dissensi e voti contrari, in misura e con toni decisamente inattesi a contrastanti con la pacatezza del suo discorso programmatico e delle repliche. A parte il “no” di una frangia della Sinistra Italiana paleozoica e quello franco e argomentato dell'on. Giorgia Meloni per Fratelli d'Italia, colpisce e peserà il “si” del capogruppo pentastellato alla Camera, che ha ripetutamente ed elegantemente promesso a Draghi di “rompere le scatole”, e di una grilloide decisa a “fargli  le pulci” (partendo dal presupposto che il neo-presidente e i ministri ne nasconderanno molte nei loro provvedimenti… pelosi).
  Il clima, insomma, non è affatto dei migliori. Proprio perché bisogna rassegnarsi all'evidenza, in attesa di vedere come i fatti risponderanno ai buoni propositi, anche gli osservatori più comprensivi e indulgenti nei riguardi del governo nascente (tale rimane sino al suo completamento) si attendono segnali netti di discontinuità rispetto al passato prossimo e remoto, sia nella ripartizione dei compiti sia nella più esatta cornice storica entro la quale intende collocarsi.
  Molti si  domandano come e quando verrà ridimensionata, se non radicalmente mutata, la massa abnorme di compiti e connessi poteri di spesa “ad libitum” affidata da precedenti governi e in specie dal Conte II al dottor Domenico Arcuri. Dopo decenni di polemiche sui “boiardi di stato” e mentre scivolano come acqua sulle pietre libri irridenti l'impotenza dei “politici” quali l'anonimo Io sono il potere (ed. Feltrinelli) è possibile che tutto rimanga come prima?
  Del pari, finalmente rimossa la non rimpianta ministra “democratica” di Trasporti e Infrastrutture (che aggravò i guai della già martoriata Liguria), quando e come verrà affrontata la sicurezza dei pendolari, in specie studenti? (è solo una goccia nel mare, ma se non si dà qualche segnale visibile di svolta effettiva, la delusione è destinata a prendere il sopravvento).
La scuola che verrà...
Nel discorso programmatico Draghi ha insistito sull'urgenza di riqualificare l'istruzione tecnica superiore, cenerentola del sistema scolastico italiano. La sua promozione e diffusione è tra i vanti della Nuova Italia che non è affatto nata nel 1945 ma nel 1861. Gli Istituti per geometri e ragionieri formarono la spina dorsale del progresso economico-sociale del Paese, cresciuto a ritmi europei malgrado le scomuniche dei papi. Tanta parte della rete ferrostradale e dei piani regolatori di 150 anni orsono furono prodotti in piena autonomia dagli uffici tecnici delle Province (oggi sciaguratamente svilite da un Parlamento miope e auto-lesionistico) e dei Comuni, popolati di geometri altamente qualificati. Da “uomo di banca”, Draghi sa bene che i “ragionieri” furono l'ossatura di casse di risparmio, banche popolari e casse rurali dalla seconda metà dell'Ottocento, nonché dell'amministrazione anche di medie e grandi aziende. Nell'atrio dell'Istituto “Germano Sommeiller” di Torino il geniale preside Gaetano Fiorentino, garbato poeta a tre puntini, collocò le gigantografie dei diplomati illustri, tra i quali Giuseppe Pella e Vittorio Valletta. Erano “professionisti” che lavoravano almeno dieci ore al dì, sei giorni su sette, perché avevano un'“idea dell'Italia” e coltivavano quell'amore per la Patria che è “passato di moda” proprio perché a ridosso del 1945 si sono diffuse e sono prevalse tante ideuzze anti-nazionali.
  Poiché il presidente del Consiglio ha citato Cavour, va ricordato quanto della Scuola disse, scrisse e ripeté Giovanni Giolitti, massimo statista dell'Italia liberale, all'indomani della Grande Guerra (1915-1918). Il Paese doveva risollevarsi da una catastrofe non inferiore a quella del 1940-1945. La Vittoria, merito delle Forze Armate, cioè della Nazione guidata da Vittorio Emanuele III Re-soldato, era costata circa 680.000 morti (in massima parte giovani), un milione e più di mutilati e feriti, il balzo del debito pubblico da 14 miliardi a oltre 90. Il tutto fu aggravato dall'epidemia di febbre “spagnola” che mieté circa 500-600.000 vite in pochi mesi. Al confronto è pallida cosa la “crisi” odierna. Lo Stato lavorò alla ricostruzione con ministri di eccellenza e misure immediate e lungimiranti, senza sprechi. Fu il caso di Antonio Fradeletto, Cesare Nava, Giovanni Raineri e Alberto La Pegna alle Terre Liberate.
  A conclusione del suo programma elettorale Giolitti disse: “Per il risorgimento economico dell'Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza con i popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”, mentre “un popolo tanto vale quanto sa”.
“Da noi l'istruzione elementare è insufficiente. Molto peggio ancora procede l'istruzione media. L'istruzione classica è ancora la parte principale dell'insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; la scuola tecnica non ha di tecnico che il nome; è per la massima parte un duplicato della scuola classica. La parte principale dell'insegnamento di Stato dovrebbe essere, in tutti i gradi, istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata”. Alla testa andava posta l'“alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l'alta industria, e organizzata in modo da attrarre le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza”. Per incentivare il progresso degli studi, nel solco della tradizione risorgimentale, le cattedre andavano (come anche oggi andrebbero) rimesse a concorso ogni dieci anni, in modo da aprire la strada ai giovani studiosi e da mandare fuori ruolo i “pantofolai” ripetitivi. Era il 1919. Tutto è già stato scritto. E dimenticato.
  Che cosa è accaduto in Italia da decenni? È dilagata l'ossessione della “liceizzazione” di tutti gli istituti superiori, la moltiplicazione delle “etichette” su corsi variopinti, né classici, né scientifici, né tecnico-professionali. Sperimentazioni e “fai-da-te” hanno creato una selva selvaggia dalla quale troppi giovani escono abbacinati. Per l'Istruzione il nuovo governo non ha niente da “inventare”, parecchio da sfoltire e molto, semmai, da riscoprire, da quella costruita 150 anni orsono da Michele Coppino e Francesco De Sanctis. Se poi proprio ha bisogno di prendere esempio dalla Danimarca anche per la scuola, può rileggere che cosa scrivevano le Relazioni ministeriali dopo il 1870, quando ministro dell'Istruzione  era Quintino Sella: in quel Paese gli studenti delle superiori erano tenuti a esercitazioni militari, ad  attraversare canali e fiumi zaino in spalla. Gli italiani avevano capito che a Sedan i francesi di Napoleone III erano stati sconfitti non dai “soldati” ma dai “maestri” tedeschi, perché da un secolo avevano instillato negli allievi l'“Idea della Germania”.
  Altrettanto bisognava fare in Italia: una realtà politica appena nata, ma una nazione bimillenaria. L'Italia era Europa e l'Europa era Italia. Non vi era alcuna contraddizione. Appartenevano l'una e l'altra a un'unica civiltà, che aveva radici in Roma, la Città Eterna di Mommsen e Gregorovius, di Mazzini e Garibaldi e, infine, di Vittorio Emanuele II che vi trasferì la capitale, mano tesa verso gli inviolati Sacri Palazzi e la Città leonina che lo stesso Pio IX chiese a Raffaele Cadorna fosse presidiata dai “piemontesi” che garantivano ordine e disciplina.
Il pitagorico Arturo Reghini
Ha fatto bene il presidente Draghi a ribadire la centralità dell'“amore per l'Italia”. Non è affatto nuovo. È quello dei patrioti che le sacrificarono i beni, la libertà personale, la vita. È quello di Carlo Alberto di Savoia che, abbandonato dagli altri stati italiani a cominciare da quello pontificio, si batté da solo per l'indipendenza, abdicò, morì esule a Oporto e insegnò a tutti, Cavour incluso, il prezzo richiesto dalla guerra per l'indipendenza e l'unità della Patria. È quello trasmesso da Giosue Carducci, da Giovanni Pascoli e da Arturo Reghini (Pontremoli, 1878-Budrio, 1946), matematico, ermetico, gnostico, massone, “profeta” del primato morale e civile che, a suo assennato giudizio, risaliva a Virgilio, Dante, Machiavelli e includeva Cesare e Napoleone I: “italiani pur essi” e non meno “europei” di quanti hanno omesso la civiltà greco-latina dai fondamenti dell'Unione Europa.
  “Oggi l'Italia sta risanando” scrisse Reghini per il Natale di Roma del 1923. “Affiorano le antiche virtù”. Affinché altrettanto avvenga oggi occorre andare oltre le cronache quotidiane, non arrestarsi al luttuoso 1945, un anno che gli esuli forzati da terre italiane ricordano con angoscia. Occorre risalire alle sorgenti dell'Italia, al Risorgimento.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.

LUIGI LUZZATTI, IL “DRAGHI” DELLA TERZA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi LUZZATI  “I tempi difficili impongono a coloro che amano il proprio paese l'obbligo patriottico di unirsi”. Ha detto così, più o meno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; lo ripeterà quello del Consiglio dei ministri, Mario Draghi. È un motto antico come il mondo. Lo pronunciò anche Luigi Luzzatti (1841-1927), ebreo di Venezia, europeo per vocazione, deista per scelta, massone nella loggia “Cisalpina” di Milano che, come l'“Insubria”, faceva capo ad Ausonio Franchi (don Giuseppe Bonavino). Economista di talento, statista di prim'ordine, ministro e presidente del Consiglio, oggi Luzzatti è poco ricordato. Eppure...
Da Venezia all'Europa e dall'Europa all'Italia 
Il governo ora presieduto da Mario Draghi ha un unico possibile paragone nei 160 anni dall'Unità d'Italia a oggi (170 se vogliamo aggiungere il decennio del regno di Sardegna, che fu alla sua origine). È il ministero capitanato da Luigi Luzzatti dal 31 marzo 1910 al 30 marzo 1911. La prima e più suggestiva analogia è nel vastissimo consenso dei due governi. Draghi si accinge a incassare un sostegno senza precedenti nella storia della Repubblica. Lo votano partiti sino a ieri lontanissimi ma che, pur non facendosene ancora pienamente una ragione, non possono evitarlo. I pochi che si oppongono sono a corto di argomenti convincenti. Parlano alla propria “tribù” anziché al Paese. Altrettanto accadde a Luzzatti. Quando il 30 aprile 1910 chiese il voto di fiducia, alla Camera ottenne 386 “si” sui 411 deputati presenti e i 508 in carica. Un vero e proprio plebiscito, mai raggiunto da nessun altro presidente del Consiglio.
   Come Draghi, Luzzatti non aveva un partito. Dalla propria però aveva alcuni requisiti fondamentali. Nato a Venezia nel 1841 (v. box), di famiglia ebraica benestante, sospettato dall'Austria di “italianeggiare” da quando aveva sedici anni, compiuti gli studi liceali si trasferì a Padova ove nel 1863 si laureò nella Facoltà politico-legale. Apprezzato allievo di docenti di fama come Tolomei e Messedaglia, amico di Giacomo Zanella, Lampertico ed Errera, nel 1864 passò dal pensiero all'azione. Pubblicata la tesi di laurea (“La diffusione del credito e le banche popolari”), promosse la fondazione della Banca popolare di Lodi, la prima in Italia, su modello di quelle sorte in Germania per impulso di Schulze Delitzsch. Fu il primo rivolo di una fiumana. Subito sorsero quelle di Brescia, di Asolo e nel 1865 la Banca popolare di Milano la cui storia nel centenario fu scritta da Franco Catalano, docente di storia contemporanea alla Statale, poi alle prese col Sessantottismo di Mario Capanna.
Quarant'anni dopo l'esordio delle Casse di Risparmio, le Popolari ideate da Luzzatti promossero prestiti anche “sull'onore”, corresponsabilità dei beneficiari vincolata alla responsabilità limitata (anziché a quella illimitata invalsa in Germania), consolidamento delle riserve e voto capitario dei soci. Le “Popolari” non erano solo “banche” ma pedagogia sociale, civile, politica, “democrazia in cammino”. 
   Maritato con Amelia Levi dallo stesso 1864, il giovanissimo Luzzatti entrò in corrispondenza con economisti e sociologi di ogni paese europeo. Docente di diritto costituzionale a Padova dal 1867, concorse all’istituzione della Scuola superiore di Commercio a Ca' Foscari (1867) appena Venezia si unì all'Italia, all'indomani della Terza guerra per l'indipendenza (1866). Esperto di indiscusso valore in un ventaglio di materie specialistiche (codici di commercio, credito, economia forestale, istruzione professionale,...) e soprattuto di intricate questioni monetarie e bancarie, nel 1869 fu nominato da Marco Minghetti segretario generale del ministero di Agricoltura, industria e commercio: incarico corrispondente a quello di sottosegretario di Stato. Non ancora trentenne, resse le briglie per il varo di leggi e accordi internazionali di enorme importanza.
Nihil sub sole novi
Prima ancora di essere eletto deputato (v. box), Luzzatti era ormai noto in tutta Europa quale studioso ferrato delle questioni al centro dei rapporti tra gli Stati, di lì a poco alle prese con la tragica guerra franco-germanica del 1870 e l'esplosione della “Commune” di Parigi, repressa in un bagno di sangue. Messo alle spalle il grande brigantaggio” nell'Italia meridionale e appena acquisita Roma, l'Italia doveva “crescere”. Non le bastava la libera iniziativa. Per realizzare opere strategiche occorreva l'intervento dello Stato, già insegnato e praticato da Camillo Cavour: lo “statalismo sussidiario”, come l'IRI del “fratello”Alberto Beneduce mezzo secolo dopo e l'odierno Recovery Plan. Per Luzzatti, che conosceva la Bibbia a memoria, nulla è nuovo sotto il sole. Parlava con cognizione di causa. Fu l'anima della grande “Inchiesta industriale” del 1872 e ne scrisse da solo il Quarto poderoso volume: il portolano per passare dalla dottrina alla prassi. Se gli altri Paesi si irrigidivano in politiche protezionistiche, l'Italia doveva difendersi nel rinnovo dei trattati di commercio e nella difesa strenua della propria ancor gracile macchina finanziaria e imprenditoriale a cospetto delle condizioni socio-sanitarie messe a nudo dalla devastante epidemia colerica del 1867 e dalla morbilità connessa a malnutrizione e miseria: la febbre malarica e la pellagra, addolcita in “mal della rosa”.
Alla caduta della Destra storica (18 marzo 1876), a lungo Luzzatti non ebbe incarichi pubblici. Docente ascoltato, scriveva saggi e articoli in quotidiani che erano la sua vera cattedra. Poi il presidente del Consiglio Depretis, capofila della Sinistra, e il ministro delle Finanze Agostino Magliani ne fecero costantemente il capomissione per risolvere le vertenze più complesse, come il trattato dell'Unione monetaria latina e l'avvio di imprese strategiche, quale la Società anonima altiforni fonderie e acciaierie di Terni, ideata in funzione della nuova flotta da guerra, quando la Marina italiana valeva quella degli USA.
Ministro del Tesoro e delle Finanze nel primo governo presieduto da Antonio Starrabba di Rudinì (1891-1892), Luzzatti non affrontò la questione delle questioni. Vent'anni dopo Porta Pia (1870), a differenza degli altri Stati l'Italia aveva ancora sei diverse banche di emissione di moneta. Il bubbone esplose con lo “scandalo della Banca Romana”, che travolse il primo governo Giolitti (1892-1893), determinò il ritorno al potere di Francesco Crispi (1893-1896), che pure vi era immerso fino al collo, e precipitò l'Italia nella crisi di fine secolo, quando Luzzatti fu nuovamente al Tesoro nei quattro governi Rudinì. Rimase fermo nel sostenere la parità tra spese ed entrate. Il prestigio dello Stato si fonda sulla fedeltà ai patti convenuti, sulla salute del suo bilancio e sul rispetto dei debiti contratti.
Per la “svolta liberale” d'inizio Novecento...
Contrario a soluzioni autoritarie (l'appello di Sonnino “Torniamo allo Statuto” gli parve un balzo all'indietro), Luzzatti mirò invece a riaffermare il primato del Parlamento e nel marzo 1900 si schierò all'opposizione. Fautore del governo presieduto dall'ottantenne Giuseppe Saracco (1900), fornì competenza e creatività al governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) concorrendo alla nascita del Consiglio superiore del lavoro, al piano per la costruzione di case popolari, in risposta immediata a bisogni profondamente sentiti negli anni dei grandi scioperi e dell'emigrazione di massa, tutelata da una legge nella cui formulazione ebbe parte precipua. Ottenne anche leggi a tutela del lavoro, in specie notturno, femminile e dei bambini al di sotto dei 12 anni. Oggi pare poco, ma all'epoca era una conquista civile ostacolata da tanti, come l'abolizione della “ruota” in cui abbandonare i neonati e la “ricerca della paternità”, due conquiste di Giolitti, sorretto da Luzzatti.
Ministro del Tesoro nel secondo governo Giolitti (1903-1905), di concerto con la Banca d'Italia,  quando la moneta arrivò a far aggio sull'oro avviò la riduzione del tasso di interesse sui titoli dal 5 al 3.5%, poi realizzata dal ministro Majorana, che su suo consiglio e mediazione si valse della Banca Rothschild.
...e al governo
Il 3 marzo del 1910 fu la sua ora. Vittorio Emanuele III, che molto loapprezzava, lo nominò presidente del Consiglio su indicazione di Giolitti. Come documentato da Pier Luigi Ballini, egli varò il governo dopo lunghe e complesse alchimie, attestate dalle liste di ministri via via da lui elaborate. Tenne per sé l'Interno, con sottosegretario l'albese Teobaldo Calissano, fiduciario di Giolitti. Agli Esteri ebbe il marchese di San Giuliano (il meglio dell'Italia) e alla Guerra il comandante generale dei Carabinieri Paolo Spingardi. Capitanò una compagine di tecnici e politici di prim'ordine, liberali e di radicali (Cesare Fani, Francesco Tedesco, Luigi Facta, Luigi Credaro...). Non aveva un partito suo. Non era né di destra né di sinistra. Era un pragmatico, dalle competenze superiori e di piena fiducia da parte delle Cancellerie e delle banche europee.
   Però, proprio l'amplissimo consenso tributatogli dalla Camera fu alla radice della sua debolezza, perché prima o poi i Maggiorenti e i “partiti” (clan regionali e clientele personali) sarebbero tornati a rivendicare le proprie posizioni ideologiche e programmatiche. Luzzatti cercò sempre di smussare gli angoli. Quando il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ebreo ed ex gran maestro del Grande Oriente d'Italia, il 20 settembre 1910 pronunciò parole esageratamente polemiche nei confronti del papa e della chiesa, stemperò i toni. Nelle voluminose “Memorie” Luzzatti si definì “deista che sente e ammira idea religiosa in qualsiasi prisma se ne franga la luce”. Amico di molti “modernisti” italiani e di Oltralpe, come Paul Sabatier), nel 1913 non esitò ad apprezzare l'appoggio dei cattolici per la sua rielezione alla Camera.
“Costruttore” per la “vera democrazia”
Il suo governo era “di scopo”. Andava oltre Sonnino, conservatore, e doveva varare riforme economiche urgenti. Però Luzzatti si avventurò sul terreno infido delle elezioni amministrative e appoggiò i “blocchi popolari” anticlericali (socialisti riformisti, radicali e liberali progressisti). Poi si buttò a modificare la legge elettorale e riformare il Senato del Regno. Propose di estendere il voto ai maschi maggiorenni che sapessero copiare un testo a stampa e scrivere i numeri. Propugnò inoltre l'obbligatorietà del voto. Quanto al Senato, ritenne che dovesse essere per una parte (minore) di nomina regia e per l'altra formato attraverso una complicata elezione di secondo grado.
Sentite suonare tutte le campane (commissioni parlamentari, dibattito sui giornali...), Giolitti fece sapere che così come era il Senato aveva e avrebbe reso alti servigi all'Italia. Non potevano esserci “patres” di due diverse categorie, gli uni di nomina regia, gli altri elettivi. L’idea di Luzzatti evaporò. Il 18 marzo 1911 Giolitti propose il voto universale maschile per i maggiorenni, per quanti avessero prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti perché il giudizio politico non dipende dal maneggio delle lettere dell'alfabeto ma dalla vita. Preoccupato (come egli stesso scrisse a Giolitti) di non fare “caduta inonorata”, Luzzatti si rassegnò a porsi da parte, come del resto ormai voleva il Re. Restò in carica sino a festeggiare il 50° della proclamazione del regno, il 27 marzo, all'Altare della Patria. 
Rimase una grande e nobile “riserva della Corona” e dello Stato. Il Re nominò Giolitti, che orchestrò il “Grande Ministero” e le feste del Cinquantenario tenendo a fianco Nathan.
  Tornato per tre mesi ministro del Tesoro nel secondo governo Nitti (marzo-maggio 1920), Luzzatti sollecitò conferenze internazionali per correggere le storture dei Trattati “di pace”, altrimenti forieri di rivalse e di nuovi conflitti. Pacifista per vocazione, come il premio Nobel per la pace Teodoro Moneta e come lui fermo nel sostegno dei diritti degli italiani nel mondo, accordò il suo voto al governo di unione costituzionale dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini e lo confermò anche dopo l'“affare Matteotti”. Quando parte dell'opposizione disertò l'Aula, vi rimase per sostenere leggi di pubblica utilità, a cominciare della “battaglia del grano” che non era affatto “fascista” ma arrivava dall'Istituto Internazionale per l'Agricoltura (1908) voluto da Vittorio Emanuele III e da Giolitti.           
  Luzzatti insegnò che “la democrazia vera è quella che cerca di innalzare i poveri e gli ignoranti, non già di deprimere gli agiati e i sapienti. È un'opera di concordia, non di guerra sociale. Toglie o tempera gli attriti; non li crea e non li accresce. Benefica, edifica, non sconvolge gli ordini sociali”. Fu un grande e vero Costruttore. Uomo universale, sapeva che gli Stati e i governi passano, i “Grandi spiriti” sopravvivono.
Aldo A. Mola
L'EBREO LUIGI LUZZATTI, “DEPUTATO ERRANTE”
da “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pag.11. 

Luigi Luzzatti  Per un ebreo, anche se genio europeo di prima grandezza, non era facile conquistare un seggio parlamentare nella Nuova Italia. Fu il caso di Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927). Quell'Italia era “Nuova”, ma ancora appesantita da pregiudizi arcaici, scrupoli e pavidità. Ne seppero qualche cosa Alessandro D'Ancona e Isacco Maurogonato Pesaro che non furono nominati ministri mentre avevano tutti i requisiti per divenirlo.
Luzzatti si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Oderzo (Treviso) il 20 novembre 1870, due mesi esatti dopo l'irruzione dell'esercito italiano in Roma attraverso la breccia di Porta Pia, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, cattolicissimo come suo fratello Carlo e “uomo dello Stato”. Luzzatti vinse senza rivali, ma non aveva ancora compiuto trent'anni, l'età richiesta per entrare alla Camera. Riconvocati, gli elettori gli confermarono la fiducia l'8 gennaio 1871, ma il loro placet fu nuovamente annullato. Finalmente Luzzatti risultò regolarmente eletto il 12 marzo seguente. Da cinque anni il Veneto “euganeo” era incorporato nel Regno d'Italia. Tra i suoi campioni aveva avuto Daniele Manin, ebreo e presidente della Società Nazionale. Oderzo confermò la fiducia a Luzzatti nelle elezioni del 5 novembre 1878, quando gli si oppose il democratico Luigi Zanardelli, e del 1880 quando Giosue Carducci vi ottenne 5 voti contro i suoi 515: curiosamente, due avversari “di loggia”.
Nel 1882 fu il più votato della terna di Destra storica eletta nel collegio di Conegliano Veneto (Treviso II), ma venne sorteggiato tra i deputati eccedenti il numero di seggi riservati ai docenti universitari: identica sfortuna toccata a Carducci nel 1876, quando il Maestro e Vate, sazio di scrivere versi e di filologare in cattedra, decise di “scendere in campo” nel collegio di Lugo di Romagna, studi statistici ed economici alla mano. Venne eletto, ma, sorteggiato, decadde; ritentò altre due volte (a Pisa e a Lucca), invano.
Il 16 dicembre 1883 Luzzatti fu ripescato nelle supplettive del collegio di Padova. Vi venne confermato nel 1886 e nel 1890, primo della solita terna con Emilio Visconti Venosta e Ruggero Bonghi.
Col ritorno dai collegi circoscrizionali con scrutinio di lista ai collegi uninominali, i più “seri” della storia d'Italia dal 1848 a oggi, Luzzatti dovette cercarsi una roccaforte sicura. Con tutto quel che egli aveva da fare per l'Italia in Europa (e viceversa) non aveva tempo di  questuare voti. Molti notabili e prominenti della Terza Italia avevano collegi blindati. Era il caso di Giolitti nel Cuneese, Giuseppe Biancheri a Ventimiglia, Zanardelli a Iseo e via elencando. Luzzatti planò nel collegio di Abano Bagni, che lo elesse il 6 novembre 1892 e lo confermò entusiasta sino a quando egli fu sicuro di poter tornare trionfalmente a Treviso, ove fu rieletto per tre legislature. Nel 1913 Luzzatti fu confermato grazie al “Patto Gentiloni” che vide i cattolici confluire a sostegno dei liberali “moderati”, inclusi i massoni notori o anche solo “sospettati”. Era il caso suo. Ma la Chiesa di Pio X distingueva tra avversari, come chi credeva nel Grande Architetto, e i nemici: quanti volevano abbattere troni altari. Non i razionalisti ma i belluini.
Nel 1921 Luzzatti festeggiò cinquant'anni di “medaglietta” di deputato alla Camera. Come noto questa non comportava alcun emolumento, né, meno ancora, un vitalizio. Dal 1912 Giolitti aveva ottenuto il riconoscimento di una sorta di rimborso spese forfettario per consentire a ogni cittadino di essere eletto anche se povero o con magro stipendio. Come saggio e doveroso, il 10 aprile 1921 Luzzatti venne elevato a senatore del regno d'Italia con Paolo Boselli, deputato da mezzo secolo ramingo da Savona e Genova, ad Avigliana e Torino, da tempo al vertice degli Ordini Mauriziano e della Corona d'Italia, espressione del Re, “fons honorum”. Così l'ottantenne Luzzatti evitò di finire vittima del tritacarne del proporzionale e degli umori di un elettorato vagante, che in pochi anni passò dall'estrema sinistra alla destra fanatica.
   Come i Re Magi, nel suo errare da un collegio elettorale all'altro Luigi Luzzatti, barba bianca sempre più lunga, portò con sé studi economici e filantropia, guidato dalla Stella Cometa: l'Italia “europea” unificata dalla monarchia di Savoia.
Aldo A. Mola

IL RUOLO PROPULSORE DELLE “VISIONI POLITICHE”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Le cure di Arcuri: il fallimento della programmazione 
  Un punto fermo della svolta in corso è che essa è “politica” nel senso alto e forte del termine. Comunque proceda e si sviluppi, è nata dalla decisione meritoria di Matteo Renzi di uscire dal governo Conte-bis per dissenso sulla sua condotta, del tutto insoddisfacente a fronte delle urgenze del Paese, poi ricordate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la sanitaria, l'economica e la sociale, ma mai affrontate con la tempestività e la risolutezza necessarie. 
   Le vere e drammatiche ripercussioni economiche e sociali nel periodo medio-lungo della pandemia sono ancor tutte da vagliare, mentre ristagna l'elaborazione del  benedetto “piano” per arginarle e invertire la rotta: quel “progetto” che il governo Conte-Gualtieri  non è giunto a proporre, così mostrando la sua inadeguatezza programmatica e quindi “politica”. Le si capirà meglio quando, prima o poi, si passerà dalle misure tampone (protrazione della cassa integrazione e divieto di licenziamenti) alla normalizzazione del rapporto tra produzione e mercato in tutte le loro componenti interne e internazionali. 
   Durante le guerre gli Stati si sono sempre indebitati fuori misura e senza controlli. L'Italia lo ha fatto, rovinosamente, nel 1914-1918; e nuovamente nel 1940-1946: dieci anni che pesano per cento. Poi, appunto, è sempre arrivata l'ora della “resa dei conti. E' quanto l'Italia deve aspettarsi al termine di un anno durante il quale il governo ha estorto al Parlamento “scostamenti di bilancio” enormi ma di modestissima efficacia quale volano per la ripresa, trangugiati da tanti settori solitamente vigili nel timore di essere tacciati di “lesa patria”. Senza giri di parole e chiamando le cose come sono, col pretesto di fronteggiare l' “emergenza” il “Conte II” ha indebitato i cittadini presenti e futuri, recidendo i garretti di qualsiasi “ripresa” ventura. Non ha affatto “ristorato” quanti sono stati impediti di svolgere la loro normale attività d'impresa economica, ha soffocato il commercio e i consumi, ha impoverito il gettito dell'imposizione corrente (e quindi le sue stesse  risorse immediate e venture) e ha lasciato briglia sciolta a “Potentati di spesa” del tutto fuori controllo, a cominciare dal Commissario Domenico Arcuri che si è prodotto in iniziative incongruenti, dai banchi scolastici a rotelle (il cui uso è rifiutato dai loro destinatari) ai padiglioni a primula dal malaugurate colore di sangue rappreso, anziché procedere celermente alla vaccinazione di massa: operazione dinnanzi alla quale ha mostrato la stessa reattività esibita nella fase pandemica iniziale quando mancarono mascherine, camici e tamponi.  
   Il risultato della “non politica” del governo uscente è nell'eredità materiale che esso scarica su quello entrante. Se tutto fila liscio ad aprile risulterà vaccinato poco più del 10% degli italiani: una quota lontanissima dal minimo indispensabile per invertire la rotta e passare dall'emergenza perpetua, cara all'Avvoltoio appulo, alla normalità, dalla comunicazione istrionica e isterica imperversante da ormai un anno a un dialogo serio tra governo, amministrazioni pubbliche e cittadini, che non sono affatto grulli e vanesi come vengono dipinti ma hanno bisogno di informazioni affidabili, scientificamente tarate e proposte in modo chiaro anziché fatuamente emotivo. Quanto a “comunicazione” è ora che le televisioni smettano di rifilare ogni mezz'ora  immagini di aghi conficcati qui e là nei muscoli di poveretti che girano gli occhi dall'altra parte, di fiale,siringhe, cerotti e frigoriferi per la conservazione di vaccini: spettacoli che rimandano alle piazzate medievali, quando le folle erano attratte dai supplizi inflitti ai condannati a morte. Per far capire che a volte occorre farsi curare un dente non c'è bisogno di riprendere in diretta televisiva la bocca spalancata e le tenaglie che lo strappano dalla radice.
Per un'Italia “più viva”: Parva favilla gran fiamma seconda 
   Se però l'Italia davvero risalirà la china lo si deve, ripetiamo, a un altro e decisivo strappo: quello attuato da Matteo Renzi nei confronti di un governo statico ed estatico, in attesa del “miracolo”: l'elargizione futura (aspetta e spera... ) dei finanziamenti previsti dal Piano Europeo per la Ripresa a fronte di progetti sostenibili e verificabili: né più né meno di quanto richiesto per ottenere il  MES, ora uscito dall'orizzonte immediato ma non dalle necessità del Paese. L'Italia ne ha bisogno estremo per ammodernare il sistema sanitario, che è infantile dividere nelle categorie di pubblico e privato perché il contagio virale non fa distinzione di classe, lingue, religioni eccetera... Come il Verbo di Giovanni Evangelista, perfidamente  esso“soffia dove vuole”.
  Ma (dicono i sondaggi) Renzi conta solo il 2% delle intenzioni di voto. E allora? La verità della politica, quella alta, non si misura sulla base dei consensi raccolti dai simboli dei partiti ma della forza delle idee, dalla loro lungimiranza.  E' lì la differenza tra la politica fondata sulla scienza (l'unica politica vera) e quella avvolta nelle chiacchiere degli imbonitori. Per quanto superfluo, va ricordato che il Novecento è il non rimpianto secolo delle masse, anzi delle “folle”, manipolate e spinte a condotte suicide, a “credere obbedire combattere” senza capire perché, dove e con quali vantaggi.             
  Lasciando ai margini il passato remoto, va ricordato che all'indomani della seconda guerra mondiale le condizioni dell'Italia non migliorarono grazie ai tanto celebrati  partiti “di massa”, fermi nel culto dei rispettivi feticci (Stalin da un canto e la ierocrazia superstiziosa dall'altro) ma per l'azione di micropartiti colti e lungimiranti, minoritari nei consensi ma maggioritari nella capacità programmatica e nella forza trainante delle loro “pre-visioni”. Esattamente come era accaduto nella seconda metà del Settecento illuministico e nuovamente nell'Ottocento, quando una minoranza esigua guidò il processo verso l'unità nazionale che strappò l'Italia dal lungo “Medioevo”. All'indomani della guerra i partiti numericamente maggioritari per voti e per seggi in Parlamento erano nettamente contrari alla “occidentalizzazione” dell'Italia: una prospettiva rifiutata sia dai socialcomunisti accorpati nel Fronte popolare sia dai democristiani, diffidenti nei confronti dell'“America”, sospetta per i suoi costumi  (visti come “malcostumi”).
   A riposizionare l'Italia “a Occidente”, dove essa già si era attestata con i sovrani, da Vittorio Emanuele II a suo nipote, Vittorio Emanuele III, furono partiti dal modesto seguito elettorale ma proiettati nella direzione storica assunta dai “patrioti” sin dagli albori del Risorgimento, come il “britannico” milanese Federico Confalonieri, che l'Imperatore d'Austria fece condannò a morte, chiuse i condizioni disumane allo Spielberg e rilasciò a condizione che esulasse negli Stati Uniti d'America.
  Orbene, nella Ricostruzione postbellica Alberto Tarchiani,  ambasciatore d'Italia a Washington, fece più degli esponenti dei “partiti di massa”, incluso il democristiano Alcide De Gasperi. Altrettanto fecero esponenti di partiti piccoli e piccolissimi, come Leo Valiani e Piero Calamandrei, eletti alla Costituente del dissolto partito d'azione, e Ugo La Malfa che da quello stesso partito transitò con Ferruccio Parri in quello repubblicano. Alle elezioni  del 1948 il PRI racimolò il 2,5% dei voti e 9 seggi, che nel 1953 si ridussero all'1,6% e a cinque scranni. I liberali nel 1948 ottennero appena  il 3,8 dei consensi e 19 seggi che scesero a 13 cinque anni dopo quando esso ebbe il 3% dei voti benché presidente della Repubblica fosse il loro “numero uno”, Luigi Einaudi. A loro volta i socialdemocratici fletterono dal 7,2 % del 1948 al 4,5% del 1953 e da 33 deputati scesero a 19. Eppure furono quei partiti minori a tenere il timone dell'Italia verso Occidente mentre Pio XII continuava a ritenere che persino Rotary, Lions e analoghe associazioni “di servizio” fossero quinte colonne di una massoneria occulta, satanica, più infida e pericolosa dei socialcomunisti bonaccioni di strapaese.
Il passaggio a nord-ovest.... 
   Paradossalmente (è l' “ironia della storia”) furono quei piccoli partiti (incluso il repubblicano) a tenere viva la memoria del Risorgimento, della “grande guerra patriottica” del 1915-1918, della rivendicazione dell'italianità di Trieste e Gorizia, dell'Istria, di Fiume e delle città italofone della Dalmazia, del ruolo dell'Italia in un'Europa e in un mondo depurato dalla miopia del nazionalismo e delle illusioni autarchiche del rovinose regime mussoliniano. Con gli stessi argomenti della miglior tradizione patriottica monarchica, furono quei partiti minori a riportare l'Italia nei binari dell'età ante-fascista. Negli Anni Sessanta se ne fece interprete il socialdemocratico ravennate Giordano Gamberini, già vescovo della chiesa gnostica.
   Non può quindi stupire che a “manovrare lo scambio” per avviare l'Italia nei binari giusti sia stato ora un partito del 2% come Italia Viva. I voti non si contano ma si pesano. Per molti “partiti” i consensi pletorici sono un gravame soffocante.  E' il caso del Movimento Cinque Stelle (mai giunto a darsi identità vera), come, per altri versi, del Partito Democratico e di altri: appesantiti e frenati dalla necessità di raccattare consensi anziché capaci di progettare e proporre, di andare oltre le tattiche elettorali e di tornare alla strategia e recuperare il senso profondo della “politica”, come si fece negli Anni Sessanta con la “politica dei redditi” e la programmazione economica  propugnata da La Malfa e negli Anni  Settanta con la messa a punto di “Progetto '80” e i piani del Club di Roma.
   C'è davvero bisogno di partiti? Dal proto-Risorgimento e nelle guerre per l'indipendenza e per l'unificazione nazionale l'Italia non ebbe “partiti”. Ai tempi di Massimo d'Azeglio, Camillo Cavour, Quintino Sella...via via sino a Giolitti non vi furono “partiti liberali” ma persone di governo capaci e meritevoli, severe verso la stessa classe sociale di cui erano espressione, perché le riforme costano molto e il loro gravame non può essere scaricato sui nullatenenti, da avviare invece alla emancipazione attraverso scolarizzazione ed educazione civica: una missione immane e di lungo periodo. Risalire  la china richiede un paio di generazioni. E' quella che si prospetta all'Italia odierna: al bivio tra progresso nella libertà e pauperismo nella decrescita infelice, tra falso egualitarismo e meritocrazia, tra governo delle competenze e occupazione del potere nel nome di quel Jean-Jacques Rousseau che s'impancò a pedagogo ma abbandonò cinque all' Hospice des enfants trouvés. Alla larga, se è quello il rapporto consequenziale tra pensiero e azione.... 
  Ecco perché ora tocca a Mario Draghi e a chi saprà assecondarlo nella nuova Ricostruzione di cui l'Italia ha urgenza dopo tre anni di “non governo”, che si risolve nella peggior forme di malgoverno.   
Aldo A. Mola 
I 107 “SENATORI DI DIRITTO” CHE NEL 1948 ARGINARONO LA DERIVA DEMO-CLERICALE
pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pag. 11
 

Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970). Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  La III Disposizione transitoria e finale della Costituzione in vigore dal 1° gennaio 1948 stabilì che “per la prima composizione del Senato della Repubblica” fossero nominati senatori i deputati eletti all'Assemblea costituente il  2-3  giugno 1946 forniti di determinati requisiti. Il “privilegio” una tantum fu riconosciuto a ex presidenti del Consiglio dei ministri o di assemblee legislative; ai membri del disciolto regio Senato ma non “epurati” (una “trappola” il cui esame richiederebbe da solo ampio spazio); a chi fosse stato eletto deputato almeno tre volte (anche alla Costituente); a quanti erano stati dichiarati decaduti dalla Camera con l'iniqua legge del 9 novembre 1926 e avesse scontato pene di reclusione non inferiore a cinque anni inflitte dal Tribunale speciale  fascista per la difesa dello Stato. Furono nominati senatori di diritto” per quella prima legislatura repubblicana  anche gli ex senatori del Regno componenti della Consulta Nazionale  durata in vita dall'estate 1945 al 1946. 
  Se si fossero candidati alle elezioni poi fissate per il 18-19 aprile 1948 i beneficiari del privilegio decadevano  automaticamente dalla nomina “una tantum” alla Camera Alta. Come imposto dalla III Disposizione transitoria e finale  (ma solo il  22 aprile 1948),  venne emanato il decreto del Presidente della Repubblica (Enrico De Nicola) che elencò i 107 senatori “di diritto” del primo Senato della repubblicano.                 
  Quei “patres” erano in gran parte anziani, provati dalla storia. Ventidue morirono nel corso della legislatura. Però ebbero un peso determinante anche se oggi è dimenticato e completamente ignorato dalla “narrazione”, secondo la quale il vincitore delle elezioni, Alcide De Gasperi, non formò un governo di soli democristiani perché contava 305 seggi alla Camera su 630 e 131 al Senato su 315. In teoria avrebbe potuto fare tutto da sé cercando l'appoggio di una manciata di “volenterosi” a destra e a manca. 
   A impedirglielo fu proprio la composizione politica, culturale e “storica” dei 107 senatori di diritto. In massima parte infatti essi rappresentavano l'Italia anti-fascista ma anche quella ante-fascista: liberali, democratici, socialisti riformisti e cattolici di quel partito popolare che per anni aveva votato a favore del governo Mussolini e se ne era dissociato solo quando assunse il volto di regime di partito unico.
  Per di più tra quei “patres” vi erano molti repubblicani, anticlericali militanti e persino massoni notori come, tra altri, il generale Roberto Bencivenga, Eduardo Di Giovanni, Cipriano Facchinetti, Meuccio Ruini (già presidente della Commissione dei Settantacinque che varò la bozza della Costituzione) e Arturo Labriola, che era stato ministro del Lavoro nel V governo Giolitti e persino gran maestro del Grande Oriente d'Italia a Parigi dal 1932.
  Tra i 107  furono nominati senatori il vercellese Mario Abbiate, il monarchico Tullio Benedetti,  Alberto Bergamini, Ivanoe Bonomi, Giuseppe Canepa, Alessandro Casati, Benedetto Croce,  Luigi Einaudi,  Alfredo Frassati,  Luigi Gasparotto, Michele Giua, Stefano Jacini,  Emilio Lussu,  Cino Macrelli, Enrico Molè, Riccardo Momigliano, Rodolfo Morandi, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Giovanni Porzio, Giuseppe Romita, Carlo Sforza, Pietro Tomasi della Torretta, Adolfo Zerboglio (liberali, repubblicani, socialisti...) e alcuni comunisti tutti di un pezzo quali Ruggero Grieco, Girolamo Li Causi, Vincenzo Moscatelli, Celeste Negarville,  Giovanni Roveda, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Emilio Sereni e Umberto Terracini. Tutti ricordavano bene che nel novembre 1922 De Gasperi aveva votato a favore del governo Mussolini (di cui facevano parte esponenti del partito popolare, compreso Giovanni Gronchi) e poi della legge elettorale che aveva spianato la strada al regime. 
  In sintesi la maggior parte dei 107 senatori “costituzionali” non era affatto “democristiana” e meno ancora “papista” mentre pontefice era Pio XII. Dopo aver trangugiato l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione quei senatori si sarebbero opposti fermamente a una deriva clericale. Pertanto De Gasperi non avrebbe mai avuto la maggioranza in Senato, proprio perché i “patres di diritto” facevano la differenza. Perciò, non per “generosità” ma per necessità, egli varò il governo quadripartito formato da democristiani, liberali, repubblicani e socialdemocratici, con vicepresidente  Einaudi  (e poi il Giuseppe Saragat quando Einaudi fu eletto presidente della Repubblica) e il massone Facchinetti alla Difesa.     
   Furono quei “senatori di diritto” a salvaguardare la tradizione della Terza Italia che rischiava di essere risucchiata nelle sabbie mobili di una malintesa contrapposizione tra Roma e San Pietro anziché, come era, tra lo stalinismo e l'Occidente liberaldemocratico tutelato dagli Stati Uniti d'America e, di lì a poco, dall'ingresso dell'Italia nella Nato, strenuamente voluto dal “fratello”  Randolfo Pacciardi molto prima  e più che da De Gasperi.
Aldo A. Mola         
Nella fotografia : Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970).
Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  

ELOGIO DEL TRASFORMISMO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

De Pretis ElezioniIl peccato originale di Conte-Casalino-Zinga 
C'è il peccato originale. Macchia indelebile, come stabilì il Concilio di Trento. È la “culpa” che, vada come vada, segnerà un eventuale governo Conte-Ter: la svergognata pesca a strascico di anime perse nelle due Camere, ove, contrariamente a quanto scrive il costituzionalista Michele Ainis, i parlamentari non sono  affatto tenuti alla “disciplina”, che vincola i dipendenti pubblici (art. 54 della Costituzione) ma non i rappresentanti elettivi dei cittadini.
Giocare con le parole va bene solo in un Paese allo sbando. È quanto è accaduto nei giorni del goffo tentativo del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, di raffazzonare un “gruppo” al Senato per bilanciare l'uscita di Italia Viva dalla maggioranza. L'esito è stato squallido sotto tutti i profili. Così indecente che i suoi sponsor, consci di non essere autosufficienti al Senato, nelle consultazioni al Quirinale hanno steso tappeti rossi (come si fa nelle tende arabe) invocando il ritorno di Matteo Renzi all'ovile, come nulla fosse accaduto.
Il “fatto” però rimane: non una manovra di palazzo, ma la questua di “consensi” o, peggio, un'operazione di “ricatto con raccatto”, che ricorda la raccolta delle immondizie al mercato dopo lo sgombero delle bancarelle. E rimane che il “gruppo” (merli di incerta  lingua ancorché sedicenti europeisti) si costituì solo per “cessione” di un senatore del Partito democratico. E meno male che Mattarella a Fico ha dettato la linea: tastare i partiti della maggioranza “uscente”, senza concessioni all'armata brancaleone abborracciata da Conte-Casalino col soccorso rosso di “Zinga”.  
Se per sciagura dovesse mai nascere, il cosiddetto “Conte-Ter” avrebbe per marchio quel peccato originale: un affronto anche nei riguardi del Capo dello Stato che, nel congedarlo, aveva prescritto, come del resto è suo dovere, una maggioranza ampia e coesa. Quella dell'ormai tramontato Conte-bis non lo fu mai; essa, al contrario, sin dalla nascita risultò raccogliticcia (come pure il primo esecutivo Conte, quello dello sciagurato “contratto per il governo”): rimase accorpamento tra diversi, che ha rinviato tutte le decisioni incombenti e che, profittando dell'emergenza ingenerata dalla pandemia, ha sovraccaricato di competenze il “commissario” Arcuri Domenico, dall'occhio dimesso e furbescamente ammiccante.
L'agonia del regime partitico-parlamentare e il Trasformismo vero (1876)
   Dal 2018 l'Italia vive la crisi agonica del regime partitico-parlamentare, aggravata dalla sempre più abissale distanza tra l'esecutivo e le attese dei cittadini, a cospetto della crisi pandemica, economica e sociale evocata dal presidente Mattarella al termine delle consultazioni e nell'affidamento del mandato esplorativo al presidente della Camera. Ironia della sorte, ora tocca proprio a un “Cinque stelle” dipanare la aggrovigliata matassa di un Movimento caotico, populista, nel suo insieme estraneo alla tradizione politica italiana, intrinsecamente anti-istituzionale, fervorosamente anti-europeista e persino pronto a indossare i “gilet gialli”. Esso è stato il pilastro dell'ormai ex presidente del consiglio, il quale, tuttavia, non ha mai smentito in modo chiaro e convincente di avere la tentazione di farsi un partito tutto suo: un’incognita molto più insinuante e destabilizzante delle turbolenze di Renzi, cui va invece dato atto di aver posto temi e problemi squisitamente politici e istituzionali.
   Poiché proprio in connessione al risibile pateracchio del nuovo gruppo senatoriale si è parlato di neo-trasformismo e da “politici” e “giornalisti” di opinabile consistenza culturale sono stati evocati riferimenti al “trasformismo” e sono stati fatti i nomi di Depretis e persino di Giolitti quali precursori dello squallore odierno, va fatto un minimo di chiarezza sulla storia vera.
   Tra il 1876 e il 1887 il “trasformismo” in Italia fu il decennio di transizione dall’ormai sterile e nominale contrapposizione fra Destra e Sinistra “storiche”. “Brutta parola a cosa più brutta” scrisse il 3 gennaio 1883 Giosue Carducci nel “Don Chisciotte”. Però anche lui, “maestro e vate della Terza Italia”, da molti anni aveva messo da parte gli ardori mazziniani, era incantato dall'“Eterno femminino regale” di Margherita di Savoia e ripeteva i suoi versi giovanili “Bianca Croce di Savoia/Dio ti salvi e salvi il Re”.
    Quali erano i problemi di quell’Italia? Politica estera, riforme socio-economiche, consolidamento delle istituzioni: “Fare lo Stato” per “fare gli italiani”. L'8 ottobre 1876 Agostino Depretis, massimo esponente della Sinistra e presidente del Consiglio dei ministri, pronunciò a Stradella, fulcro del suo collegio elettorale, un discorso che, secondo lo storico Carlo Morandi confermato da Giovanni Spadolini, era stato scritto dal lombardo Cesare Correnti (1815-1888), esponente della Destra. Auspicò la “feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici (Destra e Sinistra) tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell'aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un'idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il Progresso. Noi siamo, o signori, un ministero di progressisti”. L'opposto del “rinvio” che nell'Italia odierna è sinonimo di Conte-Casaoino-Arcuri.
   Depretis (1813-1887: vedi box) ) era presidente del Consiglio dal 25 marzo, all'indomani della “rivoluzione parlamentare” come retoricamente venne detto il crollo del governo presieduto da Marco Minghetti, ultimo della Destra storica (18 marzo). Questa aveva all'attivo quindici anni vissuti pericolosamente, dall'unificazione (1861) all'agognato pareggio del bilancio di esercizio, cioè tante uscite contro altrettante entrate. Frutto non solo della tassazione su macinazione delle farine (l'odiosa “tassa sulla fame”), su sale, tabacchi, alcolici e su ogni bene di consumo, ma anche di esose imposte sui beni immobili e su tutto quanto fosse imponibile, dai portoni alle finestre, dai balconi ai cani da guardia e da passeggio. A quel modo, però, la Nuova Italia aveva fronteggiato e vinto il “grande brigantaggio” (studiato da Marco Pinto in “La guerra per il Mezzogiorno, ed. Laterza, apprezzato finalista all'Acqui Storia 2020, nuovo direttore dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano), messa a frutto la terza guerra per l'indipendenza con l'annessione di Venezia, e, acquisita Roma, aveva intrapreso la modernizzazione.
Il X congresso degli scienziati italiani, l'esposizione economica nazionale di Firenze e il censimento del 1871 indicavano che in appena due lustri il Paese aveva imboccato la giusta direzione di marcia: “fare”, fare bene, fare in fretta, grazie all' immensa macchina dell'amministrazione centrale e locale.
Però la compagine governativa della Destra era ormai spossata: confondeva l'equilibrio con la stasi. Si barcamenava in un'Europa che, messa alle spalle la guerra franco-germanica del 1870-1871, aveva ripreso e accelerato la seconda industrializzazione e con l'apertura del Canale di Suez aveva abbreviato distanza e tempi per le comunicazioni dall'Europa settentrionale alla Cina. Per di più il crollo dei noli marittimi all'indomani della guerra di secessione negli USA favoriva le esportazioni dall'America verso l'Europa a danno delle economie più deboli. Il grano d'importazione costava meno di quello faticosamente prodotto in Italia, con ripercussioni devastanti per un Paese ancora prevalentemente agricolo. Che fare? Anche il liberista Camillo Cavour quando necessario aveva fatto intervenire lo Stato a tutela della produzione “nazionale”.
Casti connubi...
   Nel 1869-1876 in Italia si susseguirono i due unici governi “di Destra” vera e propria, presieduti da Lanza e da Minghetti. La “Destra” era un'etichetta impropria. Il primo a liberasene era stato proprio Cavour che nel 1852 aveva pattuito il connubio di centro-sinistro (sic) con Urbano Rattazzi (che non era né di destra né di sinistra, ma costruttivo), poi ministro dell'Interno nel fattivo governo del 1859. Nel decennio successivo alla morte del Gran Conte (1861-1870) i governi avevano sempre compreso esponenti niente affatto “di destra”. Nel suo primo ministero (1862) Rattazzi incluse Depretis e il napoleonico Gioacchino Pepoli; nel secondo (1867) ancora Depretis (già ministro con il “destro” Ricasoli) e il quarantaseienne Michele Coppino (massone) all'Istruzione. Nel suo terzo governo (1869) il generale Luigi Federico Menabrea chiamò Angelo Bargoni e Antonio Mordini, massoni e Dioscuri del Terzo Partito. La debolezza cronica della Destra stava nella rivalità fra due suoi esponenti di spicco: il biellese Quintino Sella e il bolognese Minghetti. O l'uno o l'altro. E così alla fine arrivò Depretis: il Trasformismo, che andò di traverso alla retorica paleonazionalista esattamente come a quella fascista e gramsciana, a tutti gli aspiranti “rivoluzionari” e a quelli in servizio permanente. Era e rimase indigesto l' “aspro vinattier di Stradella” (come Carducci bollò Depretis), che promise (e mantenne) almeno una riforma all'anno, ma di quelle vere, che migliorano la vita delle “classi numerose”.
L'Italia era sotto assedio. Nel 1881 la Francia, mai amica sincera, impose il protettorato sulla Tunisia, che la neonata Italia considerava suo “porto sicuro”. Per uscire dall'isolamento Depretis concordò la Triplice Alleanza difensiva  (20 maggio 1882) con la Germania e l'Austria-Ungheria, suo potenziale nemico. Così ebbe mani libere per curare le piaghe interne. L'inchiesta sulle “classi agrarie” sollevò il coperchio sulle condizioni miserabili delle moltitudini. Le cinte urbane soffocavano le città che avevano bisogno di aria luce e pulizia. L'epidemia colerica del 1884 impose reti fognarie e acquedotti.
… e le Grandi Riforme
Il trasformista Depretis non racimolò il consenso di quattro gatti per caso in Parlamento. Nel 1881, àuspici Coppino, Zanardelli, Baccarini e tanti altri “fratelli”, egli varò l'ampliamento del diritto di voto da circa 650.000 a 3.000.000 di italiani. Dalle elezioni del 1882 (con collegi circoscrizionali e scrutinio di lista) scaturì la prima dirigenza di politici professionali tecnicamente attrezzati, come fece notare lo storico Giuseppe Galasso.
Proprio perché massone tutto d'un pezzo, fu Depretis ad avviare il primo serio approccio con la Santa Sede per la Conciliazione, malgrado l'opposizione miope di alcuni anticlericali e, s'intende, di fanatici baciapile. Si trattava di accordarsi sui “metalli” nel rispetto della libertà di coscienza di tutti, garantita dallo Statuto albertino che aveva riconosciuto l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.
Tra alti e bassi, da una all'altra crisi, rimpasto dopo rimpasto lo Statista tirò il carro governativo sino al 1887, quando formò il suo ultimo ministero: un vero capolavoro. Tenne per sé gli Esteri, all'Interno chiamò Crispi (che nel 1864 aveva detto alla Camera: “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”), alla Giustizia Giuseppe Zanardelli, a Finanze e Tesoro Agostino Magliani, all'Istruzione il grande Coppino (che dal 1877 varò la scuola elementare obbligatoria e gratuita), alla Marina Benedetto Brin (artefice della “Terni”), ai Lavori pubblici Giuseppe Saracco.
Al governo c'era tutta l'Italia competente e fattiva. Trasformava il brulicame in una compagine coesa, fondata su larghissima maggioranza (circa 400 deputati su 508), confermata anche nel 1886 quando affiorarono forze più decise ad accelerare le riforme, come l'“Opposizione subalpina” guidata appunto dai depretisiani Giovanni Giolitti, Tommaso Villa, Domenico Berti (già ministro con la Destra), dal garibaldino Pietro Delvecchio e altri.
Sommerso dal lavoro, Depretis ammalò. Assistito dalla moglie Amalia Flaver, di 34 anni più giovane – sposata quando già era vedova e con una bambina, Bice, e dalla quale ebbe Agostino –, come gli Elefanti da Roma si rinchiuse a Stradella. Vi morì con l'occhio alle sorti progressive della sua eredità politica. Senza soluzione di continuità, il governo, ora presieduto da Crispi, varò il nuovo codice penale che abolì in Italia la pena di morte (un primato mondiale), rese elettivi i sindaci e i presidenti delle Deputazioni provinciali, laicizzò le opere pie, approvò la prima legge sanitaria che impose ai Comuni la svolta urbanistica. Ecco, dunque, il Trasformismo: che è Riforme. È fatti. Per mettere l'Italia in sicurezza, come suggerito dal grande Adriano Lemmi (sempre in attesa di una biografia), Roma stipulò accordi anche con Londra: in una botte di ferro, il paese poté così progredire vieppiù. Il Trasformismo dunque non ha nulla a che vedere con le chiacchiere da cortile di chi annaspa e fa il gioco dei quattro cantoni rinviando ogni decisione vitale col macabro pretesto della “pandemia”, indebita le generazioni venture con lo sperpero del danaro pubblico e spera di rinviare le elezioni chissà sino a quando. Allievo prediletto di Depretis fu Giolitti, che nel 1912 conferì il diritto di voto a quasi tutti i maschi maggiorenni. Riteneva fossero cittadini pensosi delle proprie sorti e rappresentati da parlamentari consapevoli. Era inguaribilmente ottimista.
Aldo A. Mola
AGOSTINO DEPRETIS, IL MASSONE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Articolo pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021.
 

Agostino De PretisAgostino Depretis o, a lungo, De Pretis (Cascina Bella in Mezzana Corti, Pavia, 31 gennaio 1813 - Stradella, Pavia, 29 luglio 1887).
Laureato ventunenne in legge a Pavia, consigliere comunale a 31 anni, eletto deputato  trentacinquenne alla Camera del regno di Sardegna dal collegio di Broni (Pavia) il 26 giugno 1848, poi da quelli di Stradella (1861) e di Voghera (dal 1882 comprendente quello di Stradella), vicepresidente della Camera nel 1849, mazziniano attivo sino al 1854, contrario all''intervento del “Piemonte” nella guerra di Crimea, si avvicinò a Cavour sulla scia di Urbano Rattazzi. Fu governatore di Brescia nel 1859 e commissario straordinario in Sicilia per imbrigliare la spedizione garibaldina (19 luglio-14 settembre 1869).
Esponente di spicco della Sinistra democratica, fu ministro della Marina nel I governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), dimissionario per le conseguenze catastrofiche della spedizione di Garibaldi all'insegna di “Roma o morte”.
Tornò ministro della Marina nel II governo presieduto da Bettino Ricasoli (esponente della Destra storica) e poi nel II governo Rattazzi (aprile-ottobre 1867, travolto dalla spedizione di Garibaldi contro lo Stato pontificio).
Dal 25 marzo 1876 alla morte fu il massimo statista della Sinistra storica. Con l'intervallo di tre governi presieduti da Benedetto Cairoli, nel corso di undici anni formò otto compagini ministeriali, con ministri molto diversi nelle posizioni chiave (Esteri, Interno, Finanze, Istruzione, Marina...). I suoi esecutivi compresero esponenti delle regioni più disparate, parlamentari di solida formazione politica, culturale e professionale.
Dal 1864 al 1880 presidente della Consiglio Provinciale di Pavia, suo fedelissimo bacino elettorale, il 10 ottobre 1875 espose a Stradella il programma di vaste e incisive riforme politiche, giuridiche, culturali ed economico-sociali, che precorse la svolta politica nazionale col passaggio senza traumi dalla Destra alla Sinistra storica, all'insegna della continuità e del consolidamento dello Stato e della sua istituzione suprema, la monarchia di Savoia. Ebbe la fiducia di Vittorio Emanuele II (re dal 1849 al 1878) e di suo figlio Umberto I.
Iniziato “compagno” nella loggia torinese “Dante Alighieri” il 22 dicembre 1864, “maestro” dal 1866, affiliato nel 1867 alla “Universo” di Firenze, nel 1877 fu elevato al grado 33° del Rito scozzese antico e accettato e dal 1882 fece parte del suo Supremo consiglio. Il 14 marzo 1878 Umberto I gli conferì il Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.
Malato, da Roma tornò nella nativa Stradella. La salma fu esposta nel municipio. Unico dei quattro presidenti del Consiglio massoni (oltre a lui Crispi, Zanardelli e Fortis) ebbe funerali civili. Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, fratello del Re Umberto I, resse con Crispi e Zanardelli i cordoni nel corteggio funebre, seguito da una folla lunga un chilometro, senza alcun ecclesiastico: omaggio dovuto all'antico repubblicano che aveva ampliato le basi del consenso per la monarchia statutaria, fondata sulle libertà politiche e sul progresso civile.
Molto discusso per il suo pragmatismo fu elogiato per la capacità di rispondere alle polemiche con il silenzio. Alla sua morte Ruggiero Bonghi sentenziò: “Quelli che rimangono per sventura nostra non sono migliori di lui”.
Non condivise mai la cinica opinione di politicanti frustrati, secondo i quali “governare l'Italia non è difficile, è inutile”. Spese i suoi settantaquattro anni per lasciare gli italiani migliori di come erano alla sua  nascita, tra Restaurazione asburgica, regimi liberticidi e ottusamente clericali. Propose il trasformismo per dar corpo a un vasto Partito dello Stato e attuare grandi riforme progressive.

 

L'“ANGELO CADUTO DEL PCI”
TOGLIATTI LO MISE... IN TASCA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.Angelo Tasca, socialista umanitario 
Per i 18 anni di Greta Thunberg la Svezia emette un francobollo. Le “Poste” italiane stampano un “timbro” per il Centenario della fondazione del Partito comunista d'Italia. Là per una giovinezza sbiadita. Qua per un defunto dalle mani mica tanto pulite e dalla memoria cortissima. Un secolo dopo rimane nell'ombra uno dei suoi maggiori protagonisti: Angelo Tasca. Espulso dal partito e quindi condannato alla gogna perpetua, come il 3 settembre 1929 decise Palmiro Togliatti a Mosca, pronubo ai dettati di Stalin. “Il Migliore” era al bivio: o Tasca o lui. Pronto a obbedir tacendo, scelse come gli conveniva. Opportunista? Costruttore? Volonteroso? 
Ma chi era Tasca? Un “politico scomodo” secondo A. J. De Grand, un “eretico della sinistra” a giudizio di Sergio Soave: formule supponenti che la politica sia comoda e che la “sinistra” sia vi sia stata una “ortodossia”, una “dottrina”. Lo sappiamo. Il Komintern dettò il catechismo e le giaculatorie che ancora sentiamo ripetere. Lo fa il vanesio “Cento anni di sinistra” (ed. la Repubblica-l'Espresso) che intruppa Rosy Bindi ed Emma Bonino,  Ciampi e Cossutta...: minestrone da asporto.  
Tasca manca di una biografia vera: la narrazione dell'uomo. Fu un “socialista umanitario”, un “apostolo”, convinto che toccasse ai buoni e ai sapienti “evangelizzare”. Fu il Mazzini del social-comunismo italiano. Un piede nell'organizzazione sindacale e partitica, un altro, più a fondo, nel brulicame delle “classi numerose” che conosceva dalle esperienze di casa prima e più che da asettici laboratori di scienze economico-sociali. Alla “disciplina” di partito (prima quello socialista, poi quello comunista e in seguito nuovamente il primo, ma in Francia) antepose sempre la libertà di coscienza, la “critica” (era l'insegna della rivista di Filippo Turati e di Claudio Treves) e il “libero esame”. 
Tasca non ebbe una vita  tutta in piano. Nacque a Moretta, umido borgo rurale a metà strada sulla linea ferrata Cuneo-Saluzzo-Torino il 19 novembre 1892, l'anno di fondazione del Partito dei lavoratori italiani, poi Socialista.  La cittadina gli ha intitolato una viuzza di pochi metri, verso Torino, ove, separato dalla moglie, il padre, operaio ferroviario, lo condusse con sé. Tra molte difficoltà conseguì la maturità classica, intraprese la facoltà di giurisprudenza ma ripiegò su quella di lettere e si laureò a 25 anni su Giacomo Leopardi e la filosofia dell'illuminismo francese. Da un lustro aveva concorso a fondare il Circolo educativo socialista di Torino: anello di congiunzione tra studenti, studiosi, “militanti” (come il giovane Giuseppe Romita, figlio di un monarchico tutto d'un pezzo) e operai “in carne e ossa” (come una volta concesse Antonio Gramsci). Il suo socialismo era radicato nella consapevolezza della realtà dei proletari, dei sindacati, di “bisogni” che vanno molto oltre le dispute dei dottrinari al vertice dei gruppi parlamentari e di partito. Contrario all'impresa di Libia (1911-1912) e ancor più all'intervento dell'Italia nella Grande Guerra (il partito socialista si accovacciò nella sterile formula “né aderire, né sabotare” e non mobilitò i suoi iscritti e simpatizzanti contro la piazza dominata da nazionalisti e antigiolittiani), Tasca fu tra i fondatori di “Ordine Nuovo” con Gramsci, Togliatti e Andrea Viglongo (altro “dimenticato” in questo Centenario).
Se alcuni sognavano il balzo in avanti sull'esempio di Lenin, come ricorda Franco Livorsi il 4 ottobre 1919 Tasca scrisse nell'“Ordine Nuovo” che “la rivoluzione non è opera di un giorno, di decenni, ma di una generazione”. La storia chiede tempi lunghi. Senza “educazione” le “masse” finiscono succube di nuove oligarchie, ammantate nei panni di “nuovi principi”.
Fondatore del Partito comunista d'Italia
Il 21 gennaio 1921 Tasca fu tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, nato per scissione dal Partito socialista radunato a congresso in Livorno, e assunse via via responsabilità di rilievo, nella convinzione, però, che il “capitalismo” non era affatto al crepuscolo e che pertanto le sinistre dovevano convergere sul terreno del riformismo democratico per non perdere l'appuntamento con la storia, ripetutamente mancato da Turati nell'età giolittiana.
Visse da acuto osservatore (che non è sinonimo di “spettatore”) la crisi della democrazia parlamentare: il fallimento dello sciopero legalitario del luglio 1922 (epilogo del “biennio rosso”), l'ennesima scissione del partito socialista tra massimalisti e “unitari” (Filippo Turati e Giacomo Matteotti) nell'ottobre 1922, l'assenza dei comunisti dalla scena italiana nelle convulse settimane di ottobre. Mentre Mussolini organizzava la “spallata” che il 31 ottobre, senza colpo ferire, lo condusse al potere a capo di una coalizione costituzionale, i vertici del Pc d'Italia erano impegolati a Mosca nelle dispute della Terza Internazionale dominata da Stalin. C'era anche Gramsci che in Italia tornò solo due anni dopo. 
Tasca vedeva, constatava e comprendeva, ma non aveva i requisiti del “capo-popolo”, né del “capo-setta”. Come poi di lui disse, irridente, Togliatti, era un “gran studioso”, con propensione a valutare gli eventi, nella prospettiva poi affidata alla sua opera fondamentale: La naissance du fascisme (Parigi, 1938), rassegna degli errori commessi nel dopoguerra dalle sinistre che confusero ex combattenti e militaristi e si  auto-esclusero dal confronto con le istituzioni, illuse che fossero al collasso. Basti ricordare, al riguardo, la condotta dei 156 deputati socialisti che, eletti il 16 novembre 1919, uscirono dall'Aula cantando l'Internazionale mentre il re pronunciava il rituale discorso della corona. Volevano “fare come in Russia”, con la differenza che l'Italia aveva vinto la guerra, sia pure a carissimo prezzo.
Messo all'indice dai social-comunisti, il libro non venne apprezzato “a destra” perché pacatamente spiegò che l'avvento di Mussolini non era affatto una Rivoluzione ma l'involuzione del fascismo ed era quindi destinato a divenire regime di partito unico all'interno di un “sistema” che lo avrebbe utilizzato sino a quando gli fosse stato comodo. Ormai “al bando del partito” (come Amadeo Bordiga, Umberto Terracini e altri comunisti che pensavano di testa propria), nel suo volume Tasca non concedette alcun credito al fascismo. Valgano a conferma alcune sue considerazioni conclusive, animate da un afflato profetico ancor più che politico e storiografico: “La lotta contro il fascismo è in primo luogo lotta per la libertà e per il rispetto della persona umana; lotta impossibile se non si crede alla positiva verità di queste nozioni e se non si è pronti a rivendicarle e difenderle sotto qualsiasi regime. I comunisti hanno adottato la formula attribuita, del resto a torto, a Luigi Veuillot: «Quando siamo noi i più deboli, domandiamo la libertà in nome dei vostri principi. Quando siamo i più forti ve la neghiamo in nome dei nostri». Il socialismo non può essere un fascismo rosso. Pur escludendo i passi polemici e le contromanovre, il socialismo non può servirsi delle formule fasciste come il fascismo si serve di quelle socialiste. Ciò non può aprirgli una lunga strada o può condurlo troppo lontano. La classe operaia vale per il potenziale di filosofia cioè di umanità di cui dispone.
“Una nuova guerra  - scriveva Tasca alla vigilia della catastrofe suicida del 1939-1945 - non sarà vinta da quelli che disporranno dell'ultima cartuccia o dell'ultima tonnellata d'acciaio; la materia prima più indispensabile sarà lo sforzo umano reso possibile dalla grandezza delle speranze e dalla forza dell'ideale che lo sosterrà. Né si deciderà sul terreno della tecnica, specie se diventa, come è quasi inevitabile, guerra di logoramento di posizioni. La nuova guerra sarà più che mai guerra di masse, guerra di fanterie, e più che in quella del 1914-1918 saranno gli ultimi venuti al fronte e non i combattenti che faranno inclinare la bilancia. L'opinione pubblica vi avrà una parte decisiva e i suoi giudizi varranno eserciti. Per una lotta lunga i valori morali riacquistano tutto il loro peso. L'umanità dovrà cercare in profondità la sua salvezza e le passioni più profonde e tenaci sono quelle della coscienza, della coscienza illuminata. Dopo la catastrofe, se resteranno terre non sommerse, il sole si leverà dalla parte di quelli che meglio avrà conservato il fondo di umanità che il fascismo si sforza di compromettere e di distruggere per sempre”. 
Quando Togliatti lo cacciò dal partito (1929): “Irresponsabile opportunista”?  
Poco amato “a destra”, Tasca fu odiato “a sinistra”. Quando pubblicò la Naissance du fascisme aveva alle spalle dieci anni difficili. Come ha sintetizzato David Bidussa, egli non condivise la visione catastrofistica del capitalismo predicata da Stalin per motivi propagandistici; non condivise la “previsione” (in cui a Parigi si cullava anche Francesco Saverio Nitti) che il fascismo  sarebbe caduto per il fallimento della politica economica; indagò invece sulle radici del socialismo. L'affermazione dell'imminente crollo del capitalismo era funzionale allo stalinismo: subordinare tutti i partiti comunisti agli interessi dell'URSS, identificati con quelli del Partito comunista sovietico e, in definitiva, del suo gruppo dominante; e scatenare l'offensiva contro i socialisti riformisti e democratici liquidati come social-fascisti.
Rappresentante del partito comunista d'Italia nella segreteria della Terza internazionale, il 20 gennaio 1929 Tasca scrisse alla segreteria del PCd'I: “Tutta la situazione gravita intorno a Stalin. L'Internazionale Comunista non esiste; Stalin è il maestro che muove tutto. Egli è all'altezza di una simile posizione? Egli è in grado di portare una così grave responsabilità? La mia risposta è netta: Stalin è smisuratamente al di sotto di essa. Rivedete tutta la sua produzione: non troverete un'idea sua. È un rimasticatore di idee altrui, che ruba senza scrupoli e poi presenta in quella forma schematica che dà l'illusione di una forza di pensiero che poi non c'è. Le idee sono per lui delle pedine che egli dispone per vincere partita per partita. Stalin plagia perché è intellettualmente mediocre e infecondo. Con questa politica e questi metodi Stalin è in Russia la pattuglia di punta della controrivoluzione; esso è il liquidatore, finché avrà mano libera, dello spirito della Rivoluzione d'ottobre”.
Sic stantibus rebus Togliatti, il Migliore, “capì” che doveva espellere Tasca dal partito. Gli chiese l’“autocritica”. L'“imputato” rispose con un memoriale difensivo. La disputa si chiuse come previsto: il 3 settembre 1929 Tasca fu espulso dalla chiesa sovietica. Proprio perché era stato tra i fondatori dell'“Ordine Nuovo” e godeva di ampia stima tra i pensatori comunisti e socialisti anche nell'Europa occidentale, Togliatti calcò la mano, passando dal dissenso ideologico al disprezzo per la persona. In Come e perché abbiamo cacciato Angelo Tasca (“Vie Proletarienne”, a. III, n. 27, 10 novembre 1929, poi in P. Togliatti, Opere, III, 1, 1929-1935, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 92-97) dette un saggio del “metodo” di annientamento del “nemico”, l“eretico”, additato al ludibrio. Tasca divenne l'“irresponsabile” al soldo del capitalismo.       
Poiché doveva spiegare ai militanti, ignari del retroscena e desiderosi di sapere e di esaminare, Togliatti scrisse: “Noi dobbiamo portare alla base, esaminare, discutere, fare oggetto di una vastissima campagna, tutte le decisioni della ultima Centrale [del partito]. Solo in questo modo potremo lottare seriamente contro l'opportunismo. Sbarrargli la strada. Individuarlo e batterlo in tutti i suoi aspetti. Ma se avessimo incominciato questa campagna usando indulgenza a un atipico, qualificato, spudorato rappresentante e portabandiera dell'opportunismo, che risultato avremmo avuto? Tutta la nostra azione sarebbe stata viziata da una contraddizione potente e quindi sarebbe stata inefficace. La democrazia interna, sì, sta bene. Se qualcuno la intende così, egli cade in un profondissimo errore. Già Lenin aveva definito l'opportunismo come la manifestazione dell'influenza in seno al proletariato di una classe avversa al proletariato. Combattere contro di esso vuol dire proseguire in altro modo la lotta di classe degli operai contro i loro nemici. Perciò si deve essere nella lotta aspri, violenti, pieni di odio. Qui è dove lo spirito di setta deve entrare in azione. L'espulsione di Tasca darà alla nostra lotta contro l'opportunismo un carattere di concreta asprezza e irreconciliabilità, che la renderà efficace”. 
Dichiarato “nemico”, Tasca andava eliminato, sul piano morale se non si raggiungeva quello fisico (come accadde con Trotzky). La taccia di “opportunismo” divenne un marchio, come quella di “social-fascista” da Togliatti usata con sprezzo contro Turati, i socialisti democratici e i militanti di “Giustizia e Libertà”. Nella sua vacua genericità fece il paio con l'insinuazione di condotta “opaca” (che non vuol dire nulla ma molto insinua), di “immoralità” e altrettali “capi d'accusa”.
Anche Bucharin, come Tasca, non riteneva affatto che il capitalismo, malgrado il “venerdì nero” e la Grande depressione del 1929, fosse agonizzante: il primo, tuttavia, non fu subito espulso dal PCUS. Col cinismo del pavido,Togliatti si sentì dunque in dovere di precisare: “Perché il nostro partito doveva espellere Tasca se il partito russo non ha espulso Bucharin? Vogliamo registrare le differenze prima di tutto? Bucharin è un bolscevico della vecchia guardia e ha reso alla causa della Internazionale e della rivoluzione servizi grandissimi. Tasca è un piccolo professore vanitoso perdutosi, dopo lunga esitazione, nelle file del nostro partito e che alla causa della rivoluzione sinora ha reso essenzialmente il servizio di riuscire a indicare, con precisione, a ogni svolta la strada della capitolazione, della diserzione, della sconfitta. Dove sono nelle nostre file due gatti rognosi che vanno dietro ad Angelo Tasca?”
Meno di dieci anni dopo, Bucharin, già presidente del Komintern e autore di opere importanti come Teoria del materialismo storico (1921), fu accusato di “deviazionismo” (altro addebito tanto vacuo quanto efficace), arrestato, condannato a morte e fucilato, al pari di altri protagonisti della Rivoluzione d'ottobre (Kamenev, Zinoviev, Piatakov...), il maresciallo Tuchacevsckij, artefice dell'Armata Rossa, fucilato nel giugno 1937 e migliaia di ufficiali superiori nell'ambito delle “grandi purghe” staliniane.
La lezione di un socialista riformatore
Tasca scampò all’eliminazione fisica perché da Mosca riparò per tempo a Parigi. Con lo pseudonimo di Amilcare Rossi collaborò a “Le Monde”, diretto da Henri Barbusse, a “Le Populaire” di Léon Blum e pubblicò opere di ampio e durevole interesse. D'intesa con Giuseppe Faravelli, si oppose al patto di unità d'azione tra il Partito socialista guidato da Pietro Nenni e il Partito comunista togliattiano. La sua scelta gli attirò accuse infamanti e la damnatio memoriae da parte di tutto il “fronte popolare”, sia in Francia sia in Italia, in specie dopo il 1948-1949. La traduzione della Naissance du fascisme (La Nuova Italia, 1950) fu accolta da critiche feroci e/o da silenzio sprezzante. Eppure senza Tasca la storiografia sul fascismo sarebbe rimasta inchiodata alla propaganda della Terza Internazionale, pronta a capovolgere le carte, come accadde col passaggio dalla lotta contro i socialisti riformisti ai “fronti popolari”. Il celebrato Renzo De Felice arrivò quasi trent'anni dopo.
Il “caso Tasca” è la cartina di tornasole del tartufismo che ancora avvolge la narrazione su fascismo/antifascismo e sulle magnifiche sorti e progressive del comunismo all'italiana. Eppure ls storia del PCI non è affatto limpida. Come ricorda Giuseppe Vacca in Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1927 (Einaudi, 2012, p. 91), proprio Gramsci si dichiarò “in collera” con chi (Ruggero Grieco su mandato del Migliore?) da Mosca gli aveva indirizzato la lettera che, mentre già era in arresto, ne aggravò la posizione, come gli spiegò con amara ironia il giudice istruttore: “Vede bene, On., che non a tutti dispiace che ella rimanga in carcere”.
Malgrado le compiacenti apologie che nel Centenario del Pcd'I ne hanno cantato in coro la lungimiranza democratica e lo spacciano addirittura per riformista non fu una gran fortuna per l'Italia che nel 1929 lo stalinista Togliatti abbia iniziato la “sua” purga degli opportunisti, deviazionisti e “simili lordure”: Bordiga, Tresso, Ravazzoli, Leonetti... Una vicenda che merita di essere riportata al centro dell'attenzione. 
Da anni paralizzato a letto, Tasca morì a Parigi il 3 marzo 1960. Non ha bisogno di “francobolli” (che si leccano da dietro) ma di studio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.

150° dimenticato
AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA  
UN ITALIANO SUL TRONO DI SPAGNA (1871-1873)

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi. Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.   Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. Un Savoia sul trono di Madrid
C'era una volta l'Italia. Svolgeva un ruolo centrale per salvare l'Europa dall'abisso della guerra generale e della rivoluzione. Il 30 dicembre 1870 Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, approdò a Cartagena. Il 16 novembre il Parlamento di Madrid (las Cortes) lo aveva eletto re di Spagna con 191 voti contro 120. Suo attivo e prestgioso “grande elettore” era il generale Juan Prim y Prats, conte di Reus. A deciderne l'elezione  furono quattro concause che andavano molto oltre la sua persona.
In primo luogo gli insanabili conflitti interni allo Stato iberico. Il 18 settembre 1868 Esercito e Marina avevano iniziato la “Gloriosa Rivoluzione” che costrinse all'esilio Isabella II di Borbone col suo fido confessore, Antonio Maria Claret, e la discussa “sor Patrocinio”, monaca sedicente miracolosa ma ritenuta “anima nera” della regina. Il 1° giugno 1869 le Cortes di Madrid approvarono la Costituzione che fece della Spagna una “monarchia democratica”. Un ossimoro. Il sovrano elettivo sarebbe risultato ostaggio dell'Assemblea. 
Spettava ai deputati cercare il sovrano, più di loro mutevole gusto che adatto al Paese. Da decenni la Spagna era un guazzabuglio di conflitti tre pretendenti, correnti, clan e gruppi che si offrivano alzando il prezzo della propria corruttibilità, una malattia genetica. Fernando VII di Borbone, “il Desiderato”, abrogò la legge salica (successione al trono di maschio in maschio) e nominò erede la figlia Isabella II. Suo fratello, Don Carlos Maria Isidro, rivendicò il trono manu militari. Se ora il conflitto è una disputa tra appassionati di araldica, all'epoca fu combattuto con le armi e con la sua ferocia seminò odio e spirito di vendetta.
Le Cortes, in terzo luogo, dopo varie dispute e interferenze straniere (dinastiche, ideologiche e personalistiche, con tanti altezzosi “cacicchi”, “costruttori a noleggio”) il 21 giugno 1870 scelsero per re Leopoldo Hohenzollern Sigmaringen. Forse non era il peggio possibile (la Spagna era sotto l'influenza del filosofo massone Krause, del tutto ignorato in Italia), ma l'imperatore Napoleone III non poteva ammettere che la Francia venisse chiusa nella tenaglia tra la Prussia e una Spagna germanizzata: un balzo di secoli all'indietro, all'età durata da Carlo V d'Asburgo alla guerra di successione spagnola, da inizio Cinquecento al Settecento, quando Filippo V di Borbone ascese sul trono di Madrid. 
   L'Europa di 150 orsono usava moneta vecchia (successioni dinastiche sulla base delle norme vigenti all'interno delle singole Case regnanti) e moneta nuova (la volizione delle “nazioni” espressa dai suoi rappresentanti elettivi). Non bastasse, dal 1864 serpeggiava l'internazionale operaia, la Rivoluzione soffocata con l'annientamento di Caio Gracco Babeuf e dei suoi seguaci ed eredi. Nel 1869 Giuseppe Fanelli fondò in Spagna i primi nuclei dell'Internazionale e Farga Pellicer li rappresentò al congresso di Basilea. “Ordo ab Chao” era l'insegna del Rito scozzese antico e accettato, il più influente della massoneria universale, ma anche quella dell'estremismo giacobino pronto  scatenare il pandemonio per e afferrare il potere con un colpo di mano, preludio alla tirannide rossa. 
Per scongiurare questo rischio bisognava avere mano ferma, solide basi nella Spagna profonda e il consenso delle Potenze del “concerto europeo”, che sempre più “steccava” per mancanza di un direttore d'orchestra. Lo stratega dell’“investitura” di Amedeo di Savoia, il  generale Juan Prim y Prats, era alto grado della massoneria come documenta l'insuperato massonologo José Antonio Ferrer Benimeli nel rigoroso e “divertido” volume Jefes de gobierno masones. España 1868-1936 (Madrid, Esfera de los Libros, 2007).
La svolta da Leopoldo Hohenzollern al Duca di Aosta non fu affatto indolore. Dopo una serie di provocazioni il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, benché Berlino avesse acconsentito a dichiarare che “mai” avrebbe mirato a insediare un principe tedesco sul trono spagnolo. Le conseguenze del conflitto sono notissime. L'1-2 settembre agli acuti dolori alla prostata Napoleone III aggiunse la sconfitta militare a Sedan e la resa nelle mani del nemico. A Parigi fu proclamata Repubblica, la terza dopo quelle del 1792 e del 1848. La Rivoluzione prese la rincorsa e finì con la “Commune” di Parigi e la guerra civile soffocata in un bagno di sangue nel 1871. 
Il ruolo europeo del Regno d'Italia
Il 20 settembre 1870 il regno d'Italia fece di Roma la propria capitale effettiva: un triplo salto carpiato, che gli consentì di chiudere la “questione romana” nei confini interni, nel rispetto della “sovranità spirituale” di Pio IX, e di candidarsi a garante della pax europea. Con il crollo dell'impero francese, il neonato regno sabaudo (14/17 marzo 1861) risultò il più importante dell'Europa centro-occidentale “di terraferma”, impero austro-ungarico a parte. Aveva carte da giocare anche per attuare la “missione dell'uomo bianco” negli spazi afro-asiatici. Nel 1868 la genovese Compagnia di navigazione Rubattino acquistò la baia di Assab sulla costa africana del Mar Rosso, primo passo verso la futura Colonia Eritrea (1885-1890).
Dall'inizio del torbido “sessennio” che dilaniò la Spagna, il re d'Italia Vittorio Emanuele II, politico dalla lungimiranza ancora in attesa di pieno riconoscimento storiografico, mise sul tavolo della diplomazia moneta vecchia di incontestabile valore legale: il titolo di successione di un Savoia sul trono di Madrid, risalente alla rinunzia al trono di Sicilia (in cambio della Sardegna, 1719) in caso di “estinzione” dei Borbone, proprio quanto era accaduto con la cacciata di Isabella II. A quel punto il Re Vittorio doveva mettere in campo un Principe della propria Casa. Cercò invano di indurre il nipote Tommaso di Savoia-Genova, che però (come ricorda Franco Ressico nella recente bella biografia di Carlo Cadorna, ed. BastogiLibri) si riteneva riserva aurea della Casa se i figli del sovrano non avessero dato continuità diretta alla Corona. Dopo mesi di sollecitazioni, documentate dal suo Epistolario curato da Francesco Cognasso (Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1966), Vittorio Emanuele II ottenne infine l'assenso del secondogenito Amedeo duca di Aosta ad assumere la corona di Spagna. 
Quella “moneta vecchia” faceva di Roma il fulcro di un “patto di famiglia” che andava dall'Italia al Portogallo, il cui re (sovrano di un vasto impero coloniale) aveva sposa Maria Pia, figlia del re d'Italia. Tra i “doni di nozze” era stata ventilata la cessione dell'Angola a Vittorio Emanuele: un’ipotesi bloccata dalla Gran Bretagna che non voleva un altro Stato europeo sull'Atlantico.
Il dialogo impossibile tra il Re e il suo “popolo”
Re designato, Amedeo di Savoia partì da La Spezia il 26 dicembre. Il 2 gennaio entrò in Madrid intirizzita dalla neve. Salutò la cortina di spettatori con ampi gesti, che alcuni interpretarono come segni massonici. Giurò fedeltà alla costituzione e intraprese la sua “missione”. Purtroppo per lui il 27 dicembre il generale Prim era rimasto vittima di un attentato. Come documentano le sue recenti biografie, la ferita di una palla di rivoltella non venne affatto curata. Molti indizi lasciano anzi ritenere che fu “aiutato a morire”. Nell' “imbalsamazione” i suoi occhi furono sostituiti con bulbi di vetro: per celare tracce di soffocamento?
Comunque sia, con la sua tragica morte (30 dicembre) la Spagna stessa entrò in agonia. Il 24 gennaio 1871 al prestigioso e affollato Teatro Calderón di Madrid (ricorda lo storico Vicente Palacio Atard) fu rappresentata la commedia “Maccaronini I”, sarcastica allusione al nuovo re. Parecchi ufficiali rifiutarono di prestare il giuramento di rito. In varie città, Madrid inclusa, si levarono grida “Viva il Papa-Re, abbasso il Re massone”. In marzo fu rinnovata la Camera. Vennero eletti 53 carlisti, 18 isabellini,18 fautori del futuro Alfonso XII di Borbone (figlio di Isabella II), 9 seguaci di Antonio di Montpensier, duca di Orléans, mancato candidato al trono, e ben 52 repubblicani dichiarati. I “costituzionali” erano lacerati in fazioni guidate da maggiorenti che si contendevano il potere, spinti da proterva ambizione personale: Mateo Práxedes Sagasta, Ruiz Zorrilla (entrambi alti dignitari massonici) e Francisco Serrano duca de La Torre, ognuno con le proprie clientele. 
In due anni si susseguirono sei diversi governi. Una nuova elezione generale portò alle Cortes 14 seguaci di Sagasta (“progressisti”), 9 “alfonsini” dichiarati e 79 repubblicani capitanati da Emilio Castelar e apprezzato da Mazzini e Garibaldi: minoranze inconcludenti ma chiassose, come osservò Ortega y Gasset in “El Imparcial”. 
Amedeo I tentò di farsi ben volere percorrendo le molte e vaste regioni dell'immenso “continente” iberico e ricambiando le calorose attenzioni di dame e damazze. Ma era la Spagna stessa a precipitare verso la crisi. Si aggrovigliarono  l'esito infelice di una delle molte fasi belliche a Cuba, l'insorgenza armata dei carlisti in Navarra (21 aprile 1872) e le agitazioni in Catalogna. 
Il Paese era lacerato dalla rottura tra Chiesa e Stato, che risaliva alla proclamazione della libertà di religione (1° giugno 1869), duramente combattuta dall'episcopato e dalla generalità del clero cattolico. Lo scioglimento dei gesuiti, di ordini conventuali e congregazioni religiose aveva riattizzato divisioni che risalivano all'età franco-napoleonica, alla guerriglia per l'indipendenza nazionale e alla feroce lotta contro gli “afrancesados”. “Amedeo Primero”, figlio del re che aveva spodestato Pio IX, era considerato strumento di Satana. La regina, la piissima Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, era figlia del principe Emanuele, famoso cospiratore liberale del 1821 e  “caposetta” così potente che, fermato alla frontiera del regno sabaudo con molte prove a suo carico, era stato subito rilasciato. Un mistero paragonabile a quello del leggendario Michele Gastone, massone e carbonaro. 
Come attestato dal conte di Romanones, Amedeo di Savoia concluse che ormai la dirigenza politica era “una casa di pazzi”. Dopo essere stato bersaglio di due attentati (il secondo mentre era in compagnia della regina), alle 13 e 30 dell'11 febbraio 1873, avuto riservatamente il consenso paterno, abdicò alla corona di Corona di Spagna e rientrò in Italia, ove, nei tempi e modi previsti, riprese titolo alla successione in subordine al fratello maggiore, Umberto.  Se in repubbica un governo non regge su maggioranze raccogliticce, una monarchia elettiva ha bisogno di consenso vastissimo, come sentezio Umberto II alla vigilia del referendum del 2-3 giugno 1946.  
La Repubblica e il caos
Lo stesso 11 febbraio 1873 a Madrid fu proclamata la repubblica. La Spagna precipitò in un regime anarco-sovietico. L'11 luglio il potere esecutivo fu assunto da Francisco Pi y Margall. Il giorno dopo esplose l' “alzamiento” in Cartagena. Il 18 seguente salì al potere Nicolas Salmerón, altro massone. Il 5 settembre Castelar assunse la presidenza della Repubblica “conservadora”. Il 4 gennaio 1874 il generale  Manuel Pavia y Lacy, marchese di Novaliches, sciolse le Cortes. Il governo passò nelle mani di Francisco Serrano. Il 10 venne soppressa la sezione dell'internazionale operaia. Il 29 dicembre 1874 Carlos Martínez Campos proclamò in Sagunto la restaurazione della monarchia nella persona di Alfonso XII di Borbone, antenato dell'attuale Felipe VI. Il cerchio si chiuse. Due anni dopo don Carlos passò la frontiera e dalla Francia riparò nell'Impero asburgico, sempre col sostegno del clero reazionario e oscurantista. Il 30 giugno 1876 la Restaurazione iniziò a camminare sulla via indicata da Antonio Cánovas del Castillo, grande riformatore destinato a essere assassinato proprio perché, come già Prim, favoriva il progresso.
Il “sessennio” contenne i germi della seconda repubblica e delle sue devastanti conseguenze: la guerra civile del 1936-1939, che oggi continua con la “damnatio memoriae”.  La Spagna ebbe la saggezza di rimanere estranea alla Grande Guerra come poi alla Seconda guerra mondiale, ma non ha mai superato le divisioni interne (lo documentano le magre sorti del Partito popolare e di Ciudadanos) e l'inclinazione all'estremismo da anni impersonato da Pablo Iglesias e dalla deriva indipendentistica e repubblicana imperversante in Catalogna. 
Benché non sia mai giunto a ispanizzarsi (riluttò anche ad apprendere e a usare correntemente lo spagnolo) Amedeo I ebbe il pregio di far capire agli spagnoli che la monarchia era l'unica istituzione capace di tradurre in forza unificante le pulsioni particolaristiche. Preferì abdicare piuttosto che tradire il giuramento di fedeltà alla “monarchia democratica”, caposaldo della Spagna odierna. 
Il paradosso iberico di 150 anni orsono molto insegna a un Paese come l'Italia, ove un docente di diritto  mai eletto da nessuno eppure pro tempore presidente del Consiglio dei ministri a capo di due (o forse persino tre) maggioranze del tutto diverse e disarmoniche, si atteggia ad “avvocato del popolo” e campione di europeismo reggendosi sulle grucce di movimenti geneticamente antieuropeisti e populisti come i Cinque Stelle, alcuni vetero-stalinisti intruppati fra i “leucociti” (vale d'esempio il neo-giacobino Roberto Speranza) e i clerico-marxisti che tessono le fila dei “Democratici”. Questa è la moneta vecchia, priva di valore nell'Unione Europea ma ancora circolante in Italia, inchiodata alla sterile guerriglia ideologica e alla contrapposizione (più propagandistica che storiografica) su fatti e misfatti di due partiti – il PCI e il PNF - ormai morti e sepolti. 
Motivo in più per fare memoria del 150° dell'ascesa del duca Amedeo di Savoia sul trono di Spagna: una grande occasione mancata per l'“Unione latina”, alternativa al dominio germanico e all'altrettanto fatale duello franco-tedesco iniziato nel luglio 1870 e protratto sino al maggio 1945, quando tutti i paesi europei, vincitori e vinti, persero la guerra e finirono, come sono, succubi di potenze mondiali.   
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi.
Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.  
Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. 

CARLO CADORNA CON E OLTRE CAVOUR
UN PROTAGONISTA DELLA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).Alla ricerca del Cadorna obliato
Nel “discorso di Capodanno” il presidente Sergio Mattarella ha detto che nel 2021 con Dante Alighieri andranno ricordati il 160° dell'unità nazionale (cioè la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia: 14/17 marzo1861) e la “collocazione” del Milite Ignoto all'Altare della Patria. Aggiungiamo che andrà anche rievocato il 150° dell'insediamento di Vittorio Emanuele II, del governo e delle Camere in Roma, finalmente capitale effettiva d'Italia, anche come “risarcimento danni” per l'oblio lo scorso riservato all'unione di Roma all'Italia. Il 20 settembre 2020 “Porta Pia” è scivolata sotto silenzio perché quel giorno (mostrando che, quando occorre, il voto non è affatto incompatibile con la pandemia) gli italiani furono chiamati a rinnovare alcuni consigli regionali e a confermare o meno, con referendum nazionale, quel “taglio” dei parlamentari che ha inferto un grave vulnus alle Camere attuali da quando i suoi stessi componenti, in un raptus masochistico, si dichiararono in sovrannumero. Il 150° della conquista di Roma manu militari, della (temporanea) debellatio dello Stato Pontificio e della generale astensione dei cattolici dalle urne sino al “Patto Gentiloni” del 1913 fanno parte della storia, anche se non vengono ricordati. Pesarono e pesano.
Nel settembre 1870 il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella decise l'“affondo”. Ordinò al generale Raffaele Cadorna l'irruzione nella Città Eterna. Perché? Il 7 ottobre 1911 per giustificare la guerra contro l'impero turco il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, sentenziò: “Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, perché una esitazione o un ritardo può segnare l'inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli”. Fu quanto avvenne nella settimana precedente Porta Pia. L'Europa era in fiamme per la disputa sul trono di Spagna. Caduto Napoleone III prigioniero dei tedeschi, a Parigi era stata proclamata la repubblica: un'idea “contagiosa”. Roma ne aveva già viste due, nel 1798 e nel 1849. Aleggiava l'incubo di una terza repubblica nella Città Eterna, mazziniana o addirittura socialista. Il governo italiano varcò il Rubicone: “Ora o mai più”. Non era formato da politicanti improvvisati, inclini al “vedremo”, ma da personalità temprate in decenni di lotta per l'idea di Italia. Come aveva detto Cavour, senza Roma l'Italia non sarebbe mai stata Italia. Bisognava dunque andarci, “con” o “contro” il papa. Tocca agli storici documentare l' “ora delle decisioni irrevocabili”, ponendosi nei panni dei suoi protagonisti, senza pretendere di dare consigli al passato remoto ma al tempo stesso spiegando le conseguenze immediate e di lungo periodo di decisioni forzate dalla ridda degli eventi. La Storia procede a segmenti. Con una settimana in più di trattative diplomatiche e il riconoscimento della “vera indipendenza” promessa da Cavour su un chilometro quadrato qual è oggi la Città del Vaticano, la storia d'Italia avrebbe avuto altro corso.
Proprio per capire la complessità di quella vicenda giovano le biografie di quanti ne furono attori. È il caso di Carlo Cadorna, proposto all'attenzione nel 150° di Porta Pia da un ottimo volume del novantenne Franco Ressico (ed. BastogiLibri). Professore “di una volta” (la scuola è sacerdozio civile, non televendita) e a lungo docente di lettere nel ginnasio-liceo dell'Istituto Santa Maria di Verbania, già autore di articoli e saggi di storia locale, con questa sua “prima opera” Ressico esplora la dirigenza apicale dell'Italia unita e il travaglio che scandì le tappe dal Risorgimento alla vigilia della Grande Guerra. 
Carlo Cadorna fu fratello del generale Raffaele, che ordinò l'irruzione dell'esercito italiano in Roma il 20 settembre 1870, a sua volta padre di Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra, il cui figlio, Raffaele, nel 1944-1945 comandò il Corpo Volontari della Libertà. Una dinastia per l'Italia. Lo ricorda un altro Cadorna, figlio di Raffaele, colonnello e studioso di strategia militare, di cui è uscito or ora il corposo Caporetto? Risponde Luigi Cadorna (BastogiLibri, pp. 352).
Il cursus honorum d un Uomo di Stato
Carlo Cadorna (Pallanza, 8 dicembre 1809-Roma, 2 dicembre 1891) fu una personalità superiore nel ricco paesaggio politico-culturale del tempo suo. Avvocato e giurisperito, non fu un “politicante” ma uno statista estraneo alle camarille e alle fazioni. Benvoluto dai più anche per i suoi modi naturaliter aristocratici, tipici della nobiltà sabauda – enigmatica nella genesi ma non nella vita e nei rapporti con lo Stato – , Cadorna fu sbrigativamente celebrato alla morte, ma presto dimenticato. Per i ruoli pubblici ricoperti, la molteplicità e varietà dei suoi scritti, la vastità dei suoi orizzonti e il riserbo che ne avvolse la vita privata (anche Ressico la lascia in ombra, con pochi cenni ai malanni che lo afflissero sin da giovane: per le fitte allo stomaco una volta svenne mentre presiedeva la Camera) svettò come i campanili che incombono sui borghi e inducono ad abbassare lo sguardo invece di incoraggiare a raggiungere la cella campanaria per condividerne la visuale e ascoltarne la voce.
  “Cospiratore culturale” a vent'anni e in confidenza con il teologo Vincenzo Gioberti, suo maestro di vita, dopo lustri di avvocatura a Pallanza e a Casale Monferrato, promotore di asili per l'infanzia sul modello propugnato da Ferrante Aporti, con Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Filippo Mellana nel 1847-1848 promosse periodici come “Il Caroccio”, che concorsero a creare il clima propizio alla svolta costituzionale nel regno di Sardegna. Nell'autunno 1847 Carlo Alberto di Savoia rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali; e promise pubblicamente che si sarebbe posto alla guida della guerra per l'indipendenza. Con lo Statuto del 4 marzo 1848 il Re varò la monarchia rappresentativa fondata sul Parlamento bicamerale. Tornò qual era stato nel 1821, quando, su sollecitazione di “settari” (carbonari, massoni, adelfi...)  aveva varato la Costituzione spagnola, all'epoca la più liberale d'Europa.  
Eletto deputato nel collegio di Pallanza il 27 aprile 1848, il quarantenne Cadorna si erse a protagonista del dibattito politico. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Gioberti (16 dicembre 1848), ministro “al campo” nelle ore cruciali della brumal Novara, la sera del 23 marzo 1849 assisté all'abdicazione di Carlo Alberto, che stemperò l'emozione abbracciandolo e gli strinse la mano.
Esponente del centro-sinistro, per la provata competenza dei suoi interventi in aula e il rigore lungimirante dei saggi e degli articoli che ne accompagnarono l'attività di deputato, fu apprezzato da Camillo Cavour, che gli affidò la difesa delle leggi contro le ingerenze del clero nella vita pubblica, qualificanti agli occhi di Londra, Parigi e della Svizzera (che contava più di quanto solitamente si pensi). Favorevole nel 1848 all'espulsione dal regno di Sardegna dei gesuiti (ne era stato allievo), il 2 gennaio 1858 Cadorna promosse l'inchiesta sull'abuso di strumenti spirituali da parte di ecclesiastici nella campagna per il rinnovo della Camera. A quel modo assecondò Cavour che fece decadere alcuni canonici eletti deputati.
Vicepresidente della Camera dei deputati dal 1855 e presidente dal gennaio 1857, dal 18 ottobre 1858 nuovamente ministro della Pubblica istruzione nel governo Cavour, il 29 agosto 1858 fu nominato senatore. Forte di solida maggioranza nella Camera elettiva, lo statista aveva bisogno di contare a Palazzo Madama su senatori preparati, assidui alle sedute e profondi conoscitori degli umori serpeggianti a Palazzo Carignano. Deputato da dieci anni, Cadorna era indicato per svolgere tale missione.
Onusto di cariche prestigiose, lasciato il ministero alle tempestose dimissioni di Cavour dopo l'armistizio di Villafranca (gli subentrò il milanese Gabrio Casati, che legò il nome alla prima legge organica sull'istruzione, poi passata dal regno di Sardegna a quello d'Italia), Cadorna ricoprì posizioni di alta responsabilità nella Camera Alta e nel Consiglio di Stato, di cui fu componente dal luglio 1859. Eletto vicepresidente del Senato, il 1° giugno 1865 fu nominato prefetto di Torino. La città era sconvolta dalla sanguinosa repressione delle comprensibili proteste contro il trasferimento della capitale del regno a Firenze per effetto della convenzione del 15 settembre 1864. Dopo il ravennate Giuseppe Pasolini occorreva un piemontese, una persona “dolce” (come Cadorna era solitamente descritto) ma al tempo stesso “ferma”. Giurista, procedeva nel solco della tradizione militare di famiglia. Suo padre, Luigi Giuseppe (1766-1848), era stato fedelissimo alla monarchia consultiva nella lunga guerra contro la Francia rivoluzionaria, ora documentata da Giorgio Enrico Cavallo e Marco Scarzello in “Fuite de Dijon. Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobino, 1799-1800 (Ed. Vivant, 2020).
Ministro per l'Interno dal 5 gennaio al 10 settembre 1868 nel secondo governo presieduto da Luigi Federico Menabrea, Cadorna resistette alla pressione di chi chiedeva misure straordinarie contro i disordini in Emilia-Romagna, in Sicilia e nel Napoletano. Bastavano le leggi vigenti.
Ambasciatore a Londra e Presidente del Consiglio di Stato
Vicepresidente del Contenzioso diplomatico dal 10 novembre 1868, su proposta del governo l'11 aprile 1869 il re lo nominò ambasciatore a Londra in successione a Emanuele Tapparelli d'Azeglio, che il 27 marzo 1861 aveva ottenuto il riconoscimento del neonato regno d'Italia da parte della Gran Bretagna. Benché non parlasse l'inglese (all'epoca la lingua della diplomazia era il francese), nel volgere di pochi mesi affrontò questioni di importanza europea. In primo luogo urgeva l'individuazione di un componente di Casa Savoia quale re di Spagna, su designazione delle Cortes e sollecitazione del generale Prim y Prats: un vero tormento per Vittorio Emanuele II. Il re dapprima aveva tentato di indurvi il principe Tommaso di Savoia, che si defilò con argomenti sconcertanti, documentati da Ressico. Seguirono la crisi franco-prussiana, precipitata nella guerra il 19 luglio 1870, e l'urgenza di assicurare il consenso della Gran Bretagna all'annessione di Roma e del Lazio. Al riguardo Cardorna molto si valse delle relazioni confidenziali instaurate con il premier britannico William Gladstone. Sul trono di Madrid ascese infine il secondogenito di Re Vittorio, Amedeo di Savoia, duca di Aosta, re sino all'inizio del 1873.
Il 4 febbraio 1875 Cadorna fu nominato presidente del Consiglio di Stato in successione a Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache. Rimase in carica sino alla morte, alternando gli impegni che gliene derivavano con la pubblicazione di saggi e articoli sui temi di suo precipuo interesse, in specie sulla politica estera e sulla formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, da lui approfondita anche in disegni di legge, opuscoli e articoli che suscitarono la reazione stizzita del quindicinale della Compagnia di Gesù, “La civiltà cattolica”. Erano lavori preparatori alla summa del suo pensiero, Religione, Diritto, Libertà: due poderosi volumi di 1503 pagine, pronti per la stampa alla vigilia della morte e pubblicati postumi dal fratello Raffaele.
La duplice lealtà: cattolico e uomo di Stato
Carlo Cadorna visse la sua missione di politico statista con “sentimento” di cattolico devoto e membro di un “Consiglio legislativo”. Entrambi i poteri, lo spirituale (della Chiesa) e quello temporale (dello Stato) - egli argomentò - hanno origine divina: il primo nella Rivelazione, il secondo nella legge naturale, “la quale  è pure divina”. Ogni potere discende dal Creatore, il Grande Architetto che dal caos plasma l'Ordine, ma non da investitura papale.
Cadorna aveva motivo di ritenere che la Chiesa di Leone XIII, come quella di Pio IX, non fosse al passo con i tempi. Però a loro volta i pontefici avevano ragione di non subordinare il magistero petrino al “mondo moderno”. Lo storico Gianpaolo Romanato insegna che dal 1854 nell'enciclica Ineffabilis Deus papa Mastai Ferretti scrisse:“Auctoritate Domini Nostri Jesu Christi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli, ac Nostra, declaramus, pronunciamus et definimus”. Il papa enunciava un dogma fondandosi sulla propria autorità, infallibile. Non aveva bisogno di alcun “benestare” per esercitare la sua piena potestà spirituale: né di un Concilio ecumenico, né, meno ancora, del regno d'Italia.
La debellatio dello Stato pontificio, sulla quale Carlo Cadorna fu pienamente in armonia con il governo oltre che con l'azione del fratello Raffaele, non fece che rendere più evidente l'impossibilità di “dialogo” tra principii opposti e inconciliabili. L’idea della separazione fra Stato e Chiesa, condivisa da Cadorna, rispondeva a una concezione della Rivelazione che la seconda non poteva condividere, perché la Verità di cui si riteneva (come si ritiene) depositaria sarebbe stata equiparata a quella delle tante denominazioni evangeliche e riformate e, in prospettiva, alle altre religioni abramitiche (mai riconosciute veridiche dalla Chiesa di Roma) e persino a quelle “naturalistiche”, al di fuori del Libro, basate sulla “ragione” e/o sul “libero pensiero”. 
   La concezione di Carlo Cadorna insegna dunque che la vera “breccia” del “mondo moderno” nella percezione e nella pratica della dottrina della chiesa non fu quella aperta in modo spettacolare a Porta Pia il 20 settembre 1870. Essa era già nelle coscienze e non venne chiusa neppure con il Concordato, che riguardò “i metalli” e il loro governo, con il pieno ripristino della sovranità temporale, funzionale al libero esercizio di quella spirituale. Ne è documento la sua “Dichiarazione di fede cattolica” in cui scrisse: “Alle opinioni dei teologi e dei dottori non attribuisco altro valore fuori di quello delle ragioni che recano in mezzo per provare la verità”. Professata massima riverenza al Papa, rivendicò il primato della propria coscienza, “alla quale voglio garantita piena e assoluta libertà, non accettando verun intermediario tra essa e Dio, ma assumendo io medesimo tutta intera davanti a lui la responsabilità”.
Anche per questa sua testimonianza di alta spiritualità Cadorna risulta protagonista di spicco della Terza Italia, come già osservò Romano Ugolini, indimenticabile ultimo presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Nel 150° di Porta Pia merita di essere proposto alla riflessione odierna, quale invito a calarsi appeno nel dramma dei cattolici d'Italia.
Per quanto superfluo, occorre sottolineare, infine, la moralità civica di Carlo Cadorna e della sua famiglia, votata al servizio del bene inseparabile del re e della patria. Emerge a luce meridiana da una lettera del 9 giugno 1870 citata da Franco Ressico: “Né io, né Raffaele, dopo tanti anni di vita pubblica, non abbiamo migliorato neppure di un centesimo le nostre sostanze”. Quelli erano gli uomini che costruirono la Nuova Italia. La nostra.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).

LA LEZIONE DI LUIGI EINAUDI (1874-1961)
MONARCHICO, LIBERALE, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 03 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.Se il Capo dello Stato si risveglia...
Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato Sergio Mattarella rievocò Luigi Einaudi a Dogliani nel 70° del suo insediamento a primo presidente effettivo della Repubblica italiana. Disse che lo Statista ebbe “il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata”. Come già aveva fatto nel 1945 in correzione di Ferruccio Parri, se fosse stato in vita Benedetto Croce avrebbe osservato che anche l'Italia pre-fascista, quella di Luigi Zanardelli e di Giovanni Giolitti, era stata una democrazia, vegliata da Vittorio Emanuele III. Mattarella evocò alcuni capisaldi del suo predecessore, “a partire dall'esercizio del potere previsto dall'articolo 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. Einaudi non esitò a rinviare alle Camere due leggi perché “comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'articolo 81 della Costituzione”. Che cosa direbbe e farebbe oggi Einaudi a cospetto dello scempio del Parlamento e del debito pubblico? A Dogliani Mattarella ricordò che il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi una “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell'articolo 92 della Carta, motivata dal “dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Per lui il Capo dello Stato non è succubo dei partiti. Di lì la sua avversione nei confronti del “governo di assemblea, che vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza”.
Storico di alto profilo, Einaudi capì e spiegò la grandezza di Vittorio Emanuele III quando il 25 luglio 1943 esautorò Mussolini: “La prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti dal popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell'apparenza”. Un mònito più che mai attuale in questo difficile inizio dell'Anno Nuovo che coincide il 60° della morte dello Statista cuneese.
Ma chi fu Einaudi?
Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) fu eletto primo presidente effettivo della Repubblica italiana al quarto scrutinio l'11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale e monarchico, egli non aveva “studiato” da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, esattore delle imposte (recandole nottetempo in calesse dalle Langhe a Cuneo in certi tratti armava la rivoltella), crebbe in casa dello zio Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Nel 1922 ne raccolse gli Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani. Allievo nel collegio dei Padri Scolopi a Savona, nel 1888 fu proclamato “Principe dell'Accademia” su indicazione del geografo Arcangelo Ghisleri, massone. Einaudi fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso delle altre confessioni. Per comprenderne la cultura bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giolitti e di Marcello Soleri, narrate da suo nipote Roberto in Radici montane (ed. Aragno). Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa (deputati, senatori, consiglieri provinciali, sindaci consiglieri comunali, “notabili”...), ma tra tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti erano “aiuta te stesso” e “volere è potere”, come insegnò il naturalista Michele Lessona.
Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un breve impiego alla Cassa di Risparmio di Torino dal 1896 iniziò a scrivere per “La Stampa”, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. Aveva già alle spalle opere prestigiose, come Un principe mercante. Studi sull'espansione coloniale italiana, sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte. A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa a Torino dal pugliese Salvatore Cognetti de' Martiis e ne assunse la direzione nel 1908. Dal 1903 nel “Corriere della Sera” e dal 1922 nell'“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di “clienti” e opportunisti. Docente straordinario di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall'Università di Torino.
Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il  6 ottobre 1919 fu nominato senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che sino alla notte fra il 29 e il 30 ottobre si propose di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari. Rimasto escluso dall'esecutivo, ne commentò l'ondivaga condotta con articoli sempre più severi. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore delI'Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò  una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.
All'indomani dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L'anno seguente sottoscrisse il “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere ormai erano note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Tornò da altro versante a scriverne in Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, in controcanto con il “giolittiano” Benedetto Croce, autore della Storia d'Italia (1928). Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l'uomo libero vuole che lo Stato intervenga”. Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: “la scienza economica è subordinata alla legge morale”.
Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933), scritta quindici anni dopo la fine della Grande Guerra, e Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese (1936). Dopo l'arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d'America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta e prestigiosa “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della razza” e si pronunciò contro l'antisemitismo e l'incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto come tutti i pubblici dipendenti a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altri popoli nel corso del tempo.
Dopo molte edizioni dei fondamentali Principii di scienza della finanza condensò decenni di studi in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano nella  introduzione ai suoi Scritti economici, storici e civili (Meridiani Mondadori, 1973) Einaudi fu “il più grande demitizzatore” italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma con riferimento alla vita sociale: abolizione delle “maiuscole”, dei “titoli” vanesii, dei formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.
Tra esilio e dopoguerra
Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell'Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l'Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali furono rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato Einaudi riparò in Svizzera. Vi pubblicò, tra l’altro, I problemi economici della Federazione europea. Sulla fine dell'anno seguente fu chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, che  il 4 gennaio 1945, d'intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, lo nominò governatore della Banca d'Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L'amministrazione era a sua vola subordinata ai governatori militari. L'Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d'anteguerra. L'inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti presenti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (in quello dell'Alta Italia mancava la Democrazia del lavoro) e al governo erano divisi, nell'immediato e nelle prospettive ultime. Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera; l'alto commissario per l'epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera. Fu nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente ed eletto per il partito liberale all’Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946). Tornato dal “viaggio di istruzione” negli Stati Uniti d'America (1947), il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi lo volle vicepresidente e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d'Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.
Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto irrealistici puntò a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d'Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”. Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira” che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall'estero. Come da lui previsto, in un paio d' anni le speculazioni si esaurirono e l'inflazione si ridusse a indici accettabili con la ripresa, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri concessi dagli USA nell'ambito del Piano Marshall. Capita una volta ogni 60 anni..., ma occorre chi sappia investirli.
Contrario a imposte straordinarie, contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se ne era occupato nel magistrale saggio del 1920 su Il problema delle abitazioni), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa: oggi purtroppo corre su banchi a rotelle verso l'abisso), di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Nella sua immane opera ebbe collaboratori il biellese Giuseppe Pella, futuro presidente del Consiglio, e l'insigne economista Gustavo Del Vecchio.
Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che redasse la bozza della Carta, ottenne l'approvazione dell'articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all'indomani delle elezioni, prese parte all'inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.
Attualità di un antico Capo dello Stato
Alle 6 del mattino del’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, andò a informarlo che De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, per tre volte sostenuto senza successo. Il settantaquattrenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III.
Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in Lo scrittoio del Presidente e in Prediche inutili. Continuò a studiare, a pubblicare e a promuovere ricerche per unire gli italiani, come poi fece negli anni seguenti, restituito alla cattedra universitaria ad vitam con speciale decreto.  Improntò l'esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l'istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa. Nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura dell’austerità. All'inizio del 1945 aveva tracciato le linee del nuovo liberalismo: “quando siano soppressi i guadagni privilegianti derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.
Qual è l'eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora anche da persone “di casa”) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch'egli coltivò propositi mai attuati, a cominciare dall'abolizione del valore legale dei titoli di studio (più che mai urgente, visto il degrado del sistema scolastico) e dalla confutazione del  mito dello “stato sovrano”: pagine, queste, pubblicate nella Piccola antologia federalista, con scritti di Jean Monnet, Denis de Rougemont e altri.
Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione con Giolitti, non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall'illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente dell’associazione dei piemontesi a Roma, promossa nel 1944 da Renzo Gandolfo, nel 1961 presentò i due poderosi volumi Storia del Piemonte (ed. Casanova).
Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell'acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio della storia, della scienza della finanze e dell'economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA, Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.

“RINVIO ITALIA”
SCUOLA, ELEZIONI.... - FINO A QUANDO?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.L'eredità non è un gioco di parole
Il 2020 lascia una pesante “eredità” all'anno venturo. Qualunque ne sia l’esito, il verboso duello tra l'italovivente Matteo Renzi e il presidente Conte non finirà con la pace ma con un fragile armistizio, intervallato da scaramucce in vista di altre ostilità e della battaglia finale. Però, a differenza delle tante crisi di governo che si sono susseguite nella prima come nella seconda repubblica, l'attuale non prevede che tutte le parti in lotta si possano proclamare più o meno vincitrici. Alcuni suoi protagonisti finiranno nella polvere senza speranza di riscossa. Possono prendere per insegna l'elogio del valoroso Jacques II de Chabannes de la Palice (1470-battaglia di Pavia, 1525):“un quarto d'ora prima di morire era ancora vivo”.
  Il Soggetto del 2020 è stato il “rinvio”. In passato l'Italia ha avuto governi di coalizione. Dopo quelli nel 1944 imposti dal Comitato di liberazione nazionale, che confiscò temporaneamente la rappresentanza nazionale, dal 1947 nacquero ministeri incardinati sulla Democrazia cristiana, un partito di centro che secondo alcuni guardava a sinistra ma si voltò anche a destra e dopo i governi della “non sfiducia” divenne il perno del Grande Centro, dai liberali ai socialisti. All'inizio degli Anni Novanta (dei quali si è perduta memoria) implosero tutti i partiti prefascisti e ciellenistici. La DC risaliva al Partito popolare italiano fondato da don Sturzo nel 1919, i liberali che si dettero nome ma non sostanza nel 1922, i socialisti di varia osservanza derivavano dal Partito dei lavoratori italiani del 1892, i repubblicani erano sorti a fine Ottocento. Fondati cent'anni prima, radicali disparvero una seconda volta, spossati da Cicciolina. In lutto per la dipartita dell'URSS e la caduta del Muro di Berlino il partito comunista intraprese il cammino: da DS sino al PD odierno, all'insegna della botanica e in omaggio alle Metamorfosi di Ovidio, dalla Quercia all'Ulivo, ma a differenza della narrazioni mitologiche non ebbe mai un Adone. Oggi ha Zingaretti.
   L'introduzione del maggioritario fu corretto e corrotto con cospicue quote di proporzionalismo da scaltri democristiani. Così il “sistema” favorì la sopravvivenza di partiti medi, piccoli e minimi, vassalli del sottogoverno e della burocrazia che tengono a guinzaglio la democrazia formale e impedì l'avvento di maggioranze solide e durevoli. Per portare alla presidenza del Consiglio il comunista Massimo D'Alema bastò inventare un micropartito di cui si è persa memoria. Al potere si alternarono coalizioni opposte, ma di breve periodo. Impossibilitati a procedere nel tempo, i governi hanno giocato di rimessa. Strappata la palla all'avversario ogni nuova compagine ha giocato al centro campo: tanti passaggi da una zona all'altra, palle fuori, palle in tribuna, parecchi falli, mai una vittoria netta. Esauriti anche i tempi supplementari di quelle sceneggiate, gli spettatori hanno perso la pazienza. Una parte cospicua non è andata alle urne. Altri hanno regalato quattrocento seggi a un Movimento nato “contro tutti”, privo di programma, dirigenti sperimentati, relazioni con le grandi famiglie politiche dell'Unione Europea (popolari, socialisti, liberali e persino i verdi, che in Italia non esistono), ma pronto farsi carico dell'universo mondo. Novelli Ercole, promettevano di pulire le cloache della politica. Ma poi?
   Il seguito è sotto gli occhi di tutti.  La crisi che si trascina sin dalla proterva liquidazione del governo Berlusconi l'11 novembre 2011, pronubo Giorgio Napolitano: anni scanditi da fuochi d'artificio spettacolosi, come avviene a fine anno, a carnevale, per le feste patronali. Spenti gli sprazzi torna il buio. Cominciò la luminaria di Monti Mario, “salva Italia”, pallida controfigura eurodiretta del nostrano Lamberto Dini. Dopo la mesta vicenda del governo Enrico Letta, sorretto da Forza Italia nel timore del peggio, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi s’intestarono la riforma della Costituzione sottoposta a verifica referendaria, con esito per loro mortificante. Passarono come comete, alcune delle quali portano bene, altre male. La loro lasciò alle spalle la massa gassosa scambiata per stelle: cinque e in disordinato moto perpetuo.
Dopo le sventurate elezioni del 2018, in assenza di una maggioranza politica vera e a conclusione della più lunga stasi post-elettorale della Repubblica il capo dello Stato incaricò un governo basato su un “contratto” con punti programmatici anticostituzionali (non rilevati). Il governo Conte-Di Maio-Salvini non contò su una maggioranza politica ma semplicemente numerica. Vivacchiò un anno, succubo dell’esasperata polemica sull'approdo in Italia di clandestini che per taluni erano (del tutto impropriamente) “migranti” da assistere caritatevolmente (quasi il loro arrivo fosse pianificato dal governo stesso) per altri semplicemente “criminali” da fermare alla partenza “manu militari”: operazione possibile solo se l'Italia ancora fosse quella di Vittorio Emanuele III e di Giolitti, ma del tutto fuori portata dell'attuale, dalla influenza modestissima sulla’“quarta sponda”.
Dall'imprevedibile e caotica mossa di Salvini, che nell'agosto 2019 dichiarò sfiducia nel presidente del Consiglio, nell'illusione di rapido ritorno alle urne, contro ogni previsione nacque il governo attuale, quadripartito (pentastellati, democratici, “leucociti ”e italiviventi), fondato sul “vedremo”, “faremo”, “studiamo”, indeciso a tutto e sempre più boccheggiante. E' Italia del rinvio.
  A prescindere dalla forma dello Stato, monarchia (in Europa se ne contano una decina, in buona salute: Elisabetta II insegna) o repubblica, nelle democrazie parlamentari i governi sono come un edificio. Hanno fondamenta, alcuni piani e un tetto. Alla base vi è il consenso dei cittadini. I pilastri portanti sono il programma. Il tetto è la convergenza tra l'azione del governo (qualunque colore abbia, è erede del Trattato di pace del 1947) e i vincoli politici, militari ed economici dello Stato, dai quali nessuno, può prescindere se non a rischio di fratture e ritorsioni micidiali, anche per via del nostro mostruoso debito pubblico.
Orbene, l'attuale governo Conte è nato dalla somma di debolezze, senza un programma proprio, con prospettiva di breve periodo.Doveva solo arare una nuova legge elettorale: non l'ha fatto. In compenso ha sperperato e sperpera risorse, senza un piano condiviso. Il suo tetto è scoperchiato, i pilastri sono corrosi come quelli di certi viadotti e, come indicano tutti i sondaggi, l'elettorato non si riconosce affatto nel governo. L'edificio sta per crollare di schianto. Si regge su una maggioranza numerica in un Parlamento dichiarato morto e sepolto dalle Camere stesse e dal referendum confermativo dello scorso 20 settembre, quando si votò sotto schiaffo del covid-19. Non solo: quelle votazioni furono “celebrate” a scuole aperte da pochi giorni e poi chiuse in tutta fretta per la manifesta incapacità del governo di garantire l'afflusso degli allevi in sicurezza, come dovrebbe avvenire per tutti i cittadini ovunque vadano, in fabbrica come in ufficio o in giro per i fatti loro.
  La sgangherata maggioranza ancora al governo non è affatto una coalizione. Per tale infatti s’intende un’alleanza nata da una convergenza su principi politici e con un programma organico di ampio respiro. Esattamente l'opposto dell'attuale, che senza l'inizio dell'epidemia/pandemia si sarebbe sfasciata da tempo. Nata dall'equivoco vive nell'ambiguità: fondata sul rinvio, è in tutto e per tutto inconcludente. Sfidando il ridicolo, il suo presidente Conte Giuseppe adesso ripete il mantra che non bisogna più perdere tempo, è il momento di correre e, addirittura, sarebbe “una ignominia” perdere la grande occasione di presentare all’Unione Europea le proposte per accedere al riparto delle risorse previste dal Piano per la ripresa (“Recovery”). Chi gli ha impedito di farlo sino a oggi?
Abbiamo sotto agli occhi la “task force” costituita da Sua Emergenza a inizio aprile 2020 per “favorire la ripresa delle attività produttive, anche con modelli organizzativi che garantiscano la sicurezza”, la tanto celebre quanto volatile Commissione presieduta da Vittorio Colao, di cui furono componenti di diritto l'onnipresente Domenico Arcuri (detto “Siringa”) e Angelo Borrelli, capo della protezione civile. Dopo averci ben ponzato, i diciassette taskforzisti consegnarono il “piano”. Finì tra i tanti fascicoli che, fronte inutilmente aggrottata e ciuffo al vento, Conte sfoglia a beneficio dei televedenti e accantona.
Verso la resa dei conti
Adesso siamo al giro di boa. Comunque agisca “il senatore di Scandicci”, i fatti sono ostinati e presenteranno il conto. La verifica non sarà tra Palazzo Chigi (col codazzo di centinaia di esperti nominati dal premier) e i partiti oggi accampati al governo, ma tra le promesse e la realtà. Gli italiani hanno dato e stanno dando una grade prova di lealtà civica. Hanno accettato e subiscono pazientemente limitazioni di libertà costituzionalmente garantite nella convinzione che valga la pena. Però ormai sono al limite della sopportazione. C'è un motivo. Benché da tempo informato della pandemia in corso, quando il 31 gennaio di quest’anno deliberò lo stato di emergenza Conte assicurò che tutto era stato previsto e preparato per fronteggiarla. Invece, va ricordato, non erano disponibili mascherine, camici e tamponi neppure per il personale sanitario. Il governo mascherò le magagne parandosi dietro gli “esperti”, i cui verbali però vennero secretati.Più passarono i mesi, meno risultò credibile. Incalzati dai decreti del presidente del consiglio dei ministri, i famigerati Dcpm messi in discussione da tutti i costituzionalisti e ora demoliti con la sentenza del 16 dicembre emessa dal Tribunale civile di Roma, saponi solidi e liquidi a parte, gli italiani (che sono tra i popoli più puliti d'Europa) ricorsero al “fai da te”, fiduciosi che anche il governo facesse la sua parte. Ma questa ancora non si vede: è mascherata sotto la pioggia delle limitazioni imposte sino al 7 gennaio 2021.
Un bel dì rivedremo:  ... la scuola...?
In primo luogo la scuola. Quanti docenti saranno in cattedra alla ripresa delle lezioni? A che punto sarà la riformulazione degli orari delle lezioni, con o senza doppi turni, con o senza didattica a distanza, con o senza la possibilità di fare i conti con la prevedibile inclemenza del clima invernale, che in molte regioni sconsiglia di far lezione a finestre aperte: unico modo per “sanificare” l'ambiente messo a punto dalla ministra-preside Azzolina Lucia (leggendaria per i farseschi banchi a rotelle provveduti da Arcuri Domenico)? 
Da quanto al momento si sa, l'organizzazione dei trasporti è quella di un mese e mezzo fa, quando, dopo varie tergiversazioni, gli istituti medi (tranne che per la prima classe) e superiori vennero chiusi. I prefetti, sui quali la ministra il governo ha scaricato il nodo gordiano del raccordo fra afflusso degli allievi e orari delle lezioni, hanno ricevuto risposte pacate ma ferme dal personale dirigente e docente: la scuola non è solo “parcheggio orario” di scolari e allievi. È studio, è una “comunità educante” (si diceva una volta).
Se, come purtroppo prevedibile, l'inizio delle lezioni “in presenza” verrà rinviato all'11 gennaio e poi, con ogni probabilità, nuovamente sospeso per la sopravveniente “terza ondata” (calcolata su quali parametri?) per il governo sarà una disfatta senza appello. A differenza di altre vicende, lasciate correre con beneficio d'inventario,  questa non potrà passare inosservata al Quirinale, il cui titolare fu ministro della Pubblica istruzione.
...e le urne...?
  Il secondo appuntamento incombente è il rinvio del rinnovo delle amministrazioni civiche ormai in scadenza, incluse quelle di città emblematiche quali Roma, Milano, Napoli e Torino. Un sordo tam-tam annuncia da fuori campo che “qualcuno” preferisce rimandare la consultazione perché non si può votare sinché dura la pandemia. L'argomento è del tutto improponibile da parte di un governo che ha portato il Paese alle urne lo scorso 20 settembre, che promette di vaccinare entro fine 2021 e che (come tutti oggi nel mondo) non è in grado di prevedere se e quando il contagio sarà vinto o se ne andrà “per i fatti suoi”, com’è sempre accaduto per tutte le peggiori pestilenze. Si può sospendere la democrazia elettorale a tempo indeterminato? Lo Stato di Israele(ancora una volta un modello di democrazia non solo per l'Asia) a marzo va alle urne, con o senza covid-19, perché se si deve si può. L'Italia che bene o male ancora funziona, sia pure a singhiozzo e malgrado limitazioni scientificamente stolide (la chiusura di bar e ristoranti, di teatri e musei, di circoli culturali e via elencando), è in grado di garantire l'apertura dei seggi, le votazioni e lo spoglio delle schede. Sennò che paese è?
   Ma questa “maggioranza” ha un obiettivo supremo: arrancare sino a quando il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Il famigerato “semestre bianco” è una delle tante norme che mostrano le “rughe” della nostra Costituzione. Venne concepito settant'anni fa quale argine contro “manovre di palazzo” (ormai insistenti) miranti a insidiare la democrazia parlamentare. Lo scopo ultimo dell'attuale ammucchiata di governo è di svalicare così l'intero 2021 e di eleggere da sé il futuro “inquilino del Quirinale”. Questo intento mette a nudo il modo distorto di intendere il ruolo del Presidente della Repubblica, concepito quale garante di una esigua maggioranza numerica che sopravvive al taglio dei parlamentari da queste stesse deliberato, alla riforma dei collegi elettorali  e alla sua asimmetria rispetto all'elettorato, come evidenziano tutti i sondaggi.
  È bene ricordare, allora, che il Capo dello Stato “rappresenta l'unità nazionale”, non un partito o una coalizione di partiti, né, tanto meno, una raccogliticcia, precaria e caotica congrega di parlamentari destinata comunque a scomparire nelle acque reflue della storia. Il Presidente della Repubblica voluto dalla Costituzione vigente ricalca la figura del Re secondo lo Statuto Albertino: è “il capo supremo dello Stato”. È il “primo magistrato”.
Ingabbiare oggi e per un altro anno ancora la vita politica del Paese in vista dell'elezione del Presidente futuro significa evidenziare l'aspetto deteriore della forma repubblicana dello Stato: l'identificazione del suo “Capo” pro tempore con una o più forze partitiche e quindi la sua subordinazione ad appetiti di parte: altro che i “poteri forti” sbandierati come spauracchio da catto-comunisti e loro soci parimenti liberticidi! Un Capo dello Stato eletto da un’artificiosa maggioranza parlamentare che, secondo tutti i sondaggi, sin dalla sua nascita non rappresenta affatto l'elettorato sarebbe divisivo anziché unificante, quale invece dev’essere. Sarebbe frutto di un colpo di Stato strisciante e ne vulnererebbe la rappresentatività, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti. Sino a ora, anche in elezioni molto disputate il Presidente non è mai stato eletto “contro” una parte dell'elettorato ma per garantire le regole istituzionali condivise.
A fronte di questo preoccupante scenario ben venga qualunque iniziativa parlamentare capace di fermare l'attuale congrega al potere, che non è un governo vero, come mostra la penosa faccenda della urgente richiesta del Mes, il cui rinvio alle calende greche evidenzia la pochezza politica del Partito democratico.
Ecco perché, lasciando tra parentesi lo sfortunato La Palisse, è l'ora di un Baiardo, “cavaliere senza macchia e senza paura”, senza dimenticare che quando tra Quattro e Cinquecento, complici i tanti Grajano d'Asti, l'Italia cadde sotto la dominazione straniera, ebbe anch’essa i suoi campioni intrepidi: da Ettore Fieramosca, rievocato nel 1833 da Massimo d'Azeglio in La disfida di Barletta, a Giovanni de' Medici “delle Bande Nere”, a Francesco Ferrucci. Proverà un senatore toscano a emularli? Evitare la crisi di governo oggi, potrebbe generare tra un anno la crisi senza precedenti del regime costituzionale, tante volte paventata dal profetico Marco Pannella. 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.

ITALIA ALLA CARBONARA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Piero MaroncelliPer stomaci forti
Silvio Pellico (Saluzzo, 1789-Torino, 1854) era di stomaco debole. Chissà se mai gustò una carbonara. E chissà se i carbonari, suoi “buoni cugini”, quand’erano nella foresta, al riparo dai Lupi mannari (venduti al potere, spioni e traditori), cuocevano  una carbonara per l'agape rituale? 
Se ne sa sempre meno. L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è da troppo tempo allo sbando. I suoi comitati provinciali tentano di riemergere da tre anni di forzato stallo, nel silenzio del ministro archeologo. Ma ormai nessuno più si occupa di epoche, temi e personaggi che in passato costituivano patrimonio comune dei cittadini sin dall’esame di quinta elementare. Adesso siamo tutti presi dal recovery: chirurgia estetica del debito pubblico spaventoso, profondo rosso per chissà quante generazioni, mentre imperversa il calo demografico e incombe il tramonto dell'Occidente. Di Risorgimento poco o nulla si dice e ancor meno si scrive in questo bicentenario della grande fioritura di “vendite” carbonare  diffuse nel primo trentennio dell'Ottocento da un capo all'altro d'Italia, a cominciare dalla Sicilia. Peccato questo oblio, perché le “società segrete” sono state il sale dei moti per l'indipendenza, la libertà e l'unità nazionale e sono più che mai necessarie oggi per consentire ai cittadini di vivere al riparo dalle quotidiane violazioni dei loro diritti costituzionalmente garantiti da parte di un governo che vivacchia imponendo voti di fiducia ma con credito declinante sia nel Paese, sia all'estero. Come sospirava Mario Monti, un loden addietro, “Ce lo dice l'Europa”: se l'Italia non si dà una mossa non ci resta che la troika, Stella Cometa verso una capanna spazzata da venti tempestosi.
La Costituzione di Cadice e l'Italia
Le società segrete sono state la prima organizzazione unitaria dell'Italia contemporanea, complete di tutto l'armamentario di cui poi si sono dotati partiti politici e sindacati, sino a quando hanno svolto una funzione costruttiva per il progresso scientifico e civile: ricordo del tempo che fu. Quanti iscritti contano oggi partiti e sindacati? Chi li certifica?
Sull'onda del 150° dell' “unità d'Italia” (in realtà era “del regno”)  un decennio addietro molto si parlò di Carboneria. Era anche vicino il bicentenario della costituzione spagnola detta di Cadice perché in quella città andalusa affacciata sull'Atlantico le Cortes elaborarono la Carta che fece da filo conduttore di un trentennio di cospirazioni, moti e insurrezioni liberali dalla periferia (Spagna, Portogallo, Napoli, Sicilia, Piemonte...) verso l'Europa centrale e la sua roccaforte: Vienna, capitale dell'Impero d'Austria, vincitore delle guerre contro Napoleone I, con l'indispensabile aiuto dello zar di Russia, Alessandro I, a conferma che l'Europa di allora era unita dall'Atlantico agli Urali (come diceva De Gaulle) più di quanto sia oggi. La Costituzione di Cadice è la più bella bel mondo: affermò che i cittadini devono essere buoni. Oggi potrebbe “raccomandarlo fortemente” Sua Emergenza Conte Giuseppe con un Dpcm o con un decreto-legge firmato  dal Presidente Mattarella, poi imposto con voto di fiducia.  
Passato quel bicentenario, di costituzionalismo liberale ottocentesco non si parlò più. 
Issato dagli inglesi sul trono di Madrid dopo la cacciata di Giuseppe I Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone I, Fernando VII di Borbone giurò fedeltà alla Costituzione di Cadice, ma solo per il tempo necessario ad afferrare le briglie del potere e a trasformarlo in rullo compressore delle libertà. Appena possibile, la revocò. Nel frattempo l'immenso impero coloniale spagnolo nelle Americhe andò in frantumi, travolto dalle guerre per l'indipendenza, dal Messico di Iturbide all'America meridionale di Simón Bolívar, Miranda e Martí, tutti iniziati a logge lautarine (non massoniche) e benvoluti dai britannici, ai quali non parve vero di veder andare in polvere l'antico impero di Carlo V e di Filippo II e di prenderne il controllo, come nel 1823 sentenziò Monroe, “l'America agli Americani”. Era presto per dirlo, però gli europei si condussero da perfetti imbecilli e spianarono la strada.
“Fernando VII” (era detto “il Desiderato” finché non tornò sul trono) trascurò che non era stato lui a cacciare i francesi, bensì gli spagnoli che per liberarsi dalla tracotanza dei gallici che li trattavano da dominatori anziché da liberatori dettero vita, senza ordini del re, alla prima guerrilla di massa d'Europa. Lo ricordano i celeberrimi quadri di Goya sul “Dos de mayo”. Perciò la Spagna pullulò dell'unica forza di resistenza all'assolutismo di ritorno: le società segrete, popolate di militari, aristocratici, borghesi e anche ecclesiastici,  un mondo ampiamente esplorato da Alberto Gil Novales e da José Antonio Ferrer Benimeli per il versante massonico.
Altrettanto avvenne in Italia dopo l'effimero tentativo di Gioacchino Murat di prendere in mano la “questione nazionale” con la chiamata alle armi contro la restaurazione degli Asburgo, dei Savoia e del papa nell'Italia centro-settentrionale dopo il ritorno di suo cognato Napoleone I a Parigi. Il “proclama di Rimini” (una strizzatina d'occhio a vari “popoli d'Italia” ) fu spazzata via con la sua sconfitta militare, il ripiegamento nel Mezzogiorno, la rovina, il tentato rientro nel regno a Pizzo di Calabria, la sua iniqua fucilazione.
Restaurato a Napoli, Ferdinando di Borbone (da IV retrocesso a I “delle Due Sicilie”: un ceffone ai neoborbonici partenopei che lo rimpiangono), quale erede presuntivo alla corona di Spagna imitò Fernando VII: restaurò l'assolutismo. I sopravvissuti alle stragi anti-liberali di fine Settecento e al nuovo regime liberticida che identificò murattiani e costituzionali come nemici pubblici da annientare suscitò il fronte unico antiborbonico nell'unica forma possibile: la cospirazione settaria.
Nel “Napoletano” già durante l'effimero regno di Giuseppe I e quello, più costruttivo, di Murat prese vigore la Carboneria: un mantello importato da cospiratori francesi, come Joseph Briot, che a loro volta lo avevano preso dalle spalle del Compagnonaggio (completo dei rituali tipici delle corporazioni medievali) e ritagliato per usi politici. Sotto l'identico mantello tornarono attivi i massoni, come documentò Giuseppe Gabrieli nel 1982.
...e il Risorgimento d'Italia
È arduo, ai confini dell'impossibile, sintetizzare la ragnatela del settarismo politico dilagante nell'Italia della Restaurazione. Se ne conoscono bene le organizzazioni via via cadute nelle reti della polizia. Emerge dal lavoro gigantesco degli inquirenti, dai delatori, che stanno ai cospiratori come Satana è accovacciato in grembo a Dio (Antico Testamento, Giobbe,6-12), e dalla corrispondenza tra i governi uniti nella Santa Alleanza, sorta proprio per impedire il ritorno di rivoluzionari, società segrete e “arrières loges” di cui aveva scritto Augustin Barruel nei “Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme”.
Era l'internazionale della reazione contro quella della rivoluzione. Sotto le ceneri dei regimi crollati in Italia pullularono dunque le “sette segrete” passate in rassegna in opere un tempo famose e oggi dimenticate come Massoneria, Carboneria ed altre società segrete nella storia de Risorgimento del calabrese Oreste Dito (Scalea, 1866- Reggio di Calabria, 1934), pubblicato nel 1905 quale “manifesto” della massoneria social-progressista (e ristampato in anastatica con documenti inediti, Forni, 2008). Vent'anni dopo ne scrisse Giuseppe Leti in Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, scritto nel 1925 proprio mentre venivano sciolte le logge per incompatibilità con il divieto ai pubblici impiegati di iscriversi ad associazioni “segrete”. Stampato a Genova nel 1926 dalla Libreria Moderna, il libro rimase chiuso nei pacchi. Anni dopo, segretario della Concentrazione antifascista a Parigi, Leti continuava a lamentarsene, non per i quattro spiccioli mancati di “diritti d'autore” ma perché la vera storia d'Italia veniva cancellata dal regime. E oggi?
La carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà
La Carboneria, come la Massoneria, non era “segreta” ma “di segreti”, “à secrets” scrive Pierre-Arnaud Lambet  nel saggio sulla Charbonnerie française, 1821-1823.  La sua esistenza era nota. Non se ne conoscevano però la struttura e i programmi. Anzi, per la verità, questi non erano completamente noti neppure agli affiliati alle sètte. La ragione è semplice. Perseguitati come nemici dei troni e degli altari, i loro adepti erano ripartiti secondo il “grado”. All'origine, in Francia e altrove i carbonari erano apprendisti e maestri, come i massoni erano solo apprendisti e compagni. Questi poi aggiunsero il grado di Maestro, incardinato sulla leggenda di Hiram, l'architetto chiamato da Salomone a edificare il Tempio di Gerusalemme, depositario dei segreti dell'Arte Reale, assassinato per non averli rivelati ai “discepoli” che si affrettarono a occultarne il cadavere sotto un cumulo di terra, dal quale però spuntò un virgulto che svelò l'orrendo misfatto, sintetizzato nella formula di cui molto si sente bisogno mentre il morbo infuria: “la carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà”.
Il complesso intreccio morte/resurrezione è antichissimo. Fu e viene celebrato in forme estreme. Fra le molte spicca il “battesimo” del fedeli del Dio Mitra (da Marco Travaglio spacciato per “Dea Mitra”, forse in ossequio alle pari opportunità). Ne scrisse anche Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, ignorate da chi vive di fatti quotidiani. Senza scannare tori per esserne sommersi dal sangue, a loro volta i carbonari italiani elaborarono l'iniziazione quale trapasso morte/resurrezione aggiungendo ai due gradi originari quello di Grande Eletto, documentato da Saint-Edme (1785-1852) sulla traccia di ampia esplorazione di documenti carbonici.
Le “vendite” carboniche si popolarono di murattiani e antimurattiani, napoleonici e antinapoleonici. Catechismi e simbologia divennero sempre più aggrovigliati e intriganti, perché l'Ordine, ispirato alla figura di Cristo e posto sotto la protezione di San Teobaldo, moltiplicò le paratie stagne tra i diversi livelli di cognizione e di obiettivi ultimi: per alcuni la monarchia costituzionale, per altri la repubblica espressione della volontà generale e per altri ancora il “comunismo”, con radici profonde negli “Illuminati di Baviera” (nei cui templi si erano affacciati Wolfgang Goethe e forse persino l'Amadeus Mozart del Flauto magico). Ma le “vendite” carbonare erano congreghe di quattro gatti? In città come Reggio di Calabria e Messina si contavano migliaia di affiliati, nulla a che vedere con il settarismo elitario del visionario Filippo Buonarroti. “Post fata” lo studiò Alessandro Galante Garrone. Accade di volgersi al passato remoto per comprendere ciò che si è fatto.
Il 1° gennaio 1820 reparti militari comandati da Quiroga e Riego anziché salpare dalla Spagna per reprimere la rivoluzione in corso nelle Americhe insorsero e chiesero il ripristino della Costituzione di Cadice. Impaurito, Fernando VII si piegò. Su loro esempio, il 1° luglio nel regno delle Due Sicilie due tenenti di cavalleria, Michele Moretti e Giuseppe Salvati da Nola si incamminarono verso Napoli inneggiando alla Costituzione di Spagna, con don Menichini per cappellano. Mandato a schiacciarli, Guglielmo Pepe (glorioso allievo della Nunziatella) si unì ai rivoltosi.
Comune denominatore tra i militari e i borghesi come Orazio de Antellis (o de Atellis o De Tellis), che nel Gran Circolo costituzionale di Bologna nel 1796 pronunciava orazioni rivoluzionarie nell'ora della messa domenicale, furono la libertà di parola e di stampa e la laicità dello Stato: capisaldi enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e diffusi ovunque in Europa nell'età franco-napoleonica. Ferdinando I  di Napoli concesse la Costituzione e giurò che era inviolabile. Altro però gli premeva: la rivoluzione secessionistica e indipendentistica della Sicilia, combattuta e repressa duramente. Dopo il congresso della Santa Alleanza radunato a  Lubiana, ove andò promettendo fede alla parola e tornò spergiuro, dilagò la repressione. Morelli e Salvati furono fucilati, come molti altri. 
Il glorioso 1821: Santorre di Santarosa
Virus inarrestabile, dal Mezzogiorno la rivoluzione costituzionale contagiò il Milanese e il Piemonte. A Milano operava il nucleo culturale incardinato sul conte Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d'Inghilterra durante un viaggio in Gran Bretagna, sul conte Luigi Porro Lambertenghi e su Silvio Pellico, iniziati in carboneria da Piero Pietro Maroncelli, massone e carbonaro, poeta, compositore, genio e sregolatezza, con una vena goliardica che non lo abbandonò neppure durante e dopo la terribile detenzione a Venezia (ove fu incastrato dall'inquisitore Antonio Salvotti, massone pentito) e nella cupa prigione-fortezza dello Spielberg, a Brno, in Moravia. Traditi dal “servizio postale” (i veri cospiratori si confidano solo all'orecchio, perché bene sanno che anche i “pizzini” lasciano traccia), i congiurati furono arrestati, processati, condannati a morte, a eccezione di Porro che, allertato per tempo da Pellico, riparò in Svizzera, come Felice Bossi di cui scrive Franco Ressico nella succosa biografia di Carlo Cadorna (ed. BastogiLibri).
“Spes ultima dea” del costituzionalismo liberale affiorato tra il luglio 1820 e il marzo 1821 fu il regno di Sardegna. Anche lì a guidare il moto furono due militari, entrambi di famiglia aristocratica: il braidese Guglielmo Moffa di Lisio e il saviglianese Santorre di Santarosa, le cui “memorie” (Della rivoluzione piemontese nel 1821)  meritano di esser ristampate nell'opaco bicentenario dell'alba del costituzionalismo italiano. Non erano propriamente carbonari, ma “adelfi”, cioè “fratelli” in una società segreta. Il pronunciamento dette vita a due correnti: in Alessandria fu innalzato il tricolore, con pulsioni repubblicane. Torino (con Cesare Balbo, Roberto d'Azeglio e Giacinto di Collegno) conservò orientamento leale verso la Corona. Per non mancare al giuramento di non concedere mai una costituzione, Vittorio Emanuele I abdicò al trono, a favore del fratello minore, Carlo Felice (come lui senza senza diretto erede al trono, in forza della legge salica vigente nella Casa, ieri come oggi), in quel momento in visita alla figlia e al genero, un Asburgo-Este, duca di Modena e campione dei reazionari. Nominato reggente, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado di Carlo Felice, concesse la Costituzione spagnola con due riserve. Anzitutto che venisse approvata dal sovrano. In secondo luogo, che a differenza della costituzione spagnola, la quale ammetteva solo la religione cattolica e vietava ogni altra, confermò la liceità dei culti ammessi nei limiti delle leggi vigenti: a beneficio degli israeliti e dei valdesi. Era stato dragone di Napoleone I e conte dell'Impero...Era il profeta delle libertà costituzionali, come si vide nel 1848-1849.
Carlo Felice non riconobbe affatto la Costituzione. Intimò a Carlo Alberto, “se aveva ancora nelle vene una goccia di sangue dei Savoia”, di recarsi immediatamente a Firenze e lasciò libero corso alla repressione dei “compromessi” nella cospirazione. Questa si concluse con una settantina di condanne a morte. Ne vennero eseguite due: un militare, un docente. Colpirne uno per educarne cento... I più scamparono. Come Santa Rosa che, dopo anni di esilio tra fame e mortificazioni, accorse in difesa della Grecia insorta e morì a Sfacteria  combattendo contro il secolare dominio turco, “che intender non lo può chi non lo prova”.
In quegli anni Silvio Pellico, carbonaro, settario e cospiratore er detenuto allo Spielberg. Usava cifrari segreti, come, con genio precoce, documentò Domenico Chiattone che per studiarlo andò a esplorare gli archivi in Moravia. Ma chi lo ricorda?
In attesa di un Messaggio alle Camere
Eppure quelle antiche storie sono attuali per l'Italia odierna, priva di un governo all'altezza delle crisi imperversanti, come ha deplorato il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E' subissata da leggi, leggine, decreti, ordinanze, transenne, armigeri, vigilanti, gufi impagliati, una normativa caotica che, come nei giochi infantili d'antan, recita: “dire, fare, baciare, lettera, testamento”. A questo punto è decaduta l'Italia. Tra poco il giacobino insperatamente ministro “alla sanità” ci dirà quanti passi possiamo fare al giorno, quanti colpi di tosse, quanti starnuti e altro senza passare per pericoli pubblici. Così non può durare. Per respirare i cittadini debbono chiudersi in cantina o fuggire nei boschi come i Carbonari, comunicare con messaggi di fumo, azzurri, rossi e blu, colori della sètta segreta, o andarsene all'estero in cerca di salvezza, come fecero il carbonaro Giuseppe Mazzini e, a piedi per le cime, Giuseppe Garibaldi in fuga da Genova dopo il fallito moto del 1834. 
Gli italiani sentono forte bisogno di una parola chiara. Ma non da un aruspice quotidiano. Il 18 luglio di centocinquant'anni orsono il Concilio Vaticano stabilì che il papa è infallibile, ma solo quando parla “ex cathedra”, non nei colloqui o nelle “prediche a braccio”. Era il papa-re. Da re poteva sbagliare senza tema di essere contraddetto, perché i capi di stato non sono infallibili. Meno ancora se parlano troppo e su tutto anziché pronunciarsi sullo stato delle Istituzioni. L'Italia di fine 2020 non attende  scontati auguri  per l'anno venturo ma un “messaggio alle Camere” (da tempo un po' animose) previsto dal comma 2 dell'articolo 87 della Carta, debitrice al costituzionalismo liberale di inizio Ottocento, promosso da “società segrete”, senza le quali l'Italia sarebbe ancora solo una “espressione geografica” .   

 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Piero Maroncelli (Forlì, 1785-New York, 1846), massone, carbonaro, patriota.

ITALIA IN ATTESA DI STORIA
VITTORIO EMANUELE III, TRE ANNI DOPO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.Il Re che venne dal mare
    Tre anni fa arrivò in Italia la salma di Vittorio Emanuele III, sul trono dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Era tumulata nella Chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, ove il re morì il 28 dicembre 1946. Giunse a Vicoforte, in provincia di Cuneo, Vecchio Piemonte, verso le 12 del 17 dicembre 2017, una domenica. Cielo azzurro,  neve abbacinante. Avvolto in tricolore con scudo sabaudo il feretro fu portato a spalle nella Cappella di San Bernardo, cuore del Santuario-Basilica voluto quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630. 
    Lo attendeva la salma della consorte, la regina Elena nata principessa del Montenegro, sposata nel 1896, madre di quattro figlie (Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario, Umberto, re dal 9 maggio al 13 giugno 1946.  Rimase sovrano sino alla morte (Ginevra, 18 marzo 1983), perché non riconobbe mai l'avvento della repubblica. Ritenne illegale l'assunzione delle funzioni di Capo dello Stato da parte di Alcide De Gasperi, sorretto da tutto il governo, a eccezione di Leone Cattani. Avrebbe potuto resistere al “gesto rivoluzionario” (come egli scrisse) o al “colpo di stato” (come dissero altri), arroccandosi nel Quirinale o riparando in altra terra del regno oppure protestare e lasciare il suolo patrio, senza riconoscere il “fatto compiuto” né abdicare. Preferì la seconda via per risparmiare una guerra civile a un Paese che ne aveva alle spalle una durata due anni, fidando nella certezza di una “riconciliazione”. 
Lacerata in fazioni che contavano su appoggio militare di potenze ormai con le armi al piede all'indomani della “cortina di Ferro” da Stettino a Trieste, l'Italia era sotto l'incubo del Trattato di pace, che De Gasperi aveva implorato non fosse reso noto perché duramente punitivo nei confronti del contributo dato dal Paese alla vittoria delle Nazioni Unite e della stessa non sempre limpida “guerra partigiana”. Quanto il Trattato fosse inaccettabile venne confermato a Parigi il 10 febbraio 1947, quando il rappresentante di Roma, Antonio Meli Lupi di Soragna, lo firmò con la propria stilografica e impresse sulla ceralacca lo stemma dell'anello di famiglia.
La salma della Regina era giunta a Vicoforte verso le 18 del giorno 15 precedente, recata con un furgone da Montpellier ove la mattina presto il feretro era stato estumulato e deposto in una “custodia” appositamente approntata. Affiancato dal rappresentante della Casa,  nella breve cerimonia di commiato, convocate televisioni, il sindaco d’Oltralpe vi appose una coccarda francese. Alla sua tumulazione presenziarono il Rettore del Santuario, don Meo Bessone, vicario diocesano, il sindaco Valter Roattino, il conte Federico Radicati di Primeglio per Casa Savoia e uno studioso. Nel gennaio 2013, di concerto con la Principessa Maria Gabriella di Savoia, aveva chiesto al vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio, teologo e catechista insigne, se le salme dei sovrani che avevano vissuto insieme mezzo secolo e da 65 anni erano sepolte non solo in due città lontane ma addirittura in due diversi continenti potessero essere congiunte proprio nel Mausoleo voluto da Carlo Emanuele I. La risposta era stata affermativa. Era tempo di pietas e di riflessione.
  Diverso progetto era stato coltivato da altri, che per vari motivi non avevano raggiunto lo scopo. Al termine di un lungo iter preparatorio, in quel dicembre di tre anni fa il proposito della Casa fu coronato: traslazione e congiungimento delle salme “in Italia”.
   Come noto, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, approvato dalle Camere il 14 marzo 1861 e all'indomani dell'annessione di Roma, i Re non ebbero nella Capitale una propria “Tomba”, come del resto non ebbero una reggia nuova. Abitarono il Palazzo dei Papi sulla sommità del Quirinale, oggi Presidenza della Repubblica. Alla morte di Vittorio Emanuele II, confortato da monsignor Valerio Anzino, come ha documentato Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio Centrale dello Stato, preoccupazione precipua del governo Depretis, con Francesco Crispi all'Interno (entrambi massoni), fu di dargli degna sepoltura in Roma. Nella Basilica di Superga, sovrastante Torino, riposavano i Re di Sardegna: una storia superata dall'avvento dell'Italia. Perciò le spoglie di Vittorio Emanuele II, morto nel 1878, a soli 58 anni, furono deposte al Pantheon, con l'insegna “Padre della Patria”, anziché “Re d'Italia”, per non esasperare il conflitto con Pio IX che, come i suoi successori sino all'11 febbraio 1929, non riconobbe la debellatio dello Stato Pontificio del 1870 e dal 1860 scomunicò Vittorio Emanuele II, Cavour e tutti i loro ministri e collaboratori.
  Nel 1885, un anno dopo il grande pellegrinaggio nazionale al Pantheon, ebbe inizio la costruzione dell'Altare della Patria,  possibile Mausoleo dei Sovrani. Il Vittoriano, tuttavia, era lontanissimo dal compimento quando Umberto I, scampato a due attentati nel 1879 e nel 1897, fu assassinato a Monza il 20 luglio 1900 a soli 56 anni. Fu sepolto a sua volta al Pantheon, ove nel 1926 lo raggiunse la Regina Margherita. Solo nel 1927 l’Altare della Patria ebbe compimento. Dal 1921, però, vi riposava il Milite Ignoto, simbolo della Vittoria sorta dall'unione sacra tra la Casa regnante e il popolo italiano. 
   Nell'Italia repubblicana quale poteva dunque essere il luogo propizio per congiungere le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena? Qualunque lembo dell'Italia che nel 1924, con l'annessione di Fiume, conseguì la quasi completa coincidenza dei suoi confini statuali con quelli geografici, pur senza Corsica, ceduta alla Francia dalla repubblica di Genova nel 1768, Malta occupata dagli Inglesi nel 1798, e contea di Nizza, ceduta alla Francia sin dagli accordi di Plombières tra Cavour e Napoleone III (1858) con trasferimento legittimato da plebiscito nel 1860.
Vicoforte era uno dei tanti luoghi possibili, appunto; ma aveva il pregio di essere originariamente proprio un mausoleo sabaudo, nel cuore della Provincia Granda che i Savoia vivevano quale  seconda “culla” della Casa, tanto che Vittorio Emanuele III scelse il castello di Racconigi per la nascita del principe ereditario (1904) e da lì andava a vegliare i poderi modello avviati a Pollenzo dal bisnonno Carlo Alberto, morto esule in Portogallo. Per lui e per la regina Elena  era anche la terra di cacce al camoscio, pesca di trote e vacanze serene in decenni di torbidi d'ogni genere e, va aggiunto, di attentati alla loro vita, come quello che il 12 aprile 1928 mancò di poco il bersaglio mentre Vittorio Emanuele III andava a inaugurare la Fiera campionaria di Milano, come soleva fare sin dalla prima edizione. Il tritolo collocato nella base di lampioni di ghisa fece venti morti e decine di feriti. Ma quanti altri attentati vennero progettati e sventati nel tempo...
Funerale di Famiglia per il Capo dello Stato
Cerimonia di Famiglia, tumulazione del 15-17 dicembre 2017 si svolse in forma rigorosamente privata. Quando il 28 dicembre 1947 morì ad Alessandria d'Egitto Vittorio Emanuele III era “cittadino italiano all'estero”: non “in esilio”, dunque, bensì nel pieno esercizio dei diritti civili e politici e con lo status di ex Capo dello Stato e comandante delle forze di terra e di mare, a norma dell'articolo 5 dello Statuto albertino, formalmente vigente sino al 1° gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Nulla di abnorme, quindi, se al trasferimento della salma abbia concorso lo Stato, se attorno al feretro, debitamente ornato, vi fossero Carabinieri e se un caporale della Fanfara della Brigata Taurinense abbia suonato il “Silenzio” mentre il feretro scendeva nell'avello, sul quale sovrasta l'arca con la Stella d'Italia. 
All'arrivo della salma della Regina uno dei presenti disse che per rallegrarsene non è necessario essere monarchici. Basta essere italiani. Era il compimento di un “gesto umanitario”, come fece sapere il Quirinale quando la Principessa Maria Gabriella di Savoia ringraziò il Presidente Sergio Mattarella per aver propiziato la traslazione col riserbo perfettamente compreso dalle decine di giornalisti che la mattina del 17 pazientemente affollarono l'immenso sagrato tra il Santuario di Vicoforte e la Palazzata, identica nei secoli dai tempi di Carlo Emanuele.  
A rito concluso (quod factum est, infectum fieri nequit...), si susseguirono alcune deplorazioni. Con l'opinabile senso di opportunità che ne ha ridotto il consenso dai 10.700.000 del 2-3 giugno 1946 a molti meno, taluni “monarchici” protestarono contro la sepoltura dei Reali in una “chiesetta di campagna” e chiesero l'immediato trasferimento delle salme al Pantheon. Per oscuri motivi altri non le visitarono affatto. Taluno addirittura asserì che bisognava lasciarle dov'erano: forse ultimo appiglio per lagnarsi della Repubblica. 
I conti con la Storia
Sfuggì proprio ciò che invece più avrebbe dovuto contare e conta. La Traslazione doveva far riflettere sul ruolo della monarchia nella storia d'Italia e in specie sulla figura di Vittorio Emanuele III, il “re isolato”. Invece, pronubi stucchevoli polemiche e incomprensibili silenzi, siamo sempre al punto zero. Il 5 dicembre 2020 in risposta a un lettore che domandò quali sarebbero i “meriti” di quel re, sul “Corriere della Sera” - quotidiano che si batté per l'intervento dell'Italia, impreparata, nella Grande Guerra e appoggiò l'avvento di Mussolini – Aldo Cazzullo scrisse che il sovrano bene fece a valersi di Giolitti nel primo Novecento ma, poiché il suo regno non finì nel 1922, ebbe responsabilità successive imperdonabili: il cedimento al fascismo, le leggi razziali, l'alleanza con la Germania e la disastrosa gestione dell'8 settembre 1943.
  In poche righe è impossibile ripercorrere vent'anni e più. Nondimeno va ricordato che il 29 ottobre 1922, mentre in Roma non era ancora entrata alcuna “squadra” fascista e non c'era alcun bisogno di “stato d'assedio”, il Re incaricò Mussolini di formare il governo su parere unanime di politici navigatissimi, industriali, banchieri, massonerie, del partito popolare e della Chiesa cattolica, che aveva già patteggiato intese con il “duce”. Il nuovo governo comprese nazionalisti, liberali, cattolici, democratici sociali, il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione, Armando Diaz alla Guerra e il massone Paolo Thaon di Revel alla Marina. Non era affatto un “regime”. A metà novembre venne approvato dalla Camera con favore straripante, ove i fascisti erano appena 37, e dal Senato ove erano 2 su 400. Che cosa poteva fare un re costituzionale? Sciogliere le Camere perché prone a Mussolini? Abolire il diritto di voto perché gli italiani votavano da bestie come ormai pensava Giolitti? Non fu il re ma l'Italia a cedere a Mussolini perché, occhi roteanti come recitasse a fare la faccia feroce, gestacci, ed eccessi d'alcova, ne sintetizzava aspirazioni e frustrazioni, come documenta il  seminario sul “Fascismo magico” organizzato dall'Istituto Storico Politico e Internazionale diretto da Giorgio Galli. Che colpa vi ebbe il re?
Leggi razziali del 1938. Padre Tacchi Venturi S.J. da un decennio metteva in guardia Mussolini dalla piovra giudaico-massonica. In Senato il cattolico Filippo Crispolti chiese solo di “discriminare” i “matrimoni misti” tra cattolici ed ebrei convertiti. Ma ormai la partita era persa. Benedetto Croce non presenziò alla votazione decisiva e nessuno chiese la verifica del numero legale.La legge passò con 150 voti su 400 senatori in carica. Che cosa poteva fare da solo un re costituzionale? Ignave e opportuniste le Camere (una confezionata dal Gran Consiglio del fascismo, l'altra ora succuba ora rassegnata) votavano tutto quello  che Mussolini chiedeva, pretendeva, imponeva. Furono loro ad approvare le leggi razziali. Lì è il punto. Sino a poco prima Vittorio Emanuele III aveva nominato senatori molti ebrei. 
Alleanza con la Germania di Hitler? Fu decisa dal governo e votata dalle Camere, con il nazionalista Federzoni presidente del Senato, che non riuscì a opporsi neppure alla indecente invasione fascista di Palazzo Madama che intimò ai patres il conferimento del grado di Primo Maresciallo dell'Impero a Mussolini e, bontà sua, anche al Re, che da capo delle forze di terra e di mare non ne aveva alcun bisogno.
Quanto all'8 settembre, Cazzullo ammette che il groviglio era tale che Vittorio Emanuele III non può essere imputato della sua gestione non ottimale. Fu però il re l'unico garante dell'armistizio del 3/8 settembre 1943 e della continuità dello Stato d'Italia.
Fu bersaglio della feroce campagna antimonarchica scatenata da Mussolini, prelevato dall'albergo Imperatore al Gran Sasso, trasferito in Germania, issato a capo di uno Stato vassallo della Germania e finito come sappiamo. Ma due anni di contumelie repubblichine contro la monarchia lasciarono il segno. Lo si vide il 2-3 giugno 1946 quando, facendo “saltare i tombini”, tornarono a galla tutti gli odi contro l'unificazione italiana e Casa Savoia rimasti sotto traccia dal 1859-1870 e oltre e, al netto delle migliaia di brogli, decretarono la vittoria della repubblica che dovette alla propaganda antimonarchica della RSI più di quanto abbia ammesso la storiografia, compresa quella di una “destra” più succuba di alleanze elettorali che dedita alla verità.
Anno zero, dunque. Motivo in più per studiare la storia, quella che ancora non passa nei manuali e nei media. Richiederà decenni per essere capita e forse non accadrà mai. Però quella è. Per meglio comprenderla, quando torni la libera circolazione dei cittadini almeno in Italia, val la pena una visita alle Tombe di Vittorio Emanuele III e della regina Elena a Vicoforte. Non hanno alcun bisogno di essere vegliate da “guardie”. Avvolte nel silenzio dicono sommessamente: Hic manebimus optime. Lì, nel silenzio dei secoli, merita raccogliersi in meditazione. Tempo è venuto per il  “cantico nuovo” dell'Apocalisse: non la apologia della monarchia o di un re, ma la storia d'Italia. Quella vera.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.


ARCHIVIO 2020
ARCHIVIO 2019
ARCHIVIO 2018
ARCHIVIO 2017