Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 
 
1938: LE LEGGI RAZZIALI
DOVEROSO GENERALE “MEA CULPA”  SENZA RETICENZE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

Leggi Razzali da Wikipedia               Il 15 luglio 1938 “Il Giornale d'Italia”, quotidiano romano da tempo asservito al regime di partito unico, pubblicò il Manifesto degli scienziati sulla razza, firmato il giorno prima, anniversario della Rivoluzione francese che  il 27 settembre 1791 aveva abolito ogni discriminazione degli ebrei.  Poco dopo il segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace, vent'anni prima inutilmente iniziato alla loggia “La Vedetta d'Italia”, aggiunse un elenco di “studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane” aderenti al “Manifesto” sotto l'egida di Dino Alfieri, titolare del Min-cul-pop: abbreviazione dal suono involontariamente goliardico della Cultura Popolare. Tra i firmatari (alcuni fanatici, molti vanesi, taluni, come Sabato Visco, dal doppio tuffo carpiato nel lago profondo di contraddizioni ancestrali) Nicola Pende, studioso di vaglia, smentì di aver sottoscritto quello che, anche a chi avesse gli occhi foderati di antisemitismo, risulta un cumulo di castronerie.
  Tra le molte facezie sparate a zero nel Manifesto dai “chiarissimi” docenti spiccano alcuni enunciati apparentemente ovvi e molte affermazioni sconcertanti. Spigoliamo: “Le razze umane esistono (...) ma bisogna ammettere che esistono gruppi sistematici minori(...). Il concetto di razza è puramente biologico. Se gli italiani sono differenti dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci, ecc., non è solo perché hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa [quindi, osserviamo noi, gli italiani avevano poco a che vedere con i germanici di Hitler, accomunati ai turchi]. E' una leggenda l'apporto (in Italia) di masse ingenti di uomini in tempi storici. Esiste ormai una razza italiana. E' tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Precisata la differenza tra italiani, tedeschi e scandinavi e asserito l'abisso incolmabile tra gli europei (geograficamente indefiniti) e le “razze extraeuropee”, il Manifesto aggiunse la distinzione fra i Mediterranei d'Europa, “Occidentali”, da  “Orientali”e Africani. Respinta la ventilata insinuazione che gli europei fossero originariamente africani (così confondendo luogo geografico ed etnie) il Manifesto concluse: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana” perché erano  “l'unica popolazione che non si è mai assimilata”. “I caratteri fisici e psicologici puramente europei non devono essere alterati in alcun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee”. Il Manifesto voleva essere squillo di tromba del razzismo all'italiana. Fu lugubre anticipazione della fase apicale della persecuzione cinque anni dopo,tra il 1943 e il 45, attuata dai nazionalsocialisti hitleriani ai danni degli cittadini italiani ebrei, con la connivenza di molti zelanti italioti.
Per quanto imbarazzante, quel 1938 va ricordato, anche in presenza della ricorrente confusione tra ebrei, israeliti e Stato d'Israele: realtà diverse, spesso mescolate e confuse ad arte per passare dalla condanna della “politica” israeliana a quella degli ebrei. Va per altro constatato che, a stretta maggioranza, il Parlamento di Gerusalemme ha da poco vulnerato la sua identità originaria  definendo Israele “Stato della nazione ebraica”: che però, ripetono giustamente gli ebrei “liberali” con comporta l'identificazione tra “popolo” e “religione”.  
Che “quel” 1938 sia una data scabrosa risulta manifesto dalla circospezione che per ora ne ha circondato la rievocazione. Esso va invece ricordato con due considerazioni preliminari e una sintetica memoria dei “fatti”. In primo luogo, sulla scorta di opere fondamentali anche se da decenni obliate, come quella di Leon Poliakov, l'antisemitismo non è un' “invenzione” di Adolf Hitler, Rosenberg, Himmler ecc., ma è millenario, come per altro emerge dalla lettura della Bibbia. In secondo luogo, addebitare le “leggi razziali” a chi le firmò, Vittorio Emanuele III, all'epoca capo di uno Stato ancora labilmente costituzionale, è un falso storico. 
In “Preghiamo anche per i perfidi Giudei. L'antisemitismo e la Shoah” (ed. Labirinti, candidato al Premio Acqui Storia 2018) Marino Ruzzenenti,  studioso documentato e niente affatto tenero nei confronti del Regime, conviene che il Manifesto e la sterzata razzistica di Mussolini, furono “una svolta, fulmine a ciel sereno, inattesa e dirompente nella sua radicalità”, varata  “a freddo” e per motivi niente affatto chiariti, in tante opere, dalla  famosa di Renzo De Felice a quelle di Michele Sarfatti. Perché mai il duce imboccò la china precipitosa delle “Leggi della vergogna”, passo passo documentate da Valerio Di Porto (prefazione di Francesco Margiotta Broglio, premio alla carriera Acqui Storia 2018, e Ugo Caffaz, Le Monnier, 2000)?  Starace balbettò una mezza spiegazione: “prima l'azione, poi la formulazione dottrinaria”: irrazionalismo puro. Neppure lui seppe motivarla. Né chiese chiarimenti a Mussolini,  passato da Angelica Balabanoff  (nota per la poca dimestichezza con l'acqua) alla tersa Margherita Sarfatti. Poche motivazioni  culturali e scientifiche offrì “La difesa della razza”, rivista frettolosamente allestita e diretta da Telesio Interlandi, che tenne ben nascosta la sua iniziazione giovanile in una loggia massonica quando aveva recapito alla Caserma Macao di Roma.
Già, perché il razzismo compulsivo del 1938 emulò l'antimassonismo isterico culminato nel 1925 con la prima “legge fascistissima”, volta a escludere i massoni dalla vita pubblica italiana: precedente diretto delle  leggi che dal 1938 cacciarono gli ebrei da Forze Armate (benché proprio il militare più decorato fosse israelita osservante, come ricorda il generale Alberto Rovighi in un'opera insuperata), pubblici impieghi e aule scolastiche pubbliche, con pesanti limitazioni anche nell'attività professionale e imprenditoriale. Cinque anni prima nelle biblioteche e nelle case aristocratiche e di alta borghesia era arrivato il volume dell' “Enciclopedia italiana” diretta da Giovanni Gentile, con la voce “Ebrei” scritta dal meglio degli italiani israeliti: l'antisemitismo serpeggiante era  considerato “sconveniente” e “volgare” dalle classi  colte, costernate dinnanzi alla pretesa esistenza di una presunta e inesistente “razza italiana”.
Il 16 agosto 1938 Mussolini e padre Tacchi Venturi S.J. ebbero l'incontro segreto “felicemente concluso al fine di ristabilire la buona armonia tra la Santa Sede e il governo italiano perturbata nelle ultime settimane”.  Il razzismo “alla Mussolini” ebbe via libera. 
In pochi mesi prese corpo un complesso di norme così assurde e inapplicabili che, come ben noto, il regime stesso “discriminò” dai loro effetti un ampio ventaglio di ebrei, dichiarati “ariani” perché benemeriti verso lo Stato (Medaglie d'Oro al Valor Militare...) e verso il regime (Sansepolcristi, Marcia su Roma, quanti si erano iscritti al partito dopo l' “affare Matteotti” mostrandosi più fascisti dei “quartarellisti”...). Non solo “di fatto”, ma “ope legis” la normativa razziale venne scardinata sul nascere, perché era concettualmente infondata, fatua, priva di basi scientifiche, culturali e politiche: fu “propaganda”, dalle conseguenze catastrofiche, radicata nel millenario antisemitismo strisciante.
Contrariamente a quanto si pretendeva e poi si asserì, in Italia gli ebrei non costituivano problema dall'unificazione nazionale, in specie dal Regno di Sardegna dopo i Regi decreti del marzo-aprile 1848 del Luogotenente Eugenio di Savoia (chissà perché anche Ruzzenenti li attribuisce a Carlo Alberto di Sardegna?) alla annessione di Roma all'Italia, che smantellò quanto rimaneva del regime di Pio IX, l'ultimo papa-re (settembre-ottobre 1870). Anche secondo la meticolosa “schedatura” degli ebrei rapidamente effettuata dall'amministrazione pubblica in coincidenza con il censimento del 1938 per cercar di capirne l'identità risultò che almeno diecimila dei circa 47.000 ebrei italiani non erano affatto osservanti. Moltissimi altri, va aggiunto, distinguevano tra fede e costumanze. Una seria indagine sugli italiani effettivamente cattolici avrebbe dato risultati ancor più sconcertanti, perché quasi nessuno era in grado di dire che cosa sia la Trinità, né lo Spirito Santo o il Corpo Mistico della Chiesa e tanti altri capisaldi della dottrina cattolica.
Imboccata la via dei regi decreti, il governo doveva proseguirla, malgrado la manifesta avversione di gerarchi come Italo Balbo (Mussolini lo bollava  quale  “porco democratico che faceva l'oratore nella loggia massonica Savonarola di Ferrara”) ed Emilio De Bono, tutt'altra pasta rispetto a Giuseppe Bottai, il cosiddetto “fascista critico” (ricorda Galeazzo Ciano nel suo Diario) che cavalcò l'antisemitismo di regime come fosse rivelazione suprema.
Benché noto, va ripetuto che Vittorio Emanuele III manifestò ripetutamente avversione nei confronti della normativa antiebraica. Gli venne e viene rimproverato anche da taluni “storici”  di non aver rifiutato la firma, a costo di abdicare. Lo avesse fatto, avrebbe riversato la responsabilità sul figlio trentaquattrenne, Umberto di Piemonte. Se a sua volta questi avesse abdicato, i poteri della corona sarebbero passati al figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, nato un anno prima e quindi, secondo lo Statuto, con la reggenza della Regina, a sua volta chiusa nella tenaglia tra governo del duce e le variegate forze che lo sorreggevano, mentre Mussolini, auto-suggestionato dal “modello Hitler”, puntava ormai a emarginare la monarchia. Si considerava vincitore della guerra d'Etiopia, abile fiancheggiatore di Franco in Spagna e nelle trattative con Francia e Gran Bretagna per arginare Hitler (Conferenza di Monaco, settembre 1938): insomma, davvero l' “uomo della Provvidenza”.
Da dieci anni l'altro pilastro  del regime era la Chiesa cattolica, che aveva sempre riservato ostilità e diffidenza nei confronti degli ebrei. A tacere dei secoli andati, passati in rassegna da una pletora di opere, a fine Ottocento l'ebreo convertito Rocca d'Adria (Cesare Algranati) e la prima Democrazia cristiana (don Davide Albertario, etc.) fecero dell'antisemitismo militante il loro cavallo di battaglia contro l'Italia liberal-massonico-sabauda. Come il lupo che perde il pelo ma non il vizio, nel 1920 un innominabile spretato pubblicò per primo in Italia i “Protocolli dei Savi anziani di Sion” e propose al Gran Consiglio del Fascismo l'incompatibilità tra partito e logge massoniche, considerate ambulacro della quinta colonna ebraica.
Tanti cattolici erano per la “segregazione amichevole”: emarginare gli ebrei, non sterminarli, conservarli in una sorta di teca, separati ed esposti al ludibrio. Nelle occasioni solenni si pregava anche per i “perfidi giudei”.
Il clericalismo non  fu il brodo di cultura del razzismo fascista (niente affatto “all'acqua di rose” come asserì De Felice) ma lo propiziò e lo condivise, perché (a sua detta, finalmente) sgomberava il campo dall'occupazione del potere da parte degli israeliti, esigua minoranza. Valgano d'esempio le figure di padre Agostino Gemelli, di Mario Bendiscioli e di Teresio Olivelli.
I decreti vennero convertiti in legge non già dal re ma dal Parlamento, nel dicembre 1938: prima la Camera, poi il Senato, presenti 160 dei 400 patres in carica. Dieci votarono contro: tra questi sicuramente Luigi Einaudi ed Emilio De Bono. Era la Camera eletta nel 1934 con la partecipazione della stragrande maggioranza degli aventi diritto. Non era ancora la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, varata l'anno seguente. “Voto” e “democrazia”, “consenso” e “libertà” non sono la stessa cosa: il passato deve aprire gli occhi sul presente.  
Così furono poste le premesse, del tutto impreviste, per la sciagura del 1943-1945 quando i nazionalsocialisti si impadronirono delle liste degli italiani ebrei e li razziarono avviandoli allo sterminio, assecondati  dall'amministrazione pubblica con la connivenza di tanti cittadini zelanti.
“Chiedere scusa”, come andò di moda qualche anno addietro, non serve a nulla nella storia. Ma se mai qualcuno deve battersi il petto per quanto avvenne, a doverlo fare sono gli eredi delle correnti repubblicane del PNF (poi transitate nella RSI) e alcuni settori della chiesa cattolica, visceralmente antisemiti in Italia come nell'ex impero austro-ungarico, in tante regioni germaniche, in Polonia, in Spagna e anche in Francia, ove aveva prodotto guai vistosissimi  ai tempi dell' “affaire Dreyfuss”, mentre l'Italia di Umberto I e di Vittorio Emanuele III, di Crispi e di Giolitti era modello di integrazione e il Re assisteva alla consacrazione della Grande Sinagoga di Roma (1905).
Ottant'anni dopo quel 1938 rimane motivo di riflessione dinnanzi a nuovi assalti alla civiltà italiana, che risale a quella della Roma augustea, al Pantheon, alla filosofia neostoica e al neognosticismo, non per caso anche oggi bersaglio del fanatismo d'Oltre Tevere. 
Aldo A. Mola 
 
NEL 90° DELLA MORTE DI  GIOVANNI GIOLITTI
IL SENSO DELLO STATO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

 Giolitti2            A 90 anni dalla morte (Cavour, 17 luglio 1928) Giovanni Giolitti rimane lo Statista eminente della Nuova Italia. Il trascorrere del tempo lo rende anzi sempre più paradigmatico. Di famiglia borghese, orfano di padre a un anno, crebbe vegliato dalla madre, Enrichetta Plochiù, e dai suoi quattro fratelli che, scapoli, investirono sulla sua formazione e sulla sua ascesa al servizio dello Stato, impersonato dal Re, Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1831-1849). Due degli zii di “Gioanin” erano magistrati (Melchior e Luigi); un terzo, Alessandro, venne promosso generale per il valore mostrato nella battaglia di San Martino (21 giugno 1859); il quarto, Giuseppe, medico, fu ripetutamente eletto deputato di Cavour al Parlamento subalpino dal 1848. Melchior, di ampie vedute liberali, fu azionista del giornale di Camillo Cavour, “Il Risorgimento”. 
  Il Risorgimento culturale e civile divenne la stella polare della vasta dirigenza del regno di Sardegna, restaurato e ingrandito con la Liguria dopo l'età franco-napoleonica (1814). Il nonno materno dello Statista, Giovanni Battista Plochiù, meritò la Legion d'Onore da Napoleone I. Magistrato, vedeva nell'Imperatore il “Genio del Mondo” (come scrisse Hegel) che incarnava gli ideali più durevoli della Grande Rivoluzione, i diritti dell'uomo e del cittadino, da riconquistare anche in Italia quale base per l'unità. A lungo non fu chiaro se questa dovesse tradursi in federazione degli Stati esistenti, in “unione” presieduta nominalmente dal papa (come proponeva Napoleone III) o, come poi avvenne, in unificazione politica con le insegne di Casa Savoia. Alla meta finale si pervenne con le difficoltà ora narrate da Nico Perrone in “Il processo all'agente segreto di Cavour. L'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa” (Rubbettino).
    Laureato a Torino in giurisprudenza a 18 anni, avviato alla magistratura, sostituto procuratore del Re a 24, alto funzionario dello Stato negli anni di Firenze capitale e “prestato” al ministero delle Finanze, ove svolse delicati incarichi per Quintino Sella, nel 1882 il quarantenne Giolitti fu nominato consigliere di Stato per decisione del presidente del governo, Agostino Depretis, massone per essere eleggibile senza rischio di finire tra i pubblici dipendenti in eccesso sui numeri di seggi all'epoca loro riservati.  Eletto trionfalmente nel collegio Cuneo I nell'ottobre di quell'anno, fu dichiarato ineleggibile dall'apposita commissione di verifica dei titoli. Si difese con abilità e nella primavera del 1883 venne convalidato. Critico nei confronti della costosa espansione in Africa, cui anteponeva la “colonizzazione interna” e la lotta contro la rendita parassitica (soprattutto nel Mezzogiorno), nel 1889 Giolitti fu nominato ministro del Tesoro (presto aggiunse le Finanze) nel governo presieduto dal siciliano Francesco Crispi. Tra i più fattivi della storia dell'Italia unita, questo varò elettività dei sindaci e dei presidenti delle deputazioni provinciali, nuovo codice penale (con abolizione della pena di morte), trasformazione delle “opere pie” in istituti di pubblica assistenza, promozione di casse di risparmio e banche popolari. Nel 1892 Umberto I incaricò Giolitti di formare il governo. Da presidente, egli ridusse da sei a tre le banche ancora titolate a emettere moneta, suscitando l'ostilità di opachi interessi, aggrumati in specie nel Banco di Napoli e nella Banca Romana, fonte di uno scandalo che lo travolse proprio mentre stava varando la riforma della Banca Nazionale.
   Forte del consenso del “suo” collegio (Busca-Caraglio-Dronero, che lo rielesse sino al 1924), Giolitti visse alcuni anni tra persecuzioni e amarezze. Inseguito da un’imputazione senza motivazione, prudentemente riparò a Berlino, in visita alla figlia, Enrichetta, sposata con l'ingegnere Mario Chiaraviglio, massone. Tornato in patria e già in dialogo con il radicale Felice Cavallotti, affiancò Giuseppe Zanardelli nella riscossa liberale contro i reazionari, capitanati da Antonio di Rudinì, Sidney Sonnino e Luigi  Pelloux. Si valse dei lungimiranti suggerimenti di Urbano Rattazzi jr, ex ministro della Real Casa. A determinare la svolta furono l'assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900 e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III. Esaurito l’esecutivo di transizione dell'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato, il trentunenne sovrano chiamò al potere Zanardelli e Giolitti. Iniziò così l'età giolittiana”, che più correttamente andrà detta emanuelino-giolittiana perché, mentre vi si susseguirono una decina di diversi governi (dai programmi molto vari, senza dimenticare il Progetto proposto dal ministro delle Finanze Leone Wollemborg, dimissionario nell'agosto 1901), fu il Re a reggere la barra dell'Italia liberaldemocratica, capace di ampie riforme sociali per conservare le Istituzioni. 
   Nel 1911 il Paese tracciò il bilancio di mezzo secolo di unità, largamente positivo in tutti i campi, in specie nell'istruzione, nel progresso economico e nel consolidamento dello Stato, anche grazie all'opera dei prefetti. Quell'Italia raggiunse l'apice della propria capacità statuale con la dichiarazione della sovranità su Tripolitania e Cirenaica, coronata dalla pace di Losanna del 1912 a conclusione  della guerra vittoriosa contro l'impero turco-ottomano, e con il diritto di voto maschile quasi universale.
   Certo il Paese registrava una forte migrazione verso l'Oltralpe e oltre Atlantico, ma anche questa era segno di vitalità. Crescevano correnti socialiste estreme, ma i riformisti erano numericamente più forti (anche se politicamente indecisi e spesso pavidi, come documenta Aldo G. Ricci). I cattolici moderati ormai prevalevano sui clericali che ancora rimpiangevano il papa-re. Le frange di nazionalisti e di scontenti (quale Paese non ne aveva?) sarebbero però rimaste politicamente irrilevanti se nel luglio-agosto l'Europa della Belle Epoque non si fosse suicidata con la Conflagrazione, degenerata in Grande Guerra e poi in Guerra mondiale.
Giolitti avversò l'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa (Francia, Russia, Gran Bretagna) non perché pacifista o neutralista assoluto ma perché conosceva a fondo le condizioni del Paese e riteneva che una guerra grossa avrebbe sottratto risorse al riequilibrio Nord-Sud, a danno dell'unità effettiva e, quindi, delle Istituzioni stesse. Giustamente fece osservare che, non per caso, gli interventisti erano prevalentemente repubblicani o massimalisti, come Mussolini. Pochi mesi prima della conflagrazione europea, nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni e suggerì al re di affidare il governo a Salandra, che poi, alla prova dei fatti, egli bollò quale bugiardo. Da deputato assicurò la piena lealtà alla Corona ma non poté influire sulle decisioni del sovrano, il quale ritenne prioritario l'ingresso in guerra per far coincidere i confini politici con quelli naturali (almeno a est: a ovest erano stati compromessi nel 1860 con la cessione di Nizza all’ingrata Francia). A decidere la partita fu anche l'incombenza di un attentato mortale alla vita di Giolitti, il 16 maggio 1915 costretto a lasciare Roma, preda del delirio interventistico, che, ignaro dell'accordo sottoscritto a Londra dal governo Salandra-Sonnino, si cullava nella fatua illusione di una guerra breve ed esclusivamente contro l'Impero di Austria-Ungheria.
   Nel romitaggio di Cavour Giolitti visse nuovamente anni di amarezze. Tornò alla Camera nel novembre 1917, dopo Caporetto, per ribadire la piena e mai dismessa lealtà verso la Patria. Quarantun mesi di guerra stravolsero l'assetto del Paese. Avvantaggiati dalla sostituzione dei collegi uninominali con la ripartizione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti, i partiti di massa (socialisti e popolari, cioè i cattolici orchestrati da don Luigi Sturzo, acremente antigiolittiano e antisabaudo) prevalsero alla Camera senza però assicurare stabilità di governo. In quattro anni si susseguirono sei diversi ministeri, a danno della continuità in dicasteri fondamentali (Esteri, Forze Armate, affidate anche a “borghesi” di manifesta inettitudine, Istruzione e governo dell'economia nel passaggio dalla produzione di guerra a quella ordinaria...). Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III affidò ancora una volta il governo a Giolitti, che in pochi mesi superò l'occupazione delle fabbriche da parte di vanesi rivoluzionari socialcomunisti, costrinse Gabriele d'Annunzio a lasciare Fiume dopo la caotica “Reggenza”, abolì il prezzo politico del pane che stava rovinando la finanza dello Stato e varò blocchi nazionali per ripristinare la corretta amministrazione di comuni e province. A legge elettorale immutata, nel maggio 1921 gli italiani tornarono alle urne. Pochi giorni prima morì sua moglie, Rosa Sobrero, nipote del celebre chimico Ascanio, inventore della nitroglicerina. Con alto senso del dovere, lo Statista raggiunse la salma della sposa solo quando ebbe la certezza del controllo dell'ordine pubblico. Secondo la tradizione della sua terra, racchiuse in sé lo strazio di quella perdita. Nella tomba di Famiglia, a Cavour, Rosa Giolitti è ricordata quale Collaressa della Santissima Annunziata, l'onorificenza suprema della Monarchia, conferita al marito il 20 settembre 1904, comportante il rango di “cugino del Re”. 
Di fronte alla frammentazione della Camera in 14 gruppi e allo sfarinamento dei “costituzionali” Giolitti rassegnò le dimissioni. Il veto opposto da don Sturzo a un governo comprendente liberali, popolari e socialisti riformisti, capace di fermare la guerra civile strisciante tra chi voleva “fare come in Russia” e i fascisti (dal programma ancora confuso), nel volgere di sedici mesi condusse alla crisi di fine ottobre 1922, riportata da Vittorio Emanuele III nei binari istituzionali con l'incarico a Mussolini, che formò un governo di coalizione nazionale. Come Luigi Einaudi, Enrico De Nicola, Vittorio Emanuele Orlando e la generalità di liberali e cattolici (a cominciare da Alcide De Gasperi), Giolitti lo approvò, nell'auspicio di una nuova legge elettorale, varata nel 1923 con la sua stessa regìa. Nelle elezioni del 6 aprile 1924 Giolitti guidò una lista di liberaldemocratici che ottenne tre  seggi (con lui furono Marcello Soleri ed Egidio Fazio: voci estreme del Vecchio Piemonte) che negli anni seguenti si opposero a provvedimenti liberticidi.
Giolitti morì deputato in carica. Vittorio Emanuele III (che non presenziò ad alcun funerale, se non a quello di Armando Diaz) si fece rappresentare da Adalberto di Savoia, duca di Bergamo, pluridecorato della Grande Guerra: omaggio della tradizione militare al rupestre statista. Poco prima di morire, Giolitti lesse la storia della “sua” Italia, scritta da Benedetto Croce, che aveva voluto ministro dell'Istruzione nel suo ultimo governo. Di sé aveva composto le “Memorie della mia vita” (erroneamente attribuite a Olindo Malagodi e meditatamente non aggiornate), uscite il 27 ottobre 1922, quando compì 80 anni, a Cavour: vigilia della fase apicale della crisi del governo Facta. A esse vanno affiancate le 5.000 pagine di “Giolitti al governo, in Parlamento, nel Carteggio” (ed. Bastogi) pubblicate tra il 2007 e il 2010 col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e il concorso dell’Associazione di Studi sul Saluzzese, in collaborazione con l'Archivio Centrale dello Stato. Ne emergono la grandezza e l'attualità non solo di Giolitti ma di una vastissima dirigenza animata dal “senso dello Stato”, una realtà apparentemente impalpabile. Come la luce, l'aria, l'acqua esso è vitale. Se ne scopre il bisogno quando comincia a mancare. (*) 
Aldo A. Mola

(*) Nel 90° della morte, alle h. 18 del 17 luglio, Giolitti viene ricordato con un minuto di silenzio dinnanzi alla sua Tomba, nel cimitero di Cavour, per iniziativa dell’Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti presieduta dal saggista Alessandro Mella.    
L'ITALIA IN AFRICA
UNA MISSIONE CIVILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

 Amedeo di Savoia            La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia, capo della Real Casa di Savoia e duca di Aosta, al Corriere della Sera (“Aiutare l'Africa con passione. L'esempio del Duca degli Abruzzi”, 26 giugno 2018, pag.24), invita a riflettere sulla concezione e sulla percezione degli spazi afro-asiatici da parte della Nuova Italia, da anni eluse a cospetto della incalzante irruzione di milioni di “africani” e di “asiatici” sulle coste settentrionali del Mediterraneo. Il tema, vastissimo e aggrovigliato, richiede un'esposizione in prospettiva storica, con riferimento ineludibile ad alcuni capisaldi della Costituzione vigente. Con l'articolo 2 “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo...”.  A differenza degli articoli successivi, come rilevò anche Marcello Pera, esso non si riferisce ai “cittadini italiani” ma all' “uomo”. D'altronde, la Carta venne scritta e discussa nel 1946-47 e datata Roma 27 dicembre 1947,  dopo l'approvazione dello Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), aperto dall'enunciazione di capisaldi etici di valore planetario. Essa entrò in vigore il 1° gennaio 1948, l'anno nel quale “una tantum” l'Assemblea dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si radunò a Parigi per approvare la Dichiarazione universale dei diritto dell'uomo.
      Perduta la guerra, l'Italia era sotto il pesantissimo ricatto dell'esecuzione del Trattato di Pace (10 febbraio 1947), respinto all'Assemblea Costituente da Benedetto Croce con un discorso che meriterebbe di essere affisso in tutti i pubblici uffici. Uomo di pace e di alta cultura storica e filosofica, egli ricordò che “la guerra è una legge eterna del mondo”.  Pertanto a suo avviso i tribunali istituiti dai vincitori per giudicare i vinti costituivano “segno inquietante di turbamento spirituale”, come “il vezzo di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l'entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: pretesa che neppur Dio  rivendicherebbe a sé”. I processi di Norimberga e di Tokyo, conclusi con condanne ed esecuzioni capitali, a suo giudizio erano una “infrazione della morale,  ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici”.
    La Costituente approvò un altro articolo di fondamentale importanza, ieri  come oggi: il 10°, secondo il quale “l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle nome del diritto internazionale generalmente riconosciute” e “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. (Per ogni approfondimento sulla differenza tra richiedenti asilo e migranti economici si veda il sito www.giovannigiolitticavour,it, sezione Documenti). I padri costituenti avevano in memoria i concittadini costretti o indotti a lasciare la patria per sottrarsi alle persecuzione da parte di estremisti del regime di partito unico, ovvero del fascismo, che poi li privò della cittadinanza e dei diritti connessi, inclusi pubblici impieghi, pensioni, etc. Essi avevano in mente anche la sorte di tanti europei raminghi per sottrarsi al nazismo, alla guerra di sterminio sistematico delle opposizioni in Spagna (1946-1938) e nei Paesi via via occupati dall'Asse, con applicazione delle leggi ai danni di minoranze, a cominciare dagli “ebrei”, questione vasta e spinosa sulla quale torneremo. 
   Però buona parte dei padri costituenti finse di non sapere e non vedere che anche alcuni paesi vincitori (l'Unione sovietica del Maresciallo Stalin, la Bielorussia, suo satellite, e la Jugoslavia di Tito: tutti sul banco dei vincitori che all'Italia imposero il basto del Trattato di pace) non garantivano affatto al loro interno l' “esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”, a cominciare da quelle religiose e politiche: erano regimi totalitari né più né meno di quello hitleriano. Ma nel dopoguerra non si registrò una migrazione di richiedenti asilo  da quei paese verso l'Italia. All'opposto, in taluni Stati caduti sotto il controllo dell'URSS si rifugiarono militanti del partito comunista italiano ricercati o condannati per gravi crimini comuni. Praga, sovietizzata, fu tra le città più ospitali nei confronti di tale “migrazione”, che ebbe tra i suoi nomi emblematici quello di Francesco Moranino.   
    Malgrado le più ampie attestazioni di “buona volontà” verso i vincitori, l'Italia rimase esclusa dall'ONU, in una sorta di limbo nel quale contrirsi. Vi fu ammessa nel 1955, insieme con la Spagna  di Francisco Franco: la cui salma il fatuo presidente del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha deciso di estumulare alla svelta dal Valle de los Caidos, ideato dal “caudillo” quale tempio della pacificazione nazionale.
    Dopo la decolonizzazione, in Italia risultò sconveniente ricordare la storia e proporre un bilancio pacato del ruolo svolto Oltremare nell'Otto-Novecento, Alcune considerazioni ora si impongono per comprendere la portata del rapporto tra l'Italia e gli spazi afro-asiatici. In primo luogo va constatato che la “missione” dell'Italia nel mondo fu propugnata dai profeti dell'unificazione nazionale: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi (che dall'Uruguay giunse in Italia con il fido Agujar, già suo compagno in tante battaglie) e dalla diplomazia del regno di Sardegna, soprattutto con l'avvento di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che estese e rafforzò la propria rete in direzioni prima non tentate.    
   Gli altri Stati italiani pre-unitari non concepirono una politica coloniale. Gli sprovveduti apologeti del regno delle Due Sicilie (è il caso di Pino Aprile) dovrebbero ricordare che mentre gli inglesi vincevano la Guerra dell'Oppio contro la Cina e stroncavano sanguinosamente l'insorgenza degli indiani contro il loro dominio e mentre i francesi di Napoleone III entravano in Hanoi (1859: l'anno Solferino e San Martino) Ferdinando II di Borbone non aveva ancora capito la svolta in atto nel Mediterraneo con il taglio dell'istmo di Suez e la seconda rivoluzione industriale (lo ebbe chiaro Cavour che puntò sul “corridoio” ferroviario euro-padano: precursore della Alta Velocità di cui l'Italia oggi ha e sempre più avrà bisogno per rimanere davvero in Europa, con buona pace di tanti miopi provincialotti). 
   Tre anni dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia (14 marzo 1861) l'economista Gerolamo Boccardo domandò se fosse giusto, dignitoso e utile “tenersi in disparte da quel vasto movimento coloniale, in cui tanti altri popoli dalla natura meno  privilegiati vanno da secoli acquistando tesori di gloria e di ricchezza”. Gli fecero eco Leone Carpi, mazziniani, garibaldini, militari, diplomatici, imprenditori ma senza esito politico sino a che il Mediterraneo risultò troppo stretto. La svolta venne nel 1881, quando Parigi, che dal 1830 con Carlo X e poi Luigi Filippo d'Orléans aveva conquistato l'Algeria con metodi  brutali, impose il suo protettorato sulla Tunisia. Stipulata l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino per pararsi le spalle, su forte pressione della Gran Bretagna (che acquisita Cipro si “impose” sull'Egitto) il regno d'Italia compì il primo passo politico: lo sbarco a Massaua. Seguirono anni di scontri armati e di progetti, conclusi nel 1890 con l'istituzione della Colonia di Eritrea, affacciata sul Mar Rosso.  Con quali programmi e quale mentalità? La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia invita appunto alla riflessione. La colonizzazione fu fortemente appoggiata dall'unico socialista scientifico dell'Italia di allora, il filosofo Antonio Labriola, nel 1888 a un passo dall'iniziazione nella loggia massonica “Rienzi” di Roma. Secondo Labriola, che aveva letto bene Karl Marx ed era in corrispondenza con  Friedrich Engels, l'Italia doveva partecipare alla colonizzazione, processo di portata mondiale, e poteva sperimentare forme di socialismo proprio Oltremare, armata di “qualche minuzzolo di diritto romano e di due dozzine di articoli del codice civile”, in una terra che aveva altre e diverse regole e costumanze. Bisognava almeno rendere omaggio “al semisocialismo moderato e cooperativo di Giuseppe Mazzini”. Alla colonizzazione  agricola dedicarono indagini severe Leopoldo Franchetti, già studioso con Sidney Sonnino della questione meridionale e della Sicilia in specie, Ferdinando Martini (poi autore del memoriale sull' “Affrica italiana”, di cui fu governatore civile, come ricorda il suo biografo Guglielmo Adilardi).
   A distanza di quasi un secolo e mezzo risulta esemplare la figura del maggiore Pietro Toselli, caduto con i suoi uomini all'Amba Alagi. Nel corso della sua missione, Toselli ebbe modo di allestire un piccolo villaggio, al quale dette nome “Nuova Peveragno”, in omaggio al suo comune natio, nel Cuneese. Ne scrisse Vittorio Bersezio, storico, letterato, fondatore della “Gazzetta Piemontese” (poi “La Stampa”). In quell' “esperimento” Toselli accomunò cattolici, copti, ebrei, musulmani e agnostici. Ciascuno ebbe il suo spazio di preghiera o di libera meditazione, e tutti erano accomunati all'insegna della tolleranza, di un  nuovo umanesimo universale. Negli stessi anni Francesco Crispi, massone dal 1861, tentò la conciliazione con la Santa Sede, come ricorda lo storico Francesco Margiotta Broglio, Premio Acqui Storia 2018 “alla carriera”. Mentre la colonizzazione inglese aveva alle spalle la chiesa anglicana, evangelici e riformati e la Francia contava sul sostegno dei missionari cattolici, l'Italia era aperto conflitto con papa Leone XIII. Erano gli anni dello scoprimento della statua di Giordano Bruno in Campo dei Fiori (1889). Ma almeno Oltremare gli italiani dovevano essere uniti. E potevano divenirlo solo con la collaborazione tra governo e clero cattolico, senza pregiudizio verso ebrei, riformati e non credenti, all'insegna dello Statuto che aveva parificato tutti i regnicoli dinnanzi alla legge.
Quel processo venne ripreso dopo la costituzione della colonia di Somalia (1907) e con la proclamazione della sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica(1911-1912): un cammino storico che merita di essere meglio conosciuto, proprio per ricordare a europei e non europei i capisaldi della missione civile dell'Italia in Europa e nel mondo.
Aldo A. Mola

ANITA GARIBALDI
LA LEZIONE UNIVERSALE DEL RISORGIMENTO ITALIANO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          Torna Anita Garibaldi e ci ricorda che l'Italia nacque patria della libertà, vessillo di Due Mondi in lento cammino verso il “Sol dell'Avvenire”: diritti civili, parità di genere, emancipazione dalla superstizione e dallo sfruttamento dei deboli, rispetto delle Istituzioni non per feticismo ma perché sono patrimonio comune dei cittadini. Il Risorgimento italiano fu non solo un esempio ma un modello planetario. Una Profezia che per interpreti ebbe voci universali, come l'Alessandro Manzoni di Le Pentecoste e Giuseppe Verdi, che nel Nabucco elevò gli Ebrei a simbolo della Redenzione di tutte le genti.    
  Ana Maria Ribeiro da Silva nacque probabilmente nel 1821 a Morinhos, nello “stato” brasiliano di Santa Catarina. Non esisteva anagrafe civile e i registri parrocchiali facevano i conti con la guerra per l'indipendenza dell'America meridionale da Lisbona e da Madrid. Due anni dopo, nel 1823, il presidente degli Stati Uniti d'America, James Monroe, lanciò il celebre proclama: “l'America agli Americani”, cioè agli USA stessi, contro ingerenze europee. Allora come ora. Per chi, come Ana (Anita), nasceva da un mandriano e da una cucitrice, in una famiglia numerosa, la vita era tutta in salita. A quattordici anni venne data in sposa a un calzolaio, Manuel Duarte de Agujar. Forse non fu il migliore dei mariti. Di sicuro sappiamo quanto ne scrisse Giuseppe Garibaldi, che del tutto casualmente la vide di lontano, con l'aiuto del cannocchiale. Colpo di fulmine. Quando l'ebbe dinnanzi le disse in italiano le “proterve parole”: “Tu devi essere mia”. E la prese con sé. Cambiò tutto. L'Eroe aveva trent'anni. Nato a Nizza il 4 luglio 1807, cittadino dell'Impero dei francesi, francofono, italofono e soprattutto padrone del “nizzardo”, da ragazzo imprese a navigare. Visitò Roma e il Mediterraneo orientale in una sequenza di avventure da lui stesso narrate nelle Memorie, scritte con la penna di Comandante e di autodidatta cresciuto nella lettura dei classici (anche di politica, come documenta il suo biografo Romano Ugolini) e dei romanzi storici dell'Ottocento, con qualche radice in quelli “gotici” di fine Settecento. Questi gli ispirarono i suoi libri più famosi, “Cantoni il Volontario”, “Clelia o il governo dei preti” (ripubblicato nel 1973 da chi scrive nella collana “I Feuilletons” diretta da Giovanni Arpino) e “Manlio” (rimasto inedito per oltre mezzo secolo), che prese nome dal terzogenito avuto dalla terza moglie “ufficiale”, Francesca Armosino.
  Rapita dallo sguardo magnetico dell'Eroe, temporaneamente tra i “farrapos” nelle intricatissime lotte tra fazioni che si contendevano le miserie del Brasile, Anita mostrò subito il suo intrepido valore nella battaglia della Laguna, ove (narrasi) armò di sua mano il cannone e sparò il primo micidiale colpo. Il 16 settembre 1840 partorì il primogenito, battezzato Menotti in omaggio a Ciro, il patriota fatto impiccare da Francesco IV di Asburgo-Este, che prima lo volle complice del suo fatuo agonismo espansionistico, poi lo catturò, lo portò al seguito come un animale in gabbia e infine lo eliminò per cancellare le prove della sua vanesia pochezza. Era il duchino che appena restaurato fece decretare le pene più feroci a carico dei massoni che a Modena già nel Settecento avevano avuto una loggia importante, come documenta Giuseppe Orlandi nel bel saggio “Per la storia della Massoneria nel Ducato di Modena dalle origini al 1755”.
   Morto Duarte, il 16 giugno 1842 Giuseppe e Anita celebrarono le nozze con rito cattolico nella chiesa di San Francesco di Assisi di Montevideo. Già Corsaro, affermato come Capitano di terra e di mare, memore degli anni mai documentati a Costantinopoli (ove visse impartendo lezioni ai figli di un’agiata vedova e subì un tentativo di linciaggio da parte di fanatici islamici, quasi incubo nella sua vita, come i preti di tutte le fedi), Garibaldi assunse poi la difesa della Repubblica dell'Uruguay contro l'Argentina. Per i due furono anni duri, durante i quali nacquero Rosita (morta piccina), Teresita e Ricciotti, altro nome di patriota risorgimentale. 
  Nel 1847, credendo che Pio IX  fosse alfiere della lotta contro i barbari (come aveva fatto papa Giulio II della Rovere tre secoli e mezzo prima per levarsi di torno i sempre molesti francesi), Garibaldi scrisse al nunzio pontificio a Rio de Janeiro per mettere la sua spada a servizio del papa, capofila della causa italiana. Non ebbe risposta. Però sentì che l'ora era suonata. Nel 1844 era stato regolarizzato massone nella loggia “Les Amis de la Patrie”, dipendente dal Grande Oriente di Francia, all'epoca in armonia con la Gran Loggia Unita d'Inghilterra. Vi era una Internazionale della Libertà, come Garibaldi scrisse nel 1871 in una lettera conservata al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino e che sarà pubblicata nell'“Epistolario” garibaldino curato da Romano Ugolini. I marxisti, la lotta di classe, gli “archimandriti della Rivoluzione” vennero dopo e divisero ciò che era unito: il fronte comune dei liberali contro ogni tirannia, di casta, di ceto, di classe.
  Per portarsi avanti, ormai generale della Legione italiana, Giuseppe mandò moglie e figli a casa della madre, a Nizza, che era regno di Sardegna, come era ed è italiana, anzitutto sotto il profilo geografico, e anche antropico e culturale come ricordano i saggi di Giulio Vignoli. Caio Ottaviano Augusto, imperatore, non ebbe dubbi a includere Nizza nella IX Regio dell'Italia, dal mare alla destra del Po.
  Poi anch'egli partì verso l'Italia con una sessantina di compagni, non di ventura ma di patriottismo. Contava sull'intelligenza di Carlo Alberto di Sardegna, il cui governo lo aveva condannato a morte per la cospirazione in Genova nel remoto 1834. Arrivò quando ormai le sorti della prima guerra per l'indipendenza volgevano al peggio. Dopo l'armistizio sottoscritto dal generale Salasco di Cornero a Vigevano (la scrivania sulla quale firmò è conservata nel suggestivo Castello di Marchierù, a Villafranca Piemonte: una perla ora aperta alle visite), Garibaldi non rimase con le mani in mano. Accorse a Roma e con Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (tra le intelligenze supreme della sua Casa e artefice dell'unità con i Congressi degli scienziati italiani) proclamò la Repubblica. Fuggito dalla ormai pericolosa Città Eterna, Pio IX si era rifugiato tra le sudate braccia di Ferdinando II di Borbone, napoletano pacioso ma sovrano spergiuro e persecutore accanito di ogni libertà, di culto e di pensiero (per anni tenne chiusi insigni patrioti in fetide celle).  Cominciarono cinque mesi di lotte diplomatiche e di guerra guerreggiata. La Costituzione della Repubblica romana rimane documento di lungimiranza, a cominciare dalla parità dei diritti civili e politici a prescindere da culti e genere. 
Finì male. Napoleone III, antico carbonaro, per compiere il balzo da principe-presidente a dominatore della Francia aveva bisogno dei voti dei cattolici. Il 23 marzo Carlo Alberto venne sconfitto dagli austriaci nella brumal Novara. L'Italia era in ginocchio. Anita raggiunse il marito a Roma. Poco dopo, la Repubblica crollò, malgrado l'eroica resistenza garibaldina al Vascello. Nel tafferuglio dei combattimenti, Goffredo Mameli rimase ferito da ferro (o fuoco?) amico, agonizzò, morì dopo che Mazzini aveva ormai lasciato Roma. Il 2 luglio Garibaldi radunò i suoi e promise lacrime e sangue per chi lo avesse seguito alla difesa di Venezia, unico farò di italianità ancora acceso.
  Iniziò una marcia defatigante. Via via i reparti si assottigliarono. Dopo una sosta nel libero Stato di San Marino, caro a Giosuè Carducci, Garibaldi tentò il mare su bargozzi intercettati dagli austriaci. Il grosso venne catturato. I “più colpevoli” furono sommariamente processati, condannati a morte e fucilati. Fu il caso del padre barnabita Ugo Bassi, del popolano trasteverino Ciceruacchio e di suo figlio, ancora adolescente. Nessuna pietà per i vinti. Con il fido aiutante Leggiero, Garibaldi riuscì a prendere terra. In stato avanzato di gravidanza, Anita era sofferente. A stento i tre arrivarono alla Mandriola nella tenuta dei marchesi Guiccioli. Lì, il 4 agosto, Garibaldi si congedò dalla moglie, affidata alla pietas di chi aveva motivo di temere per la propria vita e dal Capanno prese la corsa verso il Tirreno. La “trafila” lo condusse in salvo. “Eroe per scelta e per destino”, come ha scritto Aldo G. Ricci in un succoso profilo biografico nel bicentenario della morte.
Anita fu coperto con un palmo di terra alla Mota della Pastoreta, ove il cadavere venne rinvenuto una settimana dopo, sepolto alla bell'e meglio e già deturpato da animali selvatici. Il primo raccapricciante verbale lo descrive: “dall'apparente età di 30 o 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute, e sparsi tra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, cosi detti alla puritana. Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Mancava di due denti molari. “Il cadavere fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi”. 
   Come ricorda Silvia Cavicchioli in “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017, ottima candidata al Premio Acqui Storia), a confutare la truce leggenda che tentò addirittura di addebitare a Giuseppe lo strangolamento della moglie, ormai “zavorra” per la sua rocambolesca corsa verso la salvezza, fu il gesuita Antonio Bresciani, scrittore della “Civiltà Cattolica”. Autore di libelli antimassonici (e poi bersaglio di Antonio Gramsci, che lo elevò a canone dell'anti-Risorgimento) il gesuita liquidò la diceria antigaribaldina con formula lapidaria: “Se ne son dette tante! Ma chi vuol dire dica”. Le false notizie non sono invenzione dei nostri giorni. Sono merce antica.
  Studiosa accurata dei Cadorna e dei La Marmora, Cavicchioli rende omaggio alla generosità di Anita, simbolo della partecipazione femminile alla vita italiana sin dalla sua origine risorgimentale, e a Garibaldi, sfortunato nella vita quotidiana quanto meritoriamente celebre in quella pubblica, sintetizzata nella formula “Italia e Vittorio Emanuele” (mai abbastanza apprezzata). Forse insiste troppo sulla “confisca” della memoria di Anita da parte del “fascismo”. Il primo a riscattarla dall'oblio fu proprio Giuseppe Garibaldi che, appena possibile, ne recuperò la salma e la traslò a Nizza. La sua celebrazione, culminata nel monumento erettole nel 1932 sul Gianicolo (opera del famoso scultore Mario Rutelli) fece parte del recupero della memoria nazionale. Ve ne era e ve ne è bisogno, per non perdere la bussola.
Aldo A. Mola
 
L'Editoriale
IL 1898: L'ITALIA IN CINA E LA CONFERENZA MONDIALE ANTITERRORISTICA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          Le crisi odierne sono piccola cosa rispetto a quelle di un secolo addietro. L'Europa e il mondo intero erano col fucile sempre al piede. Altrettanto valeva per l'Italia, nel maggio 1898 percorsa da moti insurrezionali divampati tra la Toscana e la solitamente quieta Lombardia. A Pavia una manifestazione studentesca fu repressa dai militari. Cadde ucciso anche il figlio di Giuseppe Mussi, alto dignitario del Oriente Italiano, futuro senatore del regno. A Milano andò peggio. Vi venne proclamato lo stato d'assedio. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris, fossanese, usò il pugno di ferro e applicò il codice penale militare. Non esitò a chiudere associazioni sospette e ad arrestare deputati dell'opposizione: repubblicani, radicali, il socialista Filippo Turati e don Davide Albertario, capofila della Democrazia cristiana, aspramente antiliberale, con punte di antisemitismo fanatico. Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, da quattro settimane alla guida del suo quarto governo in soli due anni, con cambi continui di ministri nelle posizioni chiave, finalmente uscì di scena. Dopo due ministri siciliani, lui e Francesco Crispi, travolto nel marzo 1896 dalla rovinosa sconfitta inflitta al corpo italiano da parte del negus  d'Etiopia Menelik presso Adua, al governo tornarono uomini dell'antico regno di Sardegna: il generale savoiardo Luigi Girolamo Pelloux (due ministeri in due anni, 1898-1900) e Giuseppe Saracco, di Bistagno (1900-1901), tuttora in attesa di una biografia scientifica.
Tra i validi componenti dell'ultimo governo Pelloux (Luigi Luzzatti, il matematico Luigi Cremona, antico sodale di Carducci nella loggia “Felsinea” di Bologna, Secondo Frola e il generale Alessandro Asinari di San Marzano) uno solo tornò nell'Esecutivo: l'ammiraglio Felice Napoleone Canevaro. Nato a Lima di Perù nel 1838 da una famiglia originaria di Zoagli, allievo a quattordici anni della Regia scuola di marina di Genova, dopo una parentesi nella marina allestita da Giuseppe Garibaldi in Sicilia (1860), Canevaro si condusse valorosamente nell'assedio di Gaeta e di Messina (1861), roccaforti di Francesco II di Borbone. Sempre in prima linea (anche nella sfortunata battaglia navale di Lissa, nel 1866: ne scrive Nico Perrone nell'imminente saggio su “Il processo  all'agente segreto di Cavour: l'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa”, ed. Rubbettino), dopo molti incarichi di prestigio capitanò la prima circumnavigazione del  globo della Nuova Italia con l'incrociatore “Colombo” (1877-1879). Ne tornò con la salma di Nino Bixio, morto nell'isola di Sumatra mentre procurava caucciù per il garibaldino Giovanni Battista Pirelli. Di gradino in gradino arrivò a comandare le forze internazionali di interposizione tra Turchi e Greci intervenuti a Creta a sostegno degli insorti, sorretti anche da volontari italiani, contro il secolare orribile dominio ottomano. Canevaro dette tali prove di fermezza militare e di abilità diplomatica da essere proposto alto commissario per l'isola, carica poi conferita al cugino del re di Grecia, Giorgio.
Schiena dritta, da ministro degli Esteri egli condusse in porto il nuovo vantaggioso trattato commerciale con la Francia, siglato il 26 novembre 1898. Le “sorelle latine” avevano alle spalle la proclamazione unilaterale del protettorato francese su Tunisi nel 1881 (un grave sgarbo contro l'Italia, che vi contava anche alcune importanti logge), la guerra doganale del 1886, l'infame massacro di terrazzani italiani ad Aigues Mortes nell'agosto 1893 (ne ha scritto Gérard Noiriel nell'ottimo saggio edito nel 2010 da Tropea con lugubre sottotitolo: “Quando il lavoro lo rubavamo noi”), la “caccia all'italiano in Lione e dintorni nel 1894, l'aiuto francese a Menelik e altro ancora: non solo “parole” ma pugnalate alle spalle. Giovane e gracile,l'Italia non poteva reagire. Canevaro ebbe buon gioco anche perché la Francia stava facendo pessima figura a Fashoda, un villaggio nel Sudan, sull'Alto Nilo. Dopo una marcia di quattordici mesi il maggiore Jean-Baptiste Marchand  il 10 luglio vi attestò 150 tiratori francesi per congiungersi con due corpi in arrivo da Gibuti e dall'Etiopia. Ma il 18 settembre a Fashoda per via fluviale arrivò un contingente inglese guidato dal leggendario Horatio Kitchener. I britannici avevano poco prima annientato la rivolta del Mahdi, fondamentalista islamico: difficile il conto dei morti. Centinaia di migliaia, come in India quarant'anni prima.  
Parigi intendeva completare l'egemonia dal Senegal, sull'Atlantico, al Corno d'Africa. Ma Londra era decisa a impedirglielo per ribadire la continuità del suo dominio sul Continente Nero, da Alessandria d'Egitto a Città del Capo. Si arrivò sull'orlo della guerra generale, con la mobilitazione delle rispettive flotte. La britannica era decisamente superiore. Perciò la Francia, lacerata dall'affaire Dreyfus (razzismo, clericalismo, odio per gli ugonotti e i massoni), ripiegò le vele e ordinò al maggiore Marchand di tornare sui suoi passi (3 novembre 1898). 
L'Italia non stava a guardare. Proprio il celebre esploratore Stanley dopo Adua aveva scritto un articolo a sostegno della politica coloniale italiana, preziosa per Londra. La sconfitta andava messa nel conto del “fardello dell'uomo bianco”: l'espansione planetaria non solo in termini politico-militari o commerciali ma anche di diffusione di un umanesimo comunque superiore rispetto agli stili di vita (o “civiltà”) di subcontinenti nei quali i diritti dell'uomo e del cittadino erano (e in tanta parte ancora sono) un sogno remoto.
  Canevaro si incuneò nel varco della rivalità tra Francia e Gran Bretagna e rivendicò la prelazione dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica, col sostegno di Vienna e Berlino. 
  Nel 1898 lavorò a un altro progetto di portata internazionale. Da un decennio in tutta Europa e nelle Americhe imperversavano attentati anarchici, messi a segno quasi sempre contro capi di stato e di governo liberal-progressisti in nome del “tanto peggio, tanto meglio”. I riformatori smussavano le asperità, attenuavano i contrasti: erano i veri conservatori, lungimiranti. Perciò andavamo eliminati, come avvenne in Spagna con l'assassinio di Cànovas del Castillo. Dopo lo spregevole assassinio dell'imperatrice Elisabetta d'Asburgo (Sisi, non Sissi, come solitamente si dice) per mano del delirante anarchico italiano Luccheni, Canevaro promosse una conferenza internazionale contro il terrorismo, anticipatrice dell'“Interpol”. Ma papa Leone XIII si mise di traverso. Trent'anni dopo Porta Pia, la Santa Sede ancora non riconosceva Roma capitale d'Italia e deplorò che venisse convocato un convegno nella “sua” Città Eterna, quasi in coincidenza con l'imminente Giubileo. Come a suo tempo documentato da Silvio Furlani, storico insigne e quindi dimenticato, il progetto fallì. Due anni dopo l'anarchico Gaetano Bresci assassinò a Monza il re d'Italia, Umberto I. Il ministro dell'Interno e poi presidente del Consiglio Giolitti sospettò che alle spalle vi fosse un complotto internazionale incardinato su Maria Sofia di Wittelsbach, vedova di Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, per vendetta contro l'Italia massonica. 
  Poiché faceva politica estera di ampio respiro, col sostegno iniziale degli inglesi il governo Pelloux-Canevaro puntò ad allestire una base navale italiana nella baia di San-Mun nello Che-Kiang, in Cina, ma incappò nell'avversione di Russia e Cina. Erano anni di tensioni estreme, come quella tra impero russo e Gran Bretagna per il passo di Kabul, in Afghanistan. Investito da acri polemiche, Pelloux si dimise e formò un secondo governo. Agli Esteri tornò il decano della diplomazia italiana ed europea, il marchese Emilio Visconti-Venosta, con sottosegretario il giolittiano Guido Fusinato. La Cina, tuttavia, rimase nelle corde del governo italiano, che compartecipò alla spedizione delle Sette Potenze per liberare Nanchino assediata dalla rivolta dei boxer. Ottenne la concessione di Tien-Tsin. Benché poco più che meramente rappresentativa, questa costituì un segnale. Il Paese non era “Italietta”. Non alzava la voce, ma faceva: un trattato dopo l'altro, secondo la regola di Visconti-Venosta “indipendenti sempre, isolati mai”. Così, senza rompere la Triplice Alleanza con Vienna e Berlino, Giulio Prinetti, ministro degli Esteri nel governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903), concluse l'accordo franco-italiano su Marocco e Tripolitania. L'ambasciatore di Francia a Roma, Camille Barrère, assicurò che la Francia sarebbe rimasta neutrale in caso di aggressione diretta o indiretta dell'Italia da parte di una o più potenze (poteva essere solo l'Austria-Ungheria, data la solida amicizia italo-germanica) e riconobbe la prelazione italiana sulla Tripolitania, già garantita da Berlino e da Vienna nel quarto rinnovo della Triplice Alleanza (1902). L'ambasciatore di Francesco Giuseppe d'Asburgo vi dichiarò che l'Impero non aveva interessi speciali da salvaguardare in Tripolitania e Cirenaica e non avrebbe ostacolato il governo italiano se fosse ricorso a misure dettate dai suoi interessi: la futura guerra contro i turchi e la piena sovranità dell'Italia sulla Libia (1911-1912). 
“Navigare necesse...”. L'“Adriatico amaro” stava stretto all'Italia, che perciò mise in programma anche l'Albania, ma sempre con l'occhio teso a mari lontani, dall'Eritrea alla costa della Somalia, elevata a Colonia nel 1907. In quegli spazi e nella realizzazione  della sua missione civile (a suo tempo invocata anche da Giuseppe Mazzini) il governo di Roma ebbe il sostegno dei Padri della Consolata: una linea che affondava radici nell'opera del celebre cardinal Massaja. Era la “conciliazione silenziosa”, nel rispetto dei principii e dei ruoli, distinti e a volte distanti. Quella di Felice Napoleone Canevaro era un'Italia dalla quale ancora oggi vi è molto da imparare, mentre l'“Europa” rimane un'espressione geografica: prudenza, pacatezza, fermezza. Non chiacchiere ma fatti, nella consapevolezza che il ricorso alle armi diviene fatale quando fallisce la diplomazia. Perciò occorreva (come occorre) un ministro degli Esteri all'altezza dei tempi. Vienna aveva per motto: “Gerant alii bella, tu, felix Austria, nube”. Lo dimenticò nel 1914, per la rovina d'Europa e di se stessa.  
Aldo A. Mola

Mignone, un militare nella Terza Italia
IL GEN. GRAZIANO CITTADINO ONORARIO DI FONTANILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          “La Pace è il più grande bene sia per il paese che per gli individui. Dopo la burrasca tornerà il sereno. Quando sarà tornata la pace il mondo ci sembrerà più bello”. Lo scrisse il maggiore Francesco Mignone alla madre dall'ospedale da campo 231, Zona di guerra, il 9 ottobre 1917. Nato a Savona nel 1884, ultimo di quattro fratelli, allievo dell'Accademia di Modena dal 1904, nel 1911-1912 Mignone comandò una centuria nella guerra dell'Italia contro la Turchia per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Meritò la Medaglia d'Argento al Valor Militare nel combattimento di Tecniz (16 settembre 1913). Rimpatriato nel giugno 1914, il 29 marzo 1915 partì per l'Eritrea, assegnato al Regio Corpo Truppe Coloniali. Ne rientrò nell'aprile 1917. Al comando del II battaglione del 247° reggimento fanteria (Brigata Girgenti) nella conquista di Monte Vodice fu ripetutamente ferito e meritò un'altra medaglia. Ma il peggio doveva ancora venire: l'offensiva austro-germanica del 24 ottobre 1917 nell'alto Isonzo che costrinse il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, a ordinare la ritirata sul Tagliamento e poi sul Piave, come predisposto da anni. All'inizio della XII battaglia dell'Isonzo, il 24 ottobre 1917, alcuni reparti gettarono le armi e si arresero al nemico (che catturò circa 300.000 soldati, migliaia di bocche da fuoco, enormi quantità di “munizioni da bocca” e vestiario, come ricorda il gen. Oreste Bovio nell'esemplare sintesi In alto la bandiera, ed. Bastogi). Altri, invece, arretrarono combattendo strenuamente metro per metro. Il ripiegamento non degenerò in fuga disordinata e nel collasso dell'intero Esercito. Non vi furono ammutinamenti, a differenza di quanto era avvenuto in Francia e, peggio, in Russia. La battaglia si risolse nella dissoluzione della II Armata comandata da Luigi Capello, ma non determinò la disfatta dell'Esercito italiano. Non fu affatto una “Caporetto”, se per tale s'intenda sbandamento generale seguito da sconfitta irrimediabile. Agli ordini di Emanuele Fliberto di Savoia, duca d'Aosta e cugino del Re, la III Armata ripiegò in ordine di combattimento e saldò il nuovo fronte, più breve e difendibile, con caposaldo sul Grappa, fortificato per anni da Cadorna quale cardine della difesa a oltranza e della controffensiva, quando fosse giunta l'ora.
La monarchia e la rivoluzione 
  La ritirata sul Piave era stata meticolosamente predisposta da Cadorna, Comandante Supremo, che tenne nervi saldi. In due settimane l'avanzata austro-germanica si esaurì, anche per il suo eccessivo allontanamento dalle basi di partenza. Il 9 novembre, dopo i convegni di Rapallo e Peschiera (6-8 novembre), gli anglo-francesi ottennero quel che volevano: la sostituzione del rupestre Cadorna con il generale Armando Diaz, ritenuto più malleabile ai loro consigli e più duttile verso il Parlamento, sempre in stato confusionale. Lo era, ma era anche come l'Oro.  Comandante Supremo, decise la guerra nei modi e nei tempi di propria scelta, malgrado la scriteriata pressione del presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, che giunse a telegrafargli: “meglio una sconfitta che la stasi”. Ne scrisse il gen. Giulio Gratton in una biografia esemplare, ora riecheggiata da Raffaele Riccio in Armando Diaz. Il generale e l'uomo (Edizioni dell'Ippogrifo). 
  Né Cadorna né Diaz avevano previsto la barbara ferocia esercitata dagli occupanti contro la popolazione civile delle terre italiane occupate, abusata con spregevoli metodi medievali. L'Italia capì e reagì. Alla Camera Filippo Turati disse che anche per i socialisti la Patria era sul Piave. Non era più tempo di “né un uomo, né un soldo”, di “né aderire, né sabotare”. Ogni cittadino doveva scegliere da che parte stare: per o contro l'Italia che in mezzo secolo di unità nazionale aveva fatto passi da gigante trasformandosi da “volgo disperso che nome non ha” in grande potenza (sia pure attardata per storia politica e penuria di risorse naturali). 
  Due anni di guerra (dal 24 maggio 1915) avevano stremato un paese ancora fragile, dando fiato ai rivoluzionari decisi a instaurare un fabuloso “Ordine Nuovo” e a “fare come in Russia”: abbattere la monarchia, sterminare la famiglia reale, espropriare, collettivizzare, il bel “bagno di sangue della borghesia”, di quando in quando riproposto, sino agli anni Settanta quando uscivano libri come “Proletariato senza rivoluzione”. Bastava una scintilla per dar  fuoco alla paglia. Lo si vide proprio a Torino nell'agosto 1917: una protesta per il rincaro del pane minacciò di degenerare in insorgenza e rivoluzione alle spalle dell'Esercito impegnato nell'offensiva che avrebbe potuto fruttare il successo se solo avesse disposto di artiglieria migliore e con proiettili non razionati e se gli “alleati” franco-britannici (gli  americani erano ancora militarmente irrilevanti) avessero concorso nel loro stesso interesse. 
  Il governo, presieduto da Paolo Boselli, decano della Camera, era al di sotto del compito, come lo era stato quello di Antonio Salandra, che aveva tessuto la trama dell'intervento in guerra e in un dormiveglia angoscioso si rese conto di essere andato troppo avanti impegnando lo Stato senza ancora avere informato il Re. Quello è uno dei rovelli della nostra storia, dimenticato alla copiosa narrativa sull'intervento. Tante pagine oscure del 1914-1915 vanno chiarite al di là di quanto scrive Andrea Ungari in La guerra del Re. Monarchia, Sistema politico e Forze Armate nella Grande Guerra (ed. Luni), candidato al Premio Acqui Storia 2018, presieduto dall'assessore Alessandra Terzolo.
Fontanile onora il generale Claudio Graziano...    
   Per una delle congiunzioni astrali che propiziano le più belle pagine d'Italia nel Centenario della Grande Guerra, Alessandra Balbo, sindaco di Fontanile, in provincia di Asti, ha allestito un evento memorabile: la rievocazione del maggiore Francesco Mignone e di tutti i caduti del suo piccolo incantevole borgo, dalla storia segmentata  e dominata dalla possente cupola della chiesa di San Giovanni Battista, opera di Francesco e Giuseppe Gualandi, consacrata nel 1934: una tra le opere più imponenti dei due artisti bolognesi. 
Al patrocinio e al contributo di una quarantina di istituzioni, enti e imprese (Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa, sino al citato Premio Acqui Storia), la due giorni di Fontanile è incardinata su molti eventi di spicco. Anzitutto il conferimento della cittadinanza onoraria al generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Convegno su “Il valore della Memoria”, una Mostra, il carosello della Fanfara della Brigata Alpina “Taurinense”, la proiezione di “Fango e Gloria”, apprezzato docufilm di Leonardo Tiberi, la Fanfara dei Bersaglieri, uno spettacolo musicale sui temi della Grande guerra.
La cittadinanza al generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa e designato presidente del Comitato militare dell'Unione Europea, va alla persona, al territorio, all'Italia. Tributa onore a chi ha comandato innumerevoli esercitazioni (Danimarca, Norvegia) e delicate missioni militari all'estero (Mozambico, 1992; Afghanistan, 2006; Libano, 2007-2010), fu Capo di Stato Maggiore dell'Esercito e, dal 2014, è Capo della Difesa.
 Torinese di nascita, con radici profonde nel Vecchio Piemonte (alla vigilia della cerimonia di Fontanile egli verrà festeggiato nella sua “piccola patria”, Villanova d'Asti), il gen. Graziano appartiene a una terra che alle Forze Armate ha dato per secoli uomini di prim'ordine. Per stare ai soli vertici dello Stato Maggiore Generale vanno ricordati Pietro Badoglio, di Grazzano (i cui abitanti respingono sdegnati le proposte di cancellarne il nome dal suo comune nativo), Ugo Cavallero, di Casale Monferrato, il torinese Vittorio Ambrosio e il saviglianese Claudio Trezzani. A questi vanno aggiunti i Capi di Stato Maggiore dell'Esercito, il torinese Tancredi Saletta e i due Cadorna, Luigi, Comandante Supremo nella Grande guerra, e Raffaele, suo figlio, già comandante del Corpo Volontari della Libertà (1944-1945).
...e il Maggiore  Francesco Mignone
  Il secondo momento ideato dal sindaco di Fontanile, di concerto con il Comando Militare Esercito Piemonte e il fattivo consiglio del col. Antonio Zerrillo, è la presentazione del saggio “Un Eroe del Piave. Storia della Medaglia d'Oro al Valor Militare Francesco Mignone” scritta da Lorenzo Mazzonnetto sulla scorta di documenti inediti. Ne emerge l'eroismo purissimo di un militare che sognava la pace e il 10 giugno 1918 dal “Basso Piave” alla madre scriveva: “Sto diventando vecchio e sento bisogno della vita tranquilla” e le suggeriva di trasferirsi nella loro amata  Fontanile. “Là staresti anche più pacifica e forse staresti meglio per i viveri, coi capponi colle uova e le farine di casa”. 
   Una settimana dopo gli  austro-ungarici (in realtà sloveni e croati comandati da von Boroevic) scatenarono l'ultima offensiva. Per gli italiani la parola d'ordine era la stessa: “Resistere, resistere, resistere”. Fino all'ultimo sangue. Nella battaglia del Solstizio il 17 giugno Mignone cadde dopo tre giorni di lotta, nell'ansa di Lampol a Villa Martini, presso Fossalta del Piave, “fulgida sentinella isolata oltre le nostre linee e simbolo delle più alte virtù militari” come scrive la motivazione della Medaglia d'Oro conferitagli alla memoria il 31 maggio 1923. Suo fratello, Riccardo, era caduto in combattimento nella guerra di Libia. Era stato iniziato massone il 28 settembre 1911 nella loggia “Eritrea” di Asmara, con numero di matricola 36.653.
  Di quanto sia giusto andare orgogliosi della nostra storia un secolo dopo la Vittoria nel 4 novembre 1918 a Fontanile parleranno il gen. Luigi Cinaglia e il col. Antonio Gelao, coordinati da Vanni Cornero. L'Italia ripudia la guerra ma ha diritto/dovere di difendere la pace dei suoi cittadini quando ancora mancano due anni al 150 dell'annessione di Roma, che coronò il sogno di Cavour, Garibaldi, Mazzini e del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II.
Aldo A. Mola

90 anni dopo il terribile 1928
SALVAGUARDARE I DIRITTI DI LIBERTA'
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

            Per settimane urla, insulti e minacce di “politici” di varia ascrizione hanno messo a dura prova la pazienza dei cittadini, con l'acme finale della richiesta di incriminazione e condanna all'ergastolo (sic!) del capo dello Stato perché, in assenza di accordo tra Lega e M5S, come suo dovere egli provvide ad allestire comunque un governo per un Paese sull'orlo dell'abisso. Al di là dei sorrisi gelidi di maniera scambiati nel protocollo, queste giornate rimarranno nella storia. Una ferita profonda. Durante settimane di ignobile cagnara, indegna di una democrazia matura, è scivolato via sotto silenzio il 90° di eventi che invece chiedono memoria. Nel maggio 1928 fu approvata la legge che sostituì con il collegio unico nazionale l'elezione dei deputati alla Camera in libera gara nei collegi uninominali e la “legge Acerbo” del 1923, maggioritaria e già sperimentata il 6 aprile 1924. Gli elettori furono chiamati ad approvare o a respingere in blocco una lista di quattrocento nomi integralmente preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, che in quel momento era ancora un sodalizio di partito, privo di veste pubblica, una sorta di “piattaforma”. La sua costituzionalizzazione avvenne solo sei mesi dopo, con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693. Il 16 marzo Giovanni Giolitti, 86 anni, cinque volte presidente del Consiglio, schiena diritta in un Paese di doppiogiochisti e di opportunisti, dichiarò alla Camera che la nuova legge elettorale, tracciata dal nazionalfascista ministro della Giustizia Alfredo Rocco, segnava “il decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto”. Il discorso (venti righe a stampa) fu un monito anche verso la Corona che avallava una riforma a vantaggio del regime di partito unico, il Partito nazionale fascista, coacervo di “ras” e di correnti, dal programma confuso ma dalle mire evidenti: la conquista definitiva dell’immane torta del potere e la sua spartizione in fettine che andavano dai gerarchi alla pletora di sansepolcristi, marciatori su Roma, etc. sino all'ultimo “caposcala” di condominio. 
Alla violazione dello Statuto Giolitti oppose un solenne “No”. I liberali sono fatti così. Non hanno paura di dire verità scomode. Gnostici e pelagiani, non temono di essere minoranza, né di venir perseguitati. A loro importa essere a posto con la propria coscienza. I liberali italiani (mai numerosi, invero) hanno un retaggio di cui può andare orgoglioso ogni cittadino consapevole della storia patria (chi non lo è, rimane un elettore dimezzato): l'illuminismo del Settecento, la modernizzazione di età napoleonica, le cospirazioni costituzionali dell'Ottocento, l'unificazione nazionale, tutte conquiste civili e politiche costate lotte, sacrifici, torture, patiboli. Tanti liberali celarono le loro carte nei nascondigli più impensabili. Vissero di segreti e nel segreto, seguaci dell'Evangelista Giovanni. Poiché “gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Giovanni, 3,19), per serbare viva la Luce e diffonderla in epoche di persecuzioni bisogna vivere occulti, campare di poco, “testimoniare”. Encratici come Socrate. Il liberalismo ha insegnato l'orgoglio di rimanere minoranza, senza la fatua illusione di avere consenso di armenti richiamati da erbe più verdi, incalzati ai fianchi da segugi abbaianti e sospinti a severi colpi di verga. 
Dal 1928 gli italiani furono incasellati, intruppati e costretti a prostrarsi al regime. È vero che la “macchina” rimase imperfetta, come scrive Guido Melis (“Immagine e realtà dello Stato fascista”, ed. il Mulino). Però Mussolini provò a fare gli italiani a immagine e somiglianza di un modello forzato, paramilitare, devozionale, preso a prestito dai socialisti rivoluzionari, dalla  tragica irreggimentazione dettata dalla Grande Guerra e dal reducismo postbellico...: una sequenza approdata nel motto demenziale “credere, obbedire, combattere”. Per chi? Perché? E mai un dubbio? In realtà anche il governo Mussolini in vent'anni cambiò varie volte alleanze e, spinto dai suoi stessi errori e da ambizioni superiori alle risorse  del paese(la guerra d'Etiopia, l'intervento in Spagna), scelse infine quella più autolesionistica, con la Germania hitleriana che, annessa l'Austria, ormai confinava con l'Italia. Come sempre nella sua storia millenaria, i tedeschi ambivano al Mediterraneo, senza però capire che se avessero voluto dominarlo avrebbero dovuto concentrarvi strategia e forza militare adeguata, superiore a quella degli Inglesi che lo controllavano da Gibilterra a Malta, da Cipro a Suez. Ma l'austriaco caporale Hitler (che sbarrò gli occhi dinnanzi alle belle forme di Paolina Bonaparte Borghese) non aveva la stoffa di Federico II di Svevia. Nato a Jesi lo “Stupor Mundi” non è sepolto nella terra di Arminio ma nel Duomo di Palermo, non lontano dalla Cappella Palatina, ove, vestito con la dalmatica, andava a messa leggendo il Corano.  
Nel 1929 il nuovo Statuto del Partito nazionale fascista dettò regole ferree. I segretari dei fasci di combattimento dovevano “conoscere i precedenti politici e morali, nonché i mezzi di vita di ciascun gregario” ed esigerne la genuflessione. I nuovi iscritti dovevano giurare di “eseguire senza discutere gli ordini del Duce” e di “servire con tutte le loro forze, e se necessario anche col loro sangue, la causa della Rivoluzione fascista”, che però nessuno, neppure Mussolini, sapeva bene che cosa fosse: una fiammella pentecostale? una sorta di “grazia di dio”?
Non bastasse, secondo lo statuto del PNF “il fascista che viene espulso dal Partito” doveva  essere “messo al bando dalla vita pubblica” (un po' come dettano gli statuti di movimenti di recente conio). Fascio e Stato erano dunque una cosa sola? In realtà neanche Mussolini ce la fece. Venne precisato infatti che “coloro che occupano cariche pubbliche di nomina governativa non possono essere soggetti a procedimenti né a punizioni disciplinari finché non abbiano lasciato le cariche stesse”. Lo Stato (militari, magistrati, funzionari, docenti...) comprendeva in quota significativa antifascisti e persino massoni. Eliminarli tutti avrebbe comportato il collasso della pubblica amministrazione. A tacere del corpo diplomatico e del “parastato”, popolati di grembiulini, l'intreccio tra pubblico e privato venne edificato dall'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) presieduto dal massone Alberto Beneduce, mentre il “fratello” Balbino Giuliano assunse il ministero dell'Educazione Nazionale.
Il 90° di quegli eventi merita attenta meditazione. Alcuni si domanderanno quale fu l'opera di Giolitti dopo il già ricordato discorso alla Camera del 16 marzo. Isolato nelle due ville di Cavour, come era stato più volte negli anni precedenti e soprattutto tra il 1915 e il 1918, quando fu persino bersaglio di un attentato alla sua vita, lo Statista alternava la lettura della storia e la contemplazione della morte, che lo raggiunse il 17 luglio 1928. Era uno stoico, convinto che prima o poi l'Italia si sarebbe ripresa, come aveva fatto tante volte nel corso del tempo, malgrado invasioni barbariche, scorrerie di saraceni, occupazione e saccheggi di “bande” criminali, come i Lanzi che misero a sacco Roma nel 1527 e assediarono Firenze nel 1530...
Altri si interrogheranno se Vittorio Emanuele III sia intervenuto per frenare gli eccessi del movimentismo dei fascisti e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che ne inquadrò le componenti più facinorose. La risposta al quesito è netta e al tempo stesso più articolata. Poche settimane dopo la discussione della legge elettorale, il Re e la Regina furono bersaglio di uno spaventoso attentato mentre andavano a inaugurare la Fiera Campionaria di Milano. Era il 12 aprile 1928. Un ordigno collocato nella base di un lampione di ghisa esplose causando una mitragliata di schegge che uccise venti persone e ne  ferì gravemente quaranta. Gli autori e i mandanti del crimine rimasero ignoti.  Imperturbabile come venne descritto dal generale Arturo Cittadini, suo aiutante di campo,  in  “memorie” di prossima pubblicazione, il Re Solato percepì il proprio isolamento. Non se ne trova cenno nel profilo scrittone da Pierangelo Gentile, ripubblicato dal Corriere della Sera (2018) a conferma che la sua figura rimane in attesa di una biografia scientifica. Il Re attese solidarietà concrete dal mondo monarchico, ma ne giunsero solo flebili e formali. Altre voci (come quella di Benedetto Croce) si levarono in Senato l'anno seguente contro l'approvazione dei Patti Lateranensi, perché “Parigi non vale una messa” e la libertà di coscienza non è “a noleggio”. Però alle elezioni del marzo 1929 il regime ottenne uno straripate successo, a conferma che il voto e la democrazia sono realtà distinte e spesso distanti, ieri come oggi.
Occorre meditarvi mentre tanti sono abbacinati da eventi ancor tutti da decifrare.
Nel frattempo occorre vegliare sui diritti di libertà non negoziabili, alzando l'insegna antica della Fenice: “Post fata resurgo”
Aldo A. Mola
 
IL POTERE SUPREMO
NELLA MONARCHIA E OGGI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

            Il braccio di ferro tra il Quirinale e i due partiti del “governo contratto” nella formazione dell'Esecutivo nascente ha messo in luce la continuità tra le prerogative formali e sostanziali del Capo dello Stato dallo Statuto albertino, in vigore dal 1848/1861 al 1947, alla Costituzione della Repubblica. Come detto e ripetuto in questi giorni (una “scoperta” per la stragrande maggioranza dei cittadini), “il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, i Ministri” . Lo Statuto del regno di Sardegna, unica monarchia rappresentativa in Italia prima dell'unità nazionale, era ancora più netto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. I componenti del Consiglio rispondevano al sovrano più che al “primo ministro”, figura dalla gestazione lunghissima, come documentato da Aldo G. Ricci e Marco Bertoncini in “I verbali dei Governi Cavour, 1859-1861” (ed. Libro Aperto). Nella prassi la realtà fu però assai diversa. Il primato del presidente sui colleghi venne formalizzato solo il 27 marzo 1867 dal toscano Bettino Ricasoli, ma subito abrogato dall'alessandrino Urbano Rattazzi. Fu ripristinato da Agostino Depretis dieci anni dopo. Al di là della forma, sin dal 1852, con l'avvento del “centro-sinistro” pattuito tra il liberale Camillo Cavour e Rattazzi, la composizione del governo rispose sia agli intendimenti del re, Vittorio Emanuele II, sia alle intese tra i capifila della Camera dei deputati. 
   Con l'avvento del governo Zanardelli-Giolitti, l'articolo 6 del regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 sancì finalmente: “Il presidente del Consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l'unità d'indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l'adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al Paese”. Pronunciati all'inizio delle legislature, i Discorsi della corona (concordati parola per parola tra il sovrano e il presidente del Consiglio, come documenta Tito Lucrezio Rizzo in “I Capi dello Stato”, ed. Gangemi) assursero a “manifesto programmatico” dell'Esecutivo. Il re esercitò potere determinante nella formazione dei ministeri, molto oltre la forza parlamentare dei governi. Non poteva essere diverso in un Paese che registrava continui cambi di compagini ministeriali. Nell'ultimo decennio dell'Ottocento si alternarono cinque primi ministri e ben dieci governi. Il quindicennio successivo non fu da meno. A Palazzo Braschi (all'epoca sede della Presidenza, con appena cinque-sei dipendenti dal magro stipendio) si susseguirono l'alessandrino Giuseppe Saracco, il bresciano Giuseppe Zanardelli, il cuneese Giovanni Giolitti, il forlivese Alessandro Fortis (due governi in pochi mesi), il pisano Sidney Sonnino, nuovamente Giolitti, poi ancora Sonnino, il veneziano Luigi Luzzatti, nuovamente Giolitti e infine il pugliese Antonio Salandra: undici cambi in quattordici anni. Anziché di età giolittiana, si dovrebbe dunque parlare di età emanuelina, perché il caposaldo dello Stato era e rimase Vittorio Emanuele III, il sovrano che di volta in volta pilotò le crisi, anche forzando la mano in colloqui segreti con i maggiorenti più fidati (come Giolitti). Era nei suoi poteri.
  Messi tra parentesi i nove ministeri susseguitisi dopo l'intervento nella grande guerra (1915-1922), va ricordato che il re esercitò le sue prerogative anche nella formazione del governo dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini, poi presidente per vent'anni. Come noto, il “duce del fascismo” partì da Milano la sera del 29 ottobre con la lista dei ministri. Costretto a cambiare treno a Civitavecchia per l'interruzione dei binari disposta dall'Esercito (che vanificò la leggendaria “marcia su Roma”: mai avvenuta nei termini narrati dalla vulgata pseudostoriografica), nell'ultima tratta Mussolini fu costretto a cancellare il liberale liberista cuneese Luigi Einaudi alle Finanze (sostituito con Alberto De Stefani) e il sindacalista socialista Gino Baldesi, in predicato per Lavoro e Previdenza sociale, assegnato a Stefano Cavazzoni, deputato del Partito popolare, il cui maggior esponente, Alcide De Gasperi, sostenne alla Camera il voto dei cattolici a favore del governo Mussolini.
   All'esordio questo non fu né “dittatura” né regime di partito unico. Sorse come coalizione costituzionale. Comprese esponenti del Partito nazionale fascista (appena 35 deputati su 543), Nazionalisti, cattolici del Partito popolare e Democratici sociali, capitanati dal duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, massone. Garanti del sovrano in ruoli eminenti furono il ministro della Guerra, Armando Diaz, creato Duca della Vittoria nel dicembre 1921, e quello della Marina, l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, componente del Supremo consiglio della Gran Loggia d'Italia, Duca del Mare dal 24 maggio 1923.
  Anche in quella svolta cruciale la Corona esercitò le proprie prerogative e imbrigliò  l'irruenza del “duce delle camicie nere”, alle quali, del resto si contrapponevano quelle azzurre dei nazionalisti e i non pochi seguaci di Gabriele d'Annunzio, organizzati anche in forme paramilitari da massoni, come il torinese Giacomo Treves e Michele Antonio Chiarappa, fondatore del movimento esoterico “La Fenice”. Con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263 sulle Attribuzioni e prerogative del capo del governo, Mussolini si scrollò di dosso il giogo del Parlamento e dei “ras” del suo stesso partito, ma non si liberò affatto dalla Corona, che conservò il potere  supremo, ignorato o sottovalutato dai tanti studi sulla “diarchia”, inclusa la biografia di Vittorio Emanuele III “di fronte al fascismo” di Frédéric Le Moal (ed. Leg. Gorizia). Essa infatti recita: “Il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo del suo governo. (…) Il primo ministro è Capo del Governo. Il Capo del Governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell'indirizzo generale politico del Governo. I ministri segretari di Stato sono nominati e revocati dal Re su proposta del capo del governo primo ministro. Essi sono responsabili verso il Re e verso il Capo del Governo...”: non  proni a capipartito o “poteri forti” interni e internazionali. Lo si vide anche nei ripetuti cambi alla guida dell'Economia nazionale e poi dei ministeri delle Corporazioni e dell'Agricoltura, altrettanti discontinui segmenti del Ventennio mussoliniano. Sotto il profilo normativo la Carta repubblicana vigente non si discosta molto dallo Statuto albertino.
   Il braccio di ferro tra il “Capo supremo dello Stato” (come lo Statuto definì il Re) e il governo era storia antica. La sua fase più acuta ebbe luogo centocinquant'anni orsono, durante i tre ministeri presieduti dal generale Luigi Federico Menabrea, ingegnere, già deputato per sei legislature del regno di Sardegna, poi senatore: uno dei savoiardi che nel 1860 optò per il regno d'Italia (come Luigi Pelloux) e alla stregua del nizzardo Augusto Riboty, ministro della Marina con Menabrea e poi nel governo di Giovanni Lanza (1870-1873). Di alta cultura e dalla visione politica di respiro europeo (d'altronde fu a capo del governo nell'anno dell'inaugurazione del Canale di Suez), il conte Menabrea mediò tra Parlamento (più concretamente, la Camera elettiva) e il sovrano. Lo si constatò con la nomina a ministro dell'Interno di Filippo Gualterio, marchese di Corgnolo (Orvieto, 1819-Roma, 1874), deputato di Cortona nel 1860 e poi senatore. All'epoca la capitale del giovane regno d'Italia da tre anni era a Firenze. Anche se l'annessione di Roma rimaneva in vetta ai desideri, nessuno vedeva come arrivarci, per la nettissima contrarietà di Pio IX a rinunciare al potere temporale. Era sorretto dalle maggiori potenze europee, anche non cattoliche. In quella temperie i rappresentanti dell'Italia centrale fruirono di una sorta di rendita di posizione. Fu il caso del ministro delle Finanze Luigi Guglielmo Cambray-Digny (dal “duplice nome francioso” ironizzò poi d'Annunzio). Storico insigne, fautore dell'unione dell'Umbria alla corona sabauda, già promotore della rivolta antipapalina di Perugia nel giugno 1859 sanguinosamente repressa dai pontifici, nel 1860 Gualterio allestì i “Cacciatori del Tevere” e occupò Città della Pieve. Intendente generale dell'Umbria, da prefetto di Genova e di Napoli usò mano di ferro contro cospiratori antisabaudi effettivi o immaginari e fu duramente criticato. Menabrea lo volle ministro dell'Interno, su suggerimento di Vittorio Emanuele II che se ne fidava. Costretto alle dimissioni e sostituito prima con Carlo Cadorna poi da Girolamo Cantelli, egli venne nominato ministro della Real Casa. Ebbe parte molta influenza  nel matrimonio tra il principe ereditario Umberto e la cugina prima, Margherita di Savoia, e in altre delicate partite contrassegnate da crescenti tensioni tra la Corona, il governo e il Parlamento. Grazie alle ricerche storiche aveva stabilito che la dedizione di Orvieto al papa (8 dicembre 1367) era stata fatta al Sacro Soglio, potere spirituale, non al Patrimonio di San Pietro, e quindi la città andava riconosciuta al re d'Italia, come anche Napoleone III convenne. A quel modo Gualterio provò che la storiografia è alta politica. Lo aveva bene compreso Carlo Alberto con l'istituzione della Regia Deputazione di Storia Patria, che accampò i titoli della sua Casa a guidare il processo di indipendenza e unificazione dell'Italia: un impegno filosofico e culturale che non ebbe uguale in nessun altro Stato italiano pre-unitario. Con somma abilità fu Gualterio a rivendicare a un Savoia la corona di Spagna. Nel 1871, con Carlo Michele Buscalioni, già alto dignitario del Grande Oriente d'Italia, accompagnò a Madrid il principe Amedeo duca d'Aosta, re di Spagna sino all'inizio del 1873. Da quell'esperienza trasse un memoriale nel quale invitò gli italiani a non calcare le orme dei “Cugini iberici”, precipitati in una repubblica caotica, infetta dal separatismo mascherato da federalismo.    
  Dal  dicembre 1869 Gualterio era però uscito di scena da ministro della Real Casa. Infatti  Giovanni Lanza, esponente della Destra storica, accettò di presiedere il nuovo governo a patto che egli venisse estromesso. Vittorio Emanuele II, amareggiato, lo congedò ma continuò a conservargli amicizia e a tributargli onori. 
   L'obiettivo del re fu sempre di conservare integre le proprie prerogative, come fa ora il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il sovrano lo fece anche nel Ventennio. Lo si vide il 25 luglio 1943 quando Vittorio Emanuele III impose le dimissioni a Mussolini e nominò il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio: quarto militare al governo, dopo Alfonso La Marmora, Menabrea e Pelloux (1898-1900). Nel giugno 1944 Badoglio fu sostituito da Ivanoe Bonomi, insediato capo di un governo i cui ministri vennero stabiliti non più dal re né dal suo Luogotenente, Umberto di Piemonte, ma dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, senza alcuna certificazione nel consenso dei cittadini: uno scenario risanato con le elezioni della Costituente e, ancor più, con quelle del 18 aprile 1948. In principio era il Capo dello Stato, come appunto è e deve durare, nel segno dell'Unità nazionale nata dal Risorgimento e suggellata dalla Vittoria del 4 novembre 1918. 
Aldo A. Mola 
 
OLTRE IL PATERACCHIO
LA PAROLA A MATTARELLA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

foto ansa.it         Il “plebiscito” indetto da Di Maio e da Salvini sul “Contratto per il governo del cambiamento” è un affare loro, senza rilievo istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha motivo di conferire alcun valore a una pappolata dai contenuti cangianti, sottoscritto fra dubbi e riserve mentali dai vertici  scamiciati di Movimento 5 Stelle e Lega. Se mai dovesse prenderla in considerazione, la dovrebbe affidare al vaglio di costituzionalità. E lì comincerebbero i sette dolori, perché il “Contratto” tutto è tranne che una proposta politica di ampio respiro. È un pateracchio.
  Ognuno è libero di domandare in famiglia se piace l'aglio. Però non può imporlo al prossimo. Il “Contratto” è appunto come l'aglio. Piace ai grilloidi e forse a qualche  leghista (non sappiamo quanti), ma di sicuro non piace a Forza Italia e a Fratelli d'Italia, i cui elettori hanno votato candidati della Lega nei collegi uninominali e ora si sentono traditi. Questo “Contratto” lascia indifferente l'80% degli italiani, indifferenti ai riti piazzaioli da paese del quarto mondo, a rischio di bancarotta. I cittadini attendono un governo vero, con attributi non millantati. 
   Il Contratto Di Maio-Salvini, via via più… contratto, ristretto, modesto, è una pastetta privata, stipulata tra “partiti” molto lontani dall'articolo 49 della Costituzione, che esige democraticità interna, mai certificata dal M5S, uso a espellere i dissenzienti. L'altro “socio” firmatario farebbe bene a meditare sul verso di Ariosto: “chi troppo in alto va cade sovente, precipitevolissimevolmente”. È quanto accade agli aspiranti onnipotenti, carenti della “grammatica” della politica e di senso dello Stato, come ha solennemente ricordato Mattarella a Dogliani nella rievocazione di Luigi Einaudi. 
   Ma Di Maio è convinto di “scrivere la storia”. Lo ripete come un mantra. Ci ricorda  Qualcuno. “Disse colui che sedeva sul trono: Ecco, faccio nuove tutte le cose. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. Io darò all'assetato l'acqua della vita, gratuitamente”. Gli altri (gli impudichi, i fattucchieri, gli idolatri) verranno gettati “nel lago che brucia di fuoco e di zolfo”. Così recita l'Apocalisse (21, 5-8). Non sappiamo se Di Maio l'abbia mai letta. Comunque pretende proprio di “far nuove tutte le cose”. In realtà i “contrattisti” non fanno nulla di nuovo, se non continuare a promettere leggi senza indicarne la copertura. Coriandoli. Il Contratto è una nuvola di promesse, ma ignora l'unica riforma davvero urgentissima: una nuova legge elettorale, indispensabile per dare stabilità al governo, in linea con gli obblighi ineludibili dello Stato (altra cosa da governi dalle maggioranze raffazzonate).      
   Il “plebiscito” indetto da M5S e Lega chiede di sottoscrivere un programma comprendente proposte incostituzionali e riforme che esigono il voto del Parlamento nei modi previsti dall'art. 138 della Carta, non un semplice placet ai gazebo purchessia o via internet.  
   Non sappiamo quanti grilloidi l'abbiano effettivamente approvato. Vediamo comunque, dati alla mano, che essi sono solo una manciata rispetto ai voti raccattati dal Movimento il 4 marzo scorso. È la prova manifesta che non esiste alcuna proporzione tra la “piattaforma Rousseau”, i votanti (volubili) e l'Italia reale. Ai “gazebi” Salvini registrerà una partecipazione deludente per chi si proclama interprete del “popolo”. Nell'insieme gli italiani non si appassionano affatto a un programma logorroico, scritto in pessimo italiano, zeppo di “vorremmo”, di “si dovrebbe” e di altre giaculatorie. Una bolla di sapone. 
  Anche se in forme attenuate rispetto alla bozza originaria, il Pateracchio propone un Comitato di conciliazione fra i contraenti del tutto estraneo all'ordinamento dello Stato. Per dargli corpo occorrerebbe una legge ai sensi dell'articolo 138 della Carta: varie letture. Sappiamo come finiscono questi sogni. Anche se approvato, il nuovo Supremo Consiglio sarebbe impugnabile dinnanzi alla Corte Costituzionale. Sappiamo bene (e lo sanno anche Matteo Renzi e Boschi Maria Elena) quanto sia lastricata la via infernale di riforme balzane della Carta vigente.
  Dopo molte chiacchiere su “sovranità alimentare” (che evoca la “battaglia del grano” e l'“autarchia” di mussoliniana memoria), danza, cinema, musica, teatro, difesa (appena 13 righe su 39 pagine), esteri (15 righe), in due lunghe pagine su Riforme istituzionali, autonomie e democrazia diretta, il Contratto impone il “vincolo di mandato per i parlamentari”, in conflitto con l'art. 67 della Costituzione, e l'abolizione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (sopravvissuto al referendum del 4 dicembre 2016). Non solo: come fosse vitale per l'Italia, il Pateracchio propone l'“inserimento del laureato in scienze motorie nell'organico di ruolo della scuola primaria”, la “supervisione di un organismo di controllo pubblico” su una Banca per gli investimenti (un soviet?), altre cosette su turismo (da riorganizzare con apposito dipartimento in capo alla presidenza del consiglio in vista dell'istituzione di un futuro ministero, con chissà quanti famelici “consulenti” e portaborse), abolizione della tassa di soggiorno e riforma dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Tutti temi sicuramente appassionanti in questo 20 maggio 2018.
  A parte tante divagazioni, il “Contratto delle Meraviglie” inciampa su alcuni sassi aguzzi. In primo luogo contiene in forma surrettizia una riforma fiscale. Qualunque sia l'esito del “plebiscito” espresso dalla piattaforma Rousseau e dai “gazebi”, l'articolo 75 della Carta vigente è chiaro: “Non è ammesso il referendum per leggi tributarie e di bilancio”. Ognuno è libero di dire quel che vuole: ma se dal mattino si vede il buon giorno, quanto tempo chiederà l'elaborazione di disegni di legge per dare corpo a questa larva d'intesa grillo-leghista? Le leggi si presentano e si discutono in Parlamento, non in piazzole o crocicchi reali o virtuali. Lo stesso vale per i trattati internazionali. L'Italia non è i Paese dei Balocchi. È uno Stato. 
   I firmatari del Contratto confondono i loro desideri (legittimi, come quelli di ogni altro cittadino) con pronunce di valore politico. Ma mille vorrei non fanno un voglio. Farcito di formule ora ovvie, ora vanesie, esso entra a gamba tesa per cancellare diritti non negoziabili dei cittadini. Afferma infatti che non può far parte del governo chi sia iscritto alla massoneria. Non è necessario ripetere che i cittadini sono liberi di iscriversi ad associazioni non vietate dalla legge penale, come appunto è la massoneria. Però va ricordato a Di Maio e a Salvini che la Massoneria è un Ordine universale, che molti italiani sono affiliati in logge estere e che molti stranieri sono  massoni in Italia. L'esclusione dei massoni dalle cariche pubbliche in Italia ha tre precedenti: le scomuniche papali, il fascismo e la Terza Internazionale leninistica-staliniana. Non solo: la massoneria è combattuta a morte dai fondamentalisti islamici e da tutti i peggiori fanatici del pianeta. Dinnanzi a queste enormità come si schiereranno i “liberali” eletti nelle file della Lega? Si benderanno gli occhi? 
  Un'ultima considerazione. I plebisciti sono sempre stati e sono la peggiore forma di consultazione possibile. Basti un esempio. Come attestano i Vangeli, il proconsole di Roma a Gerusalemme, Ponzio Pilato, propose alla piazza di decidere la sorte di Gesù Cristo. La folla rispose unanime: “Crucifige”. Non furono né Pilato né Erode, né Roma né il re della Giudea, a condannarlo alla crocefissione. Fu la oclocrazia. Fu la folla imbestialita. Su quella orrenda piazzata concordano i quattro Evangelisti: Matteo (27, 22-26), Marco (15,13-15)  Luca (23, 22-25) e Giovanni (19, 15-16).
  Ma Sergio Mattarella non è Ponzio Pilato. È il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Deciderà per il meglio, nell'interesse dell'Italia, sicurezza interna, vincoli internazionali e certezza del diritto. Un governo fondato sul Pateracchio causerebbe non solo la fuga dei capitali e la dissuasione degli investimenti dall'estero ma l'implosione dello Stato: un lusso che l'Italia non si può e non si deve permettere dopo appena un secolo e mezzo dalla sua nascita e proprio nel Centenario di Vittorio Veneto.  
Aldo A. Mola
 
LE ALPI DEL MARE
LA LEZIONE DEL PRINCIPE ALBERTO II DI MONACO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

Alberto II di Monaco         Alberto II Grimaldi, principe di Monaco, dal 2 maggio è cittadino onorario dei cinque comuni dell'Unione Montana Alpi del Mare: Boves, Chiusa di Pesio, Peveragno, Roaschia e Valdieri. Il sindaco di quest'ultimo comune, Giacomo Luigi Gaiotti, ha fatto da capofila e da regista della complessa iniziativa, perseguita col riserbo necessario per evitare che qualche grullo parlante guastasse la festa, coronata da partecipe successo per le molte lezioni che se ne traggono. Anzitutto, ribadire il legame tra i due versanti delle Alpi può sembrare ovvio, ma nei fatti non lo è. Diciamo le cose come sono: la costa da Genova a Nizza venne pensata come un continuum solo dopo l'annessione della Superba da parte del regno di Sardegna, restaurato nel 1814. Vittorio Emanuele I (1814-1821) e il manipolo di patrizi e borghesi genovesi che scommisero sull'unità operosa tra Liguria e Piemonte ripartirono da Augusto, quando l'Italia nord-occidentale contava due regioni: la IX, “Liguria” (dal litorale alla destra del Po), e l'XI “ Transpadania” (dalla sinistra del fiume al crinale alpino). Lo Stato sabaudo da cinque secoli comprendeva la contea di Nizza, perché così insegna la geografia: l'Italia non finisce a Ventimiglia o a Roccabruna ma al Varo, a Nizza. 
   In quell'ambito dal 1297 esisteva la Signoria di Monaco, risalente a Franceschino Grimaldi (“Malizia”). Più volte sommerso dai marosi del tempo, anche il Principato di Monaco venne soffocato dalla Rivoluzione francese, fonte di modernità ma anche di rovine materiali e spirituali e di crimini perpetrati con l'insegna “repubblica o morte”. Parigi ne  cancellò persino il nome, retrocedendolo a Porto Ercole. Finalmente restaurato, il  Principato tornò a svolgere la sua missione, dapprima col protettorato sabaudo (trattato di Stupinigi, 8 novembre 1817), poi nei termini segnati dal trasferimento di Nizza a Napoleone III (che acquistò Roccabruna e Mentone), con le conseguenze civili e culturali studiate da Giulio Vignoli. Con Alberto I Grimaldi (1889-1922), scienziato di fama mondiale, il Principato conobbe straordinaria fioritura, anche quale città di turismo qualificato, collegato al Casinò. Nata dalla sconfitta militare e dall'invasione germanica, la Terza Repubblica francese trangugiò l'amaro boccone della indipendenza politica del Principato nel Midi, come dovette fare con quello di Andorra sui Pirenei e con altre realtà storiche. 
Nei decenni seguenti le relazioni italo-francesi non si risolsero nei rapporti diretti tra le popolazioni dell'area ma furono condizionate da tensioni e conflitti tra Parigi e Roma. Per realizzare poderose opere difensive contro la sempre temuta aggressione da parte della “sorella latina”, l'Italia spese ingenti somme sottraendole al completamento del sistema ferrostradale. Le ferrovie aperte tra Piemonte e Liguria fra fine Ottocento e primo Novecento costituirono il costoso diversivo che rallentò il completamento della Berna-Cuneo-Nizza. Per due secoli la storia fu dominata dalla visione autoreferenziale degli Stati: un processo che in Italia pesò più che nei Paesi unificati da molti secoli, poiché indusse (o costrinse) a scelte gravose e condizionò sul lungo periodo. La ferrovia Cuneo-Ventimiglia-Nizza, progettata sin dal decennio di Camillo Cavour (1852-1861) si fermò là dove era  giunta nell'età di Giovanni Giolitti. Venne ultimata solo nel 1928, in una breve stagione di rapporti quasi normali tra la Francia e l'Italia di Vittorio Emanuele III, del governo Mussolini e di Alberto Beneduce, presidente dell'IRI. Dieci anni dopo il podestà di Cuneo, Michele Olivero, propose l'autostrada Torino-Cuneo-Nizza, un centinaio di chilometri, poco più di un'ora al volante. Il conflitto italo-francese in quel momento in corso venne pensato come opportunità per il progresso nella pace. Se coniugano storia e geografia e rispondono  ai bisogni effettivi delle popolazioni le Opere durano nei secoli, come le strade romane, quelle napoleoniche e le prime autostrade italiane del dopoguerra, inclusa quella audace ma sacrificata sulla costa ligure (due sole corsie, senza quella di emergenza, vulnerabilissima). 
All'indomani della seconda guerra mondale il Piemonte sud-occidentale declinò. Lo denunciò il “Libro nero di Cuneo, provincia depressa”, che ebbe il coraggio di chiamare le cose per nome. L'interruzione della Cuneo-Nizza, durata sino al 1978, il ritardo nel completamento e raddoppio dell'autostrada Torino-Savona (un cui tratto a lungo venne usato  per rodaggio di autovetture), il lento e in parte mancato ammodernamento della rete ferroviaria, lo smantellamento di quella tramviaria, un tempo fiore all'occhiello, generarono disastri oggi lampanti.  
  Vent'anni dopo il varo del Mercato Comune Europeo (1967), progettare la regione Alpi del Mare (Cuneo-Imperia-Nizza), come fecero, tra altri, Adolfo Sarti e Giovanni Falco, leggendario presidente della Provincia di Cuneo (ancora privo di una biografia) non era utopia ma il massimo del realismo. Il Premio Flamagal tenne viva quella speranza. Oggi è lunghissimo l'elenco delle occasioni mancate, dei passi all'indietro. Perciò è tempo di confrontarsi con chi ha saputo camminare con i tempi. 
   Alberto II di Monaco è un sovrano illuminato del Terzo Millennio. Monarca costituzionale, nato dal matrimonio tra Ranieri III e Grace Kelly, uno tra i più celebri del secolo scorso, ha unito la pratica di attività sportive a livello olimpionico, inclusa una spedizione al Polo Artico, a studi severi di economia, sociologia e scienze politiche in Università d'avanguardia di qua e di là dell'Atlantico, alla ricerca di soluzioni ardite dei problemi che l'Euromediterraneo è chiamato a superare. Durante il suo principato, Monaco, un microstato stretto tra le Alpi e il mare, anziché arroccarsi nel retroterra avanza sulle onde con progetti dai costi giganteschi ma dalla resa altrettanto remunerativa. La tutela dell'ambiente è la carta vincente.
  Le molte onorificenze straniere di cui il principe si fregia sono altrettanti motivi di riflessione. Cavaliere di Gran Croce della Casa Petrovic-Njegos (quella della Regina Elena, la cui memoria è vivissima nel Cuneese, come ricorda Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, e si constata dall'afflusso di quanti rendono omaggio alle tombe di Vittorio Emanuele III e della Regina nel Mausoleo sabaudo in Vicoforte), Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana per iniziativa di Ciampi, del Santo Sepolcro (Santa Sede), di Stati africani, americani e del Vicino Oriente (Giordania), Alberto II indossa anche il Gran Collare del Liberatore degli Schiavi José Simeon Canas (El Salvador). 
  La liberazione dalla nuova schiavitù è quella dal conformismo, dalla corta-miranza. Laureato honoris causa in scienze del mare e in ecologia marina, Alberto II di Monaco invita a guardare “oltre”. Il Piemonte sud-occidentale ha motivo di avvalersi della sua lezione prima che sia troppo tardi. Se non ci si mette al passo, ogni anno che passa se ne perdono due: uno perché si sta al palo; il secondo perché gli altri, invece, vanno avanti. È la parabola dell'Italia odierna.  
  Bisogna aprire gli occhi su quanto è avvenuto in Paesi a lungo erroneamente considerati di serie B. È il caso della Spagna. Quanti chilometri corrono tra la Sierra Nevada circondante la moresca Granada e il Parco Naturale di Cabo de Gata? Quant'è lontana La Seu d'Urgell dalla Costa Brava? Un tempo quegli spazi sembravano invalicabili; ora sono un'inezia. Ma la Spagna ha realizzato per tempo l'alta velocità e ha moltiplicato autostrade e autovie per agguantare la modernità. Dalle nevi al mare là si va in poco più di un'ora e senza code. Non è un “miracolo”: è il frutto di un'Idea, di una strategia e, diciamolo, di classe dirigente, del sistema istituzionale-politico-culturale, simile a quello che nel mezzo secolo dopo l'unità nazionale (1861-1914) consentì agli italiani di passare da “volgo disperso che nome non ha”  a modello per l'Europa della Belle Epoque. Fu opera di una dirigenza pragmatica, neopelagiana, che seppe mettere a frutto illuminismo, liberalismo e istituzioni in linea con i tempi.      
  Come osserva Mino Giachino, una tre le menti più acute del governo Berlusconi, il progetto “Alpi del Mare” e l'idea di un Parco naturale europeo vale per l'area liguro-piemontese come per il confine orientale, in specie per i territori che hanno motivo di rimettersi al passo con la storia. 
  È emblematico che il conferimento della cittadinanza onoraria ad Alberto II di Monaco sia stato celebrato nella sede dell'Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Marittime, l'antica villa edificata dal sarto Gioacchino Bianco al rientro da Cannes ove era stato iniziato massone. Suo figlio, Dante Livio Bianco, il 30 maggio 1944 sottoscrisse a Saretto, in alta valle Maira, i Patti con la resistenza francese, germe dell'Europa dei popoli, all'insegna della fratellanza e del progresso civile. Il 70° dell'evento, nel 2014, venne rievocato da Gianna Gancia, all'epoca presidente della Provincia di Cuneo. Quel tempo non è finito. Dipende da ciascuno riprendere il filo e tessere più tela. 
Aldo A. Mola
 


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