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In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.



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TORNA TORNA DON JUAN CARLOS...

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 marzo 2026 pagg. 1 e 6.

Re Juan Carlos di Borbone         Torna a fiorir Juan Carlos? Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, aveva promesso di rendere pubblici i documenti più scottanti allo scoccare del 45° anno. L'ha fatto. Così la desecretazione dei documenti (proprio tutti?) sul colpo di Stato militare tentato in Spagna il 23 febbraio 1981 ha come contraccolpo la “scoperta” di ciò che si sapeva da subito ma per decenni venne oscurato. A fermare i golpisti fu re Juan Carlos de Borbón y Borbón che sulla mezzanotte di quel giorno drammatico si affacciò dai teleschermi in divisa di capitano generale delle forze armate e li sconfessò. Il re era stato “allievo” delle tre Accademie militari spagnole. Sapeva che cos'è il giuramento e come a volte bisogna ricordarlo agli smemorati. Per colmo della sorte, la pubblicazione è coincisa con la morte di Antonio Tejero Molina, l'uomo di punta, e anche il più fragile, del guizzo dei militari golpisti.
   Il vero pericolo per la giovane democrazia pluripartitica spagnola non era l'esagitato Tejero, tenente colonnello della Guardia Civil (corrispondente all'italiana Arma dei Carabinieri), ma la cerchia di comandanti di almeno tre regioni militari: Pedro Merry Gordon a Siviglia, Antonio Pascual Galmes a Barcellona e Antonio Elìsegui Prieto a Saragozza, concordi nel sostituire il presidente del governo in carica, Leopoldo Calvo Sotelo, con il generale Jaime Milans del Bosch, capitano generale dell’importante regione militare di Valencia, che mise in marcia i carri armati.
   Proprio con lui Juan Carlos fu netto. Lo provano le carte or ora desecretate. A Milans del Bosch disse: «Giuro che non abdicherò alla Corona, né abbandonerò la Spagna. Chi si ribellerà è disposto a provocare – e sarà responsabile di ciò – una nuova guerra civile.»
   Per ore la Spagna fu in bilico.
   Che cos'era accaduto? La mattina del 23 febbraio, usando il nome della moglie, il tenente colonnello Tejero aveva noleggiato alcuni autobus per trasportare circa 200 guardie civili dal loro quartier generale al palazzo della Camera dei deputati. Vi fece irruzione e, pistola alla mano, minacciò i parlamentari e li mise “sotto sequestro”, in attesa dei rinforzi che gli venivano assicurati da Ricardo Pardo Zancada, guida di 113 agenti della divisione corazzata “Brunete” n. 1, che accorreva a circondare la Camera per impedire che vi entrasse la polizia nazionale. Si andava verso lo scontro a fuoco tra corpi militari? Sarebbe stata a replica del 18 lugio 1936: la scintilla di un incendio incontrollabile.
   Intimoriti dall'aggressività di Tejero, manifestamente sovreccitato (come poi fu ritratto, molto “eretto”, in innumerevoli garrafas, ciondoli e cartoline), i deputati presenti nell'Aula si accovacciarono tra i banchi e si alzarono al suo ordine. Tre soli reagirono: il segretario generale del partito comunista spagnolo, Santiago Carrillo, che nella vita ne aveva viste tante e non si scomponeva facilmente, Adolfo Suárez Rodríguez, già franchista, fondatore dell'Unione di centro democratico e tre volte presidente del Consiglio dopo la morte di Francisco Franco (20 novembre 1975), e il suo vice, il generale Manuel Gutiérrez Mellado. Per ostentare la calma, Suárez accese un sigaro, a imitazione di Carrillo: estrema sinistra e democratici post-franchisti furono fianco a fianco nella risposta al golpe.
   Secondo una deposizione rilasciata da Tejero, verso le 23:50 il generale Armada si presentò alla Camera e ordinò a Tejero di ritirare i suoi uomini dall'Aula perché avrebbe fatto una proposta politica ai deputati: un governo di ampia coalizione da lui presieduto. Tejero allora gli impedì di proseguire perché, come appunto gli dichiarò, il suo obiettivo era l'instaurazione di un governo militare guidato da Milan del Bosch.
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   Quali erano le condizioni effettive della Spagna sull'inizio del 1981? Terminata la sanguinosa guerra civile (1936-1939), promulgata la legge ferocemente punitiva contro il comunismo e la massoneria (ne ha scritto ripetutamente Juan José Morales Ruiz, docente alla Uned: Università nazionale di insegnamento a distanza), dopo un quindicennio di repressione spietata di ogni indizio di opposizione Francisco Franco, capo dello Stato e “caudillo”, aveva abilmente pilotato la Spagna dalle secche del dopoguerra a una decorosa collocazione internazionale. Benché non fosse affatto un modello di rispetto dei diritti umani, Madrid entrò nell'Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1955, lo stesso anno dell'Italia, e successivamente stipulò intese militari con gli Stati Uniti d'America che garantirono sostegno a fronte dei “Sei” del Mercato Comune Europeo (Benelux, Germania Federale, Francia e Italia), tornati alla dottrina secondo cui l'Europa “civile” finisce ai Pirenei. L'ostilità del MEC nei confronti della Spagna aveva motivazioni economiche ammantate da postulati ideologici. Temeva l'esportazione di vino, olio, agrumi e prodotti delle sue manifatture.  Sulla spinta dei tecnocrati dell'Opus Dei e di una nuova dirigenza, dall'inizio degli Anni Sessanta la Spagna iniziò una lenta trasformazione interna, favorita dalla promozione del turismo, propiziato dalla geniale invenzione dei “Paradores”: “monumenti e siti siti storici adattati ad alberghi di pregio.
   Sia pure in “distretti” circoscritti la produzione industriale (inclusa l'automobilistica) e quella agricola e conserviera visse un quindicennio di sviluppo accelerato, che avvicinò il reddito pro-capite degli spagnoli al livello di altri Paesi europei. Lo stile di vita mutò sotto gli occhi di Franco e della sua cerchia, inclini a distrarsi dalla realtà quando esso risultava troppo lontano dagli schemi del mito autarchico della Spagna “una, grande, libre”e molto bigotta. Per esserlo davvero la terra di Cervantes doveva accettare la propria pluralità, anche linguistica, e le autonomie regionali, in crescita sotto pulsione esterna: Paesi Baschi, Catalogna, Valencia (che inventò una “parlata”) e persino la sua originaria Galizia.

   Morto Pio XII, che aveva scomunicato l'argentino Juan Domingo Perón e a Franco aveva conferito l'Ordine Supremo di Cristo Re con scandalo anche dei cattolici italiani che ne conoscevano i crimini, dopo il Concilio Vaticano II il Caudillo perse l'appoggio di una parte significativa del clero (gesuiti in testa), con ripercussioni sull'insieme della dirigenza. Stabilito il ripristino della monarchia, a cospetto della contrapposizione tra i fautori dei due Borboni, Juan, figlio  di Alfonso XIII di Borbone e conte di Barcellona, e suo figlio, Juan Carlos, inizialmente Franco si orientò per l'arciduca Ottone d'Asburgo-Lorena, lontano discendente di Carlo V e dei “reyes catolicos” che avevano segnato l'età di massimo fulgore della Spagna. Dinnanzi al suo rifiuto, nel 1969 optò per Juan Carlos: un salto generazionale lungimirante perché con lui il Paese avrebbe lasciato definitivamente alle spalle mezzo secolo di divisioni e lotte sanguinose: dai tempi di Miguel Primo de Rivera in poi.
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   Il 9 giugno 1973 Franco lasciò la guida del governo all'ammiraglio Luis Carrero Blanco che venne ucciso in un attentato spettacolare al centro di Madrid. Il 20 dicembre nominò Carlos Arias Navarro. Fece la sua ultima apparizione pubblica il 1° ottobre 1975 con un discorso farneticante contro le trame della massoneria ai danni della Spagna, ove le logge, dopo il massacro dei massoni durante la guerra, il forzato esilio (in Francia, Messico, Argentina,...), di pochi sopravvissuti e decenni  di repressione, erano più rare della femmina barbuta.
   Fra malanni incurabili, tre interventi chirurgici e ampio uso di cure palliative il Caudillo venne tenuto in vita sino al 20 novembre. Capo provvisorio dello Stato dal 30 ottobre, confermato Arias Navarro quale presidente del governo, il trentasettenne don Juan Carlos dispose trenta giorni di lutto nazionale e i funerali, eloquentemente disertati da capi di Stato, a eccezione di Ranieri III di Monaco, Augusto Pinochet e Hussein di Giordania. Sposato con Sofia di Grecia, padre delle infanti, Elena e Cristina, e di Filippo, principe delle Asturie ed erede al trono, il 27 novembre Juan Carlos fu “incoronato”. Solo il 14 maggio 1977 suo padre Juan di Barcellona depose formalmente la rivendicazione della corona.

   Da anni, dunque, la “transizione” era nei fatti. Tra i suoi protagonisti oltre al giovane Re (nato a Roma il 5 gennaio 1938) spiccarono i sette giuristi impegnati nella elaborazione della costituzione democratica: Miguel Herrero, Gabriel Cisneros, José Pedro Pérez Llorca, Manuel Fraga Iribarne, Jordi Solé Tura e Gregorio Peces-Barba (1938-2012), dal 1972 iscritto al Partito socialista operaio spagnolo (Psoe), ancora clandestino. Cultore del cattolico progressista francese Jacques Maritain e di diritto comparato, dal 1961 Peces-Barba aveva difeso politici imputati dinnanzi al Tribunale dell'Ordine Pubblico, rendendosi inviso al regime, che lo sospese dalla cattedra di Filosofia del diritto. Era in corrispondenza con Norberto Bobbio.
   La costituzione fu sottoposta a referendum e venne approvata il 6 dicembre 1978, giorno proclamato festa nazionale. Eletto deputato nelle file del Psoe e presidente della Camera dei deputati dal 18 novembre 1982, quattro anni dopo Peces-Barba lasciò la vita politica per dedicarsi alla fondazione di tre Università fuori Madrid (Getafe, Leganés, Colmenarejo), che attrassero molti studenti stranieri, alcuni dei quali vi conseguirono la seconda laurea e conobbero la Spagna vera, non quella dei pregiudizi antispagnoli. Il Progetto Erasmo fece il resto: creò una generazione di giovani che, affluiti in Spagna dai Paesi più disparati, hanno concorso alla genesi dell' “internazionale delle libertà”.
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   Altro protagonista della Transizione fu Adolfo Suárez González (Cebreros, 1932-Madrid, 2014). Laureato in diritto alla Complutense di Madrid, militante dal 1958 nel Movimento nazionale (franchista), ricoperti incarichi pubblici sino a governatore civile di Segovia (1968), direttore generale della Radio-televisione statale dal 1969 al 1973, ministro nel terzo governo presieduto da Arias Navarro, nel luglio 1976 Suárez fu incaricato da Juan Carlos di formare il governo. Ebbe il sostegno di liberali, socialisti democratici, democratici cristiani, liberali ed ex falangisti. Il 9 aprile 1977 sciolse il Movimento nazionale e legalizzò il partito comunista.
   Il 15 giugno 1977 si svolsero le prime elezioni politiche libere. Di seguito formò il governo incardinato sull'Unione di centro democratico. Approvata la Costituzione, Suárez vinse le elezioni del 3 marzo 1979 ma si dimise il 9 gennaio 1981. Per lui l'avvento del “sistema democratico” non doveva essere una “parentesi” ma il cardine della Spagna post-franchista. Con quella certezza fronteggiò l'assalto di Tejero alla Camera.
   Per l'eterogenesi dei fini che domina il percorso della storia, il tentativo di golpe militare condusse all’accelerazione delle riforme. Il governo presieduto da Calvo Sotelo introdusse in Spagna il divorzio e affrettò l'ingresso nella Nato, contro l'opposizione delle sinistre e dei residui nostalgici del franchismo. Con lo scioglimento anticipato della Camera, le nuove elezioni segnarono il successo del Psoe che, guidato da Felipe González, ottenne la maggioranza assoluta. Volte le spalle a ogni tentazione massimalistica, “Pepe” González imboccò la via di ampie e profonde riforme per debellare la disoccupazione, favorire la scolarizzazione, dalle elementari alle Università, e migliorare nettamente la sanità, portandola a livelli di eccellenza.
   Un quinquennio dopo, nel 1986, la Spagna entrò nell'Unione Europea: una svolta storica, incoraggiata all'interno dalla organizzazione di mostre e convegni incardinati sulle figure dei pionieri dell'europeismo, come Jean Monnet, e di valorizzazione degli    spagnoli che tra Otto e Novecento si erano schierati a favore dell'Europa: Angel Ganivet, José Ortega y Gasset (autore di “Spagna invertebrata”), Miguel de Unamuno...e riscoprì la grandezza del poeta Garcìa Lorca, assassinato dai franchisti  nella guerra civile per la sua condotta ritenuta immorale.
   La parabola politica di Adolfo Suárez declinò. Il Centro democratico e sociale da lui fondato sulle ceneri dell'UCD non ebbe successo. Nel 1996 gli venne conferito il Premio Principe delle Asturie per la Concordia. Perduta la moglie e la figlia maggiore Mariam, colpito da Alzheimer, morì ottantunenne. Nel 1981, l'anno dei torbidi, Juan Carlos gli aveva conferito il titolo di “duca di Suàrez”.
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   La desecretazione dei documenti su quello che per brevità gli spagnoli chiamano “23F” ha messo in moto la proposta (o sollecitazione) del ritorno in Spagna di don Juan Carlos da Abu Dhabi ove risiede abitualmente dall'agosto 2020, quando annunciò al figlio, Felipe VI, la sua decisione di lasciare la patria ove aveva vissuto dall'abdicazione, firmata il 18 giugno 2014 e ratificata per legge.
   I tempi della “Riconciliazione” (titolo delle sue memorie, recentemente pubblicate) paiono maturi. Ovviamente il suo ritorno stabile nel Paese, auspicato dal Alberto Núñez Feijóo, maggiorente del Partito popolare, potrebbe suscitare polemiche, che non mancano mai qualunque cosa si faccia. Ma anche queste prima o poi finirebbero per spegnersi. L'anziano Felipe González conferma che la condotta del Re quel 23F fu “esemplare”. Il presidente del Consiglio odierno, Pedro Sánchez, socialista a sua volta, ha osservato che la decisione non compete al governo ma alla Famiglia Reale. Si vedrà... Di sicuro don Juan Carlos, poliglotta, profondamente europeo e spagnolo di caratura planetaria, è una “risorsa” della Memoria. Invita a ripassare la storia anche attraverso i suoi titoli: Re delle Due Sicilie, di Corsica, di Sardegna, di Dalmazia, di Croazia e altro; duca di Milano; marchese di Oristano, conte di Gorizia… Fu il primo capo di Stato estero a parlare in italiano al Parlamento nella Roma ove nacque, come poi fece Filippo VI . È emblema dei legami storici tra l'Italia e la Spagna, di cui è re “emerito”.
   Il lungo regno di Juan Carlos, come quello del figlio Felipe VI, prova ne fatti che la Spagna non fu divisa in due fazioni, estrema sinistra ed estrema fatalmente contrapposte in un duello fanatico e mortale. Come provato, documenti alla mano da storici spagnoli (Maria Dolores Gòmez Molleda, Pablo Fusi, Fernando Garcìa de Cortazar...) ed esteri (spicca tra tutti l'inglese Paul Preston) vi è sempre stata una “terza Spagna”, moderata, liberale, anticlericale ma non antireligiosa, con una significativa componente massonica (studiata a fondo dal gesuita José Antonio Ferrer Benimeli): quella riemersa dalle macerie del franchismo senza livori né gli eccessi della “legge della memoria democratica”, che in troppi casi ha fatto e fa torto alla Storia.

   Per la Spagna – sottolinea il presidente Sánchez – «la normalizzazione di una situazione anomala ha inevitabilmente una dimensione statuale. È naturale che un Re di Spagna possa vivere e morire in Spagna se nulla lo impedisce […] La Spagna deve agire con razionalità e generosità.» L'opposto della ingenerosità che l'Italia, per paura di se stessa, riservò a Umberto II, l'ultimo Re, morto all'estero dopo trentasette anni di forzato esilio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Don Juan Carlos di Borbone e Borbone.

Antonio Tejero Molina (Alhaurìn el Grande, 30 aprile 1932-Alcira, 25 febbraio 2026) dopo lunga carriera raggiunse il grado di tenente colonnello della Guardia Civile, dalla quale fu espulso dopo il tentato golpe del 23 febbraio 1981.
  Nel 1978 promosse incontri con altri militari nel Caffè Galaxia di Madrid e mise a punto la “Operazione Galaxia”, che, subito scoperta, gli costò sette mesi di carcere. Processato dopo il 23F, fu condannato a trent'anni di reclusione, ma dopo tredici anni ebbe la libertà condizionale. Sposato, con sei figli, uno dei quali sacerdote, si dedicò alla pittura. Nel 2019 si oppose alla traslazione della salma di Franco dal Valle de los Caìdos al cimitero di Mingorrubio. Mentre era carcerato promosse il partito “Solidarietà Spagnola” dal motto allusivo: “Entra con Tejero in Parlamento”. Ebbe esito modestissimo. I militari spagnoli sono lealisti e diffidano dell'estremismo che agita i fantasmi del passato remoto: da studiare, non da imitare.
    Sull'ingresso della Spagna nelle istituzioni europee v. A.A.M., “L'integrazione europea e la penisola iberica”, in “Storia dell'integrazione europea”,  a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997.    
     Aldo A. Mola



150° del Circolo “'L Caprissi”
L'OZIO CREATIVO DEL MOTORE IMMOBILE

 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 febbraio 2026 pagg. 1 e 6.

Aldo A. Mola: 150 anni di Caprissi              «Ma sedendo e mirando, interminati/ spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo; ove per poco/ il cor non si spaura. […] E mi sovvien l'eterno,/ e le morte stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei.» Così il diciannovenne Giacomo Leopardi nell'“Infinito” scrisse l'elogio dell'ozio meditativo. Non fu il solo. Recita la Bibbia: «Così furono terminati il cielo e la terra. Allora Dio nel settimo giorno volle concluso il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato il lavoro…»
   L'ozio non è “il padre di tutti i vizi”. È il meritato riposo che si concesse anche il Grande Architetto, pausa di contemplazione e impulso alla creazione, perpetua nel tempo. Poi ognuno faccia la sua parte. A modo loro ne sono specchio i 150 anni del Circolo “'L Caprissi”, fondato a Cuneo il 10 dicembre 1875 da una decina di persone, forse reduci dalla Costa Azzurra e bene ammanicate con Torino. Avevano motivo di fermarsi a riflettere. Che cos'era lo spazio liguro-piemontese? Era sempre stato cerniera transfrontaliera. Nei millenni le Alpi del Mare avevano unito: transito di mercanti audaci e incontro di miti e di riti, come attestano le incisioni rupestri del Vallone delle Meraviglie e la “Tana Bertran” di Badalucco.
   Nizza era stata la meta agognata dai conti di Savoia prima ancora di ascendere a duchi e a re di Sardegna. Affacciarsi su quel mare era molto più importante che sboccare sul Ligure di Ponente. La Costa Azzurra proiettava verso la Provenza, culla della civiltà trobadorica, misto di arti e di eresie spazzato via da un'infame “crociata”. Da quella terra verso fine Settecento arrivò l'Armata d'Italia di Napoleone Bonaparte: stracciata, famelica ma innovatrice. Con la Restaurazione del 1815 i Savoia tornarono a Torino e Nizza fu restituita al Piemonte, con l'aggiunta dell'intera Liguria. Ma nel 1860, per avere alleato Napoleone III e ottenere Milano, Bologna e via via costituire il regno d'Italia, Vittorio Emanuele II dovette cedere all'Imperatore dei francesi la Savoia, ove erano sepolti i suoi antenati e da dove tutto era iniziato 850 anni prima, e, appunto, il Nizzardo, rendendo se stesso e Garibaldi stranieri in patria.
   Crescere molto costa sacrifici.
   Così accadde che il Cuneese da crocevia d'Europa retrocesse a terra di confine. Non bastasse, la capitale passò da Torino a Firenze e poi a Roma, sempre più lontana. Il nuovo Stato dovette investire nel Mezzogiorno e in altre plaghe che abbondavano di chiese, monasteri, castelli, ma mancavano di ferrovie, strade, ospedali, sedi scolastiche. Il brigantaggio, che fiorì solo in alcune plaghe del Sud e non fu affatto guerra civile, venne domato con costose migliorie più che con le armi. Però la coperta era cortissima. La Nuova Italia nacque gravata di ingenti debiti con l'estero. Si può anzi dire che fu propiziata proprio da chi (le banche inglesi anzitutto) volevano vedersi restituire i prestiti. Perciò tartassò d'imposte i cittadini, evasori per sopravvivere, come annotò Luigi Einaudi.
   Ripiegato al di qua delle Alpi con Nizza nel cuore, quel cenacolo di cuneesi sostò a riflettere sulla direzione di marcia. Mise alle spalle conflitti di religione e faziosità d'ogni genere. Era stato l'evangelico “Barùn Litrùn” a comandare la “piazza” di Cuneo durante uno dei molti assedi subìti e si era meritato la gratitudine della città.
   Dalla fondazione il Caprissi divenne spazio di ozio creativo dei “bogianèn”: persone capaci di “tenere la posizione” e guardarsi attorno anziché lamentarsi. Nel 1875 la Granda non aveva collegamenti ferroviari con la Francia. L'unica arcaica carrozzabile svalicava oltralpe attraverso il tunnel del Tenda. Sedendo e mirando, i “Capricciosi” decisero di darsi una dirigenza dalle robuste radici locali ma bene addentro ai centri di potere governativi.
   La stipula della Triplice Alleanza di Roma con Berlino e Vienna nel 1882, per ripicca contro il protettorato di Parigi su Tunisi, il fatuo sogno di trovare nel Mar Rosso le chiavi del Mediterraneo e la guerra doganale con la Francia assestarono altre batoste sull'Italia Nord-Occidentale. Nell'ozio operoso del Caprissi commercianti, negozianti, artigiani, albergatori, avvocati e amministratori locali crearono l’“armonia”: coro di voci diverse, orchestrate all'insegna dell'amicizia fraterna. Non sorprende che ne abbiano fatto parte anche massoni. Tutti inclini a fare, ma con riserbo.
   L'attuale sontuosa sede del Circolo (in “Cuneo Vecchia”, proprietà dei soci, poliglotti che privilegiano il piemontese), splendidamente ornata, arredata e completa di cucina per approntare “munizioni da bocca”, è la base dei Capricciosi in città, con l'occhio volto all'Europa, come alla nascita, 150 anni addietro: ben vissuti e ben portati, all'insegna della libertà, che tutto propizia e senza la quale tutto è perduto.
Aldo A. Mola



IL TRAMONTO DI GIOLITTI 18 gennaio1926
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” febbraio di domenica 15  2026 pagg. 1 e 6.

Giolitti, il senso dello Stato
                    sul viale del tramonto. La storia del Caprissi
                    (1875-2025), il Circolo ora presieduto da Franco
                    Civallero, viene presentata nel Salone d'onore del
                    Municipio di Cuneo alle ore 17:30 di mercoledì 18
                    febbraio 2026. Con la sindaca di Cuneo Patrizia
                    Manassero interviene Diego Rubero, direttore di “il
                    Giornale del Piemonte e della Liguria”.           Alcuni stanno armeggiando per ricordare Giovanni Giolitti nel centenario della morte (17 luglio 1928). Lamentano che il maggiore statista dell'Italia postunitaria forse è un po' dimenticato. Càpita a tanti. In un futuro sempre più fosco, incombe il presente, assillante, a spese del passato. Comunque, per conforto di chi non ha dimestichezza  con la storia d'Italia nel quasi mezzo secolo durante il quale Giolitti sedette alla Camera (1882-1928) altri hanno continuato a scriverne libri di diffusione nazionale e hanno pubblicato gli Atti dei governi da lui presieduti, le relazioni di accompagnamento delle principali leggi da lui varate e il carteggio, compresi molti inediti: tre volumi, cinque tomi, 5.000 pagine, a cura di Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato. Non è poco per chi voglia capire e far conoscere lo statista che nel 1892, cinquantenne (non quarantenne, a differenza di quanto scrive un cattedratico), venne incaricato da Re Umberto I di formare il governo.
   Proprio in vista del Centenario della sua morte, che è patrimonio universale, va ricordato che a pugnalare Giolitti nella schiena non furono squadristi mussoliniani ma il Consiglio provinciale di Cuneo, nel dicembre 1925. A salvare la continuità della “civiltà liberale” non solo in Piemonte furono l'industriale Luigi Burgo e il circolo cuneese“L'Caprissi”, che forse pochi conoscono.

Il ritorno di Giolitti al governo....   
  Il 21 giugno 1903 Giolitti si dimise da ministro per l'Interno. Attese... Il 29 ottobre Giuseppe Zanardelli, malato da tempo, lasciò la presidenza del Consiglio. Morì il 26 dicembre. Vittorio Emanuele III incaricò Giolitti di formare il governo. Gli dette tre giorni di tempo, perché doveva partire per Londra in visita di Stato, programmata da mesi.
  Giolitti tenne per sé l'Interno, affidò gli Esteri a Tommaso Tittoni, la Giustizia a Scipione Ronchetti, massone, le Finanze a Luigi Luzzatti, antico”fratello” e tra gli economisti italiani più apprezzati in Europa, e le Finanze a Pietro Rosano. Per bloccare sul nascere uno scandalo artificioso dalle possibili ricadute sul governo, Rosano si uccise sparandosi alla tempia. In una lettera stoica salutò Giolitti e i colleghi. Il presidente affidò i Lavori Pubblici a  Francesco Tedesco e l'Istruzione al siciliano Vittorio Emanuele Orlando, con irritata delusione del cuneese Tancredi Galimberti, che si vide interrotta la carriera politica intrapresa brillantemente e da molti antiveduto quale possibile futura alternativa a Giolitti. Era incappato in uno “scandalo” di modestissime dimensioni, ma nel clima arroventato dell'epoca bastava un nonnulla per finire nella sulla graticola.
   Le vicende romane si riverberarono sul Consiglio provinciale di Cuneo, che elesse presidente Giolitti in coincidenza con le Esposizioni Agricole Riunite  dell'agosto 1905, visitate dal re e dalla regina Elena, e sul consiglio comunale di Cuneo. Mentre i liberali si azzannavano in fazioni il consesso locale registrò l'ingresso di esponenti cattolici strenuamente propugnati da “Lo Stendardo”, un periodico originariamente contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” quando il quotidiano della famiglia Galimberti era attestato su una linea anticlericale.
   Messa a segno la vittoria nel rinnovo della Camera il 6 novembre 1904 (dopo il fallimento dello sciopero generale propugnato dal partito socialista italiano, quasi in risposta alla nascita del principe ereditario Umberto di Piemonte nel Castello di Racconigi, il 15 settembre), nel marzo 1905 Giolitti lasciò spazio a due governi presieduti dal fedelissimo Sandrino Fortis, massone, anticamente repubblicano. In due successivi governi Fortis mise a segno la statizzazione delle ferrovie, propizia alla dotazione di copiosi capitali privati, di lì a poco investiti nella nascente e redditizia industria idroelettrica. Alle sue dimissioni seguirono un governo di breve durata presieduto da Sidney Sonnino (febbraio-maggio 1906) e il suo ritorno alla presidenza del consiglio.
La svolta filofascista del Consiglio provinciale cuneese... 
   Giolitti dominò pressoché incontrastato la vita politica della Provincia Granda per un ventennio. Nell'estate del 1925 si avvertirono le prime crepe della sua egemonia. Gli Atti del Consiglio provinciale di Cuneo 1925 erroneamente pubblicano in apertura l'elenco alfabetico dei consiglieri del quadriennio 1920-1924, “in carica al 31 dicembre 1925”. Tale repertorio, in realtà, era superato dagli eventi. Infatti dal 21 dicembre il consiglio aveva mutato volto per l'improvvisa sterzata di “moderati” e cattolici del verso il fascismo.
   Da mesi l'egemonia giolittiana, che risaliva all'ultimo decennio dell'Ottocento ed era divenuta granitica con il ritorno dello statista al governo a inizio Novecento, stava scricchiolando. Il consesso provinciale si riunì in seduta straordinaria il 20 aprile 1925. Alla seduta, presieduta da Giolitti e presente il prefetto Osvaldo Nobile, di nuova nomina e preceduto dalla fama di ottimo amministratore secondo il generoso “benvenuto” portogli da Giolitti, parteciparono 44 dei 58 consiglieri in carica. Il prefetto ringraziò e assicurò che avrebbe propugnato le aspirazioni della Provincia presso il governo. I presenti applaudirono. Probabilmente pochi percepirono che il prefetto era succubo del ministro per l'Interno Luigi Federzoni, nazionalista e da sempre antigiolittiano dichiarato. Superata la “crisi” aperta dall'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, Mussolini teneva in pugno il governo e si valeva di Federzoni, massonofobo, per sgominare definitivamente quel che rimaneva dell'opposizione al regime incipiente. Non solo. Mussolini era anche titolare dei ministeri militari (Guerra, Marina, Aeronautica), dai quali dipendevano i rispettivi “servizi” e il corpo dei Carabinieri, fondamentale per informazioni e ordine pubblico.  
    Il consiglio provinciale di Cuneo tornò a riunirsi il 10 agosto 1925 con la presenza di soli 39 membri. Sette giustificarono l'assenza. Giolitti (assente e non giustificato) fu rieletto presidente per il quadriennio 1924-1928 con 29 suffragi (uno in meno del 50% dei 60 consiglieri), cinque schede bianche e voti dispersi. Presieduto dal senatore Marco di Saluzzo, marchese di Saluzzo, il consesso inviò omaggi di rito al re, che soggiornava nella Granda, e a Giolitti. Nel corso di due sessioni nella stessa giornata, il consiglio inviò le condoglianze all'ingegnere Luigi Burgo, industriale in ottimi rapporti con il Re e con Giolitti, per la morte del figlio, Willy, sepolto il giorno antecedente la riunione. A conferma del clima civile al quale si ispiravano i lavori del consesso, al cordoglio si associò il consigliere Paolo Roberto, rappresentante del mandamento di Verzuolo. Alle 17, accertato che i presenti si erano ridotti a venti e quindi mancava il numero legale, la seduta fu aggiornata al 24 agosto. Per motivi non affioranti dai verbali, tale riunione non ebbe luogo. 
  Presieduto da Giolitti il consiglio si radunò alle 14 del 15 ottobre, con la presenza di 39 membri. Sei, tra i quali Annibale Galateri di Genola e Marcello Soleri, giustificarono l'assenza. In apertura Giolitti ringraziò “i Consiglieri che nella scorsa adunanza in sua assenza vollero riconfermargli il mandato di Presidente”. Sbrigate poche pratiche di modesto rilievo, mentre altre, più rilevanti, furono rinviate. Alle 17 la seduta fu sciolta. Indolenza? Incertezza politica?  
  La Granda era tranquilla, ma il Paese attraversava settimane tempestose.
  Nella notte del 3-4 ottobre a Firenze gli squadristi comandati da Tullio Tamburini compirono i delitti che meritarono alla città di Dante l'epiteto di Fascistopoli. Ne rimasero vittime Giovanni Becciolini, l'ex deputato socialista Gaetano Pilati, Gustavo Console e almeno altri quattro sventurati. Fu la “notte di San Bartolomeo” narrata da Vasco Pratolini in “Cronache di poveri amanti”.

… e la pugnalata nella schiena di Giolitti             
  Nel dicembre 1925 in pochi giorni l'egemonia giolittiana crollò di schianto. Inviato appositamente a Cuneo, Prospero Gianferrari, deputato del partito nazionale fascista e  fiduciario di Mussolini, di concerto con il deputato fascista Daniele Bertacchi (“giovane distinto, studioso, valoroso in guerra e in pace” a detta del deputato e consigliere provinciale Guido Viale, in transito dall'area liberale al partito fascista), il 17 dicembre convocò in prefettura i pochi consiglieri provinciali nazional-fascisti e i più addomesticabili esponenti  popolari, liberali ed ex socialriformisti, come Giuseppe Ghio, già capofila dell'Associazione “Giordano Bruno”, anticlericale militante, razionalista in confusione.
   Ai presenti fu imposto di sottoscrivere la richiesta che l'amministrazione provinciale si allineasse a quella nazionale. Apertis verbis il missus di Mussolini fece capire che la svolta era condizione vincolante per il finanziamento governativo di opere pubbliche in corso di realizzazione. Era il caso dell'imponente viadotto sulla Stura che avrebbe fatto di Cuneo una città “di pianura”, agevolmente raggiungibile per strada e ferrovia da chi vi arrivi dal ventaglio di valli alpine alla sinistra del fiume e dalle direttrici di chi vi provenga da Saluzzo-Pinerolo e da Torino. Diversamente il consiglio sarebbe stato sciolto e l'amministrazione provinciale sarebbe stata commissariata. Non faticò a ottenere rapidamente le firme della maggioranza dei consiglieri in carica.   
   Chiamato in prefettura mentre sedeva in un caffè vicino al palazzo civico, poco distante dalla prefettura, che a sua volta ospitava l'amministrazione provinciale, anche il liberale Antonio Bassignano, sino a poco prima sindaco della città, aderì a quella che nel libro di memorie pubblicato nel dopoguerra egli stesso definì “lurida congiura”. Lo sventurato firmò.
   Giolitti era a Roma. Appena ne ebbe notizia sfogliando “La Stampa”, il 21 dicembre scrisse una “lettera pubblica” agli elettori amministrativi dei mandamenti di San Damiano e Prazzo. Comunicò le dimissioni da presidente del consesso cuneese e, “per elementare senso di dignità, anche da quello di consigliere”.
   “Io rispetto il governo del mio paese – aggiunse-  ma mi sentirei indegno di rappresentare i fieri montanari dei mandamenti di San Damiano e Prazzo se, per opportunismo avessi, sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale che professai in tutta la mia vita, e che fu quella di tutti i nostri rappresentanti dal 1848 in poi”. Concluse: “Ricorderò finché avrò vita le costanti e magnifiche prove di fiducia avute dai paesi in mezzo ai quali vissero per secoli i miei antenati”.
   Di quella stessa valle erano originari gli Einaudi, dai quali discendevano Luigi, monarchico, liberale e dal 12 maggio 1946 primo presidente pleno jure della Repubblica italiana, e i Soleri, legati da vincoli familiari a Camillo Peano, prefetto, segretario particolare di Giolitti, eletto deputato nel 1913, più volte ministro e nominato presidente della Corte dei conti quattro giorni prima della cosiddetta “marcia su Roma”. All'epoca Luigi Einaudi era guardingo nei confronti del governo Mussolini. Ne aveva apprezzato le prime misure, ispirate a liberismo e al contenimento della spesa pubblica, ma era negativamente impressionato dall'imperversare di nuove ondate di criminalità politica, non adeguatamente prevenute dal governo presieduto da Mussolini.     

“Tu quoque...!”
   A metà dicembre del 1925 Bassignano fu accolto socio nel circolo “l'Caprissi”. La sua parabola politica si stava concludendo. Il 16 rassegnò le dimissioni da sindaco di Cuneo. In aggiunta a quelle di Giolitti esse suggellarono il tramonto del liberalismo alla guida della vita pubblica cuneese.           
    Il consiglio provinciale tornò a riunirsi alle 13 e 50 del 18 gennaio 1926. Presenti 38 componenti e 3 giustificati, il presidente provvisorio Guglielmo Abate, eletto nel mandamento di Peveragno, comunicò le dimissioni di Giolitti e le mise in votazione. Giorgio Tornari (mandamento di Benevagienna) chiese che venisse letta la lettera di Giolitti, ma Abate rifiutò perché – egli disse- la votazione era già in corso. La sua proposta fu accolta per alzata di mano “a grande maggioranza”, senza verbalizzazione nominativa di voti contrari e di astensioni. Perciò non si conoscono i nomi dei giolitticidi. 
    Così il consesso ritenne di rimuovere la memoria di chi ne era stato componente per quarant'anni e presidente per venti, ministro del Tesoro dal 1889 e cinque volte presidente del consiglio dei ministri nel trentennio 1892-1921. Tre anni prima, il 23 ottobre 1922, quello stesso consiglio gli aveva fatto omaggio di una medaglia d'oro e aveva deliberato di intitolare a suo nome una borsa di studio per onorarne perpetuamente il nome.   
  Il 18 gennaio 1926 quel che rimaneva del consiglio cuneese dette dimostrazione memorabile di meschinità nei confronti del maggiore statista italiano dalla proclamazione del regno in poi. Giolitti governò lo Stato d'Italia quando esso era pienamente sovrano e indipendente. Non è confrontabile con chi presiedette l'esecutivo dopo la resa senza condizioni del settembre 1943, quando l'Italia divenne uno Stato a sovranità limitata.
    Con 34 voti il consiglio elesse presidente il monregalese Guido Viale, già liberale, dal 1924 eletto deputato nella Lista Nazionale. Dopo l'omaggio di rito alla memoria della Regina Margherita, morta a Bordighera, Viale si produsse in una dichiarazione meritevole di menzione per comprendere il profondo distacco del regime novello dallo stile che aveva improntato i lavori del consesso nei settantasei anni dalla sua costituzione: “Afferma – si legge negli Atti del Consiglio- che il tempo degli equivoci, delle transazioni, dei facili compromessi, è scomparso per sempre e soggiunge che se egli stesso ritenne, in un primo tempo, che il Fascismo fosse, più che un partito vero e proprio, un semplice movimento di alta intellettualità ed uno stato d'animo, allorquando vide - in occasione di un tragico e deplorevole avvenimento (rapimento e assassinio di Matteotti, NdA) - il Fascismo fatto segno ad ogni forma di attacchi e di oltraggi, sentì essere giunto il momento di scegliere decisamente la sua via, la via che gli additava la voce della Patria”, anche a prezzo di “distacchi dolorosi da amici insigni”. Ringraziato il prefetto per aver diffuso in provincia “il soffio della nuova passione politica”, Viale rilevò la fine “del vieto concetto della separazione tra la vita politica e quella amministrativa”. Questa doveva “inquadrarsi nel movimento politico nazionale, iniziato dal presente Governo ed irradiato dalla luce del bene, della verità e della giustizia; del bene perché il Governo di Benito Mussolini ha già attuato e va attuando un complesso di provvidenze sociali altamente commendevoli a beneficio dei lavoratori; della verità perché questo Governo ha cacciata la tenebrosa setta della Massoneria che avvelenava la vita politica italiana; della giustizia perché colla legge sulla stampa (che annientò la libertà del giornalismo, NdA) si è preclusa la via a tutti coloro che della stampa facevano una indegna speculazione. A questa luce di bene, di verità e di giustizia, che ha ricondotto Dio nelle chiese, nelle scuole, nella Aule del Parlamento, il consiglio dovrà improntare l'opera sua”. Superfluo osservare che la politicizzazione dell'amministrazione pubblica statale e locale è il pessimo dei mali. Viale chiuse con la proposta di due telegrammi esultanti a Mussolini e a Federzoni, giolittofobo e massonofago.
  Di seguito vennero comunicate le dimissioni del vicepresidente Marco di Saluzzo, approvate a grandissima maggioranza, come quelle di Fillia, Gullino, Miraglio, Caramelli, Chiaramello, Garelli, Ferrari, Soleri e Vallauri. Queste ultime furono respinte su proposta di Galateri perché nel frattempo Vallauri si era iscritto al partito nazionale fascista.   

“'Caprissi”, ultimo refugium dei liberali.    
   Nel 1932 il circolo cuneese “L'Caprissi”, fondato nel 1875, monarchico e prevalentemente liberal-democratico, con significativa presenza di socialriformisti e di massoni, accolse socio Marcello Soleri, avvocato, già deputato e ex ministro.  'l Caprissi sapeva quel che si faceva: bilanciava l'ingresso di due fascisti, il deputato Imberti, podestà di Cuneo, e l'avvocato Gaetano Toselli, futuro deputato del Pnf, con quello del più autorevole esponente del liberalismo italiano dopo la morte di Giolitti.
   Il 1938 si aprì a Cuneo con la chiusura di circoli ricreativi per ordine del federale Antonio Bonino. Ne dette conto la “Sentinella d'Italia” il 6 gennaio. Furono soppressi, fra altri, il Circolo Sociale, la bocciofila La Novella e le sezioni locali del Club Alpino Italiano e dell'Associazione Nazionale Alpini, tutte assorbite nell'Opera Nazionale  Dopolavoro. Nella sede del Circolo sociale si installò il Dopolavoro Città di Cuneo. Esso era riservato a “persone di elevato censo, professionisti, ufficiali, industriali, dirigenti di uffici e di azienda, e quanti altri, per merito o condizioni, si adegueranno alla maggiore portata di tale vita associativa”. Le attività sportive furono tutte convogliate nel Dopolavoro Cuneo Sportiva. Per non sottostare alla pretesa che l'avrebbe snaturato, il Caprissi decise l'auto-scioglimento. Mesi dopo fu la volta del Rotary Club di Cuneo, sorto nel 1925.
    Secondo la tradizione i dieci fondatori del “Caprissi” avevano appreso a Nizza a “gavese i sagrin”. Nel tempo avevano incoraggiato le relazioni fraterne tra i due versanti delle Alpi del Mare. A quel punto, però, i “capricciosi”avevano motivo di sentirsi stranieri in una Patria nata all'insegna della fratellanza tra popoli ma ormai risucchiata nel vortice dell'odio tra le genti predicato dal governo. Sino a quando? 
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Giolitti, il senso dello Stato sul viale del tramonto. La storia del Caprissi (1875-2025), il Circolo ora presieduto da Franco Civallero, viene presentata nel Salone d'onore del Municipio di Cuneo alle ore 17:30 di mercoledì 18 febbraio 2026. Con la sindaca di Cuneo Patrizia Manassero interviene Diego Rubero, direttore di “il Giornale del Piemonte e della Liguria”. 

IL DIALOGO O IL CAOS
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 febbraio 2026 pagg. 1 e 6.

Guido Calogero, filosofo del dialogo.
                    Guido Calogero (Roma, 1904-1986), di famiglia
                    messinese, storico della filosofia antica, libero
                    docente dal 1927 e ordinario all'Università di Pisa
                    dal 1934, invitato da Giovanni Gentile alla Scuola
                    Normale di Pisa e clandestinamente antifascista
                    militante, nel 1940 scrisse con Aldo Capitini il
                    “Manifesto del liberalsocialismo”. Deferito al
                    Tribunale speciale per la difesa dello Stato, fu
                    destituito dalla cattedra e assegnato a confino di
                    polizia a Scanno (in Abruzzi), ove rivide l'ex
                    allievo Carlo Azeglio Ciampi. Militante nel Partito
                    d'azione, nel 1948 si schierò con il Fronte popolare
                    a favore della laicità dello Stato. Con Arturo Carlo
                    Jemolo e “altri spiriti magni non necessariamente
                    iniziati” (AAM, Storia della Massoneria, 1992, p.
                    822), rianimò la rivista “La Cultura”, promossa dal
                    Grande Oriente d'Italia. Tra i fondatori del partito
                    radicale (1955), candidato alla Camera dei deputati,
                    ne uscì e confluì in quello socialista. Tra le sue
                    Opere di logico antimetafisico spiccano “Difesa del
                    Liberalsocialismo” (1945) e “Filosofia del dialogo”
                    (1962).         Ma davvero incombe “lo nero periglio”?
   In un recente articolo Ernesto Galli della Loggia ha evocato la diversità radicale tra i “Paesi occidentali” e quelli islamici, estesi «dalle pendici dell'Himalaya alle coste dell’Atlantico». Nei primi – sintetizzando il suo scritto – vige la libertà personale, che «significa il rispetto della libertà degli altri, di chiunque altro, significa quella cosa che si chiama tolleranza». I secondi non conoscono e quindi non praticano né l'una né l'altra. Poiché «la migrazione dai Paesi islamici, anche quella di seconda o terza generazione, tende a mantenere, spesso addirittura a rafforzare, un'insuperabile separazione culturale, legata alle proprie radici», se in Italia non si trova per tempo una qualche soluzione «andiamo incontro a un futuro tempestoso». Un «Paese serio – egli conclude – discuterebbe con mente aperta tutte le opzioni possibili e tenendo conto solo di un vincolo: che per la Repubblica libertà e tolleranza sono valori assolutamente non negoziabili».
   Pienamente d'accordo sulla necessità di un dibattito nel Paese e nelle sedi deputate a legiferare (il Parlamento, senza dimenticare il sempre più necessario vaglio del Quirinale e della Corte costituzionale), a far osservare le leggi e ad amministrare la giustizia (la Magistratura: che non è un “potere”, ma un “Ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”), proprio perché pone al centro il cosiddetto “jure condendo” il mònito lanciato da Galli della Loggia offre motivo di alcune osservazioni. Al tempo stesso occorre evitare proposte e/o varare in clima di falsa emergenza ricette per problemi inesistenti o diversi da come vengono “narrati”.

I pochi e la medicina del tempo
   La libertà dell'uomo è anelito antico, ma, superfluo dirlo, di poche persone. Negli ordinamenti costituzionali la sua enunciazione è recentissima e ristretta a pochi tra gli Stati che siedono nell'Organizzazione delle Nazioni Unite. Benché calpestino al proprio interno le più elementari libertà, molti di essi hanno posizioni eminenti nei consessi giuridici internazionali. Anziché stigmatizzarli, lasciar fare e barattare ideali con merci, bisogna chiamarli a rispondere.
   Libertà e tolleranza non sono affatto tutt'uno: sono concezioni e realtà separate. Nell'impossibilità di tracciarne una panoramica universale, va ricordato che, per rimanere all'“Europa”, nell'antichità greco-romana la libertà intesa quale possesso ed esercizio di diritti “politici” era privilegio di chi aveva piena “cittadinanza”. Perteneva a esigue minoranze. La cittadinanza non comportava la condivisione di culti. Diritti “politici” e pratiche religiose erano separati. I cittadini di pieno diritto si riconoscevano in Roma, ma Roma non esigeva che la pleiade dei popoli via via assoggettati e meno ancora gli innumerevoli schiavi di cui si servivano adottassero la sua “religiosità”.
   Roma non ebbe preclusioni verso alcuna “credenza” se quanti la praticavano non entravano in conflitto con le leggi. Costumi, credenze e religioni erano mondi separati. Il potere, infine, non entrava nella pratica di “riti” e dei “misteri”, avvolti nella discrezione.

Il declino dell'impero e l'ascesa del monoteismo intollerante
   La compatibilità tra “politica” e “religione” si pose o, se si preferisce, esplose, quando una religione risultò in conflitto con lo Stato e ne rifiutò l'ingerenza nella propria “pratica”. Molto semplificando per necessità di sintesi, fu il caso dei “cristiani” che vennero vessati perché rifiutavano l'omaggio di rito allo Stato, raffigurato nelle fattezze dell'imperatore: un “caso” che si pose solo sulla fine del primo secolo dopo Cristo. La loro persecuzione durò per secoli ed ebbe ritmi alterni, in parte connessi all'annientamento dello “Stato” ebraico (conquista di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte di Tito Flavio) e alla diaspora degli ebrei dopo la distruzione del Tempio ordinata da Adriano.
   Mentre nei confini dell'Impero dilagavano senza divieti né ostacoli i culti più disparati, talora non privi di eccessi e persino di efferatezze, ma sempre nell'ambito di culti connessi alla “natura” e alle sue molteplici raffigurazioni, il cristianesimo rimase quanto meno sospetto se non esplicitamente nemico e quindi proibito.
   Per quanto paradossale, a concedere la cittadinanza romana a tutti gli uomini dell'Impero fu Marco Antonino Caracalla , «uomo di corrotti costumi e più crudele del già crudele suo padre; avido di cibo, come pure ingordo di vino, odiato dai familiari e detestato da tutti i soldati, ad eccezione dei pretoriani», come narra Elio Sparziano nel suo profilo raccolto nella Storia Augusta. Fratricida e incestuoso, venne infine assassinato. Però fu proprio lui a emanare nel 212 d.C., la “Constitutio Antoniniana”, nota anche come “editto di Caracalla”, dal suo soprannome. La massima indifferenza dello Stato verso i culti si coniugò con la loro moltiplicazione, a cominciare da quelli “orientali” (egizi, siri...), a eccezione, come detto, dei cristiani.
   Il primo editto di tolleranza verso quanti praticavano il Vangelo venne emanato il 30 aprile 311 d.C. dall'imperatore augusto Galerio in Serdica (attuale Sofia) dopo un decennio di feroce persecuzione dei cristiani, ordinata da Diocleziano e attuata dai tetrarchi, lui compreso. Galerio fu molto chiaro. Aveva perseguitato i cristiani (anche a morte) perché si erano posti in conflitto con le antiche leggi e le istituzioni romane. “Melius re perpensa”, forte della propria benevolenza e incline alla clemenza aveva deciso di perdonarli e di autorizzarli a ricostruire «gli edifici nei quali erano soliti riunirsi, a condizione che essi non si abbandonino ad azioni contrarie all'ordine costituito». Da banditi e perseguitati i cristiani risultarono dunque non liberi ma tollerati nell'ambito delle leggi universali dell'Impero. L'editto emanato a Milano da Costantino due anni dopo non andò molto oltre, anche perché, già devoto ad Apollo e conscio che il suo rivale Massenzio era largo di concessioni ai cristiani, egli era, sì, d'accordo sulla necessità di tollerarli per averli alleati nello scontro finale consumato con la battaglia di Ponte Milvio (28 ottobre 313 d.C.) e l'eliminazione dello stesso Massenzio, ma senza prevalenza su altri culti.
   Quegli editti furono l'ultimo vagito della “tolleranza” e non si tradussero affatto nel trionfo della “libertà di culto”. Anzi, per motivi politico-militari complessi, divenuto unico “Augusto”, Costantino ribadì il primato dell'imperatore nelle questioni religiose. Con il patrocinio esercitato sul concilio di Nicea (325 d.C.) prese posizione netta a favore dei cristiani “romani” contro i cristiani ariani, classificati eretici e, come tali, banditi e perseguitati nei modi più feroci.
   Anche la rassegna più breve delle “eresie” che fiorirono nei primi secoli del cristianesimo richiederebbe molto spazio e farebbe perdere di vista ciò che più conta evidenziare: gli editti di tolleranza fecero da volano alla divisione definitiva del cristianesimo in professioni diverse, reciprocamente ostili e, quando lasciate libere di agire, contrapposte in lotte feroci e implacabili, l'opposto della tolleranza e, ancor più, della libertà di culto.
   La breve riscossa neo-pagana di Giuliano (331-363 d. C.), nipote di Costantino, scampato alla strage di parenti da questi ordinata quando si approssimò alla morte, si risolse nell’incompatibilità patente tra “cristiani” e “pagani”, poi suggellata con la rimozione dell'Altare della Vittoria dall'Aula del Senato e con la demonizzazione del culto di Mitra, largamente diffuso nelle legioni. Già vittorioso sugli Alamanni nella battaglia di Strasburgo e ferito a morte in quella di Ctesifonte mentre combatteva i Persiani, secolare nemici di Roma, con le misure adottate a carico dei cristiani il neoplatonico Giuliano, poi spregiativamente detto “Apostata”, ovvero traditore, aprì involontariamente la strada all'editto emanato in Tessalonica (27 febbraio 380 d. C.) a nome degli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano II (di soli nove anni). Questo chiuse la breve stagione della “tolleranza” e decretò che il cristianesimo cattolico (Padre, Figlio e Spirito Santo, Dio uno e trino) professato da papa Damaso, successore di Pietro Apostolo, era la religione ufficiale dell'impero. Gli altri cristiani furono declassati a “dementes”, condannati al castigo divino. Divennero bersaglio delle leggi imperiali, forti dell'investitura celeste. Teodosio fu il primo assertore nel canone “Dio è con noi”.
   Qualunque scelta (=eresia) diversa dalla cattolica divenne “crimen publicum”, uno scandalo da annientare con l'eliminazione fisica degli eretici. Nella tenaglia tra autorità imperiale e condanna teologale finirono stritolati i pagani e i cristiani dissidenti. In molti casi anche illustri ecclesiastici, come Giovanni Crisostomo, guidarono folle di fanatici a farsi “giustizia” con l'assalto a templi e con la strage degli “infedeli”. “Tantum potuit religio suadere malorum” aveva scritto nel “De Rerum natura” l'epicureo Tito Lucrezio per deplorare i delitti perpetrati per suggestione superstiziosa. E la Buona Novella?

Dal crollo...
   Qualche decennio addietro anche in Italia si diffuse il mito dei Longobardi e di altri popoli che vi irruppero dopo il tramonto dell'impero romano “in Occidente”: un termine vago, italo-centrico e infido, poiché da oltre un secolo nelle Gallie e in Iberia esistevano “potentati” separati da Roma. L'“Italia” non c'era; e non se ne parlò più per quindici secoli. I suoi problemi furono altri. Essi non vanno lasciati nelle nebbie di “secoli bui” e di altre formule fonte di confusione.
   L'impero romano crollò per motivi che da secoli sono croce e delizia di storiografi e di chiromanti. Al di là di suggestioni (il saturnismo, indotto dal troppo piombo contenuto nel vasellame d'uso quotidiano), l'impero si esaurì con il fallimento delle guerre secolari contro la Persia, con la rinuncia a conquiste nell'Europa settentrionale, poco redditizia di risorse e di schiavi, per le guerre interne fratricide e per l'indebolimento della struttura dello “Stato” sin dalle guerre civili e dal fallimento dei due triumvirati, che cercarono di traghettare il regime dalla senatocrazia al principato.
   Premesso che ogni Grande Potenza attuale sarebbe felice se le venissero predetti quattro-cinque secoli di “decadenza”, quanti appunto (secondo i manuali di storia) furono quelli dell'Impero nell'“Occidente” (nel “putrido Oriente” bizantino l'impero durò un altro millennio, a conferma che una lunga malattia è meglio della morte), una constatazione s'impone con riferimento all'Italia.
   Tra guerre goto-bizantine, che desertificarono il Mezzogiorno, irruzione dei Franchi e restaurazione dell'impero in Occidente con gli Ottoni di Sassonia (quanti a sud del crinale alpino vi si installarono e figliarono? quanto incisero sulla vita quotidiana del “popolo disperso” e dei borghi ove un tempo v'erano città fiorenti?), unica certezza è che la polverizzazione dell'Impero romano spianò la strada all’esplosione dell’Islam.

...all'invasione islamica
   Dopo l'ègira di Maometto (“trasferimento” per gli uni, “fuga” per altri) da La Mecca a Medina (622), il suo rientro trionfale a La Mecca (630) e la fondazione della comunità musulmana (“umma”) subito dopo la morte del Profeta (632), l'islamismo arabo dilagò “manu militari”. La guerra santa, alimentata dalla promessa della non spiacevole salvezza iperurania ai caduti per la sua causa, in pochi anni portò alla conquista di Mesopotamia, Siria (636), Gerusalemme (638), Persia (644), Egitto (642-646), Cirenaica (644) e Cappadocia. Anche gli islamici si sentirono sicuri di avere Dio dalla loro. Dal 648, allestita per la prima volta una flotta, conquistarono Cipro, Creta, Rodi e iniziarono ad aggredire la Sicilia. Sconfissero un'armata navale bizantina, soggiogarono il Maghreb, si spinsero ad assediare Costantinopoli e iniziarono scorrerie in Calabria, Sardegna, Corsica, Nizza.
   Nel 711 una spedizione capeggiata da Tariq sbarcò in Spagna, rapidamente sottomessa: Siviglia, Cordova, Toledo... Poi fu la volta del Portogallo. Nel 732 i musulmani raggiunsero Bordeaux, nell'antica Aquitania. Vennero fermati dal franco Carlo Martello a Poitiers (732, o 733 secondo altra cronologia) ma ripresero ad avanzare sino ad Avignone, mentre dalla Costa Azzurra i “Saraceni” salirono in Piemonte, sino a saccheggiare Alba, Susa... Superfluo sottolineare che di volta in volta uccisero quasi tutti gli uomini anziani o palesemente invalidi e deportarono bambini e soprattutto donne, previo accertamento dei loro attributi.
   Le scorrerie colpirono l'abbazia di Montecassino e Ostia e lambirono Roma. Papa Leone fece alzare le mura a strenua difesa del cuore della Cristianità. Quando l'uragano islamico scese d'intensità come sempre accade nel tempo i “cristiani” risposero con le Crociate e la fondazione di effimeri regni nella Terrasanta, con un “passaggio” a Bisanzio ai danni dell'impero d'Oriente (1204). Molti anteponevano i trenta denari al Vangelo.
   Placata, o quasi, l'offensiva degli islamici iniziò la guerra tra “occidentali”. Quale tolleranza? Quale libertà? Gli “albigesi”, fulcro di una leggiadra civiltà, vennero sterminati senza pietà alcuna. Un ecclesiastico insigne, Arnaldo Amalrico di Citeaux, a chi gli domandava come risparmiare i “fedeli” nell'assalto finale sentenziò: «Uccideteli tutti. Dio sceglierà i suoi». Sempre Dio.
   Nel 1453 i turchi espugnarono Costantinopoli e ne sterminarono la popolazione. Vennero risparmiati gli artigiani utili per rimediare ai danni dell'assedio. La città divenne turca e tale rimane, dopo i congressi di pace di Vienna, Parigi, Versailles, Postdam, perché così volle l'Europa “cristiana occidentale” in odio contro la Russia cristiana ortodossa e, più prosaicamente, per il controllo del commercio tra Mediterraneo e Mar Nero attraverso gli Stretti.

La catastrofe del Cinque-Seicento e la tratta degli schiavi
   Settant'anni dopo l'espugnazione di “Cospoli”, il celebrato “Occidente”, proprio mentre scopriva il mondo grazie alle esplorazioni, sprofondò nella lunghissima guerra tra cattolici, protestanti, evangelici, anabattisti... Tutti “cristiani”, tutti dediti a crimini agghiacciati. Con la pace di Augusta venne sancito il principio “cuius regio, eius et religio”. I sudditi dovevano professare la “religione” del loro sovrano. Convertirsi o andarsene. Le guerre di religione sono durate secoli. Come lo schiavismo. Un tempo erano i saraceni a predare gli europei. Almeno un milione vennero ridotti in schiavitù. Poi gli europei prelevarono sulle coste atlantiche dell’Africa i “negri” che i mercanti islamici catturavano e vendevano ai migliori offerenti. L'8 febbraio 1815 i plenipotenziari riuniti a congresso in Vienna decisero di porre termine al «flagello della tratta dei negri che aveva desolato l'Africa, degradato l'Europa e afflitto l’umanità». Era ripugnante. Quel “voto” però non venne sottoscritto da Spagna e Portogallo. La Francia, presente al Congresso con il principe Talleyrand, antico vescovo di Autun e ministro degli Esteri per tutte le stagioni, abbozzò ma non applicò. La Francia aveva bisogno di schiavi, come ne avevano gli Stati Uniti d'America che non presero parte al congresso. La Gran Bretagna aderì, perché la Dichiarazione impegnava i governi a provvedere in un imprecisato futuro.
   Tolleranza? Libertà? La celebre “costituzione di Cadice” che dopo il 1815 venne presa a modello dai liberali italiani prescriveva che la religione di Stato era la cattolica. Gli altri culti non erano ammessi. Lo Statuto del regno di Sardegna emanato da Carlo Alberto il 4 marzo 1848 proclamò invece che «Tutti (i regnicoli) godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessibili alle cariche civili e militari salvo le eccezioni determinate dalle leggi». Toccava dunque al Parlamento provvedere. Venne anticipato dai decreti del Luogotenente Eugenio di Savoia che conferì tutti i diritti anche agli ebrei. In un Paese poco avvezzo alla libertà, dopo l'unificazione del 1861 ci vollero generazioni per tradurre i principi ideali in realtà effettuale: un processo lento, comune a tanti altri Stati europei, mentre negli Stati Uniti d'America l'uguaglianza rimane ancora uno slogan. In Italia nel 1938 fu ancora un Parlamento ad approvare leggi razziste, con grave imbarazzo ma nessun dissenso pubblico della Santa Sede. Per motivi più volte spiegati da un quarto di secolo in opere edite anche da Mondadori e Bompiani, ma forse ignote a qualche giornalista come Aldo Cazzullo, esse vennero firmate da Vittorio Emanuele III. Eliminato il regime fascista, la monarchia le abolì. Altri impiegarono decenni a cancellare l'imputazione di “deicidio” ai “perfidi giudei”. 
   L'articolo 3 della Costituzione vigente enuncia: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.» Il “passato”, con tutti i suoi errori, venne consegnato alla storia. L'articolo 8 precisa: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni diverse dalla cattolica [i costituenti non aggiunsero “cristiana”, perché sottintesa: ma sarebbe stato meglio scriverlo] hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti [termine non appropriato], in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.»
   Forse vi era un difetto di cognizione delle confessioni diverse dalla cattolica. Non tutte hanno “statuti” e, ciò che più conta, non tutti i cittadini si debbono riconoscere in confessioni ma hanno diritto alla propria libertà di fantasticare o di non occuparsi affatto di “cose dell'altro mondo”. Per essere uomini probi basta e avanza impegnarsi a migliorare o almeno a conservare “l'aiuola che ci fa tanto feroci”.
   In prossimità del 17 febbraio, festeggiato dai valdesi in ricordo delle regie patenti che nel 1848 li “parificarono” ai cattolici e ricordato da quanti non dimenticano il rogo che quello stesso giorno del 1601 arse vivo l' “eretico” Giordano Bruno da Nola in Campo de' Fiori a Roma, giova distinguere nettamente la “libertà”, diritto non negoziabile (come scritto da Galli della Loggia), dalla “tolleranza”, dispensata dal sovrano al suddito. Sono “cose” distinte e distanti: da tenere presenti “de jure condendo”. È tempo di ripartire dal filosofo del dialogo, Guido Calogero. Il fondamento della convivenza all'interno di ciascuno Stato e nel mondo venturo sono la conoscenza reciproca, il confronto, il dialogo. E' un cammino lungo; ma non ha alternative. Chi visita un Museo, ne esce più consapevole dei “cento fiori”, più maturo, più curioso e meno presuntuoso di possedere la verità innata. Il Mondo è il Museo.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Guido Calogero, filosofo del dialogo. Guido Calogero (Roma, 1904-1986), di famiglia messinese, storico della filosofia antica, libero docente dal 1927 e ordinario all'Università di Pisa dal 1934, invitato da Giovanni Gentile alla Scuola Normale di Pisa e clandestinamente antifascista militante, nel 1940 scrisse con Aldo Capitini il “Manifesto del liberalsocialismo”. Deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, fu destituito dalla cattedra e assegnato a confino di polizia a Scanno (in Abruzzi), ove rivide l'ex allievo Carlo Azeglio Ciampi. Militante nel Partito d'azione, nel 1948 si schierò con il Fronte popolare a favore della laicità dello Stato. Con Arturo Carlo Jemolo e “altri spiriti magni non necessariamente iniziati” (AAM, Storia della Massoneria, 1992, p. 822), rianimò la rivista “La Cultura”, promossa dal Grande Oriente d'Italia. Tra i fondatori del partito radicale (1955), candidato alla Camera dei deputati, ne uscì e confluì in quello socialista. Tra le sue Opere di logico antimetafisico spiccano “Difesa del Liberalsocialismo” (1945) e “Filosofia del dialogo” (1962).

LA PARABOLA DEL PERONISMO
DA EVITA A ISABELITA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 febbraio 2026 pagg. 1 e 6.


DIDASCALIA:
                                                          María Estela
                                                          Martínez
                                                          Cartas (Isabel
                                                          Martínez de
                                                          Perón, detta
                                                          Isabelita) con
                                                          il marito. 
   
   Evita Perón: emancipare i poveri per unire l'Argentina
    Il 13 ottobre 1945 il cinquantenne Juan Domingo Perón (1895-1974), all'epoca colonnello, fu arrestato dalla “cupola” di alti gradi militari che temevano si mettesse a capo del fronte riformatore (radicali, democristiani e “sinistre”) con il sostegno dell'ambasciata degli Stati Uniti d'America, favorevoli a una svolta “democratica” dell'Argentina. I perni del Paese erano le forze armate, la chiesa e i sindacati operai. Bisognava trovare il punto d’incontro, mediazione e sintesi, in una visione planetaria del dopoguerra. Perón aveva all'attivo la decisione dell'Argentina di dichiarare guerra alla Germania di Hitler e i suoi alleati, sia pure all'ultimo minuto, nel marzo 1945. Sedere in Europa al tavolo della pace significava poter dare una mano al vinto. Molti italiani e tedeschi ne profittarono per varcare l'Atlantico in modi fortunosi (spesso assistiti dalla Chiesa) per eludere il “regolamento di conti” nei giorni del sangue. Ma la dichiarazione di guerra significava anche guardare lontano e incentivare scambi commerciali a tutto vantaggio di economie messe in ginocchio e bisognose di beni di consumo e derrate alimentari (carne congelata, frumento, zucchero...).
   Due giorni prima dell’arresto, Perón rassegnò le dimissioni da vicepresidente del governo e da ministro della guerra e del lavoro: le tre posizioni chiave ricoperte in quel momento. Nel breve commiato raccomandò alla folla di rispettare l'ordine pubblico e ammonì: «Se un giorno si rivelasse necessario, vi chiederò di battervi.» Fu carcerato nell'isola di Martín García, lungo il Rio della Plata.
   Come molti altri uomini politici dinnanzi alla sconfitta visse per alcune ore “la tempesta del dubbio”. Era capitato anche a Giuseppe Mazzini. Fino a che punto poteva e doveva capitanare la svolta dell'Argentina dalla “década infame” a una democrazia del lavoro? Perón, che per non rischiare troppo aveva deciso di lasciare il servizio attivo, raccomandò in una lettera all'amico Mercante di avere cura della sua compagna, Evita Duarte, giovane e priva di tutele politiche. Gli confidò: «Non appena andrò in pensione, ci sposeremo e ce ne andremo via.» Informò quindi Evita di aver chiesto il collocamento a riposo: «Se riesco a farmi mandare in pensione potremo sposarci l'indomani stesso. […] Impara ad aspettare. Tutto questo finirà presto e avremo tutta la vita per noi. Ciò che ho già fatto mi giustifica davanti alla storia e so che il tempo mi darà ragione. Comincerò a scrivere un libro su tutto ciò e lo pubblicherò il più presto possibile. Allora vedremo chi avrà ragione…»
   Ma doveva scegliere: scrivere di storia o fare storia? A decidere furono gli argentini. Massone di ormai lungo corso, aveva la tempra di Giuseppe Garibaldi, venerato in Argentina, capace di chiamare all'azione i compagni di loggia e di ricordare i valori e i doveri giurati all'iniziazione: verso la patria e verso se stessi, non per fini egoistici ma come patrioti.
   Il 16 ottobre Perón fu trasferito dal carcere all'ospedale militare di Buenos Aires. La Confederación General del Trabajo (CGT), il suo principale pilastro, proclamò lo sciopero generale per il 18. Ma il 17 i suoi sostenitori (popolani, disoccupati, “campesinos”...) si raccolsero spontaneamente in Plaza de Mayo, cuore pulsante della capitale. Nel caldo torrido molti si tolsero la camicia. I “descamisados” chiesero l'immediata liberazione del colonnello e la ottennero. Il 17 ottobre divenne la data di nascita del peronismo. Cinque giorni dopo Perón sposò la ventiseienne Maria Eva Duarte a Junín, ove risiedeva la sua famiglia e da dove dieci anni prima era partita per tentare la carriera di attrice cinematografica.
   A fine anno Perón intraprese la campagna elettorale coronata il 24 febbraio 1946 con l'elezione a presidente della Repubblica. Sul treno denominato “El Descamisado” e nei comizi, ebbe a fianco costantemente la moglie. Un giorno in cui si sentiva stanco le affidò di affrontare il pubblico. Con la sua voce roca e attrattiva, dai toni variabili e avvolgenti, Evita se la cavò benissimo. Capiva il suo uditorio. In gran parte erano uomini ancor privi organizzazioni. La forza nuova stava nell'“andare al popolo”, formato da masse ancora confuse e indistinte, analfabete e spesso dalle parlate che ne facevano una sorta di arcipelago disconnesso.

Unire e “rappresentare” gli Argentini in sé e nel mondo
   Da quel momento Eva Duarte de Perón, a tutti nota col diminutivo Evita (Los Toldos, 7 maggio 1918-Buenos Aires, 26 luglio 1952), risultò non solo compagna del colonnello ma ispiratrice del nascente “partito unico della rivoluzione”, poi detto “peronista”. Fu un caso unico nelle Americhe e del tutto nuovo anche rispetto all'Europa. Le regine brillavano di luce riflessa, mentre nessuna moglie di primi ministri esercitò personalmente potere politico in posizione apicale: un privilegio ancora maschile (e non solo nella Vecchia Europa), anche per lo stretto legame fra questo e il potere militare, quasi un'endiadi rafforzata dai cinque anni della Grande Guerra. Lo stesso avvenne nell'America settentrionale, ove Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), eletto presidente degli USA nel 1932, confermato tre volte (1936, 1940 e 1944) e propugnatore del New Deal al quale lo stesso Perón in parte si ispirò, ebbe suggeritrice la moglie (e cugina) Eleanor, nipote di Theodore Roosevelt (presidente dal 1901 al 1909). Impegnata sul fronte dei diritti civili, dell'emancipazione femminile e degli afro-americani, Eleanor ebbe vita privata assai “aperta”, ma non a fianco del consorte. Svolse ruoli rappresentativi soprattutto da vedova, all'ONU e per la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ma, appunto, dopo la morte del marito. Nel Novecento nessun'altra moglie di un capo di Stato o di primo ministro assunse ed esercitò potere politico in prima persona. Non fu il caso di Mussolini, di Hitler (peraltro “celibe”), di Franco e neppure di Stalin.
   Evita Perón, invece, svolse ruolo politico non solo eminente ma da protagonista. Tra le sue personali conquiste spiccò la legge 23 settembre 1947, n. 13010 che stabilì l'uguaglianza dei diritti civili e politici di maschi e femmine, sia argentini sia stranieri residenti in Argentina, e, quindi, l'elettività delle donne alle cariche pubbliche. Una svolta epocale, che non si fermò alle urne ma investì la vita quotidiana, i costumi e i rapporti con la chiesa.
   Quando Perón la conobbe, il 22 gennaio 1944, durante le operazioni di soccorso alla popolazione di San Juan, vittima di un terremoto che causò almeno diecimila morti, Evita aveva alle spalle un’esistenza assai travagliata. Quinta dei cinque figli illegittimi di Juan Duarte, piccolo proprietario terriero, e della cuoca, Juana Ibarguren, Evita conobbe ristrettezze, umiliazioni ed ebbe una modesta formazione scolastica. A scuola spiccò solo per bravura nelle recite. Il padre naturale morì quando aveva appena otto anni. A funerali Evita stentò a farsi largo tra i fratellastri per piangerne la salma. Quand’era poco più che quindicenne fu incoraggiata dalla madre a lasciare Junín per Buenos Aires, per intraprendere la carriera che sentiva sua.
   Avviata allo spettacolo dal tanguero Augustín Magaldi, suo primo “compagno”, dal 1939 alternò programmi radiofonici a rappresentazioni teatrali e comparse marginali in film, con guadagni però sufficienti ad acquistare l'appartamento in Buenos Aires, ove, dopo l'incontro di San Juan e l'“amore a prima vista”, ospitò il colonnello Juan Domingo ancor prima del matrimonio.
   Da moglie del presidente, Evita fondò il partito peronista femminile e conquistò immediata e vastissima popolarità per la sua onnipresenza nel mondo lavoro e dei sindacati. Nel 1947 su mandato del consorte compì un lungo viaggio in Europa, iniziato con la visita a Madrid, ove fu solennemente ricevuta da Francisco Franco e dall'intero governo e venne insignita della Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica, il più prestigioso della Spagna. Accolta da Pio XII, come da altri capi di Stato e di Governo, rientrò in patria passando trionfalmente dal Brasile e dall'Uruguay. Il 23 agosto 1947 fu attesa a Buenos Aires da immensa folla festante. Ormai era molto più che la moglie del presidente. Era il suo braccio destro. Era la voce e l'immagine della nuova Argentina. Incarnava un'Idea.
   L'anno seguente istituì la Fondazione Eva Perón, che in breve divenne una sorta di governo parallelo a quello dello Stato. Si dedicò all'istruzione infantile, con speciale attenzione per i figli di famiglie povere e analfabete, e alla costruzione di case popolari. Ma il banco di prova più impegnativo, perché bisognoso di grandi mezzi, fu la sanità: costruzione di ospedali, ricerche scientifiche e lotta contro malattie endemiche, dalla tubercolosi alla malaria e alla sifilide.
   Pronta a ostentare con disinvoltura abiti lussuosi e a indossare gioielli sfarzosi quando ne vedeva necessità, Evita vestiva nei modi più semplici se visitava le città più modeste di un'Argentina che in pochi anni registrò una crescita senza precedenti del prodotto interno lordo.

Il repentino tramonto e la drammatica fine
   Nel volgere di pochi mesi, però, la sua stella si avviò al tramonto. Iniziò la stagione degli improvvisi svenimenti durante manifestazioni pubbliche. Nel gennaio 1950, nel corso dell'asportazione dell'appendice, le venne diagnosticato un tumore all'utero. Sua madre l'aveva superato con l'isteroctomia totale. Evita, trentaduenne, la rifiutò. L'anno seguente Perón si candidò alla rielezione. La CGT e varie correnti politiche e culturali chiesero che fosse formalmente candidata alla vicepresidenza. Dopo lunghe esitazioni, con un accorato discorso radiofonico Evita stessa annunciò la sua rinuncia. Chiese di essere ricordata come la donna che al fianco di Perón si era dedicata al popolo argentino. Quella era la sua “bandiera sino alla vittoria”. Partecipò alle elezioni del novembre 1951 votando nel letto dell'ospedale ove era stata operata nella speranza di arginare il male, ormai devastante. Negli stessi giorni uscì il suo memoriale “La ragione della mia vita”, tradotto in varie lingue. Il 1° maggio 1952 pronunciò il discorso per la festa dei lavoratori. Nel suo 33° compleanno fu nominata capo spirituale della nazione argentina. Il 4 giugno partecipò alla sfilata per la festa del secondo mandato presidenziale ritta su un auto scoperta a fianco del presidente, forse grazie a un supporto metallico e imbottita di antidolorifici. Morì il 26 luglio. Gli antiperonisti (clericali, reazionari e qualche “politico” insofferente del suo prestigio...) per mesi avevano scandito: “Viva il cancro”. Non pochi militari si erano schierati contro la sua candidatura a vicepresidente nel timore che, in caso di premorienza del marito (magari per uno dei molti attentati orditi in quegli anni), avrebbe assunto il comando delle forze armate.
   La morte mostrò l'immensa popolarità di Evita, che fu compianta con partecipazione sincera dalla generalità degli argentini e riecheggiò con emozione anche in Paesi lontani. Divenne un mito inscalfibile. In suo onore Juan Domingo progettò un mausoleo e una statua gigantesca: un sogno vanificato dalla sua caduta.
   La salma di Evita venne accuratamente imbalsamata perché era destinata a rimanere esposta in una teca, come quella di Lenin, in unione perpetua con il “suo” popolo. Un disegno poco gradito alla chiesa, perché duplicava il culto delle reliquie. Evita, d'altronde, aveva aspirato alla popolarità, non alla “santità”. A quest'ultima preferiva la sacertà. Erano gli anni nei quali la Costituente italiana stabilì che è «sacro dovere del cittadino difendere la Patria» (tre deputati della democrazia cristiana, tra i quali Aldo Moro, si astennero).
   Nel 1956, incalzato dal colpo di stato militare, Perón abbandonò precipitosamente l'Argentina per la Spagna, lasciando dov'era la salma di Evita, che fu custodita dal capo dei servizi informazioni dell'esercito, Carlo Eugenio Koenig. Il generale Aramburu decise infine di liberarsi dalla sua ingombrante presenza. Evita rimaneva Vita, profezia del ritorno del peronismo. Perciò, dopo lunga mediazione, il suo feretro venne traslato nel cimitero di Musocco a Milano e sepolto sotto il nome di “Maria Maggi, vedova de Magistris”, identico, in parte, a quello di una donna effettivamente esistita. Maria era uno dei nomi di Evita, Maggi de Magistris evocava il marito massone, gran maestro di un “Ordine di Maggio”.
   Il 1° settembre 1971, infine, il corpo venne consegnato a Perón, che viveva alla Porta de Hierro in Madrid.

Isabelita: una lunga infelice “comparsa”  
   Da undici anni Perón aveva sposato María Estela Martínez Cartas, che prese nome di Isabel Martínez de Perón, nota come Isabelita. Era nata a La Rioja il 4 febbraio 1931 ed è tuttora vivente, in maniera appartata, dopo transiti in conventi e sempre sotto protezione ecclesiastica.
   Cantante e ballerina di night club, Isabelita era circondata da personaggi inquietanti. Di modesta formazione culturale, scarsa sensibilità politica (un'“arte” che non si impara) e generalmente scostante, fu lontanissima dal replicare la figura e il ruolo di Evita. Nondimeno, quando venne l'ora, fu a fianco di Perón in occasione del “grande ritorno” da Madrid a Buenos Aires, ove la rete dei fautori dell'ex presidente si incentrò fu membri della loggia “Propaganda massonica” n. 2, orchestrata da Licio Gelli: Héctor José Cámpora, eletto presidente nelle prime votazioni regolarmente indette e svolte dopo la precipitosa partenza di Perón, quasi vent'anni prima, e il generale Emilio Eduardo Massera. José López Rega (1916-1989), poliziotto divenuto uomo di fiducia del generale Perón, fece da tramite tra lui, Gelli e i vertici politico-militari argentini, con il benestare degli Stati Uniti d'America e di Francisco Franco. Tutti sapevano che Rega era non solo massone ma dedito all'occultismo ed era pertanto noto come “el brujo”, lo Stregone. Coltivava curiose teorie sul nesso tra consenso politico, colori e profumi degli ambienti sia pubblici sia privati. Franco, che ebbe occhio di riguardo nei confronti di Perón, della sua cerchia e dell'intera operazione del “grande ritorno”, detestava la massoneria, ma all'occorrenza non “vedeva” i massoni. Lo aveva fatto con il generale e presidente USA Dwight Eisenhower in visita di Stato a Madrid e con gli ufficiali organizzati in logge nelle basi americane in Spagna. Quindi, con sano realismo, non “notò” il massonismo di Juan Domingo e e dei suoi “fratelli”, Gelli compreso.
   Approdato a Buenos Aires e asceso nuovamente al potere, Perón fece eleggere vicepresidente Isabelita, senza le esitazioni vissute al tempo di Evita. Alla sua repentina morte, a 78 anni, la vedova esercitò i poteri presidenziali previsti dalla costituzione. Ma la sua linea politica subì una torsione che presto divise i peronisti in fazioni opposte. López Rega non tardò a organizzare la “Triple A”, un’organizzazione paramilitare addetta alla eliminazione degli avversari in maniera sbrigativa: arresto, torture, assassinii.
   Il 24 marzo 1976 Isabelita fu rovesciata da un colpo di stato militare e riparò in Spagna. López Rega la imitò, ma passò poi negli USA ove venne arrestato ed estradato in Argentina. Vi fu sottoposto a processo durante il quale morì (1989).
Si dileguarono altri uomini della cerchia di Isabelita, come Giuseppe Cambareri (1901-1972), massone, occultista, rosacrociano, autore di un'opera sull'unità del mondo, a lungo in contatto con il Maresciallo Pietro Badoglio e in loggia con suo figlio Mario.

La profanazione della salma di Perón
   Se la salma di Evita, dopo lunghe peregrinazioni, trovò pace, molto più complicata risultò la sorte di quella di Perón. Sepolta nel cimitero della Chacharita, a Buenos Aires, fu profanata. Nel 1987 le vennero amputate e asportate le mani. Le interpretazioni del macabro gesto furono varie. Forse i profanatori cercavano un anello che recava inciso il codice bancario indispensabile per aprire cassette di sicurezza in Svizzera o accedere al tesoro (suo e forse anche a quello di Evita?) accumulato (si disse) con le donazioni dei nazisti rifugiati in Argentina: frutto di predazioni ai danni degli ebrei. Oppure l'amputazione, compiuta con una sega elettrica, volle costituire uno sfregio per il suo supposto tradimento nei confronti di impegni assunti con organizzazioni segrete (la P2?). Non se ne venne mai a capo. Successivamente la salma fu traslata alla villa “Quinta 17 de octubre” a San Vicente (provincia di Buenos Aires), ove riposa.

   In sintesi Juan Domingo ed Evita Perón furono uniti per pochi anni (1944-1952) e i loro corpi non sono mai stati ricongiunti. Quale sorte, più tardi possibile ben inteso, attende quello di Isabelita? Sono in molti a domandarselo a cospetto del nuovo presidente dell'Argentina, Javier Milei, di origine calabrese e dalla doppia cittadinanza (argentina e italiana), che ha per cifra la motosega. Docente universitario di macro e microeconomia, autore di una decina di libri, fautore dell'anarchia liberatrice dallo Stato, celibe e senza figli Milei dichiara di praticare sesso tantrico.
   L'Argentina non cessa di sorprendere. Dopo l'approvazione del Mercosur, va studiata a fondo per evitare che le sorprese siano negative. Ma per capirla occorre, appunto, partire almeno da Juan Domingo ed Evita, come anche da Isabelita e López Rega, per arrivare al presente, talvolta sconcertante.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: María Estela Martínez Cartas (Isabel Martínez de Perón, detta Isabelita) con il marito.


LA PARABOLA DI DOMINGO PERON
(1895-1974)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 25 gennaio 2026 pagg. 1 e 6.


Perón
                                                          conferisce a
                                                          Gelli le
                                                          insegne di
                                                          Gran Croce di
                                                          San Martin
                                                          Libertador. 
   
   Tra i fatti mondiali all'inizio del 1946 spiccano la rinuncia agli attributi divini da parte dell'imperatore del Giappone, Hirohito (1° gennaio), la denuncia di Winston Churchill, presente il presidente degli USA Harry Truman, della “cortina di ferro” calata da Stalin da Stettino a Trieste (Fulton, 5 marzo: inizio della guerra fredda est-ovest) e l'elezione di Juan Domingo Perón alla presidenza della Repubblica Argentina il 24 febbraio.

Argentina, seconda patria per gli italiani, vicina...
   Ottant’anni dopo l'Italia ha ancora molti motivi per ricordare quel presidente, militare e politico. Mal contati, gli argentini di origine italiana sono circa 30 milioni, cioè due terzi della popolazione attuale di quel Paese. L'emigrazione degli italiani in Argentina iniziò ancor prima che essa divenisse uno Stato indipendente. Secondo le statistiche il movimento migratorio ebbe vari “picchi”. Nel primo decennio della Sinistra al governo del regno d'Italia (1876-1887) sfiorò 400.000 unità. Nella celebrata “età giolittiana” raggiunse circa 750 mila persone. Le loro condizioni furono narrate dal giornalista Ferruccio Macola. Per capirle s'imbarcò con i migranti e in uno scomodo “memoriale” ne descrisse le pessime condizioni. Erano spinti dalla fame e attratti dalle mirabolanti descrizioni del mondo che li attendeva e, s'illudevano, li avrebbe resi nababbi. La seconda cospicua ondata si registrò nel primo decennio del fascismo: circa 550.000. Molti ancora per bisogno, altri per ostilità nei confronti del regime. L'ultima migrazione massiccia avvenne all'indomani della seconda guerra mondiale. Non ha nulla a che fare con quella, alla spicciolata, di militanti della Repubblica sociale italiana o della Germania di Hitler che vi cercarono rifugio, mimetizzandosi per decenni. Ancora una volta l'Argentina fu miraggio di italiani che lasciarono solidi posti di lavoro in patria nella certezza che quella fosse una sponda nostrana, con maggiori prospettive di carriera e di guadagni.

...e lontana
   Però quando vi giunsero scoprirono che dovevano esprimersi in “castigliano” con le sue varianti locali. Molti faticarono. Continuarono a parlare tra loro nei dialetti delle regioni di partenza. Non si integrarono e non divennero classe dirigente. La Repubblica non fece molto meglio della Monarchia. Con la differenza che dopo il 1945 la Spagna di Francisco Franco era appena uscita dalla guerra civile e non poteva ambire a influire sull'America meridionale ispanofona. I “bollettini” sull'emigrazione e sull'accoglienza dei migranti dicono che il numero non era affatto potenza. A parte le filiazioni della Società Dante Alighieri, risalenti a inizio Novecento ma presenti solo in alcune città, gli italofoni d'Argentina non sorressero i giornali di lingua italiana né incisero significativamente nella vita “culturale” del Paese: canzoni, letteratura, abbigliamento, cucina.
   Sulla crescente distanza tra l'Italia e l'Argentina influirono due fattori. In primo luogo l'Italia repubblicana postbellica, malgrado le rilevanti relazioni commerciali con la Repubblica di Perón, ritenne prudente tenersi lontana da un Paese che per primo si schierò su posizione neutrale tra anglo-americani e sovietici. Inchiodata nella condizione di vinto, confinante con la Jugoslavia e mentre il congresso di pace di Parigi naufragava per la definitiva rottura tra Urss, da un canto, Usa, Gran Bretagna e Francia, dall'altro, l'Italia non poteva lasciare dubbi sul suo schieramento nel mondo ormai bipolare. Era il bastione orientale, soccorso dal piano Marshall (che invece ignorò l'Argentina), impossibilitato a difendersi dalle stesse clausole del trattato di pace che ne ridusse le forze armate a dimensioni poco più che simboliche. Dipendeva dagli Stati Uniti d'America. Lo confermò con l'adesione alla Nato.
   Inoltre l'Argentina costituiva una sorta di mostro agli occhi dell'Italia postbellica. In primo luogo Perón conferì un ruolo istituzionale alla moglie Evita Duarte: un “fatto” estraneo sia alla tradizione monarchica (la Regina era la consorte, ma senza alcun potere se non in caso di premorienza del re e di improbabile mancanza di principi reggenti), sia a quella (ancor più) della Repubblica, che del Capo dello Stato parla solo al maschile e non prevede alcun ruolo per la sua eventuale consorte.

Perón: unico capo di Stato scomunicato dal papa
   Non bastasse, anno dopo anno il presidente argentino varò riforme che misero in allarme la Santa Sede e le gerarchie ecclesiastiche di Buenos Aires, giacché infransero le basi sulle quali era sorto il suo regime: esercito, classe operaia e chiesa cattolica. Perón promosse l'alfabetizzazione, distribuì gratuitamente manuali scolastici inneggianti alla Tradizione dell'Argentina, ai suoi “padri fondatori” e alla sua “missione” nelle Americhe e nel mondo. La tensione crebbe con la nomina a ministro della Pubblica istruzione di Armando Méndez San Martín: notoriamente massone e anticlericale, sulla scia dei presidenti che si erano susseguiti tra Otto e Novecento. Nulla di strano al di là dell'Atlantico. A tacere del Messico, che approvò leggi dichiaratamente anticattoliche, gli Stati Uniti d'America non avevano ambasciatori presso la Santa Sede né riconoscevano uno speciale privilegio alla chiesa cattolica nei confronti dello Stato e solo durante la seconda guerra mondiale nominarono un incaricato d'affari in Vaticano su impulso degli italo-americani cattolici che desideravano sentirsi rappresentati a quel livello e del cui voto Franklin D. Roosevelt aveva bisogno per la conferma a presidente dopo l'intervento in guerra.
   La condotta di Perón verso la chiesa durante la sua seconda presidenza (1951-1956) non aveva nulla a che vedere con l'Italia o la Spagna. S’inquadrava nell'ambito delle radicali riforme, volute da lui e dalla moglie Eva Duarte (Evita), che stavano facendo compiere alla popolazione un balzo dall'immobilismo secolare, fonte di conflitti ingovernabili, alla secolarizzazione. Esse incidevano profondamente sul tessuto sociale e sui costumi. Tra quelle che suscitarono maggiore indignazione nel clero argentino va ricordata la proposta del divorzio, con vent'anni di anticipo rispetto all'Italia, ove il fiasco del referendum abrogativo nel maggio 1974, promosso dalla Democrazia cristiana guidata da Amintore Fanfani, costituì la prima sonora sconfitta dei clerico-reazionari, ratificata l'anno seguente dalla straripante vittoria dei socialcomunisti nelle elezioni regionali e comunali (1975). Perón mirò inoltre alla legalizzazione della prostituzione femminile, aprendo case di tolleranza per renderla meno igienicamente pericolosa: usò gli stessi argomenti di gran parte della sinistra democratica e liberale in Italia, ove si riteneva che, con l'abolizione delle “case chiuse”, un fatto sociale e costumale comunque esistente rischiava di finire fuori controllo, soprattutto nelle città che ospitavano gli affollatissimi “centri addestramento reclute”. Infine, utilizzando la legge n. 1420 del lontano 1884 il presidente argentino escluse il clero dall'insegnamento pubblico e massime nelle Università statali che, grazie e provvedimenti speciali, triplicarono in breve il numero degli studenti e costituirono un acceleratore della laicizzazione.
   Perón venne accusato di incentivare il culto della sua personalità e di quello dell’influentissima moglie Evita e di ostacolare l'avvento di un partito cattolico sul modello di quelli democratico-cristiani prevalenti in Europa. La tensione divenne rottura netta quando promosse un emendamento costituzionale mirante a separare completamente lo Stato dalla Chiesa. Durante la festa del Corpus Domini del 14 giugno 1955 i vescovi Manuel Tato e Ramón Novoa pronunciarono discorsi aspramente avversi al presidente, il quale non esitò a esiliarli, come avevano fatto Vittorio Emanuele II e i suoi ministri, Camillo Cavour e Alfonso La Marmora, a metà Ottocento. Quando poi l'estrema laicista peronista dette fuoco a un paio di chiese, echeggiando i fatti della prima repubblica spagnola e del Messico, l'esito fu identico: come già era accaduto al re d'Italia e ai suoi ministri: Pio XII fulminò la scomunica a carico di Perón, precedentemente insignito dell'Ordine di papa Pio IX, il pontefice per il quale le logge massoniche erano “sinagoga di Satana”.
   Le conseguenze di quel conflitto ideologico non si fecero attendere. Alle nuove elezioni i cattolici si sommarono ai “poteri forti” anglo-americani, contrari al corporativismo peronista che aveva portato l'economia argentina al sesto posto nel mondo.

La caduta, l'esilio...
   Il 19 settembre 1955 scattò la “Revolución Libertadora” orchestrata da settori reazionari delle forze armate contro il presidente, con il sostegno di interessi stranieri. Perón, appena proclamato “Libertador de la Républica”, evocatrice di Simon Bolívar e José di San Martín, venne affrontato con le armi. Il 16 giugno 1955 l'aviazione bombardò la Plaza de Mayo, causando centinaia di morti e feriti tra quanti attendevano un comizio del presidente. Per scongiurare la guerra civile, Perón prese la via dell'esilio e venne sostituito da una giunta militare capeggiata dal generale Eduardo Lonardi, che mise fuori legge sia il Partito comunista sia quello peronista, reintrodusse la pena di morte (abolita dal 1916), riaprì il famigerato carcere di Ushuaia, che divenne luogo di privazioni e torture ovviamente illegali, abolì la costituzione del 1949 e fronteggiò militarmente la riscossa dei peronisti schiacciati come nemici della Patria.
   Di Paese in Paese, Perón passò dal Paraguay a Panama, dalla Repubblica Dominicana sino alla Spagna di Franco, ove dal 1960 ottenne asilo politico e abitò prima in Siviglia poi alla Porta de Hierro, il quartiere più sicuro ed esclusivo di Madrid.
   A chi gli domandava che cosa avrebbe fatto per tornare in Patria, rispose serenamente: «Nulla. Faranno tutto i miei nemici.»
  
...e il ritorno, col “grembiulino”
   Il regime franchista era diverso da come veniva dipinto al di fuori della Spagna. Ai tecnocratici dell'Opus Dei si affiancavano militari che ordinariamente completavano la formazione con viaggi all'estero e corsi in accademie militari degli Stati Uniti. Non avevano verso l'Occidente laico le prevenzioni dei franchisti degli Anni Quaranta. In Perón vedevano un militare prestigioso, forte di un seguito popolare, certificato dal voto, capace di governare all'insegna dell'unità e del progresso e di una sia pure vaga richiesta di giustizia: il “giustizialismo” divenne l'ultima incarnazione del peronismo.
   Ad assicurargli il successo fu una “catena d’unione” massonica, i cui anelli egli conosceva dalla sua iniziazione in una loggia militare nel 1940. Un suo primo tentativo di rientro “individuale” in Argentina fallì perché il terreno non era stato preparato adeguatamente. A farlo provvide Licio Gelli, all'epoca segretario della Loggia Propaganda massonica n. 2: una “officina” del Grande Oriente d'Italia, nel settembre 1972 riconosciuto legittimo e regolare dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, depositaria della Tradizione liberomuratoria. Senza uno specifico mandato del Gran Maestro d'allora, il fiorentino Lino Salvini, sicuramente informato, al pari del suo predecessore, Giordano Gamberini, da tempo in eccellenti rapporti con grandi logge degli Stati Uniti e con l'argentino Alcibiades Lappas, massone, storico, esoterista, influente in ambienti accademici e in buone relazioni con ecclesiastici aperti al dialogo con le logge, Gelli avviò l'“operazione rientro” garantendo a Perón l'appoggio unitario dei massoni argentini da lui radunati dinnanzi alla statua di Garibaldi in Buenos Aires per solennizzare un patto di fraterna amicizia e di sostegno di alti esponenti del governo e delle forze armate già affiliati alla loggia.

La trafila: Francisco Franco e Licio Gelli
   La preparazione avvenne tra Roma e Madrid ed è documentata da messaggi corsi tra Perón e José López Rega, suo segretario politico. Il 5 febbraio 1973 quest’ultimo raccomandò a sua figlia, Maria Beatrice, di prestare speciale attenzione al «dottor Lichio [sic] Gelli, persona importante y profundamente allegada a nosotros. Lleva una importante misión de tipo “Gianolio” y por encargo del sr General [Perón], la señora Isabel y mi propio debe entregarse urgentemente con el dr. Cámpora», membro del governo argentino e futuro presidente. La consegna era: «Silencio». Gelli contattò a Buenos Aires César de la Vega, gran Maestro della Gran Loggia argentina. Giancarlo Elia Valori, all'epoca affiliato alla P2, gli aveva affidato una lettera per l'ex presidente argentino Arturo Frondizi.
   Nel 1973 l'ennesimo colpo di Stato portò alla presidenza il generale Alejandro Lanusse che, dopo decenni, fece celebrare regolari elezioni. Queste segnarono il trionfo del partito giustizialista, reincarnazione del peronismo, con il programma: “Cámpora alla presidenza, Perón al potere”. Mentre il Paese rimaneva diviso in fazioni che si combattevano con armi e tecniche d'importazione straniera e l'America meridionale era lacerata tra il modello di Fidel Castro, la repressione di Salvador Allende in Cile e l'azione terroristica dei “tupamaros” in Uruguay, anche per Washington il ritorno di Perón in patria venne considerato l’unica via per coniugare ordine e consenso popolare.
   Il 17 giugno Cámpora e de la Vega raggiunsero l'intesa con la mediazione suasoria di Gelli. Il 25 maggio Cámpora passò la mano a Lastiri, genero di López Rega, che partì per Madrid con il compito di accompagnare Perón e rassicurarlo sull'accoglienza che gli sarebbe stata riservata.
   Prima che i passeggeri salissero a bordo dell’aereo alle sei del mattino del 20 giugno 1973, vigilia del Solstizio d'Estate celebrato dai massoni di tutto il mondo, ai piedi della scaletta si presentò Francisco Franco per recare il saluto augurale. Vi rivide Gelli, l'antico legionario che in “Fuoco” (1939) aveva narrato la propria partecipazione alla guerra di Spagna ove aveva perduto il fratello maggiore, Raffaello. “Gelly Lichio”, come il segretario della P2 risultò nella carta di imbarco, era atteso a Buenos Aires da ampi articoli che lo citavano col nome di “Licjio Gelly”.
   L'arrivo in Argentina fu drammatico, perché “montoneros” (di sinistra) e peronisti (moderati) si affrontarono con le armi mentre l'aereo stava atterrando, atteso da circa tre milioni di argentini. Il “massacro di Ezeiza” causò 13 morti e circa 300 feriti. Non era un buon segno ma non impedì il decollo del governo.
   Il nuovo esecutivo, presieduto da Perón, mise d'accordo gli uomini e le correnti più influenti nel Paese e avviò la ricostruzione con il sostegno degli USA e, una tantum esplicito, del governo italiano, presieduto dal democristiano Giulio Andreotti, affiancato dal liberale Giovanni Malagodi.
   Da tempo sofferente di cardiopatia ischemica e insufficienza cardiaca, Perón morì per infarto miocardico acuto il 1° luglio 1974 nella residenza Quinta de Olivos, ove soleva ricevere Gelli e i maggiorenti argentini e stranieri. Eletta vicepresidente, la sua terza moglie, Isabel Martínez Cartas, nota come Isabelita, già cantante e ballerina di night club, sposata nel 1960, assunse il potere, vegliata da López Rega, “el brujo”, dedito all'esoterismo e fondatore della Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina), tristemente nota per delitti politici che tornarono a precipitare il Paese nel caos sino all'avvento del generale Videla e quanto ne seguì, fino alla guerra con la Gran Bretagna per la sovranità sulle Malvine (o Falkland).
   Tra le peculiarità del peronismo vi fu l'enorme spazio e il ruolo ufficiale conferito alle mogli del Presidente: Evita prima, Isabelita poi. È un aspetto che merita attenzione particolare.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA Perón conferisce a Gelli le insegne di Gran Croce di San Martin Libertador.
   Il luogo e la data di nascita di Juan Domingo Perón (Lobos, 8 ottobre 1895?) furono a lungo oggetto di dispute storiografiche. Altrettanto vale per le sue origini. La madre aveva sangue “tehuelche”, gli antichi “giganti della Patagonia”. Cadetto alla Scuola militare a 16 anni, nel 1917 Perón raggiunse il grado di capitano. Venne promosso colonnello nel 1941, al rientro da una lunga missione in Europa. Partecipò alla cospirazione del Gruppo Ufficiali Uniti e venne arrestato. Il 17 ottobre 1945 una folla che per il gran caldo si levò la camicia (“descamisados”) ne ottenne l'immediata liberazione. Alle elezioni del 24 febbraio 1946 venne eletto presidente della Repubblica. Si insediò il 4 giugno e impresse una profonda svolta politica.
   Vedovo dal 1938 di Aurelia Gabriela Tizón, sposata nel 1929, nel 1945 maritò Eva Duarte (Evita), morta di cancro all'utero nel 1952. Nel 1960 sposò a Madrid Isabel Martinez Cartas (Isabelita).


CENTENARIO
1926: LA CAPPA DEL REGIME
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 gennaio 2026 pagg. 1 e 6.

Vittorio
                                                          Emanuele III,
                                                          “il Re
                                                          Borghese”, e
                                                          Benito
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                                                          un campo
                                                          durante la
                                                          “Battaglia del
                                                          grano”  
  Stati in cerca di pace?
   Spirava un placido zefiro sull'Europa all'inizio del 1926. Era lo “spirito di Locarno”, la gradevole città svizzera ove nell'ottobre precedente erano stati messi a punto gli Accordi che posero fine alle logoranti dispute lasciate alle spalle dai tanti Trattati di pace postbellici. A fare la prima mossa era stata la Germania. Il 20 gennaio 1925 essa propose alla Gran Bretagna una conferenza per dare corpo al Protocollo di Ginevra (2 ottobre 1924) e regolare pacificamente le controversie internazionali, come auspicato dalla Società delle Nazioni, nata con la Pace di Versailles del 28 giugno 1919.
   Per due anni gli Stati Uniti d'America erano stati protagonisti della storia mondiale con i quattordici punti enunciati dal presidente Wilson l'8 gennaio 1918. I Trattati di Versailles, Saint-Germain, Neully, Trianon e Sèvres avevano anche formalmente inglobato la “dottrina Monroe” del dicembre 1823 (“l'America agli Americani”) quale pilastro portante della pace universale. Poi, però, Washington non aveva ratificato l'adesione alla Società delle Nazioni e gli Usa erano tornati al neo-isolazionismo.
   Pertanto l'Europa decise di fare da sé, grazie a politici meno rancorosi di quelli (come il francese Clemenceau, detto “il Tigre”) che avevano trasformato il congresso di Versailles nell'umiliazione dei popoli vinti, condannati a riparazioni economiche rovinose quali “responsabili morali” della guerra. La Francia, con Artistide Briand, la Germania “di Weimar”, con Gustav Stresemann, e la Gran Bretagna, con Austen Chamberlain, affiancati dal belga Vandervelde e dall'italiano Vittorio Scialoja, a nome dei rispettivi capi di Stato concordarono una sorta di pace perpetua. Aderirono Belgio, Polonia, Cecoslovacchia e l'Italia di Benito Mussolini.
   La Società delle Nazioni, che aveva sede a Ginevra, non lungi da Locarno, formalmente risultò assente, ma alle trattative partecipò e all'Accordo finale aderì un nucleo di “volonterosi”, cioè gli Stati che avevano speso maggiori risorse e vite umane nella guerra e avvertivano più forte il bisogno di mettersi alle spalle il “revisionismo”, cioè le contese per minuscole rettifiche di frontiera dalle motivazioni spesso fragili. L'Italia, per esempio, visse quasi due anni il dramma della rivendicazione di Fiume: un episodio minore rispetto ai conflitti in atto o latenti tra gli Stati sorti dalle rovine degli imperi germanico, austro-ungarico e zarista e a fronte della nascita del regno serbo-croato-sloveno. L'Albania, che l'Italia considerava sua naturale area di espansione, faceva gola anche alla Francia, in funzione pro-jugoslava e nettamente anti-italiana. Gli egoismi degli Stati sovrani continuavano dunque ad avere la meglio sulla proposta di una federazione europea, prospettata con lungimiranza da Luigi Einaudi e da personalità pragmatiche come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati.
   La pace tra gli Stati era necessaria ai governi per propiziare la stabilità all'interno di ciascuno dei contendenti. A Locarno Gran Bretagna e Italia vennero riconosciuti garanti dei patti. Fra gli statisti più impegnati nel perseguimento degli accordi ivi assunti ben tre (Briand, Stresemann e Chamberlain) meritarono l'ambito Premio Nobel per la Pace: un riconoscimento non conferito ad alcuno nel corso della Grande Guerra, né nel 1923 e 1924. Due tra gli Stati contraenti di maggior rilievo, Francia e Inghilterra, erano alle prese con l'amministrazione fiduciaria delle colonie sottratte alla Germania e con la gestione degli immensi “spazi” politici ed etnici (alcuni con sovrani “fantoccio”) sorti dalla deflagrazione dell'impero ottomano, ridotto alla sola Anatolia e alla “Turchia europea”, come poi ribadì la pace di Losanna del 1923.
   Il vento di Locarno continuò a spirare. Il 28 agosto 1928 Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Polonia e Cecoslovacchia sottoscrissero a Parigi un Trattato generale di rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale. A nome dei loro popoli le Alte Parti condannarono il ricorso alla guerra per il regolamento di controversie internazionali. Il Trattato rimase aperto all'adesione di quanti non fossero tra i suoi firmatari originali. Di seguito, una serie di conferenze avrebbe stabilito i rapporti tra il tonnellaggio delle navi da guerra dei maggiori Stati e altre clausole per il controllo degli armamenti. Nel giugno-luglio 1933 le Quattro grandi potenze (Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, che tornò a figurarvi al posto degli USA, alle prese con la Grande depressione e con le misure per superarla: il “new deal” di Franklin D. Roosevelt) sottoscrissero il “Patto Mussolini” fondato sulla convinzione che il disagio regnante nel mondo andava superato con la reciproca solidarietà, fondamento della pace. Per la Germania firmò Ulrich von Hassel.

Venti tempestosi: Nazismo e Terza Internazionale
   Ma a quel punto allo zefiro di Locarno era subentrato l'uragano: la vittoria elettorale del partito nazionalsocialista dei lavoratori, o “nazista”, guidato da Adolf Hitler. Al potere da pochi mesi in Germania questi dapprima dette vita con Gran Bretagna, Francia e Italia al “patto a quattro” per la revisione dei trattati, ma poco dopo disdisse l'adesione alla Società delle Nazioni e uscì dalla conferenza sul disarmo. Ogni Stato si arroccò sui propri obiettivi politici e, conseguentemente, militari, in lotta serrata contro gli altri. Ovunque la produzione bellica registrò un'impennata. La fiducia nei mezzi diplomatici per la risoluzione dei conflitti precipitò vicino allo zero.
   Negli anni immediatamente postbellici si registrò in Asia la pullulazione di partiti comunisti aderenti la Terza Internazionale di Mosca. Avevano dimensioni minuscole. Ponevano problemi di polizia. Ma il loro ruolo dipendeva dalla conclusione del conflitto in corso all'interno del Partito comunista sovietico. Da problema di polizia in breve potevano mutarsi in organizzazioni di guerriglieri.
   L'Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche era stata il grande assente al Trattato di Locarno. Aveva altre priorità. A Mosca nel 1926 si stava avviando alla fase finale la lotta fra chi, come Lev Trotzky, mirava a esportare la rivoluzione nell'Europa centro-occidentale, che aveva una classe operaia strutturata da decenni, per poi farla rimbalzare nei continenti extraeuropei, collegandola con quella la  contro il dominio coloniale europeo e l'imperialismo statunitense, e chi invece, come Stalin, puntava alla realizzazione del socialismo nell'unico Paese, la Russia, nel quale era giunto faticosamente al potere e doveva radicarsi combattendo spietatamente ogni opposizione interna e internazionale.
   Per Benito Mussolini la vittoria di Stalin nell'ambito della Terza Internazionale fu una benedizione. Per lui voleva dire mani avere libere contro l'unico oppositore davvero temibile: il partito comunista d'Italia, che, in caso diverso, avrebbe contato su appoggi illimitati e nettamente opposti allo “spirito di Locarno”. Fu la conclusione alla quale approdò il congresso del partito comunista d'Italia che si svolse a Lione nel gennaio 1926 con la partecipazione di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Gramsci vi ottenne l'approvazione della sua “tesi”: la saldatura tra gli operai dell'Italia settentrionale e i contadini diseredati di quella meridionale contro il regime fascista, il “nemico di classe”, espressione della borghesia che sommava potere finanziario ed espansione industriale, fiancheggiata dalla monarchia e dalla chiesa cattolica. Quella “lotta” avrebbe richiesto tempi lunghi ma, nella visione gramsciana, non contemplava altri protagonisti. Liberal-democratici (come Giolitti), demo-sociali (Colonna di Cesarò), socialisti di varia denominazione (Turati), democratici (Bonomi), repubblicani più o meno intransigenti (Eugenio Chiesa, Cipriano Facchinetti) e popolari (De Gasperi) erano nient'altro che comparse residuali a fronte del duello mortale tra comunismo e fascismo, tra la Terza internazionale e il suo nemico, la borghesia, forte di alleati e di succubi, come i socialdemocratici, di lì a poco bollati da Mosca come social-fascisti.

Come Mussolini faceva anche cose buone...
   Nel corso del 1926 Mussolini mirò in Italia alla realizzazione di obiettivi economici e sociali atti ad attirare il consenso di ampie masse della media e piccola borghesia e dei ceti operai, sempre dell'ambito della cornice di relazioni internazionali che ne rafforzarono l'immagine di politico duttile e concludente. In tale direzione conseguì due importanti successi. A fine gennaio la Gran Bretagna ridusse il debito di guerra dell'Italia da 600 a soli 200 milioni e ne concesse la restituzione rateale entro il 1988. Analogamente Roma stipulò con Washington la restituzione dell'ingente prestito di guerra in rate semestrali per la durata di sessant'anni (fino al 1987). È appena il caso di ricordare che nel 1940-1941, con gesto poco apprezzato dai creditori, il “Duce” volle la guerra contro la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d'America.
   Il 18 agosto 1926 Mussolini pronunciò a Pesaro un roboante discorso in difesa della lira fissandone il cambio con la sterlina a quota 92 (dalla propaganda arrotondata a “quota 90”): un'operazione sgradita agli industriali, alle prese con difficoltà nell’importazione di materie prime e nell'esportazione dei loro prodotti. Essi vennero ammansiti con la reiterata riduzione unilaterale dei salari, imposta alle maestranze in nome della difesa dell'economia nazionale e con la lotta governativa contro l'aumento dei prezzi dei beni di consumo.
   Assunto personalmente il ministero delle Corporazioni, istituito il 2 luglio 1926, con sottosegretari Giacomo Suardo e Giuseppe Bottai, già iniziato massone nella loggia “La Forgia “ di Roma (aderente alla Gran Loggia d'Italia), Mussolini moltiplicò le iniziative “nell'interesse fisico e morale della razza”, come poi osservò Giorgio Alberto Chiurco in “La Rivoluzione fascista” (vol. V, p. 427). A tale scopo riciclò il filosofo tedesco Hegel («non è uomo chi non è padre») e nella rivista“Gerarchia” ammonì: «in un'Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata, cioè fascista, c'è posto e pane ancora per 10 milioni di uomini. Sessanta milioni di italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza nella storia del mondo.» Per incrementare le nascite impose la tassa sui celibi maggiori di 25 anni e ridusse le imposte ai padri di almeno 7 figli.
   La battaglia demografica fu assecondata con la “Vittoria del grano” come inizialmente venne detta la celebre “Battaglia del grano”. Essa ebbe protagonista uno scienziato di prim'ordine, Nazzareno Strampelli, che merita memoria.

...e ne fece di pessime: pena di morte e Tribunale speciale
   L'Italia, però, non era solo quella delle relazioni internazionali, dei viaggi del capo di governo all'estero, dei ricevimenti aulici e delle innovazioni. Vi era anche l'Italia della “politica”. Capo di un governo di fedelissimi e, tramite il “fratello fedifrago” Roberto Farinacci, posto alla guida del Partito, Mussolini dedicò gli ultimi mesi del 1926 ad abbattere quel che rimaneva dello Stato liberale e dei diritti politici enunciati dallo Statuto albertino del 1848. Per un settantennio essi erano stati via via tradotti in leggi da un Parlamento fondato su libertà e immunità speciali dei suoi componenti.
   Primo bersaglio fu l'elettività dei consigli comunali, sostituiti con podestà di nomina prefettizia, cioè governativa. Ai consigli provinciali, dormienti per un po', subentrarono i rettorati. Poi fu la volta di tre colpi di mano che in poche settimane annientarono il regime liberale.
   Il 5 novembre 1926, in riposta all'“attentato Zamboni” del 31 ottobre, il governo deliberò l'immediato scioglimento di partiti e sodalizi antifascisti, la soppressione di quotidiani e periodici di opposizione, l'istituzione del confino di polizia per oppositori anche non iscritti a partiti politici (i massoni vennero condannati solo perché tali) e severi controlli sull'espatrio. Il 9 novembre i deputati arroccati fuori dall'Aula (gli “Aventinisti”) a norma del regolamento furono dichiarati decaduti per assenteismo. Persero l'immunità e vennero sottoposti a restrizioni e perquisizioni domiciliari. La loro corrispondenza fu intercettata. Parecchi subirono il “bando” dalla città di residenza o dal collegio nel quale venivano eletti. Il regime usò la Milizia, l'Ovra e lasciò briglie sciolte ad atti squadristici. Molti antifascisti furono costretti a rifugiarsi all'estero. Fu il caso del socialista Arturo Labriola e del popolare Alcide De Gasperi che, bandito da Trento, cercò rifugio Oltre Tevere.
   Sui 101 deputati che avevano costituito l'“Aventino” 55 vennero colpiti da “bandi”, lanciati anche contro ex parlamentari quali Nullo Baldini, Ulderico Mazzolani, Luigi Montemartini, Francesco Saverio Nitti (già presidente del Consiglio, bandito da Muro Lucano, Melfi e Potenza, sua area di riferimento), Felice Quaglino, Francesco Zanardi, per sette anni sindaco di Bologna, e Giovanni Zibordi, che al congresso socialista di Ancona nell'aprile 1914 aveva tenuto bordone a Mussolini per deliberare l'espulsione dei massoni dal PSI.
   Il peggio seguì.
   La legge 25 novembre 1926, n. 2008 sancì che chiunque commettesse “un fatto” diretto contro la vita, l'integrità personale o la libertà personale del re o del reggente era punito con la pena di morte. La stessa pena venne inflitta se “il fatto” era diretto contro la vita, l'integrità o la libertà personale della regina, del principe ereditario e il capo del governo. Era passibile di pena di morte non solo il regicida ma anche chi ordiva “un fatto” senza poi eseguirlo. Fu il caso dell'anarchico Michele Schirru.
   Il regime liberale aveva abolito la pena di morte con il codice penale elaborato dal massone Giuseppe Zanardelli (1889) e varato dal governo presieduto da Francesco Crispi. Ma già da anni la pena di morte, a volte irrogata, non veniva eseguita, se non per reati previsti dal codice penale militare. Dunque nel 1926 l'Italia voltò pagina: all'indietro.
   La stessa legge stabilì che chiunque ricostituisse, anche sotto forma o nome diverso, organizzazioni o partiti disciolti per ordine della pubblica autorità, era punito con la reclusione da tre a dieci anni, oltre all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Identica pena colpiva chi si limitava a fare «in qualsiasi modo, propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d'azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti». Bene si comprende perché la storiografia dell'epoca si sia dedicata al passato remoto o si sia genuflessa al regime, eludendo la storia dei partiti politici e del Parlamento.
   Gli oppositori italiani riparati all'estero furono puniti con perdita della cittadinanza e confisca dei beni.
   Ma chi doveva indagare, escutere e condannare? Con la legge 12 dicembre 1926, n. 2062 venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, unico in tutto il regno ma all'occorrenza diviso in più sezioni, con presidente, vicepresidenti e giudici nominati dal ministro della Guerra che, vedi caso, era Mussolini. Presidente e vicepresidenti erano generali mentre i giudici erano consoli della milizia. I difensori erano militari di grado inferiore a capitano, forse un po' intimiditi. Il Tribunale speciale fu concepito come strumento temporaneo. Durò sino al 25 luglio 1943. La relazione sul suo primo quinquennio dichiarò che aveva dato di sé «prove sotto ogni aspetto eccellente: severo solo quando la severità era consigliata dalle più alte esigenze della giustizia. Negli altri casi, la maggior parte, si mostrò assai spesso più indulgente del giudice ordinario». Il repertorio delle condanne inflitte dice l'opposto.
   Nello stesso 1931 venne stabilito che tutti i suoi atti, anziché dal ministro della Guerra, sarebbero promanati direttamente «da colui che assomma ed impersona il supremo potere del Governo».
   Sembra arduo negare che a quel punto, sulla fine del 1926, l'Italia fosse un regime autoritario tendente al totalitario, con l'unico ostacolo della Monarchia e della chiesa cattolica con la quale l'11 febbraio 1929 il governo sottoscrisse i Patti Lateranensi. La stampa era sotto controllo, erano permessi un solo partito, quello nazionale fascista, e un unico sindacato. Le associazioni non ancora vietate, come Rotary Club, circoli ricreativi e la stessa Azione cattolica, erano sotto controllo, spiati da informatori dell'Ovra. La tessera del partito era indispensabile per concorrere a impieghi pubblici. Insomma, come aveva detto il filosofo Giovanni Gentile, una volta tanto chiaro e comprensibile, e poi riecheggiato da Mussolini: «Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato.» Il duce, però, non riuscì a imporre i fasci littori alle Forze Armate, che continuarono a giurare fedeltà unicamente al Re e ai suoi legittimi discendenti. Quando fu il momento, Vittorio Emanuele III revocò Mussolini e lo sostituì con Pietro Badoglio, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, Maresciallo dell'Impero, che in poche ore sciolse il Pnf, il Gran Consiglio del fascismo, il Tribunale speciale e, a cascata, una miriade di enti e strumenti di un regime che nessuno scese in piazza a rivendicare.

Un'era di breve durata
   Il 3 dicembre 1926 il “Duce” ordinò che all'anno civile, in numeri arabi, si aggiungesse, in numeri romani, quello dell'“era fascista”, a datare dal 28 ottobre 1922, giorno della mai avvenuta “marcia su Roma”. Quell'era durò 17 anni, alla fine dei quali l'Italia era “in tocchi”, come il Re disse a Mussolini il 25 luglio 1943. Chi poteva e doveva prevedere la deriva verso il regime non fece nulla di valido per impedirlo. Chiamati alle urne, i cittadini lo approvarono nel 1929 con quasi il 99% dei suffragi e altrettanto fecero nel 1934. Nel 1939 Mussolini non sentì neppure il bisogno di consultarli. Il Senato rimase di nomina regia e vitalizio, mentre la Camera elettiva venne sostituita con quella dei fasci e delle corporazioni. Il regime sembrava eterno. Crollò poco dopo. Non per virtù degli antifascisti, ma per la sconfitta in una guerra voluta da un regime militarmente impreparato. Per vincere non bastavano né “otto milioni di baionette”, né canti guerrieri.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA DELLA FOTOGRAFIA : Vittorio Emanuele III, “il Re Borghese”, e Benito Mussolini in un campo durante la “Battaglia del grano”.
   Artefice di quella campagna fu Nazzareno (si firmava Nazareno) Strampelli (1866-1942), agronomo, genetista, validamente aiutato dalla moglie, Carlotta Parisani, discendente per via di madre da Luciano Bonaparte, principe di Canino. Maestro massone nella loggia “Giuseppe Petroni” di Terni dal 1907, Strampelli si dedicò alla selezione di specie di grano sempre più resistenti e ricche, esportate in tutto il mondo, atte ad aumentare di decine di volte la redditività delle aree destinate alla cerealicoltura. Aiutato dal senatore Raffaele Cappelli (1848-1921) e iscritto “ope legis” al Pnf dal 1925, rifiutò il seggio parlamentare ma nel 1929 accettò il laticlavio senatoriale, anche per la stima, profondamente ricambiata, di Vittorio Emanuele III, promotore dell'Istituto Internazionale dell'Agricoltura, precursore della FAO, che non per caso ha sede in Roma. Strampelli non fece mai brevettare le numerosissime conquiste scientifiche, che gli avrebbero procacciato una enorme fortuna. Come il “fratello” Alberto Beneduce, era pago di dedicare la sua intelligenza al bene inscindibile della Patria e dell'Umanità. È considerato giustamente il precursore della “rivoluzione verde”.
A.A.M.


1926: IL REGIME TOTALITARIO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 gennaio 2026 pagg. 1 e 6.

Estate 1923, Mussolini al mare, a Levanto,
                        con la moglie Rachele e i figli Bruno, Vittorio
                        ed Edda. Nessuno immaginava che in tre anni
                        avrebbe imposto il regime fondato su leggi
                        liberticide e tribunali speciali per la difesa
                        dello Stato fascista dalle residue opposizioni
                        clandestine. 
    Attentati e repressione  
   Il 1926 segnò l'avvento del regime fascista, quello duro, a volto scoperto. Vari eventi scandirono quell'anno: la morte di Piero Gobetti a Parigi, il 15 febbraio; la carcerazione dello storico Gaetano Salvemini, collaboratore del “Non Mollare”, e l condanna al confino di quanti, capitanati da Carlo Rosselli, con un motoscafo d'altura a dicembre portarono il prestigioso socialista riformista Filippo Turati da Savona alla Corsica: esule, poteva denunciare con minori rischi di Matteotti il liberticidio in corso in Italia. L'anno dopo morì a Cannes Giovanni Amendola, già aggredito da una squadraccia fascista, come altri liberali, democratici, repubblicani, socialisti, fascisti dissidenti e, s'intende, comunisti e massoni. Questi solo perché tali.
   Le vittime più note dello squadrismo saranno ricordate nel corso dell'anno. Probabilmente minor attenzione sarà invece dedicata a ciò che più conta: come, di mese in mese, il fascismo divenne regime dichiaratamente autoritario con l'obiettivo di ergersi a totalitario.  
   Per comprenderlo va detto, in premessa, che il passaggio dalla democrazia parlamentare al regime di partito unico avvenne tramite leggi, tutte approvate dalle Camere e pubblicate nella “Gazzetta Ufficiale”. Va aggiunto che a creare il clima favorevole a Mussolini furono anche i quattro attentati alla sua vita perpetrati tra il 4 novembre 1925 e il 31 ottobre 1926. A poco vale osservare che l'autore del primo di essi, l'ex deputato socialista Tito Zaniboni, si condusse da sprovveduto; che l'irlandese Violet Gibson (il cui sparo ferì il duce al naso) passò per squilibrata e che la bomba a mano lanciata dall'anarchico Gino Lucetti colpì solo la vettura di Mussolini. L'esplosione ferì otto passanti. Il quarto attentato, uno sparo del quindicenne Anteo Zamboni, bucò la giacca e sfiorò il petto del duce. Placcato dal tenente Pasolini (padre di Pier Paolo), l'attentatore fu linciato: pugnalate profonde e almeno uno sparo. A lungo fu sospettato che il mandante fosse un gerarca contrario alla condotta “legalitaria” di Mussolini. Comunque nessun Paese democratico avrebbe tollerato una tale serie di attentati al capo del governo senza inasprire le misure di prevenzione e repressione del terrorismo politico: anche per mostrare credibilità all'estero, mentre erano in corso importanti accordi finanziari e commerciali e  rassicurare la cittadinanza.
   Però le leggi eccezionali, di cui diremo, non scongiurarono affatto altri attentati, come quello che il 12 aprile 1928 a Milano ebbe per bersaglio Vittorio Emanuele III, scampato per pochi minuti all'esplosione della micidiale “bomba a tempo” collocata alla base di un lampione di ghisa. Deflagrò sparando centinaia di schegge: almeno 20 morti e 40  feriti. Pochissimi conoscevano l'itinerario vero la Fiera e l'ora di transito del re, mutati all'ultim'ora. A distanza di un secolo mandanti ed esecutori rimangono avvolti nel mistero, come ripete il più documentato studioso di quel crimine, Carlo Giacchin, in “Attentato alla Fiera. Milano 1928” (ed. Mursia, 2010).
Capo del Governo, epurazione; i Soloni  disegnano lo “Stato fascista”
    Poco prima che spuntasse l'alba del 1926 Mussolini mise a segno alcune leggi per imbrigliare il potere e la macchina dello Stato. La legge 24 dicembre 1925 n. 2263 fissò attribuzioni e prerogative del “capo del governo”, nuova denominazione del presidente del Consiglio o Primo ministro. Ebbe la precedenza sui cavalieri della SS. Annunziata (“cugini del re”). Senza la sua adesione nulla poteva essere posto all'ordine del giorno delle Camere. L'attentato alla sua vita o libertà comportò la reclusione non inferiore a quindici anni e l'ergastolo, se riuscito. Qualunque offesa con parole o atti era punita con detenzione da sei a trenta mesi e multa da 300 a 3.000 lire. La legge 24 dicembre 1925 n. 2300 regolò la dispensa dei pubblici funzionari dal servizio. Aprì la strada alla sistematica “epurazione” degli impiegati non fascisti. Era stata rivendicata da Mussolini alla Camera il 19 giugno: “Non siamo un ministero, e non siamo nemmeno un Governo, siamo un regime. (…) noi abbiamo tutta la volontà di durare. E dureremo (…) la burocrazia è un esercito”.
   Gli iscritti al Partito nazionale fascista (Pnf) erano una minoranza nel Paese ma disponevano di uno strumento militare, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, e della macchina del potere, concentrata nelle mani di Mussolini (capo del governo, ministro degli Esteri, della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica) e della ristretta cerchia dei suoi fedelissimi, ai quali dettava la linea. Se non la eseguivano, li cacciava, a Roma come in periferia.   
   Per disegnare i lineamenti del regime venne costituita la Commissione di diciotto “Soloni”, presieduta da Giovanni Gentile. La corposa relazione conclusiva sui rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo fu scritta dal consigliere di Stato Domenico Barone (Napoli, 29 gennaio 1879- Roma, 4 gennaio 1929), giurisperito, monarchico, “moderato”, futuro artefice della trattativa con la Santa Sede siglata conclusa pochi giorni dopo la sua morte con i Patti Lateranensi (11 febbraio 1929). La Commissione affermò la preminenza del governo sul Parlamento. L'esecutivo doveva comprendere un numero limitato di membri e fare capo al Re. Senza negare il principio della sovranità popolare, il governo non poteva essere “investito” dal voto di “semplici cittadini”. Era organo della Corona, non del Parlamento, e poteva rimanere in carica sino a quando godeva della fiducia del Re. Non era tenuto alle dimissioni per l'approvazione “di sorpresa” di un ordine del giorno di sfiducia. La risoluzione della eventuale crisi era comunque riservata al sovrano, “vero potere di iniziativa, direttivo e decidente”. Non solo. La Commissione propose di “demandare al re la potestà di convocare i due rami del Parlamento in un'unica assemblea, “sia in caso di conflitto fra essi sia in altri gravi avvenimenti pubblici”. L'ordine del giorno  era stabilito dal sovrano.
  Contro proposte che risalivano a fine Ottocento ed erano state propugnate da Luigi Luzzatti, presidente del Consiglio nel 1909-1911, ma confutate energicamente da Giovanni  Giolitti, “fermo il sistema bicamerale” la Commissione propose che una delle due assemblee politiche doveva essere elettiva, l'altra “di nomina regia e con carattere vitalizio”, come era il Senato dal 1848. Propose però di ampliare le categorie per la nomina di nuovi senatori: un ventaglio, a ben vedere, sintetizzato dalla 20^ categoria dello Statuto: i “benemeriti della Patria”. Novità di rilievo, propose di abolire i sottosegretari di Stato, di istituire il segretario generale in ogni ministero e di creare il dicastero della Presidenza dei ministri che avrebbe coordinato Consiglio di Stato, Corte dei Conti e Avvocatura Erariale. Il capo del governo avrebbe disposto di uno strumento per operare con rapidità ed efficacia. 
   Speciale attenzione la Commissione riservò alla “preparazione delle leggi” di iniziativa dell'esecutivo, tramite un “ufficio centrale” per elaborazione di leggi, schemi di decreti-legge, testi unici, con cura minuziosa delle norme votate dalle Camere, correzione di espressioni letterali e coordinamento formale con altre leggi. Tra i suoi compiti spiccava l'accertamento che il testo approvato fosse identico a quello pubblicato nella “Gazzetta Ufficiale”, “promuovendo, ove del caso, e con tutta sollecitudine, la pubblicazione di errata-corrige”, con speciale attenzione per la punteggiatura, per scongiurare interpretazioni arbitrarie e contraddittorie.
  La Commissione stilò anche una proposta di legge sul riconoscimento giuridico delle associazioni professionali, ovvero dei sindacati, e sull'ordinamento corporativo dello Stato, che era tra i rovelli del fascismo per conciliare datori di lavoro e lavoratori.
Deluso, Mussolini fece da sé, ma con esiti difformi
  Le conclusioni della Commissione dei Soloni risposero solo parzialmente alle attese di Mussolini, che vi vide un freno ai suoi disegni. Questi iniziarono a prendere corpo con la legge 31 gennaio 1926, n.100 sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, “facoltà sempre esistita e che sempre esisterà in tutti gli ordinamenti giuridici” secondo Alfredo Rocco, ministro della Giustizia, relatore alla Camera. Per la sua attuazione Mussolini inviò un'ampia “informativa” ai ministri. Ma dieci anni dopo deplorò che i ministri continuassero a “provvedere, mediante decreti legge, a materie pertinenti al potere esecutivo”, riproducendo “quella confusione di poteri che si era voluto definitivamente eliminare”. Il regime era autoritario, ma non totalitario, se il suo “capo” ancora doveva richiamare all'ordine i ministri.
   Il passaggio dal regime parlamentare a quello di partito unico, diretto dal Gran  Consiglio del fascismo presieduto dal capo del governo, risultò più lento di quanto Mussolini desiderasse, per la vischiosità non solo della burocrazia ma anche di “poteri” alternativi a quello propriamente politico. Lo si vide dal naufragio della riforma del Senato deliberata dal Gran Consiglio l'8 ottobre 1925. Essa previde che la Camera Alta avrebbe compreso senatori vitalizi, nominati direttamente dal re fra le categorie escluse dalle Corporazioni, e i temporanei, con mandato novennale, designati dalle grandi corporazioni nazionali. Le corporazioni dei lavoratori avrebbero designato un numero di senatori non inferiori a quello espresso dai datori di lavoro. Il progetto cadde per l'inaccettabile differenza tra senatori vitalizi e temporanei. Il Senato rimase la “mala bestia” sgradita a Mussolini.
  Il 3 gennaio 1926 (esattamente un anno dopo il discorso mussoliniano che aveva segnato la svolta verso il regime) il Gran Consiglio enunciò le norme per l'iscrizione
al Pnf. Premesso che il partito era “l'organizzazione delle forze politiche  ed amministrative del regime”, il privilegio di farne parte non poteva e non doveva essere “concesso a tutti, ma solo ai meritevoli ed ai prescelti”. L'ammissione era subordinata all'accertamento della “linea di condotta tenuta nel giugno-dicembre 1924”, quando Mussolini era investito dalla “questione morale” suscitata dall'“affare Matteotti”. Il Gran Consiglio avvertì che “ogni formazione speciale in seno al Partito è vietata, ed i promotori di essa verranno espulsi”. Lo statuto del 1926 enunciò i capisaldi costitutivi e le 35 norme regolamentari del partito.“Il Fascismo – esso proclamò-  è un milizia al servizio della Nazione. Suo obbiettivo: realizzare la grandezza del popolo italiano (…) è una fede che ha avuto i suoi confessori e nei cui ordinamenti operano, come militanti, gli Italiani nuovi, espressi dallo sforzo della guerra vittoriosa e dalla successiva lotta fra la Nazione e l'antinazione”.
    Data la consistenza numericamente minoritaria del partito rispetto a quello degli elettori, con legge 4 febbraio 1926, n.237 nei comuni con meno di 5.000 abitanti Mussolini conferì le funzioni già esercitate da sindaco, giunta e consiglio comunale a un podestà, eventualmente affiancato da una consulta municipale con “attribuzioni meramente consultive”. Con regio decreto-legge 1926, n.910 l'ordinamento podestarile venne esteso a tutti i comuni del regno. Fu regolamentata ulteriormente la consulta municipale.
    I consigli provinciali elettivi ancora in carica vennero prorogati. Nel 1927 furono sostituiti con Rettorati capitanati da un preside affiancato da rettori, con tutti i poteri precedentemente esercitati dalla Deputazione provinciale. Il Rettorato rimase sotto controllo dei prefetti. Fu un colpo mortale al diritto di voto. Gli enti locali dipesero al governo.
  Il 20 gennaio 1926 entrò in vigore la legge 31 dicembre 1925, n.2307 sulla stampa, che a sua volta inasprì quella del 15 luglio 1923, n. 3288 su gerenza, vigilanza e controllo della stampa periodica. Il suo regolamento attuativo precisò che i direttori dovevano essere iscritti all'albo professionale dei giornalisti, costituito in Ordine, destinato a divenire uno tra i più efficaci strumenti del regime.  L'esercizio della professione giornalistica fu subordinata all'iscrizione agli albi depositati presso la cancellerie delle Corti d'Appello e rigorosamente disciplinati. I “letterati” (novellisti, storici, poeti...) evitarono scrupolosamente argomenti politici, o li trattarono secondo i suggerimenti dei direttori, tutti allineati alle direttive del governo. Dieci anni dopo fu istituito il sottosegretariato per Stampa e propaganda, conferito a Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, già capo ufficio stampa del governo, nel 1935 elevato a Ministero stampa e propaganda, dal 1937 denominato della Cultura Popolare. L'ufficio stampa del duce diramava quotidianamente “veline”ai giornali.
L'Opera Nazionale Balilla
  Nel 1926, mentre, a parte pochi liberali e i comunisti, le opposizioni stentavano a comunicare al di là della cerchia sempre più ristretta dei cittadini interessati alla contesa partitica, con la legge 3 aprile 1926, n. 2247 Mussolini varò l'Opera Nazionale Balilla (ONB), per l'assistenza e l'educazione fisica e morale della gioventù. Il suo regolamento fu decretato il 9 gennaio 1927. Essa comprese i maschi da 6 a 18 anni: figli della lupa sino agli 8, balilla sino ai 14 e avanguardisti (ripartiti in escursionisti e moschettieri) fino ai 18. L'ONB si dedicava a plasmare lo “spirito” e all'istruzione ginnico-sportiva e premilitare. All'organizzazione maschile si affiancò la femminile con figlie della lupa, piccole italiane dagli 8 ai 14 anni e giovani italiane sino ai 18. Dai 18 ai 21 anni maschi e femmine erano organizzati in fasci giovanili di combattimento e gruppi giovani fasciste. Ogni sesso e ogni fascia d'età ebbe la sua divisa e i suoi riti: esercizi fisici, gare, canti, “camminate”, campeggi.  
   L'ONB contò su comitati provinciali comprendenti prefetto, rappresentante del provveditore agli studi e del federale del PNF, console della Milizia, comandante della legione Balilla e avanguardisti, fiduciaria provinciale delle piccole e delle giovani italiane e il medico provinciale. Il personale scolastico fungeva da raccordo con le famiglie per promuovere l'ONB quale istituzione ufficiale della gioventù. Il “fascismo” divenne Stato. Nelle aule la fotografia di Mussolini affiancò quella dei Reali. L'ONB inculcò i principi della gerarchia e della meritocrazia, incardinati sul “punteggio” che avviava alla “premiazione”. La grigia quotidianità venne illuminata dalle festività civili evocatrici della storia remota e dalla celebrazione di patrioti e caduti, fra i quali ebbero la prima fila i “martiri della causa fascista”, custodi e dell'Italia Eterna, raffigurata nel profluvio di monumenti eretti negli anni postbellici. Nel volgere di un paio d'anni vennero sciolte le organizzazioni giovanili non dichiaratamente fasciste, inclusi il Corpo nazionale di giovani esploratori e esploratrici e l'Associazione scouts cattolici italiani. L'Azione cattolica sopravvisse ma con abito esclusivamente catechistico.
    Mentre il PNF era concepito come “milizia di combattenti” l'ONB si propose quale realizzazione dell'unità nazionale italiana sempre “in fieri”. Come il fascismo stesso, essa non fu affatto una novità. Ricalcò il pensiero risorgimentale e post-unitario. Erano stati Mazzini, Garibaldi, De Sanctis e tanti altri a proporre la formazione “disciplinare” dei giovani nell'Italia albeggiante. La Grande Guerra fece da acceleratore. I ministri liberal-democratici della Pubblica istruzione da inizio Novecento e soprattutto dal 1919 al 1922 promossero educazione fisica ed esercitazioni premilitari nella scuola di ogni ordine e grado per far trovare il Paese pronto a nuovi cimenti, impliciti nella lunga durata delle trattative di pace concluse solo nel 1923. Rimasero in un cantuccio gli interrogativi di Michele Coppino che nel 1870-1890 si domandò alla Camera quale sia il limes tra istruzione ed educazione e quale sia il compito dello Stato a cospetto dello scolaro e dello studente.
L'annientamento dei partiti d'opposizione  
  Il 6 novembre, una settimana dopo l'“attentato Zamboni”, Mussolini assunse il ministero per l'Interno. Lo stesso giorno il regio decreto n.1848 ordinò ai prefetti di sciogliere partiti, associazioni e organizzazioni che esplicavano azione contraria al regime. Come era avvenuto un anno prima per le logge massoniche, le loro sedi furono messe sotto sequestro. La documentazione reperita servì ai nuclei dell'Ufficio politico investigativo agli ordini del ministero per l'Interno collegato con prefetture e questure.
   Il regime entrò nella pienezza della forma e della forza. Nei giorni seguenti il Ministero impartì istruzioni perentorie ai prefetti. Un “decifri da sé” del capo della Polizia Arturo Bocchini alle 14 e 15 dell'8 novembre precisò ai prefetti che tra i partiti soppressi vi erano anche il “liberale borziniano” (cioè quello fondato nel 1922, non i “giolittiani”) e l'unione reduci. Tre quarti d'ora dopo Bocchini ricordò ai prefetti che essi non avevano “competenza surrogatoria di altri organi limitata ai soli casi contingibili e urgenti ma una competenza funzionale di carattere organico”. Erano organi del governo. Dovevano procedere a “rigorosissime perquisizioni personali et domiciliari” dei deputati d'opposizione, a cominciare dai deputati del partito comunista d'Italia. Il 9 novembre vennero ordinati fermo e perquisizioni di un folto numero di deputati d'opposizione, tra i quali Mario Bergamo, Eugenio Chiesa, Cipriano Facchinetti, Cino Macrelli, Oddino Morgari, Pietro Mancini, Riccardo Momigliano, Giuseppe Romita, Ruggiero Grieco (repubblicani, socialisti, comunisti), rilasciati il 14.
  I periodici cattolici vennero autorizzati a proseguire le pubblicazioni solo se conformi alle direttive della Santa Sede: evitare la “politica”. Il  26 novembre Giacomo Suardo, futuro presidente del Senato, per conto di Mussolini ordinò ai prefetti di “astenersi da una azione in massa che mentre appare troppo facile non risponderebbe agli scopi della legge anzi finirebbe col comprometterli”. Occorreva usare “intelligente accorgimento”.   
  Il 1926 si chiuse con la decadenza dalla Camera dei deputati dell'opposizione che si erano arroccati nell'inutile “Aventino” e con due leggi che mostrarono il volto vero del regime: negazione dell'Italia nata dal Risorgimento e avanguardia della civiltà liberale. Il 25 novembre fu ripristinata la pena di morte e il 12 dicembre venne istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato: due leggi approvate da un Parlamento ormai prono al duce. Meritano apposita illustrazione. 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA : Estate 1923, Mussolini al mare, a Levanto, con la moglie Rachele e i figli Bruno, Vittorio ed Edda. Nessuno immaginava che in tre anni avrebbe imposto il regime fondato su leggi liberticide e tribunali speciali per la difesa dello Stato fascista dalle residue opposizioni clandestine.
 

QUEL CHE FU E CHE NON FU LA REGINA MARGHERITA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 gennaio 2026 pagg. 1 e 6.


https://www.giovannigiolitticavour.it/images/VEIII_fanciulloNapoli.jpg    Quel che non fu: è il meno...
Margherita di Savoia non fu affatto la superba bellezza che le venne attribuita da cortigiani e da repubblicani abbacinati, come Giosue Carducci, dai gusti peraltro assai opinabili. D'altronde i problemi delle monarchie andavano molto al di là del fascino fisico delle sovrane e/o delle dame del seguito.
Di certo la regina non fu sposa felicissima. Quando nel 1868 la prese in moglie, da anni il principe Umberto era unito “more uxorio” con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini, sposata con il duca Litta Visconti Arese. Come la generalità di imperatori, re, principi, militari, borghesi e popolani, ciascuno aveva le sue “storie”. Nessuna faceva speciale notizia se non per chi ci ricamava pettegolezzi elevati a trame politico-diplomatiche. È il caso della super-chiacchiera sul ruolo attribuito a Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (1837-1899), che, secondo la leggenda, avrebbe procacciato con le sue grazie il favore di Napoleone III a pro' del regno di Sardegna o addirittura della “causa italiana” contro l'impero d'Austria. Se avesse fatto dipendere la riscossa dell'Impero di Francia dalle “performances” della “Nicchia” (come la contessa era detta) o delle altre dame via via conquise, Napoleone il Piccolo avrebbe dovuto fare guerre a getto continuo su innumerevoli fronti. Suo apprezzato ministro era Walewsky, figlio “naturale” di Napoleone I e di Maria Walewska, che aveva sperato propiziare il ripristino del regno di Polonia.
Forse la regina Margherita, non ignara che, al pari del padre, anche Umberto accompagnava i viaggi in Italia (e non solo) con l'assaggio di “prelibatezze locali”, avrà gioito quando trapelò che si era invaghito della contessa di Vincenza Santa Fiora: non per sé stessa ma pensando che la Litta ne avrebbe sofferto.
A differenza di quanto è stato solitamente scritto, la regina non fu neppure una “clericale reazionaria”. In una lettera giovanile ella stessa confidò di non essere affatto “bigotta”. Certo era e rimase convintamente cattolica: la sua era la Chiesa dei precetti e dei comandamenti, tra i quali primeggiano quelli dal quinto al decimo, ma con molta comprensione per le “trasgressioni”. Come fa un militare a non uccidere? La giustificazione della “guerra giusta” è invalsa sino a quella del Golfo. Da non molto i pontefici predicano la pace disarmata e disarmante. Non solo. Il segreto diplomatico e la diplomazia segreta sono esecrati ma molto praticati. Un capo di Stato può non sottrarre i tesori al vinto e può non spremere i sudditi con tasse sui beni essenziali (farine, sale e via via sino ai portoni carrai, ai balconi, ai cani da guardia...) quando occorrono entrate per fronteggiare le spese correnti ordinarie e straordinarie e i debiti con esose banche estere? Come fa a non desiderare le donne e gli averi altrui quando tutti si conducono a quel modo e trovano sollievo nel più conveniente dei sacramenti, la confessione, completa di pentimento e di penitenza? La storia, anche la più depurata da aneddoti pruriginosi, ne era zeppa. E qualche cosa insegnava anche alle principesse e alle regine.
D'altronde i sovrani per primi avevano bisogno assoluto dall'indulgenza del clero: un confessore comprensivo e un ecclesiastico pronto a celebrare il “Te Deum” rischiando i fulmini del papa. Fra' Giacomo da Poirino, che amministrò il viatico al morente Camillo Cavour, e don Valerio Anzino, che si adoprò per assicurare la “buona morte” a Vittorio Emanuele II (ne hanno scritto Aldo G. Ricci e Tito Lucrezio Rizzo) mostrano la «bontà infinita» di Chi «ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei» (Dante, Purgatorio, III, 121-122), anche senza mediazione ecclesiastica.

...E quel che fu: il più.
Margherita di Savoia fu pienamente consapevole del suo ruolo di regina d'Italia e lo esercitò su fronti particolarmente cari al re. In primo luogo il regno neonato aveva urgenza di organizzare lo “strumento militare”. A differenza del Vecchio Piemonte, in molti Stati pre-unitari non esisteva il servizio militare obbligatorio. La sua imposizione fu fomite di insorgenze e del brigantaggio. La vittoria della Prussia di Bismarck sulla Francia di Napoleone III nella guerra del 1870 venne correttamente spiegata con la superiorità della scuola germanica, dell'istruzione paramilitare e della motivazione ideale. Altrettanto andava fatto in Italia. Nel 1877 la legge voluta dal ministro della Pubblica istruzione Michele Coppino, massone, introdusse l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita. L'anno dopo il suo successore Francesco De Sanctis, a sua volta massone e già docente alla Scuola Militare della Nunziatella, aggiunse l'obbligo dell'educazione fisica anche per scolare e studentesse. Nei licei venne introdotto il costoso e poi abbandonato insegnamento del tiro al bersaglio, predicato da Giuseppe Garibaldi. Nel 1879, come ricorda Oreste Bovio, decano della storiografia militare, nella sua insuperata “Storia dell'Esercito Italiano, 1861-2000”, l'Esercito prese finalmente l'aggettivo di Regio. Nel 1882 fu creato lo Stato Maggiore, forte di capi e di un corpo di ufficiali altamente preparati e di lunga durata in carica a garanzia della continuità necessaria, mentre i ministri della Guerra, soprattutto dopo l'avvento della Sinistra, cambiavano a getto continuo.
Umberto I vedeva, capiva e voleva, anche più di quanto il Parlamento concedesse. Margherita era sulla sua stessa linea. La capacità suasoria della regina, anche tramite scrittori, poeti, artisti, scienziati e inventori, mirava appunto a moltiplicare gli “esempi”, a infondere coscienza unitaria nei “popoli d'Italia”. Allo scopo fu alpinista provetta nell'Italia che ebbe il rude Quintino Sella promotore del Club Alpino Italiano quale palestra, non tanto di muscoli ma di ardimento e di moralità. È quanto non comprende chi fraintende (come fa un suo biografo) il legame ideale tra la regina della “Capanna Margherita” e l'alpinista Luigi Beck-Peccoz, che ebbe il privilegio di accompagnarne le scalate e morì di schianto dinnanzi ai suoi occhi mentre percorrevano un ghiacciaio.
L'ostinazione della regina cozzava con la pochezza della Camera. Nel decennio dopo Adua (1896) le spese ordinarie per l'esercito scesero da 245 milioni a 236, una flessione prolungata al di sotto dei 230. Con un confine indifendibile verso l'Impero d'Austria e diffidente nei confronti della Francia repubblicana, socialista, ugonotta e sprezzante nei confronti di Roma, come mostrarono la strage di terrazzani italiani a Aigues-Mortes e le aggressioni di migranti nostrani a Lione, a quel modo l'Italia non era in condizioni di fare la sua parte in Europa e nel Mediterraneo. Era il cruccio della Regina Madre che il 19 agosto 1900, pochi giorni dopo l'assassinio di Umberto, in una lettera (pubblicata da Aldo di Ricaldone) a Elena Morozzo della Rocca, baronessa Sonnino, scrisse (in francese, che qui traduciamo): «Che triste, triste cosa che io vedo e che sento in me, attorno a me, dopo trentadue anni di unione felice, che lo diveniva ogni di più con l'età che avvicinava i caratteri! E poi il povero re era così buono così leale, così generoso di cuore e d'animo, sempre gentiluomo sino al fondo del suo essere. […] I miei figli [Vittorio Emanuele III e la regina Elena, NdA] sono perfetti per me e io sono così felice che il paese abbia accolto così bene il giovane Re. Suo padre deve vederlo e ne sarà felice perché amava tanto suo figlio. Ma quando penso che ho visto quello che ho visto senza morire, non posso comprenderlo; evidentemente la Provvidenza ha voluto così!, perché io sto bene e anche i miei nervi sono in buono stato.» E così li tenne per un quarto di secolo, durante il quale accompagnò l'Italia nella buona e nella cattiva sorte.
Margherita era la regina di un Paese che già era regime democratico parlamentare (rinato, non nato, nel 1946, per decreti legge emanati da Umberto di Savoia) e varò leggi di prim'ordine, come l'abolizione della pena di morte (1889). A conferma che il regime monarchico non è affatto geneticamente inferiore ad altri. Lo dimostrano Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia e altri ancora. Non sono né antidemocratici né selvaggi. Come non lo fu lo Stato d'Italia dalla sua nascita al 1925.
Aldo A. Mola
MARGHERITA DI SAVOIA
PRIMA REGINA D'ITALIA

di Aldo A. Mola

La Principessa Margherita di Savoia e
                      Vittorio Emanuele Principe di Napoli, in “Regina
                      Margherita”, Catalogo della Mostra (Napoli,
                      Palazzo Reale, 2011), a cura di Elena Fontanella,
                      Ministero dei Beni Culturali-Fondazione Dnart, con
                      un saggio di AAM su “Il margheritismo e il
                      consolidamento della monarchia in Italia”.1851 - L’8 novembre Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia-Genova nasce a Palazzo Chiablese, in Torino, da Ferdinando di Savoia, duca di Genova, secondogenito di Re Carlo Alberto di Sardegna (1798-1849), e da Elisabetta, figlia di Giovanni, re di Sassonia. Al battesimo presenziano il presidente del Consiglio dei ministri, Massimo Tapparelli d'Azeglio, Alfonso La Marmora e il conte Camillo Benso di Cavour. Suo fratello minore, Tommaso (1854-1931), duca di Genova alla morte del padre (1855), nel 1915 verrà nominato Luogotenente generale del regno da Vittorio Emanuele III.

1856 - La madre, Elisabetta, sposa Nicola Rapallo, in violazione delle leggi della Casa, e viene “confinata” con i figli nel castello di Govone (Cuneo) e poi a Stresa, presso i Padri Rosminiani. Verrà “riabilitata”. Vittorio Emanuele II conferì al marito il titolo di Marchese di Rapallo.
Margherita studia diverse discipline, inclusi disegno, musica (con il Maestro Stefano Tempia) e danza. Pratica italiano, francese (sua lingua d'uso) e tedesco.

1868 - Dal 28 gennaio Margherita è ufficialmente fidanzata con il cugino primo Umberto di Savoia, principe di Piemonte, figlio di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Asburgo. Il matrimonio, con dispensa papale, è celebrato nel Duomo di Torino il 22 aprile 1868 dall'arcivescovo Alessandro Riccardi di Netro, affiancato da due arcivescovi e due vescovi, tra i quali Luigi Nazari di Calabiana, Collare della SS. Annunziata e quindi “cugino del re”.

1869 - L’11 novembre partorisce Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro, futuro Vittorio Emanuele III (morirà ad Alessandria d'Egitto il 28 dicembre 1947, quattro giorni prima dell'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana, che lo avrebbe condannato all'esilio), al quale il nonno conferisce il titolo di Principe di Napoli. Le difficoltà del parto impediscono successive gravidanze. L'arcivescovo di Napoli Riario Sforza rifiuta di benedire il neonato.

1871 - Il 23 gennaio Umberto e Margherita si insediano nel Palazzo del Quirinale, in Roma, espugnata il 20 settembre 1870 dal IV corpo d'Esercito comandato dal generale Raffaele Cadorna e annessa con il Lazio al regno d'Italia (plebiscito del 2 ottobre). Come il padre e tutti gli artefici della spoliazione dello Stato Pontificio e della statizzazione di beni ecclesiastici, la coppia reale è osteggiata dall'“aristocrazia nera”, fedele a papa Pio IX, che denuncia Risorgimento e unità d'Italia quale frutto di complotto massonico internazionale.

1878 - Alla morte di Vittorio Emanuele II (9 gennaio) Umberto I è re d'Italia. Mentre Rosa Vercellana, sposata da Vittorio Emanuele II con matrimonio morganatico (cioè con esclusione dei figli dalla successione dinastica) vive con discrezione in Piemonte, Margherita imprime smagliante impulso al rango di prima regina d'Italia.
Il 16 novembre a Foggia Alberigo Altieri cerca di assalire il re, ma viene bloccato. L'aggressione non fa notizia. Il giorno seguente, 17 novembre, l'anarchico Giovanni Passannante, un cuoco ventinovenne nativo di Salvia (Cosenza), tenta di accoltellare Umberto I che transita in carrozza in via Toledo, a Napoli, con la Regina, il principe ereditario e il presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli, al quale Margherita di Savoia grida: «Cairoli, salvi il re!». Umberto, appena scalfito, colpisce con l'elsa della spada l'attentatore, che conficca il coltello in una gamba di Cairoli. Al sindaco della città, Guglielmo Capitelli, la regina mormora: «Si è rotto l'incantesimo di Casa Savoia.» In verità la reazione popolare generale è di sdegno. Dalla morte di Vittorio Emanuele II è il quarto attentato in Italia, alcuni dei quali con vittime.

1896 - La regina invia soccorsi alle famiglie dei militari italiani morti o caduti prigionieri il 1° marzo nella caotica battaglia di Abba Garima (Adua), travolti dall'orda di Menelik, negus di Etiopia.

1897 - Il 20 aprile re Umberto è bersaglio di un attentato in Roma compiuto dall'anarchico Pietro Acciarito, che muore durante gli interrogatori.

1898 - Le proteste popolari contro l'aumento del prezzo del pane e di altri generi, come lo zucchero, causato dalle ripercussioni della guerra per l'indipendenza di Cuba dalla Spagna, alimentata agli Stati Uniti d'America, volgono a insurrezioni a Pavia e in Toscana. A Milano, ove è proclamato lo stato d'assedio, la repressione è duramente comandata dal piemontese Fiorenzo Bava Beccaris, elogiato dalla regina, decorato da Umberto I con la massima onorificenza militare e appoggiato dal governo presieduto dal palermitano Antonio Starrabba di Rudini, alle cui dimissioni (dopo quattro inconcludenti ministeri consecutivi) subentra il generale savoiardo Luigi Pelloux, che aveva retto la piazza di Bari senza bisogno di stato d'assedio.

1900 - A differenza di quanto asserito da Gianni Oliva, Umberto I non risultò screditato per la “politica degli stati d'assedio”. Alla Camera l'opposizione liberal-democratica (Giuseppe Zanardelli-Giovanni Giolitti) osteggia le proposte antiparlamentari facendo leva sul regolamento, senza ricorrere all'ostruzionismo.
La sera del 29 luglio l'anarchico Gaetano Bresci uccide Umberto I a Monza con tre proiettili sui quattro che gli spara a distanza ravvicinata. Vengono avviate e poi sospese indagini sui complici e sul mandante (a lungo è sospettata Maria Sofia di Baviera, ex regina delle Due Sicilie e sorella di Elisabetta, imperatrice d'Austria, assassinata a Lugano dall'anarchico italiano Luigi Luccheni). La regina Margherita depreca «il più grande delitto del secolo» e scrive una «preghiera» che, inviata al vescovo di Piacenza, Geremia Bonomelli, non è ufficialmente avallata dalla Chiesa.
Il Re viene sepolto al Pantheon, dirimpetto alla tomba del “Padre della Patria”, con istoriazione della Corona Ferrea, da lui donata al Duomo di Monza, simbolo della regalità in Italia, recata al corteo funebre, come già per quello di Vittorio Emanuele.
Il regicidio e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, che l'11 agosto giura fedeltà allo Statuto, confermano la svolta liberale già avviata con la successione a Pelloux dell'ottantenne Giuseppe Saracco (24 giugno), che vara riforme e registra la convergenza filogovernativa di cattolici moderati per arginare l’Estrema sinistra repubblicana e socialista.
Margherita si raccoglie nel ruolo di Regina Madre e prosegue la missione di promozione dell'immagine della Casa di Savoia. Passa dalla juvarriana Palazzina di Caccia di Stupinigi (Torino) a Palazzo Margherita (già Piombino) affacciato su Via Veneto, a Roma, acquistato per lei dal figlio. Riprende viaggi (anche in auto) in Italia e all'estero.

1914 - Già fautrice dell'“impresa di Libia” (1911-1912), da lei intesa quale riscossa cattolica contro l'islamismo (interpretazione non condivisa dal re né da Giolitti), inizialmente favorevole alla neutralità nel dubbio sull'effettiva preparazione dell'Esercito a intervenire nella guerra europea, dal 1915 allestisce a Palazzo Margherita l'Ospedale militare n. 2, sull'esempio del n.1 organizzato al Quirinale dal re, di concerto con la Regina Elena (sul cui ruolo di medico v. Maurizio Grandi, “I farmaci e la meccanica quantistica della dottoressa Jelena”, ed. La Torre).

1921 - Il 4 novembre la Regina Madre ed Elena di Savoia concelebrarono con Vittorio Emanuele III la tumulazione del Milite Ignoto nel Sacello dell'Altare della Patria, dinnanzi al quale si inginocchiarono, imitate da tutti i presenti.

1922 - Il 20 ottobre la Regina Madre non riceve a Bordighera i quadrumviri della mai avvenuta marcia su Roma ma solo i due monarchici Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi, in visita privata. Non risulta alcun suo intervento sul re a favore dell'assalto squadristico a Roma, superato da Vittorio Emanuele III con la soluzione extraparlamentare della crisi di governo e l'insediamento di un ministero di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre).

1926 - Il 4 gennaio Margherita di Savoia muore a Bordighera nella villa edificata dall'architetto Broggi. L'11 gennaio la salma venne tumulata al Pantheon, alle spalle della tomba di Umberto I.

1934 - L’Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile dedica alla Regina Margherita una sola pagina, con due righe sul suo apprezzamento del fascismo quale fattore di stabilità.
Alla sua morte i protagonisti della vita culturale fiorita nell'età del “margheritismo” erano tutti scomparsi da tempo (Ruggiero Bonghi, Marco Minghetti, Edmondo De Amicis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli...) o finiti in posizione marginale (come Gabriele d'Annunzio, arroccato al Vittoriale). Nondimeno ne venne continuata la tradizione: i concerti al Quirinale e le importanti istituzioni da lei promosse a favore di cultura popolare, igiene pubblica e beneficenza, con speciale attenzione per le donne.

DIDASCALIA: La Principessa  Margherita di Savoia e Vittorio Emanuele Principe di Napoli, in “Regina Margherita”, Catalogo della Mostra (Napoli, Palazzo Reale, 2011), a cura di Elena Fontanella, Ministero dei Beni Culturali-Fondazione Dnart, con un saggio di AAM su “Il margheritismo e il consolidamento della monarchia in Italia”.


  PACEM... IN ITALIA?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 dicembre  2025 pagg. 1 e 6.

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                                                          d'Italia”
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                                                          molti ritenuti
                                                          del duce
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                                                          Fallito il suo
                                                          vagheggiamento
                                                          di un patto
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                                                          partito
                                                          socialista per
                                                          la transizione
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                                                          italica, molto
                                                          ancora
                                                          pubblicò: vox
                                                          clamantis in
                                                          deserto. Mancò
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                                                          denuncia delle
                                                          leggi razziali
                                                          che saldarono
                                                          il regime
                                                          mussoliniano e
                                                          quello
                                                          hitleriano. Il
                                                          peccato di
                                                          omissione non
                                                          è meno grave
                                                          di quelli di
                                                          pensieri e di
                                                          atti.
    Oggi in Spagna, domani in Italia?
   In attesa del discorso di fine anno del Capo dello Stato Sergio Mattarella, giova ascoltare quello rivolto agli spagnoli da Filippo VI di Borbone. Tono accorato e volto pensieroso, il re ha esortato a nutrire fiducia nell'unità, a voltare le spalle a contrapposizioni artificiose e a partecipare consapevolmente alla vita pubblica. Filippo VI elogia la Transizione, impersonata da Adolfo Suarez, che accomunò liberal-democratici e socialisti per traghettare definitivamente la Spagna dal post-franchismo all'europeismo. E' un grande Paese, con una lingua parlata da mezzo miliardo di persone, solidi rapporti con Nordafrica, mondo islamico e l'America Latina che celebra due secoli di lotta per l'indipendenza da Madrid ma sente scorrere nelle vene l'hispanidad.    
  Per vari motivi il suo “caso” Spagna è particolarmente significativo per l'Italia. Lasciamo da parte i plurisecolari legami storici italo-spagnoli quando l'Europa meridionale era la sponda del Mediterraneo settentrionale. Un solo mare, due “mondi”. Mettiamo tra parentesi l'offerta della corona di Sicilia a Pietro d'Aragona all'indomani dei Vespri contro i francesi, l'ascesa degli Aragonesi a Re di Napoli, Alfonso il Magnanimo, la “dominazione spagnola” da Carlo V, sacro romano imperatore, a Francesco II di Borbone (1517-1861), gli intrecci di lingua, arti e costumi, dagli “anonimi” per chitarra al “canto profondo”.     
   Anche nelle loro dimensioni odierne i due Stati hanno in comune il retaggio geo-storico. La Spagna è un “continente” comprendente vari popoli, diversificati nella sin lingua d'uso (catalano, galiziano, basco...), ma comunicanti tramite il castigliano, al pari dell'Italia, che in costituzione riconosce e tutela con apposite norme le minoranze linguistiche. Alle quali si sommano le “parlate” dialettali (molte con rango di lingua) ancora prevalenti in molte regioni, ed anzi in fase di rivalutazione, non per antagonismo centrifugo ma per arricchimento dell'itala gente dalle molte vite.

Guerra civile? Quale?
  Entrambi i Paesi hanno in comune l'esperienza di una guerra tra cittadini. Proprio quella tragedia, però, evidenzia la difformità dei rispettivi percorsi e l'identità o almeno l'analogia di quelli imboccati per scongiurare che si ripeta. In sintesi, tra il 1936 e il 1939, dopo anni di tensioni, scontri armati e repressioni attuate dai “rossi” ai danni dei “cattolici”, e non solo, la Spagna fu teatro di una vera e propria guerra civile tra l'uno e l'altro “bando”: i “nazionali” da una parte (somma di diverse forze) e i “repubblicani” dall'altra (coacervo di partiti in lizza). Entrambe le fazioni ebbero aiuti dall'estero. I primi (per semplicità poi detti “franchisti”) ebbero il sostegno della Germania di Hitler e dell'Italia mussoliniana, ma non ne divennero affatto succubi. L'acronimo CVT (il Corpo volontari italiani) dagli spagnoli era tradotto “Cuando te vas?. Francisco Franco riuscì a risolvere la “sua” guerra nell'affermazione della Spagna, “unita, grande, libera”. Annientò con meticolosa ferocia massoni, social-comunisti, liberal-democratici e “cavalieri andanti”. Attuò l'epurazione spietata da ogni “infezione” culturale e ideologica di quanto riteneva estraneo alla “vera Spagna”. Aveva in mente un regno cristiano nato “nella” e “dalla” secolare guerra contro i “mori”. Era la “riconquista”, sulla quale quasi per incanto tra Quattro e Cinquecento si innestarono le esplorazioni dei grandi navigatori e la nascita dell'impero sul quale il Sole non tramontava mai: dalla penisola iberica alle Americhe, alle Filippine, all'Europa centrale e al Mediterraneo riscattato dall'espansione dell'impero dei turchi. Questi avevano conquistato Cipro. Vi dettero un saggio di sé scorticando vivo Marco Antonio Bragadin, ma vennero fermati con la battaglia di Lepanto (1571).
   Dall'interno del regime franchista, però, dalle radici profonde della storia spuntarono i germogli di un'altra Spagna, non meno antica e duratura, niente affatto fanatica, nazionalista, chiusa in sé stessa. Essa arrivava anche dai missionari dei “Reyes catòlicos” per i quali gli abitanti delle Indie Nuove avevano l'anima, si erano salvati anche senza battesimo se rispettosi di una religiosità “naturale” e andavano ora amorevolmente cristianizzati anziché sfruttati nei modi più turpi, come invece fece un “Michele da Cuneo” con la “camballa” di turno. Vi si impegnarono proprio i gesuiti che cercarono di tenerli al riparo dagli schiavisti portoghesi, come documenta Gianpaolo Romanato in “Le Riduzioni gesuite nel Paraguay. Missione, politica, conflitti” (Morcelliana). “Cattolico”, va ricordato, sta per “universale”, proclive alla manzoniana missione pentecostale.

Non più in Spagna, in Italia...?
   Profondamente diversa da quella vissuta dalla Spagna del 1936-1939 fu l'esperienza dell'Italia nel 1943-1945. In primo luogo, poiché le parole hanno peso determinante nella percezione dei fatti, va precisato che essa non visse una “guerra civile” se non nella narrazione proposta da chi confonde minoranze marginali e generalità degli abitanti, all'epoca agognanti pace e pane. Occorre distinguere tra la vita vissuta e quella raccontata. La prima è ancora in massima parte ignorata. Spesso venne taciuta persino in famiglia, come accade per le disgrazie e le malattie. 
   Caio Giulio Cesare (100 circa a.C.-44 a C) intitolò “De bello civili” la sua seconda opera, dedicata alla guerra condotta contro Gneo Pompeo, conclusa con la sconfitta a Farsalo del rivale, assassinato da sicari di Tolomeo, faraone d'Egitto, ove il fuggiasco approdò convinto di poterne avere il sostegno (48 a.Cr.). Quella fu “guerra civile” perché condotta tra due schieramenti di cittadini romani contrapposti per conferire diversi assetti alla “Res publica”, che una era e tale rimase, retta dal Senato e dal popolo romano, come recitavano anche le insegne delle legioni.
   Cesare e Pompeo si batterono alla guida delle rispettive visioni dello “Stato”, ma senza alcuna dipendenza da un Potere Terzo. Erano due facce della tesa medaglia: Roma. La loro era una contrapposizione tra “pari”, con l'obiettivo finale di una soluzione nell'ambito dello Stato: il compromesso poi scaturito  con il secondo triumvirato (Caio Ottaviano, Emilio Lepido e Marco Antonio) tra il Senato e il suo Princeps, infine Augusto. “Guerra civile” è, in conclusione, una guerra “all'interno” di uno Stato in sé libero, qual era stata la Repubblica romana nei secoli, sino alle guerre tra Mario e Silla e a quelle “civili”. Nulla a che vedere con l'Italia del 1848-1860/1870 e con quella del 1943-1945.
  Per questo motivo il nome di “guerra civile” non può essere applicato alle vicende militari che si risolsero nella nascita del regno d'Italia (1848-1860 e, per estensione, 1866-1870). Questa fu lotta per l'indipendenza, l'unità e la modernizzazione. Fu “Lotta di Liberazione” da politici “assolutisti” e da“altari” oscurantisti. Fu guerra per l'indipendenza perché, regno di Sardegna a parte, gli Stati pre-unitari reggevano sulle conclusioni del Congresso di Vienna (1815) che previde l'intervento militare a sostegno dei sovrani contrari alla concessione di costituzioni chieste da liberali, geneticamente infetti di “massonismo”. Dal 1820 l'Austria fu il guardiano arcigno della Restaurazione anti-liberale.
   La lotta per l'unità dell'Italia fu quindi anzitutto cacciata dello straniero. Inizialmente immaginata come lega confederale o federale dei prìncipi italiani contro lo straniero (austriaci e loro alleati), essa fu poi condotta dal “Piemonte”, unico Stato rimasto in armi contro Vienna. Quindi inevitabilmente divenne guerra contro i sovrani che in maniera diretta o indiretta dipendevano dagli Asburgo o erano legati a dinastie inconciliate con il costituzionalismo: inclusi i Borbone di Spagna e di Napoli.
   E infine fu lotta per le libertà: diritti civili, politici e libertà di culto, cioè per l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, enunciata dallo Statuto promulgato da Carlo Alberto di Sardegna, unica Carta sopravvissuta allo sconquasso del 1848-1849. La fusione di quelle tre lotte fu il capolavoro di Camillo Cavour. Lo statista euro-piemontese, in piena sintonia con Vittorio Emanuele II, rese del tutto marginale la “questione istituzionale”, ovvero la scelta tra repubblica e monarchia posta da Giuseppe Mazzini quale discrimine della “questione italiana”. L'avvento di un regno italiano unitario era compatibile con il “concerto delle grandi potenze”, ribadito dal Congresso di Parigi del 1856 e sopravvissuto al crollo di Napoleone III, all'instaurazione della Terza Repubblica in Francia (1870) e al ritorno dei Borbone sul trono di Spagna, dopo la breve parentesi di Amedeo di Savoia e della labile prima repubblica.

Il brigantaggio non fu guerra civile  
   Perciò è storiograficamente infondato proporre come lotta di liberazione da un brutale conquistatore straniero il “grande brigantaggio” esploso in alcune paghe del Mezzogiorno continentale dopo il plebiscito che ribadì l'annessione della Sicilia e delle province napoletane all'“Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale  suoi legittimi discendenti” (21 ottobre 1860). Ed è altrettanto improprio definire “rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l'unità d'Italia” come “La prima guerra civile” (è il titolo di un recente libro di Gianni Oliva, ed. Mondadori).
     Quelle insorgenze, sulle quali esistono migliaia di volumi e innumerevoli Atti parlamentari, certamente generate anche da fattori economici e sociali interni, durarono sino al 1867 solo perché vennero alimentate dall'estero (in specie da cattolici, che si valevano dello Stato pontificio di Pio IX, ultimo papa-re, quale base e rifugio) con apporto di militari e di ingenti finanziamenti “europei”, nella convinzione che il neonato Stato d'Italia non avrebbe retto al banditismo endemico. Questo sorse sul modello delle “compagnie di Santa fede” a fine Settecento organizzate dal cardinale Fabrizio Ruffo contro la repubblica napoletana nel 1799. La sua “marcia su Napoli” si concluse con la restaurazione di Ferdinando IV di Borbone e il supplizio dei liberali, impiccati o decapitati come il ventenne Gennaro Serra di Carrano: la strage degli illuministi che avevano fatto di “Napoli” uno dei fulcri della modernizzazione di qua e di là dell'Atlantico, con Antonio Genovese (1713-1769), maestro di Gaetano Filangeri (1752-1788), la cui “Scienza della legislazione” ispirò la Costituzione degli Stati Uniti d'America.
Contro la vendetta
   L'appello a superare ogni residua tentazione di “guerra civile” e di mirare all'Italia indipendente, unitaria e libera è il filo conduttore del corposo volume “Contro la vendetta” da Carlo Silvestri pubblicato nell'aprile 1948 e poc'anzi ristampato (ed. Oaks) con ampia prefazione dello storico Aldo Giovanni Ricci. Tre anni dopo la fine della guerra in Italia e in Europa e nella fase agonica della lotta elettorale tra Democrazia cristiana, socialdemocratici, repubblicani e liberali da un canto, Fronte popolare social-comunista e parte di ex azionisti dall'altro, Silvestri, “socialista, antifascista, mussoliniano” (v. didascalia), esortò a uscire dalla spirale dell'odio tra fazioni partitiche. Gli fece eco il democristiano Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, nel comizio di chiusura della campagna elettorale (Milano, piazza del Duomo, 14 aprile), che il 18-19 seguenti decretò la vittoria dell'area “moderata” incardinata sulla DC. A differenza di quanto recentemente opinato da Ernesto Galli della Loggia, essa non era una forza giudicata al di fuori del perimetro costituzionale in quanto estranea se non ostile alle vicenda antica o più recente dello Stato nazionale. Affondava le sue barbe nel cattolicesimo sociale di fine Ottocento, nella prima democrazia cristiana, nel partito popolare (che era stato al governo con Giovanni Giolitti, Luigi Facta e Benito Mussolini) e da decenni era nelle corde dei “moderati”. Il “non osservante” Benedetto Croce (sorvegliato da “La Civiltà Cattolica” anche più che dal regime) scrisse “Perché non possiamo non dirci cristiani”.    
   Citando proprio il libro di Silvestri e rivolgendosi ai potenziali elettori “fascisti”, nominativamente evocati, e ai monarchici, sottaciuti ma numericamente ancor più rilevanti, De Gasperi scandì: “noi siamo disposti a una pacificazione nazionale, a lentamente avviare la democrazia a ricomporre i conflitti passati. Non possiamo stare sempre in una guerra civile”.
  “La spirale dell'odio, scrisse Sivestri, funziona come una forza irresistibile, che tenta di sovrapporsi a qualunque passione, sentimento e vincolo. Ne siamo un po' tutti diabolicamente posseduti, e non ci accorgiamo neppure che nel nostro linguaggio ipocritamente sociale ed egualitario non c'è più posto per due sulla terra. Quando uno è Caino, Abele non ha più diritto di vivere. Basta. Non per paura, ma perché le prospettive di questa mobilitazione in corso che viene inserendosi in un piano di cancellazione dell'uomo, mi pone davanti tutta la mia responsabilità. Non vogliamo che i nostri figli siano come noi travolti nella spirale dell'odio, creato sotto i nostri occhi, se non proprio dalle nostre stesse mani almeno dal tacito nostro consenso. Io ho visto, sono uno di coloro che hanno visto. Poiché molti di essi tacciono, poiché non vogliono parlare, io parlo, sono costretto a parlare. Per me e per coloro che non vogliono parlare: anche per quelli che di nuovo hanno venduto la loro parola...”. Silvestri era tra quanti avevano sofferto tutta la vita. Socialista umanitario e libertario. Un “povero cristiano”, come Ignazio Silone.
E oggi? 
  Nel libro Silvestri scrisse pagine incalzanti, meritevoli di meditazioni sulla lunga eredità del dopoguerra. Respinse l'addebito alla monarchia del sanguinoso “regolamento di conti” tra fine aprile e inizio maggio de 1945, quando molti scamparono a vendette trasversali rifugiandosi in clandestinità. Andavano messe in conto al Partito comunista italiano. “Quanto agli anglo-americani, precisò Silvestri, non li difenderò perché non meritano di essere difesi. Anzi mi associo all'accusa e la faccio mia. E' arciesatto: gli anglo-americani potevano impedire le stragi e non le impedirono perché non vollero farlo, non perché non lo poterono. Gli anglo-americani, in tutto e per tutto d'accordo con gli agenti dell'URSS, avevano fatto tutto ciò che poteva dipendere da loro dopo l'8 settembre (1943) per creare l'ambiente della guerra civile, per far sì che gli italiani si scannassero fra di loro, per spingere gli italiani succubi alle direttive della guerra civile a piantare delle 'belle e buone coltellate' nella pancia dei soldati tedeschi con il chiaro proposito di provocare, da essi, quelle rappresaglie che, appunto, erano necessarie al fine di organizzare l'ambiente della guerriglia fratricida...”. 
Non fu guerra civile 
   Però neppure quelle orrende vicende furono “guerra civile”. L'Italia aveva perso la piena sovranità con la resa del settembre 1943. Il re conservò la corona e lo Stato ebbe continuità: per eseguire la resa. L'Italia dichiarò guerra alla Germania. In quella settentrionale venne instaurato uno Stato repubblicano sotto tutela dei tedeschi che all'epoca controllavano l'intera Francia. Dal piccolo osservatorio italico, nessuno era sicuro di come sarebbe finita la guerra mondiale. A quanti al Nord vennero chiamati alle armi venne chiesto il servizio alle armi ma non il giuramento al “regime”. Le divisioni della RSI, addestrate in Germania, si batterono contro l'avanzata (studiatamente lentissima) degli anglo-americani, ma non contro il Corpo italiano di liberazione (CIL). E quest'ultimo fu schierato contro i tedeschi, non contro gli uomini della RSI.
  Aspra nei toni e crudele nella fase finale, con esecuzioni sommarie e lunghe carcerazioni, la lotta non coinvolse la generalità degli italiani ma una quota minima della popolazione delle regioni settentrionali approdate alla “fine della guerra” ma non ancora alla amministrazione di sé stesse. Erano sotto controllo “alleato”, previsto dalla resa del 1943. La “lotta” fu tra schieramenti ideologici, tra partiti sopravvalutati dalla narrazione ma nell'insieme impossibilitati a modificare le condizioni della “pace” che il 10 febbraio 1997 lo Stato d'Italia fu chiamato a sottoscrivere in Parigi.
   In quegli anni fece gran differenza nascere e vivere in Sicilia piuttosto che in Lombardia, in regioni al sicuro da bombardamenti aerei anziché in quelle ancora teatro di guerra. L'“unità nazionale” si prospettò nuovamente una via in salita. Per intraprenderla occorreva appunto andare “contro la vendetta” e ricucire i lembi di un'Italia divisa: “terra di frontiera” in un mondo bipolare e da allora ansiosa di starsene in pace. L'“invenzione” dell'unità d'Europa fu la zattera dei naufraghi. Gli italiani non furono i soli ad aggrapparsi e a salirci. Nel 1948 non immaginavano quanti altri popoli essa era destinata ad accogliere, sino al rischio di colare a picco.
   Rinvangare scontri di fazioni, dal Brigantaggio ai Ciompi e ai Gracchi, come fossero un “destino fatal” degli italiani, diverso da quello di altri Paesi europei, parecchi dei quali ne ha visti di peggio, vuol dire fissare qualche increspatura anziché l'immensità del mare.
    Dopo quelle di don Felipe VI di Spagna, attendiamo le parole del Presidente Mattarella, l'uomo Saggio che esorta e insegna senza mai alzare la voce, senza moine, con “l'eloquenza della  sobrietà” come ne ha scritto lo storico e giurista Tito Lucrezio Rizzo (Herald Editore), da mezzo secolo quirinalista acuto e arguto.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: I cadaveri dei gerarchi fascisti in piazzale Loreto, a Milano, nella copertina di “Contro la Vendetta “ di Carlo Silvestri. Silvestri (Milano 1893-1955) amico in gioventù del socialista Filippo Turati, conobbe Benito Mussolini nel congresso socialista del 1910. Interventista, ondeggiante tra riformismo socialista e protofascismo, due volte vittima di squadristi, arrestato e condannato a cinque anni di confino politico a Ustica, Lipari e Ponza, nel settembre 1943 ritenne che Mussolni stesse attuando il suo sogno di uno Stato corporativo. Arrestato dalle SS tedesche e rilasciato, di fece confidente di Mussolni che gli rilasciò una cinquantina di interviste, da lui utilizzate per articoli nel “Popolo d'Italia” firmati “II Giramondo”, da molti ritenuti del duce stesso. Fallito il suo vagheggiamento di un patto occulto tra Mussolini e il partito socialista per la transizione verso la pax italica, molto ancora pubblicò: vox clamantis in deserto. Mancò una sua netta denuncia delle leggi razziali che saldarono il regime mussoliniano e quello hitleriano. Il peccato di omissione non è meno grave di quelli di pensieri e di atti. AAM


1938: IMBAVAGLIARE CHI FA “CAPRISSI”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 dicembre  2025 pagg. 1 e 6.


Un capomanipolo della Milizia Volontaria di
                      Sicurezza Nazionale, futuro ufficiale degli Alpini
                      in Russia, comandante di una brigata di “Giustizia
                      e Libertà” e memorialista della guerra partigiana,
                      saluta romanamente Achille Starace in visita a
                      Cuneo (12 febbraio 1939), accolto dal generale
                      Angelo Tua, da Antonio Bonino e dall'anziano
                      senatore Tancredi Galimberti. Più trombe che armi…
                      (v. A.A.M., “Giellisti. Dall'antifascismo alla
                      Resistenza armata”, Cassa di Risparmio di Cuneo,
                      vol. I, 1997, p. 161).Il trascorrere dei decenni e l'assillo del presente rendono sempre più labile la cognizione del passato, avvolto nelle nebbie. Così su di esso cala una sorta di assoluzione plenaria spacciata per saggezza e persino per “senso della storia”, mentre è l'esatto opposto: ignoranza. La parola non è offensiva. “Non sapere” è del tutto normale. Chi sa qualche cosa sa di “non sapere” l'immane scibile. Parla solo di ciò che conosce. Altri invece ignorano e tuttavia parlano senza conoscenza di causa: ripetono luoghi comuni, per superficialità, per opportunismo o, peggio ancora, per cinismo.
È quanto sovente accade a proposito del regime fascista, capitanato da Benito Mussolini, che si impose sull'Italia dal 1925. Non riuscì a divenire totalitario perché cozzò contro due ostacoli insormontabili: la monarchia e la Chiesa cattolica. La Corona conservò i poteri statutari. Quando venne l'ora, li usò. Per ottenerne il favore a scapito della tradizione liberale, Mussolini volle i Patti Lateranensi col Vaticano, che però fecero delle organizzazioni cattoliche l'alternativa proprio al “fascismo delle origini” e alla sua deriva verso la Germania di Hitler.
Nel 1938 il partito fascista  mirò a eliminare ogni associazione non irreggimentata. Ne furono bersaglio i Rotary Club, che si collocavano in un’Internazionale, e i residui circoli indipendenti, come a Cuneo accadde al “Caprissi”, fondato nel 1875. Ricordarne il forzato auto-scioglimento aiuta a capire la vocazione effettivamente totalitaria del regime, con un solo uomo al comando.

L“invenzione” e il suo rovescio
Nel 1898 Cuneo celebrò il VII centenario della fondazione. L'avvocato Tancredi Galimberti, all’epoca deputato su posizioni radical-democratiche, “inventò” che la città, un “libero comune” mai asceso a capitale di uno “Stato”, lo era di un’idea: “la libertà”. Successivamente egli scivolò su moderate, clericali e infine reazionarie. In odio a Giolitti, nel 1916 sollecitò gli industriali torinesi a finanziargli la lotta per cancellarlo nella provincia che dal 1882 lo eleggeva alla Camera. Infine fece da rompighiaccio per l'arrivo del fascismo.
Perciò dal 1910 i liberali progressisti cuneesi cercarono un nuovo punto di riferimento per la città, con l'occhio volto a Roma. Lo individuarono nel trentenne avvocato Marcello Soleri dal pizzo alla moschettiere e dalla folta capigliatura da artista. Nel 1912 egli fu eletto sindaco di Cuneo alla guida di un blocco comprendente radical-democratici, il banchiere e industriale Marco Cassin, israelita, e Angelo Segre, venerabile della loggia “Vita Nova”. Occorreva riportare la città alla guida della Provincia Granda, nel clima dell'Esposizione nazionale allestita a Torino nel 1911, cinquantenario del regno.
Cardine dell'associazionismo liberale in Cuneo era “'L Caprissi”, un circolo fondato nel 1875. Dopo vicende che qui lasciamo tra parentesi (vengono narrate in “Centocinquant'anni di Caprissi”, pubblicato or ora con premessa del suo presidente, Franco Civallero), estromessi i liberali dalla presidenza della Provincia e dall'amministrazione della città (dicembre 1925), due esponenti del fascismo, l'on. Giovanni Battista Imberti, podestà di Cuneo, e l'avvocato Gaetano Toselli, di lì a poco “preside” del Rettorato provinciale e futuro deputato del Pnf, si affacciarono al Caprissi. Era l'alba del 1928. Il Circolo visse una crisi, superata quando il 20 gennaio 1932 vi entrò Marcello Soleri, registrato come “avvocato”: un titolo professionale che nessuno poteva togliergli.
Per lui dopo la costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo (1928) e la fine del mandato parlamentare (marzo 1929), iniziò la “morta gora”. Continuò ad avere rapporti diretti ed epistolari con antifascisti, come il socialista e massone Domenico Maiocco. Nnon si piegò mai al regime.
Nel 1933 il Caprissi non registrò nuovi ingressi. Navigava a vista. Tra “impresa d'Etiopia”, sanzioni inflitte all'Italia dalla Società delle Nazioni perché l'Impero etiopico ne era membro e tensioni internazionali, che si ripercuotevano sull'attività imprenditoriale di suoi soci impegnati nell'importazione ed esportazione di prodotti locali, nulla faceva presagire svolte drammatiche. Erano state cancellate la libertà delle associazioni politiche e di stampa, ma non quella di circoli che sopravvissero, sia pure sotto sorveglianza.
Col 1937 il partito nazionale fascista (PNF) divenne sempre più incalzante e opprimente. Compì il balzo verso la irreggimentazione di tutte le associazioni nell'Opera nazionale dopolavoro (OND). Mussolini controllava il PNF tramite il segretario generale, nominato con decreto reale e membro di diritto del Gran consiglio del fascismo, dal 1928 elevato a “organo supremo della Rivoluzione fascista”. La tessera comportava privilegi, a cominciare dall'ingresso nei pubblici impieghi, precluso a chi non l'avesse. Per consolidare il regime dal 1926 ebbe inizio l'assegnazione di tessere “ad honorem” a imprenditori e a notabili. Poiché “pro bono pacis” i destinatari non la respinsero, anche quando non erano affatto fascisti né partecipavano alle sue cerimonie, furono spacciati per “fiancheggiatori”, generando errori di valutazione, anche da parte di “storici” capziosi.
Molto più complessa fu l'inclusione delle masse nell'ambito del regime. Nell'impossibilità di creare “ex novo” associazioni e sodalizi, Mussolini inglobò nel regime quelli esistenti. Il regio decreto legge 1° maggio 1925 istituì l'ENAL (Ente nazionale assistenza lavoratori), che fece da pedana all'OND: un immenso “contenitore” nel quale vennero convogliate organizzazioni nate nel corso del tempo per promuovere l'elevazione morale, culturale e sanitaria dei lavoratori tramite sport, escursionismo, turismo, educazione artistica, cultura popolare, assistenza sociale, igienica, sanitaria e perfezionamento professionale. L'adesione offriva vantaggi pratici. I numeri confermano che all'apparenza ebbe successo. Mentre gli iscritti al PNF solo intorno al 1940 raggiunsero il picco di tre milioni, l'OND ne contò circa dieci. Il regime finse che gli iscritti fossero davvero fascisti ed essi lo lasciarono credere: un compromesso che resse sino a quando la catastrofe bellica nel 1943 infranse l'incantesimo e svelò il reciproco inganno.

Navigare necesse?
Per le associazioni l'unica alternativa alla fascistizzazione sottintesa dall'inclusione nel Dopolavoro rimase l'autoscioglimento. E questo fu il caso del Caprissi di Cuneo. Esso se lo permise perché era composto di persone che potevano vivere senza la tessera del partito e organizzare il proprio tempo senza alcuna sigla associativa, al riparo dalla “sorveglianza” dei fiduciari e confidenti dell' Ufficio politico della questura, operanti in città.
Sulla fine del 1937 il federale cuneese del PNF, Antonio Bonino, chiese imperiosamente al Caprissi di aderire all'Opera nazionale dopolavoro. I suoi soci erano commercianti, negozianti, artigiani di pregio (come i tipografi), industriali, liberi professionisti, avvocati, notai, medici, “proprietari” e persino “banchieri” e direttori di banca. A parte pochi insegnanti (occultamente massoni), quasi nessuno dei suoi associati incappava quindi nell'obbligo di pronunciare il giuramento di fedeltà imposto dal 1931 a tutti i pubblici dipendenti. Malgrado l'ingresso di Imberti e di Toselli, esso non aveva quindi motivo di speciale reverenza nei confronti del fascio, come non ne aveva nei riguardi del clero cattolico, non per ostilità ma per estraneità genetica.
La richiesta di indossare i panni del Dopolavoro suscitò perplessità, rapidamente divenuta fermo rifiuto. Accoglierla significava accettare l'etichetta di “fascista” da anni appiccicata alla generalità delle associazioni. Era il caso del Dopolavoro ferroviario, un tempo fortilizio delle sinistre, e delle associazioni scolastiche.
Nelle “Memorie” Soleri ricorda un proprio caso. Dopo il 1929 “il fascismo locale partì in guerra contro i circoli di ritrovo e le società sportive locali per concentrarle nel Dopolavoro e incamerarne il non indifferente patrimonio. Vi riuscì, fra l'altro, con la Società Bocciofila, di cui facevo parte e che era proprietaria di un terreno decuplicato di valore per la sua fabbricabilità. Mi venne portata la tessera del Dopolavoro, contenente una formula di adesione al movimento, se pure non al partito fascista. La rifiutai con questa motivazione: Non ho firmato nulla per restare ministro, è almeno esagerato chiedermi di firmare per giocare alle bocce”.

Vivere non necesse. Lo scioglimento del Caprissi: nelle Memorie di Soleri...
La pressione dell'ala “più fascista” del partito divenne asfissiante. Perciò il 18 dicembre 1937 quarantasette soci, raccolti in assemblea appositamente convocata, respinsero il “diktat” del federale Bonino e deliberarono lo scioglimento. Fu prova di irrinunciabile “piacere della libertà” malgrado quindici anni di governo mussoliniano.
Nelle “Memorie” Soleri dedicò alla vicenda un gustoso aneddoto: «Un vecchio circolo di ritrovo per commercianti e professionisti, il “Caprissi”, ancora in mano degli elementi locali, rifiutò il passaggio al Dopolavoro. Dovette morire. Possedeva ingenti scorte di vino. Autorizzato a liquidarlo, decise di farlo in natura, e cioè di riunire ogni sera i soci fino a consumazione. Vista la burla, fu imposto di vendere quel vino, e lo comprarono i soci, destinando l'ingente provento a una serie di pranzi da consumarsi in alberghi cittadini. Anche tale recidiva fu vietata, e allora quei fondi furono destinati a fare la carità, non però attraverso le opere assistenziali del fascismo che aveva voluto monopolizzare anche la beneficenza. Per fortuna, vi furono i parroci, ben più indicati a tale funzione, che impedirono alla fonte della carità di inaridirsi.» Liberali progressisti, democratici e anche qualche irriducibile anticlericale ricordavano l'ampia e leale collaborazione tra le istituzioni (consiglio provinciale, amministrazioni comunali...) e la vasta rete di preti, arcipreti, parroci ed ecclesiastici vari, impegnata nelle opere a favore dei meno fortunati, a cominciare dalla gamma di ospizi per trovatelli, anziani e malati di entrambi i sessi.
Si percepiva, inoltre, che, al di là degli omaggi formali verso le gerarchie del regime, rimaneva, e anzi si ampliava, l'irriducibile diversità fra il progetto di “educazione nazionale” propugnata dal fascismo e la visione cattolica della “persona”. “Sabati fascisti” e vespri erano celebrazioni distanti, distinte e infine divaricate. Sin dal Risorgimento il separatismo di fatto tra Stato e Chiesa sotto il profilo giuridico e istituzionale, esasperato dalla spoliazione del potere temporale del papa e dalla scomunica da Pio IX comminata ai suoi artefici, non aveva impedito ai liberali di praticare la religione dei padri e al clero di accoglierli a condividere i riti ecclesiali con l'obiettivo prioritario di “salvarne le anime”.
I liberali non erano “laici”, cioè “ignari di cose sacre”, come Niccolò Tommaseo precisò nel “Dizionario della lingua italiana”, ma generalmente cattolici, osservanti senza ostentazione né abuso per captazione di consensi elettorali. Erano rispettosi di ogni fede, inclusa quella nel “libero pensiero”, e delle logge. Era il caso, per esempio, di Luigi Parola. Massone e venerabile della loggia”Roma”, sindaco di Cuneo, deputato e originariamente mazziniano, egli concorse alla colletta per la facciata della cattedrale di Cuneo. Va aggiunto che sin dalla fondazione 'L Caprissi contava anche soci ebrei.
Il motto dei “liberali” era “Vivi e lascia vivere...”.

… e nei malinconici documenti del Caprissi
Però, benché scarna, la documentazione narra che la fine del Caprissi fu meno goliardica di come venne narrata da Soleri. Fu segnata, anzi, da minacce e ricatti da parte del segretario federale Bonino.
Deliberato lo scioglimento, il circolo affrontò la “smobilitazione”. Il 4 maggio 1938, XVI dell'èra fascista, uno dei liquidatori inviò a un “caro consocio” il sollecito a versare alla Banca Cuneese di Cambio le 761 lire da lui dovute per i mobili che aveva prelevato dalla sede. Tra i “pezzi” di rilievo del circolo, catalogati nei minuziosissimi inventari, figurava il biliardo, la cui sorte non è documentata.
Un elenco non datato indica i 55 soci che «volontariamente hanno offerto la loro quota di riparto della liquidazione (del circolo) alla Gioventù Italiana del Littorio di Cuneo». Esso comprende 54 nomi dattiloscritti e, aggiunto per ultimo a penna, quello di Ermete Revelli, cassiere della Cassa di Risparmio di Cuneo, già massone attivo e quotizzante nella loggia “Propaganda massonica” di Torino, mentre Matteo Viglietti, direttore della Cassa e a sua volta socio del Caprissi, lo era della “Vita Nova” di Cuneo.
“Motus in fine velocior”, il 29 ottobre 1938,“1°giorno dell'anno XVII”, su carta intestata “Dopolavoro 'L Caprissi” (denominazione invero mai assunta dal circolo) il ragionier Giovanni Lamberti, uno dei liquidatori nonché banchiere, scrisse al «Signor segretario federale, comandante provinciale della G.I.L. Mi faccio dovere accompagnarVi l'unito assegno della Banca Italia di L. 3778,50 emesso a Vostro favore, quale offerta volontaria alla G.I.L. di n° 55 soci del disciolto circolo 'L Caprissi, come da elenco nominativo che ho il piacere di trasmettere con la presente. Spero entro il 15 p.v. completare detto versamento con altro supplettivo e per intanto sarei grato di un cortese cenno di riscontro a mio scarico. Con fascisti saluti».
Lo stesso giorno Lamberti informò il Questore di Cuneo dell'invio dell'assegno al federale Bonino e aggiunse: «Entro il 15 p.v. trasmetterò altra somma a saldo quale offerta di quei ex soci non tesserati del P.N.F. i quali entro tale data non avessero disposto diversamente della somma loro spettante per il riparto di liquidazione, come da comunicazione a Voi fatta tempo addietro. Vogliate prenderne buona nota e con distinti ossequii.» Adottato il “Voi” imposto, dal regime in luogo del “Lei”, nella lettera al questore, funzionario dello Stato, Lamberti non inviò “fascisti saluti”, ma “ossequi”, di rito con lo Stato e le autorità pubbliche.
Il 14 novembre 1938 su carta della Federazione dei Fasci di combattimento di Cuneo Bonino dette conto a Lamberti di aver ricevuto l'assegno e aggiunse: «Ti ringrazio anche per il versamento successivo che mi hai preannunciato; ti prego di estendere il ringraziamento ai camerati offerenti ed a farmi tenere la distinta di coloro i quali non hanno ritenuto di conferire il loro credito verso il disciolto circolo in favore della Gioventù Italiana del Littorio.»
Il 17 novembre 1938-XVII Lamberti inoltrò due assegni e si dichiarò lieto che solo quattro soci avessero ritirato la loro quota di riparto invece di destinarla alla GIL. Ne fece i nomi. Aggiunse “distinti saluti fascisti”. Analoga informazione indirizzò al questore, sempre senza “fascisti saluti”. Il 2 dicembre informò Bonino delle ultime pratiche necessarie per la chiusura definitiva della liquidazione del Caprissi e precisò: «È quindi necessario che io possa avere dichiarazione del Dopolavoro Provinciale, in bollo, dalla quale risulta che quale liquidatore del Circolo 'L Caprissi in liquidazione, aderente al Dopolavoro stesso, sono autorizzato a compiere le pratiche necessarie al ritiro dei titoli depositati su polizza n° 15840 della Cassa Depositi e Prestiti di Cuneo al n.° 50539 di posizione, consistente in L. 500- Cap. Nom. Rendita Ital. 5%. Munito di questo documento provvederò allo svolgimento della pratica, al ritiro e al realizzo dei titoli, ed al versamento alla G.I.L. come per i precedenti versamenti. Per procedere ordinatamente al suicidio rituale, sia pure in modo provvisorio e solo per prenderne le distanze, il circolo si finse nominalmente “aderente al Dopolavoro”.
Lo scioglimento e la liquidazione del Caprissi non avvennero dunque nei modi narrati da Soleri: quasi sfida irridente. D'altra parte, anche per i non fascisti e per gli antifascisti irriducibili nell'ottobre del 1938 vi era poco da stare allegri a cospetto del regime, sempre più oppressivo. Non meno interessante è il 2° elenco di ex soci del circolo «che hanno fatto offerta delle loro quote di riparto di liquidazione a favore della G.I.L.». Esso comprende i nomi di sedici oblatori: l'intera “vecchia guardia” liberale cuneese. Vi compaiono Riccardo Bongioanni, Antonio Bassignano, Giuseppe Gullino, Giuseppe Streri, Terenzio Turbiglio..., sino a “Soleri On. Avv. Marcello”.
Gli “oblatori” conoscevano benissimo gli obiettivi della Gioventù Italiana del Littorio, ma sapevano altrettanto bene che, lo gradissero o meno, anche i figli degli antifascisti dovevano frequentarne le adunanze e che non tutti i suoi organizzatori e “capintesta” condividevano la “dottrina del fascismo”. Tra autarchia, leggi razziste, in specie contro gli ebrei, demonizzazione della “borghesia”, imperialismo e fatuo mito degli “otto milioni di baionette”, chi voleva capire era in grado di farlo. Se ne avesse compreso l'intento recondito degli “oblatori”, anziché ritenersene pago il federale Antonio Bonino avrebbe potuto ripetere “timeo Danaos et dona ferentes”…
Invece ne trasse motivo per compiacersi dell'entusiasmo ostentato da giovani che ambivano la prima fila nella celebrazione dei riti del regime. Che in larga parte questi fossero indottrinati si vide in occasione della visita Cuneo del segretario del Pnf, Achille Starace, e il 20 maggio 1939 quando Mussolini in persona andò a Cuneo per sfidare la Francia. Uno striscione alzato all'inizio di Corso Nizza, il rettilineo che conduce dal cuore della città a Borgo San Dalmazzo, minacciò “Passeremo”. Finì come sappiamo. A scattare le fotografie fu Adriano Scoffone, massone come suo fratello Riccardo, con studio a Torino, arrestato quale cospiratore antifascista a capo della società segreta “Aquila Nera”...
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Un capomanipolo della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, futuro ufficiale degli Alpini in Russia, comandante di una brigata di “Giustizia e Libertà” e memorialista della guerra partigiana, saluta romanamente Achille Starace in visita a Cuneo (12 febbraio 1939), accolto dal generale Angelo Tua, da Antonio Bonino e dall'anziano senatore Tancredi Galimberti. Più trombe che armi… (v. A.A.M., “Giellisti. Dall'antifascismo alla Resistenza armata”, Cassa di Risparmio di Cuneo, vol. I, 1997, p. 161).


CODREANU
CHI ERA COSTUI?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 dicembre  2025 pagg. 1 e 6.


La
                                                          copertina del
                                                          volume di
                                                          Carlo
                                                          Sburlati,
                                                          “Codreanu.
                                                          L'Arcangelo
                                                          trafitto”,
                                                          Idrovolante
                                                          Edizioni,
                                                          dicembre
                                                          2025. 
    Italia-Romania, storie parallele?
«Sono passati cinquantacinque anni da quando un giovanissimo Carlo Sburlati pubblicò per le Edizioni Volpe quel “Codreanu il Capitano“ che oggi viene ristampato. Noi poco o nulla sapevamo della “Guardia di Ferro” e di Corneliu Zelea…» Lo scrive lo storico Mario Bernardi Guardi in “Capire Codreanu”, appendice critica a “Codreanu. L'arcangelo trafitto” pubblicato da Idrovolanti Edizioni.
   Nulla di strano. La prima edizione del libro (1970) uscì quando di lui e della Romania all'estero si sapeva solo quel che faceva comodo e nell'antica Dacia i romeni parlavano a bassa voce perché bastava poco per essere arrestati senza capo d'imputazione e finire in prigione, ove spesso si veniva torturati a morte. La Romania era, come è, in una posizione geografica strategica: all'epoca nella sfera dell'Unione sovietica, ma non priva di rapporti economici con l'“Occidente”. Un Paese di frontiera.
   Per inquadrare Corneliu Codreanu (1899-1938) occorre fare un passo all'indietro. A livello di alta diplomazia, il Regno d'Italia, sorto nel 1861, ebbe rapporti crescenti con la Romania ancor prima che essa prendesse forma di Stato sovrano. Il suo lento cammino verso l'indipendenza prospettava tre vantaggi per la Nuova Italia: indeboliva l'impero turco-ottomano che conservava parte notevole del Mediterraneo orientale, fungeva da antemurale nei confronti dell'Impero russo e, infine, la lingua d'uso, caso unico nell'Europa centro-orientale, era neo-latina.
   Negli anni 1860-1866, assunto il nome di Romania, il paese si avviò all'indipendenza e varò l'abolizione della servitù della gleba e l'incameramento dei beni ecclesiastici. Nel 1866, l'anno della vittoria della Prussia sull'Austria e della riorganizzazione dell'impero asburgico, le venne assegnato per “sovrano” un Principe della Casa di Hohenzollern- Sigmaringen, che mirò a germanizzarla. Costituì un passo avanti della “marcia verso est”, coltivata dal cancelliere Otto von Bismarck, vincitore sulla Francia di Napoleone III nel 1870. Il Congresso di Berlino del 1878, successivo alla feroce guerra russo-turca, trasferì all'impero zarista la Bessarabia, ambita dai romeni. Nel 1881 la Romania venne riconosciuta come regno indipendente e strinse alleanze segrete con Vienna e Berlino. L'anno seguente l'Italia stipulò la Triplice Alleanza con la Germania e il proprio nemico storico: l'Austria-Ungheria. Non potendolo combattere (avevamo un confine militarmente debole, come si vide nel 1915) tanto valeva stringerlo tra le braccia.
   I rapporti italo-romeni divennero intensi tra fine Ottocento e inizio Novecento anche grazie alla “Corda Fratres”, associazione studentesca internazionale, che donò a Bucarest una copia della Lupa allattante Romolo e Remo.
   A cospetto della conflagrazione europea del 1914 fitte trame diplomatiche convennero sull'opportunità dell'intervento contemporaneo dell'Italia e della Romania contro gli Imperi Centrali. Benché di Casa tedesca, su pressione del liberale Ionel Bratianu, Bucarest proclamò la neutralità e, successivamente, si preparò all'intervento. Assaliti sui due fronti quegli Imperi sarebbero crollati o quanto meno sarebbero stati indotti al tavolo delle trattative di pace. Roma intervenne, ma non fu risolutiva. Bucarest attese.
   Poi lo fece, ma a tutto vantaggio della Germania, che invase agevolmente la Valacchia e si valse delle cospicue risorse romene, sia alimentari, sia naturali, a cominciare dal petrolio la cui estrazione venne intensificata, e le impose il ritorno alla neutralità. Nel 1917 la rivoluzione in Russia e l'avvento dei bolscevichi al potere a Mosca valorizzarono la posizione geo-storica della Romania in chiave di stabilizzazione dell'Europa orientale.
La “Grande Romania, più estesa, più debole
   La ratifica dei nuovi confini venne con il quarto trattato di pace postbellico, siglato al Trianon il 4 giugno 1920, poco prima dell'offensiva russa verso Occidente, sorprendentemente fermata dai polacchi mentre conati rivoluzionari divampavano nell'Europa centro-occidentale, inclusa l'Italia che in settembre registrò l'occupazione delle fabbriche. Nacque la Grande Romania, che comprese Bessarabia, Transilvania, Bucovina e Banato. L'ingrandimento creò più problemi di quanti ne risolse perché un quarto della popolazione risultò di ungheresi, bulgari, ucraini e serbi, che si aggiunsero alle due già notevoli minoranze di turchi e di ebrei. Questi ultimi avevano il controllo di banche, industrie, studi superiori: un primato che suscitava profondi malumori nei nazionalisti. La Romania era complessa anche sotto il profilo religioso. Vi prevalevano gli ortodossi. I cattolici erano un’esigua minoranza, dai mezzi economici limitati a fronte di quelli della chiesa ortodossa, che incarnava lo “spirito nazionale”.
   L'assegnazione di terre a un milione e mezzo di romeni potenziò l’agricoltura, mentre l'industria estrattiva e metalmeccanica rimaneva circoscritta a pochi distretti. In assenza di programmazione adeguata e lungimirante, crebbe il divario città-campagne. Per il nazionalismo rurale la città rimaneva lontana, estranea, tutt'uno con la corruzione di partiti politici e delle istituzioni, che rimanevano poco radicate, anche tra i “colti”. Alla morte di Ferdinando, salì al trono suo nipote Michele anziché suo figlio Carlo, principe ereditario. Messo al bando il partito comunista, la Romania si trovò in bilico tra borghesia agraria e borghesia urbana e movimenti come le Guardie di Ferro. In quello scenario si affermò l'ormai trentenne Corneliu Codreanu Zelea.
Codreanu: un uomo cosmico...
   Già allievo della Scuola Militare di Botosani, figlio di un docente di liceo, nel gennaio 1918 egli “andò al bosco” con compagni di studi per fondare un’associazione militante. Due anni dopo presiedette la Società degli studenti di diritto che propose la limitazione dell'accesso di ebrei alle facoltà universitarie. In risposta, nel 1921 venne espulso dall'Università. Terminati gli studi, ma senza ricevere il diploma di laurea per rappresaglia accademica, si recò in Germania. Rientrato in patria fondò la Lega per la difesa nazional-cristiana. Arrestato per sette mesi, in detenzione elaborò la costituzione della Legione dell'Arcangelo Michele, di ispirazione profondamente religiosa con curvatura spiritualistica.
   Alto un metro e novanta, occhi azzurro-grigi penetranti, atletico, Codreanu soleva trasferirsi a cavallo dall'uno all'altro centro di diffusione del movimento. Accendeva gli animi con eloquio trascinante e linguaggio immaginifico. Vestito con l'abito nazionale era percepito come interprete della rinascita della Romania, libera dai ceppi della “politica politicante ” e del predominio ebraico. Sia Sburlati sia Bernardi Guardi escludono che la sua avversione per gli ebrei fosse ispirata da antisemitismo, odio verso la religione israelitica e razzismo. Essa aveva l'obiettivo di equilibrare il peso della diverse stirpi all'interno dello Stato e ridimensionare il predominio di una sulle altre, ai danni del “popolo”.
   La Legione dell'Arcangelo Michele assunse una linea sempre più radicale e ricorse alla violenza, sia contro i veri e propri nemici esterni sia contro infiltrati e traditori, le cui denunce determinavano carcerazioni e torture. Se ne ebbe un saggio quando il 25 ottobre 1924 Codreanu uccise a revolverate il prefetto Constantin Manciu, colpevole di brutalità nei confronti di studenti e militanti della Legione, frustati a sangue. Assolto perché gli venne riconosciuta la legittima difesa, dopo un'ulteriore permanenza all'estero, dette vita al movimento legionario, culla di spiritualità. Per lui la vera rivoluzione non era di carattere economico e sociale, come quelle dei partiti socialisti e liberal-nazionali, ma mirava alle “anime”.
...il suo programma...
   In capitoli esemplari Sburlati illustra i capisaldi del pensiero di Codreanu. Egli impose la «legge della disciplina», che «porta ogni militante ad agire all'unisono coi suoi compagni»; la «legge del lavoro» per «concorrere all'edificazione della Legione e allo splendore della Romania»; la «legge del silenzio» i cui precetti erano: «Parla poco; di’ ciò che è necessario, quando è necessario. Il legionario nello scrivere e nel parlare deve essere breve, chiaro, preciso.» A queste, Codreanu aggiunse la «legge dell’educazione»; la «legge della solidarietà» (aiutare il prossimo o l'amico caduto in disgrazia); e, infine, la «legge dell’onore»: «Non essere mai vile. Lascia agli altri le vie dell'infamia. Piuttosto che vincere slealmente, meglio cadere combattendo, avendo intatto il proprio onore.»
   Sburlati, a ragione, insiste sul senso sacrificale che era a base della Legione. La morte per la Patria era tra i sui canoni. I nove comandamenti legionari dettavano: «Il legionario non polemizza con nessuno. Disprezza i politicanti; si domanda a ogni istante: che cosa ho fatto di bene per la Romania? Si ricorda di avversari, nemici e falsi amici e saprà guardarsene nei giorni a venire». «Comincia ogni lavoro con il pensiero elevato a Dio e lo ringrazia una volta ottenuto lo scopo. Teme soltanto Iddio, il peccato e il momento in cui e sue forze fisiche o spirituali vengano meno.» Infine, «Ama la morte perché servirà all'edificazione della Romania Legionaria». In effetti caddero circa 6000 Guardie di Ferro. Dal canto loro tra il 1924 e il 1937 i Legionari uccisero almeno tredici funzionari o politici di spicco.
   Per far risalire la Romania da secoli di servitù morale occorreva anche la “mistica del lavoro”. Allo scopo vennero istituiti campi di lavoro nei quali tutti i militanti si trasformavano in muratori, sterratori, manovali, carpentieri, fabbri. In tal modo si attiravano la stima di lavoratori e operai.
...e la sua tragica morte
   Il ritorno di Carol II a Bucarest segnò la svolta. Il sovrano era deciso a liberarsi delle Guardie di Ferro, che ne denunciavano la sfacciata immoralità. Inquisito per reati mai commessi (alto tradimento e connivenza con il nemico), il 27 maggio 1938 Codreanu fu condannato a dieci anni di carcere. Sentì che ormai aveva perduto la Speranza. Iniziò a scontarli in condizioni spaventose, nei sotterranei del forte di Jilava: appena una stuoia e due coperte logore per ripararsi dal freddo pungente. Già il 24 aprile 1938 aveva annotato nel diario del carcere: «L’umidità mi penetra nelle ossa. Respiro aria di cantina, mi sento i polmoni trafitti da aghi, da pallottole. Mi stendo sul letto di tavole, mi dolgono le ossa […] In questa notte di Risurrezione prego il Signore di ricevere il mio sacrificio, e, se necessario, di prendere la mia vita.» La sua esperienza terrena di “rivoluzionario dell'anima”, in specie di quella romena stava volgendo al termine.
   Nella notte tra i 29 e il 30 novembre, come poi ammesso dal maggiore Dinulescu, Codreanu e altri tredici detenuti vennero fatti salire su un autocarro, incatenati con le braccia dietro la schiena, impossibilitati a fare qualsiasi movimento e con la testa ritta sul collo. Lungo la strada da Ploesti a Bucarest, nei boschi di Tancabesti, al segnale convenuto ogni gendarme strinse una corda al collo del legionario che aveva dinnanzi. Vennero tutti strangolati. La versione ufficiale della strage parlò di un loro tentativo di fuga e della necessaria repressione. I cadaveri furono gettati in una fossa comune, poi disseppelliti e trasferiti in altra fossa, irrorati di acido solforico. La fossa fu coperta da cemento e da uno strato di terra. Ogni sgherro ricevette ventimila “lei” (la moneta romena).
   Nel libro pubblicato nel 1970 Sburlati osserva scrupolosamente l'obiettività dello storico. Non manca di lasciar trasparire ammirazione per la statura morale di Codreanu ma non ne intesse l'apologia. Gli preme informare il lettore e mettere in evidenza l'ampiezza della cerchia di amici e di studiosi che lo vollero conoscere per coglierne la personalità nel colloquio diretto. Fu il caso di Julius Evola. Una sola volta Sburlati inserisce un termine traslato dalla storia d'Italia a quella romena: quando definisce “badogliano” lo stratagemma al quale ricorsero i carcerieri per motivare l'assassinio di Codreanu e degli altri prigionieri: l'addebito della “fuga” e la conseguente repressione “manu militari”, come accadde a Ettore Muti.
   Il suo obiettivo è di far sapere: recuperare da un artificioso vuoto di memoria un movimento che può essere accostato alla Falange di José Antonio Primo de Rivera e che (forse) poté influire sul programma politico, sociale e sindacale di Juan Domingo Perón e sulla tensione mistico-rivoluzionaria di Evita e dei suoi “descamisados”.
  Gli accostamenti sono sempre complessi e qualche volta rischiosi.
  Dal volume, la cui lettura va raccomandata, emerge comunque che al netto di dichiarate simpatie e assonanze, il “caso Codreanu” è unico e irripetibile: nulla da spartire con il nazionalsocialismo hitleriano, neopagano e germano-centrico. Anche per il fondatore della Guardia di Ferro il “popolo romeno” è “popolo eletto”, ma nella misura circoscritta al recupero della propria identità dopo secoli di dominazione straniera, che ricadeva anche sulla libertà di culto. Superfluo osservare che l'insistenza di Codreanu sull'aggettivo cristiano sta, appunto, per “cristiano”, non per “cattolico”.
   Lo stesso vale per il rapporto tra Guardia di Ferro e fascismo. Le diversità sono molte e sostanziali. Il fascismo (caleidoscopio di correnti e di interpretazioni) dal settembre 1922 accettò la forma monarchica dello Stato e la condivise sino al settembre 1943. È esaltazione della “città”, mentre per Codreanu l'urbanesimo è insidioso e corruttivo. Il fascismo è anche “strapaese”, ma fautore della meccanizzazione del lavoro agricolo. Infine la differenziazione investe il rapporto tra il partito e la Chiesa. L'“uomo nuovo” di Codreanu ha poco a che vedere con quello prospettato dalla dottrina del fascismo. Il vagheggiamento di un “imperialismo rumeno”, evocato da Mario Bernardi Guardi con una puntuale citazione di Codreanu, è manifestamente sovradimensionato rispetto alla realtà del Paese.
Un libro all'Indice?
   E qui, per collegarci all'abbrivo dell'articolo, la sua osservazione sulla disinformazione dell'opinione italiana su quanto avveniva in Romania negli anni dell’ascesa di Codreanu e del suo brutale assassinio, va constatato che a metà degli Anni Trenta del secolo scorso anche le opere più accreditate come l'Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile manco si erano accorte delle Guardie di Ferro. Il paragrafo “Storia” compreso nell'ampia voce “Romania” che nel 1935 aprì il volume XXX dell'Opera si ferma a poche righe sul dopoguerra.
   Per questi motivi risulta paradossale quanto avvenuto alla rassegna romana “Più libri, più liberi” ove si levò la pretesa, avanzata da una ventina di editori su 600 partecipanti, di escludere editori “scomodi”, con indicazione nominativa dell'editrice “Passaggio al bosco” (evocativa della decisione giovanile di Codreanu) sulla base di preconcetti in totale contrasto con la promozione della conoscenza e l'elenco di titoli da mettere all'indice dei “libri proibiti”, come la biografia di Codreanu di Yves Morel.
   Sconsolatamente Carlo Sburlati osserva che «Codreanu ha più fiducia nell'uomo o meglio, nella capacità dell'uomo di lottare e di elevarsi al di sopra della propria natura di animale diencefalo-ipofisario […] Non bisogna insomma prima vincere e poi convincere, ma fare in modo che la convinzione e la consapevolezza di tutti siano il primo gradino da cui partire per realizzare i traguardi che ci si è imposti. Codreanu è soprattutto un poeta, per quanto questa parola può significare, in senso negativo che positivo. Ma, probabilmente, sia nel mondo di ieri che in quello di oggi, non c'è posto per poeti alla testa degli Stati». Ci si deve accontentare di “contabili”...
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La copertina del volume di Carlo Sburlati, “Codreanu. L'Arcangelo trafitto”, Idrovolante Edizioni, dicembre 2025.



150 ANNI DEL CIRCOLO CUNEESE 'L CAPRISSI
(1875-2025)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 dicembre  2025 pagg. 1 e 6.


“'l
                                                          Gadàn”,
                                                          ritratto
                                                          all'ingresso
                                                          del “Caprissi”
                                                          (Cuneo, via
                                                          Boves, 3). Ci
                                                          vuole molta
                                                          auto-ironia a
                                                          farsi passare
                                                          per “Gadàn”
                                                          mentre ci si
                                                          occupa con
                                                          serietà,
                                                          competenza e
                                                          dedizione alla
                                                          “Città
                                                          dell'Uomo”.
                                                          Sul
                                                          significato di
                                                          “Gadàn” v.
                                                          Dizionario
                                                          Piemontese-Italiano
                                                          di Gianfranco
                                                          Gribaudo,
                                                          torinese,
                                                          classe 1934,
                                                          “ambasciatore
                                                          di
                                                          internazionalità”,
                                                          ed. Centro
                                                          Studi
                                                          Piemontesi
                                                          (2025). 
    Il 10 dicembre 2025 il circolo“'l Caprissi” compie un secolo e mezzo. Nacque per iniziativa di dieci cuneesi rientrati da una vacanza a Nizza, ove avevano conosciuto un'associazione di amici festosi. Ricevettero in visita torinesi giocosi dai quali presero per emblema il “Gadàn”, uno che fa lo scanzonato mentre provvede alla comunità civica, al Paese e al “mondo”.  Areligioso, apolitico e senza fini di lucro,“'l Caprissi” appartiene sé stesso. Presieduto da Franco Civallero dal 2017, è un Universo, incardinato sulla “cuneesità” come categoria morale e sull'amicizia dei soci, orgogliosi della sede di loro proprietà in Palazzo Vitale di Pallières, affacciato su Piazza Boves. E' sintesi di storia orizzontale e verticale: “Deus meumque jus...”.
 
Punti stimati
   L'identità e lo scopo di un’associazione sono definiti dal suo statuto. Anche 'l Caprissi di Cuneo ha il suo. Come altri circoli nati nel regno di Sardegna dopo la promulgazione dello Statuto concesso da Carlo Alberto di Savoia (4 marzo 1848) e poi adottato dal regno d’Italia, alla fondazione del circolo i suoi soci probabilmente convennero solo verbalmente regole di comportamento, prima di scriverle. Non ci sono pervenute. Non sappiamo come, quando e perché esse furono “codificate” sull'esempio della miriade di circoli, associazioni, società e istituti che via via presero corpo. Per quanto si sa, in Italia solo la Domus Matha di Ravenna, “associazione di pescatori”, regge da secoli senza disporre né della “carta” originaria, né di altre.
   Però le norme che 'l Caprissi di Cuneo osservava dalla fondazione erano così radicate e condivise che il 18 dicembre 1937 i suoi soci rifiutarono l'imperiosa richiesta del segretario federale del Partito nazionale fascista di intrupparsi nel “Dopolavoro”. La generalità dei “Capricciosi”, compresi quanti per svariati motivi avevano la tessera (ma non necessariamente la “fede”) dell'unico partito all'epoca legalmente consentito, usavano scegliere da sé dove, come e con chi trascorrere il tempo libero. Non tutto, s'intende, ma almeno una parte.
   L’Ecclesiaste insegna che per l'uomo «l’unica cosa buona sotto il sole è mangiare, bere e stare allegri» e auspica che «ciò lo segua nelle sue fatiche, durante tutti i giorni di vita che Dio gli concederà sotto il sole» (8,15). I soci del 'l Caprissi dividevano la giornata tra professione o impiego, famiglia e svaghi individuali. Poi vi erano le ore da trascorrere al Circolo. Come? Immersi solitari nella lettura, scambiando parole con gli amici, giocando a carte o a biliardo, progettando cene, balli, viaggi e gare in sede o in pubblico, o semplicemente contemplando lo scorrere del tempo, consapevoli che tutto è vanità, tutto torna nella polvere e, come lo stolto, così muore il saggio. Rimarrà ricordo solo del bene che è stato fatto.
   Dopo decenni di vita associativa all'insegna della libertà da essi stessi regolata nel rispetto di ciascuno, a chi chiedeva loro di credere, obbedire e combattere su ordini e per motivi non condivisi, i soci risposero sciogliendo il circolo. Si presero la licenza di bighellonare liberamente nella città, da una viuzza a una piazza a un viale, o di trovarsi al caffè o al ristorante, sicuri di stare in serena amicizia. Prima o poi sarebbero tornati “in Circolo”. Come avvenne nell'agosto del 1946: quasi ottant'anni fa.
   'L Caprissi rinacque, come l'Araba Fenice. Non apparteneva a un’associazione nazionale o internazionale. Era prettamente locale, cuneese. Nondimeno era universale come il vento, che «soffia dove vuole; tu senti la sua voce, ma non sai da quale parte venga e dove vada» (Giovanni, 4, 19). Così era dei Gadàn del Caprissi, ansian o cravòt: seri e scapigliati, uomini liberi.

Punti fermi
   Il 15 dicembre 2009 l'assemblea appositamente convocata dal presidente Marco Allocco, affiancato da Franco Civallero in veste di segretario, all'unanimità dei 58 soci presenti di persona o per delega in poco più di un'ora approvò il nuovo statuto del Caprissi, tuttora vigente. Esso consente di cogliere fisionomia e fini dell’associazione, identici nel tempo al di là delle «mutate esigenze di vita sociale» evocate nel suo articolo 1.
   «Il Circolo – recita l'articolo 2 – ha lo scopo di procurare ai soci ed alle loro famiglie un centro di ritrovo per conversazioni, letture, manifestazioni culturali, giochi, svaghi e trattenimenti vari, in un clima di sincera e vera amicizia.»
   L Caprissi, dunque, è uno “spazio”, da vivere e “per vivere” secondo le inclinazioni del momento: assorti in se stessi o uniti in lieti conversari, tra soli soci o con i famigliari.
   «L’ammissione dei nuovi soci – stabilisce l'articolo 3 – è deliberata dal Consiglio Direttivo che determina di volta in volta le modalità per la presentazione delle candidature, fermi restando i principi» enunciati dallo statuto. «Possono aspirare alla qualità di socio – esso prosegue – le persone aventi l'età di almeno 21 anni», cioè la “maggiore età” che nel regno di Sardegna, come poi in quello d'Italia, abilitava il cittadino a presentare petizioni alle Camere (art. 57 dello statuto albertino). Dal 1848 al 1882 il diritto di voto (solo maschile, all'epoca) venne invece fissato a 25 anni compiuti.
   «La decisione per l'ammissione definitiva del nuovo socio, dopo un esame preliminare da parte del Consiglio direttivo, spetta al Consiglio dei soci anziani unitamente ai membri del Consiglio direttivo stesso, convocati in apposita riunione dal Presidente del Circolo». Essa è espressa a scrutinio segreto se richiesto da anche uno solo dei presenti ed è accolta se ha il favore di almeno tre quarti dei votanti, «esclusa qualsiasi possibilità di espressione del voto per delega».
   Il Consiglio dei soci anziani evoca istituti dell'antica Grecia, rinati agli albori dei comuni medievali, bastioni di libertà.

I Soci? “Persone” serie...
   Dal 1875 'l Caprissi ha avuto soci esclusivamente maschi. Alla sua fondazione, in Italia come nella generalità dei Paesi che, di qua e di là dell'Atlantico, si valevano di istituti elettivi, il diritto di voto era solo maschile. Erano rarissime le associazioni promiscue. In Cuneo, per esempio, da metà Ottocento vi erano una Società operaia maschile e, parallelamente, una femminile: identiche ma separate. Il 16 maggio 1925, su proposta di Benito Mussolini, capo del governo, la Camera dei deputati conferì alle donne il diritto di voto per l'elezione dei consigli comunali e provinciali. La proposta, non vagliata dal Senato, non divenne legge. Nel 1926-1927 i consigli comunali furono sostituiti con il podestà e quelli provinciali con il preside, a capo del rettorato, entrambi di nomina anziché elettivi, sicché il voto femminile svanì nelle nuvole.
   Quindici anni dopo, con decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, Umberto di Savoia, principe di Piemonte e Luogotenente generale del regno d'Italia stabilì: «Dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto una assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato.» “Popolo italiano” e “suffragio universale” contemplarono il conferimento del diritto di voto amministrativo e politico alle donne maggiorenni. Fu esercitato nella primavera del 1946 per l'elezione di migliaia di consigli comunali e il 2-3 giugno seguenti per quella dell'Assemblea costituente e per la scelta della forma dello Stato, sottoposta a referendum anziché affidata alla Costituente.
   La Costituzione vigente ribadisce la perfetta parità dei diritti politici: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età»: soglia successivamente portata al compimento del 18° anno. Essa garantisce anche la piena libertà di associazione dei cittadini nelle forme gradite ai soci «per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».
   Lo statuto del Caprissi non si pronuncia sul sesso delle “persone” che ne fanno parte o aspirano alla qualità di socio. Nel merito non contiene preclusioni. Sono il Consiglio direttivo e il Consiglio dei soci anziani a valutare le candidature proposte da due soci «che personalmente conoscano le doti di serietà, correttezza e moralità del candidato e ne possano far fede».
   Il Consiglio direttivo, composto da nove membri, tre dei quali con anzianità di appartenenza al circolo di almeno dieci anni e altri tre con anzianità non inferiore a cinque anni, dura in carica due anni ed elegge nel proprio ambito presidente, vicepresidente, tesoriere-economo e segretario.
   L'organo sociale che differenzia 'l Caprissi dalla generalità di altri circoli e associazioni è sicuramente il “Consiglio dei soci anziani”, la cui denominazione rimanda al tempo nel quale l'anzianità “faceva grado”. Essa era (e dovrebbe rimanere) sinonimo di esperienza vissuta sul campo della vita, di pacatezza e saggezza.
   Il Consiglio dei soci anziani del Caprissi è composto dai primi cinquanta soci viventi tra quelli elencati in ordine di ingresso dal 10 dicembre 1875. Se dopo il 49° in un certo giorno è stato accolto un “gruppo” anziché un unico socio, tutti quei neo-capricciosi risultano 50° con identica anzianità.
   Il presidente del circolo presiede di diritto il Consiglio dei soci anziani, mentre i componenti del direttivo vi hanno diritto di parola e di voto. Quale organo consultivo, il Consiglio dei soci anziani non vincola con i suoi pareri quello direttivo, che però è tenuto a esporre all'assemblea i motivi per i quali eventualmente non li accoglie. I suoi compiti specifici sono rilevanti. Esso sostituisce il Direttivo in caso di sua decadenza e «giudica sul comportamento morale e sociale dei soci, sulle infrazioni e scorrettezze di qualsiasi genere da essi commesse in relazione allo statuto ed allo spirito amichevole del circolo» e irroga, se del caso, sanzioni disciplinari, dal richiamo semplice all'ammonizione scritta e persino la radiazione definitiva: misure deliberate in riunioni di almeno 15 membri in prima convocazione e 10 dieci in seconda.
   Il Consiglio dei soci anziani è dunque l’organo depositario della Tradizione del Caprissi. Tutela l'equilibrio interno e la sua immagine verso l’esterno.

… e padrone di sé
   Memore delle trascorse vicende del Circolo, allorché, nel 1938, gli toccò imboccare la via di un compromesso pro bono pacis con l'erogazione dell'ammontare di quote sociali a un’organizzazione (la Gioventù Italiana del Littorio) del regime che aveva sospinto i soci a deliberare lo scioglimento del Circolo stesso, lo statuto vigente disciplina la devoluzione del suo patrimonio «ad altro ente o associazione aventi finalità analoga [ns. corsivo], scelti dall'assemblea straordinaria in occasione della delibera di scioglimento o cessazione delle attività per qualunque causa». Far del bene bisogna, insomma, ma avendo la libertà di sceglierne il destinatario.
   Nella vita del Caprissi, poi, è centrale l’istituto del referendum. Il suo esito – recita l'articolo 67 – «costituisce espressione della volontà dei soci e, come tale, ove concerna specifici argomenti, vincola il Consiglio direttivo come una normale deliberazione dell'Assemblea generale», che quindi risulta sempre sovrana. A differenza delle elezioni degli organi sociali, le schede referendarie votate dai soci debbono essere firmate, mentre quelle anonime vanno considerate nulle a tutti gli effetti: non per indiscrezione sulle scelte dei soci ma per richiamare al senso di responsabilità, perché il referendum vale come una qualunque votazione assembleare su questioni non vincolate al segreto.

Un unicum nel panorama delle associazioni: con quale storia?
   Mezzo secolo addietro, il 27 ottobre 1974 l'Assemblea generale straordinaria del Caprissi deliberò l'articolo 70 dello statuto, che istituì la categoria dei soci benemeriti ed onorari, comprendente gli ottuagenari con almeno 30 anni di ininterrotta appartenenza al Circolo. Essi sono esentati dal pagamento della quota associativa, pur «conservando tutti i diritti, nessuno escluso». Non è prevista, invece, la nomina di soci benemeriti od onorari, per titoli o per «chiara fama». Sotto questo profilo, a differenza di quanto vige nei circoli di servizio (Rotary, Lions e affini), il Caprissi sottolinea la sua peculiarità di “legione sacra”, formata esclusivamente dai suoi associati.
   Esso risulta un unicum nell'ambito dell'associativismo postunitario non solo cuneese. Per comprenderne identità e scopi al di là del suo statuto, occorre percorrerne almeno sommariamente la storia. Questa si risolve nelle articolate vicende politico-amministrative della città e della Provincia Granda, a loro volta intrecciate con quelle del regno di Sardegna, in specie dall'età franco-napoleonica al primo Risorgimento, e dello Stato unitario. In tale ambito va collocata la specificità dell’Associazione.
   Apparentemente a sé stante, quasi fosse avulso dal processo storico, in realtà il Circolo visse nel contesto di mutamenti che si riverberarono al suo interno. Nel 1905, un trentennio dopo la fondazione, esso fu sul punto di “chiudere i battenti”. Si riebbe rapidamente, però, e visse una stagione di importanza fondamentale nell'ambito della vita cittadina, sino a quando nel 1937 i soci furono indotti a deliberarne scioglimento e liquidazione, portata a termine nel 1938.
   Fu la conferma di una delle regole fondamentali della vita o, se si preferisce, “della guerra”. La Storia ci cerca anche se noi non la cerchiamo o ce ne dimentichiamo. Ci investe: a volte con effetti benefici; altre volte irrompe con sciagure. Perciò bisogna imparare a prevederne il corso e a decidere di conseguenza, prima che sia troppo tardi. Occorre «tenere i fianchi cinti e le lucerne accese» (Luca, 11,35).
   Nel corso degli anni, e soprattutto tra il 1925 e il 1938, i Capricciosi di Cuneo ebbero chiaro che la libertà non viene tutelata rimanendo a occhi bendati. Non furono i soli. In Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025 viene narrata una vicenda parallela alla loro. A fine dicembre del 1938 il Club cuneese, all'epoca unico per l'intera provincia, deliberò la sospensione delle sedute e la propria liquidazione, in linea con la decisione assunta dal Distretto rotariano d'Italia che poco prima aveva deciso l'autoscioglimento per sottrarsi all'ineluttabile chiusura coatta, quasi fosse una società cospirativa o una reincarnazione della massoneria (da tempo affossata), come veniva asserito dalla frangia più fanatica del partito fascista, tendenzialmente repubblicana. Erano i mesi dell'offensiva mussoliniana contro la “borghesia”, marchiata come esterofila e antipopolare, e dei decreti anticipatori delle leggi antiebraiche: un ciclone iniziato il 14 luglio con la pubblicazione del “Manifesto della razza”.

Per una storia del Caprissi
   La cronologia è asse portante della storiografia. Perciò le “ricorrenze”, come i cinquantenari e i loro multipli, risultano meno casuali o pretestuosi di quanto paia. Costituiscono occasione di bilanci sul lungo periodo.Tra questi va collocato il 150° del Caprissi.
   Le professioni dei soci, sino al 1990 annotate accanto ai nomi, dicono che i suoi dieci fondatori erano sicuramente in età matura quando decisero di raccogliersi in circolo. A quei pionieri si sono susseguite altre quattro generazioni: tempi lunghi, dunque, ma non statici, pur nella costanza degli ordinamenti e dei regolamenti.
   Tra le priorità del Caprissi vi fu la ricerca dell'ubi consistam, nell'ambito della città. La conquista della sede definitiva, un secolare “ritorno a casa” come nei poemi ciclici, di per sé costituisce capitolo suggestivo di una storia ispirata al caposaldo dell’inviolabilità delle proprietà. Questa è uno dei cardini delle grandi “rivoluzioni” del Sette-Ottocento, ribadito dallo statuto albertino, che all’articolo 29: «Tuttavia, quando l'interesse pubblico legalmente accertato lo esiga, si può essere tenuti a cederle in tutto o in parte, mediante una giusta indennità, conformemente alle leggi.» Non diversamente la Costituzione vigente proclama: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.» L'Italia è dunque una repubblica fondata non solo sul lavoro (art. 1), ma anche sui “proprietari”; non su espropriatori e occupanti abusivi di proprietà private o pubbliche.

   La documentazione disponibile per un profilo storico del Caprissi si risolve nel novero dei soci,  alcuni “quaderni” e fascicoli affollati da spezzoni di “pratiche”, a decorrere dagli Anni Sessanta del secolo scorso. Il primo sessantennio risulta scarno di fonti per lo studio. L'abito del circolo, «assolutamente apolitico e apartitico», ne fa una “associazione di fatto” senza neppure una “missione”. I Capricciosi cuneesi non vogliono “cambiare il mondo” ma conservarlo con scienza e coscienza, all'insegna della regola aurea: “vivi e lascia vivere”. Tale assetto non esclude che esso pratichi la beneficenza. Lo fa con la discrezione che è propria della “provvidenza”: intravvede, accerta e interviene, con garbo ed efficacia.
   La sua peculiarità di circolo eminentemente ricreativo ridusse allo stretto essenziale i suoi rapporti con le istituzioni pubbliche. Ebbe così il vantaggio di non esporsi a speciale controllo e a interferenze. Nelle relazioni inviate dai prefetti al Ministero per l'Interno, sentiti i questori, le associazioni locali furono classificate ed elencate solo con il nome e il numero (spesso presunto) dei loro componenti, a differenza di quanto annotato per i partiti politici e, dal 1913, per le logge massoniche. Perciò i fondi degli Archivi di Stato locali e quello Centrale, non offrono informazioni sul Caprissi. Poche se ne traggono dall'Archivio storico del Comune di Cuneo, appena citato nell'unica ricerca condotta sulle associazioni cittadine.
   A conferma del riserbo dell’Associazione e dei suoi soci va rilevato, per inciso, che la meticolosa Guida Oggero per la provincia di Cuneo, pubblicata dal 1908, elencava nomi e direttivi di partiti, federazioni, consorzi, cooperative, ecc., ma, forse per diffidenza verso la sua eccentricità, ignorò l' Caprissi dal novero delle “società, circoli e teatri”, nel quale compaiono invece la Società artisti ed operai, quella del Mutuo soccorso fra le artiste ed operaie (tra i cui consiglieri figurano autorevoli “capricciosi”) e il Circolo sociale.
   Il 150° del Caprissi può dare impulso alla raccolta coordinata di documenti e di fotografie giacenti tra le carte di famiglia dei soci, a cominciare da quanti ne ebbero e hanno responsabilità direttive. Si porrebbero in tal modo le premesse per una ricognizione storiografica esaustiva di un Circolo circolo venerando, e non solo per l'età, qual è 'l Caprissi.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: “'l Gadàn”, ritratto all'ingresso del “Caprissi” (Cuneo, via Boves, 3). Ci vuole molta auto-ironia a farsi passare per “Gadàn” mentre ci si occupa con serietà, competenza e dedizione alla “Città dell'Uomo”.  Sul significato  di “Gadàn” v. Dizionario Piemontese-Italiano di Gianfranco Gribaudo, torinese, classe 1934, “ambasciatore di internazionalità”, ed. Centro Studi Piemontesi (2025).



L'INTERNAZIONALE AZZURRA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 novembre  2025 pagg. 1 e 6.


 
    «Io rispetto il governo del mio Paese, ma mi sentirei indegno di rappresentare i fieri montanari dei Mandamenti di San Damiano e Prazzo se, per opportunismo, avessi, sotto qualsiasi forma, rinnegata la fede liberale che professai in tutta la mia vita, e che fu quella di tutti i nostri rappresentanti dal 1848 in poi. Ricorderò finché avrò vita le costanti e magnifiche prove di fiducia avute dai paesi in mezzo ai quali vissero per secoli i miei antenati.» Sono le parole conclusive della lettera di Giovanni Giolitti, datata da Roma il 21 dicembre 1925, agli elettori che nel 1920 lo avevano confermato al Consiglio provinciale di Cuneo.
   Che cosa era accaduto? Semplice. Benito Mussolini, capo del governo, ministro degli Esteri, della Guerra, della Marina e dell'Aeronautica, con Luigi Federzoni all'Interno e altri super-fedelissimi nei ministeri chiave, aveva deciso la spallata finale contro i liberali. Lo aveva dichiarato un mese prima in Senato. Dopo aver sgominato il socialismo e la massoneria voleva abbattere lo “Stato liberale” e sostituirlo con quello integralmente “fascista”, un regime fondato su una nuova “religione” (parole sue). Ma per farlo doveva spazzare via quanti ne costituivano l’ultimo baluardo in Parlamento. Non poteva certo cacciarli dal Senato vitalizio, ove erano stati nominati dai re, Umberto I e Vittorio Emanuele III. E neppure dalla Camera, nella quale costituivano un’esigua pattuglia sempre presente in Aula e quindi ottemperante al regolamento, a differenza delle altre opposizioni appollaiate sull'inutile “Aventino”, assenti ingiustificate ai lavori e quindi passibili di espulsione, poi comminata nel 1926.
   Però li si poteva e doveva escludere dalle cariche pubbliche.
   Giolitti era deputato dal 1882, membro del consiglio provinciale di Cuneo dal 1885 e suo presidente dal 1905. Ministro dal 1889 e cinque volte presidente del Consiglio, dallo scranno cuneese aveva pronunciato discorsi che avevano cambiato la storia d'Italia. Per metterlo a tacere bisognava toglierglielo. Ma nel 1925 i consiglieri provinciali fascisti erano appena una manciata su 60. Detto fatto. Il “duce” mandò a Cuneo un deputato di sua fiducia che convocò in prefettura alcuni consiglieri “liberal-vaganti” e altri appartenenti al partito popolare, cattolico. Spiegò loro che se l'amministrazione locale voleva i contributi statali per completare o avviare le opere pubbliche necessarie essa doveva essere presieduta da un fascista. La maggior parte firmò l'ordine del giorno dettato dal “missus” mussoliniano e lo pubblicò. Appena lo seppe, Giolitti si dimise da presidente e, “per elementare senso di dignità”, anche da quello di “consigliere”.
   Tra quanti aderirono alla “lurida congiura” vi fu anche Antonio Bassignano, liberale, sindaco di Cuneo, subito dopo messo in minoranza al Comune e sostituito da una serie di commissari prefettizi fino alla nomina di un podestà, Giovanni Battista Imberti, di Racconigi, già esponente dei popolari, poi dei liberali e infine fascista.
   Giolitti, dunque, evocò la tradizione risorgimentale (il 1848) e i “secoli di antenati” che si erano battuti per le libertà fondamentali: di culto, di associazione e di stampa. Pochi giorni prima, Luigi Albertini era stato estromesso dal “Corriere della Sera”. Via via liberali e democratici vennero emarginati dalla vita pubblica. Fu il caso, per citarne alcuni, del siciliano Vittorio Emanuele Orlando, del napoletano Enrico De Nicola e del mantovano Ivanoe Bonomi, originariamente socialista, presidente del Consiglio nel 1921-1922 e dal 21 dicembre 1920 Collare della Santissima Annunziata, cioè “cugino del re”, come Giolitti, che lo era dal 20 settembre 1904. L'obiettivo del duce era chiaro: tenere in pugno le Camere, varare le leggi liberticide e, appunto, creare lo Stato fascista. Ci arrivò quasi, ma per riuscirci avrebbe dovuto sottomettere anche il re. Invece Vittorio Emanuele III conservò i poteri statutari. Quando venne il momento, il sovrano se ne valse per far riemergere la dirigenza liberale. Aprì la via a uomini come Luigi Einaudi, senatore dal 1919, governatore della Banca d’Italia dal 1944, e Marcello Soleri, deputato dal 1913, ministro della Guerra nel 1922 e del Tesoro nel 1944.
   Curiosamente (ma non tanto) erano tutti di famiglie originarie della Valle Maira, la stessa dei Giolitti. Costituirono il referente italiano dell'“internazionale azzurra”, che fu a base dell'Unione europea, contrapposta a quella “rossa”, filosovietica, e alla “nera”. Essa merita di essere rievocata attraverso le biografie dei suoi rappresentanti, scelti dai cittadini in libere votazioni nei collegi uninominali: un modello spazzato via dal “partito unico”.
   E ora? L'articolo 49 della Costituzione afferma che «i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Toccava al Parlamento assicurare la democraticità interna dei partiti. Non lo ha fatto. Così tra i partiti e i cittadini si è aperta la divaricazione che genera l'astensionismo. I vertici di partiti e movimenti celebrano i loro riti e decidono chi deve rappresentare i cittadini a Roma e nel Parlamento europeo. Le persone hanno altre urgenze. Se ne disinteressano perché si sentono ininfluenti nella scelta dei loro rappresentanti. Perciò trasformare il voto da “dovere civico” in “obbligo”, come qualcuno auspica, vorrebbe dire precipitare nella partitocrazia, l'opposto di quanto occorre.
Aldo A. Mola




DA BERTONE A PELLA
“RAGIONERIA” E “POLITICA”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Giuseppe
                                                          Pella   La lunga carriera politica di Giovanni Battista Bertone...
     “In illo tempore”, un giorno di primavera del 1968, mentre l'Italia da almeno un anno era alle prese con sessantottismo e tanti “politici” premevano per un fumoso “cambio di passo”, una delegazione di democristiani cuneesi andò a Mondovì per un riservatissimo “colloquio” con il senatore Giovanni Battista Bertone, classe 1874. Avvocato e molto altro, il novantaquattrenne la accolse con pacata giovialità. Appena si affacciarono mogi mogi, capito quel che volevano dirgli, andò subito al dunque. Mostrò ancora una volta la sua tempra mite e leonina. Sciorinò come niente aneddoti di venti, quaranta, cinquant'anni addietro. Ricordò la sua prima campagna elettorale. Nel 1909, sessant'anni prima, aveva guidato con successo un blocco clerico-intransigente nella lotta per la conquista del comune di Mondovì. Vinse, ma l'esito fu annullato. Il governo inviò un regio commissario per preparare la riscossa dei liberali. Nel 1911 Bertone prevalse nuovamente. Di lì a poco fu eletto nel consiglio provinciale di Cuneo per il mandamento di Mondovì-Villanova-Frabosa. Da sette anni i suoi sessanta componenti (aristocratici, parlamentari, scienziati, artisti, notabili di ampia fama...) erano presieduti da Giovanni Giolitti (1842-1928).
   Nel 1913, egli narrò agli ospiti, le elezioni alla Camera nel collegio di Mondovì furono al centro dell'attenzione nazionale perché il “patto Gentiloni” tra Giolitti e i “cattolici moderati” doveva scongiurare la sua elezione. Vinsero i moderati, capitanati da Vittorio Vinai, che sconfisse il giolittiano Vittorio Giaccone. Il socialista Felice Momiliano si fermò a 609 voti contro i 5908 di Vinai. Quel patto non funzionò nemmeno a Cuneo, dove Gentiloni in persona intervenne per bloccare i cattolici intransigenti e spianare la strada all'elezione del trentunenne Marcello Soleri, già sindaco di Cuneo, contro Tancredi Galimberti, in rotta di collisione con Giolitti e nettamente sbaragliato.
   Anche all'epoca in provincia piccole ruggini diventano odi immarcescibili. Bertone però sapeva guardare lontano. Il 1° settembre 1917 da Frabosa, ove estivava, rinnovò a Giolitti il plauso per il coraggioso discorso tenuto a metà agosto al consiglio provinciale di Cuneo: «Quando milioni di lavoratori delle città e delle campagne, la parte più virile della nazione, torneranno affratellati per anni dai comuni pericoli, ritorneranno alle loro umili case con la coscienza dei loro diritti e reclameranno ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale che la patria riconoscente non potrà loro negare.» Bertone aggiunse: «Dietro a Vostra Eccellenza vada, silenziosa nel dolore ma ferma nelle sue aspirazioni, la grande massa del popolo italiano.» Parlava la lingua dei cattolici che verso fine Ottocento si erano organizzati nella prima “Democrazia cristiana” ponendo la “questione sociale” in termini non troppo diversi dall'Estrema sinistra (più equità: la “Rerum Novarum” di papa Leone XIII aveva più di vent'anni), ma senza toccare quella istituzionale. Da politico già sperimentato e avveduto, Bertone gli propose anche di varare un accordo tra “La Stampa” del senatore giolittiano Alfredo Frassati e il foglio cattolico torinese “Il Momento”: «Si avrebbero così due giornali a disposizione. E parmi cosa importante», egli osservò.
   Gli premeva fermare i nazionalisti e i rivoluzionari dell'Estrema sinistra che a metà agosto del 1917 avevano plaudito agli inviati dei soviet e incendiato Torino. L'intransigentismo clericale apparteneva al passato remoto. Perciò Bertone, laureato in legge nel 1896, nel gennaio 1919 fu tra i fondatori del partito popolare italiano guidato da don Luigi Sturzo e ne promosse rapidamente l'organizzazione capillare, utilizzando anche la rete degli ecclesiastici, preoccupati da quanto avveniva in Russia e stava dilagando dall'Europa centrale alla Gran Bretagna, preda di scioperi e dove i conservatori vittoriosi in guerra furono sconfitti alle urne.
  Il 16 novembre 1919 gli italiani vennero chiamati a rinnovare la Camera, sulla base della legge del 15 agosto: suffragio universale maschile e riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti nei collegi, quasi ovunque identici al territorio delle province. Nel ricordo del “gentilonismo”, su proposta del deputato giolittiano Camillo Peano la legge adottò il “panachage” (“screziatura”): se in una provincia, come quella di Cuneo, erano in palio dodici seggi e una lista metteva in campo undici candidati l'elettore poteva aggiungere un dodicesimo nome pescandolo tra i candidati di un'altra lista. Un cattolico poteva votare anche un liberale e viceversa. In provincia di Cuneo il sistema funzionò. Ma a vantaggio di Bertone i cui elettori non aggiunsero preferenze a favore di Giolitti, mentre molti liberali votarono anche Bertone, che sommò più suffragi dello Statista. Finì che i popolari ebbero quattro seggi, come i socialisti, mentre i liberali ne ottennero appena tre (Giolitti, Soleri ed Egidio Fazio, di Garessio). Uno andò all'indipendente Carlo Bianchi, di Bra, che si affrettò a votare con il governo, presieduto dal democratico Francesco Saverio Nitti.
   Giolitti masticò amaro ma, tornato presidente del Consiglio, volle Bertone sottosegretario alle Finanze, a supporto del ministro Luigi Facta, da trent'anni eletto a Pinerolo. Quando Facta divenne presidente del Consiglio lo chiamò alla guida del ministero. Nella drammatica seduta del 28 ottobre 1922 Bertone fu tra quanti (Paolini Taddei, Giulio Alessio e Soleri) chiesero di usare la maniera forte per fermare gli squadristi. Ci voleva poco. Il generale Emanuele Pugliese, ebreo osservante, comandante della divisione militare di Roma, pluridecorato, aveva predisposto tutto, come poi documentò in “Io difendo l’Esercito”, pubblicato a Napoli nel maggio 1946: un libro che tanti “storici” dovrebbero leggere prima di narrare fiabe su quei drammatici giorni.
   Le cose andarono come è noto: il re incaricò Mussolini, che formò il governo di coalizione costituzionale comprendente i popolari, con due ministri e sottosegretari, tra i quali Giovanni Gronchi all'Inustria. Bertone, accantonato, fu nominato presidente dell'Istituto nazionale di credito per la cooperazione. Rieletto nel 1924, aderì all'Aventino, ma quando ne constatò l'inconcludenza, nell'Anno Santo 1925 rientrò alla Camera. Allo scioglimento del partito popolare si dedicò alla professione forense. “Ars longa...”. La vita anche, a volte. Per lui lo fu, come evocò alla delegazione in visita a Mondovì quella primavera del Sessantotto.
   Aveva molto altro da raccontare, a cominciare dal suo rientro nell'agone politico nel 1945, l'elezione alla Costituente nel giugno 1946, la nomina a ministro del Tesoro in successione nel governo De Gasperi al conterraneo Soleri, morto prematuramente, il lancio del prestito per la ricostruzione, voluto da Luigi Einaudi. Senatore di diritto nel 1948, ministro del Commercio Estero e poi dell'Industria e Commercio, vicepresidente del Senato dal 1951 e presidente della commissione Finanze e Tesoro nel 1948, Bertone promosse l'unione doganale italo-francese: un progetto lungimirante che anticipò la linea comunitaria europea degli anni seguenti. Ovviamente ricandidato e rieletto senatore con cifra altissima di consensi, egli divenne uno dei profeti dell'Europa ventura. Di elezione in elezione fu confermato senza rivali.
   Ma, appunto, si arrivò al 1968. Fatto capire agli interlocutori di essere ancora lucidissimo e pronto a qualsiasi ulteriore prova, prese atto della necessità di “cedere” il collegio, che anche a Roma consideravano “blindato” per qualunque politico, anche se non monregalese o cuneese. Il candidato che gli venne prospettato d'altronde, era degno di lui e della miglior tradizione nella quale era vissuto e si riconosceva: il biellese Giuseppe Pella.
...e quella del “ragioniere” Giuseppe Pella.
   Nato a Valdengo il 18 aprile 1902 in un famiglia contadina, diplomato ragioniere al “Sommeiller” di Torino (come Giuseppe Saragat), laureato nel 1924 in scienze economiche e commerciali con un docente quale Luigi Einaudi, fiduciario di imprese tessili del suo originario biellese e insegnante di tecnica commerciale e ragioneria industriale negli istituti tecnici, nel 1935-1936 (gli anni della guerra d'Etiopia e della proclamazione dell'Impero) Pella fu nominato vicepodestà di Biella. Iscritto dal 1919 al partito popolare italiano, negli anni centrali del regime si dedicò alla professione, allo studio e all'amministrazione civica, che risolve i problemi dei cittadini, senza retorica magniloquente. Nel 1945 aderì alla democrazia cristiana e l'anno seguente venne eletto consigliere comunale. Candidato quasi di straforo alla Costituente nel collegio Torino-Novara-Vercelli, come documentano i suoi biografi Francesco Malgeri e Franco Boiardi,  fu eletto e subito nominato sottosegretario alle Finanze, un ministero che nel disastrato dopoguerra richiedeva preparazione, competenza e applicazione. Pochi comizi, concentrazione sulla circolazione della moneta e sui cambi tra la lira, il dollaro e la sterlina: fondamentali per l'import-export. Ministro dal 1947 nel V governo De Gasperi, che segnò la rottura tra la democrazia cristiana e le sinistre, dal 1948 al 1951 fu titolare del Tesoro con interim del Bilancio e del Bilancio con interim del Tesoro.
   Pressoché estraneo alle diverse correnti che (spesso per avidità di potere più che per motivi ideologici) dividevano il partito e dedito a governare la complessa macchina ministeriale, Pella venne apprezzato sia da De Gasperi, Giuseppe Paratore, Ezio Vanoni, Giuseppe Saragat, socialdemocratico, sia da quanti lo avevano conosciuto interlocutore efficiente nel decisivo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti d'America. Presidente del governo di quell'Italia in affanno (emerge bene dai verbali del Consiglio dei ministri curati da Aldo G. Ricci, editi dal Poligrafico dello Stato), De Gasperi andò oltre Atlantico con il cappotto prestatogli da Attilio Piccioni e le valige omaggiate da Giuseppe Brusasca, mentre sua figlia Maria Romana fungeva da interprete perché il padre parlava bene latino e tedesco ma non l'inglese, lingua dei vincitori.
   Al governo, Pella perseguì la linea condivisa da Einaudi: non stampare altra moneta, lasciare che il mercato si regolasse da sé esaurendo speculazioni e inflazione, applicare rigorosamente il principio enunciato in Costituzione: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte» (articolo 81: da rileggere attentamente in questi giorni).
   A fianco di De Gasperi nel suo nono e ultimo governo, un monocolore democristiano con l'appoggio esterno del partito nazionale monarchico, il 17 agosto 1953, con sorpresa generale, Pella fu nominato presidente del Consiglio. Einaudi lo scelse senza le consultazioni già allora di rito. Il Capo dello Stato decise ai sensi del secondo comma dell'articolo 92 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.» Non era una novità nella storia d'Italia. Era già tutto scritto nello Statuto Albertino del 1848 e nel regio decreto 14 novembre 1901. I Costituenti lo ribadirono. Einaudi proseguì nel solco. Monarchico e liberale, egli non era stato il primo candidato della Democrazia cristiana alla presidenza della Repubblica dopo Enrico De Nicola. Volente o nolente De Gasperi gli aveva inizialmente preferito il repubblicano veemente Carlo Sforza, scartato dopo tre votazioni fallite. Fu il giovane Giulio Andreotti a informare Sforza (notò che aveva già pronto sul tavolino il discorso di insediamento)  e subito dopo annunciò a Einaudi che sarebbe stato il nuovo candidato della maggioranza di governo uscita dalle urne il 18 aprile 1948. Einaudi gli fece notare che era claudicante. Ma questo era l'ultimo dei problemi per uno Stato che doveva risalire lentamente la china. Importante era vedere con chiarezza la meta e “tenere la rotta”...
   Nella pienezza dei poteri costituzionali, da consegnare interi al successore quando fosse arrivato il momento, Einaudi nominò dunque Pella, che si trovò a presiedere un monocolore democristiano con l'astensione di liberali, monarchici e repubblicani. Tenne per sé gli Esteri, che volevano dire lo Stato e, indirettamente, le sue forze armate, e il Bilancio. Affidò a Fanfani l'Interno, la Difesa a Paolo Emilio Taviani, al suo primo incarico in quel ministero chiave, il Tesoro a Silvio Gava, le Finanze a Ezio Vanoni. Per molti i loro nomi oggi sono persi nell'oblio che oscura i difficili anni della Ricostruzione. Vanno invece ricordati perché quegli uomini furono artefici del “miracolo economico” degli anni immediatamente seguenti.
La questione del confine italo-jugoslavo
   Nel settembre 1953 Pella affrontò la crisi più grave dell'Italia nel dopoguerra. Il presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito, comunista spietato ma vezzeggiato da occidentali (soprattutto gli inglesi) perché in tensione con Stalin, il peggiore, accennò a manovre annessionistiche: intendeva occupare la “Zona B”, amara “eredità” dei giochi militari-diplomatici dell'ultima fase della seconda guerra mondiale, costata la rettifica della frontiera italo-jugoslava ai danni dell'Italia e la prolungata contesa, chiusa solo nel 1975 con il Trattato di Osimo, tardivo sotto tutti i punti di vista.    
   Nell'inerzia di chi avrebbe dovuto tutelare i diritti del Paese, che dal 1949 aveva aderito alla Nato, alleanza difensiva, Pella non esitò a decidere la mobilitazione militare. Il mite economista mostrò un volto tanto inatteso quanto necessario e decisivo. Venne osteggiato dalle sinistre e da parte della stessa democrazia cristiana e tacciato di deriva nazionalistica, quasi che l'Italia confinasse con pacifisti e non avesse al proprio interno fautori dell'Unione sovietica e nostalgici dell'arrivo dell'Armata Rossa a sostegno della mitica”rivoluzione” e del rifiuto oltranzista dell'“Occidente”. Lo spostamento di alcune divisioni verso la frontiera non fu un azzardo: ebbe vastissimo plauso dall'opinione pubblica degli italiani e risultò la premessa per il sofferto definitivo ritorno integrale di Trieste all'Italia nell'anno seguente.
   Nato come “di amministrazione”, il governo si trovò presto in bilico. I primi a non sostenerlo furono appunto i democristiani che lo consideravano appena un “amico”. Il 12 dicembre Pella venne implicitamente sfiduciato dal discorso di Mario Scelba a Novara. Dopo altri contrasti, il 18 gennaio 1954 rassegnò le dimissioni. Gli subentrò Amintore Fanfani che resse poche settimane e spianò la strada al governo presieduto da Scelba che il 10 febbraio 1954 incluse socialdemocratici e liberali, con Saragat vicepresidente. Scelba tenne l'Interno e affidò le Finanze a Roberto Tremelloni.
   Alcuni ritennero che la carriera politica di Pella fosse drasticamente finita. Invece egli tornò vicepresidente del Consiglio (con Adone Zoli), due volte ministro degli Esteri (con Zoli e Antonio Segni) e Ministro del Bilancio nel III governo Fanfani (il primo con astensione dei socialisti). Dopo che, nel 1968, gli fu trovato un collegio “sicuro”, quello di Mondovì, a scapito del nonuagenario Bertone, nel 1972 Pella venne chiamato alle Finanze da Giulio Andreotti. Poi finì sempre più ai margini in Italia. Ma dal 1956 presiedette l'Assembla generale della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e lavorò sempre più alla costruzione dell'Europa ventura. Morì il 31 maggio 1981.
  
   Le vite parallele di Bertone e Pella insegnano che occorre tempo per apprendere bene ed esercitare al meglio il mestiere della politica e del governo, senza limiti di durata del mandato. Lo decidono le capacità personali e il consenso degli elettori. Gli statisti più fattivi risultano anche i più longevi, meno sensibili alle sirene dell'ideologia e più attenti alla “ragioneria”, che deve fare i conti con la realtà interna   planetaria.
Aldo A. Mola


Giuseppe Pella (1902-1981) e l'invito al dialogo di Torino (Circolo Unificato Ufficiali, C.so Vinzaglio 76, h. 17:30 di lunedì 24 novembre) sull'europeismo di  Soleri, Einaudi e Pella, promosso dalla Banca di Caraglio e da “il Giornale del Piemonte e della Liguria” con interventi del direttore Diego Rubero e di Alessandro Marini.



UN BORGHESE
GOVERNATORE DEL PIEMONTE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Maria
                                                          Paola
                                                          (“Paolina”)
                                                          Bonaparte
                                                          (1780-1825),
                                                          sorella di
                                                          Napoleone,
                                                          rappresentata
                                                          come Venere da
                                                          Antonio
                                                          Canova. Vedova
                                                          di Charles
                                                          Victoire
                                                          Leclerc,
                                                          Paolina fu
                                                          impalmata dal
                                                          principe
                                                          Camillo
                                                          Borghese,
                                                          creato da
                                                          Napoleone
                                                          Principe della
                                                          famiglia
                                                          imperiale e
                                                          duca di
                                                          Guastalla,
                                                          generale e
                                                          governatore
                                                          del Piemonte,
                                                          della Liguria
                                                          e dell'ex
                                                          ducato di
                                                          Parma. Ebbe il
                                                          compito di
                                                          vegliare su
                                                          Pio VII
                                                          durante il
                                                          soggiorno
                                                          coatto a
                                                          Savona
                                                          (1809-1812).
                                                          Al Principe
                                                          Camillo
                                                          Borghese
                                                          (1775-1832),
                                                          “Governatore
                                                          al di là delle
                                                          Alpi”, è
                                                          dedicato un
                                                          convegno di
                                                          studi in
                                                          Torino
                                                          (Rettorato
                                                          dell'Università,
                                                          17-18 novembre
                                                          2025), con
                                                          intervento di
                                                          studiosi di
                                                          chiara fama.   Quando Torino cancellò San Napoleone
   Dal 1806 al 1814 nel giorno di Ferragosto i cittadini dell'Impero dei francesi (Piemonte e Liguria compresi) festeggiarono Santa Maria Assunta, il compleanno dell'Imperatore e il suo santo patrono, inventato dal Cardinale Caprara. Crollato l'Impero, San Napoleone venne cancellato dal calendario. “Ei fu…”, come altri santi “a noleggio”.
   Il 20 maggio 1814 Vittorio Emanuele I di Savoia (1759-1824), re di Sardegna dal 1802, rientrò in Torino. Transitò sul “ponte di pietra”, che poi ne prese il nome. Era stato edificato dal governo francese. Il sovrano restaurato abolì i codici napoleonici e ripristinò le leggi vigenti prima dell'annessione del Piemonte alla Francia. Il 10 giugno emanò l'editto «portante varie provvidenze per la proibizione delle congreghe, ed adunanze secrete, massime di quelle dei così detti liberi muratori, per reprimere i delitti, e per impedire la vendita, porto e ritenzione delle armi proibite, dei libri, e stampe, e li giuochi d’azzardo».
    Massoni e criminali comuni furono messi in uno stesso mazzo. L'editto ricalcò il divieto delle logge decretato da Vittorio Amedeo III il 20 maggio 1794. “Nihil sub sole novi”, dunque? Nient’affatto. Per punirli Vittorio Emanuele I decretò pene durissime: «la prima volta la perdita dell'impiego per coloro che ne fossero provvisti; l'inabilitazione ad esercirne qualunque altro, oltre la pena di due anni di carcere, e quella del carcere per anni cinque per tutti gli altri; li recidivi poi di qualunque sorta saranno puniti colla pena del carcere per anni dieci, oltre la confiscazione in tutti i casi degl'effetti, denari o mobili, che si trovassero nelle sale delle adunanze.» Ai delatori, coperti da segreto, il re promise un premio di 500 lire, una ghiotta fortuna per l'epoca. «Governatori, comandanti ,Vicario di politica e di pulizia, prefetti e giusdicenti» furono incitati a «invigilare sovra tali adunanze, fare improvvise visite, e perquisizioni ne' luoghi sospetti, per sorprendere, e di procedere sollecitamente contro simili delinquenti». Lo stesso 10 giugno 1814 Vittorio Emanuele I abolì la «tortura d'ogni genere» quale mezzo per l'accertamento della verità e concesse un ampio indulto, dal quale furono esclusi i condannati per delitti gravi, analiticamente elencati. Non fece cenno ai membri di società segrete. A differenza di leggi di recente conio, il decreto contro i liberi muratori non ebbe efficacia retroattiva, in forza del principio “nullum crimen sine lege”. Per dissuadere dall'organizzare logge bastava la minaccia del carcere, il cui regime era duramente afflittivo.

Alla ricerca dei Fratelli perduti: religiosi e “moderati”
   Restaurato sul trono degli avi, senza attendere la conclusione del Congresso di Vienna e prima ancora di aderire alla Santa Alleanza (eventi dell'anno successivo), per Vittorio Emanuele I i nemici più pericolosi erano dunque i massoni. Da annientare. Ma ve n'erano stati anche a Torino e in Piemonte nell'età franco-napoleonica? E ce n'erano ancora? Il pregevole saggio di Francesca Rocci “Napoleone a Torino e in Piemonte” (edizioni del Capricorno) non ne parla, mentre “Torino: il grande libro della città” (2004, ed. Capricorno) ne pubblicò l'essenziale. Il soggetto è stato arato da studiosi di valore che hanno pubblicato documenti, elenchi di logge e liste di iniziati dell'area liguro-piemontese tra Sette e Ottocento. Bastino, tra i molti, i nomi di Pericle Maruzzi (si schermì sotto lo pseudonimo M. P. Azzuri), dal quale molto trasse Carlo Francovich, Renato Soriga, Ed Stolper, Luciano Tamburini e l'insuperato François Collaveri, autore di “La Franc-Maçonnerie des Bonaparte” (Parigi, Payot). Mancano, è vero, un atlante aggiornato delle logge dell'età franco-napoleonica nell'area liguro-piemontese e un repertorio esauriente dei loro affiliati, ma il meritorio volume di Vittorio Gnocchini su “Logge e Massoni in Piemonte e Valle d’Aosta”, pubblicato nel 2008 quale supplemento del “Giornale del Piemonte”, con prefazione del suo direttore di allora, Fulvio Basteris, impedisce di chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà. Non lo fece, appunto, Vittorio Emanuele I. Aveva le sue brave ragioni?
   Sulla fine del Settecento la monarchia “consultiva” (somma del re, cortigiani e uomini di sua fiducia) era esausta. I suoi fautori avevano reciso i rapporti con le avanguardie culturali interne ed europee. Erano ripiegati nella difesa strenua dello “status quo”, mentre, come scrisse Beniamino Manzone (Bra, 1857-1909), risorgimentista illustre e massone, il “mondo” stava rapidamente mutando sotto impulso di scienze e arti, sistemi di produzione e riorganizzazione della “civitas hominis”.
   Nelle due pagine dedicate alla “massoneria napoleonica” nel volume 7° della "Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale,1864-1915” (Einaudi) Augusto Comba, valdese e storico di prim'ordine, ventilò rapporti occulti tra massoni piemontesi e Illuminati di Baviera e ipotizzò legami carsici di lungo periodo tra fondatori dell'Accademia delle Scienze (la cui iniziazione non è affatto documentata: è il caso di Giuseppe Angelo Saluzzo, conte di Monesiglio) e dirigenza colta franco-napoleonica. Però insistere sulla segretezza della “catena di unione” non giova a rivendicare il “diritto a un velo di riservatezza, nei limiti di norme generali di garanzia”. Anzi, reca acqua a quanti ritengono che le logge abbiano sempre funto e ancora servano da copertura di trame occulte, politiche e criminali, siano quindi “intrinsecamente segrete” (come asserì Rosy Bindi) e pertanto vadano “sic et simpliciter” vietate, in nome della “trasparenza” e di una “democrazia” che esclude nicchie di riservatezza e si traduce in assolutismo occhiuto.

Grembiulini sotto le stole
Una premessa s'impone. I saggi di René Le Forestier su “La Massoneria Templare e Occultista nei secoli XVIII e XIX” e di Pericle Maruzzi su “La Stretta Osservanza Templare e il Regime Scozzese Rettificato in Italia nel secolo XVIII” (ed. Atanor), nonché le magistrali opere di José Antonio Ferrer Benimeli su Massoneria, chiesa e illuminismo hanno risposto da decenni alla domanda se, al di là delle “scomuniche” comminate dai papi Clemente XII (1738) e Benedetto XIV (1751), la massoneria fosse davvero a-cristiana, anti-cattolica o persino antireligiosa e ateistica. Se così fosse stato rimarrebbe inspiegabile la lunga e vasta presenza tra le colonne dei Templi liberomuratori di cattolici praticanti come Gabriele Asinari di Bernezzo (col nome di “Eques a turre aurea”), gran priore della Stretta Osservanza in Italia. Lo stesso va detto di Joseph de Maistre (1753-1821, “Eques a floribus”), il celebre savoiardo rievocato nel bicentenario della morte con la riedizione di suoi classici ma con circospetto oblio del suo memoriale sulla Massoneria da lui inviato al duca di Brunswich in vista del Supremo Convento convocato a Wilhelmsbad nel 1782 per accertare l'effettiva ascendenza templare della libera Muratoria moderna, dopo che Michel de Ramsay nel “Discorso” del 1737 l'aveva connessa alle “Crociate”.
   Una seconda considerazione va aggiunta. Sino al 1792 in Italia nessuno aveva collegato la Rivoluzione francese con la massoneria. Lo fece in Francia l'ecclesiastico François Lefranc in un opuscolo del 1791 subito tradotto in Italia: “Il velo alzato pe' curiosi o sia il segreto della rivoluzione di Francia manifestato col mezzo della setta de' Liberi Muratori” (ripubblicato in edizione anastatica, pref. di A.A.M., da Arnaldo Forni, 1993). L'abate Lefranc fu vittima delle “stragi di Parigi”, come centinaia di ecclesiastici, tra i quali Jean-Marie Gallot, massone confesso, proclamato beato da Pio XII per la gioia del paolino Rosario F. Esposito, che ne scrisse più volte. L'avvento della Repubblica in Francia (settembre 1792) e l'offensiva contro il regno di Sardegna suscitarono allarme: le “conventicole” potevano nascondere al loro interno agenti della rivoluzione. Secondo Lefranc all'origine della Bufera non erano i Sociniani, discepoli di antichi eretici, ma «i Deisti ed i cosi detti filosofi ed increduli moderni», cioè i «liberi muratori, i quali hanno per massima di restare occulti, e spargono un mistero impenetrabile in tutte le loro gesta», una setta «eretta contro le leggi della chiesa e dello stato», erede degli Anabattisti, «condannati alla pena di morte anche negli stati eretici». Occorreva dunque «aprire gli occhi» e recidere «una volta quest'Idra infernale», come ripeté “Lo Svegliatojo dei re”, opuscolo anonimo di un ignoto massonofobo.
   Tollerate e talora protette dai sovrani (come ricordò l'abate massone Antonio Jerocades nel poema “Iramo”, ripubblicato dal rimpianto Guglielmo Adilardi), quando Luigi XVI di Borbone fu ghigliottinato (col voto favorevole del duca Luigi Filippo d'Orléans, detto “Egalité”, gran maestro del Grande Oriente di Francia dal 1771) nei diversi stati italiani le logge furono proibite sotto gravissime pene: una misura profilattica decisa per motivi politici, senza prove concrete di loro effettiva collusione con la “rivoluzione”. Anzi, proprio nel 1789 venne costituita una gran loggia “du Mont Blanc”, aristocratica e conservatrice.
   Braccata senza un preciso capo d'accusa e quindi impossibilitata a difendersi, la miriade di nobili (molti dei quali erano attivi in logge castrensi), accademici, borghesi e artisti tacquero confidando non affiorasse traccia della loro “colpa”. Nessuno osservò che in Francia il Terrore aveva spazzato via proprio la crema dei massoni, come il filosofo illuminista Marie-Jean-Antoine de Caritat, marchese di Condorcet, e vietato le logge, mentre alla guida della Vandea spiccavano liberi muratori foraggiati dalla Gran Bretagna e apprezzati dal “fratello” Edmund Burke, critico severo del giacobinismo. Nel “Misogallo” anche il massone Vittorio Alfieri aveva marchiato a fuoco la plebaglia rivoluzionaria.
   Solo anni dopo la liquidazione di Massimiliano Robespierre, Saint-Just e dei fautori della legge “sui sospetti”, che autorizzò l'esecuzione sommaria degli avversari del “Terrore”, veri o presunti che fossero, le logge tornarono ad animarsi con la tutela del Direttorio e specialmente di Jean-Jacques-Régis Cambacérès, futuro Arcicancelliere dell'Impero e gran commendatore onorario del Supremo consiglio scozzesista francese anche dopo il crollo dei Napoleone, al rientro dal dorato esilio.
   All'indomani del colpo di stato attuato da Napoleone (18 brumaio 1799) le “officine” massoniche divennero il vivaio della nuova dirigenza ed esportarono i loro ideali nelle terre via via occupate. Fu il caso, appunto, del Piemonte e della Liguria, ove dall'inizio dell'Ottocento gli “ateliers” dei “francs-maçons” divennero luogo d'incontro tra francesi e notabili locali. Costretti a mutare varie volte casacca nel volgere di pochi anni (da sabaudi a giacobineggianti, da reazionari a bonapartisti) anche molti patrizi scommisero sul Nuovo Ordine.

La rete e il ruolo delle logge: scienziati, politici, sacerdoti
Nel passaggio dal Consolato all’Impero, tuttavia, Napoleone, che aveva trascorsi da cospiratore, tramite il governatore Jacques-François de Boussay, barone di Menou (che in Egitto si era convertito all'islam), sciolse le logge sospettate di infiltrazioni giacobine e ne autorizzò la rinascita previa drastica epurazione. Le “patenti” di quelle via via attivate nelle regioni direttamente annesse all'Impero furono rilasciate dal Grande Oriente di Francia. Un repertorio parziale di quelle sorte in Piemonte tra il 1801 e il 1812 ne conta una ventina: a Torino, Alessandria, Asti, Cuneo, Vercelli e in centri minori quali Casale Monferrato, Acqui Terme, Novi Ligure, Saluzzo, Ivrea e Pinerolo. Di quest'ultima ha scritto cenni Maurizio Trombotto in “Pinerolo. Mille anni di storia” (ed. Marcovalerio, Pinerolo 2024). Avevano nomi inneggianti a “Réunion”, “Heureuse Union”, “Sincère et Parfaite Union”, “Parfaite Amitié”, “Coeurs Unis”, "Amis de Napoléon le Grand”.
   Tra le molte logge del tempo spiccano le torinesi “Amitié éternelle” (1803), “Amis Fidèles de la Heureuse Journée” (insediata per celebrare la nascita di “Napoleone II”), “Bienfaisance” (stesso nome di logge di Alessandria e di Asti) e “Vérité”. Ne furono componenti prefetti, sindaci, alti ufficiali, notabili, scienziati, accademici, aristocratici iniziati prima ancora della Rivoluzione e borghesi bene inseriti nelle maglie del nuovo potere.
   Lo stesso vale per la “Réunion” di Savigliano, all'epoca sottoprefettura. In “Libertà e modernizzazione. Massoni in Italia nell'età napoleonica” (Atti di un convegno internazionale del 1995, aperto da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea) Luciano Tamburini ne pubblicò il piedilista completo: centinaia di nomi tra i quai spiccano Jean-François Paschetta, prete romano, Etienne Marchetti, ex cappuccino, gli alessandrini Urbain e Joseph Rattazzi (il secondo è il padre di Urbano, due volte presidente del Consiglio dei ministri della Nuova Italia), uno stuolo di militari, magistrati, docenti, professionisti e, ciò che più merita attenzione, parecchi “maires”, accompagnati dai funzionari di spicco dei loro comuni. La loggia era in corrispondenza fraterna con quelle dell'intero Piemonte, con fitto scambio di visite anche di massoni d'Oltralpe.
   Suo regista e stratega fu il medico Carlo Matteo Capelli (1765-1831), avviato quattordicenne al sacerdozio, ma laureato ventiduenne in medicina grazie alla protezione della contessa di Scarnafigi. Ne ha scritto Paolo Gerbaldo in “Prima del Risorgimento. Carlo Matteo Capelli nel Piemonte da Napoleone a Carlo Alberto: storia, società, economia” (ed. Morlacchi). Impegnato in delicate e prestigiose missioni in Germania e in Francia, poi fervido bonapartista, membro del Corpo Legislativo a Parigi (ove fu a contatto con Fustier, fiduciario del Grande Oriente di Francia) dal 1807, dopo la Restaurazione sabauda Capelli divenne docente di medicina all'Università di Torino e fu decorato da Luigi XVIII di Francia. Infine venne nominato direttore dell'orto botanico della città di Torino, la cui dirigenza ostentava di averne scordato l'impegno massonico notorio: pari a quello della maggior parte dei notabili dell'epoca. Valeva per la capitale (ove si erano susseguiti in loggia il nonno e il padre di Camillo Benso di Cavour, la cui iniziazione, invece, non risulta documentata) come per i capoluoghi di dipartimento. A Cuneo, per esempio, della “Parfaite Unione” dal dicembre 1801 facevano parte Sebastiano Grandis, Carlo Falletti di Villafalletto, Carlo Trompeo (capodivisione della prefettura), il dronerese Domenico Blanchi, pittori, musicisti e due preti: il narzolino André Dho e il peveragnese Jean Fea. D'altronde Pio VII e “Napoleone di tutti i riti” avevano appena sottoscritto il Concordato e la scomunica dei massoni sembrava archiviata per sempre. Dell'altra loggia cuneese, la “Heureuse Union” (1805), erano membri magistrati, alti ufficiali, il cancelliere della corte criminale Joachim Levi, il pittore Luigi Pellegrino e il celebre professore di musica e compositore Bartolomeo Bruni, residente a Parigi ma orgogliosamente tra le colonne della città che gli ha intitolato la sua prestigiosa orchestra, forse ignorando che il suo dedicatario cingeva ai fianchi il grembiulino massonico.
   Gli elenchi delle logge liguro-piemontesi e dei loro iniziati e affiliati sono conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel bicentenario della fondazione del Supremo Consiglio di Rito scozzese antico e accettato “en Italie” (istituito a Parigi il 16 marzo 1805) e del Grande Oriente d'Italia (Milano, 20 giugno), con giurisdizione sul solo regno italico (il Lombardo-Veneto e quanto via via gli venne aggregato) mancò lo sforzo necessario per mettere a segno un'opera sistematica sulla massoneria di età franco-napoleonica nella penisola, in tutte le sue complesse articolazioni. Ne sarebbe emerso in modo inoppugnabile che le logge non furono solo centri di aggregazione della dirigenza politico-culturale ma anche laboratorio del rinnovamento civile attuato in meno di tre lustri e lasciato in eredità ai regimi sorti con la Restaurazione, quando le officine si sciolsero ancor prima di essere vietate, ma i loro apprendisti, compagni, maestri e alti gradi dei riti rimasero al loro posto, come Ignazio Bassi, ex sacerdote, sovrano principe Rosa+Croce e direttore del giardino botanico di Cuneo, raggiunto nella loggia “Les Adelphes Nomophiles” di Saluzzo dal confratello e già citato don Paschetta e dal prete secolare Jean Maero di Cardè, iniziato alla “Parfaite Amitié” di Pinerolo.

Per un passo avanti storiografico
A nessuno verrebbe in mente di scrivere un profilo dell'Italia contemporanea ignorando i “laboratori” culturali che funsero da centri di formazione della dirigenza partitico-sindacale e delle istituzioni basilari dello Stato, inclusi burocrati ministeriali e militari. Per l'identico motivo tempo è venuto di “alzare il velo pe' curiosi” che vogliano cogliere il filo conduttore della storia, senza cedere a visioni scandalistiche su presunti “Poteri Forti” o arricciare le narici per “l'odore stantio della massoneria” esalante dal potere finanziario e bancario, tempo addietro lamentato da un solitamente pacato editorialista del “Corriere della Sera”.
   Tempo è venuto di passare dalla leggenda alla storia. Mancati il bicentenario del 1805 e quello del 1821 (morte di Napoleone il Grande e dei moti costituzionali del 1821, legati anche al nome di Santorre di Santarosa, figlio di un massone insigne) forse si può far data dal 1832, bicentenario della morte del Principe Camillo Borghese, gioviale Governatore della XXVII  e della XXVIII Divisione dell'Impero napoleonico.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Maria Paola (“Paolina”) Bonaparte (1780-1825), sorella di Napoleone, rappresentata come Venere da Antonio Canova. Vedova di Charles Victoire Leclerc, Paolina fu impalmata dal principe Camillo Borghese, creato da Napoleone Principe della famiglia imperiale e duca di Guastalla, generale e governatore del Piemonte, della Liguria e dell'ex ducato di Parma. Ebbe il compito di vegliare su Pio VII durante il soggiorno coatto a Savona (1809-1812). Al Principe Camillo Borghese (1775-1832), “Governatore al di là delle Alpi”, è dedicato un convegno di studi in Torino (Rettorato dell'Università, 17-18 novembre 2025), con intervento di studiosi di chiara fama.
 


LUIGI CADORNA
ARTEFICE DELLA VITTORIA DEL 1918
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Luigi
                                                          Cadorna
                                                          Comandante
                                                          Supremo. Su
                                                          Cadorna v.
                                                          Pierluigi
                                                          Romeo di
                                                          Colloredo
                                                          Valls, Luigi
                                                          Cadorna. Una
                                                          biografia
                                                          militare,
                                                          2021, con
                                                          ampia
                                                          bibliografia;
                                                          Luigi
                                                          Cadorna-Carlo
                                                          Cadorna,
                                                          Caporetto?
                                                          Risponde Luigi
                                                          Cadorna, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2020; Luigi
                                                          Cadorna, La
                                                          guerra alla
                                                          fronte
                                                          italiana fino
                                                          all'arresto
                                                          sulla linea
                                                          della Piave e
                                                          del Grappa,
                                                          edizione
                                                          anastatica,
                                                          con
                                                          introduzione
                                                          di Aldo A.
                                                          Mola, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2019.   Nell'altorilievo in bronzo sovrastante lo scranno del presidente della Camera dei deputati a Monte Citorio lo scultore Davide Calandra pose al centro la Monarchia costituzionale, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalla Forza, il cui impiego, insegnò Carl von Clausewitz, è la prosecuzione della guerra con altri strumenti. Nella Festa delle Forze Armate va ricordato chi comandò l'Esercito nella Grande Guerra.

   Luigi Cadorna, come suo padre Raffaele, suo zio Carlo e suo figlio Raffaele, fu militare nutrito di pensiero politico e istituzionale, con una visione ampia della storia dei popoli. Fu anche specchio dei nodi irrisolti dell'Italia nata dalla preparazione risorgimentale ma infine sorta nel volgere di pochi mesi e, di seguito, impegnata a consolidare i muri portanti a scapito dell’armonia tra le sue componenti.
   Il Regno d'Italia che, mutata la forma istituzionale, continua nella Repubblica, nacque nel marzo 1861 dal concorso della diplomazia e della spada sotto le insegne dei sovrani sabaudi. Alla sua base ebbe lo Statuto, promulgato da re Carlo Alberto di Savoia-Carignano il 4 marzo 1848, poco prima della guerra contro l'impero d'Austria, ricordata come prima guerra per l'indipendenza e l'unità nazionale. Quel cammino fu continuato e coronato da suo figlio, Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, e, dopo gli anni di Umberto I (1878-1900), da Vittorio Emanuele III, durante il cui regno lo Stato raggiunse il massimo di espansione territoriale con il confine al Brennero e al Quarnaro e con l'annessione di Fiume.
   Le premesse del percorso che condusse alla proclamazione del Regno furono il regio editto del 27 novembre 1847, che rese elettivi i componenti dei consigli comunali, provinciali e divisionali, e lo Statuto che trasformò la monarchia amministrativa in “rappresentativa” e istituì il Senato di nomina regia e vitalizia e la Camera dei deputati elettiva. Quelle riforme generarono l'avvento di una vastissima e partecipe classe dirigente, politica e amministrativa. I “mandamenti” per l'elezione dei consiglieri provinciali e i collegi uninominali per quella dei deputati propiziarono la scelta di candidati di pregio, fermo restando che i parlamentari non rappresentavano i votanti ma “la Nazione in generale” e che “nessun mandato imperativo poteva loro darsi dagli elettori”: un cardine ribadito dall'art. 67 della Costituzione, che recita: “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita e sue funzioni senza vincolo di mandato”.
   Lo Statuto precisò altresì che il Capo dello Stato “comanda tutte le forze di terra e di mare”, come fu poi confermato anche dalla Carta repubblicana. Esso non fu altrettanto chiaro laddove enunciò che il re “dichiara la guerra, fa i trattati di pace, di alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano...”. Lo Satuto non rilevò la differenza tra deliberare, dichiarare e proclamare la guerra: tre “momenti” separati per la diversità dei suoi “attori”. Lo percepì subito il quarantenne conte Camillo Benso di Cavour. A sostegno del governo nell'intervento in guerra contro l'Impero russo a fianco di Gran Bretagna, Francia e impero turco egli volle non solo la sanzione del Re ma anche il voto delle Camere.
    Lo Statuto tacque su corpo diplomatico e assetto delle forze armate, evocati solo nell'elenco delle categorie dalle quali il sovrano traeva i membri del Senato: i “ministri di Stato” (altra cosa dai “ministri Segretari di Stato”), gli ambasciatori e gli ufficiali generali di terra e di mare dopo almeno cinque anni di nomina nel grado. Tacque altresì sul comando dell'Armata sarda. Il nodo Re-ministro della guerra-comandante dell'Armata era e rimase ingarbugliato perché per Statuto il potere esecutivo apparteneva “al re solo”. Però il sovrano non era “responsabile”; lo erano i ministri. Le leggi e gli atti del governo, sanzionati dal sovrano, non avevano vigore se non muniti dalla firma di un ministro. Il nodo (o “equivoco” come scrisse Piero Pieri nella “Storia militare del Risorgimento”) del comando in guerra venne temporaneamente risolto il 7 febbraio 1849 con la nomina del generale polacco Wojchiech Chrzanowski al comando dell'Armata “sotto la sua responsabilità, in nome del Re”, come “general maggiore dell'Esercito”, “con “comando effettivo”, però affiancato da Alfonso La Marmora, ministro della Guerra dal 2 febbraio. L'ambiguità si ripresentò nel 1859, allorché il regno di Sardegna, aggredito dall'Austria, entrò in guerra, forte dell'alleanza con Napoleone III, e nel 1866, quando i generali Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini, comandanti delle due armate schierate contro l'impero d'Austria, operarono senza l'indispensabile coordinamento.
   Come ha evidenziato il generale Oreste Bovio nella “Storia dell'Esercito italiano”, la legge 29 giugno 1882, n. 831 istituì il Capo di stato maggiore dell'esercito. Le sue attribuzioni furono stabilite col regio decreto del 29 luglio seguente. Ne furono titolari Enrico Cosenz (1882-1893), Domenico Primerano (sino al 1896, dopo Adua), entrambi già allievi della borbonica Scuola Militare Nunziatella di Napoli, e il torinese Tancredi Saletta. Quando questi fu collocato a riposo per limiti di età, il 27 giugno 1908, il generale più anziano e quindi vocato alla successione (“l'anzianità fa grado”, recitava un efficace brocardo) era il cinquantottenne Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850-Bordighera, 21 dicembre 1928), maggior generale dal 10 agosto 1898, tenente generale dal 10 gennaio 1905 e al comando della Divisione militare di Napoli dal 28 marzo 1907. Come egli stesso scrisse in “Pagine polemiche” e ribadisce lo storico Perluigi Romeo di Colloredo Valls (2021), con procedura inconsueta la “successione” fu subordinata ad “accertamento”. Il regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 aveva stabilito che tra le questioni di ordine pubblico e di alta amministrazione da sottoporsi al Consiglio dei ministri vi fossero «le nomine e destinazioni dei comandanti di corpi di armata e di divisioni militari; le nomine del capo di stato maggiore dell'esercito e del primo aiutante di campo di S.M. il Re, del presidente del tribunale supremo di guerra e marina, del comandante generale dell'arma dei reali carabinieri; le nomine di comandanti in capo di forze navali e dei comandanti di divisioni all'estero; le nomine e destinazioni dei comandanti in capo dei dipartimenti marittimi».
   In vista della sostituzione di Saletta, da tempo malato, l'8 marzo 1908 il generale Ugo Brusati, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, chiese a Cadorna di dichiarargli “schiettamente” se davvero subordinasse la nomina a capo di stato maggiore all'ampliamento per legge dei suoi poteri soprattutto in vista della guerra che ormai aleggiava in Europa. La risposta fu netta: «S(ua) M(aestà) che dallo Statuto è creato Comandante Supremo, è pur dallo stesso dichiarato irresponsabile. Ma il comando non può neppure esistere senza un responsabile il quale perciò non può essere che il capo di S(tato) M(aggiore). Ma la responsabilità ha per necessario correlativo: 1. La libertà d'azione nella condotta delle operazioni; 2. La libertà d'azione nella preparazione della guerra in ciò che ha rapporti colle operazioni; 3. La esclusione dagli alti comandi di coloro che non ispirano la necessaria fiducia.» Cadorna, pur non intendendo mettere in discussione le prerogative statutarie del sovrano, osservò che il decreto legge 4 marzo 1906 aveva definito i poteri del capo di stato maggiore in tempo di pace ma non in guerra. «A deliberare – concluse – dev'essere uno solo: il responsabile.»
   Perciò il 1° luglio 1908 capo di stato maggiore venne nominato Alberto Pollio, nativo di Caserta, di due anni più giovane di Cadorna. Imperando Giolitti, che impose a Vittorio Emanuele III l'immediato collocamento a riposo di Vittorio Asinari di Bernezzo per alcune sue parole di sapore irredentistico, Cadorna ritenne ormai improbabile l'ascesa al vertice dell'esercito. La sua esclusione da comandi operativi negli anni seguenti ne suscitò reazioni sdegnate. Il 23 agosto 1912, a proposito della ventilata nomina del generale Ragni a governatore civile e militare della Libia, scrisse al figlio Raffaele: «Nominare un altro senza neppure dirmi crepa sarebbe un vero schiaffo datomi in piena guancia». Avrebbe risposto con la richiesta “ipso facto” del collocamento a riposo.

Nella Grande Guerra
   La notte del 1° luglio 1914, quattro giorni dopo l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo per mano di un terrorista serbo eterodiretto, Pollio morì improvvisamente a Torino. Su cause e circostanze del suo decesso furono ricamate insinuazioni e leggende. Dal 20 marzo 1910 Cadorna era comandante della IV divisione militare (Genova-Piacenza). Ormai prossimo al congedo per motivi di età, progettava di prendere casa in Liguria. Ma il 10 luglio fu nominato capo di stato maggiore. Presidente del Consiglio da quattro mesi era Antonio Salandra, in successione a Giolitti; ministro degli Esteri era il catanese Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano: il “politico” italiano più stimato da Vittorio Emanuele III. Nel volgere di poche settimane esplose la Conflagrazione europea: sequenza di mobilitazioni, ultimatum, dichiarazioni di guerra. Appena insediato, sulla scia del predecessore, Cadorna approntò il piano di intervento a fianco di Vienna e Berlino, cui Roma era legata dal trattato difensivo del 20 maggio 1882. Prospettò l'invio massiccio di corpi d'armata sul Reno a fianco della Germania per chiudere rapidamente la partita contro la Francia, inattaccabile dalle Alpi. Quel progetto, pubblicato da Cadorna nel 1925, rimase “agli atti”.
   Mese dopo mese divenne chiaro che la guerra sarebbe durata a lungo e che per l'Italia, vulnerabile su tutti i confini terrestri e marittimi e dipendente dall'estero per il proprio sistema produttivo e alimentare, sarebbe stato impossibile rimanerne fuori. Di lì la preparazione e, di seguito, la “mobilitazione occulta” orchestrata da Cadorna per portare lo strumento militare al livello necessario.
   Senza informarlo, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, dopo lunga segreta trattativa fecero sottoscrivere dall'ambasciatore d'Italia a Londra Guglielmo Imperiali l'“arrangement” del 26 aprile 1915. Solo il 6 maggio Cadorna fu sbrigativamente informato che l'Italia doveva intervenire entro due settimane. Ministro della guerra era il maggior generale Vittorio Zupelli. Il suo predecessore, Domenico Grandi, il 23 settembre 1914 aveva comunicato al governo le condizioni dell'esercito in vista di una mobilitazione generale concludendo che non si trovava nel complesso nelle condizioni desiderabili «per affrontare senza preoccupazione una campagna di guerra». L'esercito avrebbe fatto «come sempre, il proprio dovere« tanto più se si fosse sentito «sospinto e accompagnato dal consenso del Paese» il cui miglior giudice però era il governo. Il governo rispose sostituendolo.
   Salandra e Sonnino compirono errori sconcertanti. Nel loro carteggio ammisero di essere andati oltre il consenso esplicito del re, del governo e senza maggioranza in parlamento. Impegnarono l'Italia a entrare in guerra entro 30 giorni dalla firma contro «tutte le potenze» dell'Intesa. A differenza di quanto aveva progettato San Giuliano, fautore di una Quadruplice Intesa, l'“accordo” (non vero e proprio Trattato) comportò l' “adesione” alla Triplice Intesa, non l'inclusione “alla pari”. Perciò l'Italia fu tenuta all'oscuro degli impegni assunti dalla Triplice Intesa al proprio interno. Il peso della guerra venne scaricato sul capo di stato maggiore, non consultato neppure sui “compensi” chiesti da Salandra e Sonnino, quasi la difesa dei futuri confini dell'Italia fosse una variabile della “politica” anziché vincolante sotto il profilo militare per un Paese dal dominio coloniale vasto, costoso e impegnativo (Eritrea, Somalia e Libia).
   Il precario equilibrio del governo Salandra-Sonnino fu sull'orlo di precipitare quando il 13 maggio 1915 il consiglio dei ministri verbalizzò: «Considerando che intorno alle direttive del governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, delibera di presentare a S.M. il Re le proprie dimissioni». A mobilitazione ormai avviata, Giolitti, secondo il quale l' “accordo di Londra” non vincolava lo Stato ma solo il governo, declinò l'invito a formare un nuovo esecutivo. Nessun altro se ne fece carico. Al Re non rimase che inviare alle Camere il governo in carica. Il 17 maggio il consiglio dei ministri approvò «il disegno di legge da presentare alla Camera per delegazione di poteri legislativi in caso di guerra e per l'esercizio provvisorio». Benché in larghissima maggioranza contraria all'intervento, il 20 maggio la Camera approvò la proposta con l'opposizione dei soli socialisti. L'indomani altrettanto fece il Senato, pressoché unanime.
   All'opposto di Giolitti, che prevedeva una guerra di molti anni, Salandra lasciava intendere, e forse ne era persino convinto, che il conflitto sarebbe terminato entro l'autunno. Dal canto suo, perfettamente a giorno sulle condizioni effettive dello strumento militare, logorato dall'impresa di Libia e da decenni di investimenti inadeguati, come poi scrisse nelle “Memorie” Cadorna riteneva che l'Italia non potesse affrontare una guerra “grossa” (cioè con largo impiego di uomini e armi) e “lunga”. Come documentato nell'“Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave: 24 ottobre-9 novembre1917”, l'Italia disponeva di una mitragliatrice per ogni chilometro di fronte. Pressoché inesistente erano l'artiglieria pesante e l'aviazione. Si producevano 2500 fucili al mese, a fronte di almeno un milione di uomini da mettere subito in campo. Occorrevano ufficiali e sottufficiali adeguatamente preparati.
   Eletta per la prima volta a suffragio maschile quasi universale nell'ottobre 1913, la Camera che nel maggio 1915 si era sentita ricattata da Salandra rimase in agguato. Contro l'opinione (corrente non solo all'epoca) secondo la quale il Parlamento “non fa crisi” mentre lo Stato è in guerra, nel giugno 1916, dopo la spedizione austro-ungarica di primavera, la Camera sfiduciò Salandra. Il nuovo esecutivo, presieduto dall'anziano Paolo Boselli, con sette ministri senza portafoglio e molti esponenti tiepidi nei confronti dell'intervento, ebbe all'Interno il siciliano Vittorio Emanuele Orlando che doveva garantire il sostegno del Mezzogiorno senza “provocare” le opposizioni, in specie i socialisti. La “politica” risultò sempre più divaricata rispetto alle esigenze vitali dell'esercito illustrate da Cadorna a Boselli in quattro lettere del 6, 8 e 13 giugno e del 18 agosto 1917 mentre da mesi in Russia, dopo il rovesciamento dello zar, imperversava la rivoluzione. Con grado invariato, anche se correntemente detto “Comandante Supremo” e “Generalissimo”, Cadorna chiese ripetutamente quali misure il governo intendesse adottare per combattere «i nemici interni, altrettanto se non più temibili di quelli che abbiamo di fronte» (8 giugno) e così prevenire «il crescente spirito di rivolta tra le truppe» (13 giugno) anche a cospetto di gravi reati militari, compreso il passaggio al nemico (18 agosto). Cosciente dei rischi cui erano esposti il Paese e la Monarchia mentre dilagavano renitenza alla leva e diserzioni, a cominciare dalla Sicilia, Cadorna non esitò a deplorare: «il governo sta facendo una politica interna rovinosa per la disciplina e per il morale dell'Esercito, contro la quale è mio stretto dovere protestare con tutte le forze dell’animo.» Boselli (che aveva “paura fisica” di Cadorna) non rispose.
   Orlando attese il suo momento. Questo venne con l'offensiva austro-germanica del 24 ottobre1917. Il fronte venne arretrato secondo il piano predisposto da Cadorna anni prima e si attestò sulla linea dalla destra del Piave al Grappa, debitamente fortificato. Cadorna ribaltò la sconfitta (non una “disfatta”) in battaglia d'arresto. Va ricordato che due mesi prima, a cospetto della decisione di Cadorna di passare dallo schieramento offensivo al difensivo, inglesi e francesi ritirarono i cannoni avaramente “prestati” all'Italia.
   Lo stesso 24 ottobre, ancora ignara di quanto stava avvenendo al fronte, la Camera sfiduciò il governo Boselli. All'emergenza militare si aggiunse quella politica. Mentre Cadorna orchestrava l'arretramento, Orlando, in un colloquio con il Re, subordinò l'accettazione dell'incarico di formare il governo alla sostituzione del Comandante Supremo. Al suo posto fu dunque nominato Armando Diaz, che, a parte aspetti estrinseci, operò nel solco del predecessore, compresa l'applicazione del codice penale militare, consolidò l'Esercito grazie allo sforzo del sistema produttivo interno, sorretto dal lancio di nuovi prestiti nazionali e dall'assicurazione sulla vita dei combattenti per intervento dell'INA, ideata dal massone Alberto Beneduce, e respinse le ingerenze del governo sul punto essenziale: il suo comando, la decisione di se e quando muovere in battaglia. Quando Orlando insisté per un'offensiva accampando che era meglio una nuova Caporetto che la stasi Diaz non rispose, consapevole che una seconda sconfitta sarebbe stata catastrofica.
   Per alto senso del dovere verso la Patria Cadorna accettò di guidare la delegazione dell'Italia a Versailles, sede del comando interalleato. Era stato sempre il più coerente fautore della conduzione unitaria della guerra europea e, uomo del Risorgimento, contro i criteri di Sonnino (sino all'ultimo contrario alla dissoluzione dell'impero austro-ungarico), aveva propugnato l'offensiva dell'Italia su Lubiana e Zagabria per suscitare la rivolta dei “popoli senza Stato” che divampò nell'Europa orientale nell'ottobre 1918 e determinò il collasso degli Imperi centrali. A quel punto, però, Luigi Cadorna era già stato richiamato in Italia “a disposizione” della Commissione d'Inchiesta sugli avvenimenti del 1917.
   Per giudizio unanime dei più illustri generali e storici militari dei diversi Stati in lotta, Luigi Cadorna fu il comandante più capace e lungimirante della Grande Guerra.

Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Luigi Cadorna Comandante Supremo. Su Cadorna v. Pierluigi Romeo di Colloredo Valls, Luigi Cadorna. Una biografia militare, 2021, con ampia bibliografia; Luigi Cadorna-Carlo Cadorna, Caporetto? Risponde Luigi Cadorna, Roma, BastogiLibri, 2020; Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa, edizione anastatica, con introduzione di Aldo A. Mola, Roma, BastogiLibri, 2019.

SANREMO
STORIA E CULTURA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 novembre 2025 pagg. 1 e 7.


La storia
                                                          del Casinò di
                                                          Sanremo
                                                          scritta da
                                                          Marzia Taruffi
                                                          e il prof.
                                                          Aldo G. Ricci,
                                                          “Premio alla
                                                          Carriera”
                                                          Antonio
                                                          Semeria 2025.Sanremo non è solo la perla del Ponente Ligure per la bellezza del suo territorio e non è, meritatamente, famosa nel mondo solo per il Festival della Canzone italiana. È anche una miniera di protagonisti politici e di eventi culturali. Due anni addietro la città ha dedicato convegni e pubblicazioni a Italo Calvino, “cubano” per caso, ligure per storia familiare e per  scelta, nel centenario della nascita. La sua rievocazione ha portato al centro dell'attenzione il liceo nel quale lo scrittore fu compagno di classe di Eugenio Scalfari, figlio di un alto dirigente del Casinò municipale, casa da gioco e volàno culturale studiata e documentata da Marzia Taruffi in “Uno, cento, mille Casinò di Sanremo” (ed. De Ferrari). Da anni, sia per lungimirante iniziativa propria, sia nell'ambito del Comitato celebrativo appositamente istituito dal Ministero per i Beni Culturali, Sanremo promuove la riscoperta dell'astronomo Gian Domenico Cassini, in dialogo con il suggestivo borgo di Perinaldo, suo luogo di nascita e sede dell’Osservatorio a lui dedicato. Anima di questi impegni culturali di lunga lena è, appunto, la dottoressa Taruffi, responsabile dell'Ufficio Cultura del Casinò.

Il Premio Semeria e l'identità del Casinò Municipale
   Alle ore 16 di sabato 8 novembre nel teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo vengono consegnati il Premio alla Carriera e i Gran Trofei per la saggistica del Premio Letterario Internazionale intitolato ad Antonio Semeria.
   Premiati alla Carriera sono Aldo Giovanni Ricci, già sovrintendente dell'Archivio Centralo dello Stato (v. box), Antonio Caprarica, recentemente autore di “Kate e la maledizione del Wales” (Sperling&Kupfer), Roberto Giacobbo, tra le cui opere ricordiamo “La storia alternativa del mondo” (Mondadori) e Filippo la Porta per il volume “Elogio della vita ordinaria” (Il Saggiatore). Il Premio per la letteratura internazionale è assegnato a Olivia Crosio per la traduzione di “La ballerina di Auschwitz” di Edith Eva Eger (Corbaccio).
   Il sindaco di Sanremo, Alessandro Mager, congratulandosi per l'ideazione del Premio, ha dichiarato: «È un appuntamento di grande valore. Non è soltanto un riconoscimento al merito degli autori e all’importanza della saggistica come strumento di conoscenza e approfondimento ma anche occasione per ribadire quanto la cultura sia motore di identità. L’iniziativa diffonde il nome di Sanremo in ambiti di prestigio e conferma il ruolo del nostro territorio come luogo di cultura.»
   Il presidente e amministratore delegato del Casinò, Giuseppe Di Meco, e i consiglieri Sonia Balestra e Mauro Menozzi, ricordano a loro volta l'iter delle varie sezioni del Premio, che nel 2025 ha visto in gara quasi 500 opere: «Un lungo cammino che ha permesso di apprezzare nuovi autori accanto a scrittori già famosi a livello internazionale. Il filo che lega tutti è la passione per la letteratura e la condivisione dei valori che sono alla base della crescita della nostra società, un legame che ha consolidato questo evento culturale negli anni.»
   Il Consiglio di Amministrazione rievoca il dedicatario del Premio, Antonio Semeria, presidente della Casa da Gioco negli Anni Ottanta del secolo scorso. Come ha scritto Marzia Taruffi, fu lui a «rinnovare l'attenzione per il binomio svago e cultura che caratterizza l’azione della nostra azienda.»
   La giuria tecnica del Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo “Antonio Semeria” ha scelto la terna dei finalisti che sabato verranno proposti alla Giuria popolare, deputata a decretare il vincitore. In ordine rigorosamente alfabetico, per la sezione “Saggistica” essi sono Michele Bergantin e Gordiano Lupi “Tutto Avati” (Il Foglio), Rosanna Romanisio Amerio “Il signor armistizio non lo conosciamo” (Edizioni Solfanelli) e Claudio Doliana “Stava l’altra storia” (Reverdito). La giuria ha anche deliberato la Menzione d’onore a Francesca Marzia Esposito per l’opera “Ultracorpi” (ed. Minimum fax).
   Con gli auspici del Prefetto di Imperia Antonio Giaccari, l'8 novembre vengono conferiti il Premio “Targa della Prefettura” a Paolo Ghibaudo per il saggio “8 settembre 1943. I segreti svelati” (Idrovolante edizioni). Viene infine attribuito il riconoscimento all’editoria e alle istituzioni culturali alla Fondazione Francesco Biamonti.
   La cerimonia è condotta dal giornalista, saggista e scrittore Mauro Mazza, con l’apporto di Paola Monzardo, Carlo Sburlati, Francesco De Nicola, Marino Magliani, Matteo Moraglia, Marco Mauro, Mauro Grondona e Marzia Taruffi.
   Il Premio, presieduto dal professor Stefano Zecchi, è stato intitolato a Antonio Semeria, illustre personalità sanremasca, eccellente professionista, amministratore pubblico ed editore, scomparso nel 2011. Nominato Presidente del Casinò negli Anni 80, Semeria volle la nascita dei “Martedì Letterari”, come prosecuzione dei “Lunedì letterari” ideati dallo scrittore e poeta Luigi Pastonchi. Egli promosse le iniziative culturali conscio che la Casa da Gioco deve tutelare e conservare l'identità originaria e la propria immagine. Sanremo doveva essere, come è, fulcro culturale internazionale.
I Premiati, i premiandi, la Giuria
   L'Albo d’Onore del Premio annovera i nomi di Giordano Bruno Guerri, Marcello Veneziani, Mauro Mazza, Gennaro Sangiuliano, Marco Buticchi, Andrea Vitali, Mara Fazio, Bruno Morchio, Mario Vattani, Saverio Simonelli, Enrico Vanzina, Mario Baudino, Elena Pontiggia, Riccardo Nencini, Maurizio Maggiani, Pupi Avati, Senatrice Elena Cattaneo, Carlo Miccichè, Claudio Paglieri, Mons. Giulio Dellavite, Carmine Abate, Giuseppe Lupo, Maurizio De Giovanni, Federico Palmaroli, Alessandro Rivali, Silvio Orlando, Raffaele Nigri, Mario Maffucci, Lucia Esposito e Alain Elkann.
   Il Premio “Semeria” alla carriera per la saggistica storica che sabato 8 novembre viene conferito ad Aldo G. Ricci (v. box) è stato precedentemente conferito a Giuseppe Conte, Francesco Sabatini, Vittorio Coletti, Franco Cardini, Gianni Oliva e Gianluigi Beccaria: eccellenze della cultura italiana.
   Il Comitato d’onore del Premio è composto dal Prefetto di Imperia, Antonio Giaccari, e dal Questore, Andrea Lo Iacono, affiancati da Alessandro Mager, Sindaco di Sanremo, Enza Dedali, assessore alla Cultura, Ammiraglio Sergio Liardo, Federico Delfino, Magnifico Rettore, on. Riccardo Nencini, Presidente del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux di Firenze, Gennaro Sangiuliano, scrittore e saggista, Demetrio Brandi, direttore artistico del prestigioso Luccautori, con il quale il Premio Semeria è gemellato, senatore Gianni Berrino, Provveditore agli Studi di Imperia, Roberto Campagna, e dai componenti del già citato Comitato di amministrazione del Casinò di Sanremo.
   La giuria tecnica del Premio è garanzia di competenza e obiettività. Presieduta dallo storico Matteo Moraglia e dal presidente onorario Francesco De Nicola, docente di Letteratura Contemporanea nell'Ateneo genovese, comprende Elisa Rosa Giangoia, docente, scrittrice, saggista; Paola Monzardo Semeria; Donatella Salucci; Armando Nanei; Giuseppe Felice Peritore; Mauro Mazza, scrittore e saggista; Mario Baudino; Carlo Sburlati, già patron del Premio Acqui Storia; Marino Magliani; Marco Mauro, medico chirurgo appassionato di storia; Tito Lucrezio Rizzo, quirinalista insigne; Mauro Grondona; Fabrizio De Ferrari, giornalista ed editore, e l'infaticabile Marzia Taruffi, Segretario Generale del Premio.
   Il Convegno dell'8 novembre conferma la centralità di Sanremo nella vita culturale italiana come venne intesa dalla ideazione del Casinò, dovuta a Orazio Raimondo, nipote dall'onnipotente Giuseppe Biancheri, Collare della Santissima Annunziata (e quindi “cugino del Re”), deputato, ministro e ripetutamente presidente della Camera. L'on.Raimondo, sindaco di Sanremo, deputato alla Camera, gravato da “missioni” delicate, era un socialista dalla visione chiara: il benessere del “quarto stato” è promosso da iniziative pubbliche capaci di attrarre non solo “ospiti” di breve o lungo soggiorno ma soprattutto investimenti per liberare dall'isolamento e dalla lentezza dei collegamenti ferrostradali. Era la sfida di un secolo addietro, quando Vittorio Emanuele III andava in visita alla Regina Madre, Margherita di Savoia, che dimorava a Bordighera e, di passo, si affacciava ammirante dal balconcino del Casinò Municipale di Sanremo a guardare quel mare che era nelle sue corde di Navigatore. Quella sfida è attualissima.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La storia del Casinò di Sanremo scritta da Marzia Taruffi e il prof. Aldo G. Ricci, “Premio alla Carriera” Antonio Semeria 2025.

Aldo G.
                                                          RicciAldo Giovanni Ricci, Premio alla Carriera (Saggistica storica).
Nato a Novara nel 1943, in servizio dal 1967 negli Archivi di Stato, dal 2004 al 2009 Aldo Giovanni Ricci è stato Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato, ove ha organizzato Mostre storico-documentarie e convegni di studio. Docente all'Università di Pisa, nella Facoltà di Lettere dell'Università Guglielmo Marconi e alla San Pio V di Roma, ha svolto lezioni alla Libera Università Maria Santissima Assunta della capitale. Presidente dell'Associazione di studi sismondiani dal 2012 è Accademico Pontificio ad honorem. Dal 1970 autore di monografie su Bucharin, Kaustky, Garibaldi e Mazzini ha pubblicato numerosi saggi, tra i quali “La Repubblica. L'aspirazione secolare a governarsi da sé” e “Marx tra formule, dialettica e profezie. La magnifica illusione”.
   Redattore-autore dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana dal 1975 al 2002, Aldo G. Ricci ha curato opere di riferimento come “I Verbali del Consiglio dei Ministri, luglio 1943-giugno 1940” (dieci volumi, 5 tomi), pubblicati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (1994-1998) e l'Introduzione ai Verbali del Consiglio dei ministri, maggio 1948-luglio 1953, curati da Francesca Romana Scardaccione (tre volumi).
   Collaboratore di quotidiani e riviste (Il Messaggero, Avanti, L'Indipendente, Il Tempo, Mondo Operaio, Nuova storia contemporanea, Libro aperto) fu tra i fondatori del mensile “Storia in rete” (2005-2025).
   Nel 2024 ha pubblicato “Elogio della storia. L'Italia nella guerra civile europea, 1914-1953”, con prefazione di Ernesto Galli della Loggia, vivido richiamo al recupero della memoria quale bussola per l'avvenire.



Gli altri premiati
Antonio Caprarica (Lecce, 1951) è stato per quasi 15 anni corrispondente della Rai da Londra. Sempre per la Rai è stato inviato di guerra in Afghanistan e Iraq e corrispondente da Gerusalemme, Il Cairo, Mosca e Parigi. È stato commentatore politico di “L’Unità” ed “Epoca” e poi condirettore di “Paese Sera” e, in radio, come direttore dei Giornali Radio Rai e Radio 1. Per la sua attività ha ricevuto i più prestigiosi premi di giornalismo. È autore di saggi, racconti di viaggio e romanzi. Tra i suoi titoli di maggior successo, tutti pubblicati da Sperling & Kupfer, “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?!”, “C’era una volta in Italia”, “Il romanzo dei Windsor”, “Il romanzo di Londra”, “Intramontabile Elisabetta”, “L’ultima estate di Diana", “Royal Baby”, “La regina imperatrice”, “Elisabetta. Per sempre regina”. “La vita, il regno, i segreti”, “William & Harry e Carlo III”.

Roberto Giacobbo (Roma, 12 ottobre 1961), conduttore e autore televisivo, scrittore e docente universitario, laureato in economia e commercio, inizia la sua carriera come autore radiofonico nel 1984 per Radio Dimensione Suono (RDS). Nel 1994 è autore di “Mezzogiorno in famiglia” e “Pomeriggio in famiglia” (Rai 2). Conduttore di “Freedom – Oltre il confine” su Italia1, è stato autore di “Misteri” su Rai3, “La macchina del tempo” su Rete4, autore e conduttore di “Stargate Linea di confine” su La7 e “Voyager” su Rai2. Tra le sue opere spicca “Sulle tracce di Maria” (Rizzoli, 2005). Per Mondadori ha pubblicato “2012. La fine del mondo?” (2009), “Templari. Dov’è il tesoro?” (2010), “Aldilà. La vita continua?” (2011), “Da dove veniamo?” (2012), “Conosciamo davvero Gesù?” (2013). È autore dei romanzi “La donna faraone” (2014), “Città segrete” (2015), “Le carezze cambiano il DNA” (2016) e del saggio “Storia alternativa del mondo”.

Filippo La Porta è critico letterario e saggista. Collabora con “la Repubblica” e “L’Unità”. Insegna alla Scuola Holden di Torino, all'Università Luiss e alla scuola Molly Bloom di Roma. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni spiccano: “L’arte del riassunto” (Treccani 2024), “Splendori e miserie dell'impegno. L'impegno civile degli scrittori da Manzoni a Murgia” (Castelvecchi 2023), “Come un raggio nell'acqua. Dante e la relazione con l’altro” (Edizioni Salerno 2021, tradotto in Messico), “Poesia come esperienza. Una formazione nei versi” (Fazi 2013), “Pasolini” (Il Mulino 2012) e “La nuova narrativa italiana” (Bollati Boringhieri 1995).
A.A.M.

EBREI CUNEESI DELL'OTTO-NOVECENTO
LELIO DELLA TORRE E MARCO CASSIN
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


LELIO
                                                          DELLA TORRESabato 18 ottobre, nel convegno sul Centenario del Rotary Club di Cuneo svoltosi al Teatro Toselli, il Presidente Daniel Gallina ha presentato il libro “Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025”, pubblicato in edizione non venale dall'Editore Nino Aragno (Torino). In dialogo con l'autore-curatore oltre al Presidente Gallina sono intervenuti l'ex presidente Luigi Fontana, il vicepresidente Luigi Salvatico e i soci Adriano Spada, decano dei rotariani cuneesi, e Manuela Vico, ideatrice del Premio poetico transfrontaliero Inter Alpes.
   Il volume comprende contributi di Salvatico, Vico, Fontana, Patricia Indemini e Michele Mestriner e presenta l'inedito (in fotografia, con trascrizione) di Giuseppe Mazzini, già di proprietà del prof. Giuseppe Tardivo, donato dal Rotary Cuneo 1925 alla Città di Cuneo, che lo collocherà con speciale cura ed evidenza nella sede della Biblioteca civica di Cuneo, in allestimento nell'antica sede dell'Ospedale Santa Croce (via Santa Croce).
   In appendice al saggio, che costituisce il corpo centrale del volume, sono pubblicati i profili di sei rotariani eminenti del Cuneese: Luigi Burgo, Antonio Bassignano, Marco Cassin, Marcello Soleri, Pier Giovanni Bordiga e Franco Pejrone.
   Nel suo profilo l'autore propugna l'intitolazione di un luogo pubblico di Cuneo a Marco Cassin e ne spiega i motivi.

La Comunità (o Università) ebraica di Cuneo nell’Otto-Novecento contò due personalità di peso nazionale: Lelio della Torre e Marco Cassin. A Lelio della Torre la città ha dedicato una strada, tra corso Solaro e viale degli Angeli. Della Torre nacque a Cuneo l’11 gennaio 1805 e morì a Padova il  9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell’avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò latino, greco ed ebraico. A quattro anni già  svolgeva sermoni e, per farsi ascoltare, non esitava ad ammonire: «Signori, se volete che io legga, fate silenzio.» Docente di filologia ebraica ed esegesi biblica a Torino, ove si trasferì dal 1820, nel 1828 migrò a Padova per insegnare teologia rituale e pastorale, scienza talmudica e omiletica sacra presso l’Istituto rabbinico. All’epoca il regno di Sardegna aveva ripristinato le ghettizzazione degli ebrei, abolita durante l’età francese e napoleonica. A Padova della Torre conseguì il rabbinato, ma non volle esercitarlo per potersi dedicare esclusivamente agli studi.
   Suddito leale della Corona asburgica, nel 1848 aderì alla diffusa aspirazione all’unione dell’Italia enunciandone le ragioni: «Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all’unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intorno allo stendardo della religione, fonte della libertà, di eguaglianza, d’indipendenza, che ausiliaria anch’essa vuol essere della patria e da noi a suo pro’ adoprata.» Autore di poderosi studi e collaboratore di riviste italiane e d’Oltralpe (Parigi, Vienna, Lipsia...), nel 1860 Lelio della Torre respinse l’attribuzione dell’unificazione italiana a un “complotto giudaico”, già all'epoca classico cavallo di battaglia dell’antisemitismo reazionario, in specie dei papisti.
   I suoi scritti editi e inediti vennero raccolti in due poderosi volumi a cura dei figli, Michele ed Eucardio. Pubblicati a Padova (ed. Prosperini) furono subito noti anche a Cuneo, ove la figura di Lelio della (o anche “Della”) Torre in quegli anni venne proposta all’attenzione per contrastare la ventata di clericalismo intollerante, che denunciava l’unificazione nazionale come frutto di una congiura ebraico-massonica-socialista, come già era accaduto in Francia negli anni dell’artificioso “affaire Dreyfus”. I clericali non avevano un bersaglio storiografico. Puntavano soprattutto a contrastare i cattolici moderati che stavano avviando alleanze con i liberali per arginare l’ascesa dei socialmassimalisti alla Camera e alla guida delle amministrazioni locali. Il pontefice, Pio X, dall’autunno del 1904 dette il benestare all’afflusso di cattolici alle urne a sostegno di candidati dichiaratamente cattolici. Fu il primo passo verso il cosiddetto “Patto Gentiloni” (1913), che propiziò larghe intese tra “moderati”, fossero o meno osservanti e credenti, in nome della difesa dell’ordine e delle libertà. In alcuni collegi i cattolici votarono persino candidati notoriamente massoni,  contrapposti ai rivoluzionari nettamente “anti-sistema”. La figura e l’opera di Lelio della Torre furono dunque evocate nell'ambito della lotta politica in corso nel Cuneese nel primo quindicennio del Novecento. Invitavano alla maturità culturale e politica.

   Tra i principali protagonisti della tenzone elettorale nel Cuneese in età giolittiana fu l’altro insigne esponente della comunità ebraica locale: Marco Cassin (Cuneo, 29 agosto 1859 - Padova 8 aprile 1926).
   I Cassin si affermarono verso fine Ottocento come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885 caldeggiò l’ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere provinciale per il mandamento di Caraglio. Col sostegno di Cassin, il sindaco di Caraglio offrì la candidatura a  Giolitti, che accettò, fu eletto e rimase consigliere del mandamento sino al 1920, cioè sino alla morte di Luigi Moschetti, figlio di Agostino. Luigi Moschetti veniva eletto per il mandamento di San Damiano e Prazzo con il pieno sostegno del clero locale, che si faceva carico di diffonderne il materiale elettorale. Luigi Moschetti non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all’inizio  della Grande Guerra. Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento. Da quel momento rappresentò in Consiglio la terra dei suoi antenati, come scrisse il 21 dicembre 1925 nella lettera di dimissioni da presidente del consiglio provinciale e da consigliere, vittima della “lurida congiura” ordita da fascisti, con la connivenza di alcuni “liberali” e cattolici del partito popolare italiano.
   Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell’omonima banca. Rimase in carica dal 1873 alla morte (1882). Sette anni dopo venne eletto Marco. Nel 1893 non fu confermato. Riconquistò il seggio nel 1905, quando, come si è detto, stavano affiorando le tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Da quell’anno Marco Cassin divenne punto di riferimento di una linea politica destinata a fare da spartiacque nell’amministrazione civica cuneese: i conservatori da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, eletto presidente del consiglio provinciale proprio quell’anno; i liberali progressisti dall’altra. Sulla scia di don Davide Albertario, anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana polemizzavano a freddo contro ebrei e massoni. Alle elezioni comunali cuneesi del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.
   La lotta fra moderati e liberali progressisti in città crebbe di tono con il trasferimento da Mondovì a Cuneo della loggia massonica “Vita Nova”, il cui stratega fu l’avvocato Angelo Segre. Il conflitto per la conquista dell’amministrazione civica si ripercosse sul piano politico. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l’arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a filoclericale) venne confermato deputato. I liberali progressisti in Cuneo e altre zone della provincia decisero di fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti riformisti, sia i cattolici. Il loro vero alleato e “tutore” era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti), lo statista lo controllava anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all’Interno.
   Per sciogliere il nodo, il Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei progressisti. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano cuneese, il “Corriere Subalpino” (poi “Il Subalpino”), contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” di Tancredi Galimberti e al foglio cattolico “Lo Stendardo”. Le elezioni del 7 agosto 1912 decretarono la vittoria dei progressisti, guidati da Marco Cassin, Eugenio Cavaglione, Cesare Pilastri, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato Marcello Soleri, che venne eletto sindaco. Questi chiamò in giunta l’avvocato Giuseppe Acutis, Pietro Delfino, Giuseppe Guglielmone e, ovviamente, Cassin.

MARCO
                                                          CASSIN   Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati.
Alle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d’essere ebreo e massone e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma Cassin rispose di non sentirsi in colpa solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì invece di essere affiliato alla massoneria italiana. Precisò che se lo fosse stato, non avrebbe avuto motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio, da Depretis, Crispi e Zanardelli ad Alessandro Fortis e Luigi Luzzatti. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché, appunto, non lo era. Infatti non esiste alcun documento che lo provi. Fra altro, molti massoni propugnavano la cremazione delle salme, non condivisa dagli israeliti osservanti.
   Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin (che non si era ricandidato) annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin fu eletto al consiglio provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda. Sconfitto da Marcello Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Tancredi Galimberti fu battuto alle provinciali nel mandamento di Borgo e Valdieri, ove prevalse  l’industriale Fernando Olivero.
   Cassin non tornò nel consiglio comunale di Cuneo perché ormai aveva altre e più alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all’intervento dell’Italia nella grande guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) nel maggio 1915, egli fu il solo a gettare sul piatto della bilancia la richiesta di una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della arzigogolata linea di frontiera italo-francese. Essa risaliva ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III, peggiorati dai plebisciti del 1860. Occorreva più ragionevolezza. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento nello strumento di accessione alla Triplice intesa (Londra, 26 aprile 1915).
   Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell’aviazione militare a Cameri (Novara).

   Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l’anno seguente, lasciate tutte le cariche amministrative locali, ascese a  vicepresidente della Camera di commercio internazionale e fu proposto da Giolitti o per la nomina a senatore.
   Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sede della Camera di Commercio di Cuneo, progettata dal geometra Camia. Autore di studi scientifici, economici e statistici, Cassin pronunciò il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo, sull’altipiano, presenti Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie, Riccardo Bianchi, e altre personalità di rilievo nazionale.
   Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non chiese a Cassin di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti. Chi poteva, doveva rimanere al proprio posto per protrarre l’età liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione sull’attività camerale, che fu anche il suo testamento politico di Cassin.
   La sua figura rimane da approfondire. Manca di una biografia esaustiva. A farla scendere nell’oblio concorse il concordato cui la Banca Cassin fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A un secolo dalla sua morte, Marco Cassin merita di essere dedicatario di un luogo o di edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:
IL RABBINO LELIO DELLA TORRE
MARCO CASSIN (Fotografia messa a disposizione da suo nipote, Mathieu Vernant).
   Non fu lo Statuto promulgato da Carlo Alberto re di Sardegna il 4 marzo 1848 ad abolire la discriminazione civile e politica degli ebrei. La loro parificazione ebbe luogo con due decreti legge  successivi, firmati dal luogotenente del Re, il principe Eugenio (nome poi ricorrente in molte famiglie ebraiche), che riconobbe la parità dei diritti (incluso quello di prestare servizio militare) a tutti i regnicoli quale ne fosse la confessione religiosa.
   Giolitti confermò la sua stima per Marco Cassin sollecitando il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, a proporne la nomina a senatore del regno d'Italia, all’indomani delle elezioni del 16 novembre 1919, in cui Cassin, già deputato e presidente della Camera di Commercio di Cuneo, rimase soccombente. Eccone il testo: «Caro Nitti, nelle ultime elezioni cadde, nel collegio di Cuneo, il deputato Cassin che rappresentava il collegio di Borgo San Dalmazzo. Egli era da molti anni Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, ed era presidente della Unione delle Camere di Commercio del Regno. Tale sua qualità, e il titolo del censo che possiede, lo designa per la nomina a Senatore, posto che egli degnamente coprirebbe per la grande conoscenza delle quistioni economiche, e tale nomina tornerebbe gradita alla provincia di Cuneo. Coi più cordiali saluti, aff.mo Gio.Giolitti.»
   Nitti non dette seguito all'autorevole suggerimento. Cuneo può rimediare ora, dedicando a Cassin, a un secolo dalla sua morte, un luogo pubblico: anche a memoria della Comunità israelitica locale che contribuì al Risorgimento e all'affermazione della democrazia parlamentare nello Stato d'Italia.



OTTOBRE 1925
UNA “NOTTE DI SAN BARTOLOMEO”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


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                                                          Torino,
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                                                          maggio-giugno
                                                          1980. La
                                                          vicenda
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                                                          Pratolini
                                                          “Cronache di
                                                          poveri amanti”
                                                          (1946). La
                                                          Notte prende
                                                          nome dalla
                                                          strage degli
                                                          ugonotti
                                                          accorsi a
                                                          Parigi per
                                                          festeggiare le
                                                          nozze di
                                                          Enrico di
                                                          Borbone,
                                                          ugonotto, con
                                                          la principessa
                                                          Margot,
                                                          cattolica,
                                                          figlia di
                                                          Caterina de'
                                                          Medici, regina
                                                          di Francia (24
                                                          agosto 1572).
                                                          Dovevano
                                                          propiziare la
                                                          conciliazione.
                                                          Divennero
                                                          trappola per
                                                          orrendo
                                                          massacro.Perché ricordare il passato?
   Non può passare sotto silenzio il centenario della famigerata “Notte di San Bartolomeo” vissuta da Firenze fra il 3 e il 4 ottobre 1925. È tra le pagine più truci della “caccia al massone” e, più in generale, agli antifascisti organizzata da squadristi che terrorizzarono l'intera città. I crimini perpetrati in quei giorni furono talmente gravi che Benito Mussolini, capo del governo, inviò a Firenze Roberto Farinacci, segretario nazionale del partito, per un'inchiesta sommaria conclusa con l'espulsione di decine di facinorosi. I fatti di Firenze non furono però un episodio circoscritto di criminalità politica ma l'ennesima prova di forza di una componente fondamentale del fascismo. Gli squadristi erano nati e cresciuti al suo interno. Nell'ottobre 1922 dalla Toscana era partito verso Roma il grosso delle squadre, capitanate da Sante Ceccherini, massone. Delusi dall'avvento di un governo di coalizione costituzionale, i militi continuarono a coltivare il mito del “colpo di Stato” a mano armata, teorizzato da Curzio Malaparte, tardivamente “iniziato”. Erano sicuri di poter sfidare impunemente chiunque. Tra fine settembre e inizio ottobre 1925 si scatenarono.
   Il governo non li prevenne. Possibile che non fosse informato? Il 25 maggio il ministro per l'Interno Luigi Federzoni, nazionalista, massonofago aveva telegrafato ai prefetti: «Tutte le volte che disgraziatamente si verifica qualche grave fatto di violenza da parte di elementi sovversivi o comunque ostili al Governo, devono essere prese immediatamente misure preventive allo scopo di impedire azioni di rappresaglia tenendo particolarmente presente la necessità di tutelare in modo assoluto l'inviolabilità del domicilio con particolare riguardo agli studi degli avvocati.» L'indomani denunciò «un risorgere simultaneo di organizzazioni squadriste che raccolgono sporadicamente taluni degli elementi più accesi del fascismo e che di quando in quando compiono atti di violenza che il governo deplora e intende siano risolutamente evitati». Occorreva «soffocare residui fermenti di illegalismo». L'amnistia mirò a «sanare per quanto è possibile perturbazioni e risentimenti causati da reati di origine politica», ma occorrevano «prevenzione e repressione di ogni episodica violenza anche per parte dei fascisti», pregiudizievoli per «il prestigio dello Stato e dello stesso fascismo così in Italia come e ancor più all’Estero». “Sua Eccellenza Mussolini” voleva ordine e compostezza.
   Le sinistre erano fuori gioco. Il governo dunque sapeva dov'era il pericolo. Però interveniva, ma solo tardivamente, a “rimettere ordine” dopo atti criminosi che non aveva saputo o voluto prevenire. Gli italiani erano esausti. Avevano alle spalle quaranta mesi di militarizzazione e la guerra civile a bassa intensità del dopoguerra. Il governo procedeva all'insegna della doppiezza: additava quotidianamente un “nemico” inesistente e deprecava, ma non fermava, chi passava alle vie di fatto contando sull'assenza e sulla compiacenza della pubblica sicurezza.
   Ricordare la  storia vuol dire conservare memoria dell'avvento del regime di partito unico e della confisca del potere da parte di un “capo” contornato da milizie di partito, spinte o indotte a delinquere nella certezza dell'impunità o della manipolata indulgenza dell'ordine giudiziario. Poiché la magistratura mostrò di non prostrarsi a pressioni politiche, il “duce” istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che militarizzò i processi e legalizzò l'illegalità. Tutte quelle aberrazioni, va aggiunto, furono avallate dal Parlamento, prono al governo. Punto di arrivo del regime liberticida furono la reintroduzione in Italia della pena di morte, la riforma elettorale congegnata da Alfredo Rocco, che nel 1928 ridusse le votazioni a una farsa, come dichiarò alla Camera l'ottantaseienne Giolitti, l'obbligo della tessera del Partito nazionale fascista (Pnf) per gli aspiranti a impieghi e del giuramento di fedeltà al regime per i pubblici dipendenti, inclusi i docenti universitari.
   La fascistizzazione dello Stato non avvenne d'un tratto, a fine ottobre del 1922, né con la vittoria della composita Lista Nazionale il 6 aprile 1924. Avanzò per gradi, una legge dopo l'altra. Richiese un decennio e non risultò mai del tutto completa. Non soggiogò mai le Forze Armate, che giuravano fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti. Però si consolidò sempre più. Negli Anni Trenta registrò il consenso pressoché generale della popolazione. Giunto al successo grazie all'eliminazione di ogni forma di opposizione, il regime consentì la moltiplicazione di interpretazioni della sua “dottrina”. I neo-pagani coabitarono con i clericali, i sindacalisti con il padronato, i fautori del libero mercato con gli autarchici, i cultori della romanità con lo strapaese. In un partito-spugna c'era posto per tutti.
   Il regime divenne un'immensa cattedrale con navate centrali e cappelle laterali in ciascuna delle quali le diverse congregazioni e fraterie recitavano sottovoce le proprie litanie, aperte e chiuse con l'omaggio al “Duce”. Si acconciarono anche quanti non indossarono mai la camicia nera e trovavano risibili i riti del partito. Barattarono incensi in cambio di stenta autonomia e infine si dissolsero per scampare alla chiusura coatta. Il loro elenco sarebbe lunghissimo. Benché più d'argilla che di pietra, quell'immenso edificio non sarebbe mai crollato per logoramento interno. Per abbatterlo ci volle una scossa tellurica: la sconfitta nella guerra mondiale a fianco della Germania di Hitler, che all'inizio del 1943 spinse il re a valersi delle sue prerogative per riportare l'Italia sui binari dell'Occidente.
   Il 1925 segnò la svolta perché nel suo corso Mussolini aggredì le libertà fondamentali: di pensiero, stampa e associazione. Il 20 novembre enunciò esplicitamente in Senato il suo programma Annientati il socialismo e la massoneria, mirava a sostituire lo Stato liberale con quello fascista: non solo un regime ma “una fede”, una “religione”. Il duce era capo del governo, ministro degli Esteri e dei tre dicasteri militari: Guerra, Marina e Aeronautica.
“Stefano Bisi: “Le dittature serrano i cuori”
   Questa sintetica premessa giova a comprendere perché il 1925 merita memoria. Per tenerla viva Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, ha scritto “Le dittature serrano i cuori” (Betti Editrice, agosto 2025), un libro che documenta una delle pagine più cruente della marcia mussoliniana verso il regime: la notte del 3-4 ottobre 1925. In poche ore a Firenze furono assassinati Giovanni Becciolini, il deputato socialista Gaetano Pilati e Gustavo Consolo. Si contarono altre quattro vittime non censite dalla storiografia. Il volume condensa molte storie: la “mattanza” perpetrata dagli squadristi capitanati da Tullio Tamburini, le biografie dei “protagonisti”, alcune testimonianze e approfondimenti critici e giudizi storiografici. Contiene anche un'antologia delle cronache pubblicate dai giornali. L'Osservatore Romano si limitò a lamentare l'assalto a un circolo cattolico.
   Sull'efferato assassinio di Giovanni Becciolini esistono versioni contrastanti, a suo tempo esaminate da Gaetano Salvemini con lo scrupolo dello storico e la partecipazione di chi aveva subìto di persona lo squadrismo. Era stato tra i promotori del “Non Mollare”, il periodico clandestino al quale collaborarono Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto Rossi. Veniva distribuito da antifascisti a rischio di bastonate. Di concerto con Nello Traquandi, Becciolini concorreva alla sua diffusione.
   La “Notte” non fu un'esplosione criminale improvvisa ma il punto di arrivo dell'odio fanatico contro i massoni, eccitato dal foglio locale “Battaglie fasciste”. Il 26 settembre 1925 questo intimò: «Da oggi non deve essere data tregua alla massoneria ed ai massoni. La devastazione delle logge si è risolta in una ridicola sciocchezza.» L'assalto era iniziato nel 1924. Però l'offensiva contro i massoni non nacque agli albori del fascismo (movimento dal marzo 1919, partito dal novembre 1921), né con l'insediamento del governo Mussolini. Aveva origine antica, sia in Mussolini, sia del partito nazionale fascista. Come ricorda Bisi, non è affatto documentato che il duce odiasse i massoni perché respinto da una loggia. Una fiaba. La certezza è un'altra. L’incompatibilità tra socialismo e logge venne posta all'ordine del giorno dei congressi del partito sin dal 1904, ma non fu discussa. Tornò attuale nel 1912 al congresso di Reggio Emilia che vide l'espulsione di Bissolati, Bonomi, Cabrini e altri, subito organizzati nel partito socialista riformista. Al congresso di Ancona (aprile 1914) il Psi approvò  a larghissima maggioranza la mozione presentata da Giovanni Zibordi e fatta propria da Mussolini: l'espulsione dei massoni dal partito. In dissenso con il futuro duce, il giovane Giacomo Matteotti espresse un giudizio duro nei confronti dei Liberi Muratori (considerati borghesi) ma propose la mera incompatibilità, lasciando ai singoli di optare tra loggia e partito.
   Dopo la scelta a favore dell'intervento nella guerra europea a fianco dell'Intesa e nel corso di essa Mussolini si trovò spesso in convergenza con massoni. Altrettanto avvenne nel dopoguerra e nella questione di Fiume. Mise la sordina alla sua radicale avversione. Un mese prima della mai avvenuta “marcia su Roma”, in dissenso con Alberto De Stefani il duce scrisse che non era il momento di occuparsene. Molti gerarchi erano massoni. Tra questi svolsero ruolo decisivo nella soluzione extraparlamentare della crisi di governo i due intendenti generali della “marcia”: Gaetano Postiglione (interventista e repubblicano) ed Ernesto Civelli, affiliato alla Serenissima Gran Loggia d'Italia. La mattina del 28 ottobre 1922 Civelli assicurò al re che gli squadristi erano fautori della monarchia.
   Anche il governo Mussolini contò massoni, compreso il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Dario Lupi, ideatore dei “viali della rimembranza”. La svolta sopraggiunse poco dopo. La confluenza dei nazionalisti nel partito fascista, a metà febbraio 1923, fu suggellata dalla dichiarazione di incompatibilità tra logge e fasci, imposta dai nazionalisti e caldeggiata nel Gran consiglio del fascismo da uno spretato, già famigerato per la pubblicazione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, in cui aveva denunciato il complotto di ebrei e massoni ai danni dell'Italia.
   Poiché nella “Rivista Massonica” il gran maestro Domizio Torrigiani deplorò l'assassinio di Giacomo Matteotti avvenuto il 10 giugno 1924, in agosto il vertice del PNF ribadì l'espulsione dei massoni dal partito. Per il Grande Oriente d'Italia la via divenne sempre più stretta e ripida, anche perché le opposizioni (socialisti, repubblicani, demo-sociali, democratici, liberali  e popolari: meno di un terzo dei deputati in carica) si arroccarono fuori dell'Aula. In vista del Giubileo annunciato da Papa Pio XI per il 1925, i cattolici si schierarono con il governo, mentre il partito popolare, mai avallato dalla Santa Sede, andò alla deriva.
Un regime nato nel sangue
    Il 12 gennaio 1925 Mussolini presentò la legge per regolarizzare le associazioni e l'appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni. Fu approvata alla Camera il 19 maggio 1925, come ricorda Bisi, che richiama l'attenzione sul discorso pronunciato da Antonio Gramsci: Il deputato comunista disse la massoneria sarebbe divenuta un'ala del fascismo e che la legge non era contro le logge ma contro la rivoluzione.
   Già prima si erano moltiplicati gli assalti squadristici a logge, non solo per devastare e umiliare ma soprattutto sequestrare carte, verbali e le ambìte liste degli affiliati. Persino la sede del Grande Oriente, alle spalle del Senato, fu assalita da energumeni che si arrampicarono sino al balcone e tentarono di irrompervi. Le forze dell'ordine risultarono quasi sempre impari e tardive, benché gli attacchi fossero preordinati. Chi doveva tutelare era inetto o connivente: doveva informarsi e prevenire.
   In vista del dibattito al Senato, calendarizzato per metà novembre, al duce  occorreva la spallata finale. Fu quanto annunciato da “Battaglie fasciste” nell'articolo del 26 settembre: «Bisogna colpire i massoni nelle loro persone, nei loro beni, nei loro interessi.» Tre giorni dopo si riunì il direttorio del fascio fiorentino alla presenza di Tullio Tamburini, console della milizia, e del marchese Dino Perrone Compagni, iniziato alla Gran Loggia d'Italia. Su impulso indiretto di Mussolini (l'opposizione doveva accettare “il fatto compiuto”), il direttorio stilò la lista delle persone da colpire, tra le quali alcuni ex deputati e Camillo Arturo Torrigiani, otorinolaringoiatra di fama internazionale, fratello del gran maestro Domizio.
   Nel libro Bisi utilizza il memoriale di Camillo Torrigiani, massone (numero di matricola 29.168), donatogli dal nipote Neri Torrigiani: una testimonianza limpida sulla linea seguita dal gran maestro del GOI dinnanzi al fascismo e all'avvento di Mussolini. Narra il suo trasferimento in Francia dopo la sospensione dei lavori delle logge del GOI, il rientro per testimoniare nel processo a carico del generale Luigi Capello, già comandante della Seconda Armata, arrestato per mai documentata connivenza con lo sprovveduto Tito Zaniboni (socialista, non massone) che ordì per conto proprio un attentato a Mussolini (4 novembre 1925). Ne ricorda la condanna a cinque anni di confino con un'unica imputazione, “Massone”, e le sue peripezie tra Lipari e Ponza, il ricovero nell'indecente “clinica” di Montefiascone, il rilascio, quando ormai era pressoché cieco, e la morte che lo raggiunse a San Baronto (Lamporecchio) il 31 agosto 1932. È quasi un libro nel libro.
   Va osservato, in aggiunta, che a differenza di quello di Camillo, il nome di Domizio Torrigiani non compare nella matricola generale del GOI. Ma non è l'unico. Non vi figura neppure quello di Giovanni Becciolini, il cui martirio è il cuore del libro di Stefano Bisi, che ne ripercorre rapidamente la biografia sulla scorta di una “memoria” della vedova, Vincenza Di Mauro.
   Becciolini nacque il 28 febbraio 1899 da Ernesta, posseduta da un cugino, Alessandro: un prete che se ne invaghì. Battezzato con il nome di Narsete, fu abbandonato all'orfanotrofio fiorentino di piazza Santissima Annunziata. Dopo molte traversie, a tre anni d'età il piccolo venne nuovamente battezzato con il nome di Giovanni e crebbe in una famiglia di contadini, della cui figlia, Louise, si innamorò. Sennonché don Alessandro sedusse anche lei, provocando l'ira del figlio, finita in colluttazione. «Nato, cresciuto senza mai una famiglia regolare» Giovanni compì studi brillanti, conquistò la licenza liceale, prestò servizio militare e fu assegnato a Tripoli ove conobbe Vincenza, che sposò il 25 agosto 1921. Tornato a Firenze con la moglie, si stabilì in via dell'Ariento 10. Il 26 giugno 1924 nacque Bruno, al quale Bisi dedica un documentato capitolo.
Quando calò la Notte...: non solo a Firenze ma sull'Italia
   La sera del 3 ottobre 1925 Becciolini dalle scale udì tafferugli nell'abitazione di Napoleone Bandinelli, ragioniere, massone (matricola 33.848), venerabile della loggia “Galileo Galilei”, assalito da Giovanni Luporini e da due altri squadristi. Accorse in sua difesa. Nel buio uno sparo uccise Luporini. Mentre Bandinelli riusciva a dileguarsi, gli squadristi si fecero dire dalla moglie di Bandinelli ove Becciolini fosse fuggito. Lo inseguirono sul tetto, lo scovarono dietro un abbaino, lo trascinarono nella sede del fascio e lo seviziarono. Legato a una cancellata dei Mercati centrali fu bersagliato di colpi. Nelle stesse ore altri squadristi misero a sacco abitazioni e negozi. Gaetano Pilati, già deputato socialista, e mutilato di guerra, fu assalito a revolverate mentre era a letto. Agonizzò tre giorni. Stessa sorte toccò all'avvocato Gustavo Consolo.
   Firenze si scoprì Fascistopoli.
   Il 6 ottobre Federzoni telegrafò ai prefetti: «Fatti avvenuti in questi giorni a Firenze e in altre città trovano ingiustificata deplorevole ripresa di azioni illegaliste da parte di meno responsabili del Fascismo ovvero operanti sui margini delle organizzazioni di questo.» Deplorò la «tardività ed inazione delle autorità e degli agenti di fronte ai colpevoli di violenze et lo innegabile recente risorgere di formazioni squadriste presso numerosi fasci». I prefetti dovevano prendere «gli opportuni accordi con le autorità militari allo scopo di prevenire in modo assoluto ed eventualmente di reprimere qualsiasi tentativo di violenza». Il prefetto di Firenze, Enrico Palmieri, fu rimosso «per ragioni di servizio», cioè per la sua inefficienza.
   La squadraccia capitanata da Tullio Tamburini andò a processo due anni dopo i crimini. Non avanti il Tribunale di Firenze, però, bensì a quello di Chieti, ove venne celebrato il giudizio a carico di Amerigo Dùmini, assassino di Matteotti, condannato per omicidio preterintenzionale. Come documenta Bisi gli squadristi se la cavarono con poco. In un passo del “Diario, 1943-1944”, curato da Erminia Ciccozzi con saggi di Aldo G. Ricci e Aldo A. Mola e pubblicato dall'editore Pontecorboli per l'Istituto Lino Salvini di Firenze, Federzoni annotò che l'assassinio di Pilati «era stato complottato in un postribolo da una combriccola di bravacci presieduto da un vecchio squadrista fiorentino notoriamente agli stipendi della tenetrice, la quale, vedi caso, aveva pochi giorni prima ricevuto lo sfratto dall'onorevole Pilati, divenuto amministratore dello stabile».
   D'intesa con Federzoni, Mussolini fece scendere rapidamente il silenzio sulla Notte di San Bartolomeo scatenata dagli squadristi a Firenze. Aveva fretta di far approvare al Senato la legge sulle associazioni, come avvenne il 20 novembre. Poco prima della sua promulgazione Torrigiani sciolse la Comunità del Grande Oriente per mettere gli affiliati al riparo da rappresaglie alle vite loro, dei congiunti e degli amici. Ne rimase gran maestro. Nell'isola di Ponza, ove fu confinato, fondò un loggia dal nome risorgimentale: Carlo Pisacane. Poi anche Raoul Palermi si rassegnò  sciogliere la Gran Loggia d'Italia. Ma non mostrò altrettanta fermezza. Ottenne un impiego dal regime. 
   “Le dittature serrano i cuori” di Stefano Bisi è un libro che va letto per capire come possano morire le libertà e perché vanno difese.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Una loggia devastata da squadristi: fotografia esposta nella mostra “I massoni nella storia d'Italia”, Torino, Palazzo Carignano, maggio-giugno 1980. La vicenda fiorentina ispirò il romanzo di Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti” (1946). La Notte prende nome dalla strage degli ugonotti accorsi a Parigi per festeggiare le nozze di Enrico di Borbone, ugonotto, con la principessa Margot, cattolica, figlia di Caterina de' Medici, regina di Francia (24 agosto 1572). Dovevano propiziare la conciliazione. Divennero trappola per orrendo massacro.



ALESSANDRO ANTONELLI
MIRARE ALTO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


Imparare l'Arte
La
                                                          Mole di
                                                          Torino, detta
                                                          Antonelliana
                                                          dal nome del
                                                          suo Artefice
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                                                          concepita
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                                                          nel 1889. Con
                                                          i suoi 167
                                                          metri e 35
                                                          centimetri di
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                                                          Opera
                                                          inconfondibile
                                                          per l'audacia.
                                                          Venne
                                                          realizzata con
                                                          la
                                                          combinazione
                                                          di nervature
                                                          in ferro e
                                                          mattoni
                                                          appositamente
                                                          studiate per
                                                          conciliare
                                                          stabilità e
                                                          leggerezza.
                                                          Superò
                                                          nettamente la
                                                          cupola del San
                                                          Gaudenzio di
                                                          Novara (121
                                                          metri), altro
                                                          capolavoro
                                                          antonelliano,
                                                          terminata nel
                                                          1887.   La sua opera più famosa, la Mole di Torino, svetta tra dodici stelle nella monetina da due centesimi di euro, coniata dalla Zecca dello Stato dal 2002. In primo tempo quell’effigie fu erroneamente riprodotta su un centinaio di monete da un centesimo, ciascuna delle quale oggi vale una fortuna, come il leggendario francobollo “Gronchi rosa”. Leggerissima, quasi volatile, la moneta da due centesimi circola ancora. La dànno “in resto” panettieri e banchi del mercato, memori che “venti soldi fanno una lira”. Però non viene più coniata. Più la spesa che la resa. Fuori uso, tra qualche decennio anch’essa sarà ambita dai numismatici. Questa vicenda è, a suo modo, specchio della lunga vita di Alessandro Antonelli (Ghemme, 14 luglio 1798-Torino, 18 ottobre 1888), asceso dall'inquietante torrente Strego alle Stelle. Un successo, passo dopo passo. Progetto dopo progetto. Opere avviate e realizzate. Circondate dallo stupore. Plaudite. Ma non tutte portate a termine.
   Antonelli insegnò a elevarsi verso il cielo. Si sa che questo è inarrivabile, come fata morgana. Più ci si avvicina, più si allontana. Forse a quel modo ci esorta a occuparci meglio della «aiuola che ci fa tanto feroci», per dirla con Dante. Antonelli lo sperimentò. Celebre architetto e urbanista di prim'ordine, capì presto che per contare l'Artista deve fare i conti con il Potere. Da Milano, ove studiò all'Accademia di Brera, si trasferì a Torino. Vincitore a trent'anni del “Prix de Rome”, completò la sua formazione con cinque anni nella Città Eterna. Ne rimase abbagliato. Roma era ed è tutto. È la Storia. I Papi dell'epoca miravano a far dimenticare l'età francese. Napoleone I, che non vi mise mai piede, aveva nominato Re di Roma l'“Aiglon”, il figlio avuto da Maria Luisa d'Asburgo, e aveva fatto dipingere le proprie imprese nel Palazzo dei Papi, il Quirinale. Anche per lui Roma era un simbolo: ma la retrocesse a seconda città dell'Impero. La prima era Parigi.
   Nel 1825 Leone XII (1823-1829) indisse il Giubileo. Riedificò San Paolo fuori le Mura, distrutta da un incendio, e tolse le opere di Galileo dall'indice dei libri proibiti. Il suo successore, Pio VIII (1829-1830) riconobbe re di Francia Luigi Filippo d'Orléans, dopo la cacciata di Carlo X, ultimo sovrano consacrato con l'“unzione” con olio delle Sacre Ampolle, e combatté strenuamente le società segrete. Dall'ascesa al Sacro Soglio, Gregorio XVI (1831-1846) chiamò gli austriaci per reprimere le insorgenze liberali e condannò non solo carbonari e massoni, scomunicati dal 1738, ma anche le tendenze democratiche sorgenti tra i cattolici in Francia (con Felicité de Lamennais) e in Belgio. Anch'egli, comunque, promosse le arti, fondando il Museo Gregoriano-Lateranense. Fece anche di più: condannò severamente il mercato degli schiavi praticato dagli anglo-americani e da altri Stati celebrati come liberali e progressisti.
   In quella Roma in bilico tra le diverse Età, indigesta a Giacomo Leopardi, Alessandro Antonelli studiò e strinse amicizia con artisti affermati. Mirò e rimirò. Colse l'anelito verso l'Eternità.

Tra arte e politica

   Tornato nel Piemonte sabaudo, insegnò vent'anni all'Accademia Albertina, fiorente con Carlo Felice (re dal 1821 al 183, ultimo del suo ramo) e potenziata ulteriormente da Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1831-1849), antico conte dell'impero napoleonico, di formazione europea, sovrano prudente, consapevole che cultura e scienza erano le premesse per restituire al regno di Sardegna sicurezza e prestigio europeo. Importava quel che i torinesi pensassero passeggiando in via Po, piazza Castello, piazza San Carlo. Ma per lui ancor più contava quel che del Piemonte si pensava a Parigi, Bruxelles, Londra. Perciò, dall'inizio degli Anni Quaranta, consentì tacitamente il rientro di tanti liberal-costituzionali dall'esilio al quale erano stati costretti nella repressione delle cospirazioni mazziniane, crollate con la fallimentare “invasione” della Savoia e l'insorgenza a Genova, ove Giuseppe Garibaldi si trovò solo soletto all'appuntamento con i congiurati e dovette riparare in Francia inseguito da condanna alla pena capitale. Rientrò nel 1848 per mettersi a servizio del re.
   Nei quattro anni trascorsi negli uffici tecnici del demanio a Torino, Alessandro Antonelli coltivò amicizie tra le quinte di chi decideva: aristocratici a servizio dello Stato, borghesi affermati ed ecclesiastici. Ne comprese il cifrario e assecondò il movimento profondo che preparava il regno sabaudo ad assumere la guida della guerra contro l'impero d'Austria. Alla vigilia del Quarantotto metà delle ferrovie dell'intera Italia erano concentrate fra Piemonte e Liguria. Ne hanno scritto Marco Albera e Giorgio Enrico Cavallo in “L'altro Risorgimento. Cronache dal traforo del Fréjus” (Cento studi Piemontesi). Torino puntava le sue carte su istruzione elementare, sanità, produzione manifatturiera, rete viaria, potenziamento dei porti (anzitutto La Spezia), con speciale attenzione per lo strumento militare, assecondato dalla promozione dell'educazione fisica, propiziata con l'istituzione di apposite Scuole con insegnanti prestigiosi, chiamati persino dall'estero.
   La Corona aveva anche bisogno di opere monumentali nuove o debitamente restaurate, capaci di suggestionare chi arrivava a Torino dagli altri Stati italiani o da Oltralpe. Antonelli percepì il fermento che in pochi anni si manifestò con il successo del presbìtero neoguelfo Vincenzo Gioberti, forzatamente esule, autore del “Primato morale e civile degli italiani” (1843), con il conferimento dei diritti civili e politici ai valdesi e agli israeliti e con la promulgazione dello Statuto (1848).
   Quando, con le regie patenti del novembre 1847, Carlo Alberto introdusse l'elettività dei consigli comunali e divisionali (cioè provinciali), Antonelli fu pronto a scendere nell'agone dei consessi amministrativi. Si candidò e fu eletto al consiglio comunale di Torino e a quello divisionale di Novara.

Antonelli deputato
   L'impegno nella vita politica è tra le pagine meno note della sua lunga e ricca biografia. Merita memoria. Antonelli fu eletto deputato il 20 marzo 1849 nel VII collegio elettorale di Torino, che contava appena 80 elettori. Alle prime elezioni, il 27 aprile 1848, l'avvocato Giovanni Giacomo Prever vi era prevalso con 40 preferenze su Benedetto Trompeo e Benedetto Bona, che ne ottennero 9 ciascuno. A differenza dei primi cinque collegi della capitale, il VI e il VII avevano un numero esiguo di elettori. Il collegio Torino I (il più ambito e disputato: fu quello di Cavour) ne contava 598; il II (che elesse Cesare Balbo e poi Giorgio Pallavicino Trivulzio) 606. Però in quelli “piccoli” la percentuale dei votanti risultò più elevata rispetto agli altri. Del VI si sa poco perché i verbali della prima elezione sono andati persi. Nel VII gli elettori chiamati alle urne il 22 gennaio 1849 per dar vita alla II legislatura erano 130. Al seggio ne andarono 89. Una percentuale assai elevata per l’epoca.
   Alla prima elezione della Camera, il 27 aprile 1848, due mesi dopo la promulgazione dello Statuto e mentre il regno era in guerra contro l'impero d'Austria, il cinquantenne Antonelli era personalità già affermata per le molte e prestigiose opere realizzate, in corso o progettate. Nessuno però pensò a lui come possibile membro della “Subalpina”, formata da 222 deputati, comprendenti i 18 componenti votati a Parma e a Piacenza, che, cacciato il duca, avevano dichiarato la propria dedizione la corona sabauda.
   Al voto gli aventi diritto andarono sulla base della legge del 17 marzo 1848, n. 729, integrata dal regio decreto del 20 giugno. La Camera aprì i lavori l'8 maggio 1848 a Palazzo Madama. Il principe Eugenio di Savoia, Luogotenente del re, lesse a senatori e a deputati il discorso della corona per conto di Carlo Alberto, che era alla guida dell'armata sarda in guerra contro l'impero d'Austria. Poi i deputati si trasferirono a Palazzo Carignano, ove proseguirono i lavori.

Popoli d'Italia e Nazione
   Il Discorso fu improntato a ottimismo e audacia: «La Provvidenza ci chiama ad inaugurare nella nostra patria il regime rappresentativo in una delle epoche più memorande per l'Italia e per l'Europa. Circondati da un fosco orizzonte, ma uniti da mutuo amore, da mutua confidenza tra popolo e principe, avemmo in pace dalla saviezza del Re le riforme e le istituzioni che assicurano al paese la forza e la libertà.» Elencati i successi conseguiti sul campo, il principe proseguì: «In Italia le disgiunte parti tendono ogni giorno ad avvicinarsi, e quindi vi è ferma speranza che un comune accordo leghi i popoli, che la natura destinò a formare una sola Nazione. […] Se avviene che la desiderata fusione con altre parti della Penisola si compia, si promuoveranno quelle mutazioni nella legge che valgano a far grandeggiare i destini nostri, a farci raggiungere quel grado di potenza, a cui pel bene d'Italia la Provvidenza ci vuol condurre.» Era l'annunciò della possibile “unione” italiana. Non confederazione, federazione o lega, né “unificazione” forzata ma “fusione” spontanea: una formula prudente.
   Nel Discorso, molto più importante di quanto solitamente percepito, Carlo Alberto distinse i popoli d'Italia dalla Nazione italiana. I due termini non erano sinonimi. La Nazione riecheggiava l'esordio della Rivoluzione dell'Ottantanove, che superò la divisione dei francesi in tre “stati” (aristocrazia, borghesia, clero) e insediò l'Assemblea Nazionale. Nel 1793 la Nazione venne sostituita dal Popolo, depositario della sovranità. Non bastasse, una riforma della costituzione repubblicana riconobbe al popolo il diritto alla rivoluzione contro il governo. Dopo l'età napoleonica e la Restaurazione, il “popolo” continuò a serpeggiare a scapito della “nazione”, termine fatto proprio dai repubblicani, capitanati da Giuseppe Mazzini. Il “Canto degli Italiani” attribuito a Goffredo Mameli non lo evoca mai. Le strofe meno mazziniane e più “giobertiane” (o scolopiche) di quel Canto sono eloquenti: «Noi fummo per secoli/ calpesti, derisi,/perché non siam popolo,/ perché siam divisi/ […]///,Uniamoci, amiamoci,/l'unione e l'amore/ rivelano ai popoli/le vie del Signore”.
   Nel Discorso di Carlo Alberto i “popoli d'Italia” sono la realtà presente; la Nazione è il sostrato “naturale”, da far riemergere dopo secoli di dominio straniero attraverso lo Stato e le sue Istituzioni: vero e insostituibile Soggetto della storia che si fa legge.
   La Camera elesse presidente Vincenzo Gioberti, al culmine della fama. In mancanza di un'urna, i votanti depositarono le schede in uno dei cappelli a cilindro messi a disposizione per l'occasione.
   Aperta sotto i migliori auspici, la legislatura fu travolta dallo sfortunato esito della guerra. Dopo alcuni successi e l'incerto esito della battaglia a Custoza (25 luglio), l'armata sarda ripiegò. Il 9 agosto il generale Salasco convenne l'armistizio con gli austriaci. Nel frattempo al governo presieduto da Cesare Balbo erano subentrati quello guidato dal milanese Gabrio Casati, che si dimise e fu sostituito da Cesare Alfieri di Sostegno. L'11 ottobre si insediò il quarto governo del regno di Sardegna, presieduto da Ettore Perrone di San Martino.
   Dopo iniziali sedute caotiche e una lunga pausa, il 16 ottobre la Camera riprese i lavori e registrò la distinzione (che non significa divisione, cioè contrapposizione inconciliabile) tra conservatori (“destra”) e democratici (“sinistra”), comprendenti frange di repubblicani. Il quadro politico non era però solo “piemontese” o “italiano”. La “rivoluzione” iniziata in Francia nel febbraio del Quarantotto e dilagata in varie forme in gran parte d'Europa, era in rotta in molti Paesi. Con l'Allocuzione del 29 aprile Pio IX aveva separato la Chiesa dalla guerra contro l'Austria. Nel timore di eccessi, come quelli registrati a Parigi, ove l'arcivescovo cadde assassinato, Pio IX si trasferì a Gaeta, ospite del re delle Due Sicilie.
   Dopo tre proroghe, il 30 dicembre la Camera subalpina venne sciolta. Le elezioni furono convocate per il 15 gennaio 1849 e differite al 22. Al voto andarono circa 38.500 elettori su 80.000 aventi diritto. Nel collegio Torino VII il 22 gennaio Alessandro Antonelli risultò secondo dopo Gioberti, che su 61 votanti ebbe 26 suffragi contro i suoi 24. Il 9 febbraio a Roma Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, e Giuseppe Garibaldi proclamarono la repubblica. Mazzini arrivò molto dopo. A Firenze il 20 si insediò il governo provvisorio dei triumviri. La Camera subalpina discusse se intervenire per restaurare il Granduca, come chiesto da Gioberti. La proposta venne respinta dall'opinione che contava. Il giorno dopo Gioberti si dimise e fu sostituito da Agostino Chiodo.
   La II Legislatura fu aperta il 1° febbraio con il discorso della Corona. Incombeva la ripresa della guerra. Carlo Alberto annunciò il progetto di una «Assemblea Costituente del Regno dell'Alta Italia», che era l'obiettivo massimo della guerra contro l'impero d'Austria. «Il governo costituzionale – aggiunse – si aggira sopra due cardini: il Re ed il Popolo. Dal primo nasce l'unità e la forza; dal secondo la libertà e il progresso della Nazione. Io feci e fo la mia parte, ordinando fra i miei popoli libere istituzioni […] Ma per vincere uopo è che all'Esercito concorra la Nazione; e ciò, o Signori, sta in voi, cioè sta in mano di quelle provincie che sono parti così preziose del nostro regno e del nostro cuore […] Prudenza e ardire insieme accoppiati ci salveranno”.
   Il 12 marzo Torino denunciò l'armistizio. Ai due parziali successi di Vigevano e di Mortara il 23 marzo seguirono la “brumal Novara”, l'abdicazione immediata di Carlo Alberto, che partì per il Portogallo scordando di firmare la rinuncia al trono, l'incontro a Vignale tra Vittorio Emanuele II e il maresciallo Radetzky, le dimissioni di Gabriele De Launay da presidente del Consiglio e l'avvento del ministero presieduto da Massimo d'Azeglio.
   La Camera fu sciolta con regio decreto del 29 marzo. Era durata 58 giorni. Fu la più breve e probabilmente una tra le meno assennate del regno di Sardegna. Non consta che Antonelli vi abbia preso la parola. La sua parabola parlamentare finì lì.
   I comizi elettorali vennero convocati il 15 e 22 luglio 1849 in 204 collegi. La III Legislatura fu inaugurata il 30 luglio. Non affrontò con responsabilità concludente la questione fondamentale. La ratifica della pace con l'Austria. Venne sciolta il 20 novembre 1849, dopo 87 sedute. Con il proclama di Moncalieri, scritto da Azeglio e firmato da Vittorio Emanuele II (20 novembre), gli elettori vennero esortati a votare con equilibrio. Lo fecero. Fu l'inizio del raccoglimento e la premessa del “centro-sinistro” di Camillo Cavour e Urbano Rattazzi.
   Nelle elezioni del 15 luglio 1849 Antonelli era stato battuto da Carlo Promis, professore di architettura: 54 voti contro130. A conferma che non considerava concluso il suo impegno alla Camera, il 16-17 settembre si ripresentò ancora alle urne ma fu nuovamente sconfitto da Paolo Thaon da Revel (28 suffragi contro 84 al primo turno; 28 contro 93 al secondo). Nelle elezioni del 9 dicembre 1849 ebbe 74 voti contro i 178 andati a Thaon, che fu confermato nel 1853, ma nel 1857 fu sconfitto da Angelo Brofferio, antico cospiratore ed esponente dell'ala democratica della Camera subalpina.
L'Arte di Costruire prevalse sui partiti, etimologicamente divisivi
   Antonelli non si ricandidò. Aveva ormai altre mire. La maggior parte dei parlamentari dell'epoca non ha lasciato traccia memorabile. Con le sue Opere, i progetti e la partecipazione costante alla vita pubblica, egli invece svettò e rimane.
   Nel 150° dello Scurolo della Beata Panacea da lui realizzato a Ghemme, la sua figura e le sue opere vengono riproposte nella loro complessità. Ad alcuni suoi capolavori, inclusa la Mole di Torino, sono conferite valenze esoteriche. Ferma restando la libertà di pensiero e quindi di attribuzione di significati reconditi anche al di là delle intenzioni del loro Artefice, va ricordato che ogni opera d'arte (e tali sono anche le Storie) vive nell'interpretazione di chi ne fruisce. Va comunque ricordato che alla morte Antonelli ebbe funerali cattolici. Fu sepolto nella tomba di famiglia, al cimitero di Maggiora (Novara).
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La Mole di Torino, detta Antonelliana dal nome del suo Artefice fu originariamente concepita quale tempio israelitico. La sua costruzione, iniziata nel 1863, terminò nel 1889. Con i suoi 167 metri e 35 centimetri di altezza è Opera inconfondibile per l'audacia. Venne realizzata con la combinazione di nervature in ferro e mattoni appositamente studiate per conciliare stabilità e leggerezza. Superò nettamente la cupola del San Gaudenzio di Novara (121 metri), altro capolavoro antonelliano, terminata nel 1887.
   Inizialmente l'edificio doveva essere alto 47 metri. Antonelli progettò di elevarlo a 113 metri. Quando giunse a 70 metri la comunità ebraica si defilò, considerandone esagerato il costo di realizzazione. La Mole, maestosa e ormai in itinere, fu acquisita dal Comune di Torino che cedette alla comunità ebraica l'area sulla quale sorge la sinagoga. Curiosamente, essa si affaccia su una via intitolata a papa Pio V (1566-1672), al secolo Antonio Michele Ghislieri, nativo di Bosco Marengo (Alessandria), che cacciò gli ebrei dallo stato pontificio, a eccezione di Roma e di Ancona, ove però dovettero chiudersi nei ghetti.
   Al di sopra dell'edificio di base, Antonelli aggiunse il Tempietto e su questo la Lanterna (113 metri) e ancora la Guglia, dominata dalla statua del Genio Alato (non un Angelo, come molti credono), in rame sbalzato e dorato, sulla cui testa si alzò un'asta reggente una stella a cinque punte (emblema polisemico). L'Opera fu solennemente “inaugurata” il 10 aprile 1889, pochi mesi dopo la morte di Antonelli. Le ultime fasi della realizzazione furono curate da suo figlio Costanzo e dal suo allievo Crescentino Caselli. Risultò la costruzione in muratura più alta del mondo. La celeberrima Tour Eiffel, come noto, è in ferro.
   Molte opere di Antonelli rimasero incompiute. Tra i suoi progetti di urbanista alcuni non ebbero esito, forse per buona sorte. È il caso del Duomo che doveva essere edificato a Torino al posto di Palazzo Madama.
   La sua figura e le sue opere sono al centro della Tavola rotonda in programma alle 15:30 di oggi, 12 ottobre 2025, all'Archivio di Stato di Novara (via dell'Archivio, 2) su “L'Arte di costruire nel "genio" di Alessandro Antonelli”, con esposizione di fondi archivistici e di disegni originali provenienti dalla Famiglia Antonelli-Milanoli-Benzi.
   L'incontro fa seguito ai due convegni celebrati il 27 settembre a Ghemme e a Novara per iniziativa dell'Istituto di Studi Politici Giorgio Galli (ISPG), della Pro Loco di Novara e del Comune di Ghemme, con interventi di Caterina Zadra, Vinicio Serino (antropologo), Fabio Consonni, Rossana Mondoni (astrologa morpurghiana), Daniele Comero (presidente dell'ISPG), Roberto Tognetti e Gabrio Mambrini. Il convegno di Ghemme fu completato con la visita allo Scurolo della Beata Panacea e alla Parrocchiale di Santa Maria Assunta, altra suggestiva Opera antonelliana.

Aldo A. Mola



LUDOVICO BOETTI VILLANIS
PASSATO, PRESENTE E FUTURO DELL'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


L'avvocato
                                                          e politico
                                                          Ludovico
                                                          Boetti
                                                          Villanis,
                                                          classe 1931 e
                                                          la copertina
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                                                          Italia.   Due anni dopo “Dignità di una scelta. Cronistoria di un balilla classe 1931” (pref. di Pietrangelo Buttafuoco, BastogiLibri, Roma), per i tipi dello stesso Editore Ludovico Boetti Villanis pubblica “E ripensandoci…” . Il nuovo libro, osserva nelle conclusioni l’autore, va “molto oltre” le risposte agli interventi di Marcello Veneziani, Luciano Violante e di altri, suscitati dal volume precedente. Egli ribadisce innanzitutto che, nelle molteplici forme assunte in Italia tra il 1919 e il 1945, il “fascismo” va collocato nel tempo suo. Come già aveva osservato Angelo Tasca, per comprenderlo occorre scriverne la storia, che è quella stessa dell'Italia dalla crisi del 1914-1915 alla doppia sconfitta del 1945, sulla quale scese la saracinesca del trattato di pace del 10 febbraio 1947 nel quadro planetario della contrapposizione tra blocchi: Occidente da un canto, Unione sovietica e paesi occupati (poi “satelliti”) dall'altro. Quel trentennio fu scandito da due guerre mondiali scaturite da beghe arcaiche per l'egemonia sull'Europa, il prevedibile crepuscolo del Vecchio Continente, l'affanno di proporre modelli interni e internazionali e infine il naufragio.

Scenario planetario di un secolo lungo
Per avere un'idea sommaria del “secolo lungo” (1914-2025) basta soffermarsi  su un paio di carte geopolitiche del pianeta. Vi si coglie “ictu oculi” qual era l'Europa degli imperi coloniali, che sembravano intramontabili, e come essa uscì dalla Grande Guerra del 1914-1918. I trattati di pace (1919-1923) consentirono ad alcune potenze (Gran Bretagna, Francia e soprattutto Stati Uniti d'America: questi ultimi furono i veri vincitori) di spartirsi le spoglie dell'impero coloniale tedesco in Africa e Oceania. Oggi l'Europa è assediata dalle sue ossessioni e dall'incapacità di superare i vetero-nazionalismi. Tra i suoi paradossi attuali v'è che gli Stati (mai uniti) d'Europa si affannano tardivamente a mormorare di difesa comune mentre sornionamente gli americani fingono di disinteressarsi del Vecchio Continente per alzare il prezzo sui rifornimenti militri di cui gli europei hanno bisogno spasmodico. È il caso soprattutto dell'Italia e della Germania che “ospitano” basi statunitensi poiché entrambe ottanta anni addietro persero la guerra intrapresa contro potenze di gran lunga superiori e, durante la guerra fredda, affidarono a Washington la propria difesa per risalire lentamene la china e dimenticare le proprie responsabilità storiche. Così accade che i singoli Stati acquistino armi dagli USA per usarle in Europa e sull'Europa.

   I “ripensamenti” con i quali oggi Boetti Villanis prosegue il discorso avviato con la sua opera precedente invitano a ulteriori meditazioni.
   Lasciata cadere la petulante richiesta di “prendere le distanze” da estremismi da lui mai condivisi né professati, nel nuovo volume l’autore ribadisce la propria coerenza di “balilla” (chi non lo era da quando il giuramento di fedeltà al regime venne imposto anche ai professori universitari, il 99% dei quali lo pronunciò?), poi cresciuto monarchico conservatore nel contesto della Costituzione repubblicana.
   Militante di un partito, il Movimento Sociale Italiano, presente in tutti i consessi elettivi, dai consigli comunali e provinciali al Parlamento, e quindi pienamente legittimato nei diritti e nei fatti, Boetti Villanis ha alimentato l'attività politica e culturale locale e nazionale, incardinata in una “città difficile” come Torino. Lo ha fatto a viso aperto e con la riflessione sulla storia, sintetizzata nei capitoli centrali del nuovo volume.
L'Italia nelle riflessioni di Boetti Villanis
   Raggiunta a fatica una parziale unità nazionale, per motivi geostorici l'Italia non si è mai potuta sottrarre al flusso degli eventi dell'Europa che (oggi molti lo dimenticano) andava dall'Atlantico a Vladivostok e comprendeva l'“Inghilterra”, come all'epoca il Regno Unito era comunemente detto, e le monarchie nordiche.
   In quel contesto la giovanissima Italia, sorta a Stato nel 1861 e accolta per la prima volta in una conferenza diplomatica internazionale solo nel 1867, dovette crescere rapidamente anzitutto al proprio interno (i nemici dell'unità erano tanti, finanziati dall'estero e collusi con la malavita organizzata) e anche oltre il Mediterraneo, nel quale essa è protesa. Interdetti dalla scomunica fulminata da Pio IX (il cui Stato venne debellato per dar vita al regno unitario, anche se incompleto  sino al 1918) e ribadita da Leone XIII, i re, i governi e l'intera dirigenza faticarono a costruire la comunità nazionale in un Paese attardato dalla somma di arretratezza e sottosviluppo.
   I censimenti decennali dal 1861 in poi, uno tra i vanti del neonato Regno, che aveva urgenza di computare abitanti e risorse, danno la misura delle difficoltà che la Nuova Italia si trovò a fronteggiare, tra epidemie (il “cholera morbus” vi infuriò nel 1867 e nel 1884, mentre la pellagra e la malaria erano messe nel conto di un Paese nel quale il 50% dei nati moriva prima di compire 15 anni) e calamità naturali. Se non ci fosse stata una volontà ferrea alla sua guida, nel 1908 l'Italia non avrebbe retto alla catastrofe del sisma che devastò Reggio Calabria e Messina: caso unico in Europa. Basti ricordare che il governo dovette mandare i militari per reprimere lo sciacallaggio.
   Malgrado tutto, appena dodici anni dopo l'annessione di Roma, a cospetto della sfida lanciata da Parigi con il protettorato su Tunisi (1881), quell'Italia intraprese l'espansione coloniale, sia pure con mezzi inadeguati rispetto alle ambizioni, e la proseguì anche dopo la sventura di Abba Garima, in Etiopia (1 marzo 1896), partecipando, anzi, alla spedizione delle sette potenze in Cina.
   Su dettagliate direttive impartitegli da Vittorio Emanuele III in un incontro segreto nel Castello di Racconigi, nell'ottobre 1911 fu Giovanni Giolitti, liberale progressista (come all'epoca egli stesso si definiva), a dichiarare guerra all'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica senza informarne previamente né Vienna né Berlino, cui Roma era legata da alleanza difensiva, né Londra. Nel corso di quel conflitto l'Italia sottrasse ai turchi Rodi e il Dodecanneso, con giubilo dei rispettivi abitanti.
  Il Regno che nel maggio 1915 entrò nella fornace ardente della Grande Guerra, sulla base di un accordo con la Triplice Intesa da esso stesso disatteso, era stato col fucile al piede quasi ininterrottamente dal 1848. Dopo settant'anni di guerre a bassa intensità, nel 1918 l’Italia uscì stremata dal conflitto ormai mondiale ma, a differenza della Russia zarista e degli imperi di Germania, Austria-Ungheria e Turchia, fu anche l'unica monarchia importante a sopravvivere nell’Europa continentale. Vittorio Emanuele III aveva motivo di andare orgoglioso delle scelte compiute. Con la Festa delle Bandiere, voluta da lui e da Giolitti, e con la tumulazione del Milite Ignoto nel sacello dell'Altare della Patria (1920-1921), il Re celebrò l'unità nazionale con un rito replicato in contemporanea in tutte le città e in tutti i borghi d'Italia.

Arginare il bolscevismo e ripristinare ordine, disciplina, lavoro
Lodovico
                                                          Boetti
                                                          Villanis   Come ricorda Boetti Villanis, la condotta delle sinistre (specialmente di quella estrema che “voleva fare come in Russia” ed era quindi incompatibile con le istituzioni) suscitò la risposta allarmata di chi chiedeva “ordine e disciplina”. Non erano parole di “biechi reazionari”, come spesso è stato scritto, ma di liberaldemocratici, tra cui Giolitti, che lo ribadì in tutti i discorsi parlamentari ed extraparlamentari. Lo statista cuneese ne fece l'insegna dei “blocchi” che nel 1920-1921 riportarono nei binari della legalità la maggior parte dei consigli comunali e provinciali, ma fallirono l'obiettivo supremo: porre alla Camera la premessa per governi stabili e fattivi. Con le elezioni del maggio 1921 i gruppi parlamentari crebbero da undici, quanti erano dal 1919, a quattordici. I tre governi succedutisi nei quindici mesi seguenti, il primo presieduto da Ivanoe Bonomi e i secondi da Luigi Facta (dopo il rifiuto del socialista Filippo Turati a formare il governo, propostogli da Vittorio Emanuele III), si rivelarono incapaci di risolvere la lunga crisi e superare la guerra civile strisciante in corso da anni.
   All’esecutivo di coalizione costituzionale guidato dal 31 ottobre 1922 da Benito Mussolini, capogruppo del Partito nazionale fascista, fondato meno di un anno prima e ancora coacervo di tendenze e di “ras”, si arrivò dunque al termine di un processo che neppure in quel momento risultò concluso. La “partita” rimase aperta anche dopo le elezioni del 6 aprile 1924, che su 535 seggi in palio videro eletti 227 deputati del PNF, molti dei quali iscritti solo di recente. Essa fu chiusa con la risposta alla diserzione delle opposizioni (democratici capitanati da Giovanni Amendola, socialisti e repubblicani, scesi al minimo storico) arroccati nel mistico “Aventino”, a eccezione dei giolittiani e dei comunisti.
   Quei precedenti, argomenta efficacemente Boetti Villanis, vanno ricordati per comprendere il consenso che accompagnò l'azione del governo dal 1925 al 1929, allorché, con i Patti Lateranensi, venne composta l'antica ferita del 1859-1870. A differenza di quanto asseriscono taluni (è il caso di Angela Pellicciari che ne scrive in “Il Risorgimento. Una guerra alla Chiesa in nome dell’Italia”, ed. Cantagalli) a comporre il dissidio con l'altra riva del Tevere furono massoni di lungo corso, non fascisti ma mussoliniani, come Alberto Beneduce, posto dal “duce” alla guida dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale, e il già miscredente “duce del fascismo”.
   A consolidare Mussolini a capo del governo, molto prima del plebiscito del 24 marzo 1929, furono i quattro attentati alla sua vita e la conseguente introduzione di leggi repressive. Quello fu uno spartiacque. Occorre anche domandarsi, però, se gli altri Paesi dell'Europa occidentale avrebbero reagito diversamente di fronte a eventi analoghi.
   Nei quindici anni seguenti la “nazionalizzazione delle masse” funzionò, dando risultati apprezzati all'estero e ammirati persino dagli anglo-americani, ai quali poco importava che in Italia non vi fossero più libertà di associazione, di stampa e di organizzazione partitica. Ai loro occhi contava, piuttosto, che Roma saldasse i debiti di guerra e aprisse i confini alle importazioni delle loro merci.
Intervento, guerra civile e dopoguerra
   Boetti Villanis ripercorre i motivi dell'intervento dell'Italia nella seconda guerra europea il 10 giugno 1940, quando il conflitto poteva ancora essere circoscritto se si fosse consentito a Parigi di chiedere l’armistizio: ciò avrebbe fermato l’occupazione della Francia meridionale da parte dei tedeschi, che l'Italia aveva già al Brennero sin dal marzo 1938. L’autore riflette anche sulla crisi dell'estate 1943 quando, ormai sicura la sconfitta, si trattava di “trarre in porto la barca”. Sulle sue valutazioni circa la resa senza condizioni del 3-8 settembre si può anche dissentire (è il caso di chi scrive), ma non si può ignorare il dramma che ne seguì nell'Italia non ancora occupata dagli anglo-americani. Questi ingannarono il governo Badoglio sulle loro vere intenzioni. Anziché liberare subito Roma e risalire immediatamente sino alla linea Livorno-Rimini, come avevano fatto credere nel corso delle trattative, preferirono fermarsi nel Mezzogiorno. In tal modo trattennero nella Penisola quante più divisioni tedesche possibile per averne di meno nella Francia settentrionale quando l'avrebbero assalita nel giugno 1944: un programma avviato prima ancora dell'attacco alla Sicilia del luglio 1943. Fu il reciproco inganno documentato da Elena Aga Rossi, ma pressoché ignorato da tanti giornalisti che si improvvisano “storici” e ricalcano vieti luoghi comuni.
   Sui drammatici anni 1943-1945 Boetti Villanis scrive pagine partecipi e, al netto dei “sentimenti”, equilibrate. Come sono invece indignate quelle sulla memoria artefatta della guerra civile e, di seguito, sulla narrazione prevalsa, in specie, aggiungiamo, dal 1973, quando iniziò un’offensiva storiografica che saldò rimozione e imposizione di una sorta di verità coatta.
  Occorre tuttavia un ulteriore sforzo di storicizzazione. Ottant’anni dopo, infatti, bisognerebbe compiere un passo oltre la demonizzazione e la condanna aprioristica del “nemico” di allora. Serve anche una visione pacata sul prezzo che l'Italia pagò con l'iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, cui il monarchico e liberale Benedetto Croce si oppose all’Assemblea Costituente con un intervento meritevole di meditazione quotidiana, anche e soprattuto da parte di quanti oggi parlano di Patria e libertà.
   Dalla nuove pagine di Boetti Villanis si leva dunque un “no” contro la manipolazione della verità dei fatti. Si deve aggiungere il richiamo al ruolo svolto personalmente da Vittorio Emanuele III dal 1941 al marzo 1944, allorché il governo del Regno ottenne il reciproco riconoscimento tra l'Italia e l'Unione Sovietica all'insaputa degli anglo-americani. Fu una sorta di uscita di sicurezza per rimettere il Paese in equilibrio tra le potenze vincitrici. La risposta degli “alleati” fu immediata e dura: l'imposizione al Re, sin dal 12 aprile, di passare tutti i poteri al figlio Umberto appena liberata Roma. A Vittorio Emanuele III non fu consentito di rimettere piede nella Città Eterna, quasi fosse straniero: un'offesa dinnanzi alla quale il governo Badoglio chinò la testa, contro il parere espresso da Croce nel Consiglio dei ministri (i cui Verbali sono stati pubblicati a cura di Aldo G. Ricci: opera imponente e imprescindibile per chi voglia professarsi “storico”).
   Boetti Villanis non esige certo che i suoi “ripensamenti” vengano condivisi dal lettore. Però sollecita l'ascolto, come ha fatto nella sua lunga militanza nella vita pubblica, e con il confronto leale, documenti alla mano, da patriota qual è.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'avvocato e politico Ludovico Boetti Villanis, classe 1931  e la copertina del libro in cui egli propone gli emblemi del mondo politico-partitico nel quale si è riconosciuto e si riconosce. Consigliere comunale di Vercelli, per vent'anni consigliere provinciale capogruppo a Torino per il Movimento sociale italiano, deputato del collegio di Torino nella IX Legislatura, nel 1996  fu candidato al Senato nelle file di Alleanza Nazionale,  Vicepresidente dell'Istituto della Real Casa di Savoia, Boetti Villanis è studioso di storia della monarchia in Italia.
Il volume è “una voce”. Va letto. Implicitamente esorta ad abbassare i toni e a studiare. È quanto oggi occorre. Ascoltare l'opinione altrui non comporta condividerla. Ognuna, però, chiede rispetto. L'Italia ha una storia complessa.   
   Ricordo Boetti Villanis in una circostanza particolare: al termine del funerale di Stato di Edgardo Sogno, comandante della “Franchi” e Medaglia d'Oro al Valor Militare. Il corteo funebre partì da casa dell'Estinto, in via Donati, e proseguì sotto il sole canicolare d'inizio agosto. Alfredo Biondi, al cui fianco camminavo, cedette al caldo. Alla spalletta del ponte che conduce alla Gran Madre attendeva Marcello Pera. Nel Tempio era raccolto Vittorio Sgarbi. Tante Italie della Tradizione liberale. Lì era anche Ludovico Boetti Villanis.

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I ROTARIANI CUNEESI (1925-1938)
“SORVEGLIATI” DAL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Cento anni: da Cuneo per il mondo
DIDASCALIA:
                                                          Il 17 luglio
                                                          1936 il capo
                                                          della polizia,
                                                          Arturo
                                                          Bocchini, per
                                                          conto di
                                                          Mussolini,
                                                          Ministro per
                                                          l'Interno,
                                                          autorizza il
                                                          presidente del
                                                          Rotary Club di
                                                          Cuneo,
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                                                          (“Biblioteca
                                                          Nino Aragno”)
                                                          con prefazione
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                                                          “Rotary Club
                                                          Cuneo 1925”
                                                          nel Centenario
                                                          del Club.Il “Rotary Club Cuneo 1925” celebra il primo secolo di vita con iniziative di ampio rilievo. Dopo il concerto della Fanfara dell'Arma dei Carabinieri al “Teatro Toselli”, il dono alla città di Cuneo di un interessante Manoscritto inedito di Giuseppe Mazzini, già di proprietà del suo socio onorario Giuseppe Tardivo, e importanti “missioni” in campo sanitario, alle 15:30 del 18 ottobre, esattamente cento anni dopo la fondazione, il Sodalizio invita la popolazione al“Toselli” per un incontro culturale e un concerto dell'Orchestra intitolata a Bartolomeo Bruni (Cuneo, 1757-1821): celebre violinista, compositore, massone, rivoluzionario, bonapartista, nel 1805 tornato da Parigi per essere solennemente ricevuto nella loggia “Heureuse Union” di Cuneo, all'epoca compresa nell'Impero di Napoleone I.
   Con la presidenza del cardiologo Luigi Fontana e dell'industriale Daniel Gallina (l’anno “rotariano” va dal 1° luglio al 30 giugno, quindi si susseguono due presidenze in ogni anno solare), l'incontro del 18 ottobre ricorderà un secolo di Donazioni:«virtuosa missione del Rotary» – scrive il vicepresidente Luigi Salvatico – a beneficio della comunità cittadina, della Provincia Granda, del Paese e dell'umanità in generale, perché il Rotary Internationale attua “servizi” con il concorso dei Club di tutto il mondo, aggregati in Distretti.
   I rotariani – va tuttavia ricordato – non sempre ebbero vita facile. In Italia il primo Club fu istituito a Milano il 20 novembre 1923, un anno dopo l'avvento del governo di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini. Dal gennaio 1925 avvenne però una svolta eversiva. Capo di un governo formato esclusivamente da fascisti, Mussolini impose drastiche limitazioni alla libertà di associazione. Per prime ne furono vittime le comunità massoniche, sin dal 1923 dichiarate incompatibili con i “fasci”. Nel 1926 vennero sciolti i partiti di opposizione e i loro deputati furono dichiarati decaduti. Sopravvisse solo la pattuglia liberale di Giolitti, Soleri e Fazio. I comunisti, come Gramsci, vennero carcerati.
   In un regime di partito unico, un Italia il Rotary ebbe vita profondamente diversa rispetto a quella delle democrazie parlamentari (USA, Gran Bretagna, Francia...). Se ne videro le conseguenze anche nel Cuneese. Il primo Club venne fondato a Cuneo – come detto – il 18 ottobre 1925 per impulso di Luigi Burgo, evangelico, ingegnere elettrotecnico, industriale, umanista, apprezzato da Vittorio Emanuele III e da Giolitti. I suoi ventidue componenti vissero subito“sotto sorveglianza” perché una frangia esigua ma aggressiva del Partito nazionale fascista (Pnf) riteneva che i Club rotariani fossero nient'altro che logge massoniche sotto nuove spoglie, una“internazionale” misteriosa e insidiosa.
   Rigorosamente vietati nell'Unione delle repubbliche sovietiche e osteggiati dai partiti social-comunisti quale espressione della borghesia, i Club furono aspramente avversati dai regimi autoritari e totalitari. In Italia essi condussero una lunga e sofferta partita per la sopravvivenza, conclusa nel novembre 1938 con l'autoscioglimento, al riparo da misure repressive del governo. Quella triste decisione fu assunta negli stessi giorni dell'emanazione delle leggi antiebraiche approvate dalle Camere a metà dicembre. Dal 1927 Vittorio Emanuele III era presidente onorario del Rotary italiano. Suo figlio, Umberto di Savoia principe di Piemonte, era socio onorario del Club di Cuneo. La Camera dei deputati era elettiva e quindi anche all'estero era considerata espressione della “volontà popolare”. Anche le leggi liberticide e poi ripugnanti non vennero deliberate in solitudine dal “duce del fascismo” ma furono approvate dal Parlamento secondo le norme vigenti. In forza dello Statuto il sovrano non poteva far altro che sanzionare e promulgare.
Perciò gli avvenimenti di quegli anni conservano interesse vivido e attuale. Il caso del Cuneese è particolarmente emblematico.

Libertà di associazione e Rotariani sotto sorveglianza
   Nelle Carte dell'Archivio Centrale dello Stato (Roma), fondo Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, G1, Associazioni, sono conservate varie buste sul Rotary in Italia. Ve ne sono anche sul Club di Cuneo dalla sua fondazione al 1937. Esse documentano come il Club e i suoi componenti siano stati subito sorvegliati dal regime con informazioni scambiate tra prefetti, autorità investigative e ministero per l'Interno. I suoi soci furono costretti ad adeguarsi alla legge 26 novembre 1925, n. 2029 sulla «regolarizzazione dell'attività delle associazioni e dell'appartenenza alle medesime del personale dipendente dallo Stato». Essa impose la comunicazione alle autorità pubbliche di atto costituivo, statuto, regolamento interno ed elenco nominativo delle cariche sociali e dei soci, sotto pena di gravi sanzioni per gli inadempienti. La legge soffocò il diritto di associazione: una delle delle tre libertà fondamentali, con quelle di pensiero e di stampa. L'articolo 32 dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, recitava: «È riconosciuto il diritto di adunarsi pacificamente e senz'armi, uniformandosi alle leggi che possono regolarne l'esercizio nell'interesse della cosa pubblica.» Da quell'anno si registrò nel regno di Sardegna, come poi, dal 1861, in quello d'Italia, la proliferazione di società di mutuo soccorso, di sodalizi culturali, sportivi, culturali, religiosi e politici, germe dei futuri “partiti”.
   Nessuno dei quadrumviri (Balbo, Bianchi, De Bono, De Vecchi) fu socio di un Club rotariano, a differenza di Arnaldo Mussolini e di “gerarchi” di seconda fila. Come detto, nel volgere di quindici anni il Distretto rotariano italiano terminò la sua parabola con l'autoscioglimento per non esporre gli associati a interdizione coatta, quasi fossero malfattori anziché, come erano, un’“élite” di prestigio internazionale. Il Club di Cuneo contò appena tredici anni di vita: fulgida, prestigiosa, ma sempre più assillata.
   Lo si coglie dalle carte del citato fondo DGPS conservato all'Archivio Centrale dello Stato. Il 29 ottobre 1925, dieci giorni dopo la fondazione del Club, il prefetto di Cuneo Osvaldo Nobile scrisse al ministro per l'Interno, Luigi Federzoni, nazionalista e massonofobo, per avere l'autorizzazione a far parte del Club tra i cui fondatori già figurava. La ottenne, ma in maniera irridente. Decidesse egli stesso se, «dato l'ambiente locale», ritenesse o meno di aderire: «Ma Cuneo è nel mondo civile!», aggiunse il ministro.
   In risposta a nota della Direzione Generale di PS, l'8 maggio 1926 Nobili trasmise a Roma l'elenco dei “soci” e precisò che «l’attività finora svolta dalla sezione [sic!] è apolitica ed areligosa, interessandosi soltanto ad illustrare con conferenze i problemi economici locali; finora essa ha esplicato azione completamente rispondente alle vedute del Governo Nazionale, essendo composta quasi completamente di fascisti e dalle persone più eminenti della Provincia». La realtà era diversa. Il 1° gennaio 1926 Burgo, presidente del Club cuneese, aveva ricevuto “d'ufficio” la tessera del Partito nazionale fascista dal segretario federale Daniele Bertacchi, deputato dal 6 aprile 1924. Non la respinse al mittente, ma non indossò mai la camicia nera. Era e rimase continuatore della tradizione monarchica e liberale. Il 24 novembre 1926 il prefetto riferì che nella seduta del 16 precedente i rotariani cuneesi avevano dichiarato di condividere quanto esposto dal loro presidente nazionale, Piero Pirelli, al quotidiano fascista “Il Popolo d'Italia”: anche quelli locali erano in linea con il governo. Era nicodemismo.
   Il 6 settembre 1927 il nuovo prefetto, Guido Pighetti, avvocato e deputato di Perugia (1921-1924), telegrafò a Roma che il Principe di Piemonte era giunto a Cuneo «per assistere seduta Rotary Club di cui è socio onorario». «S. A. entusiasticamente accolto immensa folla si è recato in municipio dove ha avuto luogo ricevimento di Camera Commercio dove ha avuto luogo banchetto offerto Rotary Cuneo. Alla partenza S.A.R. si è rinnovata calorosa dimostrazione. Nessun incidente ordine pubblico».
   Il 3 marzo 1928, in risposta a telegramma del Capo della Polizia Arturo Bocchini, il viceprefetto di Cuneo comunicò la composizione della «sezione rotariana cuneese», ispirata «ai più elevati principi etici estendendo le conoscenze e le relazioni con frequenti incontri ecc. ecc.». Ne erano soci il prefetto e il segretario federale del Pnf, generale Ernesto Tarditi. Però al n. 28 dei 30 rotariani della Provincia Granda, figurava «Soleri avv. Marcello, deputato, noto antifascista», accolto nel Club all'unanimità dei soci.
   Il prefetto Mario Chiesa (ingegnere, in carica a Cuneo dal 1° luglio 1928 al 16 agosto 1931) il 24 novembre 1928 riferì alla Direzione Generale della PS che la nomina di Soleri era stata «oggetto di commenti e di discussioni» e avrebbe potuto generare le probabili dimissioni del presidente, il conte Annibale Galateri di Genola e Suniglia, “rettore” della Provincia dopo la defenestrazione di Giolitti (dicembre 1925). Gli constava che Soleri volesse uscire dal Rotary di Cuneo, «malviso» dagli ambienti fascisti cuneesi «appunto per il fatto di raccogliere nel suo seno antifascisti ed ex massoni, o ritenuti tali». Accampando una diceria come verità acclarata, il prefetto si fece forte di una sorta di “legge sui sospetti”. Aggiunse a proprio vanto che erano risultati vani i tentativi del principe Piero Ginori Conti di ottenere l'adesione sua e del federale del Pnf al Club di Cuneo. Il prefetto ribadì considerazioni analoghe in note successive, che non meritano citazione, perché ripetitive.
   Negli anni seguenti il Club osservò scrupolosamente le disposizioni di legge sulle associazioni, comunicando periodicamente al prefetto la composizione del direttivo e l'elenco dei soci. A sua volta il prefetto girava le informazioni alla DGPS. Il Ministro per l'Interno volta a volta rispondeva con decreto che autorizzava «le persone sopra indicate […] a continuare a dirigere, nelle attuali rispettive cariche sociali, la sezione di Cuneo del Rotary Club». Il “rito” si ripeté nel tempo secondo le cadenze dell'“anno rotariano”, con puntuale segnalazione dei cambi al suo vertice.
Mussolini indaga; i Club sono logge sotto nuove spoglie?
   Però Mussolini, tornato ministro per l'Interno dal 6 novembre 1926 (lo rimase sino al 25 luglio 1943), voleva “capire meglio” l'identità del Rotary Internazionale. In particolare intendeva accertare l'effettiva influenza della massoneria sui Rotary. L'indagine divenne più accanita, ma non più perspicua, nel 1928-1929, in prossimità del Trattato del Laterano fra lo Stato e la Chiesa cattolica, firmato l’11 febbraio 1929, e delle elezioni della Camera, tenutesi il 24 marzo successivo, sulla base della nuova legge elettorale che ridusse le votazioni a una farsa. Roma sventagliò richieste di informazioni in tutte le direzioni.
   Un prolisso Rapporto dell'Ufficio provinciale investigazione politica di Napoli datato 14 ottobre 1928 non ebbe dubbi. Passate in rassegna le Grandi Costituzioni del Rito scozzese antico e accettato attribuite a Federico II di Prussia, esso concluse che la massoneria non sentiva più bisogno di ritualismo, di esoterismo, di “misteri”. Mirava a modernizzarsi. Spiegò: «Il Rotary Club risponde nettamente a questi principi in quanto accentra in sé tutti i problemi spirituali ed economici e squisitamente politici dell'Evo moderno. Esso riunisce quali membri delle sue organizzazioni tutti i capi della finanza, i tecnici, i rappresentanti delle alte Banche, gli spiriti fattivi di ogni attività costruttrice, sviluppando una prassi economica utilitaria che prescinde da ogni conato romantico ed idealistico, e non suppone affatto l'atto estemporaneo di Uomini geniali e manifestazioni caratteristiche di nuove forme di politica economica ispirata a sistemi antiborghesi ed anticonservatori.»
   I Principi sabaudi – osservò l'anonimo autore del Rapporto – erano entrati nel Rotary per protrarre il loro dominio sull'Italia nata nel 1860. «Ma dolorosamente per essi a capo del fascismo vi è un Uomo, Mussolini, che fa paura a tutti per lo impensato procedere, l'adattamento immediato agli eventi, il calmo preparatore del domani, l'Uomo geniale che tutto nega e tutto tenta, che sente l'idea di Roma, e che soprattutto possiede gli elementi materiali della rivoluzione…» Il suo principale nemico era appunto il Rotary, «specificatamente conservativo ed europeo, specchiandosi sul modello inglese e sulle salde costituzioni di un impero monarchico», come polemicamente affermato anche dalla “Civiltà Cattolica”. I rotariani, in conclusione, non erano fascisti. Non si mescolavano alle “beghe di loggia; tuttavia costituivano l'Associazione «più pericolosa ai fini autarchici del fascismo, che qualunque setta minore». Perciò andavano tenuti sotto occhiuta sorveglianza.
   Il 17 ottobre 1928 l'Ambasciata d'Italia a Washington riferì al Ministro degli Esteri che i Rotary degli USA erano sodalizi «di commercianti e professionisti che non si prefiggevano alcuna finalità politica». Il discorso nettamente antifascista e anticattolico pronunciato in un Rotary da Charles Fama, autorevole e influente italo-americano, rientrava dunque nella condotta ordinaria dei Club statunitensi, aperti alle opinioni più disparate. Poco noto in Italia, Fama, amico del sindaco di New York Fiorello La Guardia e di James Zellerbach, rotariano e massone, futuro incaricato della gestione del “Piano Marshall”, nel 1930 aveva creato la società “Fides”, che pubblicò opere di massoni italiani in esilio, come Giuseppe Leti, in collaborazione con la Lega dei diritti dell'uomo. Quanto al rapporto del Rotary con la massoneria, l'autore della missiva osservò che occorreva precisare se si trattasse di quella italiana o della americana. «Certo – egli fece notare –, tra i dirigenti dei Rotary americani si trovano parecchi prominenti massoni di questo paese». Occorreva perciò esercitare un’azione opposta a quella dei massoni, che miravano a spingere i Rotary sulle posizioni della Massoneria italiana (sciolta da anni, come detto) e di quella francese.
   Altri rapporti molto allarmati giunsero a Roma da Paesi dell'Europa settentrionale, da Praga e dalla Svizzera. Il 3 gennaio 1929 il direttore della Polizia politica comunicò alla Direzione generale affari riservati di aver avuto da Berna la «conferma dei dubbi che noi da tempo nutrivamo su questa organizzazione. Ci risulta infatti in modo assoluto che il Rotary Club non è altro che un'organizzazione parallela alla massoneria, organizzazione che lavora mano in mano colle organizzazioni massoniche internazionali». Il 27 maggio 1929 lo stesso direttore della Pol-Pol riferì sull'esito del congresso dei venti Club rotariani elvetici svoltosi a Berna l'11-13 maggio. Il nuovo governatore Paul Dumont vi dichiarò che il Rotary «ha quale compito anche quello di combattere contro qualsiasi idea fascista e contro la penetrazione della religione cattolica e del Vaticano».
   Il 24 ottobre il console italiano a Lugano inviò a Roma l'elenco dei venticinque soci della neonata sezione luganese del Rotary Club: tutti liberali e massoni. «La nuova istituzione – commentò – ha destato qualche diffidenza nell'elemento conservatore che considera il Rotary Club una emanazione della Massoneria.»
Burgo “spiato” ovunque
   Il Rotary, compreso il Club di Cuneo e i suoi soci, non era solo soggetto di speculazioni dottrinarie, ma anche, e soprattutto, oggetto di attenta sorveglianza. Lo documenta un lunghissimo “Appunto su Rotary e massoneria” inviato dall'Ufficio provinciale di investigazione politica di Napoli alla Divisione generale affari generali riservati. L'impressione che si ricavava dalla lettura delle riviste rotariane e dalle informazioni sulle «famose colazioni» (semplificazione della parola “agape”, banchetto massonico”) era che «il Rotary Club è la massoneria nel suo più profondo significato, spoglia di soprastrutture che gli elementi storici dal Settecento in poi gli hanno costruito intorno a guisa di una patina che è servita a nascondere il vero volto dell’Istituzione».
   L'autore dell' Appunto aggiunse: «Nel discorso che il Gr. Uff. Ingegnere Luigi Burgo tenne al congresso rotariano di Torino (12, 13, 14 maggio 1928) presente il Principe Ereditario che presiedette le sedute, risulta che il carattere precipuo della istituzione è la discendenza tradizionale della Muratorìa inglese quale si realizzò nelle prime logge (club si diceva allora)» promosse da «Elia Ashmole, stuardista cattolico osservante, come l'attuale presidente internazionale del Rotary, F.B. Sutton…». Passato in rassegna il discorso pronunciato in sede rotariana dal principe Emanuele Filiberto, duca d'Aosta, l'estensore dell'Appunto osservò che «il Rotary è al di fuori della Patria, nella universalità degli intenti e porta nella Patria le sue conquiste».
   Al termine di molte pagine di elucubrazioni, l'estensore concluse che il Rotary era «un altro centro massonico in sviluppo. Ora a questo nuovo centro massonico dovevano assolutamente aderire gli uomini che da una valorizzazione del fascismo in senso ed in modo assoluto venivano esautorati: alta industria, alto commercio, e Principi appartenenti a una Casa che solo nel (18)59 passava a capo dell'Italia. Nel Rotary essi hanno trovato le loro vie. Non è necessario cercar parole in prestito per significare le ragioni profonde di questa attività e di questa adesione». Rotary e monarchia erano bersaglio dell'ala massonofoba del Pnf, come poi si vide in modo definitivo con la Repubblica sociale italiana.
Un destino segnato
   Nel 1927 Mussolini lasciò cadere l'invito ad accettare la nomina a socio onorario del Club di Milano, rivoltogli il 6 luglio dal presidente Carlo Tarlarini. L'incompatibilità tra il Rotary e il regime di partito unico era dunque nettamente prospettata dieci prima del forzato autoscioglimento del 1938: passaggio fondamentale per cogliere quella, altrettanto radicale, tra lo Stato monarchico e quello mussoliniano e comprendere che, dopo la lunga apparenza di “diarchia”, prima o poi l'Italia sarebbe arrivata al “chiarimento”. Come accadde il 25 luglio 1943.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il 17 luglio 1936 il capo della polizia, Arturo Bocchini, per conto di Mussolini, Ministro per l'Interno, autorizza il presidente del Rotary Club di Cuneo, avvocato Gaetano Toselli, e gli «altri dirigenti» a rimanere in carica «a norma delle disposizioni vigenti». Ulteriori documenti compaiono nel volume, di imminente pubblicazione, “Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025” (“Biblioteca Nino Aragno”) con prefazione di Luigi Fontana e Daniel Gallina, presidenti del “Rotary Club Cuneo 1925” nel Centenario del Club.
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1925: COME NACQUE IL REGIME FASCISTA?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Didascalia:
                                                          Lo scoprimento
                                                          del busto di
                                                          Giolitti nel
                                                          Salone d'Onore
                                                          del Consiglio
                                                          provinciale di
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                                                          Pertini,
                                                          Giovanni
                                                          Spadolini,
                                                          Adolfo Sarti,
                                                          Antonio
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                                                          Muller e
                                                          Giovanni
                                                          Rabbia,
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                                                          videocollegamento











                                                          Tito Lucrezio
                                                          Rizzo, il
                                                          colonnello
                                                          Carlo Cadorna,
                                                          Raffaella
                                                          Canovi,
                                                          Daniele
                                                          Comero,
                                                          GianPaolo
                                                          Ferraioli,
                                                          Giuseppe L.
                                                          Manenti,
                                                          Alessandro
                                                          Mella, Massimo
                                                          Nardini, Luigi
                                                          Pruneti, Aldo
                                                          G. Ricci,
                                                          Giorgio
                                                          Sangiorgi e il
                                                          generale
                                                          Antonio
                                                          Zerrillo.   Contrariamente a quanto si crede, il 28 ottobre 1922 non ci fu alcuna “marcia su Roma”. Le “squadre” entrarono nella Capitale dopo l'insediamento del governo Mussolini, vennero rifocillate (parecchi “militi” non mangiavano da un paio di giorni), sfilarono da Piazza del Popolo alla Stazione Termini e vennero portate a casa con 45 treni speciali organizzati in tutta fretta. Il “duce” aveva promesso ordine. Fu di parola. 
   Per instaurare il “regime fascista” Mussolini impiegò più di tre anni: una legge dopo l'altra, tutte approvate dal Parlamento, firmate e promulgate dal Re, perché così prevedeva lo Statuto albertino. Quella fu la sua vera “marcia”: sul potere. Il Centenario del 1925, che fu anche Anno Santo, merita riflessione.

La partita per il potere venne giocata in Parlamento
   Tra il novembre 1922 e il gennaio 1926 in Italia prese forma il regime di partito unico. Lo Statuto, però, rimase immutato. Pertanto molti cittadini ritennero che la trasformazione in corso riguardasse solo i partiti, cioè l'esteriorità della “politica”, anziché la sua essenza: l'ordinamento giuridico e le libertà. Impiegarono anni a capire quel che avveniva. Quando se ne accorsero, era troppo tardi.
   L'eversione non avvenne in pochi giorni o qualche mese. Richiese tempi lunghi. Si sostanziò in una serie di battaglie. Quelle decisive non avvennero nelle piazze ma nelle Aule parlamentari. Per vincere la guerra il presidente del Consiglio, Benito Mussolini, molte volte fece passi all'indietro o di lato, vezzeggiò l'opposizione e tese la mano per nascondere il suo obiettivo ultimo: la conquista della macchina politica e l'imposizione del potere personale. Con quella tattica ottenne per anni il favore delle sue future vittime, mentre le opposizioni si frantumarono in molti gruppi litigiosi e inconcludenti.
   Il processo conobbe diverse fasi.
1922.  Nel novembre 1922 la Camera, eletta il 15 maggio 1921, e il Senato, vitalizio, approvarono a pieni voti il governo presieduto da Mussolini, comprendente fascisti (37 deputati su 535), nazionalisti, “liberali” di varia denominazione, popolari (cioè il partito fondato da don Luigi Sturzo, “prete intrigante” a giudizio del liberale Giovanni Giolitti, che, ben ricambiato, lo detestava) e Giovanni Gentile. Nel suo esordio da presidente del Consiglio Mussolini fu minaccioso e protervo alla Camera. Ottenne lo scopo: il silenzio dei “fiancheggiatori” e della generalità delle sparute opposizioni. In Senato fu un po' più rispettoso, anche perché solo due “patres” su oltre 400 erano tesserati del partito nazionale fascista (Pnf). Il risultato fu identico: anche alla Camera Alta ottenne il “via libera”.
1923,   Rappresentata nell’apposita commissione presieduta da Giolitti, la stessa maggioranza approvò la riforma elettorale proposta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giacomo Acerbo, affiliato della Gran Loggia d'Italia, un cui portavoce, Ernesto Civelli, la mattina del 28 ottobre 1922 aveva assicurato a Vittorio Emanuele III che gli squadristi mussoliniani non mettevano in discussione la Corona. Esageratamente maggioritaria, la riforma assegnò due terzi dei seggi al partito che avesse raggiunto il 25% dei voti. Con ogni evidenza Mussolini non confidava affatto di avere un seguito elettorale straripante. Alle elezioni del 16 novembre 1919 in Lombardia il suo movimento aveva raccattato appena 5.000 voti. In quelle del maggio 1921 aveva ottenuto una trentina di seggi solo in coalizione con molte altre liste (liberali, combattenti, agrari...). Però il movimento fascista fu l'unico a presentarsi in tutte le circoscrizioni elettorali con il suo simbolo, il fascio littorio.
1924.  Alle elezioni del 6 aprile 1924 la Lista Nazionale ottenne il 66% dei consensi. In essa vennero eletti deputati fascisti, non fascisti e persino antifascisti come il ligure Giovanni Battista Boeri, fondatore del partito liberale nel 1922, repubblicano, massone (come documenta Filippo Bruno in “La Riviera dei Framassoni”, ed. Il Filo di Arianna,1925), subito schierato all'opposizione. Benché la campagna elettorale fosse stata contrassegnata da scontri violenti, la legislatura fu inaugurata in un clima relativamente sereno.
   Il 10 giugno una squadraccia fascista rapì Giacomo Matteotti, capogruppo del Partito socialista unitario, che nella prima seduta aveva denunciato le violenze dei fascisti a danno dei socialisti e chiesto con veemenza l'annullamento dell'esito delle elezioni. I suoi componenti vennero subito individuati e arrestati. Risultò evidente che avevano agito in combutta con spezzoni del governo e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, braccio armato del Pnf, come ha analiticamente documentato Enrico Tiozzo in due poderosi volumi.
   Socialisti, repubblicani, popolari e democratici, guidati da Giovanni Amendola, disertarono l'Aula e si arroccarono su un mitico “Aventino”, in attesa di risposte dal governo, accusato di complicità nella morte di Matteotti. Giolittiani e comunisti rimasero in Aula. Per dare l'apparenza di ritorno alla normalità, su pressione del Re Mussolini cedette l'Interno al nazionalista Luigi Federzoni.

1925 Tutto il potere al Duce.  Il 3 gennaio 1925 Mussolini respinse alla Camera la propria responsabilità nella morte di Matteotti, rivendicò il valore politico della “Rivoluzione fascista” e sfidò chiunque a chiedere la sua imputazione, a norma dello Statuto.
   Il 12 depositò il disegno di legge sulla riorganizzazione delle associazioni e sull'iscrizione dei pubblici dipendenti ad associazioni, con l'obiettivo dichiarato di annientare la Massoneria. Il progetto fu discusso e approvato alla Camera (19 maggio) alla quasi unanimità e al Senato (20 novembre) con due soli interventi contrari (Francesco Ruffini e Benedetto Croce, che dichiarò di astenersi a nome di una ventina di colleghi) e appena dieci “no”. Mussolini dichiarò di aver vinto le guerre contro il socialismo e la massoneria e di mirare all'obiettivo vero: la sostituzione dello Stato liberale con quello fascista, basato su una “fede”.
   “Capo del governo” (nuova denominazione del presidente del Consiglio) e già Ministro degli Esteri, nel 1925 il “duce” assunse la titolarità dei ministeri militari, Guerra, Marina e Aeronautica, che erano “di spesa”, in stretta connessione con Economia nazionale e Finanza.
   Per abbindolare l'area liberale, nel corso del 1925 Mussolini propose, mentendo, il ritorno ai collegi uninominali. “Centristi” e socialisti ci contarono a lungo. Nella lotta politica chi si lascia ingannare è più colpevole di chi lo inganna. Poi fece conferire alle donne il diritto di voto nell'elezione dei consigli comunali e provinciali. Subito dopo, però, ottenne l'abolizione dell'elettività degli organi degli enti locali, sostituiti con podestà e prèsidi (poi governatori), il controllo governativo dei giornali, lo scioglimento dei partiti d'opposizione e, infine, all'inizio del 1926, la decadenza dei deputati assenteisti. Tra questi furono inclusi anche i comunisti che non avevano disertato la Camera ma da lui erano considerati nemici irriducibili. Fu risparmiata solo la esigua pattuglia liberale, dignitosa ma ormai innocua (Giolitti, Marcello Soleri, Egidio Fazio). Era un alibi. A quel modo il regime dette una labile parvenza di pluralismo, ma mise allo studio un’ulteriore legge elettorale, decretata il 17 maggio 1928. Essa conferì al Gran consiglio del fascismo il potere di stilare la lista dei 400 deputati della futura Camera. Il quadro normativo del Paese risultò paradossale perché il Gran consiglio non aveva ancora veste istituzionale. La ebbe solo con la sua “costituzionalizzazione”. Secondo molti “storici”, con la nuova legge esso ebbe poteri nella successione al trono. Il suo testo, però, dice tutt'altro: il Gran consiglio aveva la facoltà di esprimere un parere (la legge non precisò se vincolante) in merito alle leggi sulla successione: leggi che però non vennero mai presentate né discusse.
   La Corona, pertanto, rimase quella delineata dallo Statuto albertino. La “diarchia” Vittorio Emanuele III/Mussolini è una narrazione non rispondente al vero. Il potere supremo rimase nelle mani del re. Lo si vide nel pomeriggio del 25 luglio 1943, quando in venti minuti il sovrano revocò il duce e lo sostituì con Pietro Badoglio. Non fu un colpo di Stato, ma un “coup de Majesté”. Il re si valse delle sue prerogative, intatte.

   Con l'avvento del regime di partito unico, i sindacati autonomi furono convogliati in quelli “fascisti”. Le associazioni sportive e culturali vennero ammucchiate nell'Opera Nazionale del Dopolavoro. L'etichetta di “fascista” fu appiccicata a tutte le “organizzazioni”. Proprio perché generalizzata, essa risultò anche generica. Gli enti pubblici, statali e locali, vennero nominalmente fascistizzati. Il controllo dell'informazione passò anche attraverso l'istituzione dell'Ordine dei giornalisti, ideato per imbrigliare le redazioni e indurre i collaboratori esterni a regolarsi di conseguenza: evitare accuratamente critiche nei confronti del governo. I liberi professionisti (medici, avvocati...) rimasero invece esenti dall'obbligo della tessera del partito, requisito indispensabile per accedere ai concorsi a pubblici impiegati. Sotto quel profilo, il regime fu totalitario, come quello sovietico e, successivamente, quello nazionalsocialista in Germania: ma solo nella sfera della “politica”.
   Dal 1926 il Pnf iniziò a inviare tessere “ad honorem” a esponenti della vita economica: industriali, banchieri, grandi proprietari, aristocratici. I destinatari non le respinsero, anche se non si sentirono vincolati ai riti del partito.
   In forza dello Statuto, in assenza di pronunciamenti antimussoliniani numericamente rilevanti da parte delle Camere, ormai pienamente dominate dal “duce del fascismo”, Vittorio Emanuele III sanzionò e promulgò le leggi votate dal Parlamento. Sovrano costituzionale, non aveva alternative.
   Il nuovo regime incontrò il favore degli Stati a democrazia parlamentare, in specie Gran Bretagna, regni di Spagna e dell'Europa settentrionale, Stati Uniti d'America e repubbliche dell'America latina. Per i Paesi creditori la regolamentazione dei debiti di guerra da parte di Roma importò molto più della sorte toccata ai partiti politici: una faccenda interna che sembrava rispondente al sentire degli abitanti.

Un convegno di studi a Torre San Giorgio (Cn)
   I quaranta mesi dal regime pluripartitico a quello di partito unico, garante di stabilità e apprezzato dagli Stati esteri, sono approfonditi nel convegno “Come nacque il regime fascista? Vittorio Emanuele III/Benito Mussolini, 1922-1926”, in programma a Torre San Giorgio (Cuneo), Pinacoteca “Sismonda” (Casa Bonino), dalle 16 alle 19 di sabato 27 settembre 2025.
   Perché Torre San Giorgio? Come documenta il bel volume fotografico “Ricordi in uno scatto. Torre San Giorgio dal 1900 al 2000” (ed. L'Artistica, Savigliano, curato da Elena Franco), Torre è un piccolo borgo. Però ha alcune peculiarità. È l'unico comune d'Italia ad avere una piazza intitolata, sin dal 21 settembre 1993, a “Umberto II, Re d'Italia”. Nel novembre 2024 essa venne visitata da Emanuele Filiberto di Savoia, accompagnato da dirigenti dell'Istituto italiano per la Guardia d'Onore alla Reali Tombe del Pantheon: un'Associazione riconosciuta dallo Stato.
   Da un quarto di secolo il Comune è dotato di una biblioteca civica promossa dal sindaco Attilio Mola e inaugurata dall'avvocato Gianni Vercellotti, presidente dell'ATL di Cuneo. Essa ospita l'Associazione di studi sul Saluzzese e l'Associazione di studi storici “Giovanni Giolitti”, presieduta dal prof. Giovanni Rabbia: sodalizi che pubblicano collane di libri nati da convegni di studi svoltisi a Cavour, Saluzzo, Vicoforte (ove nel dicembre 2017 sono state traslate le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena) e in altre città del Piemonte. Inoltre a Torre opera l’Associazione Culturale “Libertas”, presieduta da Branca Lore Muller, affiancata da Elena Franco e Luisa Riboldi. Nel tempo, oltre a numerosi corsi, l'Associazione ha organizzato conferenze e concerti che hanno veduto affluire a Torre un pubblico attento e partecipe.
   Il 27 settembre, per documentare “Come nacque il regime fascista”, si susseguiranno in presenza o in videoconferenza storici di chiara fama. L'iniziativa invita a colmare una lacuna. Il 1925 fu l'anno della svolta sopratutto per la Provincia Granda. Tre anni dopo l'ascesa di Mussolini al governo essa rimaneva monarchica e liberale. Vi si erano affacciati alcuni nazionalisti, ma i fascisti erano pressoché inesistenti.
   Dal 1905 Giolitti era presidente del Consiglio provinciale, popolato di aristocratici, notabili, scienziati, artisti famosi. Sindaco di Cuneo era il liberale Antonio Bassignano.
La Provincia Granda costituiva dunque un’anomalia. D'altronde, dopo la cessione della Savoia alla Francia nel lontano 1860, il Cuneese era divenuto la seconda culla della Dinastia. Soprattutto con Vittorio Emanuele III il castello di Racconigi e le tenute di Sant'Anna di Valdieri e di Pollenzo ospitavano abitualmente i Reali, gli aiutanti di campo e alti ufficiali dello Stato. Presidenti del Consiglio e ministri vi si recavano per proporre al re i decreti che ne richiedevano la firma e per concordare il calendario del governo.
   Agli occhi di Mussolini quella anomalia andava sanata. Per venirne a capo mandò un suo emissario che, in combutta con la prefettura, nel cui Palazzo aveva sede il consiglio provinciale, fece sapere che il governo avrebbe erogato la somma indispensabile per riprendere opere pubbliche da tempo languenti solo se la Provincia si fosse allineata politicamente a Roma. A chiederlo formalmente, infine, non furono né il Pnf né un ministro fascista ma un folto numero di consiglieri provinciali: un paio di nazionalisti e tanti cattolici e liberali. Essi firmarono la richiesta che il loro presidente fosse gradito al duce. Il liberale Antonio Bassignano, che fu tra i sottoscrittori, in un libro di memorie liquidò la triste vicenda come “lurida congiura”. Il giorno dopo, perduto il sostegno dei moderati ormai filofascisti fu costretto a dimettersi da sindaco di Cuneo. Quando, mentre era a Roma, ne ebbe conoscenza dai giornali, il 21 dicembre 1925 Giolitti rassegnò le dimissioni da presidente del consesso e, per questione elementare di dignità, da rappresentante del mandamento di Prazzo e San Damiano, in Valle Maira.

   Quel “cambio” merita approfondimento critico in una visione che unisca locale, nazionale e quadro internazionale: quello di un'Europa avviata verso l'avvento di regimi autoritari e totalitari, dalla Spagna di Miguel Primo de Rivera alla Germania, passando per l'Italia mussoliniana, con il  benestare di Parigi, Londra e Washington, nettamente contrari all'espansione  bolscevismo sovietico.
   Il Convegno di Torre non sostituisce iniziative altrui, anzi le auspica, in specie da parte dell’Amministrazione Provinciale, presieduta dal liberale Luca Robaldo. Il suo Salone d'Onore è dominato dal busto bronzeo di Giolitti, scoperto il 12 novembre 1978 dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un “ritorno a casa” che fa da mònito.

Aldo A. Mola

Didascalia: Lo scoprimento del busto di Giolitti nel Salone d'Onore del Consiglio provinciale di Cuneo, presenti Sandro Pertini, Giovanni Spadolini, Adolfo Sarti, Antonio Giolitti, autorità e cittadini .Al convegno di Torre San Giorgio (h. 16-19 di sabato 27 settembre, Pinacoteca “Sismonda”), introdotto da Branca Lore Muller e Giovanni Rabbia, intervengono in presenza o videocollegamento Tito Lucrezio Rizzo, il colonnello Carlo Cadorna, Raffaella Canovi, Daniele Comero, GianPaolo Ferraioli, Giuseppe L. Manenti, Alessandro Mella, Massimo Nardini, Luigi Pruneti, Aldo G. Ricci, Giorgio Sangiorgi e il generale Antonio Zerrillo.
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Italia-Urss e la “svolta di Salerno”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Il reciproco riconoscimento URSS - Regno d'Italia
DIDASCALIA
                                                          : Palmiro
                                                          Togliatti
                                                          (Genova,
                                                          1893-Yalta,
                                                          1964) nome di
                                                          battaglia
                                                          “Ercoli”,
                                                          segretario del
                                                          partito
                                                          comunista
                                                          italiano, uomo
                                                          di fiducia di
                                                          Stalin, al
                                                          rientro in
                                                          Italia
                                                          impresse la
                                                          “svolta
                                                          partecipazionistica”.
                                                          In “Elogio
                                                          della storia”
                                                          (ed. Oaks)
                                                          Aldo G. Ricci
                                                          ricorda la sua
                                                          linea
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                                                          degli italiani
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                                                          guerra in
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                                                          “rieducare”.
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                                                          alla
                                                          democrazia
                                                          parlamentare
                                                          in Italia: un
                                                          regime diverso
                                                          da quello
                                                          stalinista.Tra la primavera del 1944 e il maggio del 1945 la storia d’Italia ebbe corsi diversi nel Sud e nel Nord, sino a rendere le due parti del Paese reciprocamente irriconoscibili. I primi anni di vita dei neonati e gli assilli delle loro famiglie variarono nettamente secondo i diversi regimi di occupazione.
   A inizio aprile, appena giunto dall'Urss in Italia via Algeri, il segretario del Partito comunista italiano PalmiroTogliatti (nome di battaglia “Ercoli”) propose l'ingresso di tutti i partiti del Ccln in un nuovo governo per una lotta comune (Istituzioni riconosciute dalle Nazioni Unite, partiti e “partigiani”) contro i nazi-fascisti. Era la linea di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio e la sconfessione di Bonomi, del Congresso di Bari, di Sforza e di Croce.
   Però il Governo Badoglio dovette fare i conti con la Commissione Alleata di Controllo (ACC), che tardava a restituirgli l'amministrazione delle regioni liberate dall'occupazione germanica. Forte del ruolo di cobelligerante, mirò ad agire in autonomia nell'ambito delle Nazioni Unite. Il 12 gennaio 1944 Andrej Vyshinsky, rappresentante dell'Urss nel Comitato consultivo per l'Italia comprendente gli anglo-americani, in un colloquio a Salerno con Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri, gettò le basi del ripristino dei rapporti tra Mosca e il regno d'Italia. Nel corso della conversazione dichiarò di ritenere «che tutti i popoli siano almeno in parte responsabili dei loro governi e che il popolo italiano paghi molto duramente gli errori e le colpe del regime che si era per venti anni prescelto». Il “popolo” non è mai “innocente”. Condivide le responsabilità della classe dirigente.
   Badoglio viveva da mesi difficoltà lancinanti. La riorganizzazione dell'esercito stentava a decollare. La resistenza armata nelle regioni occupate dalla Repubblica sociale e dai tedeschi era appena albeggiante. Le “bande partigiane” meno di 10.000 uomini. Le forze dell'ordine non riuscivano ad arginare la condotta criminosa di militari anglo-americani ai danni della popolazione: omicidi, ferimenti, stupri, abusi di vario genere, largamente ma inutilmente documentati da carabinieri e non sempre denunciati dalle vittime nel timore del peggio. Gli italiani avevano accolto gli Alleati come liberatori. Ora imputavano al governo le soperchierie e le ripercussioni della guerra nella vita quotidiana: inflazione galoppante, razionamento dei beni di consumo, disoccupazione e criminalità dilagante.
   Il 25 febbraio 1944 Badoglio espose la profonda delusione degli italiani in una lettera al presidente degli USA e a Churchill. L'Italia rimaneva inchiodata agli strumenti di resa che le erano stati dettati il 3 e il 29 settembre 1943. Perciò il governo accolse con molto favore la proposta di scambiare rappresentanti ufficiali, avanzata il 4 marzo dal sovietico Alexander Bogomolov, subentrato a Vyshinsky nel Comitato consultivo. Quel passo avrebbe consentito all’Italia di uscire dall'angolo nel quale gli Alleati la tenevano relegata. Il 7 marzo Bogomolov aggiunse che Mosca chiedeva il consenso italiano a organizzare una sua base aerea tra Bari e Brindisi, «di modeste dimensioni e di poche unità e uomini», per agevolare le sue relazioni con i partigiani jugoslavi. La proposta non ebbe seguito.
   Il 13 marzo 1944 fu annunciato ufficialmente il reciproco riconoscimento tra Urss e regno d'Italia. Una settimana dopo Prunas scrisse a Badoglio che toccava agli anglo-americani andare oltre il «duro, illiberale, inintelligente terreno della resa senza condizioni e del paralizzante e asfissiante controllo di ogni attività del Paese», che si risolveva a tutto vantaggio della «concreta e progressiva influenza sovietica».
   Interprete dell'irritazione suscitata negli anglo-americani dall'intesa italo-russa, il 25 marzo il vicepresidente della Commissione Alleata di Controllo, l'inglese Noel Mason MacFarlane, ammonì Badoglio: l'Italia non era abilitata a istituire rapporti con governi di altre potenze. Il maresciallo osservò che quel vincolo valeva per l'avvenire, non per il passato; e quindi non metteva in discussione l'accordo intervenuto con la Russia.
Lo ribadì in una lettera personale in cui aggiunse che «tutte le dichiarazioni fatte dai Signori Churchill e Roosevelt nei loro messaggi ed inviti al popolo italiano di marciare con gli amici anglo-americani sono semplici parole che non hanno avuto riscontro nei fatti successivi». Linguaggio di militare, rude e chiaro. A sua volta Prunas dichiarò che «il tentato blocco della politica estera italiana […] è puro e semplice arbitrio, e costituisce comunque un ulteriore aggravamento delle già durissime e gravissime condizioni di armistizio». In conclusione, «le relazioni dirette italo-russe resteranno, qualunque cosa pensino e facciano gli Alleati».
   A inizio aprile Palmiro Togliatti, rientrato in Italia, impose la svolta politica: la questione istituzionale andava risolta alla fine della guerra. Ora occorreva rinsaldare il governo e combattere i nazi-fascisti. Allo scopo bisognava dar vita a un nuovo esecutivo. Il 22 aprile si insediò il secondo governo Badoglio. I ministri giurarono sul proprio onore dinanzi al re. Il partito d’azione, ostile verso la Corona, vi contò due ministri (Omodeo e Tarchiani), a titolo personale. I socialisti rimasero contrari al nuovo corso.

La reazione degli Alleati: isolare il Re
Gli anglo-americani non accettarono la prova di indipendenza in politica estera data dal governo Badoglio. Puntarono diritti contro il re. Il 16 marzo, poco dopo il riconoscimento Italia-Urss, il re espose al governo il suo punto di vista. Precisò che alla liberazione di Roma avrebbe conferito le prerogative di Capo dello Stato al figlio quale suo Luogotenente, col mandato di costituire un governo più solido in vista delle elezioni, da celebrare «a pace avvenuta». Lo stesso giorno il governo tenne una rapida seduta. Nei seguenti crebbe l'animosità dei vertici italiani nei confronti degli Alleati. Se ne fece interprete Prunas in un Appunto riservato a Badoglio: «Non occorre veruna acutezza politica per constatare che la popolarità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è nell'Italia liberata in progressivo e crescente ribasso. Anche perché è una occupazione pesante con larghi margini di violenze e di arbitrio che superano certamente, e di molto, il peso delle occupazioni militari in Paesi non ostili.» Rilevò anche che MacFarlane si era pronunciato per la rapida abdicazione del sovrano, suscitando l'irritazione di Churchill.
L'imboscata dei quattro anglo-americani
Il 9 aprile, Pasqua di Resurrezione, MacFarlane fece pervenire a Puntoni la richiesta urgente di udienza alle 11 del giorno seguente per lui e per i delegati civili statunitense e inglese, Robert Murphy e Harold MacMillan, accompagnato da Noel Charles, destinato a subentrargli. I quattro si presentarono alla residenza reale alle 11:30 del lunedì dell'Angelo e, come riassunse Prunas, comunicarono al re che i loro governi «desideravano consigliargli amichevolmente ma fermamente che il passaggio della Luogotenenza, invece che a Roma avrebbe dovuto aver luogo subito». Attendevano una risposta entro l'indomani. Fu una “imboscata”, secondo il giudizio lapidario riferito a Puntoni dal re. Vittorio Emanuele III protestò che lo mettevano «con le spalle al muro» e li congedò ruvidamente. Preoccupati, i quattro chiesero a Prunas un colloquio nella loro residenza, a villa Cimbrone, alle 10:30 del 12. La conversazione fu lunga, «spesso agitata e torbida». Rifiutato il testo proposto dagli Alleati («retorico e bolso» a giudizio del sovrano) il re scrisse il proclama comunicato da Radio Bari e da radio Napoli alle 13 del 12 aprile e dato ai giornali. Nel pomeriggio, «triste, avvilito», Vittorio Emanuele III confidò a Puntoni che il mestiere di re è difficile e pesante. “Brut fardèl” lo aveva definito Vittorio Emanuele II parlando in punto di morte al principe Umberto. Vittorio Emanuele III aggiunse che i Savoia non avevano avuto molta fortuna. Suo bisnonno, Carlo Alberto, era morto in esilio. Suo padre, Umberto I, era stato assassinato. Solo suo nonno, Vittorio Emanuele II, ne era «uscito bene».
   Il re ribadì che avrebbe trasmesso al figlio tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, ma solo in Roma. A giudizio di Prunas, «il proposito di arginare l'influenza sovietica nell'Italia liberata aveva certamente in gran parte motivato l'iniziativa anglo-americana». Gli Alleati negavano all'Italia la libertà di Stato indipendente e sovrano. Il 24 aprile Badoglio rivendicò fermamente in consiglio dei ministri l'opera di ricostruzione attuata dal governo. Successivamente accolse il suggerimento di dichiarare decaduto l'armistizio sottoscritto dalla Francia il 24 giugno 1940 a Villa Incisa e sconfessò le mire fasciste su Savoia, Corsica, Nizza e Tunisia. Mise anche la sordina alle proteste contro la condanna delle nefandezze perpetrate dai marocchini nell'avanzata verso Roma, «fatti che superano di gran lunga ogni orrore commesso nel corso della guerra da qualunque belligerante, compresi, che è tutto dire, i tedeschi» (Prunas a Badoglio, 26 maggio).

Il passaggio dei poteri
Alle 10 del 5 giugno il governo si riunì d'urgenza per deliberare sulla richiesta del re di recarsi a Roma, finalmente raggiunta dagli americani, per firmare il decreto di trasmissione dei poteri al figlio, in linea con il proclama del 12 aprile. Vittorio Emanuele III era disposto a recarsi nella capitale anche in aereo, all'aeroporto di via Salaria, raggiungere Villa Savoia, sostarvi il tempo necessario per la firma e ripartirne. In alternativa gli bastava atterrare a Roma, firmare il decreto e decollare alla volta di Napoli. La discussione fu lunga e vivace. A favore della richiesta del sovrano si schierarono Croce («opporsi al desiderio del re avrebbe carattere ingiurioso») e i ministri militari. Contro si pronunciarono Sforza e Alberto Tarchiani, esponente del partito d'azione. Quest’ultimo si spinse oltre. Anche a nome del “correligionario” Adolfo Omodeo, dichiarò di essere «disposto ad accettare un suo [del re] Luogotenente in ogni senso degno dell'alta carica, purché non fossero né il principe Umberto», a suo avviso colpevole di aver dichiarato in un’intervista che nessuno si era opposto all'intervento in guerra, né il duca d’Aosta, Aimone di Savoia, «per evidenti considerazioni di carattere internazionale». Togliatti, scaltro e abile nell'incunearsi tra le divisioni degli altri partiti, ammonì che, con tanti problemi urgenti, non era il caso di riaprire la questione istituzionale. La pretesa di escludere Casa Savoia dalla Luogotenenza non ebbe seguito. Nella sessione pomeridiana della riunione di governo Tarchiani propose al Consiglio di dichiarare nell'occasione del passaggio dei poteri al Luogotenente la «non responsabilità del popolo italiano nella guerra contro gli Alleati»: l’esatto opposto di quanto Vyshnisky aveva pacatamente fatto rilevare a Prunas. La proposta non fu accolta.
   Infine il governo fece sua la decisione degli anglo-americani: al re fu interdetto il viaggio a Roma, in areo o con altro mezzo, per «motivi di sicurezza». Fu così che la firma ebbe luogo a Ravello. Alle 15:30 del 5 giugno Badoglio accompagnò MacFarlane, «in pantaloni corti e in maniche di camicia» (come annotò Puntoni), all''Episcopio, la villa dei duchi di Sangro ove il re dimorava, per estorcergli immediatamente il decreto istitutivo della Luogotenenza. Vittorio Emanuele III li ricevette in presenza dell'aiutante di campo e sottoscrisse il decreto: «Abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue: articolo unico. Il nostro amatissimo figlio Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, è nominato nostro Luogotenente Generale. Sulla relazione dei ministri responsabili, egli provvederà in nome nostro a tutti gli affari dell'amministrazione ed eserciterà tutte le prerogative regie nessuna esclusa, firmando i reali decreti i quali saranno controsegnati e vidimati nelle solite forme.» Dopo la firma Badoglio si inchinò singhiozzando e baciò le mani del re. «Sua Maestà ha accolto il gesto con molta freddezza e ha invitato il Maresciallo a uscire subito», annotò Puntoni. Secondo Prunas, il re si limitò a dirgli ironicamente: «Maresciallo, non si commuova». A MacFarlane, che gli dichiarò tutta la sua simpatia per la monarchia, Vittorio Emanuele III rispose: «Ci debbo credere perché me lo dice lei, ma quanto è stato fatto dimostrerebbe il contrario.»
   Il Re trasmise l'esercizio dei poteri in suo nome ma non abdicò alla Corona.

Ivanoe Bonomi: l'Esarchia al governo dell'Italia
   Gli eventi successivi all'insediamento del Luogotenente “del Regno” (anziché “del Re” come voluto dal decreto-legge firmato da Vittorio Emanuelle III) sono noti. Badoglio rassegnò le dimissioni, convinto di formare il suo terzo governo. Però, passato da Salerno a Roma, il maresciallo incappò nell'opposizione tetragona dei partiti antimonarchici che indicarono Bonomi quale presidente del Consiglio (denominazione sostitutiva del mussoliniano “capo del governo”). Mentre questi si accingeva a formare il nuovo ministero, MacFarlane consegnò a lui e a Badoglio una durissima dichiarazione: il governo dimissionario doveva rimanere in carica in attesa che il nuovo ottenesse il benestare delle Nazioni Unite. Il 7 giugno il gradimento fu comunicato a Bonomi dal capitano di vascello Ellery Stone (futuro contrammiraglio), che, per conto di MacFarlane, gli chiese di dichiarare per scritto: «In nome del R.[egio] governo italiano accetto tutte le obbligazioni verso gli Alleati assunte dai precedenti governi italiani dopo la conclusione dell'armistizio italiano, comprese le lunghe clausole di armistizio. Certifico che ciascun membro del Governo ha personalmente preso conoscenza dei termini di tutte tali obbligazioni.» Bonomi dovette dichiarare inoltre: «Il governo italiano si impegna a non riaprire, senza il consenso preventivo dei Governi alleati, la questione istituzionale, fino a quando l'Italia non sarà stata liberata e il popolo italiano non avrà la possibilità di determinare esso stesso la forma di governo.» “In cauda venenum", Stone precisò che il governo italiano si impegnava a «non ristabilire nuove relazioni diplomatiche con altri Stati senza il preventivo accordo con i Governi alleati».
   Il ripristino dei rapporti italo-russi, ultimo atto rilevante del regno di Vittorio Emanuele III e segno di indipendenza dello Stato d'Italia, scottava ancora. L'emarginazione del sovrano e l'apparente trionfo dei partiti antimonarchici non avevano affatto liberato l'Italia dalle stringenti direttive politiche e dalle interferenze militari degli Alleati, divisi tra loro nei loro scopi ultimi ma concordi nell'imporsi al paese vinto.
   Sino alla nomina del figlio a Luogotenente generale, malgrado l'assillante assedio mossogli da anglo-americani, notabili, partiti antimonarchici e Cln, Vittorio Emanuele III conservò integre le prerogative della corona, rispondenti alla missione metastorica o “divina” della monarchia, come egli dichiarò alla principessa di Piemonte, Maria José, che ne rimase sorpresa. Veduto il ruolo da lui svolto dal 25 luglio 1943 al 5 giugno 1944 appare riduttivo il giudizio espresso da Renzo De Felice: «Ciò che caratterizzava la personalità di Vittorio Emanuele era un misto di profondo scetticismo e di estremo realismo, che non di rado sfociava nel cinismo e che contribuivano a fare di lui un uomo per un verso estremamente lucido e freddo, per un altro verso solitario e diffidente, che disprezzava sostanzialmente tutti e viveva la sua funzione come un dovere da compiere secondo regole rigide, da lui ridotte all'osso del formalismo più arido e assoluto, sentendone per altro la sostanziale inutilità.» Del tutto diverso fu il ritratto lasciatone da chi ebbe modo di conoscerlo da vicino.
   Fu il caso dei suoi primi aiutanti di campo. Il generale Ugo Brusati disse ad Angelo Gatti che Vittorio Emanuele III era «sopra ogni altra cosa costituzionale, […] re di tutti gli italiani, non di un solo partito. Oltre a larghissima intelligenza politica, fondata su conoscenza profondissima della storia d'Italia e degli altri paesi, e militare aveva sopra tutto la conoscenza profonda degli uomini che gli stavano dattorno […] Di tutti sapeva vita e miracoli e li vedeva negli atteggiamenti ogni volta mutatisi; ma tutti accettava, fingendo di dimenticare il passato, quando però sentiva che la voce della ragione glielo imponesse». Il suo «accorgimento di misurare le parole» era «scambiato con mancanza di sicurezza».
   Anche più perspicuo è quanto al medesimo confidò il generale Arturo Cittadini (successivo primo aiutante di campo): «Come prima regola il re si impose di essere al di sopra di tutti i partiti. Egli è il re di tutti gli italiani, non di questi o di quelli. […] Il re è proprio il tipo di cittadino borghese democratico e libero pensatore. Egli intimamente non crede alla vita futura, né alla ricompensa del Signore. Crede invece, per la sua natura e per ciò che ha letto e pensato, agli obblighi del dovere e all'immortalità del nome. Ha sostituito questa immortalità a quella dell'anima: e spesso, parlando cogli intimi, dice che bisogna fare bene non soltanto per dovere, ma per lasciare ai figli e ai posteri un nome onorato, che è tutto ciò che di noi rimane in terra.»
   Figlio e nipote di re scomunicati dai papi, Vittorio Emanuele III venne “isolato” da partiti che si proclamavano progressisti e propugnavano la cosiddetta laicità dello Stato. Però poi essi non impedirono che la Costituzione della Repubblica iscrivesse nei suoi principi fondamentali i Patti Lateranensi Mussolini-Gasparri dell'11 febbraio 1929, guardati con distacco dagli inglesi, anglicani, dagli statunitensi, ripartiti in un caleidoscopio di denominazioni evangeliche e riformate, e dall'Unione sovietica, dichiaratamente atea.
   Con l'eclissi della monarchia rappresentativa, tanta parte del Risorgimento di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini venne consegnata al passato remoto e avviata all'oblio.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA : Palmiro Togliatti (Genova, 1893-Yalta, 1964) nome di battaglia “Ercoli”, segretario del partito comunista italiano, uomo di fiducia di Stalin, al rientro in Italia impresse la “svolta partecipazionistica”. In “Elogio della storia” (ed. Oaks) Aldo G. Ricci ricorda la sua linea durissima a proposito del trattamento degli italiani prigionieri di guerra in Urss: da “rieducare”. Nondimeno fu protagonista nel passaggio alla democrazia parlamentare in Italia: un regime diverso da quello stalinista.
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I CLN PER L'ABDICAZIONE DEL RE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


L'Italia divisa in due...
DIDASCALIA:
                                                          L'Abbazia di
                                                          Montecassino,
                                                          distrutta
                                                          dagli Alleati
                                                          con un
                                                          “bombardamento
                                                          pedagogico”
                                                          militarmente
                                                          inutile,
                                                          deprecabile da
                                                          ogni punto di
                                                          vista.   A fine gennaio del 1944 l'avanzata degli anglo-americani e del corpo “francese” comandato dal generale Alphonse Pierre Juin continuava a stagnare poco oltre il Garigliano. La “linea Gustav” tedesca reggeva. Lo sbarco ad Anzio-Nettuno non fu affatto risolutivo. Gli Alleati avevano tre obiettivi fondamentali: perdere meno uomini possibile su quel fronte; impegnare tedeschi nell'Italia centro-meridionale per trovarsene meno in Normandia; soggiogare ogni aspirazione autonoma di Vittorio Emanuele III e del governo italiano. A quest'ultimo scopo occorreva moltiplicare e divaricare i partiti e attizzare le rivalità. Infine sarebbe stato necessario “impartire una lezione” per far capire che nulla li avrebbe fermati. A metà febbraio distrussero dal cielo l'Abbazia di Montecassino: preludio di altri “bombardamenti pedagogici”.
   Il 28-29 gennaio 1944 al teatro comunale “Piccinni” di Bari si svolse il congresso dei Comitati di liberazione nazionale (Cln). Le correnti e i partiti antifascisti stentavano a trovare unità d'intenti. Continuavano a disconoscere il governo del re, che però rimaneva l'unico interlocutore delle Nazioni Unite. A quell'appuntamento i Cln arrivarono dopo lungo e accidentato cammino. Il 24 novembre 1943 i comitati pugliesi si radunarono a Bari per programmare un congresso con la più ampia partecipazione possibile. Il 4 dicembre questi e i comitati campani proposero di convocare il congresso il 20 dicembre a Napoli. L'Amministrazione militare alleata negò l'autorizzazione per motivi di sicurezza. La Campania era retrovia di operazioni belliche.
   I promotori, tra i quali il liberale Benedetto Croce e il comunista Eugenio Reale (1905-1986), inviarono una protesta al presidente degli USA Roosevelt, al premier britannico Churchill e al maresciallo sovietico Stalin, assicurando che i congressisti non avrebbero attizzato disordini. Vennero ignorati. Progettarono di far partecipare anche i rappresentanti dei Cln clandestini sorti in regioni controllate dalla Repubblica sociale italiana e delle comunità di antifascisti italiani all'estero, anzitutto degli Stati Uniti d'America. Un proposito risultò irrealizzabile.
… e preda di quattro guerre
   Da settembre l'Italia era teatro di quattro guerre: quella delle Nazioni Unite contro la Germania e i suoi alleati (e quindi contro l'Italia centro-settentrionale, martellata da bombardamenti); quella del governo del re, cobelligerante contro la Germania e i suoi satelliti (13 ottobre); quella tra fascisti repubblicani e bande di antifascisti, sia repubblicani sia monarchici; e infine quella, dapprima condotta in sordina, poi conclamata, di Stati che consideravano nemica l'Italia nel suo insieme e miravano ad annetterne una parte. Il Paese fu chiuso nella tenaglia della Jugoslavia di Tito ad est e della Francia di De Gaulle a ovest. Quest'ultima, appena le fu possibile, tornò a dichiararsi in guerra contro l'Italia: una condotta nel cui ambito si collocarono le famigerate imprese dei “marocchini” comandati dal generale Juin.
   Alle quattro diverse guerre, ciascuna condotta secondo sue regole, si aggiunsero le contese dei partiti antifascisti, sia tra loro (quelli di sinistra e partito d'azione da un canto, democratici del lavoro, democristiani e liberali dall'altro), sia fra le diverse correnti in cui ciascuno di essi era diviso, sia, infine, nel loro insieme contro il re e il governo.
   L'Italia era dunque un mosaico di soggetti, e di  programmi e posizioni il cui disegno mutava in funzione dell'andamento generale della guerra condotta dalle Nazioni Unite non solo contro la Germania ma anche contro il Giappone, in un quadro globale niente affatto univoco. Mentre nel teatro europeo le Nazioni Unite operavano in convergenza, in quello asiatico erano divise. L'Urss di Stalin dichiarò guerra al Giappone solo l'8 agosto 1945, due giorni dopo il bombardamento atomico statunitense su Hiroshima. A sua volta il governo italiano riluttò a dichiarare guerra al Giappone (lo fece il 15 luglio 1945). Non per mancanza di condivisione degli ideali che avrebbero potuto giustificare l'intervento, ma in assenza di una motivazione plausibile e, soprattutto, nel timore che avrebbe dovuto onorare l'impegno inviando nel Pacifico il meglio della sua flotta: uno dei beni più preziosi del regno d'Italia. Quel conflitto fu chiuso nel 1972, con una composizione amministrativa.
L'offensiva di Croce e di Sforza contro il re
   Ai tanti conflitti che da anni imperversavano in Italia si aggiunse la richiesta perentoria  di alcuni partiti (segnatamente comunisti, socialisti, azionisti, frange della nascente democrazia cristiana e notabili di area liberale e “democratica”) che Vittorio Emanuele III abdicasse immediatamente. Il 24 ottobre 1943, neppure un mese dopo l'“armistizio lungo”, Badoglio informò il re. Volevano la sua abdicazione, la rinuncia al trono da parte di suo figlio Umberto e il conferimento della corona al nipote, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di sette anni, assistito da un reggente. Fatto consultare riservatamente Carlo Sforza, indicato da Badoglio quale alfiere della lotta contro la monarchia, il re ammonì il maresciallo, capo di un ministero “striminzito e inefficace”, a non contare sulla sua abdicazione. Per saggiarne la vanità e privarlo della possibilità di ostentarsi vittima di ostracismo da parte del sovrano, Vittorio Emanuele III fece proporre a Sforza di entrare in un nuovo governo e si assicurò della fedeltà delle forze armate, consolidate dal rientro in Italia del maresciallo Giovanni Messe, già suo aiutante di campo e massone, rilasciato dagli inglesi e nominato capo di stato maggiore generale il 18 novembre 1943 in successione ad Ambrosio.
   In prossimità del nuovo anno, il 28 dicembre 1943 Vittorio Emanuele III scrisse di suo pugno e diramò un messaggio radiofonico agli italiani. Omettendo tante schermaglie, il 23 gennaio 1944, in prossimità dell'annunciato congresso dei Cln a Bari, il re consegnò al capomissione alleata Noel Mason Mac Farlane un “appunto” sulle proprie intenzioni. Alla liberazione di Roma il governo tecnico-militare sarebbe stato sostituito da un ministero formato da esponenti di tutti i partiti e nessun compromesso col fascismo. Quattro mesi dopo la pace sarebbe stata eletta la Camera dei deputati e il Senato avrebbe ripreso le sedute. Il parlamento avrebbe discusso le istituzioni, anche riformandole completamente. In libera consultazione il Paese si sarebbe pronunciato sulla decisione delle Camere. La Corona avrebbe accettato il verdetto popolare. Però fino a quel momento tutti gli sforzi dovevano rimanere concentrati nella lotta di liberazione.
   Oltre quella linea il re non poteva andare. Toccava a lui guidare l'Italia sino alla liberazione di Roma ove, sin dal 16 dicembre, aveva chiesto di entrare “contemporaneamente alle truppe”.
Le proposte del Congresso del CLN
   I lavori del congresso dei Cln a Bari, presieduti da Michele Cifarelli, esponente del partito d'azione e futuro parlamentare di quello repubblicano, si svolsero nell'intera giornata del 28 gennaio 1944 e proseguirono la mattina del 29. Furono aperti dal discorso di Croce su “La libertà italiana nella libertà del mondo”. Esso contenne un aspro passaggio polemico nei confronti del re, la cui abdicazione immediata egli chiese affinché gli italiani potessero “respirare liberamente”. I temi all'ordine del giorno erano le condizioni del Paese, l'organizzazione di volontari da affiancare all'esercito, il quadro politico internazionale, l'inflazione galoppante, la svalutazione della lira, l’emissione delle Am-lire e l’istituzione di un organo di collegamento tra i Cln e gli anglo-americani.
   Dopo veementi invettive contro il sovrano e la monarchia, Sforza propose l'invio di telegrammi al Congresso degli USA, alla Camera dei Comuni, a Stalin, De Gaulle, Chang Kai Schek e ai popoli della Jugoslavia e della Grecia. I Cln si ersero a soggetti titolari della politica estera, alternativi al re e al suo governo.
   Nella seduta pomeridiana, presieduta da Alberto Cianca, esponente del partito d'azione, il liberale Vincenzo Arangio-Ruiz ricordò ai partecipanti che almeno metà degli italiani erano favorevoli alla monarchia: perciò la soluzione della questione istituzionale andava rimessa al voto popolare, ma a pace raggiunta. Nel frattempo occorreva unità di intenti per garantire la sopravvivenza dell'Italia. Dopo di lui l'azionista Tommaso Fiore si scagliò contro il re, complice di Mussolini, e contro Badoglio. Concordò con Arangio-Ruiz sulla necessità di un’unione antifascista, da lui intesa, però, come fronte unico su posizioni antimonarchiche.
   La mattina del 29 gennaio i congressisti chiesero la formazione di un governo composto da esponenti dei sei partiti dei Cln, dotato di pieni poteri per compiere il massimo sforzo nella guerra contro il nazifascismo e per risolvere gli immensi problemi economici e sociali incombenti. Deliberarono anche la nascita di una Giunta esecutiva permanente formata da esponenti dei partiti dei Cln locali di concerto con il Cln Centrale: una sorta di governo alternativo a quello del re. Sforza concluse i lavori con un appello all’unità e alla fiducia nell'Italia libera, esortando a impedire attacchi reazionari contro la democrazia. Anche il suo secondo discorso risultò «violento e pieno di insulti all'indirizzo del Re», come nel “Diario” annotò il generale Paolo Puntoni. Di seguito i congressisti approvarono la richiesta di abdicazione immediata di Vittorio Emanuele III, senza entrare nel merito della successione al trono.
Un groviglio caotico
   Ancora esule nell'Unione Sovietica, il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, liquidò il congresso di Bari come un chiassoso “comizio antimonarchico”, irrilevante sotto il profilo politico interno e internazionale. Percepì con chiarezza che gli azionisti, al pari dei democratici del lavoro (o laburisti: erano ancora incerti sulla propria denominazione), non avevano e non avrebbero avuto seguito elettorale. I dirigenti della democrazia cristiana (compresi Alcide De Gasperi e Giovanni Gronchi) dovevano far dimenticare il sostegno dato all'avvento e al radicamento del governo Mussolini nel 1922-1924 (Gronchi era stato sottosegretario all'Industria, accanto al ministro giolittiano Teofilo Rossi di Montelera). Essi erano consapevoli che la base del loro elettorato era monarchica, non per devozione ai Savoia ma per la radicata diffidenza del “cittadino normale” (di cui parla Salvatore Satta in “De Profundis”) verso le “novità”: un “terreno ignoto”, come si prospettava la “repubblica”. Togliatti pensava infine che l'elettorato del partito socialista italiano di unità popolare, comprendente varie tendenze, era in gran parte fermo al riformismo di Turati e Treves e aveva per punto di riferimento iconico Giacomo Matteotti, dai toni talvolta rivoluzionari ma fermamente anticomunista. L'unità d'azione siglata in Francia tra il Pci e il Psi di Pietro Nenni nell'opinione dei socialisti italiani aveva già subìto lo scossone del brusco voltafaccia dei comunisti all'indomani del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin nell'agosto 1939. Ligi alla Terza Internazionale i comunisti avevano voltato le spalle agli altri partiti antifascisti sino a quando nel giugno 1941 Hitler scatenò l'operazione Barbarossa contro l'Urss. Ora, però, si valevano del prestigio conquistato dall’Unione Sovietica grazie alla “grande guerra patriottica” contro l'avanzata germanica.
   Ivanoe Bonomi, presidente del Comitato centrale di liberazione nazionale, attivo in Roma nella più circospetta clandestinità, accolse con molta perplessità gli ordini del giorno approvati dai Cln adunati a Bari. All'avvento della Rsi mussoliniana Bonomi commentò nel “Diario” la “frattura” che essa avrebbe determinato tra il Nord e il Sud d'Italia: «Il Nord e il Centro che hanno già fatto esperienze repubblicane con la Repubblica Cisalpina [in età franco-napoleonica, 1796-1804, NdA] e con le due repubbliche di Venezia e di Roma [1848-1849, NdA] si abitueranno a considerare la monarchia come un regime che può essere rovesciato; il Mezzogiorno invece, che ha già una lunga tradizione monarchica, continuerà a considerare la monarchia come un istituto che non si discute perché radicato in una lunga e ininterrotta consuetudine.» Per chi la conosca, e Bonomi la conosceva, la storia è “magistra vitae”. Nessuno poteva cancellare l'impronta lasciata nel Mezzogiorno dai sacri romani imperatori, dai re Normanni e Aragonesi, dagli Asburgo di Spagna e d'Austria e, infine, dai Borbone di Spagna, durati dal 1737 fino all'arrivo in Napoli di Giuseppe Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, pronto a salutare Monsù Savoia “re d'Italia” quando questi gli andò incontro a cavallo a Vairano Catena, presso Teano. Forma di religiosità, la monarchia era metastorica, radicata nel mito. Il rifiuto di collaborare con il governo Badoglio non implicava ostilità verso la figura del re in quanto tale, ma era la reazione alla predilezione accordata da Vittorio Emanuele III a militari e “tecnici” anziché ad antifascisti che, come Bonomi stesso, avevano attraversato il regime convinti che prima o poi quest’ultimo sarebbe stato travolto dai suoi errori.
   A conferma, il 16 ottobre 1943, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania, il CCln chiese la «costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fin dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista [a differenza del Pci, NdA]». Tale richiesta si accompagnava a quella di evitare «ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare», rinviata alla cessazione delle ostilità, quando il popolo sarebbe stato convocato «per decidere sulla forma istituzionale dello Stato». Esattamente come proponeva Vittorio Emanuele III.
   Significativamente Bonomi non commentò nel “Diario” il congresso di Bari. Oltre un mese dopo, il 6 marzo 1944 egli inviò al CCln la Dichiarazione redatta il 2 precedente, «riflesso del suo fermo convincimento che inspirerà e indirizzerà la sua azione futura». Messe da parte le posizioni unilaterali (come quelle accesamente antimonarchiche del Psi e del PdA), occorreva promuovere la “guerra per bande” (poi detta “partigiana” e infine dei “volontari della libertà”, posti agli ordini del generale Raffaele Cadorna, monarchico), in aggiunta (non in alternativa) all’«azione preminente e decisiva delle forze armate dello Stato italiano». «La guerra nazionale – precisò Bonomi – ha bisogno della concordia nazionale.» Perciò bisognava «accantonare la questione della forma dello Stato, per rifare così l'unità spirituale degli italiani per la guerra e per la vittoria». «La richiesta dell'abdicazione dell'attuale re non può passare innanzi e comunque indebolire la richiesta dell'assemblea incaricata di deliberare, a territorio nazionale liberato, la nuova costituzione dello Stato.» In sé l’abdicazione non risolveva comunque la necessità di assicurare allo Stato un Capo sino al raggiungimento della pace. Posto che, a guerra ancora in corso, esso non poteva essere espresso dai cittadini, doveva continuare a esserlo il sovrano regnante o il suo successore, in attesa della vittoria finale. Presidente del CCln, Bonomi non dimenticava il suo rango di “cugino del re”, essendo stato insignito del collare della Santissima Annunziata il 21 dicembre 1920: lo stesso giorno di Sforza, che però mostrava “sensibilità” ben diversa dalla sua.
Le “bande” e la Rsi
   Le informazioni di cui Bonomi disponeva indicavano che le “bande” di volontari stentavano a costituire una forza decisiva per l'abbattimento della repubblica mussoliniana affiancata dai tedeschi. Questa si reggeva non solo sulla repressione di antifascisti notori e di partigiani (soprattutto con la spietata eliminazione dei militari), ma anche sulla forza di inerzia della vita quotidiana, sul funzionamento dell'amministrazione pubblica, in specie quella locale, e sull’elusione di misure troppo impopolari, causa di collasso sociale e di incontenibile ribellione di massa. Se non impedì le razzie di ebrei destinati alla deportazione nei campi germanici di sterminio (l'amministrazione anzi concorse alla sua attuazione mettendo a disposizione la schedatura degli ebrei effettuata all'indomani delle leggi del 1938), Mussolini concesse invece poco spazio e nessun potere autonomo ad antisemiti e massonofagi fanatici, come un antico spretato che il duce, superstizioso qual era, evitava di ricevere. Ferrovie, poste, scuole, dalle elementari alle università, e servizi annonari nell'Italia settentrionale continuarono a funzionare con una certa regolarità sino a fine aprile del 1945.
   Tra il settembre 1943 e la primavera del 1944 le “bande” impiegarono tempo a prendere corpo. Nuto Revelli, una delle sue “voci” più note dagli Anni Sessanta del Novecento, rientrato dalla disastrosa campagna di Russia, annotò in appunti diaristici di aver costituito con altri ufficiali del regio esercito la “1^ Compagnia rivendicazione caduti” (5 ottobre 1943), diffidente nei confronti dei politici (“La guerra dei poveri”, Torino, Einaudi, 1963, p. 141). Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Pnf, esponente di spicco della banda “Italia Libera” fondata nel cuneese da Duccio Galimberti e militante del partito d'azione, al primo incontro con Revelli e gli ufficiali Faustino Dalmazzo e Giovanni Delfino (13 novembre) annotò a sua volta nel “Diario”: «Si tratta di militari senza alcuna idea politica: speriamo però di averli scossi dal loro atteggiamento.» Solo quando si ebbe notizia dello sbarco anglo-americano a Nettuno (8 febbraio), che illuse sulla rapida avanzata degli Alleati verso Roma ma rischiò di risolversi in uno scacco, e dopo aver preso contatto con altre formazioni partigiane (ne ha scritto Aldo Sacchetti in “Un romano tra i ribelli”, Cuneo, L’Arciere, 1990), Revelli decise di aggregarsi alla “banda” di Bianco in una “atmosfera di simpatia” scaturita anche dalla scoperta che erano entrambi figli di massoni.
   Il congresso dei Cln a Bari non risolse dunque nessuno dei tanti assilli dell'Italia in guerra. Semmai indebolì il governo e concorse a isolare il re: due obiettivi che gli Alleati perseguivano per retrocedere l'Italia a “potenza” di terza fila.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'Abbazia di Montecassino, distrutta dagli Alleati con un “bombardamento pedagogico” militarmente inutile, deprecabile da ogni punto di vista.


OTTOBRE 1943...: ITALIA IN GUERRA
L'ombra cupa dell'“armistizio lungo”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


DIDASCALIA:
                                                          La pagina
                                                          dell'“Itinerario
                                                          generale dopo
                                                          il 1° giugno
                                                          1896”,
                                                          manoscritto da
                                                          Vittorio
                                                          Emanuele III,
                                                          sul primo
                                                          semestre del
                                                          1944: appunti
                                                          scarni sui
                                                          fatti politici
                                                          più rilevanti
                                                          (insediamento
                                                          del III
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                                                          restituite
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                                                          1948, I,
                                                          Governo
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                                                          luglio
                                                          1943-aprile
                                                          1944, a cura
                                                          di Aldo G.
                                                          Ricci,
                                                          Poligrafico
                                                          dello Stato,
                                                          Roma, 1994. A chi oggi si stupisce che in tante aree del Pianeta la pace tardi ad arrivare va ricordato che altrettanto avvenne in Europa, e anche in Italia tra la sconfitta del 1943 e il Trattato del febbraio 1947. Gli Alleati, che conoscevano benissimo i progetti di Tito ai danni dell'Italia orientale non fecero nulla per arginarlo. La Jugoslavia era tra i vincitori. L'Italia tra i vinti.

Le durissime clausole della Resa.
   Lo strumento di resa sottoscritto il 29 settembre 1943 da Badoglio e da Eisenhower sulla corazzata britannica “Nelson” attraccata a Malta, quindi in “territorio” degli Alleati, era noto a Roma da quando lo aveva recato il generale Giacomo Zanussi, inviato a Lisbona perché Giuseppe Castellano, di ritorno in Italia, non dava notizie di sé. Non voleva farsi intercettare dai sospettosissimi tedeschi, come concordato con Roma alla sua partenza per la complicatissima missione. Le misure da lui assunte per tenere al sicuro i documenti e la ricetrasmittente consegnatagli dagli anglo-americani erano dettate dalla necessaria prudenza. Se fosse stato catturato catturato la guerra nel Mediterraneo avrebbe avuto tutt’altro e imprevedibile corso. Gli Alleati attendevano l'accettazione della resa dell'Italia senza condizioni entro le ore 24 del 30 agosto: termine tassativo.
   Trasferito da Lisbona a Cassibile via Algeri, Zanussi aveva verbalmente informato Castellano del secondo strumento di resa e, al rientro a Roma, lo aveva messo a disposizione dei superiori. Il re, Badoglio, Ambrosio e la stretta cerchia dei ministri militari erano quindi al corrente, almeno sommariamente, del suo tenore. Lo strumento aggiuntivo, però, era talmente greve e punitivo da rimanere segreto anche dopo la firma. Esso chiamò l’Italia sul banco degli imputati come Paese responsabile della guerra e vinto. Il diktat mise fine alla sua sovranità, ma, almeno in linea di principio, ne assicurò l'integrità territorial. I suoi confini e il suo assetto politico, civile ed economico erano da definire nei dettagli in sede di Trattato di pace, imposto a Parigi il 10 febbraio 1947, cioè quattro anni dopo le firme di Cassibile e Malta, in piena “guerra fredda”, cioè in un quadro politico-militare globale del tutto diverso rispetto a quello dell'estate 1943.
   Le clausole dell’“armistizio lungo” esplicitavano le “condizioni di carattere politico, economico e finanziario” lasciate minacciosamente intravvedere dall'“armistizio breve”. Alcune, però, andarono molto oltre le peggiori previsioni, superate dai drammatici eventi susseguitisi dopo l'8 settembre: trasferimento del re e del governo a Brindisi, sbandamento dell'esercito, prelevamento di Mussolini da Campo Imperatore, costituzione della Repubblica sociale italiana, occupazione germanica delle terre non raggiunte dagli anglo-americani. Il punto 1-A della resa prevedeva: «Le Forze italiane di terra, mare, aria, ovunque si trovino, si arrendono.» Il 29 settembre si poteva dire: “consummatum erat”. Quanto previsto per la flotta navale e aerea era già stato attuato, anche se non nei termini catastrofici previsti dalla resa. Altrettanto valeva per lo smantellamento della Milizia, dell'Ovra e delle altre organizzazioni fasciste e parafasciste.
   L'articolo 29 dell'“armistizio lungo”, a sua volta scavalcato dai fatti, condizionò l'esito finale della guerra civile e ne proiettò l'ombra sui decenni seguenti. Esso recitava: «Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando Militare Alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati.» A quel modo la sorte ultima (detentiva, giudiziaria e frutto di sentenza) dell'ex duce e di un numero imprecisato, ma certo vasto, di gerarchi, nonché degli indiziati di crimini di guerra (fossero pure militari agli ordini del governo del re) furono pertanto sottratti alla giurisdizione dello Stato d'Italia e riservati alle “Nazioni Unite”, comprendenti USA, Gran Bretagna, URSS e loro alleati, a cominciare da Francia, Grecia, Jugoslavia e il restaurato impero d'Etiopia. L'obbligo di consegnare agli alleati Mussolini e i gerarchi tornò incombente nell'aprile del 1945, quando si prospettò la loro probabile cattura a opera del Corpo Volontari della Libertà (cioè delle formazioni partigiane), emanazione del governo nazionale, a sua volta tenuto a osservare gli ordini delle Nazioni Unite che, come noto, avevano concordato di processare i vertici dell'Italia fascista e della Germania nazionalsocialista. Il Duca di Addis Abeba non poteva non percepire quali rischi quella clausola prospettasse a carico suo e di tanti militari che si erano prodigati per la svolta del 25 luglio e per ottenere che gli anglo-americani consentissero all'Italia di arrendersi anziché di degradare a mera terra occupata.
   La seconda parte dell'art. 30 dello strumento andò oltre gli aspetti militari della sconfitta. Dettò: «Il governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell'insegnamento fascista», da sostituire con radicale epurazione del sistema scolastico, dalle elementari all'Università, e degli strumenti didattici, da approntare ex novo sotto controllo anglo-americano e del PBW.
   Infine il secondo punto B dell'articolo 32 stabilì: «Le persone di qualsiasi nazionalità che sono state sotto sorveglianza, detenute o condannate (incluse le condanne in contumacia) in conseguenza delle loro relazioni e simpatie colle Nazioni Unite saranno rilasciate in conformità agli ordini delle Nazioni Unite e saranno sciolte da tutti gli impedimenti legali ai quali sono state sottomesse». Era il riconoscimento dell'antifascismo dell'esilio e interno e della legalità delle sue azioni, comprese quelle terroristiche. Per cogliere esattamente la portata di tale clausola, va ricordato che le Nazioni Unite comprendevano l'URSS del Maresciallo Stalin. Essa rendeva insindacabile l'azione del Partito comunista d'Italia e di qualunque azione terroristica e spionistica (non più crimine ma gesto meritorio) messa a segno ai danni dell'Italia durante il regime fascista.
Il “confronto” a margine della firma: il governo in ansia
   Come già era avvenuto a Cassibile il 3 settembre, anche a Malta a margine della “consegna” e della firma dello strumento di resa si svolse un ampio confronto tra il maresciallo Badoglio, Eisenhower, Harold Alexander e altri partecipanti all'incontro. Lo scambio di proposte, ipotesi e informazioni è annotato in due diversi Verbali. Uno è conservato nell'archivio storico del ministero della Difesa, l'altro in quello degli Esteri. Il primo è in “Otto settembre quarant'anni dopo” (Atti del convegno di studi pubblicati dal Ministero della Difesa nel 1984 a cura di Aldo A. Mola e Romain H. Rainero); il secondo nei “Documenti diplomatici italiani”. Quest'ultimo è più articolato. Il suo testo lascia intravvedere qualche spiraglio di apertura anglo-americana alla partecipazione di truppe italiane alla lotta contro i tedeschi, prospettata da Castellano nel colloquio di Lisbona. Essa andava tuttavia subordinata alla dichiarazione di guerra dell'Italia contro la Germania, come subito osservò ruvidamente Alexander. Se lo stesso maresciallo inglese asserì che i piani per la campagna in Italia «erano già minuziosamente preparati in ogni loro dettaglio», Badoglio e gli italiani presenti sul quadrato della “Nelson” (Ambrosio, Roatta, De Courten e Sandalli) ebbero motivo di ritenere che Eisenhower dicesse il vero quando affermò che «la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». In realtà lo sforzo offensivo anglo-americano sul fronte italiano si stava esaurendo tra Salerno e Napoli e l'attenzione del loro comando si spostava dal Mediterraneo alla costa francese sull'Atlantico. Non solo. Per gli anglo-americani (e soprattutto per i secondi) il fronte principale della guerra non era l’Europa, comunque a pezzi e appesantita da imperi coloniali condannati all'estinzione, ma il Pacifico: contro il Giappone.
   Nelle settimane seguenti la firma di Malta gli Alleati ostacolarono in molti modi la riscossa del regno d'Italia, lesinando gli aiuti per la riorganizzazione delle sue forze armate. Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come scrisse Badoglio l'indomani, si chiuse così «il periodo di armistizio e quello di cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il quadro militare, alternanza di pagine negative («difesa sfortunata di Corfù e Cefalonia») e positive, e quello politico: «il concorso alla causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase». Non fece alcun cenno alla situazione interna. Agli occhi dei più questa risultava deludente. E non solo perché il Comitato centrale di liberazione nazionale (Ccln) presieduto da Ivanoe Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come scrisse il 4 ottobre il primo segretario di legazione Antonio Venturini, «la grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo, intellettuali, privati di ogni genere, ecc.) ha l'impressione – e questa impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che assillano la vita del paese».
   Aveva veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò all'aiutante di campo, generale Paolo  Puntoni che l'azione di Badoglio era «indecisa e poco sincera. Non è certamente un uomo all'altezza del momento». Puntoni ne ebbe conferma la sera dell'8 settembre quando il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per fronteggiare gli avvenimenti che incalzano».
   Dunque, anche in regime di cobelligeranza, il futuro rimaneva fosco.
Perché per anni gli italiani avevano plaudito “Lui”?
   Ma la “responsabilità” non era solo di chi governava e meno ancora del Capo dello Stato, re costituzionale. Investiva tutti i cittadini. Dal 1913 i maschi erano titolari del diritto di voto. Eleggevano la Camera, che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. I cittadini non erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali essi militavano o si riconoscevano quando votavano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità e avevano esercitato i loro diritti politici nel 1919, 1921 e 1924 sulla base di leggi varate dalle Camere elette nel 1913, nel 1919 e nel 1921: prima dell'avvento del regime mussoliniano instaurato col discorso del 3 gennaio 1925 e sino alla catastrofe dell'estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al Diario le sue riflessioni su Mussolini: «di corta intelligenza», privo di sensibilità morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l'arrogante. «Ma egli – aggiunse – chiamato a rispondere del danno e dell'onta in cui ha gettato l'Italia, con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni d'esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”».
   Le piazze stracolme di folla plaudente al duce (anche il 10 giugno 1940, “il giorno della follia”, come ha scritto Ugoberto Alfassio Grimaldi) sono un ricordo scomodo, ma necessario. Rimuoverlo significa eludere l'autocritica e rifiutare di ammettere la realtà.
Un’esigua pattuglia decise le sorti dell'Italia
   Badoglio non ebbe tutti i torti quando, ai componenti del comitato di liberazione nazionale che nel giugno 1944 gli negarono di formare un nuovo governo, rispose che se essi erano lì, nella Roma liberata, lo dovevano a lui. Con la revoca di Mussolini e lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni, il rinvio dell'elezione della nuova Camera a quattro mesi dopo la fine della guerra e nell'impossibilità di convocare il Senato mentre l'Italia precipitava verso la disfatta militare e la resa e si trovò divisa in due, la somma del potere e il suo esercizio furono concentrati nelle mani del capo del governo come mai era avvenuto dalla proclamazione del regno. Poiché, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia non aveva raggiunto Brindisi, Badoglio de facto ne esercitò le funzioni coadiuvato da Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri. In quelle nebulose circostanze si affacciarono agli Esteri personaggi talora privi di riconoscimento pubblico ma incaricati di missioni ufficiose. Fu il caso di Filippo (Pippo) Naldi e del prof. Guido Pazzi. Antonio Venturini, addetto alla segreteria generale del capo del governo dal 13 ottobre 1943, riferì a Badoglio in termini ruvidi gli umori del Paese e la condotta da tenere. Il 4 novembre 1943 non esitò a deplorare: «la mancanza di un governo vero e proprio, che impartisca direttive e faccia sentire l'azione di una guida responsabile nei vari settori della vita nazionale, mortifica(ndo) le migliori energie e toglie(ndo) a parecchi ogni volontà di azione». L'assenza di “notizie ufficiali” spianava la strada a “politicanti e mestatori” usi a “spargere le notizie più fantasiose”. Ammonì infine a «far capire agli angloamericani che se le loro autorità militari persistono nelle loro requisizioni arbitrarie e soprusi di vario genere è da prevedere che la popolazione, la quale prima della occupazione era nella grandissima maggioranza favorevole agli Alleati, diventerà ostile». I funzionari più acuti del “governo del Sud” percepivano allarmati che gli errori e gli abusi degli anglo-americani, non adeguatamente arginati dal governo italiano, venivano sfruttati dalla propaganda della Repubblica sociale di Mussolini.
   Azzerate per decreto legge o nei fatti le Camere che per statuto condividevano con lui il potere legislativo, il re risultò sovraesposto. Lamentò a Puntoni che gli venivano proposte misure anticostituzionali. I compiti del governo erano circoscritti perché gli anglo-americani tardarono restituire al governo italiano l'amministrazione delle terre via via liberate. Badoglio tenne per sé gli Esteri e l'ormai quasi superfluo ministero dell'Africa italiana. Si trovò quindi a sciogliere con mezzi esigui i complessi nodi dei rapporti con i vincitori e i Paesi neutrali e a fronteggiare le crisi provocate dall’adesione delle rappresentanze diplomatiche nelle sedi il cui personale in parte si schierò a fianco della Repubblica sociale mussoliniana. Molti uomini che avevano svolto ruolo protagonistico nell'estate del 1943 risultarono emarginati o quasi ostaggi degli anglo-americani. Fu il caso di Castellano, trattenuto ad Algeri,  e di Giovanni Messe, massone, ostacolato nella ricostruzione delle Forze Armate alla quale era stato chiamato su indicazione personale di Vittorio Emanuele III, che lo aveva avuto aiutante di campo. Ne ha scritto il generale Antonio Zerrillo.
La dichiarazione di guerra alla Germania
   Con la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) Vittorio Emanuele III completò il percorso intrapreso il 25 luglio e proseguito con le difficili decisioni del 2, 8 e 9 settembre. Mirava a ripristinare la monarchia rappresentativa con un governo propriamente “politico”. Da Roma, però, il Ccln continuò a negare ogni collaborazione e di settimana in settimana crebbe l'ostilità nei confronti della sua persona anche in ambienti “moderati”. Molti notabili di tradizione liberale affiancarono gli avversari della monarchia e prospettarono soluzioni antistatutarie e antidinastiche. Vennero insistentemente chieste la sua immediata abdicazione, la rinuncia alla corona da parte dl principe ereditario Umberto e il suo conferimento a Vittorio Emanuele principe di Napoli, di sette anni, vegliato da un reggente estraneo alla Casa di Savoia, in pieno contrasto con le norme statutarie. Badoglio si fece tramite del progetto, esponendolo al sovrano e offrendosi quale reggente. Vittorio Emanuele III rifiutò, indignato. Le stesse richieste furono ribadite anche da Croce nel congresso dei comitati di liberazione nazionale convocati a Bari il 28 gennaio 1944.
   Sotto crescente pressione degli Alleati, specialmente degli statunitensi, sensibili alla pressione di italo-americani monarcofagi, come Alberto Tarchiani, frequentatore sin dal 1920 di riunioni massoniche a New York, il 12 aprile 1944 Vittorio Emanuele III accettò infine di dichiarare che avrebbe trasmesso al figlio, in veste di Luogotenente Generale del Re, l'esercizio di tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, Lo avrebbe fatto in Roma, quando la Città fosse stata liberata.        
     Dubbioso sul futuro dell'Italia, non abdicò. Nell’“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896” sotto la data del 5 giugno il Re annotò: «Istituzione [tutto maiuscolo, Nda] della Luogotenenza». Venti giorni dopo, il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno, n. 151 segnò il passaggio alla “costituzione provvisoria”: la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata sottoposta a un'assemblea eletta alla fine della guerra degli italiani con voto libero e segreto. Così finì il regime monarchico instaurato nel regno di Sardegna da Carlo Alberto di Savoia con lo Statuto concesso il 4 marzo 1848, divenuto poi Carta del regno d'Italia dalla sua proclamazione, il 14 marzo 1861, con Vittorio Emanuele II, chiamato per legge a firmarsi “Re per grazia di Dio e volontà della nazione”.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La pagina dell'“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896”, manoscritto da Vittorio Emanuele III, sul primo semestre del 1944: appunti scarni sui fatti politici più rilevanti (insediamento del III Governo Badoglio e sui continui viaggi nelle terre restituite all'amministrazione del governo italiano). V. anche i “Verbali del Consiglio dei Ministri”, Luglio 1943-maggio 1948, I, Governo Badoglio, 25 luglio 1943-aprile 1944, a cura di Aldo G. Ricci, Poligrafico dello Stato, Roma, 1994.


DA CASSIBILE A MALTA
Settembre 1943
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Dwight
                                                          David (Ike)
                                                          Eisenhower
                                                          (1890-1969).
                                                          Comandante in
                                                          capo delle
                                                          forze
                                                          americane e
                                                          poi delle
                                                          forze alleate
                                                          contro la
                                                          Germania,
                                                          partecipò alla
                                                          Conferenza di
                                                          Casablanca e
                                                          comandò le
                                                          principali
                                                          operazioni
                                                          militari del
                                                          1942-1945.
                                                          Comandante
                                                          delle forze
                                                          della Nato,
                                                          candidato dai
                                                          repubblicani
                                                          fu presidente
                                                          degli Stati
                                                          Uniti
                                                          d'America dal
                                                          1952 al 1960.
                                                          Contrario
                                                          all'impiego
                                                          della bomba
                                                          atomica contro
                                                          il Giappone e
                                                          all'attacco
                                                          dello Stato di
                                                          Israele contro
                                                          l'Egitto
                                                          (1956),
                                                          propiziò il
                                                          dialogo anche
                                                          durante la
                                                          guerra fredda.
                                                          Nutrì simpatia
                                                          verso l'Italia
                                                          sul cui
                                                          dopoguerra
                                                          esercitò molta
                                                          influenza.La lunga via della resa
   Lo scenario prospettato dal generale Giuseppe Castellano agli anglo-americani nell'incontro di Lisbona era del tutto diverso da quello da costoro programmato. Prima di rassegnarsi alla firma, il capo del Governo, Pietro Badoglio, e il ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia chiesero, suo tramite, che in coincidenza con l'“armistizio” gli Alleati lanciassero quindici divisioni molto a nord di Roma e si attestassero sulla linea Livorno-Rimini per costringere i tedeschi a rapida ritirata dal Mezzogiorno. Gli anglo-americani risposero che, se avessero deciso di impiegare una forza di quelle dimensioni in Italia, non avrebbero avuto motivo di concederle la resa: l'avrebbero debellata e privata di ogni riconoscimento. Tra il 4 e il 5 settembre essi ventilarono a Castellano l'aviolancio di una divisione di paracadutisti negli aeroporti di Cerveteri e di Furbara, poco a nord di Roma. Chiesero anche informazioni sulla navigabilità del Tevere per portare artiglierie e mezzi corazzati a tutela della capitale. Per accertarsi che tutto fosse predisposto il generale Maxwell Taylor si sarebbe recato in incognito a Roma.
   Mentre Castellano colloquiava con gli Alleati «su un’infinità di questioni» (propaganda, guerriglia, politica, impiego della flotta) Vittorio Emanuele III e Badoglio miravano a scongiurare che filtrasse qualunque indizio che la resa era già stata sottoscritta. I tedeschi, che dal 6 agosto chiedevano al ministro Guariglia informazioni sulla sorte di Mussolini, il 24 agosto sospettarono che gli italiani avessero avviato trattative a Lisbona. A loro volta gli italiani ritennero che i tedeschi avessero concorso a ordire un complotto con i fascisti per rovesciare Badoglio, se non tramite la Wehrmacht per mezzo delle SS, che a loro avviso erano uno “Stato nello Stato”. In quei frangenti Badoglio ordinò l'arresto del maresciallo Ugo Cavallero, senatore del regno, rilasciato per intervento del Re ma nuovamente arrestato e destinato a tragica fine, e di Ettore Muti, proditoriamente ucciso durante la traduzione in carcere.
   Il 19 agosto a Lisbona Smith aveva spiegato “con cura” a Castellano che il loro “colloquio” aveva per tema la capitolazione militare, non un accordo per la partecipazione dell'Italia alla guerra con gli alleati, né una intesa “politica”. Aggiunse che Vittorio Emanuele III avrebbe potuto sottrarsi alla possibile cattura lasciando Roma e la penisola «su una nave da guerra italiana» e che senza dubbio sarebbe stato necessario «un governo militare alleato su parte del territorio italiano». Il 30, poco prima che Castellano volasse da Roma a Termini Imerese per iniziare il complicato triduo preparatorio alla resa, Badoglio gli dette le ultime istruzioni per ottenere lo sbarco di quindici divisioni «tra Civitavecchia e Spezia» e la protezione del Vaticano. Gli precisò (non è chiaro se dovesse riferirlo agli anglo-americani) che, a resa firmata, a Roma sarebbero rimasti il re, la regina, il principe ereditario, il governo e il corpo diplomatico e gli chiese di «sapere l'epoca pressapoco allo scopo di prepararsi».
Le delusioni dei vinti...
   Dopo la firma della resa Badoglio non ebbe risposta a nessuna delle sue domande. Rimase nella convinzione che essa sarebbe stata annunciata dopo almeno dieci giorni, se non due settimane, come ripetutamente sollecitato da Castellano sin dai colloqui di Lisbona. Aveva comunque la percezione netta che «la tempesta deve ancora abbattersi su di noi», come il 7 settembre scrisse al suo amico astigiano Pietro Prosio: una lettera, con tanto di timbri su ceralacca, “che passò le linee” e giunse a destinazione quando Mussolini aveva già proclamato la Repubblica sociale sotto il controllo militare germanico. La sorveglianza “repubblichina” sul servizio postale non fu affatto immediato.
   Il 31 agosto Smith aveva proposto a Castellano che Vittorio Emanuele III si trasferisse su una nave italiana a Palermo. Gli Alleati avrebbero evacuato la capitale della Sicilia. Lì quindi poteva essere stabilita «una certa misura di sovranità italiana». Però, poiché l'isola era ormai sotto il pieno controllo degli anglo-americani all'opinione pubblica e all'estero sarebbe risultato che il Re cercava rifugio sotto tutela del vincitore. Alternando toni ruvidi a quelli concilianti, Smith aggiunse che gli Alleati avrebbero comunque ignorato la pretesa unilaterale del governo italiano di considerare Roma “città aperta”: un riconoscimento che, forti della loro superiorità aerea, non concessero mai. Benché cattolico, Smith avvertì che la Città Eterna sarebbe stata bombardata «a seconda della situazione». Badoglio predispose pertanto il trasferimento dei Reali in Sardegna. Scartato l'impiego di un aereo per molti motivi di sicurezza, tra i quali la riluttanza della regina, Badoglio ipotizzò il viaggio in nave da Civitavecchia. Sennonché la città e il suo porto furono occupati dai tedeschi, che ormai dilagavano da padroni.
   Sic stantibus rebus il maresciallo percepì che gli anglo-americani non sarebbero affatto giunti in forze sulla linea Livorno-Rimini dove, sia con la Dichiarazione di Quebec sia nei colloqui successivi, avevano lasciato intendere di volersi attestare. Ebbe sentore che lo sbarco principale stava per avvenire, come accadde, sulla costa salernitana, molto a sud di Napoli. Perciò non dette peso alla missione di Maxwell Taylor che la sera del 7 settembre si presentò a Roma con il colonnello William Gardiner per verificare la fattibilità dell'aviolancio di paracadutisti alleati: irrilevante rispetto alle forze tedesche attestate attorno alla città. Per giorni gli italiani avevano dato credito alle intenzioni ventilate dagli Alleati; e questi a loro volta sopravvalutavano la reattività degli italiani contro i germanici. Mentre incombeva l'annuncio della resa, un militare di lunga esperienza come Badoglio e i suoi stretti collaboratori ebbero chiaro che gli anglo-americani sarebbero sbarcati molto a sud della capitale, esposta quindi non a una semplice “rappresaglia” ma alla occupazione tedesca. In assenza di ormai improbabili massicci aiuti sul campo, una battaglia “in” Roma si sarebbe risolta in una catastrofe per la Città Eterna, che racchiudeva al suo interno la Città del Vaticano. Non solo. Se fosse stata ingaggiata nei suoi pressi, con senso del dovere e a prezzo di gravi sacrifici gli italiani si sarebbero battuti e avrebbero retto alcuni giorni, ma non avevano le risorse materiali e soprattutto morali per affrontare un conflitto durevole. Inoltre non avevano spazi per eventuale ritirata dinnanzi alle preponderanti forze nemiche, che oltre tutto disponevano di superiorità aerea. Non era difficile prevedere che le divisioni germaniche affluite in Italia dopo il 25 luglio per contrastare gli anglo-americani sarebbero state costrette ad arginarli dove sbarcavano: nell'Italia meridionale. Meno gli Alleati fossero avanzati, più i tedeschi avrebbero dovuto fronteggiarli là dove si sarebbero presentati. In tal modo gli anglo-americani ne avrebbero avuti altrettanti di meno sulla costa francese, bersaglio del gigantesco sbarco della tarda primavera del 1944, messo in cantiere prima ancora dell'assalto alla Sicilia. A quel punto, accantonate la Sardegna e la Sicilia, non rimaneva che indirizzarsi a sud, ma in un'area lontana dai combattimenti in corso e da quelli probabili: la Puglia.

   Per alcune ore l'8 settembre il groviglio dei rapporti tra l'Italia e gli Alleati rischiò di sfuggire di mano a chi ne reggeva i fili da Roma senza conoscere del tutto le vere intenzioni né dell'ex nemico né dell'ex alleato. Le intese raggiunte a margine della firma della resa furono sul punto di essere sconfessate dal più debole, con i rischi conseguenti.
   Alle 2 dell'8 settembre Badoglio scrisse ad Eisenhower che « dati cambiamenti e precipitare situazione esistenza forze tedesche in zona di Roma non è più possibile accettare l'armistizio immediato» (Documenti Diplomatici Italiani, DDI). Comprensibilmente irritato, alle 11:30 il comandante delle forze anglo-americane rispose da Algeri (in realtà era a Biserta) che avrebbe svergognato l'Italia agli occhi del modo pubblicando «full records of this affair». Aggiunse lapidario: «Today is X day, and I expect you to do your part». Se Badoglio si fosse tirato indietro – intimò – sarebbe stata la fine per il governo e per l'Italia. Era pronto a ordinare il massiccio bombardamento su Roma, già predisposto. Lo Stato fu sull'orlo della rovina completa.
   Alle 18:25 il segretario generale agli Esteri Renato Prunas informò il ministro Raffaele Guariglia che la radio di New York aveva comunicato che l'Italia aveva firmato l'armistizio e che tutte le truppe italiane avevano deposto le armi. In quei minuti era in corso un consulto (erroneamente narrato come “Consiglio della Corona”, organo mai esistito) tra Badoglio, Ambrosio, Guariglia, il generale Carboni, i ministri militari, quello della Real Casa duca Pietro d'Acquarone, l'aiutante di campo del Re Paolo Puntoni, il maggiore Luigi Marchesi, reduce da Cassibile e bene informato sull'orientamento degli Alleati, presente il sovrano. Carboni propose di sconfessare la resa e di continuare la guerra a fianco della Germania. Ottenne qualche consenso. Fu il maggiore Marchesi a ricondurre alla ragione. Riferì che gli Alleati avevano fotografato e filmato la firma della resa e quindi se avesse tentato il voltafaccia l'Italia avrebbe perso ogni credibilità. Il Re decise che essa andava quindi annunciata.
   Alle 19:30 Badoglio comunicò ad Eisenhower che «la [sua] proclamazione avrebbe avuto luogo come richiesto anche senza il vostro messaggio [intimidatorio, NdA], essendo per noi sufficiente l'impegno preso». Un'ora dopo l'Eiar emanò l'annuncio dell'“armistizio” per bocca di Badoglio. Lo ripeté più volte. Alle 20:20 il maresciallo indirizzò a Hitler una lunga informativa sui motivi della resa. La concluse scrivendo: «Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L'Italia ad evitare la sua totale rovina è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio.» Da tempo in sospetto ma ancora sino a poche ore prima verbalmente rassicurati che l'Italia avrebbe continuato a battersi al loro fianco, per una volta i comandi tedeschi in Italia vennero colti di sorpresa e non furono in grado di assumere subito la linea di condotta. L'annuncio fu inteso dalla maggior parte degli italiani come fine della guerra: un’interpretazione tragicamente lontana dalla realtà.
...e la partenza da Roma per la Puglia
   In poche ore Badoglio organizzò il trasferimento dei Reali, del principe ereditario, di Ambrosio, di alcuni ministri (Vittorio Emanuele III riteneva che fossero tutti avvertiti: farlo non era compito suo ma del capo del governo) e del loro ristretto seguito da Roma alla volta di Pescara. Dal ministero della Guerra (più sicuro rispetto al Quirinale ed ove tutti si erano raccolti la sera dell'8) alle 5:10 del mattino del 9 settembre la Fiat 2800 del Re uscì dal Palazzo e imboccò la via Tiburtina in direzione di Avezzano, seguita da altre vetture, con le insegne bene in vista, come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne di chi scrive la storia”. Il molto celebrato e citato Peter Tompkins in “Dalle carte segrete del Duce” (Milano, il Saggiatore, 2019; 1^ ed. Milano, Tropea, 2001) asserisce che «il re e l'intero stato maggiore, macchiandosi di uno dei più vergognosi tradimenti della storia, fuggivano a Brindisi per mettersi sotto la protezione degli Alleati». In “Tagliare la corda. 9 settembre 1943. Storia di una fuga” (ed. Solferino) Marco Patricelli aggiunge sferzante: «Fu una fuga, un abbandono, non fu un allontanamento e neppure un trasferimento […] Tagliando la corda, venne reciso senza gloria e nel peggiore dei modi immaginabili il nodo che aveva legato una dinastia e un intero sistema ai destini dell’Italia.»
   Il motivo della repentina decisione è diverso: nella Puglia meridionale, meta del viaggio, non non erano già arrivati gli Alleati, né vi erano acquartierati reparti germanici. Anzi, i militari italiani stavano cacciando i tedeschi verso nord, come a Bari, ove presero il controllo del porto valorosamente guidati dal generale Nicola Bellomo. Senza aver ricevuto alcuna disposizione, a Roma i Granatieri di Sardegna dalla notte dell'8 settembre si batterono contro i tedeschi per alto senso del dovere verso la Patria, come ricorda Luigi Franceschini in “50 anni dopo”.
   Anche a giudizio di Patricelli, niente affatto indulgente nei confronti del re e del suo governo, risulta destituita di fondamento l'insinuazione di un accordo segreto tra Badoglio e il maresciallo Kesselring, che avrebbe lasciato sfilare il convoglio reale lungo la via Tiburtina in cambio del “via libera” sulla capitale. La posta in gioco, infatti, non era Roma ma lo Stato. Con la partenza dalla capitale verso un territorio nazionale libero, quale la Puglia, il Re salvò sia la continuità dello Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite, sia la sua immagine agli occhi degli osservatori esteri e dei tedeschi stessi. Federico II di Prussia non venne considerato né vile né fuggiasco quando lasciò Berlino per continuare a battersi contro la coalizione austro-franco-russa. Lo stesso vale per il duca Vittorio Amedeo II di Savoia che nel 1706, prima di sconfiggere i francesi di Luigi XIV grazie all'arrivo dell'armata imperiale del cugino Eugenio di Savoia, aveva lasciato Torino, assediata da mesi dal nemico. Lo documenta Alessandro Mella nell'imminente “nel nome del Re Sole”.
   In coincidenza con la proclamazione della resa, gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di Salerno con forze inadeguate e rischiarono di essere rigettati in mare. Più di quarant'anni or sono lo documentò Massimo Mazzetti. Il pomeriggio del 9 settembre il Re presiedette a Pescara la breve riunione dei vertici militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera stessa da Ortona. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings». Alle 16:57 del 10 Eisenhower ripose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell'Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l'Italia, dal primo all'ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti della Patria.» Il presidente degli USA Roosevelt e il premier britannico Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l'11 assicurò da Brindisi «tutto quello che è possibile è, e sarà fatto con quello stesso spirito e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia d'Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 esortò il capo della Missione militare alleata in Italia, Noel Mason MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l'Italia come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».
In margine all'“armistizio lungo”
   Risalire la china era però un cammino ancora irto di ostacoli. Proprio perché ne ebbe cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse a Roosevelt e a Giorgio VI di Gran Bretagna e Irlanda invitandoli a propiziare il suo ritorno in Roma in tempi ravvicinati: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al regime parlamentare da me sempre auspicato.» Il progetto del re era dunque molto diverso da quello prevalentemente ventilato dalla narrazione e dai media a ottant'anni dagli eventi. A quel modo sarebbe anche stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia pure illegalmente costituito».
   Da pochi giorni, infatti, Mussolini, prelevato il 12 settembre a Campo Imperatore sul Gran Sasso da un “commando” tedesco, trasferito in Germania e riportato in Italia sotto controllo di Hitler, aveva proclamato la nascita dello Stato fascista repubblicano d'Italia, poi Repubblica sociale italiana. Rimane senza risposta l'interrogativo sulla mancata custodia dell’ex duce da parte di Badoglio. È possibile che questi fosse sicuro della sua innocuità avendo in mano la lettera scrittagli il 26 luglio da Mussolini stesso. Desideroso di ritirarsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate, mentre gli dichiarò che «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione», l'ex duce, credendo che davvero Badoglio volesse continuare la guerra (come annunciò il suo proclama), gli augurò il successo del grave compito al quale si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante 21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango». Tutto ci si poteva attendere da lui tranne che proclamasse uno Stato repubblicano e il “ritorno alle origini” alla testa di un movimentismo protofascista. Però quella lettera era stata scritta quando il governo aveva dichiarato “la guerra continua”; la resa, le sue conseguenze (incluso il trasferimento da Roma al Mezzogiorno) e la sua “liberazione” per opera dei tedeschi lo avevano sciolto dall'impegno dichiarato poche ore dopo il fermo.
L'”Armistizio lungo” di Malta
   Alle 10:50 del 29 settembre nel quadrato della nave britannica “Nelson” ancorata a Malta Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del cosiddetto “armistizio lungo”, scritto in agosto contemporaneamente a quello “corto” e immutabile. Secondo quanto messo a verbale, in 65 minuti, comprensivi di una pausa per sorbire bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e De Courten per l'Italia, Eisenhower, l'ammiraglio Cunningham e i generali Alexander, MacFarlane e John Gort, governatore di Malta, per gli anglo-americani, a margine della firma, che richiese pochi minuti, si confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti passibili di fucilazione quali “partigiani”. Lo ribadì il maresciallo Alexander. Badoglio assicurò che ne avrebbe riferito al re, poiché la dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva, e, come raccomandatogli dal re, propose il rientro in Italia di Dino Grandi, suscitando perplessità dell'interlocutore, che a sua volta esortò invece ad accogliere in Italia e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al sovrano per le sue decennali aspre dichiarazioni antimonarchiche, ancorché fosse Collare della SS. Annunziata e senatore del regno. Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». Invece avvenne il 5 giugno1944, molti mesi dopo lo sbarco ad Anzio. Badoglio chiese anche di far parlare <o partire?> da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo del Re (e massone, anche se nessuno lo disse). Eisenhower assentì malgrado la palese contrarietà degli inglesi, di cui era prigioniero.



DIDASCALIA: Dwight David (Ike) Eisenhower (1890-1969). Comandante in capo delle forze americane e poi delle forze alleate contro la Germania, partecipò alla Conferenza di Casablanca e comandò le principali operazioni militari del 1942-1945. Comandante delle forze della Nato, candidato dai repubblicani fu presidente degli Stati Uniti d'America dal 1952 al 1960. Contrario all'impiego della bomba atomica contro il Giappone e all'attacco dello Stato di Israele contro l'Egitto (1956), propiziò il dialogo anche durante la guerra fredda. Nutrì simpatia verso l'Italia sul cui dopoguerra esercitò molta influenza.


82 anni fa
Armistizio o resa senza condizioni?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Come il vento di Giovanni Evangelista, la Storia «soffia dove vuole»

RAFFAELE
                                                          GUARIGLIA,
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                                                          (1922-1923).
                                                          Ambasciatore a
                                                          Madrid
                                                          (1932-1935)
                                                          mirò a
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                                                          senso moderato
                                                          sul governo
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                                                          Repubblica
                                                          spagnola. Dopo
                                                          altre missioni
                                                          a Buenos Aires
                                                          e Parigi, fu
                                                          assegnato alla
                                                          Santa Sede
                                                          sino quando vi
                                                          venne nominato
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                                                          fotografia,
                                                          Guariglia,
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                                                          Vaticano).
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                                                          in Turchia fu
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                                                          quando i
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                                                          controllo
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                                                          Germania.  Come abbiamo ricordato lo scorso 10 agosto, su direttiva di Vittorio Emanuele III e ordine di Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, il 12 agosto 1943 il generale Giuseppe Castellano partì da Roma in treno alla volta di Lisbona per intavolare trattative armistiziali con il comando militare anglo-americano. Dopo breve sosta a Madrid (15 agosto), giunto a Lisbona il 16, finalmente la sera del 19 venne ricevuto con l'interprete Franco Montanari.  L'ampia delegazione nemica lo ricevette freddamente e gli consegnò le condizioni di  resa. L'Italia doveva accettarle senza obiezioni entro il 30 agosto. In caso contrario gli Alleati avrebbero ripreso devastanti bombardamenti a tappeto. Fornito degli strumenti per comunicare con i vincitori, il 23 Castellano prese il treno per Roma. Vi giunse il 27. Gli anglo-americani avevano acceso un lumino di speranza negli italiani con la Dichiarazione di Quebec (18 agosto.)

  Nei due giorni seguenti il rientro di Castellano il maresciallo Badoglio, capo del governo, Ambrosio, il duca Pietro d'Acquarone, ministro della Real Casa, e il generale Giacomo Carboni, comandante del corpo d'armata schierato in difesa di Roma, valutarono con lui le durissime condizioni della resa. Informato il 29 agosto dell'esito della missione a Lisbona, Vittorio Emanuele III ne colse l'aspetto fondamentale: proprio mentre imponevano la resa gli anglo-americani chiamavano a risponderne il “governo del re”. Quindi l'integrità dello Stato d'Italia era salva, quale garante della loro esecuzione. Nell'impossibilità di ribaltare il corso della storia e nell'urgenza di rompere con i tedeschi, ormai aggressivamente dilaganti nel Paese, concluse che andava sottoscritta. Fu la sua terza decisione di fondamentale importanza per le sorti dell'Italia in 36 giorni.
   Con ventiquattro ore di ritardo su quanto imposto dagli anglo-americani nell'incontro di Lisbona (dilazione sanata dall'avviso via radio del suo imminente arrivo in Sicilia), il 31 agosto Castellano partì con Montanari per l'aeroporto di Termini Imerese. Gli Alleati lo intercettarono in volo e lo scortarono. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il “memorandum” approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Come già da lui detto a Lisbona, il governo aveva bisogno che l'annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco degli Alleati (almeno quindici divisioni) a Nord di Civitavecchia e con il lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto di quelle italiane schierate a difesa della Capitale e, implicitamente, del vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.
   Gli Alleati promisero l'aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l'accettazione immediata delle condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1° settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni. Questi dichiarò impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il Re sciolse ogni riserva. La resa era l'ineluttabile approdo del cammino intrapreso il 25 luglio. Essa avrebbe avvicinato l'Italia alla meta, lungamente agognata: tornare a fianco degli Stati che ne avevano propiziato la nascita nel 1861 e che nel 1915-1918 l'avevano avuta protagonista della Grande Guerra, vittoriosa sugli imperi centrali proprio grazie all'Italia, che per prima sfondò le linee del nemico e lo volse in fuga. Vittorio Emanuele III (come a suo tempo scritto da Luigi Federzoni) era il Re di Peschiera e di Vittorio Veneto.
   Seguirono due giorni di confusione. Il 2 settembre, sempre affiancato dal console Montanari, official italian interpreter, e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield di Cassibile. Poiché, però, si presentò senza la necessarie credenziali, dovette sollecitare ripetutamente Badoglio a ufficializzare la sua missione quale rappresentante del governo. A volte il Maresciallo appariva l'ombra di se stesso. Anche il principe Umberto di Savoia lo notò e ne rimase sfavorevolmente impressionato.

Il dialogo muto tra il Comitato antifascista e Badoglio
Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni Militari. Era massone, secondo Paolo Cacace, che però non adduce prove. «In via del tutto confidenziale – annotò Ivanoe Bonomi nel Diario – (Rusca) mi dice che i messi (sapeva dunque non solo di Castellano, ma anche di Zanussi, di cui già abbiamo scritto NdA) inviati al quartier generale anglo-americano sono tornati con un piano concordato che prevede lo sbarco del “nemico” con la connivenza italiana e i soccorsi del “nemico” a noi appena l'alleato (cioè la Germania, NdA) ci aggredirà per punirci della nostra fellonia.»
   Per capire meglio situazione e prospettive, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però, giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase silenzioso, «molto turbato e preoccupato». L'indomani il Comitato centrale  di liberazione nazionale (Ccln) invitò quelli locali a «mobilitare gli spiriti perché il popolo e le forze armate siano pronti a rispondere all'appello delle forze democratiche del paese, unite in salda concordia per la salvezza dell'onore e delle idealità della Patria». Senza esserne a conoscenza, il Ccln si allineò alle ipotesi avanzate dalla Dichiarazione di Quebec del 18 agosto, che prevedeva l'azione convergente del governo (e quindi delle forze armate, cioè della monarchia) e del “popolo”, soggetti di storia ancora distinti. Ma chi davvero rappresentavano il Comitato centrale e quelli locali? A distanza di oltre ottant'anni dall'estate del 1943 non si dispone di un censimento probante. I partiti, compresi comunisti, socialisti e democristiani, erano appena albeggianti.
    La Dichiarazione di Quebec aveva ignorato la Corona. La strumento di resa, invece, evocò il “capo del governo italiano”, che era nominato dal re e rispondeva a lui. Si rivolse quindi all'“Italia”, ovvero al suo “governo”, emanazione del sovrano: autorità  e potestà suprema imprescindibile. Vittorio Emanuele III e Badoglio colsero il mutamento di forma e di sostanza della linea prospettata dai vincitori. Essi dettavano i loro voleri a chi aveva il potere formale ed era quindi garante dell'esecuzione del loro diktat. Da giorni i quotidiani d'oltre Atlantico avevano cessato di appellare Vittorio Emanuele III “piccolo re idiota”. Anche gli inglesi avevano messo la sordina ai toni antisabaudi prima prevalenti. Badoglio non tardò a valersi del riconoscimento anglo-americano, in specie nei rapporti con il comitato interpartitico che mirava ad assumere rango rappresentativo nelle decisioni dello Stato. Perciò alle 11 del 4 settembre il sottosegretario alla presidenza, Pietro Baratono, telefonò a Bonomi il divieto di pubblicare l'appello approvato dal Ccln il 2. Dopo un tempestoso colloquio con Badoglio, nel pomeriggio il comitato si rassegnò a soprassedere alla pubblicazione, inopportuna dopo la firma di Cassibile, avvolta nel segreto più assoluto: uno dei pochi conservati nella lunga storia del Paese.
  In colloqui del 5 settembre Bonomi ebbe assicurazione da parte del ministro della Guerra, Antonio Sorice, che gli anglo-americani si sarebbero attestati sulla linea Volturno-Pescara. Non era quanto i più avevano sperato, ma perdurava l'illusione che sarebbero rapidamente balzati almeno a Roma. «Assolutamente muto» in merito alle domande su accordi segreti con gli Alleati, a Bonomi il ministro Sorice prospettò il timore che i tedeschi, ormai in Italia in forze massicce e presenti nella sola capitale con almeno 8-10.000 uomini, «apparentemente borghesi ma in realtà militari ben addestrati», potessero catturare il re e il governo, una sciagura messa in conto dagli Alleati. Il 7 giunse a Roma il nuovo ambasciatore della Germania, Rudolph Rahn, molto legato a Himmler, e quasi 500 bombardieri angloamericani colpirono duramente il centro di Napoli. La guerra continuava?

Alle cinque della sera...
Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, “Generale di brigata, addetto al Comando supremo italiano”, e Walter B. Smith, maggior generale dell'esercito degli USA e capo di stato maggiore «per Dwight Eisenhower, generale dell'esercito degli USA, comandante in capo delle forze alleate» sottoscrissero le condizioni della resa (surrender) dell'Italia presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell'interesse delle Nazioni Unite”. Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e degli aerei nelle località designate dal Comandante in capo alleato, con i dettagli di disarmo fissati da lui, la garanzia immediata del libero uso da parte degli Alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, l'immediato richiamo in Italia delle sue forze armate da ogni partecipazione nella guerra e la garanzia che il governo avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzione delle condizioni della resa.
   Oltre a imporre misure di disarmo, smobilitazione e smilitarizzazione, lo strumento di resa informò lapidariamente che il comandante in capo «stabilirà un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell'interesse militare delle Nazioni alleate». La 12^ clausola avvertì che sarebbero state trasmesse in seguito «altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario». Queste, invero, erano già state comunicate al generale Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da parte di Castellano. Alla firma presenziarono anche Harold McMillan, ministro residente presso il Quartier generale delle Forze Alleate, Robert Murphy, rappresentante personale del presidente degli USA Franklin D. Roosevelt, tre altri ufficiali alleati e l'interprete Franco Montanari.
   La resa sancì la sconfitta militare ma salvò lo Stato, come Vittorio Emanuele III ebbe chiaro sin da quando conobbe gli esiti della “missione Castellano”. Ne fu assicurata la continuità e venne scongiurata la debellatio, sorte nel 1945 toccata alla Germania, frantumata in zone di occupazione e successivamente rimasta divisa in due sino al 1990 e in parte sottoposta al duro regime comunista filosovietico imperante anche a Berlino-est sino alla riunificazione dei tedeschi in un unico Stato. Non solo. La 2^ clausola della resa previde che l'Italia avrebbe fatto «ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite»: implicava un suo ruolo attivo a favore delle Nazioni Unite da parte dell’Italia nell'ambito della guerra in corso. Come auspicato da Castellano e antiveduto dal re, era il germe di storia ventura. L'Italia non era più “indipendente”, ma rimaneva uno Stato capace di auto-governarsi.

   A margine della firma si svolse una riunione presieduta dal generale inglese Harold Alexander, durata sino alle 7 mattutine del 4, di somma importanza ma trascurata da tante opere sull'“8 settembre”. Mentre la Dichiarazione di Quebec aveva precisato che «le condizioni di armistizio non contemplano l'assistenza attiva dell'Italia nel combattere i tedeschi», a Cassibile Alexander pragmaticamente affermò: «Più l'Italia può assistere le forze alleate contro il comune nemico più possono essere favorevoli i termini finali.» Dette quindi per scontata la collaborazione “sul terreno”. Anzi, elencò le azioni indirette e dirette che gli italiani avrebbero potuto/dovuto compiere nell'interesse comune. Non dovevano limitarsi a fornire informazioni e a compiere sabotaggi. Tra i compiti specifici indicò «l’occupazione di Roma, con l'oggetto di salvaguardare la capitale del paese, la vita di sua maestà, il governo del maresciallo Badoglio, l'arresto del movimento tedesco in Italia» e il dispiegamento di un cordone difensivo a nord di Roma per impedire ai tedeschi di mandare rinforzi verso sud. La cosa più importante a suo avviso era «paralizzare le ferrovie». Alexander e Castellano si confrontarono a lungo sui termini concreti della collaborazione. Forse nel ricordo dei Mille di Garibaldi, l'inglese si disse convinto che  «i contadini italiani armati combatterebbero bravamente la guerriglia organizzata» e domandò se «giovani leaders più arditi» li avrebbero capitanati. Non aveva percezione delle effettive condizioni politiche, militari e psicologiche degli italiani, fiaccati da tre anni di guerra, dal razionamento dei beni di consumo e desiderosi anzitutto di pace. A sua volta il commodoro britannico Royer Dick indicò le mete delle navi italiane: da La Spezia a Bona e da Taranto a Tripoli. I grandi transatlantici dovevano far rotta verso Gibilterra e da lì verso l'America. Come già convenuto con Smith, Castellano prospettò la resa delle truppe italiane disseminate nel Dodecanneso.
   Particolare attenzione fu dedicata ai tempi e ai modi della proclamazione dell'armistizio. Alexander propose che il Re e Badoglio registrassero l'annuncio della resa su disco da consegnare agli Alleati. Così, se essi (come prevedibile) fossero caduti nelle mani dei tedeschi, il capo di stato maggiore generale Ambrosio avrebbe dovuto parlare a loro nome da un’emittente italiana e diffondere le registrazioni. E' stato scritto che tra il 7 settembre e la mattina dell'8, senza alcuna spiegazione, Ambrosio fece la spola tra Roma e Torino proprio per consegnare alla sede Eiar di Torino il disco con la registrazione della dichiarazione di resa. Quanto al giorno dell'annuncio, appositamente interpellato il generale USA Rooks nulla disse. Si limitò a descriverne i modi: esso sarebbe stato comunicato da parte italiana alle 18.30 di un giorno “X”, preceduta di un quarto d'ora dal generale Eisenhower. Castellano ripeté quanto già detto a Lisbona: per gli italiani un preavviso di poche ore era del tutto insufficiente. Occorrevano parecchi giorni, affinché potessero regolarsi con i tedeschi, la cui eventuale resa agli italiani andava esclusa, mentre secondo Alexander, «non si doveva rimandare nessuna opportunità di uccidere i tedeschi». Per loro sicurezza gli anglo-americani trattennero Castellano in Sicilia. Il 5 settembre consentirono invece il rientro a Roma del maggiore Marchesi e del pilota Vassallo, ai quali Castellano affidò un messaggio per Ambrosio. Vi ipotizzò che la resa sarebbe stata ufficializzata tra il 10 e il 15 settembre, più probabilmente il 12. Ma questa era una valutazione del tutto sua.   
Che fare?
Lo stesso giorno della resa, dopo pesantissimo bombardamento aeronavale, gli anglo-americani iniziarono a sbarcare in Calabria, tra Villa San Giovanni e Reggio, lasciando intendere che da lì sarebbero avanzati verso nord. In realtà l'attacco all'estremo litorale calabro fu un diversivo rispetto a quello sulla costa salernitana, operazione minore nell'ambito della già avviata preparazione del gigantesco sbarco in Normandia programmato per la tarda primavera del 1944 e poi attuato agli ordini di Eisenhower. Consapevole di aver fatto cadere gli italiani nella trappola, il Comandante in capo anglo-americano presenziò alla resa ma non sottoscrisse lo strumento. D'altra parte Castellano era lontanissimo dall'essere suo pari grado. Definita uno “sporco affare” sotto il profilo della lealtà, l'inganno sullo sbarco principale e sulla data dell'annuncio, destinata a mettere in grave difficoltà la Corona e il governo, rientrava nell'ottica spietata della guerra. Era stata l'Italia mussoliniana a dichiararla contro gli USA nel dicembre 1941, sulla scia del Giappone e della Germania, senza alcuna probabilità di successo e contro gli interessi della vasta e influente comunità italo-americana, a lungo larga di plausi al regime mussoliniano e inorgoglita dalle sue tante imprese, come la celebre crociera atlantica capitanata da Italo Balbo.
   Rimane senza risposta la domanda fondamentale: precipitando l'Italia in gravissima crisi gli Alleati fecero l'interesse loro o avrebbero avuto maggiori vantaggi se essa avesse rotto con la Germania senza lo sbandamento dell'8-12 settembre, seguito dalla “liberazione” di Mussolini da parte dei tedeschi? Non fu la resa in sé a far deflagrare l'Italia. Furono i modi e i tempi del suo annuncio, che la presero alla gola. 
   Nell'imminenza della sua pubblicazione si svolse un conciliabolo (dalla  narrazione spacciato come “consiglio della Corona”, organo mai esistito) con la presenza di Badoglio, Ambrosio, alcuni ministri, e Carboni, focosamente contrario alla sua accettazione.  Marchesi che fece rompere gli indugi. Segnalò che gli Alleati avevano filmato la firma di Cassibile, pertanto irrevocabile. Mentre 500 bombardieri stavano per decollare e colpire Roma, molti e fondamentali interrogativi erano senza risposta. Come avrebbero reagito i tedeschi? L'annuncio della resa, fatto da Eisenhower da Radio Algeri alle 17:30 (18:30 di Roma) dell'8 settembre, cambiò tutto. Di ora in ora la situazione divenne più critica e confusa. Paolo Puntoni confidò al Diario che “soltanto la gravità del momento” lo spingeva a “non abbandonare il Re nei confronti del quale non tutti agiscono lealmente”. A giudizio del governo, condiviso dal re, non rimase che lasciare immediatamente la capitale e raggiungere  un lembo d'Italia ancora libero da anglo-americani e non occupato dai tedeschi, a differenza di Roma. “Le forze attaccanti – disse a Bonomi il maresciallo, “triste e accasciato” - sono prevalenti per numero e soprattutto per armamento. Una resistenza sarebbe vana: prolungherebbe di poco l'agonia della città e recherebbe inutili danni”.
   Come aveva insegnato Carl von Clausewitz, la ritirata nel proprio territorio non è una fuga: fa parte delle regole della guerra.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA.: RAFFAELE GUARIGLIA, barone di Vituso (Napoli, 18 febbraio 1889-Roma, 25 aprile 1970) entrò in diplomazia nel 1909  e fu in servizio in molte capitali (Parigi, Londra, San Pietroburgo, Bruxelles), sino al dopoguerra, quando prese parte alla “pace di Losanna” con l'impero turco-ottomano (1922-1923). Ambasciatore a Madrid (1932-1935) mirò a influire in senso moderato sul governo della Repubblica spagnola. Dopo altre missioni a Buenos Aires e Parigi, fu assegnato alla Santa Sede sino quando vi venne nominato ambasciatore Galeazzo Cino (Nella fotografia, Guariglia, primo da sinistra, in Vaticano).  Ambasciatore in Turchia fu nominato ministro degli Esteri nel governo Badoglio (25 luglio), ma giunse a Roma solo il 30, quando i tedeschi stavano compiendo l'operazione “Alarico” per prendere l'Italia sotto controllo punitivo. Nell'incontro  a Tarvisio con il ministro degli Esteri germanico von Ribbentrop dette la parola d'onore che l'Italia sarebbe rimasta a fianco della Germania.
  Concordò la missione di Castellano in Portogallo. Il 9 settembre 1943 rimase a Roma. Riparò nell'Ambasciata di Spagna preso la Santa Sede. Nel 1944 fu nominato ambasciatore a Parigi. A risposo su sua richiesta dopo l'avvento della Repubblica, ebbe la presidenza della Commissione per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani. Senatore per il Partito Monarchico Italiano (1954-1958) e presidente dell'Unione Monarchica Italiana, fece parte della Consulta dei Senatori del Regno voluta da Umberto II. Pubblicò un importante volume di “Ricordi, 1922-1946”, Napoli. ESI, 1949.

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80 anni fa
LUCE A OCCIDENTE?
Agosto 1943: l'Italia verso la resa
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Giuseppe
                                                          Castellano
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                                                          stato firmato
                                                          qui. Appunti
                                                          siracusani”,
                                                          ed. Morrone,
                                                          2023.   Perché il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, 28 settembre 1871 - 1° novembre 1956) anziché il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore (Torino, 28 luglio 1879-Alassio, 20 novembre 1958) o il glorioso ma anziano maresciallo Enrico Caviglia (Finale Marina, 4 maggio 1862 - 22 marzo 1945)? Al riguardo sono state ricamate molte narrazioni. Comandante supremo solo dal 1° febbraio 1943, Ambrosio era ancora poco noto in Italia e meno ancora all'estero. Secondo una spiegazioni suggestiva, il re scartò Caviglia perché si sarebbe detto che con lui “si tornava alla Massoneria”. L'affermazione è poco convincente. Caviglia era cattolico praticante e quindi, all'epoca, incompatibile con la “Setta Verde”. Benché avesse motivo di non fidarsene ciecamente, il Re optò per Badoglio. Lo sapeva apprezzato all'estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli inglesi. Secondo un documento nel 1982 pubblicato da Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva rivelato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire Mussolini. Come il re intuiva, il premier britannico Winston Churchill prese nota.
   L'annuncio del nuovo governo contenne l'infelice formula “La guerra continua”, scritta da Vittorio Emanuele Orlando. La domanda assillante però era: sino a quando? Perché? Se quella in corso era una “guerra fascista”, per di più a fianco della Germania nazista, perché continuarla? Ormai il nemico era in casa, mentre il grosso dei militari italiani non era in patria ma in terre lontane o già nei campi di prigionia del nemico.
Un Castellano in cerca del Comando anglo-americano
   Tutte le fonti documentarie, la memorialistica e persino la narrativa (valgano d'esempio “Primavera di bellezza” di Beppe Fenoglio e i ricordi autobiografici di Italo Calvino che, rientrato a Sanremo dal servizio militare a Mercatale di Vernio, con alcuni amici vagheggiò la costituzione di un improbabile “movimento universitario liberale”) descrivono l'Italia dell'agosto 1943 come Paese “in sospeso”. Sottoposti a massicci bombardamenti anglo-americani sulle città più importanti (Napoli, Milano, Torino, Foggia e, per la seconda volta, anche Roma) gli italiani anelavano alla pace. Il governo si trovò tra la dura incudine delle divisioni germaniche irrompenti dal Brennero in assetto di guerra col pretesto di soccorrerlo e il pesante martello degli anglo-americani.
   Ignorando che nella conferenza di Casablanca (14-26 gennaio 1943) le Nazioni Unite avevano deciso che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”, il 7 agosto Vittorio Emanuele III autorizzò l'avvio di contatti con gli “Alleati” per approdare a trattative armistiziali. Come scrisse in un'ampia relazione ad Ambrosio (datata da Algeri il 15 dicembre), tra fine luglio e inizio agosto il generale Giuseppe Castellano si offrì di raggiungere “in qualsiasi modo” Eisenhower, comandante delle forze anglo-americane, “per far conoscere le nuove intenzioni dell'Italia dopo la caduta del fascismo”, a cospetto della “già palese occupazione da parte dei tedeschi”.
   Castellano (Prato, 1893 - Porretta Terme, 1977) nel 1942 aveva coronato una brillante carriera militare con la nomina a generale di brigata, il più giovane dell'esercito italiano. Svolse un ruolo fondamentale il pomeriggio del 25 luglio, a margine del gelido colloquio tra il re e Mussolini. All'improvviso, la mattina del 12 agosto Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona per contattare il comando anglo-americano. In un incontro fortuito con il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia il generale percepì che questi non nutriva molta fiducia nella sua missione. Gli raccomandò solo di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi. Di lunga e vasta esperienza Guariglia riteneva che le trattative dovessero rimanere riservato dominio del corpo diplomatico. Non sapeva che per gli anglo-americani la resa dell'Italia non era più una questione “politica” – e quindi diplomatica – bensì prettamente “militare”. Contrariamente a quanto si pensava a Roma, l'Italia non aveva proprio nulla da “trattare”. Doveva solo “eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.
   Privo di credenziali, a parte l'invito a riceverlo scritto su un biglietto dall'ambasciatore britannico in Vaticano, Francis Osborne D'Arcy, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e Valute. Poiché non conosceva una parola di inglese si valse per interprete di Franco Montanari, nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe proseguito in direzione Bardonecchia-Modane: una linea interrotta da bombardamenti. Per buona sorte, il treno proseguì invece verso la Costa Azzurra. Partito da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche ore per farsi ricevere dall'ambasciatore britannico Samuel Hoare. Dal 1917 in Italia nei servizi segreti militari britannici, secondo Giovanni Fasanella (Nero di Londra, Chiarelettere, 2022) nel gennaio 1918 questi aveva ingaggiato Benito Mussolini quale informatore e agitatore politico contro giolittiani, neutralisti e socialisti. Poi esponente dei conservatori, era stato ministro degli Esteri e dell'Interno. Assegnato a Madrid, aveva concorso a dissuadere Franco da scendere in guerra a fianco di Hitler.
   Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni dell'Italia ma anche l'intento di combattere i tedeschi. Era un pensiero suo, non del governo. Hoare gli dette un biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che lo avrebbe tempestivamente informato del suo arrivo. Giunto a Lisbona alle 22 del 16 agosto, il generale cercò il contatto con l'ambasciatore britannico. Accolto con formale cortesia, ebbe la sensazione che Londra non fosse stata affatto informata della sua missione. Rimase due giorni in attesa di convocazione, tramite un messaggio firmato “du Bois”, che sarebbe stato recapitato a Montanari.
   Alle 22.30 del 19 Castellano fu finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter Bedell Smith, capo di stato maggiore del comando alleato ad Algeri, dall'incaricato d'affari statunitense Georg Frost Kennan e dal generale Kenneth Strong, capo dell'Intelligence Service anglo-americano: una delegazione del massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Nessuna mano tesa. Il generale cercò di esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi. Per tutta risposta Smith lesse le condizioni della resa che l'Italia era tenuta a sottoscrivere senza obiezioni di sorta entro le 24 del 30 di agosto (il cosiddetto “armistizio breve”), pena un attacco distruttivo, e gli illustrò la Dichiarazione redatta il giorno prima da Roosevelt e Churchill nel corso della conferenza di Quebec.
   Castellano non commentò i documenti che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare i contenuti e perorò uno sbarco anglo-americano “nelle vicinanze di La Spezia o uno sbarco a Rimini” per costringere i tedeschi a arroccarsi nell'Italia settentrionale, “abbandonando tutta la parte centro-meridionale”. I suoi interlocutori lo ascoltarono “impassibili”. Castellano aggiunse infine che “per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione” il governo aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la firma della resa e il suo annuncio. Non ottenne alcun chiarimento.
   Fornito di una radio rice-trasmittente, di cifrario e di una “parola chiave” per “aprire” le comunicazioni, il 23 agosto Castellano prese il treno con Montanari alla volta di Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima dell'accettazione della resa. Nel timore di essere intercettato da tedeschi, nel viaggio di rientro non comunicò l'esito della missione. In mancanza di notizie  da Roma mandarono a Lisbona con missione analoga alla sua i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi, già addetto militare a Berlino e quindi accolto freddamente dagli interlocutori. Ai nuovi venuti gli anglo-americani consegnarono sia lo strumento di resa già dato a Castellano sia le clausole aggiuntive (il cosiddetto “armistizio lungo”, approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli Alleati).
   Giunto nella capitale Castellano consegnò il testo della resa al comandante supremo Ambrosio, che lo comunicò a Badoglio.
   Mentre continuavano i durissimi bombardamenti “pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino, Milano, Napoli, Foggia...), appreso che il governo Badoglio si stava avviando alla resa, il 18 agosto 1943, nel corso della conferenza a Quebec (12-24 agosto) il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill avevano scritto che «la misura nella quale le condizioni (di resa) saranno modificate in favore dell'Italia dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra». Accanto al governo venne evocato “il popolo”, del tutto ignaro di quanto stava avvenendo. Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l'aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell'armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del nord le navi dovevano recarsi «nei porti a sud della linea Venezia-Livorno». Il governo Badoglio aveva quindi motivo di ritenere che gli anglo-americani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze sulla costa occidentale e su quella romagnola a est.
La “trafila” dei “tre puntini”: realtà o fantasia?
   L'11 agosto al Comitato delle correnti antifasciste Bonomi concluse che «se si dovrà chiamare il popolo per cacciare i tedeschi dall'Italia, si dovrà farlo quando gli anglo-americani avranno messo piede in Italia, non prima. Prima si sciuperebbe lo slancio popolare e si verserebbe inutile sangue.» Al tempo stesso decise il “distacco dal governo Badoglio”, che però la pensava allo stesso modo.
   Il 12 agosto, lo stesso giorno della partenza di Castellano alla volta di Lisbona via Madrid, Bonomi lasciò Roma per una pausa ristoratrice a Santa Marinella. Il 19 rientrò nella capitale. Ricevutolo a colloquio il 20, più per sapere che per dire, Guariglia non lasciò trapelare alcunché sulla missione Castellano. Il 21 Bonomi si incontrò con Bartolomeo (Meuccio) Ruini (1877-1970) e Carlo Galli (1878-1966), appena nominato ministro della Stampa e Propaganda nel governo Badoglio. «Decidiamo di darci del tu, in ricordo dell'antica compagnanza» annotò Bonomi nel “Diario”. Di quale natura essa era?
   Per comprenderlo occorre tornare ai loro anni giovanili. Laureato in legge e avviato a prestigiosa carriera diplomatica, il 24 maggio 1905 Galli fu ricevuto apprendista massone nell'importante  loggia “Rienzi” di Roma, la stessa in cui cinque anni prima era stato affiliato Ruini, futuro presidente della Commissione dei Settantacinque che stilò la “bozza” di costituzione della Repubblica italiana. Nell'incontro del 21 agosto 1943 i due confratelli formarono con Bonomi un triangolo massonico? L'interrogativo si impone anche alla luce dell'opera di Paolo Cacace “Come muore un regime” (ed. il Mulino, 2022), ricco di riferimenti a massoni nel collasso del regime mussoliniano. Secondo lui, “a quanto pare” anche Bonomi era affiliato alla Libera muratorìa.
   È vero che il massone non è tenuto a dichiararsi pubblicamente tale mentre non deve propalare i nomi dei confratelli né i “travagli di officina”, ma Bonomi non ha mai fatto trapelare alcun cenno sulla propria iniziazione. Non solo. In risposta alla “inchiesta sulla Massoneria” condotta dall'“Idea nazionale” nel 1913, egli dichiarò che «se la Massoneria insiste a mantenersi segreta e a circondarsi di riti e di formule che oggi fanno sorridere, essa obbedisce, forse inconsciamente, a quello spirito di mistero e di ossequio superstizioso che venne diffuso e mantenuto per tanti secoli dalla Chiesa». Quanto all'“ideario” massonico precisò: «Non so, non avendovi mai appartenuto, se la Massoneria abbia una sua filosofia più incline al materialismo che allo spiritualismo, all'internazionalismo che al nazionalismo». Aggiunse: «ogni azione palese od occulta di partiti, di sette, di associazioni pubbliche o segrete nelle amministrazioni dello Stato è sempre profondamente dannosa». Era una dichiarazione veridica o per allontanare insinuazioni? Tanti asserivano che i socialisti riformisti italiani erano eterodiretti dalla “massoneria universale” (un mito comodo per molti massoni e altrettanti massonofagi) e più probabilmente dal Grande Oriente di Francia. Ne era convinto Mussolini, all'epoca socialmassimalista e deciso a espellere i massoni dal partito socialista, come deliberò il congresso di Ancona nell'aprile 1914.
   Di varie personalità politiche e militari citate da Cacace come massoni si hanno prove sicure. Ne sono invece del tutto prive quelle di Badoglio, che Cacace classifica “massone coperto”, mentre Diaz risulterebbe “in odore di massoneria”, formula che non dice nulla di concludente.
   Sicuramente massoni furono i generali Luigi Capello, Giacomo Carboni, Gustavo Pesenti e Ugo Cavallero, iniziato al GOI e poi regolarizzato nella Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI) lo stesso anno dell'iniziazione di Vittorio Valletta (1917). Lo furono anche l'avvocato Carlo Aphel (il cui “complotto” volto a rovesciare Mussolini è stato sopravvalutato) ed Elia Rossi Passavanti (la cui iniziazione non è citata da Cacace). Invece, contrariamente a quanto scrive Cacace, non si ha alcuna prova che siano stati massoni Marcello Soleri, i generali Giuseppe Castellano e Angelo Cerica, né il conte Giuseppe Volpi di Misurata. Tra i massoni della GLI si possono invece segnalare, documenti alla mano, Giuseppe Bottai (per breve tempo attivo nella loggia “La Forgia” di Roma, ma radiato per morosità e assenteismo) e il generale Fernando Soleti, forzatamente condotto a Campo Imperatore per garantire l'incolumità di Mussolini all'arrivo dei tedeschi capitanati da Otto Skorzeny.
   Ciò che più conta, al di là del massonismo di questo o quel gerarca o notabile, è l'assenza di un sia pur labile indizio di una rete che nel corso del tempo e, ancor più, dopo lo scioglimento delle logge (1925-1926) abbia unito in un disegno univoco i massoni delle maggiori comunità liberomuratòrie italiane e che l'immaginario piano antimussoliniano sia stato ordito da iniziati (raccolti in assemblea? informati per circolare o direttive sussurrate dall'uno all'altro orecchio?) e si sia valso di relazioni fraterne e di partecipe sostegno da parte di massonerie di altri Paesi, segnatamente di Francia, Gran Bretagna e delle grandi logge degli Stati Uniti d'America. Il Grande Oriente d'Italia costituito in Francia nel 1930 (con sede formale in Inghilterra) su impulso di Eugenio Chiesa, Giuseppe Leti, Arturo Labriola, Cipriano Facchinetti, Arturo Giannini (poi autore delle esilaranti “Memorie di un fesso”) e infiltrato da agenti dell'Ovra, chiese invano il riconoscimento da parte delle comunità massoniche raccolte nell'Associazione Massonica Internazionale (AMI), la cui storia è stata documentata da André Combes. Altrettanta indifferenza gli fu riservata dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, da molti ritenuta depositaria e dispensatrice di regolarità e legittimità.
   La genesi preminentemente massonica del “combinato disposto” Gran consiglio/iniziativa del Re è una leggenda della Repubblica sociale italiana, insufflata da uno spretato massonofago, da decenni incline a vedere ovunque la regìa occulta dei Figli della Vedova, già editore in Italia del famigerato “Protocollo dei Savi Anziani di Sion”.
   Per cercare di ridimensionare Mussolini e salvare se stessi anche i gerarchi partecipi al Gran consiglio del 24-25 luglio non avevano bisogno dell'assistenza del Baphomet. Pr capire il dramma in corso bastavano le notizie sull'avanzata degli anglo-americani in Sicilia e la tardiva cognizione dell’enormità degli errori commessi da Mussolini sin dalla guerra d'Etiopia, soprattutto dal 1938 in poi e infine con le dichiarazioni di guerra all'URSS e, non bastasse, agli USA: una potenza che non attendeva altro per entrare nel Mediterraneo a spese non solo delle ambizioni tardonazionalistiche del fascismo ma anche di Francia e Gran Bretagna, il declino dei cui imperi coloniali datò dalla nuova guerra dei trent'anni (1914-1945).
La solitudine del Re
Come già osservato, per una prima conclusione, si può dire che protagonista della svolta del luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III. Egli si valse di militari ligi al giuramento di fedeltà al re, l'unico che erano tenuti a pronunciare. Anche per quel motivol con delusione di Castellano gli anglo-americani ostacolarono la riorganizzazione delle forze armate regie e isolarono il Re, con la connivenza dei cattolici, che vi vedevano il nipote dello scomunicato Vittorio Emanuele II, debellatore dello Stato pontificio, e di tanti “liberali” che sorsero a pretenderne l'immediata abdicazione, la rinuncia di Umberto alla successione e il passaggio della corona a Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un reggente, che sarebbe stato nominato chissà come, perché a norma dello Statuto doveva essere designato dal Parlamento. Ma la Camera dei deputati non esisteva più e il Senato era nell'impossibilità di radunarsi. L'Italia era in regime istituzionale provvisorio. Al tempo stesso va ricordata l'ostilità verso la monarchia di molti democratici del lavoro, anche dai trascorsi massonici. Infine, nel dicembre 1943 Nicolò Carandini dichiarò a Bonomi che i liberali volevano «una monarchia pulita e non un cencio sporco come è l'attuale sovrano».
   In quelle condizioni venne subìta la resa, evento che merita analitica trattazione.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Giuseppe Castellano (Prato, 1893-Porretta Terme, 1977) in abito civile alla firma della resa. Militare valoroso, a riposo dal 1947 pubblicò “Memorie” e diresse una catena di alberghi. Sulla firma della resa v. Rosanna Romanisio Amerio, “3 settembre 1943. L'Armistizio è stato firmato qui. Appunti siracusani”, ed. Morrone, 2023.


FU VITTORIO EMANUELE III
A DEMOLIRE IL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


DIDASCALIA:
                                                          Pietro
                                                          Badoglio
                                                          (Grazzano
                                                          Monferrato,
                                                          dal 1939
                                                          Grazzano
                                                          Badoglio,
                                                          Asti, 28
                                                          settembre
                                                          1871-ivi, 1°
                                                          novembre
                                                          1956), con
                                                          amici di
                                                          Grazzano
                                                          (secondo da
                                                          sinistra).
                                                          Senatore,
                                                          marchese del
                                                          Sabotino, duca
                                                          di Addis
                                                          Abeba,
                                                          maresciallo
                                                          d'Italia, capo
                                                          di due governi
                                                          (26 luglio
                                                          1943-22 aprile
                                                          1944 e 22
                                                          aprile-18
                                                          giugno 1944) è
                                                          tra i
                                                          protagonisti
                                                          più discussi
                                                          della storia.
                                                          Gli subentrò
                                                          Ivanoe Bonomi
                                                          (due governi:
                                                          18 giugno-12
                                                          dicembre 1944
                                                          e 12 dicembre
                                                          1944-21 giugno
                                                          1945). Dopo
                                                          Alfonso La
                                                          Marmora,
                                                          Federico
                                                          Menabrea e
                                                          Luigi Pelloux
                                                          fu il quarto
                                                          militare
                                                          incaricato di
                                                          presiedere il
                                                          governo del
                                                          Regno
                                                          d'Italia.25-27 luglio 1943: la “svolta”
È scivolato via l'anniversario dei due giorni che a fine luglio 1943 cambiarono la storia d'Italia. Meritano memoria, senza indulgere a dietrologie né alla sopravvalutazione di “informatori”, “servizi segreti” e fantasiosi “complotti” orditi da forze occulte. La maggior parte delle narrazioni, anche quelle lambiccate, si sostanzia nel silenzio sui “fatti”. La verità è che il 25 luglio Vittorio Emanuele III usò i poteri della Corona. Fu un “coup de Majesté”. Revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con Pietro Badoglio. Due giorni dopo, il nuovo governo, composto da militari e da “tecnici”, azzerò il partito nazionale fascista e tutti i suoi istituti. Era la premessa necessaria per chiedere l'“armistizio” alle Nazioni Unite.
   Il Re mise in atto un progetto coltivato da mesi, preparato nei dettagli e anticipato di un giorno per la richiesta di colloquio da parte di Mussolini, che aveva fretta di verificare le possibili conseguenze dell'ordine del giorno approvato dal Gran consiglio del fascismo nella notte fra il 24 e il 25. I gerarchi chiesero che il re esercitasse i poteri statutari e assumesse il comando effettivo delle Forze armate. Vittorio Emanuele III aveva deciso da tempo, come provano l'immediata nomina del nuovo governo e le misure che questo assunse il 27 luglio e il 5 agosto. Come documenta Aldo G. Ricci nel vol. I dei “Verbali del governo Badoglio” (ed. Presidenza del Consiglio dei Ministri 1994), il resoconto delle sedute è andato perduto, però disponiamo dei loro “ordini del giorno” e dei decreti-legge varati per l'attuazione. Al netto degli errori (anche gravi) istituzionali e politici, le decisioni del 25-27 luglio presuppongono una lunga preparazione, compresa la valutazione di tutte le possibili conseguenze sull'ordine pubblico.

Né “congiura” né “colpo di Stato”
Il pomeriggio del 25 luglio 1943 il sovrano fece quanto previsto dall'articolo 65 dello Statuto: «Il Re nomina e revoca i suoi ministri.» A differenza di quanto poi asserito dal duce e viene ripetuto ancora oggi, il “cambio” non fu né “complotto” né “colpo di Stato”. Nell’avvicendamento, da tempo in preparazione e ignoto solo a Mussolini, che credeva di sapere tutto ma veniva intercettato anche mentre parlava con Claretta Petacci, Vittorio Emanuele III prese le precauzioni dettate dalle emergenze. Mussolini non era solo capo del governo ma anche duce del partito unico, affiancato dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Bisognava scongiurare il rischio di reazioni scomposte. Il PNF aveva quasi tre milioni di iscritti. Alleata della Germania, l'Italia aveva gran parte dei propri militari “oltre i confini”, mentre dall'arco alpino alla Sicilia i tedeschi (sia indivisionati, sia “sfusi”) erano numerosi, bene armati e motivati. Infine lo sbarco anglo-americano in Sicilia (10 luglio), la netta superiorità dell'aviazione nemica e i suoi pesanti bombardamenti anche su Roma (19 luglio) costringevano alla resa. In via preliminare occorreva dunque un cambio del regime politico, atteso dalle Nazioni Unite, divergenti nelle strategie ma concordi nella decisione di mettere fuori combattimento l'“Italia fascista”. L'avanzata anglo-americana in Sicilia, come un tocco contro l'ampolla, fece precipitare la soluzione da mesi in sospensione. Ma il sospeso era torbido e il soluto non risultò affatto cristallino.
   Il 25 luglio l'unica certezza rimase la Corona, garante dello Stato.

I senatori per un cambio di passo
La “narrazione” identifica la “caduta di Mussolini” (e/o del fascismo) con il voto del Gran consiglio del fascismo che poco dopo le 2 del mattino del 25 luglio 1943, a maggioranza, «invitò il Governo a pregare la Maestà del Re affinché Egli voglia assumere con l'effettivo comando delle forze armate quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono» (v. Box). In realtà la famosa “seduta” fu approdo di uno dei rivoli carsici che facevano emergere un'Italia alternativa al regime di partito unico, da tempo fallito. Un’iniziativa poco nota e tuttavia significativa fu la richiesta rivolta il 22 luglio da sessantatré senatori al presidente Giacomo Suardo di convocare la Camera Alta in seduta plenaria, «data la gravità della situazione», nell'auspicio che «Governo e Popolo si stringano unanimi intorno alla sacra Persona della maestà del Re Imperatore nel proposito incrollabile di resistere ad ogni costo». Quei “patres” chiamarono in causa il “Popolo”. Dettero un’indicazione politica. Tra i firmatari, «tutti presenti in Roma», figurano esponenti della tradizione liberal-nazionale del Senato. È verosimile che la richiesta sarebbe stata sottoscritta anche da Agnelli, Falck, Burgo, Pirelli, Volpi e da un lungo elenco di militari, diplomatici, magistrati, accademici e senatori “per censo”, se anch’essi si fossero trovati nella capitale in quel momento. Sin dal lontano 1924 Vittorio Emanuele III attendeva che una Camera gli fornisse l'appiglio per intervenire da Re costituzionale. I senatori finalmente si mossero. Per l'incalzare degli eventi la richiesta rimase inevasa. Affinché ne restasse traccia per la storia, il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, nominato in successione a Suardo il 27 luglio, tre giorni dopo propose al “Cavaliere Duca Don Pietro Badoglio” di renderla pubblica. Il 3 agosto il Maresciallo rispose che «data la mutata situazione politica ed il tempo ormai trascorso» non era opportuno. Tuttavia sarebbe stato meglio farla conoscere per evidenziare la differenza tra il Senato e la Camera “dei fasci e delle corporazioni”.
La Massoneria ebbe un ruolo nelle trame del 25 luglio?
Oltre a quella dei gerarchi, che volevano mettersi le spalle al sicuro, in prossimità del 25 luglio si affacciò una seconda trafila. Ne fu esponente un personaggio pressoché sconosciuto: Domenico Maiocco (Cuorgnè, Torino, 13 giugno 1893-Roma, 17 maggio 1969). Laureato ventunenne in giurisprudenza a Torino, ufficiale nella Grande Guerra, iniziato massone nella loggia “Vita Nova” di Alessandria il 2 maggio 1923, dopo la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge da parte del Pnf, impiegato all'Istituto nazionale della previdenza sociale, nel 1936 Maiocco fu condannato al confino di polizia perché «socialista, antifascista e massone». Dopo varie traversie, il 7 giugno 1943 fu eletto gran maestro della Massoneria Italiana Unificata (MIU) sorta a marzo con l'obiettivo di superare le antiche divisioni tra Grande Oriente e Gran Loggia d'Italia. Volle dimostrare ai “fratelli” anglo-americani che in Italia esisteva un Ordine liberomuratòrio “regolare”, fedele al Capo dello Stato, come sin dalle origini accadeva in Gran Bretagna e negli USA, i cui “padri fondatori” erano stati tutti massoni, a cominciare da George Washington. Quali “contatti” e quale ruolo effettivo ebbe la MIU? Maiocco contava su “fratelli” leali nei confronti della monarchia, su esponenti del caleidoscopico mondo delle chiese evangeliche e riformate e su massoni italo-americani (Franck Bellini, Charles Fama...), convinti che la rinascita delle logge avrebbe drasticamente ridimensionato il predominio della Chiesa cattolica dopo il Concordato dell'11 febbraio 1929. Lo pensava anche John H. Cowles, “numero uno” del Rito scozzese antico e accettato, che nel dopoguerra ottenne da Alcide De Gasperi la libertà della massoneria in Italia.
   Tra i suoi referenti Maiocco aveva Tito Signorelli, pastore metodista, Dunstano Cancellieri, fondatore del Centro ermetico universale romano, e Placido Martini, arrestato, torturato e infine assassinato con altri venti massoni alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Sulla vera o presunta iniziazione massonica di gerarchi e di “prominenti” dell'antifascismo e dell'affarismo molto ha scritto Paolo Cacace in “Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio” (ed. il Mulino). Studioso di talento, Cacace perlustra la tela dei “figli della Vedova” tra i quali include personaggi la cui appartenenza alle logge non è affatto documentata. È il caso di Ivanoe Bonomi, Marcello Soleri, Pietro Badoglio, Raffaele Mattioli («molti sospetti, anche se non vi sono elementi probanti») e persino di Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, che bene conosceva Maiocco ma non aveva nulla da spartire con il massonismo. In “odore di loggia” (formula insinuante ma storiograficamente irrilevante), secondo lui andrebbero contati anche Vittorio Emanuele Orlando, il ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, e il Re stesso. Fantasie. Cacace osserva che «prove inconfutabili allo stato attuale non esistono». E allora? Insistervi allontana dalle poche certezze acquisite. Tra queste vi è che prima della seduta del Gran Consiglio Maiocco, lo «sconosciuto messaggero del colpo di Stato», fece pervenire al Re l'ordine del giorno Grandi-Bottai, come ha scritto il suo biografo Antonino Zarcone (Annales, 2015). Una prova attendibile? C'è.
   Il ruolo di Maiocco è narrato da Ivanoe Bonomi nel “Diario di un anno: 2 giugno 1943-10 giugno 1944”. Ministro della Guerra nell'ultimo governo Giolitti (1920-1921), suo successore alla presidenza del Consiglio, rimasto ai margini della politica militante dopo la mancata rielezione nel 1924, Bonomi fu, come scrive egli stesso, «nella fortunata condizione di poter assumere la funzione di promotore e di guida» dei partiti e dei movimenti antifascisti, i cui esponenti frequentavano la sua abitazione romana in Piazza della Libertà 4. Non davano nell'occhio, eppure non erano “illustri ignoti”: i liberali Alessandro Casati, Alberto Bergamini (a contatto con il comunista Concetto Marchesi, biografato da Luciano Canfora, che a sua volta fa intravvedere che anche il celebre classicista fu raggiunto da un raggio della “Vera Luce”), i democratici Meuccio Ruini (sicuramente massone) e Pietro Tomasi della Torretta, i democristiani Alcide De Gasperi e Giuseppe Spataro, i socialisti Romita e Vernocchi. Quel comitato informale ipotizzò in primo tempo un governo militare di breve durata, da sostituire con un esecutivo “politico”. Il 14 luglio Bonomi propose a Badoglio di assumere la presidenza di un governo di cui egli stesso sarebbe stato vicepresidente: preludio a un ministero «con uomini politici delle diverse correnti dell'antifascismo: liberali, democratici, cattolici, azionisti, comunisti e socialisti». Bonomi avrebbe indicato i ministri politici, Badoglio quelli militari.
   Alle 17 del 24 luglio, proprio mentre iniziava la seduta del Gran consiglio, Bonomi (come scrive nel Diario) aprì la porta al «noto antifascista, il dottor Domenico Maiocco, piemontese, che è in molta intimità con il quadrumviro De Vecchi». Questi gli avrebbe detto che «nella mattinata Grandi e Federzoni lo avevano persuaso a firmare un ordine del giorno inteso a restituire al re tutte le sue prerogative, invitandolo nel contempo a farne uso per allontanare Mussolini. Il De Vecchi si sarebbe mostrato sicuro della vittoria ed avrebbe preconizzato, come conseguenza del voto, il ritiro di Mussolini e l'incarico ai presentatori dell'ordine del giorno di costituire un Governo nuovo». Questo «avrebbe fatto appello alla concordia nazionale, invitando i maggiori uomini dell'opposizione a dare la loro collaborazione. Il De Vecchi non si sarebbe fatta alcuna illusione sulla mia risposta, pure desiderava di farmi sapere preventivamente che mi sarebbe stato rivolto un invito amichevole». Nel Diario Bonomi scrisse di aver risposto a Maiocco che quanto da lui riferito gli «pareva un romanzo». L'ipotesi «di un governo Grandi-Federzoni-De Vecchi liquidatore del fascismo mussoliniano era sogno di menti oscurate».
   Esaminate le diverse prospettive del più che probabile governo Badoglio, appena appreso della revoca di Mussolini il comitato antifascista condivise il parere, non proprio eroico, di De Gasperi: liquidato il duce, era necessaria la richiesta di armistizio agli anglo-americani. Associarsi al governo comportava di condividere il passivo della resa. A suo avviso, questa doveva ricadere solo sul Re: capro espiatorio. Di lì la previsione di un «dissidio insanabile fra le aspirazioni del paese e la volontà della Corona».

La “defascistizzazione” fu opera del Re e di Badoglio
Il 27 luglio Bonomi presiedette due riunioni dei sei partiti antifascisti che “agit[arono] molti problemi senza prendere conclusioni concrete”, andò a colloquio con Badoglio e ne trasse «una buona impressione». Il Maresciallo non aveva perso tempo. Lo stesso giorno Badoglio fece il necessario, senza attendere suggerimenti dei partiti appena albeggianti. I regi decreti-legge del 27 luglio, pubblicati nella “Gazzetta Ufficiale” il 2 agosto, vanno ricordati: «soppressione [sic] del Partito nazionale fascista, del Gran consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; divieto di fabbricazione e uso di bandiere e emblemi di associazioni e partiti politici (non tradotto in decreto legge); abrogazione delle norme contenenti limitazioni in dipendenza dello stato di celibe; controllo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale; conferma dello stato di guerra; movimento di prefetti (collocamento a riposo o a disposizione di quelli nominati per meriti fascisti) e altre misure urgenti per i ministeri di Guerra, Marina e Aeronautica.»
   In 48 ore il governo Badoglio varò la “defascistizzazione” dell’Italia. Deliberò anche lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni, istituita con la legge 19 gennaio1939, n. 129: una decisione apparentemente “dovuta” ma al tempo stesso incauta. Lo evidenziò lo schema di decreto legislativo preparato per la seduta del 9 settembre (che però non ebbe luogo, come ricorda Ricci) e non fu più ripresentato. Esso ammise che «la chiusura della XXX legislatura e la carenza di uno dei due rami del Parlamento», derivante dallo scioglimento della Camera elettiva, «rendono impossibile, per ora, l'esercizio della funzione legislativa da parte del Senato e, d'altra parte, la ripresa dei lavori parlamentari non potrà non essere preceduta dalla emanazione di nuove norme intese a disciplinare anche la materia suddetta». Il governo avocò il potere di legiferare “per causa di guerra” anche in circostanze e per materie nelle quali «la causa di guerra non influisce menomamente».
   La sospensione del Parlamento sovraespose la Corona, chiamata ad affrontare la seconda e non meno impegnativa partita dell'estate 1943: uscire dal conflitto mentre, con il pretesto di soccorrerla, altre divisioni germaniche vi irrompevano in assetto di guerra. Ignara delle decisioni politiche e militari assunte dalle Nazioni Unite molti mesi prima dello sbarco in Sicilia, l'Italia post-fascista riteneva di poter avviare trattative armistiziali e di avere diritto a riconoscimenti commisurati al suo sostegno alla guerra contro la Germania, come prospettato dall’ambigua Dichiarazione di Quebec del 18 agosto 1943. Invece l'Italia cozzò con l'imposizione della “resa senza condizioni”, decisa nella conferenza di Casablanca (14-26 gennaio), il cui peso venne scaricato sulle spalle di Vittorio Emanuele III, come rumorosamente chiesto dall'ala anti-monarchica più intransigente del comitato interpartitico presieduto da Bonomi. Cominciò ad affiorare l'intimazione di immediata abdicazione del sovrano. Essa divenne assordante dopo l'annuncio dell'“armistizio” e il trasferimento del Re e del governo da Roma a Brindisi il 9 settembre: evento che merita l'esame obiettivo tuttora eluso dai “media” e dalla generalità degli “storici”.

Aldo A. Mola

QUEL CHE DICE E QUEL CHE NON DICE
L'ORDINE DEL GIORNO GRANDI-BOTTAI-FEDERZONI
L'ordine del giorno approvato da 19 Consiglieri sui 28 presenti alle 2:20 del 25 luglio 1943 recita: «Il Gran Consiglio del Fascismo […] esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra: proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza e la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano; afferma la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest'ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché egli voglia per la salvezza e l'onore della Patria assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre Istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.
   Dunque i gerarchi non proposero affatto la revoca e la sostituzione di Mussolini da capo del governo, né la formazione di un nuovo governo, né la demolizione del regime di partito unico, né, meno ancora, l'armistizio separato. Proposero invece di “attribuire” alla Corona, al Gran consiglio (cioè a se stessi), al governo (così com'era: zeppo di mediocri esponenti del Partito fascista) e al parlamento (con la “Camera dei fasci” dal 1939 “nominati” anziché “eletti”) l'esercizio delle loro competenze.
   Essi invitarono altresì il Re ad assumere l'effettivo comando delle forze armate, mai personalmente esercitato da alcun sovrano. Nel 1940 lo volle Mussolini, capo del governo e titolare dei tre ministeri militari. Perciò il duce, convinto che dopo l’ordine del giorno non fosse cambiato nulla di sostanziale, chiese udienza a Vittorio Emanuele III. Ma il sovrano, che aveva già deciso prima della riunione del Gran Consiglio, lo fece “fermare” (non “arrestare”). La sera stessa Mussolini dichiarò per scritto di essere pronto a collaborare con il nuovo governo.

A.A.M.

DIDASCALIA: Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, dal 1939 Grazzano Badoglio, Asti, 28 settembre 1871-ivi, 1° novembre 1956), con amici di Grazzano (secondo da sinistra). Senatore, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, maresciallo d'Italia, capo di due governi (26 luglio 1943-22 aprile 1944 e 22 aprile-18 giugno 1944) è tra i protagonisti più discussi della storia. Gli subentrò Ivanoe Bonomi (due governi: 18 giugno-12 dicembre 1944 e 12 dicembre 1944-21 giugno 1945). Dopo Alfonso La Marmora, Federico Menabrea e Luigi Pelloux fu il quarto militare incaricato di presiedere il governo del Regno d'Italia.


NAPOLEONE COLAJANNI
DEMOCRAZIA E MASSONERIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 luglio 2025 pagg. 1 e 7.

“Libero massone, in libera loggia”
DIDASCALIA:
                                                          Napoleone
                                                          Colajanni.
                                                          Nella Premessa
                                                          al volume
                                                          “Note
                                                          autobiografiche
                                                          e
                                                          considerazioni
                                                          politiche” di
                                                          Napoleone
                                                          Colajanni,
                                                          Antologia
                                                          curata da
                                                          Francesco
                                                          Luigi Oddo per
                                                          le edizioni
                                                          BastogiLibri
                                                          (Roma), il
                                                          prof. Antonino
                                                          Tobia,
                                                          presidente
                                                          della Libera
                                                          Università di
                                                          Trapani “Tito
                                                          Marrone”,
                                                          validamente
                                                          fiancheggiato
                                                          da Vincenzo
                                                          Vitrano,
                                                          pubblica l'
                                                          Albo d'Oro,
                                                          elenco delle
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                                                          sono onorati
                                                          di svolgervi
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                                                          molti spiccano
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                                                          Baldassarre,
                                                          già presidente
                                                          della Corte
                                                          costituzionale,
                                                          Ugo Intini,
                                                          Domenico
                                                          Mogavero, i
                                                          vescovi di
                                                          Trapani e di
                                                          Mazara del
                                                          Vallo,
                                                          Marziano
                                                          Pagella,
                                                          storico
                                                          dell'architettura,
                                                          il magistrato
                                                          Pietro
                                                          Pellegrino,
                                                          Paolo Ricca
                                                          dell'Università
                                                          Valdese di
                                                          Roma,
                                                          l'archeologo
                                                          piemontese
                                                          Dario Seglie,
                                                          l'antropologo
                                                          senese Vinicio
                                                          Serino,
                                                          l'arpista
                                                          Elena Zaniboni
                                                          e il senatore
                                                          Valerio
                                                          Zanone: una
                                                          “catena di
                                                          unione”
                                                          ispirata dallo
                                                          spirito civile
                                                          di Napoleone
                                                          Colajanni.   Napoleone Colajanni (Castrogiovanni, dal 1927 tornata Enna, come nell'antichità, 28 aprile 1847-2 settembre 1921) è stato tra i politici più importanti della Nuova Italia. Repubblicano senza fanatismi, socialista al di fuori degli schemi, meridionalista libero da paraocchi, è al centro dell'attenzione storiografica. Giunge ora in libreria un'ampia antologia di suoi articoli e saggi, curata dal professor Francesco Luigi Oddo e pubblicata da BastogiLibri (Roma) per iniziativa della Libera Università “Tito Marrone” di Trapani, presieduta dal professor Antonino Tobia e animata da Vincenzo Vitrano. L'opera non è un generico invito a riscoprire uno dei principali protagonisti della lotta politica per l'avvento e il consolidamento dell'unità d'Italia, ma, forte di introduzioni e di un accurato apparato critico, conferma l’attualità della sua figura.
   Il volume documenta che, più di un secolo dopo la morte, Colajanni parla dei problemi odierni dell'Italia e di una “Europa” ancora “in fieri”, alle prese con guerre, in corso e potenziali, alleanze difensive fragili, a geometria variabile, fatte di accordi palesi e di clausole ignote alla generalità dei cittadini. Ai suoi tempi le grandi “questioni” del pianeta erano affrontate e risolte nello steccato dei rapporti niente affatto lineari tra gli Stati europei, gli altri continenti e i loro popoli. Cent'anni dopo, la geografia continua a dettare la storia. I principi etici e giuridici di allora incalzano pressoché invariati, in attesa di soluzioni sempre meno probabili per l'assenza di istituzioni sovrastatuali universalmente accettate: in passato lo furono la Corte dell'Aja e la Società delle Nazioni, da ottanta anni lo sono l'ONU e, di seguito, i Tribunali internazionali.
   La differenza netta tra l'atlante geo-politico di riferimento di Colajanni e il presente sta nel fatto che fra Otto e Novecento l'“Europa” andava dall'Atlantico a Vladivostok, mentre ora si sfalda sull'incerto “limes” tra la Germania e la Federazione delle repubbliche russa. Al tempo suo non esistevano né Polonia né Ucraina, né, meno ancora, gli staterelli baltici. Il Vecchio Continente si affacciava, all’epoca, su un Mediterraneo quasi completamente controllato dalle grandi potenze continentali, nell'ormai manifesto declino dell'impero turco-ottomano, il “grande malato d'Oriente”. L'Europa odierna, invece, vede in atto vari conflitti armati, dalla Libia al Vicino Oriente. È un bacino solcato da flotte navali e aeree di Stati extraeuropei, in allarme perpetuo. Inoltre, a differenza di quanto oggi accade, le relazioni tra gli Stati dell'Europa centro-occidentale e l'altra sponda dell'Atlantico ai tempi di Colajanni non avevano quale referente pressoché esclusivo o quanto meno prevalente gli Stati Uniti d'America o l'America Settentrionale, ma le “tre Americhe”, con molta attenzione per quella Centrale, mentre si stava lavorando ad aprire il Canale di Panama. All'epoca tale tripartizione era nettamente configurata. Di quei “mondi” Colajanni aveva cognizione personale e indiretta, continuamente aggiornata sia attraverso la lettura sistematica di riviste e quotidiani d'Oltralpe e d'oltre Oceano, sia tramite quanto se ne apprendeva dalla viva voce e dal carteggio della moltitudine dei migranti. I decenni centrali del suo magistero politico, va ricordato, coincisero con la “grande migrazione” che, iniziata dalle regioni settentrionali, investì il Mezzogiorno, soprattutto dopo che Roma si era vista precludere l'approdo in Tunisia, ritenuto “naturale” sino a quando, nel 1882, Parigi impose il suo protettorato al bey di Tunisi.


 
  Tra gli aspetti meno noti della vita di Colajanni vi è il suo rapporto con la Massoneria. Massimo Ganci, storico rigoroso e competente, non ne fa alcun cenno nel “Dizionario biografico degli italiani”, se non col rinvio, in biliografia, a una nota Storia della Massoneria in Italia” (Bompiani, 1976). Il profilo pubblicato nel “Dizionario del movimento operaio e socialista” lo ignora. Ne scrive, invece, Francesco Renda nell'ampio profilo di Colajanni per “Il Parlamento Italiano”,vol. VII, 1902-1908, (Nuova CEI, Milano, 1990). A suo ponderato avviso, i contrasti sul sistema bancario dell'ultimo decennio dell'Ottocento tra Colajanni, Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni da un canto e Giovanni Giolitti e, ancor più, Francesco Crispi dall'altro, come poi tra Colajanni lui e Antonio Starrabba di Rudinì, vanno campeggiati anche nell'ambito del compagnonaggio massonico, intessuto di dissensi e conflitti assai più che di fratellanza.
   In “La massoneria nel parlamento. Primo Novecento e fascismo” Luca Irwin Fragale osserva che «non è poi sufficiente il telegramma del Gran Maestro Torrigiani al prof. Emanuele Cecconi in occasione della morte di Napoleone Colajanni [1921, NdA] per attestare l'appartenenza di quest'ultimo al GOI, altrove affermata». Invece l'appartenenza di Colajanni alla Massoneria è assolutamente certa, così come sono provati i suoi continui contatti con eminenti “fratelli” del suo tempo. Abbiamo alcuni punti fermi. In effetti (ma è un “caso” relativamente comune, data la dispersione degli archivi di logge che nascevano e morivano), non vi è traccia della sua iniziazione né della sua asserita affiliazione alla loggia “I figli dell'Etna”
   Però si può affermare con assoluta certezza la sua appartenenza al Grande Oriente d'Italia (GOI). Essa è documentata dalla lettera di “vivace polemica” che nel 1877 Ulisse Bacci indirizzò al “F∴ Colajanni” dalle colonne della “Rivista della Massoneria italiana”, di cui era direttore e proprietario. Ribaditi i “vincoli di fraterna amicizia”, Bacci lo invitò a non rinvangare il passato («non andiamo a vedere chi abbia maggiormente contribuito all'unione del 1872, e neanche chi abbia scritto nel 1877 con maggior vivacità, ma stringiamoci da fratelli la mano, e “viribus unitis” scendiamo a combattere il comune avversario». Bacci aggiunse di averlo ritenuto «sempre Massone convinto e sincero». Perciò sarebbe stato «lietissimo di potergli stringere la destra in Roma, e di mostrargli coi fatti la “sua” stima e la “sua” fraterna affezione». «Veda dunque il F∴ Colajanni – aggiunse – che non vi è bisogno di uscire dal Tempio; ma vi è invece necessità di restarvi per impedire che c'entrino coloro che ne sono indegnissimi.» L'uso appropriato del cifrario massonico da parte di Bacci dissipa ogni dubbio. L'invito a non uscire dal Tempio chiude il cerchio.

 La Massoneria? Un gran disordine e un gran tramestio.
  Nel “Libro del Massone italiano”, troppo a lungo sottovalutato, Bacci ricordò gli eventi del 1872 e del 1877 richiamati nella lettera a Colajanni. L’Assemblea Costituente massonica romana del 1872, dopo «discussioni assai scomposte e qualche volta tumultuose», accorpò nel GOI «vari gruppi esistenti fino allora», ovvero i “comitati” di Napoli, Bari, Palermo e le “logge dissidenti”, capeggiate dal mazziniano Federico Campanella. A frenare l'unità effettiva dell'Ordine liberomuratòrio in Italia concorsero le distinzioni dei massoni del GOI in tre diversi riti: (simbolico, “francese” di sette gradi, che risultava il più noto e praticato, e il Rito scozzese antico e accettato di 33 gradi) mentre il Supremo consiglio di Washington riconosceva quello sedente in Torino e si moltiplicavano gruppi massonici indipendenti, come la “Sicilia”. «Insomma – osservò Bacci, carte alla mano – un gran disordine e un gran tramestio.»
   Dopo l'ascesa della Sinistra al governo (marzo 1876) il rovello all'interno delle file massoniche italiane divenne ancora più lacerante. Esso nasceva dalla ricerca di “equilibri più avanzati”, perché la Massoneria aveva molti esponenti al governo del Paese e, quindi, al fianco della Corona (Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Alfredo Baccarini, Michele Coppino...). Però l'Ordine non rinunciava a contare al proprio interno mazziniani, garibaldini, radicali, federalisti e simpatizzanti per l'Internazionale protosocialista. Conciliava responsabilità nel presente e proiezione verso un futuro indeterminato nei tempi di realizzazione ma non indefinito negli obiettivi. A complicare il quadro concorreva il rapporto tra la Massoneria e il “Libero Pensiero”, una corrente carsica che, per influenza francese, percorse il Paese dagli Anni Sessanta a inizio Novecento. Erano inevitabilmente relazioni difficili, perché i liberi pensatori rifiutavano non solo qualsiasi religione rivelata ma anche tutti i simboli religiosi, mentre la Massoneria conservò sempre la formula iniziatica “Alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo”, caposaldo di un sia pur vago deismo.

Un massone nell'arena della “politica”
   Nel 1882, l'anno della morte di Garibaldi e del progetto di un Congresso massonico internazionale volto a studiare il modo migliore col quale la donna potesse partecipare al lavoro massonico, Colajanni fu eletto consigliere comunale. Dieci anni dopo entrò nel consiglio provinciale. Era il tirocinio ordinario per chi, come lui, ambiva a esercitare il ruolo nazionale non solo attraverso gli scritti ma anche in Parlamento in un'età di importante produzione legislativa. Sin dal 29 ottobre 1882 egli si era candidato alla Camera nel collegio di Caltanissetta. Le votazioni si svolsero in collegi plurinominali (in quel caso comportavano quattro seggi) e scrutinio di lista. Con 2.268 preferenze Colajanni risultò il quarto degli esclusi. Il 23 maggio1886, con 5.024 voti, fu invece il primo dei perdenti. Il 23 novembre 1890, infine, venne eletto con 7.469 preferenze, terzo di una lista comprendente il conte Ignazio Testasecca, Domenico Minolfi e Vincenzo Riolo. Col ritorno ai collegi uninominali, il 6 novembre 1892 Colajanni vinse senza competitori nel “suo” collegio di Castrogiovanni, che gli rinnovò il seggio sino al 1919, vennero introdotti il suffragio universale maschile e il riparto proporzionale dei seggi e fu comunque confermato. Alle elezioni del 7 maggio 1909 fu rieletto con 1.624 voti su 2.982 elettori e in due successive riconvocazioni del collegio per sue dimissioni venne confermato. Altrettanto accadde il 26 ottobre 1913, quando, senza rivali di sorta, ottenne 5.896 preferenze su 16.589 iscritti alle liste elettorali. La massoneria concorse alla sua ascesa nella vita politica locale e nazionale? In carenza di documenti, il quesito rimane senza risposta.
   Nell'arco dei trentacinque anni dal suo ingresso alla Camera il nome di Colajanni non affiora da alcuna cronaca di vita massonica. Non compare né nelle riviste del GOI, né in eventi culturali e politici fiancheggiati da istituzioni liberomuratòrie. Di sicuro, come emerge dalla sua vasta produzione saggistica e dall'antologia curata da Francesco Luigi Oddo, Colajanni si confrontò personalmente con politici notoriamente massoni, ma non esitò a combatterli apertamente quando lo ritenne doveroso. Valgano ad esempio le battaglie da lui combattute contro i suoi conterranei Francesco Crispi e Nunzio Nasi. Di quest'ultimo scrisse e ripeté che, condannato sia pure per un reato di modesto rilievo, non poteva essere sindaco, ovvero “pubblico ufficiale”.
   Il suo originario “massonismo” risulta dunque paradigmatico. Da un canto indica che nei primi anni dell'unità nazionale l'ingresso in loggia era “normale” per giovani militanti della Sinistra (a vent'anni Colajanni aveva già messo alle spalle varie “patrie battaglie” nelle file garibaldine), dall'altro prova che esso non comportò vincoli di dipendenza nell'esercizio del mandato elettivo, più di quanto derivasse da convergenze propriamente culturali e politiche. L'uomo apprendeva dalla loggia ma rappresentava sia gli elettori sia quanti non avevano diritto di voto, ed erano i più.
   Lo conferma il ruolo svolto da Colajanni in momenti di drammatica crisi politica, dai “Fasci siciliani”, studiati a fondo da Salvatore Costanza, alla scelta pro o contro l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra e a fronte dell'onda rivoluzionaria postbellica. Ogni volta il repubblicano, federalista e protosocialista Colajanni si mostrò incline alla mediazione, che non significa compromesso ma valorizzazione delle istituzioni per frenare il precipizio verso scontri sanguinosi e la militarizzazione dei pubblici poteri a danno dei cittadini. Il suo limpido laicismo non gli impedì di apprezzare monsignor Isidoro Carini. Del pari, l'opzione repubblicana non fece velo alla prospettiva che la monarchia evolvesse verso l'approdo democratico senza traumi. Non solo per ciò attestò pubblicamente la sua stima, ricambiata, nei confronti di Vittorio Emanuele III, re costituzionale e garante dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi.

Tra le quinte della “politica”
   Parlamentare di lungo corso, medico chirurgo – “missione” che praticò a beneficio dei poveri –, docente universitario di statistica e poligrafo di fama europea, Colajanni vide con lucidità la condizione del deputato, spesso sospinto dalla “vis a tergo” dell'elettorato e meno autonomo di come narrato dalla leggenda antiparlamentare che lo dipingeva capofila di clientele e voltacasacca per calcolo personale anziché, come avveniva, per una sorta di “ricatto di massa” esercitato dai votanti nei suoi confronti. Al riguardo Colajanni fu lapidario: «Le masse applaudiscono indifferentemente chi sale e chi scende.»
   Democratico integrale (evocatore del Patto di Roma ed estimatore del pugnace e intrepido Felice Cavallotti), Colajanni si pronunciò controcorrente su questioni che all'epoca costituivano vessillo delle sinistre. Fu il caso del voto politico femminile, osteggiato da lui come da Giovanni Giolitti, che egli reputò personalmente onesto ma politicamente cinico. Proprio come lo statista piemontese, che nel 1902 non esitò a militarizzazione i ferrovieri per impedir loro di scioperare, anche Colajanni deplorò il diritto di sciopero degli impiegati pubblici, “operatori” dello Stato, tenuti a prestare servizio nel superiore interesse dei cittadini.
   Tra i suoi meriti maggiori di meridionalista vi fu la netta  contrapposizione  a Cesare Lombroso, che attribuiva l'arretratezza del Mezzogiorno a fantasiosi “fattori congeniti”. Al tempo stesso confutò chi la faceva datare dall'unificazione nazionale e la imputava all'ingordigia del Nord: polemica decenni addietro reiterata dal neomeridionalismo e dalle sue varianti, incluso il neoborbonismo. Poiché aveva radici quasi bimillenarie, la somma di arretratezza e sottosviluppo per essere corretta richiedeva riforme profonde, fondate sulla cognizione scientifica della realtà, e il coraggio dell'impegno sui tempi lunghi, senza illusioni miracolistiche. Altrettanta cautela pose a cospetto del partito socialista italiano, che gli parve debitore verso una “dottrina”, anziché volto a obiettivi perseguibili in tempi ragionevoli e con esiti positivi.
   Prosatore efficace e oratore trascinante, Colajanni rifuggì dagli slogan e dai comizi. Predilesse il ragionamento, pronto anche a mutare consiglio su questioni, come la protezione doganale, che altri risolvevano in termini dottrinali o “di principio”. Perciò in tempi diversi risultò antiprotezionista e “protezionista condizionato”.

Patriota contro il bolscevismo
   Il vortice della Grande Guerra investì anche Colajanni. Come molti interventisti e come Antonio Salandra e Sidney Sonnino, i due maggiori responsabili dell'ingresso dell'Italia in guerra, ignari della complessità del conflitto, anche Colajanni sull'inizio non escluse che la conflagrazione potesse terminare entro il 1915. Elencò le «previdenze» che il governo avrebbe dovuto curare e costatò che non erano state tenute in conto. Di seguito si scagliò con toni inusitati contro la «barbarie tedesca». Incitò a «temere, evitare, odiare i tedeschi»: parole gravi. Nel dopoguerra fu coerente con la scelta iniziale: difese le “ragioni” dell'intervento, ma senza indulgenza per le mire del governo sulla Dalmazia, ove semmai andava incoraggiata, la migrazione pacifica, sulla traccia di insediamenti di italofoni. Bisognava evitare di gettare semi di conflitti futuri. Altrettanto comprensibile risulta la sua polemica nei confronti della “diserzione” della Russia dalla guerra (essa consentì agli Imperi Centrali di dirottare le loro forze su fronte italiano, più vulnerabile di quello francese), del regime bolscevico e di quanti in Italia proclamavano di voler “fare come in Russia”.
   Gli articoli del 1919-1920 mostrano che Colajanni era in sintonia con il vasto arco di forze poi raccolte da Giolitti nei blocchi per le elezioni amministrative del novembre 1920 e, per la quinta volta presidente del Consiglio, in quelle per il rinnovo anticipato della Camera nel maggio 1921. Quei blocchi andavano dai liberali di varia ascrizione ai combattenti, dagli agrari ai “democratici”, dagli ex socialriformisti ai fascisti, il cui programma politico prese forma solo quando il movimento divenne partito, nel novembre 1921.
   A quel punto Colajanni era già passato all'Oriente Eterno. Si comprende che il gran maestro Domizio Torrigiani abbia espresso il cordoglio dell'Ordine per la scomparsa di chi «alla Massoneria italiana» aveva dato «da giorni lontani operosa fede e fino alla morte illuminata cooperazione». In quei frangenti, dopo avere inizialmente promosso e attizzato l'avventura di Gabriele d'Annunzio a Fiume e mentre cercava di massonizzare il nascente fascismo quale argine contro i socialisti e il partito popolare italiano, che minacciava la laicità dello Stato, anche il GOI era lontano dall'individuazione di una linea chiara. Ne hanno scritto recentemente Luca G. Manenti e Fulvio Conti. Nell'Assemblea del 1920 Torrigiani si spinse a mettere in discussione la forma dello Stato. Quanto alla polemica con le sinistre rivoluzionarie, va ricordato che esse erano state bersaglio dei roventi articoli di Ernesto Nathan nella “Nuova Antologia” contro l'insidioso contagio delle parole: il “bolscevismo”. Solo sei anni dopo divenne chiara l'incompatibilità tra valori fondanti (elettività e temporaneità delle cariche e libertà della politica) e pulsioni totalitarie insite nel fascismo, come documenta il volum “1925.Vrso il regime” (Bastogilibri, 2025). Ma ormai era tardi. Dopo la morte, Colajanni fu spesso strumentalizzato o marginalizzato. L'antologia curata da Luigi Francesco Oddo lo restituisce nella sua complessa genuinità.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Napoleone Colajanni. Nella Premessa al volume “Note autobiografiche e considerazioni politiche” di Napoleone Colajanni, Antologia curata da Francesco Luigi Oddo per le edizioni BastogiLibri (Roma), il prof. Antonino Tobia, presidente della Libera Università di Trapani “Tito Marrone”, validamente fiancheggiato da Vincenzo Vitrano, pubblica l' Albo d'Oro, elenco delle centinaia di Relatori che da tutta l'Italia si sono onorati di svolgervi lezione. Tra i molti spiccano Antonio Baldassarre, già presidente della Corte costituzionale, Ugo Intini, Domenico Mogavero, i vescovi di Trapani e di Mazara del Vallo, Marziano Pagella, storico dell'architettura, il magistrato Pietro Pellegrino, Paolo Ricca dell'Università Valdese di Roma, l'archeologo piemontese Dario Seglie, l'antropologo senese Vinicio Serino, l'arpista Elena Zaniboni e il senatore Valerio Zanone: una “catena di unione” ispirata dallo spirito civile  di Napoleone Colajanni.


1925
MUSSOLINI ANNIENTO' LA MASSONERIA
PER INSTAURARE IL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 luglio 2025 pagg. 1 e 7.


Abbassare l'asticella per saltare più alto?
DIDASCALIA:
                                                          Benito
                                                          Mussolini
                                                          “domatore”.
                                                          Alternò
                                                          sorrisi e
                                                          minacce.
                                                          Intervenne in
                                                          Parlamento e
                                                          rimbeccò
                                                          parlamentari
                                                          illustri. In
                                                          un paio d'anni
                                                          impose un
                                                          regime che le
                                                          opposizioni
                                                          non videro
                                                          arrivare.Il centenario del 1925 scivola via nell'indifferenza dei “media”. La contrapposizione di “manifesti” pro e contro il fascismo (Giovanni Gentile da una parte, Benedetto Croce dall'altra) importava ai loro firmatari e ai loro (non molti) lettori ma lasciava indifferente la generalità degli italiani e ancor più l'opinione estera. In vista del rinnovo dei consigli comunali e provinciali eletti nel novembre 1920, Benito Mussolini, capo di un governo abbastanza sicuro di sé, si domandò che cosa fosse meglio fare. Cambiare la legge elettorale prima del voto, ieri come oggi, è la tentazione di chi vuol vincere anche senza avere la maggioranza dei consensi. Basta abbassare l'asticella per saltare più alto. Mussolini aveva il pieno controllo della Camera grazie alla diserzione dall'Aula di democratici, repubblicani, dei due partiti socialisti e dei popolari, arroccati sull'inutile “Aventino”. Ma il Senato poteva riservare sorprese. I senatori iscritti al Partito fascista erano una sparuta minoranza. Alle elezioni amministrative le opposizioni avrebbero potuto sommarsi ai liberali in un fronte unico, numericamente prevalente. Per pararsi le spalle il duce doveva disfarsi del loro possibile collante: la Massoneria. Solo così avrebbe potuto completare il suo disegno: annientare il regime liberale e sostituirlo con quello fascista. Lo disse chiaro e tondo alla Camera.

La legge antimassonica in Senato
Il disegno di legge sulla “Regolarizzazione dell'attività delle associazioni, enti e istituti e dell'appartenenza ai medesimi del personale dipendente dallo Stato, dalle provincie, dai comuni e da istituti sottoposti per legge alla tutela dello Stato, delle provincie e dei comuni” venne approvato alla Camera dei deputati all'unanimità dei votanti il 19 maggio 1925.
I passi definitivi verso la conquista del “potere di governo” (altra cosa da quella sullo Stato, che rimase nelle mani del re, come si vide il 25 luglio 1943) vennero compiuti da Mussolini in Senato il 19-20 novembre, quando i patres discussero la legge “contro la Massoneria”.
Alle 15:30 del novembre 19 la Camera Alta anzitutto convalidò la nomina a senatore del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, clericale e massonofobo. Il tenore della discussione seguente fu molto elevato. In una vasta perorazione l'insigne giurista Francesco Ruffini (1863-1934, nominato senatore il 30 dicembre 1914) ricordò le tre libertà cardinali: di pensiero, di stampa e di associazione. Quando domandò se l'Italia credesse «veramente di tener fermi i suoi odierni antiliberali ordinamenti» Mussolini lo interruppe: «Sì, finché ci sono io.»  Ruffini aggiunse che l'Italia non poteva vivere «in una economia chiusa, e non può quindi neanche immaginarsi di poter vivere di una vita costituzionalmente chiusa». Il messaggio andava oltre il presidente del Consiglio, ma per farlo arrivare “in alto” occorreva un “voto” di portata significativa, che non ci fu né quel giorno né poi. Vittorio  Emanuele III, re costituzionale non poteva sostituirsi alle Camere. Ruffini concluse con le parole di Niccolò Machiavelli: «Forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, merito alcuno non contrappesa il nome della libertà.» 
 Dopo di lui Filippo Crispolti, antesignano dell'impegno dei cattolici nella vita politica della Nuova Italia, chiese che venisse chiarita la distinzione tra le associazioni segrete e quelle lecite e non segrete (come le cattoliche, che non nominò) e impetrò che non si infierisse su quanti avevano percorso una strada deviante poi abbandonata: i “massoni pentiti”. Con sottile perfidia aggiunse che «vi possono essere Governi in cui qualche membro abbia dei precedenti che il Senato non vorrebbe approvare!». Mussolini rimbeccò: «Ho capito», memore dei suoi precedenti giudiziari. Era stato condannato e incarcerato per opposizione all’“impresa di Libia” e successivamente “fermato” per reati contro l'ordine pubblico.
Il protonazionalista Enrico Corradini ripeté con soverchia irruenza la condanna della «esotica e svanita mitologia razionalistica, a cui fu dato il nome sacrilegamente ridicolo di Supremo Architetto dell’Universo», del massone, «prototipo dell'uomo socialmente basso», e della massoneria, «nazionalmente criminale per due azioni continuate: per quella antireligiosa e per l'azione internazionalista» e sollecitò a «riesaminare e regolare la libertà di stampa». In attesa che il governo proponesse e il parlamento reprimesse la libertà di stampa, i fascisti lo avevano fatto e lo stavano facendo a modo loro: bastonando Piero Gobetti, Giovanni Amendola e altri giornalisti e parlamentari scomodi e spingendo i proprietari o comproprietari di quotidiani di ampia diffusione a disfarsi dei soci e dei direttori e vicedirettori invisi e scomodi. Fu il caso del “Corriere della Sera”, dal quale vennero estromessi Luigi e Alberto Albertini, e di “La Stampa”, sottratta al senatore Alfredo Frassati, giolittiano. Corradini promise: «L’Italia s'è mossa, l'Europa seguirà». Osservò: «Fra quaranta milioni di italiani chi grida, o chi piange, perché si sospendono giornali, si sciolgono partiti? Nessuno. Non si levano voci dal popolo italiano, in tutt'altre faccende affaccendato». Infine lodò il governo «disciplinatore e attivo e fattivo». Fu sommerso dal plauso delle tribune, così sguaiato che il presidente Tommaso Tittoni, antico ministro degli Esteri con Giolitti, minacciò di farle sgombrare.
Nell'intervento a sostegno della “legge modesta” Alfredo Rocco, ministro della Giustizia dal 5 gennaio di quello stesso 1925, esordì partendo da quanto il 16 maggio aveva osservato alla Camera il comunista Antonio Gramsci: la legge non era che «un anticipo di quella più vasta ed organica legislazione alla quale bisognerà pur metter mano», a cominciare dalla «disciplina giuridica dei rapporti di lavoro». Precisò che essa non toccava la libertà di associazione ma «la libertà del segreto di associazione». Un sofisma. Per bocca sua i fautori del regime di partito unico enunciarono apertamente i propri obiettivi. Rocco dichiarò che la legge in discussione era «un primo timido passo sulla via della rivendicazione dell'autorità dello Stato sulle forze che si organizzano nel paese. […] Lo Stato deve dominare infatti tutte le forze esistenti nel Paese e non si può ammettere, come si è purtroppo ammesso lungamente, l'esistenza di organizzazioni potenti come la Confederazione del lavoro, come le associazioni di impiegati delle ferrovie, delle poste, dei telegrafi, di marittimi e di tramvieri, o infine come la Massoneria, che sieno padrone effettive della vita della nazione». Aggiunse che il governo non dichiarava guerra contro la Massoneria quale associazione internazionale, «una istituzione innocua e perfino utile» ma per come essa era in Italia, «dannosa all'ordine pubblico e alla pubblica moralità». Ripercorso rapidamente il profilo dell'Istituzione dal Settecento, si soffermò su «il carattere e il programma anticattolico» di quella italiana. Escluse infine che la legge avesse intenti punitivi con efficacia retroattiva: «noi non vogliamo che il peccatore muoia, vogliamo invece che si converta e viva.»

Croce si astiene, Diaz approva
La discussione riprese alle 15 dell'indomani, 20 novembre, un venerdì. A nome di alcuni colleghi come lui travagliati dal dissidio tra giudizio negativo sulla Massoneria e le circostanze presenti, intervenne per primo Benedetto Croce. Dichiarò di astenersi dal voto perché la legge era proposta «quando non solo le condizioni della pubblica libertà sono assai turbate in Italia (commenti animatissimi), ma si ode proclamare con feroce gioia la distruzione del sistema liberale (proteste) e questo disegno di legge è considerato come parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali». Dopo Vittorio Zupelli, già ministro della Guerra, a favore della legge si dichiarò anche il generale Guglielmo Pecori Giraldi che propose di aggiungere: «Gli ufficiali di qualsiasi grado e categoria dei corpi armati dello Stato, che risultino appartenenti alla Massoneria, o ad altra società segreta, incorrono senza più nella perdita del grado per mancanza contro l’onore». Lo sapesse o meno, tra gli “ufficiali massoni” molti erano patrioti benemeriti dell'Italia. Dopo altri, Mario Orso Corbino annunciò l'astensione e rivendicò la funzione dell'anticlericalismo. Era stato allievo in un seminario nel quale si assegnavano voti più alti ai temi nei quali si affermava che «Garibaldi era un filibustiere, che Vittorio Emanuele II era un nefando usurpatore e che presto sarebbero scesi in Italia i liberatori del Santo Padre in catene». Nettamente contrari furono i senatori Vittorino Cannavina e Federico Ricci, secondo il quale «colle leggi fascistissime di cui questa è la prima, la nazione viene avviata verso un grave esperimento di nuovo regime». Avversi si dichiararono anche Nino Tamassia (in specie per «il triste carattere retroattivo che una giurisprudenza politica di un gran popolo ha voluto equiparare ad un delitto») e Guido Mazzoni.
Venne chiesta la chiusura, approvata per alzata di mano.
Il senatore Adriano De Cupis, relatore sul disegno di legge, ammonì che «il diritto alla menzogna è statutario nella Massoneria». Dopo la dichiarazione di astensione di Vito Volterra e di Eugenio Bergamasco, Armando Diaz, duca della Vittoria, ricordò che da comandante supremo aveva respinto la proposta dell’«allora capo della massoneria (Ernesto Nathan) di costituire dei nuclei e dei centri di propaganda massonica nell'esercito per sollevare il morale dei combattenti» e annunciò voto favorevole. Malgrado insinuazioni e asserzioni, talvolta anche perentorie (per esempio da parte di Maria Rygier), non esiste alcuna prova di iniziazione massonica sua né di Pietro Badoglio. La formula “in odore di” può forse valere per i santi, non per i massoni. La storiografia non si fonda sull'olfatto ma sui documenti.

Mussolini: annientare il regime liberale
Per ultimo intervenne Mussolini. Negò che il fascismo fosse divenuto antimassonico solo dopo la fusione con i nazionalisti. Aveva seguito un progetto proprio, articolato e coerente. Dapprima aveva «demolito il bolscevismo, poi ha affrontato la Massoneria, finalmente il regime liberale». Ora era la volta del terzo “nemico”, non ancora completamente distrutto ma ormai periclitante e senza difensori in Parlamento, come appunto era emerso nei primi undici mesi del 1925. Rivendicò che quello stesso 20 novembre ben 900 banchieri degli Stati Uniti d'America lanciavano l'acquisto di azioni del Prestito italiano: un'operazione complessa sotto il profilo tecnico e politicamente redditizia perché mostrava che il nuovo regime aveva il sostegno della più solida economia mondiale. Non accennò minimamente a quanto, a sostegno del prestito, stava facendo oltre Atlantico Raoul Palermi, gran maestro della Serenissima Gran Loggia d'Italia. Concluse: «Con questa legge si chiude evidentemente un periodo della storia italiana, e io potrei modestamente dire che raccolgo i frutti di una lunga e tenace campagna».
Su 235 presenti, 208 votarono “si”, 6 “no” e 21 si astennero. Tra i “si” vanno ricordati Ernesto Artom, Badoglio, Luigi Cadorna, Eugenio Cagni, Alfredo Dallolio, Bassano Gabba, Emanuele Greppi, il marchese Raniero Paulucci de Calboli, Camillo Peano, Gabriele Pincherle, Vittorio Polacco, il generale Carlo Porro, Vittorio Puntoni, Francesco Salata, Giuseppe Salvago Raggi, il conte Salvatore Segré Sartorio, Paolo Thaon di Revel, Pietro Tomasi della Torretta, il principe Giovanni Torlonia, Adolfo Venturi e Giulio Venzi. Votarono “no” Nicola Badaloni, Alfredo Canevari, Vittorino Cannavina, Carlo Fadda, Ricci e Ruffini. Tra gli astenuti, oltre a Mario Orso Corbino e Croce, si contarono Alfredo Lusignoli, Gaetano Mosca, il marchese Emanuele Paternò di Sessa, massone insigne, e Leo Wollemborg.
Nel dibattito sugli articoli, ricordato che non poteva essere «condannata in toto, in maniera assoluta e con tanta facilità, una associazione che aveva avuto tra i suoi membri italiani Romagnosi, Garibaldi, Cairoli, Carducci e Bovio», Ettore Ciccotti domandò a Rocco se era giuridicamente ammissibile «obbligare, sotto gravi sanzioni e in forma coattiva, qualcuno ad accusarsi da sé». Neppure il codice penale lo pretendeva. Il ministro cercò di conferire alla legge un profilo molto basso: «Faremo indagini non su tutti gli impiegati, ma solo su quelli per i quali abbiamo fondati motivi di ritenere che sono massoni. E a questi giustamente domanderemo anche se lo sono stati, perché l'essere stato massone in tempo recente è grave indizio per ritenere che lo siano tuttavia». Argomenti da “ministro della polizia investigativa” (chi, come e perché si era procurati i “fondati motivi” di imputabilità per un reato inesistente?), che non confortano la sua celebrazione quale “giurista insigne”.
 Nella votazione finale la legge passò con 182 voti favorevoli e 10 contrari.

L'abolizione dei consigli comunali e provinciali elettivi
La Camera il 18-21 e 25-28 novembre approvò i bilanci di previsione del 1926 e la consueta congerie di leggi ordinarie. Altrettanto avvenne il 2-5, il 9-12 e 16-19 dicembre, mentre la “piazza”, ormai sotto pieno controllo del Pnf, tumultuava chiedendo la pena di morte per gli attentatori alla vita di Mussolini.
Mentre l'indagine a carico di Tito Zaniboni e di Luigi Capello procedeva a rilento, Mussolini accelerò la marcia verso il regime di partito unico lungo tre direttive: anzitutto cancellare la libertà di scelta dei rappresentanti alla Camera e nelle amministrazioni locali, conservando tuttavia l'esercizio del voto nelle elezioni politiche per farne un plebiscito a favore del governo, come in tutti i Paesi totalitari d'Europa; inoltre bisognava subordinare al partito fascista il pubblico impiego e, infine, concentrare nelle mani del capo del governo il massimo dei poteri, sino a farne l'interlocutore unico del re. La fase decisiva della costruzione del regime venne facilitata dall'autoesclusione delle opposizioni dall'Aula, a eccezione della pattuglia giolittiana e dei comunisti.
 Dopo il successo alle elezioni del 6 aprile 1924 e il furbesco annuncio del ritorno ai collegi uninominali (mai attuato) Mussolini non era affatto tenuto a convocare nuove elezioni generali, che, se del caso, si sarebbero svolte sulla base della “legge Acerbo”, smodatamente maggioritaria. Gli premeva invece eliminare l'elettività delle amministrazioni locali. La legge 11 settembre 1925, n. 1756 in un articolo unico sancì che «quando sia necessario, il prefetto ed il sottoprefetto possono, secondo le rispettive competenze, affidare provvisoriamente ad appositi commissari la reggenza delle amministrazioni provinciali, comunali e consorziali», ma solo per la durata di due mesi quando fosse in carica la metà dei consiglieri. I consigli comunali e provinciali in carica erano stati in gran parte eletti nel 1920 e avevano registrato il successo dei “blocchi nazionali” (liberali, combattenti, nazional-fascisti) poi varati col benestare di Giolitti nelle elezioni politiche del maggio 1921. In molte elezioni amministrative svolte dopo l'avvento del governo Mussolini socialisti e popolari avevano ottenuto esiti soddisfacenti anche in città di rilievo. Il Pnf, ancora poco organizzato, aveva tuttavia ottenuto lo scioglimento di numerose amministrazioni locali con aggressioni e minacce a sindaci, componenti di giunte e consiglieri o con la promessa di contributi statali per il completamento di opere pubbliche da tempo in progetto o in cantiere ma ferme per carenza di fondi. Il disavanzo di amministrazione divenne motivo (o tagliola) sufficiente per decretare il commissariamento sulla base del controllo dei bilanci degli enti locali da parte della apposita commissione prefettizia, grimaldello del ministero dell'Interno per irrompere nelle autonomie locali. Fu il caso del consiglio comunale di Roma, la cui amministrazione venne affidata a Filippo Cremonesi il 19 aprile 1923 creato senatore per la 21^ categoria.
Il rinnovo dei consigli locali poteva costituire un’importante opportunità per i partiti di opposizione, indotti a convergere su liste unitarie. Il rischio fu scongiurato in due tappe. Dapprima il rinvio delle elezioni e poi la legge 4 febbraio 1926, n. 237 che sostituì i consigli comunali elettivi nei comuni non eccedenti i 5.000 abitanti con il podestà nominato con decreto reale, assistito da una consulta comunale, eventualmente formata su parere del prefetto. In carica per cinque anni, con possibilità di essere sempre confermato, il podestà poteva essere trasferito dal prefetto da un comune all'altro della provincia ed esercitava tutte le funzioni precedentemente spettanti a sindaco, giunta e consiglio comunale. Podestà vennero nominati personalità dalle comprovate competenze “tecniche”, spesso ufficiali delle forze armate, assistiti dai segretari comunali, vegliati dal ministro per l'Interno tramite i prefetti. Con i Regi decreti 15 aprile e 3 settembre 1926 l'istituto podestarile fu esteso a tutti i comuni del regno, che dipesero quindi dal governo tramite i prefetti, chiamati a determinare gli enti economici, i sindacati e i sodalizi locali ai quali competeva proporre i consultori comunali.
La svolta verso il regime di partito unico non si risolse dunque in un colpo di mano improvviso. Richiese quasi due anni e una concatenazione di interventi in parlamento, leggi e circolari attuative. L'edificio sorse da un progetto organico, vegliato da maestranze qualificate, con una folla di addetti. Opera da Grande Architetto. Con varie “migliorie”  durò diciotto anni. Crollò solo per la catastrofe bellica del 1943, quando ormai la stragrande maggioranza degli italiani neppure ricordava le elezioni di una Camera pluripartitica e dei consigli locali.
Il gusto della libertà è per palati fini.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Benito Mussolini “domatore”. Alternò sorrisi e minacce. Intervenne in Parlamento e rimbeccò parlamentari illustri. In un paio d'anni impose un regime che le opposizioni non videro arrivare.


GUERRA DI SPAGNA
Cambi di fronte, cambi di regime
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Luglio 2025 pagg. 1 e 7.


El Valle de los Caidos: immaginata come
                      emblema della pacificazione. Sulla Spagna dal
                      franchismo a fine Novecento v. Aldo A. Mola,
                      L'integrazione europea e la penisola iberica in
                      Storia dell'integrazione europea, a cura di Romain
                      H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol,. I,
                      pp.595-636.Il 18 luglio 1936 in Spagna quattro generali insorsero contro il governo. Iniziò una guerra civile durata quasi tre anni. Il calcolo delle sue vittime, prevalentemente civili, rimane ancora approssimativo. Quella guerra non fu la premessa della guerra “europea” iniziata  nel 1939 e divenuta mondiale dal 1941. Il governo repubblicano di Madrid ebbe il sostegno di brigate internazionali, prevalentemente comuniste, ma non quello diretto di Mosca. I nazionalisti furono fiancheggiati dalla Germania, che inviò la micidiale Divisione Condor, e dall'Italia con il “Corpo Truppe Volontarie”, bene armate. Ma la guerra del settembre 1939 iniziò con l'attacco della Germania e dell'Urss contro la Polonia, alleata di Francia e Gran Bretagna, che però non intervennero a sua tutela. L'Italia di Mussolini rimase spettatrice e poco dopo co-belligerante, pro-Hitler. Tra la guerra civile spagnola e l'europea vi fu dunque sequenza cronologica ma non strettamente logica.  Vincitore in Spagna, Francisco Franco rimase prudentemente neutrale dall'avvento e infine aprì agli anglo-americani, che garantirono la continuità del suo regime, sorretto dalla Chiesa, sino alla sua morte.
                                            
   Il 12 ottobre 1936 gli spagnoli celebrarono la festa della Hispanidad, in coincidenza con la “scoperta dell'America”, che il “descubrimiento” li univa al di sopra di ogni divisione ideologico-partitica. Era divenuto  ancor più sentito dalla perdita delle Filippine e di Cuba nel 1898, a vantaggio degli Stati Uniti d'America, in forte ribasso di popolarità nelle file degli intellettuali iberici in varia misura segnati dal Novantottismo. Ne era stato interprete il diplomatico e saggista granadino Angel Ganivet, suicida a 32 anni, nel 1898. Il suo Ideario spagnolo pose l'interrogativo sui motivi della decadenza e smarrimento dell'identità degli spagnoli. Aprì le sue riflessioni richiamando l'esempio di Seneca, lo stoico che si svenò dolcemente in acqua tiepida, e le chiuse con don Chisciotte e Sancho Panza, rovello della generazione seguente.
  Quel 12 ottobre 1936 all'Università di Salamanca esplose il durissimo scontro tra il rettore Miguel de Unamuno (Bilbao, 1864-Salamanca 1936) e José Millan Astray, fondatore della Legiòn. Secondo la versione più nota, Unamuno, filosofo, scrittore, autore di tormentate opere teatrali e dal 1891 docente di greco e latino nella prestigiosa Università salamantina, espresse un severo giudizio sulla mentalità del “soldato”, dall'orizzonte chiuso tra vita e morte, in spregio ai dubbi degli intellettuali. Millan Astray sbottò: “Viva la muerte!” o “Muoia l'intelligenza”. Lo scrittore José Maria Pemàn tentò la mediazione:“Viva l'intelligenza e muoiano gli intellettuali cattivi”, i cosiddetti “cattivi maestri”. Unamuno rivendicò che l'Università era “il tempio dell'intelligenza”. Da suo sommo sacerdote disse: “Voi state profanando il suo recinto”. Concluse: “Vincerete ma non convincerete”. Dati i precedenti, gli poteva andare molto male. Nel 1931 Unamuno era stato destituito da Rettore  perché antimonarchico. In suo favore  -era lo spagnolo più noto all'estero- scesero in campo scrittori e artisti euro-americani. Invano. Unamuno lasciò le Canarie, ove era “confinato”, poco sicure per la sua incolumità, riparò a Parigi e poi si installò a Endaya, sul confine franco-spagnolo. Rientrato  Salamanca dopo la caduta della monarchia venne rieletto rettore. Ora doveva fare i conti con l'ala dura dei “nazionali” insorti il 18 luglio.
   A sorpresa, in soccorso del pensatore intervenne Carmen Polo, la moglie di Francisco Franco y Bahamonde. Da settembre scelto come capo unico della sollevazione armata dei “nazionali” contro il governo repubblicano di Madrid, Franco aveva insediato il comando a due passi dalla Cattedrale e dall'Università. Donna Carmen offrì il braccio a Unamuno e scortata da Pemàn lo condusse al sicuro, fendendo la folla. Affranto, il filosofo scrisse a un amico: “Vincere non è convincere e conquistare non è convertire. (…) Si lotta, si ammazzano gli uni con gli altri,  bruciano chiese, celebrano cerimonie, sventolano bandiere rosse e stendardi di Cristo”. Ma non era vero che metà degli spagnoli credessero nella religione di Cristo e metà in quella di Lenin. Quello sfacelo avveniva perché gli spagnoli non credevano in niente. “Il popolo spagnolo è uscito pazzo. Il popolo spagnolo e il mondo intero. Sono solo. Solo come  (Benedetto) Croce in Italia!”. Nuovamente destituito da rettore, questa volta dai franchisti, si ritirò a vita privata. Morì il 31 dicembre. Non perse di obiettività. A suo avviso i “ribelli” (cioè i “nazionali”) tendevano a “salvare a civiltà occidentale cristiana e l'indipendenza” della Spagna. Non si schierò per nessuna delle due fazioni, ma per la Spagna.
   Il successo internazionale e l'immensa produzione letteraria non lo mettevano al sicuro. Autore di opere celebri, come “Pace nella guerra” (1897), “Il sentimento tragico della vita”  (1913) sino a “Vita di Don Chisciotte” e “Romancero dell'esilio”, Unamuno sapeva dell'assassinio immotivato, già a luglio, del poeta granadino Federico Garcia Lorca, che non aveva fatto in tempo ad accogliere l'invito a riparare negli Stati Uniti d'America. Nella notte del 28-29 ottobre Ramiro de Maetzu, venne svegliato nella della prigione madrilena di Ventas.  Un carceriere gli disse che era inutile si vestisse: “Per dove vai va bene anche il pigiama”. Ottenuta l'assoluzione da un prete compagno di sventura, uscì. Cadde fucilato. Dopo Unamuno e Ortega y Gasset, de Maetzu era l'intellettuale spagnolo più famoso all'estero. Il suo percorso è esemplare. Nato nel 1874 a Vitoria, nel paese basco, esordì collaborando a “El socialista”. A Londra dal 1905 al 1920  scrisse in “The New Age”,  come Ezra Pound e George Bernard Shaw, una rivista aperta a esoterismo e riformismo. Rientrato in Spagna si schierò con Miguel Primo de Rivera. Dopo il colpo di stato indolore del 13 settembre 1923, con la “dittablanda”, come la sua era detta per distinguerla  da una “dittatura” vera, de Rivera impresse all'economia spagnola una imponente  accelerazione, sorretta da cospicui investimenti esteri, in specie britannici. Ne ha scritto Fernando Gaarcia Sanz. Già autore di un affermato saggio sul Don Qujote di Cervantes, tormento di tutti gli scrittori della sua epoca, e fondatore dell'Unione Monarchica Nazionale, nel 1931 Ortega si schierò contro la repubblica nata dalla equivoca interpretazione dei risultati delle elezioni amministrative. Le sinistre prevalsero a Madrid e nelle maggiori città ma i monarchici ebbero più voti. A contare, però, furono le manifestazioni di piazza a favore del cambio istituzionale. Memore degli eventi di un settantennio prima e del naufragio della prima repubblica, Alfonso XIII di Borbone lasciò la Spagna nella certezza di essere presto richiamato sul trono.
   Autore di  “Difesa dell'Ispanità” (1933), che gli valse l'ingresso nella Real Accademia, ed eletto deputato, Ortega si schierò per la difesa dei valori tradizionali, contro gli “eccessi” dell'anticlericalismo divampante dal 1931: incendio di chiese, devastazione di conventi, rogo di archivi, profanazione di salme di ecclesiastici defunti,  violenze ai danni di preti e di monache. Gli stranieri rimasero indifferenti. I più identificavano il cattolicesimo spagnolo con l'Inquisizione, la caccia alle streghe (nel Cinque-Seicento imperversante nell'Europa centrale, tra evangelici e riformati), l'oscurantismo e, ciò che più pesò, la “limpieza de sangre” e l'espulsione degli ebrei.    
  Altro intellettuale di prestigio europeo era Salvador de Madariaga (La Coruna, 1886-Locarno, 1978), storico, diplomatico, poeta, autore della storia dell'Impero ispanico americano. Lasciata la Spagna non vi fece ritorno. I colti andavano e venivano. In cerca. I contadini, gli operai, gli imprenditori rimasero . Finirono nel vortice di una guerra civile spietata.
  Ma per cambiare la Spagna occorreva viverci; e purtroppo anche morirci. Una sorta di espiazione collettiva.
    
  Come a nota a piè di pagina della sintetica panoramica dei passaggi di fronte di intellettuali prestigiosi determinati dalla guerra di Spagna va aggiunto l'interrogativo sulle sue ripercussioni su “Giustizia e Libertà”, il movimento creato in Francia da Carlo Rosselli, dopo l'evasione con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, massone, dal confino di polizia a Lipari, al quale era stato condannato dal regime fascista per aver concorso a trasferire l'anziano Filippo Turati in Corsica, così sottraendolo a eventuali vessazioni. Messe a segno alcune imprese, anche aviatorie, non sempre fortunate e comunque lontane dall'impensierire Mussolini che  stava riscuotendo vasto consenso nel Paese, Rosselli organizzò una “colonna” di qualche decina di volontari a sostegno della repubblica di Madrid con l'insegna “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Essa incontrò non poche difficoltà a farsi accogliere, inquadrare e ad essere mandata “in linea”. Non tutti i suoi componenti, a cominciare da Rosselli stesso e Aldo Garosci, che ne scrisse la storia, avevano pratica di armi e, a differenza di Lussu, meno ancora di battaglie. Nello scontro di Monte Pelato cadde Mario Angeloni, massone. Dopo vicissitudini che lasciamo tra parentesi, lamentando una dolorosa flebite  Rosselli rientrò a Parigi. Sul suo “poi” circa trentacinque anni anni addietro lo storico Franco Bandini pubblicò il frutto di lunghe riflessioni sulla domanda: “Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli?” (ed. SugarCo). A Bagnoles-de-l'Orne il 9 giugno 1937 Carlo e suo fratello Nello, studioso del Risorgimento, rimasto in Italia e sempre ai margini della militanza politica, occasionalmente in Francia, furono assassinati da “cagoulards”, organizzazione criminale dichiaratamente di estrema destra ma contraddittorio e sospetto. Perché quel delitto così efferato? Quale posizione politica e quali progetti coltivava Carlo Rosselli? In mancanza di elementi sicuri, Bandini non esprime una sentenza categorica. Però, tassello dopo tassello, documenta che egli non viveva affatto in clandestinità. Si era premurato di rinnovare il passaporto, con estensione a Paesi dell'Europa centro-settentrionale (Germania hitleriana esclusa, s'intende). In Catalogna i volontari italiani avevano assistito sgomenti alla carneficina di anarchici e libertari da parte dei comunisti eterodiretti da Mosca. “Giustizia e Libertà” non si riconosceva nel Fronte Popolare varato da Stalin per egemonizzare l'antifascismo. Pertanto i suoi militanti costituivano un avversario; anzi un nemico. Da eliminare, acche fisicamente, come scoprì il repubblicano Randolfo Pacciardi, comandante del battaglione “Garibaldi” in Spagna. Quando avvertì che la sua vita era minacciata dai comunisti, previa una seconda iniziazione massonica riparò negli Stati Uniti d'America.
   Bandini intitolò il suo libro “Il cono d'ombra”. Non immaginava che, ruvidamente stroncato, il volume sarebbe finito a sua volta in un ...cono d'ombra. Vi rimase malgrado un convegno di studi dedicatogli in Firenze altre rievocazioni, incluso uno“Speciale” del mensile “Storia in Rete”. La vicenda, va però osservato, rimase ed è del tutto circoscritta nei confini italiani. Nessuna tra le maggiori opere di autori spagnoli ed esteri  sulla guerra di Spagna menzionano la “colonna Rosselli”. Se ne cerca invano traccia nella monumentale biografia di Franco scritta dall'inglese Paul Preston (tradotta in Italia da Mondadori), nei volumi di Juan Pablo Fusi e di Fernando Garcia de Cortazar. La ignora anche lo scrupolosissimo Pio Moa che, autore di saggi e biografie, ha passato in rassegna Los mitos de la guerra civil.

   Anche in Spagna i vent'anni dalla “ditta-blanda” di Primo de Rivera alla svolta “occidentale” di Francisco Franco segnarono molti passaggi dall'uno all'altro “bando”. Alcune personalità eminenti ebbero la sventura di essere uccise o di rimanere intrappolate nelle  tragiche regole di una guerra civile che fu sull'orlo di divenire mondiale. Si esaurì con la vittoria dei franchisti nella battaglia dell'Ebro, la loro avanzata in Catalogna, l'ingresso in Barcellona il 26 gennaio 1939. A quel punto la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco e lasciò i repubblicani al loro destino. I più previdenti passarono in Francia, ove furono concentrati in “campi”, in pessime condizioni, e circondati da diffidenza. Altri ripararono in Messico. In marzo in Madrid divampò l'ultima guerra civile nella guerra civile tra fazioni dell'estrema sinistra.
   Il 28 marzo i nazionali entrarono in Madrid e il 1° aprile Franco vi celebrò il proprio trionfo, presente Eddy Sogno, che ne scrisse. Questo si sostanzio in tre operazioni concatenate: il prolungamento dello sterminio dell'opposizione con la legge speciale contro il comunismo e la massoneria (ne hanno scritto Juan José Morales Ruiz nel fondamentale Palabras asesinas, José Antonio Ferrer Benimeli e Maria Dolores  Gomez Molleda in La Masonerìa en la crisis espanola del siglo XX); la sussunzione nel “franchismo” di tutti gli avversari del governo repubblicano; il consolidamento del suo potere di generale assurto a “Jefe del Estado”. In quel quadro vennero sfumate le differenze originarie, sostanziali e mai risolte di tanti “nazionali”, che da Franco vennero monumentalizzati e sottratti alla storia. Fu il caso di José Antonio Primo de Rivera. Quando lo fucilarononel carcere di Alicante, i repubblicani non capirono che stavano facendo un regalo a Franco, perché il programma della Falange stava al franchismo come il fascismo delle origini stava al Mussolini degli Anni Trenta. Aveva aperture sociali e culturali molto lontane dalla rigidità di Franco. Anche Emilio Mola y Vidal, artefice della sollevazione, aveva un programma che solo la sua morte per incidente areo il 3 giugno 1937 lasciò in fieri. Non concideva con “franchismo”.
  Per assicurare le fondamenta del regime provvisorio Franco usò mano durissima. Esecuzioni e condanne a pene severissime continuarono nel tempo. D'altronde, pochi mesi dopo la sua vittoria, iniziò la guerra europea, basata sul clamoroso patto di non aggressione Hitler-Stalin, sicché nessuno badò a quel che accadeva in Spagna. Importavano le sue risorse naturali, in specie i minerali rari, da Franco messi a disposizione dei due fronti con calcoli sagaci.
   Scaltro e lungimirante, il “caudillo” si accinse a fare il vero e più decisivo voltafaccia. Con il rifiuto di immischiarsi nella guerra a fianco dell'Asse e di infastidire il dominio britannico su Gibilterra, vitale per gli inglesi, fece buon viso agli Stati Uniti d'America, che in cuor suo detestava: nulla di più lontano dalla “sua” Spagna. Questa, però, aveva dalla propria la “Lettera collettiva dell'episcopato spagnolo” che il 1° luglio 1937 si schierò al suo fianco. Dalle file dei cattolici sorsero l'Opus Dei e la tecnocrazia che mutò il volto della Spagna. Dato a Dio quel che era di Dio, Franco pensò a Cesare: il regime. Per farlo finse di non vedere che il cambiamento sarebbe stato generato proprio dalla sua scelta di campo. Franco condivideva poco , se non nulla, dello statuto delle Nazioni Unite e meno ancor della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Però aveva bisogno di sedere nell'Onu (la Spagna vi fu accolta nel 1955, come l'Italia) e di offrire all'esterno una parvenza di rispettabilità. Chi la visitava constatava che il paese era “in ordine”. Le città si riebbero. Nell'arco di un decennio si affacciò una dirigenza che non arrivava dalla guerra civile. Tra i primi ne fu esponente Fraga Iribarne, onnipresente in convegni culturali all'estero.
  Prevalentemente in divisa, chiuso in ossessioni confinanti con allucinazioni, Franco completò il “grande balzo” ricevendo al Palazzo d'Oriente diplomatici e militari che avevano lasciato in valigia grembiule, sciarpa e guanti di loggia, indossati nelle logge castrensi installate in case private e nelle basi militari americane in Spagna. Con lo pseudonimo di J. Boor egli scriveva articoli contro la massoneria ma non vedeva i “fratelli” che incontrava. Grazie a quella distopia, da taluni considerato doppiezza, gettò le basi della lunga transizione che non iniziò dopo la sua morte ma dagli Ann Sessanta. Tra gli “intellettuali” esuli alcuni rientrarono, con la massima discrezione. Lentamente furono poste le basi per l'attuazione del programma il 18 luglio 1938 invocato da Manuel Azana: “paz, piedad, perdòn”. Madrid aveva fretta di entrare a far parte del Mercato comune europeo e delle istituzioni comunitarie nascenti. Incappò nell'ostilità di quanti prendevano a pretesto la perdurante repressione di movimenti centrifughi per escluderne la sempre più fiorente produzione agroalimentare  manifatturiera. In quegli anni la Spagna non fu l'unico Stato a combattere senza esclusione di colpi indipendentismi armati come l'Ira, speculare all'Eta.
  Ognuno di essi poté farlo a mani basse perché la divisione dell'Europa in blocchi  favoriva la sopravvivenza dei regimi. Sotto la scorza del franchismo la Spagna fu l'unico Paese a mutare in profondità. Il ripristino della monarchia fece il resto.
Anche il comunista Santiago Carrillo, rientratovi dal lungo esilio, osservò che per gli spagnoli essa era come la “sopa de ajo”, un piatto popolare.
 
  Un'ultima considerazione si impone. Dopo gli anni indimenticabili di Felipe Gonzalez, i Spagna socialisti imboccarono la via della “ley de la memoria” per cancellare i ricordi dell'età franchista, erroneamente dipinta esclusivamente buia, fonata sul terrore. Con Zapatero e, ancor più con Sanchez, imperversò la “memoria democratica”, che si risolse nella memoria a senso unico, nella cancellazione della complessità della storia. Una deformazione della verità. Cambiare nomi a vie e piazza è un conto, spostare salme (come accadde a quelle di Franco e di José Antonio Primo de Rivera, estumulati dal Valle de los Caidos, è un conto; negare che gli enormi progressi economici e civili della Spagna odierna ha radici negli ultimi quindici anni dell'età di Franco, è un altro. Il giudizio storico richiede conoscenza ed equilibrio. Senza le esagerazioni dell'estremismo di sinistra “Vox” sarebbe rimasto un partito con scarso seguito. Mentre si preparano a tornare al governo, i “moderati” fanno sapere non intendono averli alleati, per non attizzare un dualismo che appartiene al passato remoto e non ha nulla a che vedere con la Spagna odierna, quella di Felipe VI di Borbone, perno e garante dello Stato.
Aldo A. Mola     

DIDASCALIA:  El Valle de los Caidos: immaginata come emblema della pacificazione. Sulla Spagna dal franchismo a fine Novecento v. Aldo A. Mola, L'integrazione europea e la penisola iberica in Storia dell'integrazione europea, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol,. I, pp.595-636.


MARCELLO SOLERI
UN LIBERALE
(1882-1945)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 Luglio 2025 pagg. 1 e 7.

Ritratto
                                                          a olio di
                                                          Marcello
                                                          Soleri
                                                          (1882-1945) di
                                                          A. Parrachini.
                                                          Con Giolitti
                                                          ed Einaudi,
                                                          Soleri è uno
                                                          dei tre più
                                                          prestigiosi
                                                          statisti
                                                          liberali
                                                          d'Italia tra
                                                          inizio
                                                          Novecento e
                                                          immediato
                                                          dopoguerra.
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                                                          Tesoro, stava
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                                                          Paese a
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                                                          cinque anni di
                                                          guerra. . 
Con Giovanni Giolitti e Luigi Einaudi, Marcello Soleri fu il terzo Statista espresso dalla Provincia Granda negli ottant'anni dalla proclamazione del regno:14 marzo 1861, non 17, che è il giorno della pubblicazione della legge nella “Gazzetta Ufficiale”. Se la datazione degli eventi dipendesse dal loro annuncio nella “Gazzetta Ufficiale”, la Repubblica andrebbe festeggiata non il 2 giugno ma il 19. Poiché la storia è fatta da persone, va ricordato che i due maggiori politici emersi nel Cuneese durante la guerra di Liberazione (1943-1945), uno, Tancredi (Duccio) Galimberti, avvocato, venne assassinato in Cuneo nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1944 da scherani della Repubblica sociale italiana; l'altro, Dante Livio Bianco, avvocato, che gli subentrò quale comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” in Piemonte, morì in un incidente di montagna nel 1953, mentre la Granda,“area depressa”, era alle prese con la ricostruzione materiale e morale. Primo e insuperato memorialista dei “Venti mesi di guerra partigiana” (libro pubblicato nel 1946 in Cuneo da Arturo Felici, “Pànfilo”), candidato all'Assemblea costituente e giureconsulto di talento, Bianco era nel pieno delle energie. Entrambi furono ricordati il 10 agosto 2024 a Saretto (alta Valle Maira) nell'80° degli Accordi tra partigiani italiani e resistenti francesi – di cui Galimberti fu pioniere e Bianco firmatario – presenti più francesi che italiani.  
   Contrariamente a quanto pubblicato da un settimanale diocesano cuneese a quella rievocazione non comparvero affatto Michele Calandri e Gigi Garelli , dell'istituto  cuneese per la storia della resistenza. Ma c'era, “oratore”, Sergio Soave, già deputato del PCI, PDS e DS, democratico non di nome ma di animo. La “Locanda” di Saretto, amorevolmente custodita da Marta e Giorgio Arrigoni qual era il giorno della firma degli Accordi, è sempre lassù, tra le vette. Passaggio stretto tra Italia e Francia. Si svalicava a piedi, come ai tempi di Bernardo di Chiaravalle. Con quello che accade tra rete ferrata e stradale fra Piemonte, Liguria e Oltralpe può sempre tornare comodo il passo del Sautron (m 2800 s.l.m.).

Liberali progressisti e popolari
   Marcello Soleri morì a 63 anni. Era ministro del Tesoro dal 18giugno 1944, prima con Ivanoe Bonomi, poi con Ferruccio Parri. Godeva della piena fiducia di Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri, di quello della Guerra, Manlio Brosio (nel cui studio forense torinese era cresciuto Bianco, che si laureò giovanissimo con una tesi sulla Borghesia) e del rispetto degli avversari politici, compresi comunisti, come Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, e socialisti, come Pietro Nenni, che ne conoscevano bene il sempre netto antifascismo, il patriottismo e la visione europeistica.
   Nel Cuneese il liberalismo fu “progressista” e “popolare”. Per capirlo basta sfogliare un album fotografico dell’epoca, leggere le cronache delle esposizioni agricole, industriali e commerciali, indagare sui nessi fra l’ artigianato e la moltitudine di artisti, storici, letterati della Provincia Granda  affermatisi a livello nazionale. Spesso fecero riecheggiare la propria fama Oltralpe e oltre Oceano. Il caso dello scultore Davide Calandra, torinese di nascita ma cuneese per formazione ed elezione (come suo fratello Edoardo, pittore, poi scrittore e autore de “La Bufera”, romanzo storico a giudizio di Benedetto Croce secondo solo a “I Promessi sposi” di Alessandro Manzoni), non è che tra i più noti. Anche l’industrializzazione di primo Novecento – l’età del decollo delle imprese metallurgiche, meccaniche e affini e anche di produzione idroelettrica, cartiere, industrie chimiche e farmaceutiche, che affiancarono le diffusissime manifatture seriche – affonda radici nello stretto legame tra ricerca scientifica d’avanguardia e artigianato di qualità, tra “capitale” regionale e antica provincia. Lo conferma la vicenda del “meccanico” Giovanni Battista Cenoei Ceirano, pionieri della produzione automobilistica, affiliato alla loggia “Giordano Bruno” di Torino, in fraterni rapporti con i Milardi della “Vita Nova” di Cuneo e con il matematico cuneese Giuseppe Peano, affiliato alla “Dante Alighieri” di Torino.
   In quella cornice si collocarono la formazione, l'ascesa professionale e le fortune politiche di Marcello Soleri (Cuneo, 28 aprile 1882 - Torino, 23 luglio 1945). Il quale, diciamo subito, non risulta affatto iniziato ad alcuna loggia: e, senza prove documentarie, per asserirlo non bastano chiacchiere e insinuazioni. Suo padre, Modesto, originario della valle Maira, come i Giolitti e gli Einaudi (non molti altri luoghi d’Italia hanno espresso in così pochi chilometri quadrati una dirigenza tanto rilevante e continuativa nel tempo), era ingegnere capo della Provincia. All'epoca gli uffici tecnici dell'amministrazione provinciale e dei maggiori comuni per progettare e realizzare opere anche molto impegnative si valevano di personale proprio, orgoglioso di legare il nome a edifici di pubblica utilità. Socialista sulla scia dell’umanitarismo di Edmondo De Amicis, di cui fu compagno di studi in Cuneo (lontanissimo da Karl Marx e ancor più dai socialmassimalisti scalpitanti), Modesto Soleri morì nel 1898, appena cinquantenne. Venne ricordato con stima e affetto per il suo filantropismo umanistico, speculare a quello del socialista Serafino Arnaud, il “medico dei poveri”. Imperante Francesco Crispi, che per nascondere tante sue malefatte si atteggiò a uomo d'ordine, Modesto Soleri fu anche assegnato a “confino”, da scontare a Taggia, ove aveva parenti.
   Il suo primogenito, Elvio, nato al Alba il 27 febbraio 1880, si laureò ventiduenne in ingegneria idroelettrica a Torino. A ventisei anni pubblicò “Le centrali elettriche degli Stati Uniti d’America”, frutto di un lungo viaggio di studio oltre Atlantico. Fu poi per quarant’anni docente di comunicazioni elettriche al Politecnico di Torino, fondato nel 1906 e folto di cattedratici nativi della Provincia Granda: Euclide Silvestri, Giovanni Marro, Felice Garelli, Luigi Lombardi. Fu Elvio Soleri a dimostrare e a rivendicare la priorità di Alessandro Cruto, di Piossasco, quale inventore della lampadina elettrica, vanto del tanto più celebre e disinvolto Edison.
   Secondogenito, a ventun anni Marcello si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino. Intrapresa la professione forense nello studio cuneese dell’avvocato Giacinto Dalmassi, nel 1907 sposò Tisbe Sanguinetti, figlia di un generale, da cui l’anno seguente ebbe il suo unico figlio: Modesto di nome, come il nonno, ma “filosofo” come lo ricorda chi ebbe il privilegio di conversare  con lui nell'amplissimo “studio” in Piazza Vittorio Emanuele II, in Cuneo, o a un tavolino in corso Dante, dal quale, con occhio asciutto, contemplava il flusso della storia. Nel tempo i Soleri avevano stretto vincoli con famiglie di “notabili” della Granda e soprattutto del circondario di Cuneo: i Moschetti (che avevano dato un deputato alla Camera, Agostino) e tramite questi i Peano (che ebbero l’esponente di spicco nel prefetto Camillo, capogabinetto di Giolitti, eletto deputato nel 1913 per il collegio di Barge, ministro, senatore, presidente della Corte dei Conti dal 1922 al 1928), i Bocca e altre ancora. Il loro intreccio è stato ricostruito con dedizione e competenza dal rimpianto Roberto Albanese, esploratore instancabile di archivi pubblici e privati.
Soleri alla guida della riscossa liberale
   Quando Cuneo celebrò il VII centenario della fondazione, l’avvocato Tancredi Galimberti, all’epoca deputato su posizioni radical-democratiche, “inventò” che la città, mai capitale di uno Stato, neppure all'epoca dei Comuni e delle Signorie, lo era di un’idea: “la libertà”. La sua figura però poi si appannò. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Zanardelli-Giolitti di inizio Novecento, via via scivolò su posizioni sempre più moderate, conservatrici e infine reazionarie. Perciò i liberali progressisti cercarono un nuovo punto di riferimento per Cuneo, con l'occhio volto a Roma. Lo individuarono nel trentenne Marcello Soleri dal pizzo alla moschettiere e dalla folta capigliatura da artista. Nel 1912 Soleri fu eletto sindaco di Cuneo alla guida di un blocco comprendente radical-democratici, il banchiere e industriale serico Marco Cassin, israelita, e Angelo Segre, venerabile della locale loggia “Vita Nova”, “trasferita” da Mondovì a Cuneo nel  1907 e poi forte di molti “triangoli”. Occorreva arginare l'ascesa dei clericali e riportare la città alla guida del rinnovamento della Granda, nel clima dell'Esposizione nazionale allestita a Torino nel  Cinquantenario dell'Unità.
   Soleri vinse con programma di promozione del lavoro tramite la realizzazione di imponenti opere pubbliche: anzitutto la nuova stazione ferroviaria sull’altipiano e il viadotto ferrostradale sulla Stura, che invero richiese anni di lavoro. Opera degna degli antichi romani. L’anno seguente, passata la mano a Cassin, sindaco vicario, Soleri si candidò alla Camera e fu eletto deputato. Confutò l'addebito di ineleggibilità quale subeconomo dei beni ecclesiastici vacanti. Ancora una volta affermò la vocazione popolare e progressista del liberalismo, come di suo pugno scrisse nelle Memorie. Meno ostile di Giolitti all’intervento dell’Italia in guerra a fianco della Triplice Intesa (Regno Unito, Francia e Impero Russo) contro gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria), intervenne affinché Cesare Battisti, socialista interventista, potesse dire la sua anche ai cuneesi.
  Benché l'elezione a deputato lo dispensasse dal servizio militare, Soleri fu volontario negli alpini, per condividere i rischi della sua gente. Fece la guerra nn nelle retrovie ma al fronte. Venne ferito da una pallottola che gli attraversò il torace e gli impose mesi di cure. Consegnò acute osservazioni a un diario solo in parte utilizzato nelle Memorie pubblicate nel 1949 dalla casa Einaudi, con prefazione dell’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, monarchico e liberale. Vi espresse giudizi severi sul ritardo di settori fondamentali dello Stato. Il 17 giugno 1915, da poco giunto al fronte, annotò: «A Monte Crostis l’ufficio del Comando è una piccola tenda, ove sono stati trasportati tutti gli scartafacci che il Comando deve trascinarsi dietro. L’Italia è sempre la stessa, burocratica.»
La pattuglia liberale nell'agonia del regime parlamentare
   Dalla guerra il Regno uscì ancora più appesantito dalla burocrazia. Il numero dei Ministeri e degli Alti Commissariati risultava pressoché doppio rispetto al passato e cinque volte superiore all'età di Cavour. Il fascismo fece il resto. Moltiplicare i Ministeri e cambiarne continuamente titolari e sottosegretari era andazzo dai tempi di Crispi. Continuò anche con il “duce”; non mutò dopo il 1945 e perdura.
   Nelle elezioni del 16 novembre 1919 – con il riparto dei seggi in proporzione ai voti riportati dai partiti su scala provinciale – nella “Granda” i liberali crollarono a tre soli deputati su dodici seggi in palio: Giolitti, Peano e Soleri, contro quattro popolari (cioè cattolici), quattro socialisti e un “agrario” (il braidese Bianchi), che passò subito nelle file dei democratici benché eletto anche con voti di nazional-fascisti. Confluì poi con i giolittiani che nelle elezioni del maggio 1921 si presero la rivincita e salirono a sei. Ma la loro riscossa si verificò solo nel Cuneese. A livello nazionale i rapporti di forza rimasero pressoché identici: comunisti, socialisti e popolari conquistarono metà dei seggi, ma non erano certo in grado di formare una maggioranza perché erano gli uni contro gli altri armati. La Camera non seppe esprimere un governo stabile, neppure dinnanzi al clima sempre più drammatico di guerra civile strisciante. Quello fu il prezzo della proporzionale: i gruppi parlamentari salirono dagli 11 del 1919 a 14, divisi su tutto. L’Italia che aveva vinto la guerra perse la pace.
   Dopo l’avvento di Mussolini alla testa di un governo di ampia coalizione (sino all’ultimo minuto comprese anche un socialista, Gino Baldesi, e il liberale Einaudi, neppure consultato; del resto il futuro “duce” era ansioso di mostrare ai “compagni” d’aver ragione e di attenderli al suo fianco), i collegi uninominali, che dal 1848 avevano concorso a formare una dirigenza parlamentare di valore,  furono sostituiti con i collegi regionali. Alle elezioni del 6 aprile 1924 Giolitti capitanò un “listino” schiettamente liberale contrapposto alla Lista nazionale (“Listone”) aggrumata attorno al Partito nazionale fascista. Ottenne tre seggi: tutti e tre per candidati della “Granda”, Giolitti, Soleri e l’avvocato Egidio Fazio, di Garessio. A loro si aggiunse Giovanni Battista Boeri,  nativo di Taggia, massone della loggia “Garibaldi” di Porto Maurizio, tra i fondatori nell'ottobre 1922 del partito liberale italiano, eletto nella Lista nazionale ma immediatamente passato all'opposizione, con dichiarata irritazione di Mussolini, come ricorda Filippo Bruno in “La Riviera dei Framassoni” (La Spezia, Il filo di Arianna, 2025). In Aula Boeri ricordò al “duce” che in forza dello statuto i deputati non rappresentavano un partito ma la “nazione”. Ognuno rispondeva alla propria coscienza, non a ordini di un “prete intrigante”, come Giolitti definì don Sturzo, né di chi era agli ordini di Mosca. E così recita l'articolo 67 della Costituzione vigente, più vicina allo Statuto Albertino di quanto paia o piaccia a tanti capibastone: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione [termine fatuo ad avviso di chi scrive: meglio sarebbe stato dire “il popolo”, come nell'articolo 1] ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»: né degli elettori (il voto è o non è segreto? Come fa il parlamentare a sapere chi lo ha votato?) né di un “partito”. Esercita il mandato senza bisogno di tessere, né di camicie o di stole.
   Visti i risultati delle votazioni, a mente fredda l’ottantaduenne Giolitti capì che non tutto era perduto. I neoeletti iscritti al PNF erano solo 227, poco più del 40% dei deputati in carica. Inoltre,  in gran parte erano degli “ex” : liberali, radicali, popolari, socialisti, sindacalisti... Era il caso del racconigese Giambattista Imberti, originariamente liberale, poi popolare, infine fascista, e del monregalese Guido Viale, già liberale, poi prono al regime con adulazioni invereconde (eppure sapeva che sarebbero state pubblicate, a futura memoria, negli Atti del consiglio provinciale). Dunque era possibile un “ribaltone”. Per attuarlo occorreva però stare in Aula. Invece, in risposta all’assassinio di Matteotti (addebitato a Mussolini, ma senza prove convincenti come ricorda Gianpaolo Romanato nella biografia del deputato socialista, ed. Bompiani), socialisti, popolari, repubblicani e “democratici” al seguito dl massone e teosofo Giovanni Amendola lasciarono l'Aula e si arroccarono in una sala attigua, in retorico e sterile “Aventino”. Fu il suicidio della democrazia parlamentare. Regalò al PNF una vittoria che in quel momento era ancora lontana dall'essere sicura.
Dalla “morta gora” alla Ricostruzione
   I “giolittiani”, come i deputati del partito comunista d'Italia, rimasero al loro posto, rispettosi dello statuto. Ma erano una pattuglia esigua. Da quel momento Mussolini ebbe la via in piano per conquistare lo Stato. Enunciò il suo programma: annientati il socialismo e la massoneria, intendeva cancellare lo Stato liberale e sostituirlo col lo Stato integralmente fascista, senza opposizione alcuna. Per Soleri, allo scioglimento della legislatura e quindi al termine del mandato (pochi mesi dopo la morte di Giolitti, 17 luglio 1928) e dopo la costituzionalizzazione del Gran Consiglio, iniziò la “morta gora” di cui scrisse nelle “Memorie”. La vera storia del Cuneese del quindicennio seguente rimane da scrivere. Continuò ad avere rapporti personali ed epistolari con antifascisti come il massone Domenico Maiocco e con Ivanoe Bonomi, che, sorvegliato, lo visitò a Cuneo. Socio del Rotary Club di Cuneo e del vivacissimo Circolo 'l Caprissi non piegò mai la testa, anche se la sua targa di avvocato veniva rimossa da teppaglia fascista.
       Soleri fu il primo a parlare ai cuneesi dopo la revoca di Mussolini da parte di Vittorio Emanuele III, che il 25 luglio lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio. Dopo la resa del 3-8 settembre, da Cuneo, ormai nelle mani del partito fascista repubblicano prono ai tedeschi di Hitler, munito di carta d'identità contraffatta per non essere arrestato Soleri raggiunse Roma e, come tanti politici e militari, riparò per mesi in San Giovanni in Laterano, basilica extraterritoriale. Consegnato al Rettore l'incarto delle Memorie, scritte “a mente”, passò in dimore private sino alla liberazione della città. Alla formazione del governo di CLN presieduto da Bonomi ,Soleri assunse il ministero del Tesoro, pilastro della Ricostruzione. Lo rimase nel governo Parri. Minato da “anemia perniciosa”,  promosse il prestito nazionale. Lo propugnò a Napoli il 15 aprile e a Milano il 15 luglio. Registrò un enorme successo. Ma ormai era allo stremo. Si trasferì a Torino e vi si spense la mattina del 23 luglio. Morì proprio quando l’Italia, il Piemonte e il Cuneese avevano più bisogno di lui: nella ricostruzione.
   Poiché sono gli uomini, non le “strutture”, a fare storia, la sua scomparsa sguarnì il liberalismo subalpino da chi poteva fissare negli occhi tanti “antifascisti postbellici”, sicuro di non dover abbassare lo sguardo. Il liberalismo si restrinse sempre più. Ma sino all’ultimo ebbe nella Granda il suo bastione. Vi fu un tempo in cui al Senato si contavano due soli liberali: Giovanni Malagodi e il cuneese Giuseppe Fassino. Il primo al governo, il secondo a fare il “gruppo parlamentare”. In coerenza con una tradizione che contava due secoli.
   Nel marzo 1948 l'Editore Garzanti pubblicò la biografia di Soleri scritta da Raimondo Collino Pansa (nato a Cuneo nel 1891) con una partecipe prefazione di Ivanoe Bonomi, datata ottobre 1947: opera essenziale per chi voglia meditare sull'evoluzione della vita politica italiana. Una biografia aggiornata nell'80° della sua morte aiuterebbe a capire l’“anomalia” del Cuneese,  baluardo liberale  nel quadro del Piemonte e ancor più dell'Italia europea da lui vaticinata, contro nazionalismi e populismi, all'insegna del “senso dello Stato”: che si coltiva e si perpetua anche nell'ambito di una Federazione liberamente voluta e suffragata dal consenso dei cittadini, altra cosa rispetto all'Unione attuale. Utopia? Può darsi. Ma senza “sogni” la “realtà” risulta ripugnante e insopportabile.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Ritratto a olio di Marcello Soleri (1882-1945) di A. Parrachini. Con Giolitti ed Einaudi, Soleri è uno dei tre più prestigiosi statisti liberali d'Italia tra inizio Novecento e immediato dopoguerra. Morì mentre, ministro del Tesoro, stava guidando il Paese a risalire la china dopo cinque anni di guerra.
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ANTONIO STOPPANI
DOGMA E SCIENZA PER LA NUOVA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.

Don Antonio Stoppani durante la Terza guerra
                      per l'indipendenza (1866). La sua figura e la sua
                      opera sono illustrate negli Atti del convegno
                      tenuto al Museo di Storia Naturale di Milano il 14
                      febbraio 2025 “Antonio Stoppani: luci dagli
                      archivi nel bicentenario della nascita” (Edizioni
                      Rosmianiane Sodalitas, Stresa, 2025). Comprende
                      saggi di suor Benedetta Lisci, curatrice del
                      volume e già segretaria generale della
                      Postulazione per la causa di beatificazione di
                      Antonio Rosmini, Luciano Lanna, Annalisa Rossi,
                      Monsignor Mario Delpini, p. Ludovico Maria
                      Gadaleta, Enrico Muzio, Vittorio Pieroni, Mauro
                      Rossetto. Enrica Panzieri vi propone “Antonio e
                      Pietro (suo nipote) Stoppani: una comunanza d'idee
                      tra scienza, riformismo e missione educativa”.L'Italia al voto e un prete deputato?
5 novembre 1876. Gli elettori del regno d'Italia vennero chiamati alle urne. Erano 605.000. Al voto ne andarono 368.000: quasi il 61%. Alle urne affluì soprattutto il Mezzogiorno (oltre il 67%) seguito dall'Italia settentrionale (58%).  La Centrale si fermò sulla soglia del 56%. Peggio di tutti fece il Lazio: superò di poco il 49%. Proprio Roma, la tanto agognata capitale d'Italia, fu il fanalino di coda. Sei anni dopo “Porta Pia” l'“idea di Italia” faticava ad affermarsi. Perché rimaneva “scomunicata” da Pio IX? O per atavica indolenza di chi, tutto veduto, rimaneva scettico dinnanzi a cambiamenti che non  si sostanziavano in benefici immediati e tangibili?
  In quelle votazioni gli elettori dovevano decidere se confermare la fiducia alla “Sinistra storica” capitanata da Agostino Depretis, deputato di lungo corso, presidente del Consiglio dalla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo, o riportare al governo la “Destra” di Giovanni Lanza, Quintino  Sella e Marco Minghetti. La sfida riguardava poù i deputati che gli elettori, e meno ancora i cittadini senza diritto di voto, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, in massima parte analfabeti, sottoalimentati, ricorrentemente preda di pandemie e, di quando in quando, di epidemie come il letale chòlera morbus. La partita, nondimeno, era decisiva. La Sinistra aveva in programma riforme di peso, a cominciare dalla riduzione del prezzo del sale, la riorganizzazione delle forze armate, il varo di opere pubbliche assolutamente indispensabili per liberare tante regioni dall'arretratezza e avviarle alla crescita. 
  Il re, Vittorio Emanuele II, non si schierò. Tra i maggiorenti della Sinistra, il presidente del Consiglio, Agostino Depretis, era una garanzia di continuità. Francesco Crispi sin dal 1864 aveva dichiarato che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Il Ministro dell'Interno, Giovanni Nicotera, massone come tanti capifila della Sinistra, sopravvissuto alla fallita spedizione di Carlo Pisacane, fatta a pezzi presso Sapri da contadini che scambiarono i “liberatori” per briganti, fece più che il possibile per far vincere la Sinistra. Mobilitò prefetti, questori e tante associazioni ondivaghe e “a noleggio”, scrupolosamente censite dalla direzione generale di pubblica sicurezza. La Sinistra stravinse nel Mezzogiorno. Nell'Italia centrale ottenne 91 seggi contro i 31 andati all'opposizione. Nell'Italia settentrionale Destra e Sinistra risultarono quasi alla pari. Come in elezioni precedenti, la partecipazione al voto risultò modestissima in province lombarde, come Bergamo. Altrettanto avvenne nel Veneto euganeo.
   Nel collegio di Lecco,  caro ad Alessandro Manzoni che vi aveva campeggiato I promessi sposi,  il 12 novembre fu eletto l'avvocato Mario Martelli, in ballottaggio, con  485 voti  contro i 266 andati al dottor Angelo Villa-Pernice,  deputato dal 1867.  Martelli ottenne più di un terzo degli elettori (1125). L'“Italia”, dunque, confermò il governo Depretis, che però durò poco. Fu sostituito da un ministero presieduto da Benedetto Cairoli, a sua volta di breve durata. Tornato al governo Depretis passò da una crisi all'altra sino a quando nel 1887 morì, presidente in carica. Gli subentrò Crispi, costretto alle dimissioni perché in Aula fu accusato di bigamia. Nessuno ne rimproverava la licenziosità (anche Camillo Cavour ne era stato un campione), ma il disordine dei “documenti ufficiali” ancora creava problemi.  
  Quelle elezioni avrebbero potuto aprire un capitolo di tutta un'altra storia se il 29 ottobre 1876, poche settimane prima dell'apertura delle urne, don Antonio Stoppani non avesse annunciato che non accettava la candidatura alla Camera. Chi era e perché proprio un prete avrebbe potuto vincere trionfalmente?
   Antonio Stoppani (Lecco, 15 agosto 1824-Milano, 1 gennaio 1891) fu presbitero e scienziato di fama mondiale. Quinto di quindici figli di un artigiano, Giovanni Maria, che produceva candele e cioccolata, e della longeva Lucia Pecoroni, poco più che decenne Antonio entrò in seminario. Fervido ammiratore di Manzoni e di Gioberti, nel 1848, quando ancora era seminarista aiutò i milanesi nelle Cinque giornate contro gli “Austriaci”. Dopo l’ordinazione sacerdotale (1848) alla cura d'anime  preferì gli studi di paleontologia e glaciologia. Inviso al governo austriaco, entrò  precettore nella casa del conte Alessandro Porro, la stessa che trent'anni prima aveva avuto insegnante privato Silvio Pellico, iniziato alla Carboneria e redattore di “Il Conciliatore” di Federico Confalonieri, massone. 
   Nel 1857 Stoppani dimostrò per primo l’unità delle Alpi lombardo-svizzere. Nel 1859 impegnato a curare i feriti delle patrie battaglie inneggiò ai franco-piemontesi guidati da Napoleone III e da Vittorio Emanuele II che si battevano contro l'Austria per, egli scrisse, “ridare agli italiani la nazionale indipendenza”: uno “status” che per la verità non avevano mai avuto dalla decadenza dell'Impero romano. Ma così si credeva e si diceva. Pioniere dello studio del petrolio, don Stoppani tornò in linea nella guerra del 1866 per assistere i militari feriti. Meritò il pubblico plauso. Tra i fondatori dell’Istituto geologico del Regno d'Italia, concorse poi alla redazione della carta geologica dell’Italia, importante anche per la vulcanologia e lo studio dei terremoti. Apprezzato da Quintino Sella, nel 1873 fu il primo presidente del Club Alpino Italiano insediato a Milano.
    Docente e autore di un “Corso di geologia” ammirato per chiarezza espositiva, nel 1874 si avventurò in un viaggio verso la Terra Santa. Toccate la Grecia e la Turchia, dopo una tappa in Libano, mosse verso la Siria, ma per un incidente (la zampata di un cavallo gli ruppe una gamba) dovette rientrare in Italia. Lasciò memoria della peregrinazione  nel “Racconto di una carovana milanese nel 1874”, pubblicato quattordici anni dopo.
Il Bel Paese di un prete patriota
  La sua opera più nota fu e rimane Il Bel Paese, pubblicato nel 1876 ebbe subito immensa fortuna. E' la narrazione delle bellezze naturali dell'Italia in forma di racconto di uno zio al nipote: formula indovinata e accattivante. Il volume venne presentato al concorso bandito nel 1874 per il miglior libro di lettura “per il popolo”. La giuria lo elogiò ma lo pose a pari merito con un lavoro del poligrafo moderatissimo Cesare Cantù, “Attenzione. Riflessi di un popolano”.
  Don Stoppani non entrò in dispute teologiche. Parlò dell’Italia, dell'incanto dei suoi paesaggi e ne esaltò il Creatore. Per lui, come per altri ecclesiastici lungimiranti, come Carlo Passaglia e Luigi Tosti, l’unificazione era un fatto compiuto. Bisognava guardare alla pace e alla fratellanza operosa. Istruì ed educò senza alzare la voce. Come scrive Monsignor Mario Delpini in “Antonio Stoppani. Prete, scienziato, patriota” e documenta padre Ludovico Maria Gadaleta  in “Vincere lo scandalo con lo scandalo” per lui scienza e fede, ragione e  spiritualità non sono affatto contrastanti, come non lo erano la Nuova Italia, la libertà di religione e il papa stesso, tutelato dalla legge delle Guarentigie.
   Ammiratore dell'abate Antonio Rosmini, anche sull'onda del successo scientifico e letterario nel 1876 don Stoppani si candidò alla Camera dei deputati. Bisognava “dare l'esempio” e confutare l'astensione dalle urne imposto ai cattolici con il “non expedit” che vietava di partecipare alla vita politica del Paese. La direttiva “né eletti, né elettori” regalava l'Italia agli anticlericali militanti, che si trovavano la via spianata per varare leggi laicistiche. La sua “discesa in campo” costituì un fatto “politico”. Don Stoppani ci credette davvero. Il 9 ottobre pubblicò un appello contro l'oligarchia dei conservatori e il pericolo dell'internazionalismo. La candidatura suscitò un vespaio di critiche. Chi aveva ragione? Era proprio necessario che un presbitero sedesse alla Camera? La quasi totalità dei parlamentari era di cattolici, osservanti senza ostentazione e senza strumentalizzazioni della propria fede. Il calendario della vita civile del regno era scandito da cerimonie religiose, senza scandalo per nessuno. Negli stessi anni la Terza Repubblica francese registrava il ritorno al primato della chiesa cattolica, dopo gli eccessi della Comune parigina. Nel dicembre 1869 aveva suscitato scandalo la convocazione a Napoli di un Anticoncilio contrapposto al Consiglio ecumenico indetto in Roma da Pio IX. I laicisti avevano validi motivi per arginare l'invadenza asfissiante del clero nella vita quotidiana delle persone con precetti anacronistici e irrazionali. Dal canto suo il papa non aveva torto e ritenere che la Chiesa fosse sotto assedio, a temere la scristianizzazione e una nuova persecuzione dei cattolici.
 Pressato da più parti, don Stoppani si rassegnò. Annunciò formalmente di non considerarsi candidato. Aveva altri strumenti per incidere nella vita pubblica: la parola (celebri le sue conferenze settimanali, non “prediche”, svolte sempre con un sorriso, in forma dialogica) e gli scritti, attesi da un pubblico via via crescente e affezionato. Negli anni seguenti, lasciata temporaneamente Milano per Firenze, si concentrò su due nodi di perenne attualità: il regresso dei ghiacciai nelle Alpi (che, da alpinista provetto, conosceva di persona) e la qualità dell'acqua. Questioni attualissime. Chiamato nel 1882 a dirigere in Milano il Museo di storia naturale ed eletto presidente della Società geologica italiana, don Stoppani percepì che le critiche nei confronti della sua politicizzazione avevano un bersaglio più alto: la polemica nei confronti della lunga battaglia per conciliare Patria e Libertà, Cattolicesimo e scienza. Nel colpire lui si mirava a oscurare per sempre il magistero di Antonio Rosmini, il filosofo che a metà Ottocento più e meglio di Vincenzo Gioberti aveva invitato alla pacatezza, a percorrere una “via italiana” verso la compatibilità tra “il dogma e le scienze positive”. Lo ripeté in un'opera del 1884, pesantemente criticata dal quindicinale della Compagnia di Gesù. Nel 1887 il decreto Post Obitum condannò una lunga serie di frasi di Rosmini, estrapolate dalle sue opere. La guerra degli “integralisti” contro i “conciliatoristi” era ormai totale.  Lacerava le coscienze della Nuova Italia. Nel giugno 1889 travolse Stoppani con la condanna della rivista da lui temerariamente intitolata “Il Rosmini”. Poiché tutto va storicizzato, va ricordato che nelle stesse settimane venne scoperto in Campo dei Fiori a Roma il monumento bronzeo di Giordano Bruno, antologia di omaggi agli eresiarchi, presenti decine di labari massonici.
  Gli ultimi anni riservarono a don Stoppani molte amarezze ma non ne turbarono la serenità. Operava sui tempi lunghi. Lo mostrò propugnando l'erezione di tre monumenti ad altrettante figure rappresentative della “speranza”: non solo Rosmini ma anche Alessandro Manzoni e Giovanni Battista Piatti. Meno celebre della triade, questi era l'inventore della perforatrice ad aria compressa che rese possibile realizzare la galleria del Fréjus (Bardonecchia-Modane). Come ricordano Marco Albera e  Giorgio Enrico Cavallo in “L'altro Risorgimento. Cronache del Traforo del Fréjus” (con introduzione di Aldo A. Mola, Centro Studi Piemontesi, 2024) Piatti descrisse il progetto in un'opera a stampa. Lo presentò al ministro “piemontese” Pietro Paleocapa  che lo affidò a una commissione. Venne bocciato. Ma gli “ingegneri ferroviari” Germano Sommeiller, Sebastiano Grandis (che ne avevano esaminato il progetto) e Severino Grattoni se ne impadronirono e lo usarono. Don Stoppani volle richiamare gli “scienziati” alla onestà e alla collaborazione internazionale tra i ricercatori.
   Il “Bel Paese” di Antonio Stoppani continua a essere stampato (anche in edizioni di pregio) e