Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

IL “CANTO NAZIONALE”
CATTOLICI E RISORGIMENTO ITALIANO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Febbraio 2024 pagg. 1 e 6.
Il Collegio
                          di Carcare, ove Goffredo Mameli fu ospite dei
                          padri Scolopi e conobbe il poeta e drammaturgo
                          Atanasio Canata. Per un sintetico profilo di
                          Mameli v. Marco Albera e Manlio Collino,
                          Saecularia sexta Album. Studenti e Università
                          a Torino. Sei secoli di storia, Torino, Elede,
                          2005.Più luce sui Padri Scolopi chiede da Carcare il sindaco Mirri
Il “Canto nazionale”, noto anche come “Inno di Mameli”, rientra fra i tabù. Vietato scriverne per non incappare in “scomuniche”. Gradito o meno, esso deve piacere e va cantato perché “è così che si deve fare”. Il suo culto rientra tra i “precetti della Repubblica”. Viene sorbito come i medicinali, senza porsi domande.“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole / e più non dimandare...” scriveva padre Dante Alighieri, principe di liberi pensatori, esuli, perseguitati e (come lui) condannati al rogo in contumacia. Sulla sua traccia, lo storico scevro da preconcetti ricerca documenti, li contestualizza e li propone al lettore affinché costui possa formare la sua valutazione senza pregiudizi dogmatici, con la “ragione”, che ignora gli “idola tribus”.
   Di quando in quando la genesi del Canto nazionale è stata messa in connessione con il Collegio casalanziano di Carcare (Savona), ove, come inoppugnabilmente documentato, Goffredo Mameli fu ospite nel settembre 1846. Poiché, però, qualcuno ha ipotizzato che i suoi versi siano debitori nei confronti dello scolopio Atanasio Canata, sia le biografie sia le evocazioni filmiche di Mameli hanno ritenuto prudente tacitare ogni curiosità facendo calare il più compatto silenzio sulla sua presenza nel Collegio scolopico di Carcare, il quale è invece giustamente fiero di aver formato nelle sue aule tanti insigni patrioti di metà Ottocento. Esso non fu l'unico, ben inteso. Da secoli le Scuole Pie fondate dallo spagnolo san Giuseppe Casalanzio (1557-1648) svolgevano anche in Italia un ruolo educativo d'avanguardia e di eccellenza. Fra i tanti spiccarono nel collegio San Giovannino di Firenze due docenti di Giosue Carducci, maestro e vate della Terza Italia: Eugenio Barsanti (inventore del motore a scoppio) e Francesco Donati, il “Cecco Frate” reiteratamente visitato dall'“allievo”, massone mai pentito, campione dell'anticlericalismo ma al tempo stesso rispettoso della fede verace, come emerse dal suo muto dialogo con Giuseppe Verdi a Palazzo Doria in Genova. Secondo Annie Vivanti, testimone oculare, dopo lungo silenzio Carducci confidò sommesso: «Io credo in Dio». «E Verdi fece sì, solennemente, con la candida testa.»
    Per evitare il rischio di fare i conti con la verità dei fatti, la “finzione” su Goffredo Mameli recentemente proposta da un canale televisivo della RAI si è attenuta alla regola: “quieta non movere”. Però, come noto, si pecca di pensieri, parole, opere e omissioni. Non si può certo pretendere che uno “sceneggiato” sia un documentario. Ma non può neppure essere troppo o del tutto lontano dalla verità, per non mancare alla sua “missio”: informare, proponendo allo spettatore la complessità degli eventi e dei personaggi evocati e così assolvere, almeno a grandi linee, al proposito “pedagogico”, vanto della televisione italiana dai suoi esordi agli Anni Sessanta. In quella lunga e rimpianta stagione, nella trasposizione di classici della letteratura, di vicende e di protagonisti della storia essa non si prese le licenze poi divenute comuni nei film, quali il famoso “Nell'anno del Signore” di Luigi Magni (1969), che dipinse il cardinale Agostino Rivarola più feroce e iniquo di quanto fu ed erroneamente addebitò a lui la condanna alla ghigliottina dei carbonari Leonida Targhini e Angelo Montanari, accusati senza prove di un “fatto di sangue” (tema di una pièce teatrale di Valeria Magrini, in programma a Ravenna per iniziativa della Fondazione Ravenna Risorgimento, presieduta da Eugenio Fusignani, nel centenario del loro supplizio).
   Veduta la “fiction”, il sindaco di Carcare, Rodolfo Mirri, non l'ha presa bene. Fedele alla sua formazione professionale di arbitro calcistico (con tanto di “Fischietto d'oro”) e fautore del giusto equilibrio, da tempo rivendica al suo Comune il rango di “città del Canto Nazionale” al pari di Genova che, con mezzi di gran lunga più possenti, ne pretende il monopolio. Per cogliere le sue buone ragioni è opportuno ricordare in sintesi chi fu Goffredo Mameli, i suoi rapporti con il Collegio scolopico di Carcare e i riferimenti storici presenti nel “Canto”, fondamentali per fissarne in maniera attendibile la datazione.
Goffredo Mameli. Chi era costui? Come nacque un eroe.
Nato a Genova nel 1827 da Giorgio Mameli, nobile cagliaritano, capitano di vascello, valoroso combattente contro i pirati nordafricani e fedelissimo dei sovrani sabaudi, e da Adele Zoagli, di cui si dice fosse invaghito Giuseppe Mazzini, sui dieci anni Goffredo fu iscritto alle Scuole Pie di Genova. Il 29 giugno 1843, all’Università, il giovane Mameli ebbe un alterco col diciottenne Giuseppe Lullin e venne punito con un anno di allontanamento dai corsi. Nell'agosto 1846, diciannovenne, fu ammesso al primo anno di legge. In settembre lo scolopio Raffaele Ameri lo condusse con sé in “vacanza di riflessione” da Genova al Collegio di Carcare, ove era già stato allievo un suo fratello. Del viaggio Goffredo dette conto in lettere assai sgrammaticate. A Carcare conobbe il focoso padre Atanasio Canata (Lerici, 1811 - Carcare, 1867), drammaturgo e poeta apprezzato da Alessandro Manzoni, ispiratore di prestigiosi discepoli, quali Pietro Sbarbaro, deputato, massone, autore di libelli famosi, Anton Giulio Barrili e il celebre Giuseppe Cesare Abba, garibaldino e futuro senatore del Regno, che lo ricorda con affetto nelle celebri “Noterelle di uno dei Mille”.
   A Carcare Goffredo si ambientò bene, come padre Ameri scrisse al confratello Agostino  Muraglia. Goffredo stesso il 9 settembre 1846 lo confermò a Giuseppe Canale. Arrivato stanco morto, “dopo cena mi posi a letto, che sogno che avevo non potea più tener gli occhi aperti. Del resto faccio di tutto per passare il tempo senza anoiarmi, mi provo a giocar al pallone alla palla, così comincio così finisco il giorno... qui ogni momento si prega, cosa buonissima ma che guasta le ginochia”. Forse per la stanchezza, forse per la fretta, all’epoca scriveva così.
   Com’è, come non è, il 10 novembre 1847, tramite l'amico Ulisse Borzino, Goffredo mandò un Canto al musicista Michele Novaro, che in quel momento, a Torino, era  in casa di Lorenzo Valerio, capofila della Sinistra democratica. Quando glielo consegnò, Borzino disse: “Te lo manda Mameli”, senza riferimenti al suo autore. “Col cuore in tumulto”, narrò molti anni dopo, Novaro corse a casa e, cappello in testa, scrisse freneticamente le note di quello che dovrebbe quindi esser detto l’“Inno di Novaro”, poiché di solito i canti sono ricordati dal nome del compositore e non da quello del paroliere, per quanto prestigioso. È il caso, tra i molti, dell'Inno alla gioia, che tutti ricordano dal nome di Ludwig van Beethoven mentre rimane in ombra quello, pur famoso, di Schiller, autore del testo. Nella concitazione Novaro rovesciò la lucerna sul foglio mandatogli da Mameli, sicché il  manoscritto originale andò irrimediabilmente perduto.
   Del Canto abbiamo un paio di copie. La prima, conservata al Museo del Risorgimento di Genova, inizia: “Evviva l’Italia / l’Italia s’è desta...”. Nella seconda (Museo del Risorgimento di Torino) si legge invece “Fratelli d’Italia...”, ma anche “Evviva l’Italia / dal sonno s’è desta...”. Fra le copie a stampa pubblicate nel 1848, quella della tipografia Andrea Rossi di Modena precisa: “Parole di Mammelli, musica del Maestro Novella (Piemontesi)”.
   In attesa della visita di leva, da Novi Ligure il 15 ottobre 1847, cioè proprio pochi mesi prima di inviare il Canto a Novaro, Goffredo espose il suo ideale di vita in una lettera alla madre: “Io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno e questo è l'ideale del mio Paradiso, credo che voialtri farete altrettanto”. Rifiutò l’arruolamento nelle file dell'esercito sardo e, contro l'esborso concordato, si fece surrogare. All'epoca era consentito. Il benestante pagava e si liberava dalla noia del “servizio” e dal rischio della mobilitazione. Il meno abbiente si accollava l'una e l'altro, ma controvoglia. Perciò, come documentano Piero Pieri nella storia militare del Risorgimento e il generale Oreste Bovio in quella dell'esercito italiano i “dispersi in battaglia” erano quasi sempre più numerosi di morti e feriti. Semplicemente, prendevano il largo.
   Nel dicembre 1848, dopo rapida maturazione politica, Mameli accorse volontario a Roma per difendere la Repubblica proclamata il 9 febbraio 1849 su proposta di Giuseppe Garibaldi e di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, già promotore dei Congressi degli scienziati Italiani che tra il 1838 e il 1847 furono il volano dell'idea di Italia e gettarono le basi dell'unione culturale partendo dalle “scienze esatte”, meno compromettenti, per arrivare passo dopo passo a questioni scolastiche, pedagogiche e politiche. Il 3 giugno 1849, durante una sortita, un commilitone inferse un colpo di baionetta nella gamba sinistra di Mameli. Tra cure troppo sommarie e la calura estiva, la ferita  suppurò e andò in cancrena. Mazzini, triumviro della Repubblica con Carlo Armellini e Aurelio Saffi, gli scrisse che doveva rassegnarsi all'amputazione per salvare la vita e continuare la sua missione. Confortato da padre Ameri e dal barnabita Alessandro Giavazzi, Goffredo affrontò la terribile prova. Il 2 luglio Garibaldi decise di uscire da Roma alla volta di Venezia alla testa di duemila volontari, cui promise lacrime e sangue. Il 3 l'Assemblea suggellò la Costituzione della Repubblica Romana: un testo limpido ed esemplare, solennemente letto in Piazza del Campidoglio quale eredità della lunga resistenza dei volontari accorsi in aiuto della Repubblica contro i 30.000 uomini inviati da Luigi Napoleone, principe-presidente della repubblica francese, a restaurare Pio IX, di concerto con gli austriaci e i borbonici del Regno delle Due Sicilie. Il 4 luglio i francesi entrarono in Roma. Goffredo morì il 6. Padre Ameri gl’impartì il viatico e ne curò la sepoltura. Il Risorgimento era e rimaneva cristiano.
   In Inferno, Purgatorio e Paradiso d’Italia  scitto negli anni seguenti padre Canata lamentò un duplice disinganno: la rottura dell’unità d’azione di cattolici e patrioti e il furto di una poesia. Parlando di sé egli scrisse: “A destar quell’alme imbelli / meditò robusto un canto;/ ma venali menestrelli/ si rapian dell’arpe il vanto: / sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Secondo una tradizione mai spenta a Carcare si riferiva al Canto nazionale da lui dato o dettato a Mameli. Ma perché né lui né altri docenti lo indicarono nominativamente? Come spiegato dallo scolopio Luciano Giacobbe, lo fecero per pietà cristiana nei confronti di un giovane che aveva pagato con la vita i suoi generosi ideali e che, contro la verità dei fatti, veniva dipinto come mangiapreti. Da una parte vi era e vi è la matrice cattolica del Risorgimento, dall’altra la deformazione della storia, che ne fece un’impresa genericamente anticlericale, a tutto vantaggio di chi lo dipinge come complotto massonico.
   Del resto, chiunque ne sia l'autore, la genesi e il contenuto del Canto parlano da sé. Esprimono un pensiero adulto e profondamente  religioso: “Uniamoci, amiamoci;/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore”. Parole di un Maestro. Nella versione dell'inno conservata alla Società economica di Chiavari, il canto inizia “Oh Figli d’Italia...”. Non è la voce di un ventenne, ma di un docente che dalla cattedra si rivolge ai discepoli, di un sacerdote che parla da un pulpito ideale ai “fratelli”: un termine, codesto, tipico delle congregazioni religiose e in specie dei francescani in tutte le loro articolazioni, molto prima che fosse assunto dagli iniziati a logge massoniche e a vendite carbonare.
Storia e poesia nel Canto degli Italiani
Per datare la genesi del Canto, particolare attenzione meritano i suoi cenni a fatti storici: pochi, ma tutti molto allusivi. Alcuni si riferiscono alla storia antica e moderna. Il primo è quell'“elmo di Scipio” che suscitò il commento sarcastico di Giosue Carducci e che, tuttavia, è meno banale e retorico di quanto paia. Rinvia, infatti, alla riscossa di Roma contro il cartaginese Annibale, vittorioso al Ticino, alla Trebbia, al lago Trasimeno e a Canne, la sconfitta più cocente subita dalla Roma dei consoli. Per reagire alla sequenza di rovesci i Romani si spinsero a invocare gli Spiriti Ctoni praticando sacrifici umani. Seppellirono vivi due Greci e due Galli. La Roma evocata dall'inno è quella dei condottieri, cantata da Virgilio nell'Eneide: “parcere subiectis” e “debellare superbos”, monda dall'addebito (che le venne mosso nell'Agrippa da Publio Cornelio Tacito) di vantarsi portatrice di pace dove faceva il deserto: uno scambio di ruoli possibile solo elevando la storia a missione universale, divina, come nella visione apocalittica dei Quattro Imperi. In secondo luogo il Canto invoca la fusione dell'“italia gente da le molte vite” (Carducci) in un unico popolo, ridestato dal torpore e dalla servitù. Con parole pressoché identiche lo aveva già spiegato il criptogiansenista Alessandro Manzoni nel famoso coro dell'“Adelchi”. L'ispirazione è manifestamente ecclesiastica. È il pensiero di Vincenzo Gioberti (Torino, 1801 - Parigi, 1852), presbitero e cospiratore nei Cavalieri della Libertà, poi autore del “Primato morale e civile degli italiani” (1843), un'opera scritta di getto, caotica, alimentata dalla passione più che dalla ragione e nondimeno fondamentale per la diffusione dell'idea di Italia. Su suo impulso uscirono decine di migliaia di poesie, canti, manifesti, fogli volanti e opuscoli inneggianti agli italiani, non più “volgo disperso che nome non ha” (parole di Manzoni) ma avviati a una “unione”, confederazione o “lega” (almeno doganale, come proponeva il principe di Canino) presieduta dal papa.
   In una lettera scritta all'autore di questa “noterella” vent'anni addietro da Cornigliano (Genova), padre Luciano Giacobbo sintetizzò così il percorso dei padri di Carcare e più in generale della provincia religiosa scolopica della Liguria: «Esso affondava le sue origini nella seconda metà del Settecento, quando buona parte dei padri italiani avevano abbracciata la teologia giansenista. Agli inizi dell'Ottocento questa era sfociata in un atteggiamento morale rigoristico e in una posizione concreta antigesuitica, antitemporale e democratica, che nel corso del secolo poi si andò strutturando in ideologia patriottica caratterizzata dall'adesione sincera al giobertismo.» Quello, appunto, espresso da padre Canata nelle sue opere e che prorompe dal Canto degli italiani. La cui penultima strofa, densa di richiami storici, è la più suggestiva. Promette la vittoria dei “vinti” sull'Aquila imperiale dell'Austria, che nel tempo, in combutta con i russi (“cosacchi”), aveva bevuto il sangue degli italiani come quello dei polacchi. Quando? Nel 1799-1800, allorché gli austro-russi irruppero nell'Italia settentrionale e vi abbatterono le precarie repubbliche instaurate su impulso di Napoleone e del Direttorio di Parigi, e ancora nel 1830, con la repressione dell'insorgenza polacca. Nel febbraio-marzo 1846 la Galizia polacca visse un'altra stagione di disordini, oscura e contraddittoria, sostanziata nel massacro di circa duemila “nobili” da parte dei contadini polacchi, rapidamente schiacciati dagli asburgici, che occuparono Cracovia con il consenso di tutta l'Europa liberal-moderata. L'ultima strofa del Canto, infine, mescola i “liberi comuni” in lotta contro Federico Barbarossa (Legnano: un mito rinfrescato da Luigi Tosti, abate di Montecassino), il fiorentino Francesco Ferrucci, celebrato da Massimo d'Azeglio, e il genovese Giovanni Battista Perasso, detto  “Balilla”, il “ragazzo di Portoria” che, secondo la tradizione, il 5 dicembre 1746 scatenò la rivolta della Superba contro gli austriaci scagliando il sasso contro la testa di un armigero arrogante, in quel momento alleato di Carlo Emanuele III di Savoia (ma il testo si guarda bene dal dirlo).
   I quattro assenti dal Canto sono Carlo Alberto di Savoia, l'“italo Amleto” il cui orientamento “italiano” nel 1846 era ancora tutto da decifrare, mentre divenne trasparente nel 1847; Pio IX, che fu eletto papa il 16 giugno 1846; Mazzini, con buona pace di quanti ritengono che il cosiddetto Inno di Mameli sia pregno del suo magistero; e la “repubblica”, di cui invano vi si cercherebbe l'eco. Quanto ai Vespri siciliani, va ricordato che nel 1282 essi quelli furono un'insorgenza contro i Francesi, ma non per la fondazione di un regno indipendente, bensì a favore degli Aragonesi (“padrone lontano, briglia sciolta”).
   Una domanda attende risposta: perché nel Canto si parla di “fatti” del 1846 ma non v'è traccia alcuna del 1847? Questo fu un anno denso di eventi drammatici e di cambiamenti: l'occupazione austriaca di Ferrara, la sanguinosa guerra in Svizzera tra i cantoni cattolici e quelli protestanti, conclusa con la vittoria dei secondi e la trasformazione, a nome immutato, della confederazione elvetica in federazione, il varo di riforme da parte di Pio IX e la svolta di Carlo Alberto a sostegno della causa italica. Se davvero l'Inno fu scritto alla vigilia del pellegrinaggio a Oregina del dicembre 1847 (come ripetuto dalla “finzione” televisiva) com'è che di quei “fatti” così numerosi e importanti nulla si dice , mentre il mitico “ Balilla” venne evocato nel 1846, in coincidenza con il Congresso degli scienziati italiani celebrato in Genova?
   Ha dunque ragione il sindaco di Carcare Rodolfo Mirri a volerci vedere più chiaro. Allo scopo, dopo aver esposto le ragioni del suo Comune al Presidente Sergio Mattarella, per la mattina del 13 aprile l'Arbitro ha in progetto un convegno di studi per approfondire i legami tra Mameli e Carcare, che vuol anche dire tra il giovane patriota e gli Scolopi, da padre Ameri ad Atanasio Canata. Sono previsti interventi del Comune di Lerici e della saggista Bruna Magi: non per togliere a Mameli e all'Inno la meritata gloria, ma per dare “unicuique suum”, in nome della verità dei fatti.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Il Collegio di Carcare, ove Goffredo Mameli fu ospite dei padri Scolopi e conobbe il poeta e drammaturgo Atanasio Canata.
  Per un sintetico profilo di Mameli v. Marco Albera e Manlio Collino,  Saecularia sexta Album. Studenti e Università a Torino.  Sei secoli di storia, Torino, Elede, 2005. 

3 SETTEMBRE-13 OTTOBRE 1943
RISALIRE LA CHINA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 gennnaio 2024 pagg. 1 e 6.
Pietro Badoglio (Grazzano
                                  Monferrato, poi Grazzano Badoglio, 28
                                  settembre 1871-1° novembre 1956,
                                  marchese del Sabotino, duca di Addis
                                  Abeba, capo del governo dal 25 luglio
                                  1943 al 18 giugno 1944) legge la
                                  dichiarazione di Guerra alla Germania
                                  (Brindisi, 13 ottobre 1943). Alla sua
                                  destra il generale Maxwell Taylor. I
                                  Verbali dei suoi governi sono
                                  pubblicati a cura di Aldo G. Ricci
                                  (Poligrafico dello Stato).La lunga via della resa
Alle 11 del 3 settembre 1943 il capo del governo Pietro Badoglio autorizzò il generale Giuseppe Castellano a firmare alle 17 “l'accettazione delle condizioni d'armistizio”. Come il generale scrisse il 15 dicembre nella relazione all'“ispettore generale dell'Esercito” (la si legge nel vol. X della IX serie dei Documenti Diplomatici Italiani, DDI), nelle ore seguenti si svolse al Fairfield anglo-americano presso Cassibile «la prima riunione di carattere militare» presieduta dal generale Harold Alexander. Durò tutta la notte. Il generale statunitense Walter Bedell Smith, che aveva firmato per conto di Dwight Eisenhower, dette «in visione» a Castellano le «clausole aggiuntive alle condizioni di armistizio, di carattere militare, politico ed economico», redatte ancor prima dell'incontro di Lisbona del 19 agosto. Su un biglietto allegato al documento gli confermò che ad esse doveva estendersi «l’effetto della Carta di Quebec»: l'Italia avrebbe ottenuto un miglioramento delle durissime condizioni di resa (surrender) in misura del suo apporto alla lotta contro la Germania. Castellano ne fu rinfrancato, ma, trattenuto in Sicilia, non poté informarne il governo. Due giorni dopo il maggiore Luigi Marchesi, presente alla firma della resa, volò a Roma con lo scottante testo delle “clausole aggiuntive” e il biglietto di Smith. In una lettera per Ambrosio, Castellano precisò di non conoscere la data e il luogo dello «sbarco principale» programmato dagli anglo-americani ma di presumere che avrebbe avuto luogo «intorno al 12». Lo scenario prospettato nelle conversazioni tra lui e gli anglo-americani era però del tutto diverso da quanto effettivamente programmato dagli Alleati. Molto prima di arrivare alla firma, gli italiani avevano chiesto che in coincidenza con l'“armistizio” essi sbarcassero quindici divisioni molto a nord di Roma, per costringere i tedeschi a rapida ritirata dal Mezzogiorno. Gli alleati risposero che se fossero sbarcati con quella forza non avrebbero avuto motivo di concedere la resa: avrebbero occupato e debellato l'Italia, privandola di ogni riconoscimento. Tra il 4 e il 5 settembre gli anglo-americani ventilarono a Castellano l'aviolancio di una divisione di paracadutisti negli aeroporti di Cerveteri e di Furbara, a nord di Roma. Chiesero anche informazioni sulla navigabilità del Tevere per portare artiglierie e mezzi corazzati a tutela della capitale. Per accertarsi che tutto fosse predisposto il generale Maxwell Taylor si sarebbe recato in incognito a Roma.
   Mentre Castellano colloquiava con gli Alleati «su un’infinità di questioni» (propaganda, guerriglia, politica, impiego della flotta) Vittorio Emanuele III e Badoglio miravano a scongiurare che filtrasse qualunque indizio della resa. I tedeschi, che dal 6 agosto chiedevano al ministro degli Esteri Raffaele Guariglia informazioni sulla sorte di Mussolini, dal 24 agosto sospettavano che gli italiani avessero avviato trattative a Lisbona. A loro volta furono sospettati di aver ordito un complotto per rovesciare Badoglio, se non tramite la Wehrmacht per mezzo delle SS, uno “Stato nello Stato”. In quei frangenti Badoglio ordinò l'arresto del maresciallo Ugo Cavallero, senatore del regno, rilasciato per intervento del Re, e di Ettore Muti, ucciso durante la traduzione in carcere.
   Il 19 agosto a Lisbona Smith aveva spiegato “con cura” a Castellano che il loro “colloquio” aveva per tema la capitolazione militare, non un accordo per la partecipazione dell'Italia nella guerra con gli alleati. Aggiunse che il Re avrebbe potuto sottrarsi alla possibile cattura lasciando l'Italia «su una nave da guerra italiana» e che senza dubbio sarebbe stato necessario «un governo militare alleato su parte del territorio italiano». Il 30 agosto, poco prima che Castellano volasse a Termini Imerese per iniziare il triduo preparatorio alla resa, Badoglio gli dette le ultime istruzioni per ottenere lo sbarco delle famose quindici divisioni «tra Civitavecchia e Spezia» e la protezione del Vaticano. Precisò che sarebbero rimasti a Roma il Re, la Regina, il principe ereditario, il governo e il corpo diplomatico e chiese di «sapere l'epoca pressapoco allo scopo di prepararsi».
Le delusioni dei vinti
   A resa firmata Badoglio non ebbe risposta a nessuna delle sue domande. Rimase nella convinzione che tra la firma e il suo annuncio sarebbero trascorsi almeno dieci giorni, se non le due settimane ripetutamente sollecitate. Il 31 agosto Smith aveva proposto a Castellano che Vittorio Emanuele III si trasferisse su una nave italiana a Palermo. Gli Alleati l'avrebbero evacuata. Lì quindi poteva essere stabilita «una certa misura di sovranità italiana». Però l'isola era ormai sotto il pieno controllo anglo-americano; pertanto agli occhi del mondo sarebbe risultato che il Re cercava rifugio sotto l'ala del vincitore. Alternando toni ruvidi a quelli concilianti, Smith aggiunse che gli Alleati avrebbero comunque ignorato la pretesa unilaterale del governo italiano di considerare Roma “città aperta”. Benché cattolico, precisò che sarebbe stata bombardata «a seconda della situazione». Badoglio predispose pertanto il trasferimento dei Reali in Sardegna. Scartato per molti motivi l'impiego dell'aereo, ipotizzò il viaggio in nave da Civitavecchia. Sennonché la città fu occupata dai tedeschi, che ormai dilagavano ovunque da padroni, indifferenti alle proteste del comando supremo e dei comandanti locali.
   “Sic stantibus rebus” Badoglio percepì che gli anglo-americani non sarebbero giunti in forze sulla linea Livorno-Rimini dove, sia con la Dichiarazione di Quebec sia nei colloqui successivi, avevano fatto intendere di voler arrivare, oltre che a ridosso di Roma per metterla al sicuro dalla minaccia germanica. Perciò non dette credito alla missione di Maxwell Taylor che la sera del 7 settembre si presentò a Roma con il colonnello William Gardiner per verificare la fattibilità dell'aviolancio di paracadutisti alleati: una quota irrilevante rispetto alle forze tedesche attestate attorno alla città. Gli italiani avevano sopravvalutato gli Alleati; e questi a loro volta sopravvalutavano la reattività degli italiani contro i germanici. In assenza di ormai improbabili aiuti anglo-americani una battaglia in Roma si sarebbe risolta in una catastrofe per la Città Eterna, che racchiudeva al suo interno lo Stato della Città del Vaticano.
   La situazione fu sul punto di sfuggire completamente di mano.
   Alle 2 dell'8 settembre Badoglio scrisse ad Eisenhower che « dati cambiamenti e precipitare situazione esistenza forze tedesche in zona di Roma non è più possibile accettare l'armistizio immediato (DDI) ». Alle 11.30 il comandante delle forze anglo-americane, da Algeri (in realtà era a Biserta) rispose che avrebbe svergognato l'Italia agli occhi del modo pubblicando «full records of this affair». E aggiunse lapidario: «Today is X day, and I expect you to do your part». Se Badoglio si fosse tirato indietro – egli intimò – sarebbe stata la fine per il governo e per l'Italia. Era anche pronto a ordinare un massiccio bombardamento su Roma.
   Alle 18:25 il segretario generale agli Esteri informò il ministro Raffaele Guariglia che la radio di New York aveva comunicato che l'Italia aveva firmato l'armistizio e che tutte le truppe italiane avevano deposto le armi. In quei minuti era in corso un consulto (erroneamente narrato come “Consiglio della Corona”, organo mai esistito) tra Badoglio, Ambrosio, Guariglia, il generale Carboni, i ministri militari, quello della Real Casa duca d'Acquarone, l'aiutante di campo del Re Paolo Puntoni, il maggiore Marchesi, bene informato sull'orientamento degli Alleati, e il sovrano in persona. Carboni propose di sconfessare la resa e di continuare la guerra a fianco della Germania. Ottenne consensi. Fu il maggiore Marchesi a ricondurre alla ragione. Informò che gli Alleati avevano fotografato e filmato la firma di Cassibile e quindi l'Italia avrebbe perso ogni credibilità. Il Re decise che la resa andava annunciata. Alle 19:30 Badoglio comunicò ad Eisenhower che «la proclamazione [della resa] avrebbe avuto luogo come richiesto anche senza il vostro messaggio [intimidatorio, NdA], essendo per noi sufficiente l'impegno preso». Un'ora dopo l'Eiar emanò l'annuncio dell'“armistizio” per bocca di Badoglio e lo ripeté più volte. Alle 20:20 il maresciallo indirizzò a Hitler una lunga informativa che così concludeva: «Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L'Italia ad evitare la sua totale rovina è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio.» Da tempo in sospetto ma sino a poche ore prima rassicurati che l'Italia avrebbe continuato la guerra al loro fianco, i comandi tedeschi in Italia vennero colti di sorpresa e non furono in grado di assumere subito una linea di condotta.
   Invece in poche ore Badoglio organizzò il trasferimento dei Reali, del principe ereditario, di Ambrosio, di alcuni ministri (il Re riteneva che fossero tutti avvertiti: farlo non era compito suo) e del loro seguito da Roma alla volta di Pescara. Dal ministero della Guerra, più sicuro rispetto al Quirinale, alle 5:10 del mattino del 9 la Fiat 2800 del Re uscì dal Palazzo e imboccò la via Tiburtina in direzione di Pescara, seguita da altre vetture, con le insegne bene in vista, come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne di chi scrive la storia” (BastogiLibri). Il troppo celebrato Peter Tompkins in “Dalle carte segrete del Duce” asserisce che «il re e l'intero stato maggiore, macchiandosi di uno dei più vergognosi tradimenti della storia, fuggivano a Brindisi per mettersi sotto la protezione degli Alleati». In «Tagliare la corda. 9 settembre 1943. Storia di una fuga» (ed. Solferino) Marco Patricelli rincara la dose: «Fu una fuga, un abbandono, non fu un allontanamento e neppure un trasferimento […] Tagliando la corda, venne reciso senza gloria e nel peggiore dei modi immaginabili il nodo che aveva legato una dinastia e un intero sistema ai destini dell’Italia.» La realtà dei fatti è ben diversa. Il Re e Badoglio decisero di trasferirsi nella Puglia meridionale poiché lì non vi erano ancora Alleati e i militari italiani stavano cacciando i tedeschi, come a Bari, ove presero il controllo del porto guidati dal valoroso generale Nicola Bellomo. A Roma i Granatieri di Sardegna dalla notte dell'8 settembre si batterono contro i tedeschi per alto senso del dovere verso la Patria, come ricorda Luigi Franceschini in “50 anni dopo” (ed. fuori commercio, 1993). Altrettanto avvenne altrove. Risulta altresì destituita di fondamento l'insinuazione di un accordo segreto tra Badoglio e il maresciallo Kesselring che avrebbe lasciato sfilare il convoglio reale in cambio del “via libera” sulla capitale. La posta in gioco non era Roma ma lo Stato. Con la partenza da Roma per la Puglia il Re salvò la continuità dello Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite.
   In coincidenza con la proclamazione della resa, gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di Salerno con forze inadeguate e rischiarono di essere rigettati in mare. Quarant'anni or sono lo documentò Massimo Mazzetti. Il pomeriggio del 9 il Re presiedette a Pescara la breve riunione dei vertici militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings». Alle 16:57 del 10 Eisenhower ripose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell'Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l'Italia, dal primo all'ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti della Patria.» Il presidente degli USA e il premier britannico Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l'11 assicurò da Brindisi «tutto quello che è possibile è, e sarà fatto con quello stesso spirito e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia d'Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 esortò il capo della Missione militare alleata in Italia, Mason MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l'Italia come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».
In margine all'“armistizio lungo”
   Risalire la china era però un cammino ancora irto di ostacoli. Proprio perché ebbe cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse a Roosevelt e a Giorgio VI di Gran Bretagna invitandoli ad affrettare il suo ritorno suo in Roma: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al regime parlamentare da me sempre auspicato.» A quel modo sarebbe stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia pure illegalmente costituito».
   Da pochi giorni, infatti, prelevato il 12 settembre a Campo Imperatore sul Gran Sasso da un “commando” tedesco, trasferito in Germania e riportato in Italia sotto controllo di Hitler, Mussolini aveva proclamato lo Stato fascista repubblicano, poi Repubblica sociale italiana. Rimane senza risposta l'interrogativo sulla mancata custodia dell'ex dittatore da parte di Badoglio. È possibile che questi fosse sicuro della sua innocuità sulla base della lettera scrittagli il 26 luglio da Mussolini stesso, desideroso di trasferirsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate. Mentre gli dichiarò «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione», l'ex duce gli augurò il successo del grave compito al quale si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante 21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango».
   Alle 10:50 del 29 settembre nel quadrato della nave britannica “Nelson” ancorata a Malta Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del cosiddetto armistizio lungo, scritto in agosto contemporaneamente a quello corto e immutabile. In 65 minuti, comprensivi di una pausa per sorbire bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e De Courten per l'Italia, Eisenhower, l'ammiraglio Cunningham e i generali Alexander, MacFarlane e Gort per gli anglo-americani, a margine della firma si confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti passibili di fucilazione come “partigiani”. Il maresciallo assicurò che ne avrebbe riferito al Re, poiché la dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva e propose il rientro in Italia di Dino Grandi, suscitando perplessità dell'interlocutore, che a sua volte esortò a ricevere e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al Re per le sue dichiarazioni antimonarchiche (ancorché fosse Collare della SS. Annunziata e senatore). Di concerto con Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». Avvenne il 5 giugno1944. Badoglio chiese anche di far parlare da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo del Re (e massone, anche se nessuno lo disse). Eisenhower assentì malgrado gli inglesi.
   Nelle settimane seguenti gli Alleati ostacolarono in molti modi la riscossa del regno d'Italia, lesinando gli aiuti per la riorganizzazione dell'esercito. Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come l'indomani scrisse Badoglio, così si chiuse «il periodo di armistizio e quello di cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il quadro nel campo militare, alternanza di pagine negative («difesa sfortunata di Corfù e Cefalonia») e positive, e in quello politico con «il concorso alla causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase». Nessun cenno alla situazione interna. Agli occhi dei più questa risultava deludente. E non solo perché il Comitato centrale di liberazione presieduto da Ivanoe Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come il 4 ottobre scrisse il primo segretario di legazione, Antonio Venturini, «la grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo, intellettuali, privati di ogni genere, ecc.) ha l'impressione – e questa impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che assillano la vita del paese».
   Aveva veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò all'aiutante di campo che l'azione di Badoglio era «indecisa e poco sincera. Non è certamente un uomo all'altezza del momento». Paolo Puntoni ne ebbe conferma la sera dell'8 allorché il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per fronteggiare gli avvenimenti che incalzano».
   Anche in regime di cobelligeranza il futuro, dunque, rimaneva fosco.
Perché per anni gli italiani avevano plaudito “Lui”?
   Ma la “responsabilità” non era solo di chi governava e meno ancora del Capo dello Stato, re costituzionale. Investiva tutti i cittadini. Dal 1913 i maschi erano titolari del diritto di voto. Eleggevano la Camera, che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. Non erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali si riconoscevano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità, anche nell'avvento e nella durata del regime mussoliniano dal 3 gennaio 1925 alla catastrofe dell'estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al Diario le sue riflessioni su Mussolini, «di corta intelligenza», privo di sensibilità morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l'arrogante. «Ma egli – aggiunse – chiamato a rispondere del danno e dell'onta in cui ha gettato l'Italia, con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni d'esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”» Le piazze stracolme di folla plaudente al duce sono motivo perenne di riflessione e un monito sempre attuale.
Aldo A. Mola


Didascalia: Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, poi Grazzano Badoglio, 28 settembre 1871-1° novembre 1956, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, capo del governo dal  25 luglio 1943 al 18 giugno 1944) legge la dichiarazione di Guerra alla Germania (Brindisi, 13 ottobre 1943). Alla sua destra il generale Maxwell Taylor. I Verbali dei suoi governi sono pubblicati a cura di Aldo G. Ricci (Poligrafico dello Stato).
 


25 LUGLIO 1943
FU “VENDETTA” MASSONICA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.

Sotto la data del
                                          24 luglio Bonomi
                                          (nell'illustrazione affiancato
                                          da Vittorio Emanule Orlando e
                                          da Francesco Saverio Nitti)
                                          annotò: “Oggi alle 17 viene da
                                          me un noto antifascista, il
                                          dottor Domenico Maiocco
                                          piemontese, che è molto in
                                          intimità con il quadrumviro De
                                          Vecchi. Egli mi conferma che
                                          il Gran consiglio del fascismo
                                          si convoca proprio nell'ora in
                                          cui egli mi parla e che le
                                          deliberazioni dell'assemblea
                                          saranno di eccezionale
                                          importanza”. Tramite Maiocco,
                                          De Vecchi desiderava fargli
                                          sapere che sarebbe stato
                                          amichevolmente invitato a far
                                          parte del nuovo governo dopo
                                          la prevista revoca di
                                          Mussolini. Rispose che gli
                                          pareva “un romanzo”, “sogno di
                                          menti oscurate”. Iniziato
                                          massone nel 1923 nella loggia
                                          “Vita Nova” di Alessandria,
                                          socialista e perseguitato dal
                                          regime, Maiocco fondò la
                                          Massoneria Italiana Unificata,
                                          già auspicata da Placido
                                          Martini, antifascista, ucciso
                                          alle Fosse Ardeatine, e ne fu
                                          gran maestro, riconosciuto dal
                                          Supremo Consiglio del Rito
                                          scozzese antico e accettato
                                          degli USA (giurisdizione sud).
                                          Ne ha scritto il generale
                                          Antonino Zarcone in “Lo
                                          sconosciuto messaggero del
                                          colpo di Stato” (ed. Annales,
                                          2015).L'editoriale di domenica scorsa ha chiarito che l'ordine del giorno Grandi-Bottai-Federzoni approvato a larga maggioranza dal Gran consiglio del fascismo alle 2.40 del 25 luglio 1943 non mirò affatto a smantellare il regime fascista né influì sulla decisione di Vittorio Emanuele III di revocare Benito Mussolini da capo del governo e di sostituirlo con il maresciallo Pietro Badoglio. Da tempo il Re aveva deciso di propria volontà, nella consapevolezza che per avviare trattative armistiziali con gli anglo-americani era necessario mettere fine al regime. Allo scopo si valse di una “trafila” di militari.

La trafila militare
Su impulso di Vittorio Emanuele III e di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, il capo di stato maggior generale Vittorio Ambrosio col concorso di militari di piena fiducia, come il generale Giuseppe Castellano e il comandante generale dei carabinieri Angelo Cerica, allestì il piano per “far sparire” Mussolini: non per ucciderlo, come taluno interpreta, ma per “fermarlo” e isolarlo, in modo che non potesse capitanare o essere riferimento di opposizione alle decisioni del Re. Il progetto risultò analogo a quello prospettato da Ivanoe Bonomi (1873-1951) a Vittorio Emanuele III il 2 giugno. Revocato Mussolini e formato un governo militare, con a capo Ambrosio, Badoglio o il maresciallo Enrico Caviglia, glorioso e prestigioso ma “troppo vecchio” a giudizio del Re, secondo Bonomi occorreva “tenere in arresto” Mussolini, “per evitare che possa, con la milizia armata, gettare il Paese nella guerra civile”. Il nuovo governo doveva “invalidare l'alleanza con la Germania” perché non era “fra due Stati e due popoli, ma fra due regimi, fra due rivoluzioni”, la fascista (da chiudere con la revoca di Mussolini) e la nazionalsocialista, invisa alla maggioranza degli italiani. “La nazione ha sempre diritto di fare ciò che vuole” osservò il Re. Però non commentò l'ulteriore sollecitazione di Bonomi: se aggredita dai tedeschi col pretesto di “tradimento”, l'Italia doveva “chiedere l'aiuto anglo-americano ed entrare nell'alleanza delle Nazioni unite”. Parve stanco, sfiduciato e lamentò salute malferma. “Deluso”, Bonomi concluse che o dissimulava abilmente o non aveva un proposito chiaro. Identica impressione ne trasse il liberale Marcello Soleri che, ricevuto l'8 giugno, esortò il Re a un “intervento risolutivo” anche per scrollarsi di dosso l'addebito di connivenza con il fascismo, serpeggiante specialmente nei giovani. Il 16 luglio Soleri apprese da Acquarone che il sovrano aveva deliberato di formare un governo tecnico-militare guidato da Badoglio. Prevalsero due sole certezze: Vittorio Emanuele III rimaneva impenetrabile e quando avesse deciso avrebbe incaricato Badoglio di formare un governo tecnico-militare.
   Sulla preferenza di Badoglio rispetto ad Ambrosio e a Caviglia sono state ricamate molte narrazioni. Secondo una tra più suggestive il Re scartò Caviglia perché si sarebbe detto che “tornava la Massoneria”. L'affermazione è poco convincente perché Caviglia era cattolico praticante e quindi, per l'epoca, incompatibile con la “Setta Verde”. Benché avesse motivo di non fidarsene ciecamente, il Re optò per Badoglio poiché sapeva dei suoi contatti con gli inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, aveva rivelato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e pronto a sostituire Mussolini.
   Il voto del Gran consiglio colse di sorpresa gli antifascisti “moderati”. Quale linea dovevano tenere dopo il “colpo di Stato”? De Gasperi persuase tutti. Si trattava di “liquidare due diverse partite: l'abbattimento di Mussolini e del fascismo e la conclusione di un accordo con gli anglo-americani. La prima partita (era) attiva per gli uomini politici chiamati a liquidarla”. Essi avrebbero acquistato un titolo di benemerenza del Paese. La seconda invece era “passiva”. L'“accordo armistiziale” si prospettava difficile, gravido di “responsabilità penose per i suoi negoziatori”. Sarebbe stato un errore accollarsene la corresponsabilità. Meglio, quindi, rimanere “in attenta osservazione”. Va ricordato che i maggiorenti delle correnti (non ancora “partiti”) rappresentate da Bonomi e dai suoi sodali nel novembre 1922 avevano votato a favore del governo Mussolini. Capogruppo del partito popolare alla Camera dei deputati, De Gasperi aveva dichiarato il sostegno al duce. Casati (1881-1955) era stato ministro della Pubblica istruzione con Mussolini dopo il “delitto Matteotti”.
   Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro le sei correnti (liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e comunista) incaricarono Bonomi di illustrare le “questioni” a loro avviso “urgenti” a Badoglio, capo del “governo militare del Paese, con pieni poteri” e il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla “osservazione” passarono dunque al “colloquio” col Maresciallo, che però mostrava “molta inesperienza politica, ma molta buona volontà”.
Badoglio al potere 
Come documentano i Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati e ottimamente curati da Aldo G. Ricci (“Governo Badoglio, 25 luglio 1943-22 aprile 1944”, ed. Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1994) nella sua prima riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che voltarono pagina nella storia d'Italia: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni; sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armelini al comando della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le stellette dell'esercito al posto dei fasci; abrogazione delle norme contenenti limitazioni in dipendenza dello stato di celibi e un ampio movimento di prefetti. Mentre vennero collocati a riposo i più noti fiancheggiatori di Mussolini, altrettanti furono richiamati in servizio. Carmine Senise fu nominato capo della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare.
   Qualunque opinione si voglia avere su Badoglio, va constatato che una mole così ampia di misure di vasta portata ebbe lunga gestazione. Il divieto di fabbricazione, esposizione, commercio e diffusione di emblemi e distintivi di associazioni e partiti politici di qualunque specie e denominazione fu pprovato ma (come ricorda Ricci) non ebbe seguito. Altro premeva. Lo “stato di guerra” fu esteso a tutto il territorio nazionale e il capo di stato maggiore dell'esercito, Mario Roatta, diramò la circolare che vietò ogni manifestazione e ne ordinò lo scioglimento “manu militari”. Anche dimostrazioni di giubilo per la “caduta di Mussolini” vennero represse con morti e feriti. Badoglio ebbe due obiettivi: disperdere drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo e mostrare all'estero che aveva il controllo dell'ordine pubblico e contava sul consenso del Paese. Quest'ultimo era particolarmente rilevante sia nei rapporti con la Germania, di cui l'Italia continuò a dirsi alleata dichiarando “la guerra continua” (formula suggerita da Vittorio Emanuele Orlando), sia per gli anglo-americani.
   Il 5 il governo tenne la seconda seduta, ricca di importanti misure: soppressione del fascio littorio (relatore Badoglio), funzionamento della giustizia (Gaetano Azzariti), del corpo diplomatico (Raffaele Guariglia), organico dei carabinieri (Renato Sorice), reintegrazione di docenti (Leonardo Severi, ministro suggerito da Bonomi, come anche Leopoldo Piccardi) e la devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di regime”.
Verso la resa
Tutte le fonti documentarie, la memorialistica e persino la narrativa (valga d'esempio “Primavera di bellezza” di Beppe Fenoglio) descrivono l'Italia dell'agosto 1943 come Paese “in sospeso”. Sottoposti a massicci bombardamenti anglo-americani sulle città più importanti (Napoli, Milano, Torino, Foggia e, per la seconda volta, anche Roma) gli italiani anelavano alla pace. Il governo si trovò tra la dura incudine delle divisioni germaniche irrompenti col pretesto di soccorrere l'alleato e il pesante martello degli anglo-americani che premevano per costringere l'Italia alla resa senza condizioni come stabilito a gennaio nella conferenza di Casablanca. Il Re autorizzò l'avvio di trattative armistiziali. Con le necessarie cautele per non insospettire il diffidente alleato, iniziò la missione del generale Giuseppe Castellano che, via Madrid, raggiunse Lisbona, vi ebbe contatto con il Comando anglo-americano e ricevette le condizioni preliminari imposte dai vincitori (il cosiddetto “armistizio breve”) che, rientrato a Roma dopo viaggio altrettanto lungo, consegnò a Badoglio per il Re.
   Mentre continuavano i bombardamenti “pedagogici”, nel corso della conferenza di Quebec il 18 agosto 1943 il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill dichiararono che “la misura nella quale le condizioni (di resa) saranno modificate in favore dell'Italia dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra”. Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l'aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell'armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del nord le navi dovevano recarsi “nei porti a sud della linea Venezia-Livorno”. Era quindi lecito ritenere che gli anglo-americani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze.
   L'11 agosto al Comitato delle correnti antifasciste Bonomi concluse che “se si dovrà chiamare il popolo per cacciare i tedeschi dall'Italia, si dovrà farlo quando gli anglo-americani avranno messo piede in Italia, non prima. Prima si sciuperebbe lo slancio popolare e si verserebbe inutile sangue” . Al tempo stesso decise il “distacco dal governo Badoglio”, che la pensava come loro.
La “trafila massonica”: realtà o fantasia?
Il 12 Bonomi lasciò Roma per Santa Marinella. Vi tornò il 19. Ricevutolo a colloquio il 20, più per sapere che per dire, Guariglia non lasciò trapelare alcunché sulla missione Castellano. Il 21 Bonomi incontrò con Ruini (1877-1970) Carlo Galli (1878-1966), nuovo ministro della Stampa e Propaganda. “Decidiamo di darci del tu, in ricordo dell'antica compagnanza” annotò nel “Diario”. Di quale natura era?
   Per comprenderlo occorre tornare ai loro anni giovanili. Laureato in legge, avviato a prestigiosa carriera diplomatica, il 24 maggio 1905 Galli fu ricevuto apprendista massone nella loggia “Rienzi” di Roma, una tra le più importanti non solo della capitale d'Italia. In quella stessa officina cinque anni prima con il grado di maestro era stato affiliato Ruini, futuro presidente della Commissione dei Settantacinque che stilò la “bozza” di costituzione della Repubblica italiana. In quell'incontro i due confratelli formarono con Bonomi un triangolo massonico? L'interrogativo si impone anche alla luce dell'opera di Paolo Cacace “Come muore un regime” (ed. il Mulino), ricco di riferimenti a massoni nel collasso del regime mussoliniano. Secondo lui, “a quanto pare” anche Bonomi era iniziato.
   È vero che il massone non è tenuto a dichiararsi pubblicamente tale ed è invece tenuto a non propalare i nomi dei confratelli, però Bonomi non ha mai fatto cenno alla propria iniziazione. Nel vasto repertorio “La massoneria nel Parlamento “ (ed. Morlacchi) Luca Irwin Fragale lo inserisce tra i deputati massoni, ma con molte riserve perché la sua appartenenza è asserita senza prove consistenti. Non solo. In risposta alla famigerata “inchiesta sulla Massoneria” condotta dall'“Idea nazionale” nel 1912 Bonomi dichiarò che “se la Massoneria insiste a mantenersi segreta e a circondarsi di riti e di formule che oggi fanno sorridere, essa obbedisce, forse inconsciamente, a quello spirito di mistero e di ossequio superstizioso che venne diffuso e mantenuto per tanti secoli dalla Chiesa”. Quanto all'“ideario” massonico rispose: “Non so, non avendovi mai appartenuto, se la Massoneria abbia una sua filosofia più incline al materialismo che allo spiritualismo, all'internazionalismo che al nazionalismo” e aggiunse: “ogni azione palese od occulta di partiti, di sette, di associazioni pubbliche o segrete nelle amministrazioni dello Stato è sempre profondamente dannosa”. Di varie personalità politiche e militari citate da Cacace come massoni si hanno prove sicure. N sono invece del tutto priva quelle di Badoglio, che Cacace classifica “massone coperto”, mentre Diaz risulterebbe “in odore di massoneria”, che non dice nulla di attendibile. Dalla nascita (1860/1864) allo scioglimento (1925) il Grande Oriente d'Italia (GOI) non ebbe mai massoni “coperti”. Quelli iniziati “sulla spada” dal gran maestro o suo delegato (come nel caso di Antonio Meucci) e gli stessi affiliati alla “Propaganda massonica” furono iscritti nei piedilista delle logge e poi nella Matricola generale dell'Ordine, lacunosa per difetto come molte cose umane.
     Massoni furono i generali Luigi Capello, Giacomo Carboni, Gustavo Pesenti e Ugo Cavallero, iniziato al GOI e poi regolarizzato nella Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI), lo stesso anno dell'iniziazione di Vittorio Valletta (1917). Lo furono l'avvocato Carlo Aphel (il cui “complotto” è stato spesso sopravvalutato) ed Elia Rossi Passavanti (la cui iniziazione non è citata da Cacace). Invece non lo furono affatto Marcello Soleri, i generali Giuseppe Castellano, Angelo Cerica e il grande Giuseppe Volpi di Misurata, contrariamente a quanto scrive Cacace, che non adduce prove. Malgrado le leggende, altrettanto va detto di tre dei quadrumviri. Balbo era notoriamente massone della GLI, ma in sonno da molto prima della “marcia”. Emilio De Bono non compare in alcun repertorio massonico. Michelino Bianchi, al pari del cattolico Cesare Maria De Vecchi, fu antimassone. Iniziato alla GLI fu invece il generale Fernando Soleti, forzatamente condotto a Campo Imperatore per garantire l'incolumità di Mussolini all'arrivo dei tedeschi capitanati da Otto Skorzeny.
   Ciò che più conta, al di là del massonismo di questo o quel gerarca o notabile, è l'assenza di un sia pur labile indizio di una rete che unisse i massoni in un disegno univoco. La genesi massonica del “combinato disposto” Gran consiglio/iniziativa del Re è una leggenda di frange della Repubblica sociale italiana, insufflate da uno spretato massofago professionale che non si nomina, incline a vedere ovunque la regìa occulta dei Figli della Vedova: capofila dei complottisti oggigiorno in servizio permanente effettivo. Per cercare di ridimensionare Mussolini e salvare se stessi i gerarchi partecipi al Gran consiglio del 24-25 luglio non avevano bisogno di essere assistiti dal Baphomet. Bastavano le notizie sull'avanzata degli anglo-americani in Sicilia e la tardiva cognizione dell’enormità degli errori commessi da Mussolini sin dalla guerra d'Etiopia e soprattutto dal 1938 in poi e infine con le dichiarazioni di guerra all'URSS e, non bastasse, agli USA: una potenza che non attendeva altro per entrare nel Mediterraneo a spese non solo delle ambizioni tardonazionalistiche del fascismo ma anche di Francia e Gran Bretagna, il declino dei cui imperi coloniali datò dalla fine della nuova guerra dei trent'anni (1914-1945).
La solitudine del Re
In conclusione, protagonista della svolta del luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III che si valse di militari ligi al giuramento di fedeltà al Re. Nelle loro bandiere non comparvero mai i fasci littori che avevano invece inondato le amministrazioni pubbliche, statali e locali, dando all'estero l'immagine di una compattezza che rimase solo di facciata, come si vide nel 1943, proprio quando il partito aveva raggiunto il massimo storico degli iscritti. Perciò gli anglo-americani ostacolarono la riorganizzazione delle forze armate regie e isolarono il Re, con la connivenza non solo dei cattolici, che vi vedevano il nipote dello scomunicato Vittorio Emanuele II, debellatore dello Stato pontificio, ma anche di tanti “liberali” che sorsero a pretendere l'immediata abdicazione sua, la rinuncia di Umberto alla successione e il passaggio della corona a Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un reggente antistatutario in assenza della Camera dei deputati e nell'impossibilità di adunare il Senato.
   Nel dicembre 1943 Nicolò Carandini dichiarò a Bonomi che i liberali volevano “una monarchia pulita e non un cencio sporco come è l'attuale sovrano”. Il colpo di Stato strisciante, dopo il discusso referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, vide infine l'Italia inchiodata dalle durissime clausole del Trattato di pace impostole a Parigi il 10 febbraio 1947: il “passivo” ricadde su chi aveva pensato di scaricarlo su Vittorio Emanuele III, cittadino all'estero nella pienezza dei diritti civili e politici, e su Umberto II, migrato in Portogallo. 
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Sotto la data del 24 luglio Bonomi (nell'illustrazione affiancato da Vittorio Emanule Orlando e da Francesco Saverio Nitti) annotò: “Oggi alle 17 viene da me un noto antifascista, il dottor Domenico Maiocco piemontese, che è molto in intimità con il quadrumviro De Vecchi. Egli mi conferma che il Gran consiglio del fascismo si convoca proprio nell'ora in cui egli mi parla e che le deliberazioni dell'assemblea saranno di eccezionale importanza”. Tramite Maiocco, De Vecchi desiderava fargli sapere che sarebbe stato amichevolmente invitato a far parte del nuovo governo dopo la prevista revoca di Mussolini. Rispose che gli pareva “un romanzo”, “sogno di menti oscurate”. Iniziato massone nel 1923 nella loggia “Vita Nova” di Alessandria, socialista e perseguitato dal regime, Maiocco fondò la Massoneria Italiana Unificata, già auspicata da Placido Martini, antifascista, ucciso alle Fosse Ardeatine, e ne fu gran maestro, riconosciuto dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato degli USA (giurisdizione sud). Ne ha scritto il generale Antonino Zarcone in “Lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato” (ed. Annales, 2015).
 


CORRADO SFORZA FOGLIANI
LIBERALE DI NATURA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.
Corrado
                                                  Sforza Fogliani (15
                                                  dicembre 1938-10
                                                  dicembre 2022) è stato
                                                  Presidente della
                                                  Confedilizia, della
                                                  Banca di Piacenza e di
                                                  un ampio ventaglio di
                                                  enti e di
                                                  associazioni. Liberale
                                                  “senza se e senza ma”.
                                                  Più che un esempio, un
                                                  modello.Lunedì 11 dicembre 2023 per iniziativa del suo presidente avv. Giuseppe Nenna la Banca di Piacenza ha rievocato Corrado Sforza Fogliani che la guidò per decenni. L'incontro è stato aperto dall'intervento del senatore Pier Ferdinando Casini, che ne ha sottolineato il suo “rispetto delle istituzioni che nel Paese oggi è un principio in via di attenuazione”. Lo scrittore Marcello Simonetta lo ha definito un “Cosimo de' Medici dei nostri tempi”. Il nostro editorialista Aldo A. Mola ha tracciato il seguente sintetico profilo di Sforza Fogliani storico del Risorgimento italiano.   


Un genio poliedrico
   Nel “Ritratto” di Corrado Sforza Fogliani scritto in prossimità del suo 80° compleanno Carlo Giarelli osservò che un suo ritratto a tutto tondo richiedeva «non un semplice profilo, ma un'opera monumentale». Ne ricordò alcuni motti “di famiglia” che gli fecero da viatico e che dispensò ai suoi discepoli: «Non contate sul patrimonio e men che meno sul nome, ma fatevi una posizione personale»; ancora: «fare il passo che la gamba consente»; e, infine, «la vita è solo l'occasione per esprimere le nostre qualità morali».
   Uomo dal multiforme ingegno, avvocato, giurista, banchiere, raffinato esperto d'arte e cultore di tradizioni civili, nella lunga vita esemplare Sforza Fogliani spiccò per coerenza e generosità. La “fede nella libertà”, che all'osservatore disincantato potrebbe apparire contraddizione, gli arrivava dai secoli della sua Casa e dai genitori, che gli furono guida. Era radicata nella consapevolezza delle disparità economiche e sociali, quindi nello statuto intellettuale e costumale dei singoli ma al tempo stesso nella fiducia nell'incivilimento e, in definitiva, nella potenziale bontà di ogni uomo. Questo suo abito intellettuale si espresse in tutti i campi ai quali si dedicò dalla giovinezza alla maturità e all'età avanzata, contrassegnata dallo spiccato senso del tempo e della necessità di investire ogni suo istante nella costruzione di un mondo migliore di come l'aveva conosciuto nel corso della seconda guerra mondiale, negli anni difficili della ricostruzione, in quelli del “miracolo economico” e del passaggio dagli Stati nazionali alla prospettiva di un’Unione Europea in sempre faticosa ricerca di realizzazione.
   La coerenza si sostanziò nella “professione di fede”. Corrado Sforza Fogliani non tenne mai racchiusi in se stesso i principi cardinali di vita conquistati e assimilati dalla giovinezza. Dedicò anzi gran parte del tempo suo a promuoverli in tutti i modi possibili: con l'esempio nella vita professionale (lo ricordano i suoi “giovani di studio”, i dirigenti, funzionari e impiegati della Banca di Piacenza: il Tempio nel quale entrava per primo e dal quale usciva per ultimo) e con il fervore della “comunicazione”, dal giornalino studentesco negli anni del liceo agli articoli per quotidiani (in specie “il Giornale”), in riviste giuridiche e nei molti volumi sui temi, quali la proprietà, che lo ebbero Maestro di chiara fama: limpidi, concreti, precisi, basati su informazioni di prima mano e svolti secondo impianto logico, volto a con-vincere, a confrontarsi con il lettore per averne il consenso, non forzato ma per adesione alla sua proposta.
Le radici nella “piacentinità”
   Particolarmente significativo risulta il suo impegno di studioso di storia, motivato dalla consapevolezza dell'intreccio tra il “grande flusso” (l'espressione è di Riccardo Bacchelli, scrittore di primissimo piano oggi quasi dimenticato) e le vicende dei singoli uomini, fatte anche della fortuna che aiuta gli audaci. Lo sperimentò per sé dall'incontro giovanile, apparentemente fortuito ma in realtà necessario, con Luigi Einaudi, il cui magistero gli fu guida nei lunghi anni di alfiere del pensiero liberale e di componente del consiglio comunale di Piacenza, carica a lui così cara da volerla rinverdire in tempi recenti quasi per ripetere in quella sede l'heri dicebamus a cospetto di tanti repentini mutamenti di umori dell'elettorato.
   A tacere dei secoli precedenti, per Corrado Sforza Fogliani questa aveva radice e suggello nella scelta che il 10 maggio 1848 fece di Piacenza la Città primogenita della Nuova Italia: una decisione così netta e irrevocabile che nel 1860 non vi fu bisogno di ribadirla con l'elezione di una nuova assemblea, una seconda richiesta di adesione alla Corona sabauda e un plebiscito confermativo.
   Quell'atto politico si sostanziò nelle prime convulse elezioni di deputati di Piacenza alla Camera (quattro chiamate alle urne in soli dieci mesi) e poi venne ribadito da quelli eletti dopo il 1860: il marchese Giuseppe Mischi, l'avvocato Pietro Boschi, il professore Filippo Grandi, Raffaele Garilli, il generale Giacinto Carini, il consigliere di Stato Luigi Gerra, il conte Ludovico Marazzani, l'avvocato Ernesto Pasquali (eletto nel 1870 e in carica sino al 1890 quando Piacenza si riconobbe nel principe Emanuele Ruspoli). Nel frattempo il territorio venne rappresentato alla Camera Alta dai senatori Luigi Malaspina, Pietro Gioia (eletto deputato nel 1848), Pietro Salvatico, Giuseppe Mischi, Alessandro Cavagnari e dal celebre Giuseppe Manfredi (1828-1918), che si affacciò ventenne nell'agone politico con articoli in “Il Tribuno del popolo”, ascese a Procuratore generale in Roma (in quella veste   escogitò l'annullamento delle nozze di Giuseppe Garibaldi con la contessina Rosa Raimondi) e fu presidente del Senato dal 1908 alla morte: uno tra i massimi statisti della Nuova Italia, meritevole di essere riproposto all'attenzione.
   Protagonisti della storia locale e nazionale, sempre in una visione europea del processo in corso, quei parlamentari furono accuratamente indagati da Sforza Fogliani, che si erse ad “Avvocato dell'Italia liberale” e ne consegnò memoria nell'importante saggio su Piacenza nel Risorgimento pubblicato nella monumentale storia della città.
Promotore di studi e saggista
   Anche nel suo “mestiere di storico” attestò coerenza e profuse generosità. Presidente del Comitato piacentino dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano presieduto da Alberto Maria Ghisalberti, poi da Emilia Morelli e infine da Romano Ugolini, Sforza Fogliani promosse e orchestrò importanti convegni di studio e curò molteplici volumi collettanei tra i quali mi limito a ricordare gli Studi in onore di Giovani Forlini (1978), Ottocento piacentino e altri studi in onore di Giuseppe S. Manfredi (1980) e i più recenti Echi e riflessi piacentini dell'avvento della Sinistra al governo visti 130 anni dopo (2007), Piacenza e la Grande Guerra (2014) e La figura di Giovanni Raineri a settant'anni dalla morte (2015), atti del convegno svolto con pari titolo celebrato nel 2014 con prolusione di Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato e conclusioni di Sforza Fogliani su Raineri ministro delle Terre liberate. Di Raineri (1858-1944) promosse anche le Memorie di guerra e di governo, a cura dello stesso prof. Ricci (2016), nella cui premessa Sforza Fogliani ricordò il profondo legame dell'illustre statista con Luigi Luzzatti, pioniere delle banche popolari in Italia, e ne additò a modello la “ricetta contro la corruzione” adottata dal ministro Raineri nella ricostruzione all'indomani della Grande Guerra.
   Nei convegni e nei volumi che ne nacquero Sforza Fogliani si ritagliò uno spazio apparentemente minore e talvolta minimo, quasi manzoniano “cantuccio”, ma sempre su temi di ampio rilievo, trattati con finezza critica e non senza allusioni alla continuità dal passato remoto e prossimo all'età presente. Lo documentano, per esempio, le belle pagine sulle “Inquietudini dell'animo causate da controversie giudiziarie e suo soddisfacimento nel pensiero di Melchiorre Gioia”, in cui illustrò la lungimiranza dell'insigne giurista nel valutare la portata del danno psicologico inferto a chi venga fatto chiamare ingiustamente in giudizio e i modi del suo risarcimento, tra i quali lunghi viaggi ristoratori dell'animo del querelato a totale carico dell'incauto querelante. Altrettanto vale per il saggio su “Un processo di cent'anni fa per uno sciopero di lavoranti panettieri” dal quale l'Avvocato trasse motivo per deplorare l'interferenza di interessi corporativi (sia dei lavoranti, sia degli imprenditori) nella formazione e imposizione del prezzo che deve scaturire dal libero mercato.
   Dal 1959, centenario della seconda guerra per l'indipendenza, poco dopo seguita da quello della proclamazione del regno d’Italia, Sforza Fogliani intraprese un'opera poderosa: la cronologia della storia piacentina, tratta dallo spoglio della miriade dei fogli locali: “La Libertà”, “Il Progresso”, “L'Amico del Popolo”, “Il Piccolo”,... Si stava ponendo, all'epoca, la questione di metodo sui giornali quale fonte per la storiografia. Mentre rimaneva imprescindibile lo scavo degli archivi di enti pubblici (di Stato, provinciali, comunali, notarili...) e di privati (una miriade) e si affermava la valenza degli archivi ecclesiastici, i periodici assunsero peso peculiare, previo vaglio della loro veridicità. Questa, tanto più se commisurata con il giornalismo odierno, emergeva dal controllo reciproco tra le diverse testate, spesso impegnate in dispute animose, e da parte dell'opinione pubblica, che era, in definitiva, l'arbitro ultimo dell’attendibilità della carta stampata e decideva se riconoscersi o meno nei candidati ai consessi locali e alla Camera, sponsorizzati dai diversi e contrapposti giornali. Il modello ideale dell'opera intrapresa da Sforza Fogliani erano i cinque volumi di L'Italia dei cento anni (1800-1900) giorno per giorno di Alfredo Comandini. Al primo volume (1959-1883), edito da Li Causi, altri seguirono (1884-1893 e 1894-1899), curati da Sforza e dalla Consorte, Maria Antonietta De Micheli, come lui appassionata di storia, ed editi dal Comitato di Piacenza dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.
   La loro esplorazione, forse inizialmente faticosa per il lettore odierno, assuefatto ai flash di agenzie e ai “messaggini”, risulta più che appagante per chi voglia immergersi in un ieri che contiene quasi tutto il presente, nei suoi aspetti più quotidiani e in quelli di lunga durata: l'organizzazione della sanità (la prima legge sulla pubblica igiene venne approvata nel 1890, trent'anni dopo l'unità, e si deve a Francesco Crispi e a Luigi Pagliani, che istituì i medici e i veterinari condotti), l'istruzione in ogni sua forma, la moltiplicazione di forme associative, le banche, l'amministrazione della giustizia e, s'intende, la dialettica politico-elettorale. Non mancano notizie gustose, come l'animoso contrasto tra Felice Cavallotti (eletto deputato di Piacenza nel 1895) e Luigi Illica, culminato in un duello nel cui corso (scrisse “L'Arena di Verona” ripresa dalla piacentina “La Libertà”) Cavallotti si spinse a mordere un polpaccio del rivale.
Il richiamo a Camillo Cavour
   Nel 150° dell'annessione di Roma (passata in terzo piano nell'attenzione della storiografia e della pubblicistica), Sforza Fogliani ripubblicò i tre discorsi nei quali il 25 e 27 marzo 1861 alla Camera e il 9 aprile al Senato Camillo Cavour pose la questione di Roma capitale d'Italia. In un sobrio volumetto pubblicato nelle edizioni di “Libro Aperto”, con postfazione di Antonio Patuelli, tornò alla radice dell'unificazione italiana. Per prendere corpo, essa doveva passare attraverso la debellatio dello Stato Pontificio con quanto ne sarebbe derivato sin dal 1860: la scomunica di Vittorio Emanuele II, dei suoi ministri e di tutta la dirigenza pubblica italiana. Con quella misura estrema Pio IX ritenne di colpire alla radice il nuovo Stato. Lo volesse o meno, compattò attorno alla Corona anche quanti non erano né sabaudisti né monarchici ma convennero che sul piano storico e politico non vi era alternativa a Casa Savoia. Lo affermò Giosuè Carducci che dai fervori garibaldini dei Giambi ed Epodi trascorse all'elogio della Regina Margherita, poi pubblicata nelle Odi barbare. Ancor prima di lui, lo avevano compreso ecclesiastici lungimiranti, come l'abate di Montecassino Luigi Tosti, e il teologo Carlo Passaglia, che nel 1862 lanciò la “Petizione a Pio IX”, sottoscritta da novemila ecclesiastici per addivenire subito alla conciliazione tra la Chiesa e il regno d'Italia, la religione cattolica e il patriottismo. Alle loro spalle avevano il teologo Vincenzo Gioberti e l'abate Antonio Rosmini (nel 2007 proclamato beato), entrambi evocati da Cavour nei citati discorsi
   Con spirito profetico al Senato, che all'epoca sedeva in Torino, a Palazzo Madama, in Piazza Castello, Cavour disse con forza: «Se la corte di Roma accetta le nostre proposte, se si riconcilia coll'Italia, se accoglie il sistema di libertà, fra pochi anni, nel Paese legale, i fautori della Chiesa, o meglio, quelli che chiamerò il partito cattolico, avranno il sopravvento; ed io mi rassegno fin d'ora a finire la mia carriera nei banchi dell’opposizione.» Fu quanto accadde nel 1948, quando, nondimeno, per una imprevedibile eterogenesi dei fini, la straripante vittoria della Democrazia cristiana alle votazioni del 18 aprile si risolse nell'elezione del liberale, monarchico e piemontese Luigi Einaudi alla Presidenza della Repubblica in successione al liberale, monarchico e napoletano Enrico De Nicola.
   “Conciliazione” e fermezza nella difesa della libertà erano stati da decenni al centro della riflessione di Sforza Fogliani quale storico. Ne scrisse con Paola Castellazzi nel succoso saggio sull'istruzione obbligatoria e il voto del Consiglio comunale di Piacenza sulla proposta di abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole primarie, pubblicato in Echi e riflessi piacentini dell'avvento della Sinistra al governo visti 130 anni dopo (Comitato di Piacenza dell'Isri, 2007). Il 4 gennaio 1878 il Consiglio respinse la richiesta avanzata dal consigliere Pallastrelli di «togliere l'insegnamento religioso nelle scuole» in omaggio «ai più lati principi di rispetto per la libertà di coscienza e di pensiero». La Giunta comunale ed il Consesso deliberarono «non tanto in aderenza con l'indirizzo politico del periodo, quanto piuttosto non in contrasto con l'opinione dei piacentini». Precorsero la posizione assunta da Giovanni Giolitti nel 1908 contro la “mozione” del socialista Leonida Bissolati di abolizione dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola dell'obbligo. Lo Statista liberale dichiarò lo Stato incompetente in questioni religiose ma al tempo stesso tenne fermo il principio che quell'insegnamento dovesse essere impartito da insegnanti “patentati”, in luoghi e ore stabiliti dall'autorità scolastica. La “mozione Bissolati” ottenne appena 65 voti favorevoli: il 12% dei  su 508 deputati in carica. Fu respinta anche da massoni.
Il Mecenate
   Munifico nei confronti della realizzazione di importanti interventi di restauro di edifici ecclesiastici, Corrado Sforza Fogliani mirò anche al restauro della coscienza nazionale. Lo fece con la discrezione di sempre e, per così dire, in dialogo responsoriale con un piacentino che ho avuto l'onore e il piacere di conoscere e di frequentare assiduamente, don Franco Molinari, «un Voltaire in tonaca – ne scrisse Roberto Gervaso – , uno dei più impertinenti e spregiudicati scrittori cattolici», autore, tra altro, di La massoneria, cattedrale laica della fraternità (ed. Queriniana, un saggio più volte ampliato e ristampato).
   Mi sia consentito infine un ricordo personale. Il 10 maggio dello scorso anno fui a Palazzo Galli per la presentazione del mio libro su “Vittorio Emanuele III. Il re discusso”. Al termine l'Avvocato mi intrattenne a lungo, con l'allora Direttore Generale della Banca di Piacenza. Singolarmente espansivo ci narrò tanti momenti della sua formazione di “liberale per natura, libertario per forza di cose”, a cominciare dalla visita a Einaudi all'Eremo di San Giacomo, in Dogliani. Poi, inevitabilmente, rievocammo amici d'un tempo e sempre presenti in memoria, a cominciare appunto da “don Franco”, che faceva salire in sella alla sua potentissima motocicletta e portava di gran carriera all'Università. La sua morte era stata per entrambi una perdita dolorosissima. Di seguito parlammo del piacentino Marco Bertoncini, saggista perspicace, giornalista, lettore onnivoro, che ci ha improvvisamente lasciati poco tempo fa.
   Al termine Sforza uscì. La serata era ancora fresca. Lo accompagnai un tratto, memore dell'epigrafe trecentesca sormontante una porta del castello di Torrechiara, scelta per la Targa dell'ospitalità piacentina detta del “Benvegnù”: «Signori, voi siete tutti qui bene accetti e ognuno che verrà qui sarà ben accetto e ben trattato». Me l'aveva solennemente consegnata in un precedente incontro. Mi esortò a ripararmi. Mi fermai sulla soglia dell'albergo e lo vidi camminare pacato e solenne verso Piazza Cavalli avvolto nell'impermeabile chiaro. Infondeva sicurezza e serenità. È andato avanti, come dicono gli alpini. E attende.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Corrado Sforza Fogliani (15 dicembre 1938-10 dicembre 2022) è stato Presidente della Confedilizia, della Banca di Piacenza e di un ampio ventaglio di enti e di associazioni. Liberale “senza se e senza ma”. Più che un esempio, un modello.


QUO VADIS LENTO PEDE, ITALIA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.
Un'aula
                                                          di scuola
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                                                          Vittorio
                                                          Emanuele III
                                                          ai lati del
                                                          Crocifisso.La stasi
L'anno si chiude in un clima di sospensione e di attesa. Rinviate di mese in mese, le “grandi scelte” interne sono ormai rimandate a giugno. Se ne parlerà dopo l'elezione dei deputati italiani al Parlamento europeo, quando – ormai pare certo – gli elettori di quattro regioni di peso verranno chiamati a rinnovare i loro amministratori sulla base di leggi elettorali del tutto difformi da quella, proporzionale, vigente nelle elezioni “europee”. Per non scoraggiare troppo i cittadini, sempre meno attratti dai “ludi cartacei”, è rinviato sine die il rinnovo dei consigli provinciali. Quello dei consigli comunali è ristretto al minimo indispensabile. Nei comuni con meno di 5.000 abitanti, i sindaci potranno essere rieletti anche dopo due mandati mentre il problema vero, l'accorpamento dei comuni di dimensioni piccole e minime, si è perso nelle nebbie dei tanti “vorrei”.
   Il presidente del Consiglio in carica afferma che le alleanze per il futuro governo dell'Europa dovranno replicare lo stesso “perimetro” di quello nazionale. La sua, però, è un'opinione o una speranza come tante altre. In realtà nessuno è in grado di predire l'esito delle elezioni del 2024. All'opposto di quanto da lui ventilato/auspicato, le previsioni più attendibili configurano la divaricazione tra cornice europea e scenario italiano.
   La prefigurazione di quanto potrebbe avvenire tra sei mesi è in stallo per l'anomalia del “caso Italia”, lasciato sotto traccia dalla generalità degli opinionisti. A differenza di quanto avviene in altri Paesi dell'Unione, il presidente del Consiglio ha alle spalle un partito dalle dimensioni modeste rispetto al consenso che gli viene accreditato dai sondaggi. Anziché una forza esso è il suo tallone d'Achille. Il presidente deve quindi inseguire e fidelizzare l'elettorato con proposte altisonanti, dalla ricaduta elettorale niente affatto sicura. Di lì la necessità di contraddirsi sino a suscitare perplessità, fisiologiche in tempi ordinari, meno convincenti e meno elettoralmente redditizie in quelli eccezionali, prospettati dalle guerre in corso, tra Europa orientale e Vicino Oriente, e dalla debolezza del presidente Biden.
   In vista delle elezioni il presidente del Consiglio dovrà quindi dedicarsi al partito più di quanto abbia fatto nel suo primo anno di governo, per alcuni aspetti assai simile al 1923, cioè al primo anno del governo presieduto da Benito Mussolini, ma per altri aspetti del tutto difforme. Perciò non è esercizio retorico gettare uno sguardo all'Italia di cent'anni addietro.
Stato e Partito
   A giudizio di Alberto Aquarone, lo storico più acuto e penetrante del regime, passato a fine ottobre 1922 dall'opposizione facinorosa al vertice dell’esecutivo, il fascismo “di governo” mosse i primi passi all'insegna dell'incertezza. Alla guida di una coalizione costituzionale onnicomprensiva, estesa dai nazionalfascisti ai liberali di varia denominazione e dai democratici sociali ai popolari, Mussolini ottenne ampio credito all'estero, in specie in Gran Bretagna e Stati Uniti d'America, tranquillizzati dalla prospettiva di vedersi restituire dal nuovo governo i prestiti concessi all'Italia per fronteggiare la guerra, soprattutto nella fase conclusiva (1917-1918).
   All'indomani dell'ascesa alla presidenza, il “duce del fascismo” si affrettò a compiere un viaggio a Londra, affiancato da diplomatici di rango. In quell'occasione, caso unico nei suoi vent'anni di governo, a presiedere il Consiglio fu il conte Teofilo Rossi di Montelera, seguace di Giovanni Giolitti, ministro dell'Industria (per sottosegretario aveva Giovanni Gronchi, esponente del partito popolare). Fu un gesto di valenza simbolica. Ostentò la propensione di Mussolini a valersi dei “fiancheggiatori” per consolidare la maggioranza governativa. Gli accordi economici e talvolta politici stipulati nel volgere di pochi mesi con Romania, Grecia, Bulgaria e i “patti di Tirana” con l'Albania fecero dell'Italia un compagno di viaggio nel cammino dell'Europa verso la stabilità. Il 24 luglio 1923 la conferenza di Losanna archiviò la pace di Sèvres e definì i rapporti tra l'ex impero turco-ottomano e i vincitori, che se ne suddivisero le spoglie. La Turchia riconobbe all'Italia Rodi e il Dodecaneso e rinunciò a protrarre qualsiasi aiuto militare alle tribù libiche ancora in armi contro l'Italia, che ebbe mano libera nella riconquista e nella riorganizzazione già avviata da Giuseppe Volpi di Misurata. L'Egitto cedette a Roma l'oasi di Giarabub, una postazione strategica.
   La credibilità del governo doveva però trovare conferma nella tranquillità interna e questa era possibile solo con il chiarimento dei rapporti tra lo Stato e il partito nazionale fascista, nel quale da metà febbraio del 1923 erano confluiti i nazionalisti (Federzoni, Rocco, Forges Davanzati...) a patto dell'esclusione dei massoni dalle file di un partito popolato di “fratelli” in posizioni anche dominanti. Mentre nel corso del 1923 non si registrarono iniziazioni di fascisti nelle logge del Grande Oriente, al riparo della segretezza lo scaltro Raoul Palermi, gran maestro della Serenissima Gran Loggia d'Italia, spalancò le porte dei templi liberomuratòri a gerarchi di peso, come Edmondo Rossoni, capo dei sindacati fascisti, e conferì gradi supremi a Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a Ernesto Civelli, monarchico, già intendente generale della “marcia su Roma” come il confratello repubblicano Gaetano Postiglione, e a molti altri fautori del futuro regime.
   Il nodo da sciogliere in tempi stretti fu l'affermazione del primato dello Stato. Sin dal 30 ottobre 1922 il quadrumvirato regista della mai avvenuta “marcia su Roma” aveva ordinato la smobilitazione delle “squadre” e intimato: «Il Fascismo italiano è troppo intelligente per desiderare di stravincere.» Il giorno dopo ribadì: «Il regime fascista, entrato nell'orbita legale, ha bisogno più che mai di ordine e d'inflessibile disciplina.» Mussolini lo ripeté il 16 novembre alla Camera: «Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Ho costituito un Governo di coalizione e non già con l'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.» Il 27 seguente in Senato irrise quanti gli mostravano più o meno calorosamente solidarietà: «Si tratta spesso di anime o animule che vanno dalla parte dove spira il vento favorevole, salvo poi precipitarsi dalla parte opposta quando il vento cambi direzione. Agli amici ambigui preferisco avversari vivi e sinceri.» Aggiunse: «Ma, intendiamoci, che cosa è questo liberalismo? La libertà non è solo un diritto ma un dovere»; il che si traduceva nel controllo dell'informazione. Estasiato, come già la Camera dei deputati, anche il Senato gli concesse larghissima fiducia.
   Il 22 novembre Dario Lupi, massone del Grande Oriente e sottosegretario alla Pubblica Istruzione, ordinò ai sindaci, tramite i provveditori agli studi, di affiggere nelle aule scolastiche il crocifisso e il ritratto del Re. Mussolini ebbe mani libere per imbrigliare lo squadrismo con la costituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), la fascistizzazione delle corporazioni sindacali e l'annuncio del Gran Consiglio fascista (poi “del fascismo”), «dal quale sorgeranno tutte le grandi istituzioni del regime».
   Il regio decreto 14 gennaio 1923, n. 14 regolamentò la Milizia, «al servizio di Dio e della Patria italiana» e «agli ordini del Capo del governo» (che formalmente era ancora solo “presidente del Consiglio”). Con i corpi armati per la pubblica sicurezza e col regio esercito la Milizia era chiamata a «mantenere all'interno l'ordine pubblico, preparare e conservare inquadrati i cittadini per la difesa degli interessi dell'Italia nel mondo». Essa tardò tuttavia a svolgere il compito che le era stato assegnato. Il 19 settembre 1923 lo deplorò il generale Emilio De Bono nella circolare ai comandanti di zona: «Il Duce è indignato e costernato, ed io lo sono dal lato militare, per atti e manifestazioni che avvengono qua e là da parte di ufficiali di grado elevato della Milizia, i quali, pervasi da passione politica, dimenticano l'alta responsabilità militare e disciplinare che hanno. La Milizia in conseguenza di ciò sta attraversando un periodo che la squote (sic!) dalle sua fondamenta…» Essa doveva astenersi da condotte “politiche” e attenersi a quelle militari.
   La divaricazione tra governo e partito era allarmante da mesi. Il 31 gennaio De Bono scrisse ai prefetti: «Se i fascisti o sé dicenti tali commettono azioni inconsulte o atti di provocazione o prepotenza si colpiscano senza riguardo gli autori o ritenuti responsabili”. La bandiera fascista copriva beghe personali, camarille e “sciocche convulsioni”. Il 13 giugno Mussolini telegrafò ai prefetti: «Unico solo rappresentante autorità Governo nella Provincia è il prefetto e nessun altro all'infuori di lui. Fiduciari provinciali fascisti nonché diverse autorità partito sono subordinate Prefetto.» Sembrava Giolitti. Sennonché aggiunse: «Intendesi che essendo Fascismo partito dominante Prefetto dovrà tenere contatti con fascio locale per evitare dissidi e tutto ciò che possa turbare ordine pubblico.» Un colpo al cerchio...
   A fine anno, il 27 dicembre, ribadì: «Rammento ancora ai signori Prefetti che l'avere la tessera fascista non deve ritenersi come un diritto di impunità. Sono ancora troppi nel Regno i fatterelli antipatici provocati ordinariamente dai soliti fascisti forse per esuberante vitalità ma che finiscono per screditare il fascismo e per fallace conseguenza anche il Governo.» Il 1° dicembre il segretario generale del PNF Francesco Giunta ordinò alle federazioni provinciali l'indizione di assemblee dei fasci per la nomina dei loro vertici «attraverso il sistema elezionistico», previa «la più ampia libertà di discussione» e la rappresentanza di tutte le correnti, ferma restando l'esclusione dei fascisti già espulsi, di lì a poco bersaglio di bastonature feroci. Le assemblee sarebbero state tutelate da un delegato di pubblica sicurezza e da un reparto di carabinieri pronto a intervenire per scongiurare tumulti e, se necessario, sciogliere i fasci indisciplinati. Un colpo alla botte...
   Mussolini blandì il capogruppo del partito popolare italiano, Alcide De Gasperi, promettendogli che sarebbe rimasta in vigore l'assegnazione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti. La nuova legge elettorale, varata  nel 1923 dall'apposita Commissione presieduta da Giolitti e comprendente i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari (inclusi i repubblicani e i comunisti), assegnò invece i due terzi dei seggi al partito più votato se raggiungesse almeno il 25% dei voti validi: un traguardo non inarrivabile, visto che nelle elezioni del maggio 1921 i socialisti avevano superato il 24% e i popolari si erano attestati sul 20%. In vista delle elezioni, indette per il 6 aprile 1924, un apposito comitato ristretto approntò la Lista nazionale comprendente fascisti di recente iscrizione e molti niente affatto iscritti: liberali, cattolici, democratici, socialisti riformisti, non dimentichi che nella formazione del governo insediato il 31 ottobre 1922 Mussolini si era prefisso l'inserimento del socialista Gino Baldesi e il 16 novembre seguente aveva blandito alla Camera il suo compagno D'Aragona. Nel discorso di insediamento Mussolini aveva promesso: “Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe alcuna giustificazione”.
L'“affare Matteotti”: un “inciampo” imprevisto
   Al netto delle violenze registrate in molte regioni durante la campagna elettorale e nel corso delle votazioni, la Lista nazionale conseguì un successo superiore a ogni previsione: il 65% dei voti e due terzi dei seggi. Però i deputati iscritti al PNF risultarono solo 227 su 535: una minoranza. Mussolini vinse ma non stravinse. Quanto la vittoria fosse precaria si constatò all'indomani del rapimento di Giacomo Matteotti, segretario e capogruppo parlamentare del Partito socialista unitario (9 giugno 1924). La sua morte viene e per tutto l'anno venturo verrà rievocata in convegni e mostre accomunati nella condanna di Mussolini e del fascismo quali suoi mandanti ed esecutori. Quel crimine rischiò di far crollare l'impalcatura del governo Mussolini. Rigorosamente costituzionale, il Re rimase invano in attesa di un “segnale” da parte del Parlamento. 
   La deplorazione del delitto fu pronunciata pochi anni dopo nella sede storiografica più autorevole: le “voci” Fascismo e Italia (Storia d') pubblicate nell'Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile e pubblicata dall'editore Treccani.
   Nel paragrafo sulla storia del fascismo Gioacchino Volpe osservò che all'indomani dell'insediamento del governo Mussolini si registrò una «crisi di sovrabbondanza» di iscritti, simpatizzanti e “profittatori”. I fasci furono inquinati da «troppi improvvisati gerarchi che erano come incapaci a bene obbedire, così a bene comandare». All'indomani delle elezioni, «proprio in quei giorni di passioni eccitate, accadde che uno dei più accaniti e acerbi oppositori, il deputato socialista Giacomo Matteotti, fu ucciso in modo misterioso, nelle vicinanze di Roma. Furono accusati – e l'accusa risultò fondata – uomini del fascismo. Il delitto Matteotti fu sfruttato fino all’osso» e si tradusse nell’«arresto numerico e morale del fascismo». Molti gli voltarono le spalle, mentre esalava «molta massoneria».
   Nel paragrafo Anni torbidi e resurrezione nazionale della voce “storia d'Italia” Alberto Maria Ghisalberti, futuro presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, scrisse che nel dopoguerra «miti democratici e promesse demagogiche (e un po' tutte le parti inclinarono alla demagogia), l'Italia, quasi fosse una nazione vinta, pareva vogliosa di dimenticare i propri morti». Lasciato alle spalle il triplice (sic!) ministero Facta, all'indomani delle elezioni dell'aprile 1924 «quando la violenza di alcuni dissennati in un cupo episodio di passione partigiana soppresse un deputato di opposizione, rappresentanti di questa ne vollero far responsabile il fascismo e i suoi capi con una campagna denigratoria senza esempio e senza limiti. Ma la secessione dell'Aventino fu stroncata dal memorabile e decisivo discorso del Duce del 3 gennaio 1925, e, superata l'artificiosa questione morale, il fascismo riprese il suo cammino vittorioso». «Il popolo fu con lui.» Il cadavere di Matteotti cadde come un macigno sulla storia d'Italia. Mussolini riuscì ad aggirarlo ma non lo rimosse.

Verso il “consenso di massa”
   Se nel 1923 i primi passi del fascismo erano stati incerti, dopo l'“affare Matteotti” e l'arroccamento fuori dell'Aula di quasi tutta l'opposizione Mussolini respinse nettamente l'accusa di essere il mandante del delitto, sfidò i parlamentari a valersi dell'articolo 47 dello Statuto, in forza del quale i ministri potevano essere accusati e rinviati a giudizio dinnanzi al Senato costituito in Alta Corte, e rivendicò il ruolo storico del fascismo, malgrado le violenze esercitate. Il suo governo, del resto, era riconosciuto da tutte le potenze estere, inclusa l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, dal marzo 1923 presieduta da Stalin in successione all'agonizzante Lenin.
   Nella bibliografia della voce Fascismo lo storico Federico Chabod citò le opere di antifascisti quali Giovanni Amendola, Ivanoe Bonomi e Luigi Salvatorelli. Direttori di sezione dell'Enciclopedia erano, con altri, Angelo Sraffa (massone), Gustavo Del Vecchio, Enrico Fermi, Federigo Enriques, Raffaele Pettazzoni (massone). Della redazione facevano parte, con altri, Alberto Pincherle, Ugo La Malfa, Ugo Spirito. Tra i suoi collaboratori spiccarono Arturo Carlo Jemolo, Adolfo Venturi, Arnaldo Momigliano, Carlo Morandi, Delio Cantimori, Guido Calogero, Giorgio Levi Della Vida, Riccardo Bachi, Roberto Almagià e insigni clinici quali Cesare Frugoni e Giulio Chiarugi: insomma, il meglio della cultura italiana non solo dell'epoca ma anche degli anni successivi al crollo del regime.
   Alla luce di ineccepibili considerazioni, sin dal 1965 Alberto Aquarone concluse che se non si fosse avventurato nella seconda Grande Guerra il regime sarebbe durato a tempo indeterminato proprio perché non aveva mai assunto «un carattere rigorosamente totalitario», ma aveva continuato a consentire ai cittadini «un certo margine di autonomia nella sfera privata scongiurando tensioni troppo acute e forse irresistibili». Come Mussolini stesso dichiarò al giornalista Ivanoe Fossani il 20 marzo 1945 «A rigore di termini non (era) stato neppure un dittatore, perché il (suo) potere di comando coincideva perfettamente con la volontà di ubbidienza del popolo italiano.» Vale la pena ricordarlo, albergando in quel popolo la tentazione ricorrente di affidarsi a un uomo della Provvidenza. All’epoca il “correttivo” fu la monarchia. Vittorio Emanuele III nominò il capo del governo e dopo vent'anni lo revocò. Lo ebbero ben presente i costituenti che conferirono al presidente della Repubblica e al Parlamento poteri di interdizione sufficienti a sbarrare la strada a prevaricazioni del presidente del Consiglio sullo Stato. Ceduta con trattati internazionali gran parte della sovranità, il ruolo della monarchia oggi è esercitato dalla Nato e dall'“Europa”. Contrariamente a quanto qualcuno immagina, non è l’assetto politico di quest’ultima a doversi modellare su quello italiano. Semmai vale l'inverso.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:  Un'aula di scuola elementare negli anni del Regime (Museo Etnografico “c'era una volta”, Piazza della Gambarina 1, Alessandria). Alla parete Mussolini e Vittorio Emanuele III ai lati del Crocifisso.


IL DUCE E FRATEL PASCHETTO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Novembre 2023 pagg. 1 e 6.
DIDASCALIA



                                                          : Copertina di
                                                          una riedizione
                                                          di Giovanni
                                                          Hus il
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                                                          introduzione
                                                          di A.A.M. e
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                                                          “fratello”
                                                          Giovanni
                                                          Oggero,
                                                          Carmagnola,
                                                          Edizioni
                                                          Arktos, 2006.
                                                          Oggero ricorda
                                                          l'inchiesta
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                                                          Massoneria
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                                                          razziali”.Dal gelido Pellice al biondo Tevere
A volte accade che un'affermazione sia esatta e al tempo stesso no. È quanto avviene da tempo su un aspetto della biografia di Paolo Antonio Paschetto. Fu o non fu massone? Probabilmente, con tutti i guai che imperversano sulla faccia della Terra e nei suoi cieli, sempre più affollati di satelliti anziché di paciosi Dei, la maggior parte dei lettori penserà sia una questione trascurabile e sarà tentato di voltare pagina. Però... C'è un però. A Paschetto (Torre Pellice, 12 febbraio 1885-9 marzo 1963), infatti, dobbiamo l'emblema dello Stato d'Italia. Intesta tutti i documenti di valore legale, dalla “Gazzetta Ufficiale” alle carte d'identità, ai passaporti e via continuando. Quindi la curiosità sull’eventuale iniziazione alla Libera Muratoria del suo creatore è più che legittima. Chissà mai che la Repubblica sia in odore di massonismo? Sarebbe un bene o un male assoluto? Il dollaro USA è un coacervo di simboli massonici. Tutto sommato ha retto nel tempo e regge. Sarà per quell'Occhio che veglia dalla punta della Piramide? Prima di rispondere alla domanda se dunque Paolo Paschetto sia stato o no iniziato in loggia, giova ripercorrerne sinteticamente la vita, analiticamente ricostruita da Silvia Silvestri nel “Dizionario biografico degli italiani”, al quale rimandiamo chi voglia saperne di più.
   Suo padre, Enrico, pastore valdese, dalla non sempre gaia valle nativa, punteggiata di combe e di ricordi delle passate persecuzioni, nel 1889 migrò a Roma con la moglie, Luigia Oggioni, milanese, di famiglia garibaldina, evangelica, e i figli. Insegnò ebraico in una scuola metodista e poi in una battista. Terzogenito, dopo il liceo classico Paolo si iscrisse all'Istituto di Belle Arti e cominciò ad emergere appena ventenne. Nel 1907 vinse il concorso per ornare il biglietto di cinque lire (all'epoca un tesoretto) e si affermò in un'arte apparentemente minore, la decorazione, coltivata con garbo e delicatezza rispondenti al gusto poetico crepuscolare. Sua moglie, Italia Angelucci, sposata nel 1911, a sua volta istoriò cuoio, rame, ceramica e tela su sua ispirazione. Collaboratore di “Bilychnis” e di altre riviste evangeliche e riformate di studi religiosi, tra il 1912 e il 1914 Paschetto si dedicò all'impresa che ne perpetua la fama: la decorazione del Tempio valdese che nella Città Eterna si affaccia su piazza Cavour, alle spalle del Tribunale, all'epoca in costruzione tra polemiche e scandali sul suo costo esorbitante e ora sede della Corte di Cassazione. Docente di ornato all'Istituto di Belle Arti dal 1914 (lo rimase sino al 1949), l'anno seguente, quasi trentenne, fu mobilitato. Nel 1916 venne congedato per difetto alla vista e poté tornare alla sua vocazione di artista.

Claudia Particella, l'amante del cardinale
Nel 1913 una sua tavola raffigurante il rogo dell'eretico Hus fu scelta da Benito Mussolini per illustrare il suo Giovanni Huss il veridico, un “saggio storico” omesso dall'Opera Omnia del “duce”. Renzo De Felice, suo maggior biografo, gli dedica appena una nota a pie' di pagina, ma poi scrisse la prefazione all'edizione oubblicata da Reverdito. «Tra le sue opere giunte alla pubblicazione (fu) certo la più ambiziosa e altrettanto certamente una delle meno riuscite. Il volume non è in pratica che un violento libello contro la Chiesa privo di sostanziale valore, se non per documentare un particolare tipo di interessi del suo autore in questo periodo e il suo proposito di tenere viva la polemica anticlericale un po' a tutti i livelli.» Il “libello”, invero, aveva genesi, motivazioni e propositi politici meditati. Per coglierli nella loro ampiezza occorre fare un passo all'indietro e richiamare alla memoria l'altro libello “giovanile” del rivoluzionario Mussolini: Claudia Particella, l'amante del cardinale.
   Più fortunato di Huss il veridico, questo “romanzaccio storico” (definizione di Mussolini medesimo in una lettera a Torquato Nanni), incluso nell'Opera Omnia, è stato ripubblicato in tiratura limitata, ma subito cestinato perché sommamente “scomodo” sia per chi in Mussolini vede l'uomo degli “esecrati Patti Lateranensi”, sia per chi non gli cede volentieri la palma dell'anticlericalismo e lo considera un opportunista, persino ingaggiato “a noleggio” dal servizio militare segreto di un Paese non proprio amico, secondo recenti asserzioni. La sua trama ricalca un scampolo di storia minore: la passione di Carlo Emanuele Madruzzo, ultimo principe-vescovo di Trento, per un'affascinante e di molto più giovane fanciulla, insidiata (aggiunge Mussolini) dal viscido don Benizio e bersaglio di un attentatore, che due volte la manca e pugnala la sua fida Rachele ma viene perdonato e si relega in chissà quale monastero. Superate spavaldamente tante prove, Claudia infine muore avvelenata, esclamando “muoio, muoio, muoio” per un paio di pagine.
   Il romanzo uscì a puntate nella prima metà del 1910 in “Il Popolo”, foglio socialista diretto da Cesare Battisti a Trento. Letto “con molta avidità” per i suoi risvolti pruriginosi e ossessivamente anticlericali, gli rese pochi spiccioli, di cui però aveva assoluto bisogno dal suo rientro in Forlì ove il 17 gennaio, senza vincoli ufficiali e, quel che è peggio, senza lavoro né fissa dimora, s'accasò con Rachele Guidi, sposata con rito civile nel 1915.
   Al di là dei limiti letterari, Claudia Particella offre molti spunti di riflessione per cogliervi la traccia lasciata in Mussolini dal Convitto nel quale studiò a Forlimpopoli, retto da Valfredo Carducci, fratello minore del grande Giosue, “maestro e vate della Terza Italia”, e per certi brividi profetici che il lettore attento non manca di cogliere nella fluente prosa del feuilleton.
   Valgano d'esempio alcune citazioni. Per il “cardinale” Madruzzo (che si attendeva dal papa speciale comprensione, ovvero la restituzione allo stato laicale per poter prender in moglie Claudia) l'amore era «esasperato ormai in una di quelle tragiche passioni che sconvolgono una vita». Quando decise di albergare (o “recludere”) l'amante in un remoto castello a picco su un lago, il porporato esclama: «L’ora delle grandi risoluzioni è forse imminente.» C'è già il Mussolini delle “decisioni irrevocabili”(10 giugno 1940). Il “popolo di Trento” odiava Claudia perché la riteneva responsabile della sua rovina economica. «Le donne soprattutto erano furibonde. Consideravano Claudia una fortunata rivale e nel loro odio v'era l'invidia e la gelosia.» «Le collere represse e gli odi lungamente covati e le miserie non lenite aspettavano una nuova occasione per prorompere»; ma secondo Madruzzo «il popolo è sempre bestia e non mancherà di curvarsi a un altro dominatore». Quindi poteva infischiarsi bellamente della disapprovazione popolare.
   A cospetto della processione finale, che “il popolo” credeva “di purificazione” ma che lui aveva orchestrato quale estremo omaggio alla memoria di Claudia, Madruzzo riflette: «Non è concesso agli umani di leggersi nell'animo reciprocamente. Ogni uomo ha una o molte pagine chiuse nel libro della sua vita. V'è in noi una parte che non viene, né può venir mai alla superficie. Noi siamo profondamente stranieri gli uni agli altri. Quella che si dice fusione delle anime è una delle tante illusioni necessarie all'esistenza. L'anima umana è sola, non ha sorelle. La madre non può leggere il pensiero del figlio, il giudice non può penetrare nel mistero della colpa…». Parole autobiografiche?
   «Il mondo è bello» Mussolini fa dire a Claudia, riecheggiando Carducci. «Sono gli uomini che lo guastano.»
   A rovinarlo erano anzitutto i preti (specialmente i gesuiti) che il romanzo mette alla gogna pagina dopo pagina con un crescendo di invettive. «Il Concilio di Trento non aveva riformato i costumi depravati del clero, alto e basso. Dal Vaticano la corruzione dilagava nel mondo cattolico, sino alle ultime parrocchie perdute fra le montagne.» Perciò la “morale” dei contemporanei «era elastica, pieghevole, specie nei riguardi del clero, che pareva godesse dell'impunità. Molto si perdonava. La Chiesa di Roma del resto aveva dato il malo esempio. I successori della cattedra di Pietro si erano macchiati dei più nefandi delitti». I papi sintetizzavano la «turpitudine universale», da Alessandro VI e Leone X a Clemente VII che «manteneva buon numero di donne lascive, fra le quali celebre un’africana»: aneddoti carpiti dalla copiosa letteratura del tempo (non consta abbia attinto da opere poderose come quella di Gregorovius).

Giovanni
                                                          Hus il
                                                          veridico, con
                                                          introduzione
                                                          di A.A.M. e
                                                          una nota del
                                                          “fratello”
                                                          Giovanni
                                                          Oggero,
                                                          Carmagnola,
                                                          Edizioni
                                                          Arktos, 2006.
                                                          Oggero ricorda
                                                          l'inchiesta
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                                                          Massoneria
                                                          condotta
                                                          dall'“Idea
                                                          nazionale” nel
                                                          1912-1913 e
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                                                          lapsus
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                                                          leggi
                                                          razziali”.Elogio dell'eresia
Due anni dopo la pubblicazione di Claudia Particella Mussolini scrisse Giovanni Huss il veridico. Notiamo, per inciso, che l' “eretico” (o riformatore) compare solitamente come Hus (1369-1415). Il futuro “duce” si dedicò al “libretto” (definizione sua) nella forzata pausa della carcerazione. Arrestato il 14 ottobre 1911 con i repubblicani Pietro Nenni e Aurelio Lolli per istigazione alla violenza, resistenza alla forza pubblica e altri reati compiuti per protesta contro l'impresa di Libia, il 23 novembre Mussolini fu condannato a un anno di reclusione, pena commutata in appello a cinque mesi e mezzo. Venne rilasciato il 12 marzo 1912, in tempo per scatenare l'offensiva contro i socialriformisi, culminata a luglio con la loro espulsione dal partito nel congresso di Reggio Emilia.
   Nella prefazione al libro Mussolini lamentò le «gravi difficoltà» incontrate perché le opere latine dell'eretico non erano reperibili e quelle «in czeco o voltate in czeco non sono state ancora tradotte in italiano». Riteneva tuttavia di «aver fatto opera non inutile», soprattutto per «il pubblico dei liberi pensatori», con un libro atto a suscitare nell'animo dei lettori «l’odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana: sia essa teocratica o giacobina». Tutto si può dirne tranne che non sia stato esplicito: né papato, né impero e neppure i giacobini, che nell'Italia dell'epoca (come in quelli delle Compagnie di Santa Fede) erano sinonimo di massoni.
   Perciò risulta assai curioso che il libro sia uscito nella “Collezione storica de I Martiri del Libero Pensiero” diretta da Guido Podrecca, già direttore di “L'Asino”, la rivista anticlericale più famosa del tempo, istoriata dalle formidabili “vignette” di Gabriele Galantara (Ratalanga), iniziato nella prestigiosa loggia “Propaganda massonica” del Grande Oriente d'Italia (matricola 24.616).
   Che cosa potevano avere in comune i tre? Giovanni Huss il veridico comincia, con un po' più di “dottrina”, da dove il futuro “duce” aveva lasciato Laura Particella. «I movimenti ereticali – egli annotò – rappresentano tentativi d'opposizione alla Chiesa di Roma decaduta dal suo ministerio antico, schiava del mercantilismo profano, legata al Dio Mammone, al denaro che umilia tutte le fedi. Nel XIV secolo la Chiesa cattolica era diventata una colossale agenzia d'affari spirituali e materiali: i primi servivano di pretesto e di maschera ai secondi. Roma era la sede centrale della Ditta, ma le filiali erano disseminate in tutta Europa. […] I conventi che, secondo i primitivi fondatori avrebbero dovuto costituire un asilo di uomini puri, erano diventati il ricettacolo di tutti i parassiti, adoranti il Signore con letizia di sensi e di piaceri viziosi. Dalla sensualità e dalla rapacità dei monaci nessuno – maschio o femmina – si salvava […] La venalità della gerarchia ecclesiastica non conosceva limiti, né ostacoli. Le cariche si compravano e si vendevano». Insomma, «il popolo era l'unico che portasse la Croce in quel mondo di gaudenti». Perciò «ogni eresia ha qualche cosa di sociale, talvolta socialistico». «Gli eretici – concluse con guizzo autobiografico – parlano in nome del popolo e al popolo». Il movimento hussita, osservò verso la fine del saggio, si compose «di due elementi inscindibili, il religioso e il nazionalistico». Era un'osservazione non peregrina, perché, sia pure confusamente, anticipava la sua svolta dell'estate 1914, quando, a cospetto della discesa in campo di tutti i partiti socialisti a sostegno dei governi dei rispettivi paesi, balzò dall'antimilitarismo che nel 1911-1912 gli era costato il carcere all'interventismo. Nel cui composito schieramento si ritrovò a fianco dei liberi pensatori e dei massoni che assunsero l'avanguardia della guerra contro gli Imperi Centrali. Campione di movimentismo funambolico (era l'“uomo in cerca”, come bene osserva De Felice), Mussolini si accostò all'ala massonica più scomoda per i poteri centrali dell'Ordine, da anni impegnati a fare da ponte per il transito dei socialriformisti a sostegno delle Istituzioni. D'altronde, nel 1908 era stato proprio il socialriformista più prestigioso, Leonida Bissolati Bergamaschi, a infilare il partito socialista nel tunnel imboccato, con esito politicamente catastrofico, dal Grande Oriente nella lotta per l'abolizione dell'insegnamento del catechismo cattolico nella scuola dell'obbligo.
   Con Huss il veridico Mussolini fece intendere che si può combattere il clero senza entrare necessariamente in loggia, da posizioni “rivoluzionarie”, tornando al popolo. Non per caso nell'aprile dell'anno seguente ottenne che nel Congresso di Ancona il Partito socialista italiano espellesse i massoni, quinta colonna della borghesia e dei “bocchi popolari” incardinati sulla convergenza di radicali, riformisti e liberali “progressisti”.

Paschetto, massone a sua insaputa?
Nell'Huss il terzetto Podrecca-Ratalanga-Mussolini “reclutò” Paolo Paschetto, pubblicandone la xilografia del rogo dell'eretico tratta da “Bilychnis”. Come si saldavano quei tre anelli? Nelle prime elezioni politiche del dopoguerra (16 novembre 1919) la lista capeggiata da Mussolini nel collegio di Milano comprese Potrecca accanto ad Arturo Toscanini, Tommaso Marinetti e altre celebrità, tutte avviate alla sonora e si può dire umiliante sconfitta. Tuttavia molti militanti anticlericali di punta continuarono a scommettere sul Mussolini neo-pagano. Era il caso della associazione Giordano Bruno e del periodico “La Ragione”, il cui “Almanacco, 1923” pose in copertina il fascio littorio ritto sulla cupola di San Pietro e scrisse che la data più importante del 1922 era la vittoria fascista del 28 ottobre.
   E Paschetto? In occasione di un convegno incentrato su di lui (1° giugno 2016) nella Casa Valdese di Torre Pellice in collaborazione con il Collegio circoscrizionale Piemonte-Valle d'Aosta del Grande Oriente d'Italia, il gran maestro Stefano Bisi ribadì che il vincitore dei concorsi per il bozzetto della Repubblica italiana era stato sicuramente massone. Invece lo storico Daniele Jalla, della Società di studi valdesi e nipote dell'artista, escluse che dietro l'ideazione dell'emblema dello Stato «ci fosse alcuna intenzione di simbologia particolare» e concluse perentoriamente: «Il nonno non è stato massone. Una convinzione famigliare basata sui fatti ha trovato riscontro negli archivi della massoneria italiana: il suo nome non figura negli elenchi degli iscritti.» Chi aveva ragione? In effetti nella matricola del Grande Oriente (per altro incompleta) Paschetto non compare. Ma “la prova provata” del suo massonismo andava cercata altrove. Nelle ricerche d'archivio ci vuole infinita pazienza. Ma il risultato paga.
   Possiamo dunque affermare, documento alla mano, che Paolo Antonio Paschetto, professore all'Istituto di Belle Arti di Roma, residente in via Scipione 119, nato a Torre Pellice il 12 febbraio 1885, fu Enrico, venne iniziato massone a Roma nella loggia “Nazionale” della Serenissima Gran Loggia d'Italia il 21 febbraio 1917 e subito elevato al grado di maestro. Il 28 maggio ascese al grado 9° della scala del Rito scozzese antico e accettato. Ascese a Cavaliere Eletto dei IX.
   Quindi aveva ragione Bisi. Paschetto fu massone. Ma non del Grande Oriente d'Italia. Non sappiamo quanto sia rimasto attivo e quotizzante. Di sicuro dopo il forzato scioglimento delle logge sotto l'offensiva squadristica scatenata da Mussolini (1925), per continuare a professare la sua arte alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo Paolo Antonio dovette tenere ben celato (anche in casa...) il suo non fortuito passaggio tra le Colonne. Diversamente non gli sarebbero stati affidati incarichi in opere pubbliche di prestigio, comprese vetrate al ministero della Pubblica istruzione, poi dell'Educazione nazionale.
   Altra cosa è l'interrogativo sul nesso tra la sua iniziazione e l'emblema della Repubblica. Ma è questione da esaminare a parte.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA : Copertina di una riedizione di Giovanni Hus il veridico, con introduzione di A.A.M. e una nota del “fratello” Giovanni Oggero, Carmagnola, Edizioni Arktos, 2006. Oggero ricorda l'inchiesta sulla Massoneria condotta dall'“Idea nazionale” nel 1912-1913 e cita “tra i più ossessionati antisemiti e antimassoni l'ex prete Graziosi” (un lapsus ...provvidenziale), che poi fu tra quanti premettero su Mussolini per il varo delle leggi razziali”.


LUIGI CAPELLO, SACERDOTE DI MARTE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 Novembre 2023 pagg. 1 e 6.
La tomba
                                                          di Luigi
                                                          Capello
                                                          individuata
                                                          dopo lunghe
                                                          ricerche e
                                                          fotografata
                                                          nel cimitero
                                                          del Verano
                                                          (Roma) dalla
                                                          professoressa
                                                          Maria Luisa
                                                          Suprani
                                                          Querzoli, che
                                                          l'ha
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                                                          raccomanda
                                                          alle
                                                          Istituzioni e
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                                                          Memoria
                                                          dell'Italia.
                                                          Il Diploma di
                                                          grado 33° del
                                                          Rito scozzese
                                                          Antico e
                                                          accettato
                                                          rilasciato al
                                                          gen. Capello
                                                          dal Sovrano
                                                          Gran
                                                          Commendatore
                                                          Achille
                                                          Ballori il 15
                                                          dicembre 1915
                                                          (Archivio
                                                          Centrale dello
                                                          Stato, Carte
                                                          Capello,
                                                          pubblicato
                                                          nella
                                                          copertina di
                                                          Luigi Capello,
                                                          un militare
                                                          nella storia
                                                          d'Italia, a
                                                          cura di Aldo
                                                          A. Mola,
                                                          Cuneo,
                                                          L'Arciere,
                                                          1987).Caporetto non fu una “disfatta”
La Festa dell'unità d'Italia e delle Forze Armate è propizia per riproporre all'attenzione il generale Luigi Capello, una figura centrale nella storia militare e politica d'Italia dalla guerra per la Libia all'avvento del regime fascista (1911-1927). Di Luigi Cadorna qualche cosa è stato detto recentemente nella puntata di “Una giornata particolare” dedicata da Aldo Cazzullo a “La disfatta di Caporetto”, didatticamente discutibile e fuorviante sin dal titolo. Infatti la “battaglia di Caporetto” fu, sì, una sconfitta e si risolse nella “rotta”. Costò circa 30.000 caduti, 300.000 prigionieri, altrettanti “sbandati” e ingente perdita di armi e magazzini. L'offensiva austro-tedesca determinò l'arretramento degli italiani sulla linea dal Monte Grappa al Piave, ma non fu “la disfatta”, cioè una catastrofe irrimediabile, tale da compromettere qualunque possibilità di ripresa. Non generò né il crollo dell'esercito né il collasso dell'Italia. Anzi, come mostrarono i fatti e riconosce la storiografia, la ritirata, coordinata dal Comandante Supremo Cadorna secondo il piano approntato da tempo, pose le basi della “battaglia d'arresto” e le premesse per la riscossa e la vittoria sull'impero austro-ungarico del 3-4 novembre 1918. Con essa gli italiani ottennero di attraversare in armi l'Austria, per colpire da sud la Germania, che cacciò Guglielmo II e si arrese a confini inviolati. Fu l'Italia di Vittorio Emanuele III a dare la spallata vincente nella Grande Guerra.
   Nel racconto televisivo il generale Capello, comandante della II Armata, la più ingente mai allestita dall'Esercito italiano (circa 900.000 uomini), è rimasto marginale, mentre Cadorna è stato bersaglio di “addebiti”, che in realtà vanno a suo merito: a cominciare dalla sua motivata preoccupazione (non “ossessione”) per il “disfattismo” che nel corso del 1917 saliva dal paese al fronte. Cadorna lo denunciò al presidente del Consiglio Paolo Boselli in quattro lettere, rimaste senza risposta, e in audizioni in sede di governo, neppure messe a verbale. Quanto alle misure adottate dal Generalissimo per reprimerlo, va constatato che non vi fu alcun mutamento formale né sostanziale dopo la successione di Armando Diaz a Cadorna il 9 novembre 1917. Lo documentano le statistiche delle condanne a morte pronunciate in contraddittorio dai Tribunali di guerra: 1008 nei quarantun mesi di guerra, di cui 728 eseguite. A parte il picco del maggio 1917 e quelle dell'ottobre  seguente, le condanne pronunciate nel febbraio e nell'aprile del 1918 furono identiche a quelle del maggio e del luglio 1916, mentre le 10 condanne sentenziate nel luglio 1918 furono pari a quelle dell'aprile 1917. Eppure Diaz ebbe importanti vantaggi su Cadorna: un fronte ridotto di centinaia di chilometri, armamento nettamente migliore, in specie nell'artiglieria e nell'aviazione, ingenti rifornimenti di vestiario e di alimenti. Sino al 1914 l'Italia era un paese ancora prevalentemente agricolo. Il suo apparato industriale era nettamente inferiore a quello di Germania, Francia e Gran Bretagna. La “macchina bellica” giunse a pieno regime con la primavera del 1918. Inoltre, dopo “Caporetto” tutti si schierarono compattamente a sostegno delle forze armate al motto “resistere, resistere, resistere”. La guerra divenne “della nazione”, come titola una mostra curata da Aldo G. Ricci. A differenza di quant'era avvenuto nel 1917, nel 1918 nessun socialista intimò “non più un inverno in trincea”. I cattolici non rilanciarono l'esortazione di Benedetto XV a porre fine alla “inutile strage”. Alla Camera prevalse il “fascio nazionale”. Anche personalità pacate come Ernesto Nathan, gran maestro del Grande oriente d'Italia e già sindaco di Roma, incitarono a schiacciare come serpenti persino i “pacifisti”.

I Comandanti sotto inchiesta
Poi avvenne l'inverosimile. Dall'ingresso in guerra la Camera dei deputati aveva sfiduciato due governi: quello presieduto da Antonio Salandra, che il 20 maggio 1915 le aveva estorto l'intervento, tenendola all'oscuro degli accordi segretamente conclusi a Londra il 26 aprile precedente con la Triplice Intesa anglo-franco-russa, e quello di Paolo Boselli, costretto alla dimissioni proprio il 24 ottobre 1917, da deputati ignari di quanto stava accadendo al fronte. Su impulso degli umori serpeggianti in un Parlamento che si riunì anche in “comitati segreti” per non far trapelare all'esterno le sue profonde divisioni, il 18 gennaio 1918 fu istituita la “Commissione d'inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917)”. Essa “udì” 1012 “testimoni”: 101 generali, 29 deputati, tre senatori e militari di tutte le armi. Concluse i lavori nel giugno 1919 e ne pubblicò le conclusioni in due volumi. La Relazione venne scritta dal colonnello Fulvio Zucaro “sotto l'assillo di altrui ansiosissima impellente pressione”, cioè incalzato dal presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Per primo fu stampato il secondo tomo: “Le cause e le responsabilità degli avvenimenti”. Mentre la guerra imperversava, la Commissione, presieduta da Carlo Caneva, a suo tempo rimosso dal comando della guerra in Libia ma ripagato con la nomina a generale d'esercito, e formata da militari e da tre “politici” (incluso il socialista e massone Orazio Raimondo), pose implicitamente sotto accusa i vertici delle forze armate. Tra altri furono sospesi dalle funzioni Luigi Cadorna, che guidava con prestigio e alto credito la delegazione italiana al comando interalleato a Versailles, e Luigi Capello, comandante della V Armata, da lui rapidamente organizzata in vista della riscossa. Anche in altri Stati in guerra i “Generalissimi” vennero sostituiti, ma mai destituiti proprio per non demoralizzare la “macchina bellica” sottoposta a tensioni senza precedenti e per non divaricare forze armate e “politici”.
   L'istituzione della Commissione d'inchiesta rispose invece all'intento di mostrare che nessuno era “intoccabile”. Ma sino a quale grado poteva spingersi? In forza dello statuto del 1848 il comando delle forze di terra e di mare era prerogativa del re. Il sovrano non lo esercitava personalmente ma tramite un comandante nominato dal governo: il capo di stato maggiore dell'esercito, istituito nel 1882. Le sue funzioni erano state precisate per i tempi ordinari, ma non in caso di guerra. Non vi aveva provveduto neppure Giovanni Giolitti, che nel 1911 dichiarò guerra all'impero turco per la sovranità sulla Libia. L'“Inchiesta su Caporetto” rischiava di superare il livello di guardia e di investire la Corona, bersaglio di quanti in Italia proclamavano di voler “fare come in Russia”: una rivoluzione che per rovesciare la “borghesia” doveva anzitutto abbattere la monarchia. Le polemiche assunsero toni violentissimi.
   Contrariamente a quanto si proponeva Nitti, la pubblicazione delle risultanze della Commissione gettò benzina sul fuoco. Di Cadorna essa convenne che molti testimoni ne riconobbero “l'alto ingegno e le preclare qualità di energia”. Nessuno ne pose in dubbio l'“onorabilità di uomo, di cittadino e di soldato”. Però gli venne imputata la “presunzione dell'infallibilità del giudizio proprio”, l'“insofferenza di ogni diverso giudizio e apprezzamento”, il suo “isolamento da tutto il resto dell'esercito, dalle autorità civili e dalla popolazione”. Per di più pareva “pessimo conoscitore di uomini”. La Commissione concluse che Cadorna era “un tipo pronunciatissimo, qual altro mai, di egocentrico”. Però proprio quella “forma mentale” costituiva anche “una forza” perché ne derivava “la calma di fronte a situazioni difficili e la tenacia dei propositi, entrambe alimentate dalla fiducia in sé”. Come Cadorna mostrò, in guerra e nel difficile dopoguerra.
   Di tutt'altro tenore sono le pagine dall'Inchiesta dedicate al generale Luigi Capello, “oggetto di critiche assai severe per parte di un gran numero di testimoni” che ne deplorarono il “carattere aspro e irascibile, ed un linguaggio adirato, violento, talora inqualificabile”. Il suo sistema di governo delle truppe si era basato “sul terrore, sulle minacce, sull'oppressione e sarebbe stato improntato persino a crudeltà”. Durissimo nei confronti dei generali ai suoi ordini, nei riguardi delle truppe assunse persino la forma di vessazione. Era stato tacciato di “prodigalità di sangue” sin dai tempi della guerra di Libia. La sua reputazione era quindi “artifiziosa”, propiziata “da uomini politici, scrittori, artisti e sovrattutto da giornalisti che ne secondarono l'ambizione di salire sempre più in alto fino alla maggiore carica dell'esercito”. La Commissione non ne mise in forse le “alte doti intellettuali” e le “qualità di energia e di organizzazione” ma, tramite i “testimoni”, ne dipinse l'arrivismo, l'ambizione sfrenata e la “sopraffazione” del Comandante Supremo, che dette “preminente importanza alle qualità tecniche” del suo subordinato in funzione della vittoria. In conclusione la Commissione dichiarò di astenersi dal pronunciare un giudizio che ne avrebbe leso profondamente l'onore. Però acquisì e pubblicò quanto bastava per classificarlo “un macellaio”.

Luigi Capello: un “fratello d'Italia”...
Ma chi era davvero Capello e quale fu il suo itinerario successivo alla rimozione e dalla pubblicazione della risultanze dell'Inchiesta?
   Nato a Intra nel 1859, di famiglia piccolo borghese, allievo dell'Accademia Militare a 16 anni, sottotenente di fanteria a 19, ufficiale di Stato Maggiore a 27, dopo la Scuola di Guerra, accompagnò al servizio la pubblicazione di articoli spesso polemici sul conservatorismo nelle forze armate. Colonnello dal 1898, il 15 aprile 1910 venne iniziato massone nella loggia torinese “Fides” e fu registrato nella matricola del Grande Oriente d'Italia al numero 31.681. Da due settimane era maggior generale. Dunque, non entrò in loggia per fare carriera. Dal Settecento la massoneria era riferimento dei militari: nel regno di Sardegna, nell'Italia franco-napoleonica e, ancor più, con la fusione del “movimento” di Garibaldi, primo massone d’Italia <?>, nel regio esercito. Prima di lui erano entrati in loggia uno stuolo di ufficiali, da Giacomo Sani a Ugo Cavallero, futuro Maresciallo d'Italia. Comandante della Brigata Abruzzi dal 1910, Capello si distinse nella guerra di Libia con la vittoria sui turchi a Derna. Comandante della 25^ divisione in Sardegna, con l'intervento fu assegnato alla III Armata. Tenente generale, a inizio agosto 1916 ottenne il primo successo dell'intera Intesa: l'ingresso in Gorizia, dopo lunga preparazione. Stimato da Cadorna, che non ne condivideva né il massonismo né la manifesta ricerca di consensi in ambienti non propriamente militari, il 1° giugno 1917 fu nominato comandante della II Armata. In un mese di attacchi (18 agosto-15 settembre) occupò l'altipiano della Bainsizza. L'offensiva si esaurì. In vista della probabile stasi invernale e di un attacco nemico ormai libero sul fronte con la Russia, stravolta dalla rivoluzione, e mentre i franco-inglesi ritirarono le artiglierie “prestate” all'Italia, Cadorna ordinò il passaggio dallo schieramento offensivo alla “difesa a oltranza” su tre linee. Fautore della controffensiva, Capello non eseguì le disposizioni. Da Vittorio Emanuele III il 6 ottobre fu insignito della Gran croce dell'Ordine militare di Savoia, decorazione suprema. Sofferente di nefrite e temporaneamente sostituito dal generale Montuori, solo il 19 ottobre, dopo un colloquio con Cadorna, impartì tardivamente le disposizioni necessarie al cambio di schieramento. Tornò al comando il 23, vigilia dell'offensiva austro-germanica che, dopo un bombardamento iniziato alle 2 del mattino, travolse proprio il tratto di fronte di sua competenza e azzerò le comunicazioni telefoniche e telegrafiche. L'artiglieria del XXVII corpo d'armata non sparò un colpo. Il suo comandante, Pietro Badoglio, fu irreperibile per un giorno.
   Dopo la rotta, il 26 novembre Capello fu nominato comandante della V Armata. Rimosso, si difese prontamente con la Memoria “La 2^ Armata e gli avvenimenti dell'ottobre 1917”. Nel settembre 1919, dopo la pubblicazione dell'Inchiesta, fu collocato a riposo, come Cadorna. Era la fine? Aveva sessant'anni. Continuò a difendersi con libri, articoli, conferenze, dai toni spesso polemici mentre i governi, di modesta consistenza politica, miravano a smobilitare e a pacificare gli animi con la celebrazione del sacrificio, culminata con la tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria.
   Comprensibilmente ansioso di ottenere una riparazione solenne, Capello assecondò il “movimentismo” di Benito Mussolini, che gliela lasciò intravvedere. Il 31 ottobre 1922 sfilò con i generali Gustavo Fara e Sante Ceccherini, massoni come lui, alla testa del corteo di militi festeggianti l'insediamento del nuovo governo, che ebbe Diaz ministro della Guerra. Da metà febbraio 1923 il quadro politico ebbe assetto definitivo con la fusione dei nazionalisti nel Partito nazionale fascista, suggellata dalla dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge massoniche, seguita nel 1924 dall'espulsione dei massoni dal partito. Capello, che aveva presieduto varie iniziative della Milizia fascista, scelse l'Ordine liberomuratòrio. La Relazione della seconda Commissione d'inchiesta sui fatti del 1917 attenuò gli addebiti nei suoi confronti e gli riconobbe le qualità di comandante premuroso anche dei suoi soldati, ma rimase inedita. Mussolini preferì tenere sotto scacco tanti generali.

...al carcere e all'oblio
I devastanti assalti squadristici alle logge culminarono con quello alla sede del Grande Oriente, difesa personalmente da Capello. La sua opposizione al regime incipiente divenne palese. Come scrive, sulla scorta di molti saggi e documenti, Maria Luisa Suprani Querzoli in Malgrado. La verità sul generale Luigi Capello (Mazzanti Libri, 2023), si avvicinò all'antifascismo militante di “Pace e Libertà” e fu artatamente coinvolto nell'attentato alla vita di Mussolini ordito dal socialista riformista (non massone) Tito Zaniboni, tallonato da Carlo Quaglia che agiva d'intesa con i servizi di polizia per compromettere quel che rimaneva delle opposizioni non estreme. Il 4 novembre 1925 Zaniboni fu arrestato nella camera d'albergo dalla cui finestra si accingeva a sparare al “duce”. Capello fu a sua volta arrestato a Torino quale suo complice. Era la prova del coinvolgimento della massoneria, proprio mentre il Senato stava per discutere la legge che proibiva ai pubblici impiegati l'iscrizione a società segrete, come le logge erano dipinte. Senza alcun elemento probante, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato nell'aprile 1927 condannò Capello a trent'anni di reclusione (tre dei quali in regime cellulare) e alla radiazione dall'esercito. Nelle piazze ne era stata chiesta l'esecuzione capitale. Scontò la pena parte tra le sbarre, parte in clinica a Formia e dal 1935 nella sua modesta abitazione a Roma, condivisa con la moglie, Lidia Bongiovanni, e la figlia Laura Borlenghi. Morì il 24 giugno1941, amareggiato dalla perdita di Derna, sua gloria di quarant'anni prima. Il regime impose funerali strettamente privati. Nel 1946 sua figlia pubblicò “Generale Capello: Numero 3264” (Garzanti): curiosamente il numero del suo diploma di alto dignitario del Rito Sozzese Antico e Accettato. Solo nel 1947 fu “riabilitato”. Però rimase in un cono d'ombra sino alla pubblicazione del suo Memoriale “Caporetto perché?” (Einaudi, 1967), con prefazione di Renzo De Felice. Dal carcere soleva scrivere alla moglie: “La storia è galantuoma”. Ma lo è solo grazie a studiosi che vanno oltre gli opportunismi: “per la Verità”, come appunto scriveva Luigi Capello.
Aldo A. Mola


Didascalia: La tomba di Luigi Capello individuata dopo lunghe ricerche e fotografata nel cimitero del Verano (Roma) dalla professoressa Maria Luisa Suprani Querzoli, che l'ha riordinata “curata” e la raccomanda alle Istituzioni e a quanti hanno a cuore la Memoria dell'Italia.
   Il Diploma di grado 33° del Rito scozzese Antico e accettato rilasciato al gen. Capello dal Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori il 15 dicembre 1915 (Archivio Centrale dello Stato, Carte Capello, pubblicato nella copertina di Luigi Capello, un militare nella storia d'Italia, a cura di Aldo A. Mola, Cuneo, L'Arciere, 1987).
   Già biografato da Angelo Mangone (Da Gorizia alla Bainsizza. Da Caporetto al carcere, Mursia, 1994) e da Dario Ascolano (Biografia militare e politica, Longo, 1999), dopo lungo oblio Luigi Capello è riproposto da Maria Luisa Suprani Querzoli in Luigi Capello. Profilo di un generale italiano (TralerigheLibri, 2022) e in Malgrado. La verità sul generale Luigi Capello (Mazzanti 2023, pp. 550), basato su ampia documentazione archivistica e vasta bibliografia. Per un inquadramento generale della sua figura rimangono fondamentali il profilo scrittone dal Generale CdA Oreste Bovio in Sacerdoti di Marte (Ufficio Storico SME) e ID., Storia dell'Esercito Italiano (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito). Prendendo spunto dal profilo di Caneva, Bovio definisce “ampia ma non esauriente” la Relazione della Commissione d'inchiesta. Essa addossò la responsabilità della “rotta di Caporetto” a Cadorna e ad alcuni suoi sottoposti e «assolse il governo e le parti politiche, che pure non erano esenti da errori e da colpe».

GARIBALDI SCRITTORE?
PERCHÈ? PER CHI?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 22 Ottobre 2023 pagg. 1 e 6.
Al
                                                          Quirinale
                                                          Vittorio
                                                          Emanuele II
                                                          accoglie
                                                          Garibaldi,
                                                          presente
                                                          l'Aiutante di
                                                          Campo del Re,
                                                          Giacomo Medici
                                                          del Vascello,
                                                          già comandante
                                                          del 2°
                                                          Reggimento dei
                                                          Cacciatori
                                                          delle Alpi.
                                                          Nella
                                                          Prefazione ai
                                                          romanzi
                                                          storici
                                                          Garibaldi
                                                          disse chiaro e
                                                          tondo perché
                                                          li scrisse:
                                                          «1° Per
                                                          ricordare
                                                          all'Italia
                                                          molti dei suoi
                                                          valorosi, che
                                                          lasciarono la
                                                          vita sui campi
                                                          di battaglia
                                                          per essa. 2°
                                                          Per
                                                          trattenermi
                                                          colla gioventù
                                                          italiana sui
                                                          fatti da lei
                                                          eseguiti. 3°
                                                          Per ritrarre
                                                          un onesto
                                                          lucro dal mio
                                                          lavoro. Ecco i
                                                          motivi che mi
                                                          spinsero a
                                                          farla da
                                                          letterato in
                                                          un tempo in
                                                          cui credetti
                                                          meglio far
                                                          niente che far
                                                          male.»
                                                          Generale,
                                                          deputato,
                                                          artefice
                                                          dell'unità
                                                          nazionale
                                                          Garibaldi si
                                                          reggeva sulle
                                                          grucce, non
                                                          aveva né
                                                          stipendi né
                                                          pensioni.
                                                          Scrisse di
                                                          getto e
                                                          pubblicò
                                                          “Clelia”
                                                          (uscito nel
                                                          1870 in
                                                          inglese prima
                                                          che in
                                                          italiano) e
                                                          “Cantoni il
                                                          volontario”
                                                          (1870), “I
                                                          Mille”,
                                                          specchio di
                                                          «un'anima che
                                                          sente le
                                                          miserie e le
                                                          vergogne del
                                                          suo paese», e
                                                          le “Memorie”,
                                                          intraprese nel
                                                          1871,
                                                          completate
                                                          l'anno
                                                          seguente e
                                                          pubblicate nel
                                                          1874. Benché
                                                          tradotti nei
                                                          Due Mondi, i
                                                          romanzi non
                                                          gli fruttarono
                                                          quel che
                                                          sperava.
                                                          Viveva in
                                                          condizioni
                                                          miserevoli.
                                                          Alcuni Comuni
                                                          gli
                                                          assicurarono
                                                          una pensione
                                                          di 3.000 lire
                                                          annue. Nel
                                                          1876 accettò
                                                          il “dono
                                                          nazionale” e
                                                          nel 1880
                                                          grazie al
                                                          giureconsulto
                                                          piacentino e
                                                          futuro
                                                          presidente del
                                                          Senato
                                                          Giuseppe
                                                          Manfroni
                                                          ottenne
                                                          l'annullamento
                                                          delle nozze
                                                          con Giuseppina
                                                          Raimondi e
                                                          sposò la
                                                          provvida
                                                          compagna
                                                          Francesca
                                                          Armosino,
                                                          dalla quale
                                                          aveva avuto
                                                          Rosa, Clelia e
                                                          Manlio. La
                                                          sua, sì, fu
                                                          “una vita
                                                          inimitabile”.Pare che questi editoriali abbiano ventiquattro lettori. Uno in meno di quanti ne contavano i Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Forse perché si occupano di temi tristi: il passato che non passa, il presente che angoscia, il buio pesto del futuro. Per di più sull'Arno l'editorialista va per questioni di “lingua”, sì, ma solo quella che gusta una succulenta “fiorentina”. Pecca di gola (gastrimarghìa), uno dei sette vizi capitali (una volta erano otto). Orbene, accade che un paio dei ventiquattro lettori, sorpresi di scoprire che, con tutto quel che ebbe da fare, Garibaldi abbia trovato anche il tempo di scrivere romanzi, hanno chiesto di saperne di più. In effetti il  nome del Generale non compare nei repertori dei letterati famosi. Forse perché egli disse chiaro e tondo che, posata la spada, impugnò la penna per continuare la sua “missione”. Scoprì anche il gioco degli scrittori che si dichiarano devoti esclusivamente alle muse ma controllano ogni giorno se arrivano i sempre magri diritti d'autore.
   Ricordiamo, allora, in via preliminare, che Garibaldi scrisse quattro romanzi: “Cantoni il volontario”, “Clelia, il governo dei preti”, “I Mille” e “Manlio”. Il primo, scritto in memoria ddel forlivese Raffaele Cantoni caduto nella sfortunata battaglia di Mentana (1867), è poco noto. Ebbe una prima edizione nel 1870, un'altra nel 1873. Finì in un cantone. Ristampato in poche neglette copie, è disponibile gratuitamente in internet. Modesto beneficio Garibaldi trasse dal “Clelia” e dai “Mille”. “Manlio” rimase inedito.
     Tornò allora a occuparsi di “politica”. Sulla fine della vita, affaticato dagli acciacchi ma sempre vigile, ammonì che occorreva  «governare meglio o cadere». Dall'affiliazione alla Giovine Italia all'impresa dei Mille, la sua stella polare fu Italia unita, indipendente, libera. Già in Sudamerica insegnava  «Libertad para todos y si no es para todos no es libertad» fu il suo motto. Per arrivarci bisognava organizzarsi.
   Al segretario della Società nazionale, Giuseppe La Farina, all'inizio del decisivo 1859 Garibaldi ripeté che «dovendo promuovere movimenti di popolo, sarebbe bene cominciare con qualche cosa di organizzato per poter dirigere la corrente come si deve». Non era più tempo di improvvisazioni né, soprattutto, di indulgere alle «cose mazzinesche», alle «suggestioni che potrebbero venirci da quei di Londra», alle «commedie che Mazzini chiama rivoluzioni». «Noi non dobbiamo esser partito – ribadì invece Garibaldi ad Agostino Bertani il 13 dicembre 1859 –, ma dominare i partiti tutti.». Dopo l'armistizio di Villafranca (luglio 1859) non rimise in discussione gli obiettivi ultimi, ma scelse la sua via. «A Vostra Maestà – scrisse a Vittorio Emanuele – è nota l'alta stima e l'amore che vi porto; ma la presente condizione in Italia non mi concede d'ubbidirvi, come sarebbe mio desiderio. Chiamato dai popoli mi astenni fino a quando mi fu possibile; ma se ora, in onta di tutte le chiamate che mi arrivano, indugiassi, verrei meno ai miei doveri e metterei in pericolo la santa causa dell'Italia. Permettetemi, quindi, Sire, che questa volta vi disubbidisca. Appena avrò adempiuto il mio assunto liberando i popoli da un giogo aborrito, deporrò la mia spada ai Vostri piedi e vi ubbidirò fino alla fine dei miei giorni.»
   Mantenne la promessa, ma a modo suo. Dopo la proclamazione del Regno (1861) Garibaldi rimase condizionato dal mancato compimento dell'unità. La necessità di congiungere all'Italia Roma, Venezia e Trento continuò a imporgli l'azione, senza però cedere alla faziosità dei “rivoluzionari” dilettanti. Fu lui a professare il programma cavouriano di governare il Mezzogiorno senza gli stati d'assedio e di farne anzi la piattaforma per mostrare la validità del liberalismo italiano. «Italia e Vittorio Emanuele, ecco la nostra repubblica, ecco il voto delle moltitudini» fu il suo programma.

  Col 1870, ormai definitiva la rottura con Mazzini, Garibaldi cominciò a insistere più esplicitamente sul rinnovamento delle istituzioni: non per mutar la monarchia in repubblica, ma per introdurre correttivi democratici nello Stato e nella condotta dell'amministrazione. «Che fa l'Italia? – s'interrogava nella primavera del 1873 – Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale.» Sotto accusa erano invece «Massoni, Mazziniani, Internazionalisti [...] egualmente fautori dell'indolenza democratica [...] e quindi del trionfo effimero ma reale dell'oppressione e della menzogna. Invano si chiamarono a conciliazione le parti diverse della democrazia». Denunciò il “tarlo” della discordia, del dottrinarismo. La Sinistra doveva cercare in se stessa le ragioni della sua debolezza politica e trovarvi rimedio senza indulgere ad addebitarla a speciale malizia degli avversari. “Predicò” per formare il «fascio» delle «associazioni oneste», «la Massoneria, la Mazzineria, la fratellanza artigiana, le società d'operai, di reduci, Internazionali fasci operai, ecc.». Per sgombrare il campo almeno da un equivoco, negò l'esistenza di «garibaldini». I suoi seguaci dovevano sentirsi e dichiararsi solo e sempre “italiani”.

   Sin dal 1870, col memoriale “Due parole di storia”, Garibaldi tracciò lo spartiacque tra il suo gradualismo e l'avventurismo di altri, incompatibile con le prospettive di crescita democratica aperte dall'unificazione nazionale: «Io ho spinto i miei concittadini a delle imprese temerarie qualche volta, ma me le perdonino [...]. Comunque, noi non vogliamo delle Rivoluzioni-miserie. Frattanto, i miei concittadini si preparino a temprar l'animo e il corpo, a mostrar che l'Italia facendo farà davvero [...]. Ripeto: aspettare l'ora. Non far rivoluzioni da farci beffeggiare». Contro i seminatori di discordie, i provocatori di guerre civili, Garibaldi rivendicò: «Io ho sempre inteso di appartenere alla Nazione Italiana.»

   Conscio della necessità di non isolare il “movimento” dalle componenti più caute del liberalismo, spiegò che i contrasti dovevano rimanere interni alla “famiglia”. Ampliamento del diritto di voto, eliminazione delle imposte indirette, dei dazi sui consumi, della tassa sulla macinazione e sul sale, da sostituire con un'imposta diretta e progressiva, abolizione della pena di morte, emancipazione femminile, interventi a favore delle classi e delle regioni più povere furono il terreno d'incontro tra Garibaldi, le diverse componenti della democrazia radicale e la nuova generazione di uomini politici, orientata da suoi antichi e fedeli seguaci come Aurelio Saffi, con il quale aveva condiviso l'epopea della Repubblica romana del 1849.
   Poiché sulla sua figura e sul suo pensiero si sono accumulate dicerie infondate è bene fissare alcuni punti fermi su un aspetto centrale della sua personalità: la religiosità. Nella congerie di suoi scritti e appunti occorre distinguere i “documenti” relativi alla vita militare e politica, quelli concernenti affetti domestici e amicizie e le carte cui affidò i suoi pensieri su temi generali. Tra queste ultime speciale rilievo occupano le sue riflessioni sulla religiosità. Esse includono tre diversi temi: Dio, le religioni, le chiese intese come clero. Al riguardo, oltre alle lettere, vanno presi in esame anche i suoi discorsi e gli scritti letterari, le cui pagine gli rimasero dinnanzi agli occhi e sotto la penna più a lungo di quanto gli potesse accadere per un proclama, un messaggio, una lettera dettata (e spesso solo firmata) o vergata sul tamburo, nel vortice dell’azione. Nelle prose d’arte (per quanto arte povera, come non esitò mai a dichiarare e a riconoscere) Garibaldi compì anzi uno sforzo per conferire veste definitiva alle proprie riflessioni. Debitamente confrontate con le altre fonti utili a coglierne il pensiero, esse conducono ad affermare che Garibaldi fu credente in Dio personale, creatore e ordinatore dell’universo, provvido nei confronti delle sue creature.
   Valga a conferma l’incipit del capitolo LXIII di Clelia, il governo dei preti: «Era una di quelle aurore che ti fan dimenticare ogni miseria della vita per rivolgerti tutto intiero alle meraviglie colle quali il Creatore ha fregiato i mondi. L’alba primaverile che spuntava dall’orizzonte, così graziosamente tinta dei colori dell’Iride, t’incantava...» Poco oltre, il capitolo intitolato Morte ai preti gronda di invettive contro il clero: «Tra le astuzie dei sardanapali pretini, ricchissimi com’erano, sempre mercé la stupidità dei fedeli, non ultima fu quella d’impiegare gli artisti più eminenti nella illustrazione delle loro favole.» Ai capolavori di Michelangelo e Raffaello contrappose la libertà e la dignità nazionale, «vero capo d’opera di un popolo».
   Contraddizione? No. Attendeva che la Chiesa (altra cosa dal clero) si liberasse dal gravame del potere temporale e tornasse evangelica e missionaria.
   In I Mille, un romanzo (mancato) sull’impresa che lo rese celebre nel mondo, Garibaldi toccò i vertici dell’anticlericalismo militante. Nella prefazione si scusò pubblicamente perché gli parve di avervi detto «abbastanza male» dei preti. Nello stesso libro, tuttavia, le roventi esecrazioni di papi, imperatori, preti (soprattutto i gesuiti) si alternano all’esaltazione, talora ingenua ma sempre appassionata, della «religione della libertà» e della religiosità in sé quale vincolo necessario all’umano incivilimento. Nell’accorato capitolo 61°, La morente, descrive la straziante agonia di Marzia, una delle eroine del romanzo accanto a Lina (Rosalia Montmasson, moglie di Francesco Crispi, personaggio storico mescolato a quelli di fantasia): «Marzia sentiva vicinissima la morte, ma dotata di sì supremo coraggio e di quell’eroismo filosofico capace di affrontarla come una conosciuta, come una transizione naturale della materia, accennò colle labbra un bacio verso Lina, che fu seguito da P. e dai cari presenti; non articolò più parola e passò tranquilla all’Infinito!» Materialismo panico? o spiritualismo?
   Il capitolo conclusivo del romanzo, Il sogno, condensa le sue contraddizioni e indica la via del loro superamento. L’eroe assiste al «sorgere del figlio Maggiore dell’Infinito che spuntava dalle cime dell’Apennino (sic!)». Mentre contempla l’aurora, intravvede il nuovo ordinamento dell’Italia unita, «un governo di tutti e per tutti» («non so se lo chiamassero Repubblicano» tiene a precisare), fondato sulla giustizia e sua garante. Descrisse il “miracolo”: la riesumazione gloriosa delle ossa dei martiri caduti per la patria («Si scopron le tombe, si levano i morti,/ i martiri nostri son tutti risorti...») e, al tempo stesso, alla redenzione dei «chercuti» incluso il «santissimo padre, non più panciuto e con le pantofole dorate, ma calzato con un buon pajo di stivali, snello e robusto che consolava il vederlo». Pio IX dirigeva di persona i preti intenti alla bonifica delle Paludi Pontine: «chi colla vanga, colla zappa e coll’aratro; altri lavoravano la terra che era una delizia.» A quell’afflizione educativa, alla fatica quale risarcimento dei danni inflitti alla società non erano però solo i preti nella visione di Garibaldi: dinnanzi ai suoi occhi si affollava «una quantità di finanzieri d’ogni classe, di pubbliche sicurezze, di impiegati al lotto e tanta altra gente inutile alla società ed ora resa utilissima». «I preti diventati laboriosi ed onesti. Tutte le cariatidi della Monarchia, come i primi consueti al dolce far niente ed a nuotare nell’abbondanza, oggi piegano la schiena al lavoro. Non più leggi scritte. Misericordia! Grideranno tutti i dottori dell’Universo, oggi obbligati anche loro a menare il gomito per vivere. Finalmente una trasformazione radicale in tutto ciò che abusivamente chiamavasi civilizzazione e le cose non andavano peggio! Anzi scorgevasi tale contentezza sul volto di tutti, e tale soddisfazione per il nuovo stato sociale, ch’era un vero miracolo!»
   Il sogno garibaldino di palingenesi va dunque molto oltre la o le chiese o, se si preferisce, guarda altrove:l a politica. Su religione e religiosità tornò in una lunga nota esplicativa sul concetto di Infinito: Scrisse: «Nelle presenti controversie della Democrazia mondiale, in cui si scrivono dei fascicoli numerosi per provare Dio gli uni, per negarlo gli altri, e che finiscono per provare e per negare nulla, io credo sarebbe conveniente stabilire una formola edificata sul Vero, che potesse convenire a tutti ed affratellare tutti. Per parte mia accenno e non insegno. Può il Vero, o l’Infinito, che sono la definizione l’uno dell’altro, servire all’uopo? Io lo credo; ma non lo insegno. V’è il tempo Infinito, lo spazio, la materia, come lo prova la scienza; quindi incontestabile. Resta l’intelligenza infinita. È essa parte integrante della materia? Emanazione della materia? La soluzione di tale problema è superiore alla mia capacità.»
   Ricalcò analoghe riflessioni in La religione del vero: «Ov’è Dio? io ne so tanto quanto un prete ma io, apostolo del Vero, risponderò: Non lo so, ed avrò detto la verità mentre un prete vi risponderà con una delle definizioni che certamente saranno false se non vi risponde com’io vi rispondo. Chi è Dio? Il Regolatore di Mondi [...] sì, quell’intelligenza infinita, la cui esistenza, gettando lo sguardo nello spazio e contemplando la stupenda armonia che regge i corpi celesti ivi disseminati chiunque deve confessare». Il Regolatore dei Mondi per lui era il massonico Grande Architetto dell'Universo. Scrisse infine la sua professione di fede: «Il mio infimo corpo è animato siccome sono animati i milioni d’esseri che vivono sulla terra, nelle acque e nello spazio infinito non eccettuando gli astri, che possono essere animati pure. Come tutti quegli esseri io sono dunque dotato di una quantità qualunque d’intelligenza e se l’intelligenza universale, che anima il tutto, fosse Dio, io avrei allora una scintilla animatrice emanata da Dio e sarei dunque una parte infinitamente piccola della Divinità ma ne sarei una parte; quell’idea mi nobilita, mi soddisfa, fa qualche cosa del mio nulla e contribuisce ad elevarmi sulle miserie di questa vita.»

   Garibaldi, condottiero, politico, scrittore, si poneva domande comuni a tanti uomini. E tentava risposte sue, forse ingenue ma sicuramente sincere, pacate. Una sorta di mano tesa verso tutti, un invito alla tolleranza universale. «Semplice, bella, sublime è la religione del vero: essa è la religione di Cristo perché tutta la dottrina di Cristo poggia sull’eterna verità. L’uomo nasce uguale all’uomo, Indi... Non fate ad altri ciò che non vorreste per voi. Chi non ha fallito getti la prima pietra sul delinquente. Simbolo di fratellanza il 1° precetto e simbolo di perdono il 2°. Simboli, precetti, dottrina che praticati dagli uomini costituirebbero quel grado di perfezione e di prosperità, a cui è suscettibile di giungere. Ma no, dice il prete: al di fuori della bottega son tutti dannati! Chi non è con me è con Satana e condannato a bruciare in eterno...»
   Garibaldi credé nell’immortalità dell’anima? In un appunto in nota al Clelia osservò: «Il cadavere conserva ancora la materia. Ma ove? L’intelligenza dorme o si è divisa?»
   Non aveva certezze e, ciò che più conta, non s’impancava a formulare e a imporre verità che per primo non possedeva. Quello degl’interrogativi senza risposta è il Garibaldi vero. È anche un Garibaldi molto attuale, giacché non propone una dottrina, un catechismo, un insegnamento né, meno ancora, un modello al quale attenersi rigidamente. Offre solo un esempio: quello di chi convive con i dubbi, reputa di non arrivare a darsi alcuna soluzione definitiva e tuttavia non si abbandona alla disperazione né diviene scettico o indifferente. Sente che di giorno in giorno la vita si esaurisce, ma non ne prova angoscia. Attende senza nulla pretendere. Vive, lascia vivere e nel frattempo fa quel che sente di dover fare per «guarire la gran piaga della miseria.»

Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Al Quirinale Vittorio Emanuele II accoglie Garibaldi, presente l'Aiutante di Campo del Re, Giacomo Medici del Vascello, già comandante del 2° Reggimento dei Cacciatori delle Alpi. Nella Prefazione ai romanzi storici Garibaldi disse chiaro e tondo perché li scrisse: «1° Per ricordare all'Italia molti dei suoi valorosi, che lasciarono la vita sui campi di battaglia per essa. 2° Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti. 3° Per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro. Ecco i motivi che mi spinsero a farla da letterato in un tempo in cui credetti meglio far niente che far male.» Generale, deputato, artefice dell'unità nazionale Garibaldi si reggeva sulle grucce, non aveva né stipendi né pensioni. Scrisse di getto e pubblicò “Clelia” (uscito nel 1870 in inglese prima che in italiano) e “Cantoni il volontario” (1870), “I Mille”, specchio di «un'anima che sente le miserie e le vergogne del suo paese», e le “Memorie”, intraprese nel 1871, completate l'anno seguente e pubblicate nel 1874. Benché tradotti nei Due Mondi, i romanzi non gli fruttarono quel che sperava. Viveva in condizioni miserevoli. Alcuni Comuni gli assicurarono una pensione di 3.000 lire annue. Nel 1876 accettò il “dono nazionale” e nel 1880 grazie al giureconsulto piacentino e futuro presidente del Senato Giuseppe Manfroni ottenne l'annullamento delle nozze con Giuseppina Raimondi e sposò la provvida compagna Francesca Armosino, dalla quale aveva avuto Rosa, Clelia e Manlio. La sua, sì, fu “una vita inimitabile”.
 

DIRITTI CIVILI E ISLAM
GIUSEPPE GARIBALDI DIXIT

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 15 Ottobre 2023 pagg. 1 e 6.
La
                                                          copertina
                                                          dell'edizione
                                                          anastatica di
                                                          “Clelia, il
                                                          Governo dei
                                                          preti” a cura
                                                          di A.A.M.
                                                          nella collana
                                                          “Il
                                                          Feuilleton”
                                                          diretta da
                                                          Giovani Arpino
                                                          (Torino, Meb,
                                                          1973). In “La
                                                          mietitura del
                                                          turco” Giosue
                                                          Carducci
                                                          (1835-1907)
                                                          nel giugno
                                                          1897 sferzò
                                                          l'ignavia
                                                          dell'Europa
                                                          centro-occidentale
                                                          (sempre uguale
                                                          a se stessa:
                                                          impotente) a
                                                          cospetto delle
                                                          stragi degli
                                                          armeni e dei
                                                          greci.
                                                          Scrisse: «Il
                                                          Turco miete.
                                                          Eran le teste
                                                          armene/ che
                                                          ier cadean
                                                          sotto il
                                                          ricurvo
                                                          acciar:/ ei le
                                                          offeriva
                                                          boccheggianti
                                                          e oscene/ a i
                                                          pianti
                                                          dell'Europa a
                                                          imbalsamar.//
                                                          (...) Il Turco
                                                          miete. E al
                                                          morbido
                                                          tiranno/ manda
                                                          il fior delle
                                                          elleniche
                                                          beltà./ I
                                                          monarchi di
                                                          Cristo
                                                          assisteranno /
                                                          bianchi
                                                          eunuchi a
                                                          l'harem del
                                                          Padascià.» In
                                                          soccorso dei
                                                          greci si mosse
                                                          una legione di
                                                          volontari
                                                          garibaldini,
                                                          guidato da
                                                          Ricciotti
                                                          Garibaldi.
                                                          Nella
                                                          battaglia di
                                                          Domokòs (17
                                                          maggio 1897)
                                                          cadde anche il
                                                          cinquantaduenne












                                                          forlivese
                                                          Antonio
                                                          Fratti,
                                                          patriota e
                                                          deputato alla
                                                          Camera.Lo Stato d'Italia è uno “stato di diritto” da quando, nel 1861, il Regno fece proprio lo Statuto albertino del 4 marzo 1848 il cui articolo 24 recita: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono uguali dinnanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessibili alle cariche civili e militari, salvo le eccezioni determinate dalle leggi”. La confessione religiosa cessò di essere discriminante. Col tempo la libertà di coscienza garantita dallo Statuto divenne costume condiviso, grazie a uno stuolo di spiriti universali. Non accadde altrettanto in regimi teocratici, che subordinano i diritti dei cittadini a una confessione religiosa. Lo spiegò Garibaldi nei suoi romanzi, scritti “per il popolo”. 

La scimitarra sull'Europa...
Nei suoi ultimi anni Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807-Caprera 2 giugno 1882) affinò il proprio pensiero politico. Nel 1860, messa a segno l'impresa dei Mille, senza la quale l'unità d'Italia non sarebbe mai nata, vaticinò gli Stati Uniti d’Europa. Dal 1870, dopo la guerra franco-germanica, in cui combatté a fianco dei francesi contro il militarismo prussiano, e la “Commune” del 1871 (da lui deprecata), invocò la “debellatio” dell’impero turco che opprimeva l’Europa orientale. Unì motivi religiosi e culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Se ancor oggi Costantinopoli è Istanbul lo si deve alla “diplomazia” di Londra e Parigi: è la pesante eredità della Guerra dei Trent'anni (1914-1945), quando i vincitori, pur in presenza dello sfascio dell'impero ottomano, lasciarono ad Ankara la cosiddetta “Turchia europea” per interdire alla Russia l'accesso dal Mar Nero al Mediterraneo attraverso gli Stretti. La miopia si paga nei secoli. Se la cosiddetta Unione Europea (irrilevante sotto il profilo politico e quindi militare) volesse per Costantinopoli una sorte migliore, dovrebbe accogliere la Turchia che ha cancellato la memoria di Ataturk e aspira a restaurare il Califfato islamico.
Garibaldi aveva idee chiare sulla Sublime Porta…
C’è un Garibaldi quasi sconosciuto. Molto oltre il corsaro, il guerrigliero, il generale, vi è il politico: alfiere della fratellanza universale e, proprio perciò, strenuo fautore della lotta per sottrarre l’Europa alla dominazione dei turchi e all'invadenza dell’Islam. Garibaldi ne scrisse ripetutamente nel suo ultimo decennio, il meno studiato e pressoché sconosciuto. Così la sua lotta contro il dominio ottomano su qualunque lembo d’Europa e contro la propagazione dell’islamismo (ideato sei secoli dopo il cristianesimo e che non ha mai fatto i conti con la Rivoluzione francese) rischia di rimanere ignorata. È un Garibaldi scomodo. Perciò vi sono buone ragioni per parlarne. Il Generale mostrò senno politico superiore a quello che di rado e avaramente gli viene riconosciuto. Il suo anticlericalismo radicale, solitamente ritenuto circoscritto alla chiesa cattolica, investì ogni forma di intrusione delle religioni nella vita civile e nella libertà delle persone. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò però molto oltre l’ambito religioso. Fu lotta politica, legata alla valutazione positiva dell’espansione degli europei Oltremare e della colonizzazione dell’Africa settentrionale (programma condiviso da Mazzini) da parte della “civiltà occidentale”, razionale, fondata sull'intreccio di scienze, produzione, mercato, progresso civile. Garibaldi non ingabbiava il Libero Pensiero in pochi meridiani e paralleli: per lui era patrimonio universale. Considerava sua missione propugnarlo ovunque. A quel modo fu “eroe dei due mondi”, etichetta altrimenti futile.
   Nelle Memorie Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli, una pagina avvolta nel mistero. I biografi la saltano a pie' pari. Ammalatosi in uno dei tanti viaggi in Oriente (di quale morbo?), vi rimase più del previsto e si trovò alle strette: «La guerra accesa tra la Russia e la Porta (cioè l’impero turco, detto Sublime Porta, NdA) contribuì a prolungare il mio soggiorno. In tale periodo mi successe per la prima volta di impiegarmi a precettore di ragazzi, offertomi dal signor Diego, dottore in medicina, e che mi presentò alla vedova Timoni, che ne abbisognava. Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo per studiare un po’ di greco, dimenticato poi, siccome il latino che avevo imparato nei prim’anni.» I maligni imbastirono molte insinuazioni su quella lunga stagione. Garibaldi ci tornò con una pennellata quando, molti decenni dopo. In una pagina di appunti fustigò “Il prete”: «Si chiami egli prete, Ministro, dervista, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli. Io ho percorso la superficie del globo. In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti dicevan loro ch’io era un maledetto! In Cina mi successe lo stesso, e voi giunti a Canton, la più frequentata e commerciale delle città Chinesi, non potete visitarla perché sareste lapidato dalla moltitudine suscitata dai preti.»
… e sull'islamismo
L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo non è una cappella laterale della sua vastissima basilica anticlericale. Non è dottrinale, teologica. È propriamente politica. Dall’infanzia aveva appreso, e non solo per racconti popolani ma per esperienze vissute, il pericolo dei “pirati”. Nizza, la sua città, ricordava devastanti incursioni delle flotte turche nel Cinquecento, propiziate dall’alleanza tra Parigi e Istanbul (dal 1453 soggiogata da Maometto II) contro il Sacro romano impero di Carlo V e la Spagna di Filippo II: un gioco diplomatico continuato con Luigi XIV sino a Napoleone III (alleato con Londra, Parigi e l’impero turco contro la Russia di Nicola I: la “guerra di Crimea” decantata dalla storiografia italocentrica per l’intervento del regno di Sardegna a fianco del Sultano). Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così minacciosa e dannosa da indurre la Francia di Carlo X, il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune. Vi si distinse Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
   Nel 1827, ricorda il dotto garibaldologo e confratello Maurice Mauviel, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne Garibaldi, fu assalito da corsari. Il comandante, Semeria, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. In seguito il giovane nizzardo subì due altri assalti pirateschi, mortificanti e umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in Manlio, romanzo contemporaneo, al quale lavorò sino all’ultimo giorno. Vi descrisse i Riffegni (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’Assalto di pirati alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino, eroe della repubblica Romana, recava “Manlio”, di soli cinque anni, verso lo stretto di Gibilterra alla volta dell’America meridionale. In quelle pagine Garibaldi non parla di “arabi”, né di “turchi”. Vi scrisse: «Come il leone, il Riffegno è bello e forte. Non so se, figlio dell’Atlas, egli si debba chiamare di stirpe caucasea. Ignorante, fiero, feroce, e considerando tutto ciò che non è mussulmano, eretico e niente più d’un cane, il Riffegno è naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi (sic) di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali.»
   Manlio non è un romanzetto qualunque. È il “testamento politico” di Garibaldi. Un suo capitolo è un susseguirsi di colpi e di grida, culminanti in una sorta di seconda Lepanto liberopensatrice: «Marsala! Marsala
rispondeva un garibaldino all’Allah Urrah degli Ottomani e si lanciava seguito dai suoi alla riscossa dei difensori della prora.» La battaglia navale vi viene infine risolta da “Vero”, che, precedentemente ferito e curato dal piccolo Manlio, lascia febbricitante la cabina ove è ricoverato al grido «All’armi…Qui non si tratta di bende ma della pele (sic!) Avanti fratelli!».  “Vero” (nel quale Garibaldi si identifica) a colpi di revolver e di «un coltellaccio che teneva in cintura fece strage orrenda tra i barbareschi, e così i compagni, spinti dall’esempio del valoroso capo e per la propria conservazione».
Estirpare il fondamentalismo dall'Europa...
Sarebbe però meschino ridurre il pensiero di Garibaldi sull’insanabile incompatibilità fra impero turco e civiltà europea a mero riflesso di vicissitudini personali. Esso esprime una visione geopolitica di ampio orizzonte, nell’ambito della guerra secolare tra diritti dell'uomo e del cittadino civili e islam.
   Prosatore esondante, Garibaldi sapeva controllare la penna quando necessario. Perciò i suoi scritti vanno centellinati e capiti, più e meglio di quanto sinora sia stato fatto. Il 5 maggio 1873 scrisse al fido Timoteo Riboli, medico, massone, fondatore della lega per la protezione degli animali: «Mentre l’Europa progredisce che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti, sono egualmente fautori dell’indolenza democratica in Italia, e quindi del trionfo effimero ma reale dell’oppressione e della menzogna…». Pigiava su tasti suonati da tempo: riforme per guarire la “gran piaga della miseria”, rifiuto del programma dell’Internazionale (confisca della proprietà privata e dei diritti ereditari…) e condanna della scioperomania che avrebbe precipitato l’Italia nel disastro.
   Non parlava per sé. “Agricoltore” (come si classificò alla Camera), Garibaldi era una “filosofia politica in azione”, campione di una guerra di liberazione culturale e politica, come osservò Aldo G. Ricci in “Obbedisco. Un eroe per scelta e per destino” (Ed. Palombo). Per lui l’Occidente era contrapposto alla Turchia in un conflitto di civiltà. Lo scrisse il 4 marzo 1876 a Ferdinando Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: «La diplomazia del ventre fu incapace di prevenire l’iniziativa del macello umano. I preti nel connubio dei turchi e satolli del loro oro, hanno lanciato l’anatema contro i seguaci della croce. Ed i settari del palo, dopo d’aver lottato per tenerlo in piedi, devono oggi conformarsi allo slancio degli schiavi che preferirono la morte al servaggio. E voi, ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto. Il turco deve passare il Bosforo e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi. Invalido, io invio un saluto del cuore ai fieri campioni della libertà orientale.» Non nutriva dunque alcuna ostilità nei confronti della popolazione turca ma ne aveva contro il regine teocratico che la opprimeva.
Il Solitario contro l'oscurantismo
Contro la “pax” immobilistica dettata dal Congresso di Vienna nel 1815, ribadita da quello di Parigi del 1856 e dal concerto europeo che di conflitto in conflitto riportava il Vecchio Continente ai confini e alle logiche della Restaurazione, Garibaldi pose il problema delle “nazioni senza stato”, dei popoli inchiodati alle tavole di spartizione delle grandi potenze. In lui vibrava il Risorgimento, lo spirito che aveva fatto nascere l’Italia a Stato indipendente, unica nazione emersa per somma di fortune dalla Restaurazione del 1814-15 e dalla repressione della primavera dei popoli (1848-1849).
   Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo sulla storia. Bisognava liberarsene. Non per motivi etnici, ma perché bastione del fondamentalismo oscurantista. L’occasione sembrò profilarsi dal 1875 con le rivolte antiturche, dalla Bosnia alla Bulgaria, represse dalla Sublime Porta grazie al sostegno della Gran Bretagna, sospinta dai suoi soliti calcoli geopolitici e da interessi finanziari. Il 17 luglio 1877 Garibaldi scrisse al marchese Filippo Villani: «Mandare i Turchi in Asia, ecco il provvedimento efficace per gli schiavi dell’Europa Orientale; ogni altra misura sarà una tappa di guerra.» Ma bisognava vincere gli intralci della diplomazia, come ruvidamente vergò nel Romanzo contemporaneo: «In questi ultimi tempi, massime per la questione orientale, si è manifestato nel mondo quanto di lurido esiste ancora nell’umana famiglia. L’Austria ha fatto il suo dovere di aquila o piuttosto d’avvoltoio, sostenendo sordamente la causa dell’oppressore e accatastando ogni specie d’ostacoli all’Europa Orientale. Essenzialmente tiranna essa ha fatto quanto doveva. Ma l’Inghilterra, la terra universale d’asilo, l’emancipatrice degli schiavi, non doveva, guidata da un Ebreo [lord Disraeli, NdA] lasciarsi condurre all’esterminio dei poveri servi ed al sostegno di tiranni esecrabili. No! Ed io racapricio pensandovi! […] E i preti? Peste dell’umana famiglia, hanno fatto causa comune coi massacratori degli innocenti.»
   Nel Manlio Garibaldi passò dalle staffilate contro il clero a quelle specifiche contro «il Turco, che più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!».
   Sospinto dall’orrore, il “Solitario” (come Garibaldi si autodefinì in Clelia) sognò una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio turco, a cominciare dall’isola di Creta: «Giunta la flotta italiana sulla rada di Canea, v’incontrò la turca, composta di cinque corazzate e se ne impadronì. Mi si chiederà con quale diritto. Ed io risponderò: collo stesso diritto con cui Maometto Secondo si impadroniva di Costantinopoli ed i pirati turchi delle nostre donne, bambini, uomini, etc., per farne degli schiavi…» Non erano sfoghi letterari ma ragionamenti politici. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse: «Dunque dopo tanto sangue versato risulterà nell’Europa Orientale uno di quei mostruosi pasticci di cui la diplomazia va famosa. Cosa è questa lunga Turchia che dal Bosforo si estenderà all’Adriatico, passando sul corpo della Bulgaria quasi indipendente, o tra questa e la Serbia da una parte, la Macedonia e la Tessalia dall’altra, le di cui popolazioni se hanno un’ombra di dignità dovranno mantenersi in uno stato perenne d’insurrezione? Quando io dissi al principio di questa guerra: i Turchi dover passare il Bosforo per poter ottenere una pace durevole, e tale è pure la mia opinione d’oggi, ma i turchi che intendano ciò solo: il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l’immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa che di quanti popoli abitatori del Levante è la migliore. Tale emigrazione sarebbe impossibile, converrebbe però non lasciar in Europa un solo prete turco, che basterebbe a seminar la zizzania in tutta la confederazione; e le moschee cambiar in scuole, ove s’insegnerebbe la religione del vero.»
   Garibaldi sperava in un Congresso che esercitasse l’arbitrato internazionale, la ricerca di una soluzione pattizia dei conflitti nel rispetto della libertà dei popoli, che avrebbe comportato con sé la libera navigazione nel Mar Nero (rumeno perché daco-romano) e negli Stretti.
La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’impadronì di Cipro e ne fece l’isola della divisione, del conflitto permanente, quale ancora rimane: un equivoco irrisolto nel Mediterraneo orientale. E il gran Malato d’Oriente divenne sempre più la polveriera della futura conflagrazione europea, esplosa nell’estate 1914 dopo la guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia e tre guerre balcaniche in due anni: groviglio inestricabile, letto di procuste sul quale la diplomazia inetta inchiodò l’area balcanica.
   Il Solitario aveva intravveduto e suggerito la soluzione, ma non ne vide l’approdo ultimo. Nel 1897 Creta insorse ma l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosue Carducci in versi staffilanti. La grande guerra si concluse sul versante orientale con la pace di Sèvres, che lasciò gli Stretti ad Ataturk (massone, sì, ma, come tanti altri “fratelli”, solo sino a quando gli fece comodo) in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di “laicizzazione”. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per una somma di errori e nefandezze delle diplomazie, oggi incombenti sull'Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera di vasto respiro.
   Aveva ragione il Solitario di Caprera. Il cui pensiero perciò venne ignorato: troppo scomodo, sempre attualissimo.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:
La copertina dell'edizione anastatica di “Clelia, il Governo dei preti” a cura di A.A.M. nella collana “Il Feuilleton” diretta da Giovani Arpino (Torino, Meb, 1973). In “La mietitura del turco” Giosue Carducci (1835-1907) nel giugno 1897 sferzò l'ignavia dell'Europa centro-occidentale (sempre uguale a se stessa: impotente) a cospetto delle stragi degli armeni e dei greci. Scrisse: «Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar.// (...) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./ I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l'harem del Padascià.»  In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.
 


LUIGI CADORNA
RESTAURATO IL MAUSOLEO A PALLANZA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria”
di domenica 8 Ottobre 2023 pagg. 1 e 6.
Il
                                                          Mausoleo del
                                                          conte Luigi
                                                          Cadorna sul
                                                          Lungolago di
                                                          Pallanza. Il
                                                          suo restauro
                                                          viene
                                                          festeggiato
                                                          alle 10 di
                                                          sabato 14
                                                          ottobre a
                                                          Pallanza, con
                                                          interventi del
                                                          prefetto
                                                          Michele
                                                          Formiglio, del
                                                          sindaco Silvia
                                                          Marchionini e
                                                          una
                                                          Allocuzione
                                                          del colonnello
                                                          Carlo Cadorna.
                                                          Su Luigi
                                                          Cadorna v.
                                                          Pierluigi
                                                          Colloredo
                                                          Valls, Luigi
                                                          Cadorna. Una
                                                          biografia
                                                          militare,
                                                          2021, con
                                                          ampia
                                                          bibliografia;
                                                          Luigi
                                                          Cadorna-Carlo
                                                          Cadorna,
                                                          Caporetto?
                                                          Risponde Luigi
                                                          Cadorna, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2020; e Luigi
                                                          Cadorna, La
                                                          guerra alla
                                                          fronte
                                                          italiana fino
                                                          all'arresto
                                                          sulla linea
                                                          della Piave e
                                                          del Grappa,
                                                          edizione
                                                          anastatica,
                                                          con
                                                          introduzione
                                                          di Aldo A.
                                                          Mola, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2019.L'Italia di Luigi Cadorna è raffigurata nell'altorilievo in bronzo di Davide  Calandra sovrastante lo scranno del presidente della Camera dei deputati a Monte Citorio. Lo si può osservare più volte al giorno in televisione. Al centro domina la Monarchia costituzionale, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalla Forza, il cui impiego, insegnò Carl von Clausewitz in “Della guerra” ne è la prosecuzione con altri strumenti. Luigi Cadorna, come suo padre Raffaele, suo zio Carlo e suo figlio Raffaele, fu militare nutrito di pensiero politico e istituzionale, con una visione ampia della storia dei popoli. Fu anche, e rimane, specchio dei nodi irrisolti dell'Italia nata dalla lunga preparazione risorgimentale ma infine sorta nel volgere di pochi mesi e, di seguito, impegnata a consolidare i muri portanti a scapito della armonia tra le sue componenti.
  
    Il Regno d'Italia che, mutata la forma istituzionale, continua nella Repubblica, nacque nel marzo 1861 dal concorso della diplomazia e della spada sotto le insegne dei sovrani sabaudi, sue fondamenta. Alla sua base esso ebbe lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 dal re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Quel cammino coronato daVittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, e, dopo gli anni di Umberto I (1878-1900), da Vittorio Emanuele III, durante il cui regno lo Stato raggiunse il massimo di espansione territoriale con il confine al Brennero e al Quarnaro e l'annessione di Fiume.
    La premessa del percorso che condusse alla proclamazione del Regno furono il regio editto del 27 novembre 1847, che rese elettivi i componenti dei consigli comunali, provinciali e divisionali, e lo Statuto che trasformò la monarchia amministrativa in monarchia rappresentativa e istituì il Senato di nomina regia e vitalizia e l'elezione della Camera dei deputati. Quelle riforme generarono l'avvento di una vastissima e partecipe classe dirigente, politica e amministrativa, formata dall'intreccio e dalla somma  di nomine e di esiti delle leggi elettorali, prospettate dallo Statuto e via via deliberate dal Parlamento.

     Come ribadito dalla Costituzione della Repubblica, già lo Statuto precisò con chiarezza identità  e prerogative del Capo dello Stato: “comanda tutte le forze di terra e di mare”. Non fu altrettanto preciso quando enunciò che il re “dichiara la guerra, fa i trattati di pace, di alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano...”. All'alba della monarchia rappresentativa non distinse con la differenza tra deliberare, dichiarare e proclamare la guerra, tre “momenti” separati per la diversità dei suoi “attori”.
      Lo Statuto tacque su corpo diplomatico e assetto delle forze armate, in specie sul comando dell'esercito: un interrogativo che si pose all'indomani della prima non fortunata fase della guerra del 1848. Il nodo Re-ministro della guerra-comandante dell'armata era e rimase ingarbugliato perché per Statuto il potere esecutivo apparteneva “al re solo”, però “responsabile” non era il sovrano; lo erano i ministri.
L“equivoco” (come scrisse l'insuperato Piero Pieri nella “Storia militare del Risorgimento”) venne temporaneamente risolto il 7 febbraio 1849 con la nomina del generale polacco Wojchiech Chrzanowski al comando dell'Armata “sotto la sua responsabilità, in nome del Re”, come “general maggiore dell'Esercito”, “con “comando effettivo”. L'ambiguità si ripresentò nel 1859 quando, aggredito dall'Austria, il regno di Sardegna entrò in guerra forte dell'alleanza con Napoleone III, e nel 1866, quando, i generali Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini ebbero il comando delle due armate schierate contro l'impero d'Austria e operarono senza l'indispensabile coordinamento.     
   La legge 29 giugno 1882, n.831 istituì il Capo di stato maggiore dell'esercito. Ne furono titolari Enrico Cosenz (1882-1893), Domenico Primerano (sino al 1896, dopo Adua), entrambi già allievi della borbonica Scuola Militare Nunziatella di Napoli, e il torinese Tancredi Saletta. Quando nel 1908 questi fu collocato a riposo il generale più anziano e quindi vocato alla successione (“l'anzianità fa grado” recitava un efficace brocardo) era il cinquantottenne Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850-Bordighera, 21 dicembre 1928) dal 1907 al comando della Divisione militare di Napoli. Come egli stesso scrisse in Pagine polemiche e venne ribadito nella biografia scrittane da Perluigi Romeo di Colloredo Valls (2021), con procedura inconsueta la “successione” fu subordinata ad “accertamento”.  Secondo il regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 tra le questioni di ordine pubblico e di alta amministrazione da sottoporsi al Consiglio dei ministri vi erano “le nomine e destinazioni dei comandanti di corpi di armata e di divisioni militari; le nomine del capo di stato maggiore dell'esercito e del primo aiutante di campo di S.M. il Re”.
  
   In vista della sostituzione di Saletta, da tempo malato, l'8 marzo 1908 il generale Ugo Brusati, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, chiese a Cadorna di dichiarargli “schiettamente” se davvero, come pareva da voci in circolazione, subordinasse la nomina a capo di stato maggiore all'ampliamento per legge dei suoi poteri soprattutto in vista di una guerra. La risposta fu netta: “S(ua) M(aestà) che dallo Statuto è creato Comandante Supremo, è pur dallo stesso dichiarato irresponsabile. Ma il comando non può neppure esistere senza un responsabile il quale perciò non può essere che il capo di S(tato) M(aggiore). Ma la responsabilità ha per necessario correlativo: 1.La libertà d'azione nella condotta delle operazioni; 2. La libertà d'azione nella preparazione della guerra in ciò che ha rapporti colle operazioni; 3.La esclusione dagli alti comandi di coloro che non ispirano la necessaria fiducia”. Cadorna non intendeva mettere in discussione le prerogative statutarie del sovrano ma osservò che il decreto legge  4 marzo 1906 aveva definito i poteri del capo di stato maggiore in tempo di pace ma non in guerra. “A deliberare, concluse, dev'essere uno solo: il responsabile”.
    Il 1° luglio 1908 capo di stato maggiore venne nominato il casertano Alberto Pollio di due anni più giovane di Cadorna. Imperando Giolitti, che impose a Vittorio Emanuele III l'immediato collocamento a riposo di Vittorio Asinari di Bernezzo, per alcune sue parole di sapore irredentistico, Cadorna ritenne ormai improbabile l'ascesa al vertice dell'esercito. La sua esclusione da comandi operativi negli anni seguenti ne suscitò reazioni sdegnate. Il 23 agosto 1912 a proposito della ventilata nomina del generale Ragni a governatore  civile e militare della Libia al figlio Raffaele scrisse: “Nominare un altro senza neppure dirmi crepa sarebbe un vero schiaffo datomi in piena guancia”. Avrebbe risposto con la richiesta ipso facto del collocamento a riposo.    

    La notte del 1° luglio 1914, quattro giorni dopo l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo per mano di un terrorista serbo eterodiretto, Pollio morì improvvisamente a Torino. Sulle cause e le circostanze del suo decesso furono ricamate insinuazioni e leggende. Dal 20 marzo 1910 Cadorna era comandante della IV divisione militare (Genova-Piacenza). Ormai prossimo al congedo per motivi di età, stava progettando di prendere casa in Liguria. Il 10 luglio fu nominato capo di stato maggiore. Presidente del Consiglio da quattro mesi era Antonio Salandra, in successione a Giolitti; ministro degli Esteri era il catanese Antonino Parternò Castello, marchese di San Giuliano, il “politico” italiano più stimato da Vittorio Emanuele III. Nel volgere di poche settimane esplose la Conflagrazione europea: sequenza di mobilitazioni, ultimatum, dichiarazioni di guerra. Appena insediato, sulla scia del predecessore Cadorna approntò il piano di intervento a fianco di Vienna e Berlino, cui Roma era legata dal trattato difensivo del 20 maggio 1882. Il progetto, da Cadorna pubblicato nel 1925, rimase agli atti.
    Mese dopo mese divenne chiaro che la guerra sarebbe durata a lungo e che per l'Italia, vulnerabile su tutti i confini terrestri e marittimi e dipendente dall'estero per il proprio sistema produttivo e alimentare, sarebbe stato impossibile rimanerne fuori. Di lì la preparazione e, di seguito, la “mobilitazione occulta” orchestrata da Cadorna tra difficoltà e ritardi per portare lo strumento militare al livello necessario.     
    Senza informarlo, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, dopo lunga segreta trattativa fecero sottoscrivere dall'ambasciatore d'Italia a Londra Guglielmo Imperiali l'“arrangement” del 26 aprile 1915. Solo il 6 maggio Cadorna fu sbrigativamente informato che l'Italia doveva intervenire entro due settimane. Ministro della guerra era il maggior generale Vittorio Zupelli. Il suo predecessore, Domenico Grandi, il 23 settembre 1914 aveva comunicato al governo le condizioni dell'esercito in vista di una mobilitazione generale concludendo che non si trovava nel complesso nelle condizioni desiderabili “per affrontare senza preoccupazione una campagna di guerra”. L'esercito avrebbe fatto “come sempre, il proprio dovere”, meglio se si fosse sentito “sospinto e accompagnato dal consenso del Paese” il cui miglior giudice però era il governo. Venne sostituito.
    Salandra e Sonnino compirono tre errori agli occhi della storia sconcertanti. Nel loro carteggio ammisero di essere andati oltre il consenso esplicito del re, del governo e senza maggioranza in parlamento. Impegnarono l'Italia a entrare in guerra entro 30 giorni dalla firma contro “tutte le potenze” dell'Intesa. A differenza di quanto aveva progettato San Giuliano, fautore di una Quadruplice Intesa, l'“accordo” (non vero e proprio Trattato) comportò l' “adesione” alla Triplice Intesa, non l'inclusione “alla pari”. Perciò l'Italia fu tenuta all'oscuro degli impegni assunti al suo interno dalla Triplice intesa. Il peso della guerra venne scaricato sul capo di stato maggiore, non consultato neppure sui “compensi” chiesti da Salandra e Sonnino, quasi la difesa dei futuri confini dell'Italia fosse una variabile esclusiva della “politica” anziché un pegno vincolante sotto il profilo militare per un Paese dal dominio coloniale già vasto, costoso e impegnativo: dall'Eritrea alla Somalia e alla Libia.
    Il precario equilibrio del governo Salandra-Sonnino fu sull'orlo di precipitare. Il 13 maggio 1915 il consiglio dei ministri verbalizzò: “considerando che intorno alle direttive  del governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, delibera di presentare a S.M. il  Re le proprie dimissioni”. A mobilitazione ormai avviata, consultato per la seconda volta da Vittorio Emanuele III  Giolitti, secondo il quale l' “accordo di Londra” non vincolava lo Stato ma solo il governo, declinò l'invito a formare un nuovo esecutivo. Nessun altro se ne fece carico. Al Re non rimase che inviare alle Camere il governo in carica. Il 17 maggio il consiglio dei ministri approvò “il disegno di legge da presentare alla Camera per delegazione di poteri legislativi in caso di guerra e per l'esercizio provvisorio”. Benché in larghissima maggioranza contraria all'intervento, il 20 maggio la Camera approvò la proposta con l'opposizione dei soli socialisti e molte assenze tra i costituzionali. L'indomani altrettanto fece il Senato, pressoché unanime.
  
   All'opposto di Giolitti, che prevedeva una guerra di molti anni, Salandra aveva lasciato intendere, e forse ne era persino convinto, che il conflitto sarebbe terminato entro l'autunno. Dal canto suo, perfettamente a giorno sulle condizioni effettive dello strumento militare, logorato dall'impresa di Libia e da decenni di investimenti inadeguati, Cadorna riteneva che l'Italia non potesse affrontare una guerra “grossa” (cioè di largo impiego di uomini e armi) belliche e “lunga”. Le condizioni effettive dell'esercito nella primavera del 1915 erano quelle pochi mesi prima descritte dal ministro Domenico Grandi e poi documentate nell'“Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave: 24 ottobre-9 novembre1917”. Disponeva di una mitragliatrice per ogni chilometro di fronte. Pressoché inesistente erano l'artiglieria pesante e l'aviazione. Si producevano 2500 fucili al mese, a fronte di un milione di uomini da mettere subito in campo. Occorrevano ufficiali e sottufficiali preparati.
   
    Eletta per la prima volta a suffragio maschile quasi universale nell'ottobre 1913, la Camera che nel maggio 1915 si era sentita ricattata da Salandra rimase in agguato.  Contro l'opinione (corrente non solo all'epoca) secondo la quale il Parlamento “non fa crisi” quando lo Stato è in guerra, nel giugno 1916, dopo la spedizione austro-ungarica di primavera, la Camera