Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.



GIOVANNI GIOLITTI
COME NACQUE E PENSO' UNO STATISTA 


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 gennaio 2023 pagg. 1 e 6.

Didascalia
    Oggi tanti rimpiangono i “partiti”. Si dimentica che in principio vi era lo Stato, la monarchia costituzionale, che si valeva di una dirigenza sin dall'infanzia formata all'idea di operare per l'Italia: diplomatici, militari, docenti, scienziati, artisti, ecclesiastici soccorrevoli e una miriade di funzionari e impiegati pubblici di condizioni modeste ma fieri della propria missione civile. Il piemontese Giovanni Giolitti ne è un esempio illustre. Memore del proprio lungo “apprendistato”, quando fu al governo rispettò sempre i talenti dei Travèt, ai quali non venne mai né chiesta né imposta una “tessera” ma solo la fedeltà al servizio dello Stato. Merita di essere meglio conosciuto.       
Candidato alla Camera a sua insaputa, eletto e dichiarato ineleggibile
Nelle Memorie della mia vita Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842-Cavour, 17 luglio 1928) scrisse di aver appreso di essere candidato alla Camera dalla “lettera circolare” in cui Antonio Riberi, deputato uscente, comunicò che non si sarebbe ripresentato e “senza dir(gli) niente” avanzò il suo nome. Aggiunse: «Fui appoggiato anche dagli altri due deputati che si ritiravano [Luigi Ranco, ingegnere, e Spirito Riberi, avvocato, NdA]; ma, non tenendoci molto, rifiutai di andare a fare il solito giro di campagna elettorale.» La realtà fu del tutto diversa da come la narrò. Va ricordata perché essa incise sulla maturazione di Giolitti dall'alta burocrazia alla politica e lo segnò per sempre. La sua candidatura venne affacciata il 9 settembre 1882 in una riunione di notabili confluiti dal Piemonte a Dronero per lo scoprimento del monumento di Gustavo Ponza di San Martino, giureconsulto e ministro del regno di Sardegna. Lì il munifico conte Deodato Pallieri, che da vent'anni propiziava la burocratica carriera di Giolitti (entrato in magistratura a vent'anni e dal 1869 “prestato” al ministero delle Finanze, ove collaborò con Quintino Sella) assicurò a Riberi la nomina a senatore se avesse rinunciato alla Camera. A volerlo deputato fu anzitutto il presidente del Consiglio Agostino Depretis, massone, che il 21 agosto, in vista delle elezioni lo nominò consigliere di Stato ponendolo al riparo dall'estrazione a sorte tra i deputati eccedenti il numero riservato ai pubblici dipendenti e di decadere, come era accaduto a Giosuè Carducci nel 1876.
    Il  16  settembre  Francesco Blanchi , fratello di un prestigioso notaio locale, propose a Giolitti la candidatura. Altri seguirono. Sondati alcuni deputati e notabili, egli accettò ma, fiero della “storia di famiglia” e di quanti ne avevano propiziato l'ascesa (a cominciare dagli zii materni, Melchior e Luigi, magistrati, e Alessandro Plochiù, generale: tutti scapoli) precisò che non intendeva “fare fiasco” e rischiare “una meschina figura”. A istruirlo e a dettargli quasi parola per parola la lettera programmatica agli elettori del Collegio di Cuneo furono alcuni amici influenti: Angelo Garelli, procuratore del Re, l'ex deputato Agostino Moschetti e Nicolò Vineis, massone e direttore del quotidiano cuneese “La Sentinella delle Alpi”, che da quasi trent'anni era il regista delle elezioni parlamentari locali. Dopo turbinosa altalena di candidature Giolitti scese in campo in una terna comprendente Sebastiano Turbiglio, massone, docente di storia della filosofia alla “Sapienza” di Roma, e Luigi Roux, direttore della “Gazzetta Piemontese” (futura “La Stampa”) di Torino, contro il quale si schierò Vittorio Bersezio, già direttore dello stesso quotidiano, storico e autore delle celebri Miserie 'd Monsù travet.
   Il 15 ottobre Giolitti vergò laboriosamente la “lettera agli elettori” e la mandò a Garelli che ne cancellò un paio di frasi a suo avviso controproducenti e la affidò alla “Sentinella”. Su suggerimento di Moschetti l'aspirante deputato scrisse l'inciso famoso: «Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questi risponde ai veri bisogni del Paese». Dall'esordio Giolitti si mostrò dunque “politico” autentico: capace di ascolto, di sintesi e animato da princìpi saldi e condivisi. Non si mosse da Roma ma sollecitò il sostegno di decine di notabili (sindaci, pretori, farmacisti, militari, il padre di un parroco della sua valle Maira...) con lettere personali. sollecitandone il sostegno. Alle 19 del 29 ottobre il procuratore Garelli gli telegrafò: era il primo eletto con 5310 preferenze su 6864 votanti. Un successo clamoroso, superiore alle sue prudenti previsioni.
   Sennonché il 13 marzo 1883 la Giunta permanente sulle ineleggibilità e incompatibilità parlamentari, formata dai deputati più prestigiosi, stabilì che era ineleggibile perché retribuito dall'erario con propine per le sue funzioni di consigliere di Stato. Giolitti se ne adontò perché percepì che la pronuncia ne metteva in discussione l'onestà morale prima che politica, quasi avesse truffato gli elettori, candidandosi benché ineleggibile. Approntò scrupolosamente la difesa. Il 21 aprile la illustrò in Aula. Aveva percepito 20 lire per ogni pratica esaminata, ma le aveva sbrigate quasi sempre a casa propria facendo risparmiare allo Stato “le spese di locale, carta, oggetti di cancelleria, lumi e simili”. Richiesti di approvare “per alzata” la proposta di decadenza i presenti rimasero seduti.
   Per un soffio l'Italia rischiò di non averlo deputato, né capofila dell'opposizione piemontese al governo Depretis nel 1886, né ministro del Tesoro e delle Finanze nel governo presieduto da Francesco Crispi (1889-1891), né cinque volte presidente del Consiglio e ministro dell'Interno tra il 1892 e il 1921, né altro ancora. Gli otto mesi dalla candidatura alla Camera alla conferma dell'elezione a deputato di “homines abhorrentes servitium et amatores libertatis inctintu naturali” (come gli aveva scritto Pallieri) furono per lui di noviziato alla “politica” e innervarono la sobria “retorica” dei suoi interventi in Parlamento sino al 16 marzo 1928. Meritano di essere riletti.
Amministratori e politici? “Una riunione di amici”
Per comprendere la sua concezione della politica, dell'esercizio del mandato parlamentare e la sua coerenza di monarchico e liberale al servizio dello Stato nelle Aule parlamentari in continuità con gli uffici di pubblico impiegato ai ministeri di Grazia e Giustizia e delle Finanze, giova passare in rassegna i pochi discorsi da lui pronunciati al di fuori delle Camere dal 1886 al 1899 (anche per difendere il suo onore dalle accuse mossegli in connessione con lo “scandalo della Banca Romana” che nel 1893 gli costò le dimissioni da presidente del governo), specie nel Consiglio provinciale di Cuneo di cui fu componente dal 1886 al 1925. 
  Lasciata il 16 marzo 1905 la guida del governo, per seri motivi di salute, il 14 agosto Giolitti fu eletto presidente del Consiglio provinciale di Cuneo. In tale veste espose la sua visione di “buona amministrazione”: «Il nostro consesso – disse – non è che una riunione di amici che si stimano e si amano, animati dal solo intento di procurare il bene degli amministrati, non divisi da dissensi di natura politica, poiché tutti sono devoti alle patrie istituzioni; e, se qualche volta vi è lotta, ciò dipende unicamente dal fatto che ognuno vede le cose dal proprio punto di vista.»
   Il 2 ottobre 1910 pronunciò poche eloquenti parole all’inaugurazione della nuova sede della Cassa di Risparmio di Cuneo. Mentre a Roma, da lui propiziato e assecondato, era sindaco Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia, e alla guida di comuni e province si moltiplicavano i “blocchi popolari” di liberalprogressisti, radicali e socialriformisti, nel silenzio “ossequioso e ammirante” dei presenti Giolitti scandì che la Cassa era il punto di convergenza e di collaborazione “delle idee clericali e socialiste, moderate e radicali”. «La questione sociale – aggiunse – noi la risolviamo elevando le classi più umili a livello di quelle più ricche”.
   Pochi giorni prima era stato ricevuto segretamente da Vittorio Emanuele III nel Castello di Racconigi. Si avvicinavano le celebrazioni del cinquantesimo del regno. Urgeva un cambio al vertice del governo. Da Cuneo Giolitti fece sapere di non aver preconcetti nei confronti di chi aveva veduto in Luigi Luzzatti l’argine laico contro l’avanzata dei cattolici deputati. Al tempo stesso non coltivava alcun altro pregiudizio: «Ognuno valga per ciò che sa e per il lavoro che compie.» Le ideologie appartenevano al passato remoto, anche perché premevano impegni che nessuno dei presenti immaginava, a cominciare dall’impresa di Libia. Non solo Marx era stato mandato in soffitta (o così gli pareva o sperava). La “pace sociale” era premessa indispensabile per affrontare nuove e severe prove, giacché «nessuna guerra moderna può svolgersi senza la decisa volontà del popolo che la fa», lontano dal “Paese che lavora. Il 30 marzo 1911, dopo il cinquantenario della proclamazione di Roma a capitale d’Italia (lasciata celebrare a Luzzatti) Vittorio Emanuele III gli affidò per la quarta volta il governo del Paese.
   All’inaugurazione della prima Camera eletta col suffragio quasi universale maschile (1913), dopo  circa tre lustri di governo, Giolitti non fu affatto scosso da chi, come il socialista Giuseppe Raimondo, ne annunciava il tramonto o, come Arturo Labriola (futuro ministro del Lavoro nel suo V governo, 1920-1921), sentenziava che vi era «da una  parte un’Italia rivoluzionaria nazionalista e dall’altra un’Italia socialista, ma non c’e(ra) più un’Italia giolittiana». Lo statista sapeva bene che vi era la cattolica, maggioritaria nel Paese, e che solo il cosiddetto “patto Gentiloni”, approdo della sospensione non expedit da parte di Pio X sin dal 1904 (come chiarito da Gianpaolo Romanato nella biografia di Pio X), aveva scongiurato divenisse più clericale di quanto, per contrapposti motivi, molti volevano. Conscio che l’Italia aveva necessità di riforme profonde nell’amministrazione della giustizia, nel sistema scolastico e nei rapporti tra capitale e lavoro, lo statista affermò che esse andavano varate subito ma avrebbero dato frutti solo sul lungo periodo. Per evitare che «il partito monarchico divent(asse) in molta parte d’Italia una minoranza» occorrevano però misure immediate e incisive. I fasci siciliani, i moti di Lunigiana del 1894 e la vasta sommossa/insurrezione del 1898 avevano indicato la via maestra: il riordino completo della fiscalità per scongiurare il declino della piccola proprietà, che costituiva «la più valida difesa dell’ordine sociale». Le classi dirigenti dovevano persuadersi che «senza qualche sacrificio esse non possono sperare durevole quella pace sociale senza cui non vi è sicurezza né per le persone né per gli averi». Lanciò un monito severo: «Io deploro quanto altri mai la lotta di classe; ma, siamo giusti, chi l’ha iniziata?».
Venti di guerra, tra irredentismo, espansione coloniale e crisi europea
Nel primo decennio del Novecento, mentre una moltitudine di movimenti, gruppi ideologici, circoli letterari, artistici e riviste davano voce alla “rivolta ideale” e dai salotti molti si appellavano alla “piazza” contro il grigiore del governo, Giolitti varò leggi speciali per accelerare il risanamento di regioni e plaghe arretrate. Al conterraneo Luigi Facta spiegò che l'Italia doveva evitare di avventurarsi in una guerra con l'impero austro-ungarico perché avrebbe dovuto dirottarvi le sue risorse e sottrarle allo sviluppo del Mezzogiorno, interrompendo l'unificazione effettiva, così provocando la rivoluzione e la crisi della monarchia: obiettivo dei repubblicani che, fece notare, erano i precipui alfieri dell'irredentismo.
   Il 28 luglio 1911 il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello di San Giuliano mandò a Giolitti e al sovrano il “memoriale” segretissimo sulla “probabilità” che entro pochi mesi l’Italia potesse essere “costretta a compiere la spedizione militare in Tripolitania”. Ne nasceva la «probabilità (probabilità non certezza) che il successo di tale spedizione darebbe al prestigio dell’Impero Ottomano, spinga all’azione contro di esso i popoli balcanici, entro e fuori l’impero, oggi più che mai irritati contro il regime centralista giovane-turco, ed affretti una crisi, che potrebbe determinare e quasi costringere l’Austria ad agire nei Balcani». All’orizzonte gonfiava la tempesta della guerra europea, temuta, schivata, sempre incombente. Chi avrebbe dato fuoco alla miccia?
   Il programma del settembre 1900 per l’unione dei partiti liberali giunse a una seconda svolta. Dopo l'incontro segreto del 16 settembre nel Castello di Racconigi, ove il re fissò con lui l'agenda dell'impresa di Libia, e dopo la dichiarazione di guerra all'impero turco ottomano, il 7 ottobre 1911 Giolitti ne spiegò i motivi al Teatro Regio di Torino: «Politica democratica non è sinonimo di politica fiacca, di politica impotente; la storia di tutti i popoli e gli avvenimenti che succedono sotto i nostri occhi dimostrano invece che i governi i quali sanno di rappresentare tutte le classi sociali sono i più gelosi custodi dei grandi interessi del loro paese; appunto perché non rappresentano interessi di persone o di limitate classi, ma quelli di tutto il popolo, essi sentono più vivamente il dovere di non pensare solamente alle questioni di immediato interesse, ma di assicurare anche il lontano avvenire del paese. La politica estera non può, come la politica interna, dipendere interamente dalla volontà del governo e del Parlamento ma, per assoluta necessità, deve tenere conto di avvenimenti e di situazioni che non è in poter nostro di modificare e talora neanche di accelerare o ritardare. Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, poiché una esitazione o un ritardo può segnare l’inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli.»  
   Profondamente radicato nella tradizione del Vecchio Piemonte, ove il lavoro era terreno di sfida civile dai tempi delle Associazioni agrarie di metà Ottocento, animato da una visione biblica del cammino dei popoli, all'inaugurazione dell'ospedale per l'infanzia “Regina Elena” in Cuneo il 14 agosto 1914 Giolitti meditò ad alta voce. Bisognava «procurare alla Patria cittadini futuri sani ed equilibrati, perché bastano due generazioni ben curate e ben educate a far rifiorire i destini di una Nazione». Lo stesso giorno, «in un momento angoscioso per tutta l’Europa e grave per il nostro Paese», dal seggio di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo egli dichiarò la solidarietà al governo presieduto da Antonio Salandra: «Senza distinzione di partiti, appoggeremo lealmente e fortemente in quella via che creda di seguire per la tutela dei nostri diritti e per assicurare all’Italia il posto che le spetta nel mondo.» Non era un’apertura di credito illimitata. Cinque giorni prima aveva infatti confidato al ministro degli Esteri, San Giuliano, la priorità di «coltivare i nostri buoni rapporti con l’Inghilterra, e fare quanto ci è possibile per limitare o abbreviare la durata e le conseguenze del conflitto». Senza entrarvi. Gli eventi ebbero tutt’altro corso: la firma dell'arrangement di Londra all’insaputa del Parlamento e del governo stesso (26 aprile 1915), la denuncia dell'alleanza con Berlino e Vienna (3 maggio), la dichiarazione di guerra contro l’Impero austro-ungarico in nome del “sacro egoismo” (23 maggio con effetto dall'indomani).
   Da quando il 17 maggio 1915 dovette lasciare precipitosamente Roma perché il governo non ne garantiva l’incolumità da un attentato mortale ormai in corso di attuazione, lo statista riparò a Cavour. Al di là di quanto disse nello scambio epistolare e in confidenze anziché dal seggio di deputato, Giolitti parlò dallo scranno di presidente del consiglio provinciale. Il 5 luglio 1915 dichiarò: «Quando il Re chiama il paese alle armi, la provincia di Cuneo, senza distinzioni di parti e senza riserve, è unanime nella devozione al Re, nell’appoggio incondizionato al Governo, nell’illimitata fiducia nell’esercito e nell’armata», impegnati in un conflitto dal quale dipendeva «l’avvenire dell’Italia per un lungo periodo della sua storia». Ma a differenza di Salandra e del ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, aveva chiaro che la guerra sarebbe durata anni. Nella forzata solitudine constatava l’imparità dei governi al “più grave disastro dell'umanità dopo il diluvio universale” anche a giudizio del premier britannico David Lloyd George. Chi avrebbe riacceso i lumi sull'Europa? La sua vita di statista era finita?
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Giovanni Giolitti (1842-1928), statista della Nuova Italia. Se ne legge un profilo nella rivista “Cosmopolis” dell'Università di Perugia.




IL TRICOLORE ITALIANO
230 ANNI  DI STORIA


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 gennaio 2023 pagg. 1 e 6.

La straziante impiccagione del ventiduenne “Giò” De Rolandis alla Montagnola di Bologna (23 aprile 1796).    La storia del Tricolore italiano è stata appassionatamente narrata da Ito De Rolandis in Orgoglio tricolore. L’avventurosa nascita della nostra bandiera (Lorenzo Fornaca Ed. - L’Artistica, Savigliano, 2008), con prefazioni dei sindaci di Asti e di Castell’Alfero, Angelo Marengo, di Mercedes Bresso, Aldo Mola e scritti di altri autori: Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, Marco Bortolotti, Fausto Carpani, Sabina Fornaca, Corrado Testa e Guido Peila, che ripercorre le gesta di Giuseppe De Rolandis in “L'Ussaro sul Tetto” di Jean Jono, dal quale venne tratto il film diretto da Jean-Paul Rappenau e interpretato da “Fernandel” (Fernando Contandin, nativo di Perosa Argentina, il celebre “don Camillo”). Il volume di Ito De Rolandis è suggellato dalla fotografia di  Carla Bruna Tedeschi (poi moglie di Sarkozy) recante il tricolore italiano nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino (2006).    Quello approvato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 è solo uno dei tricolori ideati per la Nuova Italia. La loro molteplicità esprime un sentimento diffuso dei cittadini italiani di ieri e di oggi: di varie confessioni religiose ed etnie, accomunati dall’orgoglio dei propri diritti e dal senso dei doveri verso lo Stato. A beneficio della memoria del “défroqué” Giuseppe Compagnoni va ricordato che nell'Assemblea della Repubblica Cispadana proprio lui si dichiarò contrario all'elevazione del cattolicesimo a   “religione dello Stato”. Dopo la Restaurazione non riprese l'abito talare; visse a Milano campando della propria prodigiosa attività di studioso. Scrisse anche una storia degli Stati Uniti d'America in 29 volumi. Era la “Terra promessa”...
Didascalia
    L'Italia ha tante “feste”, civili e religiose. Forse troppe. Non sempre le “sente”. Poco importa avere una festa in più ma capire a chi, a che cosa e perché rendere omaggio con dispensa retribuita dal lavoro. Il 7 gennaio di ogni anno viene celebrato il Tricolore. È una “ricorrenza” nazionale, con epicentro a Reggio nell'Emilia perché, si dice, lì per la prima volta il verde il bianco e il rosso furono adottati per il vessillo di uno Stato, precisamente la minuscola Repubblica Cispadana nata su impulso dei francesi capitanati da Napoleone Buonaparte, comandante dell'Armata d'Italia mandata dal Direttorio di Parigi a sconfiggere gli Asburgici e i suoi alleati, a cominciare dal re di Sardegna.
   Come ogni anno anche nel 2023 è stato ripetuto che il tricolore, simbolo di unità e di indivisibilità dell'Italia, è stato voluto dalla Costituente quale vessillo della Repubblica. La quale, dunque, adottò la bandiera esistente, ma ne cancellò lo scudo sabaudo che vi campeggiava dal 1848. Quel tricolore aveva un secolo. L'attuale ne ha 75. Norme successive vietarono l'esposizione del tricolore originario che (ha ricordato il messaggio del presidente Sergio Mattarella) era stato innalzato dagli avi per dar vita all'unità italiana. Insomma, si festeggia un “prima” (una “repubblica” vassalla della Francia) e un “poi”, quella attuale, ma non si ricorda in debite forme che il Tricolore è nato come bandiera del Regno di Sardegna e poi di quello d'Italia.    
   L’eliminazione dell'emblema della Casa che dal 23 marzo 1848 si fece carico delle guerre per l'indipendenza, l'unità e la libertà degli italiani non cambia la verità dei fatti. Perciò quel passato merita di essere sinteticamente ricordato. Si scopre così che nel 1848 Carlo Alberto di Savoia Carignano non inventò il tricolore ma lo ricevette “per li rami”da due studenti universitari che lo avevano ideato e ne erano morti più di mezzo secolo prima. Il Tricolore dunque nacque e dovrebbe rimanere insegna della gioventù, dell'Italia che è Nuova se riconosce l'Antica, le sue radici.

  La «Bandiera dei tre colori/ è sempre stata la più bella/ noi vogliamo sempre quella/noi vogliam la libertà…». Canti del Risorgimento. Come la “Bella Gigogin” che oggi verrebbe vietata per oltraggio al pudore. Chiusi per sempre nel baule dei ricordi perduti? La bandiera italiana garrisce nell'Italia delle “cento città” se il suo passato viene recuperato senza cesure né censure. Vent'anni fa l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi restituì smalto al Tricolore e incitò con l’esempio personale a intonare il “Canto nazionale”, la cui “storia” merita di essere ripercorsa, tanto più che qualcuno vorrebbe addirittura inserirlo nella Costituzione. E' un inno neoguelfo. Cade bene.
  Dopo la prima guerra mondiale uomini saggi al governo della cosa pubblica, come Giovanni Giolitti e Benedetto Croce, d'intesa con Vittorio Emanuele III puntarono diritto all’obiettivo vero: la Festa delle Bandiere (celebrata all'Altare della Patria il 4 novembre 1920) era tutt'uno con la legge sulla cittadinanza e l’obbligo dell’istruzione (altra cosa dall’istruzione obbligatoria). Da lì bisogna ripartire. Intorno alla genesi del Tricolore molto è stato scritto, ma con lacune vistose e per obiettivi spesso di parte. Se davvero si vuole che esso unisca, tempo è venuto di ricordarne almeno per sommi capi la lunga storia, dire chi per primo lo ideò, che cosa forse volle esprimere, quali ne furono le molteplici vicissitudini.
   Una prima certezza è che il variegato “tricolore” adottato dalla Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797 ha poco a che vedere con quello del 1848-2023. Esso era a bande orizzontali. Quattro punte di freccia convergenti indicavano l'unione delle sue “terre”: Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, alle quali poi si aggiunsero un po' di Romagna, la Garfagnana, Massa e Carrara, accorpate in una “repubblica” del tutto artificiosa, dai confini improbabili e dalla brevissima durata. Alle spalle esso aveva stendardi reggimentali, modellati sull'esempio di quelli della francese Armata d'Italia e ornati da cifre e da simboli esoterici.
   Nel corso della caotica assemblea che il 7 gennaio 1797 ne decise l'adozione, il tricolore della Cispadana ebbe un fautore curiosissimo: Giuseppe Compagnoni (Lugo, 1754-Milano, 1833). Ordinato prete per volontà della famiglia, letterato di qualche nomea, questi era stato tra gli inquirenti del processo a carico di Giuseppe Balsamo, sedicente Alessandro conte di Cagliostro, condannato a morte con pena commutata nel carcere a vita, da scontare nel “pozzetto” della fortezza di San Leo ove morì poco prima dell’arrivo dei francesi liberatori. Compagnoni apprese che nel rito egizio Cagliostro usava nastri verdi bianchi e rossi. Nessuno sa dire perché. E nessuno ha mai spiegato perché, deposto l'abito talare e passato nelle file dei rivoluzionari, per lo stendardo della repubblica cispadana Compagnoni abbia suggerito proprio quei colori. Sappiamo invece per certo che né lui né Cagliostro furono gli inventori del Tricolore. Lo scrisse il “Messaggere Torinese” del 19 febbraio 1848 che per editoriale pubblicò il necrologio di Giuseppe De Rolandis.
  Tricolore (su modello francese) fu la bandiera del Regno italico, retto dal figlio adottivo di Napoleone I, Eugenio di Beauharnais, sotto tutela dell'imperatore. Iniziato alla Carboneria (la cui bandiera era azzurra, rossa e nera), Giuseppe Mazzini, fondatore della “Giovine Italia” nel 1831, tornò a innalzare il tricolore verde, bianco e rosso, ma nuovamente a bande orizzontali.
   In “Le bandiere dell'Esercito”, sontuoso volume pubblicato nel 1985 dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'esercito, di cui fu a lungo operoso  e lungimirante capo, il generale Oreste Bovio documenta che fu Re Carlo Alberto di Sardegna ad adottare il tricolore, che sventolò per un secolo quale vessillo nazionale. L’articolo 77 dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 recitava: «Lo Stato conserva la sua bandiera: e la coccarda azzurra è la sola nazionale.» Ma neppure tre settimane dopo, il 23 marzo, quando dichiarò guerra all’Impero d’Austria convinto di avere a fianco gli altri Stati dell’Italia d’allora (Regno delle Due Sicilie, Stato della Chiesa, Granducato di Toscana..., che invece via via si defilarono), Carlo Alberto lanciò un proclama «ai popoli della Lombardia e della Venezia» per annunciare che correva in loro aiuto. «Per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana – aggiunse – vogliamo che le nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore  italiana.» Proprio “italiana”, si badi bene: non “del Regno di Sardegna”. Come anni prima in un gelido colloquio mattutino aveva promesso a Massimo d’Azeglio, venuta l’ora, Carlo Alberto scelse l’Italia. Lo seguì suo figlio, Vittorio Emanuele II, che distribuì personalmente i tricolori di combattimento ai reggimenti in partenza per la Crimea: una guerra decisiva per imporre all’Europa la questione italiana. Da allora il tricolore e l’Italia furono tutt’uno. Il 25 marzo 1860, dieci giorni dopo la proclamazione del Regno d'Italia da parte del parlamento, un apposito decreto stabilì  misure e caratteri della «bandiera di cui deve far uso il Regio Esercito»: col verde all’asta, il bianco e il rosso, scudo sabaudo e stemma sormontato dalla corona per le navi da guerra.
   A quel vessillo guardarono generazioni di italiani, sino alla svolta del 1946-1947.

   Il Museo degli Studenti voluto in Bologna, la Dotta, dal Rettore dell’Università, Fabio Roversi Monaco, conserva il primo tricolore italiano: la coccarda disegnata da Giovanni Battista De Rolandis (1774-1796), nativo di Castell’Alfero, ora in provincia di Asti. Iscritto alla facoltà di teologia dell’Università di Bologna e ospitato al collegio Piemontese “La Viola”, ove era docente Giuseppe Compagnoni, “Giò” De Rolandis conobbe Luigi Zamboni, di qualche anno più anziano, studente nella facoltà di legge. Insieme cospirarono per l’idea d’Italia. La coccarda sommò i colori comunali (di Asti, Milano, Cuneo e tante altre città...) con il verde. Nessuno sa esattamente perché. Forse il verde (poi distintivo della massoneria in Italia) era il colore della speranza o della giustizia, il colore della Pentecoste (cantata da Alessandro Manzoni, forse “iniziato” in gioventù) e di altre solennità della chiesa cattolica? Di sicuro sappiamo che i loro sogni vennero presto stroncati. Su delazione di un altro studente inizialmente loro compagno di cospirazione i due furono indagati, ma  con esito favorevole. Continuarono nel loro disegno e per segno distintivo fecero cucire coccarde grandi “il doppio di un baiocco di rame” con i colori della città, bianco e rosso, e “del cavadino verde”.
  La cospirazione venne dispersa. Zamboni e De Rolandis fuggirono, ma furono arrestati sul confine col granducato di Toscana. Consegnati alla polizia bolognese vennero processati, con i metodi del tempo, dal tribunale presieduto da Federico Pistrucci noto come “la mano sinistra del Maligno” e più volte sottoposti a torture efferate, comprese le pinze infuocate in parti delicate e nella schiena. Antonio Aldini, illustre giureconsulto, apprezzato da Napoleone che lo elevò a cariche apicali, in loro difesa escluse che la coccarda fosse  segnacolo di rivoluzione e di subordinazione dei giovani a progetti di “agenti” francesi, come Aurelio Saliceti. Lo fece per scagionarli e sottrarli alla tragica sorte che li attendeva. Il 18 agosto 1795 Zamboni venne rinvenuto impiccato in una celletta ove non poteva neppure stare in piedi. Strozzato? De Rolandis subì sevizie orrende affinché confessasse chi erano i suoi ispiratori, mandanti e complici. Dopo estenuanti interrogatori che lo sfinirono fu condannato a morte. Attese il supplizio stringendo tra le mani il Vangelo. Prima di essere portato alla forca, gli vennero “recise le forze”, cioè fu evirato. Condotto esangue alla Montagnola di Bologna, venne appiccato. Per inettitudine del boia, il cappio non funzionò “a dovere”. Contro le regole, l'esecuzione fu ripetuta. Lo sciagurato gli balzò sulle spalle per affrettarne la morte. Una incisione ricorda la sua tragica fine. Chi si indigna delle infamie praticate da integralisti odierni dovrebbe deplorare quelli che venivano usate in Italia dopo la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del cittadino. Ne scrisse Ito De Rolandis in Orgoglio tricolore, ove vengono ricostruite le vicende di altri due componenti della sua famiglia, Giuseppe, medico di fiducia di Carlo Alberto, e Secondo, che si occupò di egittologia, incluso lo studio della stele di Rosetta.
   Il Tricolore dunque è simbolo universale. Come scrisse Angelo Brofferio nel “Messaggere Torinese”, in punto di morte Giuseppe De Rolandis «voleva un’ultima volta rallegrarsi colla vista dell’italiana coccarda che, agonizzando, salutava ancora». Nel 1862 Augusto Aglebert pubblicò “I primi martiri della libertà italiana e l'origine della bandiera tricolore o congiura e morte di Luigi Zamboni di Bologna e Gio. Battista De Rolandis di Castel d'Alfero presso Asti tratta da documenti autentici”. Altri seguirono sulla sua traccia sino alle iniziative promosse da Ito (Ippolito) De Rolandis, giornalista d'assalto e saggista indomito (al liceo era soprannominato “Tritolo”) di concerto con il rettore dell'Università di Bologna, Fabio Roversi Monaco e un amico di fiducia.

   Con l’avvento della Repubblica, dal tricolore venne tolto lo scudo sabaudo, che vi aveva campeggiato per un secolo. Quando se ne celebra la festa sarebbe dunque doveroso esporre anche una delle bandiere “storiche”, di quelle in uso da Carlo Alberto a Umberto II, proprio per ricordare chi siamo e da dove veniamo (dove si vada nessun lo sa): dalla Repubblica cisalpina del 1796, anche un po’ da Cagliostro e dall'ambiguo Compagnoni, dai moti costituzionali del 1820-21, del 1831, dalle guerre per l'indipendenza e per l'unione degli italiani, nel 1848, nel 1859-1860, nel 1866, nel 1870 e nel 1915-1918 e anzitutto da due studenti antesignani della patria italiana. È una storia lunga e sofferta. Va ripercorsa e ricordata nella sua complessità.
   Il Tricolore, a conclusione, non è nato nel 1946 o con la Costituzione del 1° gennaio 1948. Ha quasi 230 anni di vita vissuta. È giusto innalzarlo, non solo per eventi sportivi, e indossarlo quale coccarda, come avvenne nell'ormai lontano 2011 quando su iniziativa dell'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano venne festeggiato il 150° dell'“unità nazionale”, ovvero della proclamazione del regno d'Italia. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, propone che il giorno della venga elevata a festa civile. Quell'Italia era l'unica in quel momento possibile: ancora senza Venezia, Trento, Trieste. Roma sembrava inarrivabile perché il papa-re, Pio IX, era tutelato da Napoleone III, anticamente carbonaro, cospiratore, “fosco figlio di Ortensia”, favorevole all'“unione” degli italiani ma non alla loro “unità”. La festa del tricolore sarebbe finalmente occasione di una riflessione corale sullo Stato d'Italia, sulla “cittadinanza” e sulle loro radici in una civiltà millenaria, patrimonio fondamentale per l’Europa ventura.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. La straziante impiccagione del ventiduenne “Giò” De Rolandis alla Montagnola di Bologna (23 aprile 1796).
   La storia del Tricolore italiano è stata appassionatamente narrata da Ito De Rolandis in Orgoglio tricolore. L’avventurosa nascita della nostra bandiera (Lorenzo Fornaca Ed. - L’Artistica, Savigliano, 2008), con prefazioni dei sindaci di Asti e di Castell’Alfero, Angelo Marengo, di Mercedes Bresso, Aldo Mola e scritti di altri autori: Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, Marco Bortolotti, Fausto Carpani, Sabina Fornaca, Corrado Testa e Guido Peila, che ripercorre le gesta di Giuseppe De Rolandis in “L'Ussaro sul Tetto” di Jean Jono, dal quale venne tratto il film diretto da Jean-Paul Rappenau e interpretato da “Fernandel” (Fernando Contandin, nativo di Perosa Argentina, il celebre “don Camillo”). Il volume di Ito De Rolandis è suggellato dalla fotografia di  Carla Bruna Tedeschi (poi moglie di Sarkozy) recante il tricolore italiano nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino (2006).
   Quello approvato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 è solo uno dei tricolori ideati per la Nuova Italia. La loro molteplicità esprime un sentimento diffuso dei cittadini italiani di ieri e di oggi: di varie confessioni religiose ed etnie, accomunati dall’orgoglio dei propri diritti e dal senso dei doveri verso lo Stato. A beneficio della memoria del “défroqué” Giuseppe Compagnoni va ricordato che nell'Assemblea della Repubblica Cispadana proprio lui si dichiarò contrario all'elevazione del cattolicesimo a   “religione dello Stato”. Dopo la Restaurazione non riprese l'abito talare; visse a Milano campando della propria prodigiosa attività di studioso. Scrisse anche una storia degli Stati Uniti d'America in 29 volumi. Era la “Terra promessa”...



A TESTA ALTA
1943-1945 CONTINUITÀ E RISCOSSA


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 gennaio 2023 pagg. 1 e 6.
  
 
Vittorio Emanuele III passa in rassegna a Brindisi reparti del riorganizzato Regio Esercito Italiano.
Didascalia
   “A testa alta” è l'insegna del “CalendEsercito 2023” (ed. Giunti) per l'80° dell'estate 1943, «uno dei momenti più tragici della storia nazionale». Fotografie e documenti scandiscono i mesi dalla firma della resa a Cassibile (3 settembre) alla co-belligeranza dell'Italia a fianco delle Nazioni Unite e alle due battaglie di Monte Lungo che videro in campo il I Raggruppamento Motorizzato del Regio Esercito a fianco degli Alleati. Come scrive il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale di CdA Pietro Serino, «in soli 98 giorni l'Esercito italiano seppe reagire, tornare a combattere e a vincere per liberare il proprio Paese, dimostrando una saldezza morale che ci fa dire, con orgoglio, A testa alta!». Pubblicato con la direzione del Colonnello Giuseppe Cacciaguerra, molto più che mero “almanacco” il “CalendEsercito 2023” è una miniera di informazioni e di spunti per ricerche e approfondimenti. Ricorda al lettore i combattimenti di Porta San Paolo a Roma, ove i civili affiancarono le Divisioni “Granatieri di Sardegna” e “Sassari”, mentre a Monterotondo reparti della “Piave” e della “Re” contrastavano l'aviolancio di paracadutisti tedeschi, e la lunga serie di combattimenti su tutto il territorio nazionale, in Sardegna, Corsica, oltre che nelle regioni quasi subito libere (Puglia e Calabria) a prezzo di duri combattimenti e l'impegno ovunque possibile oltre confine. Documenta inoltre il Fronte Militare Clandestino del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, caduto prigioniero, torturato a via Tasso, assassinato alle Fosse Ardeatine con tanti altri militari,via via sino alla Riscossa, che dà titolo alle Memorie del generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà, punto di arrivo del coordinamento tra Regio Esercito e formazioni partigiane unite “dal” e “nel” Tricolore.
   A differenza di quanto talvolta è stato scritto, in quei frangenti non morì affatto la Patria. La direttiva del capo del governo, Pietro Badoglio, all'annuncio dell'armistizio per i militari era chiaro: le forze armate italiane cessavano «ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza».
   Come avvenne la Riscossa e chi la guidò? In Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (il Mulino, 2021) Paolo Cacace conferma che la revoca di Benito Mussolini da capo del governo e la sua sostituzione con il maresciallo Badoglio furono iniziativa personale di Vittorio Emanuele III, assecondato dal ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone e dalla ristretta cerchia di militari di sua assoluta fiducia, a cominciare da Giuseppe Castellano. Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo a maggioranza “esortò” il re a esercitare i poteri statutari, senza però mettere in discussione il regime. Perciò Mussolini chiese udienza al re e nel pomeriggio si recò a Villa Savoia convinto che quasi nulla sarebbe cambiato. Fu la Corona a decidere tempi e modi della “svolta”, anche sbrigativi, come il “fermo” del duce, che si dichiarò pronto a collaborare con Badoglio. Come osservò Luigi Einaudi, citato dal presidente Sergio Mattarella a Dogliani il 12 maggio 2018, chi detiene la somma dei poteri può lasciarli apparentemente dormienti per vent'anni, salvo valersene quando percepisce che è giunto il momento di usarli. Così fece il re.
Di seguito fu lui ad autorizzare la ricerca del contatto con il Comando nemico per ottenere che all'Italia, ormai in un tunnel dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, fosse concessa la “resa senza condizione”, deliberata dagli anglo-americani a carico dei vinti nella Conferenza di Casablanca su richiesta ultimativa di Stalin. L'obiettivo fu raggiunto in meno di un mese con la firma a Cassibile della resa (surrender), documentata da Elena Aga Rossi in L'inganno reciproco (ACS, 1982). Lo strumento sottoscritto dal generale Giuseppe Castellano, datato “Sicilia, 3 settembre 1943” è esplicito: la resa fu concessa (o imposta) al “governo del Re”, ovvero a Vittorio Emanuele stesso. Il “Comandante in capo” dei vincitori si riservò di stabilire «un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell'interesse militare delle Nazioni alleate» e di dettare «altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l'Italia dovrà impegnarsi ad eseguire», analiticamente contenute nell'“armistizio lungo” consegnato dal generale Dwight Eisenhower a Badoglio a Malta il 29 settembre 1943. Però con la resa la monarchia ottenne tre vantaggi preziosi per l'Italia: lo Stato non fu debellato ma riconosciuto; a differenza della sorta poi toccata alla Germania, non ne venne previsto lo smembramento; la sua forma istituzionale non fu messa in discussione. Per gli inglesi, al riguardo più lungimiranti degli americani, la monarchia costituiva una garanzia.
Il verbale del colloquio svoltosi il 29 settembre a margine della firma precisò la cornice degli eventi successivi. Il vincitore incitò il vinto a dichiarare guerra alla Germania, a «immettere nuovi elementi nel suo governo», previo il placet del generale Mason Mac Farlane e, “parlando da soldato”, a destinare alla lotta contro la Germania le “divisioni migliori”. Badoglio precisò che «per la legge italiana solo il re può dichiarare guerra» e scegliere i nuovi membri del governo. Assicurò la massima collaborazione anche in vista dell'ingresso in Roma (dato per imminente da Eisenhower, ma avenuto otto mesi dopo), accolse con freddezza l'annuncio del ritorno in Italia del “conte” Carlo Sforza, gran collare della SS. Annunziata e senatore ma accesamente repubblicano, auspicò di essere considerato “un collaboratore completo” e, su direttiva del Re, che lo aveva avuto aiutante di campo, chiese di «prendere contatto col maresciallo Messe, ora prigioniero di guerra in Inghilterra». Ne ha scritto brillantemente il generale Antonio Zerrillo nel volume Il lungo regno di Vittorio Emanuele III (BastogiLibri, 2021).
I punti di debolezza: il CLN contro la monarchia
Lo scenario istituzionale e politico italiano era però profondamente diverso da quello ventilato dal Comandante alleato. Il Comitato dei partiti antifascisti operante clandestinamente in Roma da metà agosto 1943, contrario a condividere il “passivo” della guerra e deciso a scaricarne la peso esclusivamente sulla Corona, assunto il nome di Comitato (Centrale) di liberazione nazionale tra fine settembre e inizio ottobre, rifiutò ogni collaborazione con il governo Badoglio, riservando gelida accoglienza alla proposta di collaborazione avanzata dal colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo. Lo ricorda Ivanoe Bonomi in Diario di un anno, 2 giugno 1943-10 giugno 1944. Il CLN propugnò l'immediata abdicazione del re, la rinuncia del principe Umberto alla successione e il conferimento della Corona al principe di Napoli, Vittorio Emanuele, di appena sette anni, sotto tutela di un reggente di nomina politica, contro la lettera dello Statuto. Anche molti liberali si accodarono e per bocca di Carandini fecero sapere di essere per «assemblea costituente più abdicazione».
   Per decretazione d'urgenza varata da Badoglio a inizio agosto furono sciolti il Partito nazionale fascista, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, il Gran consiglio del fascismo e tutte le organizzazioni del passato regime, ma anche la Camera dei fasci e delle corporazioni in vista dell’elezione di una nuova Camera dei deputati entro quattro mesi dalla fine della guerra. Pertanto, data la natura bicamerale del Parlamento, il Senato fu paralizzato e il re risultò istituzionalmente sovraesposto. La “monarchia rappresentativa”, fondata sull'equilibrio tra i poteri, risultò sospesa.
Sotto il profilo politico la parola passò dalle istituzioni vigenti a forze autoconvocate, come il congresso dei CLN, radunatosi a Bari il 28-29 gennaio 1944. Nel suo corso venne ribadita la richiesta di immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III, da alcuni liberali liquidato addirittura come “cencio sporco”. Per gli anglo-americani, pur diversi nella loro grammatica politico-istituzionale, lo Stato d'Italia era quello impersonato dal re e dal governo di sua nomina. Se mai avessero avuto motivo di dubitarne (ma non ne esistono documenti probanti) a rafforzarli nella loro posizione fu la costituzione della Repubblica sociale italiana incardinata su Mussolini e succuba della Germania. Malgrado tutto, all'indomani della resa e del trasferimento del re, del principe ereditario e del governo da Roma a Brindisi, nei modi che tante polemiche hanno suscitato e ancora sollevano, i vertici delle Forze Armate furono a fianco del sovrano. Il 26 settembre 1943 Vittorio Emanuele III ordinò l'organizzazione del Raggruppamento “Piemonte”: un primo nucleo di circa 5.000 uomini. Cinque giorni dopo la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre), lo passò in rassegna nei pressi di Manduria. La riorganizzazione dell'Esercito molto deve alla tenacia di Giovanni Messe, ultimo Maresciallo d'Italia, biografato da Luigi Emilio Longo nel volume pubblicato dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (2006) e, successivamente, dal già citato generale Zerrillo.
Il 15 novembre il Raggruppamento fu autorizzato a muovere verso la linea del fronte di combattimento. Sulle fiancate degli automezzi il colonnello Valfrè di Bonzo fece istoriare lo scudo sabaudo. A inizio dicembre venne aggregato alla 36^ divisione statunitense del II corpo d'armata e (come scrisse Gabrio Lombardi) fu incaricato di espugnare il «dosso allungato, scoperto e roccioso, spezzato in una lunga serie di ondulazioni di altezza crescente»: Montelungo. Lì, l'8 e il 16 dicembre 1944, ebbero luogo le sue prime prove con attacchi ripetuti a reparti della divisione “Goering”. Subì pesanti perdite. Il primo giorno perse 4 dei 5 ufficiali in linea. Mostrò che «l'antiquo valore/ne l'italici cor non [era] ancor morto». Lo stesso principe Umberto di Piemonte si levò in volo di ricognizione per fornire precise informazioni sul nemico, meritandosi la Silver Star, la prima delle due onorificenze conferitegli dagli anglo-americani, i quali gli attribuirono poi anche la Legion of Merit.
La riorganizzazione delle Forze Armate, a cominciare dal Regio Esercito, avvenne in quei mesi difficili per tutti. Il motto del Re e del Principe ereditario, dal 5 giugno 1944 Luogotenente del Regno, fu “Viva l'Italia”. Continuò a garrire il tricolore che dal 1848 ne aveva guidato la lunga marcia verso l'indipendenza e l'unità nazionale, come ha scritto lo storico militare gen. Oreste Bovio nell’insuperata Storia dell'Esercito italiano e in In alto la Bandiera.
Per saperne di più: mostre, convegni, studi...
Dal rovesciamento del regime fascista all’instaurazione dalla Repubblica (19 giugno 1946) si susseguirono sei diversi governi. Nell'ordine, il maresciallo Pietro Badoglio ne presiedette tre diversi dal 25 luglio 1943 al 18 giugno 1944; Ivanoe Bonomi (ex socialista riformista, democratico, esponente della Democrazia del lavoro) ne guidò due sino al 21 giugno 1945. A lui seguì il breve governo presieduto da Ferruccio Parri, comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e libertà”, esponente del Partito d'azione, dal quale si separò nel congresso del febbraio 1946 per dar vita alla Concentrazione democratica repubblicana con Ugo La Malfa. Il 10 dicembre gli subentrò il democristiano Alcide De Gasperi, a capo di un governo formato da ministri dei sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (comunisti, socialisti, azionisti, democratici del lavoro, democristiani, liberali), con esclusione del Partito repubblicano italiano capitanato da Randolfo Pacciardi.
   Al ministero della Guerra si susseguirono nell'ordine i generali Antonio Sorice e Taddeo Orlando con Badoglio; il liberale Alessandro Casati con Bonomi, il democristiano Stefano Jacini con Parri e il repubblicano e massone Cipriano Facchinetti con De Gasperi. Nello stesso arco di tempo si susseguirono due soli Capi di Stato Maggiore Generale: il maresciallo d'Italia Giovanni Messe dal 18 novembre 1943 al 1° maggio 1945, quando gli subentrò il generale designato d'armata Claudio Trezzani. Capi di stato maggiore dell'Esercito furono i generali Mario Roatta sino al 18 novembre 1943; Paolo Berardi fino al 10 febbraio 1945, quando assunse il comando delle Forze Armate in Sicilia per contrastare l'Esercito volontario per l'indipendenza dell'isola; Ercole Ronco e infine il generale di divisione Raffaele Cadorna, già comandante del Corpo Volontari della Libertà, figlio di Luigi Cadorna, comandante supremo durante la Grande Guerra (su cui fa luce il volume Luigi e Carlo Cadorna, Caporetto? Risponde Cadorna, BastogiLibri, 2021).
   Capo di Stato Maggiore della Marina (carica abbinata a quella di sottosegretario della Marina) fu l'ammiraglio Raffaele De Courten; a Capo di Stato Maggiore dell'Areonautica si susseguirono i generali Pietro Piacentini e Mario Aymone Cat. Quattro furono i comandati generali dei Carabinieri: i generali Angelo Cerica fino al 9 settembre 1943, Giuseppe Pièche dal 15 novembre 1943 al 20 luglio 1944, Taddeo Orlando e dal 7 marzo 1945 Brunetto Brunetti. La loro opera si coniugò a quella dei comandanti del Corpo Italiano di Liberazione e, di seguito, dei Gruppi di Combattimento “Cremona” (gen. Clemente Primieri), “Friuli” (gen. Arturo Scattini), “Folgore” (Giorgio Morigi), “Legnano”, “Mantova”, “Piceno (gen. Emanuele Beraudo di Pralormo), impegnati nell'avanzata verso il Nord.
   “Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia” il loro fondamentale contributo alla ricostruzione dell'Italia è stato documentato dal gen. Primieri in Il Secondo Risorgimento (Roma, Poligrafico dello Stato, 1955, con contributi di Aldo Garosci, Raffaele Cadorna, Costantino Mortati e altri) e, sulla scorta di ampia documentazione, dal generale Pierluigi Bertinaria nel convegno internazionale di studi (Milano 17-19-maggio 1984) La cobelligeranza italiana nella lotta di Liberazione dell'Europa, i cui atti sono stati pubblicati dal Ministero della Difesa-Comitato storico “Forze Armate e Guerra di Liberazione” (Roma, 1986).
   La complessa evoluzione dal Raggruppamento “Savoia” al CIL e ai Gruppi di Combattimento è stata documentata dalla Mostra al Mastio della Cittadella di Torino (C.so Galileo Ferraris), allestita dal 22 al 30 aprile per iniziativa di illustri personalità (i generali Pastorello, Cinaglia, Uzzo, Puliatti e altri) di concerto con il Museo Storico Nazionale di Artiglieria e l'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia. La Mostra è stata accompagnata da un minuzioso catalogo che, come ribadito dal “CalendEsercito 2023”, illustra la continuità dell'Esercito italiano dalla sua costituzione (1861) a oggi, evidenziando anche il ruolo svolto per 19 mesi dalle forze armate italiane, giunte a contare 450.000 uomini tra reparti combattenti e ausiliari; senza dimenticare gli 80.000 militari che operarono nelle formazioni partigiane sorte nell'Italia centro-settentrionale: non solo in quelle dichiaratamente monarchiche ma anche nelle file di Garibaldini, Giustizia e libertà, Matteotti e nelle brigate “bianche”, cioè di ispirazione democristiana o genericamente “cattolica”. Il panorama del contributo dato dai militari alla “Riscossa” (come Raffaele Cadorna intitolò le sue Memorie) non sarebbe completo se non venisse tenuto conto anche degli Internati Militari Italiani (la loro storia è stata recentemente documentata da Avagliano e Palmieri (ed. Mondadori) e dei prigionieri italiani negli USA e Gran Bretagna.
A ottant'anni dai “fatti”, la svolta voluta e attuata da Vittorio Emanuele III nell'estate 1943 viene ricomposta alla luce meridiana della verità storica. Meriterà di essere ulteriormente approfondita e soprattutto proposta all'attenzione di docenti e studenti anche attraverso programmi radiotelevisivi, che mettano a frutto le decine di volumi di Atti dei convegni promossi dagli Uffici storici militari e dall'Archivio Centrale dello Stato e i Verbali dei governi da Badoglio a De Gasperi curati da Aldo G. Ricci.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III passa in rassegna a Brindisi reparti del riorganizzato Regio Esercito Italiano. 


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