Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 
SONNAMBULI
 GUARDARE OLTRE IL “CONTAGIO”
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

Teofilo Patini (1840-1906), Il sequestro. L'Italia ce l'ha fatta e ce la farÓ. Parole e fatti... 
L'Italia non è “in guerra”. È alla prese con la diffusione di un virus, classificato “covid-19”, in costante mutazione, di ampia diffusione e a modo suo di normale letalità. Parlare di “stato di guerra” è un errore grave, evitato (al momento) dal Governo in carica ma usato a sproposito da altre “istituzioni”, che diffondono allarmi in un Paese di per sé emotivo, superstizioso, incline a informarsi sui “siti” anziché da fonti ufficiali, possibilmente attendibili. Le parole pesano. Parlare di “guerra” per un’emergenza sanitaria è mancanza di rispetto nei confronti della Guerra vera, quella che anche oggi viene combattuta in tanti Paesi dai confini artificiosi e labili. Gli italiani ricordano i bombardamenti su Sarajevo? Le centinaia di bombardieri in volo dal suo territorio per annientare vite a pochi chilometri dai suoi confini? Le stragi per motivi etnici e religiosi a due passi dall'ultima “apparizione della Madonna”?
Che cosa ha a che fare la “crisi” del covid-19 con la tragedia dell'Afghanistan, dell'Iraq, della Siria, del Vicino Oriente, della Libia? Guerra non significa essere costretti a stare in casa, in condizioni spesso insostenibili come oggi accade per milioni di italiani. Guerra vuol dire non sapere dove scappare dai bombardamenti, vedere le città sventrate, i villaggi più sperduti spazzati via in pochi minuti da missili e i loro abitanti annientati col napalm, mitragliati dall'alto mentre cercano scampo, feriti senza soccorsi, cadaveri insepolti. La fame. La disperazione. La Guerra è Guerra.
Evocarla a sproposito è errore grave, non solo linguistico ma di Filosofia della Storia e di Politica. Se un giorno mai vi fosse davvero bisogno di parlare di Guerra quale termine bisognerebbe usare?
La prima regola, dunque, è misurare le parole. Ogni parola rappresenta un fatto. Lo insegnò Tommaso d'Aquino ottocento anni orsono. Diversamente è vaniloquio, deformazione della realtà, inganno, sia voluto, sia per retorica vanesia.
Alzare al massimo il volume delle parole ottunde la sensibilità, fa perdere il contatto con la realtà. Inchioda al presente e fa scordare quanto è avvenuto il giorno prima. L'informazione non è succuba del chiasso, non canta dai balconi, non sventola bandiere, non sguinzaglia gabellieri e delatori a caccia di chi senza nuocere a nessuno prende il sole in perfetta solitudine, lontano dal frastuono di “grida” tardive emesse a singhiozzo. L'informazione non cerca consensi. Recupera le tessere disperse del mosaico quotidiano e ricompone la storia, giorno dopo giorno.
Usare termini sbagliati conduce a decisioni inspiegabili. Fra queste una rimane senza risposta: perché impedire ad abitanti non contagiati, non in quarantena e debitamente attrezzati di trasferirsi nelle seconde case (ovunque le abbiano) così allentando il sovraffollamento delle aree urbane?
A quanti parlano a vanvera di guerra vanno ricordati gli “sfollati” ai tempi della Guerra vera, che picchiava soprattutto sulle aree molto antropizzate e industriali.
Sonnambuli di ieri...
Quanto è avvenuto in questi mesi evoca, ma molto molto da lontano (si parva licet componere magnis, dicevano i Romani), l'inizio della Guerra dei Trent'anni cominciata tra fine luglio e i primi d’agosto del 1914. Imperatori, re, presidenti di repubbliche, capi di stato maggiore di terra e di mare, governi, scrittori, sociologi, giornalisti tuttologi, cronisti e poetucoli a noleggio (un tanto la quartina, come un famelico Vate, foraggiato dal proprietario-direttore di un famoso quotidiano milanese...) sapevano che le grandi potenze erano armate sino ai denti e ogni anno accrescevano la loro capacità distruttiva. Nulla di nuovo. “Sudate, o fochi, a preparar metalli” aveva scritto nel 1629 il giurista, diplomatico e poeta bolognese Claudio Achillini (1574-1640) per incoraggiare Luigi XIII di Francia a invadere la pianura padana. Era l'anno della Peste descritta da Manzoni nei Promessi sposi. 
Malgrado il fervore guerrafondaio e la gara a chi varava corazzate più invulnerabili, produceva cannoni più rapidi e dalla gittata più lunga, mitragliatrici più micidiali, fucili più precisi e persino i primi velivoli, a inizio Novecento l'Europa era adagiata tra le piume della Belle Epoque: lusso, divertimenti, viaggi, alfabetizzazione accelerata delle masse, progresso in ogni aspetto della vita quotidiana, riscaldamento e illuminazione elettrica delle abitazioni, acqua corrente, igiene personale. Povero professore, celebre ma senza proventi d'autore, quando si trovò a ricevere in casa l'ambasciatore di Svezia, Carl Bildt, che gli annunciava il Premio Nobel, per non sfigurare Giosue Carducci affittò un paio di lampadari. Ne andava del decoro dell'Italia, che procedeva a piccoli passi. Più dell'attuale, svagata e smemorata, ignara di sé ma misteriosamente corriva a svacanzare nelle isole più remote.
In “1913. L'anno prima della tempesta” (ed. Marsilio) Florian Illies ha narrato giorno per giorno quell'“Europa in pace”, colta, gaudente e tuttavia inquieta. Nel dicembre Oswald Spengler avvertì che essa si stava spogliando “di tutto: civiltà, bellezza, colori”. Lo stesso mese David Herbert Lawrence, il cui “Figli e amanti” riscuoteva straripante successo, scrisse “La mia grande religione è la fede nel sangue, nella carne, in quanto più saggi dell'intelletto. Ciò che il nostro sangue sente, crede e dice è sempre vero”. Il sano razionale positivismo ottocentesco cedeva il passo allo “slancio vitale”, al volontarismo. La scienza a rigurgiti di misticismo. Matisse e Picasso cavalcavano insieme. I rimatori si ergevano a profeti, mentre veniva dimenticato l'ungherese Ignace Semmelweiss (1818-1865) passato per pazzo perché diceva ai chirurghi di lavare ben bene le mani prima durante e dopo gli interventi per scongiurare la setticemia. Anche in Italia spopolavano parolai come Mario Morasso e Filippo Tommaso Marinetti, inneggiante alla guerra, “sola igiene del mondo”.
La storia sembrava correre su binari sicuri. Ogni tanto una galleria, una guerra coloniale, completa di stragi efferate e di orrori, ma là, lontano, ai confini del mondo. L'“Illustrazione italiana”, rivista di bellezza editoriale inarrivabile, alternava immagini festose ad altre orripilanti. Così si pensava di esorcizzare il Male, di allontanare il “guerrone”, incubo di papa Pio X, come ha scritto il suo biografo Gianpaolo Romanato.
Ma quei costosi binari (accade anche oggi) a volte avevano scambi difettosi. Nel 1914, come negli esperimenti in uso nelle aule scolastiche di fisica e chimica, il “precipitato” si cristallizzò. Un mese dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno (né il primo né l'ultimo di una testa coronata o di un suo erede), gli Stati si arroccarono, i governi si minacciarono e in pochi giorni scattarono uno contro l'altro, anzi uno prima dell'altro, nel timore di perdere il vantaggio per vincere la “guerra lampo”. Gettarono nella conflagrazione tutta la propria capacità offensiva e difensiva. Malgrado decenni di retorica pacifista il sentimento dominante risultò l'odio. I “popoli” scoprirono di doversi odiare a vicenda, per motivi in massima parte ignoti alla maggioranza. Per combattersi a quel modo bisognava odiarsi. Una guerra infame, come scrisse Luigi Cadorna, massimo stratega europeo. Tra le migliaia di episodi spicca la leggendaria “battaglia dei morti viventi”: il centinaio di russi che il 6 agosto 1915, sopravvissuti alle bombe al cloro dei tedeschi, con ferite aperte appena bendate e sputando sangue e pezzi di polmone, travolsero 7000 nemici assedianti la fortezza di Osowiec.
Pochi uomini politici (fu il caso dell'italiano Giolitti) capirono che la guerra sarebbe durata anni e avrebbe risucchiato le risorse del Paese per almeno una generazione. Ma non furono compresi. Il socialista francese Jean Jaurès, contrario alla guerra contro la Germania non perché filotedesco o traditore della patria ma convinto che l'Europa potesse risolvere le tensioni antiche in una visione continentale dei problemi locali, fu assassinato. I dissenzienti vennero isolati come appestati. Romain Rolland si giocò la vasta e meritata popolarità perché non bruciò incensi a Marte e a Bellona.
Cent'anni dopo la storiografia ha fatto passi avanti nello studio della “catena di comando”, ma nessuno nella comprensione del conflitto che sconvolse irrimediabilmente l'Europa. L'opera più meditata rimane “I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark (ed. Laterza): una “non spiegazione”. La storia procede a zig-zag, sfugge di mano. Clio danza avvolta nei veli delle molteplici interpretazioni che disputano sulle “ragioni” delle sue venture.
...e di oggi
L'incertezza dinnanzi a quel passato, alle sue possibili cause e concause (Sidney Sonnino, che certo non era un'aquila, una volta mestamente abbozzò che forse tutto era dovuto al passaggio di una cometa: annunzio di pestilenze anziché di vera Luce o, si diceva, di Epifania) ha poco da spartire con la condotta dei governi odierni a cospetto della diffusione del Covid-19.
Travolti e sempre più infastiditi dalle misure restrittive delle loro libertà elementari imposte dai governi, i cittadini sono storditi. Motivo in più per fare sintesi degli eventi nella loro arida sequenza: la cronologia è l'attaccapanni della storia, che non è profezia del passato ma ricostruzione dei fatti nella loro successione. Il meno che si può dire a ricapitolazione della tempesta in corso è la constatazione della manifesta inettitudine mostrata dai governi dei principali Paesi europei dinnanzi alla prevedibilissima diffusione del contagio. Se le parole hanno un senso, alcuni di essi si sono condotti da “untori di Stato”. La storia dirà se e quanto lo abbiano fatto di proposito, per miope calcolo o per  colpevole inettitudine. O semplicemente nel timore dell'opposizione, che è sempre più vociante e temibile della “maggioranza borbottante” disposta ad assecondare provvedimenti razionali.
I fatti, comunque, sono sotto gli occhi. Ridotti all'osso, valgano quattro “casi di scuola”.
In Francia il presidente tuttofare Emmanuel Macron ha introdotto le prime modeste misure anti-contagio solo dopo aver fatto “celebrare” le elezioni amministrative nelle quali i suoi candidati di fiducia sono rimasti travolti. A epidemia conclamata ha rinviato il ballottaggio a data incerta. In un paese per mesi squassato dai “gilets gialli” Asterix tace. In Francia si ammalano e muoiono come in Italia, sino a poco prima irrisa dai “cugini d'Oltralpe” in modi arroganti e indecenti. Lì il governo tecnocratico ha mostrato tutte le sue rughe. 
In Spagna il vanesio Sánchez ha caldeggiato la superflua festa dell'8 marzo quando ormai il contagio dilagava. Un esempio clamoroso di imprevidenza e cecità. Il vicepresidente, in quarantena, ha partecipato al consiglio dei ministri. L'imprevidenza del governo di Madrid è colpevole.  
In Gran Bretagna (che ormai non fa più parte dell'Unione Europea) Boris Johnson pensava di pascere a piacer suo le pecorelle inglesi, ma il gregge, poco rassegnato al buon pastore, dalla Scozia al Galles gli ha imposto misure non troppo lontane da quelle italo-franco-iberiche. L'“Inghilterra” è molto più fragile, anzi friabile, ora che deve fare da sé. Che cosa le rimane aldilà della Regina e del Consorte Filippo di Edimburgo non proprio adolescenti?
La Germania rimane un caso a sé: uncinata non solo dai neonazisti ma dalla frammentazione dei suoi poteri e dal manifesto declino di Angela Merkel a due mesi dall'inizio del contagio non sta prendendo misure adeguate.
A sua volta, con delusione dei suoi ammiratori nostrani, il presidente degli USA Donald Trump sul coronavirus in pochi giorni ha detto tutto e il contrario di tutto, quasi ventriloquo di uno dei tanti siti che lo imputano a un complotto di Spectre (manca solo Licio Gelli) per allontanare da sé l'addebito più ovvio: è un sonnambulo, come Macron, Sánchez e i tanti altri che, a contagio ormai conclamato, o non hanno preso precauzioni personali o non ne hanno imposte ai propri “vicini”. È il caso di Alberto II di Monaco, “positivo” giorni dopo che il morbo aveva contagiato il suo primo ministro, il vescovo e altri molti in uno “stato” che sembra fatto apposta per la propagazione vertiginosa di un qualunque raffreddore.
L'Italia s’è desta?
L'Italia, per ora, è un caso a sé. Allertata per prima nell'Europa centro-occidentale dall'evidenza di malati, ha fatto e fa i conti con la sproporzione tra la sua volontà di circoscrivere la diffusione del contagio e la modestia dei mezzi disponibili anche in regioni che vantavano primati indiscutibili. Il mancato tempestivo approvvigionamento di “mascherine” lascia sconcertati. Virologi a parte, non era difficile intuirne l'urgenza e la quantità necessaria.
Senza nulla togliere ai meriti del governo, due constatazioni s’impongono. Il potere politico si è affidato “toto corde” alla scienza, ma questa non si è mostrata affatto unanime, né nell'analisi né nella terapia. Gli sforzi si sono concentrati sulla prima linea, ma con mezzi inadeguati, confidando che la tempesta presto sarebbe mutata in acquazzone e poi in pioggerellina di marzo. Di lì la propensione, ancora perdurante, a provvedimenti circoscritti nello spazio e nel tempo, “salvo intese”, cioè con la riserva di proroghe, senza indicazione attendibile del futuro superamento dell'“emergenza”. Assillato dall'opposizione e dai “sondaggi” il governo si è occupato più della trincea avanzata (vulnerabile, come sempre accade a chi sta in prima linea) che delle seconde e terze linee e della grande riserva: la pazienza degli italiani. Anche questo è un motivo ulteriore per evitare di parlare di “guerra”. Quando proprio si è spossati, per uscire da un conflitto al nemico si chiede un armistizio. Ma non lo si può chiedere al covid-19, che non fa indice conferenze stampa. Com’è venuto, se ne andrà. Come e quando non si sa.
La frontiera è la guarigione. Potere politico e scienza sono impegnati a raggiungerla. Vi sono però “terreni” che vanno governati con polso e con chiarezza: il rapporto fiduciario tra cittadini e amministrazione delle città e il sistema scolastico-educativo. L'osservanza dei Decreti del presidente del Consiglio dei ministri non può essere abbandonata all'arbitrio di “poteri” locali e dei loro “agenti” se non rischiando di infrangere il già vacillante rapporto di fiducia dei cittadini verso certe “autorità” e di scatenare i peggiori istinti di rivolta contro irruzioni pretestuose nella loro innocua quotidianità. Occorrono precisazioni ulteriori, ferme, precise e valide erga omnes (“agenti” inclusi) da parte dell'Esecutivo, nell'incalzare della “bella stagione” e nella notoria inadeguatezza della capacità abitativa nazionale ai bisogni elementari dei suoi utenti.
Quanto al sistema scolastico, tutto si può fare tranne che dare l'anno per concluso e valido con una “promozione” generalizzata senza alcuna verifica dell’effettiva trasmissione del sapere. Tanto vale dichiarare l'inutilità dell'istruzione pubblica e dei suoi diplomi. Aveva dunque ragione Luigi Einaudi a chiedere l'abolizione del valore legale dei titoli di studio. In settantacinque anni la Repubblica non gli ha dato retta. Ci voleva ora il covid-19 per dimostrare che egli era nel giusto?
Altrove il combinato disposto potere-scienza ha dato segni manifesti di sonnambulismo. Nel Paese Italia, che al momento si è mosso molto meglio degli altri, è il momento di abbassare i toni e di assumere misure accettabili e di lungo periodo: di ritrovare quel “senso dello Stato” che da troppo tempo si è perso a beneficio dei “sondaggi”, della ricerca di consensi. Il Governo di un grande Paese non cerca applausi. Non imita “il medico pietoso” che “fa la piaga cancrenosa” . La cura. E così avrà la gratitudine dei posteri.
Aldo A. Mola 
Immegine: Teofilo Patini (1840-1906), Il sequestro. L'Italia ce l'ha fatta e ce la farà. 



Vittorio Emanuele II a Roma200°  della nascita di Vittorio Emanuele II

 ROMA PER IL RE D'ITALIA
 
  Il 27 novembre 1871 Roma accoglie Vittorio Emanuele II (Torino, 14 marzo 1820-Roma, 9 gennaio 1878), che pronuncia il discorso inaugurale della 2^ sessione dell'XI^ Legislatura del Regno d'Italia. 
  Nell'allegoria la Città Eterna è raffigurata come Matrona, con stola di ermellino e manti dai colori in uso per le immagini della Madonna. A capo scoperto, con saluto iniziatico il Re sale il primo passo verso il Colle più alto della Città “dei sette dolori”. 
  Gli elettori di Roma e delle Province Romane il 2 ottobre 1870 approvarono la loro “unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e suoi successori”,  con 133.681 “si” contro 1.507 “no”. Il 9 ottobre l'esito del plebiscito fu presentato al sovrano in Firenze da don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, poi affiliato alla loggia “Universo”.  Vittorio Emanuele II entrò in Roma la prima volta alle 4 del mattino del 31 dicembre 1870.
  Se oggi Roma declina non è certo colpa del primo Re d'Italia...
Aldo A. Mola 
GOVERNARE GLI ITALIANI?
 INUTILE? NECESSARIO? “VENTA GOVERNÈ BIN”
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

 Nell'emergenza, massima chiarezza
La Costituzione (pensata e scritta quando in Italia gli stranieri erano pressoché irrilevanti e gli “esuli” erano gli avversari del regime rientrati dopo il suo crollo) riconosce a “ogni cittadino” il diritto di “circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”, salve le limitazioni stabilite dalla legge “in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16). Proprio perché dettati da conclamata emergenza, le norme eccezionali debbono attenersi alla regola aurea: “in claris non fit interpretatio”. Vanno scritte in termini chiari e univoci, a garanzia delle inviolabili libertà di tutte le persone presenti sul territorio nazionale, inclusi i milioni di abitanti senza cittadinanza e gli “stranieri”, tutelati dalle convenzioni nel frattempo sottoscritte dalla Repubblica. La chiarezza vale anche per chi è chiamato ad “amministrare” i provvedimenti emergenziali. Li mette sull'avviso e al riparo da ricorsi contro loro eventuali abusi di potere. Non sarebbe la prima volta.
Purtroppo, sin dalla pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale”, preceduta da normale e nondimeno colpevole “fuga di notizie” a opera di “ignoti” (ma prima o poi se ne dovrà venire in chiaro, a salvaguardia della credibilità del governo), i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) hanno dato adito a molteplici dubbi, sinora mantenuti sottotraccia per carità di patria. A partire dalle imprecisioni terminologiche e dalle conseguenti difficoltà interpretative ingenerate dal “combinato disposto” del provvedimento che una settimana addietro ha stabilito di “evitare ogni spostamento delle persone fisiche” in entrata e in uscita dalla Lombardia e province limitrofe e di quello che l’indomani ha esteso tale misura a tutto il Paese. Evitare gli “spostamenti”. Con quale mezzo? A piedi? In velocipede? Coi trasporti pubblici, di cui pure si rivendica il regolare funzionamento nonostante l’emergenza? E in quali “territori”?Lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune o forse anche la dimora, la “casa” e le sue “pertinenze”? “Territorio” è troppo generico. A rendere ancor più impervia l'applicazione di simili “misure” e opinabili le sanzioni comminate per la loro violazione contribuiscono i “poteri locali” con provvedimenti incoerenti, contraddittori, spesso palesemente impraticabili. E con non richiesti e immotivati “suggerimenti” pressanti. È il caso, per citarne uno fra i molti, del divieto di passeggio nei parchi urbani (per altro rari e non sempre apprezzati per cure specchiate da parte delle amministrazioni), cioè in uno tra i rari “sfoghi” per la attività motoria dei cittadini, raccomandata da tutti i medici e  che non può essere ragionevolmente praticata nelle abitazioni (spesso poco più che abitacoli, poco o nulla aerati: quante solo le camere e i bagni privi di “doppia aria” o almeno di una?). Sic stantibus rebus, la salute è meno a rischio in camporella che tra quattro pareti di condominii angoscianti o in viuzze di rado raggiunte da un raggio del Sole Invitto.
Non bastasse, mentre i DPCM hanno ovviamente indicato un termine a quo e uno ad quem, “dall'alto” si lascia intendere che la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado verrà prorogata almeno sino alla ancora lontanissima Pasqua. Tale protrazione trarrà con sé a strascico tutte le altre misure messe in vigore in questi giorni?
Decreti che strizzano l'occhio, inducono i cittadini a prendere le loro cautele. Poiché la limitazione delle libertà fondamentali per conclamata emergenza, e quindi per il periodo più breve possibile, costituisce un precedente di assoluta gravità, è lecito domandarsi se la sua “proposta d'uso” abbia i requisiti indispensabili a renderla efficace, in ragione della “riserva di legge” stabilita in materia dalla Costituzione. E se la sua applicazione avvenga nel rispetto dei diritti o non dia adito, piuttosto, a interpretazioni applicative vessatorie da parte di “vigilanti” che talora ricordano i gabellieri degli antichi borghi, più inclini a “far cassa” che a rispettare i viandanti. Oggi non sono in gioco gli usuali taglieggiamenti per mancato rispetto dei limiti di velocità su rettilinei assolati in ore di morta o per sosta in parcheggi con una ruota fuori dalla linea bianca (come accaduto in una “antica capitale”), ma, come detto, diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Perciò vegliare sul loro rispetto è d'obbligo, anche perché la Piramide dei poteri ricorda un po' l'Olimpo descritto da Omero: mentre greci e troiani si scannavano, ogni dio e ogni dea pensava anzitutto ai fatti propri, un po' meno ai figli, a volte un po' semidei, a volte meno.  
Torna dunque d'attualità una domanda antica.
Governare gli italiani è inutile?
In “Colloqui con Mussolini” (Mondadori, 1932) lo scrittore Emil Ludwig (Breslavia, 1881 - Ascona, 1948) narra di aver domandato al “duce” se sia difficile governare “gente così individualista ed anarchica come gli italiani”. Il duce gli rispose: “Difficile? Ma per nulla. È semplicemente inutile”. Ludwig aveva alle spalle le fortunate biografie di Napoleone (1926), Goethe, Bismarck, tuttora classici ristampati, e quella, assai discussa di Gesù (1928). Poligrafo, amava scandagliare l'animo dei personaggi storici del passato remoto e dei contemporanei che via via riuscì a intervistare. Subito prima di Mussolini dialogò con Stalin, che gli espose la sua visione del marx-comunismo e motivò il suo duello mortale con Trotzky, che un decennio dopo fece assassinare con ferocia. Biografato da Margherita Sarfatti in “Dux” (1926: un bel sostegno a Mussolini dopo l'affaire Matteotti-Dùmini e nel pieno delle leggi fascistissime), Mussolini si appagò di colloquiare con il celebre poligrafo ebreo (Ludwig era “nome de plume” di Emil Cohn), che pubblicava in Gran Bretagna e negli USA. Gli ostentò quanto poteva di cinismo spacciato per  machiavellismo imparaticcio e la disistima di fondo verso gli italiani. Si atteggiò a quel che voleva apparire: l'uomo del Destino. Ludwig tornò sulla sua figura nel trittico “Hitler-Mussolini-Stalin” ora riproposto col titolo “I dittatori non cadono dal cielo. Sono i popoli che vogliono esser schiavi” (ed. Mind), perché di quando in quando si rifugiano nell'irrazionalità più sfrenata e abdicano all'autocontrollo, all'uso dei poteri loro riconosciuti e si concedono al “dittatore” di turno. Ludwig aveva vissuto la catastrofe della Grande Guerra, la cui genesi e il cui sviluppo sfugge tuttora a ogni spiegazione razionale. Con ogni evidenza e al di là di ogni tentativo di “giustificazione”, nel 1914 la storia “scappò di mano” a chi ne aveva o credeva averne il controllo. Le conseguenze sono ancora sotto gli occhi.
Il celebre aforisma sull'inutilità di “governare gli italiani”, ripreso da Giulio Andreotti, fu attribuito anche allo statista liberale Giovanni Gìolitti (1842-1928), cinque volte presidente del Consiglio dei ministri. Nulla di più errato. Anzi, di falso. A chi gli domandava quale fosse il dovere dell'Esecutivo rispose: “Venta governè bin”. Governare bene significa conoscere la realtà ed emanare norme a sua misura. Giolitti lo fece da insuperato statista d'Italia.
Le radici del ginepraio attuale: “gubernare necesse”
Senza smarrirsi nell'aneddotica, il fatuo motto mussoliniano va capovolto: governare gli italiani (come ogni altro popolo) è utile, anzi necessario. Però è molto difficile, se si percorre la via della democrazia parlamentare. Non perché gli italiani siano più individualistici e anarchici di altri popoli della Vecchia Europa, ma perché le istituzioni e le norme vigenti nello Stato d'Italia sono una rete labirintica plurisecolare dalla quale anche la volontà più energica fatica a districarsi. Era più facile farlo ai tempi di Augusto, quando Virgilio a “governare” preferì il cesariano “reggere”. Prima di ricordarne sinteticamente le motivazioni remote e recenti, va premesso che, a conti fatti, oggigiorno gli Stati “nazionali” europei di peso demografico ed economico rilevante si contano sulle dita di una mano e non se la passano affatto meglio dell'Italia. La Spagna è attanagliata dalla rivendicazione dei catalani che chiedono di costituirsi in repubblica indipendente, mentre il governo rosso paonazzo Sánchez-Iglesias riapre il solco tra cattolici e anticlericali infatuati. Nessuno è in grado di prevederne lo scenario a dieci anni da oggi. Lo stesso vale per la Francia, che regge solo grazie a una macchina che risale a Luigi XIV, a Napoleone I, a Clemenceau e a De Gaulle: uomini forti in tempi eccezionali. Nulla di paragonabile a Macron che in un paio di giorni ha declassato gli “assembramenti” da 1000 a 100 persone e tra un po' dovra scenderà a 10. La Germania sta precipitando nel conflitto tra un “centro” sempre più debole ed estremismi sempre più aggressivi, radicati nell'arretratezza generata dalla sconfitta del 1945 e dal dominio sovietico, che lì e a Praga ebbe i suoi strumenti più canaglieschi. Non se la passa benissimo la Gran Bretagna, teatro di risorgenti contrapposizioni plurisecolari tra Scozia e Inghilterra e tra Londra e Irlanda, con il noto irriducibile conflitto confessionale tra cattolici e anglicani e fra questi e le molte denominazioni evangeliche, con lo sfondo di islamici dalle varie accentuazioni. Gli altri Stati e staterelli d'Europa ostentano a volte arroganza pari alla loro non enorme rilevanza: dall'Austria all'Ungheria e alla Boemia, sino ai Paesi baltici, croce e delizia dei filatelici. 
Sorto quasi d'improvviso, dalla seconda “tempesta magnifica” in appena un decennio (1859-1861), lo Stato d'Italia ebbe dall'origine avversari interni irriducibili. Il suo blocco dirigente (Destra e Sinistra storica: due screziature di una medesima concezione dell'uomo e del cittadino) resse perché i suoi nemici più strenui (i clerico-papisti e i mazziniani duri e puri) si astennero dal voto politico e quindi, anche grazie alla legge elettorale che saggiamente riservava il diritto di voto a cittadini consapevoli e proclivi a sostenere il “regime”, gli consentirono di mantenere il monopolio della rappresentanza parlamentare senza avere quella del Paese. Maggioritario nell'esercizio del potere, quel blocco era e rimase minoritario nel consenso di un’opinione che non v'era motivo di “consultare”. Suo massimo garante fu Vittorio Emanuele II, che, dall'alto delle valli ove andava a caccia, oggi scorre divertito, gli strali che a duecento anni dalla nascita gli vengono lanciati anche in quotidiani della antica capitale del suo Regno (di Sardegna prima, d'Italia poi). Sopportò da vivo, figurarsi da morto. Non dimentica che l'Uomo cosmico-storico  non lo è per il cameriere, solo perché il secondo è quello che è. 
Consci di camminare sulle uova, dopo l'Unità governi e Parlamento si mossero con somma cautela per non moltiplicare gli avversari. Dalle sue lettere emerge che Vittorio Emanuele II teneva continuamente d'occhio i “masiniens”, i cui propositi erano privi di prospettive nell'Europa di Napoleone III, Bismarck, Francesco Giuseppe, ma avrebbero potuto avere la meglio se le istituzioni si fossero mostrate impari alla loro funzione, come avvenne in Spagna dopo l'abdicazione di Amedeo I di Savoia e l'avvento della catastrofica prima Repubblica. I ministri del Re erano a loro volta perfettamente consapevoli delle difficoltà di navigazione del giovane Stato unitario. In una lettera del 1° maggio 1870, recentemente proposta da Rosanna Roccia, lo ricordò Urbano Rattazzi a Michelangelo Castelli che stava scrivendo la genesi del “connubio” di vent'anni prima tra la sinistra democratica (da lui capeggiata) e Camillo Cavour: “I principi che dovevano inspirare il nuovo partito (poi detto di centro-sinistro, NdA) erano principalmente due, cioè all'interno resistere a qualsiasi tendenza reazionaria e nel tempo stesso promuovere, per quanto le circostanze lo permettessero, un continuo e progressivo svolgimento della libertà consentito dal nostro Statuto, sì nell'ordine politico come in quello economico ed amministrativo”. Propiziata da Castelli e da Domenico Buffa, l'intesa tra Cavour e Rattazzi fu la base della storia d'Italia sino alla Grande Guerra: essa contenne le linee fondamentali dei governi seguenti, inclusi quelli di Francesco Crispi e di Giolitti.
Tra i suoi capisaldi vi fu la legge sulle amministrazioni comunali e provinciali del 23 ottobre 1859 varata per il regno di Sardegna (all'epoca già comprendente la Lombardia, per effetto dell'armistizio di Villafranca) e passata pari pari nel regno d'Italia, con poche modifiche e sempre in direzione più liberale. La sua “ratio” era la conciliazione tra la monarchia rappresentativa e gli interessi locali, grazie alla mediazione della Camera elettiva i cui componenti rappresentavano la Nazione e non le province di elezione ed erano liberi da ogni “mandato imperativo” dei loro elettori (art. 41 dello Statuto).
La missione dell'Italia: ieri e oggi
Appena nato, però, quel povero Regno d'Italia dovette fare i conti con la missione che gli era imposta dalla geografia, che non pratica sconti alla storia: concorrere ad ampliare i confini dell'Europa in Africa e sino alla Cina e al Giappone. In un Paese poco avvezzo a pagare tasse e imposte, preso nella tenaglia di Quintino Sella (“lesina” da un canto sulle uscite, tassa sulla macinazione delle farine dall'altro), l'Italia dovette “fare politica estera” in un'Europa inquieta. Significava spendere per le Forze Armate e costruire lo Stato al proprio interno. Una fatica immensa. Quando, con la sconfitta nei presso di Adua (Etiopia) stette per vacillare, fu il celebre esploratore inglese Harry Stanley a dire che l'Italia doveva continuare a farsi carico del “fardello dell'uomo bianco”. Continuò con le colonie di Somalia (1907) e di Libia (1912). Ma l'intervento nelle due fasi della Guerra di Trent'anni (1914-1945) hanno spossato l'Italia, ne hanno squassato la cornice istituzionale, indebolita e allentata la catena di comando. L'arroganza della burocrazia non è solo quella oggi narrata dall'aneddotica vissuta a ridosso dei Poteri Centrali. È ormai caleidoscopio dei potentati locali: regioni a statuto speciale, aspiranti autonomie rafforzate, città metropolitane, sindaci che si credono podestà... e poi, appunto, i “gabellieri” che si aggirano sui confini dei comuni...
Ma chi sa davvero quali siano i confini degli 8.000 comuni d'Italia? Si va dai 302.000 kmq di Roma a comunelli di un paio di chilometri e con meno di 100 abitanti. I più vasti (a parte Ravenna e Ferrara) sono nell'Italia centro-meridionale. I più piccoli nel Vecchio Piemonte. Tra le cose ben fatte (ne fece anch'esso), il governo Mussolini ne incorporò molti. Ma nel 1945 tante frazioni tornarono indipendenti: senz’acqua potabile né rete fognaria, né altro, ma “libere”.
Se davvero l'Italia vuol ripartire, deve farlo immergendosi nell'acqua tonificante della propria storia. Come nella Fontana della Giovinezza del Castello della Manta: emblema di un mondo nel quale ci si ripeteva il saggio “Memento mori” e si cantava il “Gaudeamus igitur...”.
Un bell'esame di coscienza vien bene in Quaresima, all'insegna del “Discernimento” al quale richiama papa Francesco, gesuita. Ci esorta a comprendere che dalla storia non si scappa. Possiamo fingere di non avere un passato: epperò esso ci grava sulle spalle. Non ci si libera chiudendo confini, cancelli, giardini.... Semmai, all'opposto, occorre ampliare gli orizzonti come l'Italia seppe fare alle sue origini: aria, luce, pulizia; leggi chiare, non la pioggia di “grida” manzoniane, e loro corretta applicazione, nel rispetto degli inderogabili diritti di libertà costituzionalmente garantiti. 
Aldo A. Mola

VITTORIO EMANUELE II DI SAVOIA
 RE DEI POPOLI D'ITALIA (20 MARZO 1820 – 9 GENNAIO 1878)
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 


 VEII_Saluzzo“Per grazia di Dio e per volontà della Nazione” 
Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati approvò all'unanimità la legge presentata da Camillo Cavour:  “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia”. Con la sua pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale” il 17 marzo nacque il Regno d'Italia, il cui vero genetliaco rimane il 14 marzo. La data non era affatto casuale. Re Vittorio era nato a Torino il 14 marzo 1820, primogenito di Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, e di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena. Il 13 marzo 1861 il generale Enrico Cialdini comunicò la resa di Messina. Gaeta era caduta un mese prima. Francesco II di Borbone e la consorte Maria Sofia di Wittelsbach erano partiti alla volta dello Stato pontificio su vascello francese. Civitella del Tronto si sarebbe arresa il 20 seguente. Il 17 aprile la Camera deliberò che negli atti il nome del Re fosse seguito dalla formula “per grazia di Dio e per volontà della Nazione”. Tradizione, legittimità e volontà popolare. Così fu coronato il Risorgimento d'Italia.
Nel frattempo, il 27 marzo 1861 quasi all'unanimità il Parlamento approvò il “voto” proposto da Carlo Bon-Compagni su sollecitazione di Cavour: “Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia”. Re e Nazione. Sovrano, governo e Parlamento (il Senato di nomina regia e vitalizio, la Camera elettiva) formavano la catena di unione evocata da Cavour il 14 marzo: “Tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa (…); di qui parta unanime adunque quel grido di entusiasmo, qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica Io sono l'Italia!”. Cavour non amava la retorica. Stava ai fatti. Fra i deputati vi erano Giuseppe Garibaldi, tanti patrioti già seguaci di Giuseppe Mazzini, alcuni federalisti: la “concordia discors” dalla quale la Patria aveva assunto forma di Stato e prendeva il suo corso.
Dal Piemonte, l'Italia
Perché la centralità del Re?  
Nell'età franco-napoleonica (1798-1814) il “Piemonte” era stato annesso alla Francia. Dopo otto secoli di storia gloriosa aveva cessato di esistere. Come lingua ufficiale gli fu imposto il francese. Dopo la Restaurazione del 1814, aveva ripreso la via delle libertà proprio con Carlo Alberto di Savoia-Carignano che nel marzo 1821 promulgò pro tempore la costituzione spagnola con la riserva del rispetto dei culti ammessi (israeliti e valdesi). Dopo lunghe traversie e la sconfitta nell'impari guerra contro l'Impero d'Austria, l'abdicazione e l'amaro esilio di Carlo Alberto (1848-1849), il regno di Sardegna fu l'unico in Italia a conservare lo Statuto che aveva introdotto la monarchia rappresentativa, l'elettività alle cariche locali e dichiarava i cittadini uguali dinnanzi alle leggi. Non per caso esso divenne rifugio di esuli politici da tutta Italia, con i loro propositi, spesso fuori misura, come Carlo Pisacane, ferocemente antisabaudo. Il regno di Sardegna propiziò la nascita di una dirigenza politico-amministrativa vastissima e varò la modernizzazione in ogni settore della vita pubblica e privata. Con l’onerosa partecipazione all'alleanza anglo-franco-turca contro l'impero di Russia (1854-1855) e al congresso di Parigi (1856) entrò nel grande gioco delle Potenze europee.
   Asceso al trono a 29 anni mentre il “Piemonte” era in condizioni disperate, Vittorio Emanuele II si mostrò politico lungimirante. Incoraggiò, accettò e a volte subì le pulsioni della Camera e di suoi litigiosi capifila. Guadagnò la simpatia della Gran Bretagna e l'alleanza con la Francia di Napoleone III, suggellata dalle nozze di sua figlia, la sedicenne Clotilde, con Napoleone Gerolamo Bonaparte. Ebbe chiaro che il Regno di Sardegna non poteva “fare da sé”. Alleato con Parigi, nel 1859 ottenne la Lombardia, mentre i liberali suscitavano insorgenze nei Ducati padani e nelle Legazioni pontificie e inducevano il granduca di Toscana (un Asburgo-Lorena) a lasciare Firenze. Le richieste di annessione furono ratificate da plebisciti. Nel settembre 1860, mentre Garibaldi, vittorioso in Sicilia già era arrivato a Napoli, Re Vittorio ebbe “via libera” da Napoleone III (“fate, ma fate in fretta”): invase Umbria e Marche per proteggervi i liberali dalle vessazioni dei papalini e proseguì nel regno delle Due Sicilie, ove in ottobre si congiunse con il Generale, vittorioso a Calatafimi, Palermo, Milazzo, al Volturno: valoroso condottiero assai più che politico avveduto. Se n'ebbe conferma nel 1862 e nel 1867 quando Garibaldi capeggiò due “spedizioni” sconsiderate e sfortunate. Altri plebisciti confermarono il Re costituzionale. 
  In diciotto mesi prese corpo il sogno di generazioni di patrioti: fare l'Italia. Il difficile venne dopo, sia per gli ostacoli interni, a cominciare dal “grande brigantaggio”, alimentato dall'estero e dal clero, sia per l'enorme divario tra i popoli e le terre d'Italia. Anzitutto occorreva ottenere il riconoscimento dello Stato nella Comunità internazionale. Ci vollero sette anni ad averlo. 
Riconosciuto nel 1861 da Gran Bretagna, Grecia, Svizzera e Stati Uniti, dalla Francia solo dopo la morte di Cavour, nel 1862 da Russia e Prussia e poi da Spagna e altri, nel 1867 il regno d'Italia sedette per la prima volta in una conferenza diplomatica europea con la presenza dell'Austria cui, grazie all'alleanza con la Prussia e la mediazione di Napoleone III, nel 1866 aveva sottratto Mantova e Venezia.
L'Italia dalla scomunica (beato Pio IX) al riconoscimento (san Paolo VI)
Scomunicato dal 26 marzo 1860, dopo esitazioni e tentativi di persuadere Pio IX a risolvere pacificamente la “questione romana”, nel settembre 1870 il cattolicissimo Re Vittorio ordinò la spedizione che agli ordini di Raffaele Cadorna irruppe in Roma. Tra il 1861 e il 9 gennaio 1878, quando morì, il sovrano vide susseguirsi quindici diversi governi. Assisté alle logoranti diatribe tra  maggiorenti e fazioni parlamentari. Sulla fine del 1877 osservò sconsolato:“Non sono ancora vecchio, e già mi trovo a essere il decano dei patrioti e degli uomini politici del mio paese”. Da oltre un anno aveva nominato presidente del Consiglio Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, già più volte ministro. Nel 1878 l'irpino Francesco De Sanctis tornò ministro della Pubblica Istruzione, come già con Cavour e Bettino Ricasoli. Di lì a poco la Corona ebbe l'omaggio solidale di Giosue Carducci. In “Piemonte” il “Maestro e vate della Terza Italia” evocò l'omaggio dei patrioti a Carlo Alberto agonizzante a Oporto. Ricordò che erano stati i patrioti, molti dei quali massoni, a volere i Savoia a Roma. Toccava a loro di mantenerveli, perché i Re erano gli unici veri garanti di unità, indipendenza e libertà degli italiani.
Secondo il racconto del cappellano maggiore, canonico Vittorio Anzino, che gli impartì il viatico nei modi documentati da Aldo G. Ricci, Re Vittorio invocò la benedizione del Signore sul figlio Umberto di Piemonte, al quale passava “un brutto fardello, oh che brut fardel!”. Era andata peggio a fra Giacomo da Poirino, sospeso a divinis per aver amministrato l'estrema unzione a Cavour.
   Nel trentennio di Vittorio Emanuele II l'Europa cambiò profondamente. Malgrado conflitti circoscritti, la pace generale resse. Nacquero stati indipendenti nell'Europa orientale e si moltiplicarono le rivendicazioni dei popoli senza Stato. Sorto per propiziare la stabilità, il Regno d'Italia estese la sua costruttiva influenza dalla Grecia al Portogallo (il cui sovrano, Luigi I, sposò Maria Pia, terzogenita di Re Vittorio) e alla Spagna, ove per breve tempo regnò il suo secondogenito, Amedeo duca d'Aosta. Vittorio Emanuele instaurò lungimiranti legami con il conferimento di Collari della SS. Annunziata, comportanti il rango di “cugino del re”, anche a sovrani e principi non cattolici, in una visione universale della missione dell'Italia.
Nel 2011 un importante “Fondo ambientale” pubblicò i ritratti dei quattro artefici dell'unificazione: Mazzini, Garibaldi, Cavour e Azeglio. Con un errore di merito e di metodo Re Vittorio non vi comparve. Eppure l'Unità degli italiani è anzitutto opera sua. Aprendo l'VIII Legislatura del regno, il 18 febbraio 1861, egli affermò che l'Italia era “libera ed unita quasi tutta per mirabile aiuto della Divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli e per lo splendido valore degli Eserciti”. San Paolo VI nel 1970 riconobbe che l'annessione di Roma all'Italia fu provvidenziale. Nel 150° di Porta Pia e nel 200° della sua nascita, Vittorio Emanuele II e suo nipote Vittorio Emanuele III, che nel 1918 ne completò l'opera, vanno ricordati inseme all'Altare della Patria, dinnanzi al Sacello del Milite Ignoto, emblema dell' “Itala gente da le molte vite”. 
Aldo A. Mola
 
VITTORIO EMANUELE II, RE SOLDATO

Una significativa testimonianza della brutalità della guerra a metà Ottocento è offerta dalle lettere  di Vittorio Emanuele alla consorte, Maria Adelaide di Asburgo, pubblicate a cura di Ffrenasco Cognasso nel 1966. Duca di Savoia e comandante della Riserva, la Divisione da lanciare in campo gli interventi risolutivi, in lettere affettuose e briose “Luf Victor” o “Puozzi”, come si firmava nella corrispondenza con “Chère Poucette”o “Mon Oiseau” (affettuosi nomignoli della consorte, “Chère femme”, “Chère amie”...), il diciottenne Vittorio Emanuele narrò quasi quotidianamente l’andamento della guerra contro l'Austria (1848), spiegandole il crescente risentimento che la condotta del nemico suscitava nei soldati dell’Armata Sarda: militari, non orde barbariche.
Il 3 aprile 1848 Vittorio Emanuele le scrisse (in francese):“I nostri soldati sono magnifici e furibondi (...). Quanto era stato detto dell’armata croata è nulla a confronto della verità. Ciò che hanno fatto alle donne e ai bambini grida talmente vendetta che sono sicuro che li si ammazzerà tutti. Essi infilzavano tutti i  piccoli sulle loro baionette e aprivano il ventre delle donne mettendoci dentro due o tre cartucce, nel...e gli davano fuoco; poiché erano stese, esplodevano come una mina”.
Il 12 maggio 1848 Vittorio Emanuele fu decorato al valore nell’Ordine Militare di Savoia. Lo stesso giorno lamentò di essere costretto a rimanere rintanato in stato d’allerta in cascine disabitate e piene di insetti. In un’altra lettera deplorò: “Ho visto una ritirata di tedeschi verso Verona, costretta dalle nostre truppe che avanzavano sempre a colpi di cannone. Ho visto saltare tre mine. Ho visto l’incendio di tre paesi. Questa mattina sono stato circondato dall’incendio fatto dai tedeschi; quando sono battuti, uccidono tutte le donne e massacrano i bambini che impalano e danno fuoco a tutti i paesi, mentre i nostri soldati, morti di fame e di fatica, si privano del poco pane che mangiamo, perché non se ne trova più nulla, per darlo ai prigionieri che facciamo. L’ira dei nostri soldati è all’ultimo grado. Ho paura di non poterli più trattenere e sicuramente la vendetta sarà terribile, perché hanno sete di sangue”.
La guerra era un’immensa fornace. Vittorio Emanuele fu scosso dal sacrificio degli studenti universitari a Curtatone e Montanara e promise: “Noi saremo sempre i valorosi difensori dell’Italia”, mentre il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, “venendo meno agli impegni, ha richiamato da Napoli le truppe che aveva inviato qua e fa cannoneggiare Napoli e si mette al sicuro quell’imbroglione”. Se ne rammentò da Re nel 1859; e ricordò pure la condotta dei repubblicani milanesi contro suo padre: “Porto la vendetta nel cuore e un odio implacabile per questa indegna città”.
Il 9 agosto 1848 la marchesa Costanza d’Azeglio a sua volta descrisse al figlio le condizioni dei militari del regno di Sardegna: “Senza aver perduto una battaglia siamo finiti in una ritirata come quella di Russia nel cuore di un paese ricco e prospero come la Lombardia, un paese che volontariamente si era unito a noi. I nostri soldati si sono battuti fintanto che le forze non gli sono mancate, ma la fame e la sete li hanno decimati, la demoralizzazione ha avuto il sopravvento. (…) Bisogna vederli. Sono proprio delle mummie, la pelle nera e secca, lo sguardo fisso, si capisce le sofferenze che hanno passato”. 
Tutti patirono, gli ufficiali come i soldati. E tutti insieme ripresero la guerra nel marzo 1849.
La sera della sconfitta di Novara (23 marzo 1849) Vittorio Emanuele informò sinteticamente Maria Adelaide dell’abdicazione del padre, che lo abbracciò l’ultima volta sul campo e chiese a lui e a suo fratello minore, Ferdinando, di “non odiarlo troppo”. Con quel nodo in gola il cinquantunenne Carlo Alberto partì per il Portogallo ove morì di angoscia cinque mesi dopo. A sua volta Vittorio Emanuele soffocò il singhiozzo, ma non dimenticò. Dopo quell’amara giornata, la “brumal Novara”, come scrisse Giosue Carducci nell’ode Piemonte, iniziò la riscossa, coronata nel 1859 con le vittoriose battaglie di Magenta e Solferino-San Martino. L’Armata sarda mostrò che gli italiani sapevano battersi. I marescialli di Napoleone III passarono dalla sottovalutazione e dalla diffidenza alla stima. Gli italiani non erano più sotto tutela, un alleato “corvéable à merci”. Erano una nazione. Una nazione armata.
Sul punto di partire per la nuova guerra contro gli allemands, il 30 aprile 1859 Vittorio Emanuele II scrisse il suo testamento a Giovanni Nigra, già ministro delle Finanze con Cavour e poi della Real Casa: “Nella mia assenza vi affido tutto ciò che ho di più caro e prezioso: i miei figli, la mia casa. Se sarò ucciso ponete al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al Museo delle armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno, valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve, come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo, il resto non è niente”.
Onore, fedeltà e memoria dei padri furono le vie maestre per fare l’Italia. Perciò, a buon diritto, Vittorio Emanuele di Savoia tenne l'ordinale II nel passaggio dalla corona di Sardegna a Re d'Italia.
CIVILTÀ SEPOLTE?
IL “VITTORIO EMANUELE II” DI LEONARDO BISTOLFI A SALUZZO 

Il Comune di Saluzzo (Cuneo) e i suoi cittadini sottoscrissero l'erezione di un monumento a Vittorio Emanuele II. Lo realizzò Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato, 1859-La Loggia, 1933), tra i più celebri scultori italiani fra Otto e Novecento. Il bronzo è un capolavoro. Sempre per Saluzzo Bistolfi realizzò il busto di Umberto I, scoperto l'8 settembre 1901 alla presenza di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, giunti dal Castello di Racconigi. 
Non rimane traccia della base del monumento di Re Vittorio. Quella del busto di Umberto recava la scritta: “Umberto I Re d'Italia/Prode nell'armi, della pace leale custode,/ visse pel suo popolo, beneficando./ Morì martire./ Municipio-Città, MCMI 8 settembre”.
I due bronzi, di alto valore artistico e storico, giacciono in un sottoscala del Museo di Casa Cavassa a Saluzzo, con quello di Carlo Alberto, sfregiato (forse quando vi venne precipitato). Le loro fotografie, scattate da Gian Carlo Durante, nel 2001 furono pubblicate in “Saluzzo. Una antica capitale” (Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo - Newton Compton, 2001). Da allora nulla è mutato, se non l'accumulo di polvere. Sulla storia.
Il 24 dicembre 1885 il ventiseienne Bistolfi fu iniziato massone nella loggia “Dante Alighieri” di Torino (matricola 7.167). Molto apprezzato da Vittorio Emanuele III, che lo incontrò ripetutamente anche nella sua “officina” a La Loggia, il 1° marzo 1923 venne nominato Senatore del Regno con Giovanni Agnelli. Lui per la 20^ categoria (“illustrazione della Patria”), l'altro per la 21^ (il censo). Patriota, Bistolfi credeva nello Stellone d'Italia. E rispolverarne le Opere?


 
NACQUE PER L'INCUBO DEL COLERA
 LA PRIMA LEGGE SANITARIA D'ITALIA (1888)
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

L'Italia: Stato giovane, particolarismi arcaici.  
Mentre ferve la sterile disputa di amministrazioni locali nei confronti della strategia messa a punto dal governo per arginare il contagio del Covid-19 giova ricordare gli albori della medicina sociale in uno Stato recente qual è l'Italia. Il Paese ha raggiunto l'unità politico-amministrativa solo nel 1861, o meglio nel 1870, quando anche Roma fu annessa e si riconobbe nel Regno, o ancora più esattamente nel 1918-1924, con Trento, Trieste e Fiume (senza plebiscito confermativo). L'unificazione fu voluta da una ristretta minoranza di illuminati duramente osteggiata da potenze estere e da opachi potentati interni, sorretti da interessi particolari, pronti a valersi di pregiudizi arcaici e di superstizioni spacciate per spiritualità. La Costituzione del 1948, nelle sue parti migliori ricalcante lo Statuto Albertino del 1848, nel Titolo V (regioni, province, comuni) è stata disfatta per calcoli politico-elettorali le cui conseguenze si pagano e si pagheranno. Mentre sono ormai del tutto immotivate le dispendiosissime “Regioni a statuto speciale”, da abolire prima possibile, va ricordato che quelle a statuto ordinario furono istituite mezzo secolo fa e, come previsto, divennero e sono fomite di sperpero di pubblico danaro con danno gravissimo per lo Stato, cioè per i cittadini perché, come insegnavano i liberali di una volta (pochi ma buoni), è sulle loro spalle che si scarica il debito pubblico in tutte le sue varianti e per molte generazioni. Poiché sono ormai migliaia i Comuni prossimi al fallimento e i debiti delle Regioni (sia a statuto speciale, sia ordinarie) sono stratosferici, vanno rimpiante le Province, enti tradizionalmente parsimoniosi oggi ridotti a uccelli impagliati da una delle tante sconsiderate “riforme a mezz'asta” varate senza memoria storica né visione di lungo periodo. I “capricci” si scontano, come avverrà con la riduzione dei parlamentari, colpo di grazia sull'ormai evanescente rapporto di fiducia tra cittadini e loro rappresentanti sino al 1913 votati per libera scelta. Quanto ora avviene in presenza della febbre virale che attanaglia l'Amministrazione pubblica, la vita quotidiana, l'economia e le suggestioni di massa, merita rievocare quando, come e perché lo Stato si dette la prima legge sanitaria: necessaria proprio per colmare le immense lacune degli Stati pre-unitari e fare dell'Italia un Paese moderno. 
Quando il cholera morbus nel 1884 dette la sveglia  
Centotrentasei anni orsono fu l'ennesima devastante epidemia di cholera morbus ad aprire gli occhi a chi ancora non voleva vedere per non capire e non rimediare. Era l'Italia unita da un quarto di secolo.
Milleottocentoottantaquattro. L'anno si aprì con il “pellegrinaggio nazionale” alle spoglie di Vittorio Emanuele II  morto il 9 gennaio 1878, traslate all'interno del Pantheon nella tomba in cui ancor oggi riposa il Padre della Patria. Vent'anni dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865) e poi a Roma (1870-1871) nel capoluogo piemontese fervevano i preparativi dell'Esposizione Nazionale inaugurata il 2 aprile dal Re, presenti la Corte, il presidente del Consiglio Agostino Depretis e gli alti dignitari dello Stato. Su un paese complessivamente tranquillo e operoso calò improvvisa la falce della Grande Visitatrice. Tra fine giugno e inizio luglio a Saluzzo, nel Cuneese, due operai risultarono affetti dal “vibrio cholerae”. Vi erano appena arrivati da Tolone, in Francia, ove la temibile epidemia approdata dall'Africa aveva iniziato a diffondersi e a fare strage. L'Italia conviveva con malattie endemiche favorite da denutrizione e malnutrizione (pellagra, malaria...), con le ricorrenti febbri influenzali e peggio: polmoniti, pleuriti, tubercolosi. Le statistiche dicevano che ogni anno nasceva circa un milione di bambini (più del doppio di quanti oggi vi vengano al mondo) ma appena la metà arrivava al 15° anno di vita. La vita media si fermava a 35 anni. 
Nel 1884 per la quinta volta dall'inizio dell'Ottocento il colera tornò a imperversare nel bacino mediterraneo e a colpire dapprima i paesi rivieraschi, poi quelli interni. Presente in Italia dal 1832, la stessa epidemia era divampata con conseguenze particolarmente gravi nel 1835-37, 1854-55 e nel 1856-67, quando causò almeno 160.000 morti, bloccando per un anno il normale incremento demografico. Proprio nel 1883 il batteriologo e microbiologo tedesco Robert Koch (1843-1910) isolò in Egitto il vibrione del colera: ma i rimedi rimasero di là da venire.   
Nel 1884 le misure profilattiche si rivelarono inadeguate. In poche settimane dal Piemonte il vibrione  svalicò in Liguria, raggiunse Livorno e in breve arrivò in Sicilia. Napoli risultò la città più colpita. Accompagnato da Depretis, dal siciliano Francesco Crispi e dal calabrese Giovanni Nicotera il 29 settembre Umberto I, il “Re Buono”, visitò i colerosi ammassati nel Lazzaretto della città partenopea, che lamentò quasi 8.000 morti contro i 1500 di Genova e i 1650 del Cuneese. Era arrivato il momento di mettere a frutto il magistero di Max von Pettenkofer: le epidemie non sono una punizione celeste. Dilagano negli ambienti malsani. Lo si sapeva da quando il cholera morbus aveva fatto la sua prima irruzione in Europa partendo dalle rive del Gange e dalla fetida Calcutta. 
La dura lezione dei fatti era stata bene appresa da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (Parigi, 1803-1857, figlio di Luciano, fratello e suggeritore politico di Napoleone il Grande), ideatore e stratega dei Congressi degli scienziati italiani che dal 1839, cioè all'indomani dell'epidemia, misero a punto progetti per arginarne nuove possibili ondate con metodi innovativi. Barriere confinarie, quarantene e suffumigi erano insufficienti in un Paese che all'epoca contava otto diversi Stati e una miriade di cinte tra centri urbani, frazioni e campagne. Meno ancora servivano l'esposizione delle reliquie e delle statue dei santi patroni, i pellegrinaggi, le prediche che spesso deragliavano nella insinuazione di colpevoli del tutto fantasiosi: eretici, ebrei, massoni...
I Congressi (a Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia: significativamente tre volte in Toscana, due nel regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto, una sola nelle Due Sicilie, mai nello Stato pontificio) gettarono le basi morali dell'unificazione italiana, come subito intuì il piemontese Clemente Solaro della Margarita, reazionario avveduto: gli scienziati si “affratellarono” e “si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro per il gran giorno del sospirato risorgimento”. In effetti, in corrispondenza con le menti più illuminate d'Europa, essi cospiravano alla luce del sole. Come Kohelet nell'“Ecclesiaste” si interrogavano su rapporti e distanze tra sapienza e scienza, tra scienza e insipienza, tra sapienza e politica quale arte di governo, missione suprema secondo la tradizione greco-romana da Platone e Aristotele a Cicerone. Il Potere non è il Male. “Ogni cosa ha il suo momento. Tempo di nascere e tempo di morire...”. Lo si aveva chiaro dalla stagione degli Illuministi. Anzi, se bene ispirato, il Potere è l'acceleratore dell'incivilimento, della moralità fondata sulla ragione anziché sulla superstizione, su catechismi imparaticci. Etica non vuol dire sopruso.
La debolezza del Trasformismo
Dimissionario proprio alla vigilia dell'Esposizione di Torino, il 30 marzo 1884 Depretis varò il nono governo da quando il 25 marzo 1876 la Sinistra democratica aveva sostituito la Destra storica. La sua rimase una compagine debole. La Giovane Sinistra di Francesco De Sanctis e di antichi mazzinian-garibaldini come Giosue Carducci  (eletto deputato a Lugo di Romagna nel 1876 e nuovamente candidato perdente a Pisa nel 1886) rifiutava l'appello lanciato da Depretis a “collaborare” per “trasformare” il Paese. “Trasformismo” divenne sinonimo di compromesso al ribasso, anticamera della corruzione. “Trasformista” fu (e rimane) un insulto in un Paese che non aveva “partiti” e che da quando ne ha ha registrato il continuo via-vai da una all'altra parte. Avvolti nei panni di nobili ideali, tanti “progressisti” si sottrassero all'invito di Depretis, pertanto tentato da taciti accordi con la Santa Sede per ampliare le basi del consenso dopo l'incremento degli elettori da 600.000 a quasi tre milioni. 
Fra le vittime della perdurante incertezza di indirizzo politico vi fu il varo di una legge sanitaria, cocciutamente ostacolata da interessi locali e particolari (avrebbe comportato nuova disciplina delle farmacie, feudi più immarcescibili del Sacro romano impero). Dopo il codice sanitario varato dal governo presieduto da Giovanni Lanza  (dicembre 1870) e logoranti discussioni nei due rami del Parlamento, la svolta arrivò con l'ascesa di Crispi a presidente del Consiglio in successione a Depretis (7 agosto 1887). Già ministro degli Esteri e dell'Interno, egli impresse l'acceleratore. La via era indicata dalla gigantesca “Inchiesta sulle classi agrarie” presieduta dal moderato Stefano Jacini ma pilotata dal medico garibaldino Agostino Bertani, radicale. Ne era emerso il quadro agghiacciante di un Paese dalle condizioni igienico-sanitarie spaventose, già descritte dalla Società italiana di igiene fondata nel 1879 e animata da Jacob Moleschott, Corrado Tommasi Crudeli, Guido Baccelli, Nicola Badaloni, Antonio Cardarelli e altri, anche massoni come Mario Panizza secondo il quale i “fratelli” sono i “templari della democrazia”.
Il disegno della legge sanitaria (soli 62 articoli) fu incardinato in Senato il 22 novembre 1887. La sua discussione iniziò il 15 marzo 1888. Illustrato dal celebre Stanislao Cannizzaro fu approvato il 1 maggio con 53 “si” contro 21 “no”. Nel corso del dibattito Gacinto Pacchiotti raccomandò l'insegnamento dell'igiene. Gerolamo Boccardo deplorò la costruzione di ospedali monumentali anziché funzionali e raccomandò che venissero edificati in sedi agevolmente accessibili per il personale sanitario e per i malati, che all'epoca si muovevano a piedi o su carri. Il 15 maggio il testo passò alla Camera. Dopo un dibattito di tenore elevatissimo fu approvato con 145 “si” e 59 “no”. Divenne la legge 22 dicembre 1888,n. 5849. Nel corso della discussione, Cardarelli si schierò nettamente a favore del primato dello Stato sulle amministrazioni locali, spesso prive di persone competenti nei ruoli di responsabilità suprema, sindaci e presidenti di provincia inclusi. 
… e il suo “profeta”: Luigi Pagliani
Il demiurgo della legge sanitaria fu Luigi Pagliani. Oggi pressoché dimenticato, merita qualche parola di ricordo. Nacque a Genola (Cuneo) il 25 ottobre 1847. Suo padre, medico condotto, fu sindaco del piccolo comune allo snodo stradale e ferroviario della linea Savigliano-Cuneo/ Fossano/Mondovì. Studente in medicina e chirurgia a Torino, condivise una modesta soffitta con il futuro fisiologo e archeologo Angelo Mosso, promotore della formazione degli insegnanti di educazione fisica, in specie femminile. Libero docente di igiene a 30 anni e ordinario a 40, nel 1878 Pagliani creò il primo laboratorio di igiene in Italia. Incaricato di studiare genesi e conseguenze dell'epidemia colerica del 1884, richiamò l'attenzione sull'urgenza del risanamento urbano. Bisognava abbattere antiche cinte murarie: aria, luce, pulizia e soprattutto acqua potabile, rete fognaria, controllo dell'ambiente da parte di personale scientificamente preparato in tutti i comuni, grandi o piccoli fossero, perché malattie endemiche e, peggio, le epidemiche non si fermano all'alt dei vigili urbani o di militari mandati a vigilare sulle zone “infette”. 
Il 1° gennaio 1889 Crispi istituì la Direzione generale della sanità pubblica nell'ambito del Ministero dell'Interno e gliela affidò. Pagliani si misurò con un ampio ventaglio di problematiche e di responsabilità connesse. Operò nel clima tipico dei medici umanisti dell'epoca, che condividevano l'entusiasmo di “Fare l'Italia”: patrioti cresciuti nel solco di Michele Lessona. 
I capisaldi della legge sanitaria furono l'istituzione del Consiglio superiore della sanità, dei consigli provinciali medici e veterinari, coordinati dai medici e dai veterinari provinciali, la elevazione dei medici condotti a ufficiali sanitari decorosamente remunerati e liberi da condizionamenti dei sindaci, l'obbligo della denuncia di malattie contagiose, la vaccinazione obbligatoria, la certificazione dell'abitabilità delle costruzioni, nuove norme sulla sepoltura. Tutte norme sagge e tuttora vigenti. 
Come Angelo Mosso, anche Pagliani promosse la cremazione dei cadaveri che all'epoca la chiesa cattolica considerava aberrante e deprecava. Erano passati pochi anni da quando Giuseppe Garibaldi, “primo massone d'Italia”, era stato sepolto a Caprera sotto pesante masso in violazione della sua richiesta di essere arso con la “pira omerica” poi evocata da Carducci. Pagliani aveva orizzonti e vastissimi. La lotta per il risanamento dell'igiene pubblica passava anche quella contro la prostituzione femminile, il controllo sanitario delle “case di tolleranza”, il miglioramento dei reparti di maternità e infanzia (meglio se con cliniche apposite), le cause ambientali e lavorative che spesso causavano malattie, in specie la tubercolosi. Si occupò inoltre di urbanistica sociale, promozione delle case popolari e di bagni pubblici comunali, di primaria importanza quando, in carenza di pozzi bianchi e neri, essi erano risorsa indispensabile per quanti dai borghi rurali affluivano nei centri maggiori per i mercati settimanali e ne profittavano “una tantum” per una bella lavata. Quella era l'Italia ben nota a chi, nato a Genola e cresciuto fra Torino e Roma, ne conosceva ogni lembo di persona o attraverso i questionari inviati obbligatoriamente dai sindaci al ministero dell'Interno. Già autore di opere apprezzate anche all'estero, Pagliani sapeva bene che la maggior parte degli amministratori locali non era all'altezza del suo compito. In migliaia di comuni non vi era alcun servizio di nettezza urbana. L'immondizia veniva raccolta e bruciata in cortili. In quasi 1300 non vi era neppure una latrina. Ben 6404 comuni non avevano rete fognaria. Perciò le statistiche lamentavano la diffusione di pustole, scabbia, morva, tigna,...sino al terribile carbonchio. A garanzia dei cittadini, la legge Crispi-Pagliani istituì ispezioni sanitarie alle quali i sindaci non si potevano opporre. Certo essa non fece miracoli da un anno all'altro: fu “un programma”, come la legge voluta dal deputato di Alba, Michele Coppino, che il 17 luglio 1877 decretò obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare in un Paese che contava il 70% e più di analfabeti in molte regioni, sopratutto della “Borbonia Felix” da taluno ancor oggi stolidamente rimpianta. 
Post fata resurgo...
Da alcuni “storici” Crispi è stato ritratto come “dittatore”. Nella sua più corposa biografia, Christopher Duggan manco cita Pagliani. Le grandi riforme varate dai suoi governi erano “di destra” o “di sinistra” o semplicemente indispensabili per traghettare l'Italia verso la modernità? Da tanta parte del clero, che alla legge sanitaria nazionale opponeva medici “cattolici”, quasi vibrioni e batteri abbiano una confessione religiosa, Crispi fu dipinto quale un satanasso, anche perché era massone notorio, come Carducci e Adriano Lemmi. E ancora non si sapeva che l'11 gennaio 1889, poco dopo l'insediamento alla Direzione generale della sanità, anche Pagliani fu iniziato massone nella loggia “Rienzi” di Roma (Grande Oriente d'Italia, matricola 8.193).
Dopo la caduta di Crispi (marzo 1896), il suo conterraneo Antonio Starrabba di Rudinì ne cancellò le riforme: eliminò la Scuola di igiene, trasferì il servizio di veterinaria al ministero dell'Agricoltura, azzerò la Direzione generale della sanità e ne cacciò il direttore. Pagliani tornò a Torino. Sino al 1913 fu preside della Facoltà di medicina (bastione di scienza all'avanguardia in Europa), fondò riviste, pubblicò il fondamentale “Trattato di igiene e sanità pubblica”, promosse innumerevoli iniziative culturali e filantropiche nel solco del “fratello” Tommaso Villa e, consigliere comunale dal 1906 al 1919, ebbe la stima del sindaco Teofilo Rossi di Montelera, di Antonio Carle e di Giolitti. Pagliani era l'emblema dell'Italia civile: niente retorica, molti fatti, visione alta dello Stato, dell'impegno patriottico ed educativo. Morì a Torino il 4 giugno 1932. L'urna con le sue ceneri veglia la Sala del Commiato nel Tempio crematorio che funzionò anche negli anni del regime incardinato sulla Conciliazione dell'11 febbraio 1929. Il suo magistero non andò affatto perduto. Lo evocarono ripetutamente Achille Mario Dogliotti e Giorgio Cavallo, che ne continuarono la Grande Opera. La loro lezione rimane attualissima nell'Italia europea.
Aldo A. Mola

S.A.R. MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
 CUSTODE DELLA STORIA D'ITALIA
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di SavoiaDa Residenze Sabaude a Residenze Reali Piemonte...
“Theatrum Sabaudiae”? Fino a quando? Forse una futura edizione dell'ammiratissima sontuosa opera verrà intitolata semplicemente “Teatro”. Via ogni riferimento alla (e ai) “Savoia”. Lo stesso varrà per la “Galleria Sabauda” nel 1984 amorevolmente descritta da Rosalba Tardito Amerio in un bel volume della Cassa di Risparmio di Torino? Diverrà “Galleria” o forse “Tunnel”, “Sottopasso”.
“Gutta cavat lapidem...”. Uno scialbo un giorno, una scalpellata l'altro, l'abrasione corruttiva del passato procede sempre più celere. Quasi 75 anni dopo il cambio istituzionale qualcuno ha sferrato un'altra mazzata: le Residenze Sabaude, patrimonio mondiale dell'Unesco, non saranno più tali. Divengono Residenze Reali Piemonte. Aleggia cupo il motto “Indietro Savoia”, lanciato da un libello di Lorenzo Del Boca, che però combatte a viso aperto. 
La decisione di togliere o aggiungere un aggettivo non è mai casuale. Come ricorda il generale CdA Oreste Bovio in un insuperato volume dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore, all'indomani dell'Unità l'Esercito inizialmente fu “Italiano”. L'aggiunta dell'aggettivo Regio suggellò la sua piena identificazione con la monarchia che aveva unito l'Italia: e tale rimase con le bandiere fregiate dallo scudo di Savoia al centro della banda bianca, secondo le dinamiche descritte dallo stesso Bovio in altre sue opere sull'Araldica militare.
Ora le Residenze fatte erigere nei secoli e via via abbellite da conti e duchi di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, da Sabaude declinano a un generico “Piemonte”, con drastica amputazione della Valle d'Aosta, pur orgogliosa del castello di Sarre, dal quale prese titolo comitale Umberto II alla partenza dal suolo patrio il 13 giugno 1946, come avevano fatto Vittorio Emanuele III, conte di Pollenzo alla partenza per Alessandria d'Egitto, e  Carlo Alberto, conte di Barge quando andò esule a Oporto. La burocrazia sforbicia la Storia. Anziché un passo innanzi nella ricomposizione della memoria ne fa uno di lato, verso il vuoto. “Era ora” pare abbia inneggiato un supporter del “cambio”. Un altro avrebbe aggiunto che “i Savoia hanno fatto di tutto, e solo nel male”. E quelle Residenze, dunque? Per coerenza giacobina andrebbero demolite come le Vele di Scampia. E, per conseguenza logico-cronologica, chi oggi vi si accampa dovrebbe dare alle fiamme sedia e scrivania e cercarsi un altro mestiere.
Un atlante geo-storico di personaggi evocativi: il caso della Spagna
Sarà Wikipedia a far memoria di ogni Paese? L'esempio salutare (o allarme?) arriva dalla Spagna, che ha classificato i personaggi più rappresentativi della sua storia millenaria provincia per provincia sulla base degli “articoli” nei quali essi vi compaiono: duemila anni di vicende complesse e al tempo stesso lineari lungo i quali si sono susseguiti romanizzazione, età dei Visigoti, invasione araba, Riconquista, il balzo a impero mondiale con Carlo V d'Asburgo, il lungo regno da Filippo II ai Borbone e le convulsioni dell'Otto-Novecento sino all'età presente, incarnata da Filippo VI di Borbone. Lo spagnolo più antico svettante nella classifica di Wikipedia non è Viriato, strenuo combattente contro la conquista dell'Iberia da parte dei Romani, assassinato a tradimento nel 139 a.Cr. e celebrato a Zamora, ma Lucio Anneo Seneca, nativo di Cordova, filosofo, precettore sfortunato di Nerone, che gli ordinò di suicidarsi dopo la fallita congiura di Pisone. Lo seguono Traiano, l'imperatore di Roma (98-117 d.Cr.) nato a Italica, il suo immediato successore, Adriano (117-138), e Teodosio (380-395), della provincia di Segovia.
Nella celebre e abusatissima enciclopedia informatica i più citati tra gli “eroi” rappresentativi della storia di Spagna sono anzitutto i sovrani: Filippo II d'Asburgo, nato a Valladolid, come suo nipote Filippo IV (altrettanto famoso: terzo in assoluto per numero di “articoli”), Filippo III d'Asburgo, nato a Madrid, da poco “inventata” quale capitale di uno Stato policefalico e centrifugo, Carlo II (ultimo Asburgo), il discusso Fernando VII di Borbone, Alfonso XIII, che lasciò la Spagna (ma non la corona) all'indomani di banali elezioni amministrative. Tra le teste coronate ispaniche non mancano donne memorabili, da Urraca la Temeraria, rappresentativa della provincia di León, a Isabella la Cattolica, moglie di Ferdinando di Aragona, nativo di Saragozza, ove il suo nome è oscurato da quello del pittore Francisco de Goya. La “mappa” dei Re è una sorta di catena di unione che conduce da Pedro I di Castiglia il Crudele (o Giustiziere?) a Pedro IV di Castiglia il Cerimonioso e ad Alfonso VIII di Castiglia che sconfisse gli almoavidi a Las Navas de Tolosa: battaglia decisiva per le sorti della Spagna e dell'intero Occidente.
Oltre a teste coronate la Spagna vanta anche un papa, Alessandro VI Borgia, rappresentativo della provincia di Valencia (ma andrebbe ricordato anche l'antipapa Benedetto XIII  “de Luna”, morto a Peñiscola), e Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, originario della provincia di Guipúzcoa. Seguono conquistatori che hanno ampliato i confini dell'Europa: Hernan Cortés, originario di Badajoz, vincitore sugli Aztechi in Messico, e Francisco Pizarro, nativo della provincia di Cáceres, che soggiogò gli Incas in Perù. L'Ottocento risulta povero di “politici”, a parte Práxedes Mateo Sagasta (La Rioja). Nel Novecento con oltre mille “articoli” spicca ovviamente Francisco Franco y Bahamonde (el Ferrol), superato in classifica nazionale solo da Filippo II, e molte lunghezze avanti rispetto ai conterranei Manuel Fraga Iribarne (Lugo) e Mariano Rajoy (Pontevedra). Il “caso Franco” è eloquente. La sua salma è stata deportata dal Valle de los Caidos per cocciuto capriccio del socialista Pedro Sánchez “l'Obliabile”, ma la sua opera rimane nella Storia.
L'“atlante” delle celebrità designate da Wikipedia a rappresentare la Spagna “Una, grande y libre” si completa con una pleiade di musicisti (Manuel de Falla per Cadice), pittori (Salvador Dalì per Gerona) e Picasso (Malaga), architetti (è il caso di Gaudì, tarragonese), poeti (Federico García Lorca, granadino), filosofi e pensatori  (Melchor Gáspar de Jovellanos, illuminista ma non massone; Menéndez Pelayo e Miguel de Unamuno).
Data la reciprocità tra domanda e offerta, che vale per Wikipedia come per ogni altra rappresentazione del sapere, dal I secolo dopo Cristo a oggi la Spagna si racconta ed è narrata all'insegna della continuità: Roma, cristianità, impero universale, costruzione e ricostruzione, tra arroccamento sulla propria identità e missione planetaria. Il ritratto che ne emerge è nell'insieme appagante, anche se qualche gigante rimane soccombente. È il caso del madrileno Miguel de Cervantes, surclassato da Filippo III d'Asburgo. Ma l'elenco delle celebrità forzatamente restate in secondo piano (o “di riserva”) potrebbe essere lunghissimo, a conferma della straordinaria ricchezza storica e culturale di un Paese che ha tutti i requisiti di un Continente. Ed è motivo di riflessione che, malgrado settecento anni di presenza su suolo ispanico con tutte le ben note ricadute demografiche, costumali e toponomastiche in regioni vastissime dall'Aragonese a El Ándaluz, gli “Arabi” non abbiano lasciato alcun nome capace di far sintesi di una delle tante province da loro dominate per secoli (lo stesso, del resto, vale per la Sicilia).
Le Province d'Italia in cerca di personaggi rappresentativi
La “mappatura” proposta sulla scorta della frequenza in Wikipedia fa interrogare sull'immagine che gli italiani hanno oggi di sé e, ancor più, su quella che si stanno dando a colpi di spugna sul passato. Se si scorrono le più diffuse riviste di storia, le “terze pagine” dei quotidiani e i maggiori successi editoriali sorgono molte perplessità. A far la parte del leone è il Novecento. Nel suo ambito dominano il fascismo, elevato a canone universale, e il duce, Benito Mussolini. Piaccia o meno (a chi scrive, assai poco), il maggior successo editoriale del 2019 è stato “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (ed. Bompiani), presentato come “romanzo” dalle ambizioni storiografiche. Anni addietro trionfò il “Canale Mussolini” di Gianni Pennacchi. A nessuno scrittore è venuto in mente di incardinare la memoria sul meritorio Canale Cavour… A confronto delle dozzine di biografie più o meno sagaci dedicategli sin da quando era al potere (come dimenticare “Dux” dell'ebrea Margherita Sarfatti e “Colloqui con Mussolini” di Ludwig?), sono poca cose le opere sul coevo e anzi molto più importante (e sicuramente meno rovinoso) Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di un profilo biografico onesto.
Ma se anche per la storia d'Italia venisse utilizzata la chiave di lettura usata per quella di Spagna quale mosaico ne uscirebbe? A parte l'ovvia constatazione che i sette secoli di Roma già sono  affollati di nomi memorabili, in massima parte nati nell'Urbe o nella sua “provincia”, la romanocentricità dell'età dei re, dei consoli e dei Cesari renderebbe non indicativo il luogo di nascita, perché, come scrisse Quinto Ennio “Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini”. Il luogo di nascita di storici quali Tito Livio e Publio Cornelio Tacito o di poeti come Publio Virgilio Marone è del tutto secondario rispetto alla missione che essi si dettero: fissare le tavole della Latinità.   
Nei secoli seguenti i nomi rappresentativi della storia d'Italia risultano al tempo stesso innumerevoli ma non solo “nazionali”, per l'intreccio indissolubile tra Impero e Papato, tra Roma e l'Occidente e i radi falliti tentativi di riunificazione dell'Impero, con gli Ottoni di Sassonia. Il re dei Franchi, Carlo, non era nativo di una provincia italiana, ma è inseparabile dalla storia d'Italia, al pari di Federico I Barbarossa e di suo nipote, Federico II (peraltro nato a Jesi e sepolto nel Duomo di Palermo). 
Passando all'età dei Comuni e delle Signorie, le potenziali candidature a simboleggiare una “terra” divengono una pletora. A chi assegnare la rappresentatività di Firenze dal Trecento di Dante, Boccaccio e Petrarca al Quattro-Cinquecento di Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Brunelleschi, papa Leone X, e quella dell'Otto-Novecento? Lo stesso vale per il Mezzogiorno dai Normanni agli Angiò e agli Aragonesi, per i Ducati padani, a tacere di Milano (il più citato nelle enciclopedie informatiche rimane Ludovico il Moro, anche se poco suffragato da memoria positiva), di Venezia (il suo personaggio di spicco è lo sfortunato Marcantonio Bragadin, martirizzato dai Turchi nel 1571 dopo la conquista di Famagosta: tanto più memorabile rispetto alla serie secolare di dogi), della Genova di Andrea Doria, sicuramente secondo rispetto a Cristoforo Colombo, sia o no davvero genovese. 
Il “caso” del Piemonte Sabaudo
Un caso a parte è infine costituito dal “Piemonte” lentamente unificato dai conti, duchi e re Sabaudi: un percorso plurisecolare approdato all'Ottocento di Carlo Alberto di Savoia-Carignano e a suo figlio, Vittorio Emanuele II (Torino, 14 marzo 1820 - Roma, 9 gennaio 1878), primo re d'Italia. Posto che il suo volto meriterebbe di suggellare l'intera Italia, se Torino dovesse essere sintetizzata in un unico nome la palma spetterebbe a Emanuele Filiberto, che nel 1562 decise di trasferirvi la capitale del Ducato da Chambéry e ne segnò il destino storico, o a Camillo Cavour? E che cosa fare di Giuseppe Garibaldi? È l'italiano più popolare in patria e all'estero, il più raffigurato in statue, altorilievi, lapidi, targhe, intitolazioni di vie, piazze,stazioni ferroviarie  ma… fu nativo di Nizza, francese dal 1860. L'altro protagonista del Risorgimentale, Giuseppe Mazzini, sarebbe invece oscurato da conterranei di gran lunga più rappresentativi dei secoli della Superba. E quale rappresentatività attribuire ad Arduino, Marchese di Ivrea, primo “re d'Italia”?
Se poi da Torino l'occhio si volge alle altre province liguro-piemontesi la gara tra personaggi che ne scandirono i secoli si fa serrata. Sicuramente il Cuneese verrebbe sintetizzato da Giovanni Giolitti; mentre l'Alessandrino (una congerie di circondari dalle storie molto diverse) potrebbe essere evocato da papa Alessandro, che ne volle la fondazione, dal martire risorgimentale Andrea Vochieri o, su tutti, da papa san Pio V, al secolo Antonio Ghislieri (1504-1572), nativo di Bosco Marengo, domenicano, inquisitore, implacabile persecutore di eretici, ugonotti, ebrei (chiusi nei ghetti), ma anche promotore della vittoria navale sui turchi a Lepanto nel 1572, donde la pratica del rosario.
Maria Gabriella di Savoia custode della Memoria d'Italia
Capitolo a parte è Aosta. La sua figura più rappresentativa è Sant'Anselmo (Aosta, 1033-Canterbury, 1109), teologo, filosofo, uomo di fede e di ragione, propugnatore della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio: un gigante del pensiero in un'Europa appena uscita dal leggendario “Anno Mille”. Alla sua rievocazione il 1° marzo 1988 presenziò la Regina Maria José per la prima volta in Italia dopo il lungo esilio cui era stata condannata dalla Costituente il 1° gennaio 1948, Ebbe a fianco sua figlia, Maria Gabriella di Savoia. Custode della memoria storica dell'Italia europea con la Fondazione Umberto II e Maria José, la Principessa è nata il 24 febbraio 1940 a Napoli: la Città del mistico Castel dell'Ovo e del Maschio Angioino dal solenne Portale aragonese, del Palazzo Reale voluto da Carlo III di Borbone (la cui statua equestre troneggia in piazza del Plebiscito: quello dell'annessione all'Italia...) ornato dai Re susseguitisi in Napoli sino a Gioacchino Murat e a Vittorio Emanuele II, e della Reggia di Capodimonte. Napoli è Storia: spesso tragica ma infine rasserenante se si sa da dove si arriva e dove si voglia andare. Da lì salparono Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 (cittadino italiano all'estero, restituito all'Italia il 17 dicembre 2017) e la Regina con i quattro principini il 6 giugno seguente. Di quel lungo passato è depositaria e cultrice la Principessa, “Testimone del Tempo” per oculata decisione del Premio Acqui Storia.   
   L'Italia è in cerca di simboli condivisi. Declassare le Residenze Sabaude a generiche Residenze Reali Piemonte non è certo un passo in avanti verso la ricomposizione della Memoria di una Terra, quale il Piemonte, che fu ed è Italia e crocevia d'Europa: proprio come il millenario “Stato dei Savoia”.  
Aldo A. Mola

nella foto: S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, nata a Napoli, 24 febbraio 1940, Presidente della Fondazione “Umberto II e Maria José”.

CAPORETTO? NON FU “CAPORETTO”
 LUIGI CADORNA: “POLITICI” E MILITARI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Luigi CadornaLuigi Cadorna. Chi era costui...?
Il conte Luigi Cadorna (Pallanza, 1850-Bordighera, 1928), senatore del regno dal 1913, è stato il massimo stratega dell'Italia unita. L'11 febbraio 2020 la sua figura è stata riproposta al Senato con la presentazione del volume di suo nipote, Colonnello Carlo, Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCS Media), con interventi dell'Autore, di Ferdinando Sanfelice e di Aldo G. Ricci, coordinati da Andrea Cionci: un confronto innovativo, fondato su documenti.
Quali “memorie” dell'Italia nella Grande Guerra? Giolitti, Cadorna, Diaz
Il 1928 in pochi mesi si portò via Armando Diaz (classe 1861), Giovanni Giolitti (1842) e Luigi Cadorna (1850), tre massimi protagonisti della storia d'Italia: lo Statista e i due Comandanti Supremi dell'esercito nella Grande guerra. Sonnino, ministro degli Esteri dal 1914 al 1919, si era spento settantacinquenne nel 1922. Lasciò ai posteri l'ardua sentenza sulla sua opera. Salandra (classe 1853, undici anni più giovane di Giolitti) morì nel 1931, dopo due libri sui mesi dalla neutralità all'intervento. Paolo Boselli, il decano della Camera, lo seguì novantaquattrenne nel 1932 senza lasciare “memorie”. Diaz non pubblicò nulla. Le sue carte sono state studiate dal generale Luigi Gratton nell'insuperata biografia del Duca della Vittoria (Ed. Bastogi, 2001). Di Giolitti uscirono le Memorie della sua vita nell'80° compleanno, il 27 ottobre 1922. Non vi aggiunse nulla.
Cadorna non tenne un “diario” né pubblicò “memorie”. Nel 1921 diede alle stampe la sua opera fondamentale, apprezzata anche all'estero: La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917 (ed. anastatica Bastogi, 2019). Grande Storia, è la “biografia” dell'Italia dalla Conflagrazione europea (luglio 1914) alla sostituzione di Cadorna con Armando Diaz al comando dell'Esercito italiano. Quando scrisse, “intabarrato e inguantato” per vincere il freddo, il Generale viveva appartato a Firenze, in un villino senza riscaldamento acquistato per festeggiare il 68° compleanno. Comandante Supremo dal 24 maggio 1915 al 9 novembre 1917, rappresentante dell'Italia nell'appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles dal dicembre 1917, il 20 gennaio 1918 egli fu messo “a disposizione” della Commissione d'inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre al 9 novembre 1917, quasi non potesse essere “audito” diversamente. Qualcosa non gli tornava.
Il Generale nella tempesta scrive la verità dei “fatti”  
Tirava vento pessimo. Poi la bufera. Nel luglio 1918 fu drasticamente collocato “a disposizione in sovrannumero”, con riduzione di rango e assegni: provvedimento considerato “una vera e propria destituzione”. Indomito, dall'autunno 1919 in pochi mesi Cadorna scrisse due volumi. Nell'aprile 1921 pubblicò, come detto, La guerra alla fronte italiana con la prestigiosa Casa Fratelli Treves di Milano, due anni dopo ampliata con la limpida difesa delle armi italiane dal giudizio del francese maresciallo Foch.
Mentre scriveva l'Opus magnum, come fosse due persone in una, con due teste e quattro mani, il Generale scrisse l'“altro libro”. Il primo era la Storia, il secondo una “nota aggiuntiva” di centinaia di pagine puntuali e puntute per “testimoniare” dinnanzi all'opinione nazionale e internazionale. Illuminò i passaggi fondamentali del différend tra la sua opera di Comandante Supremo e i quattro governi susseguitisi dalla conflagrazione alla sua rimozione (Salandra I, Salandra II, Boselli, Orlando), con sette ministri della Guerra (Grandi, Zupelli, Morrone, Giardino, Alfieri, Zupelli, Caviglia) cui seguirono i quattro del primo governi Nitti (Sechi, Albricci, Bonomi, Finocchiaro Aprile): prova del disordine della “politica”.
Sin dai primi mesi dell'intervento dell'Italia in guerra Esecutivo e Comando Supremo giunsero ai ferri corti su molti versanti sostanziali delle rispettive competenze. Lo aveva anticipato il ministro della Guerra Domenico Grandi quando, consultato proprio Cadorna sulla preparazione del Paese a un eventuale intervento nel conflitto, il 23 settembre 1914 aveva scritto a Salandra che solo il governo era titolato a valutare lo spirito pubblico e le esigenze politiche e a stabilire se “il Paese”avrebbe assecondato o no. Secondo Cadorna l'Italia poteva fare solo una guerra “grossa” ma “breve”. Lo pensavano anche Giolitti e San Giuliano: poteva intervenire contro l'Austria-Ungheria solo quando questa fosse stata allo stremo. Non era “cavalleresco” ma realistico. Chi governa non deve badare alle forme ma alla salute dello Stato. Ad aggravare la tensione tra Comandante Supremo e “politici” all'inizio del 1916 intervenne la decisione del governo di intraprendere un'impresa in Albania per assicurarsene il dominio. Attestarsi a Vallona (come all'epoca si diceva) secondo Salandra e Sonnino significava fare dell'Adriatico il “lago italiano”, come a grandi linee tratteggiato dall'“accordo” siglato a Londra il 26 aprile 1915 in vista dell'adesione all'Intesa anglo-franco-russa. A giudizio di Cadorna l'apertura di un fronte bellico su una “quinta sponda” avrebbe sottratto mezzi e uomini al campo di battaglia primario e assorbito risorse sempre più ampie, in uno scenario politico-militare colmo di incognite e di sorprese negative. Lo stesso valeva per le truppe italiane Oltremare, dalla Tripolitania al Mar Rosso e alla Somalia. Ve n'era invece urgente e prioritario bisogno sul lunghissimo sinuoso fronte italo-austriaco, sempre nel timore di un attacco austro-germanico attraverso la Svizzera. L'invasione del Lussemburgo e del Belgio mostrava in quale conto Berlino tenesse le dichiarazioni di neutralità. L'Italia, soleva ripetere, avrebbe riconquistato la Libia sul Carso, ove, diversamente, rischiava di perdere tutto. L'esercito doveva concentrare tutte le sue risorse per sfondare il fronte austro-ungarico a est, arrivare a Lubiana e Zagabria e aggirare da sud l'impero asburgico, suscitandovi l'insorgenza delle “nazioni senza Stato” o, come poi si disse, dei “popoli oppressi”. Giustamente nel saggio introduttivo al citato Caporetto. Risponde Cadorna, suo nipote Carlo Cadorna scrive che il Comandante Supremo era “un generale del Risorgimento italiano”. Il Comandante Supremo, infatti, ricordava che il regno di Sardegna aveva ottenuto Milano grazie all'alleanza con Napoleone III (1859) e Venezia con quella a fianco della Prussia di Bismarck (1866). L'Italia non poteva “fare da sé”. Doveva anzi suscitare l'insorgenza dei popoli dominati da Vienna e da Budapest. Cadorna era, insomma, un Militare dal fiuto politico, erede del meglio di Mazzini e Garibaldi. Un italiano dalla visione costantemente volta all'Europa e con una certezza granitica: l'unicità del comando, fondata su senso dello Stato e della responsabilità, sull'“Etica attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani” di cui ha scritto Tito Lucrezio Rizzo (d. Aracne).      
Il “différend” tra governi allo sbando e il Comandante Supremo 
La risposta del governo ai suoi mòniti e, presto, alle sue rimostranze, consegnate anche al carteggio con il titolare degli Esteri, Sonnino, fu deludente. Lo documentano i verbali del Consiglio dei ministri, tuttora inediti. L’esecutivo avocò a sé la regia dell'impresa di Albania. Così l'Italia condusse due guerre diverse, una agli ordini del Comandante Supremo, un'altra gestita direttamente da Roma. Ma quella d'Albania era pro o contro la Serbia? Gradita o no all'impero di Russia? Rientrava o no nel quadro dell'Intesa? Ad allarmarsene non erano solo gli “slavi” ma anche i greci e, ancor più determinanti, i francesi e, non solo a strascico, gli inglesi. L'apertura del fronte albanese prospettava comunque due diverse politiche estere, perché (lo aveva insegnato Clausewitz) le armi sono la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Ma la politica estera era appunto il “ventre molle” del governo italiano. Lo si vide con il governo Boselli (20 giugno 1916-29 ottobre 1917), quando Roma non poté più esimersi dal dichiarare guerra alla Germania, che sin dal 26 aprile 1915 l'Italia si era impegnata a combattere entro un mese dalla firma dell'engagement. Dopo la spedizione austro-ungarica “di primavera” (o “punitiva”) del maggio 1916 e la controffensiva rapidamente e abilmente allestita da Cadorna, culminata con l'ingresso in Gorizia il 10 agosto, la guerra mutò volto e “ragione sociale”: non poteva più essere confinata nel recinto del “sacro egoismo” accampato nel 1915 da Salandra, il cui vero e miope obiettivo era annientare Giolitti, come ha scritto Luigi Compagna.
La tardiva dichiarazione di guerra alla Germania (24-28 agosto 1916)
Solo il 24 agosto 1916, presenti tutti i ministri, il governo Boselli mise a verbale il passo fatale. Udita la relazione del ministro degli Esteri, deliberò “in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, [autorizzando] il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dar seguito alla deliberazione presa”. Roma doveva però motivare una decisione così gravida di conseguenze. Lo fece con argomenti di basso profilo. La dichiarazione fu comunicata alle 13.40 del 27 agosto con efficacia dall'indomani. Lo stesso giorno la Romania scese in campo a fianco dell'Intesa. A quel punto Cadorna chiese a Sonnino di farsi svelare dall'Intesa almeno “i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell'impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l'Asia Minore, questioni di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci sia altra guerra da dichiarare”. Sonnino non rispose. La politica estera era suo riservato dominio. Di più e di peggio fece Boselli col sostegno del ministro dell'Interno, Orlando.
Lungo tutto il 1917 e specialmente dopo la rivoluzione in Russia (marzo), l'ingresso degli USA nella guerra (aprile) e in presenza di una possibile offensiva austro-germanica, il Comandante Supremo incalzò il governo con ben quattro lettere nelle quali chiese il potenziamento del “fronte interno” e la lotta contro il disfattismo che dal paese contagiava l'Esercito. Non ebbe alcuna risposta. Il 27 marzo e il 28 settembre Cadorna partecipò a due sedute del governo. Della prima non v'è alcuna traccia nei verbali del Consiglio dei ministri; la seconda è riassunta in poche righe, elusive, senza alcun cenno al dibattito. Cadorna non vi è neppure menzionato. Secondo postume Dichiarazioni di Orlando, il Comandante supremo gli condensò il proprio programma in poche parole a seduta terminata: “Lei pensi ad assicurarmi le retrovie, che ai soldati ci penso io”.
Dunque la vera storia di quei drammatici mesi non si comprende né dalle Memorie postume di Orlando o dal carteggio di Sonnino né, tanto meno, dall'“Inchiesta su Caporetto” (ripubblicata nel 2014 dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito con introduzioni di Antonino Zarcone e di chi scrive). Emerge invece a luce meridiana da La guerra alla fronte italiana e dal volume di Carlo Cadorna.
Le vendette di Orlando
Le Memorie di Orlando, curate da Rodolfo Mosca (ed. Rizzoli), si restringono agli anni 1914 -1919. Esse sono lo sfogo di due vendette, contro la memoria di Giolitti e contro quella di Cadorna. Candidato nel Listone mussoliniano nelle elezioni del 1924, Orlando mirò anzitutto a “giustificare” la sua adesione all'interventismo: “Io credo che l'obbedire alla pressione pubblica sia un elemento inseparabile dell'istituto parlamentare”. L'“elogio della piazza” è l'opposto di quanto dev'essere lo Statista. Ripeté poi più volte di aver subordinato l'accettazione della presidenza del Consiglio (fine ottobre del 1917) alla defenestrazione di Cadorna. Negò che Caporetto fosse stata causata dal disfattismo dilagante nel paese e giunse a scrivere che la “propaganda sovversiva” di origine socialistica era denunciata dal Generalissimo per “una di quelle idee fisse che confinano coi domini della psichiatria. Per ciò stesso e per ciò solo, al giudizio vien meno ogni autorità”. Rivendicò infine a proprio merito di aver strappato a Vittorio Emanuele III la “esonerazione” di Cadorna, le cui “capacità tecniche” ritenne (non solo nel corso degli eventi ma anche nelle Memorie”) viziate per eccesso o per difetto dal senso di responsabilità e concluse: “Che valore può avere un Capo, non dirò irresponsabile, ma non adeguatamente responsabile?”
Quando Mussolini impedì la pubblicazione dell'“altro libro” di Cadorna
Il secondo libro di Cadorna rimase nel cassetto anche dopo le manifestazioni entusiastiche che ne riportarono l'autore al centro dell'opinione nazionale, con il dono della villa a Pallanza e il conferimento del grado di Maresciallo (1924). Il Generale continuò a limarlo. Il 15 dicembre 1926 lo ritenne pronto per la stampa, ma fu bloccato da Mussolini tramite il generale Ugo Cavallero, come Cadorna riferì al figlio da Viareggio l'11 dicembre: “Ora ho una grossa grana col mio libro. Cavallero (massone affiliato dapprima al Grande Oriente e poi alla Gran Loggia d'Italia, NdA) mi scrisse pregandomi di sospendere la pubblicazione soprattutto perché il Governo considera Sonnino come un rigido tutore degli interessi nazionali e non ama che ne esca sminuito. Io ho risposto che mandavo la sua lettera a (Angelo) Gatti (che ne stava curando l'edizione nella collana da lui diretta per Mondadori, N.d.A.) ma che, allo stato delle cose, non vedevo la possibilità di sospenderlo perché era legato da un contratto scritto e registrato coll'editore e il libro era pronto ad uscire. Cavallero mi rispose insistendo e dicendo che di fronte a un interesse superiore, si debbono superare le difficoltà coll'editore”.
Cadorna tacque. Morì a Bordighera il 21 dicembre 1928. È sepolto nel Mausoleo erettogli nella sua Pallanza da Piacentini. Silente. Per lui parlano la sua Opera e la Storia.
Per un bilancio storiografico sul Generale Luigi Cadorna
Nel 1950 i figli del Generale, Carla e Raffaele, pubblicarono finalmente le Pagine polemiche, che però furono accolte con freddezza nel clima del tutto antimilitaristico del dopoguerra, quando tre deputati democristiani (tra i quali Aldo Moro) non approvarono l'articolo 52 della Costituzione che dichiara “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.  
Non era stato Cadorna a tramare per l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914 né a chiedere la propria nomina a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, decisa da Vittorio Emanuele III dopo la morte improvvisa di Alberto Pollio (illustre allievo della Nunziatella)  a soli 62 anni, né a volere l'accordo di Londra. Assolse al compito immane di organizzare lo “strumento militare”, che era del tutto impreparato per affrontare una guerra immaginata dai “politici” come breve e di modesto costo e risultò invece “lunga e grossa”. Il governo si procacciò una miseranda apertura di credito finanziario all'estero quando già il ministro Grandi aveva scritto che per portare l'esercito a regime minimo adeguato alla guerra occorreva almeno un miliardo. Fu invece lui, Comandante Supremo in piena e continua intesa con il Re, a chiedere all'Esecutivo di mettergli a disposizione il necessario per fronteggiare e vincere quello che nel Bollettino della Vittoria venne poi detto “uno degli eserciti più potenti del mondo”.
Ora l'Italia deve fare i conti sine ira et studio con la verità della Storia. Diversamente non recupera la bussola nella sua sempre procellosa navigazione di Stato giunto all'unità con la pace di Saint-Germain nel 1919, appena un secolo addietro e dopo immani sacrifici. Quest'anno ricorrerà il 150° anniversario dell'irruzione dell'Esercito italiano in Roma agli ordini di Raffaele Cadorna, padre del Comandante Supremo: una “liberazione” per l'Italia e, a ben vedere, per la Chiesa cattolica apostolica romana.
Con la ristampa di La guerra alla fronte italiana e con il volume curato da suo nipote la figura e l'opera di Luigi Cadorna tornano al centro della memoria nazionale. Non è mai tardi. La Storia è galantuoma.
Aldo A. Mola

ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DELLO STATO?
 CONTRO LEGITTIMITÀ E TRADIZIONE
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Il primo plebiscito: monarchia/repubblica
Sarà per l'anomalia del clima, “zeffiro torna e... il mal tempo rimena”: rispunta la proposta dell'“l'elezione diretta” del Capo dello Stato.
Nella sua storia millenaria l'Italia ne ha viste di tutti i colori. Consoli, cesari, imperatori romani “de Roma”, italici, oriundi, reguli, signori, dogi, principi e despoti, ora di conio proprio ora imposti dall'esterno, una gran varietà di “capi di stato” insomma. Ma, come ora si narra quasi fosse chissà quale scoperta, alla fin fine al timone della Storia sono sempre state minoranze consapevoli. Anche il più tirannico degli autocrati si è sempre circondato di una cerchi di fedelissimi: l'antico Senato romano, rafforzato con l'ingresso degli “homines novi”, le oligarchie, il patriziato, le “classi dirigenti”, impasto perpetuo di privilegi e visioni lungimiranti. In Italia come altrove.
Una sola volta l'Italia ha sperimentato un “plebiscito”: per la propria forma istituzionale, una scelta dirimente, tra monarchia e repubblica. Era il 2-3 giugno 1946. Quasi 75 anni dopo non è affatto chiaro come davvero siano andate quelle votazioni. La vittoria della repubblica sulla base di una “grande truffa”, a lungo asserita, non regge all'esame critico. Per attuare il presunto “colpo di mano” (l'immissione di un paio di milioni di schede contraffatte a spoglio in corso) il ministro dell'Interno Giuseppe Romita (repubblicano senza se e senza ma) avrebbe dovuto contare su una miriade di complici, i cui “ricordi” prima o poi avrebbero riempito le cronache e la memorialistica. Altrettanto va detto di supposte direttive impartite dal governo (quasi tutto repubblicano) agli uffici elettorali circoscrizionali e a quello centrale per manipolare l'esito degli scrutini. Alla luce dei risultati acquisiti, non si comprende perché esse sarebbero state efficaci in alcune regioni ma niente affatto in altre. La verità è più semplice: la repubblica vinse con il magro 42% dei suffragi di chi aveva diritto di voto (12.700.000 su 28.000.000): nacque minoritaria nel Paese, ma ebbe il consenso della Costituente, eletta contestualmente, e dei “vincitori” che già avevano pronto il “trattato di pace”che comportò la “potatura” dei confini del 1924 e l'esodo di centinaia di migliaia di dalmati, fiumani, istriani. Da ricordare...
Nell'Assemblea i deputati repubblicani erano l'80% del totale: non solo nelle file di comunisti, socialisti, partito d'azione, ma anche in quelle dei “liberali” (Manlio Brosio era fautore del “cambio”) e, ciò che più conta, della Democrazia cristiana. Se la maggior parte dei votanti lo Scudo Crociato erano monarchici (soprattutto nell'Italia centro-meridionale) i loro rappresentanti erano invece repubblicani, in linea con il pronunciamento del Congresso nazionale e, ancor più, del movimento giovanile democristiano, orientato dal clero da sempre contrario all'Unità nazionale. Certo non mancarono brogli, manipolazioni, migliaia di piccole magagne che, sommate, fecero la differenza. Ma il vero “colpo” non fu “di Governo”, bensì “linguistico”: quando con dodici voti contro sei la Corte Suprema di Cassazione stabilì che per “votanti” s'intende voti validi anziché schede votate, comprese nulle, bianche, contestate...: circa 1.500.000. Se queste fossero state conteggiate, la differenza tra monarchici e repubblicani si sarebbe ridotta a circa 250.000 su 28.000.000 e la partita si sarebbe potuta riaprire, con verifiche delle schede. Ma non lo volle nessuno di chi davvero contava: non papa Pio XII, né gli anglo-americani, che avevano il controllo dell'Italia, né, infine, lo stesso Umberto II, che preferì lasciare il suolo patrio da Re per scongiurare conflitti di piazza dalle conseguenze imprevedibili, nella fiducia di esservi prima o poi richiamato. Come accennò Palmiro Togliatti, plenipotenziario del Partito comunista in Italia, i parti difficili vanno propiziati. Non era un'invenzione sua. Nei secoli lo avevano detto e ripetuto filosofi, archimandriti e capipopolo. 
Capo dello Stato: eletto dai Costituenti, non da plebiscito 
Però neppure il famoso referendum istituzionale del giugno 1946 decise chi fosse il capo dello Stato. Esso cancellò la monarchia in Italia ma non impedì che il Re partisse da sovrano: prerogativa implicitamente riconosciutagli dalla Costituzione che vietò agli ex re, allo loro consorti e ai loro discendenti maschi (confondendoli con “eredi al trono”), ma non insediò un “successore”. Le “funzioni” di Capo dello Stato furono assunte pro tempore da Alcide De Gasperi su decisione del Consiglio dei ministri intorno alle 0.30 di giovedì 13 giugno: un giorno dalla cifra scaramantica.
Non furono gli italiani (votanti, non votanti, esclusi dal voto per i motivi più disparati: ancora prigionieri di guerra, abitanti di province in discussione, privati del diritto di voto per ragioni politiche, non reperiti dagli uffici comunali...) a eleggere il nuovo capo dello Stato.
Il 19 giugno 1946 il governo presieduto da De Gasperi deliberò la nuova intestazione dei decreti e l'intitolazione della “Gazzetta Ufficiale”. Il 24 seguente De Gasperi emanò il decreto legislativo che ordinò la cessazione del Regio Senato, ma la Corte dei Conti rifiutò di registrarlo, sia pure con riserva, perché esso esorbitava dalle sue competenze. L'indomani l'Assemblea si radunò nell'Aula di Montecitorio ed elesse presidente il socialista Giuseppe Saragat. Il 28 fu la Costituente a eleggere a larga maggioranza il presidente provvisorio della neonata Repubblica italiana: Enrico De Nicola, liberale, monarchico, napoletano, “uomo del Mezzogiorno d'Italia”, cioè proprio delle regioni che avevano votato a larghissima maggioranza a favore della monarchia. De Nicola aveva altri pregi. Deputato sin dal 1909 (prima del collegio di Afragola, poi di Napoli) nel 1924 era stato candidato nel “Listone” nazionale organizzato dal Partito nazionale fascista. Il 2 marzo 1929 fu creato senatore del regno. Uomo di grande sobrietà (il suo biografo, Tito Lucrezio Rizzo, ricorda che si faceva rivoltare il cappotto di lana: all'epoca con la camicia “buona” si comperavano anche polsini e colletti “di riserva”), il napoletano De Nicola non era molto diverso dal suo successore, Luigi Einaudi, liberale, monarchico e piemontese “di Cuneo”, cioè della provincia che, con Asti e Padova, nel 1946 ritenne che lo Stellone d'Italia fosse tutt'uno con la Corona, e votò in prevalenza per la monarchia. Culla della Resistenza (come poi è stata narrata), la “Granda” provò nei fatti che la guerra partigiana non fu affatto monopolio di “Garibaldini” e “Giustizia e Libertà” (come a lungo narrò Pansa). Vi avevano concorso i monarchici delle formazioni autonome comandate da Enrico Martini, “Mauri”, Ilicio Ronchi della Rocca e molti militari, come l'eroico generale Giuseppe Perotti, capo del comando militare del CLN piemontese, catturato, torturato e fucilato su condanna di un tribunale della Repubblica sociale italiana.
Il Presidente “blindato” dalla Carta
Non furono dunque gli elettori, ma i costituenti, a scegliere il successore di Umberto II. L'Assemblea era popolata da personalità di lunga e robusta esperienza politica: studiosi, scienziati, parlamentari navigati, accomunati da una certezza: toccava a loro “tagliare l'abito” per la nuova Italia. Bisognava tenerla al riparo dalle tentazioni. L'articolo 1 della Carta sintetizzò il futuro: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, cioè nella cornice dei 138 articoli successivi e delle XVIII disposizioni transitorie e finali, l'ultima delle quali stabilì che sarebbe entrata in vigore dal 1° gennaio 1948. La Carta blindò la figura del Presidente della Repubblica, che è “il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale”, formula ricalcante lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Il Re era “il Capo dello Stato”, con quanto ne conseguiva: egli “comanda(va) tutte le forze di terra e di mare”, così come il presidente della Repubblica “ha il comando delle forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere...” e molto altro. Il sovrano “solo sanziona(va) le leggi e le promulga(va)”, al pari del Presidente della Repubblica, che promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
La Carta stabilì inoltre che il Capo dello Stato è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri e da tre delegati di ogni regione (uno solo per la Valle d'Aosta).
Anzianità fa grado
Se ha ormai superato la “settantina”, vuol dire che il regime repubblicano si fonda su un equilibrio di poteri capace di reggere anche a venti tempestosi, che non sono affatto mancati nel suo corso: un bilanciamento formale e sostanziale tra Presidente, Parlamento, Consiglio dei Ministri, Magistratura, regioni, province (dimidiate e agonizzanti per l'abolizione del loro “governo” ma ancora esistenti), comuni e la Corte Costituzionale, un'architettura complessa, sulla cui durata nel 1946-1948 e sino agli Anni Sessanta non tutti scommisero.
Nel tempo sono state affacciate molte proposte di riforma della Carta, ora per alcuni articoli, ora per suoi capisaldi. Ricorrentemente si è affacciata la richiesta dell'elezione diretta del capo dello Stato, su modello degli Stati Uniti d'America e della Francia, due Paesi dalla storia analoga: entrambi figli di ordinamenti monarchici e dalla tradizione e vocazione imperiale. Gli USA nacquero dalla guerra per l'indipendenza della Nuova Inghilterra contro la “madrepatria”. I poteri del Presidente, geneticamente capo militare, vennero però subito temperati da altri organi statuali. Il Presidente degli USA è frutto di alchimie così articolate, lunghe e complesse che la sua “elezione diretta” è più apparente che reale. Altrettanto vale per la Francia odierna, debitrice verso Charles De Gaulle, i Bonaparte, Luigi XIV ma anche verso la Terza Repubblica e Montesquieu, al quale risale l'enunciazione lapidaria della divisione armonica dei poteri.
Pro e contro cesarismo/bonapartismo: Randolfo Pacciardi, Guglielmo Ferrero
Tra i fautori dell'elezione diretta del Capo dello Stato merita speciale menzione Randolfo Pacciardi (Giuncarico,1899 - Roma, 1991), repubblicano, massone, ispirato al modello “americano”, fondatore dell'Unione democratica per la Nuova Repubblica e del settimanale “Folla”, diretto da Giano Accame, che fu tra i promotori del “movimento” con il generale Raffaele Cadorna, Mario Vinciguerra, il socialista Ivan Matteo Lombardo. Il programma aveva due cardini: una legge elettorale maggioritaria e l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Vi si fondevano le riflessioni sul modello degli USA (a lungo studiato da Pacciardi nel suo soggiorno in America, accanto ad Alberto Tarchiani e a Carlo Sforza) e l'opposizione al centro-sinistra, ritenuto antesignano occulto del “compromesso storico” tra la Dc e il Partito comunista italiano, che di fatto risaliva ai governi presieduti da Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi sin dal suo rientro dagli USA (1947) e alla rottura di Saragat con i socialisti di Pietro Nenni. Pacciardi venne demonizzato e poi sospettato di vagheggiare un colpo di Stato, accusa poi mossa anche contro Edgardo Sogno. 
L'elezione diretta del capo dello Stato aveva avuto uno strenuo avversario nello storico e sociologo Guglielmo Ferrero (Napoli 1871 - Mont Pélerin, 1942), repubblicano, radicale, interventista presto pentito nel 1915, antifascista, minacciato di condanna al confino, passato in Svizzera ove insegnò all'Università di Ginevra a al prestigioso Istituto Universitario di Alti Studi Internazionali. Riproposto all'attenzione in anni recenti (anche con la ristampa di molte sue opere), Ferrero combatté Francesco Crispi e il suo “erede” e “continuatore” Benito Mussolini. Il secondo, in specie, mirò a introdurre in Italia il bonapartismo, forma aggiornata del cesarismo (da Ferrero aspramente combattuto anche in sede storiografica), basato sulla privazione dei cittadini della libertà di scegliere i propri rappresentanti, come anche oggi molti propongono.
Poco dopo il trasferimento di Ferrero all'estero, gli italiani furono chiamati alle urne. Il governo aveva alle spalle la Conciliazione Stato-Chiesa dell'11 febbraio 1929 e la riforma elettorale ideata da Alfredo Rocco (1928): una sola lista di 400 candidati alla Camera preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, a sua volta elevato a organo della rivoluzione fascista. Fu una sorta di plebiscito, ma riguardò il regime di partito unico, non lo Stato, che era e rimase una monarchia statutaria. Il Re conservò la somma dei poteri. Li gettò sulla bilancia della storia quattordici anni dopo, quando in un colloquio di venti minuti revocò Mussolini che da vent'anni era capo del governo. Altra cosa fu il plebiscito in Germania che il 12 novembre 1933 con 40.600.000 “si” contro 2.100.000 “no” consegnò il potere al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, senza alcun contro-altare. Il 19 agosto 1934 un altro plebiscito unì la carica di presidente del Reich con quella di Cancelliere. A Mussolini Casa Savoia piacque poco; dal 1938 il “duce” cercò di disfarsene, ma non arrivò mai a progettare di unire il ruolo di capo di governo con quello dello Stato.
Legittimità e Tradizione 
Le proposte di elezione diretta del Capo dello Stato oggi qui e là nuovamente serpeggianti in Italia, solitamente abbinate alla richiesta di “pieni poteri” come se la storia non abbia insegnato nulla, si scontrano con tre novità che hanno modificato profondamente lo scenario politico-partitico-parlamentare e le rendono improponibili. In primo luogo, a differenza di quanto avvenuto tra il 1945 e il 2008, non esiste più alcun partito in grado di catalizzare cospicui e durevoli consensi intorno a un programma di ampia prospettiva. I voti sono povere foglie “frali” in balia dei venti umorali da tempo imperversanti. Mentre essi vagano da uno ad altro imbonitore aumenta il numero delle astensioni, anche in elezioni locali.
Inoltre, la riduzione del numero dei parlamentari, se confermata, aumenterà la lontananza tra elettori e rappresentanti, riducendone l'antica capacità di consolidare interessi locali e “clientele”, onesto e trasparente fulcro della democrazia tradizionale, con quelli statuali. Infine, da anni imperversa la sciagurata “personalizzazione” della rappresentanza politica, che non trova adeguati correttivi istituzionali, a differenza di quanto avviene nelle grandi repubbliche presidenziali (USA, Francia...) e negli Stati monarchici.
L'elezione diretta del Capo dello Stato in Italia sommerebbe i vizi della tirannide e dell’oclocrazia. Accecati dai “media” gli elettori voterebbero per il “personaggio del giorno”: Masanielli di breve durata, in balia a folle che già una volta tra Barabba e Cristo non fecero una scelta oculata. 
L'Italia, già in grave affanno proprio per l’assenza di progetti di lungo periodo, non può mettere a repentaglio chi ne rappresenta l'unità, garante dei vincoli internazionali. È curioso che anche taluni sedicenti monarchici propongano l'elezione diretta del Capo dello Stato: sarebbe la fine di ogni sogno di re-staurazione o di in-staurazione, così come lo sarebbe ripetere il referendum sulla forma dello Stato. Per quanto discussa, la Repubblica oggi riscuoterebbe comunque un consenso maggioritario schiacciante e non certo minoritario, come nel 1946.
I veri nodi da sciogliere dell'Italia prossima ventura sono varare una legge elettorale che garantisca rappresentanza e stabilità (quadratura del cerchio!) e riportare i cittadini alle urne per convinzione, non per convenzione  né per coazione. All'insegna della libertà consapevole: un traguardo forse lontano. Nel frattempo, meglio è sperare che il prossimo Capo dello Stato sia scelto da un Parlamento all'altezza dei suoi doveri. 
Aldo A. Mola

ORAZIO RAIMONDO
 SOCIALISTA TRICOLORE E TRIPUNTINI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Attualità di un politico giovane
Orazio Raimondo (Sanremo, 6 giugno 1875-11 gennaio 1920) è una parabola della storia d'Italia tra Otto e Novecento, dalla nascita del Partito dei lavoratori italiani (Genova, Ferragosto 1892), poi Partito socialista italiano, e la crisi che avvolse il paese dopo la Grande Guerra. Rimane un protagonista scomodo per i manipolatori della memoria. Il centenario della sua morte non ha fatto notizia nei “media”. Presenti il labaro della sua Officina e il sindaco della città, Alberto Biancheri, e l'assessore Massimo Donzella a ricordarlo nella sua Sanremo è stata la loggia “Giuseppe Mazzini” nella quale fu iniziato apprendista massone il 3 dicembre 1901. Eppure Raimondo è modello “politico” di grande attualità. È l'emblema di giovani che seppero scegliere tra reazionari e progressisti e pensarono in grande. I suoi furono anni di utopia: guardare lontano, vedere la piramide non dalla base ma dal vertice, sognare un Mondo Nuovo e costruirlo, come avevano fatto per secoli i marinai delle coste liguri, aspre e inospitali, da Antoniotto Usodimare a Giuseppe Garibaldi, che fu la sua stella polare: cospiratore, condannato, esule, massone, pronto a mettere la spada a servizio di Pio IX, di Carlo Alberto di Savoia e di chiunque scendesse in campo per l'indipendenza, l'unità e la libertà dell'Italia.
Orazio Raimondo nacque “figlio d'arte”. Ebbe alle spalle una solida famiglia borghese (con le alterne fortune del paleocapitalismo) e uno zio politicamente prestigioso, come Giuseppe Biancheri, deputato, ministro, per diciotto volte presidente della Camera, cancelliere dell'onnipotente Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Collare dell'Annunziata e quindi “cugino del Re”. Però, se, appunto, per “fare l'Italia” la generazione precedente era stata “un po' ribelle”, anche Raimondo imboccò giovanissimo il sentiero del cinabro. Conseguita la licenza elementare a sei anni e la maturità classica a 15, ancor prima di laurearsi in giurisprudenza a Genova appena ventenne, finì nel mirino per contatti con due anarchici, collezionò denunce e un'assegnazione al confino a Tortona e ne evitò una seconda solo perché non ancora maggiorenne. Precocissimo collaboratore di periodici battaglieri, aveva il dono della parola alata, in prosa e nelle aule giudiziarie, che presto lo videro penalista di grido. Vi raggiunse il trionfo con la difesa della contessa Maria Elena Tiepolo, imputata dell'assassinio dell'amante,  Quintilio Polimanti, attendente del marito, Carlo Ferruccio Oggioni, capitano dei bersaglieri. Come quello a carico di Linda Murri, imputata dell'omicidio del conte Francesco Bonmartini in un contesto più che torbido: uno dei più famosi processi a sfondo sessuale d’inizio Novecento, prima che l'Europa precipitasse nella fornace della Grande Guerra, che dirottò l'attenzione morbosa da “un caso” alla carneficina quotidiana e rimescolò carte e lenzuola dell'intera Europa. L'oratoria di Raimondo affascinò Leonardo Sciascia, che ne scrisse in “1912+1”: “Barba e chioma tempestosamente agitate dal vento del suo eloquio”, Raimondo “recitò una di quelle arringhe piene di vento su cui allora si misurava la valentìa di un avvocato”. Ironia a parte, commosse tutti e strappò l'assoluzione per la sua assistita, che rischiava l'ergastolo.
Così era Raimondo. Attratto nelle file socialiste dall'oratoria “umanitaria” di Filippo Turati, egli, ventiseienne, bussò alle porte della loggia massonica di Sanremo. Come documenta Luca Fucini in “Misteri e segreti della Massoneria a Sanremo” (Ed. Atene) l'Officina, di Rito scozzese antico e accettato e all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia, era stata fondata alle 21 del 27 marzo 1900 da una manciata di Fratelli che elessero maestro venerabile A. L. Rubino, padre del celebre scultore. Ai fondatori si aggiunse il medico Gio.Bernardo Calvino, che dal 14 marzo 1874 aveva fatto parte della loggia sanremese “Liguria”, originariamente all'obbedienza del Grande Oriente istituito a Napoli dall'arciprete calabrese Domenico Angherà e poi passata al Grande Oriente di Roma.
Che cosa comportava essere massoni nel Ponente Ligure a inizio Novecento? Anzitutto i “Fratelli d'Italia” attivi e quotizzanti erano poco più di 4-5.000. In molte regioni non esisteva neppure una loggia. La massoneria era bersaglio di tre offensive, durissime e a tutto campo. Nel 1884 Papa Leone XIII ne aveva solennemente ribadito la scomunica con l'enciclica “Humanum genus”. Insufflato dai “servizi” della Francia il giornalista Léo Taxil da quindici anni inondava l'Europa di libracci nei quali la massoneria era dipinta quale centrale occulta di tutti i complotti e di omicidi politici con l'acqua tofana, i pugnali, eccetera. Già segretario della lega degli atei, Taxil si divertì a inventare le “Memorie” di Diana Vaughan, ex palladista, insidiata dal demonio, convertita in “suor Raffaella”, e narrò come il diavolo intervenisse alle orge massoniche in veste di coccodrillo e accompagnasse al piano danze lascive... Un suo imitatore, Domenico Margiotta, aggiunse altre fandonie con successo editoriale enorme. Messo alle corde dal gesuita Hermann Gruber dopo il Congresso antimassonico di Trento (1896), nel 1897 Taxil dichiarò di essersi inventato tutto, ma molti continuarono a credere che avesse svicolato solo per paura di essere ucciso dai massoni. In realtà lo fece perché ormai non serviva più. Lui, Margiotta, la Francia e tutti i massonofagi avevano un unico obiettivo: screditare e abbattere il presidente del governo italiano Francesco Crispi, massone, sorretto da Giosue Carducci e dal gran maestro del Grande Oriente Adriano Lemmi, perché la sua politica estera era in rotta di collisione con Parigi. Non era questione di “grembiulini massonici” ma di imperi coloniali. Però a far cadere Crispi non furono né il papa né l'ateo vagante Taxil, ma le orde di Menelik che il 1° marzo 1896 annientarono il corpo di spedizione italiano ad Adua. Terzo nemico giurato dei massoni era l'estrema sinistra rivoluzionaria che li accusava di fare da quinta colonna della borghesia infiltrata nei sindacati e nei partiti socialisti europei dirottati dalla Rivoluzione alle secche del riformismo.
Il Riformismo: socialismo tricolore e fratellanza tra i popoli
Raimondo, in effetti, fu proprio il campione del socialismo riformista, pragmatico, capace di conciliare utopia e realismo, nel solco dell'imperiese Edmondo De Amicis e della fiorente tradizione di liberali, radicali, democratici e di “politici” senza etichetta né tessere di partito, impegnati a “fare” attraverso il progresso delle scienze in tutti i campi: istruzione, educazione, ricerca negli ambiti più disparati dello scibile umano e delle sue applicazioni. Il Ponente Ligure tra Otto e Novecento era un lembo dell'Europa che si raccolse nell'Esposizione di Parigi del 1900 a “ragionare”. Vi accorsero anche gli studenti della “Corda Fratres”, Federazione studentesca internazionale ideata dal canavesano Efisio Giglio-Tos, poi affiancato da Angelo Fortunato Formiggini e da pattuglie di giovani, maschi e femmine, quando le studentesse da poco erano state ammesse nelle Università del regno (fu il caso di Emilia Santamaria, moglie di Formiggini, pedagogista di prim'ordine). 
Eletto consigliere comunale di Sanremo nel 1902, assessore nella giunta capitanata dal socialista Augusto Mombello, da venerabile della “Mazzini” e da sindaco dal 1906 al 1908 Raimondo determinò la svolta della città verso gli orizzonti che ne avrebbero fatto la capitale del turismo di alta qualità a tutto vantaggio di ogni ceto. Tra le sue principali realizzazioni spiccarono la municipalizzazione dell'acquedotto, il collegamento stradale con San Romolo e quello tramviario verso Ventimiglia (ove suo cugino Mario Raimondo fu venerabile della loggia “I Persistenti”, documentata da Fucini in un ottimo saggio) e verso Porto Maurizio, il Kursal, antesignano del Casinò, come ricorda Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura del Casinò stesso, nel sontuoso volume “Uno, cento, mille Casinò di Sanremo, 1905-2015” (ed. De Ferrari) e la promozione di alberghi atti ad attrarre turisti che poi avrebbero scelto di vivere nel Ponente. Superfluo sottolineare come la promozione dell'edilizia sia stata volano non solo di artigianato e di una moltitudine di grandi e piccoli “affari”, ma anche di crescita culturale. Mentre difendevano docenti del Classico invisi a certi settori retrivi, la loggia e il Comune si attivarono nel decollo di un Istituto tecnico per la formazione di quadri intermedi quando geometri e ragionieri erano la spina dorsale della vita imprenditoriale e civica.
Raimondo ebbe la fortuna di avere compagno di officina Mario Calvino, figlio di Gio.Bernardo e nipote di Francesco, che il 20 settembre 1870 era stato tra i primi militari italiani a entrare in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. I due condivisero il grande disegno: conciliare lo sviluppo urbano con l'“ambiente”, con particolare attenzione per la floricoltura, passata da “dilettantismo” a “industria” di livello nazionale e internazionale, col supporto di iniziative di vasto respiro come il congresso nazionale di idrologia e climatologia. Al pragmatismo (il varo dell'ospedale infantile) Raimondo unì il Messaggio sintetizzato nel monumento di Garibaldi scoperto dinnanzi a una folla sterminata accorsa dall'Italia e dalla Francia e naturalmente da Porto Maurizio, ove dal 1900 erano state alzate le colonne della loggia intitolata all'Eroe dei Due Mondi. Il “Garibaldi” di Sanremo, plasmato dallo scultore massone Leonardo Bistolfi, è il Condottiero pacifico e pacificante. Come nella “Mazzini” spiegò il pastore valdese Ettore Janni, il nazionalismo è nemico dell'internazionale umanitaria, è settarismo, è  l'opposto alla fratellanza tra i popoli.
Nel 1909, lasciata da un anno l'amministrazione di Sanremo, conquistata da Alfredo Natta Soleri, (come, tra altri, ricorda un suo biografo, Andrea Gandolfo), Raimondo tentò l'elezione a deputato del collegio Sanremo-Ventimiglia ma fu sconfitto dal liberale Ernesto Marsaglia, che ottenne il doppio dei suoi voti. Niente affatto scorato venne eletto il 29 ottobre 1913 con 7310 preferenze contro le 6626 del rivale. Il suffragio universale maschile registrò una partecipazione elevatissima: quasi 14.000 votanti su 17.995 aventi diritto, a conferma che l'ampliamento del diritto di voto voluto da Giolitti era nelle corde dei cittadini consapevolmente partecipi della vita pubblica.
A Montecitorio esordì con un applauditissimo discorso contro il presidente del Consiglio, vaticinandone il tramonto. Non solo per i suoi legami “tripuntini” coi massoni d'Oltralpe, Raimondo si schierò per l'intervento dell'Italia a fianco della Triplice intesa e, come Marcello Soleri e altri, benché deputato indossò la divisa di ufficiale e andò al fronte. Dopo la caduta dello zar Nicola II fu  inviato in “missione” in Russia con altri tre massoni (Arturo Labriola, Innocenzo Cappa e Giovanni Lerda) per convincere il nuovo governo a non uscire dal conflitto. Non sapevano una parola di russo, ma gesticolavano bene e furono applauditissimi, come ricorda Riccardo Mandelli in “I fantastici 4 vs. Lenin” (ed. Odoya). Fondatore del Fascio parlamentare a sostegno della guerra (con Federzoni e altri), nel novembre venne rieletto deputato. Di rientro da un viaggio in Sicilia, all'inizio del 1920 morì a soli 45 anni per un banale attacco di nefrite. Suo fratello Riccardo tentò di calcarne le orme, ma senza alcun successo.
Orazio rimase una meteora: un Personaggio in attesa di una biografia documentata.
Aldo A. Mola

ESULI IN MEMORIA
 ORGOGLIO E PREGIUDIZI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Salvatore BellasichLa “Grande Riforma” di Craxi: al di là del Ventennale
Bettino Craxi. Uno statista italiano morto all'estero vent'anni orsono. Guida del PSI al culmine delle fortune, primo ministro, apprezzato all'estero per le sue intuizioni ideali e culturali. Ora ne irrompono rievocazioni, un mezzo scaffale di libri. Un film pienamente decifrabile da chi già sapeva. Documentari. Molto, forse troppo, perché tutto si affastella nell'era dei troppi “anniversari” usa e getta e dell'alluvione di eventi che bussano procellosi alla porta di casa.
Bettino Craxi, dunque. Morto in esilio volontario o coatto? Per adesso, malgrado tutto e l'impegno generoso di sua figlia Stefania, è ancora esule dalla Storia, dalla percezione che la generalità degli italiani ha del proprio passato prossimo. Le chiacchiere su seconda, terza, quarta Repubblica sommergono la memoria dell'unica vera realtà dell'ormai lungo trentennio dalla deflagrazione dell'Unione sovietica: la sequenza vorticosa di movimenti, cartelli e loghi evanescenti allestiti alla meglio per sostituire, senza fortuna, i partiti (ri)-sorti nel 1942-1945 dalle rovine del regime di partito unico.
Si è perso nel tempo il mònito di Giuseppe Garibaldi, caro appunto a Craxi, che esortava la sinistra democratica post-unitaria a tirar su e a consolidare i muri della Nuova Italia. Poi sarebbe venuta l'ora di discuterne la “tinta”. Bisognava partire anzigutto dal “tetto”. Craxi bene sapeva che quello rabberciato dopo la Cortina di Ferro era datato. Occorreva “la grande riforma”. Tra i suoi fautori vi fu Lelio Lagorio, tra i migliori Ministri delle Forze Armate dell'Italia unita, un avvocato che aveva appreso il culto della Patria dal padre, ufficiale dei carabinieri. Il leader socialista sapeva, insegnava e mostrava nei fatti che l'idea d'Italia si concreta con il progresso delle “classi numerose”, con l'emancipazione dei diseredati, con la promozione dei diritti civili e con l'Europa, che fu suo orizzonte. Dalla congerie di opere che in questi mesi si sono affollate sulla sua figura e da quelle che seguiranno nel corso dell'anno (inclusi convegni e studi per campeggiarla nello scenario di lungo periodo: dal Risorgimento alla crollo dell'URSS) Craxi verrà infine riscattato dall'oblio e dalle deformazioni interpretative? Occorrono pazienza e longevità. Il tempo è galantuomo.
Attilio Prodam: l'esilio come destino storico
Altri italiani faticano invece a uscire dal cono d'ombra. Vanno ricordati in vista del Giorno della Memoria. Ne citiamo due: Antonio Vio, massone del Grande Oriente d'Italia, e Attilio Prodam, della Gran Loggia. Il secondo è stato rievocato nell'“Incontro” su “La Massoneria: un Universo” coordinato da Marzia Taruffi nell'ambito dei Martedì Letterari del Casinò di San Remo con la partecipazione di Luciano Romoli, sovrano e gran maestro della Gran Loggia d'Italia (Palazzo Vitelleschi). Tra i suoi predecessori nel 1950-1953 vi fu appunto Prodam (Fiume, 27 aprile 1877 - Roma, 5 maggio 1957). Correvano anni difficili. Tra i prezzi più alti pagati dagli italiani per la divisione dell'Europa in blocchi contrapposti vi fu il silenzio sulla sorte delle centinaia di migliaia di italiani forzati a fuggire da Dalmazia, Fiume e Istria e sulle vittime della feroce repressione sistematica degli italofoni nelle terre occupate da Tito. In cambio della sua presa di distanza dall'URSS di Stalin  l'“Occidente” stornò l'occhio dai crimini che la Jugoslavia perpetrava ai danni degli italiani al di là del confine imposto col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e voltò le spalle agli esuli, messi nel passivo generale della “guerra”, che tutto dimentica e persino “giustifica”.
Anche in opere importanti come la autorevole “Storia di Fiume” di Giovanni Stelli (ed. Biblioteca dell'Immagine) e in “Disobbedisco” di Giordano Bruno Guerri (Mondadori), che ha riproposto l'epopea dannunziana nel suo centenario, Prodam è citato fuggevolmente. In “Fiume, città di passione” di Raoul Pupo (ed. Laterza) è del tutto ignorato.
Eppure, come Antonio Vio, Antonio Grossich e Riccardo Gigante, anche Prodam fu protagonista della storia ufficiale della “questione fiumana” e soprattutto di quella “segreta”, fatta di relazioni fitte ma spesso necessariamente “coperte” tra la Zara dei Luxardo, Fiume, Trieste e l'Italia intera. L'importanza del suo ruolo per l'italianità della città quarnerina e per l'annessione di Fiume all'Italia è documentata dall'imponente opera curata da Danilo L. Massagrande, “I Verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume e del Comitato Direttivo, 1918-1929” pubblicato nel 2014 dalla benemerita Società di Studi Fiumani con il contributo del Governo italiano e ampiamente illustrato con documenti conservati nel Museo storico di Fiume (Roma, via Cippico 12).
Il 24 gennaio 1919 il Consiglio Nazionale propose la nomina di Prodam nel Comitato Direttivo e in tale veste dal 31 luglio egli prese parte assiduamente alle sedute del Consiglio Nazionale. In quale scenario e per quali meriti? In vista del centenario della Marcia di Ronchi (12 settembre 1919) e dell'ottimo convegno di studi organizzato a Villalta (Udine) dalla Gran Loggia d'Italia con interventi di Valerio Perna, Ljubinka Toseva Karpowicz e del sovrano-gran maestro Antonio Binni è stata messa in luce la figura del massone torinese Giacomo Treves, fondatore a Trieste della loggia “Guglielmo Oberdan” curiosamente inaugurata il 18 dicembre 1918 dal massonofago Benito Mussolini (grande era la confusione sotto il cielo del confine orientale tra guerra e dopoguerra). Oltre alle due logge di Trieste (la “Oberdan”, appunto, e la antichissima e forzatamente segreta “Alpi Giulie”), a Fiume da un ventennio operava la “Sirius”, nata e vissuta all'obbedienza della Gran Loggia Simbolica d'Ungheria, che affiliava anche polacchi, boemi e austriaci dell'Impero asburgico. Tra i molti il padre di Carlo Schanzer, futuro ministro degli Esteri apprezzato da Giolitti e cognato di Tancredi Galimberti che nel 1939 finì in camicia nera la lunga carriera politica di antico liberale: deputato, ministro, senatore del Regno. Vienna vietava le logge in Austria e nei suoi domini, inclusi il Trentino e la Venezia Giulia, tranne che in Ungheria, ove la massoneria era tutt'uno con la tradizione nazionale e con l'avvento della corona di Santo Stefano, separata da quella dell'imperatore imperatore d'Austria ma calcata da Francesco Giuseppe sulla base del “compromesso” del 1867, seguito alla pesante sconfitta subita nella guerra contro la Prussia e l'Italia, cui Vienna dovette cedere Venezia (tramite Napoleone III). In Ungheria la massoneria evocava i nomi di Lajos Kossut e di Stefano Turr...
Alla vigilia del crollo dell'impero asburgico, gli ungheresi abbandonarono Fiume. Su iniziativa del suo maestro venerabile, Antonio Vio, e dei suoi principali collaboratori, la “Sirius” riorganizzò la loggia in vista del vero obiettivo suo e del Consiglio comunale, che il 30 ottobre 1918 si autoproclamò Consiglio Nazionale, ottenne il consenso plebiscitario della popolazione e, in nome della autodecisione dei popoli (enunciata dai 14 punti del presidente degli USA, Wilson), dichiarò Fiume “unita alla sua madrepatria, l'Italia”. Fu un corsa contro il tempo nel timore dell'avanzata di croati, rompighiaccio (e non solo) del nascente stato “serbo-croato-sloveno” insufflato da Parigi, che (anche tramite il Grande Oriente e la Gran Loggia di Francia) mirava al controllo diretto e indiretto di molte aree dell'impero asburgico in piena deflagrazione. Bisognava fermare sul nascere il progetto di costituire Fiume in “stato libero”, vagheggiato da Riccardo Zanella (su quale Giovanni Stelli ha scritto pagine equilibrate), destinato a “internazionalizzare” la questione di Fiume e a impedirne l'incorporazione nel regno d'Italia.
“Fare” e “fare in fretta”
Fu in quel momento che Prodam assunse l'iniziativa destinata a mutare il corso della storia. Con altri quattro compagni (Giovanni Matcovich, Giuseppe de Meischsner, l'avv. John Stiglich e il rag. Mario Petris) il 29 ottobre intraprese un viaggio rischiosissimo da Fiume a Trieste. Dalla città tergestina raggiunsero Venezia sul piroscafo “Istria” mentre infuriavano aspri combattimenti. Prodam si fece ricevere dal Grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Marina, componente del Supremo Consiglio di rito scozzese antico e accettato della Serenissima Gran loggia d'Italia e molto apprezzato da Vittorio Emanuele III, e gli presentò il voto di Fiume: tutelare la città in vista dell'annessione. L'ammiraglio aderì alla richiesta e il 3 seguente inviò una piccola squadra. Formata dalla “Emanuele Filiberto”, scortata da quattro cacciatorpedinieri, questa giunse a Fiume alle 9 mattutine del 4, giorno dal quale entrò in vigore l'armistizio italo-asburgico. Fu accolta da una folla tripudiante. Prodam narrò l'“avventura” nel sontuoso e da tempo rarissimo libro “Gli Argonauti del Carnaro” pubblicato il 25 novembre 1938, ventennale dell'impresa e omaggio a d'Annunzio, volato “altrove” pochi mesi prima con tutti i suoi ricordi, segreti e messaggi, compreso un riferimento estemporaneo a rituali massonici che nulla avvalora (diversamente andrebbe annoverato terziario francescano, domenicano, novizio della Compagnia di Gesù, buddista e chissà cos'altro..., da lettore onnivoro qual fu).
Classe 1877, laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Mittweida (Sassonia), dal 1902 impiegato al “Silurificio Withehead” di Fiume, inventore di un tubo lanciasiluri, camminò nel solco del padre, Giovanni, chimico farmaceutico, patriota garibaldino, ferito in battaglia.
Tre altre volte ebbe ruolo di spicco. All'inizio del settembre 1919, come attestarono due ufficiali presenti al colloquio, Giovanni Host-Venturi (che poi accampò molti meriti) gli mostrò scorato il messaggio sardonico inviatogli da d'Annunzio: “Ardito, perché non ardisti'”. Mentre questi titubava, Prodam partì per Venezia con la figlia, Lisi, che, propiziata da Alvise Foscari, a Palazzo Ducale presentò ad Armando Diaz la sollecitazione a difendere l'italianità di Fiume. Il 6 si fece ricevere da d'Annunzio e gli prospettò l'“impresa”, d'intesa con ufficiali del 1° battaglione del Reggimento Granatieri di Sardegna. Nelle stesse ore Giacomo Treves faceva altrettanto. Il Vate promise a entrambi, all'insaputa l'uno dell'altro, come soleva fare nella “vita orizzontale”. E nella notte tra l'11 e il 12 settembre mantenne.
Decisiva fu poi l'opposizione di Prodam, liberale e monarchico, alla deriva della Reggenza del Carnaro verso una fantasiosa “repubblica” sotto impulso del già anarco-sindacalista Alceste De Ambris. Iniziato massone il 1° agosto 1919 nella loggia “24 maggio 1915” di Venezia, all'obbedienza della Gran Loggia, e rapidamente asceso al grado 33°, Prodam  fondò in Fiume “XXX ottobre”, in ricordo della data fatale. In “tenuta bianca” (cioè senza rituali) vi riceveva personalità per colloqui sul futuro della città quarnerina. Assediato e abbandonato da visionari di passo, il Comandante non aveva alcun progetto realistico. Mentre l'Europa, in fiamme, viveva sotto l'incubo dell'offensiva della Russia in Polonia e l'Italia era alle prese con l'occupazione delle fabbriche, Fiume si avviava al secondo inverno, ai margini della storia dopo la firma del trattato italo-jugoslavo di Rapallo. Anche d'Annunzio talvolta oltrepassò la soglia della “XXX ottobre”, senza però esservi affatto iniziato, a differenza di quanto ventilato pur in mancanza di prove. Lo fu invece suo figlio, Gabriellino, che ebbe compagno di loggia il futuro storico Nino Valeri. Ma quella è proprio “un'altra storia”.
Dopo il “Natale di sangue” (dicembre-gennaio 1920-1921) e le lunghe tergiversazioni del 1921, il 3 marzo 1922 Prodam guidò l'insurrezione armata che costrinse Riccardo Zanella a riconoscerlo presidente del Comitato difesa nazionale. Passo dopo passo quel percorso culminò con l'annessione della città all'Italia e la solenne visita di Vittorio Emanuele III il 16 marzo 1924: giorno di conciliazione nazionale. Sfilarono le organizzazioni del Partito nazionale fascista, di cui Prodam era stato promotore. Ma chi, all'epoca e negli anni seguenti, lì e in tanta parte d'Italia non fu fascista o vicino al fascismo o favorevole al nazional-fascismo visto come approdo del Risorgimento, della Grande Guerra, di un'“idea di Italia” comprensiva e aperta? Il manifesto dei festeggiamenti elencò in bell'ordine tutte le associazioni ammesse alla “sfilata”. Tra le molte decine passarono i Giovani Esploratori Nazionali, la Gioventù Cattolica Italiana, il Gruppo Orchestrale Fiumano, le Loggie (sic) Massoniche di Fiume, il Partito Nazionale Fascista, il Popolare Italiano (cattolico), il Nazionale Democratico (demolaburista), il Club Alpino Italiano, la Dante Alighieri, la Filarmonico-Drammatica e persino la Società contro l'Accattonaggio...
Quali erano le Logge di Fiume e delle terre vicine? Dal Grande Oriente dipendevano la “Italia Nuova”, sorta dalla “Sirius”, con meno affiliati ma sempre tenace. La Gran Loggia oltre alla “XXX Ottobre” contava la “12 settembre 1919”, la “IV novembre” di Pola, la “Premuda” di Zara e altre “Officine” le cui colonne erano state alzate in pochi anni in quella terra di frontiera cara ai Fratelli Ugo Foscolo, Giovanni Prati, Giosue Carducci... Le date, che sono l'“attaccapanni” dello storiografo riluttante all'affabulazione, parlano chiaro. Dal febbraio 1923, un anno prima dell'annessione, il PNF aveva dichiarato l'incompatibilità tra logge e fasci. Però a Fiume fascisti e massoni, cattolici, laburisti e liberali sfilarono insieme “avanti al Re”, senza bisogno di  alcun“duce...”.
Quel mondo rimane in attesa di studi, documenti alla mano. Nel 1925, ancor prima della legge che determinò lo scioglimento delle logge, anche i massoni fiumani divennero bersaglio di indagini e di sorveglianza da parte del governo centrale, peggio che ai tempi degli Asburgo. Negli uffici di polizia si affollarono elenchi, informative, biglietti anonimi… Il 30 dicembre l'avvocato Salvatore Bellasich pro bono pacis non esitò a indicare al prefetto Emanuele Vivorio i nomi di “fratelli” della “Italia Nuova”, tutti massoni notori: Guido Ancona, Aurelio Allazetta, l'ing. Guido Lado, Ariosto Mini (alcuni dei quali, dipendenti pubblici, risultavano prudentemente in sonno...) e sé stesso.
Venticinque anni dopo Attilio Prodam fu eletto sovrano gran commendatore della Gran Loggia d'Italia, in successione al leggendario Raoul Palermi. Lo rimase tre anni: 1950-1953. Operò come sempre per il ricongiungimento della sua città all'Italia, come fece il “fratello” Manlio Cecovini a Trieste. I corpi massonici marciavano divisi per colpire uniti...
Orgoglio e pregiudizio
Di quelle figure va fatta memoria mentre si parla di recupero della memoria “a parti intere” (a cominciare da quella di Craxi) e ancora imperversa la demonizzazione della massoneria. Da una parte vi è l'orgoglio di una “storia” dalla quale “trarre gli auspici”, del dovere compiuto; dall'altra il pregiudizio. Lo statuto della Lega, cioè di un “partito” che aspira a governare l'Italia da solo o con alleati talvolta trattati da vassalli, afferma che “la qualifica di socio ordinario militante è incompatibile con l'iscrizione o l'adesione a qualsiasi altro partito o movimento politico, associazione segreta, occulta o massonica...”. Su quale base storica, culturale, civile, giuridica si fonda l'ostracismo della massoneria, associazione del tutto compatibile con lo Stato? Se si trattasse solo di un circolo privato, “nulla quaestio”. Ognuno è libero di chiudersi nello steccato che preferisce e suonare la cornamusa o lo scacciapensieri a piacer suo. Ma in un Paese che è sorto e risorto da lunghe e dolenti lotte per la libertà anche grazie alle Comunità massoniche nel 150° di Porta Pia il “pregiudizio” non può andare al “potere”. Condannerebbe all'esilio in patria tanta parte dei cittadini, e non dei peggiori, come appunto Prodam e Vio, entrambi morti lontani dalla città ch avevano voluto unire all'Italia. Dimenticati? Esuli dal “ricordo” della loro Patria? Non sono i soli, si diceva all'inizio. La “memoria” non va ridotta a un giorno all'anno. Dev'essere più perenne del bronzo. Senza più pregiudizi. 
Aldo A. Mola

RIBOLLE IL GRANDE MAGMA
 IL SOCIALISTA SANCHEZ AL GOVERNO DELLA SPAGNA. EUROPA PIU' DEBOLE, MEDITERRANEO PIU' INSICURO
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Vitriol a Mayotte    
11 novembre 2019. Dopo un paio d'anni di borboglii, da trentacinque chilometri sotto terra un immenso magma esplode, genera un vulcano sottomarino dalla pericolosità ancora da sondare, sposta di alcuni centimetri l'isola di Mayotte nell'Arcipelago delle Comore, tra il Madagascar e l'Africa, e l'abbassa di circa 20 centimetri. Non c'entrano né le variazioni climatiche, né l'inquinamento atmosferico né il peso dei turisti. È la Terra che dice la sua: un globo azzurro e verde in superficie, di fuoco all'interno. Di quando in quando erutta. Con esiti sgradevoli.
Accade altrettanto nella “politica”.
Lo stesso 11 novembre 2019 gli spagnoli per la quarta volta in due anni si sono recati alle urne, croce e delizia della “democrazia parlamentare”. Le elezioni, lo sappiamo, sono il sistema meno infelice per legittimare dirigenza e governo. Però sappiamo anche che esse non sempre dicono la “verità”, e non solo nei regimi di partito unico, ove si risolvono in farsa, ma anche altrove, dove sono ingabbiate in leggi e procedure che lasciano mano libera agli eletti per giochi di potere dominati da ambizioni personali mentre occorrerebbero progetti di lungo periodo. È appunto il caso della Spagna. Il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) ha una cupola di “baroni” in tensione crescente con il sistema costituzionale e lo Stato stesso.
Da Mayotte la Terra ha mandato un segnale. Un preoccupante “ronzio” da lì si è diffuso in ogni angolo del pianeta. Il messaggio è chiaro: meno chiasso in superficie, più auscultazione delle profondità. È l'ora del “Vitriol”: “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, insegna degli Alchimisti, dei sapienti che non fanno da zerbino ai Potenti di turno ma sono votati al Progresso delle Scienze. Maghi? Stregoni? Massoni? O semplicemente cittadini che non fanno baccano per futili motivi perché sanno che il Tempo passa “e quasi orma non lascia”? A Mayotte la Terra ha emesso un respiro profondo, come suol fare, senza consultare chi ne popola la superficie: talora animato da molta “pietas” e rispetto verso la Gran Madre, talaltra con spocchiosa arroganza. Alcuni ne temono le scosse e percepiscono che prima o poi potrebbe arrivare la catastrofe. Altri invece pensano che a placare e a imbrigliare i sommovimenti della Saturnia Tellus bastino canti e suoni di putipù.
Il rischio del blocco continentale
A volte, però, non è la Natura Maligna a generare borboglii e a provocare sconquassi abissali. Sono gli uomini, abbacinati da “miti” artificiosi, passioni stagionali, eruzioni cutanee. Trent'anni in Italia addietro fu il caso dell'estemporanea invenzione dei “celti”. Forse non tutti i suoi turibolanti ricordavano che “celtico” era stato sinonimo di “morbo gallico”, ovvero della sifilide il cui contagio gli italici imputarono ai francesi anziché alle proprie incaute intemperanze.
Ma altri sono oggi i contagi e ben più drammatiche le conseguenze a breve e a lunga distanza delle faglie che si stanno aprendo tra Terraferma e Gran Bretagna. Due secoli dopo il “blocco continentale” ordinato da Napoleone I per mettere in ginocchio gli inglesi adesso sono questi a decretare il blocco contro il Vecchio Continente. Approdo di popoli migranti che si accavallarono, combatterono e dominarono l'un l'altro in guerre feroci, proprio mentre in molte plaghe e suburbi è ormai più simile al Brasile che alla Sassonia oggi la Gran Bretagna si chiude in se stessa: autosegregazione. Dal canto suo l'Unione Europea si riduce a sommatoria di quattro Stati (Germania, Francia, Italia e Spagna) e di una pleiade di Paesi minori, soggiogati da satrapi eterodiretti (Polonia, Romania, Bulgaria...) e di statucoli dalle dimensioni inversamente proporzionali ai capitali che vi trovano rifugio (il riferimento a Belgio e Lussemburgo, ben inteso, non è affatto casuale, per tacere dei principati di Andorra, Monaco e Liechtenstein).
La Spagna, dunque: Mayotte dell'Europa ventura?
La Spagna ci riguarda da vicino. Torino e Genova sono più vicine a Barcellona che a Santa Maria di Leuca. La loro distanza da Madrid è pressoché uguale a quella da Palermo. La percorrenza e i cambi in areo si equivalgono. Vale per le persone come per le merci: anzi, la Spagna ha “corsie privilegiate” verso i porti italiani, documentate nei secoli e consegnate ai corsi e ricorsi della storia. Una volta erano i Romani a espugnare Numanzia; poi furono gli spagnoli a dominare l'Italia.
Nell'età presente, se la Spagna va male, va male l'Europa. Se la Spagna è più debole, l'Europa conta di meno nel mondo, che parla spagnolo dalla Patagonia a metà degli Stati Uniti d'America. Se la Spagna declina, l'Italia ha tutto da perdere, perché il Mediterraneo diviene più stretto e le sue coste settentrionali tornano vulnerabili. Le prime ripercussioni negative ricadrebbero sull'Italia nord-occidentale, oggi periclitante per il collasso delle comunicazioni ferro-stradali con l'Oltralpe. Perciò il futuro della penisola iberica dovrebbe essere in cima all'agenda di qualsiasi persona sensata, sia per l'ormai incombente Brexit sia per gli argomenti ventilati da Erdogan a sostegno della riconquista della Libia da parte dei turchi: vendicare la sconfitta subìta da Istanbul nella guerra del 1911-1912, quando l'Italia di Vittorio Emanuele III e Giolitti mosse contro l'impero turco-ottomano per liberare gli arabi dal dominio turco al quale erano sottoposti da quattro secoli.
Il governo di minoranza di “Sanchez il Ricattabile”
In attesa che quel che resta dell'Europa faccia un serio esame di coscienza sul suo stato attuale e sulle prospettive, il “caso Spagna” richiama l'attenzione.
Con l'“investitura” del socialista Pedro Sánchez a capo del governo formato da Psoe e da Uniti Possiamo (o “Podemos” come comunemente detto il partito capitanato da Pablo Iglesias e dalla sua compagna, Irene Montero), il 7 gennaio la Spagna ha fatto un balzo all'indietro di ottant'anni. La maggior parte dei commentatori nostrani ha salutato l'avvento di un “governo di coalizione” anche a Madrid, come in altri Paesi europei, quasi fosse un passo avanti verso la “normalizzazione” dopo un quarantennio di governi, ora socialisti democratici, ora del Partito popolare. Hanno ignorato (o finto di ignorare?) che i governi di coalizione in Germania e Italia nacquero dall'alleanza virtuosa tra grandi forze (prevalentemente socialisti democratici e cristiani non clericali), forti di ampia maggioranza. Le coalizioni costano un po' di sacrificio (“sforbiciare le ali” diceva Franco Venturi, insuperato storico dell'Illuminismo) ma assicurano lunghi periodi di stabilità. Mettono tra parentesi i motivi di contrapposizione e fanno leva su valori e obiettivi comuni: la ricostruzione, l'ampliamento della partecipazione democratica, la convergenza tra cittadini e istituzioni, tra la dimensione originaria dello Stato e la Comunità internazionale. Governi di coalizione durarono in Italia col centrismo degasperiano e con il centro sinistra sino al governo presieduto da Bettino Craxi. Furono gli anni del miracolo economico, del palpabile avvicinamento tra Nord e Sud col potenziamento della rete ferro-stradale, demandata a completare l'unità nazionale frenata dal dirottamento di risorse dagli investimenti civili alla guerra nel 1914-1918 e dal rovinoso quinquennio 1940-1945.
La coalizione il 7 gennaio varata a Madrid è di tutt'altra natura. Sánchez ha ottenuto l'investitura a presidente del governo solo alla seconda votazione, con appena 167 voti a favore (PSOE e Podemos) contro 165 e 18 astensioni. È un governo di coalizione, sì, ma tra tinte di un solo colore: è rosso-paonazzo e al tempo stesso di “stretta minoranza”. Si è salvato per un pelo grazie e una deputata delle Canarie che ha rotto la “disciplina di partito” e solo in virtù all'astensione della Sinistra repubblicana catalana che vuole la Catalogna repubblica indipendente. Una sua esponente ha dichiarato alle Cortes (la Camera spagnola) che non le importa un “fico” (traduciamo così) della governabilità della Spagna, che per lei è ancor oggi una dittatura, un regime fascista. Per lei peggio va Madrid, meglio è per i visionari che in Catalogna hanno rimosso i ritratti del Re, Felipe VI di Borbone, impongono l'uso del catalano (una “linguina” rispetto allo spagnolo, secondo idioma del pianeta) e marciano in convergenza niente affatto segreta non con il “ragionevole” Partito nazionale basco ma con “Bildu”, erede ideologico della sanguinaria ETA. Dinnanzi ai ceffoni loro inflitti alle Cortes da repubblicani e nemici dell'unità della Spagna tanto Sánchez quanto i suoi alleati non hanno battuto ciglio. Hanno taciuto. A loro premeva incassare l'“investitura” e formare finalmente l'agognato governo: venti ministri e quattro vicepresidenti. Mai come in questo caso ha vinto la fame di poltrone, del resto occupate da anni senza un consenso maggioritario ma solo grazie a una legge elettorale che premia il partito prevalente in collegi disegnati per un Paese del tutto diverso dall'attuale. 
Ciliegina sulla torta della coalizione è stato il voto favorevole dell'unico deputato del movimento “Teruel existe”, eletto a metà strada fra Sagunto e Calatayud, lembo della “Spagna profonda” dipinta come “vacía”: desolata, in abbandono, sede di un vescovado comprendente l'incantevole Albarracin. Il riscatto dei Turolensi, però, non passa attraverso la contrapposizione masochistica tra Periferia e Centro, ma tramite gli investimenti stranieri e la saggia amministrazione dei fondi europei, che hanno fatto la fortuna di regioni quali la Andalusia. Il nuovo governo madrileno assomma microcefalismo localistico (catalano, neo-etarra, turolense, un po' canario...) e autocefalismo socialistoide di Pedro Sánchez, che per anni ha brandito come clava la rimozione della salma di Franco dal Valle de los Caídos in combutta con Carmen Calvo, antagonista dell'andalusa Susana Díaz: un dualismo che riproduce in miniatura la distanza abissale tra “Pedro, el Guapo” (rapidamente avvizzito) e Felipe González, un gigante del socialismo democratico europeo.
Il nuovo governo ha per base un programma di decine di titoli e centinaia di capitoletti (tipo il fallimentare “contratto di governo” pattuito da Lega e M5S nel maggio 2018), elusivo dei veri problemi della Spagna odierna: scongiurare la deflagrazione dello Stato in frammenti alimentati dall'odio verso sé stessi.
Per fortuna sua e dell'Europa dalla morte di Francisco Franco (statista in attesa di valutazioni equilibrate sul suo quarantennio di “jefatura del Estado”) la Spagna è una monarchia costituzionale, voluta e apprezzata dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. Come convennero anche comunisti alla Santiago Carrillo, re Juan Carlos de Borbón y Borbón era consustanziale alla Spagna “como la sopa de ajo”. Cresciuta dalla Transizione (che ebbe per timonieri costituzionalisti “di sinistra” quale Gregorio Peces-Barba, anima dell'Università “Carlos III” di Madrid) la Spagna odierna ha alto prestigio internazionale, un'economia invidiabile e un assetto giuridico di prim'ordine, attestato dal Tribunale Supremo nella spinosa vertenza di Oriol Junqueras, il catalano separatista eletto eurodeputato ma condannato a 13 anni di carcere e quindi ineleggibile perché temporaneamente privo di diritti politici.
Sarà vera gloria?
Proprio per la sua solidità e per l'ordinamento istituzionale la Spagna è bersaglio di chi mina l'Unione Europea attraverso l'esasperazione di localismi e di movimenti indipendentisti e secessionisti largamente finanziati dall'estero, talora sorretti da un clero locale dimentico dell'universalità della Chiesa che ebbe nella Spagna uno tra i suoi più importanti “attori”.
Comunque il cammino del governo Sánchez-Iglesias non si annuncia affatto facile. A presentargli il conto saranno anzitutto gli estremisti che lo hanno “investito” e i separatisti che il 7 gennaio gli hanno spianato la strada con l'astensione, attendendolo però al varco con pretese avulse dalla storia, quali l'avvento di una Repubblica indipendente di Catalogna, che spaccherebbe l'unità della Spagna, getterebbe metà della popolazione catalana contro l'altra metà, del tutto contraria a convulsioni arcaiche e costringerebbe chi va nella penisola iberica a valicare una frontiera di troppo: l'opposto di quanto occorre.
Come noto, un passo di quel genere troverebbe inoltre innumerevoli imitatori in Spagna (dalla Galizia ai Paesi Baschi) ma anche in altri Stati, inclusa l'Italia dove fioriscono spinte centrifughe per la gracilità della tenuta culturale unitaria e il declino della coscienza storica che si espresse nelle opere di Benedetto Croce, Federico Chabod, Ruggiero Romano, Giuseppe Galasso..., per i quali Italia ed Europa sono tutt'uno e il pensiero liberale comprende tante possibili varianti (dai radicali ai socialisti) all'insegna dei valori della democrazia parlamentare e della moralità della politica, posta al centro della riflessione dal robusto saggio di Tito Lucrezio Rizzo, L'etica, soffio del Divino attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani (pref. di Tullio del Sette, ed. Aracne).
Fatalmente Sánchez si troverà presto a misurarsi con partiti e movimenti centrifughi. Ad ambiguità, riserve mentali e giochi al rimpiattino seguiranno tensioni e fratture.
È da prevedere che la lezione dell'11 novembre non verrà ignorata dalla Spagna maggioritaria nel Paese, centrista, moderata, europeista, e che al prossimo non remoto turno elettorale le divisioni tra Partito popolare, Ciudadanos (una cometa presto spenta) e Vox cederanno il passo ad accordi e a convergenze elettorali collegio per collegio (uniti si vince). Anche a legge elettorale immutata, basta poco perché il centro-destra prevalga e ponga le basi per un governo effettivamente duraturo e capace di esprimere l'unità tra Istituzioni e cittadini.
Un'ultima constatazione s’impone. In frangia culturale nostrana, numericamente esigua ma politicamente influente, ha nutrito a lungo pregiudizi nei confronti della Spagna, identificata con “nemici storici”, quali gli Asburgo e i Borbone: dinastie che, con imperatori e re, esercitarono in Italia il ruolo che gli italiani non seppero svolgervi sino all'avvento di Casa Savoia, perno dell'unificazione nazionale. Quella è comunque storia passata. L'attuale e la ventura hanno un altro nome, la latinità e le radici “umanistiche” evocate a fondamento del Trattato dell'Unione; un'Europa nella quale Paesi come l'Italia e la Spagna hanno motivo di sentirsi più che mai affratellati, superando all'interno e all'esterno i particolarismi ideologici, etnocentrici (che poi a volte sono poco più che tribali) e confessionali, tutti residui del “secolo lungo”: il Novecento, scandito dalla guerra dei trent'anni (1914-1945) e dalla lacerante divisione in blocchi militari contrapposti, durante la guerra fredda e la sua tragica appendice nei Balcani sino alle soglie del Terzo Millennio.
Aldo A. Mola

IL CENTENARIO. LA CONFERENZA DIPLOMATICA DI SANREMO, APRILE 1920
 QUANDO A SANREMO FRANCIA E GRAN BRETAGNA SI SPARTIRONO LE SPOGLIE DEI VINTI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 05 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Castello Devachan SanremoLa Porta del Paradiso abbarbicata a Sanremo
Ebbe per scenario il “Castello Devachan” la Conferenza diplomatica che tra il 19 e il 26 aprile 1920 prese decisioni tuttora gravanti sulla storia mondiale e, s'intende, sulla porziuncola di nome Italia. Lo vediamo mentre nell'afasia dell'Unione Europea e nel borbottio della Farnesina la Turchia ha deciso l'intervento militare in Libia, due passi da noi, per rivendicare il Califfato e si teme che nel Vicino e Medio Oriente possa esplodere una guerra apocalittica (subito pagata “alla pompa” dei carburanti quasi fosse già in corso). “Devachan” nella parlata locale è detta la Villa che, poco a occidente dal centro Sanremo, con la collina del Berigo per sfondo, contempla il mare. Sul suo nome infuriarono dispute filologico-interpretative del tutto in contrasto col suo recondito messaggio: “secondo cielo del paradiso dell'anima”, raggiunto o almeno intravisto da chi s'inerpica verso il Nirvana. Fu “impostata” dal proprietario, John Horatio Sevile, conte di Mexborough (1843-1916), che di rientro dall'India, convertito al buddismo, la dedicò alla seconda moglie, Lucy. Era ed è un angolo di Paradiso, appunto...
Ma si sa che le vie dell'Inferno sono lastricate di buone intenzioni e, talvolta, di denominazioni e “cartelli” invano bene auguranti. Nella vita il conte curò molto l'arredo arboreo del suo spazio tra il cielo, il mare e la costa sulla quale è abbarbicata la Villa perfezionata nel 1909 in stile liberty da Pietro Agosti, sindaco di Sanremo. Come poi insegnò José López Rega, “el brujo”, i colori e i profumi esalanti dai fiori ispirano visioni e pensieri alti. Da uno all'altro proprietario il Castello passò nelle mani di Edoardo Mercegaglia, che fu in rapporti con Francesco Saverio Nitti. Ancora non è chiaro come e perché proprio tra quei primi tepori primaverili del 1920 vi si adunò la Conferenza diplomatica (con militari aggiunti: per l'Italia Pietro Badoglio) che decise e in parte ratificò la spartizione degli imperi coloniali dei vinti, Germania e Turchia. L'Italia, pronuba, rimase a bocca asciutta.
Cent'anni dopo, la Conferenza diplomatica di Sanremo merita una rievocazione non convenzionale, sibbene con gli occhi aperti sulle sue conseguenze ultime. Per coglierne la portata occorre fare un paio di passi all'indietro nel tempo. La Storia procede a ritmo lento, pesante, ciclica. Felice chi riesce a contemplarla scansandone gli “effetti collaterali”, da osservatore anziché da vittima, de a narrarla sine ira et studio.
Dalla “Società” alla “Lega” delle Nazioni
Nel gennaio-giugno 1917 il Grande Oriente di Francia (GOF) e la Gran Loggia di Francia (GLF) stilarono lo statuto della Società delle Nazioni. Fu un progetto della massoneria francese, consenzienti il Grande Oriente d'Italia (GOI) e una decina di altre Comunità massoniche di Paesi (come la Spagna e lembi dell'America centro-meridionale) ancora estranei alla Grande Guerra che da tre anni stava devastando l'Europa. L'impero russo era sconvolto dalla rivoluzione. Quello turco era alle prese con la rivolta araba, che ebbe nell'inglese Thomas Edward Lawrence il suo eroe eponimo (o mosca cocchiera?). Il 6 aprile gli Stati Uniti d'America avevano dichiarato guerra alla Germania. “Marianne” doveva accelerare il passo prima che il corso gli eventi le scappasse di mano. Quella prima Società delle Nazioni nacque euro-centrica: identica rappresentanza per ogni Stato, quale ne fosse il numero degli abitanti, bandiera con tante stelle e un sole arancione.
I due grandi maestri del GOF e della GLF, Georges Corneau e il generale Paul Peigné, avevano molti assi nella manica: il loro patto di ferro con il governo di Parigi, la totale identità con il Grande Oriente del Belgio, che aveva preceduto quello di Francia nell'abolizione del “Grande Architetto dell'Universo” quale intestazione dei “travagli d'officina”, il pieno sostegno dei radical-socialisti e dei vertici militari e, soprattutto, l'affiliazione di esuli politici della Serbia, futura Jugoslavia, e della Boemia, perno della futura Cecoslovacchia. Da un secolo la massoneria francese “esportava” classe dirigente alla guida degli Stati nascenti nell'Europa orientale (Romania, Bulgaria, Serbia...). Mentre il governo italiano aveva ancora idee confuse sul futuro dell'Impero austro-ungarico (secondo il ministro degli Esteri Sidney Sonnino esso doveva sopravvivere al conflitto), Parigi era per il suo annientamento. Mirava alla “repubblicanizzazione d'Europa” come in Requiem per un impero defunto (Mondadori) ha scritto François Fejto. Perciò lo statuto della Società delle Nazioni franco-massonica ebbe per caposaldo l'“autodeterminazione dei popoli”. Ancor tutta da tracciare in termini geo-politici, nelle aree mistilingue questa doveva esprimersi attraverso plebisciti. L'Italia scoprì tardivamente di essere entrata in guerra a fianco di chi non le voleva tanto bene. Anzitutto la Francia, che mirava ad aggirarla a est affermando la sua supremazia sull'Europa orientale (Polonia, Bulgaria, debitamente sconfitta e “depurata” dall’originaria prevalenza germanica e, appunto, gli Stati nascenti, inclusa l'Ungheria, la cui Gran Loggia Simbolica dall'origine era ispirata da Parigi, che mirò anche a presidiare Fiume). In secondo luogo la Serbia che non nutriva alcuna gratitudine verso Roma e aspirava al controllo dell'Adriatico, in netto antagonismo con i sogni italiani di talassocrazia, sia pure nella modesta dimensione dell'Adriatico. Non basta dichiarare la sovranità nazionale sui mari: bisogna affermarla coi fatti.
Sempre investita dalla martellante offensiva germanica, vulnerata da ammutinamenti repressi con decimazioni e da scioperi, nel 1917 Parigi si affrettò a divulgare il suo “progetto” di pace universale “pro domo sua” per battere sul tempo interferenze americane. Ricorse anche a emissari in Russia, per obbligare l'ex impero zarista, spossato, a rimanere in armi. L'Italia si schierò nettamente contro l'ipotesi di subordinare i confini futuri a referendum, che infatti non vi vennero mai celebrati a differenza di quanto era avvenuto con le annessioni del 1848-1870. La prevalenza di germanofoni nell'Alto Adige e di slavofoni a est di Gorizia e in Istria avrebbe azzerato i “compensi” pattuiti con l'accordo di Londra del 26 aprile 1915 e gli immensi sacrifici sopportati dal paese in due anni di guerra. Il Grande Oriente d'Italia si allineò alle direttive del governo nazionale. Ad affrettare il cambio concorsero il disastro di Caporetto, il timore dell'avanzata austro-germanica sino all'Adige o al Mincio, del crollo dell'unità nazionale per insorgenza dei socialisti, decisi a “fare come in Russia”, e dei cattolici, convinti che occorreva mettere fine alla “inutile strage”, tanto più che di lì a poco si scoprì che su richiesta di Roma l'Intesa escludeva la Santa Sede dal futuro “congresso di pace”.
La concezione francocentrica della Società delle Nazioni si scontrò con l'indifferenza della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, delle Grandi Logge degli Stati Uniti d'America e con l'astensione della Gran Loggia Alpina in nome della neutralità della Svizzera. Ma il vero colpo di grazia lo inferse l'8 gennaio 1918 il presidente degli USA, Woodrow Wilson, a lungo ed erroneamente ritenuto massone, con l'enunciazione dei 14 punti per la pace futura. Per fondare la “pace nel mondo”, l'“America” propose l'istituzione della Lega generale delle Nazioni, ben diversa dalla Società delle Nazioni. Per garantire l'indipendenza politica ai piccoli come ai grandi Stati, Wilson disconobbe ogni valore ai patti internazionali pregressi, declassati a accordi “privati”, e precisò che la rettifica delle frontiere italiane doveva essere effettuata “secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili” (punto 9°).
La spartizione dei popoli… incivili
Inchiodata a una visione italo-centrica del conflitto, ancor oggi dominante nella “storiografia” nostrana su guerra e dopoguerra, Roma non comprese affatto la portata del progetto wilsoniano, poi codificato nello statuto della Lega approvato a Parigi il 26 aprile 1919 e inserito quale premessa a tutti i trattati dettati dai vincitori ai vinti (Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia) tra il 28 giugno 1919 e il 10 agosto 1920. L'articolo 20 del Trattato di Versailles abrogò tutti i patti pregressi tra i suoi membri, ritenuti incompatibili con lo statuto della Lega, mentre non lo era la “dottrina Monroe”, cioè “l'America agli Americani”, inserita nello statuto della Lega quale art.21. Questo stabilì che “i popoli non ancora capaci di reggersi da sé nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno” sarebbero stati affidati alla “tutela” delle nazioni progredite che “in ragione delle loro risorse, della loro esperienza o della loro posizione geografica erano meglio in grado di di assumere questa responsabilità”. Allo scopo furono ideati tre generi di “mandati” secondo il grado di sviluppo dei popoli da… civilizzare.
Alcune “comunità” del fatiscente impero ottomano (non esplicitamente indicate: si pensava alla Siria, all'Egitto e all'Iraq) vennero ritenute capaci di reggersi da sé, sia pure con consigli e aiuti di un Mandatario; altre (in specie dell'Africa Centrale) andavano invece affidate direttamente a Mandatari; altri territori infine (quali  l'Africa del Sud-Ovest e isole del Pacifico australe) venivano  senz'altro incorporati nella sovranità del mandatario, completi dei loro abitanti.
Le paci di Versailles, di Saint-Germain (10 settembre) e di Neully (17 novembre) non chiusero affatto la complessità del contenzioso tra vinti e vincitori. Gli italiani rimasero preda della rivendicazione di Fiume, tardivamente chiesta da Roma in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915. La “questione fiumana”, divenuta incandescente con la “marcia di Ronchi” e la sedizione militare guidata da Gabriele d'Annunzio il 12 settembre 1919, catalizzò l'opinione pubblica italiana su un aspetto marginale dell'assetto europeo postbellico, nel cui ambito il caso di Fiume era tessera di un caleidoscopio di “crisi”, e la distrasse da questioni di gran lunga più importanti, quale la spartizione dell'impero turco e delle colonie dell'impero di Germania.
Italia senza bussola...
Al pettine della storia vennero tutti i nodi della politica estera dei governi susseguitisi in Italia dalla conflagrazione europea agli armistizi. Quale condizione della rescissione dell'alleanza difensiva tra Roma, Berlino e Vienna e l'intervento in guerra a fianco di Parigi, Londra e San Pietroburgo, nel 1914 il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, aveva proposto la costituzione di una Quadruplice Alleanza, come documenta GianPaolo Ferrajoli in un'opera magistrale e insuperata sul grande diplomatico siculo-normanno ispiratore di I Viceré di Federico De Roberto. L'Italia doveva entrare in guerra “alla pari”, previa verifica di tutti i patti istituiti tra gli alleati. Però, morto San Giuliano, il nuovo titolare degli Esteri, Sonnino, d'intesa con il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, stipulò invece un accordo di “accessione” alla Triplice: un “arrangement” asimmetrico. Roma non venne informata dei patti di ferro preesistenti sull'assetto postbellico. Il comandante supremo Luigi Cadorna se ne lamentò, invano, anche nell'estate 1916, quando il governo Boselli tra il 24 e il 28 agosto decise la dichiarazione di guerra alla Germania.
Gli errori della politica estera si ripercossero sulla conduzione della guerra. Cadorna usava dire che l'Italia avrebbe riconquistato la Libia sul Carso. Vinta la guerra sul fronte principale, avrebbe avuto tutti i titoli per farsi valere nel confronto con “alleati” poco “amici”. Invece il governo distrasse truppe su altri fronti. Arrivò anzi al paradosso. Decise una “spedizione” in Albania e se ne assunse la responsabilità militare diretta: fu un'impresa finita male per la pochezza del governo, dei militari inviati allo sbaraglio, degli “alleati” (anzitutto  i francesi) che non la videro di buon occhio, e degli albanesi. Fu la prova che la guerra è cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei “politici” e che la politica estera è altrettanto importante. Va affidata a diplomatici dotati di comprovate capacità: anzitutto malleabilità e duttilità, aurei requisiti ignoti allo spigoloso Sonnino.
Da Versailles a Sanremo
La delegazione italiana a Versailles rimase celebre per dilettantismo e cocciutaggine. Dopo le sue molte prove negative, il governo fu sfiduciato poco prima che il Congresso finisse. “Faute de mieux”, il 28 giugno Orlando e Sonnino figurarono firmatari del trattato di pace, ma già sostituiti. Caso unico nella storia. Il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, si trovò sulle spalle la passività del governo precedente, il colpo di mano di d'Annunzio a Fiume, la diffidenza degli altri governi. S'aggiunse la sconfitta di Wilson nelle elezioni e il rifiuto degli USA di aderire alla Lega delle nazioni, che pertanto rimase per sempre orfana del suo ideatore. 
Londra e Parigi fecero subito un passo verso il passato: tornarono alla visione euro-centrica della Società (non più Lega) delle Nazioni. La sua sede, originariamente ipotizzata a Londra, poi spostata a Parigi, fu infine accampata a Ginevra in attesa che venisse terminato il sontuoso Palazzo, adeguato alle sue ambizioni. Ebbe un organigramma complesso e più ampolloso che funzionale, ma nessuna forza armata, neppure simbolica. Avrebbe emesso voti, raccomandazioni e magari anche deciso sanzioni economiche contro i propri membri discoli (fu il caso dell'Italia, quando dichiarò guerra all'Etiopia). Perciò la SdN si ridusse a porta girevole di Stati che entrarono e uscirono secondo le convenienze. L'Italia, che era tra i Quattro Grandi originari (Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) vi tenne una condotta discontinua, alternando retorica e polemiche.
Il primo appuntamento importante per dirimere le grandi questioni lasciate aperte dalla sequela di trattati di pace del 1919 fu proprio al “Secondo cielo del Paradiso dell'anima” in Sanremo nell'aprile 1920. Alla Conferenza allestita al Castello Devachan parteciparono il primo ministro francese Alexandre Millerand, il britannico David Lloyd George, l'ambasciatore del Giappone Keishiro Matsui e Nitti, che nella biografia del 1984 Francesco Barbagallo paragona nientemeno che a Camillo Cavour (Utet, p.366). La “Porta del Paradiso” era suggestiva, il paesaggio incantevole, la compagnia eccellente, l'ospitalità memorabile. Poiché lo zucchero disponibile andò rapidamente esaurito, giunse in soccorso l'Hotel de Nice.
Alle spalle la Conferenza di Sanremo ebbe anche gli antichi accordi Sykes-Picot per l'egemonia franco-britannica su Vicino e Medio Oriente. Il governo italiano ovviamente non ne era stato informato. Gli anglo-francesi ignorarono tutti i precedenti riconoscimenti di indipendenza della Siria, includente il Libano, Iraq ed Egitto. Con molto sussiego la Francia dichiarò di assumere direttamente l'amministrazione della Siria. La Gran Bretagna fece altrettanto con Mesopotamia, Palestina ed Egitto. A Sanremo furono ratificate le decisioni assunte a Londra nel febbraio precedente. E l'Italia? Quasi zero. Ottenne il riconoscimento di Rodi e del Dodecanneso, che possedeva da quasi dieci anni, e l'utilizzo di Konya e Antalya sulla costa di quella Turchia che da decenni contava ampie comunità italofone e persino varie logge massoniche sia del Grande Oriente sia della Gran Loggia d'Italia.
Di più. A Sanremo venne definita la spartizione delle colonie dell'Impero di Germania, che già ne era stato privato dal trattato di Versailles. Parte andarono alla Gran Bretagna, parte alla Francia e in quota minore addirittura al Belgio, che era e rimase l'esempio peggiore della colonizzazione più ottusa, come si vide quando nel 1960 Bruxelles lasciò il Congo, subito teatro di guerre orrende e carneficine, tra le cui vittime vanno ricordati anche i militari italiani assassinati a Kindù e il segretario generale dell'ONU, Dag Hammarskjold (l'aero sul quale viaggiava venne sabotato).
Da San Remo a Sion
La vera novità di Sanremo però fu un'altra: l'approvazione della Dichiarazione Balfour del 1917 che riconosceva il “focolare ebraico” in Palestina. Fu una concessione al sionismo blando, che in sé non è affatto un “male” ma legittimo rifugio di un popolo soggiogato, annientato in patria, costretto alla diaspora dai tempi degli imperatori Tito e Adriano e perseguitato per millenni. Del resto il “focolare” venne incluso nella Palestina, sotto mandato di Londra, poco incline a riconoscere speciali privilegi agli ebrei.
Oltre due anni dopo, il 24 luglio 1922, l'accordo di Sanremo ebbe veste “definitiva” con la risoluzione della Società delle Nazioni redatta in inglese, arabo ed ebraico. Mandataria rimase la Gran Bretagna. Venne riconosciuto un “organismo ebraico conveniente” col diritto di “dare pareri all'amministrazione della Palestina e di cooperare con essa in tutte le questioni economiche, sociali, ed altre suscettibili di interessare lo stabilimento della Sede nazionale ebraica e gli interessi della popolazione ebraica in Palestina”. Il Mandatario s'impegnò a “facilitare l'immigrazione degli ebrei, ferma restando la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della regione a qualsiasi razza o religione appartenessero”, e assunse “la responsabilità dell'ordine e della decenza dei Luoghi Santi, compresi i diritti esistenti” per “assicurare il libero accesso ai Luoghi Santi, agli edifici ed ai luoghi religiosi e il libero esercizio del culto per tutti gli abitanti della Palestina”. Tutte partite ancor oggi aperte e sempre più in forse per l'esasperazione degli opposti fanatismi.
Il tramonto di Nitti
Ci voleva la villa di un buddista per arrivare a una visione universale della religiosità e della pace?
Un mese dopo la Conferenza diplomatica di Sanremo, fallimentare per l'Italia, Nitti venne messo in minoranza. Il 22 maggio formò un secondo governo, sempre con Vittorio Scialoja agli Esteri. Crollò un mese dopo e cedette il passo al settantottenne Giolitti, presidente del suo quinto e ultimo governo (1920-1921). Nelle “Memorie di un fesso” (ed. Forni) il “fratello” Alberto Giannini ha vergato un ritratto indimenticabile di “Cagoia”, come Nitti venne appellato da d'Annunzio.
Qualcuno forse deplora che a Sanremo in quell'aprile di cent'anni orsono l'Italia non sia riuscita a strappare qualche lembo di terre lontane, un pezzetto di Tanganika, di Africa Australe, della Mesopotamia e, chissà mai, non abbia rivendicato il Monte Ararat. In quel dopoguerra, però, essa già non sapeva come condursi in Eritrea, Somalia e Libia, tutta da riconquistare. E soprattutto doveva ricostruire se stessa dalle macerie della guerra, vinta sul campo ma persa con l'indebitamento dello Stato, passato da 7 a 90 miliardi di lire dell'epoca. La delusione tuttavia rimase. Cocente. La sfruttarono i nazionalisti, il d'Annunzio della Vittoria mutilata e, più abile di tutti, Benito Mussolini, che poi ritenne di lenirla con la conquista dell'Impero d'Etiopia: un'impresa anacronistica, costata una fortuna, naufragata in soli cinque anni: 1936-1941.
Perciò merita tornare a Sanremo, per intravvedere il Castello Devachan, ombra di un sogno fuggente. Apprezzarvi l'aurora, l'esalazione dei fiori, il sentore del mare, il crepuscolo. È il “mondo” uguale nei secoli, migliorato dal “Maestro” Mario Calvino e dai suoi emuli. “Porta” dell'unico  Paradiso sicuro: un lembo di questa “valle di lacrime” ove rileggere in santa pace Epicuro e Lucrezio, al riparo dai “rumori molesti”.
Aldo A. Mola

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