Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 

 
NAPOLEONE: FU VERA STORIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Napoleone Primo Console: le dita a compasso del Legislatore, un messaggio cifrato verso l'Impero del Sole (Dipinto di Jean Auguste Ingres).L' “ardua sentenza”...
A distanza di due secoli si può rispondere all'interrogativo posto da Alessandro Manzoni (Milano, 1785-1873) in Cinque Maggio: “Fu vera gloria?”. Oggi si può pronunciare l'“ardua sentenza”: Napoleone il Grande fu “vera storia”. Cattolico non senza ambasce, nella stagione degli Inni sacri e delle tragedie (Il conte di Carmagnola e Adelchi) il poeta e scrittore milanese conferiva al sostantivo gloria un valore aggiunto, morale, che in sé originariamente esso non ha. Manzoni ritenne di dovere distinguere la nomea imperitura conquistata dall'Eroe con imprese memorabili talora atroci, svettanti e abissali a un sol tempo, e la gloria “vera”, riservata non tanto a chi raggiunge fama universale, ma al campione di valori positivi, al “cavaliere dell'umanità”, novello Baiardo senza macchia e senza paura e soprattutto senza imputazioni di sorta. Di lì la sua esitazione a tracciare il bilancio del quarto di secolo dominato da Napoleone, che aveva sulle spalle azioni spregiudicate come l'arresto di Cadoudal, poi suppliziato, e il rapimento e fucilazione del duca di Enghien (“più che un delitto, un errore” osservò Charles-Maurice di Talleyrand, “vescovo apostata” di Autun (come scrive p. Giovanni Sale S.J. in “La Civiltà cattolica” del 15 aprile 2021). 
Da poeta “morale” (come avrebbe osservato Dante), sulla futura “ardua sentenza” Manzoni insinuò condizioni che debbono stare al di fuori sia dell'accertamento processuale di colpevolezza, sia della storiografia. Nel primo i magistrati debbono accertare e valutare i fatti non sulla base delle proprie inclinazioni personali, bensì secondo le leggi, che non sono mai retroattive (nullum crimen sine lege). Senza dover ricordare la lezione di Benedetto Croce, il giudizio storiografico vero è formulato correttamene se ci si cala nell'epoca e nelle vicende degli uomini sui quali si “indaga”, senza pretendere di impartire lezioni al passato remoto. Ne conviene padre Sale che giustamente dissente da valutazioni retrospettive anacronistiche, “anche perché spesso i personaggi storici, come anche gli eventi della storia, possono essere giudicati e letti in modo differente a seconda della sensibilità e degli orientamenti psicologico-culturali di chi li valuta e, soprattutto, della cultura dominante in un certo periodo storico”. Vale per i pontefici e gli ecclesiastici cattolici del passato prossimo e remoto, come per gli “eresiarchi” (Giovanni Calvino fece bruciare vivo Michele Serveto per mero dissenso teologico), nonché per gli imperatori, re, principi e capitani come Cesare Borgia ammirato da Niccolò Machiavelli in Il Principe, capolavoro del discernimento oggi raccomandato da papa Francesco.
Quando correttamente rinviò ai “posteri” l'“ardua sentenza” Manzoni interpretò dunque la necessità di lasciar decantare il tempo. La pula si sarebbe separata dal chiccho, la fanghiglia si sarebbe depositata sul fondo; l'acqua, tornata limpida, avrebbe fatto distinguere il durevole dal contingente, l'imminente dall'immanente, permettendo di cogliere i raggi della “vera gloria”.
Napoleone, Uomo cosmico-storico
Nel 1821 sull' “immagine” dell'Imperatore si allungavano le ombre del trentennio di conflitti che avevano sconvolto l'Europa, inclusa la feroce guerrilla degli spagnoli contro francesi e afrancesados (1808-1813), prima lotta per l'indipendenza nazionale, assunta a modello dai Fronti di liberazione nei due secoli seguenti, compresi quelli contro il dominio coloniale europeo negli spazi afro-asiatici, dall'Algeria all'Indocina (ma possiamo aggiungervi anche quelli nell'America latina contro regimi dittatoriali tenuti per le dande dagli Usa: valga il caso della Bolivia di “Che” Guevara).
Gigante buono per gli uni, Mostro tirannico per gli altri, Napoleone era già stato collocato nella giusta cornice dal Giorgio Guglielmo Federico Hegel, che lo aveva definito “Genio del mondo”. L'imperatore non era solo un “se stesso”, il trentacinquenne asceso dalla difficile adolescenza e da imprese azzardate e sfortunate per l'indipendenza della sua nativa Corsica a dominatore dell'Europa, vittoria su vittoria, da Marengo ed Ulm e ad Austerlitz e a Iena. Era Uomo cosmico-storico. Vi è motivo di rileggere il filosofo nella traduzione delle Lezioni sulla filosofia della storia pubblicata da Guido Calogero e Corrado Fatta nell'ottobre 1941 (ed. La Nuova Italia), all'indomani dell'“Operazione Barbarossa” e poco prima che la guerra europea divenisse nuovamente mondiale. Gli individui cosmico-storici, scrisse Hegel, “afferrano lo spirito universale superiore” del Tempo e “ne fanno il loro fine”. Sono “lo spirito che batte alle porte del presente, che è tuttora sotterraneo. Gli altri debbono loro obbedire perché lo sentono. I loro discorsi e le loro azioni sono il meglio che poteva essere detto e fatto. Così i grandi individui storici si possono comprendere solo al loro posto”, cioè quando “lo stato del mondo non è ancora conosciuto” ed essi “lo producono trovandovi la propria soddisfazione”. Certo gli individui cosmico-storici “soddisfano dapprima sé medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri (...) resistere a questi individui è impresa vana. Essi sono spinti irresistibilmente a compiere la propria opera. C'è in essi un potere sopra loro medesimi”. Sono, in sintesi “condottieri di anime” al cui seguito si pongono anche quanti non lo comprendono appieno e persino li avversano ma ne sono fascinati, attratti, rapiti e ne divengono comunque seguaci. Hegel non lo scrive ma si può aggiungere che sono demoniaci, pervasi dal dàimon che, anziché frenarli, li sospinge ad andare sempre oltre, anche al di là dei propri stessi “sogni”: Alessandro Magno, Caio Giulio Cesare e i veramente grandi navigatori ed esploratori, gli inventori e gli scienziati che hanno cambiato il mondo, i poeti, i compositori, gli artisti che hanno dato forma universale alle “voci” che i più sentivano senza saperle tradurre in Verbo e questo in Atto, come Giovanna d'Arco, arsa viva e secoli dopo proclamata santa.
Dalla giovinezza, sottotenente d'artiglieria (l'“arma dotta”), guardato con degnazione perché da poco citoyen e poi dalle amicizie sospette (quella con Augustin Robespierre, fratello del giacobino e terrorista Massimiliano rischiò di costargli cara), Buonaparte (cognome di non facile pronuncia in francese) accompagnò gli studi giovanili di matematica, balistica e geografia e le velleità letterarie, consegnate al romanzo che gli meritò la “comprensione” postuma dei tanti “colleghi mancati”, con la lettura appassionata dei classici della storiografia greco-romana, in specie le Storie di Polibio e le Vite parallele di Plutarco. I suoi modelli erano i grandi capitani dell'antichità, gli strateghi che nei secoli avevano colto la vittoria con geniali manovre, gettando infine nella mischia i reparti di élite, tenuti di riserva per infliggere il colpo finale e menare strage dei vinti. Per quegli uomini cosmico-storici i combattimenti non erano carneficina e dispendio di vite umane ma Arte della Guerra e i terreni delle battaglie non erano lugubri distese di morte ma campi della Gloria. Immorali o quanto meno “amorali”, per chi si fermava allo spettacolo desolante dei cadaveri e dei feriti (spesso destinati al trapasso) ai suoi occhi erano, se si preferisce, affermazione di altra e più alta moralità: la carne che si fa Spirito, l'azione tumultuosa che diviene sviluppo dell'Idea.
Dalla prima campagna militare condotta dall'Armata d'Italia in autonomia di decisione (1796-1797), Napoleone mostrò la sua personale concezione dell'impiego della forza militare. Come intuito dai coevi Jomini e Clausewitz la guerra è in tutto e per tutto politica, accelerazione della maturazione dei tempi, sintesi del trapasso dalla potenzialità all'atto. Sbaragliare gli eserciti austro-sabaudi in poche settimane, imporre esosi armistizi, profittare delle illusioni di chi, come Foscolo, lo celebrava “liberatore”, salvo constatare che trattava la Repubblica di Venezia quale pedina di un gioco europeo, molto più ampio dell'ottica locale, uscire temporaneamente dalla scena franco-italica per colpire l'Inghilterra in India, passando dall'Egitto e dal Vicino e Medio Oriente (dalla battaglia delle Piramidi all'assedio di San Giovanni d'Acri) segnarono il cambio storico). Esso sfuggì ai Termidoriani e al Direttorio, espressione di una nuova casta impastata di borghesi arruffoni e aristocratici trasformisti, come anche ai seguaci del visionario Caio Gracco Babeuf. Esaurita la spinta innovatrice della Rivoluzione (diritti dell'uomo e del cittadino, avvento della nazione, avvio di profonde riforme sociali), uomini come Barras concepivano l'espansione della Francia come ingorda rapina. Ma la Rivoluzione non era affatto conclusa: mancavano i nuovi codici e il rinnovamento dello Stato. A restituirle  impulso non furono l'annessione di Malta, sottratta all'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, e la “spedizione in Egitto”, col seguito di cinquecento tra gli esponenti della cultura d'avanguardia cresciuta nella lettura dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert e delle opere di Voltaire (non solo Candide o La Pucelle d'Orléans, poi tradotto da Vincenzo Monti, ma quelle di storia, su Luigi XIV, le più pregnanti). A risvegliare i già insonnoliti post-rivoluzionari provvidero gli austro-germanici vittoriosi sulle armate francesi sul Reno e in Svizzera e soprattutto l'irruzione dei russi di Suvorov per la prima e sino ad ora unica volta nella Pianura Padana. I popoli della penisola e delle grandi isole erano abituati da secoli a invasioni e scorrerie, perché (come aveva osservato Francesco I di Francia che vi si affacciò nel 1515) non c'era terra migliore per condurre una guerra: campi ubertosi, ricche città, abitanti volgenti alla codardia e facilmente succubi. Da spartire nelle lunghe guerre per l'egemonia. Lo ripeté pari pari il generale Buonaparte nel proclama all'Armata d'Italia (aprile 1796). Ma i cosacchi di Suvorov non erano le feroci “compagnie di Santa Fede” del cardinale Ruffo o le “masse cristiane” di Branda de' Lucioni: erano satanassi. Compirono ruberie e menarono stragi che nessuno imaginava. Di lì l'urgenza della riscossa, a nome della Francia, dell'Europa centro-occidentale e quindi di una nuova idea della Missione del potere politico-militare. Da quell'humus in pochi mesi nacquero i cosiddetti “colpo di Stato” del 18 brumaio (9 novembre) 1799, il Consolato e infine la proclamazione dell'Impero dei francesi per voto popolare (romanamente plebiscito) e il sacre del 2 dicembre 1804 in Notre Dame a Parigi, presente e silente papa Pio VII, come poi il cardinal Caprara nel Duomo di Milano per l'incoronazione di Napoleone a Re d'Italia (Lombardo-Veneto, ex ducati padani per secoli “a noleggio” e Legazioni pontificie): completa della Corona Ferrea, simbolo della monarchia in Italia.
Tre anni dopo, nel 1808, Napoleone capovolse la clessidra. Dopo aver ripristinato il calendario giuliano, cancellando quello repubblicano, ormai fastidioso, fece deportare il pontefice e ne inglobò lo Stato, ma in forma labile. La svolta epocale venne il 20 marzo 1811 quando conferì il titolo di Re di Roma a Napoleone Francesco Carlo Giuseppe, il figlio avuto dalla seconda moglie, Maria Luisa d'Asburgo.
Quel giorno la Città Eterna (e con essa l'“idea di Italia”) rischiò davvero di rimanere inchiodata per sempre nella condizione di provincia dell'Impero napoleonico: da caput mundi a periferia della storia.
La sindrome di Sant'Elena
Sconfitto in Russia (1811-1812), battuto a Lipsia (1813) e poi sul Reno, costretto all'abdicazione (Fontainebleau, aprile 1814), il 26 marzo 1815 Napoleone salpò dall'Elba per la Francia. Guidò la spedizione dei mille e cento imbarcati sull'“Inconstante” e sei piccole navi d'appoggio alla volta della Costa Azzurra dove tutto era iniziato tra il 1793 e il 1796. In dieci giorni raggiunse Lione. Il 14, con voltafaccia prevedibile, schierò con lui il maresciallo Ney che aveva promesso di portarlo in gabbia di ferro a Luigi XVIII, subito fuggito da Parigi. Il 20 rientrò a Fontainebleau. Quaranta giorni dopo, il 1° giugno 1815 annunciò solennemente al Campo Marzio in Parigi l'Atto Addizionale, redatto con il consiglio di Benjamin Constant, che lo aveva strenuamente avversato dall'esilio svizzero e ora concorreva alla svolta “liberale”. Ancora una volta Napoleone era l'Età Novella. In armi. Precorse l'invasione nemica irrompendo in Belgio. Il 12 batté l'inglese duca di Wellington, mentre Ney sconfiggeva i prussiani. Il 18 la battaglia decisiva a Waterloo. A lungo la vittoria sembrò a potata di mano, ma nell'ora decisiva anziché de Grouchy (inetto o infido?) sul campo arrivò Bluecher. Fu la fine. Chi non cadde sul campo, come Cambronne (“La Guardia muore ma non si arrende”: un motto tante volte riecheggiato nelle due guerre mondiali), finì prigioniero e suppliziato (come Ney). L'Imperatore tornò a Parigi e per la seconda volta abdicò a favore del figlio, l'Aiglon. Persa la speranza d'imbarcarsi per gli Stati Uniti, si consegnò agli inglesi sul “Bellorophont”: meglio che la fucilazione da parte di Bluecher.
L'8 agosto iniziò la sue deportazione verso l'“isoletta sperduta nell'Atlantico”. A Sant'Elena giunse il 15 ottobre. Vi visse prigioniero col seguito dei suoi fedelissimi, sorvegliato dall'arcigno Hudson Lowe. Iniziò la sua nuova vita. Non quella del Memoriale dettato a Las Casas. Ormai era l'Inquietudine dei due mondi. Il Congresso di Vienna non riportò l'Europa all'Ancien Régime. Molti e profondi mutamenti erano irreversibili. In Svezia il maresciallo napoleonico Bernadotte dette inizio alla dinastia tuttora regnante.Con il Blocco doganale continentale Napoleone anticipò l'Europa odierna. La Gran Bretagna si tenne fuori dalla Santa Alleanza ideata dal cancelliere austriaco Metternich, tra impero asburgico, Russia, Prussia, Francia e stati di minor peso, inclusi il regno delle Due Sicilie e quello di Sardegna. 
Il 1815 non fu mera Restaurazione neppure in Francia. Luigi XVIII di Borbone regnò col vincolo di una costituzione. I re che ne avevano concessa una, salvo abrogarla, dalla Spagna a Napoli, vissero con l'incubo delle rivendicazioni liberali, che non tardarono a manifestarsi con cospirazioni, insorgenze, moti.
… e la Rinascita dell'Italia 
Il 1°aprile 1817 venne pubblicato a Londra il Manuscrit venu de Saint-Hélène d'une manière inconnue (ed. John Murray, Alemarle Street). Nel 1982 l'ambasciatore e storico Sergio Romano ne scrisse la storia (ed. Bompiani). Già a giugno Napoleone ne ebbe estratti e li confrontò con quanto aveva vissuto e stava narrando di sé.
Dallo scoglio sperduto tornò il cuore dell'Europa. Innumerevoli furono i progetti di colpi di mano per liberarlo; altrettante le fiabe sulla sua fuga; molti non credettero affatto che fosse davvero morto il 5 maggio 1821. Il cinquantaduenne sepolto all'ombra di due salici a Sant'Elena non era, non poteva essere, “Lui”. E infatti visse di nuova vita. Era Osiride, quale venne e tornò a essere celebrato nei templi massonici nei due secoli seguenti. A quella vera luce si ispirarono il Risorgimento e l'Italia unita, foriera di indipendenza, libertà, progresso civile, uguaglianza nella legge, con la guida di Vittorio Emanuele II. Il suo beneaugurante “Governatore”, Cesare Saluzzo di Monesiglio, gli aveva donato la “spada di Napoleone”; per “simbolo” della regalità in Italia il sovrano sabaudo scelse, a sua volta, la Corona Ferrea.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Napoleone Primo Console: le dita a compasso del Legislatore, un messaggio cifrato verso l'Impero del Sole (Dipinto di Jean Auguste Ingres).

LIBERARE L'EUROPA DAL DOMINIO TURCO
INSEGNÒ GIUSEPPE GARIBALDI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Giosue Carducci (1835-1907) nel  giugno 1897 sferzò l'ignavia dell'Europa centro-occidentale dinnanzi alle stragi degli armeni e dei greci in “La mietitura del turco”.  Scrisse: “ Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar.// (...) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l'harem del Padascià”.  In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.     La scimitarra sull'Europa...
Ma Mario Draghi ha proprio sbagliato a classificare il “Sultano” Erdogan tra i dittatori con i quali bisogna pur “fare i conti”? Forse è stato più “cavouriano” che “garibaldino”.
Nei suoi ultimi anni Garibaldi affinò il proprio pensiero politico. Nel 1860 aveva vaticinato gli Stati Uniti d’Europa. Dal 1870, dopo la tragica guerra franco-germanica e la “Commune”, invocò la “debellatio” dell’impero turco che impediva la liberazione dei popoli oppressi dell’Europa orientale. Unì motivi religiosi e culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Se Costantinopoli è ancora Istanbul lo si deve alla “diplomazia” di Londra e Parigi: è la pesante eredità della prima guerra mondiale, quando i vincitori, pur in presenza dello sfascio dell'impero ottomano, lasciarono ad Ankara la cosiddetta “Turchia europea” per interdire alla Russia l'accesso dal Mar Nero al Mediterraneo attraverso gli Stretti. La miopia si paga nei secoli... Se l'Europa odierna volesse per Costantinopoli una sorte migliore di quella che le si prospetta, dovrebbe rassegnarsi ad accogliere la Turchia che da decenni aspira a restaurare il Califfato. Ma a quale prezzo per la propria identità?
Garibaldi aveva idee chiare sulla Sublime Porta...
C’è un Garibaldi quasi sconosciuto: non il guerrigliero, il generale, l'Eroe, ma il pensatore politico: alfiere della fratellanza universale ma al tempo stesso strenuo fautore della lotta per sottrarre l’Europa alla dominazione dei turchi e all'invadenza dell’Islam. Garibaldi ne scrisse ripetutamente nel suo ultimo decennio di vita, quello politicamente più fecondo ma, al tempo stesso, il meno studiato e pressoché sconosciuto. Così la sua lotta contro il dominio ottomano su qualunque lembo di Europa e contro la diffusione dell’islamismo (una religione che sconta sei secoli di arretratezza rispetto al cristianesimo e non ha mai fatto i conti con la Rivoluzione francese) rischia di rimanere ignorata. Certo è un Garibaldi scomodo. Ma vi sono buone ragioni per parlarne. Il Generale ebbe e mostrò senno politico superiore a quello che di rado e avaramente gli viene riconosciuto. Il suo anticlericalismo radicale non si circoscrisse alla sola chiesa cattolica ma investì ogni forma di intrusione delle religioni e dei poteri arcani nella vita civile e nella libertà delle persone. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò però molto oltre l’ambito religioso. Fu lotta politica, legata alla valutazione positiva dell’espansione degli europei Oltremare e della colonizzazione dell’Africa settentrionale (programma condiviso da Mazzini) da parte della civiltà occidentale, razionale, fondata sulle scienze, la produzione, il mercato, il progresso civile: un viluppo di questioni che nella sua mente non costituivano affatto un groviglio indistricabile, bensì erano lucidamente presenti nella loro intima connessione. Garibaldi non ingabbiava il Libero Pensiero in pochi meridiani e paralleli: per lui era patrimonio universale. E considerava sua missione propugnarlo ovunque. A quel modo fu effettivamente “eroe dei due mondi”, etichetta altrimenti futile.
Nelle Memorie Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli, una pagina per molti aspetti mai documentata, neppure da Romano Ugolini che ne scandagliò la formazione politica. Ammalatosi in uno dei tanti viaggi in oriente (di quale morbo? non se ne sa nulla), vi rimase più del previsto e si trovò alle strette: “La guerra accesa tra la Russia e la Porta (cioè l’impero turco, detto Sublime Porta dalla residenza del Sultano, NdA) contribuì a prolungare il mio soggiorno. In tale periodo mi successe per la prima volta di impiegarmi a precettore di ragazzi, offertomi dal signor Diego, dottore in medicina, e che mi presentò alla vedova Timoni, che ne abbisognava. Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo per studiare un po’ di greco, dimenticato poi, siccome il latino che avevo imparato nei prim’anni”. I maligni imbastirono molte insinuazioni su quella lunga stagione. Garibaldi ci tornò con una pennellata quando, molti decenni dopo, in una pagina di appunti fustigò “Il prete”: “Si chiami egli prete, Ministro, dervista, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli. (…) Io ho percorso la superficie del globo. In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti dicevan loro ch’io era un maledetto! In Cina mi successe lo stesso, e voi giunti a Canton, la più frequentata e commerciale delle città Chinesi non potete visitarla perché sareste lapidato dalla moltitudine suscitata dai preti”.
L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo non è una cappella laterale della sua vastissima basilica anticlericale. Non è dottrinale, teologica. È propriamente politica. Dall’infanzia aveva appreso, e non solo per racconti popolani ma per esperienze vissute, il pericolo dei “pirati”. Nizza, la sua città, ricordava devastanti incursioni delle flotte turche nel Cinquecento, propiziate dall’alleanza tra Parigi e Istanbul (dal 1453 soggiogata da Maometto II) contro il Sacro romano impero di Carlo V e la Spagna di Filippo II: un gioco diplomatico continuato con Luigi XIV sino a Napoleone III (alleato con Londra e l’impero turco contro la Russia di Nicola I: la “guerra di Crimea” decantata dalla storiografia italocentrica per l’intervento del regno di Sardegna a fianco del Sultano). Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così minacciosa e dannosa da indurre la Francia di Carlo X, il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune. Vi si distinse Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
Nel 1827, ricorda Maurice Mauviel, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne Garibaldi, fu assalito da corsari greci. Il comandante, Semeria, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. In seguito il giovane nizzardo subì due altri assalti pirateschi, mortificanti e umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in Manlio, romanzo contemporaneo, al quale lavorò sino all’ultimo giorno. Vi descrisse i Riffegni (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’Assalto di pirati alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino, eroe della repubblica Romana, recava “Manlio”, di soli cinque anni, verso lo stretto di Gibilterra alla volta dell’America meridionale. In quelle pagine Garibaldi non parla di “arabi”, né di “turchi”. Vi scrisse: “Come il leone, il Riffegno è bello e forte. Non so se, figlio dell’Atlas, egli si debba chiamare di stirpe caucasea. Ignorante, fiero, feroce, e considerando tutto ciò che non è mussulmano, eretico e niente più d’un cane, il Riffegno è naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi (sic) di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali”.
Manlio non è un romanzetto qualunque. È il “testamento politico” di Garibaldi. Un suo capitolo è un susseguirsi di colpi e di grida, culminanti in una sorta di seconda Lepanto liberopensatrice: “«Marsala! Marsala»
rispondeva un garibaldino all’«Allah Urrah» degli Ottomani e si lanciava seguito dai suoi alla riscossa dei difensori della prora”.
La battaglia navale vi viene infine risolta da “Vero”, che, precedentemente ferito e curato dal piccolo Manlio, lascia febbricitante la cabina ove è ricoverato al grido “All’armi…Qui non si tratta di bende ma della pele (sic!) Avanti fratelli!” e a colpi di revolver e di “un coltellaccio che teneva in cintura fece strage orrenda tra i barbareschi, e così i compagni, spinti dall’esempio del valoroso capo e per la propria conservazione”.
Fuori i fondamentalisti dall'Europa...
Sarebbe però meschino ridurre il pensiero di Garibaldi sull’insanabile incompatibilità fra impero turco e civiltà europea a mero riflesso di vicissitudini personali o all’insofferenza nei confronti del clero di qualsivoglia religione. Esso esprime una visione geopolitica di ampio orizzonte, uno scenario plurisecolare, nell’ambito della “prima guerra mondiale” tra cristianità e islam.
Prosatore esondante, Garibaldi sapeva controllare la penna quando necessario. Perciò i suoi scritti vanno centellinati e capiti, più e meglio di quanto sinora sia stato fatto. Il 5 maggio 1873 scrisse al fido Timoteo Riboli, medico, massone, fondatore della lega per la protezione degli animali: “Mentre l’Europa progredisce…che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti, sono egualmente fautori dell’indolenza democratica in Italia, e quindi del trionfo effimero ma reale dell’oppressione e della menzogna…”. Pigiava su tasti suonati da tempo: riforme per guarire la “gran piaga della miseria”, rifiuto del programma dell’Internazionale (confisca della proprietà privata e dei diritti ereditari…), condanna della scioperomania che avrebbe precipitato l’Italia nel disastro.
Non parlava per sé. “Agricoltore” (come si classificò alla Camera), Garibaldi era una “filosofia politica in azione”, campione di una guerra di liberazione culturale e politica, come osserva Aldo G. Ricci in “Obbedisco. Un eroe per scelta e per destino” (Ed. Palombo). Per lui l’Occidente era contrapposto alla Turchia in un conflitto di civiltà. Lo scrisse il 4 marzo 1876 a Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: “La diplomazia del ventre fu incapace di prevenire l’iniziativa del macello umano. I preti nel connubio dei turchi e satolli del loro oro, hanno lanciato l’anatema contro i seguaci della croce. Ed i settari del palo, dopo d’aver lottato per tenerlo in piedi, devono oggi conformarsi allo slancio degli schiavi che preferirono la morte al servaggio. (…) E voi, concittadini di Botzaris, ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto (…). Il turco deve passare il Bosforo (…) e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi. E voi, discendenti dei famosi legionari di Traiano, abitatori del Pindo e delle ubertose pianure del Danubio, non abbandonate i fratelli in servaggio, e non ascoltate l’oscura voce dell’egoismo diplomatico, che vi consiglia di stare indifferenti alla più santa delle lotte. Invalido, io invio un saluto del cuore ai fieri campioni della libertà orientale”.
Contro la “pax” immobilistica dettata dal Congresso di Vienna, ribadita da quello di Parigi del 1856, e dal concerto europeo che di conflitto in conflitto riportava il Vecchio Continente ai confini e alle logiche della Restaurazione, Garibaldi pose il problema delle “nazioni senza stato”, dei popoli inchiodati alle tavole di spartizione delle grandi potenze. In lui vibrava il Risorgimento, lo spirito che aveva fatto nascere l’Italia a stato indipendente, unica nazione emersa per somma di fortune dalle catene post-napoleonica del 1814-15 e dalla repressione della primavera dei popoli (1848-1849).
Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo sulla storia. Bisognava liberarsene. Non per motivi etnici , ma perché era il bastione del fondamentalismo oscurantista.  
L’occasione sembrò profilarsi dal 1875 con le rivolte antiturche, dalla Bosnia alla Bulgaria, represse dalla Sublime Porta grazie al sostegno della Gran Bretagna, sospinta da calcoli geopolitici e interessi finanziari. 
Il 17 luglio 1877 Garibaldi scrisse al marchese Filippo Villani. “Mandare i Turchi in Asia, ecco il provvedimento efficace per gli schiavi dell’Europa Orientale; ogni altra misura sarà una tappa di guerra”. Ma bisognava vincere gli intralci della diplomazia, come ruvidamente vergò nel Romanzo contemporaneo: “In questi ultimi tempi, massime per la questione orientale, si è manifestato nel mondo quanto di lurido esiste ancora nell’umana famiglia. L’Austria ha fatto il suo dovere di aquila o piuttosto d’avvoltoio, sostenendo sordamente la causa dell’oppressore e accatastando ogni specie d’ostacoli all’Europa Orientale. Essenzialmente tiranna essa ha fatto quanto doveva. Ma l’Inghilterra, la terra universale d’asilo, l’emancipatrice degli schiavi, non doveva, guidata da un Ebreo (lord Disraeli, NdA) lasciarsi condurre all’esterminio dei poveri servi ed al sostegno di tiranni esecrabili. No! Ed io racapricio pensandovi! (…) E i preti? Peste dell’umana famiglia, hanno fatto causa comune coi massacratori degli innocenti”.
Nel Manlio Garibaldi passò dalle staffilate contro il clero a quelle specifiche contro “il Turco, che più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!”
Sospinto dall’orrore, il Solitario (come Garibaldi si autodefinì in Clelia) sognò allora una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio turco, a cominciare dall’isola di Creta: “Giunta la flotta italiana sulla rada di Canea, v’incontrò la turca, composta di cinque corazzate e se ne impadronì. Mi si chiederà con quale diritto. Ed io risponderò: collo stesso diritto con cui Maometto Secondo si impadroniva di Costantinopoli ed i pirati turchi delle nostre donne, bambini, uomini, etc., per farne degli schiavi…”.
Non erano sfoghi letterari ma ragionamento politici. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse: “Dunque dopo tanto sangue versato risulterà nell’Europa Orientale uno di quei mostruosi pasticci di cui la diplomazia va famosa. Cosa è questa lunga Turchia che dal Bosforo si estenderà all’Adriatico, passando sul corpo della Bulgaria quasi indipendente, o tra questa e la Serbia da una parte, la Macedonia e la Tessalia dall’altra, le di cui popolazioni se hanno un’ombra di dignità dovranno mantenersi in uno stato perenne d’insurrezione? Quando io dissi al principio di questa guerra: i Turchi dover passare il Bosforo per poter ottenere una pace durevole, e tale è pure la mia opinione d’oggi, ma i turchi che intendano ciò solo: il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l’immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa che di quanti popoli abitatori del Levante è la migliore. Tale emigrazione sarebbe impossibile, converrebbe però non lasciar in Europa un solo prete turco, che basterebbe a seminar la zizzania in tutta la confederazione; e le moschee cambiar in scuole, ove s’insegnerebbe la religione del vero.”
Garibaldi sperava in un congresso che esercitasse l’arbitrato internazionale, la ricerca di una soluzione pattizia dei conflitti nel rispetto della libertà dei popoli, che avrebbe comportato con sé la libera navigazione nel Mar Nero (rumeno perché daco-romano) e negli Stretti.
La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’impadronì di Cipro e ne fece l’isola della divisione, del conflitto permanente, quale ancora rimane, mezza staterello indipendente (finanziariamente allo stremo), mezza sotto sovranità turca: un equivoco irrisolto nel Mediterraneo orientale. E il gran Malato d’Oriente divenne sempre più la polveriera della futura conflagrazione europea, esplosa nell’estate 1914 dopo la guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia e tre guerre balcaniche in due anni: groviglio inestricabile, letto di procuste sul quale la diplomazia inetta inchiodò l’area balcanica sino all’esasperazione delle genti.
Il Solitario aveva intravveduto e suggerito la soluzione, ma non ne vide l’approdo ultimo. Nel 1897 Creta insorse ma l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosue Carducci in versi staffilanti. La grande guerra si concluse con la pace di Sèvres (1920) che lasciò gli Stretti ad Ataturk (massone, si, ma, come tanti altri “fratelli”, solo sino a quando gli fece comodo) in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di laicizzazione. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per una somma di errori e nefandezze delle diplomazie, oggi incombenti sull'Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera unitaria, lungimirante, di vasto respiro.
Aveva ragione Garibaldi. Il cui pensiero perciò venne lasciato chiuso in carte dimenticate: troppo scomodo… ma attualissimo. Da scoprire.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Giosue Carducci (1835-1907) nel  giugno 1897 sferzò l'ignavia dell'Europa centro-occidentale dinnanzi alle stragi degli armeni e dei greci in “La mietitura del turco”.  Scrisse: “ Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar.// (...) Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior delle elleniche beltà./I monarchi di Cristo assisteranno / bianchi eunuchi a l'harem del Padascià”. 
In soccorso dei greci si mosse una legione di volontari garibaldini, guidato da Ricciotti Garibaldi. Nella battaglia di Domokòs (17 maggio 1897) cadde anche il cinquantaduenne forlivese Antonio Fratti, patriota e deputato alla Camera.  
  

MARZIA TARUFFI E PATRIZIA DEABATE
DUE DONNE INTORNO AL CUOR CI SON VENUTE...

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 Aprile 2021, pagg. 1 e 11. 

Marzia Taruffi presenta i Grandi Maestri della Massoneria italiana, Stefano Bisi e Antonio Binni, a un Martedì Letterario del Casinò di Sanremo.Resurrezione e Magia
Il Mago. È il major. Fa di più perché sa di più. È “Maggiore”. Ma è maschio? La Magia è femminile. Ha la stessa radice di Maggiorità (si raggiunge quando lo decidono le Matrone) e di Majestas. Gli Antichi sapevano e facevano. Celebravano riti millenari. Non sono pratiche di circoli esoterici ma di tutte le religioni abramitiche e, ancor più, di culti ancestrali. La principale era coniugare la vita con la morte e la morte con la vita: compito precipuo della Gran Madre. Nulla va perduto. La carne lascia le ossa ma l'Acacia rifiorirà.
I “cives” vanno in guerra. Muoiono. È loro sacro dovere. Le matrone conservano e tramandano, di generazione in generazione. Sono loro ai piedi della Croce della Storia, perché conoscono tutti i “passaggi” della vita, che ai “maschi”, per quanto si sforzino, sfuggono: eterna dualità tra Luna e Sole, fondamento di calendari ignoti nel mondo dei “secolarizzati”, coperti di squame.
Non per caso il Cristo Risorto non si presentò agli Apostoli. Uno, per salvarsi, lo aveva rinnegato tre volte. Un altro non gli credette se non dopo aver ficcato il dito nella ferita. Si disvelò invece alle Pie Donne: un privilegio che poi venne velato e cancellato. Eppure da millenni sono proprio le Donne a prevalere. Custodi del Fuoco Sacro non erano consoli, tribuni, senatori ma le Vestali. Mentre il Potere oggi si sfarina e crolla, qualche cosa cambierà? I segnali non mancano. La poesia, la ricerca, la creatività sempre più sono femminili, non solo etimologicamente ma anche nei fatti. Come la Magia.
Ne sono esempio le vincitrici delle due prime edizioni del Premio Acqui Edito/Inedito, Marzia Taruffi e Patrizia Deabate. Da un anno tra Piemonte e Liguria si alzano muraglie di decreti e ordinanze che vietano o almeno intralciano scambi millenari. Chissà se a Roma sanno del Vallone delle Meraviglie? Alabardieri vigilano mandandosi segnali da un casello autostradale all'altro, come da torri saracene a guglie medievali, per segnalare auto sospette di clerici vaganti in cerca di parenti o anche di quel po' di sole che tanto giova ai caucasici carenti di vitamina D.
L'Opera di Marzia Taruffi... 
Al di sopra di queste detestate barriere si librano Opere che invitano a riscoprire il millenario legame non solo culturale tra le Terre dell'Italia nord-occidentale.
Fresco di stampa è il romanzo “Il Podestà ed Esterina” di Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura del Casinò di Sanremo e vincitrice del Premio Acqui Inedito 2020, pubblicato da De Ferrari (Genova). La motivazione recita: “Dal baule della grande storia, consegnata a opere quali Una cento mille Casinò di Sanremo e Agosti-De Santis dall'azzardo alla Cultura del gioco, Marzia Taruffi estrae lo scrigno del suo nuovo romanzo. Due sogni vi si intrecciano a distanza di un secolo: di Esterina (suor Vittorina) e di Roberto, pronipote e architetto come Pietro Agosti, rientrato a Sanremo dall'Argentina per far risorgere il Teatro Principe Amedeo, distrutto nel 1945, in una visione capace di unire rigore filologico e prospettiva futuristica”. Nella trama del romanzo la scrittrice inserisce Amelia, giornalista talentuosa, pronta ad aprire le braccia all'affetto, ma decisa a proseguire nel proprio cammino professionale e intellettuale: una missione (come quella di Esterina) che esige e propizia la libertà.
Le due storie si intersecano in un sapiente gioco di specchi, con lo scavo di sentimenti sublimi, spasmodici e infine vittoriosi perché la vocazione prevale sull'attrazione, l'Eterno sull'Immanente. Implacabile, vince il Destino. L'unione è lontananza. La vita diviene scelta di morte.
Il misterioso suicidio corporale del grande Pietro Agosti, Podestà di Sanremo, filo conduttore dell'incalzante narrazione, è tutt'uno con il contrasto tra la bellezza struggente dei luoghi e della vita sociale incardinata sul culto della mondanità (musica, danza, colori, profumi di fiori...) e la brutalità della lotta politico-amministrativa di cui Roberto è spettatore e vittima. Insegna l'impossibilità di sfuggire al Fato.
Il romanzo attinge al pozzo della storia e della sua interpretazione metafisica, indaga l'Architettura, Arte Reale tesa a coniugare Natura e Pensiero, volizione umana e Forze incontrollabili (il fantasma di Bussana, reliquia del terribile terremoto, l'Eremo della “Visitazione”…), e fonde insieme progetti, “materiali” e parole, raccolti nel laboratorio alchemico che Marzia Taruffi – segretaria generale e animatrice del Premio Antonio Semeria – domina con piena padronanza. Il racconto unisce robusta trama narrativa e proprietà linguistica, sempre garbata, già sperimentata in D'indaco era il mare (2019).
La copertina del volume di Patrizia Deabate.… e di Patrizia Deabate
Appena pubblicato dal Centro Studi Piemontesi e già lodato nei maggiori quotidiani (a ultimo dall'esigente Marcello Veneziani in “La Verità”), Il misterioso caso del “Benjamin Button” da Torino a Hollywood. Nino Oxilia, il fratello segreto di Francis Scott Fitzgerald è l'approdo di lunga e fruttifera ricerca condotta al di qua e al di là dell'Atlantico dalla studiosa albese Patrizia Deabate, a sua volta vincitrice della sezione Saggio storico Premio Acqui “Edito e Inedito” (2019). Introdotta da una dotta e partecipe prefazione di Carlo Sburlati, l'opera è labirintica e ammaliante. La sua ispirazione profonda, che vale anche da chiave di lettura, è una citazione fatta propria dalla scrittrice: “Dove gli storici si fermano non sapendo più niente, appaiono i poeti e indovinano. Loro vedono ancora quando gli storici non vedono più”. Di Nino Oxilia, commediografo, interventista, animatore di cultura, caduto sul monte Tomba all'indomani di Caporetto e “modello segreto” dello scrittore e sceneggiatore Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) Patrizia Deabate ha scritto ripetutamente, in specie all'indomani del restauro critico della pellicola “Addio Giovinezza”. Nelle sette “stazioni” del volume il lettore è condotto alla scoperta di mondi e di autori dimenticati dai più e dei loro legami intercontinentali, nella successione di “epoche” che hanno scandito il fascinoso e tragico Ventesimo Secolo. Aperto dal sogni di Fratellanza universale (Deabate evoca la “Corda Fratres” di cui molto ha scritto Marco Albera, mecenatesco promotore di studi) e, al tempo stesso, di liberazione delle nazioni senza Stato e del completamento dell'unificazione intrapresa nell'Ottocento ma rimasta incompiuta (era il caso dell'Italia, che agognava a Trento, Trieste e alle città italofone dell'Istria e della costa dalmatica), il Novecento precipitò nel baratro della Grande Guerra, dal 1917 divenuta mondiale. In quella temperie tornarono a rifulgere miti d'antan come Giovanna d'Arco, proclamata santa da papa Benedetto XV mentre la laicissima e anche assai massonica Francia riapriva l'ambasciata presso la Santa Sede, spiazzando la Terza Roma suggellata da Porta Pia.
Nucleo della poderosa ricerca di Patrizia Deabate  è anche la possibile suggestione della “favola bella” del cattolico Giulio Gianelli, Storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino, sull'autore di “The Side of Paradise” uscito cent'anni addietro. E' in quell'intrico che Nino Oxilia ( Dick Diver?) si configura quale “fratello segreto” di Francis Scott Fitzgerald.
Chiuso il dottissimo volume, il lettore s'interroga sul demone che ha spinto l'“alpinista” albese Patrizia Deabate a scalare per anni e a esplorare  le vette di una ricerca così complessa. La risposta è nella città dei suoi studi universitari, Torino, apparentemente grigia e monocorde, in realtà, come scrisse Giorgio De Chirico a Paola Levi-Montalcini e ricorda la scrittrice, “la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d'Italia ma di tutto il mondo”: sulla direttrice da Mont Saint-Michel a Israele, come le suggerì lo slavista Piero Cazzola, indimenticabile Grande Saggio del Centro Studi Piemontesi.

Marzia e Patrizia (nomi che sanno di Destino) indicano la via: la Poesia e la Vita, al di là delle rovine. La Resurrezione. La Magia. Ve n'è bisogno.
Aldo A. Mola
DIDASCALIE: 
1 -Marzia Taruffi presenta i Grandi Maestri della Massoneria italiana, Stefano Bisi e Antonio Binni, a un Martedì Letterario del Casinò di Sanremo.
2 – La copertina del volume di Patrizia Deabate.


A VELE SPIEGATE L'ACQUI STORIA 2021
Da poco insediata Assessore alla Cultura del Comune di Acqui Terme in successione all'avvocato Alessandra Terzolo, Cinzia Montelli, tornata nella sua nativa città della Bollente ove già diresse il Grand Hotel Nuove Terme, annuncia il rinnovamento  del Premio Acqui Storia, che dal 2021 entra nella 54a edizione, affiancato dal Premio Acqui “Edito e Inedito”, giunto alla 3a edizione. Fondato da Marcello Venturi (autore di Bandiera bianca a Cefalonia) e altri per ricordare la tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia (settembre 1943), ripetutamente ricostruita da storici di polso, nel tempo il Premio ha gemmato le sezioni speciali:la  “Storia in TV” (lo scorso anno ne fu vincitore Roberto Olla), i “Testimoni del Tempo” (chiamati sul palco del Teatro Ariston di Acqui a narrare la loro esperienza intellettuale e umana) e il premio “alla Carriera” conferito a storici quali Mario Cervi, Franco Cardini, Roberto Vivarelli, Giuseppe Galasso, Domenico Fisichella, Francesco Margiotta Broglio, Donald Sassoon e Romano Ugolini.
Nel tempo l'Acqui Storia è divenuto il premio propriamente storiografico più prestigioso, per numero di concorrenti, qualità e rigore delle giurie, nel panorama culturale italiano e internazionale. Ora, afferma l'Assessore Cinzia Montelli, esso punta all'affermazione della ricerca storica quale “fondamento del progresso morale, culturale e sociale in una visione sempre più transnazionale”, sulla scia delle edizioni che hanno veduto finalisti e vincitori d'oltralpe e persino di altri continenti, quali Hubert Heyriès, Adélaide De Clermont-Tonnerre e Nicolas Stargardt.
L'Assessore Montelli ha innovato le giurie. In sostituzione del benemerito Maurilio Guasco, alla presidenza della sezione sezione scientifica ascende Gianni Oliva, suo componente dal 2015. Autore di numerose e innovative opere di storia militare e politica, prevalentemente edite da Mondadori, già preside di licei torinesi e assessore alla cultura della Regione Piemonte, Oliva è affiancato da Mola, confermato  vicepresidente vicario. A fianco di Massimo De Leonardis, Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato, Gennaro Sangiuliano (direttore del TG2) e altri entra in Giuria Marta Margotti, docente di storia contemporanea all'Università di Torino, autrice di robuste opere su religioni e secolarizzazione, ebraismo, cristianesimo e islamismo, giornalismo e cattolicesimo in Francia nell'Otto-Novecento.
Alla presidenza della sezione divulgativa Giordano Bruno Guerri è sostituito da Michela Ponzani, già conduttrice di “Il Tempo e la Storia” (Rai 3 e Rai Storia) e autrice di numerosi saggi sulla Resistenza e l'Italia repubblicana. A Carlo Prosperi (vicepresidente vicario) e a giurati di lungo corso (Augusto Grandi, Luigi Mascheroni...) si aggiunge Michele D'Andrea, per decenni capo cerimoniere del Quirinale, forte di studi di araldica. Gli si debbono, fra altro, lo stendardo del Presidente delle Repubblica, i nuovi “gradi” di varie Armi e saggi sulla Grande Guerra.
Altrettante le innovazioni nella sezione del romanzo storico, presieduta da Igiaba Scego, scrittrice italo-somala, collaboratrice di quotidiani e riviste tra cui “Internazionale”, premiata a Palermo e a Napoli. A Miska Ruggeri (vicepresidente), Mario Bernardi Guardi, Giancarlo Mazzuca, Emanuele Mastrangelo (redattore di “Storia in rete”) e Carlo Sburlati (per anni creativo demiurgo del Premio), si aggiunge Paolo di Paolo, già finalista dei Premi “Italo Calvino” e “Strega” e autore di opere pubblicate da Einaudi e Feltrinelli.
Rimangono identiche le giurie del Premio “Edito” (Luca Cremonesi, Gianluca D'Aquino, Danilo Poggio, Emanuele Mastrangelo, Mariapaola Pesce ed Elisa Rocchi) e di quello “Inedito” (Fabrizio De Ferrari, Vito Gallotta, Paolo Lingua, Aldo A. Mola e Vittorio Rapetti).
L'Assessore Cinzia Montelli si prefigge di fare del Premio il perno di una settimana di incontri culturali che intreccino storia, narrativa, arti e musica. L'“Acqui” diviene un laboratorio aperto alle scuole e alla città, centro di attrazione per le tante energie pulsanti della creatività culturale nell'Italia nord-occidentale, cerniera d'Europa. Concentrazione sul territorio e conquista degli spazi sono le due direttrici di marcia della città che sta scoprendo e valorizzando le sue origini romane, la sua funzione di cinghia di trasmissione tra l’entroterra piemontese e lombardo e il Mar Ligure, sempre nel ricordo della catastrofica seconda guerra mondiale e di un Mediterraneo insanguinato: un monito per il presente.
Aldo A. Mola

BICENTENARO DIMENTICATO
L'INDIPENDENZA DELLA GRECIA E LA COSCIENZA DELL'EUROPA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

EUGENE DELACROIX (1798-1863). Probabilmente figlio adulterino di Charles Maurice de Talleyrand, già vescovo di Autun e ministro degli Esteri della Francia da Napoleone ai re della Restaurazione, fu tra le massime espressioni del Romanticismo pittorico europeo. Dette voce anche alla storia a lui contemporanea, come in Scene del massacro di Scio (conservato al Louvre di Parigi), l'isola greca ove i turchi annientarono ferocemente la popolazione cristiana. Il dipinto rivaleggiò per efficacia, con l'altrettanto celebre I Profughi di Parga di Francesco Hayez (1831).3 aprile 1821. Cadono due secoli dall'inizio della lunga lotta dei greci per la propria liberazione dal giogo turco-ottomano. Orgoglio dell'Europa civile. Vergogna per quella della “diplomazia”.
“L'Europa non c’è! L’Europa non esiste!”: così esordì Eddy Sogno in una conferenza organizzata al Cinema “Italia” di Saluzzo su invito dell'allora segretario locale del Movimento studentesco per l'Organizzazione internazionale. Trentacinque anni fa. Quale Europa esiste ora? Il pachiderma affossato dalla Corte costituzionale tedesca che ha sconfessato il Parlamento germanico sul “Recovery Plan”?Persino Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri dello Stato d'Italia e già presidente della Banca Centrale Europea, prende atto, oggi, che l’Europa continua a non esserci. L'uscita della Gran Bretagna (a maggioranza risicata) ha suscitato scalpore. Ma molti Stati dell'Unione, dopo un decennio dall’entrata in vigore della “moneta unica”, non hanno mai adottato l'euro fiutandone gli effetti tossici: l'aumento drastico dei prezzi, il dimezzamento del potere d'acquisto e, quindi, del valore dei dei risparmi, l'impoverimento del ceto medio. L'Europa non c'è sul piano basso di vaccini e siringhe e neppure su quello, più alto e “sofisticato”, degli eurobond, che poi altro non sono se non un indebitamento colossale perpetuo, condivisibile da Paesi spreconi (Italia in testa), molto meno da quelli che nascondono le rughe dei loro antichi imperi sotto le creme del potere finanziario, che non conosce bandiere.
L'Europa non c'è, come non c'era quando albeggiò il Risorgimento italiano, che non sbocciò come un fiore in serra, ma nacque dal sangue degli italiani che combatterono sotto le bandiere di Napoleone, da Austerlitz alla campagna di Russia, ove il loro valore militare rifulse anche nella cavalleria comandata da Gioacchino Murat, suscitando l'ammirazione dell'Europa del tempo. Ne scrissero Silvio Pellico e il ventenne Giacomo Leopardi, che credeva nell'“Italia” quale correttivo della pochezza degli italiani.
In principio è la Grecia, Grande Madre delle Libertà
Nel 1815 il Congresso di Vienna ritenne di poter cancellare venticinque anni di storia  bilanciando Tradizione e Legittimità e ignorando le “nazioni”, vittoriose su Napoleone nella battaglia di Lipsia (1813). Germogliate proprio per effetto della Grande Rivoluzione, queste andavano rimosse dalla scena. Troppo pericolose per un'Europa con la testa rivolta al passato remoto. Bisognava riportare le lancette all'indietro. Cancellare non solo Napoleone, ma anche quanti lo avevano avversato in nome della libertà di pensiero e di stampa, a tacere delle rivendicazioni sociali. Furono ripristinati i codici di fine Settecento, con tanto di torture e di esecuzioni efferate, come la pena della ruota. Tutto dove possibile, le monarchie appena restaurate, per consolidarsi, si afferrarono ai panni della Chiesa cattolica. A Pio VII e immediati successori non parve vero di avere quell'ombrello. 
A squassare la “pax” artificiosa del Congresso di Vienna, basata sulla repressione, si mossero le periferie dell'Europa. Primi fra tutti furono i liberali di Spagna, che imposero al fatuo Fernando VII il ripristino della Costituzione del 1812, mentre al di là dell'Atlantico cominciò a collassare l'immenso impero coloniale di Madrid, dal Messico all'Argentina. Ma che cosa ne sapeva e ne capiva la generalità degli abitanti del Vecchio Continente, in massima parte analfabeti alle prese con la sopravvivenza e una speranza di vita ferma a 30 anni di età? Che cosa ne sapevano e capivano i governi di Stati di medie e piccole dimensioni, inclusi quelli del mosaico italiano dell'epoca?
A comprendere e a spiegare fu la minoranza colta, che promosse riviste (come a Milano “Il Conciliatore” di Federico Confalonieri e a Firenze l'“Antologia” di Gian Pietro Viesseux): una goccia nel mare del conformismo, ma combattiva e collegata alle avanguardie culturali d'Oltralpe, dalla Germania “narrata” da Madame de Stael alla Francia di René de Chateaubriand, all'Inghilterra (come la Gran Bretagna era comunemente detta).
Dopo la Spagna, fu la volta della Grecia. Il 7 marzo 1821, due secoli fa, Alessandro Maurogonato irruppe in Moldavia e Valacchia contro il secolare dominio turco-ottomano e il 9 aprile entrò in Bucarest. Il 3 aprile insorsero i Greci, ispirati dall'Eterìa (=Fratellanza), una società segreta nata a Odessa nel 1814 e costituita da capitani di mare, militari, studiosi, e protetta dallo zar di Russia, Alessandro I, deciso a tutelare sia i Luoghi Santi sia i greco-ortodossi dell'antica Ellade. Ne fu capofila Alessandro Ypsilanti.
Dopo la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II (1453), anche la Grecia era stata soggiogata dai turchi, che la scomposero in sei sangiaccati affidati a “beg”, che dominavano con imposizione fiscale vessatoria e rastrellavano ragazzi per l'esercito del Sultano. I tentativi di riscossa della Repubblica di Venezia fallirono lo scopo. Solo nell'età napoleonica risuonò la diana della riscossa, sull'esempio della  “Marsigliese”: “Orsù, figli dell'Ellade...”. Poi la Grecia ripiombò sotto il giogo turco, ancora più duro e spietato. L'aspirazione all'emancipazione ellenica fu soffocata da spietati interessi politico-militari ed economici delle maggiori potenze “occidentali”. Con il Trattato di Giannina il 7 maggio 1817 l'Inghilterra restituì agli islamici alcune isole e cittadine greche temporaneamente libere. Fu il caso di Parga, i cui abitanti il venerdì santo del 1819 abbandonarono la propria terra, bruciarono tutto e partirono per Corfù, portando con sé anche le salme degli antenati. L'Europa liberale ne fu scossa. In Italia parlò per tutti Giovanni Berchet (Torino, 1783-Milano, 1852) nel poema I profughi di Parga. Carbonaro, cospiratore, esule a Parigi per sottrarsi alla feroce repressione austriaca, sensibile allo “Spirito che soffia dove vuole”, Berchet anticipò il celebre quadro di Francesco Hayez che nel 1831 immortalò la tragedia dei parghelioti.
La Grecia, dunque, era nel cuore dei liberali italiani quando il 9 aprile 1821 gli indipendentisti lanciarono l'appello all'Europa affinché accorresse in aiuto dei suoi “fratelli maggiori”. Per i colti era indissolubile il legame con la patria primogenita del Bello e Valoroso, della filosofia e della storiografia. All'insorgenza che indisse la crociata per la liberazione della Grecia e ottenne qualche successo soprattutto in mare, il Sultano rispose impiccando Gregorio V, Patriarca di Costantinopoli, e infierendo sulla popolazione. Lo zar Alessandro I cozzò con la Santa Alleanza, indifferente alle sorti dei greci e decisa, all'opposto, a schiacciare i liberali spagnoli con l'invio di l'esercito dei centomila “figli di San Luigi”, che avanzarono come un rullo compressore contro i costituzionali.
Malgrado dissidi interni, il 13 gennaio 1822 a Epidauro venne proclamata l'indipendenza della Grecia e fu approvata la “legge organica” di 110 articoli: una Costituzione alla cui elaborazione concorse Vincenzo Gallina (Ravenna, 1795-Aleppo, 1842), membro del Consiglio supremo carbonaro delle Romagne, esule al seguito di Pietro Gamba e apprezzato da Alessandro Maurocordato e da Teodoro Negri.
Due secoli di storia travagliata
La lotta dei greci per l'indipendenza si protrasse per un decennio, segnato anche dalle discordie al limite della guerra civile tra opposte fazioni. Essa fu scandita da orrori, come avvenne nell'isola di Chio e a Missolungi (ove il 19 aprile 1824 cadde il celebre e inarrivabile lord George Gordon Byron), riconquistate dai turchi, spintisi poi a riprendere l'Attica e la stessa Atene, seminandovi il terrore.
Dopo vari e inconcludenti trattati (1827-1828) e la vittoria navale franco-anglo-russa  a Navarino (20 ottobre 1827), finalmente le potenze europee addivennero al Protocollo del 3 febbraio 1830 che instaurò in Grecia la monarchia costituzionale. Nel 1832 la corona fu assegnata a Ottone di Wittelsbach, figlio di Luigi I di Baviera. Nel 1863 (messa da canto l'ipotesi di conferirla ad Amedeo di Savoia, duca di Aosta, come propugnato dal monregalese Carlo Michele Buscalioni, che nel 1870 concorse poi a issarlo sul trono di Madrid  e venne ripagato col titolo di “Grande di Spagna”) il trono passò a Guglielmo Giorgio, figlio di Cristiano di Danimarca, che assunse nome di Giorgio I. Ma il resto della penisola balcanica rimase nelle mani del Sultanato-Califfato “Grande malato d'Oriente”. Anche dopo il collasso dell'impero turco nella Grande Guerra, anche profittando della guerra civile in atto nell'ex impero zarista, l' “Occidente” continuò a lasciare in mano turca Costantinopoli. E così rimane. La miopia si paga nei secoli.
Conquistata l'indipendenza con dieci anni di guerra, la Grecia continuò ad avere una storia travagliata, ripetutamente  lontana dagli ideali dei patrioti italiani che vi accorsero e donarono la vita per la sua libertà. Primo fra tutti Santorre di Santarosa....
Aldo A. Mola


SANTORRE DI SANTAROSA
UNA VITA PER LA LIBERTÀ DELLA GRECIA


Statua di Santorre di Santarosa, eretta nella omonima piazza di Savigliano (CN). La città conta due piazze che, come quella di Cuneo originariamente dedicata a Vittorio Emanuele II,  non è “sagrato” di chiese ma “spazio laico”. Al centro dell'attigua Piazza del Popolo, a Savigliano, si erge la statua bronzea del Generale Giuseppe Arimondi, caduto nella battaglia di Abba Garima (o Adua) il 1° marzo 1896 e scoperta alla presenza di Umberto I. Nel monumento, opera dello scultore romano Giuseppe Lucchetti Rossi, Santarosa regge nella sinistra la Costituzione del 13 marzo 1821 e tiene la destra sull'elsa della spada: civis romanus, che unisce diritti politici e servizio militare, come sancito dalla Costituzione italiana, per la quale è “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.“Quando si ha un animo forte, conviene operare, o scrivere, o morire” annotò Annibale Santorre Derossi, conte di Pomerolo e signore di Santarosa (Savigliano, 18 novembre 1783-Sfacteria, 8 maggio 1825) in un’accorata lettera spedita da Londra alla moglie, che non vedeva dall'inizio del suo forzato esilio (la si legge nella poderosa raccolta del suo Epistolario (1821-1825), curato da Antonino Olmo per la Biblioteca scientifica dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma, 1969).
Alfiere a tredici anni nei Granatieri reali comandati dal padre, Michele, colonnello e massone, Santorre partecipò alle battaglie contro l'Armata d'Italia di Napoleone a Mondovì (1796) e a Marengo (14 giugno), ove il padre lasciò la vita sul campo. Entrato nella vita pubblica, maire di Savigliano dal 1807 e sottoprefetto a La Spezia dal 1812, al mai interrotto studio delle armi e della storia unì la passione per le lettere, con l'intento di possedere la lingua italiana proprio quando Napoleone impose l'obbligo del francese nelle terre (come il Piemonte e la Liguria) direttamente annesse al suo Impero. Ne lo documentano  la “Istoria del Romito” e i Carmi, che fece stampare in due sole copie nel 1812 e vennero ristampati dall'Artistica di Savigliano, a cura di  Olmo. Forte dell'ampia cultura (di cui scrisse Antonio Piromalli negli atti del convegno saviglianese coordinato da chi scrive il 5 maggio 1984, con la partecipazione degli storici Narciso Nada e Franco Della Peruta, presente l'ambasciatore di Grecia), nel 1814, col ritorno a Torino di Vittorio Emanuele I, Santarosa entrò capitano nel reggimento Guardie e col suo I battaglione combatté valorosamente a Grenoble in difesa del restaurato Regno di Sardegna.
Affiliato alla Carboneria, società segreta mirante al ripristino della monarchia costituzionale, e a contatto con movimenti settari quali gli Adelfi e i Federati, egli fu tra quanti premettero su Carlo Alberto di Savoia-Carignano per la promulgazione della Costituzione spagnola detta di Cadice, rifiutata dal re, che preferì abdicare, e rinnegata dal suo successore (e fratello) Carlo Felice, che, temporaneamente a Modena, impose al parente di tredicesimo grado (qual era Carlo Alberto) di  recarsi a Novara, agli ordini del maresciallo La Tour, pronto a stroncare la ribellione.
Quell’insorgenza da preminentemente monarchica assunse anche altre vesti, più radicali, in specie ad Alessandria. Ministro della Guerra nella Giunta provvisoria di governo, presieduta dal saluzzese canonico Bernardo Marentini, Santarosa sfuggì alla repressione ma venne impiccato in effige a Savigliano, per monito ai liberali. Riparato in Svizzera, da cui fu espulso, andò esule a Parigi, ove il filosofo Victor Cousin l’aiutò a migrare in Inghilterra per sottrarsi all’estradizione in “Piemonte” e alla tragica orte che gli sarebbe toccata. A Londra Santarosa condivise l'esilio con Luigi Ornato (Caramagna Piemonte, 1787-Torino, 1842), una tra le menti europee più alte della sua epoca, e conobbe altri esuli insigni, come Ugo Foscolo. Privo di mezzi, visse di stenti. Deluso e a volte depresso (“I miei sogni, i sogni della mia vivissima fantasia, sono ormai svaniti...” scrisse nel 1823), nel novembre 1824 partì alla volta del Peloponneso con l'amico di sempre, Giacinto Ottavio Provana di Collegno, che indossava la divisa militare da quando aveva sette anni, per concorrere alla lotta dei greci contro i turchi di Istanbul e i loro alleati egiziani.
Si domandò: “chi sa quali accoglienze, chi sa che fine ci attende?”. Come temeva, i greci non gli conferirono alcun comando e riluttarono ad accettarlo persino come soldato semplice, nel timore che la sua presenza nelle loro file ostacolasse l'aiuto della Francia conservatrice di Luigi XVIII e di Carlo X e forse anche del governo inglese, scaltramente opportunista.
Inviato infine a soccorrere l'isola di Sfacteria, l'8 maggio 1825 fu travolto nella mischia e ucciso dal nemico che non faceva prigionieri se non nella certezza di trarne vantaggio col riscatto. Accorso nell'isola pochi giorni dopo, Collegno non ne rinvenne neppure la salma. Anni dopo gli venne eretto un modesto monumento su impulso di Cousin. 
La sua vera eredità furono il meditato e sofferto saggio La Révolution piémontaise (1822, ristampata a Torino nel 1850 e di prossima riedizione anastatica come “Quaderno de L'Ipotenusa”), vari memoriali, che saranno alla base del convegno in programma a Pinerolo sabato 18 settembre 2021 per iniziativa della Società Storica Pinerolese, e soprattutto il suo esempio di coerenza, spinto sino al sacrificio della vita in nome di un ideale universale: la libertà e la fratellanza dei popoli, enunciato con Guglielmo Moffa di Lisio all'inizio del moto costituzionale del marzo 1821.
Aldo A. Mola
DIDASCALIE:
1 – EUGENE DELACROIX (1798-1863). Probabilmente figlio adulterino di Charles Maurice de Talleyrand, già vescovo di Autun e ministro degli Esteri della Francia da Napoleone ai re della Restaurazione, fu tra le massime espressioni del Romanticismo pittorico europeo. Dette voce anche alla storia a lui contemporanea, come in Scene del massacro di Scio (conservato al Louvre di Parigi), l'isola greca ove i turchi annientarono ferocemente la popolazione cristiana. Il dipinto rivaleggiò per efficacia, con l'altrettanto celebre I Profughi di Parga di Francesco Hayez (1831).
2 - Statua di Santorre di Santarosa, eretta nella omonima piazza di Savigliano (CN). La città conta due piazze che, come quella di Cuneo originariamente dedicata a Vittorio Emanuele II,  non è “sagrato” di chiese ma “spazio laico”. Al centro dell'attigua Piazza del Popolo, a Savigliano, si erge la statua bronzea del Generale Giuseppe Arimondi, caduto nella battaglia di Abba Garima (o Adua) il 1° marzo 1896 e scoperta alla presenza di Umberto I.
Nel monumento, opera dello scultore romano Giuseppe Lucchetti Rossi, Santarosa regge nella sinistra la Costituzione del 13 marzo 1821 e tiene la destra sull'elsa della spada: civis romanus, che unisce diritti politici e servizio militare, come sancito dalla Costituzione italiana, per la quale è “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.

MILITARI E MASSONI
ALLE RADICI DELLE LIBERTÀ D'OGGI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

Sicuramente iniziati alla Massoneria (Grande Oriente  d'Italia o Gran Loggia d'Italia), alle Fosse Ardeatine vennero suppliziati  Teodato Albanese, Carlo Avolio, Umberto Bucci,  Silvio Campanile, Salvatore Canalis,  Giuseppe Celani, Gerardo De Angelis, Renato Fabri, Aldo Finzi, Fiorino Fiorini,  Manlio Gelsomini, Umberto Grani, Mario Magri, Placido Martini, Attilio Paliani, Giovanni Rampulla,  Umberto Scattoni, Mario Tapparelli, Angelo Vivanti e Carlo Zaccagnini. Ognuna delle loro biografie è uno specchio della lunga  e spesso contraddittoria e tragica storia d'Italia. Attendono di essere ricordati anche per la “catena di unione” che in tempi diversi li aveva uniti molto prima che venissero condotti al supplizio, legati i polsi dietro la schiena e le caviglie, perché potessero fare solo piccoli passi. All'iniziazione in loggia avevano appreso a marciare verso la libertà.  I Dioscuri della Libertà. Cordero di Montezemolo...
Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, classe 1901, colonnello dal 1° maggio 1943, “Giacomo Cateratto” in clandestinità, assassinato il 24 marz 1944 dalle SS naziste alle Fosse Ardeatine (Catacombe di San Callisto, recita la motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare).
Giuseppe Perotti, classe 1895, generale di brigata dal luglio 1942, fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto (Torino) su sentenza della sezione torinese del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Due Militari. Due patrioti. Due uomini che credevano strenuamente nell'Italia nata dal Risorgimento: una, indipendente, libera di decidere il proprio futuro. Entrambi consapevoli che la “missione” può costare il sacrificio supremo.
A unirli, senza che l'uno sapesse dell'altro, vi sono anche gli studi. Allievo dell'Accademia militare di Artiglieria e Genio di Torino, dopo la partecipazione alla Grande guerra che gli valse decorazione e promozione per merito, Perotti si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Torino. Volontario a 17 anni nel 3° Reggimento Alpini e promosso caporale, sottotenente dal 2 novembre 1919, a sua volta Cordero di Montezemolo si laureò in ingegneria civile a Torino, nel 1923. Riprese la carriera militare l’anno seguente.
Senza risalire al passato remoto, a differenza di un'opinione tanto diffusa quanto infondata, i “quadri” dell'Armata Sarda e dell'Esercito italiano vennero formati con studi severi, nel solco dell'Accademia delle Scienze di Torino fondata, con altri, da Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio. Forgiò generali come Luigi Federico Menabrea, tre volte presidente del Consiglio dei ministri nel 1867-1869, e Luigi Pelloux, due volte presidente nel 1898-1900. 
Di famiglia originaria della Spagna e da novecento anni infeudata nel Monregalese, Giuseppe Cordero Lanza  di Montezemolo (breve: Montezemolo) nel 1937 fu capo di stato maggiore della Brigata “Frecce Nere” mandata in aiuto dei nazionalisti spagnoli guidati dai Quattro Generali  (Sanjurjo, Mola, Franco, Queipo de Llano) contro chi mirava a fare della Spagna una “succursale” dell'Urss di Stalin. Capo dell'Ufficio Operazioni del Comando Supremo agli ordini del Maresciallo Ugo Cavallero, dopo la defenestrazione di Mussolini da parte del Re (25 luglio 1943) fu incaricato di missioni speciali da Pietro Badoglio, nuovo capo del governo. Rimasto a fianco del genero del Re, Giorgio Calvi di Bergolo, mentre il governo e i Reali si trasferivano in Puglia, il 10 settembre trattò la resa con il Maresciallo Albert Kesselring per ottenere che Roma fosse riconosciuta “città aperta”, come desiderato anche da Pio XII, sovrano dello Stato del Vaticano. Nominato capo del Fronte militare clandestino a contatto con il governo di stanza a Brindisi, organizzò una rete di formazioni militari estesa in tutta l'Italia occupata, con una direttiva precisa: collaborazione con i “politici” (che si andavano organizzando in comitati di liberazione e in bande “di partito”) ma, come ricorda il generale di corpo d'armata  Oreste Bovio nella biografia inserita in Sacerdoti di Marte (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, 1993): “Nelle grandi città (non solo Roma, dunque) la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia”. Ai “politici” spettava la “propaganda”, ai militari la tenuta dell'ordine, in specie quando gli occupanti (tedeschi e militari della Repubblica sociale ) fossero collassati. A quel punto occorreva scongiurare ogni forma di rivalsa e di vendetta illegale, magari con applicazione di norme retroattive, come poi sciaguratamente accadde con ripercussioni  e seminagione di odio mai estinto.
Purtroppo il CLN Centrale, presieduto da Ivanoe Bonomi, rifiutò la leale collaborazione con il governo del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e dall'Urss. Montezemolo si espose in prima persona, anche firmando a propri carico ricevute per ingenti somme a sostegno della rete di resistenti  militari. Arrestato su delazione (di Enzo Selvaggi, secondo carte pubblicate da Sabrina Sgueglia della Marra, riproposte da Mario Avagliano nella densa biografia del Colonnello), il 25 gennaio 1944 Montezemolo venne tradotto nel “carcere” delle SS in via Tasso 145. Ripetutamente sottoposto a torture efferate (chi lo vide lo ricordò con la mascella scomposta, un occhio tumefatto, sangue ovunque) non rivelò nulla. Il 24 marzo fu caricato su uno dei furgoni che, tende abbassate, corsero alle Fosse Ardeatine, ove fu assassinato dalle SS comandate dal colonnello Herbert Kappler con un colpo alla nuca come altri 334 italiani, per rappresaglia per la morte di 33 militari del battaglione “Bozen” uccisi nell'attentato messo a punto tra via Rasella e via del Boccaccio da un Gruppo di Azione Partigiana (GAP) del Partito comunista italiano, alla vigilia del rientro di Palmiro Togliatti da Mosca via Algeri.
Senza entrare nel merito di una vicenda che fu ed è da un canto vantata quale segno di vitalità della guerra partigiana, dall'altro deprecata perché le sue conseguenze erano non solo prevedibili ma scontate (sia Kesselring sia l'ambasciatore tedesco a Roma, August von Mackensen, tentarono di contenerne le tragiche dimensioni), l'eccidio suscitò sgomento, anche perché, da tempo sbarcati ad Anzio, gli anglo-americani rimanevano al passo. A
Roma giunsero solo due mesi e mezzo dopo, il 4 giugno 1944. Due giorni prima dello sbarco in Normandia: una gara tra Comandanti.    
...e Giuseppe Perotti
Dopo “Via Rasella” anche nell'Italia settentrionale la repressione della lotta di liberazione aumentò di ferocia, in vista dei grandi “rastrellamenti di primavera” contro le formazioni partigiane.. La Rsi potenziò il livello di spionaggio sulla e all'interno dell'opposizione. A Torino mirò al bersaglio grosso: il Comitato militare del CLN regionale del Piemonte, che fu arrestato il 31 marzo 1944 mentre era radunato nella sacrestia del Duomo di Torino. Sottoposto a interrogatorio, completo di tortura, il suo comandante, generale Perotti, fu condannato a morte. Con lui vennero fucilati i rappresentanti dei partiti nel Comitato: Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Enrico Giachino, Eusebio Giambone e Massimo Montano. Venne risparmiato Silvio Geuna, che poi ne scrisse in “Le Rosse torri di Ivrea”. Chi passa dinnanzi al busto in bronzo del generale Perotti alla Scuola di Applicazione in via Arsenale a Torino sente riecheggiare l'ordine che impartì nell'ora suprema: “Signori ufficiali, attenti: Viva l'Italia”.
Anche per lui vale quanto di Montezemolo venne scritto in un rapporto informativo: “Soldato per tradizione familiare e per vocazione propria”. Lo ricorda Oreste Bovio, che aggiunge: “Seppe essere fedele a un antico precetto: Perché la patria viva, oggi si muore, e per questa sua fedeltà, ancor più che per le sue elette qualità di mente e di cuore, costituisce un esempio per tutti”. Montezemolo e Perotti vanno ricordati per non disperdere l'eredità morale del Risorgimento e dell'unificazione d'Italia. E vanno  rievocati proprio nell'anniversario della carneficina compiuta dalle SS alle Fosse Ardeatine, ove vennero annientati il vertice del Comitato Militare Clandestino e molti appartenenti a “Bandiera Rossa”, detestati dal Partito comunista italiano, e furono assassinati cinquanta ebrei già destinati alla deportazione, vari militanti di partiti poco avvezzi alle regole ferree della lotta clandestina e persino detenuti per reati non politici, tratti dalle celle alla rinfusa per ammassare 330 capri espiatori dell'attentato, in tale concitazione che ne vennero aggiunti cinque più di quanto richiesti dalla macabra disposizione: dieci esecuzioni capitali per ogni caduto di quel Battaglione “Bozen” (altoatesini) che, come ogni giorno, sfilava da via Flaminia, Piazza del Popolo, via del Babuino, Piazza di Spagna... sino a via XX Settembre, per approdare a Castro Pretorio. Alle 15 e 45 si trovò all'appuntamento con l'attentato: 33 morti e una settantina di feriti tra i militari, oltre a un bambino il cui corpo rimase straziato dall'esplosione. 
Aldo A. Mola

MASSONI AFFRATELLATI ALLE FOSSE ARDEATINE

Venti martiri delle Fosse Ardeatine attendono che nella rievocazione dell'eccidio il Capo dello Stato ricordi la loro appartenenza e inviti formalmente i rappresentanti delle loro Comunità (o Ordini iniziatici) a presenziare, labari spiegati, all'omaggio memoriale. Sono i massoni. Se non ora, quando? Tra le vittime della feroce esecuzione si contano 62 minori di 25 anni, tra i quali il quindicenne Duilio Cibei, falegname, e 11 ultrasessantenni, 38 ufficiali (cinque dei quali generali), 26 liberi professionisti (avvocati, medici, ingegneri), 77 operai, 57 impiegati, 54 commercianti, 5 industriali, un banchiere, un sacerdote (il pugliese Pietro Pappagallo) e una dozzina di “contadini”, come Aldo Finzi, di famiglia ebraica, nel 1922-1924 sottosegretario all'Interno nel Governo Mussolini. 
Se dalle professioni si passa alle ascrizioni partitiche-ideologiche il computo diviene molto più complesso, sino a sfuggire a una catalogazione attendibile e condivisa.
Settantasette anni dopo la tragedia, una Istituzione merita l'attenzione che sinora non le è stata riservata: la massoneria, appunto. Secondo studi frutto di decenni di ricerche i Liberi Muratori suppliziati alle Ardeatine furono almeno venti, il 6% del totale (v. didascalia per i loro nomi): un numero molto rilevante se lo si rapporta a quello dei militanti di partito (comunisti e azionisti inclusi, a tacere dei democristiani) e soprattuto al fatto che, anche nei suoi anni più fortunati (tra il 1885 e il 1920) in Italia la massoneria era sempre stata una minoranza esigua e che dal 1925 le sue due maggiori Comunità, il Grande Oriente d'Italia e la Serenissima Gran Loggia d'Italia, erano state sciolte dai rispettivi grandi maestri (Domizio Torrigiani e Raoul Palermi) per sottrarne gli iscritti alla persecuzione governativa perché accusate di essere “società segreta” (come alcuni analfabeti ancor ripetono). 
Appena rinata, all'indomani del 25 luglio, e subito costretta a nuova clandestinità, la massoneria pagò un prezzo altissimo. Nella breve estate del 1943 essa risorse per iniziativa di Grandi Iniziati oggi quasi completamente dimenticati. Tra altri spiccano Domenico Maiocco e Placido Martini.
Il primo è ignorato da Vittorio Gnocchini in L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie dei massoni famosi (Mimesis-Erasmo), che “fa testo”per Wikipedia. La sua biografia è stata scritta dal colonnello Antonino Zarcone quando era Capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (Domenico Maiocco. Lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato, pref. di Luigi Pruneti, Roma, Annales). Fu il tramite occulto fra Vittorio Emanuele III, alcuni gerarchi decisi a rovesciare Mussolini e  Ivanoe Bonomi, para-massone ma succubo di democristiani, socialisti e azionisti che intendevano far ricadere esclusivamente sul re il passivo del regime fascista, sorto per la loro inettitudine politica, e della guerra. La vita di Placido Martini è narrata da Francesco Guida, che lo ricorda “socialista, massone, partigiano” e ne ha scritto anche in I martiri massoni delle Fosse Ardeatine (Ed. Gagliano, 2019). Le pagine più pregnanti sulla sua vita si leggono però in La R.'. L.'. “Garibaldi-Pisacane di Ponza-Hod, n.160 all'Oriente di Roma: una luminosa storia massonica” (ed. Pontecorboli, Firenze, 2019, con introduzione di Virgilio Gaito, ex Gran Maestro del GOI). L'opera ha molti pregi. In primo luogo ricorda il legame iniziatico tra Martini e Domizio Torrigiani, che, condannato al confino di polizia a Lipari per un reato che non esisteva nel codice penale (“massone”), fondò la loggia “Pisacane”,  che affiliò anche il “comunista” Silvio Campanile. In secondo luogo ripercorre la riattivazione dell’Officina da parte di Martini, fondatore dell’Unione Nazionale della Democrazia Italiana. Infine evidenzia i contatti instaurati dopo l'8 settembre tra Carlo Zaccagnini, fiduciario di Martini, e il colonnello Cordero di Montezemolo. Tramite Carlo Avolio l'UNDI entrò in contatto anche con la Carboneria capitanata dal professor Felice Anzalone, studiato da Silverio Corvisieri in Il Re, Togliatti e il Gobbo. 1944: la prima trama eversiva (ed. Odradek).
Senza addentrarci nel “bosco incantato” delle molte sigle massoniche fiorenti nel 1943-1944 (ne ha scritto anche Giuseppe Pardini in Obbedienze disobbedienti, ed. Luni), merita rievocare il percorso di Martini (1880-1944). Garibaldino (diciottenne partecipò alla spedizione a Domokos in aiuto degli insorti greci contro i turchi), massone, anticlericale, impegnato nel blocco popolare a Roma capitanato da Ernesto Nathan, volontario nella Grande Guerra, avversò l'onda socialcomunista postbellica, negatrice dei valori patriottici. A sua volta condannato al confino a Lipari, ricevette da Torrigiani l'investitura a tenere in vita la “Pisacane” come Loggia Madre e quindi con il carisma di gran maestro. Propenso alla ricomposizione fraterna tra il Grande Oriente e la rinascente Gran Loggia guidata da Raoul Palermi, suscitò l'ostilità di massoni  che non riconobbero neppure i grandi maestri dell'esilio (Eugenio Chiesa, Arturo Labriola, Alessandro Tedeschi e Davide Albarin). Catturato da un miserabile delatore prezzolato, come  Montezemolo fu rinchiuso a via Tasso e vi subì torture atroci senza mai nulla rivelare. La figlia Maria Carolina narrò ad Alfonso Testa quanto soffrisse quando ritirava la biancheria del padre: “Tutta sangue. Sangue ai calzini, sangue alle maglie. Era la tortura: timpani sfondati, un orecchio strappato, piedi massacrati”. Nell'interrogatorio ammise solo di essere il gran maestro della massoneria e dichiarò di assumere su sé solo ogni addebito. Rinchiuso a Regina Coeli con il corpo piagato, il 24 marzo 1944 a sua volta venne tradotto alle Ardeatine con due dei sette compagni di cella e, come accertò Tullio Ascarelli che sovrintese alla riesumazione dei cadaveri, fu  ucciso con uno sparo nella regione fronte-parietale sinistra perché, con ogni evidenza, non chinò la testa. Analoga sorte ebbero altri massoni militanti nell'UNDI e affiliati della Gran Loggia d'Italia. Virgilio Gaito scrisse che gli uni e gli altri “già divisi da storiche incomprensioni, affrontarono uniti e fieri la morte stringendosi l'un l'altro in una suprema concordanza di ideali”.
Però a ricordarli tutti insieme nel sacrificio della vita per un'Italia migliore  non debbono essere solo i loro confratelli ma lo Stato stesso, ai suoi livelli più alti, e proprio per quella loro appartenenza: un debito che la Patria ha nei confronti di una Istituzione che troppo spesso viene ricordata, a sproposito, per alcune vicende “profane” di taluni suoi affiliati in circoscritti momenti, in tal modo ignorando o lasciando in ombra tre secoli di storia.
L'anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine il prossimo 24 marzo è il giorno giusto per fare ammenda di un oblio immotivato e durato troppo a lungo.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: 
Sicuramente iniziati alla Massoneria (Grande Oriente  d'Italia o Gran Loggia d'Italia), alle Fosse Ardeatine vennero suppliziati  Teodato Albanese, Carlo Avolio, Umberto Bucci,  Silvio Campanile, Salvatore Canalis,  Giuseppe Celani, Gerardo De Angelis, Renato Fabri, Aldo Finzi, Fiorino Fiorini,  Manlio Gelsomini, Umberto Grani, Mario Magri, Placido Martini, Attilio Paliani, Giovanni Rampulla,  Umberto Scattoni, Mario Tapparelli, Angelo Vivanti e Carlo Zaccagnini. Ognuna delle loro biografie è uno specchio della lunga  e spesso contraddittoria e tragica storia d'Italia. Attendono di essere ricordati anche per la “catena di unione” che in tempi diversi li aveva uniti molto prima che venissero condotti al supplizio, legati i polsi dietro la schiena e le caviglie, perché potessero fare solo piccoli passi. All'iniziazione in loggia avevano appreso a marciare verso la libertà.  

 

GIUSEPPE MAZZINI
SFORTUNA E FORTUNA DI UN UOMO-SIMBOLO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

Giuseppe Mazzini, ritratto di L. Zuccoli - Museo del Risorgimento - MilanoUomini e cose tra Sette e Ottocento
La rivoluzione industriale e i movimenti politici tra Sette e Ottocento compressero enormi energie e sprigionarono nuove libertà. A volte ci si sofferma sugli effetti appariscenti più che sui meccanismi che li determinano, sulle luci iridescenti della “giostra” anziché sulla “macchina” che la fa ruotare. Non sempre dagli eventi si risale alla loro progettazione. Perciò la rivoluzione industriale e i movimenti “di massa” parvero e ancora vengono descritti come una macina destinata a comprimere e annientare persone e cose. Invece quell’epoca segnò il trionfo della forza nuova, prodotta dall’intelligenza umana che ideò, produsse e utilizzò la seconda natura. L’industrializzazione modificò il rapporto tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e se stesso.
In Occidente, cioè in Europa e nelle Americhe, la riduzione dell’uomo a “cosa meccanica”, a un “aratro vivente” come il filosofo greco Aristotele denominava gli schiavi, fu combattuta e modificata anzitutto dal cristianesimo, che affermò la dignità  della persona umana. L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, alimentate dai Lumi, con l’avvento dell’idea di nazione e con il nuovo cristianesimo: fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, che il Codice napoleonico aveva ancora relegato in seconda fila.
La rivoluzione industriale non venne progettata e attuata da un Potere unitario o da “ingegneri sociali” con un piano occulto. Fu la conseguenza di una somma di eventi, in parte determinati da innovazioni e scoperte, in parte prodotti dal caso.
Gieseppe Mazzini: Romanticismo... 
In questa cornice si colloca il dramma, cioè la presenza sulla scena storica, di Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 - Pisa, 10 marzo 1872).
Per molti italiani Mazzini è il profeta della repubblica, il patriota che sacrificò la vita per l’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini volle però essere molto di più. Per lui la Nuova Italia non sarebbe sorta davvero se non con la formazione di un Uomo Nuovo, il cittadino. Non solo. L’indipendenza e l’unificazione per Mazzini erano, dovevano essere, norma di un nuovo ordine universale, la liberazione di tutte le nazioni; emancipazione da ogni forma di oppressione; avvento della fratellanza universale e di una religiosità libera dalle chiese, cioè da organizzazioni fatalmente destinate a inaridire la fede, a impoverire lo Spirito in “pratiche”. Infine Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“animo” e nella comunione tra i viventi e gli angeli.
Concepì gradualmente “credo politico” e obiettivi conseguenti. Non li espose mai in un’opera organica. Le sue “opere edite e inedite” e il suo epistolario contano oltre cento volumi. Pubblicò Note autobiografiche per introduzione a una raccolta di suoi scritti, ma non vere e proprie Memorie, né un’autobiografia, perché la sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco della politica, fatta di cospirazione, agitazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e di iniziative alla luce del sole.
La sua opera più famosa, I doveri dell’uomo, non è né un trattato né l’esposizione organica di un progetto. È il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, di spiritualità, talvolta di perorazione e preghiera più che di pensiero politico vero e proprio. Perciò nel 1902 essa fu pubblicata per le scuole su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, massone, e per decreto del re d’Italia Vittorio Emanuele III. Cancellate alcune frasi scomode per la monarchia, i Doveri erano incitamento al patriottismo, al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agli interessi di classe, il sacrificio al calcolo. Nel 1904 il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse l’edizione nazionale delle opere di Mazzini, a conferma della compatibilità tra spiritualismo mazziniano e monarchia costituzionale.
..e politica
La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi, sconforti, drastiche svolte. Essa ebbe però una continuità di fondo. Una sorta di melodia ora malinconica ora tragica che ne accompagnò le molte fasi, scandite da iniziazione e profezia. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni Giuseppe vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio: uno spettacolo di amara desolazione ma capace di infondere generosa fiducia nella Storia se dominata dal pensiero e dall’azione: formula che ricalca l’identificazione di reale e razionale di Hegel, ma senza “rassegnazione”, né al Fato né agli dèi.
Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini si fece iniziare alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia l’associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già aveva intuito Wolfgang Goethe. La “Giovine Italia” segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso, Mazzini ruppe il legame ideale e pratico con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo. Gli associati giuravano di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e di prestare obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatio memoriae.
Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, ebbe un bimbo da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ma non lo riconobbe né se ne occupò. Non formò mai una famiglia propria, perché si dichiarava votato a una missione universale. I primi tentativi di attuare il programma della “Giovine Italia” ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati anche alla pena capitale. Uno tra i suoi amici più cari, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere nel timore di non reggere agl’interrogatori sotto tortura. L’invasione della Savoia per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente (1834). A Genova il trentasettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò all’arresto con rifugiandosi in Francia, inseguito dalla condanna a morte per diserzione.
Mazzini non resse alla prova del fuoco. Si smarrì. Malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della “Giovine Europa”. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: un’illusione che costò tanti sacrifici ed esasperò la sua contrapposizione ai moderati, bollati come codardi.
Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio” accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico L’apostolato popolare per educare e contrastare il materialismo dilagante. Molti pensarono che fosse segretamente finanziato da governi, correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, che erano i beneficiari politici della sua azione perché destabilizzava il sistema della Santa Alleanza.
Altre iniziative ispirate dal suo insegnamento ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, ufficiali della Marina asburgica. Arrestati, vennero fucilati coi loro seguaci al vallone di Rovito (Cosenza, 1844), confortati da un sacerdote massone.
Nel 1831 Mazzini aveva sfidato il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna, a prendere la guida dell’unificazione italiana. Per assecondare quel disegno si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera pubblica a Pio IX. Nel 1848-1849 cercò invece di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia a Pio IX, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, fu assassinato (con rituale settario, si disse) appena nominato presidente del governo.
Accorso a Roma, ove su impulso di Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo col forlivese Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica dei francesi e poi imperatore. Riprese le fila della cospirazione, il suo programma conobbe altre tragiche pagine con l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso il sacerdote Enrico Napoleone Tazzoli, e con il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Pensava di avervi 5-10.000 seguaci. Se ne contarono una ventina. Il 13 febbraio scrisse: “Mi ritiro completamente dal lavoro di cospirazione in Italia”. Il 23 dichiarò: “Il Comitato Nazionale Italiano è disciolto”; ma poi riprese l'azione. Non solo si oppose (con tanto di malaugurio) alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” all’attenzione delle grandi potenze nel Congresso di Parigi del 1856, ma organizzò un’insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane di incendiare il Mezzogiorno con un’invasione fallì miseramente (1857).
Ormai schivato dalla Società Nazionale Italiana, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini tramò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille guidata da Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele” verso la proclamazione della repubblica, ma non ottenne alcun successo. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, gli intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete” e invitò a votare per l'“Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale”.
Sconfitta politica, vittoria postuma?
Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra. Tramite Demetrio Diamilla Muller nel 1863 ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista (Londra, 1864) ne accentuò l’isolamento nell’ambito del movimento operaio europeo. L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento dell’Ungheria e il declino di Napoleone III quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sui democratici italiani fu messa apertamente in discussione da Garibaldi (accolto trionfalmente a Londra), che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza. Francesco Crispi proclamò alla Camera che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò di ostacolare l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecò la conclusione della terza guerra d’indipendenza, che all'Italia fruttò l'annessione di Venezia. L’insorgenza repubblicana a Palermo non ne accrebbe il prestigio.
In settembre l’“Apostolo” pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato nel collegio di Messina. Rieletto una terza volta, rifiutò il seggio perché la sua assunzione comportava il giuramento di fedeltà allo Statuto. Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno a Lugano sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica del 19 luglio 1870, quando il governo italiano mise in cantiere l'annessione di Roma, partì per la Sicilia deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da qualsiasi aiuto a Napoleone III, ma fu arrestato e imprigionato a Gaeta. Amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre), venne tradotto senza fretta al confine svizzero. Transitò per Roma, ma non volle uscire dalla stazione per rivedere la città. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì Londra, sorvegliato ma non “ricercato”. Aveva perso tutte le battaglie.
Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale anarchica e social-rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.
Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan Rosselli. Sapendolo infermo, il governo sorvegliò con discrezione e ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale di mazziniani unitari e federalisti, mentre albeggiavano i radicali, avviati alla conciliazione con la monarchia costituzionale.
Imbalsamata, la sua salma fu trasferita al cimitero di Staglieno (Genova) con un solenne trasporto per ferrovia, come narrò Sergiò Luzzatto nell'eccellente La mummia della Repubblica (Rizzoli). Fu salutata a ogni tappa da folle commosse. Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, che lo esaltò gran maestro dell’“idea”. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il “metodo massonico”, transnazionale, tra la “fede” e il “dubbio”. La sua superiorità alle sconfitte può insegnare molto anche a “monarchici” che hanno dissipato 10.700.000 dei voti ottenuti il 2-3 giugno 1946. Questione di “fede”?
Aldo A. Mola

MAZZINI, UOMO UNIVERSALE
Nel 1871 Mazzini dette impulso al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, condannato a morte dal governo di Pio IX e per quasi vent’anni prigioniero politico. Il foglio si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse radicali e repubblicani transigenti (come il “fratello” Aurelio Saffi, nel 2019 biografato dall’Associazione culturale di Forlì, che ne assunse il nome nel 1900) all'insegna dell’unità della patria e della concordia dei cittadini. 
Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini (opera di Ettore Ferrari, venne “scoperto” all'Aventino solo nel 1949). La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto anche al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al suo magistero quello di altri repubblicani, come Alberto Mario.
Mazzini fu dunque un “uomo universale”, come scrisse l'esoterista Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica affascinò. Col tempo fu dimenticata la catena dei suoi errori politici dall'esito spesso tragico. Rimase l’esempio di rigore e coerenza. Mazzini divenne emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifestini, giornali, associazioni, leghe, partiti... Non basta averne; bisogna diffonderle. Non per caso si propose come Apostolo. Evangelista, aggiungiamo. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, fu il maggior romantico del Risorgimento, ma nell’edificazione della Terza Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi.
Aldo A. Mola

160 ANNI DI UNITÀ D'ITALIA
UNO STATO LAICO E “OCCIDENTALE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Marzo 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Per 1.500 anni l'Italia venne vista dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra come una lingua di terra proiettata al centro del Mediterraneo, a metà strada tra Gibilterra, gli Stretti dei Dardanelli e il Vicino Oriente. Dopo la sua proclamazione nel corso del 1861 il Regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Stati Uniti, Francia, Portogallo, Impero turco e Paesi Bassi, seguiti da Russia e Prussia nel luglio del 1862, Danimarca (1863), Spagna (1865)... Solo nel maggio 1867 i suoi plenipotenziari sedettero a Londra in una conferenza del “Concerto europeo”. Era appena stata chiusa la repressione del “grande brigantaggio” nell'Italia meridionale ma la strada rimaneva in salita. A Roma regnava ancora di Papa Pio IX.Silenzio sul 160° dell'Unità nazionale?
E così arriviamo al 160° anniversario dell'unificazione nazionale o, meglio, della proclamazione del Regno d'Italia, approvata dal Senato e confermata dai deputati il 14 marzo 1861 su perorazione di Camillo Cavour, presidente del Consiglio di quello che era ancora il Regno di Sardegna, anche se già andava dalle Alpi a Capo Passero e a Patù, presso Santa Maria di Leuca, borgo nativo di Liborio Romano, protagonista un po' dimenticato dell'unificazione nei giorni decisivi della “congiunzione astrale” (una sua bella biografia si deve a Nico Perrone, ed. Rubbettino).
Questo anniversario purtroppo è più scialbo di una sagra di paese svolta “da remoto”. Nessuno lo ha promosso né proposto all'attenzione pubblica. Un abisso rispetto a dieci anni orsono, quando il tricolore sventolò ovunque, persino con tanto di scudo sabaudo, per rispetto alla storia. Oggi dominano la cantilena dei vaccini e i primi piani di aghi conficcati qui e là. Dopo il fiasco delle primule di Arcuri, le mascherine volgono al viola quaresimale.
Ma com'è l'Italia d'oggi? Più unita? Più disunita? Più o meno europea di quando essa nacque 160 anni addietro? Senza pretese di enunciare il verbo dal monte, per un bilancio sereno  rimettiamo in linea gli eventi. Per la storiografia la cronologia primeggia  sulla “fantasia”.
Il peso del passato 
Sino al 1859 lo spazio geografico detto Italia era frantumato in otto diversi Stati, in massima parte dominati da potenze o interessi stranieri. Gli Asburgo d'Austria, prevalenti, erano la propaggine dei Sacri Romani Imperatori: mille anni di dominio al di qua delle Alpi. Oltre al Lombardo-Veneto avevano direttamente o indirettamente il ducato di Modena e la Toscana, cioè il meglio dell'Italia per numero di abitanti e organizzazione economica. Ma non vi avevano la forza militare “nazionale” né quella delle idee. Queste ultime, anzi, erano nettamente contrarie al dominio di Vienna sull'Italia. Erano federaliste, confederali, neo-guelfe, repubblicane, filosabaude, tutto tranne che amiche dell'Austria. Come insegnò Giuseppe Giusti in Sant'Ambrogio, gli austriaci usavano truppe tratte da popoli diversi per giocare a scacchi sulla pelle dei soggiogati, strumentalizzando l'odio etnico, che è una tragica realtà e non si elimina sbianchettando il passato. I Borbone, espulsi dalla Francia da Napoleone III come già dal suo Grande Zio, ancora dominavano il Regno delle Due Sicilie e il ducato di Parma e Piacenza, con la fragile stampella della Spagna di Isabella II, esempio non preclaro di virtù. Il resto (Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Lazio...) era del Papa. Un reliquato della storia, più volte abbattuto, altrettante restaurato. Fuori tempo massimo (come ha bene documentato Francesco Margiotta Broglio in “Nuova Antologia”), ma tenuto in vita dalle grandi potenze che azzannavano lembi d'Italia, come fosse terra di nessuno.
In diciotto mesi avvenne il “miracolo”: dall'annessione della Lombardia (con l'appoggio di Napoleone III), dei Ducati padani e della Toscana (grazie a cospiratori carbonari e massoni), delle Due Sicilie, invase da Giuseppe Garibaldi con protezione inglese e ammirazione universale, e di Marche e Umbria, annesse dal “Piemonte” con la benedizione data da Napoleone III agli emissari di Vittorio Emanuele II: “Fate, ma fate in fretta”.
Nella gara tra Francia e Gran Bretagna si insinuò il “partito italiano”, il cui vessillo era stato alzato anni prima dalla Società Nazionale: “Italia e Vittorio Emanuele”. Lì fu il vero “miracolo”: la saldatura tra Legittimità e Tradizione (i Savoia avevano novecento anni di storia, erano stati Vicari dell'Imperatore, avevano dato un papa alla Chiesa cattolica e potevano guardare dall'alto tutti i sovrani d'Europa, con molti dei quali avevano legami parentali), avanguardie colte sopravvissute alla Restaurazione (che le aveva represse con tenaglie roventi, carcere duro, patiboli) e movimento popolare. Quest'ultimo non era una invenzione di ideologi (come Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Montanelli e un lungo eccetera di studiosi e di patrioti) ma il prodotto della crescita demografica, dell'ampliamento dei bisogni e della necessità di risposta da parte del “Potere”. I Congressi degli Scienziati Italiani insegnarono che la “politica” non può ridursi a repressione. Prima o poi il malcontento esplode e la Storia si prende i suoi diritti, che a volte vanno storti perché essa non procede su un rettilineo ma percorre un groviglio di vie e di viottoli, spesso a caso. 
Fu quanto avvenne nel 1859-1860, quando d'un tratto nacque la Nuova Italia. Con tanto di parlamento, formato da un Senato di nomina regia e vitalizio e da una Camera elettiva: una scommessa enorme, che trovò il punto equilibrio il 14 marzo 1861 quando appunto fu stabilito che “Vittorio Emanuele II” assumeva il titolo di “Re d'Italia”. Il nuovo era antico. All'Italia il sovrano portò con sé lo Statuto, che era quanto di più avanzato e di prudente si potesse immaginare. Secondo il suo articolo 1 la fede cattolica apostolica romana era la religione dello Stato, però erano ammessi gli altri culti: evangelici, riformati, israeliti. Per lo Stato i cittadini erano uguali dinnanzi alle leggi. Non bastasse, il Re, il governo e tutti i loro “agenti” erano scomunicati da Pio IX, perché ne avevano annesso gran parte dello Stato. Su tutti loro incombeva il maleficio: “chi mangia del papa ne muore”.
“Dio, patria e famiglia” non era un motto di Vittorio Emanuele II né di Cavour o di Garibaldi (uomini d'ordine in pubblico ma un po' disordinati in privato) bensì di Mazzini, che forse fu il più disordinato di tutti (non si occupò molto di Giuseppe Demostene Adolfo Aristide, il figlio avuto da Giuditta Sidoli, morto di stenti a tre anni).
Oltre la “questione meridionale”
Malgrado tutto, 160 orsono l’Italia fu.
Oggi ancora imperversa l'arcaico dibattito se sia stata bene l'unificazione o se aveva ragione Napoleone III a dire che, un passo alla volta, bisognava fare prima l'Unione (che per lui voleva dire una federazione senza Roma, riservato dominio del Papa: con i francesi a Civitavecchia e nella Città Eterna) e poi l'Unificazione. In un ottimo volume finalista del Premio Acqui Storia 2020, Carmine Pinto, ora presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano (ed. Laterza), ha sintetizzato sin dal sottotitolo i termini della sempre angosciosa disputa: “italiani, borbonici, briganti (1860-1870)”, dove è chiaro che il futuro era e non poteva essere che “gli italiani”. I quali non erano i “piemontesi”, gli invasori, il nemico piombato dal Nord per soggiogare, espropriare, estorcere, dominare. Questo, con buona pace dei neo-borbonici storiograficamente calvi, lo avevano fatto in tanti nel corso dei millenni: i bizantini di Narsete e Belisario, gli arabi, i sacri germanici imperatori, i vichinghi (o normanni che dir si voglia), gli aragonesi, gli spagnoli di Isabella e Ferdinando e i francesi di Carlo VIII e Francesco I e via continuando, con ripetuti cambi di dinastie sino agli Asburgo di Spagna e poi quelli d'Austria, i Borbone di Spagna e poi Giuseppe Bonaparte (nato in Corsica quando l'isola non era francese), Gioachino Murat e nuovamente i Borbone: una ridda scandita da massacri, patiboli, culminata nel 1799 con la strage degli illuministi meridionali, afforcati e decapitati su ordine di Ferdinando IV di Borbone, succubo della moglie Carolina d'Asburgo e con la compiacenza dell'inglese ammiraglio Horatio Nelson, al quale il re donò la Ducea di Bronte, in Sicilia, senza dimenticare le “compagnie di Santa Fede” del cardinale (non prete) Fabrizio Ruffo.
Da lì, con quei precedenti, il Mezzogiorno entrò a far parte del regno d'Italia: grazie alla convergenza tra la dirigenza colta settentrionale e l'avanguardia meridionale di Pasquale Stanislao Mancini, Silvio e Bertrando Spaventa e il sommo Francesco De Sanctis, come ricorda Pinto sulla scia di Benedetto Croce e della grande scuola storica “napoletana”, sino a Gerardo Marotta e all'Istituto Italiano per gli studi filosofici ora presieduto da suo figlio, Massimiliano, ad Alfonso Scirocco e a Giuseppe Galasso, ideatore e direttore della poderosa “Storia d'Italia” edita dalla Utet di Torino.
L'altra data oscura: Porta Pia
Come in questo 2021 pochi ricordano il 160° della proclamazione del regno d'Italia, così l’anno scorso passò sotto silenzio il 150° dell'ingresso dell'Esercito italiano in Roma, il 20 settembre 1870. Il governicchio Conte II proprio in quel giorno fece celebrare il rinnovo di alcuni consigli regionali e il referendum che confermò il taglio dei parlamentari, preludio al prevedibile sconquasso dei partiti, ora quasi tutti in stato agonico e sempre più ridotti a “comparse”. Però Porta Pia fu il punto di arrivo del Risorgimento e divenne la ri-partenza della Terza Italia, con un re nuovamente scomunicato non per la sua condotta di onesto peccatore ma per la colpa politica di aver annientato il potere temporale del papa. Vittorio Emanuele II si fece carico delle contraddizioni del suo governo: un esecutivo talmente lacerato che – ricorda Aldo G. Ricci in un saggio di prossima pubblicazione degli Atti del convegno italo-vaticano sul 150° di Porta Pia (Libreria Editrice Vaticana) – proprio nei giorni culminanti della “crisi”, mentre Raffaele Cadorna avvicinava i cannoni alle Mura Aureliane e il masson-garibaldino Nino Bixio scalpitava alle porte della Città Eterna, non tenne sedute (il che è inverosimile) o non le verbalizzò, per calare la saracinesca sulle proprie divisioni.
In “Italiani per forza” (appena uscito  nelle edizioni Solferino) con rigore e passione Dino Messina confuta “le leggende contro l'Unità d'Italia che è l'ora di sfatare” dopo decenni di chiacchiere “neoborboniche”. Ne scrisse anche Giancristiano Desiderio in “Pontelandolfo 1861. Tutta un'altra storia” (ed. Rubbettino, a sua volta finalista dell'Acqui Storia). È doveroso ricostruire i fatti, far parlare i documenti, confutare le vere e proprie invenzioni (come la deportazione di migliaia di militari borbonici fatti morire nella fortezza di Fenestrelle), ma, come emerge dal saggio di Messina, la “questione meridionale” non può essere campeggiata solo nella cornice datata dal 1860: è plurisecolare, come lo è quella di tante aree del Settentrione, nelle quali di quando si avverte ribollire di movimenti localistici, autonomistici, separatisti e persino indipendentisti, sino a ieri dilaganti. Anni addietro furoreggiarono la “mucca Carolina” e i “forconi”. 
La lamentazione sul Mezzogiorno postunitario lascia tra parentesi la profonda e mai sopita avversione di larga parte del Nord nei confronti dell'unificazione nazionale, in specie nell'antica Repubblica di Venezia, che arrivava sino alla “bergamasca” ove, anche su pulsione clericale, si registrava una diserzione dal voto politico sino al 60-70% del pur ristretto elettorato dell'epoca.
L'Italia? Meglio di quanto si creda...  
Una ricorrenza apparentemente banale come il 150° dell'acquisizione della capitale storica dello Stato o il 160° della sua proclamazione suggerisce di guardare al di là del “caso nazionale” e di confrontare il cammino percorso dal Paese (o Patria, come convien dire anche se sempre meno si dice) nel quadro europeo. È presto fatto, se si bada agli Stati di maggior peso geo-storico. La Gran Bretagna si ritrova a fare i conti con l'indipendentismo della Scozia ed è lontanissima dalla soluzione della “questione irlandese”. Con un governo diviso sulla questione istituzionale (cioè sulla stessa “ragione sociale” della transizione postfranchista), la Spagna odierna è sull'orlo della deflagrazione. La Catalogna è la tragica profezia di un continente che non pensa in europeo e che torna a farsi male. La Francia è incapace di sintesi tra nostalgie dell'impero coloniale, maglie larghe alla penetrazione dell''islamismo antiebraico e debole difesa della laicità dello Stato, un tempo modello per il mondo intero, molto più degli stessi USA per vari aspetti “bacchettoni”. La Germania campa nel solco del regime instaurato dal Congresso di Vienna del 1815: una quarantina di Stati uniti dalla lingua, divisi dalla storia, tentati da ricorrenti sogni di dominio continentale. Con quali altri Paesi andrebbe confrontata l'Italia? Sono “isole”, dall'Austria all'Ungheria, dalla Polonia alla Romania, alla Bulgaria, tutte etnocentriche, come quelle nate dalla deflagrazione della Jugoslavia. Lo ha scritto bene Dino Messina in “Italiani due volte. Dalle Foibe all'esodo: una ferita aperta nella storia italiana” (ed. Solferino), ripreso in “Foibe”, numero speciale del mensile “Storia in rete” (2020).
In un secolo e mezzo l'Italia non ha risanato tutte le piaghe antiche ma ha compiuto un cammino senza precedenti. Si è ripresa dalle ripercussioni demografiche, economiche e sociali dell'intervento in due guerre euro-mondiali e da un regime autoritario, mettendo alle spalle divisioni un tempo laceranti, per esempio tra clerico-reazionari e mangiapreti, tra vetero-stalinisti e americaneggianti coi paraocchi. La generalità dei suoi abitanti non è peggiore rispetto a quella degli altri Paesi europei. Anzi, lo spirito civico generalmente vi ha il sopravvento sul cinismo d'antan. Non per caso (lasciando da parte i “né-né” che sono una diffusissima piaga del malinteso e mal riuscito “progresso”, e non solo in Occidente) le richieste ricorrenti dei cittadini sono: efficienza dell'amministrazione pubblica e della giustizia, più scuola, più ricerca scientifica, più “politica”. Quella vera, però: non le congreghe di potere. È questo il frutto maturo dell'unificazione statuale e dell'ordinamento costituzionale vigente, che nei suoi pilastri portanti ricalca quello della monarchia rappresentativa instaurata da Carlo Alberto di Savoia nell'antico regno di Sardegna il 4 marzo 1848. Dal quale, nel bene e nel male, tutto ebbe inizio. Perché nella Penisola quello era l'unico Stato indipendente, forte di un esercito “nazionale”, leale e pugnace, e di una dirigenza diffusa, capillare, orgogliosa della propria storia e dei propri diritti, come ricordò Luigi Einaudi, alla vigilia del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 per spiegare perché egli avrebbe votato monarchia: non già per feticismo bensì in segno di continuità con la Nuova Italia, uno stato liberale, laico, riformatore e “occidentale”. Meritevole di memoria.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Per 1.500 anni l'Italia venne vista dalla Germania, dalla Francia, dall'Inghilterra come una lingua di terra proiettata al centro del Mediterraneo, a metà strada tra Gibilterra, gli Stretti dei Dardanelli e il Vicino Oriente.
Dopo la sua proclamazione nel corso del 1861 il Regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Grecia, Stati Uniti, Francia, Portogallo, Impero turco e Paesi Bassi, seguiti da Russia e Prussia nel luglio del 1862, Danimarca (1863), Spagna (1865)... Solo nel maggio 1867 i suoi plenipotenziari sedettero a Londra in una conferenza del “Concerto europeo”. Era appena stata chiusa la repressione del “grande brigantaggio” nell'Italia meridionale ma la strada rimaneva in salita. A Roma regnava ancora di Papa Pio IX.

RICOSTRUIRE
L'“IDEA DI ITALIA”

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.I punti stimati
Smaltiti gli entusiasmi di circostanza, viene l'ora del pragmatismo: non empirismo affannato del press'a poco, ma il transito al programma attuabile e dei possibili tempi della sua realizzazione. Proprio perché “le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano” (parole del conte Camillo Cavour citate da Mario Draghi nel discorso del 17 febbraio, mercoledì delle ceneri) dai primi passi si comprenderanno meglio i punti stimati e la rotta del nuovo governo.
Grazie... Ma a chi?
Draghi ha ripetutamente ringraziato il “Conte II”, che ha “affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall'Unità d'Italia”. Eppure l'“illustre estinto” è finito alle corde e ha dovuto rassegnare le dimissioni proprio perché non aveva fatto il dovuto, e lo vediamo bene. Per un anno, dal 31 gennaio 2020,  non ebbe (o non mostrò di avere) la percezione della pandemia incombente e delle sue possibili conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Rispose alzando la bandiera gialla dell'Emergenza Permanente, moltiplicando misure contraddittorie dagli esiti reiteratamente deludenti, secretando le decisioni di esperti e comitati vari e lasciando briglia sciolta a “scienziati” surrogati della “politica”. Ha fallito i tre principali obiettivi che si era dato. È clamorosamente mancata la riapertura delle scuole “in presenza” e in sicurezza almeno a tempi alterni, con adeguata organizzazione della didattica a distanza per scolari e studenti di tutte le regioni. Le conseguenze sono devastanti. Malgrado gli auto-elogi, il piano di vaccinazione per arginare la diffusione del contagio si è disperso in viottoli secondari (la priorità delle fatue e appassite “primule” rispetto all'approvvigionamento e alla distribuzione di fiale e siringhe) e ha accumulato i ritardi che sono sotto gli occhi di tutti. A sua volta è e sarà ancora a lungo in elaborazione il documento che l'Italia deve presentare all'Unione Europea in tempi ormai stretti per ottenere i benefici del Recovery Plan. Il suo ristagno va addebitato al prof. Giuseppe Conte, che tentò di gestirlo direttamente da Palazzo Chigi nell'inerzia (o connivenza) colpevole del Partito Democratico (Nicola Zingaretti) e di Liberi e Uguali, in combutta con i Cinque Stelle: tutti  poi “indignati” nei confronti di Matteo Renzi, che denunciò il vulnus democratico che quel metodo (e la tentata “confisca” dell'Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica da parte del prof. Conte) stava infliggendo all'Italia. Per il bene generale, deliberò l'uscita dalla maggioranza, rivendicando  quanto sopravvive di un Paese sovrano.
  Questo è il passaggio storico che anche il presidente Draghi dovrebbe ricordare e sottolineare con particolare apprezzamento, proprio perché senza di esso l'Italia non potrebbe iniziare a risalire la china.
Lo scenario politico-parlamentare
Vaticinato come meramente “di alto profilo” e in corso di composizione divenuto tecnico-partitico (non tutto eccelso), il governo ora in carica (in attesa di ormai tardiva nomina di viceministri e sottosegretari con relative deleghe, scompaginata per il caos regnante tra i Cinque Stelle) è appesantito dalla conferma di ministri la cui opera suscitò perplessità (è il caso della titolare dell'Interno, prefetto Luciana Lamorgese) e molte motivate avversioni (come Roberto Speranza, ministro per la Salute) per ordinanze improvvide emanate nel corso del tempo, lesive dei diritti costituzionali dei cittadini e senza efficaci contropartite.
  La vera discontinuità tra il Conte II e il governo Draghi, al di là delle intenzioni e delle dichiarazioni della vigilia, è scaturita dai “fatti”, che “sono ostinati”. Lo smottamento dei Pentastellati (una ventina al Senato, il doppio alla Camera, tra voti in Aula e assenti non giustificati agli occhi dei “guardiani del grillo”) ha creato un’opposizione quantitativamente e qualitativamente non prevista alla vigilia e destinata a pesare sulla durata del governo e sulla legislatura, incluso il passaggio, sempre più impervio e stretto, dell’elezione del futuro Capo dello Stato.
  Per inciso, ma la questione meriterà apposita riflessione, risulta sconcertante l'ipotesi di una rielezione di Mattarella “a tempo” per consentire a Draghi di consolidare l'opera dell'esecutivo e di transitare da Palazzo Chigi al Quirinale proprio quando l'azione del governo attuale potrebbe cominciare a dare frutti: un “processo di maturazione”, questo, che richiede molto più degli ormai due risicati anni residui della legislatura in corso, come del resto ha fatto intendere Draghi stesso quando ha indicato quali orizzonti temporali il 2026, il 2030 e, già che c'era, il 2050 (chi vivrà vedrà...). Riesce quindi impossibile determinare a priori la durata di una rielezione “a tempo” e “sub condicione” del Presidente della Repubblica ora in carica, un ulteriore strappo istituzionale che prospetta un altro e più rilevante interrogativo: se l'Italia oggi abbia più bisogno di un arbitro al di sopra della mischia, qual è e deve essere il Capo dello Stato, o di un presidente del Consiglio competente, concludente e quindi duraturo. Sono interrogativi resi più inquietanti dalla constatazione, mai abbastanza ripetuta, che le Camere attuali sopravvivono indebitamente al voto con il quale esse stesse deliberarono la riduzione dei seggi parlamentari poi confermata dal referendum celebrato alla vigilia della seconda ondata del covid-19. Camere talvolta plaudenti (come fecero alla rielezione di Giorgio Napolitano) ma quanto meno ansimanti.
Ma, come dicevano gli antichi, hic Rhodus, hic saltus. Il problema di Draghi è quello di tutti i governi precedenti: disporre di una maggioranza davvero leale e coesa. Certo esso non ha nulla a che vedere con quello precedente, il cui presidente non esitò a questuare senatori raccogliticci, con tanto di “cerotto” offerto dal Partito democratico. A parte Forza Italia, Italia Viva, Più Europa e altri gruppi “centristi”, nei suoi confronti si sono scanditi dissensi e voti contrari, in misura e con toni decisamente inattesi a contrastanti con la pacatezza del suo discorso programmatico e delle repliche. A parte il “no” di una frangia della Sinistra Italiana paleozoica e quello franco e argomentato dell'on. Giorgia Meloni per Fratelli d'Italia, colpisce e peserà il “si” del capogruppo pentastellato alla Camera, che ha ripetutamente ed elegantemente promesso a Draghi di “rompere le scatole”, e di una grilloide decisa a “fargli  le pulci” (partendo dal presupposto che il neo-presidente e i ministri ne nasconderanno molte nei loro provvedimenti… pelosi).
  Il clima, insomma, non è affatto dei migliori. Proprio perché bisogna rassegnarsi all'evidenza, in attesa di vedere come i fatti risponderanno ai buoni propositi, anche gli osservatori più comprensivi e indulgenti nei riguardi del governo nascente (tale rimane sino al suo completamento) si attendono segnali netti di discontinuità rispetto al passato prossimo e remoto, sia nella ripartizione dei compiti sia nella più esatta cornice storica entro la quale intende collocarsi.
  Molti si  domandano come e quando verrà ridimensionata, se non radicalmente mutata, la massa abnorme di compiti e connessi poteri di spesa “ad libitum” affidata da precedenti governi e in specie dal Conte II al dottor Domenico Arcuri. Dopo decenni di polemiche sui “boiardi di stato” e mentre scivolano come acqua sulle pietre libri irridenti l'impotenza dei “politici” quali l'anonimo Io sono il potere (ed. Feltrinelli) è possibile che tutto rimanga come prima?
  Del pari, finalmente rimossa la non rimpianta ministra “democratica” di Trasporti e Infrastrutture (che aggravò i guai della già martoriata Liguria), quando e come verrà affrontata la sicurezza dei pendolari, in specie studenti? (è solo una goccia nel mare, ma se non si dà qualche segnale visibile di svolta effettiva, la delusione è destinata a prendere il sopravvento).
La scuola che verrà...
Nel discorso programmatico Draghi ha insistito sull'urgenza di riqualificare l'istruzione tecnica superiore, cenerentola del sistema scolastico italiano. La sua promozione e diffusione è tra i vanti della Nuova Italia che non è affatto nata nel 1945 ma nel 1861. Gli Istituti per geometri e ragionieri formarono la spina dorsale del progresso economico-sociale del Paese, cresciuto a ritmi europei malgrado le scomuniche dei papi. Tanta parte della rete ferrostradale e dei piani regolatori di 150 anni orsono furono prodotti in piena autonomia dagli uffici tecnici delle Province (oggi sciaguratamente svilite da un Parlamento miope e auto-lesionistico) e dei Comuni, popolati di geometri altamente qualificati. Da “uomo di banca”, Draghi sa bene che i “ragionieri” furono l'ossatura di casse di risparmio, banche popolari e casse rurali dalla seconda metà dell'Ottocento, nonché dell'amministrazione anche di medie e grandi aziende. Nell'atrio dell'Istituto “Germano Sommeiller” di Torino il geniale preside Gaetano Fiorentino, garbato poeta a tre puntini, collocò le gigantografie dei diplomati illustri, tra i quali Giuseppe Pella e Vittorio Valletta. Erano “professionisti” che lavoravano almeno dieci ore al dì, sei giorni su sette, perché avevano un'“idea dell'Italia” e coltivavano quell'amore per la Patria che è “passato di moda” proprio perché a ridosso del 1945 si sono diffuse e sono prevalse tante ideuzze anti-nazionali.
  Poiché il presidente del Consiglio ha citato Cavour, va ricordato quanto della Scuola disse, scrisse e ripeté Giovanni Giolitti, massimo statista dell'Italia liberale, all'indomani della Grande Guerra (1915-1918). Il Paese doveva risollevarsi da una catastrofe non inferiore a quella del 1940-1945. La Vittoria, merito delle Forze Armate, cioè della Nazione guidata da Vittorio Emanuele III Re-soldato, era costata circa 680.000 morti (in massima parte giovani), un milione e più di mutilati e feriti, il balzo del debito pubblico da 14 miliardi a oltre 90. Il tutto fu aggravato dall'epidemia di febbre “spagnola” che mieté circa 500-600.000 vite in pochi mesi. Al confronto è pallida cosa la “crisi” odierna. Lo Stato lavorò alla ricostruzione con ministri di eccellenza e misure immediate e lungimiranti, senza sprechi. Fu il caso di Antonio Fradeletto, Cesare Nava, Giovanni Raineri e Alberto La Pegna alle Terre Liberate.
  A conclusione del suo programma elettorale Giolitti disse: “Per il risorgimento economico dell'Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza con i popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”, mentre “un popolo tanto vale quanto sa”.
“Da noi l'istruzione elementare è insufficiente. Molto peggio ancora procede l'istruzione media. L'istruzione classica è ancora la parte principale dell'insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; la scuola tecnica non ha di tecnico che il nome; è per la massima parte un duplicato della scuola classica. La parte principale dell'insegnamento di Stato dovrebbe essere, in tutti i gradi, istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata”. Alla testa andava posta l'“alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l'alta industria, e organizzata in modo da attrarre le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza”. Per incentivare il progresso degli studi, nel solco della tradizione risorgimentale, le cattedre andavano (come anche oggi andrebbero) rimesse a concorso ogni dieci anni, in modo da aprire la strada ai giovani studiosi e da mandare fuori ruolo i “pantofolai” ripetitivi. Era il 1919. Tutto è già stato scritto. E dimenticato.
  Che cosa è accaduto in Italia da decenni? È dilagata l'ossessione della “liceizzazione” di tutti gli istituti superiori, la moltiplicazione delle “etichette” su corsi variopinti, né classici, né scientifici, né tecnico-professionali. Sperimentazioni e “fai-da-te” hanno creato una selva selvaggia dalla quale troppi giovani escono abbacinati. Per l'Istruzione il nuovo governo non ha niente da “inventare”, parecchio da sfoltire e molto, semmai, da riscoprire, da quella costruita 150 anni orsono da Michele Coppino e Francesco De Sanctis. Se poi proprio ha bisogno di prendere esempio dalla Danimarca anche per la scuola, può rileggere che cosa scrivevano le Relazioni ministeriali dopo il 1870, quando ministro dell'Istruzione  era Quintino Sella: in quel Paese gli studenti delle superiori erano tenuti a esercitazioni militari, ad  attraversare canali e fiumi zaino in spalla. Gli italiani avevano capito che a Sedan i francesi di Napoleone III erano stati sconfitti non dai “soldati” ma dai “maestri” tedeschi, perché da un secolo avevano instillato negli allievi l'“Idea della Germania”.
  Altrettanto bisognava fare in Italia: una realtà politica appena nata, ma una nazione bimillenaria. L'Italia era Europa e l'Europa era Italia. Non vi era alcuna contraddizione. Appartenevano l'una e l'altra a un'unica civiltà, che aveva radici in Roma, la Città Eterna di Mommsen e Gregorovius, di Mazzini e Garibaldi e, infine, di Vittorio Emanuele II che vi trasferì la capitale, mano tesa verso gli inviolati Sacri Palazzi e la Città leonina che lo stesso Pio IX chiese a Raffaele Cadorna fosse presidiata dai “piemontesi” che garantivano ordine e disciplina.
Il pitagorico Arturo Reghini
Ha fatto bene il presidente Draghi a ribadire la centralità dell'“amore per l'Italia”. Non è affatto nuovo. È quello dei patrioti che le sacrificarono i beni, la libertà personale, la vita. È quello di Carlo Alberto di Savoia che, abbandonato dagli altri stati italiani a cominciare da quello pontificio, si batté da solo per l'indipendenza, abdicò, morì esule a Oporto e insegnò a tutti, Cavour incluso, il prezzo richiesto dalla guerra per l'indipendenza e l'unità della Patria. È quello trasmesso da Giosue Carducci, da Giovanni Pascoli e da Arturo Reghini (Pontremoli, 1878-Budrio, 1946), matematico, ermetico, gnostico, massone, “profeta” del primato morale e civile che, a suo assennato giudizio, risaliva a Virgilio, Dante, Machiavelli e includeva Cesare e Napoleone I: “italiani pur essi” e non meno “europei” di quanti hanno omesso la civiltà greco-latina dai fondamenti dell'Unione Europa.
  “Oggi l'Italia sta risanando” scrisse Reghini per il Natale di Roma del 1923. “Affiorano le antiche virtù”. Affinché altrettanto avvenga oggi occorre andare oltre le cronache quotidiane, non arrestarsi al luttuoso 1945, un anno che gli esuli forzati da terre italiane ricordano con angoscia. Occorre risalire alle sorgenti dell'Italia, al Risorgimento.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.

LUIGI LUZZATTI, IL “DRAGHI” DELLA TERZA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi LUZZATI  “I tempi difficili impongono a coloro che amano il proprio paese l'obbligo patriottico di unirsi”. Ha detto così, più o meno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; lo ripeterà quello del Consiglio dei ministri, Mario Draghi. È un motto antico come il mondo. Lo pronunciò anche Luigi Luzzatti (1841-1927), ebreo di Venezia, europeo per vocazione, deista per scelta, massone nella loggia “Cisalpina” di Milano che, come l'“Insubria”, faceva capo ad Ausonio Franchi (don Giuseppe Bonavino). Economista di talento, statista di prim'ordine, ministro e presidente del Consiglio, oggi Luzzatti è poco ricordato. Eppure...
Da Venezia all'Europa e dall'Europa all'Italia 
Il governo ora presieduto da Mario Draghi ha un unico possibile paragone nei 160 anni dall'Unità d'Italia a oggi (170 se vogliamo aggiungere il decennio del regno di Sardegna, che fu alla sua origine). È il ministero capitanato da Luigi Luzzatti dal 31 marzo 1910 al 30 marzo 1911. La prima e più suggestiva analogia è nel vastissimo consenso dei due governi. Draghi si accinge a incassare un sostegno senza precedenti nella storia della Repubblica. Lo votano partiti sino a ieri lontanissimi ma che, pur non facendosene ancora pienamente una ragione, non possono evitarlo. I pochi che si oppongono sono a corto di argomenti convincenti. Parlano alla propria “tribù” anziché al Paese. Altrettanto accadde a Luzzatti. Quando il 30 aprile 1910 chiese il voto di fiducia, alla Camera ottenne 386 “si” sui 411 deputati presenti e i 508 in carica. Un vero e proprio plebiscito, mai raggiunto da nessun altro presidente del Consiglio.
   Come Draghi, Luzzatti non aveva un partito. Dalla propria però aveva alcuni requisiti fondamentali. Nato a Venezia nel 1841 (v. box), di famiglia ebraica benestante, sospettato dall'Austria di “italianeggiare” da quando aveva sedici anni, compiuti gli studi liceali si trasferì a Padova ove nel 1863 si laureò nella Facoltà politico-legale. Apprezzato allievo di docenti di fama come Tolomei e Messedaglia, amico di Giacomo Zanella, Lampertico ed Errera, nel 1864 passò dal pensiero all'azione. Pubblicata la tesi di laurea (“La diffusione del credito e le banche popolari”), promosse la fondazione della Banca popolare di Lodi, la prima in Italia, su modello di quelle sorte in Germania per impulso di Schulze Delitzsch. Fu il primo rivolo di una fiumana. Subito sorsero quelle di Brescia, di Asolo e nel 1865 la Banca popolare di Milano la cui storia nel centenario fu scritta da Franco Catalano, docente di storia contemporanea alla Statale, poi alle prese col Sessantottismo di Mario Capanna.
Quarant'anni dopo l'esordio delle Casse di Risparmio, le Popolari ideate da Luzzatti promossero prestiti anche “sull'onore”, corresponsabilità dei beneficiari vincolata alla responsabilità limitata (anziché a quella illimitata invalsa in Germania), consolidamento delle riserve e voto capitario dei soci. Le “Popolari” non erano solo “banche” ma pedagogia sociale, civile, politica, “democrazia in cammino”. 
   Maritato con Amelia Levi dallo stesso 1864, il giovanissimo Luzzatti entrò in corrispondenza con economisti e sociologi di ogni paese europeo. Docente di diritto costituzionale a Padova dal 1867, concorse all’istituzione della Scuola superiore di Commercio a Ca' Foscari (1867) appena Venezia si unì all'Italia, all'indomani della Terza guerra per l'indipendenza (1866). Esperto di indiscusso valore in un ventaglio di materie specialistiche (codici di commercio, credito, economia forestale, istruzione professionale,...) e soprattuto di intricate questioni monetarie e bancarie, nel 1869 fu nominato da Marco Minghetti segretario generale del ministero di Agricoltura, industria e commercio: incarico corrispondente a quello di sottosegretario di Stato. Non ancora trentenne, resse le briglie per il varo di leggi e accordi internazionali di enorme importanza.
Nihil sub sole novi
Prima ancora di essere eletto deputato (v. box), Luzzatti era ormai noto in tutta Europa quale studioso ferrato delle questioni al centro dei rapporti tra gli Stati, di lì a poco alle prese con la tragica guerra franco-germanica del 1870 e l'esplosione della “Commune” di Parigi, repressa in un bagno di sangue. Messo alle spalle il grande brigantaggio” nell'Italia meridionale e appena acquisita Roma, l'Italia doveva “crescere”. Non le bastava la libera iniziativa. Per realizzare opere strategiche occorreva l'intervento dello Stato, già insegnato e praticato da Camillo Cavour: lo “statalismo sussidiario”, come l'IRI del “fratello”Alberto Beneduce mezzo secolo dopo e l'odierno Recovery Plan. Per Luzzatti, che conosceva la Bibbia a memoria, nulla è nuovo sotto il sole. Parlava con cognizione di causa. Fu l'anima della grande “Inchiesta industriale” del 1872 e ne scrisse da solo il Quarto poderoso volume: il portolano per passare dalla dottrina alla prassi. Se gli altri Paesi si irrigidivano in politiche protezionistiche, l'Italia doveva difendersi nel rinnovo dei trattati di commercio e nella difesa strenua della propria ancor gracile macchina finanziaria e imprenditoriale a cospetto delle condizioni socio-sanitarie messe a nudo dalla devastante epidemia colerica del 1867 e dalla morbilità connessa a malnutrizione e miseria: la febbre malarica e la pellagra, addolcita in “mal della rosa”.
Alla caduta della Destra storica (18 marzo 1876), a lungo Luzzatti non ebbe incarichi pubblici. Docente ascoltato, scriveva saggi e articoli in quotidiani che erano la sua vera cattedra. Poi il presidente del Consiglio Depretis, capofila della Sinistra, e il ministro delle Finanze Agostino Magliani ne fecero costantemente il capomissione per risolvere le vertenze più complesse, come il trattato dell'Unione monetaria latina e l'avvio di imprese strategiche, quale la Società anonima altiforni fonderie e acciaierie di Terni, ideata in funzione della nuova flotta da guerra, quando la Marina italiana valeva quella degli USA.
Ministro del Tesoro e delle Finanze nel primo governo presieduto da Antonio Starrabba di Rudinì (1891-1892), Luzzatti non affrontò la questione delle questioni. Vent'anni dopo Porta Pia (1870), a differenza degli altri Stati l'Italia aveva ancora sei diverse banche di emissione di moneta. Il bubbone esplose con lo “scandalo della Banca Romana”, che travolse il primo governo Giolitti (1892-1893), determinò il ritorno al potere di Francesco Crispi (1893-1896), che pure vi era immerso fino al collo, e precipitò l'Italia nella crisi di fine secolo, quando Luzzatti fu nuovamente al Tesoro nei quattro governi Rudinì. Rimase fermo nel sostenere la parità tra spese ed entrate. Il prestigio dello Stato si fonda sulla fedeltà ai patti convenuti, sulla salute del suo bilancio e sul rispetto dei debiti contratti.
Per la “svolta liberale” d'inizio Novecento...
Contrario a soluzioni autoritarie (l'appello di Sonnino “Torniamo allo Statuto” gli parve un balzo all'indietro), Luzzatti mirò invece a riaffermare il primato del Parlamento e nel marzo 1900 si schierò all'opposizione. Fautore del governo presieduto dall'ottantenne Giuseppe Saracco (1900), fornì competenza e creatività al governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) concorrendo alla nascita del Consiglio superiore del lavoro, al piano per la costruzione di case popolari, in risposta immediata a bisogni profondamente sentiti negli anni dei grandi scioperi e dell'emigrazione di massa, tutelata da una legge nella cui formulazione ebbe parte precipua. Ottenne anche leggi a tutela del lavoro, in specie notturno, femminile e dei bambini al di sotto dei 12 anni. Oggi pare poco, ma all'epoca era una conquista civile ostacolata da tanti, come l'abolizione della “ruota” in cui abbandonare i neonati e la “ricerca della paternità”, due conquiste di Giolitti, sorretto da Luzzatti.
Ministro del Tesoro nel secondo governo Giolitti (1903-1905), di concerto con la Banca d'Italia,  quando la moneta arrivò a far aggio sull'oro avviò la riduzione del tasso di interesse sui titoli dal 5 al 3.5%, poi realizzata dal ministro Majorana, che su suo consiglio e mediazione si valse della Banca Rothschild.
...e al governo
Il 3 marzo del 1910 fu la sua ora. Vittorio Emanuele III, che molto loapprezzava, lo nominò presidente del Consiglio su indicazione di Giolitti. Come documentato da Pier Luigi Ballini, egli varò il governo dopo lunghe e complesse alchimie, attestate dalle liste di ministri via via da lui elaborate. Tenne per sé l'Interno, con sottosegretario l'albese Teobaldo Calissano, fiduciario di Giolitti. Agli Esteri ebbe il marchese di San Giuliano (il meglio dell'Italia) e alla Guerra il comandante generale dei Carabinieri Paolo Spingardi. Capitanò una compagine di tecnici e politici di prim'ordine, liberali e di radicali (Cesare Fani, Francesco Tedesco, Luigi Facta, Luigi Credaro...). Non aveva un partito suo. Non era né di destra né di sinistra. Era un pragmatico, dalle competenze superiori e di piena fiducia da parte delle Cancellerie e delle banche europee.
   Però, proprio l'amplissimo consenso tributatogli dalla Camera fu alla radice della sua debolezza, perché prima o poi i Maggiorenti e i “partiti” (clan regionali e clientele personali) sarebbero tornati a rivendicare le proprie posizioni ideologiche e programmatiche. Luzzatti cercò sempre di smussare gli angoli. Quando il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ebreo ed ex gran maestro del Grande Oriente d'Italia, il 20 settembre 1910 pronunciò parole esageratamente polemiche nei confronti del papa e della chiesa, stemperò i toni. Nelle voluminose “Memorie” Luzzatti si definì “deista che sente e ammira idea religiosa in qualsiasi prisma se ne franga la luce”. Amico di molti “modernisti” italiani e di Oltralpe, come Paul Sabatier), nel 1913 non esitò ad apprezzare l'appoggio dei cattolici per la sua rielezione alla Camera.
“Costruttore” per la “vera democrazia”
Il suo governo era “di scopo”. Andava oltre Sonnino, conservatore, e doveva varare riforme economiche urgenti. Però Luzzatti si avventurò sul terreno infido delle elezioni amministrative e appoggiò i “blocchi popolari” anticlericali (socialisti riformisti, radicali e liberali progressisti). Poi si buttò a modificare la legge elettorale e riformare il Senato del Regno. Propose di estendere il voto ai maschi maggiorenni che sapessero copiare un testo a stampa e scrivere i numeri. Propugnò inoltre l'obbligatorietà del voto. Quanto al Senato, ritenne che dovesse essere per una parte (minore) di nomina regia e per l'altra formato attraverso una complicata elezione di secondo grado.
Sentite suonare tutte le campane (commissioni parlamentari, dibattito sui giornali...), Giolitti fece sapere che così come era il Senato aveva e avrebbe reso alti servigi all'Italia. Non potevano esserci “patres” di due diverse categorie, gli uni di nomina regia, gli altri elettivi. L’idea di Luzzatti evaporò. Il 18 marzo 1911 Giolitti propose il voto universale maschile per i maggiorenni, per quanti avessero prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti perché il giudizio politico non dipende dal maneggio delle lettere dell'alfabeto ma dalla vita. Preoccupato (come egli stesso scrisse a Giolitti) di non fare “caduta inonorata”, Luzzatti si rassegnò a porsi da parte, come del resto ormai voleva il Re. Restò in carica sino a festeggiare il 50° della proclamazione del regno, il 27 marzo, all'Altare della Patria. 
Rimase una grande e nobile “riserva della Corona” e dello Stato. Il Re nominò Giolitti, che orchestrò il “Grande Ministero” e le feste del Cinquantenario tenendo a fianco Nathan.
  Tornato per tre mesi ministro del Tesoro nel secondo governo Nitti (marzo-maggio 1920), Luzzatti sollecitò conferenze internazionali per correggere le storture dei Trattati “di pace”, altrimenti forieri di rivalse e di nuovi conflitti. Pacifista per vocazione, come il premio Nobel per la pace Teodoro Moneta e come lui fermo nel sostegno dei diritti degli italiani nel mondo, accordò il suo voto al governo di unione costituzionale dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini e lo confermò anche dopo l'“affare Matteotti”. Quando parte dell'opposizione disertò l'Aula, vi rimase per sostenere leggi di pubblica utilità, a cominciare della “battaglia del grano” che non era affatto “fascista” ma arrivava dall'Istituto Internazionale per l'Agricoltura (1908) voluto da Vittorio Emanuele III e da Giolitti.           
  Luzzatti insegnò che “la democrazia vera è quella che cerca di innalzare i poveri e gli ignoranti, non già di deprimere gli agiati e i sapienti. È un'opera di concordia, non di guerra sociale. Toglie o tempera gli attriti; non li crea e non li accresce. Benefica, edifica, non sconvolge gli ordini sociali”. Fu un grande e vero Costruttore. Uomo universale, sapeva che gli Stati e i governi passano, i “Grandi spiriti” sopravvivono.
Aldo A. Mola
L'EBREO LUIGI LUZZATTI, “DEPUTATO ERRANTE”
da “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pag.11. 

Luigi Luzzatti  Per un ebreo, anche se genio europeo di prima grandezza, non era facile conquistare un seggio parlamentare nella Nuova Italia. Fu il caso di Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927). Quell'Italia era “Nuova”, ma ancora appesantita da pregiudizi arcaici, scrupoli e pavidità. Ne seppero qualche cosa Alessandro D'Ancona e Isacco Maurogonato Pesaro che non furono nominati ministri mentre avevano tutti i requisiti per divenirlo.
Luzzatti si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Oderzo (Treviso) il 20 novembre 1870, due mesi esatti dopo l'irruzione dell'esercito italiano in Roma attraverso la breccia di Porta Pia, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, cattolicissimo come suo fratello Carlo e “uomo dello Stato”. Luzzatti vinse senza rivali, ma non aveva ancora compiuto trent'anni, l'età richiesta per entrare alla Camera. Riconvocati, gli elettori gli confermarono la fiducia l'8 gennaio 1871, ma il loro placet fu nuovamente annullato. Finalmente Luzzatti risultò regolarmente eletto il 12 marzo seguente. Da cinque anni il Veneto “euganeo” era incorporato nel Regno d'Italia. Tra i suoi campioni aveva avuto Daniele Manin, ebreo e presidente della Società Nazionale. Oderzo confermò la fiducia a Luzzatti nelle elezioni del 5 novembre 1878, quando gli si oppose il democratico Luigi Zanardelli, e del 1880 quando Giosue Carducci vi ottenne 5 voti contro i suoi 515: curiosamente, due avversari “di loggia”.
Nel 1882 fu il più votato della terna di Destra storica eletta nel collegio di Conegliano Veneto (Treviso II), ma venne sorteggiato tra i deputati eccedenti il numero di seggi riservati ai docenti universitari: identica sfortuna toccata a Carducci nel 1876, quando il Maestro e Vate, sazio di scrivere versi e di filologare in cattedra, decise di “scendere in campo” nel collegio di Lugo di Romagna, studi statistici ed economici alla mano. Venne eletto, ma, sorteggiato, decadde; ritentò altre due volte (a Pisa e a Lucca), invano.
Il 16 dicembre 1883 Luzzatti fu ripescato nelle supplettive del collegio di Padova. Vi venne confermato nel 1886 e nel 1890, primo della solita terna con Emilio Visconti Venosta e Ruggero Bonghi.
Col ritorno dai collegi circoscrizionali con scrutinio di lista ai collegi uninominali, i più “seri” della storia d'Italia dal 1848 a oggi, Luzzatti dovette cercarsi una roccaforte sicura. Con tutto quel che egli aveva da fare per l'Italia in Europa (e viceversa) non aveva tempo di  questuare voti. Molti notabili e prominenti della Terza Italia avevano collegi blindati. Era il caso di Giolitti nel Cuneese, Giuseppe Biancheri a Ventimiglia, Zanardelli a Iseo e via elencando. Luzzatti planò nel collegio di Abano Bagni, che lo elesse il 6 novembre 1892 e lo confermò entusiasta sino a quando egli fu sicuro di poter tornare trionfalmente a Treviso, ove fu rieletto per tre legislature. Nel 1913 Luzzatti fu confermato grazie al “Patto Gentiloni” che vide i cattolici confluire a sostegno dei liberali “moderati”, inclusi i massoni notori o anche solo “sospettati”. Era il caso suo. Ma la Chiesa di Pio X distingueva tra avversari, come chi credeva nel Grande Architetto, e i nemici: quanti volevano abbattere troni altari. Non i razionalisti ma i belluini.
Nel 1921 Luzzatti festeggiò cinquant'anni di “medaglietta” di deputato alla Camera. Come noto questa non comportava alcun emolumento, né, meno ancora, un vitalizio. Dal 1912 Giolitti aveva ottenuto il riconoscimento di una sorta di rimborso spese forfettario per consentire a ogni cittadino di essere eletto anche se povero o con magro stipendio. Come saggio e doveroso, il 10 aprile 1921 Luzzatti venne elevato a senatore del regno d'Italia con Paolo Boselli, deputato da mezzo secolo ramingo da Savona e Genova, ad Avigliana e Torino, da tempo al vertice degli Ordini Mauriziano e della Corona d'Italia, espressione del Re, “fons honorum”. Così l'ottantenne Luzzatti evitò di finire vittima del tritacarne del proporzionale e degli umori di un elettorato vagante, che in pochi anni passò dall'estrema sinistra alla destra fanatica.
   Come i Re Magi, nel suo errare da un collegio elettorale all'altro Luigi Luzzatti, barba bianca sempre più lunga, portò con sé studi economici e filantropia, guidato dalla Stella Cometa: l'Italia “europea” unificata dalla monarchia di Savoia.
Aldo A. Mola

IL RUOLO PROPULSORE DELLE “VISIONI POLITICHE”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Le cure di Arcuri: il fallimento della programmazione 
  Un punto fermo della svolta in corso è che essa è “politica” nel senso alto e forte del termine. Comunque proceda e si sviluppi, è nata dalla decisione meritoria di Matteo Renzi di uscire dal governo Conte-bis per dissenso sulla sua condotta, del tutto insoddisfacente a fronte delle urgenze del Paese, poi ricordate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la sanitaria, l'economica e la sociale, ma mai affrontate con la tempestività e la risolutezza necessarie. 
   Le vere e drammatiche ripercussioni economiche e sociali nel periodo medio-lungo della pandemia sono ancor tutte da vagliare, mentre ristagna l'elaborazione del  benedetto “piano” per arginarle e invertire la rotta: quel “progetto” che il governo Conte-Gualtieri  non è giunto a proporre, così mostrando la sua inadeguatezza programmatica e quindi “politica”. Le si capirà meglio quando, prima o poi, si passerà dalle misure tampone (protrazione della cassa integrazione e divieto di licenziamenti) alla normalizzazione del rapporto tra produzione e mercato in tutte le loro componenti interne e internazionali. 
   Durante le guerre gli Stati si sono sempre indebitati fuori misura e senza controlli. L'Italia lo ha fatto, rovinosamente, nel 1914-1918; e nuovamente nel 1940-1946: dieci anni che pesano per cento. Poi, appunto, è sempre arrivata l'ora della “resa dei conti. E' quanto l'Italia deve aspettarsi al termine di un anno durante il quale il governo ha estorto al Parlamento “scostamenti di bilancio” enormi ma di modestissima efficacia quale volano per la ripresa, trangugiati da tanti settori solitamente vigili nel timore di essere tacciati di “lesa patria”. Senza giri di parole e chiamando le cose come sono, col pretesto di fronteggiare l' “emergenza” il “Conte II” ha indebitato i cittadini presenti e futuri, recidendo i garretti di qualsiasi “ripresa” ventura. Non ha affatto “ristorato” quanti sono stati impediti di svolgere la loro normale attività d'impresa economica, ha soffocato il commercio e i consumi, ha impoverito il gettito dell'imposizione corrente (e quindi le sue stesse  risorse immediate e venture) e ha lasciato briglia sciolta a “Potentati di spesa” del tutto fuori controllo, a cominciare dal Commissario Domenico Arcuri che si è prodotto in iniziative incongruenti, dai banchi scolastici a rotelle (il cui uso è rifiutato dai loro destinatari) ai padiglioni a primula dal malaugurate colore di sangue rappreso, anziché procedere celermente alla vaccinazione di massa: operazione dinnanzi alla quale ha mostrato la stessa reattività esibita nella fase pandemica iniziale quando mancarono mascherine, camici e tamponi.  
   Il risultato della “non politica” del governo uscente è nell'eredità materiale che esso scarica su quello entrante. Se tutto fila liscio ad aprile risulterà vaccinato poco più del 10% degli italiani: una quota lontanissima dal minimo indispensabile per invertire la rotta e passare dall'emergenza perpetua, cara all'Avvoltoio appulo, alla normalità, dalla comunicazione istrionica e isterica imperversante da ormai un anno a un dialogo serio tra governo, amministrazioni pubbliche e cittadini, che non sono affatto grulli e vanesi come vengono dipinti ma hanno bisogno di informazioni affidabili, scientificamente tarate e proposte in modo chiaro anziché fatuamente emotivo. Quanto a “comunicazione” è ora che le televisioni smettano di rifilare ogni mezz'ora  immagini di aghi conficcati qui e là nei muscoli di poveretti che girano gli occhi dall'altra parte, di fiale,siringhe, cerotti e frigoriferi per la conservazione di vaccini: spettacoli che rimandano alle piazzate medievali, quando le folle erano attratte dai supplizi inflitti ai condannati a morte. Per far capire che a volte occorre farsi curare un dente non c'è bisogno di riprendere in diretta televisiva la bocca spalancata e le tenaglie che lo strappano dalla radice.
Per un'Italia “più viva”: Parva favilla gran fiamma seconda 
   Se però l'Italia davvero risalirà la china lo si deve, ripetiamo, a un altro e decisivo strappo: quello attuato da Matteo Renzi nei confronti di un governo statico ed estatico, in attesa del “miracolo”: l'elargizione futura (aspetta e spera... ) dei finanziamenti previsti dal Piano Europeo per la Ripresa a fronte di progetti sostenibili e verificabili: né più né meno di quanto richiesto per ottenere il  MES, ora uscito dall'orizzonte immediato ma non dalle necessità del Paese. L'Italia ne ha bisogno estremo per ammodernare il sistema sanitario, che è infantile dividere nelle categorie di pubblico e privato perché il contagio virale non fa distinzione di classe, lingue, religioni eccetera... Come il Verbo di Giovanni Evangelista, perfidamente  esso“soffia dove vuole”.
  Ma (dicono i sondaggi) Renzi conta solo il 2% delle intenzioni di voto. E allora? La verità della politica, quella alta, non si misura sulla base dei consensi raccolti dai simboli dei partiti ma della forza delle idee, dalla loro lungimiranza.  E' lì la differenza tra la politica fondata sulla scienza (l'unica politica vera) e quella avvolta nelle chiacchiere degli imbonitori. Per quanto superfluo, va ricordato che il Novecento è il non rimpianto secolo delle masse, anzi delle “folle”, manipolate e spinte a condotte suicide, a “credere obbedire combattere” senza capire perché, dove e con quali vantaggi.             
  Lasciando ai margini il passato remoto, va ricordato che all'indomani della seconda guerra mondiale le condizioni dell'Italia non migliorarono grazie ai tanto celebrati  partiti “di massa”, fermi nel culto dei rispettivi feticci (Stalin da un canto e la ierocrazia superstiziosa dall'altro) ma per l'azione di micropartiti colti e lungimiranti, minoritari nei consensi ma maggioritari nella capacità programmatica e nella forza trainante delle loro “pre-visioni”. Esattamente come era accaduto nella seconda metà del Settecento illuministico e nuovamente nell'Ottocento, quando una minoranza esigua guidò il processo verso l'unità nazionale che strappò l'Italia dal lungo “Medioevo”. All'indomani della guerra i partiti numericamente maggioritari per voti e per seggi in Parlamento erano nettamente contrari alla “occidentalizzazione” dell'Italia: una prospettiva rifiutata sia dai socialcomunisti accorpati nel Fronte popolare sia dai democristiani, diffidenti nei confronti dell'“America”, sospetta per i suoi costumi  (visti come “malcostumi”).
   A riposizionare l'Italia “a Occidente”, dove essa già si era attestata con i sovrani, da Vittorio Emanuele II a suo nipote, Vittorio Emanuele III, furono partiti dal modesto seguito elettorale ma proiettati nella direzione storica assunta dai “patrioti” sin dagli albori del Risorgimento, come il “britannico” milanese Federico Confalonieri, che l'Imperatore d'Austria fece condannò a morte, chiuse i condizioni disumane allo Spielberg e rilasciò a condizione che esulasse negli Stati Uniti d'America.
  Orbene, nella Ricostruzione postbellica Alberto Tarchiani,  ambasciatore d'Italia a Washington, fece più degli esponenti dei “partiti di massa”, incluso il democristiano Alcide De Gasperi. Altrettanto fecero esponenti di partiti piccoli e piccolissimi, come Leo Valiani e Piero Calamandrei, eletti alla Costituente del dissolto partito d'azione, e Ugo La Malfa che da quello stesso partito transitò con Ferruccio Parri in quello repubblicano. Alle elezioni  del 1948 il PRI racimolò il 2,5% dei voti e 9 seggi, che nel 1953 si ridussero all'1,6% e a cinque scranni. I liberali nel 1948 ottennero appena  il 3,8 dei consensi e 19 seggi che scesero a 13 cinque anni dopo quando esso ebbe il 3% dei voti benché presidente della Repubblica fosse il loro “numero uno”, Luigi Einaudi. A loro volta i socialdemocratici fletterono dal 7,2 % del 1948 al 4,5% del 1953 e da 33 deputati scesero a 19. Eppure furono quei partiti minori a tenere il timone dell'Italia verso Occidente mentre Pio XII continuava a ritenere che persino Rotary, Lions e analoghe associazioni “di servizio” fossero quinte colonne di una massoneria occulta, satanica, più infida e pericolosa dei socialcomunisti bonaccioni di strapaese.
Il passaggio a nord-ovest.... 
   Paradossalmente (è l' “ironia della storia”) furono quei piccoli partiti (incluso il repubblicano) a tenere viva la memoria del Risorgimento, della “grande guerra patriottica” del 1915-1918, della rivendicazione dell'italianità di Trieste e Gorizia, dell'Istria, di Fiume e delle città italofone della Dalmazia, del ruolo dell'Italia in un'Europa e in un mondo depurato dalla miopia del nazionalismo e delle illusioni autarchiche del rovinose regime mussoliniano. Con gli stessi argomenti della miglior tradizione patriottica monarchica, furono quei partiti minori a riportare l'Italia nei binari dell'età ante-fascista. Negli Anni Sessanta se ne fece interprete il socialdemocratico ravennate Giordano Gamberini, già vescovo della chiesa gnostica.
   Non può quindi stupire che a “manovrare lo scambio” per avviare l'Italia nei binari giusti sia stato ora un partito del 2% come Italia Viva. I voti non si contano ma si pesano. Per molti “partiti” i consensi pletorici sono un gravame soffocante.  E' il caso del Movimento Cinque Stelle (mai giunto a darsi identità vera), come, per altri versi, del Partito Democratico e di altri: appesantiti e frenati dalla necessità di raccattare consensi anziché capaci di progettare e proporre, di andare oltre le tattiche elettorali e di tornare alla strategia e recuperare il senso profondo della “politica”, come si fece negli Anni Sessanta con la “politica dei redditi” e la programmazione economica  propugnata da La Malfa e negli Anni  Settanta con la messa a punto di “Progetto '80” e i piani del Club di Roma.
   C'è davvero bisogno di partiti? Dal proto-Risorgimento e nelle guerre per l'indipendenza e per l'unificazione nazionale l'Italia non ebbe “partiti”. Ai tempi di Massimo d'Azeglio, Camillo Cavour, Quintino Sella...via via sino a Giolitti non vi furono “partiti liberali” ma persone di governo capaci e meritevoli, severe verso la stessa classe sociale di cui erano espressione, perché le riforme costano molto e il loro gravame non può essere scaricato sui nullatenenti, da avviare invece alla emancipazione attraverso scolarizzazione ed educazione civica: una missione immane e di lungo periodo. Risalire  la china richiede un paio di generazioni. E' quella che si prospetta all'Italia odierna: al bivio tra progresso nella libertà e pauperismo nella decrescita infelice, tra falso egualitarismo e meritocrazia, tra governo delle competenze e occupazione del potere nel nome di quel Jean-Jacques Rousseau che s'impancò a pedagogo ma abbandonò cinque all' Hospice des enfants trouvés. Alla larga, se è quello il rapporto consequenziale tra pensiero e azione.... 
  Ecco perché ora tocca a Mario Draghi e a chi saprà assecondarlo nella nuova Ricostruzione di cui l'Italia ha urgenza dopo tre anni di “non governo”, che si risolve nella peggior forme di malgoverno.   
Aldo A. Mola 
I 107 “SENATORI DI DIRITTO” CHE NEL 1948 ARGINARONO LA DERIVA DEMO-CLERICALE
pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pag. 11
 

Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970). Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  La III Disposizione transitoria e finale della Costituzione in vigore dal 1° gennaio 1948 stabilì che “per la prima composizione del Senato della Repubblica” fossero nominati senatori i deputati eletti all'Assemblea costituente il  2-3  giugno 1946 forniti di determinati requisiti. Il “privilegio” una tantum fu riconosciuto a ex presidenti del Consiglio dei ministri o di assemblee legislative; ai membri del disciolto regio Senato ma non “epurati” (una “trappola” il cui esame richiederebbe da solo ampio spazio); a chi fosse stato eletto deputato almeno tre volte (anche alla Costituente); a quanti erano stati dichiarati decaduti dalla Camera con l'iniqua legge del 9 novembre 1926 e avesse scontato pene di reclusione non inferiore a cinque anni inflitte dal Tribunale speciale  fascista per la difesa dello Stato. Furono nominati senatori di diritto” per quella prima legislatura repubblicana  anche gli ex senatori del Regno componenti della Consulta Nazionale  durata in vita dall'estate 1945 al 1946. 
  Se si fossero candidati alle elezioni poi fissate per il 18-19 aprile 1948 i beneficiari del privilegio decadevano  automaticamente dalla nomina “una tantum” alla Camera Alta. Come imposto dalla III Disposizione transitoria e finale  (ma solo il  22 aprile 1948),  venne emanato il decreto del Presidente della Repubblica (Enrico De Nicola) che elencò i 107 senatori “di diritto” del primo Senato della repubblicano.                 
  Quei “patres” erano in gran parte anziani, provati dalla storia. Ventidue morirono nel corso della legislatura. Però ebbero un peso determinante anche se oggi è dimenticato e completamente ignorato dalla “narrazione”, secondo la quale il vincitore delle elezioni, Alcide De Gasperi, non formò un governo di soli democristiani perché contava 305 seggi alla Camera su 630 e 131 al Senato su 315. In teoria avrebbe potuto fare tutto da sé cercando l'appoggio di una manciata di “volenterosi” a destra e a manca. 
   A impedirglielo fu proprio la composizione politica, culturale e “storica” dei 107 senatori di diritto. In massima parte infatti essi rappresentavano l'Italia anti-fascista ma anche quella ante-fascista: liberali, democratici, socialisti riformisti e cattolici di quel partito popolare che per anni aveva votato a favore del governo Mussolini e se ne era dissociato solo quando assunse il volto di regime di partito unico.
  Per di più tra quei “patres” vi erano molti repubblicani, anticlericali militanti e persino massoni notori come, tra altri, il generale Roberto Bencivenga, Eduardo Di Giovanni, Cipriano Facchinetti, Meuccio Ruini (già presidente della Commissione dei Settantacinque che varò la bozza della Costituzione) e Arturo Labriola, che era stato ministro del Lavoro nel V governo Giolitti e persino gran maestro del Grande Oriente d'Italia a Parigi dal 1932.
  Tra i 107  furono nominati senatori il vercellese Mario Abbiate, il monarchico Tullio Benedetti,  Alberto Bergamini, Ivanoe Bonomi, Giuseppe Canepa, Alessandro Casati, Benedetto Croce,  Luigi Einaudi,  Alfredo Frassati,  Luigi Gasparotto, Michele Giua, Stefano Jacini,  Emilio Lussu,  Cino Macrelli, Enrico Molè, Riccardo Momigliano, Rodolfo Morandi, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Giovanni Porzio, Giuseppe Romita, Carlo Sforza, Pietro Tomasi della Torretta, Adolfo Zerboglio (liberali, repubblicani, socialisti...) e alcuni comunisti tutti di un pezzo quali Ruggero Grieco, Girolamo Li Causi, Vincenzo Moscatelli, Celeste Negarville,  Giovanni Roveda, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Emilio Sereni e Umberto Terracini. Tutti ricordavano bene che nel novembre 1922 De Gasperi aveva votato a favore del governo Mussolini (di cui facevano parte esponenti del partito popolare, compreso Giovanni Gronchi) e poi della legge elettorale che aveva spianato la strada al regime. 
  In sintesi la maggior parte dei 107 senatori “costituzionali” non era affatto “democristiana” e meno ancora “papista” mentre pontefice era Pio XII. Dopo aver trangugiato l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione quei senatori si sarebbero opposti fermamente a una deriva clericale. Pertanto De Gasperi non avrebbe mai avuto la maggioranza in Senato, proprio perché i “patres di diritto” facevano la differenza. Perciò, non per “generosità” ma per necessità, egli varò il governo quadripartito formato da democristiani, liberali, repubblicani e socialdemocratici, con vicepresidente  Einaudi  (e poi il Giuseppe Saragat quando Einaudi fu eletto presidente della Repubblica) e il massone Facchinetti alla Difesa.     
   Furono quei “senatori di diritto” a salvaguardare la tradizione della Terza Italia che rischiava di essere risucchiata nelle sabbie mobili di una malintesa contrapposizione tra Roma e San Pietro anziché, come era, tra lo stalinismo e l'Occidente liberaldemocratico tutelato dagli Stati Uniti d'America e, di lì a poco, dall'ingresso dell'Italia nella Nato, strenuamente voluto dal “fratello”  Randolfo Pacciardi molto prima  e più che da De Gasperi.
Aldo A. Mola         
Nella fotografia : Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970).
Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  

ELOGIO DEL TRASFORMISMO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

De Pretis ElezioniIl peccato originale di Conte-Casalino-Zinga 
C'è il peccato originale. Macchia indelebile, come stabilì il Concilio di Trento. È la “culpa” che, vada come vada, segnerà un eventuale governo Conte-Ter: la svergognata pesca a strascico di anime perse nelle due Camere, ove, contrariamente a quanto scrive il costituzionalista Michele Ainis, i parlamentari non sono  affatto tenuti alla “disciplina”, che vincola i dipendenti pubblici (art. 54 della Costituzione) ma non i rappresentanti elettivi dei cittadini.
Giocare con le parole va bene solo in un Paese allo sbando. È quanto è accaduto nei giorni del goffo tentativo del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, di raffazzonare un “gruppo” al Senato per bilanciare l'uscita di Italia Viva dalla maggioranza. L'esito è stato squallido sotto tutti i profili. Così indecente che i suoi sponsor, consci di non essere autosufficienti al Senato, nelle consultazioni al Quirinale hanno steso tappeti rossi (come si fa nelle tende arabe) invocando il ritorno di Matteo Renzi all'ovile, come nulla fosse accaduto.
Il “fatto” però rimane: non una manovra di palazzo, ma la questua di “consensi” o, peggio, un'operazione di “ricatto con raccatto”, che ricorda la raccolta delle immondizie al mercato dopo lo sgombero delle bancarelle. E rimane che il “gruppo” (merli di incerta  lingua ancorché sedicenti europeisti) si costituì solo per “cessione” di un senatore del Partito democratico. E meno male che Mattarella a Fico ha dettato la linea: tastare i partiti della maggioranza “uscente”, senza concessioni all'armata brancaleone abborracciata da Conte-Casalino col soccorso rosso di “Zinga”.  
Se per sciagura dovesse mai nascere, il cosiddetto “Conte-Ter” avrebbe per marchio quel peccato originale: un affronto anche nei riguardi del Capo dello Stato che, nel congedarlo, aveva prescritto, come del resto è suo dovere, una maggioranza ampia e coesa. Quella dell'ormai tramontato Conte-bis non lo fu mai; essa, al contrario, sin dalla nascita risultò raccogliticcia (come pure il primo esecutivo Conte, quello dello sciagurato “contratto per il governo”): rimase accorpamento tra diversi, che ha rinviato tutte le decisioni incombenti e che, profittando dell'emergenza ingenerata dalla pandemia, ha sovraccaricato di competenze il “commissario” Arcuri Domenico, dall'occhio dimesso e furbescamente ammiccante.
L'agonia del regime partitico-parlamentare e il Trasformismo vero (1876)
   Dal 2018 l'Italia vive la crisi agonica del regime partitico-parlamentare, aggravata dalla sempre più abissale distanza tra l'esecutivo e le attese dei cittadini, a cospetto della crisi pandemica, economica e sociale evocata dal presidente Mattarella al termine delle consultazioni e nell'affidamento del mandato esplorativo al presidente della Camera. Ironia della sorte, ora tocca proprio a un “Cinque stelle” dipanare la aggrovigliata matassa di un Movimento caotico, populista, nel suo insieme estraneo alla tradizione politica italiana, intrinsecamente anti-istituzionale, fervorosamente anti-europeista e persino pronto a indossare i “gilet gialli”. Esso è stato il pilastro dell'ormai ex presidente del consiglio, il quale, tuttavia, non ha mai smentito in modo chiaro e convincente di avere la tentazione di farsi un partito tutto suo: un’incognita molto più insinuante e destabilizzante delle turbolenze di Renzi, cui va invece dato atto di aver posto temi e problemi squisitamente politici e istituzionali.
   Poiché proprio in connessione al risibile pateracchio del nuovo gruppo senatoriale si è parlato di neo-trasformismo e da “politici” e “giornalisti” di opinabile consistenza culturale sono stati evocati riferimenti al “trasformismo” e sono stati fatti i nomi di Depretis e persino di Giolitti quali precursori dello squallore odierno, va fatto un minimo di chiarezza sulla storia vera.
   Tra il 1876 e il 1887 il “trasformismo” in Italia fu il decennio di transizione dall’ormai sterile e nominale contrapposizione fra Destra e Sinistra “storiche”. “Brutta parola a cosa più brutta” scrisse il 3 gennaio 1883 Giosue Carducci nel “Don Chisciotte”. Però anche lui, “maestro e vate della Terza Italia”, da molti anni aveva messo da parte gli ardori mazziniani, era incantato dall'“Eterno femminino regale” di Margherita di Savoia e ripeteva i suoi versi giovanili “Bianca Croce di Savoia/Dio ti salvi e salvi il Re”.
    Quali erano i problemi di quell’Italia? Politica estera, riforme socio-economiche, consolidamento delle istituzioni: “Fare lo Stato” per “fare gli italiani”. L'8 ottobre 1876 Agostino Depretis, massimo esponente della Sinistra e presidente del Consiglio dei ministri, pronunciò a Stradella, fulcro del suo collegio elettorale, un discorso che, secondo lo storico Carlo Morandi confermato da Giovanni Spadolini, era stato scritto dal lombardo Cesare Correnti (1815-1888), esponente della Destra. Auspicò la “feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici (Destra e Sinistra) tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell'aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un'idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il Progresso. Noi siamo, o signori, un ministero di progressisti”. L'opposto del “rinvio” che nell'Italia odierna è sinonimo di Conte-Casaoino-Arcuri.
   Depretis (1813-1887: vedi box) ) era presidente del Consiglio dal 25 marzo, all'indomani della “rivoluzione parlamentare” come retoricamente venne detto il crollo del governo presieduto da Marco Minghetti, ultimo della Destra storica (18 marzo). Questa aveva all'attivo quindici anni vissuti pericolosamente, dall'unificazione (1861) all'agognato pareggio del bilancio di esercizio, cioè tante uscite contro altrettante entrate. Frutto non solo della tassazione su macinazione delle farine (l'odiosa “tassa sulla fame”), su sale, tabacchi, alcolici e su ogni bene di consumo, ma anche di esose imposte sui beni immobili e su tutto quanto fosse imponibile, dai portoni alle finestre, dai balconi ai cani da guardia e da passeggio. A quel modo, però, la Nuova Italia aveva fronteggiato e vinto il “grande brigantaggio” (studiato da Marco Pinto in “La guerra per il Mezzogiorno, ed. Laterza, apprezzato finalista all'Acqui Storia 2020, nuovo direttore dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano), messa a frutto la terza guerra per l'indipendenza con l'annessione di Venezia, e, acquisita Roma, aveva intrapreso la modernizzazione.
Il X congresso degli scienziati italiani, l'esposizione economica nazionale di Firenze e il censimento del 1871 indicavano che in appena due lustri il Paese aveva imboccato la giusta direzione di marcia: “fare”, fare bene, fare in fretta, grazie all' immensa macchina dell'amministrazione centrale e locale.
Però la compagine governativa della Destra era ormai spossata: confondeva l'equilibrio con la stasi. Si barcamenava in un'Europa che, messa alle spalle la guerra franco-germanica del 1870-1871, aveva ripreso e accelerato la seconda industrializzazione e con l'apertura del Canale di Suez aveva abbreviato distanza e tempi per le comunicazioni dall'Europa settentrionale alla Cina. Per di più il crollo dei noli marittimi all'indomani della guerra di secessione negli USA favoriva le esportazioni dall'America verso l'Europa a danno delle economie più deboli. Il grano d'importazione costava meno di quello faticosamente prodotto in Italia, con ripercussioni devastanti per un Paese ancora prevalentemente agricolo. Che fare? Anche il liberista Camillo Cavour quando necessario aveva fatto intervenire lo Stato a tutela della produzione “nazionale”.
Casti connubi...
   Nel 1869-1876 in Italia si susseguirono i due unici governi “di Destra” vera e propria, presieduti da Lanza e da Minghetti. La “Destra” era un'etichetta impropria. Il primo a liberasene era stato proprio Cavour che nel 1852 aveva pattuito il connubio di centro-sinistro (sic) con Urbano Rattazzi (che non era né di destra né di sinistra, ma costruttivo), poi ministro dell'Interno nel fattivo governo del 1859. Nel decennio successivo alla morte del Gran Conte (1861-1870) i governi avevano sempre compreso esponenti niente affatto “di destra”. Nel suo primo ministero (1862) Rattazzi incluse Depretis e il napoleonico Gioacchino Pepoli; nel secondo (1867) ancora Depretis (già ministro con il “destro” Ricasoli) e il quarantaseienne Michele Coppino (massone) all'Istruzione. Nel suo terzo governo (1869) il generale Luigi Federico Menabrea chiamò Angelo Bargoni e Antonio Mordini, massoni e Dioscuri del Terzo Partito. La debolezza cronica della Destra stava nella rivalità fra due suoi esponenti di spicco: il biellese Quintino Sella e il bolognese Minghetti. O l'uno o l'altro. E così alla fine arrivò Depretis: il Trasformismo, che andò di traverso alla retorica paleonazionalista esattamente come a quella fascista e gramsciana, a tutti gli aspiranti “rivoluzionari” e a quelli in servizio permanente. Era e rimase indigesto l' “aspro vinattier di Stradella” (come Carducci bollò Depretis), che promise (e mantenne) almeno una riforma all'anno, ma di quelle vere, che migliorano la vita delle “classi numerose”.
L'Italia era sotto assedio. Nel 1881 la Francia, mai amica sincera, impose il protettorato sulla Tunisia, che la neonata Italia considerava suo “porto sicuro”. Per uscire dall'isolamento Depretis concordò la Triplice Alleanza difensiva  (20 maggio 1882) con la Germania e l'Austria-Ungheria, suo potenziale nemico. Così ebbe mani libere per curare le piaghe interne. L'inchiesta sulle “classi agrarie” sollevò il coperchio sulle condizioni miserabili delle moltitudini. Le cinte urbane soffocavano le città che avevano bisogno di aria luce e pulizia. L'epidemia colerica del 1884 impose reti fognarie e acquedotti.
… e le Grandi Riforme
Il trasformista Depretis non racimolò il consenso di quattro gatti per caso in Parlamento. Nel 1881, àuspici Coppino, Zanardelli, Baccarini e tanti altri “fratelli”, egli varò l'ampliamento del diritto di voto da circa 650.000 a 3.000.000 di italiani. Dalle elezioni del 1882 (con collegi circoscrizionali e scrutinio di lista) scaturì la prima dirigenza di politici professionali tecnicamente attrezzati, come fece notare lo storico Giuseppe Galasso.
Proprio perché massone tutto d'un pezzo, fu Depretis ad avviare il primo serio approccio con la Santa Sede per la Conciliazione, malgrado l'opposizione miope di alcuni anticlericali e, s'intende, di fanatici baciapile. Si trattava di accordarsi sui “metalli” nel rispetto della libertà di coscienza di tutti, garantita dallo Statuto albertino che aveva riconosciuto l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.
Tra alti e bassi, da una all'altra crisi, rimpasto dopo rimpasto lo Statista tirò il carro governativo sino al 1887, quando formò il suo ultimo ministero: un vero capolavoro. Tenne per sé gli Esteri, all'Interno chiamò Crispi (che nel 1864 aveva detto alla Camera: “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”), alla Giustizia Giuseppe Zanardelli, a Finanze e Tesoro Agostino Magliani, all'Istruzione il grande Coppino (che dal 1877 varò la scuola elementare obbligatoria e gratuita), alla Marina Benedetto Brin (artefice della “Terni”), ai Lavori pubblici Giuseppe Saracco.
Al governo c'era tutta l'Italia competente e fattiva. Trasformava il brulicame in una compagine coesa, fondata su larghissima maggioranza (circa 400 deputati su 508), confermata anche nel 1886 quando affiorarono forze più decise ad accelerare le riforme, come l'“Opposizione subalpina” guidata appunto dai depretisiani Giovanni Giolitti, Tommaso Villa, Domenico Berti (già ministro con la Destra), dal garibaldino Pietro Delvecchio e altri.
Sommerso dal lavoro, Depretis ammalò. Assistito dalla moglie Amalia Flaver, di 34 anni più giovane – sposata quando già era vedova e con una bambina, Bice, e dalla quale ebbe Agostino –, come gli Elefanti da Roma si rinchiuse a Stradella. Vi morì con l'occhio alle sorti progressive della sua eredità politica. Senza soluzione di continuità, il governo, ora presieduto da Crispi, varò il nuovo codice penale che abolì in Italia la pena di morte (un primato mondiale), rese elettivi i sindaci e i presidenti delle Deputazioni provinciali, laicizzò le opere pie, approvò la prima legge sanitaria che impose ai Comuni la svolta urbanistica. Ecco, dunque, il Trasformismo: che è Riforme. È fatti. Per mettere l'Italia in sicurezza, come suggerito dal grande Adriano Lemmi (sempre in attesa di una biografia), Roma stipulò accordi anche con Londra: in una botte di ferro, il paese poté così progredire vieppiù. Il Trasformismo dunque non ha nulla a che vedere con le chiacchiere da cortile di chi annaspa e fa il gioco dei quattro cantoni rinviando ogni decisione vitale col macabro pretesto della “pandemia”, indebita le generazioni venture con lo sperpero del danaro pubblico e spera di rinviare le elezioni chissà sino a quando. Allievo prediletto di Depretis fu Giolitti, che nel 1912 conferì il diritto di voto a quasi tutti i maschi maggiorenni. Riteneva fossero cittadini pensosi delle proprie sorti e rappresentati da parlamentari consapevoli. Era inguaribilmente ottimista.
Aldo A. Mola
AGOSTINO DEPRETIS, IL MASSONE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Articolo pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021.
 

Agostino De PretisAgostino Depretis o, a lungo, De Pretis (Cascina Bella in Mezzana Corti, Pavia, 31 gennaio 1813 - Stradella, Pavia, 29 luglio 1887).
Laureato ventunenne in legge a Pavia, consigliere comunale a 31 anni, eletto deputato  trentacinquenne alla Camera del regno di Sardegna dal collegio di Broni (Pavia) il 26 giugno 1848, poi da quelli di Stradella (1861) e di Voghera (dal 1882 comprendente quello di Stradella), vicepresidente della Camera nel 1849, mazziniano attivo sino al 1854, contrario all''intervento del “Piemonte” nella guerra di Crimea, si avvicinò a Cavour sulla scia di Urbano Rattazzi. Fu governatore di Brescia nel 1859 e commissario straordinario in Sicilia per imbrigliare la spedizione garibaldina (19 luglio-14 settembre 1869).
Esponente di spicco della Sinistra democratica, fu ministro della Marina nel I governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), dimissionario per le conseguenze catastrofiche della spedizione di Garibaldi all'insegna di “Roma o morte”.
Tornò ministro della Marina nel II governo presieduto da Bettino Ricasoli (esponente della Destra storica) e poi nel II governo Rattazzi (aprile-ottobre 1867, travolto dalla spedizione di Garibaldi contro lo Stato pontificio).
Dal 25 marzo 1876 alla morte fu il massimo statista della Sinistra storica. Con l'intervallo di tre governi presieduti da Benedetto Cairoli, nel corso di undici anni formò otto compagini ministeriali, con ministri molto diversi nelle posizioni chiave (Esteri, Interno, Finanze, Istruzione, Marina...). I suoi esecutivi compresero esponenti delle regioni più disparate, parlamentari di solida formazione politica, culturale e professionale.
Dal 1864 al 1880 presidente della Consiglio Provinciale di Pavia, suo fedelissimo bacino elettorale, il 10 ottobre 1875 espose a Stradella il programma di vaste e incisive riforme politiche, giuridiche, culturali ed economico-sociali, che precorse la svolta politica nazionale col passaggio senza traumi dalla Destra alla Sinistra storica, all'insegna della continuità e del consolidamento dello Stato e della sua istituzione suprema, la monarchia di Savoia. Ebbe la fiducia di Vittorio Emanuele II (re dal 1849 al 1878) e di suo figlio Umberto I.
Iniziato “compagno” nella loggia torinese “Dante Alighieri” il 22 dicembre 1864, “maestro” dal 1866, affiliato nel 1867 alla “Universo” di Firenze, nel 1877 fu elevato al grado 33° del Rito scozzese antico e accettato e dal 1882 fece parte del suo Supremo consiglio. Il 14 marzo 1878 Umberto I gli conferì il Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.
Malato, da Roma tornò nella nativa Stradella. La salma fu esposta nel municipio. Unico dei quattro presidenti del Consiglio massoni (oltre a lui Crispi, Zanardelli e Fortis) ebbe funerali civili. Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, fratello del Re Umberto I, resse con Crispi e Zanardelli i cordoni nel corteggio funebre, seguito da una folla lunga un chilometro, senza alcun ecclesiastico: omaggio dovuto all'antico repubblicano che aveva ampliato le basi del consenso per la monarchia statutaria, fondata sulle libertà politiche e sul progresso civile.
Molto discusso per il suo pragmatismo fu elogiato per la capacità di rispondere alle polemiche con il silenzio. Alla sua morte Ruggiero Bonghi sentenziò: “Quelli che rimangono per sventura nostra non sono migliori di lui”.
Non condivise mai la cinica opinione di politicanti frustrati, secondo i quali “governare l'Italia non è difficile, è inutile”. Spese i suoi settantaquattro anni per lasciare gli italiani migliori di come erano alla sua  nascita, tra Restaurazione asburgica, regimi liberticidi e ottusamente clericali. Propose il trasformismo per dar corpo a un vasto Partito dello Stato e attuare grandi riforme progressive.

 

L'“ANGELO CADUTO DEL PCI”
TOGLIATTI LO MISE... IN TASCA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.Angelo Tasca, socialista umanitario 
Per i 18 anni di Greta Thunberg la Svezia emette un francobollo. Le “Poste” italiane stampano un “timbro” per il Centenario della fondazione del Partito comunista d'Italia. Là per una giovinezza sbiadita. Qua per un defunto dalle mani mica tanto pulite e dalla memoria cortissima. Un secolo dopo rimane nell'ombra uno dei suoi maggiori protagonisti: Angelo Tasca. Espulso dal partito e quindi condannato alla gogna perpetua, come il 3 settembre 1929 decise Palmiro Togliatti a Mosca, pronubo ai dettati di Stalin. “Il Migliore” era al bivio: o Tasca o lui. Pronto a obbedir tacendo, scelse come gli conveniva. Opportunista? Costruttore? Volonteroso? 
Ma chi era Tasca? Un “politico scomodo” secondo A. J. De Grand, un “eretico della sinistra” a giudizio di Sergio Soave: formule supponenti che la politica sia comoda e che la “sinistra” sia vi sia stata una “ortodossia”, una “dottrina”. Lo sappiamo. Il Komintern dettò il catechismo e le giaculatorie che ancora sentiamo ripetere. Lo fa il vanesio “Cento anni di sinistra” (ed. la Repubblica-l'Espresso) che intruppa Rosy Bindi ed Emma Bonino,  Ciampi e Cossutta...: minestrone da asporto.  
Tasca manca di una biografia vera: la narrazione dell'uomo. Fu un “socialista umanitario”, un “apostolo”, convinto che toccasse ai buoni e ai sapienti “evangelizzare”. Fu il Mazzini del social-comunismo italiano. Un piede nell'organizzazione sindacale e partitica, un altro, più a fondo, nel brulicame delle “classi numerose” che conosceva dalle esperienze di casa prima e più che da asettici laboratori di scienze economico-sociali. Alla “disciplina” di partito (prima quello socialista, poi quello comunista e in seguito nuovamente il primo, ma in Francia) antepose sempre la libertà di coscienza, la “critica” (era l'insegna della rivista di Filippo Turati e di Claudio Treves) e il “libero esame”. 
Tasca non ebbe una vita  tutta in piano. Nacque a Moretta, umido borgo rurale a metà strada sulla linea ferrata Cuneo-Saluzzo-Torino il 19 novembre 1892, l'anno di fondazione del Partito dei lavoratori italiani, poi Socialista.  La cittadina gli ha intitolato una viuzza di pochi metri, verso Torino, ove, separato dalla moglie, il padre, operaio ferroviario, lo condusse con sé. Tra molte difficoltà conseguì la maturità classica, intraprese la facoltà di giurisprudenza ma ripiegò su quella di lettere e si laureò a 25 anni su Giacomo Leopardi e la filosofia dell'illuminismo francese. Da un lustro aveva concorso a fondare il Circolo educativo socialista di Torino: anello di congiunzione tra studenti, studiosi, “militanti” (come il giovane Giuseppe Romita, figlio di un monarchico tutto d'un pezzo) e operai “in carne e ossa” (come una volta concesse Antonio Gramsci). Il suo socialismo era radicato nella consapevolezza della realtà dei proletari, dei sindacati, di “bisogni” che vanno molto oltre le dispute dei dottrinari al vertice dei gruppi parlamentari e di partito. Contrario all'impresa di Libia (1911-1912) e ancor più all'intervento dell'Italia nella Grande Guerra (il partito socialista si accovacciò nella sterile formula “né aderire, né sabotare” e non mobilitò i suoi iscritti e simpatizzanti contro la piazza dominata da nazionalisti e antigiolittiani), Tasca fu tra i fondatori di “Ordine Nuovo” con Gramsci, Togliatti e Andrea Viglongo (altro “dimenticato” in questo Centenario).
Se alcuni sognavano il balzo in avanti sull'esempio di Lenin, come ricorda Franco Livorsi il 4 ottobre 1919 Tasca scrisse nell'“Ordine Nuovo” che “la rivoluzione non è opera di un giorno, di decenni, ma di una generazione”. La storia chiede tempi lunghi. Senza “educazione” le “masse” finiscono succube di nuove oligarchie, ammantate nei panni di “nuovi principi”.
Fondatore del Partito comunista d'Italia
Il 21 gennaio 1921 Tasca fu tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, nato per scissione dal Partito socialista radunato a congresso in Livorno, e assunse via via responsabilità di rilievo, nella convinzione, però, che il “capitalismo” non era affatto al crepuscolo e che pertanto le sinistre dovevano convergere sul terreno del riformismo democratico per non perdere l'appuntamento con la storia, ripetutamente mancato da Turati nell'età giolittiana.
Visse da acuto osservatore (che non è sinonimo di “spettatore”) la crisi della democrazia parlamentare: il fallimento dello sciopero legalitario del luglio 1922 (epilogo del “biennio rosso”), l'ennesima scissione del partito socialista tra massimalisti e “unitari” (Filippo Turati e Giacomo Matteotti) nell'ottobre 1922, l'assenza dei comunisti dalla scena italiana nelle convulse settimane di ottobre. Mentre Mussolini organizzava la “spallata” che il 31 ottobre, senza colpo ferire, lo condusse al potere a capo di una coalizione costituzionale, i vertici del Pc d'Italia erano impegolati a Mosca nelle dispute della Terza Internazionale dominata da Stalin. C'era anche Gramsci che in Italia tornò solo due anni dopo. 
Tasca vedeva, constatava e comprendeva, ma non aveva i requisiti del “capo-popolo”, né del “capo-setta”. Come poi di lui disse, irridente, Togliatti, era un “gran studioso”, con propensione a valutare gli eventi, nella prospettiva poi affidata alla sua opera fondamentale: La naissance du fascisme (Parigi, 1938), rassegna degli errori commessi nel dopoguerra dalle sinistre che confusero ex combattenti e militaristi e si  auto-esclusero dal confronto con le istituzioni, illuse che fossero al collasso. Basti ricordare, al riguardo, la condotta dei 156 deputati socialisti che, eletti il 16 novembre 1919, uscirono dall'Aula cantando l'Internazionale mentre il re pronunciava il rituale discorso della corona. Volevano “fare come in Russia”, con la differenza che l'Italia aveva vinto la guerra, sia pure a carissimo prezzo.
Messo all'indice dai social-comunisti, il libro non venne apprezzato “a destra” perché pacatamente spiegò che l'avvento di Mussolini non era affatto una Rivoluzione ma l'involuzione del fascismo ed era quindi destinato a divenire regime di partito unico all'interno di un “sistema” che lo avrebbe utilizzato sino a quando gli fosse stato comodo. Ormai “al bando del partito” (come Amadeo Bordiga, Umberto Terracini e altri comunisti che pensavano di testa propria), nel suo volume Tasca non concedette alcun credito al fascismo. Valgano a conferma alcune sue considerazioni conclusive, animate da un afflato profetico ancor più che politico e storiografico: “La lotta contro il fascismo è in primo luogo lotta per la libertà e per il rispetto della persona umana; lotta impossibile se non si crede alla positiva verità di queste nozioni e se non si è pronti a rivendicarle e difenderle sotto qualsiasi regime. I comunisti hanno adottato la formula attribuita, del resto a torto, a Luigi Veuillot: «Quando siamo noi i più deboli, domandiamo la libertà in nome dei vostri principi. Quando siamo i più forti ve la neghiamo in nome dei nostri». Il socialismo non può essere un fascismo rosso. Pur escludendo i passi polemici e le contromanovre, il socialismo non può servirsi delle formule fasciste come il fascismo si serve di quelle socialiste. Ciò non può aprirgli una lunga strada o può condurlo troppo lontano. La classe operaia vale per il potenziale di filosofia cioè di umanità di cui dispone.
“Una nuova guerra  - scriveva Tasca alla vigilia della catastrofe suicida del 1939-1945 - non sarà vinta da quelli che disporranno dell'ultima cartuccia o dell'ultima tonnellata d'acciaio; la materia prima più indispensabile sarà lo sforzo umano reso possibile dalla grandezza delle speranze e dalla forza dell'ideale che lo sosterrà. Né si deciderà sul terreno della tecnica, specie se diventa, come è quasi inevitabile, guerra di logoramento di posizioni. La nuova guerra sarà più che mai guerra di masse, guerra di fanterie, e più che in quella del 1914-1918 saranno gli ultimi venuti al fronte e non i combattenti che faranno inclinare la bilancia. L'opinione pubblica vi avrà una parte decisiva e i suoi giudizi varranno eserciti. Per una lotta lunga i valori morali riacquistano tutto il loro peso. L'umanità dovrà cercare in profondità la sua salvezza e le passioni più profonde e tenaci sono quelle della coscienza, della coscienza illuminata. Dopo la catastrofe, se resteranno terre non sommerse, il sole si leverà dalla parte di quelli che meglio avrà conservato il fondo di umanità che il fascismo si sforza di compromettere e di distruggere per sempre”. 
Quando Togliatti lo cacciò dal partito (1929): “Irresponsabile opportunista”?  
Poco amato “a destra”, Tasca fu odiato “a sinistra”. Quando pubblicò la Naissance du fascisme aveva alle spalle dieci anni difficili. Come ha sintetizzato David Bidussa, egli non condivise la visione catastrofistica del capitalismo predicata da Stalin per motivi propagandistici; non condivise la “previsione” (in cui a Parigi si cullava anche Francesco Saverio Nitti) che il fascismo  sarebbe caduto per il fallimento della politica economica; indagò invece sulle radici del socialismo. L'affermazione dell'imminente crollo del capitalismo era funzionale allo stalinismo: subordinare tutti i partiti comunisti agli interessi dell'URSS, identificati con quelli del Partito comunista sovietico e, in definitiva, del suo gruppo dominante; e scatenare l'offensiva contro i socialisti riformisti e democratici liquidati come social-fascisti.
Rappresentante del partito comunista d'Italia nella segreteria della Terza internazionale, il 20 gennaio 1929 Tasca scrisse alla segreteria del PCd'I: “Tutta la situazione gravita intorno a Stalin. L'Internazionale Comunista non esiste; Stalin è il maestro che muove tutto. Egli è all'altezza di una simile posizione? Egli è in grado di portare una così grave responsabilità? La mia risposta è netta: Stalin è smisuratamente al di sotto di essa. Rivedete tutta la sua produzione: non troverete un'idea sua. È un rimasticatore di idee altrui, che ruba senza scrupoli e poi presenta in quella forma schematica che dà l'illusione di una forza di pensiero che poi non c'è. Le idee sono per lui delle pedine che egli dispone per vincere partita per partita. Stalin plagia perché è intellettualmente mediocre e infecondo. Con questa politica e questi metodi Stalin è in Russia la pattuglia di punta della controrivoluzione; esso è il liquidatore, finché avrà mano libera, dello spirito della Rivoluzione d'ottobre”.
Sic stantibus rebus Togliatti, il Migliore, “capì” che doveva espellere Tasca dal partito. Gli chiese l’“autocritica”. L'“imputato” rispose con un memoriale difensivo. La disputa si chiuse come previsto: il 3 settembre 1929 Tasca fu espulso dalla chiesa sovietica. Proprio perché era stato tra i fondatori dell'“Ordine Nuovo” e godeva di ampia stima tra i pensatori comunisti e socialisti anche nell'Europa occidentale, Togliatti calcò la mano, passando dal dissenso ideologico al disprezzo per la persona. In Come e perché abbiamo cacciato Angelo Tasca (“Vie Proletarienne”, a. III, n. 27, 10 novembre 1929, poi in P. Togliatti, Opere, III, 1, 1929-1935, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 92-97) dette un saggio del “metodo” di annientamento del “nemico”, l“eretico”, additato al ludibrio. Tasca divenne l'“irresponsabile” al soldo del capitalismo.       
Poiché doveva spiegare ai militanti, ignari del retroscena e desiderosi di sapere e di esaminare, Togliatti scrisse: “Noi dobbiamo portare alla base, esaminare, discutere, fare oggetto di una vastissima campagna, tutte le decisioni della ultima Centrale [del partito]. Solo in questo modo potremo lottare seriamente contro l'opportunismo. Sbarrargli la strada. Individuarlo e batterlo in tutti i suoi aspetti. Ma se avessimo incominciato questa campagna usando indulgenza a un atipico, qualificato, spudorato rappresentante e portabandiera dell'opportunismo, che risultato avremmo avuto? Tutta la nostra azione sarebbe stata viziata da una contraddizione potente e quindi sarebbe stata inefficace. La democrazia interna, sì, sta bene. Se qualcuno la intende così, egli cade in un profondissimo errore. Già Lenin aveva definito l'opportunismo come la manifestazione dell'influenza in seno al proletariato di una classe avversa al proletariato. Combattere contro di esso vuol dire proseguire in altro modo la lotta di classe degli operai contro i loro nemici. Perciò si deve essere nella lotta aspri, violenti, pieni di odio. Qui è dove lo spirito di setta deve entrare in azione. L'espulsione di Tasca darà alla nostra lotta contro l'opportunismo un carattere di concreta asprezza e irreconciliabilità, che la renderà efficace”. 
Dichiarato “nemico”, Tasca andava eliminato, sul piano morale se non si raggiungeva quello fisico (come accadde con Trotzky). La taccia di “opportunismo” divenne un marchio, come quella di “social-fascista” da Togliatti usata con sprezzo contro Turati, i socialisti democratici e i militanti di “Giustizia e Libertà”. Nella sua vacua genericità fece il paio con l'insinuazione di condotta “opaca” (che non vuol dire nulla ma molto insinua), di “immoralità” e altrettali “capi d'accusa”.
Anche Bucharin, come Tasca, non riteneva affatto che il capitalismo, malgrado il “venerdì nero” e la Grande depressione del 1929, fosse agonizzante: il primo, tuttavia, non fu subito espulso dal PCUS. Col cinismo del pavido,Togliatti si sentì dunque in dovere di precisare: “Perché il nostro partito doveva espellere Tasca se il partito russo non ha espulso Bucharin? Vogliamo registrare le differenze prima di tutto? Bucharin è un bolscevico della vecchia guardia e ha reso alla causa della Internazionale e della rivoluzione servizi grandissimi. Tasca è un piccolo professore vanitoso perdutosi, dopo lunga esitazione, nelle file del nostro partito e che alla causa della rivoluzione sinora ha reso essenzialmente il servizio di riuscire a indicare, con precisione, a ogni svolta la strada della capitolazione, della diserzione, della sconfitta. Dove sono nelle nostre file due gatti rognosi che vanno dietro ad Angelo Tasca?”
Meno di dieci anni dopo, Bucharin, già presidente del Komintern e autore di opere importanti come Teoria del materialismo storico (1921), fu accusato di “deviazionismo” (altro addebito tanto vacuo quanto efficace), arrestato, condannato a morte e fucilato, al pari di altri protagonisti della Rivoluzione d'ottobre (Kamenev, Zinoviev, Piatakov...), il maresciallo Tuchacevsckij, artefice dell'Armata Rossa, fucilato nel giugno 1937 e migliaia di ufficiali superiori nell'ambito delle “grandi purghe” staliniane.
La lezione di un socialista riformatore
Tasca scampò all’eliminazione fisica perché da Mosca riparò per tempo a Parigi. Con lo pseudonimo di Amilcare Rossi collaborò a “Le Monde”, diretto da Henri Barbusse, a “Le Populaire” di Léon Blum e pubblicò opere di ampio e durevole interesse. D'intesa con Giuseppe Faravelli, si oppose al patto di unità d'azione tra il Partito socialista guidato da Pietro Nenni e il Partito comunista togliattiano. La sua scelta gli attirò accuse infamanti e la damnatio memoriae da parte di tutto il “fronte popolare”, sia in Francia sia in Italia, in specie dopo il 1948-1949. La traduzione della Naissance du fascisme (La Nuova Italia, 1950) fu accolta da critiche feroci e/o da silenzio sprezzante. Eppure senza Tasca la storiografia sul fascismo sarebbe rimasta inchiodata alla propaganda della Terza Internazionale, pronta a capovolgere le carte, come accadde col passaggio dalla lotta contro i socialisti riformisti ai “fronti popolari”. Il celebrato Renzo De Felice arrivò quasi trent'anni dopo.
Il “caso Tasca” è la cartina di tornasole del tartufismo che ancora avvolge la narrazione su fascismo/antifascismo e sulle magnifiche sorti e progressive del comunismo all'italiana. Eppure ls storia del PCI non è affatto limpida. Come ricorda Giuseppe Vacca in Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1927 (Einaudi, 2012, p. 91), proprio Gramsci si dichiarò “in collera” con chi (Ruggero Grieco su mandato del Migliore?) da Mosca gli aveva indirizzato la lettera che, mentre già era in arresto, ne aggravò la posizione, come gli spiegò con amara ironia il giudice istruttore: “Vede bene, On., che non a tutti dispiace che ella rimanga in carcere”.
Malgrado le compiacenti apologie che nel Centenario del Pcd'I ne hanno cantato in coro la lungimiranza democratica e lo spacciano addirittura per riformista non fu una gran fortuna per l'Italia che nel 1929 lo stalinista Togliatti abbia iniziato la “sua” purga degli opportunisti, deviazionisti e “simili lordure”: Bordiga, Tresso, Ravazzoli, Leonetti... Una vicenda che merita di essere riportata al centro dell'attenzione. 
Da anni paralizzato a letto, Tasca morì a Parigi il 3 marzo 1960. Non ha bisogno di “francobolli” (che si leccano da dietro) ma di studio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.

150° dimenticato
AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA  
UN ITALIANO SUL TRONO DI SPAGNA (1871-1873)

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi. Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.   Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. Un Savoia sul trono di Madrid
C'era una volta l'Italia. Svolgeva un ruolo centrale per salvare l'Europa dall'abisso della guerra generale e della rivoluzione. Il 30 dicembre 1870 Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, approdò a Cartagena. Il 16 novembre il Parlamento di Madrid (las Cortes) lo aveva eletto re di Spagna con 191 voti contro 120. Suo attivo e prestgioso “grande elettore” era il generale Juan Prim y Prats, conte di Reus. A deciderne l'elezione  furono quattro concause che andavano molto oltre la sua persona.
In primo luogo gli insanabili conflitti interni allo Stato iberico. Il 18 settembre 1868 Esercito e Marina avevano iniziato la “Gloriosa Rivoluzione” che costrinse all'esilio Isabella II di Borbone col suo fido confessore, Antonio Maria Claret, e la discussa “sor Patrocinio”, monaca sedicente miracolosa ma ritenuta “anima nera” della regina. Il 1° giugno 1869 le Cortes di Madrid approvarono la Costituzione che fece della Spagna una “monarchia democratica”. Un ossimoro. Il sovrano elettivo sarebbe risultato ostaggio dell'Assemblea. 
Spettava ai deputati cercare il sovrano, più di loro mutevole gusto che adatto al Paese. Da decenni la Spagna era un guazzabuglio di conflitti tre pretendenti, correnti, clan e gruppi che si offrivano alzando il prezzo della propria corruttibilità, una malattia genetica. Fernando VII di Borbone, “il Desiderato”, abrogò la legge salica (successione al trono di maschio in maschio) e nominò erede la figlia Isabella II. Suo fratello, Don Carlos Maria Isidro, rivendicò il trono manu militari. Se ora il conflitto è una disputa tra appassionati di araldica, all'epoca fu combattuto con le armi e con la sua ferocia seminò odio e spirito di vendetta.
Le Cortes, in terzo luogo, dopo varie dispute e interferenze straniere (dinastiche, ideologiche e personalistiche, con tanti altezzosi “cacicchi”, “costruttori a noleggio”) il 21 giugno 1870 scelsero per re Leopoldo Hohenzollern Sigmaringen. Forse non era il peggio possibile (la Spagna era sotto l'influenza del filosofo massone Krause, del tutto ignorato in Italia), ma l'imperatore Napoleone III non poteva ammettere che la Francia venisse chiusa nella tenaglia tra la Prussia e una Spagna germanizzata: un balzo di secoli all'indietro, all'età durata da Carlo V d'Asburgo alla guerra di successione spagnola, da inizio Cinquecento al Settecento, quando Filippo V di Borbone ascese sul trono di Madrid. 
   L'Europa di 150 orsono usava moneta vecchia (successioni dinastiche sulla base delle norme vigenti all'interno delle singole Case regnanti) e moneta nuova (la volizione delle “nazioni” espressa dai suoi rappresentanti elettivi). Non bastasse, dal 1864 serpeggiava l'internazionale operaia, la Rivoluzione soffocata con l'annientamento di Caio Gracco Babeuf e dei suoi seguaci ed eredi. Nel 1869 Giuseppe Fanelli fondò in Spagna i primi nuclei dell'Internazionale e Farga Pellicer li rappresentò al congresso di Basilea. “Ordo ab Chao” era l'insegna del Rito scozzese antico e accettato, il più influente della massoneria universale, ma anche quella dell'estremismo giacobino pronto  scatenare il pandemonio per e afferrare il potere con un colpo di mano, preludio alla tirannide rossa. 
Per scongiurare questo rischio bisognava avere mano ferma, solide basi nella Spagna profonda e il consenso delle Potenze del “concerto europeo”, che sempre più “steccava” per mancanza di un direttore d'orchestra. Lo stratega dell’“investitura” di Amedeo di Savoia, il  generale Juan Prim y Prats, era alto grado della massoneria come documenta l'insuperato massonologo José Antonio Ferrer Benimeli nel rigoroso e “divertido” volume Jefes de gobierno masones. España 1868-1936 (Madrid, Esfera de los Libros, 2007).
La svolta da Leopoldo Hohenzollern al Duca di Aosta non fu affatto indolore. Dopo una serie di provocazioni il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, benché Berlino avesse acconsentito a dichiarare che “mai” avrebbe mirato a insediare un principe tedesco sul trono spagnolo. Le conseguenze del conflitto sono notissime. L'1-2 settembre agli acuti dolori alla prostata Napoleone III aggiunse la sconfitta militare a Sedan e la resa nelle mani del nemico. A Parigi fu proclamata Repubblica, la terza dopo quelle del 1792 e del 1848. La Rivoluzione prese la rincorsa e finì con la “Commune” di Parigi e la guerra civile soffocata in un bagno di sangue nel 1871. 
Il ruolo europeo del Regno d'Italia
Il 20 settembre 1870 il regno d'Italia fece di Roma la propria capitale effettiva: un triplo salto carpiato, che gli consentì di chiudere la “questione romana” nei confini interni, nel rispetto della “sovranità spirituale” di Pio IX, e di candidarsi a garante della pax europea. Con il crollo dell'impero francese, il neonato regno sabaudo (14/17 marzo 1861) risultò il più importante dell'Europa centro-occidentale “di terraferma”, impero austro-ungarico a parte. Aveva carte da giocare anche per attuare la “missione dell'uomo bianco” negli spazi afro-asiatici. Nel 1868 la genovese Compagnia di navigazione Rubattino acquistò la baia di Assab sulla costa africana del Mar Rosso, primo passo verso la futura Colonia Eritrea (1885-1890).
Dall'inizio del torbido “sessennio” che dilaniò la Spagna, il re d'Italia Vittorio Emanuele II, politico dalla lungimiranza ancora in attesa di pieno riconoscimento storiografico, mise sul tavolo della diplomazia moneta vecchia di incontestabile valore legale: il titolo di successione di un Savoia sul trono di Madrid, risalente alla rinunzia al trono di Sicilia (in cambio della Sardegna, 1719) in caso di “estinzione” dei Borbone, proprio quanto era accaduto con la cacciata di Isabella II. A quel punto il Re Vittorio doveva mettere in campo un Principe della propria Casa. Cercò invano di indurre il nipote Tommaso di Savoia-Genova, che però (come ricorda Franco Ressico nella recente bella biografia di Carlo Cadorna, ed. BastogiLibri) si riteneva riserva aurea della Casa se i figli del sovrano non avessero dato continuità diretta alla Corona. Dopo mesi di sollecitazioni, documentate dal suo Epistolario curato da Francesco Cognasso (Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1966), Vittorio Emanuele II ottenne infine l'assenso del secondogenito Amedeo duca di Aosta ad assumere la corona di Spagna. 
Quella “moneta vecchia” faceva di Roma il fulcro di un “patto di famiglia” che andava dall'Italia al Portogallo, il cui re (sovrano di un vasto impero coloniale) aveva sposa Maria Pia, figlia del re d'Italia. Tra i “doni di nozze” era stata ventilata la cessione dell'Angola a Vittorio Emanuele: un’ipotesi bloccata dalla Gran Bretagna che non voleva un altro Stato europeo sull'Atlantico.
Il dialogo impossibile tra il Re e il suo “popolo”
Re designato, Amedeo di Savoia partì da La Spezia il 26 dicembre. Il 2 gennaio entrò in Madrid intirizzita dalla neve. Salutò la cortina di spettatori con ampi gesti, che alcuni interpretarono come segni massonici. Giurò fedeltà alla costituzione e intraprese la sua “missione”. Purtroppo per lui il 27 dicembre il generale Prim era rimasto vittima di un attentato. Come documentano le sue recenti biografie, la ferita di una palla di rivoltella non venne affatto curata. Molti indizi lasciano anzi ritenere che fu “aiutato a morire”. Nell' “imbalsamazione” i suoi occhi furono sostituiti con bulbi di vetro: per celare tracce di soffocamento?
Comunque sia, con la sua tragica morte (30 dicembre) la Spagna stessa entrò in agonia. Il 24 gennaio 1871 al prestigioso e affollato Teatro Calderón di Madrid (ricorda lo storico Vicente Palacio Atard) fu rappresentata la commedia “Maccaronini I”, sarcastica allusione al nuovo re. Parecchi ufficiali rifiutarono di prestare il giuramento di rito. In varie città, Madrid inclusa, si levarono grida “Viva il Papa-Re, abbasso il Re massone”. In marzo fu rinnovata la Camera. Vennero eletti 53 carlisti, 18 isabellini,18 fautori del futuro Alfonso XII di Borbone (figlio di Isabella II), 9 seguaci di Antonio di Montpensier, duca di Orléans, mancato candidato al trono, e ben 52 repubblicani dichiarati. I “costituzionali” erano lacerati in fazioni guidate da maggiorenti che si contendevano il potere, spinti da proterva ambizione personale: Mateo Práxedes Sagasta, Ruiz Zorrilla (entrambi alti dignitari massonici) e Francisco Serrano duca de La Torre, ognuno con le proprie clientele. 
In due anni si susseguirono sei diversi governi. Una nuova elezione generale portò alle Cortes 14 seguaci di Sagasta (“progressisti”), 9 “alfonsini” dichiarati e 79 repubblicani capitanati da Emilio Castelar e apprezzato da Mazzini e Garibaldi: minoranze inconcludenti ma chiassose, come osservò Ortega y Gasset in “El Imparcial”. 
Amedeo I tentò di farsi ben volere percorrendo le molte e vaste regioni dell'immenso “continente” iberico e ricambiando le calorose attenzioni di dame e damazze. Ma era la Spagna stessa a precipitare verso la crisi. Si aggrovigliarono  l'esito infelice di una delle molte fasi belliche a Cuba, l'insorgenza armata dei carlisti in Navarra (21 aprile 1872) e le agitazioni in Catalogna. 
Il Paese era lacerato dalla rottura tra Chiesa e Stato, che risaliva alla proclamazione della libertà di religione (1° giugno 1869), duramente combattuta dall'episcopato e dalla generalità del clero cattolico. Lo scioglimento dei gesuiti, di ordini conventuali e congregazioni religiose aveva riattizzato divisioni che risalivano all'età franco-napoleonica, alla guerriglia per l'indipendenza nazionale e alla feroce lotta contro gli “afrancesados”. “Amedeo Primero”, figlio del re che aveva spodestato Pio IX, era considerato strumento di Satana. La regina, la piissima Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, era figlia del principe Emanuele, famoso cospiratore liberale del 1821 e  “caposetta” così potente che, fermato alla frontiera del regno sabaudo con molte prove a suo carico, era stato subito rilasciato. Un mistero paragonabile a quello del leggendario Michele Gastone, massone e carbonaro. 
Come attestato dal conte di Romanones, Amedeo di Savoia concluse che ormai la dirigenza politica era “una casa di pazzi”. Dopo essere stato bersaglio di due attentati (il secondo mentre era in compagnia della regina), alle 13 e 30 dell'11 febbraio 1873, avuto riservatamente il consenso paterno, abdicò alla corona di Corona di Spagna e rientrò in Italia, ove, nei tempi e modi previsti, riprese titolo alla successione in subordine al fratello maggiore, Umberto.  Se in repubbica un governo non regge su maggioranze raccogliticce, una monarchia elettiva ha bisogno di consenso vastissimo, come sentezio Umberto II alla vigilia del referendum del 2-3 giugno 1946.  
La Repubblica e il caos
Lo stesso 11 febbraio 1873 a Madrid fu proclamata la repubblica. La Spagna precipitò in un regime anarco-sovietico. L'11 luglio il potere esecutivo fu assunto da Francisco Pi y Margall. Il giorno dopo esplose l' “alzamiento” in Cartagena. Il 18 seguente salì al potere Nicolas Salmerón, altro massone. Il 5 settembre Castelar assunse la presidenza della Repubblica “conservadora”. Il 4 gennaio 1874 il generale  Manuel Pavia y Lacy, marchese di Novaliches, sciolse le Cortes. Il governo passò nelle mani di Francisco Serrano. Il 10 venne soppressa la sezione dell'internazionale operaia. Il 29 dicembre 1874 Carlos Martínez Campos proclamò in Sagunto la restaurazione della monarchia nella persona di Alfonso XII di Borbone, antenato dell'attuale Felipe VI. Il cerchio si chiuse. Due anni dopo don Carlos passò la frontiera e dalla Francia riparò nell'Impero asburgico, sempre col sostegno del clero reazionario e oscurantista. Il 30 giugno 1876 la Restaurazione iniziò a camminare sulla via indicata da Antonio Cánovas del Castillo, grande riformatore destinato a essere assassinato proprio perché, come già Prim, favoriva il progresso.
Il “sessennio” contenne i germi della seconda repubblica e delle sue devastanti conseguenze: la guerra civile del 1936-1939, che oggi continua con la “damnatio memoriae”.  La Spagna ebbe la saggezza di rimanere estranea alla Grande Guerra come poi alla Seconda guerra mondiale, ma non ha mai superato le divisioni interne (lo documentano le magre sorti del Partito popolare e di Ciudadanos) e l'inclinazione all'estremismo da anni impersonato da Pablo Iglesias e dalla deriva indipendentistica e repubblicana imperversante in Catalogna. 
Benché non sia mai giunto a ispanizzarsi (riluttò anche ad apprendere e a usare correntemente lo spagnolo) Amedeo I ebbe il pregio di far capire agli spagnoli che la monarchia era l'unica istituzione capace di tradurre in forza unificante le pulsioni particolaristiche. Preferì abdicare piuttosto che tradire il giuramento di fedeltà alla “monarchia democratica”, caposaldo della Spagna odierna. 
Il paradosso iberico di 150 anni orsono molto insegna a un Paese come l'Italia, ove un docente di diritto  mai eletto da nessuno eppure pro tempore presidente del Consiglio dei ministri a capo di due (o forse persino tre) maggioranze del tutto diverse e disarmoniche, si atteggia ad “avvocato del popolo” e campione di europeismo reggendosi sulle grucce di movimenti geneticamente antieuropeisti e populisti come i Cinque Stelle, alcuni vetero-stalinisti intruppati fra i “leucociti” (vale d'esempio il neo-giacobino Roberto Speranza) e i clerico-marxisti che tessono le fila dei “Democratici”. Questa è la moneta vecchia, priva di valore nell'Unione Europea ma ancora circolante in Italia, inchiodata alla sterile guerriglia ideologica e alla contrapposizione (più propagandistica che storiografica) su fatti e misfatti di due partiti – il PCI e il PNF - ormai morti e sepolti. 
Motivo in più per fare memoria del 150° dell'ascesa del duca Amedeo di Savoia sul trono di Spagna: una grande occasione mancata per l'“Unione latina”, alternativa al dominio germanico e all'altrettanto fatale duello franco-tedesco iniziato nel luglio 1870 e protratto sino al maggio 1945, quando tutti i paesi europei, vincitori e vinti, persero la guerra e finirono, come sono, succubi di potenze mondiali.   
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi.
Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.  
Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. 

CARLO CADORNA CON E OLTRE CAVOUR
UN PROTAGONISTA DELLA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).Alla ricerca del Cadorna obliato
Nel “discorso di Capodanno” il presidente Sergio Mattarella ha detto che nel 2021 con Dante Alighieri andranno ricordati il 160° dell'unità nazionale (cioè la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia: 14/17 marzo1861) e la “collocazione” del Milite Ignoto all'Altare della Patria. Aggiungiamo che andrà anche rievocato il 150° dell'insediamento di Vittorio Emanuele II, del governo e delle Camere in Roma, finalmente capitale effettiva d'Italia, anche come “risarcimento danni” per l'oblio lo scorso riservato all'unione di Roma all'Italia. Il 20 settembre 2020 “Porta Pia” è scivolata sotto silenzio perché quel giorno (mostrando che, quando occorre, il voto non è affatto incompatibile con la pandemia) gli italiani furono chiamati a rinnovare alcuni consigli regionali e a confermare o meno, con referendum nazionale, quel “taglio” dei parlamentari che ha inferto un grave vulnus alle Camere attuali da quando i suoi stessi componenti, in un raptus masochistico, si dichiararono in sovrannumero. Il 150° della conquista di Roma manu militari, della (temporanea) debellatio dello Stato Pontificio e della generale astensione dei cattolici dalle urne sino al “Patto Gentiloni” del 1913 fanno parte della storia, anche se non vengono ricordati. Pesarono e pesano.
Nel settembre 1870 il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella decise l'“affondo”. Ordinò al generale Raffaele Cadorna l'irruzione nella Città Eterna. Perché? Il 7 ottobre 1911 per giustificare la guerra contro l'impero turco il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, sentenziò: “Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, perché una esitazione o un ritardo può segnare l'inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli”. Fu quanto avvenne nella settimana precedente Porta Pia. L'Europa era in fiamme per la disputa sul trono di Spagna. Caduto Napoleone III prigioniero dei tedeschi, a Parigi era stata proclamata la repubblica: un'idea “contagiosa”. Roma ne aveva già viste due, nel 1798 e nel 1849. Aleggiava l'incubo di una terza repubblica nella Città Eterna, mazziniana o addirittura socialista. Il governo italiano varcò il Rubicone: “Ora o mai più”. Non era formato da politicanti improvvisati, inclini al “vedremo”, ma da personalità temprate in decenni di lotta per l'idea di Italia. Come aveva detto Cavour, senza Roma l'Italia non sarebbe mai stata Italia. Bisognava dunque andarci, “con” o “contro” il papa. Tocca agli storici documentare l' “ora delle decisioni irrevocabili”, ponendosi nei panni dei suoi protagonisti, senza pretendere di dare consigli al passato remoto ma al tempo stesso spiegando le conseguenze immediate e di lungo periodo di decisioni forzate dalla ridda degli eventi. La Storia procede a segmenti. Con una settimana in più di trattative diplomatiche e il riconoscimento della “vera indipendenza” promessa da Cavour su un chilometro quadrato qual è oggi la Città del Vaticano, la storia d'Italia avrebbe avuto altro corso.
Proprio per capire la complessità di quella vicenda giovano le biografie di quanti ne furono attori. È il caso di Carlo Cadorna, proposto all'attenzione nel 150° di Porta Pia da un ottimo volume del novantenne Franco Ressico (ed. BastogiLibri). Professore “di una volta” (la scuola è sacerdozio civile, non televendita) e a lungo docente di lettere nel ginnasio-liceo dell'Istituto Santa Maria di Verbania, già autore di articoli e saggi di storia locale, con questa sua “prima opera” Ressico esplora la dirigenza apicale dell'Italia unita e il travaglio che scandì le tappe dal Risorgimento alla vigilia della Grande Guerra. 
Carlo Cadorna fu fratello del generale Raffaele, che ordinò l'irruzione dell'esercito italiano in Roma il 20 settembre 1870, a sua volta padre di Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra, il cui figlio, Raffaele, nel 1944-1945 comandò il Corpo Volontari della Libertà. Una dinastia per l'Italia. Lo ricorda un altro Cadorna, figlio di Raffaele, colonnello e studioso di strategia militare, di cui è uscito or ora il corposo Caporetto? Risponde Luigi Cadorna (BastogiLibri, pp. 352).
Il cursus honorum d un Uomo di Stato
Carlo Cadorna (Pallanza, 8 dicembre 1809-Roma, 2 dicembre 1891) fu una personalità superiore nel ricco paesaggio politico-culturale del tempo suo. Avvocato e giurisperito, non fu un “politicante” ma uno statista estraneo alle camarille e alle fazioni. Benvoluto dai più anche per i suoi modi naturaliter aristocratici, tipici della nobiltà sabauda – enigmatica nella genesi ma non nella vita e nei rapporti con lo Stato – , Cadorna fu sbrigativamente celebrato alla morte, ma presto dimenticato. Per i ruoli pubblici ricoperti, la molteplicità e varietà dei suoi scritti, la vastità dei suoi orizzonti e il riserbo che ne avvolse la vita privata (anche Ressico la lascia in ombra, con pochi cenni ai malanni che lo afflissero sin da giovane: per le fitte allo stomaco una volta svenne mentre presiedeva la Camera) svettò come i campanili che incombono sui borghi e inducono ad abbassare lo sguardo invece di incoraggiare a raggiungere la cella campanaria per condividerne la visuale e ascoltarne la voce.
  “Cospiratore culturale” a vent'anni e in confidenza con il teologo Vincenzo Gioberti, suo maestro di vita, dopo lustri di avvocatura a Pallanza e a Casale Monferrato, promotore di asili per l'infanzia sul modello propugnato da Ferrante Aporti, con Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Filippo Mellana nel 1847-1848 promosse periodici come “Il Caroccio”, che concorsero a creare il clima propizio alla svolta costituzionale nel regno di Sardegna. Nell'autunno 1847 Carlo Alberto di Savoia rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali; e promise pubblicamente che si sarebbe posto alla guida della guerra per l'indipendenza. Con lo Statuto del 4 marzo 1848 il Re varò la monarchia rappresentativa fondata sul Parlamento bicamerale. Tornò qual era stato nel 1821, quando, su sollecitazione di “settari” (carbonari, massoni, adelfi...)  aveva varato la Costituzione spagnola, all'epoca la più liberale d'Europa.  
Eletto deputato nel collegio di Pallanza il 27 aprile 1848, il quarantenne Cadorna si erse a protagonista del dibattito politico. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Gioberti (16 dicembre 1848), ministro “al campo” nelle ore cruciali della brumal Novara, la sera del 23 marzo 1849 assisté all'abdicazione di Carlo Alberto, che stemperò l'emozione abbracciandolo e gli strinse la mano.
Esponente del centro-sinistro, per la provata competenza dei suoi interventi in aula e il rigore lungimirante dei saggi e degli articoli che ne accompagnarono l'attività di deputato, fu apprezzato da Camillo Cavour, che gli affidò la difesa delle leggi contro le ingerenze del clero nella vita pubblica, qualificanti agli occhi di Londra, Parigi e della Svizzera (che contava più di quanto solitamente si pensi). Favorevole nel 1848 all'espulsione dal regno di Sardegna dei gesuiti (ne era stato allievo), il 2 gennaio 1858 Cadorna promosse l'inchiesta sull'abuso di strumenti spirituali da parte di ecclesiastici nella campagna per il rinnovo della Camera. A quel modo assecondò Cavour che fece decadere alcuni canonici eletti deputati.
Vicepresidente della Camera dei deputati dal 1855 e presidente dal gennaio 1857, dal 18 ottobre 1858 nuovamente ministro della Pubblica istruzione nel governo Cavour, il 29 agosto 1858 fu nominato senatore. Forte di solida maggioranza nella Camera elettiva, lo statista aveva bisogno di contare a Palazzo Madama su senatori preparati, assidui alle sedute e profondi conoscitori degli umori serpeggianti a Palazzo Carignano. Deputato da dieci anni, Cadorna era indicato per svolgere tale missione.
Onusto di cariche prestigiose, lasciato il ministero alle tempestose dimissioni di Cavour dopo l'armistizio di Villafranca (gli subentrò il milanese Gabrio Casati, che legò il nome alla prima legge organica sull'istruzione, poi passata dal regno di Sardegna a quello d'Italia), Cadorna ricoprì posizioni di alta responsabilità nella Camera Alta e nel Consiglio di Stato, di cui fu componente dal luglio 1859. Eletto vicepresidente del Senato, il 1° giugno 1865 fu nominato prefetto di Torino. La città era sconvolta dalla sanguinosa repressione delle comprensibili proteste contro il trasferimento della capitale del regno a Firenze per effetto della convenzione del 15 settembre 1864. Dopo il ravennate Giuseppe Pasolini occorreva un piemontese, una persona “dolce” (come Cadorna era solitamente descritto) ma al tempo stesso “ferma”. Giurista, procedeva nel solco della tradizione militare di famiglia. Suo padre, Luigi Giuseppe (1766-1848), era stato fedelissimo alla monarchia consultiva nella lunga guerra contro la Francia rivoluzionaria, ora documentata da Giorgio Enrico Cavallo e Marco Scarzello in “Fuite de Dijon. Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobino, 1799-1800 (Ed. Vivant, 2020).
Ministro per l'Interno dal 5 gennaio al 10 settembre 1868 nel secondo governo presieduto da Luigi Federico Menabrea, Cadorna resistette alla pressione di chi chiedeva misure straordinarie contro i disordini in Emilia-Romagna, in Sicilia e nel Napoletano. Bastavano le leggi vigenti.
Ambasciatore a Londra e Presidente del Consiglio di Stato
Vicepresidente del Contenzioso diplomatico dal 10 novembre 1868, su proposta del governo l'11 aprile 1869 il re lo nominò ambasciatore a Londra in successione a Emanuele Tapparelli d'Azeglio, che il 27 marzo 1861 aveva ottenuto il riconoscimento del neonato regno d'Italia da parte della Gran Bretagna. Benché non parlasse l'inglese (all'epoca la lingua della diplomazia era il francese), nel volgere di pochi mesi affrontò questioni di importanza europea. In primo luogo urgeva l'individuazione di un componente di Casa Savoia quale re di Spagna, su designazione delle Cortes e sollecitazione del generale Prim y Prats: un vero tormento per Vittorio Emanuele II. Il re dapprima aveva tentato di indurvi il principe Tommaso di Savoia, che si defilò con argomenti sconcertanti, documentati da Ressico. Seguirono la crisi franco-prussiana, precipitata nella guerra il 19 luglio 1870, e l'urgenza di assicurare il consenso della Gran Bretagna all'annessione di Roma e del Lazio. Al riguardo Cardorna molto si valse delle relazioni confidenziali instaurate con il premier britannico William Gladstone. Sul trono di Madrid ascese infine il secondogenito di Re Vittorio, Amedeo di Savoia, duca di Aosta, re sino all'inizio del 1873.
Il 4 febbraio 1875 Cadorna fu nominato presidente del Consiglio di Stato in successione a Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache. Rimase in carica sino alla morte, alternando gli impegni che gliene derivavano con la pubblicazione di saggi e articoli sui temi di suo precipuo interesse, in specie sulla politica estera e sulla formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, da lui approfondita anche in disegni di legge, opuscoli e articoli che suscitarono la reazione stizzita del quindicinale della Compagnia di Gesù, “La civiltà cattolica”. Erano lavori preparatori alla summa del suo pensiero, Religione, Diritto, Libertà: due poderosi volumi di 1503 pagine, pronti per la stampa alla vigilia della morte e pubblicati postumi dal fratello Raffaele.
La duplice lealtà: cattolico e uomo di Stato
Carlo Cadorna visse la sua missione di politico statista con “sentimento” di cattolico devoto e membro di un “Consiglio legislativo”. Entrambi i poteri, lo spirituale (della Chiesa) e quello temporale (dello Stato) - egli argomentò - hanno origine divina: il primo nella Rivelazione, il secondo nella legge naturale, “la quale  è pure divina”. Ogni potere discende dal Creatore, il Grande Architetto che dal caos plasma l'Ordine, ma non da investitura papale.
Cadorna aveva motivo di ritenere che la Chiesa di Leone XIII, come quella di Pio IX, non fosse al passo con i tempi. Però a loro volta i pontefici avevano ragione di non subordinare il magistero petrino al “mondo moderno”. Lo storico Gianpaolo Romanato insegna che dal 1854 nell'enciclica Ineffabilis Deus papa Mastai Ferretti scrisse:“Auctoritate Domini Nostri Jesu Christi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli, ac Nostra, declaramus, pronunciamus et definimus”. Il papa enunciava un dogma fondandosi sulla propria autorità, infallibile. Non aveva bisogno di alcun “benestare” per esercitare la sua piena potestà spirituale: né di un Concilio ecumenico, né, meno ancora, del regno d'Italia.
La debellatio dello Stato pontificio, sulla quale Carlo Cadorna fu pienamente in armonia con il governo oltre che con l'azione del fratello Raffaele, non fece che rendere più evidente l'impossibilità di “dialogo” tra principii opposti e inconciliabili. L’idea della separazione fra Stato e Chiesa, condivisa da Cadorna, rispondeva a una concezione della Rivelazione che la seconda non poteva condividere, perché la Verità di cui si riteneva (come si ritiene) depositaria sarebbe stata equiparata a quella delle tante denominazioni evangeliche e riformate e, in prospettiva, alle altre religioni abramitiche (mai riconosciute veridiche dalla Chiesa di Roma) e persino a quelle “naturalistiche”, al di fuori del Libro, basate sulla “ragione” e/o sul “libero pensiero”. 
   La concezione di Carlo Cadorna insegna dunque che la vera “breccia” del “mondo moderno” nella percezione e nella pratica della dottrina della chiesa non fu quella aperta in modo spettacolare a Porta Pia il 20 settembre 1870. Essa era già nelle coscienze e non venne chiusa neppure con il Concordato, che riguardò “i metalli” e il loro governo, con il pieno ripristino della sovranità temporale, funzionale al libero esercizio di quella spirituale. Ne è documento la sua “Dichiarazione di fede cattolica” in cui scrisse: “Alle opinioni dei teologi e dei dottori non attribuisco altro valore fuori di quello delle ragioni che recano in mezzo per provare la verità”. Professata massima riverenza al Papa, rivendicò il primato della propria coscienza, “alla quale voglio garantita piena e assoluta libertà, non accettando verun intermediario tra essa e Dio, ma assumendo io medesimo tutta intera davanti a lui la responsabilità”.
Anche per questa sua testimonianza di alta spiritualità Cadorna risulta protagonista di spicco della Terza Italia, come già osservò Romano Ugolini, indimenticabile ultimo presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Nel 150° di Porta Pia merita di essere proposto alla riflessione odierna, quale invito a calarsi appeno nel dramma dei cattolici d'Italia.
Per quanto superfluo, occorre sottolineare, infine, la moralità civica di Carlo Cadorna e della sua famiglia, votata al servizio del bene inseparabile del re e della patria. Emerge a luce meridiana da una lettera del 9 giugno 1870 citata da Franco Ressico: “Né io, né Raffaele, dopo tanti anni di vita pubblica, non abbiamo migliorato neppure di un centesimo le nostre sostanze”. Quelli erano gli uomini che costruirono la Nuova Italia. La nostra.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).

LA LEZIONE DI LUIGI EINAUDI (1874-1961)
MONARCHICO, LIBERALE, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 03 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.Se il Capo dello Stato si risveglia...
Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato Sergio Mattarella rievocò Luigi Einaudi a Dogliani nel 70° del suo insediamento a primo presidente effettivo della Repubblica italiana. Disse che lo Statista ebbe “il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata”. Come già aveva fatto nel 1945 in correzione di Ferruccio Parri, se fosse stato in vita Benedetto Croce avrebbe osservato che anche l'Italia pre-fascista, quella di Luigi Zanardelli e di Giovanni Giolitti, era stata una democrazia, vegliata da Vittorio Emanuele III. Mattarella evocò alcuni capisaldi del suo predecessore, “a partire dall'esercizio del potere previsto dall'articolo 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. Einaudi non esitò a rinviare alle Camere due leggi perché “comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'articolo 81 della Costituzione”. Che cosa direbbe e farebbe oggi Einaudi a cospetto dello scempio del Parlamento e del debito pubblico? A Dogliani Mattarella ricordò che il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi una “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell'articolo 92 della Carta, motivata dal “dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Per lui il Capo dello Stato non è succubo dei partiti. Di lì la sua avversione nei confronti del “governo di assemblea, che vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza”.
Storico di alto profilo, Einaudi capì e spiegò la grandezza di Vittorio Emanuele III quando il 25 luglio 1943 esautorò Mussolini: “La prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti dal popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell'apparenza”. Un mònito più che mai attuale in questo difficile inizio dell'Anno Nuovo che coincide il 60° della morte dello Statista cuneese.
Ma chi fu Einaudi?
Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) fu eletto primo presidente effettivo della Repubblica italiana al quarto scrutinio l'11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale e monarchico, egli non aveva “studiato” da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, esattore delle imposte (recandole nottetempo in calesse dalle Langhe a Cuneo in certi tratti armava la rivoltella), crebbe in casa dello zio Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Nel 1922 ne raccolse gli Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani. Allievo nel collegio dei Padri Scolopi a Savona, nel 1888 fu proclamato “Principe dell'Accademia” su indicazione del geografo Arcangelo Ghisleri, massone. Einaudi fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso delle altre confessioni. Per comprenderne la cultura bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giolitti e di Marcello Soleri, narrate da suo nipote Roberto in Radici montane (ed. Aragno). Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa (deputati, senatori, consiglieri provinciali, sindaci consiglieri comunali, “notabili”...), ma tra tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti erano “aiuta te stesso” e “volere è potere”, come insegnò il naturalista Michele Lessona.
Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un breve impiego alla Cassa di Risparmio di Torino dal 1896 iniziò a scrivere per “La Stampa”, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. Aveva già alle spalle opere prestigiose, come Un principe mercante. Studi sull'espansione coloniale italiana, sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte. A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa a Torino dal pugliese Salvatore Cognetti de' Martiis e ne assunse la direzione nel 1908. Dal 1903 nel “Corriere della Sera” e dal 1922 nell'“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di “clienti” e opportunisti. Docente straordinario di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall'Università di Torino.
Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il  6 ottobre 1919 fu nominato senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che sino alla notte fra il 29 e il 30 ottobre si propose di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari. Rimasto escluso dall'esecutivo, ne commentò l'ondivaga condotta con articoli sempre più severi. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore delI'Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò  una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.
All'indomani dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L'anno seguente sottoscrisse il “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere ormai erano note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Tornò da altro versante a scriverne in Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, in controcanto con il “giolittiano” Benedetto Croce, autore della Storia d'Italia (1928). Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l'uomo libero vuole che lo Stato intervenga”. Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: “la scienza economica è subordinata alla legge morale”.
Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933), scritta quindici anni dopo la fine della Grande Guerra, e Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese (1936). Dopo l'arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d'America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta e prestigiosa “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della razza” e si pronunciò contro l'antisemitismo e l'incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto come tutti i pubblici dipendenti a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altri popoli nel corso del tempo.
Dopo molte edizioni dei fondamentali Principii di scienza della finanza condensò decenni di studi in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano nella  introduzione ai suoi Scritti economici, storici e civili (Meridiani Mondadori, 1973) Einaudi fu “il più grande demitizzatore” italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma con riferimento alla vita sociale: abolizione delle “maiuscole”, dei “titoli” vanesii, dei formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.
Tra esilio e dopoguerra
Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell'Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l'Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali furono rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato Einaudi riparò in Svizzera. Vi pubblicò, tra l’altro, I problemi economici della Federazione europea. Sulla fine dell'anno seguente fu chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, che  il 4 gennaio 1945, d'intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, lo nominò governatore della Banca d'Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L'amministrazione era a sua vola subordinata ai governatori militari. L'Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d'anteguerra. L'inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti presenti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (in quello dell'Alta Italia mancava la Democrazia del lavoro) e al governo erano divisi, nell'immediato e nelle prospettive ultime. Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera; l'alto commissario per l'epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera. Fu nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente ed eletto per il partito liberale all’Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946). Tornato dal “viaggio di istruzione” negli Stati Uniti d'America (1947), il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi lo volle vicepresidente e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d'Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.
Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto irrealistici puntò a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d'Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”. Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira” che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall'estero. Come da lui previsto, in un paio d' anni le speculazioni si esaurirono e l'inflazione si ridusse a indici accettabili con la ripresa, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri concessi dagli USA nell'ambito del Piano Marshall. Capita una volta ogni 60 anni..., ma occorre chi sappia investirli.
Contrario a imposte straordinarie, contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se ne era occupato nel magistrale saggio del 1920 su Il problema delle abitazioni), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa: oggi purtroppo corre su banchi a rotelle verso l'abisso), di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Nella sua immane opera ebbe collaboratori il biellese Giuseppe Pella, futuro presidente del Consiglio, e l'insigne economista Gustavo Del Vecchio.
Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che redasse la bozza della Carta, ottenne l'approvazione dell'articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all'indomani delle elezioni, prese parte all'inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.
Attualità di un antico Capo dello Stato
Alle 6 del mattino del’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, andò a informarlo che De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, per tre volte sostenuto senza successo. Il settantaquattrenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III.
Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in Lo scrittoio del Presidente e in Prediche inutili. Continuò a studiare, a pubblicare e a promuovere ricerche per unire gli italiani, come poi fece negli anni seguenti, restituito alla cattedra universitaria ad vitam con speciale decreto.  Improntò l'esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l'istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa. Nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura dell’austerità. All'inizio del 1945 aveva tracciato le linee del nuovo liberalismo: “quando siano soppressi i guadagni privilegianti derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.
Qual è l'eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora anche da persone “di casa”) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch'egli coltivò propositi mai attuati, a cominciare dall'abolizione del valore legale dei titoli di studio (più che mai urgente, visto il degrado del sistema scolastico) e dalla confutazione del  mito dello “stato sovrano”: pagine, queste, pubblicate nella Piccola antologia federalista, con scritti di Jean Monnet, Denis de Rougemont e altri.
Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione con Giolitti, non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall'illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente dell’associazione dei piemontesi a Roma, promossa nel 1944 da Renzo Gandolfo, nel 1961 presentò i due poderosi volumi Storia del Piemonte (ed. Casanova).
Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell'acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio della storia, della scienza della finanze e dell'economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA, Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.

“RINVIO ITALIA”
SCUOLA, ELEZIONI.... - FINO A QUANDO?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.L'eredità non è un gioco di parole
Il 2020 lascia una pesante “eredità” all'anno venturo. Qualunque ne sia l’esito, il verboso duello tra l'italovivente Matteo Renzi e il presidente Conte non finirà con la pace ma con un fragile armistizio, intervallato da scaramucce in vista di altre ostilità e della battaglia finale. Però, a differenza delle tante crisi di governo che si sono susseguite nella prima come nella seconda repubblica, l'attuale non prevede che tutte le parti in lotta si possano proclamare più o meno vincitrici. Alcuni suoi protagonisti finiranno nella polvere senza speranza di riscossa. Possono prendere per insegna l'elogio del valoroso Jacques II de Chabannes de la Palice (1470-battaglia di Pavia, 1525):“un quarto d'ora prima di morire era ancora vivo”.
  Il Soggetto del 2020 è stato il “rinvio”. In passato l'Italia ha avuto governi di coalizione. Dopo quelli nel 1944 imposti dal Comitato di liberazione nazionale, che confiscò temporaneamente la rappresentanza nazionale, dal 1947 nacquero ministeri incardinati sulla Democrazia cristiana, un partito di centro che secondo alcuni guardava a sinistra ma si voltò anche a destra e dopo i governi della “non sfiducia” divenne il perno del Grande Centro, dai liberali ai socialisti. All'inizio degli Anni Novanta (dei quali si è perduta memoria) implosero tutti i partiti prefascisti e ciellenistici. La DC risaliva al Partito popolare italiano fondato da don Sturzo nel 1919, i liberali che si dettero nome ma non sostanza nel 1922, i socialisti di varia osservanza derivavano dal Partito dei lavoratori italiani del 1892, i repubblicani erano sorti a fine Ottocento. Fondati cent'anni prima, radicali disparvero una seconda volta, spossati da Cicciolina. In lutto per la dipartita dell'URSS e la caduta del Muro di Berlino il partito comunista intraprese il cammino: da DS sino al PD odierno, all'insegna della botanica e in omaggio alle Metamorfosi di Ovidio, dalla Quercia all'Ulivo, ma a differenza della narrazioni mitologiche non ebbe mai un Adone. Oggi ha Zingaretti.
   L'introduzione del maggioritario fu corretto e corrotto con cospicue quote di proporzionalismo da scaltri democristiani. Così il “sistema” favorì la sopravvivenza di partiti medi, piccoli e minimi, vassalli del sottogoverno e della burocrazia che tengono a guinzaglio la democrazia formale e impedì l'avvento di maggioranze solide e durevoli. Per portare alla presidenza del Consiglio il comunista Massimo D'Alema bastò inventare un micropartito di cui si è persa memoria. Al potere si alternarono coalizioni opposte, ma di breve periodo. Impossibilitati a procedere nel tempo, i governi hanno giocato di rimessa. Strappata la palla all'avversario ogni nuova compagine ha giocato al centro campo: tanti passaggi da una zona all'altra, palle fuori, palle in tribuna, parecchi falli, mai una vittoria netta. Esauriti anche i tempi supplementari di quelle sceneggiate, gli spettatori hanno perso la pazienza. Una parte cospicua non è andata alle urne. Altri hanno regalato quattrocento seggi a un Movimento nato “contro tutti”, privo di programma, dirigenti sperimentati, relazioni con le grandi famiglie politiche dell'Unione Europea (popolari, socialisti, liberali e persino i verdi, che in Italia non esistono), ma pronto farsi carico dell'universo mondo. Novelli Ercole, promettevano di pulire le cloache della politica. Ma poi?
   Il seguito è sotto gli occhi di tutti.  La crisi che si trascina sin dalla proterva liquidazione del governo Berlusconi l'11 novembre 2011, pronubo Giorgio Napolitano: anni scanditi da fuochi d'artificio spettacolosi, come avviene a fine anno, a carnevale, per le feste patronali. Spenti gli sprazzi torna il buio. Cominciò la luminaria di Monti Mario, “salva Italia”, pallida controfigura eurodiretta del nostrano Lamberto Dini. Dopo la mesta vicenda del governo Enrico Letta, sorretto da Forza Italia nel timore del peggio, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi s’intestarono la riforma della Costituzione sottoposta a verifica referendaria, con esito per loro mortificante. Passarono come comete, alcune delle quali portano bene, altre male. La loro lasciò alle spalle la massa gassosa scambiata per stelle: cinque e in disordinato moto perpetuo.
Dopo le sventurate elezioni del 2018, in assenza di una maggioranza politica vera e a conclusione della più lunga stasi post-elettorale della Repubblica il capo dello Stato incaricò un governo basato su un “contratto” con punti programmatici anticostituzionali (non rilevati). Il governo Conte-Di Maio-Salvini non contò su una maggioranza politica ma semplicemente numerica. Vivacchiò un anno, succubo dell’esasperata polemica sull'approdo in Italia di clandestini che per taluni erano (del tutto impropriamente) “migranti” da assistere caritatevolmente (quasi il loro arrivo fosse pianificato dal governo stesso) per altri semplicemente “criminali” da fermare alla partenza “manu militari”: operazione possibile solo se l'Italia ancora fosse quella di Vittorio Emanuele III e di Giolitti, ma del tutto fuori portata dell'attuale, dalla influenza modestissima sulla’“quarta sponda”.
Dall'imprevedibile e caotica mossa di Salvini, che nell'agosto 2019 dichiarò sfiducia nel presidente del Consiglio, nell'illusione di rapido ritorno alle urne, contro ogni previsione nacque il governo attuale, quadripartito (pentastellati, democratici, “leucociti ”e italiviventi), fondato sul “vedremo”, “faremo”, “studiamo”, indeciso a tutto e sempre più boccheggiante. E' Italia del rinvio.
  A prescindere dalla forma dello Stato, monarchia (in Europa se ne contano una decina, in buona salute: Elisabetta II insegna) o repubblica, nelle democrazie parlamentari i governi sono come un edificio. Hanno fondamenta, alcuni piani e un tetto. Alla base vi è il consenso dei cittadini. I pilastri portanti sono il programma. Il tetto è la convergenza tra l'azione del governo (qualunque colore abbia, è erede del Trattato di pace del 1947) e i vincoli politici, militari ed economici dello Stato, dai quali nessuno, può prescindere se non a rischio di fratture e ritorsioni micidiali, anche per via del nostro mostruoso debito pubblico.
Orbene, l'attuale governo Conte è nato dalla somma di debolezze, senza un programma proprio, con prospettiva di breve periodo.Doveva solo arare una nuova legge elettorale: non l'ha fatto. In compenso ha sperperato e sperpera risorse, senza un piano condiviso. Il suo tetto è scoperchiato, i pilastri sono corrosi come quelli di certi viadotti e, come indicano tutti i sondaggi, l'elettorato non si riconosce affatto nel governo. L'edificio sta per crollare di schianto. Si regge su una maggioranza numerica in un Parlamento dichiarato morto e sepolto dalle Camere stesse e dal referendum confermativo dello scorso 20 settembre, quando si votò sotto schiaffo del covid-19. Non solo: quelle votazioni furono “celebrate” a scuole aperte da pochi giorni e poi chiuse in tutta fretta per la manifesta incapacità del governo di garantire l'afflusso degli allevi in sicurezza, come dovrebbe avvenire per tutti i cittadini ovunque vadano, in fabbrica come in ufficio o in giro per i fatti loro.
  La sgangherata maggioranza ancora al governo non è affatto una coalizione. Per tale infatti s’intende un’alleanza nata da una convergenza su principi politici e con un programma organico di ampio respiro. Esattamente l'opposto dell'attuale, che senza l'inizio dell'epidemia/pandemia si sarebbe sfasciata da tempo. Nata dall'equivoco vive nell'ambiguità: fondata sul rinvio, è in tutto e per tutto inconcludente. Sfidando il ridicolo, il suo presidente Conte Giuseppe adesso ripete il mantra che non bisogna più perdere tempo, è il momento di correre e, addirittura, sarebbe “una ignominia” perdere la grande occasione di presentare all’Unione Europea le proposte per accedere al riparto delle risorse previste dal Piano per la ripresa (“Recovery”). Chi gli ha impedito di farlo sino a oggi?
Abbiamo sotto agli occhi la “task force” costituita da Sua Emergenza a inizio aprile 2020 per “favorire la ripresa delle attività produttive, anche con modelli organizzativi che garantiscano la sicurezza”, la tanto celebre quanto volatile Commissione presieduta da Vittorio Colao, di cui furono componenti di diritto l'onnipresente Domenico Arcuri (detto “Siringa”) e Angelo Borrelli, capo della protezione civile. Dopo averci ben ponzato, i diciassette taskforzisti consegnarono il “piano”. Finì tra i tanti fascicoli che, fronte inutilmente aggrottata e ciuffo al vento, Conte sfoglia a beneficio dei televedenti e accantona.
Verso la resa dei conti
Adesso siamo al giro di boa. Comunque agisca “il senatore di Scandicci”, i fatti sono ostinati e presenteranno il conto. La verifica non sarà tra Palazzo Chigi (col codazzo di centinaia di esperti nominati dal premier) e i partiti oggi accampati al governo, ma tra le promesse e la realtà. Gli italiani hanno dato e stanno dando una grade prova di lealtà civica. Hanno accettato e subiscono pazientemente limitazioni di libertà costituzionalmente garantite nella convinzione che valga la pena. Però ormai sono al limite della sopportazione. C'è un motivo. Benché da tempo informato della pandemia in corso, quando il 31 gennaio di quest’anno deliberò lo stato di emergenza Conte assicurò che tutto era stato previsto e preparato per fronteggiarla. Invece, va ricordato, non erano disponibili mascherine, camici e tamponi neppure per il personale sanitario. Il governo mascherò le magagne parandosi dietro gli “esperti”, i cui verbali però vennero secretati.Più passarono i mesi, meno risultò credibile. Incalzati dai decreti del presidente del consiglio dei ministri, i famigerati Dcpm messi in discussione da tutti i costituzionalisti e ora demoliti con la sentenza del 16 dicembre emessa dal Tribunale civile di Roma, saponi solidi e liquidi a parte, gli italiani (che sono tra i popoli più puliti d'Europa) ricorsero al “fai da te”, fiduciosi che anche il governo facesse la sua parte. Ma questa ancora non si vede: è mascherata sotto la pioggia delle limitazioni imposte sino al 7 gennaio 2021.
Un bel dì rivedremo:  ... la scuola...?
In primo luogo la scuola. Quanti docenti saranno in cattedra alla ripresa delle lezioni? A che punto sarà la riformulazione degli orari delle lezioni, con o senza doppi turni, con o senza didattica a distanza, con o senza la possibilità di fare i conti con la prevedibile inclemenza del clima invernale, che in molte regioni sconsiglia di far lezione a finestre aperte: unico modo per “sanificare” l'ambiente messo a punto dalla ministra-preside Azzolina Lucia (leggendaria per i farseschi banchi a rotelle provveduti da Arcuri Domenico)? 
Da quanto al momento si sa, l'organizzazione dei trasporti è quella di un mese e mezzo fa, quando, dopo varie tergiversazioni, gli istituti medi (tranne che per la prima classe) e superiori vennero chiusi. I prefetti, sui quali la ministra il governo ha scaricato il nodo gordiano del raccordo fra afflusso degli allievi e orari delle lezioni, hanno ricevuto risposte pacate ma ferme dal personale dirigente e docente: la scuola non è solo “parcheggio orario” di scolari e allievi. È studio, è una “comunità educante” (si diceva una volta).
Se, come purtroppo prevedibile, l'inizio delle lezioni “in presenza” verrà rinviato all'11 gennaio e poi, con ogni probabilità, nuovamente sospeso per la sopravveniente “terza ondata” (calcolata su quali parametri?) per il governo sarà una disfatta senza appello. A differenza di altre vicende, lasciate correre con beneficio d'inventario,  questa non potrà passare inosservata al Quirinale, il cui titolare fu ministro della Pubblica istruzione.
...e le urne...?
  Il secondo appuntamento incombente è il rinvio del rinnovo delle amministrazioni civiche ormai in scadenza, incluse quelle di città emblematiche quali Roma, Milano, Napoli e Torino. Un sordo tam-tam annuncia da fuori campo che “qualcuno” preferisce rimandare la consultazione perché non si può votare sinché dura la pandemia. L'argomento è del tutto improponibile da parte di un governo che ha portato il Paese alle urne lo scorso 20 settembre, che promette di vaccinare entro fine 2021 e che (come tutti oggi nel mondo) non è in grado di prevedere se e quando il contagio sarà vinto o se ne andrà “per i fatti suoi”, com’è sempre accaduto per tutte le peggiori pestilenze. Si può sospendere la democrazia elettorale a tempo indeterminato? Lo Stato di Israele(ancora una volta un modello di democrazia non solo per l'Asia) a marzo va alle urne, con o senza covid-19, perché se si deve si può. L'Italia che bene o male ancora funziona, sia pure a singhiozzo e malgrado limitazioni scientificamente stolide (la chiusura di bar e ristoranti, di teatri e musei, di circoli culturali e via elencando), è in grado di garantire l'apertura dei seggi, le votazioni e lo spoglio delle schede. Sennò che paese è?
   Ma questa “maggioranza” ha un obiettivo supremo: arrancare sino a quando il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Il famigerato “semestre bianco” è una delle tante norme che mostrano le “rughe” della nostra Costituzione. Venne concepito settant'anni fa quale argine contro “manovre di palazzo” (ormai insistenti) miranti a insidiare la democrazia parlamentare. Lo scopo ultimo dell'attuale ammucchiata di governo è di svalicare così l'intero 2021 e di eleggere da sé il futuro “inquilino del Quirinale”. Questo intento mette a nudo il modo distorto di intendere il ruolo del Presidente della Repubblica, concepito quale garante di una esigua maggioranza numerica che sopravvive al taglio dei parlamentari da queste stesse deliberato, alla riforma dei collegi elettorali  e alla sua asimmetria rispetto all'elettorato, come evidenziano tutti i sondaggi.
  È bene ricordare, allora, che il Capo dello Stato “rappresenta l'unità nazionale”, non un partito o una coalizione di partiti, né, tanto meno, una raccogliticcia, precaria e caotica congrega di parlamentari destinata comunque a scomparire nelle acque reflue della storia. Il Presidente della Repubblica voluto dalla Costituzione vigente ricalca la figura del Re secondo lo Statuto Albertino: è “il capo supremo dello Stato”. È il “primo magistrato”.
Ingabbiare oggi e per un altro anno ancora la vita politica del Paese in vista dell'elezione del Presidente futuro significa evidenziare l'aspetto deteriore della forma repubblicana dello Stato: l'identificazione del suo “Capo” pro tempore con una o più forze partitiche e quindi la sua subordinazione ad appetiti di parte: altro che i “poteri forti” sbandierati come spauracchio da catto-comunisti e loro soci parimenti liberticidi! Un Capo dello Stato eletto da un’artificiosa maggioranza parlamentare che, secondo tutti i sondaggi, sin dalla sua nascita non rappresenta affatto l'elettorato sarebbe divisivo anziché unificante, quale invece dev’essere. Sarebbe frutto di un colpo di Stato strisciante e ne vulnererebbe la rappresentatività, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti. Sino a ora, anche in elezioni molto disputate il Presidente non è mai stato eletto “contro” una parte dell'elettorato ma per garantire le regole istituzionali condivise.
A fronte di questo preoccupante scenario ben venga qualunque iniziativa parlamentare capace di fermare l'attuale congrega al potere, che non è un governo vero, come mostra la penosa faccenda della urgente richiesta del Mes, il cui rinvio alle calende greche evidenzia la pochezza politica del Partito democratico.
Ecco perché, lasciando tra parentesi lo sfortunato La Palisse, è l'ora di un Baiardo, “cavaliere senza macchia e senza paura”, senza dimenticare che quando tra Quattro e Cinquecento, complici i tanti Grajano d'Asti, l'Italia cadde sotto la dominazione straniera, ebbe anch’essa i suoi campioni intrepidi: da Ettore Fieramosca, rievocato nel 1833 da Massimo d'Azeglio in La disfida di Barletta, a Giovanni de' Medici “delle Bande Nere”, a Francesco Ferrucci. Proverà un senatore toscano a emularli? Evitare la crisi di governo oggi, potrebbe generare tra un anno la crisi senza precedenti del regime costituzionale, tante volte paventata dal profetico Marco Pannella. 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.

ITALIA ALLA CARBONARA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Piero MaroncelliPer stomaci forti
Silvio Pellico (Saluzzo, 1789-Torino, 1854) era di stomaco debole. Chissà se mai gustò una carbonara. E chissà se i carbonari, suoi “buoni cugini”, quand’erano nella foresta, al riparo dai Lupi mannari (venduti al potere, spioni e traditori), cuocevano  una carbonara per l'agape rituale? 
Se ne sa sempre meno. L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è da troppo tempo allo sbando. I suoi comitati provinciali tentano di riemergere da tre anni di forzato stallo, nel silenzio del ministro archeologo. Ma ormai nessuno più si occupa di epoche, temi e personaggi che in passato costituivano patrimonio comune dei cittadini sin dall’esame di quinta elementare. Adesso siamo tutti presi dal recovery: chirurgia estetica del debito pubblico spaventoso, profondo rosso per chissà quante generazioni, mentre imperversa il calo demografico e incombe il tramonto dell'Occidente. Di Risorgimento poco o nulla si dice e ancor meno si scrive in questo bicentenario della grande fioritura di “vendite” carbonare  diffuse nel primo trentennio dell'Ottocento da un capo all'altro d'Italia, a cominciare dalla Sicilia. Peccato questo oblio, perché le “società segrete” sono state il sale dei moti per l'indipendenza, la libertà e l'unità nazionale e sono più che mai necessarie oggi per consentire ai cittadini di vivere al riparo dalle quotidiane violazioni dei loro diritti costituzionalmente garantiti da parte di un governo che vivacchia imponendo voti di fiducia ma con credito declinante sia nel Paese, sia all'estero. Come sospirava Mario Monti, un loden addietro, “Ce lo dice l'Europa”: se l'Italia non si dà una mossa non ci resta che la troika, Stella Cometa verso una capanna spazzata da venti tempestosi.
La Costituzione di Cadice e l'Italia
Le società segrete sono state la prima organizzazione unitaria dell'Italia contemporanea, complete di tutto l'armamentario di cui poi si sono dotati partiti politici e sindacati, sino a quando hanno svolto una funzione costruttiva per il progresso scientifico e civile: ricordo del tempo che fu. Quanti iscritti contano oggi partiti e sindacati? Chi li certifica?
Sull'onda del 150° dell' “unità d'Italia” (in realtà era “del regno”)  un decennio addietro molto si parlò di Carboneria. Era anche vicino il bicentenario della costituzione spagnola detta di Cadice perché in quella città andalusa affacciata sull'Atlantico le Cortes elaborarono la Carta che fece da filo conduttore di un trentennio di cospirazioni, moti e insurrezioni liberali dalla periferia (Spagna, Portogallo, Napoli, Sicilia, Piemonte...) verso l'Europa centrale e la sua roccaforte: Vienna, capitale dell'Impero d'Austria, vincitore delle guerre contro Napoleone I, con l'indispensabile aiuto dello zar di Russia, Alessandro I, a conferma che l'Europa di allora era unita dall'Atlantico agli Urali (come diceva De Gaulle) più di quanto sia oggi. La Costituzione di Cadice è la più bella bel mondo: affermò che i cittadini devono essere buoni. Oggi potrebbe “raccomandarlo fortemente” Sua Emergenza Conte Giuseppe con un Dpcm o con un decreto-legge firmato  dal Presidente Mattarella, poi imposto con voto di fiducia.  
Passato quel bicentenario, di costituzionalismo liberale ottocentesco non si parlò più. 
Issato dagli inglesi sul trono di Madrid dopo la cacciata di Giuseppe I Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone I, Fernando VII di Borbone giurò fedeltà alla Costituzione di Cadice, ma solo per il tempo necessario ad afferrare le briglie del potere e a trasformarlo in rullo compressore delle libertà. Appena possibile, la revocò. Nel frattempo l'immenso impero coloniale spagnolo nelle Americhe andò in frantumi, travolto dalle guerre per l'indipendenza, dal Messico di Iturbide all'America meridionale di Simón Bolívar, Miranda e Martí, tutti iniziati a logge lautarine (non massoniche) e benvoluti dai britannici, ai quali non parve vero di veder andare in polvere l'antico impero di Carlo V e di Filippo II e di prenderne il controllo, come nel 1823 sentenziò Monroe, “l'America agli Americani”. Era presto per dirlo, però gli europei si condussero da perfetti imbecilli e spianarono la strada.
“Fernando VII” (era detto “il Desiderato” finché non tornò sul trono) trascurò che non era stato lui a cacciare i francesi, bensì gli spagnoli che per liberarsi dalla tracotanza dei gallici che li trattavano da dominatori anziché da liberatori dettero vita, senza ordini del re, alla prima guerrilla di massa d'Europa. Lo ricordano i celeberrimi quadri di Goya sul “Dos de mayo”. Perciò la Spagna pullulò dell'unica forza di resistenza all'assolutismo di ritorno: le società segrete, popolate di militari, aristocratici, borghesi e anche ecclesiastici,  un mondo ampiamente esplorato da Alberto Gil Novales e da José Antonio Ferrer Benimeli per il versante massonico.
Altrettanto avvenne in Italia dopo l'effimero tentativo di Gioacchino Murat di prendere in mano la “questione nazionale” con la chiamata alle armi contro la restaurazione degli Asburgo, dei Savoia e del papa nell'Italia centro-settentrionale dopo il ritorno di suo cognato Napoleone I a Parigi. Il “proclama di Rimini” (una strizzatina d'occhio a vari “popoli d'Italia” ) fu spazzata via con la sua sconfitta militare, il ripiegamento nel Mezzogiorno, la rovina, il tentato rientro nel regno a Pizzo di Calabria, la sua iniqua fucilazione.
Restaurato a Napoli, Ferdinando di Borbone (da IV retrocesso a I “delle Due Sicilie”: un ceffone ai neoborbonici partenopei che lo rimpiangono), quale erede presuntivo alla corona di Spagna imitò Fernando VII: restaurò l'assolutismo. I sopravvissuti alle stragi anti-liberali di fine Settecento e al nuovo regime liberticida che identificò murattiani e costituzionali come nemici pubblici da annientare suscitò il fronte unico antiborbonico nell'unica forma possibile: la cospirazione settaria.
Nel “Napoletano” già durante l'effimero regno di Giuseppe I e quello, più costruttivo, di Murat prese vigore la Carboneria: un mantello importato da cospiratori francesi, come Joseph Briot, che a loro volta lo avevano preso dalle spalle del Compagnonaggio (completo dei rituali tipici delle corporazioni medievali) e ritagliato per usi politici. Sotto l'identico mantello tornarono attivi i massoni, come documentò Giuseppe Gabrieli nel 1982.
...e il Risorgimento d'Italia
È arduo, ai confini dell'impossibile, sintetizzare la ragnatela del settarismo politico dilagante nell'Italia della Restaurazione. Se ne conoscono bene le organizzazioni via via cadute nelle reti della polizia. Emerge dal lavoro gigantesco degli inquirenti, dai delatori, che stanno ai cospiratori come Satana è accovacciato in grembo a Dio (Antico Testamento, Giobbe,6-12), e dalla corrispondenza tra i governi uniti nella Santa Alleanza, sorta proprio per impedire il ritorno di rivoluzionari, società segrete e “arrières loges” di cui aveva scritto Augustin Barruel nei “Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme”.
Era l'internazionale della reazione contro quella della rivoluzione. Sotto le ceneri dei regimi crollati in Italia pullularono dunque le “sette segrete” passate in rassegna in opere un tempo famose e oggi dimenticate come Massoneria, Carboneria ed altre società segrete nella storia de Risorgimento del calabrese Oreste Dito (Scalea, 1866- Reggio di Calabria, 1934), pubblicato nel 1905 quale “manifesto” della massoneria social-progressista (e ristampato in anastatica con documenti inediti, Forni, 2008). Vent'anni dopo ne scrisse Giuseppe Leti in Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, scritto nel 1925 proprio mentre venivano sciolte le logge per incompatibilità con il divieto ai pubblici impiegati di iscriversi ad associazioni “segrete”. Stampato a Genova nel 1926 dalla Libreria Moderna, il libro rimase chiuso nei pacchi. Anni dopo, segretario della Concentrazione antifascista a Parigi, Leti continuava a lamentarsene, non per i quattro spiccioli mancati di “diritti d'autore” ma perché la vera storia d'Italia veniva cancellata dal regime. E oggi?
La carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà
La Carboneria, come la Massoneria, non era “segreta” ma “di segreti”, “à secrets” scrive Pierre-Arnaud Lambet  nel saggio sulla Charbonnerie française, 1821-1823.  La sua esistenza era nota. Non se ne conoscevano però la struttura e i programmi. Anzi, per la verità, questi non erano completamente noti neppure agli affiliati alle sètte. La ragione è semplice. Perseguitati come nemici dei troni e degli altari, i loro adepti erano ripartiti secondo il “grado”. All'origine, in Francia e altrove i carbonari erano apprendisti e maestri, come i massoni erano solo apprendisti e compagni. Questi poi aggiunsero il grado di Maestro, incardinato sulla leggenda di Hiram, l'architetto chiamato da Salomone a edificare il Tempio di Gerusalemme, depositario dei segreti dell'Arte Reale, assassinato per non averli rivelati ai “discepoli” che si affrettarono a occultarne il cadavere sotto un cumulo di terra, dal quale però spuntò un virgulto che svelò l'orrendo misfatto, sintetizzato nella formula di cui molto si sente bisogno mentre il morbo infuria: “la carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà”.
Il complesso intreccio morte/resurrezione è antichissimo. Fu e viene celebrato in forme estreme. Fra le molte spicca il “battesimo” del fedeli del Dio Mitra (da Marco Travaglio spacciato per “Dea Mitra”, forse in ossequio alle pari opportunità). Ne scrisse anche Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, ignorate da chi vive di fatti quotidiani. Senza scannare tori per esserne sommersi dal sangue, a loro volta i carbonari italiani elaborarono l'iniziazione quale trapasso morte/resurrezione aggiungendo ai due gradi originari quello di Grande Eletto, documentato da Saint-Edme (1785-1852) sulla traccia di ampia esplorazione di documenti carbonici.
Le “vendite” carboniche si popolarono di murattiani e antimurattiani, napoleonici e antinapoleonici. Catechismi e simbologia divennero sempre più aggrovigliati e intriganti, perché l'Ordine, ispirato alla figura di Cristo e posto sotto la protezione di San Teobaldo, moltiplicò le paratie stagne tra i diversi livelli di cognizione e di obiettivi ultimi: per alcuni la monarchia costituzionale, per altri la repubblica espressione della volontà generale e per altri ancora il “comunismo”, con radici profonde negli “Illuminati di Baviera” (nei cui templi si erano affacciati Wolfgang Goethe e forse persino l'Amadeus Mozart del Flauto magico). Ma le “vendite” carbonare erano congreghe di quattro gatti? In città come Reggio di Calabria e Messina si contavano migliaia di affiliati, nulla a che vedere con il settarismo elitario del visionario Filippo Buonarroti. “Post fata” lo studiò Alessandro Galante Garrone. Accade di volgersi al passato remoto per comprendere ciò che si è fatto.
Il 1° gennaio 1820 reparti militari comandati da Quiroga e Riego anziché salpare dalla Spagna per reprimere la rivoluzione in corso nelle Americhe insorsero e chiesero il ripristino della Costituzione di Cadice. Impaurito, Fernando VII si piegò. Su loro esempio, il 1° luglio nel regno delle Due Sicilie due tenenti di cavalleria, Michele Moretti e Giuseppe Salvati da Nola si incamminarono verso Napoli inneggiando alla Costituzione di Spagna, con don Menichini per cappellano. Mandato a schiacciarli, Guglielmo Pepe (glorioso allievo della Nunziatella) si unì ai rivoltosi.
Comune denominatore tra i militari e i borghesi come Orazio de Antellis (o de Atellis o De Tellis), che nel Gran Circolo costituzionale di Bologna nel 1796 pronunciava orazioni rivoluzionarie nell'ora della messa domenicale, furono la libertà di parola e di stampa e la laicità dello Stato: capisaldi enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e diffusi ovunque in Europa nell'età franco-napoleonica. Ferdinando I  di Napoli concesse la Costituzione e giurò che era inviolabile. Altro però gli premeva: la rivoluzione secessionistica e indipendentistica della Sicilia, combattuta e repressa duramente. Dopo il congresso della Santa Alleanza radunato a  Lubiana, ove andò promettendo fede alla parola e tornò spergiuro, dilagò la repressione. Morelli e Salvati furono fucilati, come molti altri. 
Il glorioso 1821: Santorre di Santarosa
Virus inarrestabile, dal Mezzogiorno la rivoluzione costituzionale contagiò il Milanese e il Piemonte. A Milano operava il nucleo culturale incardinato sul conte Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d'Inghilterra durante un viaggio in Gran Bretagna, sul conte Luigi Porro Lambertenghi e su Silvio Pellico, iniziati in carboneria da Piero Pietro Maroncelli, massone e carbonaro, poeta, compositore, genio e sregolatezza, con una vena goliardica che non lo abbandonò neppure durante e dopo la terribile detenzione a Venezia (ove fu incastrato dall'inquisitore Antonio Salvotti, massone pentito) e nella cupa prigione-fortezza dello Spielberg, a Brno, in Moravia. Traditi dal “servizio postale” (i veri cospiratori si confidano solo all'orecchio, perché bene sanno che anche i “pizzini” lasciano traccia), i congiurati furono arrestati, processati, condannati a morte, a eccezione di Porro che, allertato per tempo da Pellico, riparò in Svizzera, come Felice Bossi di cui scrive Franco Ressico nella succosa biografia di Carlo Cadorna (ed. BastogiLibri).
“Spes ultima dea” del costituzionalismo liberale affiorato tra il luglio 1820 e il marzo 1821 fu il regno di Sardegna. Anche lì a guidare il moto furono due militari, entrambi di famiglia aristocratica: il braidese Guglielmo Moffa di Lisio e il saviglianese Santorre di Santarosa, le cui “memorie” (Della rivoluzione piemontese nel 1821)  meritano di esser ristampate nell'opaco bicentenario dell'alba del costituzionalismo italiano. Non erano propriamente carbonari, ma “adelfi”, cioè “fratelli” in una società segreta. Il pronunciamento dette vita a due correnti: in Alessandria fu innalzato il tricolore, con pulsioni repubblicane. Torino (con Cesare Balbo, Roberto d'Azeglio e Giacinto di Collegno) conservò orientamento leale verso la Corona. Per non mancare al giuramento di non concedere mai una costituzione, Vittorio Emanuele I abdicò al trono, a favore del fratello minore, Carlo Felice (come lui senza senza diretto erede al trono, in forza della legge salica vigente nella Casa, ieri come oggi), in quel momento in visita alla figlia e al genero, un Asburgo-Este, duca di Modena e campione dei reazionari. Nominato reggente, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado di Carlo Felice, concesse la Costituzione spagnola con due riserve. Anzitutto che venisse approvata dal sovrano. In secondo luogo, che a differenza della costituzione spagnola, la quale ammetteva solo la religione cattolica e vietava ogni altra, confermò la liceità dei culti ammessi nei limiti delle leggi vigenti: a beneficio degli israeliti e dei valdesi. Era stato dragone di Napoleone I e conte dell'Impero...Era il profeta delle libertà costituzionali, come si vide nel 1848-1849.
Carlo Felice non riconobbe affatto la Costituzione. Intimò a Carlo Alberto, “se aveva ancora nelle vene una goccia di sangue dei Savoia”, di recarsi immediatamente a Firenze e lasciò libero corso alla repressione dei “compromessi” nella cospirazione. Questa si concluse con una settantina di condanne a morte. Ne vennero eseguite due: un militare, un docente. Colpirne uno per educarne cento... I più scamparono. Come Santa Rosa che, dopo anni di esilio tra fame e mortificazioni, accorse in difesa della Grecia insorta e morì a Sfacteria  combattendo contro il secolare dominio turco, “che intender non lo può chi non lo prova”.
In quegli anni Silvio Pellico, carbonaro, settario e cospiratore er detenuto allo Spielberg. Usava cifrari segreti, come, con genio precoce, documentò Domenico Chiattone che per studiarlo andò a esplorare gli archivi in Moravia. Ma chi lo ricorda?
In attesa di un Messaggio alle Camere
Eppure quelle antiche storie sono attuali per l'Italia odierna, priva di un governo all'altezza delle crisi imperversanti, come ha deplorato il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E' subissata da leggi, leggine, decreti, ordinanze, transenne, armigeri, vigilanti, gufi impagliati, una normativa caotica che, come nei giochi infantili d'antan, recita: “dire, fare, baciare, lettera, testamento”. A questo punto è decaduta l'Italia. Tra poco il giacobino insperatamente ministro “alla sanità” ci dirà quanti passi possiamo fare al giorno, quanti colpi di tosse, quanti starnuti e altro senza passare per pericoli pubblici. Così non può durare. Per respirare i cittadini debbono chiudersi in cantina o fuggire nei boschi come i Carbonari, comunicare con messaggi di fumo, azzurri, rossi e blu, colori della sètta segreta, o andarsene all'estero in cerca di salvezza, come fecero il carbonaro Giuseppe Mazzini e, a piedi per le cime, Giuseppe Garibaldi in fuga da Genova dopo il fallito moto del 1834. 
Gli italiani sentono forte bisogno di una parola chiara. Ma non da un aruspice quotidiano. Il 18 luglio di centocinquant'anni orsono il Concilio Vaticano stabilì che il papa è infallibile, ma solo quando parla “ex cathedra”, non nei colloqui o nelle “prediche a braccio”. Era il papa-re. Da re poteva sbagliare senza tema di essere contraddetto, perché i capi di stato non sono infallibili. Meno ancora se parlano troppo e su tutto anziché pronunciarsi sullo stato delle Istituzioni. L'Italia di fine 2020 non attende  scontati auguri  per l'anno venturo ma un “messaggio alle Camere” (da tempo un po' animose) previsto dal comma 2 dell'articolo 87 della Carta, debitrice al costituzionalismo liberale di inizio Ottocento, promosso da “società segrete”, senza le quali l'Italia sarebbe ancora solo una “espressione geografica” .   

 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Piero Maroncelli (Forlì, 1785-New York, 1846), massone, carbonaro, patriota.

ITALIA IN ATTESA DI STORIA
VITTORIO EMANUELE III, TRE ANNI DOPO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.Il Re che venne dal mare
    Tre anni fa arrivò in Italia la salma di Vittorio Emanuele III, sul trono dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Era tumulata nella Chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, ove il re morì il 28 dicembre 1946. Giunse a Vicoforte, in provincia di Cuneo, Vecchio Piemonte, verso le 12 del 17 dicembre 2017, una domenica. Cielo azzurro,  neve abbacinante. Avvolto in tricolore con scudo sabaudo il feretro fu portato a spalle nella Cappella di San Bernardo, cuore del Santuario-Basilica voluto quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630. 
    Lo attendeva la salma della consorte, la regina Elena nata principessa del Montenegro, sposata nel 1896, madre di quattro figlie (Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario, Umberto, re dal 9 maggio al 13 giugno 1946.  Rimase sovrano sino alla morte (Ginevra, 18 marzo 1983), perché non riconobbe mai l'avvento della repubblica. Ritenne illegale l'assunzione delle funzioni di Capo dello Stato da parte di Alcide De Gasperi, sorretto da tutto il governo, a eccezione di Leone Cattani. Avrebbe potuto resistere al “gesto rivoluzionario” (come egli scrisse) o al “colpo di stato” (come dissero altri), arroccandosi nel Quirinale o riparando in altra terra del regno oppure protestare e lasciare il suolo patrio, senza riconoscere il “fatto compiuto” né abdicare. Preferì la seconda via per risparmiare una guerra civile a un Paese che ne aveva alle spalle una durata due anni, fidando nella certezza di una “riconciliazione”. 
Lacerata in fazioni che contavano su appoggio militare di potenze ormai con le armi al piede all'indomani della “cortina di Ferro” da Stettino a Trieste, l'Italia era sotto l'incubo del Trattato di pace, che De Gasperi aveva implorato non fosse reso noto perché duramente punitivo nei confronti del contributo dato dal Paese alla vittoria delle Nazioni Unite e della stessa non sempre limpida “guerra partigiana”. Quanto il Trattato fosse inaccettabile venne confermato a Parigi il 10 febbraio 1947, quando il rappresentante di Roma, Antonio Meli Lupi di Soragna, lo firmò con la propria stilografica e impresse sulla ceralacca lo stemma dell'anello di famiglia.
La salma della Regina era giunta a Vicoforte verso le 18 del giorno 15 precedente, recata con un furgone da Montpellier ove la mattina presto il feretro era stato estumulato e deposto in una “custodia” appositamente approntata. Affiancato dal rappresentante della Casa,  nella breve cerimonia di commiato, convocate televisioni, il sindaco d’Oltralpe vi appose una coccarda francese. Alla sua tumulazione presenziarono il Rettore del Santuario, don Meo Bessone, vicario diocesano, il sindaco Valter Roattino, il conte Federico Radicati di Primeglio per Casa Savoia e uno studioso. Nel gennaio 2013, di concerto con la Principessa Maria Gabriella di Savoia, aveva chiesto al vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio, teologo e catechista insigne, se le salme dei sovrani che avevano vissuto insieme mezzo secolo e da 65 anni erano sepolte non solo in due città lontane ma addirittura in due diversi continenti potessero essere congiunte proprio nel Mausoleo voluto da Carlo Emanuele I. La risposta era stata affermativa. Era tempo di pietas e di riflessione.
  Diverso progetto era stato coltivato da altri, che per vari motivi non avevano raggiunto lo scopo. Al termine di un lungo iter preparatorio, in quel dicembre di tre anni fa il proposito della Casa fu coronato: traslazione e congiungimento delle salme “in Italia”.
   Come noto, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, approvato dalle Camere il 14 marzo 1861 e all'indomani dell'annessione di Roma, i Re non ebbero nella Capitale una propria “Tomba”, come del resto non ebbero una reggia nuova. Abitarono il Palazzo dei Papi sulla sommità del Quirinale, oggi Presidenza della Repubblica. Alla morte di Vittorio Emanuele II, confortato da monsignor Valerio Anzino, come ha documentato Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio Centrale dello Stato, preoccupazione precipua del governo Depretis, con Francesco Crispi all'Interno (entrambi massoni), fu di dargli degna sepoltura in Roma. Nella Basilica di Superga, sovrastante Torino, riposavano i Re di Sardegna: una storia superata dall'avvento dell'Italia. Perciò le spoglie di Vittorio Emanuele II, morto nel 1878, a soli 58 anni, furono deposte al Pantheon, con l'insegna “Padre della Patria”, anziché “Re d'Italia”, per non esasperare il conflitto con Pio IX che, come i suoi successori sino all'11 febbraio 1929, non riconobbe la debellatio dello Stato Pontificio del 1870 e dal 1860 scomunicò Vittorio Emanuele II, Cavour e tutti i loro ministri e collaboratori.
  Nel 1885, un anno dopo il grande pellegrinaggio nazionale al Pantheon, ebbe inizio la costruzione dell'Altare della Patria,  possibile Mausoleo dei Sovrani. Il Vittoriano, tuttavia, era lontanissimo dal compimento quando Umberto I, scampato a due attentati nel 1879 e nel 1897, fu assassinato a Monza il 20 luglio 1900 a soli 56 anni. Fu sepolto a sua volta al Pantheon, ove nel 1926 lo raggiunse la Regina Margherita. Solo nel 1927 l’Altare della Patria ebbe compimento. Dal 1921, però, vi riposava il Milite Ignoto, simbolo della Vittoria sorta dall'unione sacra tra la Casa regnante e il popolo italiano. 
   Nell'Italia repubblicana quale poteva dunque essere il luogo propizio per congiungere le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena? Qualunque lembo dell'Italia che nel 1924, con l'annessione di Fiume, conseguì la quasi completa coincidenza dei suoi confini statuali con quelli geografici, pur senza Corsica, ceduta alla Francia dalla repubblica di Genova nel 1768, Malta occupata dagli Inglesi nel 1798, e contea di Nizza, ceduta alla Francia sin dagli accordi di Plombières tra Cavour e Napoleone III (1858) con trasferimento legittimato da plebiscito nel 1860.
Vicoforte era uno dei tanti luoghi possibili, appunto; ma aveva il pregio di essere originariamente proprio un mausoleo sabaudo, nel cuore della Provincia Granda che i Savoia vivevano quale  seconda “culla” della Casa, tanto che Vittorio Emanuele III scelse il castello di Racconigi per la nascita del principe ereditario (1904) e da lì andava a vegliare i poderi modello avviati a Pollenzo dal bisnonno Carlo Alberto, morto esule in Portogallo. Per lui e per la regina Elena  era anche la terra di cacce al camoscio, pesca di trote e vacanze serene in decenni di torbidi d'ogni genere e, va aggiunto, di attentati alla loro vita, come quello che il 12 aprile 1928 mancò di poco il bersaglio mentre Vittorio Emanuele III andava a inaugurare la Fiera campionaria di Milano, come soleva fare sin dalla prima edizione. Il tritolo collocato nella base di lampioni di ghisa fece venti morti e decine di feriti. Ma quanti altri attentati vennero progettati e sventati nel tempo...
Funerale di Famiglia per il Capo dello Stato
Cerimonia di Famiglia, tumulazione del 15-17 dicembre 2017 si svolse in forma rigorosamente privata. Quando il 28 dicembre 1947 morì ad Alessandria d'Egitto Vittorio Emanuele III era “cittadino italiano all'estero”: non “in esilio”, dunque, bensì nel pieno esercizio dei diritti civili e politici e con lo status di ex Capo dello Stato e comandante delle forze di terra e di mare, a norma dell'articolo 5 dello Statuto albertino, formalmente vigente sino al 1° gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Nulla di abnorme, quindi, se al trasferimento della salma abbia concorso lo Stato, se attorno al feretro, debitamente ornato, vi fossero Carabinieri e se un caporale della Fanfara della Brigata Taurinense abbia suonato il “Silenzio” mentre il feretro scendeva nell'avello, sul quale sovrasta l'arca con la Stella d'Italia. 
All'arrivo della salma della Regina uno dei presenti disse che per rallegrarsene non è necessario essere monarchici. Basta essere italiani. Era il compimento di un “gesto umanitario”, come fece sapere il Quirinale quando la Principessa Maria Gabriella di Savoia ringraziò il Presidente Sergio Mattarella per aver propiziato la traslazione col riserbo perfettamente compreso dalle decine di giornalisti che la mattina del 17 pazientemente affollarono l'immenso sagrato tra il Santuario di Vicoforte e la Palazzata, identica nei secoli dai tempi di Carlo Emanuele.  
A rito concluso (quod factum est, infectum fieri nequit...), si susseguirono alcune deplorazioni. Con l'opinabile senso di opportunità che ne ha ridotto il consenso dai 10.700.000 del 2-3 giugno 1946 a molti meno, taluni “monarchici” protestarono contro la sepoltura dei Reali in una “chiesetta di campagna” e chiesero l'immediato trasferimento delle salme al Pantheon. Per oscuri motivi altri non le visitarono affatto. Taluno addirittura asserì che bisognava lasciarle dov'erano: forse ultimo appiglio per lagnarsi della Repubblica. 
I conti con la Storia
Sfuggì proprio ciò che invece più avrebbe dovuto contare e conta. La Traslazione doveva far riflettere sul ruolo della monarchia nella storia d'Italia e in specie sulla figura di Vittorio Emanuele III, il “re isolato”. Invece, pronubi stucchevoli polemiche e incomprensibili silenzi, siamo sempre al punto zero. Il 5 dicembre 2020 in risposta a un lettore che domandò quali sarebbero i “meriti” di quel re, sul “Corriere della Sera” - quotidiano che si batté per l'intervento dell'Italia, impreparata, nella Grande Guerra e appoggiò l'avvento di Mussolini – Aldo Cazzullo scrisse che il sovrano bene fece a valersi di Giolitti nel primo Novecento ma, poiché il suo regno non finì nel 1922, ebbe responsabilità successive imperdonabili: il cedimento al fascismo, le leggi razziali, l'alleanza con la Germania e la disastrosa gestione dell'8 settembre 1943.
  In poche righe è impossibile ripercorrere vent'anni e più. Nondimeno va ricordato che il 29 ottobre 1922, mentre in Roma non era ancora entrata alcuna “squadra” fascista e non c'era alcun bisogno di “stato d'assedio”, il Re incaricò Mussolini di formare il governo su parere unanime di politici navigatissimi, industriali, banchieri, massonerie, del partito popolare e della Chiesa cattolica, che aveva già patteggiato intese con il “duce”. Il nuovo governo comprese nazionalisti, liberali, cattolici, democratici sociali, il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione, Armando Diaz alla Guerra e il massone Paolo Thaon di Revel alla Marina. Non era affatto un “regime”. A metà novembre venne approvato dalla Camera con favore straripante, ove i fascisti erano appena 37, e dal Senato ove erano 2 su 400. Che cosa poteva fare un re costituzionale? Sciogliere le Camere perché prone a Mussolini? Abolire il diritto di voto perché gli italiani votavano da bestie come ormai pensava Giolitti? Non fu il re ma l'Italia a cedere a Mussolini perché, occhi roteanti come recitasse a fare la faccia feroce, gestacci, ed eccessi d'alcova, ne sintetizzava aspirazioni e frustrazioni, come documenta il  seminario sul “Fascismo magico” organizzato dall'Istituto Storico Politico e Internazionale diretto da Giorgio Galli. Che colpa vi ebbe il re?
Leggi razziali del 1938. Padre Tacchi Venturi S.J. da un decennio metteva in guardia Mussolini dalla piovra giudaico-massonica. In Senato il cattolico Filippo Crispolti chiese solo di “discriminare” i “matrimoni misti” tra cattolici ed ebrei convertiti. Ma ormai la partita era persa. Benedetto Croce non presenziò alla votazione decisiva e nessuno chiese la verifica del numero legale.La legge passò con 150 voti su 400 senatori in carica. Che cosa poteva fare da solo un re costituzionale? Ignave e opportuniste le Camere (una confezionata dal Gran Consiglio del fascismo, l'altra ora succuba ora rassegnata) votavano tutto quello  che Mussolini chiedeva, pretendeva, imponeva. Furono loro ad approvare le leggi razziali. Lì è il punto. Sino a poco prima Vittorio Emanuele III aveva nominato senatori molti ebrei. 
Alleanza con la Germania di Hitler? Fu decisa dal governo e votata dalle Camere, con il nazionalista Federzoni presidente del Senato, che non riuscì a opporsi neppure alla indecente invasione fascista di Palazzo Madama che intimò ai patres il conferimento del grado di Primo Maresciallo dell'Impero a Mussolini e, bontà sua, anche al Re, che da capo delle forze di terra e di mare non ne aveva alcun bisogno.
Quanto all'8 settembre, Cazzullo ammette che il groviglio era tale che Vittorio Emanuele III non può essere imputato della sua gestione non ottimale. Fu però il re l'unico garante dell'armistizio del 3/8 settembre 1943 e della continuità dello Stato d'Italia.
Fu bersaglio della feroce campagna antimonarchica scatenata da Mussolini, prelevato dall'albergo Imperatore al Gran Sasso, trasferito in Germania, issato a capo di uno Stato vassallo della Germania e finito come sappiamo. Ma due anni di contumelie repubblichine contro la monarchia lasciarono il segno. Lo si vide il 2-3 giugno 1946 quando, facendo “saltare i tombini”, tornarono a galla tutti gli odi contro l'unificazione italiana e Casa Savoia rimasti sotto traccia dal 1859-1870 e oltre e, al netto delle migliaia di brogli, decretarono la vittoria della repubblica che dovette alla propaganda antimonarchica della RSI più di quanto abbia ammesso la storiografia, compresa quella di una “destra” più succuba di alleanze elettorali che dedita alla verità.
Anno zero, dunque. Motivo in più per studiare la storia, quella che ancora non passa nei manuali e nei media. Richiederà decenni per essere capita e forse non accadrà mai. Però quella è. Per meglio comprenderla, quando torni la libera circolazione dei cittadini almeno in Italia, val la pena una visita alle Tombe di Vittorio Emanuele III e della regina Elena a Vicoforte. Non hanno alcun bisogno di essere vegliate da “guardie”. Avvolte nel silenzio dicono sommessamente: Hic manebimus optime. Lì, nel silenzio dei secoli, merita raccogliersi in meditazione. Tempo è venuto per il  “cantico nuovo” dell'Apocalisse: non la apologia della monarchia o di un re, ma la storia d'Italia. Quella vera.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.


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