"Il Governo ha due doveri, quello di
mantenere l'ordine pubblico a qualunque costo ed in
qualunque occasione, e quello di garantire nel modo il piu'
assoluto la liberta' di lavoro."
Il Municipio di Cavour
"Le leggi devono tener conto anche dei
difetti e delle manchevolezze di un paese. Un sarto che deve
tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche
all'abito."
Tomba della Famiglia Giolitti
"Nessuno si puo' illudere di potere
impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di
influenza economica e di influenza politica. Gli amici delle
istituzioni hanno un dovere soprattutto, quello di
persuadere queste classi, e di persuaderle con i fatti, che
dalle istituzioni attuali esse possono sperare assai piu'
che dai sogni dell'avvenire."
Il busto di Giolitti
"Agli uomini politici che passano dalla
critica all'azione, assumendo le responsabilita' del
governo, si muove spesso l'accusa di mutare le loro idee; ma
in verita' cio' che accade, non e' che essi le mutino, ma le
limitano adattandole alla realta' e alle possibilità
dell'azione nelle condizioni in cui si deve svolgere
necessariamente."
Cavour, la rocca e le Alpi
"Agli uomini politici che passano dalla
critica all'azione, assumendo le responsabilita' del
governo, si muove spesso l'accusa di mutare le loro idee; ma
in verita' cio' che accade, non e' che essi le mutino, ma le
limitano adattandole alla realta' e alle possibilità
dell'azione nelle condizioni in cui si deve svolgere
necessariamente."
Proposte
In
questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note,
recensioni e saggi brevi di interesse.
i
TORNA TORNA DON JUAN CARLOS... Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il
Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1
marzo 2026 pagg. 1 e 6.
Torna a fiorir Juan Carlos? Il presidente del governo
spagnolo, Pedro Sanchez, aveva promesso di rendere
pubblici i documenti più scottanti allo scoccare del
45° anno. L'ha fatto. Così la desecretazione dei
documenti (proprio tutti?) sul colpo di Stato militare
tentato in Spagna il 23 febbraio 1981 ha come
contraccolpo la “scoperta” di ciò che si sapeva da
subito ma per decenni venne oscurato. A fermare i
golpisti fu re Juan Carlos de Borbón y Borbón che
sulla mezzanotte di quel giorno drammatico si affacciò
dai teleschermi in divisa di capitano generale delle
forze armate e li sconfessò. Il re era stato “allievo”
delle tre Accademie militari spagnole. Sapeva che
cos'è il giuramento e come a volte bisogna ricordarlo
agli smemorati. Per colmo della sorte, la
pubblicazione è coincisa con la morte di Antonio
Tejero Molina, l'uomo di punta, e anche il più
fragile, del guizzo dei militari golpisti.
Il vero pericolo per la giovane
democrazia pluripartitica spagnola non era l'esagitato
Tejero, tenente colonnello della Guardia Civil
(corrispondente all'italiana Arma dei Carabinieri), ma
la cerchia di comandanti di almeno tre regioni
militari: Pedro Merry Gordon a Siviglia, Antonio
Pascual Galmes a Barcellona e Antonio Elìsegui Prieto
a Saragozza, concordi nel sostituire il presidente del
governo in carica, Leopoldo Calvo Sotelo, con il
generale Jaime Milans del Bosch, capitano generale
dell’importante regione militare di Valencia, che mise
in marcia i carri armati.
Proprio con lui Juan Carlos fu netto. Lo
provano le carte or ora desecretate. A Milans del
Bosch disse: «Giuro che non abdicherò alla Corona, né
abbandonerò la Spagna. Chi si ribellerà è disposto a
provocare – e sarà responsabile di ciò – una nuova
guerra civile.»
Per ore la Spagna fu in bilico.
Che cos'era accaduto? La mattina del 23
febbraio, usando il nome della moglie, il tenente
colonnello Tejero aveva noleggiato alcuni autobus per
trasportare circa 200 guardie civili dal loro quartier
generale al palazzo della Camera dei deputati. Vi fece
irruzione e, pistola alla mano, minacciò i
parlamentari e li mise “sotto sequestro”, in attesa
dei rinforzi che gli venivano assicurati da Ricardo
Pardo Zancada, guida di 113 agenti della divisione
corazzata “Brunete” n. 1, che accorreva a circondare
la Camera per impedire che vi entrasse la polizia
nazionale. Si andava verso lo scontro a fuoco tra
corpi militari? Sarebbe stata a replica del 18 lugio
1936: la scintilla di un incendio incontrollabile.
Intimoriti dall'aggressività di Tejero,
manifestamente sovreccitato (come poi fu ritratto,
molto “eretto”, in innumerevoli garrafas, ciondoli e
cartoline), i deputati presenti nell'Aula si
accovacciarono tra i banchi e si alzarono al suo
ordine. Tre soli reagirono: il segretario generale del
partito comunista spagnolo, Santiago Carrillo, che
nella vita ne aveva viste tante e non si scomponeva
facilmente, Adolfo Suárez Rodríguez, già franchista,
fondatore dell'Unione di centro democratico e tre
volte presidente del Consiglio dopo la morte di
Francisco Franco (20 novembre 1975), e il suo vice, il
generale Manuel Gutiérrez Mellado. Per ostentare la
calma, Suárez accese un sigaro, a imitazione di
Carrillo: estrema sinistra e democratici
post-franchisti furono fianco a fianco nella risposta
al golpe.
Secondo una deposizione rilasciata da
Tejero, verso le 23:50 il generale Armada si presentò
alla Camera e ordinò a Tejero di ritirare i suoi
uomini dall'Aula perché avrebbe fatto una proposta
politica ai deputati: un governo di ampia coalizione
da lui presieduto. Tejero allora gli impedì di
proseguire perché, come appunto gli dichiarò, il suo
obiettivo era l'instaurazione di un governo militare
guidato da Milan del Bosch.
* * *
Quali erano le condizioni effettive della
Spagna sull'inizio del 1981? Terminata la sanguinosa
guerra civile (1936-1939), promulgata la legge
ferocemente punitiva contro il comunismo e la
massoneria (ne ha scritto ripetutamente Juan José
Morales Ruiz, docente alla Uned: Università nazionale
di insegnamento a distanza), dopo un quindicennio di
repressione spietata di ogni indizio di opposizione
Francisco Franco, capo dello Stato e “caudillo”, aveva
abilmente pilotato la Spagna dalle secche del
dopoguerra a una decorosa collocazione internazionale.
Benché non fosse affatto un modello di rispetto dei
diritti umani, Madrid entrò nell'Organizzazione delle
Nazioni Unite nel 1955, lo stesso anno dell'Italia, e
successivamente stipulò intese militari con gli Stati
Uniti d'America che garantirono sostegno a fronte dei
“Sei” del Mercato Comune Europeo (Benelux, Germania
Federale, Francia e Italia), tornati alla dottrina
secondo cui l'Europa “civile” finisce ai Pirenei.
L'ostilità del MEC nei confronti della Spagna aveva
motivazioni economiche ammantate da postulati
ideologici. Temeva l'esportazione di vino, olio,
agrumi e prodotti delle sue manifatture. Sulla
spinta dei tecnocrati dell'Opus Dei e di una nuova
dirigenza, dall'inizio degli Anni Sessanta la Spagna
iniziò una lenta trasformazione interna, favorita
dalla promozione del turismo, propiziato dalla geniale
invenzione dei “Paradores”: “monumenti e siti siti
storici adattati ad alberghi di pregio.
Sia pure in “distretti” circoscritti la
produzione industriale (inclusa l'automobilistica) e
quella agricola e conserviera visse un quindicennio di
sviluppo accelerato, che avvicinò il reddito
pro-capite degli spagnoli al livello di altri Paesi
europei. Lo stile di vita mutò sotto gli occhi di
Franco e della sua cerchia, inclini a distrarsi dalla
realtà quando esso risultava troppo lontano dagli
schemi del mito autarchico della Spagna “una, grande,
libre”e molto bigotta. Per esserlo davvero la terra di
Cervantes doveva accettare la propria pluralità, anche
linguistica, e le autonomie regionali, in crescita
sotto pulsione esterna: Paesi Baschi, Catalogna,
Valencia (che inventò una “parlata”) e persino la sua
originaria Galizia.
Morto Pio XII, che aveva scomunicato
l'argentino Juan Domingo Perón e a Franco aveva
conferito l'Ordine Supremo di Cristo Re con scandalo
anche dei cattolici italiani che ne conoscevano i
crimini, dopo il Concilio Vaticano II il Caudillo
perse l'appoggio di una parte significativa del clero
(gesuiti in testa), con ripercussioni sull'insieme
della dirigenza. Stabilito il ripristino della
monarchia, a cospetto della contrapposizione tra i
fautori dei due Borboni, Juan, figlio di Alfonso
XIII di Borbone e conte di Barcellona, e suo figlio,
Juan Carlos, inizialmente Franco si orientò per
l'arciduca Ottone d'Asburgo-Lorena, lontano
discendente di Carlo V e dei “reyes catolicos” che
avevano segnato l'età di massimo fulgore della Spagna.
Dinnanzi al suo rifiuto, nel 1969 optò per Juan
Carlos: un salto generazionale lungimirante perché con
lui il Paese avrebbe lasciato definitivamente alle
spalle mezzo secolo di divisioni e lotte sanguinose:
dai tempi di Miguel Primo de Rivera in poi.
* * *
Il 9 giugno 1973 Franco lasciò la guida
del governo all'ammiraglio Luis Carrero Blanco che
venne ucciso in un attentato spettacolare al centro di
Madrid. Il 20 dicembre nominò Carlos Arias Navarro.
Fece la sua ultima apparizione pubblica il 1° ottobre
1975 con un discorso farneticante contro le trame
della massoneria ai danni della Spagna, ove le logge,
dopo il massacro dei massoni durante la guerra, il
forzato esilio (in Francia, Messico, Argentina,...),
di pochi sopravvissuti e decenni di repressione,
erano più rare della femmina barbuta.
Fra malanni incurabili, tre interventi
chirurgici e ampio uso di cure palliative il Caudillo
venne tenuto in vita sino al 20 novembre. Capo
provvisorio dello Stato dal 30 ottobre, confermato
Arias Navarro quale presidente del governo, il
trentasettenne don Juan Carlos dispose trenta giorni
di lutto nazionale e i funerali, eloquentemente
disertati da capi di Stato, a eccezione di Ranieri III
di Monaco, Augusto Pinochet e Hussein di Giordania.
Sposato con Sofia di Grecia, padre delle infanti,
Elena e Cristina, e di Filippo, principe delle Asturie
ed erede al trono, il 27 novembre Juan Carlos fu
“incoronato”. Solo il 14 maggio 1977 suo padre Juan di
Barcellona depose formalmente la rivendicazione della
corona.
Da anni, dunque, la “transizione” era nei
fatti. Tra i suoi protagonisti oltre al giovane Re
(nato a Roma il 5 gennaio 1938) spiccarono i sette
giuristi impegnati nella elaborazione della
costituzione democratica: Miguel Herrero, Gabriel
Cisneros, José Pedro Pérez Llorca, Manuel Fraga
Iribarne, Jordi Solé Tura e Gregorio Peces-Barba
(1938-2012), dal 1972 iscritto al Partito socialista
operaio spagnolo (Psoe), ancora clandestino. Cultore
del cattolico progressista francese Jacques Maritain e
di diritto comparato, dal 1961 Peces-Barba aveva
difeso politici imputati dinnanzi al Tribunale
dell'Ordine Pubblico, rendendosi inviso al regime, che
lo sospese dalla cattedra di Filosofia del diritto.
Era in corrispondenza con Norberto Bobbio.
La costituzione fu sottoposta a
referendum e venne approvata il 6 dicembre 1978,
giorno proclamato festa nazionale. Eletto deputato
nelle file del Psoe e presidente della Camera dei
deputati dal 18 novembre 1982, quattro anni dopo
Peces-Barba lasciò la vita politica per dedicarsi alla
fondazione di tre Università fuori Madrid (Getafe,
Leganés, Colmenarejo), che attrassero molti studenti
stranieri, alcuni dei quali vi conseguirono la seconda
laurea e conobbero la Spagna vera, non quella dei
pregiudizi antispagnoli. Il Progetto Erasmo fece il
resto: creò una generazione di giovani che, affluiti
in Spagna dai Paesi più disparati, hanno concorso alla
genesi dell' “internazionale delle libertà”.
* * *
Altro protagonista della Transizione fu
Adolfo Suárez González (Cebreros, 1932-Madrid, 2014).
Laureato in diritto alla Complutense di Madrid,
militante dal 1958 nel Movimento nazionale
(franchista), ricoperti incarichi pubblici sino a
governatore civile di Segovia (1968), direttore
generale della Radio-televisione statale dal 1969 al
1973, ministro nel terzo governo presieduto da Arias
Navarro, nel luglio 1976 Suárez fu incaricato da Juan
Carlos di formare il governo. Ebbe il sostegno di
liberali, socialisti democratici, democratici
cristiani, liberali ed ex falangisti. Il 9 aprile 1977
sciolse il Movimento nazionale e legalizzò il partito
comunista.
Il 15 giugno 1977 si svolsero le prime
elezioni politiche libere. Di seguito formò il governo
incardinato sull'Unione di centro democratico.
Approvata la Costituzione, Suárez vinse le elezioni
del 3 marzo 1979 ma si dimise il 9 gennaio 1981. Per
lui l'avvento del “sistema democratico” non doveva
essere una “parentesi” ma il cardine della Spagna
post-franchista. Con quella certezza fronteggiò
l'assalto di Tejero alla Camera.
Per l'eterogenesi dei fini che domina il
percorso della storia, il tentativo di golpe militare
condusse all’accelerazione delle riforme. Il governo
presieduto da Calvo Sotelo introdusse in Spagna il
divorzio e affrettò l'ingresso nella Nato, contro
l'opposizione delle sinistre e dei residui nostalgici
del franchismo. Con lo scioglimento anticipato della
Camera, le nuove elezioni segnarono il successo del
Psoe che, guidato da Felipe González, ottenne la
maggioranza assoluta. Volte le spalle a ogni
tentazione massimalistica, “Pepe” González imboccò la
via di ampie e profonde riforme per debellare la
disoccupazione, favorire la scolarizzazione, dalle
elementari alle Università, e migliorare nettamente la
sanità, portandola a livelli di eccellenza.
Un quinquennio dopo, nel 1986, la Spagna
entrò nell'Unione Europea: una svolta storica,
incoraggiata all'interno dalla organizzazione di
mostre e convegni incardinati sulle figure dei
pionieri dell'europeismo, come Jean Monnet, e di
valorizzazione degli spagnoli che
tra Otto e Novecento si erano schierati a favore
dell'Europa: Angel Ganivet, José Ortega y Gasset
(autore di “Spagna invertebrata”), Miguel de
Unamuno...e riscoprì la grandezza del poeta Garcìa
Lorca, assassinato dai franchisti nella guerra
civile per la sua condotta ritenuta immorale.
La parabola politica di Adolfo Suárez
declinò. Il Centro democratico e sociale da lui
fondato sulle ceneri dell'UCD non ebbe successo. Nel
1996 gli venne conferito il Premio Principe delle
Asturie per la Concordia. Perduta la moglie e la
figlia maggiore Mariam, colpito da Alzheimer, morì
ottantunenne. Nel 1981, l'anno dei torbidi, Juan
Carlos gli aveva conferito il titolo di “duca di
Suàrez”.
* * *
La desecretazione dei documenti su quello
che per brevità gli spagnoli chiamano “23F” ha messo
in moto la proposta (o sollecitazione) del ritorno in
Spagna di don Juan Carlos da Abu Dhabi ove risiede
abitualmente dall'agosto 2020, quando annunciò al
figlio, Felipe VI, la sua decisione di lasciare la
patria ove aveva vissuto dall'abdicazione, firmata il
18 giugno 2014 e ratificata per legge.
I tempi della “Riconciliazione” (titolo
delle sue memorie, recentemente pubblicate) paiono
maturi. Ovviamente il suo ritorno stabile nel Paese,
auspicato dal Alberto Núñez Feijóo, maggiorente del
Partito popolare, potrebbe suscitare polemiche, che
non mancano mai qualunque cosa si faccia. Ma anche
queste prima o poi finirebbero per spegnersi.
L'anziano Felipe González conferma che la condotta del
Re quel 23F fu “esemplare”. Il presidente del
Consiglio odierno, Pedro Sánchez, socialista a sua
volta, ha osservato che la decisione non compete al
governo ma alla Famiglia Reale. Si vedrà... Di sicuro
don Juan Carlos, poliglotta, profondamente europeo e
spagnolo di caratura planetaria, è una “risorsa” della
Memoria. Invita a ripassare la storia anche attraverso
i suoi titoli: Re delle Due Sicilie, di Corsica, di
Sardegna, di Dalmazia, di Croazia e altro; duca di
Milano; marchese di Oristano, conte di Gorizia… Fu il
primo capo di Stato estero a parlare in italiano al
Parlamento nella Roma ove nacque, come poi fece
Filippo VI . È emblema dei legami storici tra l'Italia
e la Spagna, di cui è re “emerito”.
Il lungo regno di Juan Carlos, come
quello del figlio Felipe VI, prova ne fatti che la
Spagna non fu divisa in due fazioni, estrema sinistra
ed estrema fatalmente contrapposte in un duello
fanatico e mortale. Come provato, documenti alla mano
da storici spagnoli (Maria Dolores Gòmez Molleda,
Pablo Fusi, Fernando Garcìa de Cortazar...) ed esteri
(spicca tra tutti l'inglese Paul Preston) vi è sempre
stata una “terza Spagna”, moderata, liberale,
anticlericale ma non antireligiosa, con una
significativa componente massonica (studiata a fondo
dal gesuita José Antonio Ferrer Benimeli): quella
riemersa dalle macerie del franchismo senza livori né
gli eccessi della “legge della memoria democratica”,
che in troppi casi ha fatto e fa torto alla Storia.
Per la Spagna – sottolinea il presidente
Sánchez – «la normalizzazione di una situazione
anomala ha inevitabilmente una dimensione statuale. È
naturale che un Re di Spagna possa vivere e morire in
Spagna se nulla lo impedisce […] La Spagna deve agire
con razionalità e generosità.» L'opposto della
ingenerosità che l'Italia, per paura di se stessa,
riservò a Umberto II, l'ultimo Re, morto all'estero
dopo trentasette anni di forzato esilio.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Don Juan Carlos di Borbone e Borbone.
Antonio Tejero Molina (Alhaurìn el Grande, 30 aprile
1932-Alcira, 25 febbraio 2026) dopo lunga carriera
raggiunse il grado di tenente colonnello della Guardia
Civile, dalla quale fu espulso dopo il tentato golpe
del 23 febbraio 1981.
Nel 1978 promosse incontri con altri militari
nel Caffè Galaxia di Madrid e mise a punto la
“Operazione Galaxia”, che, subito scoperta, gli costò
sette mesi di carcere. Processato dopo il 23F, fu
condannato a trent'anni di reclusione, ma dopo tredici
anni ebbe la libertà condizionale. Sposato, con sei
figli, uno dei quali sacerdote, si dedicò alla
pittura. Nel 2019 si oppose alla traslazione della
salma di Franco dal Valle de los Caìdos al cimitero di
Mingorrubio. Mentre era carcerato promosse il partito
“Solidarietà Spagnola” dal motto allusivo: “Entra con
Tejero in Parlamento”. Ebbe esito modestissimo. I
militari spagnoli sono lealisti e diffidano
dell'estremismo che agita i fantasmi del passato
remoto: da studiare, non da imitare.
Sull'ingresso della Spagna nelle
istituzioni europee v. A.A.M., “L'integrazione europea
e la penisola iberica”, in “Storia dell'integrazione
europea”, a cura di Romain H. Rainero, Milano,
Marzorati, 1997.
Aldo A. Mola
150° del
Circolo “'L Caprissi” L'OZIO CREATIVO DEL MOTORE IMMOBILE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il
Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica
22 febbraio 2026 pagg. 1 e 6.
«Ma sedendo e
mirando, interminati/ spazi di là da quella, e
sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel
pensier mi fingo; ove per poco/ il cor non si spaura.
[…] E mi sovvien l'eterno,/ e le morte stagioni, e la
presente/ e viva, e il suon di lei.» Così il
diciannovenne Giacomo Leopardi nell'“Infinito” scrisse
l'elogio dell'ozio meditativo. Non fu il solo. Recita
la Bibbia: «Così furono terminati il cielo e la terra.
Allora Dio nel settimo giorno volle concluso il lavoro
che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni
lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo
giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato il
lavoro…»
L'ozio non è “il padre di tutti i vizi”.
È il meritato riposo che si concesse anche il Grande
Architetto, pausa di contemplazione e impulso alla
creazione, perpetua nel tempo. Poi ognuno faccia la
sua parte. A modo loro ne sono specchio i 150 anni del
Circolo “'L Caprissi”, fondato a Cuneo il 10 dicembre
1875 da una decina di persone, forse reduci dalla
Costa Azzurra e bene ammanicate con Torino. Avevano
motivo di fermarsi a riflettere. Che cos'era lo spazio
liguro-piemontese? Era sempre stato cerniera
transfrontaliera. Nei millenni le Alpi del Mare
avevano unito: transito di mercanti audaci e incontro
di miti e di riti, come attestano le incisioni
rupestri del Vallone delle Meraviglie e la “Tana
Bertran” di Badalucco.
Nizza era stata la meta agognata dai
conti di Savoia prima ancora di ascendere a duchi e a
re di Sardegna. Affacciarsi su quel mare era molto più
importante che sboccare sul Ligure di Ponente. La
Costa Azzurra proiettava verso la Provenza, culla
della civiltà trobadorica, misto di arti e di eresie
spazzato via da un'infame “crociata”. Da quella terra
verso fine Settecento arrivò l'Armata d'Italia di
Napoleone Bonaparte: stracciata, famelica ma
innovatrice. Con la Restaurazione del 1815 i Savoia
tornarono a Torino e Nizza fu restituita al Piemonte,
con l'aggiunta dell'intera Liguria. Ma nel 1860, per
avere alleato Napoleone III e ottenere Milano, Bologna
e via via costituire il regno d'Italia, Vittorio
Emanuele II dovette cedere all'Imperatore dei francesi
la Savoia, ove erano sepolti i suoi antenati e da dove
tutto era iniziato 850 anni prima, e, appunto, il
Nizzardo, rendendo se stesso e Garibaldi stranieri in
patria.
Crescere molto costa sacrifici.
Così accadde che il Cuneese da crocevia
d'Europa retrocesse a terra di confine. Non bastasse,
la capitale passò da Torino a Firenze e poi a Roma,
sempre più lontana. Il nuovo Stato dovette investire
nel Mezzogiorno e in altre plaghe che abbondavano di
chiese, monasteri, castelli, ma mancavano di ferrovie,
strade, ospedali, sedi scolastiche. Il brigantaggio,
che fiorì solo in alcune plaghe del Sud e non fu
affatto guerra civile, venne domato con costose
migliorie più che con le armi. Però la coperta era
cortissima. La Nuova Italia nacque gravata di ingenti
debiti con l'estero. Si può anzi dire che fu
propiziata proprio da chi (le banche inglesi
anzitutto) volevano vedersi restituire i prestiti.
Perciò tartassò d'imposte i cittadini, evasori per
sopravvivere, come annotò Luigi Einaudi.
Ripiegato al di qua delle Alpi con Nizza
nel cuore, quel cenacolo di cuneesi sostò a riflettere
sulla direzione di marcia. Mise alle spalle conflitti
di religione e faziosità d'ogni genere. Era stato
l'evangelico “Barùn Litrùn” a comandare la “piazza” di
Cuneo durante uno dei molti assedi subìti e si era
meritato la gratitudine della città.
Dalla fondazione il Caprissi divenne
spazio di ozio creativo dei “bogianèn”: persone capaci
di “tenere la posizione” e guardarsi attorno anziché
lamentarsi. Nel 1875 la Granda non aveva collegamenti
ferroviari con la Francia. L'unica arcaica
carrozzabile svalicava oltralpe attraverso il tunnel
del Tenda. Sedendo e mirando, i “Capricciosi” decisero
di darsi una dirigenza dalle robuste radici locali ma
bene addentro ai centri di potere governativi.
La stipula della Triplice Alleanza di
Roma con Berlino e Vienna nel 1882, per ripicca contro
il protettorato di Parigi su Tunisi, il fatuo sogno di
trovare nel Mar Rosso le chiavi del Mediterraneo e la
guerra doganale con la Francia assestarono altre
batoste sull'Italia Nord-Occidentale. Nell'ozio
operoso del Caprissi commercianti, negozianti,
artigiani, albergatori, avvocati e amministratori
locali crearono l’“armonia”: coro di voci diverse,
orchestrate all'insegna dell'amicizia fraterna. Non
sorprende che ne abbiano fatto parte anche massoni.
Tutti inclini a fare, ma con riserbo.
L'attuale sontuosa sede del Circolo (in
“Cuneo Vecchia”, proprietà dei soci, poliglotti che
privilegiano il piemontese), splendidamente ornata,
arredata e completa di cucina per approntare
“munizioni da bocca”, è la base dei Capricciosi in
città, con l'occhio volto all'Europa, come alla
nascita, 150 anni addietro: ben vissuti e ben portati,
all'insegna della libertà, che tutto propizia e senza
la quale tutto è perduto.