Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 

 
RICOSTRUIRE
L'“IDEA DI ITALIA”

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.I punti stimati
Smaltiti gli entusiasmi di circostanza, viene l'ora del pragmatismo: non empirismo affannato del press'a poco, ma il transito al programma attuabile e dei possibili tempi della sua realizzazione. Proprio perché “le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano” (parole del conte Camillo Cavour citate da Mario Draghi nel discorso del 17 febbraio, mercoledì delle ceneri) dai primi passi si comprenderanno meglio i punti stimati e la rotta del nuovo governo.
Grazie... Ma a chi?
Draghi ha ripetutamente ringraziato il “Conte II”, che ha “affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall'Unità d'Italia”. Eppure l'“illustre estinto” è finito alle corde e ha dovuto rassegnare le dimissioni proprio perché non aveva fatto il dovuto, e lo vediamo bene. Per un anno, dal 31 gennaio 2020,  non ebbe (o non mostrò di avere) la percezione della pandemia incombente e delle sue possibili conseguenze di breve, medio e lungo periodo. Rispose alzando la bandiera gialla dell'Emergenza Permanente, moltiplicando misure contraddittorie dagli esiti reiteratamente deludenti, secretando le decisioni di esperti e comitati vari e lasciando briglia sciolta a “scienziati” surrogati della “politica”. Ha fallito i tre principali obiettivi che si era dato. È clamorosamente mancata la riapertura delle scuole “in presenza” e in sicurezza almeno a tempi alterni, con adeguata organizzazione della didattica a distanza per scolari e studenti di tutte le regioni. Le conseguenze sono devastanti. Malgrado gli auto-elogi, il piano di vaccinazione per arginare la diffusione del contagio si è disperso in viottoli secondari (la priorità delle fatue e appassite “primule” rispetto all'approvvigionamento e alla distribuzione di fiale e siringhe) e ha accumulato i ritardi che sono sotto gli occhi di tutti. A sua volta è e sarà ancora a lungo in elaborazione il documento che l'Italia deve presentare all'Unione Europea in tempi ormai stretti per ottenere i benefici del Recovery Plan. Il suo ristagno va addebitato al prof. Giuseppe Conte, che tentò di gestirlo direttamente da Palazzo Chigi nell'inerzia (o connivenza) colpevole del Partito Democratico (Nicola Zingaretti) e di Liberi e Uguali, in combutta con i Cinque Stelle: tutti  poi “indignati” nei confronti di Matteo Renzi, che denunciò il vulnus democratico che quel metodo (e la tentata “confisca” dell'Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica da parte del prof. Conte) stava infliggendo all'Italia. Per il bene generale, deliberò l'uscita dalla maggioranza, rivendicando  quanto sopravvive di un Paese sovrano.
  Questo è il passaggio storico che anche il presidente Draghi dovrebbe ricordare e sottolineare con particolare apprezzamento, proprio perché senza di esso l'Italia non potrebbe iniziare a risalire la china.
Lo scenario politico-parlamentare
Vaticinato come meramente “di alto profilo” e in corso di composizione divenuto tecnico-partitico (non tutto eccelso), il governo ora in carica (in attesa di ormai tardiva nomina di viceministri e sottosegretari con relative deleghe, scompaginata per il caos regnante tra i Cinque Stelle) è appesantito dalla conferma di ministri la cui opera suscitò perplessità (è il caso della titolare dell'Interno, prefetto Luciana Lamorgese) e molte motivate avversioni (come Roberto Speranza, ministro per la Salute) per ordinanze improvvide emanate nel corso del tempo, lesive dei diritti costituzionali dei cittadini e senza efficaci contropartite.
  La vera discontinuità tra il Conte II e il governo Draghi, al di là delle intenzioni e delle dichiarazioni della vigilia, è scaturita dai “fatti”, che “sono ostinati”. Lo smottamento dei Pentastellati (una ventina al Senato, il doppio alla Camera, tra voti in Aula e assenti non giustificati agli occhi dei “guardiani del grillo”) ha creato un’opposizione quantitativamente e qualitativamente non prevista alla vigilia e destinata a pesare sulla durata del governo e sulla legislatura, incluso il passaggio, sempre più impervio e stretto, dell’elezione del futuro Capo dello Stato.
  Per inciso, ma la questione meriterà apposita riflessione, risulta sconcertante l'ipotesi di una rielezione di Mattarella “a tempo” per consentire a Draghi di consolidare l'opera dell'esecutivo e di transitare da Palazzo Chigi al Quirinale proprio quando l'azione del governo attuale potrebbe cominciare a dare frutti: un “processo di maturazione”, questo, che richiede molto più degli ormai due risicati anni residui della legislatura in corso, come del resto ha fatto intendere Draghi stesso quando ha indicato quali orizzonti temporali il 2026, il 2030 e, già che c'era, il 2050 (chi vivrà vedrà...). Riesce quindi impossibile determinare a priori la durata di una rielezione “a tempo” e “sub condicione” del Presidente della Repubblica ora in carica, un ulteriore strappo istituzionale che prospetta un altro e più rilevante interrogativo: se l'Italia oggi abbia più bisogno di un arbitro al di sopra della mischia, qual è e deve essere il Capo dello Stato, o di un presidente del Consiglio competente, concludente e quindi duraturo. Sono interrogativi resi più inquietanti dalla constatazione, mai abbastanza ripetuta, che le Camere attuali sopravvivono indebitamente al voto con il quale esse stesse deliberarono la riduzione dei seggi parlamentari poi confermata dal referendum celebrato alla vigilia della seconda ondata del covid-19. Camere talvolta plaudenti (come fecero alla rielezione di Giorgio Napolitano) ma quanto meno ansimanti.
Ma, come dicevano gli antichi, hic Rhodus, hic saltus. Il problema di Draghi è quello di tutti i governi precedenti: disporre di una maggioranza davvero leale e coesa. Certo esso non ha nulla a che vedere con quello precedente, il cui presidente non esitò a questuare senatori raccogliticci, con tanto di “cerotto” offerto dal Partito democratico. A parte Forza Italia, Italia Viva, Più Europa e altri gruppi “centristi”, nei suoi confronti si sono scanditi dissensi e voti contrari, in misura e con toni decisamente inattesi a contrastanti con la pacatezza del suo discorso programmatico e delle repliche. A parte il “no” di una frangia della Sinistra Italiana paleozoica e quello franco e argomentato dell'on. Giorgia Meloni per Fratelli d'Italia, colpisce e peserà il “si” del capogruppo pentastellato alla Camera, che ha ripetutamente ed elegantemente promesso a Draghi di “rompere le scatole”, e di una grilloide decisa a “fargli  le pulci” (partendo dal presupposto che il neo-presidente e i ministri ne nasconderanno molte nei loro provvedimenti… pelosi).
  Il clima, insomma, non è affatto dei migliori. Proprio perché bisogna rassegnarsi all'evidenza, in attesa di vedere come i fatti risponderanno ai buoni propositi, anche gli osservatori più comprensivi e indulgenti nei riguardi del governo nascente (tale rimane sino al suo completamento) si attendono segnali netti di discontinuità rispetto al passato prossimo e remoto, sia nella ripartizione dei compiti sia nella più esatta cornice storica entro la quale intende collocarsi.
  Molti si  domandano come e quando verrà ridimensionata, se non radicalmente mutata, la massa abnorme di compiti e connessi poteri di spesa “ad libitum” affidata da precedenti governi e in specie dal Conte II al dottor Domenico Arcuri. Dopo decenni di polemiche sui “boiardi di stato” e mentre scivolano come acqua sulle pietre libri irridenti l'impotenza dei “politici” quali l'anonimo Io sono il potere (ed. Feltrinelli) è possibile che tutto rimanga come prima?
  Del pari, finalmente rimossa la non rimpianta ministra “democratica” di Trasporti e Infrastrutture (che aggravò i guai della già martoriata Liguria), quando e come verrà affrontata la sicurezza dei pendolari, in specie studenti? (è solo una goccia nel mare, ma se non si dà qualche segnale visibile di svolta effettiva, la delusione è destinata a prendere il sopravvento).
La scuola che verrà...
Nel discorso programmatico Draghi ha insistito sull'urgenza di riqualificare l'istruzione tecnica superiore, cenerentola del sistema scolastico italiano. La sua promozione e diffusione è tra i vanti della Nuova Italia che non è affatto nata nel 1945 ma nel 1861. Gli Istituti per geometri e ragionieri formarono la spina dorsale del progresso economico-sociale del Paese, cresciuto a ritmi europei malgrado le scomuniche dei papi. Tanta parte della rete ferrostradale e dei piani regolatori di 150 anni orsono furono prodotti in piena autonomia dagli uffici tecnici delle Province (oggi sciaguratamente svilite da un Parlamento miope e auto-lesionistico) e dei Comuni, popolati di geometri altamente qualificati. Da “uomo di banca”, Draghi sa bene che i “ragionieri” furono l'ossatura di casse di risparmio, banche popolari e casse rurali dalla seconda metà dell'Ottocento, nonché dell'amministrazione anche di medie e grandi aziende. Nell'atrio dell'Istituto “Germano Sommeiller” di Torino il geniale preside Gaetano Fiorentino, garbato poeta a tre puntini, collocò le gigantografie dei diplomati illustri, tra i quali Giuseppe Pella e Vittorio Valletta. Erano “professionisti” che lavoravano almeno dieci ore al dì, sei giorni su sette, perché avevano un'“idea dell'Italia” e coltivavano quell'amore per la Patria che è “passato di moda” proprio perché a ridosso del 1945 si sono diffuse e sono prevalse tante ideuzze anti-nazionali.
  Poiché il presidente del Consiglio ha citato Cavour, va ricordato quanto della Scuola disse, scrisse e ripeté Giovanni Giolitti, massimo statista dell'Italia liberale, all'indomani della Grande Guerra (1915-1918). Il Paese doveva risollevarsi da una catastrofe non inferiore a quella del 1940-1945. La Vittoria, merito delle Forze Armate, cioè della Nazione guidata da Vittorio Emanuele III Re-soldato, era costata circa 680.000 morti (in massima parte giovani), un milione e più di mutilati e feriti, il balzo del debito pubblico da 14 miliardi a oltre 90. Il tutto fu aggravato dall'epidemia di febbre “spagnola” che mieté circa 500-600.000 vite in pochi mesi. Al confronto è pallida cosa la “crisi” odierna. Lo Stato lavorò alla ricostruzione con ministri di eccellenza e misure immediate e lungimiranti, senza sprechi. Fu il caso di Antonio Fradeletto, Cesare Nava, Giovanni Raineri e Alberto La Pegna alle Terre Liberate.
  A conclusione del suo programma elettorale Giolitti disse: “Per il risorgimento economico dell'Italia, per metterla in condizione di sostenere la concorrenza con i popoli più progrediti, una riforma soprattutto si impone: la completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”, mentre “un popolo tanto vale quanto sa”.
“Da noi l'istruzione elementare è insufficiente. Molto peggio ancora procede l'istruzione media. L'istruzione classica è ancora la parte principale dell'insegnamento medio; ma è una scuola in piena decadenza; la scuola tecnica non ha di tecnico che il nome; è per la massima parte un duplicato della scuola classica. La parte principale dell'insegnamento di Stato dovrebbe essere, in tutti i gradi, istruzione veramente pratica, sapientemente specializzata”. Alla testa andava posta l'“alta istruzione tecnico-scientifica, industriale ed agricola, con larghi mezzi di studio e di esperimenti, diretta a scopi veramente pratici, così che vi si interessi e vi contribuisca l'alta industria, e organizzata in modo da attrarre le migliori intelligenze del paese, e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente della scienza”. Per incentivare il progresso degli studi, nel solco della tradizione risorgimentale, le cattedre andavano (come anche oggi andrebbero) rimesse a concorso ogni dieci anni, in modo da aprire la strada ai giovani studiosi e da mandare fuori ruolo i “pantofolai” ripetitivi. Era il 1919. Tutto è già stato scritto. E dimenticato.
  Che cosa è accaduto in Italia da decenni? È dilagata l'ossessione della “liceizzazione” di tutti gli istituti superiori, la moltiplicazione delle “etichette” su corsi variopinti, né classici, né scientifici, né tecnico-professionali. Sperimentazioni e “fai-da-te” hanno creato una selva selvaggia dalla quale troppi giovani escono abbacinati. Per l'Istruzione il nuovo governo non ha niente da “inventare”, parecchio da sfoltire e molto, semmai, da riscoprire, da quella costruita 150 anni orsono da Michele Coppino e Francesco De Sanctis. Se poi proprio ha bisogno di prendere esempio dalla Danimarca anche per la scuola, può rileggere che cosa scrivevano le Relazioni ministeriali dopo il 1870, quando ministro dell'Istruzione  era Quintino Sella: in quel Paese gli studenti delle superiori erano tenuti a esercitazioni militari, ad  attraversare canali e fiumi zaino in spalla. Gli italiani avevano capito che a Sedan i francesi di Napoleone III erano stati sconfitti non dai “soldati” ma dai “maestri” tedeschi, perché da un secolo avevano instillato negli allievi l'“Idea della Germania”.
  Altrettanto bisognava fare in Italia: una realtà politica appena nata, ma una nazione bimillenaria. L'Italia era Europa e l'Europa era Italia. Non vi era alcuna contraddizione. Appartenevano l'una e l'altra a un'unica civiltà, che aveva radici in Roma, la Città Eterna di Mommsen e Gregorovius, di Mazzini e Garibaldi e, infine, di Vittorio Emanuele II che vi trasferì la capitale, mano tesa verso gli inviolati Sacri Palazzi e la Città leonina che lo stesso Pio IX chiese a Raffaele Cadorna fosse presidiata dai “piemontesi” che garantivano ordine e disciplina.
Il pitagorico Arturo Reghini
Ha fatto bene il presidente Draghi a ribadire la centralità dell'“amore per l'Italia”. Non è affatto nuovo. È quello dei patrioti che le sacrificarono i beni, la libertà personale, la vita. È quello di Carlo Alberto di Savoia che, abbandonato dagli altri stati italiani a cominciare da quello pontificio, si batté da solo per l'indipendenza, abdicò, morì esule a Oporto e insegnò a tutti, Cavour incluso, il prezzo richiesto dalla guerra per l'indipendenza e l'unità della Patria. È quello trasmesso da Giosue Carducci, da Giovanni Pascoli e da Arturo Reghini (Pontremoli, 1878-Budrio, 1946), matematico, ermetico, gnostico, massone, “profeta” del primato morale e civile che, a suo assennato giudizio, risaliva a Virgilio, Dante, Machiavelli e includeva Cesare e Napoleone I: “italiani pur essi” e non meno “europei” di quanti hanno omesso la civiltà greco-latina dai fondamenti dell'Unione Europa.
  “Oggi l'Italia sta risanando” scrisse Reghini per il Natale di Roma del 1923. “Affiorano le antiche virtù”. Affinché altrettanto avvenga oggi occorre andare oltre le cronache quotidiane, non arrestarsi al luttuoso 1945, un anno che gli esuli forzati da terre italiane ricordano con angoscia. Occorre risalire alle sorgenti dell'Italia, al Risorgimento.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:  Roma custodisce edifici emblematici e simbolici che ne collegano la storia millenaria alla Sapienza antica. E' il caso della Piramide Cestia, restaurata col finanziamento del magnate giapponese Yuzo Yagi. Essa ispirò Arturo Reghini, recentemente al centro di un seminario dell'Istituto Storico e Politico Internazionale presieduto dal rimpianto Giorgio Galli.

LUIGI LUZZATTI, IL “DRAGHI” DELLA TERZA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi LUZZATI  “I tempi difficili impongono a coloro che amano il proprio paese l'obbligo patriottico di unirsi”. Ha detto così, più o meno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; lo ripeterà quello del Consiglio dei ministri, Mario Draghi. È un motto antico come il mondo. Lo pronunciò anche Luigi Luzzatti (1841-1927), ebreo di Venezia, europeo per vocazione, deista per scelta, massone nella loggia “Cisalpina” di Milano che, come l'“Insubria”, faceva capo ad Ausonio Franchi (don Giuseppe Bonavino). Economista di talento, statista di prim'ordine, ministro e presidente del Consiglio, oggi Luzzatti è poco ricordato. Eppure...
Da Venezia all'Europa e dall'Europa all'Italia 
Il governo ora presieduto da Mario Draghi ha un unico possibile paragone nei 160 anni dall'Unità d'Italia a oggi (170 se vogliamo aggiungere il decennio del regno di Sardegna, che fu alla sua origine). È il ministero capitanato da Luigi Luzzatti dal 31 marzo 1910 al 30 marzo 1911. La prima e più suggestiva analogia è nel vastissimo consenso dei due governi. Draghi si accinge a incassare un sostegno senza precedenti nella storia della Repubblica. Lo votano partiti sino a ieri lontanissimi ma che, pur non facendosene ancora pienamente una ragione, non possono evitarlo. I pochi che si oppongono sono a corto di argomenti convincenti. Parlano alla propria “tribù” anziché al Paese. Altrettanto accadde a Luzzatti. Quando il 30 aprile 1910 chiese il voto di fiducia, alla Camera ottenne 386 “si” sui 411 deputati presenti e i 508 in carica. Un vero e proprio plebiscito, mai raggiunto da nessun altro presidente del Consiglio.
   Come Draghi, Luzzatti non aveva un partito. Dalla propria però aveva alcuni requisiti fondamentali. Nato a Venezia nel 1841 (v. box), di famiglia ebraica benestante, sospettato dall'Austria di “italianeggiare” da quando aveva sedici anni, compiuti gli studi liceali si trasferì a Padova ove nel 1863 si laureò nella Facoltà politico-legale. Apprezzato allievo di docenti di fama come Tolomei e Messedaglia, amico di Giacomo Zanella, Lampertico ed Errera, nel 1864 passò dal pensiero all'azione. Pubblicata la tesi di laurea (“La diffusione del credito e le banche popolari”), promosse la fondazione della Banca popolare di Lodi, la prima in Italia, su modello di quelle sorte in Germania per impulso di Schulze Delitzsch. Fu il primo rivolo di una fiumana. Subito sorsero quelle di Brescia, di Asolo e nel 1865 la Banca popolare di Milano la cui storia nel centenario fu scritta da Franco Catalano, docente di storia contemporanea alla Statale, poi alle prese col Sessantottismo di Mario Capanna.
Quarant'anni dopo l'esordio delle Casse di Risparmio, le Popolari ideate da Luzzatti promossero prestiti anche “sull'onore”, corresponsabilità dei beneficiari vincolata alla responsabilità limitata (anziché a quella illimitata invalsa in Germania), consolidamento delle riserve e voto capitario dei soci. Le “Popolari” non erano solo “banche” ma pedagogia sociale, civile, politica, “democrazia in cammino”. 
   Maritato con Amelia Levi dallo stesso 1864, il giovanissimo Luzzatti entrò in corrispondenza con economisti e sociologi di ogni paese europeo. Docente di diritto costituzionale a Padova dal 1867, concorse all’istituzione della Scuola superiore di Commercio a Ca' Foscari (1867) appena Venezia si unì all'Italia, all'indomani della Terza guerra per l'indipendenza (1866). Esperto di indiscusso valore in un ventaglio di materie specialistiche (codici di commercio, credito, economia forestale, istruzione professionale,...) e soprattuto di intricate questioni monetarie e bancarie, nel 1869 fu nominato da Marco Minghetti segretario generale del ministero di Agricoltura, industria e commercio: incarico corrispondente a quello di sottosegretario di Stato. Non ancora trentenne, resse le briglie per il varo di leggi e accordi internazionali di enorme importanza.
Nihil sub sole novi
Prima ancora di essere eletto deputato (v. box), Luzzatti era ormai noto in tutta Europa quale studioso ferrato delle questioni al centro dei rapporti tra gli Stati, di lì a poco alle prese con la tragica guerra franco-germanica del 1870 e l'esplosione della “Commune” di Parigi, repressa in un bagno di sangue. Messo alle spalle il grande brigantaggio” nell'Italia meridionale e appena acquisita Roma, l'Italia doveva “crescere”. Non le bastava la libera iniziativa. Per realizzare opere strategiche occorreva l'intervento dello Stato, già insegnato e praticato da Camillo Cavour: lo “statalismo sussidiario”, come l'IRI del “fratello”Alberto Beneduce mezzo secolo dopo e l'odierno Recovery Plan. Per Luzzatti, che conosceva la Bibbia a memoria, nulla è nuovo sotto il sole. Parlava con cognizione di causa. Fu l'anima della grande “Inchiesta industriale” del 1872 e ne scrisse da solo il Quarto poderoso volume: il portolano per passare dalla dottrina alla prassi. Se gli altri Paesi si irrigidivano in politiche protezionistiche, l'Italia doveva difendersi nel rinnovo dei trattati di commercio e nella difesa strenua della propria ancor gracile macchina finanziaria e imprenditoriale a cospetto delle condizioni socio-sanitarie messe a nudo dalla devastante epidemia colerica del 1867 e dalla morbilità connessa a malnutrizione e miseria: la febbre malarica e la pellagra, addolcita in “mal della rosa”.
Alla caduta della Destra storica (18 marzo 1876), a lungo Luzzatti non ebbe incarichi pubblici. Docente ascoltato, scriveva saggi e articoli in quotidiani che erano la sua vera cattedra. Poi il presidente del Consiglio Depretis, capofila della Sinistra, e il ministro delle Finanze Agostino Magliani ne fecero costantemente il capomissione per risolvere le vertenze più complesse, come il trattato dell'Unione monetaria latina e l'avvio di imprese strategiche, quale la Società anonima altiforni fonderie e acciaierie di Terni, ideata in funzione della nuova flotta da guerra, quando la Marina italiana valeva quella degli USA.
Ministro del Tesoro e delle Finanze nel primo governo presieduto da Antonio Starrabba di Rudinì (1891-1892), Luzzatti non affrontò la questione delle questioni. Vent'anni dopo Porta Pia (1870), a differenza degli altri Stati l'Italia aveva ancora sei diverse banche di emissione di moneta. Il bubbone esplose con lo “scandalo della Banca Romana”, che travolse il primo governo Giolitti (1892-1893), determinò il ritorno al potere di Francesco Crispi (1893-1896), che pure vi era immerso fino al collo, e precipitò l'Italia nella crisi di fine secolo, quando Luzzatti fu nuovamente al Tesoro nei quattro governi Rudinì. Rimase fermo nel sostenere la parità tra spese ed entrate. Il prestigio dello Stato si fonda sulla fedeltà ai patti convenuti, sulla salute del suo bilancio e sul rispetto dei debiti contratti.
Per la “svolta liberale” d'inizio Novecento...
Contrario a soluzioni autoritarie (l'appello di Sonnino “Torniamo allo Statuto” gli parve un balzo all'indietro), Luzzatti mirò invece a riaffermare il primato del Parlamento e nel marzo 1900 si schierò all'opposizione. Fautore del governo presieduto dall'ottantenne Giuseppe Saracco (1900), fornì competenza e creatività al governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903) concorrendo alla nascita del Consiglio superiore del lavoro, al piano per la costruzione di case popolari, in risposta immediata a bisogni profondamente sentiti negli anni dei grandi scioperi e dell'emigrazione di massa, tutelata da una legge nella cui formulazione ebbe parte precipua. Ottenne anche leggi a tutela del lavoro, in specie notturno, femminile e dei bambini al di sotto dei 12 anni. Oggi pare poco, ma all'epoca era una conquista civile ostacolata da tanti, come l'abolizione della “ruota” in cui abbandonare i neonati e la “ricerca della paternità”, due conquiste di Giolitti, sorretto da Luzzatti.
Ministro del Tesoro nel secondo governo Giolitti (1903-1905), di concerto con la Banca d'Italia,  quando la moneta arrivò a far aggio sull'oro avviò la riduzione del tasso di interesse sui titoli dal 5 al 3.5%, poi realizzata dal ministro Majorana, che su suo consiglio e mediazione si valse della Banca Rothschild.
...e al governo
Il 3 marzo del 1910 fu la sua ora. Vittorio Emanuele III, che molto loapprezzava, lo nominò presidente del Consiglio su indicazione di Giolitti. Come documentato da Pier Luigi Ballini, egli varò il governo dopo lunghe e complesse alchimie, attestate dalle liste di ministri via via da lui elaborate. Tenne per sé l'Interno, con sottosegretario l'albese Teobaldo Calissano, fiduciario di Giolitti. Agli Esteri ebbe il marchese di San Giuliano (il meglio dell'Italia) e alla Guerra il comandante generale dei Carabinieri Paolo Spingardi. Capitanò una compagine di tecnici e politici di prim'ordine, liberali e di radicali (Cesare Fani, Francesco Tedesco, Luigi Facta, Luigi Credaro...). Non aveva un partito suo. Non era né di destra né di sinistra. Era un pragmatico, dalle competenze superiori e di piena fiducia da parte delle Cancellerie e delle banche europee.
   Però, proprio l'amplissimo consenso tributatogli dalla Camera fu alla radice della sua debolezza, perché prima o poi i Maggiorenti e i “partiti” (clan regionali e clientele personali) sarebbero tornati a rivendicare le proprie posizioni ideologiche e programmatiche. Luzzatti cercò sempre di smussare gli angoli. Quando il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ebreo ed ex gran maestro del Grande Oriente d'Italia, il 20 settembre 1910 pronunciò parole esageratamente polemiche nei confronti del papa e della chiesa, stemperò i toni. Nelle voluminose “Memorie” Luzzatti si definì “deista che sente e ammira idea religiosa in qualsiasi prisma se ne franga la luce”. Amico di molti “modernisti” italiani e di Oltralpe, come Paul Sabatier), nel 1913 non esitò ad apprezzare l'appoggio dei cattolici per la sua rielezione alla Camera.
“Costruttore” per la “vera democrazia”
Il suo governo era “di scopo”. Andava oltre Sonnino, conservatore, e doveva varare riforme economiche urgenti. Però Luzzatti si avventurò sul terreno infido delle elezioni amministrative e appoggiò i “blocchi popolari” anticlericali (socialisti riformisti, radicali e liberali progressisti). Poi si buttò a modificare la legge elettorale e riformare il Senato del Regno. Propose di estendere il voto ai maschi maggiorenni che sapessero copiare un testo a stampa e scrivere i numeri. Propugnò inoltre l'obbligatorietà del voto. Quanto al Senato, ritenne che dovesse essere per una parte (minore) di nomina regia e per l'altra formato attraverso una complicata elezione di secondo grado.
Sentite suonare tutte le campane (commissioni parlamentari, dibattito sui giornali...), Giolitti fece sapere che così come era il Senato aveva e avrebbe reso alti servigi all'Italia. Non potevano esserci “patres” di due diverse categorie, gli uni di nomina regia, gli altri elettivi. L’idea di Luzzatti evaporò. Il 18 marzo 1911 Giolitti propose il voto universale maschile per i maggiorenni, per quanti avessero prestato servizio militare e per i trentenni anche se analfabeti perché il giudizio politico non dipende dal maneggio delle lettere dell'alfabeto ma dalla vita. Preoccupato (come egli stesso scrisse a Giolitti) di non fare “caduta inonorata”, Luzzatti si rassegnò a porsi da parte, come del resto ormai voleva il Re. Restò in carica sino a festeggiare il 50° della proclamazione del regno, il 27 marzo, all'Altare della Patria. 
Rimase una grande e nobile “riserva della Corona” e dello Stato. Il Re nominò Giolitti, che orchestrò il “Grande Ministero” e le feste del Cinquantenario tenendo a fianco Nathan.
  Tornato per tre mesi ministro del Tesoro nel secondo governo Nitti (marzo-maggio 1920), Luzzatti sollecitò conferenze internazionali per correggere le storture dei Trattati “di pace”, altrimenti forieri di rivalse e di nuovi conflitti. Pacifista per vocazione, come il premio Nobel per la pace Teodoro Moneta e come lui fermo nel sostegno dei diritti degli italiani nel mondo, accordò il suo voto al governo di unione costituzionale dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini e lo confermò anche dopo l'“affare Matteotti”. Quando parte dell'opposizione disertò l'Aula, vi rimase per sostenere leggi di pubblica utilità, a cominciare della “battaglia del grano” che non era affatto “fascista” ma arrivava dall'Istituto Internazionale per l'Agricoltura (1908) voluto da Vittorio Emanuele III e da Giolitti.           
  Luzzatti insegnò che “la democrazia vera è quella che cerca di innalzare i poveri e gli ignoranti, non già di deprimere gli agiati e i sapienti. È un'opera di concordia, non di guerra sociale. Toglie o tempera gli attriti; non li crea e non li accresce. Benefica, edifica, non sconvolge gli ordini sociali”. Fu un grande e vero Costruttore. Uomo universale, sapeva che gli Stati e i governi passano, i “Grandi spiriti” sopravvivono.
Aldo A. Mola
L'EBREO LUIGI LUZZATTI, “DEPUTATO ERRANTE”
da “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Febbraio 2021, pag.11. 

Luigi Luzzatti  Per un ebreo, anche se genio europeo di prima grandezza, non era facile conquistare un seggio parlamentare nella Nuova Italia. Fu il caso di Luigi Luzzatti (Venezia, 1° marzo 1841-Roma, 29 marzo 1927). Quell'Italia era “Nuova”, ma ancora appesantita da pregiudizi arcaici, scrupoli e pavidità. Ne seppero qualche cosa Alessandro D'Ancona e Isacco Maurogonato Pesaro che non furono nominati ministri mentre avevano tutti i requisiti per divenirlo.
Luzzatti si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Oderzo (Treviso) il 20 novembre 1870, due mesi esatti dopo l'irruzione dell'esercito italiano in Roma attraverso la breccia di Porta Pia, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, cattolicissimo come suo fratello Carlo e “uomo dello Stato”. Luzzatti vinse senza rivali, ma non aveva ancora compiuto trent'anni, l'età richiesta per entrare alla Camera. Riconvocati, gli elettori gli confermarono la fiducia l'8 gennaio 1871, ma il loro placet fu nuovamente annullato. Finalmente Luzzatti risultò regolarmente eletto il 12 marzo seguente. Da cinque anni il Veneto “euganeo” era incorporato nel Regno d'Italia. Tra i suoi campioni aveva avuto Daniele Manin, ebreo e presidente della Società Nazionale. Oderzo confermò la fiducia a Luzzatti nelle elezioni del 5 novembre 1878, quando gli si oppose il democratico Luigi Zanardelli, e del 1880 quando Giosue Carducci vi ottenne 5 voti contro i suoi 515: curiosamente, due avversari “di loggia”.
Nel 1882 fu il più votato della terna di Destra storica eletta nel collegio di Conegliano Veneto (Treviso II), ma venne sorteggiato tra i deputati eccedenti il numero di seggi riservati ai docenti universitari: identica sfortuna toccata a Carducci nel 1876, quando il Maestro e Vate, sazio di scrivere versi e di filologare in cattedra, decise di “scendere in campo” nel collegio di Lugo di Romagna, studi statistici ed economici alla mano. Venne eletto, ma, sorteggiato, decadde; ritentò altre due volte (a Pisa e a Lucca), invano.
Il 16 dicembre 1883 Luzzatti fu ripescato nelle supplettive del collegio di Padova. Vi venne confermato nel 1886 e nel 1890, primo della solita terna con Emilio Visconti Venosta e Ruggero Bonghi.
Col ritorno dai collegi circoscrizionali con scrutinio di lista ai collegi uninominali, i più “seri” della storia d'Italia dal 1848 a oggi, Luzzatti dovette cercarsi una roccaforte sicura. Con tutto quel che egli aveva da fare per l'Italia in Europa (e viceversa) non aveva tempo di  questuare voti. Molti notabili e prominenti della Terza Italia avevano collegi blindati. Era il caso di Giolitti nel Cuneese, Giuseppe Biancheri a Ventimiglia, Zanardelli a Iseo e via elencando. Luzzatti planò nel collegio di Abano Bagni, che lo elesse il 6 novembre 1892 e lo confermò entusiasta sino a quando egli fu sicuro di poter tornare trionfalmente a Treviso, ove fu rieletto per tre legislature. Nel 1913 Luzzatti fu confermato grazie al “Patto Gentiloni” che vide i cattolici confluire a sostegno dei liberali “moderati”, inclusi i massoni notori o anche solo “sospettati”. Era il caso suo. Ma la Chiesa di Pio X distingueva tra avversari, come chi credeva nel Grande Architetto, e i nemici: quanti volevano abbattere troni altari. Non i razionalisti ma i belluini.
Nel 1921 Luzzatti festeggiò cinquant'anni di “medaglietta” di deputato alla Camera. Come noto questa non comportava alcun emolumento, né, meno ancora, un vitalizio. Dal 1912 Giolitti aveva ottenuto il riconoscimento di una sorta di rimborso spese forfettario per consentire a ogni cittadino di essere eletto anche se povero o con magro stipendio. Come saggio e doveroso, il 10 aprile 1921 Luzzatti venne elevato a senatore del regno d'Italia con Paolo Boselli, deputato da mezzo secolo ramingo da Savona e Genova, ad Avigliana e Torino, da tempo al vertice degli Ordini Mauriziano e della Corona d'Italia, espressione del Re, “fons honorum”. Così l'ottantenne Luzzatti evitò di finire vittima del tritacarne del proporzionale e degli umori di un elettorato vagante, che in pochi anni passò dall'estrema sinistra alla destra fanatica.
   Come i Re Magi, nel suo errare da un collegio elettorale all'altro Luigi Luzzatti, barba bianca sempre più lunga, portò con sé studi economici e filantropia, guidato dalla Stella Cometa: l'Italia “europea” unificata dalla monarchia di Savoia.
Aldo A. Mola

IL RUOLO PROPULSORE DELLE “VISIONI POLITICHE”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pagg. 1 e 11. 

Le cure di Arcuri: il fallimento della programmazione 
  Un punto fermo della svolta in corso è che essa è “politica” nel senso alto e forte del termine. Comunque proceda e si sviluppi, è nata dalla decisione meritoria di Matteo Renzi di uscire dal governo Conte-bis per dissenso sulla sua condotta, del tutto insoddisfacente a fronte delle urgenze del Paese, poi ricordate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la sanitaria, l'economica e la sociale, ma mai affrontate con la tempestività e la risolutezza necessarie. 
   Le vere e drammatiche ripercussioni economiche e sociali nel periodo medio-lungo della pandemia sono ancor tutte da vagliare, mentre ristagna l'elaborazione del  benedetto “piano” per arginarle e invertire la rotta: quel “progetto” che il governo Conte-Gualtieri  non è giunto a proporre, così mostrando la sua inadeguatezza programmatica e quindi “politica”. Le si capirà meglio quando, prima o poi, si passerà dalle misure tampone (protrazione della cassa integrazione e divieto di licenziamenti) alla normalizzazione del rapporto tra produzione e mercato in tutte le loro componenti interne e internazionali. 
   Durante le guerre gli Stati si sono sempre indebitati fuori misura e senza controlli. L'Italia lo ha fatto, rovinosamente, nel 1914-1918; e nuovamente nel 1940-1946: dieci anni che pesano per cento. Poi, appunto, è sempre arrivata l'ora della “resa dei conti. E' quanto l'Italia deve aspettarsi al termine di un anno durante il quale il governo ha estorto al Parlamento “scostamenti di bilancio” enormi ma di modestissima efficacia quale volano per la ripresa, trangugiati da tanti settori solitamente vigili nel timore di essere tacciati di “lesa patria”. Senza giri di parole e chiamando le cose come sono, col pretesto di fronteggiare l' “emergenza” il “Conte II” ha indebitato i cittadini presenti e futuri, recidendo i garretti di qualsiasi “ripresa” ventura. Non ha affatto “ristorato” quanti sono stati impediti di svolgere la loro normale attività d'impresa economica, ha soffocato il commercio e i consumi, ha impoverito il gettito dell'imposizione corrente (e quindi le sue stesse  risorse immediate e venture) e ha lasciato briglia sciolta a “Potentati di spesa” del tutto fuori controllo, a cominciare dal Commissario Domenico Arcuri che si è prodotto in iniziative incongruenti, dai banchi scolastici a rotelle (il cui uso è rifiutato dai loro destinatari) ai padiglioni a primula dal malaugurate colore di sangue rappreso, anziché procedere celermente alla vaccinazione di massa: operazione dinnanzi alla quale ha mostrato la stessa reattività esibita nella fase pandemica iniziale quando mancarono mascherine, camici e tamponi.  
   Il risultato della “non politica” del governo uscente è nell'eredità materiale che esso scarica su quello entrante. Se tutto fila liscio ad aprile risulterà vaccinato poco più del 10% degli italiani: una quota lontanissima dal minimo indispensabile per invertire la rotta e passare dall'emergenza perpetua, cara all'Avvoltoio appulo, alla normalità, dalla comunicazione istrionica e isterica imperversante da ormai un anno a un dialogo serio tra governo, amministrazioni pubbliche e cittadini, che non sono affatto grulli e vanesi come vengono dipinti ma hanno bisogno di informazioni affidabili, scientificamente tarate e proposte in modo chiaro anziché fatuamente emotivo. Quanto a “comunicazione” è ora che le televisioni smettano di rifilare ogni mezz'ora  immagini di aghi conficcati qui e là nei muscoli di poveretti che girano gli occhi dall'altra parte, di fiale,siringhe, cerotti e frigoriferi per la conservazione di vaccini: spettacoli che rimandano alle piazzate medievali, quando le folle erano attratte dai supplizi inflitti ai condannati a morte. Per far capire che a volte occorre farsi curare un dente non c'è bisogno di riprendere in diretta televisiva la bocca spalancata e le tenaglie che lo strappano dalla radice.
Per un'Italia “più viva”: Parva favilla gran fiamma seconda 
   Se però l'Italia davvero risalirà la china lo si deve, ripetiamo, a un altro e decisivo strappo: quello attuato da Matteo Renzi nei confronti di un governo statico ed estatico, in attesa del “miracolo”: l'elargizione futura (aspetta e spera... ) dei finanziamenti previsti dal Piano Europeo per la Ripresa a fronte di progetti sostenibili e verificabili: né più né meno di quanto richiesto per ottenere il  MES, ora uscito dall'orizzonte immediato ma non dalle necessità del Paese. L'Italia ne ha bisogno estremo per ammodernare il sistema sanitario, che è infantile dividere nelle categorie di pubblico e privato perché il contagio virale non fa distinzione di classe, lingue, religioni eccetera... Come il Verbo di Giovanni Evangelista, perfidamente  esso“soffia dove vuole”.
  Ma (dicono i sondaggi) Renzi conta solo il 2% delle intenzioni di voto. E allora? La verità della politica, quella alta, non si misura sulla base dei consensi raccolti dai simboli dei partiti ma della forza delle idee, dalla loro lungimiranza.  E' lì la differenza tra la politica fondata sulla scienza (l'unica politica vera) e quella avvolta nelle chiacchiere degli imbonitori. Per quanto superfluo, va ricordato che il Novecento è il non rimpianto secolo delle masse, anzi delle “folle”, manipolate e spinte a condotte suicide, a “credere obbedire combattere” senza capire perché, dove e con quali vantaggi.             
  Lasciando ai margini il passato remoto, va ricordato che all'indomani della seconda guerra mondiale le condizioni dell'Italia non migliorarono grazie ai tanto celebrati  partiti “di massa”, fermi nel culto dei rispettivi feticci (Stalin da un canto e la ierocrazia superstiziosa dall'altro) ma per l'azione di micropartiti colti e lungimiranti, minoritari nei consensi ma maggioritari nella capacità programmatica e nella forza trainante delle loro “pre-visioni”. Esattamente come era accaduto nella seconda metà del Settecento illuministico e nuovamente nell'Ottocento, quando una minoranza esigua guidò il processo verso l'unità nazionale che strappò l'Italia dal lungo “Medioevo”. All'indomani della guerra i partiti numericamente maggioritari per voti e per seggi in Parlamento erano nettamente contrari alla “occidentalizzazione” dell'Italia: una prospettiva rifiutata sia dai socialcomunisti accorpati nel Fronte popolare sia dai democristiani, diffidenti nei confronti dell'“America”, sospetta per i suoi costumi  (visti come “malcostumi”).
   A riposizionare l'Italia “a Occidente”, dove essa già si era attestata con i sovrani, da Vittorio Emanuele II a suo nipote, Vittorio Emanuele III, furono partiti dal modesto seguito elettorale ma proiettati nella direzione storica assunta dai “patrioti” sin dagli albori del Risorgimento, come il “britannico” milanese Federico Confalonieri, che l'Imperatore d'Austria fece condannò a morte, chiuse i condizioni disumane allo Spielberg e rilasciò a condizione che esulasse negli Stati Uniti d'America.
  Orbene, nella Ricostruzione postbellica Alberto Tarchiani,  ambasciatore d'Italia a Washington, fece più degli esponenti dei “partiti di massa”, incluso il democristiano Alcide De Gasperi. Altrettanto fecero esponenti di partiti piccoli e piccolissimi, come Leo Valiani e Piero Calamandrei, eletti alla Costituente del dissolto partito d'azione, e Ugo La Malfa che da quello stesso partito transitò con Ferruccio Parri in quello repubblicano. Alle elezioni  del 1948 il PRI racimolò il 2,5% dei voti e 9 seggi, che nel 1953 si ridussero all'1,6% e a cinque scranni. I liberali nel 1948 ottennero appena  il 3,8 dei consensi e 19 seggi che scesero a 13 cinque anni dopo quando esso ebbe il 3% dei voti benché presidente della Repubblica fosse il loro “numero uno”, Luigi Einaudi. A loro volta i socialdemocratici fletterono dal 7,2 % del 1948 al 4,5% del 1953 e da 33 deputati scesero a 19. Eppure furono quei partiti minori a tenere il timone dell'Italia verso Occidente mentre Pio XII continuava a ritenere che persino Rotary, Lions e analoghe associazioni “di servizio” fossero quinte colonne di una massoneria occulta, satanica, più infida e pericolosa dei socialcomunisti bonaccioni di strapaese.
Il passaggio a nord-ovest.... 
   Paradossalmente (è l' “ironia della storia”) furono quei piccoli partiti (incluso il repubblicano) a tenere viva la memoria del Risorgimento, della “grande guerra patriottica” del 1915-1918, della rivendicazione dell'italianità di Trieste e Gorizia, dell'Istria, di Fiume e delle città italofone della Dalmazia, del ruolo dell'Italia in un'Europa e in un mondo depurato dalla miopia del nazionalismo e delle illusioni autarchiche del rovinose regime mussoliniano. Con gli stessi argomenti della miglior tradizione patriottica monarchica, furono quei partiti minori a riportare l'Italia nei binari dell'età ante-fascista. Negli Anni Sessanta se ne fece interprete il socialdemocratico ravennate Giordano Gamberini, già vescovo della chiesa gnostica.
   Non può quindi stupire che a “manovrare lo scambio” per avviare l'Italia nei binari giusti sia stato ora un partito del 2% come Italia Viva. I voti non si contano ma si pesano. Per molti “partiti” i consensi pletorici sono un gravame soffocante.  E' il caso del Movimento Cinque Stelle (mai giunto a darsi identità vera), come, per altri versi, del Partito Democratico e di altri: appesantiti e frenati dalla necessità di raccattare consensi anziché capaci di progettare e proporre, di andare oltre le tattiche elettorali e di tornare alla strategia e recuperare il senso profondo della “politica”, come si fece negli Anni Sessanta con la “politica dei redditi” e la programmazione economica  propugnata da La Malfa e negli Anni  Settanta con la messa a punto di “Progetto '80” e i piani del Club di Roma.
   C'è davvero bisogno di partiti? Dal proto-Risorgimento e nelle guerre per l'indipendenza e per l'unificazione nazionale l'Italia non ebbe “partiti”. Ai tempi di Massimo d'Azeglio, Camillo Cavour, Quintino Sella...via via sino a Giolitti non vi furono “partiti liberali” ma persone di governo capaci e meritevoli, severe verso la stessa classe sociale di cui erano espressione, perché le riforme costano molto e il loro gravame non può essere scaricato sui nullatenenti, da avviare invece alla emancipazione attraverso scolarizzazione ed educazione civica: una missione immane e di lungo periodo. Risalire  la china richiede un paio di generazioni. E' quella che si prospetta all'Italia odierna: al bivio tra progresso nella libertà e pauperismo nella decrescita infelice, tra falso egualitarismo e meritocrazia, tra governo delle competenze e occupazione del potere nel nome di quel Jean-Jacques Rousseau che s'impancò a pedagogo ma abbandonò cinque all' Hospice des enfants trouvés. Alla larga, se è quello il rapporto consequenziale tra pensiero e azione.... 
  Ecco perché ora tocca a Mario Draghi e a chi saprà assecondarlo nella nuova Ricostruzione di cui l'Italia ha urgenza dopo tre anni di “non governo”, che si risolve nella peggior forme di malgoverno.   
Aldo A. Mola 
I 107 “SENATORI DI DIRITTO” CHE NEL 1948 ARGINARONO LA DERIVA DEMO-CLERICALE
pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Febbraio 2021, pag. 11
 

Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970). Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  La III Disposizione transitoria e finale della Costituzione in vigore dal 1° gennaio 1948 stabilì che “per la prima composizione del Senato della Repubblica” fossero nominati senatori i deputati eletti all'Assemblea costituente il  2-3  giugno 1946 forniti di determinati requisiti. Il “privilegio” una tantum fu riconosciuto a ex presidenti del Consiglio dei ministri o di assemblee legislative; ai membri del disciolto regio Senato ma non “epurati” (una “trappola” il cui esame richiederebbe da solo ampio spazio); a chi fosse stato eletto deputato almeno tre volte (anche alla Costituente); a quanti erano stati dichiarati decaduti dalla Camera con l'iniqua legge del 9 novembre 1926 e avesse scontato pene di reclusione non inferiore a cinque anni inflitte dal Tribunale speciale  fascista per la difesa dello Stato. Furono nominati senatori di diritto” per quella prima legislatura repubblicana  anche gli ex senatori del Regno componenti della Consulta Nazionale  durata in vita dall'estate 1945 al 1946. 
  Se si fossero candidati alle elezioni poi fissate per il 18-19 aprile 1948 i beneficiari del privilegio decadevano  automaticamente dalla nomina “una tantum” alla Camera Alta. Come imposto dalla III Disposizione transitoria e finale  (ma solo il  22 aprile 1948),  venne emanato il decreto del Presidente della Repubblica (Enrico De Nicola) che elencò i 107 senatori “di diritto” del primo Senato della repubblicano.                 
  Quei “patres” erano in gran parte anziani, provati dalla storia. Ventidue morirono nel corso della legislatura. Però ebbero un peso determinante anche se oggi è dimenticato e completamente ignorato dalla “narrazione”, secondo la quale il vincitore delle elezioni, Alcide De Gasperi, non formò un governo di soli democristiani perché contava 305 seggi alla Camera su 630 e 131 al Senato su 315. In teoria avrebbe potuto fare tutto da sé cercando l'appoggio di una manciata di “volenterosi” a destra e a manca. 
   A impedirglielo fu proprio la composizione politica, culturale e “storica” dei 107 senatori di diritto. In massima parte infatti essi rappresentavano l'Italia anti-fascista ma anche quella ante-fascista: liberali, democratici, socialisti riformisti e cattolici di quel partito popolare che per anni aveva votato a favore del governo Mussolini e se ne era dissociato solo quando assunse il volto di regime di partito unico.
  Per di più tra quei “patres” vi erano molti repubblicani, anticlericali militanti e persino massoni notori come, tra altri, il generale Roberto Bencivenga, Eduardo Di Giovanni, Cipriano Facchinetti, Meuccio Ruini (già presidente della Commissione dei Settantacinque che varò la bozza della Costituzione) e Arturo Labriola, che era stato ministro del Lavoro nel V governo Giolitti e persino gran maestro del Grande Oriente d'Italia a Parigi dal 1932.
  Tra i 107  furono nominati senatori il vercellese Mario Abbiate, il monarchico Tullio Benedetti,  Alberto Bergamini, Ivanoe Bonomi, Giuseppe Canepa, Alessandro Casati, Benedetto Croce,  Luigi Einaudi,  Alfredo Frassati,  Luigi Gasparotto, Michele Giua, Stefano Jacini,  Emilio Lussu,  Cino Macrelli, Enrico Molè, Riccardo Momigliano, Rodolfo Morandi, Francesco Saverio Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Giovanni Porzio, Giuseppe Romita, Carlo Sforza, Pietro Tomasi della Torretta, Adolfo Zerboglio (liberali, repubblicani, socialisti...) e alcuni comunisti tutti di un pezzo quali Ruggero Grieco, Girolamo Li Causi, Vincenzo Moscatelli, Celeste Negarville,  Giovanni Roveda, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Emilio Sereni e Umberto Terracini. Tutti ricordavano bene che nel novembre 1922 De Gasperi aveva votato a favore del governo Mussolini (di cui facevano parte esponenti del partito popolare, compreso Giovanni Gronchi) e poi della legge elettorale che aveva spianato la strada al regime. 
  In sintesi la maggior parte dei 107 senatori “costituzionali” non era affatto “democristiana” e meno ancora “papista” mentre pontefice era Pio XII. Dopo aver trangugiato l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione quei senatori si sarebbero opposti fermamente a una deriva clericale. Pertanto De Gasperi non avrebbe mai avuto la maggioranza in Senato, proprio perché i “patres di diritto” facevano la differenza. Perciò, non per “generosità” ma per necessità, egli varò il governo quadripartito formato da democristiani, liberali, repubblicani e socialdemocratici, con vicepresidente  Einaudi  (e poi il Giuseppe Saragat quando Einaudi fu eletto presidente della Repubblica) e il massone Facchinetti alla Difesa.     
   Furono quei “senatori di diritto” a salvaguardare la tradizione della Terza Italia che rischiava di essere risucchiata nelle sabbie mobili di una malintesa contrapposizione tra Roma e San Pietro anziché, come era, tra lo stalinismo e l'Occidente liberaldemocratico tutelato dagli Stati Uniti d'America e, di lì a poco, dall'ingresso dell'Italia nella Nato, strenuamente voluto dal “fratello”  Randolfo Pacciardi molto prima  e più che da De Gasperi.
Aldo A. Mola         
Nella fotografia : Bartolomeo (Meuccio) Ruini (Reggio  nell'Emilia, 14 dicembre 1877-Roma, 6 marzo 1970).
Dal 1904 aderente al Partito radicale, iniziato massone nella loggia pugnace “Rienzi”  di Roma (1901), collaboratore dell' “Avanti!” e della “Critica sociale”, deputato dal 1913, volontario e Medaglia d'Argento al Valor Militare nella grande guerra, ministro delle Colonie nell'ultimo governo Nitti (1920), allontanato dal Consiglio di Stato per antifascismo (1927), ministro senza portafoglio e poi del Lavoro  nei governi presieduti da Ivanoe Bonomi (1944-1945), come lui esponente del Partito del Lavoro, eletto alla Costituente il 2 giugno 1946,  Ruini presiedette la Commissione dei Settantacinque che elaborò la Carta della Repubblica. Presidente del Senato (marzo 1953, a sostegno della riforma elettorale maggioritaria) e senatore a vita dal 1963, presiedette il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.  

ELOGIO DEL TRASFORMISMO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

De Pretis ElezioniIl peccato originale di Conte-Casalino-Zinga 
C'è il peccato originale. Macchia indelebile, come stabilì il Concilio di Trento. È la “culpa” che, vada come vada, segnerà un eventuale governo Conte-Ter: la svergognata pesca a strascico di anime perse nelle due Camere, ove, contrariamente a quanto scrive il costituzionalista Michele Ainis, i parlamentari non sono  affatto tenuti alla “disciplina”, che vincola i dipendenti pubblici (art. 54 della Costituzione) ma non i rappresentanti elettivi dei cittadini.
Giocare con le parole va bene solo in un Paese allo sbando. È quanto è accaduto nei giorni del goffo tentativo del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, di raffazzonare un “gruppo” al Senato per bilanciare l'uscita di Italia Viva dalla maggioranza. L'esito è stato squallido sotto tutti i profili. Così indecente che i suoi sponsor, consci di non essere autosufficienti al Senato, nelle consultazioni al Quirinale hanno steso tappeti rossi (come si fa nelle tende arabe) invocando il ritorno di Matteo Renzi all'ovile, come nulla fosse accaduto.
Il “fatto” però rimane: non una manovra di palazzo, ma la questua di “consensi” o, peggio, un'operazione di “ricatto con raccatto”, che ricorda la raccolta delle immondizie al mercato dopo lo sgombero delle bancarelle. E rimane che il “gruppo” (merli di incerta  lingua ancorché sedicenti europeisti) si costituì solo per “cessione” di un senatore del Partito democratico. E meno male che Mattarella a Fico ha dettato la linea: tastare i partiti della maggioranza “uscente”, senza concessioni all'armata brancaleone abborracciata da Conte-Casalino col soccorso rosso di “Zinga”.  
Se per sciagura dovesse mai nascere, il cosiddetto “Conte-Ter” avrebbe per marchio quel peccato originale: un affronto anche nei riguardi del Capo dello Stato che, nel congedarlo, aveva prescritto, come del resto è suo dovere, una maggioranza ampia e coesa. Quella dell'ormai tramontato Conte-bis non lo fu mai; essa, al contrario, sin dalla nascita risultò raccogliticcia (come pure il primo esecutivo Conte, quello dello sciagurato “contratto per il governo”): rimase accorpamento tra diversi, che ha rinviato tutte le decisioni incombenti e che, profittando dell'emergenza ingenerata dalla pandemia, ha sovraccaricato di competenze il “commissario” Arcuri Domenico, dall'occhio dimesso e furbescamente ammiccante.
L'agonia del regime partitico-parlamentare e il Trasformismo vero (1876)
   Dal 2018 l'Italia vive la crisi agonica del regime partitico-parlamentare, aggravata dalla sempre più abissale distanza tra l'esecutivo e le attese dei cittadini, a cospetto della crisi pandemica, economica e sociale evocata dal presidente Mattarella al termine delle consultazioni e nell'affidamento del mandato esplorativo al presidente della Camera. Ironia della sorte, ora tocca proprio a un “Cinque stelle” dipanare la aggrovigliata matassa di un Movimento caotico, populista, nel suo insieme estraneo alla tradizione politica italiana, intrinsecamente anti-istituzionale, fervorosamente anti-europeista e persino pronto a indossare i “gilet gialli”. Esso è stato il pilastro dell'ormai ex presidente del consiglio, il quale, tuttavia, non ha mai smentito in modo chiaro e convincente di avere la tentazione di farsi un partito tutto suo: un’incognita molto più insinuante e destabilizzante delle turbolenze di Renzi, cui va invece dato atto di aver posto temi e problemi squisitamente politici e istituzionali.
   Poiché proprio in connessione al risibile pateracchio del nuovo gruppo senatoriale si è parlato di neo-trasformismo e da “politici” e “giornalisti” di opinabile consistenza culturale sono stati evocati riferimenti al “trasformismo” e sono stati fatti i nomi di Depretis e persino di Giolitti quali precursori dello squallore odierno, va fatto un minimo di chiarezza sulla storia vera.
   Tra il 1876 e il 1887 il “trasformismo” in Italia fu il decennio di transizione dall’ormai sterile e nominale contrapposizione fra Destra e Sinistra “storiche”. “Brutta parola a cosa più brutta” scrisse il 3 gennaio 1883 Giosue Carducci nel “Don Chisciotte”. Però anche lui, “maestro e vate della Terza Italia”, da molti anni aveva messo da parte gli ardori mazziniani, era incantato dall'“Eterno femminino regale” di Margherita di Savoia e ripeteva i suoi versi giovanili “Bianca Croce di Savoia/Dio ti salvi e salvi il Re”.
    Quali erano i problemi di quell’Italia? Politica estera, riforme socio-economiche, consolidamento delle istituzioni: “Fare lo Stato” per “fare gli italiani”. L'8 ottobre 1876 Agostino Depretis, massimo esponente della Sinistra e presidente del Consiglio dei ministri, pronunciò a Stradella, fulcro del suo collegio elettorale, un discorso che, secondo lo storico Carlo Morandi confermato da Giovanni Spadolini, era stato scritto dal lombardo Cesare Correnti (1815-1888), esponente della Destra. Auspicò la “feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici (Destra e Sinistra) tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell'aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un'idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il Progresso. Noi siamo, o signori, un ministero di progressisti”. L'opposto del “rinvio” che nell'Italia odierna è sinonimo di Conte-Casaoino-Arcuri.
   Depretis (1813-1887: vedi box) ) era presidente del Consiglio dal 25 marzo, all'indomani della “rivoluzione parlamentare” come retoricamente venne detto il crollo del governo presieduto da Marco Minghetti, ultimo della Destra storica (18 marzo). Questa aveva all'attivo quindici anni vissuti pericolosamente, dall'unificazione (1861) all'agognato pareggio del bilancio di esercizio, cioè tante uscite contro altrettante entrate. Frutto non solo della tassazione su macinazione delle farine (l'odiosa “tassa sulla fame”), su sale, tabacchi, alcolici e su ogni bene di consumo, ma anche di esose imposte sui beni immobili e su tutto quanto fosse imponibile, dai portoni alle finestre, dai balconi ai cani da guardia e da passeggio. A quel modo, però, la Nuova Italia aveva fronteggiato e vinto il “grande brigantaggio” (studiato da Marco Pinto in “La guerra per il Mezzogiorno, ed. Laterza, apprezzato finalista all'Acqui Storia 2020, nuovo direttore dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano), messa a frutto la terza guerra per l'indipendenza con l'annessione di Venezia, e, acquisita Roma, aveva intrapreso la modernizzazione.
Il X congresso degli scienziati italiani, l'esposizione economica nazionale di Firenze e il censimento del 1871 indicavano che in appena due lustri il Paese aveva imboccato la giusta direzione di marcia: “fare”, fare bene, fare in fretta, grazie all' immensa macchina dell'amministrazione centrale e locale.
Però la compagine governativa della Destra era ormai spossata: confondeva l'equilibrio con la stasi. Si barcamenava in un'Europa che, messa alle spalle la guerra franco-germanica del 1870-1871, aveva ripreso e accelerato la seconda industrializzazione e con l'apertura del Canale di Suez aveva abbreviato distanza e tempi per le comunicazioni dall'Europa settentrionale alla Cina. Per di più il crollo dei noli marittimi all'indomani della guerra di secessione negli USA favoriva le esportazioni dall'America verso l'Europa a danno delle economie più deboli. Il grano d'importazione costava meno di quello faticosamente prodotto in Italia, con ripercussioni devastanti per un Paese ancora prevalentemente agricolo. Che fare? Anche il liberista Camillo Cavour quando necessario aveva fatto intervenire lo Stato a tutela della produzione “nazionale”.
Casti connubi...
   Nel 1869-1876 in Italia si susseguirono i due unici governi “di Destra” vera e propria, presieduti da Lanza e da Minghetti. La “Destra” era un'etichetta impropria. Il primo a liberasene era stato proprio Cavour che nel 1852 aveva pattuito il connubio di centro-sinistro (sic) con Urbano Rattazzi (che non era né di destra né di sinistra, ma costruttivo), poi ministro dell'Interno nel fattivo governo del 1859. Nel decennio successivo alla morte del Gran Conte (1861-1870) i governi avevano sempre compreso esponenti niente affatto “di destra”. Nel suo primo ministero (1862) Rattazzi incluse Depretis e il napoleonico Gioacchino Pepoli; nel secondo (1867) ancora Depretis (già ministro con il “destro” Ricasoli) e il quarantaseienne Michele Coppino (massone) all'Istruzione. Nel suo terzo governo (1869) il generale Luigi Federico Menabrea chiamò Angelo Bargoni e Antonio Mordini, massoni e Dioscuri del Terzo Partito. La debolezza cronica della Destra stava nella rivalità fra due suoi esponenti di spicco: il biellese Quintino Sella e il bolognese Minghetti. O l'uno o l'altro. E così alla fine arrivò Depretis: il Trasformismo, che andò di traverso alla retorica paleonazionalista esattamente come a quella fascista e gramsciana, a tutti gli aspiranti “rivoluzionari” e a quelli in servizio permanente. Era e rimase indigesto l' “aspro vinattier di Stradella” (come Carducci bollò Depretis), che promise (e mantenne) almeno una riforma all'anno, ma di quelle vere, che migliorano la vita delle “classi numerose”.
L'Italia era sotto assedio. Nel 1881 la Francia, mai amica sincera, impose il protettorato sulla Tunisia, che la neonata Italia considerava suo “porto sicuro”. Per uscire dall'isolamento Depretis concordò la Triplice Alleanza difensiva  (20 maggio 1882) con la Germania e l'Austria-Ungheria, suo potenziale nemico. Così ebbe mani libere per curare le piaghe interne. L'inchiesta sulle “classi agrarie” sollevò il coperchio sulle condizioni miserabili delle moltitudini. Le cinte urbane soffocavano le città che avevano bisogno di aria luce e pulizia. L'epidemia colerica del 1884 impose reti fognarie e acquedotti.
… e le Grandi Riforme
Il trasformista Depretis non racimolò il consenso di quattro gatti per caso in Parlamento. Nel 1881, àuspici Coppino, Zanardelli, Baccarini e tanti altri “fratelli”, egli varò l'ampliamento del diritto di voto da circa 650.000 a 3.000.000 di italiani. Dalle elezioni del 1882 (con collegi circoscrizionali e scrutinio di lista) scaturì la prima dirigenza di politici professionali tecnicamente attrezzati, come fece notare lo storico Giuseppe Galasso.
Proprio perché massone tutto d'un pezzo, fu Depretis ad avviare il primo serio approccio con la Santa Sede per la Conciliazione, malgrado l'opposizione miope di alcuni anticlericali e, s'intende, di fanatici baciapile. Si trattava di accordarsi sui “metalli” nel rispetto della libertà di coscienza di tutti, garantita dallo Statuto albertino che aveva riconosciuto l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.
Tra alti e bassi, da una all'altra crisi, rimpasto dopo rimpasto lo Statista tirò il carro governativo sino al 1887, quando formò il suo ultimo ministero: un vero capolavoro. Tenne per sé gli Esteri, all'Interno chiamò Crispi (che nel 1864 aveva detto alla Camera: “la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”), alla Giustizia Giuseppe Zanardelli, a Finanze e Tesoro Agostino Magliani, all'Istruzione il grande Coppino (che dal 1877 varò la scuola elementare obbligatoria e gratuita), alla Marina Benedetto Brin (artefice della “Terni”), ai Lavori pubblici Giuseppe Saracco.
Al governo c'era tutta l'Italia competente e fattiva. Trasformava il brulicame in una compagine coesa, fondata su larghissima maggioranza (circa 400 deputati su 508), confermata anche nel 1886 quando affiorarono forze più decise ad accelerare le riforme, come l'“Opposizione subalpina” guidata appunto dai depretisiani Giovanni Giolitti, Tommaso Villa, Domenico Berti (già ministro con la Destra), dal garibaldino Pietro Delvecchio e altri.
Sommerso dal lavoro, Depretis ammalò. Assistito dalla moglie Amalia Flaver, di 34 anni più giovane – sposata quando già era vedova e con una bambina, Bice, e dalla quale ebbe Agostino –, come gli Elefanti da Roma si rinchiuse a Stradella. Vi morì con l'occhio alle sorti progressive della sua eredità politica. Senza soluzione di continuità, il governo, ora presieduto da Crispi, varò il nuovo codice penale che abolì in Italia la pena di morte (un primato mondiale), rese elettivi i sindaci e i presidenti delle Deputazioni provinciali, laicizzò le opere pie, approvò la prima legge sanitaria che impose ai Comuni la svolta urbanistica. Ecco, dunque, il Trasformismo: che è Riforme. È fatti. Per mettere l'Italia in sicurezza, come suggerito dal grande Adriano Lemmi (sempre in attesa di una biografia), Roma stipulò accordi anche con Londra: in una botte di ferro, il paese poté così progredire vieppiù. Il Trasformismo dunque non ha nulla a che vedere con le chiacchiere da cortile di chi annaspa e fa il gioco dei quattro cantoni rinviando ogni decisione vitale col macabro pretesto della “pandemia”, indebita le generazioni venture con lo sperpero del danaro pubblico e spera di rinviare le elezioni chissà sino a quando. Allievo prediletto di Depretis fu Giolitti, che nel 1912 conferì il diritto di voto a quasi tutti i maschi maggiorenni. Riteneva fossero cittadini pensosi delle proprie sorti e rappresentati da parlamentari consapevoli. Era inguaribilmente ottimista.
Aldo A. Mola
AGOSTINO DEPRETIS, IL MASSONE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Articolo pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Gennaio 2021.
 

Agostino De PretisAgostino Depretis o, a lungo, De Pretis (Cascina Bella in Mezzana Corti, Pavia, 31 gennaio 1813 - Stradella, Pavia, 29 luglio 1887).
Laureato ventunenne in legge a Pavia, consigliere comunale a 31 anni, eletto deputato  trentacinquenne alla Camera del regno di Sardegna dal collegio di Broni (Pavia) il 26 giugno 1848, poi da quelli di Stradella (1861) e di Voghera (dal 1882 comprendente quello di Stradella), vicepresidente della Camera nel 1849, mazziniano attivo sino al 1854, contrario all''intervento del “Piemonte” nella guerra di Crimea, si avvicinò a Cavour sulla scia di Urbano Rattazzi. Fu governatore di Brescia nel 1859 e commissario straordinario in Sicilia per imbrigliare la spedizione garibaldina (19 luglio-14 settembre 1869).
Esponente di spicco della Sinistra democratica, fu ministro della Marina nel I governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), dimissionario per le conseguenze catastrofiche della spedizione di Garibaldi all'insegna di “Roma o morte”.
Tornò ministro della Marina nel II governo presieduto da Bettino Ricasoli (esponente della Destra storica) e poi nel II governo Rattazzi (aprile-ottobre 1867, travolto dalla spedizione di Garibaldi contro lo Stato pontificio).
Dal 25 marzo 1876 alla morte fu il massimo statista della Sinistra storica. Con l'intervallo di tre governi presieduti da Benedetto Cairoli, nel corso di undici anni formò otto compagini ministeriali, con ministri molto diversi nelle posizioni chiave (Esteri, Interno, Finanze, Istruzione, Marina...). I suoi esecutivi compresero esponenti delle regioni più disparate, parlamentari di solida formazione politica, culturale e professionale.
Dal 1864 al 1880 presidente della Consiglio Provinciale di Pavia, suo fedelissimo bacino elettorale, il 10 ottobre 1875 espose a Stradella il programma di vaste e incisive riforme politiche, giuridiche, culturali ed economico-sociali, che precorse la svolta politica nazionale col passaggio senza traumi dalla Destra alla Sinistra storica, all'insegna della continuità e del consolidamento dello Stato e della sua istituzione suprema, la monarchia di Savoia. Ebbe la fiducia di Vittorio Emanuele II (re dal 1849 al 1878) e di suo figlio Umberto I.
Iniziato “compagno” nella loggia torinese “Dante Alighieri” il 22 dicembre 1864, “maestro” dal 1866, affiliato nel 1867 alla “Universo” di Firenze, nel 1877 fu elevato al grado 33° del Rito scozzese antico e accettato e dal 1882 fece parte del suo Supremo consiglio. Il 14 marzo 1878 Umberto I gli conferì il Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del Re”.
Malato, da Roma tornò nella nativa Stradella. La salma fu esposta nel municipio. Unico dei quattro presidenti del Consiglio massoni (oltre a lui Crispi, Zanardelli e Fortis) ebbe funerali civili. Amedeo di Savoia, Duca di Aosta, fratello del Re Umberto I, resse con Crispi e Zanardelli i cordoni nel corteggio funebre, seguito da una folla lunga un chilometro, senza alcun ecclesiastico: omaggio dovuto all'antico repubblicano che aveva ampliato le basi del consenso per la monarchia statutaria, fondata sulle libertà politiche e sul progresso civile.
Molto discusso per il suo pragmatismo fu elogiato per la capacità di rispondere alle polemiche con il silenzio. Alla sua morte Ruggiero Bonghi sentenziò: “Quelli che rimangono per sventura nostra non sono migliori di lui”.
Non condivise mai la cinica opinione di politicanti frustrati, secondo i quali “governare l'Italia non è difficile, è inutile”. Spese i suoi settantaquattro anni per lasciare gli italiani migliori di come erano alla sua  nascita, tra Restaurazione asburgica, regimi liberticidi e ottusamente clericali. Propose il trasformismo per dar corpo a un vasto Partito dello Stato e attuare grandi riforme progressive.

 

L'“ANGELO CADUTO DEL PCI”
TOGLIATTI LO MISE... IN TASCA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.Angelo Tasca, socialista umanitario 
Per i 18 anni di Greta Thunberg la Svezia emette un francobollo. Le “Poste” italiane stampano un “timbro” per il Centenario della fondazione del Partito comunista d'Italia. Là per una giovinezza sbiadita. Qua per un defunto dalle mani mica tanto pulite e dalla memoria cortissima. Un secolo dopo rimane nell'ombra uno dei suoi maggiori protagonisti: Angelo Tasca. Espulso dal partito e quindi condannato alla gogna perpetua, come il 3 settembre 1929 decise Palmiro Togliatti a Mosca, pronubo ai dettati di Stalin. “Il Migliore” era al bivio: o Tasca o lui. Pronto a obbedir tacendo, scelse come gli conveniva. Opportunista? Costruttore? Volonteroso? 
Ma chi era Tasca? Un “politico scomodo” secondo A. J. De Grand, un “eretico della sinistra” a giudizio di Sergio Soave: formule supponenti che la politica sia comoda e che la “sinistra” sia vi sia stata una “ortodossia”, una “dottrina”. Lo sappiamo. Il Komintern dettò il catechismo e le giaculatorie che ancora sentiamo ripetere. Lo fa il vanesio “Cento anni di sinistra” (ed. la Repubblica-l'Espresso) che intruppa Rosy Bindi ed Emma Bonino,  Ciampi e Cossutta...: minestrone da asporto.  
Tasca manca di una biografia vera: la narrazione dell'uomo. Fu un “socialista umanitario”, un “apostolo”, convinto che toccasse ai buoni e ai sapienti “evangelizzare”. Fu il Mazzini del social-comunismo italiano. Un piede nell'organizzazione sindacale e partitica, un altro, più a fondo, nel brulicame delle “classi numerose” che conosceva dalle esperienze di casa prima e più che da asettici laboratori di scienze economico-sociali. Alla “disciplina” di partito (prima quello socialista, poi quello comunista e in seguito nuovamente il primo, ma in Francia) antepose sempre la libertà di coscienza, la “critica” (era l'insegna della rivista di Filippo Turati e di Claudio Treves) e il “libero esame”. 
Tasca non ebbe una vita  tutta in piano. Nacque a Moretta, umido borgo rurale a metà strada sulla linea ferrata Cuneo-Saluzzo-Torino il 19 novembre 1892, l'anno di fondazione del Partito dei lavoratori italiani, poi Socialista.  La cittadina gli ha intitolato una viuzza di pochi metri, verso Torino, ove, separato dalla moglie, il padre, operaio ferroviario, lo condusse con sé. Tra molte difficoltà conseguì la maturità classica, intraprese la facoltà di giurisprudenza ma ripiegò su quella di lettere e si laureò a 25 anni su Giacomo Leopardi e la filosofia dell'illuminismo francese. Da un lustro aveva concorso a fondare il Circolo educativo socialista di Torino: anello di congiunzione tra studenti, studiosi, “militanti” (come il giovane Giuseppe Romita, figlio di un monarchico tutto d'un pezzo) e operai “in carne e ossa” (come una volta concesse Antonio Gramsci). Il suo socialismo era radicato nella consapevolezza della realtà dei proletari, dei sindacati, di “bisogni” che vanno molto oltre le dispute dei dottrinari al vertice dei gruppi parlamentari e di partito. Contrario all'impresa di Libia (1911-1912) e ancor più all'intervento dell'Italia nella Grande Guerra (il partito socialista si accovacciò nella sterile formula “né aderire, né sabotare” e non mobilitò i suoi iscritti e simpatizzanti contro la piazza dominata da nazionalisti e antigiolittiani), Tasca fu tra i fondatori di “Ordine Nuovo” con Gramsci, Togliatti e Andrea Viglongo (altro “dimenticato” in questo Centenario).
Se alcuni sognavano il balzo in avanti sull'esempio di Lenin, come ricorda Franco Livorsi il 4 ottobre 1919 Tasca scrisse nell'“Ordine Nuovo” che “la rivoluzione non è opera di un giorno, di decenni, ma di una generazione”. La storia chiede tempi lunghi. Senza “educazione” le “masse” finiscono succube di nuove oligarchie, ammantate nei panni di “nuovi principi”.
Fondatore del Partito comunista d'Italia
Il 21 gennaio 1921 Tasca fu tra i fondatori del Partito comunista d'Italia, nato per scissione dal Partito socialista radunato a congresso in Livorno, e assunse via via responsabilità di rilievo, nella convinzione, però, che il “capitalismo” non era affatto al crepuscolo e che pertanto le sinistre dovevano convergere sul terreno del riformismo democratico per non perdere l'appuntamento con la storia, ripetutamente mancato da Turati nell'età giolittiana.
Visse da acuto osservatore (che non è sinonimo di “spettatore”) la crisi della democrazia parlamentare: il fallimento dello sciopero legalitario del luglio 1922 (epilogo del “biennio rosso”), l'ennesima scissione del partito socialista tra massimalisti e “unitari” (Filippo Turati e Giacomo Matteotti) nell'ottobre 1922, l'assenza dei comunisti dalla scena italiana nelle convulse settimane di ottobre. Mentre Mussolini organizzava la “spallata” che il 31 ottobre, senza colpo ferire, lo condusse al potere a capo di una coalizione costituzionale, i vertici del Pc d'Italia erano impegolati a Mosca nelle dispute della Terza Internazionale dominata da Stalin. C'era anche Gramsci che in Italia tornò solo due anni dopo. 
Tasca vedeva, constatava e comprendeva, ma non aveva i requisiti del “capo-popolo”, né del “capo-setta”. Come poi di lui disse, irridente, Togliatti, era un “gran studioso”, con propensione a valutare gli eventi, nella prospettiva poi affidata alla sua opera fondamentale: La naissance du fascisme (Parigi, 1938), rassegna degli errori commessi nel dopoguerra dalle sinistre che confusero ex combattenti e militaristi e si  auto-esclusero dal confronto con le istituzioni, illuse che fossero al collasso. Basti ricordare, al riguardo, la condotta dei 156 deputati socialisti che, eletti il 16 novembre 1919, uscirono dall'Aula cantando l'Internazionale mentre il re pronunciava il rituale discorso della corona. Volevano “fare come in Russia”, con la differenza che l'Italia aveva vinto la guerra, sia pure a carissimo prezzo.
Messo all'indice dai social-comunisti, il libro non venne apprezzato “a destra” perché pacatamente spiegò che l'avvento di Mussolini non era affatto una Rivoluzione ma l'involuzione del fascismo ed era quindi destinato a divenire regime di partito unico all'interno di un “sistema” che lo avrebbe utilizzato sino a quando gli fosse stato comodo. Ormai “al bando del partito” (come Amadeo Bordiga, Umberto Terracini e altri comunisti che pensavano di testa propria), nel suo volume Tasca non concedette alcun credito al fascismo. Valgano a conferma alcune sue considerazioni conclusive, animate da un afflato profetico ancor più che politico e storiografico: “La lotta contro il fascismo è in primo luogo lotta per la libertà e per il rispetto della persona umana; lotta impossibile se non si crede alla positiva verità di queste nozioni e se non si è pronti a rivendicarle e difenderle sotto qualsiasi regime. I comunisti hanno adottato la formula attribuita, del resto a torto, a Luigi Veuillot: «Quando siamo noi i più deboli, domandiamo la libertà in nome dei vostri principi. Quando siamo i più forti ve la neghiamo in nome dei nostri». Il socialismo non può essere un fascismo rosso. Pur escludendo i passi polemici e le contromanovre, il socialismo non può servirsi delle formule fasciste come il fascismo si serve di quelle socialiste. Ciò non può aprirgli una lunga strada o può condurlo troppo lontano. La classe operaia vale per il potenziale di filosofia cioè di umanità di cui dispone.
“Una nuova guerra  - scriveva Tasca alla vigilia della catastrofe suicida del 1939-1945 - non sarà vinta da quelli che disporranno dell'ultima cartuccia o dell'ultima tonnellata d'acciaio; la materia prima più indispensabile sarà lo sforzo umano reso possibile dalla grandezza delle speranze e dalla forza dell'ideale che lo sosterrà. Né si deciderà sul terreno della tecnica, specie se diventa, come è quasi inevitabile, guerra di logoramento di posizioni. La nuova guerra sarà più che mai guerra di masse, guerra di fanterie, e più che in quella del 1914-1918 saranno gli ultimi venuti al fronte e non i combattenti che faranno inclinare la bilancia. L'opinione pubblica vi avrà una parte decisiva e i suoi giudizi varranno eserciti. Per una lotta lunga i valori morali riacquistano tutto il loro peso. L'umanità dovrà cercare in profondità la sua salvezza e le passioni più profonde e tenaci sono quelle della coscienza, della coscienza illuminata. Dopo la catastrofe, se resteranno terre non sommerse, il sole si leverà dalla parte di quelli che meglio avrà conservato il fondo di umanità che il fascismo si sforza di compromettere e di distruggere per sempre”. 
Quando Togliatti lo cacciò dal partito (1929): “Irresponsabile opportunista”?  
Poco amato “a destra”, Tasca fu odiato “a sinistra”. Quando pubblicò la Naissance du fascisme aveva alle spalle dieci anni difficili. Come ha sintetizzato David Bidussa, egli non condivise la visione catastrofistica del capitalismo predicata da Stalin per motivi propagandistici; non condivise la “previsione” (in cui a Parigi si cullava anche Francesco Saverio Nitti) che il fascismo  sarebbe caduto per il fallimento della politica economica; indagò invece sulle radici del socialismo. L'affermazione dell'imminente crollo del capitalismo era funzionale allo stalinismo: subordinare tutti i partiti comunisti agli interessi dell'URSS, identificati con quelli del Partito comunista sovietico e, in definitiva, del suo gruppo dominante; e scatenare l'offensiva contro i socialisti riformisti e democratici liquidati come social-fascisti.
Rappresentante del partito comunista d'Italia nella segreteria della Terza internazionale, il 20 gennaio 1929 Tasca scrisse alla segreteria del PCd'I: “Tutta la situazione gravita intorno a Stalin. L'Internazionale Comunista non esiste; Stalin è il maestro che muove tutto. Egli è all'altezza di una simile posizione? Egli è in grado di portare una così grave responsabilità? La mia risposta è netta: Stalin è smisuratamente al di sotto di essa. Rivedete tutta la sua produzione: non troverete un'idea sua. È un rimasticatore di idee altrui, che ruba senza scrupoli e poi presenta in quella forma schematica che dà l'illusione di una forza di pensiero che poi non c'è. Le idee sono per lui delle pedine che egli dispone per vincere partita per partita. Stalin plagia perché è intellettualmente mediocre e infecondo. Con questa politica e questi metodi Stalin è in Russia la pattuglia di punta della controrivoluzione; esso è il liquidatore, finché avrà mano libera, dello spirito della Rivoluzione d'ottobre”.
Sic stantibus rebus Togliatti, il Migliore, “capì” che doveva espellere Tasca dal partito. Gli chiese l’“autocritica”. L'“imputato” rispose con un memoriale difensivo. La disputa si chiuse come previsto: il 3 settembre 1929 Tasca fu espulso dalla chiesa sovietica. Proprio perché era stato tra i fondatori dell'“Ordine Nuovo” e godeva di ampia stima tra i pensatori comunisti e socialisti anche nell'Europa occidentale, Togliatti calcò la mano, passando dal dissenso ideologico al disprezzo per la persona. In Come e perché abbiamo cacciato Angelo Tasca (“Vie Proletarienne”, a. III, n. 27, 10 novembre 1929, poi in P. Togliatti, Opere, III, 1, 1929-1935, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 92-97) dette un saggio del “metodo” di annientamento del “nemico”, l“eretico”, additato al ludibrio. Tasca divenne l'“irresponsabile” al soldo del capitalismo.       
Poiché doveva spiegare ai militanti, ignari del retroscena e desiderosi di sapere e di esaminare, Togliatti scrisse: “Noi dobbiamo portare alla base, esaminare, discutere, fare oggetto di una vastissima campagna, tutte le decisioni della ultima Centrale [del partito]. Solo in questo modo potremo lottare seriamente contro l'opportunismo. Sbarrargli la strada. Individuarlo e batterlo in tutti i suoi aspetti. Ma se avessimo incominciato questa campagna usando indulgenza a un atipico, qualificato, spudorato rappresentante e portabandiera dell'opportunismo, che risultato avremmo avuto? Tutta la nostra azione sarebbe stata viziata da una contraddizione potente e quindi sarebbe stata inefficace. La democrazia interna, sì, sta bene. Se qualcuno la intende così, egli cade in un profondissimo errore. Già Lenin aveva definito l'opportunismo come la manifestazione dell'influenza in seno al proletariato di una classe avversa al proletariato. Combattere contro di esso vuol dire proseguire in altro modo la lotta di classe degli operai contro i loro nemici. Perciò si deve essere nella lotta aspri, violenti, pieni di odio. Qui è dove lo spirito di setta deve entrare in azione. L'espulsione di Tasca darà alla nostra lotta contro l'opportunismo un carattere di concreta asprezza e irreconciliabilità, che la renderà efficace”. 
Dichiarato “nemico”, Tasca andava eliminato, sul piano morale se non si raggiungeva quello fisico (come accadde con Trotzky). La taccia di “opportunismo” divenne un marchio, come quella di “social-fascista” da Togliatti usata con sprezzo contro Turati, i socialisti democratici e i militanti di “Giustizia e Libertà”. Nella sua vacua genericità fece il paio con l'insinuazione di condotta “opaca” (che non vuol dire nulla ma molto insinua), di “immoralità” e altrettali “capi d'accusa”.
Anche Bucharin, come Tasca, non riteneva affatto che il capitalismo, malgrado il “venerdì nero” e la Grande depressione del 1929, fosse agonizzante: il primo, tuttavia, non fu subito espulso dal PCUS. Col cinismo del pavido,Togliatti si sentì dunque in dovere di precisare: “Perché il nostro partito doveva espellere Tasca se il partito russo non ha espulso Bucharin? Vogliamo registrare le differenze prima di tutto? Bucharin è un bolscevico della vecchia guardia e ha reso alla causa della Internazionale e della rivoluzione servizi grandissimi. Tasca è un piccolo professore vanitoso perdutosi, dopo lunga esitazione, nelle file del nostro partito e che alla causa della rivoluzione sinora ha reso essenzialmente il servizio di riuscire a indicare, con precisione, a ogni svolta la strada della capitolazione, della diserzione, della sconfitta. Dove sono nelle nostre file due gatti rognosi che vanno dietro ad Angelo Tasca?”
Meno di dieci anni dopo, Bucharin, già presidente del Komintern e autore di opere importanti come Teoria del materialismo storico (1921), fu accusato di “deviazionismo” (altro addebito tanto vacuo quanto efficace), arrestato, condannato a morte e fucilato, al pari di altri protagonisti della Rivoluzione d'ottobre (Kamenev, Zinoviev, Piatakov...), il maresciallo Tuchacevsckij, artefice dell'Armata Rossa, fucilato nel giugno 1937 e migliaia di ufficiali superiori nell'ambito delle “grandi purghe” staliniane.
La lezione di un socialista riformatore
Tasca scampò all’eliminazione fisica perché da Mosca riparò per tempo a Parigi. Con lo pseudonimo di Amilcare Rossi collaborò a “Le Monde”, diretto da Henri Barbusse, a “Le Populaire” di Léon Blum e pubblicò opere di ampio e durevole interesse. D'intesa con Giuseppe Faravelli, si oppose al patto di unità d'azione tra il Partito socialista guidato da Pietro Nenni e il Partito comunista togliattiano. La sua scelta gli attirò accuse infamanti e la damnatio memoriae da parte di tutto il “fronte popolare”, sia in Francia sia in Italia, in specie dopo il 1948-1949. La traduzione della Naissance du fascisme (La Nuova Italia, 1950) fu accolta da critiche feroci e/o da silenzio sprezzante. Eppure senza Tasca la storiografia sul fascismo sarebbe rimasta inchiodata alla propaganda della Terza Internazionale, pronta a capovolgere le carte, come accadde col passaggio dalla lotta contro i socialisti riformisti ai “fronti popolari”. Il celebrato Renzo De Felice arrivò quasi trent'anni dopo.
Il “caso Tasca” è la cartina di tornasole del tartufismo che ancora avvolge la narrazione su fascismo/antifascismo e sulle magnifiche sorti e progressive del comunismo all'italiana. Eppure ls storia del PCI non è affatto limpida. Come ricorda Giuseppe Vacca in Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1927 (Einaudi, 2012, p. 91), proprio Gramsci si dichiarò “in collera” con chi (Ruggero Grieco su mandato del Migliore?) da Mosca gli aveva indirizzato la lettera che, mentre già era in arresto, ne aggravò la posizione, come gli spiegò con amara ironia il giudice istruttore: “Vede bene, On., che non a tutti dispiace che ella rimanga in carcere”.
Malgrado le compiacenti apologie che nel Centenario del Pcd'I ne hanno cantato in coro la lungimiranza democratica e lo spacciano addirittura per riformista non fu una gran fortuna per l'Italia che nel 1929 lo stalinista Togliatti abbia iniziato la “sua” purga degli opportunisti, deviazionisti e “simili lordure”: Bordiga, Tresso, Ravazzoli, Leonetti... Una vicenda che merita di essere riportata al centro dell'attenzione. 
Da anni paralizzato a letto, Tasca morì a Parigi il 3 marzo 1960. Non ha bisogno di “francobolli” (che si leccano da dietro) ma di studio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Angelo Tasca (Moretta, CN, 19 novembre 1892- Parigi, 3 marzo 1960). Militante socialista dal 1913 e tra i fondatori del settimanale torinese “L'Ordine Nuovo” vi scrisse : “La rivoluzione non è opera di un giorno o di decenni, ma di una generazione (4 ottobre 1919). Espulso dal Partito comunista d'Italia (2 settembre 1929) a opera di Palmiro Togliatti, succubo di Stalin, nel 1938 pubblicò a Parigi l'opera Naissance du fascisme coniugò socialismo umanitario, democrazia e libertà di pensiero.

150° dimenticato
AMEDEO DI SAVOIA, DUCA D'AOSTA  
UN ITALIANO SUL TRONO DI SPAGNA (1871-1873)

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi. Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.   Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. Un Savoia sul trono di Madrid
C'era una volta l'Italia. Svolgeva un ruolo centrale per salvare l'Europa dall'abisso della guerra generale e della rivoluzione. Il 30 dicembre 1870 Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, approdò a Cartagena. Il 16 novembre il Parlamento di Madrid (las Cortes) lo aveva eletto re di Spagna con 191 voti contro 120. Suo attivo e prestgioso “grande elettore” era il generale Juan Prim y Prats, conte di Reus. A deciderne l'elezione  furono quattro concause che andavano molto oltre la sua persona.
In primo luogo gli insanabili conflitti interni allo Stato iberico. Il 18 settembre 1868 Esercito e Marina avevano iniziato la “Gloriosa Rivoluzione” che costrinse all'esilio Isabella II di Borbone col suo fido confessore, Antonio Maria Claret, e la discussa “sor Patrocinio”, monaca sedicente miracolosa ma ritenuta “anima nera” della regina. Il 1° giugno 1869 le Cortes di Madrid approvarono la Costituzione che fece della Spagna una “monarchia democratica”. Un ossimoro. Il sovrano elettivo sarebbe risultato ostaggio dell'Assemblea. 
Spettava ai deputati cercare il sovrano, più di loro mutevole gusto che adatto al Paese. Da decenni la Spagna era un guazzabuglio di conflitti tre pretendenti, correnti, clan e gruppi che si offrivano alzando il prezzo della propria corruttibilità, una malattia genetica. Fernando VII di Borbone, “il Desiderato”, abrogò la legge salica (successione al trono di maschio in maschio) e nominò erede la figlia Isabella II. Suo fratello, Don Carlos Maria Isidro, rivendicò il trono manu militari. Se ora il conflitto è una disputa tra appassionati di araldica, all'epoca fu combattuto con le armi e con la sua ferocia seminò odio e spirito di vendetta.
Le Cortes, in terzo luogo, dopo varie dispute e interferenze straniere (dinastiche, ideologiche e personalistiche, con tanti altezzosi “cacicchi”, “costruttori a noleggio”) il 21 giugno 1870 scelsero per re Leopoldo Hohenzollern Sigmaringen. Forse non era il peggio possibile (la Spagna era sotto l'influenza del filosofo massone Krause, del tutto ignorato in Italia), ma l'imperatore Napoleone III non poteva ammettere che la Francia venisse chiusa nella tenaglia tra la Prussia e una Spagna germanizzata: un balzo di secoli all'indietro, all'età durata da Carlo V d'Asburgo alla guerra di successione spagnola, da inizio Cinquecento al Settecento, quando Filippo V di Borbone ascese sul trono di Madrid. 
   L'Europa di 150 orsono usava moneta vecchia (successioni dinastiche sulla base delle norme vigenti all'interno delle singole Case regnanti) e moneta nuova (la volizione delle “nazioni” espressa dai suoi rappresentanti elettivi). Non bastasse, dal 1864 serpeggiava l'internazionale operaia, la Rivoluzione soffocata con l'annientamento di Caio Gracco Babeuf e dei suoi seguaci ed eredi. Nel 1869 Giuseppe Fanelli fondò in Spagna i primi nuclei dell'Internazionale e Farga Pellicer li rappresentò al congresso di Basilea. “Ordo ab Chao” era l'insegna del Rito scozzese antico e accettato, il più influente della massoneria universale, ma anche quella dell'estremismo giacobino pronto  scatenare il pandemonio per e afferrare il potere con un colpo di mano, preludio alla tirannide rossa. 
Per scongiurare questo rischio bisognava avere mano ferma, solide basi nella Spagna profonda e il consenso delle Potenze del “concerto europeo”, che sempre più “steccava” per mancanza di un direttore d'orchestra. Lo stratega dell’“investitura” di Amedeo di Savoia, il  generale Juan Prim y Prats, era alto grado della massoneria come documenta l'insuperato massonologo José Antonio Ferrer Benimeli nel rigoroso e “divertido” volume Jefes de gobierno masones. España 1868-1936 (Madrid, Esfera de los Libros, 2007).
La svolta da Leopoldo Hohenzollern al Duca di Aosta non fu affatto indolore. Dopo una serie di provocazioni il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, benché Berlino avesse acconsentito a dichiarare che “mai” avrebbe mirato a insediare un principe tedesco sul trono spagnolo. Le conseguenze del conflitto sono notissime. L'1-2 settembre agli acuti dolori alla prostata Napoleone III aggiunse la sconfitta militare a Sedan e la resa nelle mani del nemico. A Parigi fu proclamata Repubblica, la terza dopo quelle del 1792 e del 1848. La Rivoluzione prese la rincorsa e finì con la “Commune” di Parigi e la guerra civile soffocata in un bagno di sangue nel 1871. 
Il ruolo europeo del Regno d'Italia
Il 20 settembre 1870 il regno d'Italia fece di Roma la propria capitale effettiva: un triplo salto carpiato, che gli consentì di chiudere la “questione romana” nei confini interni, nel rispetto della “sovranità spirituale” di Pio IX, e di candidarsi a garante della pax europea. Con il crollo dell'impero francese, il neonato regno sabaudo (14/17 marzo 1861) risultò il più importante dell'Europa centro-occidentale “di terraferma”, impero austro-ungarico a parte. Aveva carte da giocare anche per attuare la “missione dell'uomo bianco” negli spazi afro-asiatici. Nel 1868 la genovese Compagnia di navigazione Rubattino acquistò la baia di Assab sulla costa africana del Mar Rosso, primo passo verso la futura Colonia Eritrea (1885-1890).
Dall'inizio del torbido “sessennio” che dilaniò la Spagna, il re d'Italia Vittorio Emanuele II, politico dalla lungimiranza ancora in attesa di pieno riconoscimento storiografico, mise sul tavolo della diplomazia moneta vecchia di incontestabile valore legale: il titolo di successione di un Savoia sul trono di Madrid, risalente alla rinunzia al trono di Sicilia (in cambio della Sardegna, 1719) in caso di “estinzione” dei Borbone, proprio quanto era accaduto con la cacciata di Isabella II. A quel punto il Re Vittorio doveva mettere in campo un Principe della propria Casa. Cercò invano di indurre il nipote Tommaso di Savoia-Genova, che però (come ricorda Franco Ressico nella recente bella biografia di Carlo Cadorna, ed. BastogiLibri) si riteneva riserva aurea della Casa se i figli del sovrano non avessero dato continuità diretta alla Corona. Dopo mesi di sollecitazioni, documentate dal suo Epistolario curato da Francesco Cognasso (Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1966), Vittorio Emanuele II ottenne infine l'assenso del secondogenito Amedeo duca di Aosta ad assumere la corona di Spagna. 
Quella “moneta vecchia” faceva di Roma il fulcro di un “patto di famiglia” che andava dall'Italia al Portogallo, il cui re (sovrano di un vasto impero coloniale) aveva sposa Maria Pia, figlia del re d'Italia. Tra i “doni di nozze” era stata ventilata la cessione dell'Angola a Vittorio Emanuele: un’ipotesi bloccata dalla Gran Bretagna che non voleva un altro Stato europeo sull'Atlantico.
Il dialogo impossibile tra il Re e il suo “popolo”
Re designato, Amedeo di Savoia partì da La Spezia il 26 dicembre. Il 2 gennaio entrò in Madrid intirizzita dalla neve. Salutò la cortina di spettatori con ampi gesti, che alcuni interpretarono come segni massonici. Giurò fedeltà alla costituzione e intraprese la sua “missione”. Purtroppo per lui il 27 dicembre il generale Prim era rimasto vittima di un attentato. Come documentano le sue recenti biografie, la ferita di una palla di rivoltella non venne affatto curata. Molti indizi lasciano anzi ritenere che fu “aiutato a morire”. Nell' “imbalsamazione” i suoi occhi furono sostituiti con bulbi di vetro: per celare tracce di soffocamento?
Comunque sia, con la sua tragica morte (30 dicembre) la Spagna stessa entrò in agonia. Il 24 gennaio 1871 al prestigioso e affollato Teatro Calderón di Madrid (ricorda lo storico Vicente Palacio Atard) fu rappresentata la commedia “Maccaronini I”, sarcastica allusione al nuovo re. Parecchi ufficiali rifiutarono di prestare il giuramento di rito. In varie città, Madrid inclusa, si levarono grida “Viva il Papa-Re, abbasso il Re massone”. In marzo fu rinnovata la Camera. Vennero eletti 53 carlisti, 18 isabellini,18 fautori del futuro Alfonso XII di Borbone (figlio di Isabella II), 9 seguaci di Antonio di Montpensier, duca di Orléans, mancato candidato al trono, e ben 52 repubblicani dichiarati. I “costituzionali” erano lacerati in fazioni guidate da maggiorenti che si contendevano il potere, spinti da proterva ambizione personale: Mateo Práxedes Sagasta, Ruiz Zorrilla (entrambi alti dignitari massonici) e Francisco Serrano duca de La Torre, ognuno con le proprie clientele. 
In due anni si susseguirono sei diversi governi. Una nuova elezione generale portò alle Cortes 14 seguaci di Sagasta (“progressisti”), 9 “alfonsini” dichiarati e 79 repubblicani capitanati da Emilio Castelar e apprezzato da Mazzini e Garibaldi: minoranze inconcludenti ma chiassose, come osservò Ortega y Gasset in “El Imparcial”. 
Amedeo I tentò di farsi ben volere percorrendo le molte e vaste regioni dell'immenso “continente” iberico e ricambiando le calorose attenzioni di dame e damazze. Ma era la Spagna stessa a precipitare verso la crisi. Si aggrovigliarono  l'esito infelice di una delle molte fasi belliche a Cuba, l'insorgenza armata dei carlisti in Navarra (21 aprile 1872) e le agitazioni in Catalogna. 
Il Paese era lacerato dalla rottura tra Chiesa e Stato, che risaliva alla proclamazione della libertà di religione (1° giugno 1869), duramente combattuta dall'episcopato e dalla generalità del clero cattolico. Lo scioglimento dei gesuiti, di ordini conventuali e congregazioni religiose aveva riattizzato divisioni che risalivano all'età franco-napoleonica, alla guerriglia per l'indipendenza nazionale e alla feroce lotta contro gli “afrancesados”. “Amedeo Primero”, figlio del re che aveva spodestato Pio IX, era considerato strumento di Satana. La regina, la piissima Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, era figlia del principe Emanuele, famoso cospiratore liberale del 1821 e  “caposetta” così potente che, fermato alla frontiera del regno sabaudo con molte prove a suo carico, era stato subito rilasciato. Un mistero paragonabile a quello del leggendario Michele Gastone, massone e carbonaro. 
Come attestato dal conte di Romanones, Amedeo di Savoia concluse che ormai la dirigenza politica era “una casa di pazzi”. Dopo essere stato bersaglio di due attentati (il secondo mentre era in compagnia della regina), alle 13 e 30 dell'11 febbraio 1873, avuto riservatamente il consenso paterno, abdicò alla corona di Corona di Spagna e rientrò in Italia, ove, nei tempi e modi previsti, riprese titolo alla successione in subordine al fratello maggiore, Umberto.  Se in repubbica un governo non regge su maggioranze raccogliticce, una monarchia elettiva ha bisogno di consenso vastissimo, come sentezio Umberto II alla vigilia del referendum del 2-3 giugno 1946.  
La Repubblica e il caos
Lo stesso 11 febbraio 1873 a Madrid fu proclamata la repubblica. La Spagna precipitò in un regime anarco-sovietico. L'11 luglio il potere esecutivo fu assunto da Francisco Pi y Margall. Il giorno dopo esplose l' “alzamiento” in Cartagena. Il 18 seguente salì al potere Nicolas Salmerón, altro massone. Il 5 settembre Castelar assunse la presidenza della Repubblica “conservadora”. Il 4 gennaio 1874 il generale  Manuel Pavia y Lacy, marchese di Novaliches, sciolse le Cortes. Il governo passò nelle mani di Francisco Serrano. Il 10 venne soppressa la sezione dell'internazionale operaia. Il 29 dicembre 1874 Carlos Martínez Campos proclamò in Sagunto la restaurazione della monarchia nella persona di Alfonso XII di Borbone, antenato dell'attuale Felipe VI. Il cerchio si chiuse. Due anni dopo don Carlos passò la frontiera e dalla Francia riparò nell'Impero asburgico, sempre col sostegno del clero reazionario e oscurantista. Il 30 giugno 1876 la Restaurazione iniziò a camminare sulla via indicata da Antonio Cánovas del Castillo, grande riformatore destinato a essere assassinato proprio perché, come già Prim, favoriva il progresso.
Il “sessennio” contenne i germi della seconda repubblica e delle sue devastanti conseguenze: la guerra civile del 1936-1939, che oggi continua con la “damnatio memoriae”.  La Spagna ebbe la saggezza di rimanere estranea alla Grande Guerra come poi alla Seconda guerra mondiale, ma non ha mai superato le divisioni interne (lo documentano le magre sorti del Partito popolare e di Ciudadanos) e l'inclinazione all'estremismo da anni impersonato da Pablo Iglesias e dalla deriva indipendentistica e repubblicana imperversante in Catalogna. 
Benché non sia mai giunto a ispanizzarsi (riluttò anche ad apprendere e a usare correntemente lo spagnolo) Amedeo I ebbe il pregio di far capire agli spagnoli che la monarchia era l'unica istituzione capace di tradurre in forza unificante le pulsioni particolaristiche. Preferì abdicare piuttosto che tradire il giuramento di fedeltà alla “monarchia democratica”, caposaldo della Spagna odierna. 
Il paradosso iberico di 150 anni orsono molto insegna a un Paese come l'Italia, ove un docente di diritto  mai eletto da nessuno eppure pro tempore presidente del Consiglio dei ministri a capo di due (o forse persino tre) maggioranze del tutto diverse e disarmoniche, si atteggia ad “avvocato del popolo” e campione di europeismo reggendosi sulle grucce di movimenti geneticamente antieuropeisti e populisti come i Cinque Stelle, alcuni vetero-stalinisti intruppati fra i “leucociti” (vale d'esempio il neo-giacobino Roberto Speranza) e i clerico-marxisti che tessono le fila dei “Democratici”. Questa è la moneta vecchia, priva di valore nell'Unione Europea ma ancora circolante in Italia, inchiodata alla sterile guerriglia ideologica e alla contrapposizione (più propagandistica che storiografica) su fatti e misfatti di due partiti – il PCI e il PNF - ormai morti e sepolti. 
Motivo in più per fare memoria del 150° dell'ascesa del duca Amedeo di Savoia sul trono di Spagna: una grande occasione mancata per l'“Unione latina”, alternativa al dominio germanico e all'altrettanto fatale duello franco-tedesco iniziato nel luglio 1870 e protratto sino al maggio 1945, quando tutti i paesi europei, vincitori e vinti, persero la guerra e finirono, come sono, succubi di potenze mondiali.   
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Amedeo Ferdinando Maria di Savoia (Torino, 1845-1890), “el Rey Caballero”,  e la regina Vittoria, che allatta un bambino spagnolo. Sullo sfondo l'Escorial. (da Aldo A. Mola, Italia. Un Paese speciale,Torino, Ed. del Capricorno, 2011, vol. 2, p.123) Figlio di Vittorio Emanuele duca di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, e di Maria Adelaide d'Asburgo, da Maria Vittoria il principe Amedeo ebbe Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele e Luigi  Amedeo. Vedovo dal 1876, nel 1888 sposò la nipote, Maria Letizia Bonaparte, figlia di Carlo Gerolamo e di sua sorella Clotilde di Savoia, e ne ebbe Umberto, conte di Salemi.
Emanuele Filiberto (1869-1931), II Duca di Aosta, comandante della Terza Armata nella Grande Guerra, da Elena d'Orléans ebbe Amedeo (poi III Duca d'Aosta, viceré di Etiopia, morto prigioniero degli inglesi nel 1942) e Aimone, Re di Croazia (ove non pose mai piede), IV duca di Aosta, padre di Amedeo di Savoia, nato nel 1943, V  Duca di Aosta, poi  Duca di Savoia, erede della Corona d'Italia, padre di Aimone di Savoia, VI Duca di Aosta, che da Olga di Grecia (sposata nel 2018) ha avuto Umberto, principe di Piemonte, Amedeo e Isabella. Il Principe Aimone è ambasciatore del Sovrano Ordine Militare di Malta presso la Federazione Russa.  
Nell'Archivio storico nazionale di Salamanca è conservata una lettera  della Loggia “Nuova Sparta” all' “Hermano  Amadeo de Saboya, grado 33° (1872), che proverebbe legami tra il Re e la massoneria spagnola, all'epoca molto frastagliata. 

CARLO CADORNA CON E OLTRE CAVOUR
UN PROTAGONISTA DELLA STORIA D'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).Alla ricerca del Cadorna obliato
Nel “discorso di Capodanno” il presidente Sergio Mattarella ha detto che nel 2021 con Dante Alighieri andranno ricordati il 160° dell'unità nazionale (cioè la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia: 14/17 marzo1861) e la “collocazione” del Milite Ignoto all'Altare della Patria. Aggiungiamo che andrà anche rievocato il 150° dell'insediamento di Vittorio Emanuele II, del governo e delle Camere in Roma, finalmente capitale effettiva d'Italia, anche come “risarcimento danni” per l'oblio lo scorso riservato all'unione di Roma all'Italia. Il 20 settembre 2020 “Porta Pia” è scivolata sotto silenzio perché quel giorno (mostrando che, quando occorre, il voto non è affatto incompatibile con la pandemia) gli italiani furono chiamati a rinnovare alcuni consigli regionali e a confermare o meno, con referendum nazionale, quel “taglio” dei parlamentari che ha inferto un grave vulnus alle Camere attuali da quando i suoi stessi componenti, in un raptus masochistico, si dichiararono in sovrannumero. Il 150° della conquista di Roma manu militari, della (temporanea) debellatio dello Stato Pontificio e della generale astensione dei cattolici dalle urne sino al “Patto Gentiloni” del 1913 fanno parte della storia, anche se non vengono ricordati. Pesarono e pesano.
Nel settembre 1870 il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella decise l'“affondo”. Ordinò al generale Raffaele Cadorna l'irruzione nella Città Eterna. Perché? Il 7 ottobre 1911 per giustificare la guerra contro l'impero turco il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, sentenziò: “Vi sono fatti che si impongono come una vera fatalità storica, alla quale un popolo non può sottrarsi senza compromettere in modo irreparabile il suo avvenire. In tali momenti è dovere del governo di assumere tutte le responsabilità, perché una esitazione o un ritardo può segnare l'inizio della decadenza politica, producendo conseguenze che il popolo deplorerà per lunghi anni, e talora per secoli”. Fu quanto avvenne nella settimana precedente Porta Pia. L'Europa era in fiamme per la disputa sul trono di Spagna. Caduto Napoleone III prigioniero dei tedeschi, a Parigi era stata proclamata la repubblica: un'idea “contagiosa”. Roma ne aveva già viste due, nel 1798 e nel 1849. Aleggiava l'incubo di una terza repubblica nella Città Eterna, mazziniana o addirittura socialista. Il governo italiano varcò il Rubicone: “Ora o mai più”. Non era formato da politicanti improvvisati, inclini al “vedremo”, ma da personalità temprate in decenni di lotta per l'idea di Italia. Come aveva detto Cavour, senza Roma l'Italia non sarebbe mai stata Italia. Bisognava dunque andarci, “con” o “contro” il papa. Tocca agli storici documentare l' “ora delle decisioni irrevocabili”, ponendosi nei panni dei suoi protagonisti, senza pretendere di dare consigli al passato remoto ma al tempo stesso spiegando le conseguenze immediate e di lungo periodo di decisioni forzate dalla ridda degli eventi. La Storia procede a segmenti. Con una settimana in più di trattative diplomatiche e il riconoscimento della “vera indipendenza” promessa da Cavour su un chilometro quadrato qual è oggi la Città del Vaticano, la storia d'Italia avrebbe avuto altro corso.
Proprio per capire la complessità di quella vicenda giovano le biografie di quanti ne furono attori. È il caso di Carlo Cadorna, proposto all'attenzione nel 150° di Porta Pia da un ottimo volume del novantenne Franco Ressico (ed. BastogiLibri). Professore “di una volta” (la scuola è sacerdozio civile, non televendita) e a lungo docente di lettere nel ginnasio-liceo dell'Istituto Santa Maria di Verbania, già autore di articoli e saggi di storia locale, con questa sua “prima opera” Ressico esplora la dirigenza apicale dell'Italia unita e il travaglio che scandì le tappe dal Risorgimento alla vigilia della Grande Guerra. 
Carlo Cadorna fu fratello del generale Raffaele, che ordinò l'irruzione dell'esercito italiano in Roma il 20 settembre 1870, a sua volta padre di Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra, il cui figlio, Raffaele, nel 1944-1945 comandò il Corpo Volontari della Libertà. Una dinastia per l'Italia. Lo ricorda un altro Cadorna, figlio di Raffaele, colonnello e studioso di strategia militare, di cui è uscito or ora il corposo Caporetto? Risponde Luigi Cadorna (BastogiLibri, pp. 352).
Il cursus honorum d un Uomo di Stato
Carlo Cadorna (Pallanza, 8 dicembre 1809-Roma, 2 dicembre 1891) fu una personalità superiore nel ricco paesaggio politico-culturale del tempo suo. Avvocato e giurisperito, non fu un “politicante” ma uno statista estraneo alle camarille e alle fazioni. Benvoluto dai più anche per i suoi modi naturaliter aristocratici, tipici della nobiltà sabauda – enigmatica nella genesi ma non nella vita e nei rapporti con lo Stato – , Cadorna fu sbrigativamente celebrato alla morte, ma presto dimenticato. Per i ruoli pubblici ricoperti, la molteplicità e varietà dei suoi scritti, la vastità dei suoi orizzonti e il riserbo che ne avvolse la vita privata (anche Ressico la lascia in ombra, con pochi cenni ai malanni che lo afflissero sin da giovane: per le fitte allo stomaco una volta svenne mentre presiedeva la Camera) svettò come i campanili che incombono sui borghi e inducono ad abbassare lo sguardo invece di incoraggiare a raggiungere la cella campanaria per condividerne la visuale e ascoltarne la voce.
  “Cospiratore culturale” a vent'anni e in confidenza con il teologo Vincenzo Gioberti, suo maestro di vita, dopo lustri di avvocatura a Pallanza e a Casale Monferrato, promotore di asili per l'infanzia sul modello propugnato da Ferrante Aporti, con Giovanni Lanza, Urbano Rattazzi e Filippo Mellana nel 1847-1848 promosse periodici come “Il Caroccio”, che concorsero a creare il clima propizio alla svolta costituzionale nel regno di Sardegna. Nell'autunno 1847 Carlo Alberto di Savoia rese elettivi i consigli comunali, provinciali e divisionali; e promise pubblicamente che si sarebbe posto alla guida della guerra per l'indipendenza. Con lo Statuto del 4 marzo 1848 il Re varò la monarchia rappresentativa fondata sul Parlamento bicamerale. Tornò qual era stato nel 1821, quando, su sollecitazione di “settari” (carbonari, massoni, adelfi...)  aveva varato la Costituzione spagnola, all'epoca la più liberale d'Europa.  
Eletto deputato nel collegio di Pallanza il 27 aprile 1848, il quarantenne Cadorna si erse a protagonista del dibattito politico. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Gioberti (16 dicembre 1848), ministro “al campo” nelle ore cruciali della brumal Novara, la sera del 23 marzo 1849 assisté all'abdicazione di Carlo Alberto, che stemperò l'emozione abbracciandolo e gli strinse la mano.
Esponente del centro-sinistro, per la provata competenza dei suoi interventi in aula e il rigore lungimirante dei saggi e degli articoli che ne accompagnarono l'attività di deputato, fu apprezzato da Camillo Cavour, che gli affidò la difesa delle leggi contro le ingerenze del clero nella vita pubblica, qualificanti agli occhi di Londra, Parigi e della Svizzera (che contava più di quanto solitamente si pensi). Favorevole nel 1848 all'espulsione dal regno di Sardegna dei gesuiti (ne era stato allievo), il 2 gennaio 1858 Cadorna promosse l'inchiesta sull'abuso di strumenti spirituali da parte di ecclesiastici nella campagna per il rinnovo della Camera. A quel modo assecondò Cavour che fece decadere alcuni canonici eletti deputati.
Vicepresidente della Camera dei deputati dal 1855 e presidente dal gennaio 1857, dal 18 ottobre 1858 nuovamente ministro della Pubblica istruzione nel governo Cavour, il 29 agosto 1858 fu nominato senatore. Forte di solida maggioranza nella Camera elettiva, lo statista aveva bisogno di contare a Palazzo Madama su senatori preparati, assidui alle sedute e profondi conoscitori degli umori serpeggianti a Palazzo Carignano. Deputato da dieci anni, Cadorna era indicato per svolgere tale missione.
Onusto di cariche prestigiose, lasciato il ministero alle tempestose dimissioni di Cavour dopo l'armistizio di Villafranca (gli subentrò il milanese Gabrio Casati, che legò il nome alla prima legge organica sull'istruzione, poi passata dal regno di Sardegna a quello d'Italia), Cadorna ricoprì posizioni di alta responsabilità nella Camera Alta e nel Consiglio di Stato, di cui fu componente dal luglio 1859. Eletto vicepresidente del Senato, il 1° giugno 1865 fu nominato prefetto di Torino. La città era sconvolta dalla sanguinosa repressione delle comprensibili proteste contro il trasferimento della capitale del regno a Firenze per effetto della convenzione del 15 settembre 1864. Dopo il ravennate Giuseppe Pasolini occorreva un piemontese, una persona “dolce” (come Cadorna era solitamente descritto) ma al tempo stesso “ferma”. Giurista, procedeva nel solco della tradizione militare di famiglia. Suo padre, Luigi Giuseppe (1766-1848), era stato fedelissimo alla monarchia consultiva nella lunga guerra contro la Francia rivoluzionaria, ora documentata da Giorgio Enrico Cavallo e Marco Scarzello in “Fuite de Dijon. Deportazione e ritorno in patria dei nobili piemontesi nel periodo giacobino, 1799-1800 (Ed. Vivant, 2020).
Ministro per l'Interno dal 5 gennaio al 10 settembre 1868 nel secondo governo presieduto da Luigi Federico Menabrea, Cadorna resistette alla pressione di chi chiedeva misure straordinarie contro i disordini in Emilia-Romagna, in Sicilia e nel Napoletano. Bastavano le leggi vigenti.
Ambasciatore a Londra e Presidente del Consiglio di Stato
Vicepresidente del Contenzioso diplomatico dal 10 novembre 1868, su proposta del governo l'11 aprile 1869 il re lo nominò ambasciatore a Londra in successione a Emanuele Tapparelli d'Azeglio, che il 27 marzo 1861 aveva ottenuto il riconoscimento del neonato regno d'Italia da parte della Gran Bretagna. Benché non parlasse l'inglese (all'epoca la lingua della diplomazia era il francese), nel volgere di pochi mesi affrontò questioni di importanza europea. In primo luogo urgeva l'individuazione di un componente di Casa Savoia quale re di Spagna, su designazione delle Cortes e sollecitazione del generale Prim y Prats: un vero tormento per Vittorio Emanuele II. Il re dapprima aveva tentato di indurvi il principe Tommaso di Savoia, che si defilò con argomenti sconcertanti, documentati da Ressico. Seguirono la crisi franco-prussiana, precipitata nella guerra il 19 luglio 1870, e l'urgenza di assicurare il consenso della Gran Bretagna all'annessione di Roma e del Lazio. Al riguardo Cardorna molto si valse delle relazioni confidenziali instaurate con il premier britannico William Gladstone. Sul trono di Madrid ascese infine il secondogenito di Re Vittorio, Amedeo di Savoia, duca di Aosta, re sino all'inizio del 1873.
Il 4 febbraio 1875 Cadorna fu nominato presidente del Consiglio di Stato in successione a Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache. Rimase in carica sino alla morte, alternando gli impegni che gliene derivavano con la pubblicazione di saggi e articoli sui temi di suo precipuo interesse, in specie sulla politica estera e sulla formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, da lui approfondita anche in disegni di legge, opuscoli e articoli che suscitarono la reazione stizzita del quindicinale della Compagnia di Gesù, “La civiltà cattolica”. Erano lavori preparatori alla summa del suo pensiero, Religione, Diritto, Libertà: due poderosi volumi di 1503 pagine, pronti per la stampa alla vigilia della morte e pubblicati postumi dal fratello Raffaele.
La duplice lealtà: cattolico e uomo di Stato
Carlo Cadorna visse la sua missione di politico statista con “sentimento” di cattolico devoto e membro di un “Consiglio legislativo”. Entrambi i poteri, lo spirituale (della Chiesa) e quello temporale (dello Stato) - egli argomentò - hanno origine divina: il primo nella Rivelazione, il secondo nella legge naturale, “la quale  è pure divina”. Ogni potere discende dal Creatore, il Grande Architetto che dal caos plasma l'Ordine, ma non da investitura papale.
Cadorna aveva motivo di ritenere che la Chiesa di Leone XIII, come quella di Pio IX, non fosse al passo con i tempi. Però a loro volta i pontefici avevano ragione di non subordinare il magistero petrino al “mondo moderno”. Lo storico Gianpaolo Romanato insegna che dal 1854 nell'enciclica Ineffabilis Deus papa Mastai Ferretti scrisse:“Auctoritate Domini Nostri Jesu Christi, beatorum Apostolorum Petri et Pauli, ac Nostra, declaramus, pronunciamus et definimus”. Il papa enunciava un dogma fondandosi sulla propria autorità, infallibile. Non aveva bisogno di alcun “benestare” per esercitare la sua piena potestà spirituale: né di un Concilio ecumenico, né, meno ancora, del regno d'Italia.
La debellatio dello Stato pontificio, sulla quale Carlo Cadorna fu pienamente in armonia con il governo oltre che con l'azione del fratello Raffaele, non fece che rendere più evidente l'impossibilità di “dialogo” tra principii opposti e inconciliabili. L’idea della separazione fra Stato e Chiesa, condivisa da Cadorna, rispondeva a una concezione della Rivelazione che la seconda non poteva condividere, perché la Verità di cui si riteneva (come si ritiene) depositaria sarebbe stata equiparata a quella delle tante denominazioni evangeliche e riformate e, in prospettiva, alle altre religioni abramitiche (mai riconosciute veridiche dalla Chiesa di Roma) e persino a quelle “naturalistiche”, al di fuori del Libro, basate sulla “ragione” e/o sul “libero pensiero”. 
   La concezione di Carlo Cadorna insegna dunque che la vera “breccia” del “mondo moderno” nella percezione e nella pratica della dottrina della chiesa non fu quella aperta in modo spettacolare a Porta Pia il 20 settembre 1870. Essa era già nelle coscienze e non venne chiusa neppure con il Concordato, che riguardò “i metalli” e il loro governo, con il pieno ripristino della sovranità temporale, funzionale al libero esercizio di quella spirituale. Ne è documento la sua “Dichiarazione di fede cattolica” in cui scrisse: “Alle opinioni dei teologi e dei dottori non attribuisco altro valore fuori di quello delle ragioni che recano in mezzo per provare la verità”. Professata massima riverenza al Papa, rivendicò il primato della propria coscienza, “alla quale voglio garantita piena e assoluta libertà, non accettando verun intermediario tra essa e Dio, ma assumendo io medesimo tutta intera davanti a lui la responsabilità”.
Anche per questa sua testimonianza di alta spiritualità Cadorna risulta protagonista di spicco della Terza Italia, come già osservò Romano Ugolini, indimenticabile ultimo presidente dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Nel 150° di Porta Pia merita di essere proposto alla riflessione odierna, quale invito a calarsi appeno nel dramma dei cattolici d'Italia.
Per quanto superfluo, occorre sottolineare, infine, la moralità civica di Carlo Cadorna e della sua famiglia, votata al servizio del bene inseparabile del re e della patria. Emerge a luce meridiana da una lettera del 9 giugno 1870 citata da Franco Ressico: “Né io, né Raffaele, dopo tanti anni di vita pubblica, non abbiamo migliorato neppure di un centesimo le nostre sostanze”. Quelli erano gli uomini che costruirono la Nuova Italia. La nostra.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Dalla copertina del volume di Franco Ressico, Carlo Cadorna (1809-1891). Con e oltre Cavour (BastogiLibri): Paolo Troubetzkoy, Monumento di Carlo Cadorna (1895), Lungolago di Pallanza, due passi dal Mausoleo del conte Luigi Cadorna, Comandante Supremo nella Grande Guerra (1915-1917).

LA LEZIONE DI LUIGI EINAUDI (1874-1961)
MONARCHICO, LIBERALE, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 03 Gennaio 2021, pagg. 1 e 11. 

Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.Se il Capo dello Stato si risveglia...
Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato Sergio Mattarella rievocò Luigi Einaudi a Dogliani nel 70° del suo insediamento a primo presidente effettivo della Repubblica italiana. Disse che lo Statista ebbe “il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata”. Come già aveva fatto nel 1945 in correzione di Ferruccio Parri, se fosse stato in vita Benedetto Croce avrebbe osservato che anche l'Italia pre-fascista, quella di Luigi Zanardelli e di Giovanni Giolitti, era stata una democrazia, vegliata da Vittorio Emanuele III. Mattarella evocò alcuni capisaldi del suo predecessore, “a partire dall'esercizio del potere previsto dall'articolo 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa”. Einaudi non esitò a rinviare alle Camere due leggi perché “comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'articolo 81 della Costituzione”. Che cosa direbbe e farebbe oggi Einaudi a cospetto dello scempio del Parlamento e del debito pubblico? A Dogliani Mattarella ricordò che il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi una “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell'articolo 92 della Carta, motivata dal “dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Per lui il Capo dello Stato non è succubo dei partiti. Di lì la sua avversione nei confronti del “governo di assemblea, che vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza”.
Storico di alto profilo, Einaudi capì e spiegò la grandezza di Vittorio Emanuele III quando il 25 luglio 1943 esautorò Mussolini: “La prerogativa sovrana può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti dal popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza, anche se osservata nell'apparenza”. Un mònito più che mai attuale in questo difficile inizio dell'Anno Nuovo che coincide il 60° della morte dello Statista cuneese.
Ma chi fu Einaudi?
Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) fu eletto primo presidente effettivo della Repubblica italiana al quarto scrutinio l'11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale e monarchico, egli non aveva “studiato” da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, esattore delle imposte (recandole nottetempo in calesse dalle Langhe a Cuneo in certi tratti armava la rivoltella), crebbe in casa dello zio Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Nel 1922 ne raccolse gli Appunti per la storia politica ed amministrativa di Dogliani. Allievo nel collegio dei Padri Scolopi a Savona, nel 1888 fu proclamato “Principe dell'Accademia” su indicazione del geografo Arcangelo Ghisleri, massone. Einaudi fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso delle altre confessioni. Per comprenderne la cultura bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giolitti e di Marcello Soleri, narrate da suo nipote Roberto in Radici montane (ed. Aragno). Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente diffusa (deputati, senatori, consiglieri provinciali, sindaci consiglieri comunali, “notabili”...), ma tra tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti erano “aiuta te stesso” e “volere è potere”, come insegnò il naturalista Michele Lessona.
Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un breve impiego alla Cassa di Risparmio di Torino dal 1896 iniziò a scrivere per “La Stampa”, fu professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino. Divenne “il maggiore economista liberale del Novecento” a giudizio di Francesco Forte, docente nella sua stessa cattedra di Scienze delle Finanze. Aveva già alle spalle opere prestigiose, come Un principe mercante. Studi sull'espansione coloniale italiana, sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte. A lungo collaboratore della rivista “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves, crebbe nel laboratorio della “Riforma sociale” promossa a Torino dal pugliese Salvatore Cognetti de' Martiis e ne assunse la direzione nel 1908. Dal 1903 nel “Corriere della Sera” e dal 1922 nell'“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a beneficio di “clienti” e opportunisti. Docente straordinario di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall'Università di Torino.
Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il  6 ottobre 1919 fu nominato senatore su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che sino alla notte fra il 29 e il 30 ottobre si propose di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi: imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari. Rimasto escluso dall'esecutivo, ne commentò l'ondivaga condotta con articoli sempre più severi. Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore delI'Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò  una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, strenuo oppositore e vittima del regime incipiente.
All'indomani dell'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) per mano di una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”. L'anno seguente sottoscrisse il “Manifesto” degli intellettuali antifascisti scritto da Benedetto Croce. Le sue opere ormai erano note anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Tornò da altro versante a scriverne in Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, in controcanto con il “giolittiano” Benedetto Croce, autore della Storia d'Italia (1928). Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca “l'uomo libero vuole che lo Stato intervenga”. Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: “la scienza economica è subordinata alla legge morale”.
Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933), scritta quindici anni dopo la fine della Grande Guerra, e Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese (1936). Dopo l'arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d'America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta e prestigiosa “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della razza” e si pronunciò contro l'antisemitismo e l'incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare del governo Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto come tutti i pubblici dipendenti a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure” con apporti di altri popoli nel corso del tempo.
Dopo molte edizioni dei fondamentali Principii di scienza della finanza condensò decenni di studi in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano nella  introduzione ai suoi Scritti economici, storici e civili (Meridiani Mondadori, 1973) Einaudi fu “il più grande demitizzatore” italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma con riferimento alla vita sociale: abolizione delle “maiuscole”, dei “titoli” vanesii, dei formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.
Tra esilio e dopoguerra
Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell'Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l'Italia rimase “divisa in due” (formula poi usata da Croce) e le regioni centro-settentrionali furono rapidamente occupate dai tedeschi, appreso di essere ricercato Einaudi riparò in Svizzera. Vi pubblicò, tra l’altro, I problemi economici della Federazione europea. Sulla fine dell'anno seguente fu chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, che  il 4 gennaio 1945, d'intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, lo nominò governatore della Banca d'Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle a fianco Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L'amministrazione era a sua vola subordinata ai governatori militari. L'Italia meridionale era inondata dalle Am-Lire. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d'anteguerra. L'inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti presenti nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (in quello dell'Alta Italia mancava la Democrazia del lavoro) e al governo erano divisi, nell'immediato e nelle prospettive ultime. Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera; l'alto commissario per l'epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore dovette quindi valersi di cariche e poteri ulteriori a sostegno dalla propria opera. Fu nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente ed eletto per il partito liberale all’Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946). Tornato dal “viaggio di istruzione” negli Stati Uniti d'America (1947), il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi lo volle vicepresidente e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d'Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione.
Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto irrealistici puntò a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato dal suo fido segretario particolare, Antonio d'Aroma. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate, la “romana burocrazia nostra sovrana”. Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Dopo il prestito nazionale promosso da Marcello Soleri, che gli dedicò gli ultimi febbricitanti mesi di vita con patriottismo esemplare, Einaudi lasciò che il tempo facesse tramontare propositi inattuabili, quali il “cambio della lira” che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall'estero. Come da lui previsto, in un paio d' anni le speculazioni si esaurirono e l'inflazione si ridusse a indici accettabili con la ripresa, favorita dai giganteschi prestiti senza oneri concessi dagli USA nell'ambito del Piano Marshall. Capita una volta ogni 60 anni..., ma occorre chi sappia investirli.
Contrario a imposte straordinarie, contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà (se ne era occupato nel magistrale saggio del 1920 su Il problema delle abitazioni), Einaudi mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria, formativa, rigorosa: oggi purtroppo corre su banchi a rotelle verso l'abisso), di quanti servivano lo Stato con dedizione alimentata dal ricordo delle sofferenze vissute nelle due guerre e a prezzo di tante vite. Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia. Nella sua immane opera ebbe collaboratori il biellese Giuseppe Pella, futuro presidente del Consiglio, e l'insigne economista Gustavo Del Vecchio.
Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che redasse la bozza della Carta, ottenne l'approvazione dell'articolo 81, che recita: “Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all'indomani delle elezioni, prese parte all'inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato.
Attualità di un antico Capo dello Stato
Alle 6 del mattino del’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, andò a informarlo che De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, per tre volte sostenuto senza successo. Il settantaquattrenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III.
Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in Lo scrittoio del Presidente e in Prediche inutili. Continuò a studiare, a pubblicare e a promuovere ricerche per unire gli italiani, come poi fece negli anni seguenti, restituito alla cattedra universitaria ad vitam con speciale decreto.  Improntò l'esercizio del suo ruolo alla discrezione, al rigore, alla continuità. Lo si vide con l'istituzione del Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa. Nulla di enfatico, tutto volto al pratico, con la misura dell’austerità. All'inizio del 1945 aveva tracciato le linee del nuovo liberalismo: “quando siano soppressi i guadagni privilegianti derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi”.
Qual è l'eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora anche da persone “di casa”) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch'egli coltivò propositi mai attuati, a cominciare dall'abolizione del valore legale dei titoli di studio (più che mai urgente, visto il degrado del sistema scolastico) e dalla confutazione del  mito dello “stato sovrano”: pagine, queste, pubblicate nella Piccola antologia federalista, con scritti di Jean Monnet, Denis de Rougemont e altri.
Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione con Giolitti, non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall'illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente dell’associazione dei piemontesi a Roma, promossa nel 1944 da Renzo Gandolfo, nel 1961 presentò i due poderosi volumi Storia del Piemonte (ed. Casanova).
Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell'acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base irrinunciabile dello studio della storia, della scienza della finanze e dell'economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA, Luigi Einaudi (1874-1961). Da Il Paramento italiano, vol.  XV, Milano, Nuova Cei.

“RINVIO ITALIA”
SCUOLA, ELEZIONI.... - FINO A QUANDO?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.L'eredità non è un gioco di parole
Il 2020 lascia una pesante “eredità” all'anno venturo. Qualunque ne sia l’esito, il verboso duello tra l'italovivente Matteo Renzi e il presidente Conte non finirà con la pace ma con un fragile armistizio, intervallato da scaramucce in vista di altre ostilità e della battaglia finale. Però, a differenza delle tante crisi di governo che si sono susseguite nella prima come nella seconda repubblica, l'attuale non prevede che tutte le parti in lotta si possano proclamare più o meno vincitrici. Alcuni suoi protagonisti finiranno nella polvere senza speranza di riscossa. Possono prendere per insegna l'elogio del valoroso Jacques II de Chabannes de la Palice (1470-battaglia di Pavia, 1525):“un quarto d'ora prima di morire era ancora vivo”.
  Il Soggetto del 2020 è stato il “rinvio”. In passato l'Italia ha avuto governi di coalizione. Dopo quelli nel 1944 imposti dal Comitato di liberazione nazionale, che confiscò temporaneamente la rappresentanza nazionale, dal 1947 nacquero ministeri incardinati sulla Democrazia cristiana, un partito di centro che secondo alcuni guardava a sinistra ma si voltò anche a destra e dopo i governi della “non sfiducia” divenne il perno del Grande Centro, dai liberali ai socialisti. All'inizio degli Anni Novanta (dei quali si è perduta memoria) implosero tutti i partiti prefascisti e ciellenistici. La DC risaliva al Partito popolare italiano fondato da don Sturzo nel 1919, i liberali che si dettero nome ma non sostanza nel 1922, i socialisti di varia osservanza derivavano dal Partito dei lavoratori italiani del 1892, i repubblicani erano sorti a fine Ottocento. Fondati cent'anni prima, radicali disparvero una seconda volta, spossati da Cicciolina. In lutto per la dipartita dell'URSS e la caduta del Muro di Berlino il partito comunista intraprese il cammino: da DS sino al PD odierno, all'insegna della botanica e in omaggio alle Metamorfosi di Ovidio, dalla Quercia all'Ulivo, ma a differenza della narrazioni mitologiche non ebbe mai un Adone. Oggi ha Zingaretti.
   L'introduzione del maggioritario fu corretto e corrotto con cospicue quote di proporzionalismo da scaltri democristiani. Così il “sistema” favorì la sopravvivenza di partiti medi, piccoli e minimi, vassalli del sottogoverno e della burocrazia che tengono a guinzaglio la democrazia formale e impedì l'avvento di maggioranze solide e durevoli. Per portare alla presidenza del Consiglio il comunista Massimo D'Alema bastò inventare un micropartito di cui si è persa memoria. Al potere si alternarono coalizioni opposte, ma di breve periodo. Impossibilitati a procedere nel tempo, i governi hanno giocato di rimessa. Strappata la palla all'avversario ogni nuova compagine ha giocato al centro campo: tanti passaggi da una zona all'altra, palle fuori, palle in tribuna, parecchi falli, mai una vittoria netta. Esauriti anche i tempi supplementari di quelle sceneggiate, gli spettatori hanno perso la pazienza. Una parte cospicua non è andata alle urne. Altri hanno regalato quattrocento seggi a un Movimento nato “contro tutti”, privo di programma, dirigenti sperimentati, relazioni con le grandi famiglie politiche dell'Unione Europea (popolari, socialisti, liberali e persino i verdi, che in Italia non esistono), ma pronto farsi carico dell'universo mondo. Novelli Ercole, promettevano di pulire le cloache della politica. Ma poi?
   Il seguito è sotto gli occhi di tutti.  La crisi che si trascina sin dalla proterva liquidazione del governo Berlusconi l'11 novembre 2011, pronubo Giorgio Napolitano: anni scanditi da fuochi d'artificio spettacolosi, come avviene a fine anno, a carnevale, per le feste patronali. Spenti gli sprazzi torna il buio. Cominciò la luminaria di Monti Mario, “salva Italia”, pallida controfigura eurodiretta del nostrano Lamberto Dini. Dopo la mesta vicenda del governo Enrico Letta, sorretto da Forza Italia nel timore del peggio, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi s’intestarono la riforma della Costituzione sottoposta a verifica referendaria, con esito per loro mortificante. Passarono come comete, alcune delle quali portano bene, altre male. La loro lasciò alle spalle la massa gassosa scambiata per stelle: cinque e in disordinato moto perpetuo.
Dopo le sventurate elezioni del 2018, in assenza di una maggioranza politica vera e a conclusione della più lunga stasi post-elettorale della Repubblica il capo dello Stato incaricò un governo basato su un “contratto” con punti programmatici anticostituzionali (non rilevati). Il governo Conte-Di Maio-Salvini non contò su una maggioranza politica ma semplicemente numerica. Vivacchiò un anno, succubo dell’esasperata polemica sull'approdo in Italia di clandestini che per taluni erano (del tutto impropriamente) “migranti” da assistere caritatevolmente (quasi il loro arrivo fosse pianificato dal governo stesso) per altri semplicemente “criminali” da fermare alla partenza “manu militari”: operazione possibile solo se l'Italia ancora fosse quella di Vittorio Emanuele III e di Giolitti, ma del tutto fuori portata dell'attuale, dalla influenza modestissima sulla’“quarta sponda”.
Dall'imprevedibile e caotica mossa di Salvini, che nell'agosto 2019 dichiarò sfiducia nel presidente del Consiglio, nell'illusione di rapido ritorno alle urne, contro ogni previsione nacque il governo attuale, quadripartito (pentastellati, democratici, “leucociti ”e italiviventi), fondato sul “vedremo”, “faremo”, “studiamo”, indeciso a tutto e sempre più boccheggiante. E' Italia del rinvio.
  A prescindere dalla forma dello Stato, monarchia (in Europa se ne contano una decina, in buona salute: Elisabetta II insegna) o repubblica, nelle democrazie parlamentari i governi sono come un edificio. Hanno fondamenta, alcuni piani e un tetto. Alla base vi è il consenso dei cittadini. I pilastri portanti sono il programma. Il tetto è la convergenza tra l'azione del governo (qualunque colore abbia, è erede del Trattato di pace del 1947) e i vincoli politici, militari ed economici dello Stato, dai quali nessuno, può prescindere se non a rischio di fratture e ritorsioni micidiali, anche per via del nostro mostruoso debito pubblico.
Orbene, l'attuale governo Conte è nato dalla somma di debolezze, senza un programma proprio, con prospettiva di breve periodo.Doveva solo arare una nuova legge elettorale: non l'ha fatto. In compenso ha sperperato e sperpera risorse, senza un piano condiviso. Il suo tetto è scoperchiato, i pilastri sono corrosi come quelli di certi viadotti e, come indicano tutti i sondaggi, l'elettorato non si riconosce affatto nel governo. L'edificio sta per crollare di schianto. Si regge su una maggioranza numerica in un Parlamento dichiarato morto e sepolto dalle Camere stesse e dal referendum confermativo dello scorso 20 settembre, quando si votò sotto schiaffo del covid-19. Non solo: quelle votazioni furono “celebrate” a scuole aperte da pochi giorni e poi chiuse in tutta fretta per la manifesta incapacità del governo di garantire l'afflusso degli allevi in sicurezza, come dovrebbe avvenire per tutti i cittadini ovunque vadano, in fabbrica come in ufficio o in giro per i fatti loro.
  La sgangherata maggioranza ancora al governo non è affatto una coalizione. Per tale infatti s’intende un’alleanza nata da una convergenza su principi politici e con un programma organico di ampio respiro. Esattamente l'opposto dell'attuale, che senza l'inizio dell'epidemia/pandemia si sarebbe sfasciata da tempo. Nata dall'equivoco vive nell'ambiguità: fondata sul rinvio, è in tutto e per tutto inconcludente. Sfidando il ridicolo, il suo presidente Conte Giuseppe adesso ripete il mantra che non bisogna più perdere tempo, è il momento di correre e, addirittura, sarebbe “una ignominia” perdere la grande occasione di presentare all’Unione Europea le proposte per accedere al riparto delle risorse previste dal Piano per la ripresa (“Recovery”). Chi gli ha impedito di farlo sino a oggi?
Abbiamo sotto agli occhi la “task force” costituita da Sua Emergenza a inizio aprile 2020 per “favorire la ripresa delle attività produttive, anche con modelli organizzativi che garantiscano la sicurezza”, la tanto celebre quanto volatile Commissione presieduta da Vittorio Colao, di cui furono componenti di diritto l'onnipresente Domenico Arcuri (detto “Siringa”) e Angelo Borrelli, capo della protezione civile. Dopo averci ben ponzato, i diciassette taskforzisti consegnarono il “piano”. Finì tra i tanti fascicoli che, fronte inutilmente aggrottata e ciuffo al vento, Conte sfoglia a beneficio dei televedenti e accantona.
Verso la resa dei conti
Adesso siamo al giro di boa. Comunque agisca “il senatore di Scandicci”, i fatti sono ostinati e presenteranno il conto. La verifica non sarà tra Palazzo Chigi (col codazzo di centinaia di esperti nominati dal premier) e i partiti oggi accampati al governo, ma tra le promesse e la realtà. Gli italiani hanno dato e stanno dando una grade prova di lealtà civica. Hanno accettato e subiscono pazientemente limitazioni di libertà costituzionalmente garantite nella convinzione che valga la pena. Però ormai sono al limite della sopportazione. C'è un motivo. Benché da tempo informato della pandemia in corso, quando il 31 gennaio di quest’anno deliberò lo stato di emergenza Conte assicurò che tutto era stato previsto e preparato per fronteggiarla. Invece, va ricordato, non erano disponibili mascherine, camici e tamponi neppure per il personale sanitario. Il governo mascherò le magagne parandosi dietro gli “esperti”, i cui verbali però vennero secretati.Più passarono i mesi, meno risultò credibile. Incalzati dai decreti del presidente del consiglio dei ministri, i famigerati Dcpm messi in discussione da tutti i costituzionalisti e ora demoliti con la sentenza del 16 dicembre emessa dal Tribunale civile di Roma, saponi solidi e liquidi a parte, gli italiani (che sono tra i popoli più puliti d'Europa) ricorsero al “fai da te”, fiduciosi che anche il governo facesse la sua parte. Ma questa ancora non si vede: è mascherata sotto la pioggia delle limitazioni imposte sino al 7 gennaio 2021.
Un bel dì rivedremo:  ... la scuola...?
In primo luogo la scuola. Quanti docenti saranno in cattedra alla ripresa delle lezioni? A che punto sarà la riformulazione degli orari delle lezioni, con o senza doppi turni, con o senza didattica a distanza, con o senza la possibilità di fare i conti con la prevedibile inclemenza del clima invernale, che in molte regioni sconsiglia di far lezione a finestre aperte: unico modo per “sanificare” l'ambiente messo a punto dalla ministra-preside Azzolina Lucia (leggendaria per i farseschi banchi a rotelle provveduti da Arcuri Domenico)? 
Da quanto al momento si sa, l'organizzazione dei trasporti è quella di un mese e mezzo fa, quando, dopo varie tergiversazioni, gli istituti medi (tranne che per la prima classe) e superiori vennero chiusi. I prefetti, sui quali la ministra il governo ha scaricato il nodo gordiano del raccordo fra afflusso degli allievi e orari delle lezioni, hanno ricevuto risposte pacate ma ferme dal personale dirigente e docente: la scuola non è solo “parcheggio orario” di scolari e allievi. È studio, è una “comunità educante” (si diceva una volta).
Se, come purtroppo prevedibile, l'inizio delle lezioni “in presenza” verrà rinviato all'11 gennaio e poi, con ogni probabilità, nuovamente sospeso per la sopravveniente “terza ondata” (calcolata su quali parametri?) per il governo sarà una disfatta senza appello. A differenza di altre vicende, lasciate correre con beneficio d'inventario,  questa non potrà passare inosservata al Quirinale, il cui titolare fu ministro della Pubblica istruzione.
...e le urne...?
  Il secondo appuntamento incombente è il rinvio del rinnovo delle amministrazioni civiche ormai in scadenza, incluse quelle di città emblematiche quali Roma, Milano, Napoli e Torino. Un sordo tam-tam annuncia da fuori campo che “qualcuno” preferisce rimandare la consultazione perché non si può votare sinché dura la pandemia. L'argomento è del tutto improponibile da parte di un governo che ha portato il Paese alle urne lo scorso 20 settembre, che promette di vaccinare entro fine 2021 e che (come tutti oggi nel mondo) non è in grado di prevedere se e quando il contagio sarà vinto o se ne andrà “per i fatti suoi”, com’è sempre accaduto per tutte le peggiori pestilenze. Si può sospendere la democrazia elettorale a tempo indeterminato? Lo Stato di Israele(ancora una volta un modello di democrazia non solo per l'Asia) a marzo va alle urne, con o senza covid-19, perché se si deve si può. L'Italia che bene o male ancora funziona, sia pure a singhiozzo e malgrado limitazioni scientificamente stolide (la chiusura di bar e ristoranti, di teatri e musei, di circoli culturali e via elencando), è in grado di garantire l'apertura dei seggi, le votazioni e lo spoglio delle schede. Sennò che paese è?
   Ma questa “maggioranza” ha un obiettivo supremo: arrancare sino a quando il Capo dello Stato non può sciogliere le Camere. Il famigerato “semestre bianco” è una delle tante norme che mostrano le “rughe” della nostra Costituzione. Venne concepito settant'anni fa quale argine contro “manovre di palazzo” (ormai insistenti) miranti a insidiare la democrazia parlamentare. Lo scopo ultimo dell'attuale ammucchiata di governo è di svalicare così l'intero 2021 e di eleggere da sé il futuro “inquilino del Quirinale”. Questo intento mette a nudo il modo distorto di intendere il ruolo del Presidente della Repubblica, concepito quale garante di una esigua maggioranza numerica che sopravvive al taglio dei parlamentari da queste stesse deliberato, alla riforma dei collegi elettorali  e alla sua asimmetria rispetto all'elettorato, come evidenziano tutti i sondaggi.
  È bene ricordare, allora, che il Capo dello Stato “rappresenta l'unità nazionale”, non un partito o una coalizione di partiti, né, tanto meno, una raccogliticcia, precaria e caotica congrega di parlamentari destinata comunque a scomparire nelle acque reflue della storia. Il Presidente della Repubblica voluto dalla Costituzione vigente ricalca la figura del Re secondo lo Statuto Albertino: è “il capo supremo dello Stato”. È il “primo magistrato”.
Ingabbiare oggi e per un altro anno ancora la vita politica del Paese in vista dell'elezione del Presidente futuro significa evidenziare l'aspetto deteriore della forma repubblicana dello Stato: l'identificazione del suo “Capo” pro tempore con una o più forze partitiche e quindi la sua subordinazione ad appetiti di parte: altro che i “poteri forti” sbandierati come spauracchio da catto-comunisti e loro soci parimenti liberticidi! Un Capo dello Stato eletto da un’artificiosa maggioranza parlamentare che, secondo tutti i sondaggi, sin dalla sua nascita non rappresenta affatto l'elettorato sarebbe divisivo anziché unificante, quale invece dev’essere. Sarebbe frutto di un colpo di Stato strisciante e ne vulnererebbe la rappresentatività, aprendo una crisi istituzionale senza precedenti. Sino a ora, anche in elezioni molto disputate il Presidente non è mai stato eletto “contro” una parte dell'elettorato ma per garantire le regole istituzionali condivise.
A fronte di questo preoccupante scenario ben venga qualunque iniziativa parlamentare capace di fermare l'attuale congrega al potere, che non è un governo vero, come mostra la penosa faccenda della urgente richiesta del Mes, il cui rinvio alle calende greche evidenzia la pochezza politica del Partito democratico.
Ecco perché, lasciando tra parentesi lo sfortunato La Palisse, è l'ora di un Baiardo, “cavaliere senza macchia e senza paura”, senza dimenticare che quando tra Quattro e Cinquecento, complici i tanti Grajano d'Asti, l'Italia cadde sotto la dominazione straniera, ebbe anch’essa i suoi campioni intrepidi: da Ettore Fieramosca, rievocato nel 1833 da Massimo d'Azeglio in La disfida di Barletta, a Giovanni de' Medici “delle Bande Nere”, a Francesco Ferrucci. Proverà un senatore toscano a emularli? Evitare la crisi di governo oggi, potrebbe generare tra un anno la crisi senza precedenti del regime costituzionale, tante volte paventata dal profetico Marco Pannella. 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Francisco Goya, Rissa a bastonate. Quando manca l'arbitro imparziale, i duellanti si ammazzano di botte, sprofondando nel fango.

ITALIA ALLA CARBONARA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Piero MaroncelliPer stomaci forti
Silvio Pellico (Saluzzo, 1789-Torino, 1854) era di stomaco debole. Chissà se mai gustò una carbonara. E chissà se i carbonari, suoi “buoni cugini”, quand’erano nella foresta, al riparo dai Lupi mannari (venduti al potere, spioni e traditori), cuocevano  una carbonara per l'agape rituale? 
Se ne sa sempre meno. L'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano è da troppo tempo allo sbando. I suoi comitati provinciali tentano di riemergere da tre anni di forzato stallo, nel silenzio del ministro archeologo. Ma ormai nessuno più si occupa di epoche, temi e personaggi che in passato costituivano patrimonio comune dei cittadini sin dall’esame di quinta elementare. Adesso siamo tutti presi dal recovery: chirurgia estetica del debito pubblico spaventoso, profondo rosso per chissà quante generazioni, mentre imperversa il calo demografico e incombe il tramonto dell'Occidente. Di Risorgimento poco o nulla si dice e ancor meno si scrive in questo bicentenario della grande fioritura di “vendite” carbonare  diffuse nel primo trentennio dell'Ottocento da un capo all'altro d'Italia, a cominciare dalla Sicilia. Peccato questo oblio, perché le “società segrete” sono state il sale dei moti per l'indipendenza, la libertà e l'unità nazionale e sono più che mai necessarie oggi per consentire ai cittadini di vivere al riparo dalle quotidiane violazioni dei loro diritti costituzionalmente garantiti da parte di un governo che vivacchia imponendo voti di fiducia ma con credito declinante sia nel Paese, sia all'estero. Come sospirava Mario Monti, un loden addietro, “Ce lo dice l'Europa”: se l'Italia non si dà una mossa non ci resta che la troika, Stella Cometa verso una capanna spazzata da venti tempestosi.
La Costituzione di Cadice e l'Italia
Le società segrete sono state la prima organizzazione unitaria dell'Italia contemporanea, complete di tutto l'armamentario di cui poi si sono dotati partiti politici e sindacati, sino a quando hanno svolto una funzione costruttiva per il progresso scientifico e civile: ricordo del tempo che fu. Quanti iscritti contano oggi partiti e sindacati? Chi li certifica?
Sull'onda del 150° dell' “unità d'Italia” (in realtà era “del regno”)  un decennio addietro molto si parlò di Carboneria. Era anche vicino il bicentenario della costituzione spagnola detta di Cadice perché in quella città andalusa affacciata sull'Atlantico le Cortes elaborarono la Carta che fece da filo conduttore di un trentennio di cospirazioni, moti e insurrezioni liberali dalla periferia (Spagna, Portogallo, Napoli, Sicilia, Piemonte...) verso l'Europa centrale e la sua roccaforte: Vienna, capitale dell'Impero d'Austria, vincitore delle guerre contro Napoleone I, con l'indispensabile aiuto dello zar di Russia, Alessandro I, a conferma che l'Europa di allora era unita dall'Atlantico agli Urali (come diceva De Gaulle) più di quanto sia oggi. La Costituzione di Cadice è la più bella bel mondo: affermò che i cittadini devono essere buoni. Oggi potrebbe “raccomandarlo fortemente” Sua Emergenza Conte Giuseppe con un Dpcm o con un decreto-legge firmato  dal Presidente Mattarella, poi imposto con voto di fiducia.  
Passato quel bicentenario, di costituzionalismo liberale ottocentesco non si parlò più. 
Issato dagli inglesi sul trono di Madrid dopo la cacciata di Giuseppe I Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone I, Fernando VII di Borbone giurò fedeltà alla Costituzione di Cadice, ma solo per il tempo necessario ad afferrare le briglie del potere e a trasformarlo in rullo compressore delle libertà. Appena possibile, la revocò. Nel frattempo l'immenso impero coloniale spagnolo nelle Americhe andò in frantumi, travolto dalle guerre per l'indipendenza, dal Messico di Iturbide all'America meridionale di Simón Bolívar, Miranda e Martí, tutti iniziati a logge lautarine (non massoniche) e benvoluti dai britannici, ai quali non parve vero di veder andare in polvere l'antico impero di Carlo V e di Filippo II e di prenderne il controllo, come nel 1823 sentenziò Monroe, “l'America agli Americani”. Era presto per dirlo, però gli europei si condussero da perfetti imbecilli e spianarono la strada.
“Fernando VII” (era detto “il Desiderato” finché non tornò sul trono) trascurò che non era stato lui a cacciare i francesi, bensì gli spagnoli che per liberarsi dalla tracotanza dei gallici che li trattavano da dominatori anziché da liberatori dettero vita, senza ordini del re, alla prima guerrilla di massa d'Europa. Lo ricordano i celeberrimi quadri di Goya sul “Dos de mayo”. Perciò la Spagna pullulò dell'unica forza di resistenza all'assolutismo di ritorno: le società segrete, popolate di militari, aristocratici, borghesi e anche ecclesiastici,  un mondo ampiamente esplorato da Alberto Gil Novales e da José Antonio Ferrer Benimeli per il versante massonico.
Altrettanto avvenne in Italia dopo l'effimero tentativo di Gioacchino Murat di prendere in mano la “questione nazionale” con la chiamata alle armi contro la restaurazione degli Asburgo, dei Savoia e del papa nell'Italia centro-settentrionale dopo il ritorno di suo cognato Napoleone I a Parigi. Il “proclama di Rimini” (una strizzatina d'occhio a vari “popoli d'Italia” ) fu spazzata via con la sua sconfitta militare, il ripiegamento nel Mezzogiorno, la rovina, il tentato rientro nel regno a Pizzo di Calabria, la sua iniqua fucilazione.
Restaurato a Napoli, Ferdinando di Borbone (da IV retrocesso a I “delle Due Sicilie”: un ceffone ai neoborbonici partenopei che lo rimpiangono), quale erede presuntivo alla corona di Spagna imitò Fernando VII: restaurò l'assolutismo. I sopravvissuti alle stragi anti-liberali di fine Settecento e al nuovo regime liberticida che identificò murattiani e costituzionali come nemici pubblici da annientare suscitò il fronte unico antiborbonico nell'unica forma possibile: la cospirazione settaria.
Nel “Napoletano” già durante l'effimero regno di Giuseppe I e quello, più costruttivo, di Murat prese vigore la Carboneria: un mantello importato da cospiratori francesi, come Joseph Briot, che a loro volta lo avevano preso dalle spalle del Compagnonaggio (completo dei rituali tipici delle corporazioni medievali) e ritagliato per usi politici. Sotto l'identico mantello tornarono attivi i massoni, come documentò Giuseppe Gabrieli nel 1982.
...e il Risorgimento d'Italia
È arduo, ai confini dell'impossibile, sintetizzare la ragnatela del settarismo politico dilagante nell'Italia della Restaurazione. Se ne conoscono bene le organizzazioni via via cadute nelle reti della polizia. Emerge dal lavoro gigantesco degli inquirenti, dai delatori, che stanno ai cospiratori come Satana è accovacciato in grembo a Dio (Antico Testamento, Giobbe,6-12), e dalla corrispondenza tra i governi uniti nella Santa Alleanza, sorta proprio per impedire il ritorno di rivoluzionari, società segrete e “arrières loges” di cui aveva scritto Augustin Barruel nei “Mémoires pour servir à l'histoire du jacobinisme”.
Era l'internazionale della reazione contro quella della rivoluzione. Sotto le ceneri dei regimi crollati in Italia pullularono dunque le “sette segrete” passate in rassegna in opere un tempo famose e oggi dimenticate come Massoneria, Carboneria ed altre società segrete nella storia de Risorgimento del calabrese Oreste Dito (Scalea, 1866- Reggio di Calabria, 1934), pubblicato nel 1905 quale “manifesto” della massoneria social-progressista (e ristampato in anastatica con documenti inediti, Forni, 2008). Vent'anni dopo ne scrisse Giuseppe Leti in Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano, scritto nel 1925 proprio mentre venivano sciolte le logge per incompatibilità con il divieto ai pubblici impiegati di iscriversi ad associazioni “segrete”. Stampato a Genova nel 1926 dalla Libreria Moderna, il libro rimase chiuso nei pacchi. Anni dopo, segretario della Concentrazione antifascista a Parigi, Leti continuava a lamentarsene, non per i quattro spiccioli mancati di “diritti d'autore” ma perché la vera storia d'Italia veniva cancellata dal regime. E oggi?
La carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà
La Carboneria, come la Massoneria, non era “segreta” ma “di segreti”, “à secrets” scrive Pierre-Arnaud Lambet  nel saggio sulla Charbonnerie française, 1821-1823.  La sua esistenza era nota. Non se ne conoscevano però la struttura e i programmi. Anzi, per la verità, questi non erano completamente noti neppure agli affiliati alle sètte. La ragione è semplice. Perseguitati come nemici dei troni e degli altari, i loro adepti erano ripartiti secondo il “grado”. All'origine, in Francia e altrove i carbonari erano apprendisti e maestri, come i massoni erano solo apprendisti e compagni. Questi poi aggiunsero il grado di Maestro, incardinato sulla leggenda di Hiram, l'architetto chiamato da Salomone a edificare il Tempio di Gerusalemme, depositario dei segreti dell'Arte Reale, assassinato per non averli rivelati ai “discepoli” che si affrettarono a occultarne il cadavere sotto un cumulo di terra, dal quale però spuntò un virgulto che svelò l'orrendo misfatto, sintetizzato nella formula di cui molto si sente bisogno mentre il morbo infuria: “la carne lascia le ossa, ma l'Acacia rifiorirà”.
Il complesso intreccio morte/resurrezione è antichissimo. Fu e viene celebrato in forme estreme. Fra le molte spicca il “battesimo” del fedeli del Dio Mitra (da Marco Travaglio spacciato per “Dea Mitra”, forse in ossequio alle pari opportunità). Ne scrisse anche Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, ignorate da chi vive di fatti quotidiani. Senza scannare tori per esserne sommersi dal sangue, a loro volta i carbonari italiani elaborarono l'iniziazione quale trapasso morte/resurrezione aggiungendo ai due gradi originari quello di Grande Eletto, documentato da Saint-Edme (1785-1852) sulla traccia di ampia esplorazione di documenti carbonici.
Le “vendite” carboniche si popolarono di murattiani e antimurattiani, napoleonici e antinapoleonici. Catechismi e simbologia divennero sempre più aggrovigliati e intriganti, perché l'Ordine, ispirato alla figura di Cristo e posto sotto la protezione di San Teobaldo, moltiplicò le paratie stagne tra i diversi livelli di cognizione e di obiettivi ultimi: per alcuni la monarchia costituzionale, per altri la repubblica espressione della volontà generale e per altri ancora il “comunismo”, con radici profonde negli “Illuminati di Baviera” (nei cui templi si erano affacciati Wolfgang Goethe e forse persino l'Amadeus Mozart del Flauto magico). Ma le “vendite” carbonare erano congreghe di quattro gatti? In città come Reggio di Calabria e Messina si contavano migliaia di affiliati, nulla a che vedere con il settarismo elitario del visionario Filippo Buonarroti. “Post fata” lo studiò Alessandro Galante Garrone. Accade di volgersi al passato remoto per comprendere ciò che si è fatto.
Il 1° gennaio 1820 reparti militari comandati da Quiroga e Riego anziché salpare dalla Spagna per reprimere la rivoluzione in corso nelle Americhe insorsero e chiesero il ripristino della Costituzione di Cadice. Impaurito, Fernando VII si piegò. Su loro esempio, il 1° luglio nel regno delle Due Sicilie due tenenti di cavalleria, Michele Moretti e Giuseppe Salvati da Nola si incamminarono verso Napoli inneggiando alla Costituzione di Spagna, con don Menichini per cappellano. Mandato a schiacciarli, Guglielmo Pepe (glorioso allievo della Nunziatella) si unì ai rivoltosi.
Comune denominatore tra i militari e i borghesi come Orazio de Antellis (o de Atellis o De Tellis), che nel Gran Circolo costituzionale di Bologna nel 1796 pronunciava orazioni rivoluzionarie nell'ora della messa domenicale, furono la libertà di parola e di stampa e la laicità dello Stato: capisaldi enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 e diffusi ovunque in Europa nell'età franco-napoleonica. Ferdinando I  di Napoli concesse la Costituzione e giurò che era inviolabile. Altro però gli premeva: la rivoluzione secessionistica e indipendentistica della Sicilia, combattuta e repressa duramente. Dopo il congresso della Santa Alleanza radunato a  Lubiana, ove andò promettendo fede alla parola e tornò spergiuro, dilagò la repressione. Morelli e Salvati furono fucilati, come molti altri. 
Il glorioso 1821: Santorre di Santarosa
Virus inarrestabile, dal Mezzogiorno la rivoluzione costituzionale contagiò il Milanese e il Piemonte. A Milano operava il nucleo culturale incardinato sul conte Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d'Inghilterra durante un viaggio in Gran Bretagna, sul conte Luigi Porro Lambertenghi e su Silvio Pellico, iniziati in carboneria da Piero Pietro Maroncelli, massone e carbonaro, poeta, compositore, genio e sregolatezza, con una vena goliardica che non lo abbandonò neppure durante e dopo la terribile detenzione a Venezia (ove fu incastrato dall'inquisitore Antonio Salvotti, massone pentito) e nella cupa prigione-fortezza dello Spielberg, a Brno, in Moravia. Traditi dal “servizio postale” (i veri cospiratori si confidano solo all'orecchio, perché bene sanno che anche i “pizzini” lasciano traccia), i congiurati furono arrestati, processati, condannati a morte, a eccezione di Porro che, allertato per tempo da Pellico, riparò in Svizzera, come Felice Bossi di cui scrive Franco Ressico nella succosa biografia di Carlo Cadorna (ed. BastogiLibri).
“Spes ultima dea” del costituzionalismo liberale affiorato tra il luglio 1820 e il marzo 1821 fu il regno di Sardegna. Anche lì a guidare il moto furono due militari, entrambi di famiglia aristocratica: il braidese Guglielmo Moffa di Lisio e il saviglianese Santorre di Santarosa, le cui “memorie” (Della rivoluzione piemontese nel 1821)  meritano di esser ristampate nell'opaco bicentenario dell'alba del costituzionalismo italiano. Non erano propriamente carbonari, ma “adelfi”, cioè “fratelli” in una società segreta. Il pronunciamento dette vita a due correnti: in Alessandria fu innalzato il tricolore, con pulsioni repubblicane. Torino (con Cesare Balbo, Roberto d'Azeglio e Giacinto di Collegno) conservò orientamento leale verso la Corona. Per non mancare al giuramento di non concedere mai una costituzione, Vittorio Emanuele I abdicò al trono, a favore del fratello minore, Carlo Felice (come lui senza senza diretto erede al trono, in forza della legge salica vigente nella Casa, ieri come oggi), in quel momento in visita alla figlia e al genero, un Asburgo-Este, duca di Modena e campione dei reazionari. Nominato reggente, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, parente in tredicesimo grado di Carlo Felice, concesse la Costituzione spagnola con due riserve. Anzitutto che venisse approvata dal sovrano. In secondo luogo, che a differenza della costituzione spagnola, la quale ammetteva solo la religione cattolica e vietava ogni altra, confermò la liceità dei culti ammessi nei limiti delle leggi vigenti: a beneficio degli israeliti e dei valdesi. Era stato dragone di Napoleone I e conte dell'Impero...Era il profeta delle libertà costituzionali, come si vide nel 1848-1849.
Carlo Felice non riconobbe affatto la Costituzione. Intimò a Carlo Alberto, “se aveva ancora nelle vene una goccia di sangue dei Savoia”, di recarsi immediatamente a Firenze e lasciò libero corso alla repressione dei “compromessi” nella cospirazione. Questa si concluse con una settantina di condanne a morte. Ne vennero eseguite due: un militare, un docente. Colpirne uno per educarne cento... I più scamparono. Come Santa Rosa che, dopo anni di esilio tra fame e mortificazioni, accorse in difesa della Grecia insorta e morì a Sfacteria  combattendo contro il secolare dominio turco, “che intender non lo può chi non lo prova”.
In quegli anni Silvio Pellico, carbonaro, settario e cospiratore er detenuto allo Spielberg. Usava cifrari segreti, come, con genio precoce, documentò Domenico Chiattone che per studiarlo andò a esplorare gli archivi in Moravia. Ma chi lo ricorda?
In attesa di un Messaggio alle Camere
Eppure quelle antiche storie sono attuali per l'Italia odierna, priva di un governo all'altezza delle crisi imperversanti, come ha deplorato il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E' subissata da leggi, leggine, decreti, ordinanze, transenne, armigeri, vigilanti, gufi impagliati, una normativa caotica che, come nei giochi infantili d'antan, recita: “dire, fare, baciare, lettera, testamento”. A questo punto è decaduta l'Italia. Tra poco il giacobino insperatamente ministro “alla sanità” ci dirà quanti passi possiamo fare al giorno, quanti colpi di tosse, quanti starnuti e altro senza passare per pericoli pubblici. Così non può durare. Per respirare i cittadini debbono chiudersi in cantina o fuggire nei boschi come i Carbonari, comunicare con messaggi di fumo, azzurri, rossi e blu, colori della sètta segreta, o andarsene all'estero in cerca di salvezza, come fecero il carbonaro Giuseppe Mazzini e, a piedi per le cime, Giuseppe Garibaldi in fuga da Genova dopo il fallito moto del 1834. 
Gli italiani sentono forte bisogno di una parola chiara. Ma non da un aruspice quotidiano. Il 18 luglio di centocinquant'anni orsono il Concilio Vaticano stabilì che il papa è infallibile, ma solo quando parla “ex cathedra”, non nei colloqui o nelle “prediche a braccio”. Era il papa-re. Da re poteva sbagliare senza tema di essere contraddetto, perché i capi di stato non sono infallibili. Meno ancora se parlano troppo e su tutto anziché pronunciarsi sullo stato delle Istituzioni. L'Italia di fine 2020 non attende  scontati auguri  per l'anno venturo ma un “messaggio alle Camere” (da tempo un po' animose) previsto dal comma 2 dell'articolo 87 della Carta, debitrice al costituzionalismo liberale di inizio Ottocento, promosso da “società segrete”, senza le quali l'Italia sarebbe ancora solo una “espressione geografica” .   

 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Piero Maroncelli (Forlì, 1785-New York, 1846), massone, carbonaro, patriota.

ITALIA IN ATTESA DI STORIA
VITTORIO EMANUELE III, TRE ANNI DOPO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Dicembre 2020, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.Il Re che venne dal mare
    Tre anni fa arrivò in Italia la salma di Vittorio Emanuele III, sul trono dal 29 luglio 1900 al 9 maggio 1946. Era tumulata nella Chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d'Egitto, ove il re morì il 28 dicembre 1946. Giunse a Vicoforte, in provincia di Cuneo, Vecchio Piemonte, verso le 12 del 17 dicembre 2017, una domenica. Cielo azzurro,  neve abbacinante. Avvolto in tricolore con scudo sabaudo il feretro fu portato a spalle nella Cappella di San Bernardo, cuore del Santuario-Basilica voluto quale Mausoleo della Casa da Carlo Emanuele I, duca di Savoia dal 1580 al 1630. 
    Lo attendeva la salma della consorte, la regina Elena nata principessa del Montenegro, sposata nel 1896, madre di quattro figlie (Jolanda, Mafalda, Giovanna e Maria) e del principe ereditario, Umberto, re dal 9 maggio al 13 giugno 1946.  Rimase sovrano sino alla morte (Ginevra, 18 marzo 1983), perché non riconobbe mai l'avvento della repubblica. Ritenne illegale l'assunzione delle funzioni di Capo dello Stato da parte di Alcide De Gasperi, sorretto da tutto il governo, a eccezione di Leone Cattani. Avrebbe potuto resistere al “gesto rivoluzionario” (come egli scrisse) o al “colpo di stato” (come dissero altri), arroccandosi nel Quirinale o riparando in altra terra del regno oppure protestare e lasciare il suolo patrio, senza riconoscere il “fatto compiuto” né abdicare. Preferì la seconda via per risparmiare una guerra civile a un Paese che ne aveva alle spalle una durata due anni, fidando nella certezza di una “riconciliazione”. 
Lacerata in fazioni che contavano su appoggio militare di potenze ormai con le armi al piede all'indomani della “cortina di Ferro” da Stettino a Trieste, l'Italia era sotto l'incubo del Trattato di pace, che De Gasperi aveva implorato non fosse reso noto perché duramente punitivo nei confronti del contributo dato dal Paese alla vittoria delle Nazioni Unite e della stessa non sempre limpida “guerra partigiana”. Quanto il Trattato fosse inaccettabile venne confermato a Parigi il 10 febbraio 1947, quando il rappresentante di Roma, Antonio Meli Lupi di Soragna, lo firmò con la propria stilografica e impresse sulla ceralacca lo stemma dell'anello di famiglia.
La salma della Regina era giunta a Vicoforte verso le 18 del giorno 15 precedente, recata con un furgone da Montpellier ove la mattina presto il feretro era stato estumulato e deposto in una “custodia” appositamente approntata. Affiancato dal rappresentante della Casa,  nella breve cerimonia di commiato, convocate televisioni, il sindaco d’Oltralpe vi appose una coccarda francese. Alla sua tumulazione presenziarono il Rettore del Santuario, don Meo Bessone, vicario diocesano, il sindaco Valter Roattino, il conte Federico Radicati di Primeglio per Casa Savoia e uno studioso. Nel gennaio 2013, di concerto con la Principessa Maria Gabriella di Savoia, aveva chiesto al vescovo di Mondovì, Luciano Pacomio, teologo e catechista insigne, se le salme dei sovrani che avevano vissuto insieme mezzo secolo e da 65 anni erano sepolte non solo in due città lontane ma addirittura in due diversi continenti potessero essere congiunte proprio nel Mausoleo voluto da Carlo Emanuele I. La risposta era stata affermativa. Era tempo di pietas e di riflessione.
  Diverso progetto era stato coltivato da altri, che per vari motivi non avevano raggiunto lo scopo. Al termine di un lungo iter preparatorio, in quel dicembre di tre anni fa il proposito della Casa fu coronato: traslazione e congiungimento delle salme “in Italia”.
   Come noto, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, approvato dalle Camere il 14 marzo 1861 e all'indomani dell'annessione di Roma, i Re non ebbero nella Capitale una propria “Tomba”, come del resto non ebbero una reggia nuova. Abitarono il Palazzo dei Papi sulla sommità del Quirinale, oggi Presidenza della Repubblica. Alla morte di Vittorio Emanuele II, confortato da monsignor Valerio Anzino, come ha documentato Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio Centrale dello Stato, preoccupazione precipua del governo Depretis, con Francesco Crispi all'Interno (entrambi massoni), fu di dargli degna sepoltura in Roma. Nella Basilica di Superga, sovrastante Torino, riposavano i Re di Sardegna: una storia superata dall'avvento dell'Italia. Perciò le spoglie di Vittorio Emanuele II, morto nel 1878, a soli 58 anni, furono deposte al Pantheon, con l'insegna “Padre della Patria”, anziché “Re d'Italia”, per non esasperare il conflitto con Pio IX che, come i suoi successori sino all'11 febbraio 1929, non riconobbe la debellatio dello Stato Pontificio del 1870 e dal 1860 scomunicò Vittorio Emanuele II, Cavour e tutti i loro ministri e collaboratori.
  Nel 1885, un anno dopo il grande pellegrinaggio nazionale al Pantheon, ebbe inizio la costruzione dell'Altare della Patria,  possibile Mausoleo dei Sovrani. Il Vittoriano, tuttavia, era lontanissimo dal compimento quando Umberto I, scampato a due attentati nel 1879 e nel 1897, fu assassinato a Monza il 20 luglio 1900 a soli 56 anni. Fu sepolto a sua volta al Pantheon, ove nel 1926 lo raggiunse la Regina Margherita. Solo nel 1927 l’Altare della Patria ebbe compimento. Dal 1921, però, vi riposava il Milite Ignoto, simbolo della Vittoria sorta dall'unione sacra tra la Casa regnante e il popolo italiano. 
   Nell'Italia repubblicana quale poteva dunque essere il luogo propizio per congiungere le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena? Qualunque lembo dell'Italia che nel 1924, con l'annessione di Fiume, conseguì la quasi completa coincidenza dei suoi confini statuali con quelli geografici, pur senza Corsica, ceduta alla Francia dalla repubblica di Genova nel 1768, Malta occupata dagli Inglesi nel 1798, e contea di Nizza, ceduta alla Francia sin dagli accordi di Plombières tra Cavour e Napoleone III (1858) con trasferimento legittimato da plebiscito nel 1860.
Vicoforte era uno dei tanti luoghi possibili, appunto; ma aveva il pregio di essere originariamente proprio un mausoleo sabaudo, nel cuore della Provincia Granda che i Savoia vivevano quale  seconda “culla” della Casa, tanto che Vittorio Emanuele III scelse il castello di Racconigi per la nascita del principe ereditario (1904) e da lì andava a vegliare i poderi modello avviati a Pollenzo dal bisnonno Carlo Alberto, morto esule in Portogallo. Per lui e per la regina Elena  era anche la terra di cacce al camoscio, pesca di trote e vacanze serene in decenni di torbidi d'ogni genere e, va aggiunto, di attentati alla loro vita, come quello che il 12 aprile 1928 mancò di poco il bersaglio mentre Vittorio Emanuele III andava a inaugurare la Fiera campionaria di Milano, come soleva fare sin dalla prima edizione. Il tritolo collocato nella base di lampioni di ghisa fece venti morti e decine di feriti. Ma quanti altri attentati vennero progettati e sventati nel tempo...
Funerale di Famiglia per il Capo dello Stato
Cerimonia di Famiglia, tumulazione del 15-17 dicembre 2017 si svolse in forma rigorosamente privata. Quando il 28 dicembre 1947 morì ad Alessandria d'Egitto Vittorio Emanuele III era “cittadino italiano all'estero”: non “in esilio”, dunque, bensì nel pieno esercizio dei diritti civili e politici e con lo status di ex Capo dello Stato e comandante delle forze di terra e di mare, a norma dell'articolo 5 dello Statuto albertino, formalmente vigente sino al 1° gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Nulla di abnorme, quindi, se al trasferimento della salma abbia concorso lo Stato, se attorno al feretro, debitamente ornato, vi fossero Carabinieri e se un caporale della Fanfara della Brigata Taurinense abbia suonato il “Silenzio” mentre il feretro scendeva nell'avello, sul quale sovrasta l'arca con la Stella d'Italia. 
All'arrivo della salma della Regina uno dei presenti disse che per rallegrarsene non è necessario essere monarchici. Basta essere italiani. Era il compimento di un “gesto umanitario”, come fece sapere il Quirinale quando la Principessa Maria Gabriella di Savoia ringraziò il Presidente Sergio Mattarella per aver propiziato la traslazione col riserbo perfettamente compreso dalle decine di giornalisti che la mattina del 17 pazientemente affollarono l'immenso sagrato tra il Santuario di Vicoforte e la Palazzata, identica nei secoli dai tempi di Carlo Emanuele.  
A rito concluso (quod factum est, infectum fieri nequit...), si susseguirono alcune deplorazioni. Con l'opinabile senso di opportunità che ne ha ridotto il consenso dai 10.700.000 del 2-3 giugno 1946 a molti meno, taluni “monarchici” protestarono contro la sepoltura dei Reali in una “chiesetta di campagna” e chiesero l'immediato trasferimento delle salme al Pantheon. Per oscuri motivi altri non le visitarono affatto. Taluno addirittura asserì che bisognava lasciarle dov'erano: forse ultimo appiglio per lagnarsi della Repubblica. 
I conti con la Storia
Sfuggì proprio ciò che invece più avrebbe dovuto contare e conta. La Traslazione doveva far riflettere sul ruolo della monarchia nella storia d'Italia e in specie sulla figura di Vittorio Emanuele III, il “re isolato”. Invece, pronubi stucchevoli polemiche e incomprensibili silenzi, siamo sempre al punto zero. Il 5 dicembre 2020 in risposta a un lettore che domandò quali sarebbero i “meriti” di quel re, sul “Corriere della Sera” - quotidiano che si batté per l'intervento dell'Italia, impreparata, nella Grande Guerra e appoggiò l'avvento di Mussolini – Aldo Cazzullo scrisse che il sovrano bene fece a valersi di Giolitti nel primo Novecento ma, poiché il suo regno non finì nel 1922, ebbe responsabilità successive imperdonabili: il cedimento al fascismo, le leggi razziali, l'alleanza con la Germania e la disastrosa gestione dell'8 settembre 1943.
  In poche righe è impossibile ripercorrere vent'anni e più. Nondimeno va ricordato che il 29 ottobre 1922, mentre in Roma non era ancora entrata alcuna “squadra” fascista e non c'era alcun bisogno di “stato d'assedio”, il Re incaricò Mussolini di formare il governo su parere unanime di politici navigatissimi, industriali, banchieri, massonerie, del partito popolare e della Chiesa cattolica, che aveva già patteggiato intese con il “duce”. Il nuovo governo comprese nazionalisti, liberali, cattolici, democratici sociali, il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera, il filosofo Giovanni Gentile alla Pubblica istruzione, Armando Diaz alla Guerra e il massone Paolo Thaon di Revel alla Marina. Non era affatto un “regime”. A metà novembre venne approvato dalla Camera con favore straripante, ove i fascisti erano appena 37, e dal Senato ove erano 2 su 400. Che cosa poteva fare un re costituzionale? Sciogliere le Camere perché prone a Mussolini? Abolire il diritto di voto perché gli italiani votavano da bestie come ormai pensava Giolitti? Non fu il re ma l'Italia a cedere a Mussolini perché, occhi roteanti come recitasse a fare la faccia feroce, gestacci, ed eccessi d'alcova, ne sintetizzava aspirazioni e frustrazioni, come documenta il  seminario sul “Fascismo magico” organizzato dall'Istituto Storico Politico e Internazionale diretto da Giorgio Galli. Che colpa vi ebbe il re?
Leggi razziali del 1938. Padre Tacchi Venturi S.J. da un decennio metteva in guardia Mussolini dalla piovra giudaico-massonica. In Senato il cattolico Filippo Crispolti chiese solo di “discriminare” i “matrimoni misti” tra cattolici ed ebrei convertiti. Ma ormai la partita era persa. Benedetto Croce non presenziò alla votazione decisiva e nessuno chiese la verifica del numero legale.La legge passò con 150 voti su 400 senatori in carica. Che cosa poteva fare da solo un re costituzionale? Ignave e opportuniste le Camere (una confezionata dal Gran Consiglio del fascismo, l'altra ora succuba ora rassegnata) votavano tutto quello  che Mussolini chiedeva, pretendeva, imponeva. Furono loro ad approvare le leggi razziali. Lì è il punto. Sino a poco prima Vittorio Emanuele III aveva nominato senatori molti ebrei. 
Alleanza con la Germania di Hitler? Fu decisa dal governo e votata dalle Camere, con il nazionalista Federzoni presidente del Senato, che non riuscì a opporsi neppure alla indecente invasione fascista di Palazzo Madama che intimò ai patres il conferimento del grado di Primo Maresciallo dell'Impero a Mussolini e, bontà sua, anche al Re, che da capo delle forze di terra e di mare non ne aveva alcun bisogno.
Quanto all'8 settembre, Cazzullo ammette che il groviglio era tale che Vittorio Emanuele III non può essere imputato della sua gestione non ottimale. Fu però il re l'unico garante dell'armistizio del 3/8 settembre 1943 e della continuità dello Stato d'Italia.
Fu bersaglio della feroce campagna antimonarchica scatenata da Mussolini, prelevato dall'albergo Imperatore al Gran Sasso, trasferito in Germania, issato a capo di uno Stato vassallo della Germania e finito come sappiamo. Ma due anni di contumelie repubblichine contro la monarchia lasciarono il segno. Lo si vide il 2-3 giugno 1946 quando, facendo “saltare i tombini”, tornarono a galla tutti gli odi contro l'unificazione italiana e Casa Savoia rimasti sotto traccia dal 1859-1870 e oltre e, al netto delle migliaia di brogli, decretarono la vittoria della repubblica che dovette alla propaganda antimonarchica della RSI più di quanto abbia ammesso la storiografia, compresa quella di una “destra” più succuba di alleanze elettorali che dedita alla verità.
Anno zero, dunque. Motivo in più per studiare la storia, quella che ancora non passa nei manuali e nei media. Richiederà decenni per essere capita e forse non accadrà mai. Però quella è. Per meglio comprenderla, quando torni la libera circolazione dei cittadini almeno in Italia, val la pena una visita alle Tombe di Vittorio Emanuele III e della regina Elena a Vicoforte. Non hanno alcun bisogno di essere vegliate da “guardie”. Avvolte nel silenzio dicono sommessamente: Hic manebimus optime. Lì, nel silenzio dei secoli, merita raccogliersi in meditazione. Tempo è venuto per il  “cantico nuovo” dell'Apocalisse: non la apologia della monarchia o di un re, ma la storia d'Italia. Quella vera.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Vittorio Emanuele III, il Comandante Supremo Armando Diaz ed Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta. Tempera di Duilio Cambellotti (Roma, 1876-1960), Palazzo del governo di Ragusa. Versatile in arte e nelle propensioni, Cambellotti fece parte della commissione del concorso per l'emblema della Repubblica, vinto due volte da Paolo Paschetto.


ARCHIVIO 2020
ARCHIVIO 2019
ARCHIVIO 2018
ARCHIVIO 2017