Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

ROMA LIBERA, MADRE DELLE GENTI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 Giugno 2024 pagg. 1 e 7.

Quali obiettivi oltre il rombo delle armi?
   Roma, 5 giugno 1944. La “Città Eterna” non era solo la capitale del regno d’Italia ma, appunto, il simbolo universale della civiltà, depositaria del pensiero greco-latino, di duemila anni di cristianesimo e del dualismo gnostico. I suoi monumenti avevano ispirato nei nomi e nello stile la Gran Bretagna del Sei-Settecento e gli Stati Uniti. Nel cuore di Washington, la Casa Bianca e il Campidoglio, sede del Congresso, sono in perfetto stile palladiano. Esprimono l'ambizione della Quarta Roma: dopo quella originaria, Costantinopoli e Mosca, la Terza Roma. Chi guarda al presente memore del passato e con l'occhio alla storia futura non si rallegra per l'assenza della Russia alla rievocazione di una battaglia importante come lo sbarco anglo-americano in Normandia iniziato il 6 giugno di ottant'anni addietro. Anche chi ammira in Napoleone I, “genio del mondo” quale parve ad Hegel, sa che senza Alessandro I Romanov e la tenacia di Kutuzov, principe di Smolensk, la Francia avrebbe dominato a tempo indeterminato l'Europa dall'Atlantico agli Urali e che senza il misticismo dello zar il Congresso di Vienna (1815) non avrebbe assicurato un secolo di pace: vasto mare del “concerto delle grandi potenze”, di quando in quando increspato da “guerre di teatro”, frenate dalla diplomazia prima che i sonnambuli precipitassero l'Europa nella nuova guerra dei Trent'anni (1914-1945).
   Ma quando, nel volgere di due soli giorni (5-6 giugno 1944), giunsero a Roma e sbarcarono in Normandia quale idea dell'Europa, dell'Italia e della Città Eterna avevano gli statunitensi? Che cosa sapevano della monarchia di Savoia che appena settant'anni prima aveva fuso otto Stati in un regno unitario scomunicato dai papi?
   Alle 20.25 del 4 giugno 1944 l'avanguardia dell'8^ armata americana comandata da Marc Clark entrò in Roma da Porta San Paolo, quella l'8-10 settembre 1943 strenuamente difesa contro i tedeschi dai granatieri di Sardegna e da cittadini in armi. Intrapresa l'offensiva da Anzio verso nord, mentre i germanici lasciavano le linee “Hitler” e “Caesar”, il 25 maggio il generale americano si trovò al bivio: puntare a est per intrappolare la 10^ armata tedesca comandata da Vietinghoff costringendo il nemico ad arretrare sulla linea gotica, come previsto dal maresciallo Kesselring sin dall'8 settembre 1943, o dirigersi su Roma. Irrompere nella Città Eterna poche ore prima che gli Alleati iniziassero il gigantesco sbarco in Normandia significava entrare nella storia. Clark optò per Roma. Il 5 la percorse da trionfatore. [...]

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È TEMPO DI CULTURA MEDITERRANEA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 Giugno 2024 pagg. 1 e 7.

  Le onde sono quelle di sempre, ora impetuose, persino rabbiose, ora sommesse. Talvolta il mare è assolutamente piatto. Si coglie appena il fruscio dei flutti che si adagiano lievi sulla riva. Lì, sedendo e mirando l'azzurro delle acque e del cielo, si percepisce il tempo, se ne ode la voce tragicamente uguale nei millenni: alternanza di progressi quotidiani falciati da scorrerie, guerre, devastazioni, pestilenze. Se le Alpi sono “un destino”, come ha magistralmente scritto Paul Guichonnet, altrettanto lo è il mare per la Liguria, una terra aspra, dalle genti indomite dai tempi degli Intimili e degli Ingauni.
   I Romani faticarono secoli a raggiungerla e a soggiogarla. La via Aurelia, una tra le arterie più importanti dell'impero, impiegò quasi tre secoli per allacciare l'Urbe con il confine geografico tra l'Italia e la Provenza. In “Le vie della civiltà” Hermann Schreiber (ed. Odoya) ricorda che due volte il suo tracciato aggirò gli ostacoli naturali, le paludi costiere e l'impervio Appennino del Levante, strapiombante sul mare. La via Aurelia dapprima, con Gaio Aurelio Cotta, dal quale prese nome, si interrò sino a Lucca, per poi recuperare la riva a Luni. Con Emilio Scauro si addentrò sino a Tortona e da lì raggiunse Vado Ligure. All'attuale Ventimiglia arrivò per celebrare la vittoria di Caio Ottaviano sui Liguri con l'erezione del Trofeo delle Alpi a La Turbie, dominante il Forum Julii (Fréjus).
   Augusto stabilì i confini della IX Regio d'Italia, la Liguria. Andava dalla costa alla destra del Po e dal Magra al Varo. L'imperatore aveva una visione chiara e lungimirante del “territorio”: il litorale, che dalla Lunigiana conduce alla Provenza, e il retroterra, che, svalicate le Marittime e gli Appennini, porta alla pianura padana.
   Qual era ed è, dunque, l'identità della Liguria? Quale la sua missione?
   Lo narra il Festival internazionale della Cultura mediterranea in corso a Imperia con la regia di Luciangela Aimo.
[...]

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L'INTERNAZIONALE AZZURRA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 Maggio 2024 pagg. 1 e 6.
L'Italia protesa nel Mediterraneo: la
                          geografia detta la storia. “L'Ospitalità come
                          fondamento di un concetto mediterraneo di
                          Democrazia” è il tema del convegno svolto ieri
                          all'Hotel President di Marsala su iniziativa
                          del Rito Simbolico Italiano, Corpo originario
                          del Grande Oriente d'Italia. Di migrazioni e
                          diritti, di quando non siamo stati per nulla
                          ospitali, dell'indifferenza (e dei suoi
                          correttivi) e del Mediterraneo come esperienza
                          e simbolo di una “universale ospitalità” hanno
                          parlato Raffaele K. Salinari, membro del
                          Consiglio internazionale del Forum sociale
                          mondiale, Marco Cuzzi, docente all'Università
                          Statale di Milano, Antonio Cecere, docente
                          all'Università di Roma “Tor Vergata”,
                          l'avvocato Giovanni Cecconi, già Gran maestro
                          del Rito simbolico italiano e il suo
                          successore, architetto Marziano Pagella. In
                          apertura Alessandro Cecchi Paone, moderatore
                          del convegno, ha affrontato l'interrogativo
                          ineludibile: il Mediterraneo è mare di pace o
                          teatro di guerra? Di sicuro oggi è quanto meno
                          inquieto e la democrazia, nata nell'antica
                          Grecia, è sempre più insidiata. Motivo in più
                          per rinsaldare l'antica Internazionale
                          Azzurra. Sulla rete di logge oltre mare ha
                          scritto Emanuela Locci in “il cammino di
                          Hiram. La Massoneria nell'Impero ottomano”
                          (BastogiLibri) e in “La Massoneria nel
                          Mediterraneo” (Id). La “Storia del Rito
                          Simbolico Italiano, 1859-1925” è di Marco
                          Novarino (ed. Pontecorboli).Garibaldi: contro “neri” e “rossi” libertà e fratellanza.
   Il 14 novembre 1871 a Giorgio Pallavicino Trivulzio, principe, massone, patriota, a lungo imprigionato quale cospiratore, che gli domandava che cosa pensasse dell'Internazionale “rossa” Giuseppe Garibaldi rispose che avrebbe mandato “in gallera” i suoi “archimandriti” se si fossero ostinati a predicare: “Guerra al capitale, la proprietà è un furto, l'eredità un altro furto via dicendo”. Precisò: “Io appartenevo all'Internazionale quando serviva le Repubbliche del Rio Grande (in Brasile) e di Montevideo, cioè molto prima di essersi costituita in Europa tale società”. Era la Massoneria universale, di cui Garibaldi faceva regolarmente parte dal 1844, quando era stato iniziato nella loggia “Les Amis de la Patrie” di Montevideo. Al Congresso della Pace indetto a Ginevra, il 9 settembre 1867 Garibaldi aveva esposto il suo programma: “Tutte le nazioni sono sorelle. La guerra tra loro è impossibile.Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso. I membri del Congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli. La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra”. Nel 1871 propose di istituire nella sua nativa Nizza un Areopago internazionale per la soluzione obbligatoria pattizia delle controversie tra gli Stati.
   Per Garibaldi il cardine della democrazia era la “Massoneria umanitaria”, cui toccava promuovere “la fratellanza dei popoli, non le autonomie, che sono un regresso, massime nelle aspirazioni italiane”. L'Internazionale Azzurra, da Garibaldi contrapposta alla nera e alla rossa, all'epoca aveva una rete di logge persino più estesa dell'odierna. Era presente non solo in Europa ma anche sulla costa meridionale del Mediterraneo, un mare che univa, tanto più dopo il taglio dell'Istmo di Suez, “scorciatoia” tra la Gran Bretagna, l'India e la Cina.
La Vera Luce dal di là del Mare
   Alla sua laboriosa rinascita, tra l'ottobre 1859, quando a Torino fu costituita la loggia “Ausonia”, e la proclamazione del regno d'Italia (14 marzo 1861) la Massoneria contò “officine” sia nel suo territorio, sia oltremare. Quella rete merita una breve panoramica, con dettagli poco noti qui di seguito proposti all'attenzione del lettore paziente. Per comprenderne l'importanza bisogna partire da lontano.
   La Massoneria Italiana tenne la prima assemblea costituente a Torino dal 26 dicembre 1861 al 1° gennaio 1862. Aperta dal grande oratore e reggente interinale Felice Govean, si svolse in sette “tenute”. Elesse Costantino Nigra gran maestro e sedici componenti del Gran consiglio dell'Ordine. Su proposta di Gaetano Cosentini della “Garibaldi” di Livorno, Garibaldi fu proclamato “primo massone d'Italia” con diritto agli onori di gran maestro ovunque si presentasse. Quattro delle ventidue logge presenti a Torino tramite delegati erano d'oltremare: la “Figli scelti di Cartagine e Utica” (Tunisi), la “Eliopolis” del Cairo, la “Iside” e la “Pompeia” di Alessandria d'Egitto.
   Nella prolusione Govean ricordò che sino a tre anni prima “la Massoneria in Italia non esisteva”. Messasi in cerca di altre logge, la “Ausonia” prese contatto con la “Trionfo Ligure” di Genova, all'obbedienza del Grande Oriente di Francia. Iniziò il lungo cammino che condusse all'Assemblea del dicembre 1861. Questa respinse la rivendicazione di priorità cronologica avanzata dal Grande Oriente di Palermo, si proclamò “sola sovrana” in forza della “ricostituzione dell'Italia in Nazione” e prese atto dello scambio di lettere tra Govean e Costantino Nigra, acclamato gran maestro, ma riluttante. Se avesse insistito nel rifiuto della carica, le logge ne sarebbero state informate per eleggere il successore. Il discorso di David Levi su “genesi e principii della Massoneria”, denso di richiami alla fratellanza mediterranea, venne applaudito, ma non fu adottato quale “manifesto” della comunità. Approvata la Costituzione dell'Ordine, Govean indisse la successiva tornata ordinaria, da tenersi il 24 giugno 1863 in Roma, “se questa sarà già libera”, oppure a Firenze. Incaricato d'affari del regno d'Italia a Parigi, in primo tempo Nigra, “allievo” di Camillo Cavour, aveva accettato la nomina ma, preso atto di astensioni e del voto contrario della “Azione e Fede” di Pisa, il 22 novembre 1861 rinunciò alla carica e lo ribadì l'11 dicembre. Alla nascita la Massoneria italiana si trovò dunque senza gran maestro effettivo.
   Le logge d'oltremare rappresentate alla costituente di Torino furono dunque quasi un quinto del totale: un numero significativo anche perché la nuova comunità non contava logge nel Triveneto, in Emilia e nell'Italia meridionale. Ne aveva una sola a Cagliari e una a Messina.
   Alla seconda assemblea del Grande Oriente d'Italia, il 1° marzo 1862, aperta da Carlo Elena, rappresentante anche della “Amicizia” di Livorno, presenziarono 29 delegati, 18 dei quali a nome di altrettante officine (come le logge sono anche dette), e 11 membri del Grande Oriente. Livio Zambeccari, antico patriota e primo gran maestro provvisorio, rappresentò la “Pompeia” di Alessandria d'Egitto, unica loggia d’oltremare partecipe, sia pure “da remoto”. Nell'elezione del gran maestro, il siciliano Filippo Cordova, già ministro nel governo presieduto da Cavour, prevalse per due voti su Garibaldi (15 contro 13).
   Alla terza costituente, celebrata in Firenze dal 1° al 6 agosto 1863 parteciparono 43 logge, cinque delle quali d’oltremare: “Alleanza dei Popoli” del Cairo (rappresentata da Cesare Lunel), “Pompeia” di Alessandria d'Egitto (Benedetto Corcos), “Cartagine e Utica” (Angelo Nissim), “Attilio Regolo” di Tunisi (Giuseppe Morpurgo) e “Italia” di Costantinopoli (Enrico Occhini): tutte solo per delega e in debito nei confronti del Grande Oriente, a conferma della difficoltà delle loro relazioni epistolari e “amministrative” con la madrepatria. L'assemblea chiuse i lavori accettando le dimissioni del gran maestro Cordova e del suo aggiunto Govean ed elesse una commissione di cinque membri (Neri Fortini, Ettore Papini, Giuseppe Dolfi, G. G. Alvisi e Cesare Lunel) incaricata di propiziare l'unificazione della famiglia massonica italiana divisa in riti (lo Scozzese antico e accettato e il Simbolico) e in “corpi” separati.
   All'epoca, oltre al Grande Oriente, in Italia si contavano almeno altre tre comunità massoniche: il Supremo gran consiglio scozzese - Grande Oriente sedente in Palermo, che aveva per gran maestro l'ubiquo Giuseppe Garibaldi; il Grande Oriente napoletano, all'obbedienza della gran madre loggia “La Sebezia” di Napoli, presieduta da Domenico Angherà (Potenzoni Briatico, Catanzaro, 1803-Napoli, 1873), forte di 23 logge, 13 delle quali in Napoli; e il Gran Concistoro o Supremo consiglio centrale di Sicilia, presieduto da Romualdo Trigona principe di Sant'Elia (Palermo,1809-1877), senatore del regno.
   Solitamente ricordato come arciprete, iniziato nella loggia “I Rigeneratori” (Palermo), inseguito da una condanna a morte quale cospiratore ed esule a Malta, lasciato l'abito talare il 10 agosto 1861 Angherà fondò a Napoli la “Sebezia” le cui vicende narrò egli stesso nella Memoria storico-critica sulla società dei fratelli liberi muratori del Grande Oriente Napolitano (1864). La sua comunità rimase attiva e operò a vasto raggio sino alla sua morte. Il 26 marzo 1873 Angherà firmò il brevetto quadrilingue di Cavaliere Kadosch (grado 30°) di Taufisch Pascha, principe ereditario d'Egitto. Nel talvolta polemico Libro del massone italiano (1911) Ulisse Bacci ne scrisse con molto rispetto. Anche il siciliano principe di Sant'Elia intessé rapporti costruttivi massonici con l'oltremare.
   La quarta assemblea del Grande Oriente d'Italia (Firenze, 21-23 maggio 1864) con 45 suffragi su 50 votanti elesse gran maestro Garibaldi, assente ai lavori, e gran maestro provvisorio Francesco De Luca. Tramite delegati, vi parteciparono la “Pompeia” di Alessandria d'Egitto, rappresentata da Orazio Antinori, celebre esploratore e co-fondatore della Società geografica italiana, il Capitolo del Cairo (Raffaello Ascoli), la “Caio Gracco” di Alessandria d'Egitto (Giovanni Martinati), e la “Cartagine e Utica” di Tunisi (Giuseppe Morpurgo). Tra i partecipanti all'assemblea spiccarono Michail Bakunin, elevato da Garibaldi al grado 30° del Rito scozzese, in rappresentanza del Conclave di Firenze, Vittorio Imbriani (“La Libbia d'Oro” di Napoli), il futuro presidente del Consiglio Alessandro Fortis (“Livio Salinatore” di Forlì) e un misterioso n. 1 per la “Fabio Massimo” di Roma, necessariamente “coperta” per sfuggire alla repressione del governo pontificio.
La vasta rete di logge italofone all'estero: del GOI...
   Le successive traversie della famiglia massonica italiana, faticosamente avviata all'unificazione, confermano la costante presenza, almeno nominativa e per delega, di un numero crescente di logge sorte oltremare. Il loro numero crebbe dopo l'apertura del Canale di Suez, il consolidamento della presenza italiana nel Mar Rosso e l'istituzione della sua prima colonia, l'Eritrea, affidata al Governatore civile Ferdinando Martini, massone (ne ha scritto la biografia il rimpianto Guglielmo Adilardi).
   Nel 1891, raggiunta la sovranità su quasi tutte le logge italofone grazie all'energica guida di Adriano Lemmi, il GOI contava una loggia a Massaua (“Cocab-el-Schiarg” di rito scozzese antico e accettato, dopo la demolizione della “Eritrea”), una a Costantinopoli (“Italia Risorta”), una ad Aleppo (“Helbon”; altre cinque, già attive ad Adana, Damasco, Alessandretta, Antiochia e Homs, erano state demolite), due in Egitto (“Il Nilo” a Il Cairo e la “Nuova Pompeia” ad Alessandria d'Egitto; due erano state demolite a Il Cairo). Inoltre ne aveva sette in Romania e una a Belgrado.
   Trent'anni dopo, all'indomani della dichiarazione d’incompatibilità tra logge e iscrizione al partito nazionale fascista (1923: il cui centenario è passato quasi del tutto sotto silenzio in un Paese che pare in preda all'orticaria quando si parla di massoneria), il Grande Oriente d'Italia contava su una robusta presenza al di fuori della madrepatria. Nelle colonie era presente ad Asmara con un triangolo, in Cirenaica (“Dante Alighieri” a Derna e “Cirene” a Bengasi), in Tripolitania (“Italia” a Tripoli e “Lebda” a Homs) e in Somalia (“Vittorio Bòttego” a Mogadiscio). All'obbedienza aveva logge anche nell'Europa orientale (Bulgaria, Macedonia, Romania, Serbia, Turchia, sia a Costantinopoli sia nell'Asia Minore, ad Ankara e Smirne), in Siria e in Cina (“Italia” a Shanghai). Cospicua era inoltre la sua presenza nelle Americhe (Stati Uniti, Argentina, Brasile Ecuador, Perù). Infine contava logge in Egitto (sei ad Alessandria, tre al Il Cairo, una a Suez, due in Marocco e quattro in Tunisia).
   La rete del GOI fiancheggiava quella del corpo diplomatico, delle Camere di commercio, delle imprese e della cultura italiana in tutte le sue istituzioni ed espressioni. Ne è campione l'architetto Ernesto Verrucci Bey (1874-1945) al quale il suo nativo Comune di Force (Ascoli Piceno) dedica un convegno di studi (25 agosto 2024).
… e della Gran Loggia.
   Nel 1910 i componenti del Supremo consiglio di rito scozzese antico e accettato che nel 1908 si erano separati dai confratelli rimasti in seno al Grande Oriente d'Italia istituirono la Serenissima Gran Loggia d'Italia per la Giurisdizione d'Italia e sue Colonie. Il suo sovrano gran commendatore e gran maestro, Saverio Fera, prima che alla promozione di logge oltre mare mirò a consolidare la rete di officine nel regno e a ottenere il riconoscimento da parte dei Supremi consigli esistenti. Nel repertorio dei corpi alle sue dipendenze il 30 settembre 1910 figurano quattro madri logge capitolari in Sicilia, 65 logge, 11 areopaghi, 24 sovrani capitoli e 39 triangoli. In esso compaiono una sola loggia e un capitolo Rosa+Croce in Africa: la “Nilo” al Cairo, con venerabile G. Massiah. Però il Supremo Consiglio “ferano”, contrapposto a quello di Ettore Ferrari, incorporato nel Grande Oriente d'Italia, poteva già vantare il riconoscimento dei Supremi consigli delle Giurisdizioni nord e sud degli USA e di quelli di Canada, Messico, Cile, Argentina, Colombia, Repubblica Dominicana, Paraguay e Guatemala. In Europa esso era riconosciuto dai Supremi consigli di Portogallo, Spagna, Olanda, Grecia e Turchia e da quello del Belgio nella persona dell'autorevole A. de Paepe. Mentre molti Supremi Consigli stavano designando i garanti di amicizia, Fera poteva già dichiarare quelli delle due Giurisdizioni statunitensi (George Fleming Moore per Washington e Samuel C. Lawrence per New York). Negli anni seguenti la Serenissima installò numerose logge oltre mare. Ne contò a Mansura (“La Vittoriosa”), Tunisi (“La Verità”, “Fides” e “Giustizia”), Alessandria d'Egitto (“Italianissima”, “La Serenissima” e “Gerusalemme Liberata”), il Cairo (“Ars et Lux”,  “Memphis”, “Sesostri” e “Humanitas”), Bengasi (“Paolo Sarpi”), Derna (“Cesare Battisti”), Tripoli (“Roma”), Massaua (“Maggiore Toselli”), Asmara (“Hamasien”) e Rom Ombo sul Nilo (“Libertà”, venerabile Emanuele Coglitore, che del secondo dopoguerra fu tra i promotori della rinascita massonica in Italia). Una loggia a Tripoli ebbe per nome distintivo Raoul Palermi, successore di Fera alla guida della Gran Loggia. Non fu l'unica a prendere per insegna un vivente (la loggia di Pergine fu intitolata “Benito Mussolini”) o a un evento politico, come il “XXX ottobre” per una loggia di Fiume e il XXVIII ottobre (1922) per quella di Este.
Tensioni e rivendicazioni in cerca della Massoneria “umanistica”.   
   Le tensioni tra i vertici delle due comunità liberomuratorie si ripercossero sui rapporti tra le logge sia nei confini nazionali sia nelle colonie italiane e all'estero. Talvolta esse si aggiunsero a quelle con logge straniere, specie francesi.
   Sulle logge italiane oltre mare le fonti sono esigue rispetto al loro numero e alla loro lunga durata. La “Rivista massonica”, organo ufficioso del Grande Oriente d'Italia diretto da Ulisse Bacci, suo direttore e proprietario, pubblicò saltuariamente informazioni su speciali cerimonie o in occasione di visite di alti dignitari del GOI nelle logge d'Oltremare o di ricevimento in patria di fratelli attivi in terre lontane. Nei rapporti, talvolta anche bellici, con le “civiltà” extraeuropee gli italiani si condussero prevalentemente per cognizione e con coscienza. Ne sono esempi il maggiore Pietro Toselli, che fece allestire una moschea per i militari eritrei musulmani ai suoi ordini, e il generale Giovanni d'Ameglio, massone, che impartì severe istruzioni di rispetto per la fede e i costumi delle popolazioni della “Libia”.
   Tra le logge italiane d'oltre mare si verificarono spesso tensioni con quelle di altre Comunità massoniche in espansione negli stessi territori di loro insediamento, a cominciare da quelle all'obbedienza della Gran Loggia e del Grande Oriente di Francia. A volte interessi “profani” aggrovigliarono quelli liberomuratòri, quando strettamente subordinati alle mire preminenti dei rispettivi governi politici. S'aggiunsero anche difficoltà con le congregazioni missionarie cattoliche e con emissari di confessioni protestanti.
   I “malintesi” tra italofoni e francofoni trovarono via via composizione con accordi fraterni. Più difficile fu il rapporto con la Gran Loggia Unita d'Inghilterra, da molti considerata depositaria di legittimità e regolarità, e con Grandi Logge degli Stati Uniti d'America. Ne dette conto una Dichiarazione pubblicata nel 1920 nella “Rivista massonica”. Nessuno aveva mosso riserve alla costituzione di logge del GOI in Egitto, Tunisia, ex impero ottomano, Argentina, ma ne erano insorte per quelle installate in Brasile, e Perù, ove non erano accettate come “regolari”. Era il caso della “Silvano Lemmi” di Botucatù. “Roma” non esitò a scrivere: “Quali sono le cause che inducono alcune delle Grandi Logge degli Stati Uniti ad un atteggiamento così poco fraterno, potremmo dire altezzoso e scortese verso il GOI? La Massoneria anglo-sassone ritiene evidentemente che la Massoneria italiana anzi la Massoneria dei Paesi latini siasi allontanata dagli antichi ed austeri principi dell'Ordine, perché non si limita a lavori ritualistici e di beneficenza, ma si occupa anche di altre questioni che interessano la libertà politiche, la libertà del pensiero e della coscienza, la elevazione degli spiriti verso le più alte concezioni ed affermazioni della civiltà umana e della giustizia sociale”. Chi era in “stridente antitesi col concetto eminentemente massonico di una fratellanza internazionale”? “La giurisdizione di una Potenza massonica – dichiarò ufficialmente il GOI – non può essere determinata dai confini politici, ma dalla effettiva estensione della nazionalità, e pertanto non viola alcuna giurisdizione territoriale la Potenza Massonica che accoglie sotto le sue ali i Fratelli lontani dalla Patria, se non offendendo ogni più sacro principio di umanità e di giustizia”.
   Il Mediterraneo, ma non esso solo, era dunque il “teatro” nel quale i landmarks liberomuratòri dovevano mostrare la loro effettiva “verità”: l'umanesimo. All'“estero” molti preferirono non vedere e non capire che nazionalità e fratellanza dei popoli erano compatibili e che se non fosse stato consentito alle logge di farsene custodi sarebbero sopraggiunti i nazionalisti, nemici della coesistenza pacifica.
Aldo A.Mola


DIDASCALIA:
L'Italia protesa nel Mediterraneo: la geografia detta la storia. “L'Ospitalità come fondamento di un concetto mediterraneo di Democrazia” è il tema del convegno svolto ieri all'Hotel President di Marsala su iniziativa del Rito Simbolico Italiano, Corpo originario del Grande Oriente d'Italia. Di migrazioni e diritti, di quando non siamo stati per nulla ospitali, dell'indifferenza (e dei suoi correttivi) e del Mediterraneo come esperienza e simbolo di una “universale ospitalità” hanno parlato Raffaele K. Salinari, membro del Consiglio internazionale del Forum sociale mondiale, Marco Cuzzi, docente all'Università Statale di Milano, Antonio Cecere, docente all'Università di Roma “Tor Vergata”, l'avvocato Giovanni Cecconi, già Gran maestro del Rito simbolico italiano e il suo successore, architetto Marziano Pagella. In apertura Alessandro Cecchi Paone, moderatore del convegno, ha affrontato l'interrogativo ineludibile: il Mediterraneo è mare di pace o teatro di guerra? Di sicuro oggi è quanto meno inquieto e la democrazia, nata nell'antica Grecia, è sempre più insidiata. Motivo in più per rinsaldare l'antica Internazionale Azzurra. Sulla rete di logge oltre mare ha scritto Emanuela Locci in “il cammino di Hiram. La Massoneria nell'Impero ottomano” (BastogiLibri) e in “La Massoneria nel Mediterraneo” (Id). La “Storia del Rito Simbolico Italiano, 1859-1925” è di Marco Novarino (ed. Pontecorboli).
 
QUANDO IL PARLAMENTO REGALO' L'ITALIA A MUSSOLINI

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Maggio 2024 pagg. 1 e 6.
Una “giornata particolare”
DIDASCALIA: Copertina
                                dell'introvabile “La monarchia e il
                                fascismo” del saggista Mario Viana
                                (Candelo, 1883-Roma, 1976). Genero di
                                Angelo Annaratone, prefetto giolittiano
                                e massone, Viana fu nominato da Umberto
                                II membro della Consulta dei senatori
                                del Regno. Con l'ultimo grande
                                presidente onorario dell'UMI, Sergio
                                Boschiero (Breganze,1936-Colleferro,
                                2015), ne programmammo la ristampa
                                anastatica.   Il 21 luglio 1923 non figura tra le “giornate particolari”. Eppure quel giorno, nell'Aula “sorda e grigia” della Camera dei deputati, venne decisa la storia d'Italia. La “narrazione” privilegia eventi clamorosi. A volte li inventa. È il caso del 28 ottobre 1922, giorno fatidico della “marcia su Roma”, che si ridusse alla sfilata di 25.000 squadristi da Piazza del Popolo alla Stazione Termini, dove sessanta treni li riportarono alle loro terre, stanchi ma non del tutto soddisfatti. Non era il 28 ma il 31 ottobre 1922. Il governo Mussolini era già insediato. Il IV novembre il Re rese omaggio al Milite Ignoto all'Altare della Patria e partì per San Rossore (Pisa). Il Paese era tranquillo.
   Mitologie a parte, la Storia, quella vera, quella che “pesa”, procede a passi felpati. Chi potrebbe fermarla o deviarne il corso spesso le lascia il varco e risulta persino assente ingiustificato. Come accadde quel 21 luglio 1923. Quella, sì, una “giornata particolare”.
   Per comprendere quanto avvenne e le sue ripercussioni sul ventennio seguente occorre fare un passo all'indietro. Un mese dopo l'insediamento alla presidenza del Consiglio, Benito Mussolini fece trapelare le sue intenzioni tramite un dispaccio diramato dall'“Agenzia Italiana” il 6 dicembre 1922. Ottenuta la fiducia dalle Camere, il governo progettava di sostituire il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti con un premio di maggioranza alla lista più votata. Mussolini, però, era consapevole di non avere la forza numerica per farlo. Il Partito nazionale fascista (PNF) contava appena 36 deputati su 535. Sommando i nazionalisti (come poi avvenne a metà febbraio 1923, previa dichiarazione d’incompatibilità tra fascismo e massoneria) ne sarebbe sorto un gruppo di 50 deputati. Del tutto insufficiente. Il duce tentò allora un'altra via. Se lo avesse proposto alla Camera, il progetto avrebbe suscitato «un dibattito alimentato da interessi particolari ed individuali, mettendo in chiara luce l'impossibilità di una serena e disinteressata discussione parlamentare». Mussolini sperò allora di imporre la riforma per decreto reale, ma Vittorio Emanuele III, re costituzionale, rifiutò. Dovette quindi presentare un disegno di legge col rischio di rimanere soccombente in Aula. Esso fu approntato da Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, massone. Ma la sua elaborazione richiese tempo perché, come emerse da una seduta del Gran Consiglio del fascismo il 17 marzo 1923, molti “ras”, come Roberto Farinacci, propendevano per il ritorno ai collegi uninominali, in vigore sino al 1913: più sicuri per essere eletti sulla base del controllo del territorio, ormai militarizzato tramite le “squadre”.
   Il 26 aprile il Gran Consiglio approvò a maggioranza un «sistema maggioritario a più vaste circoscrizioni elettorali, secondo cui la lista che otterrà il maggior numero di voti rispetto alle altre sia dichiarata eletta per intero, ed i posti residuali ripartiti proporzionatamente fra le altre liste». Il Gran Consiglio non indicò la soglia che la lista prevalente doveva raggiungere, né la quota di seggi che le sarebbe stata riservata. Meglio tenere le carte coperte per non allarmare partiti e opinione pubblica, del resto assai ristretta perché la stragrande maggioranza degli italiani aveva altre urgenze.
   Il 9 giugno Mussolini presentò alla Camera la legge elettorale maggioritaria, “madre di tutte le riforme”. Accantonata la “questione istituzionale” e messa la sordina ai propositi di assalto al Senato, di nomina regia e vitalizio, il duce mirò a ottenere un’investitura diretta dagli elettori. Su quella base avrebbe potuto confrontarsi con il Re da una posizione più forte. Sarebbe stato espressione della “volontà nazionale”, del “Popolo d'Italia”, insegna del quotidiano da lui fondato all'uscita dal partito socialista grazie a un robusto finanziamento da parte del Grande Oriente di Francia, che aveva bisogno di un movimento “socialista” italiano a favore dell'intervento in guerra, osteggiato dal PSI, poi arroccato sull’inconcludente formula “né aderire, né sabotare”. Il 30 ottobre 1922, secondo la leggenda, Mussolini aveva dichiarato al Re che gli portava l'“Italia di Vittorio Veneto”. Ora doveva dimostrare che gli italiani approvavano l'esercizio dei pieni poteri da lui chiesti e concessi dalle Camere per riformare la pubblica amministrazione, negati a Giolitti nel suo quinto e ultimo governo (1920-1921).
La Commissione dei diciotto
   Secondo la prassi, la Camera, presieduta dal liberale napoletano Enrico De Nicola, nominò una commissione di diciotto membri per l'esame preliminare del disegno di legge. Ne fecero parte rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, compresi quattro ex presidenti del Consiglio, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi e l'ottantunenne Giolitti, al quale fu conferita la presidenza. I gruppi fiancheggiatori e di opposizione furono rappresentati ai massimi livelli: De Gasperi e Micheli per il partito popolare, Turati per i socialisti unitari, Lazzari per i massimalisti, Graziadei per i comunisti. I fascisti vi comparvero con un paio di deputati, Paulucci e Terzaghi, supportati dal filofascista e massonofago Paolo Orano. I suoi travagli narrati  in “Massoneria e fascismo” (ed. anastatica Forni) da Michele Terzaghi, che il 31 ottobre 1922 aveva rifiutato la nomina a sottosegretario alle Poste (si aspettava di meglio, poi finì al confino di polizia).  
   Nell'impossibilità di immediato ripristino dei collegi uninominali, Giolitti aveva l'ossessione di spazzare via la “maledetta proporzionale” per assicurare all'Italia un governo stabile perché numericamente forte: una sorta di dittatura parlamentare provvisoria. Ma fino a quando sarebbe durata? Giunto al potere per voto popolare, il “dittatore” si sarebbe rassegnato a deporre il fascio littorio o ne avrebbe estratto la scure? Erano in tanti a domandarselo. Come ricorda Gianpaolo Romanato in “Giacomo Matteotti: un italiano diverso”, ed. Bompiani), in un colloquio con Matteotti (che invano gli propose di iscriversi al PSU) Gaetano Salvemini prospettò i nomi di possibili ministri di un “governo di garanzia”: lui stesso, Giovanni Amendola, Luigi Albertini, don Sturzo, il socialista Bruno Buozzi, il cattolico Filippo Meda e il generale Pietro Badoglio, di cui si diceva che se nel 1922 gli avessero chiesto di sbaragliare gli squadristi “manu militari” lo avrebbe fatto.
Le ipotesi erano tante, a volte fiabesche e sempre più lontane dalla realtà. Inondavano giornali e riviste, letture di nicchia per addetti ai lavori, lontani dalla generalità dei cittadini alle prese con disoccupazione e distanza crescente tra stipendi, salari e costo della vita.
   La “legge Acerbo”, come il disegno di legge fu subito detto dal nome del suo proponente, venne discussa a lungo nella “Commissione dei Diciotto”. Mentre i tre esponenti delle sinistre furono sempre per il “no”, il popolare De Gasperi propose di elevare dal 25% al 40% la soglia oltre la quale il partito prevalente avrebbe ottenuto il premio di maggioranza e di ridurre quest’ultimo da due terzi a tre quinti dei seggi. Trattare voleva dire accettare, almeno “in linea di massima”, come Abramo con Dio nel Vecchio Testamento. Fiutata la vittoria per le divergenze e la debolezza delle opposizioni, la maggioranza (fascisti e “liberali”) si irrigidì. Il testo fu mandato in Aula con poche varianti rispetto all'originale.
Un'esigua minoranza divenne maggioranza schiacciante
   L’obiettivo della legge era semplice: la minoranza più forte ha diritto di governare da sola
il Paese. A Monte Citorio le opposizioni si mostrarono blande. Per i socialisti parlò Turati, che divagò. I popolari Gronchi e Cingolani, più pragmatici, riproposero l'elevazione della soglia premiale al 40% e il conferimento dei tre quinti dei seggi anziché i due terzi, ma confermarono la collaborazione col governo, sia pure “piena di sottintesi” come osservò ironicamente Mussolini.
   Il 21 luglio 1923, per evitare rischi e contraddicendo le dichiarazioni della vigilia, il duce pose la questione di fiducia sull'ordine del giorno presentato dal conte e avvocato Ignazio Larussa, eletto nella circoscrizione Calabria e Basilicata nella lista di Democrazia liberale ma ormai in marcia verso il PNF. A Roma il caldo era opprimente. L'Aula era soffocante. Mentre il 16 precedente, per il voto sulla fiducia sugli articoli, si erano contati 450 presenti, nella seduta decisiva, se ne presentarono appena 346 su 535. Erano chiamati a votare la proposta di Ivanoe Bonomi di elevare la soglia dal 25 al 33%, che fu sconfitta. Sulla legge Acerbo ancora una volta Mussolini chiese  pose la questione di fiducia. Il governo rischiava tutto. La votazione era segreta. Il risultato fu inappellabile. Il governo ottenne 223 voti contro 123. Prevalse col favore del 40% dei deputati in carica, una minoranza: nazionalfascisti, liberali di varia osservanza, popolari ormai liberi da don Sturzo. Elenco dei presenti alla mano, risulta che almeno 40 dei 100 deputati del partito popolare, in parte contrari alla legge, furono assenti. Ma ancora più clamorosa risulta l'assenza ingiustificata dei socialisti, sia massimalisti, sia del Partito socialista unitario capitanato da Matteotti.
   Turati scrisse sconsolato alla compagna, Anna Kuliscioff, da decenni Ninfa Egeria del socialismo italiano: «Dei nostri ne mancarono 30 o 40, il che significa che siamo stati noi a dare la vittoria al fascismo». Quel 21 luglio 1923 fu la Camera o, più esattamente, l'“opposizione”, a regalare a Mussolini vent'anni di governo. Da quel giorno la sorte dell'Italia fu segnata. Il partito che avesse avuto un quarto dei voti validi avrebbe ottenuto due terzi dei seggi. Il futuro capo del governo avrebbe avuto un’investitura mai vista nella storia d'Italia. Avrebbe potuto ergersi ad “alter ego” rispetto al Re.
   Il 13 novembre 1923 il Senato approvò la legge Acerbo con 165 voti contro 41. L'esito era scontato. Interpellato sulle prospettive politiche del Paese il 27 ottobre Benedetto Croce, senatore e già ministro della Pubblica istruzione, dichiarò «non esiste ora un questione di liberalismo e di fascismo, ma solo una questione di forze politiche. Dove sono le forze che possano, ora, fronteggiare o prendere la successione del governo? Io non le vedo. Noto invece grande paura di un eventuale ritorno all'anarchia del 1922. Per un tale effetto nessuno che abbia senno augura un cambiamento. Se i liberali non hanno avuto la forza e la virtù di salvare essi l'Italia dall'anarchia in cui si dibatteva, debbono dolersi di sé medesimi, recitare il “mea culpa” e intanto accettare e riconoscere il bene da qualunque parte sia sorto e prepararsi per l'avvenire. Questo è il loro dovere». Più fatalismo che storicismo. Per far capire che le cose non erano come le vedeva il “filosofo”, i fascisti devastarono l'abitazione di Francesco Saverio Nitti, due volte presidente del Consiglio e non rassegnato al “sistema Mussolini”. Anche l'Associazione Nazionale Combattenti (meritevole di un esame specifico) si allineò alle posizioni del governo. Un “Partito mazziniano” pubblicò un manifesto in cui ricordò la “follia demagogica” che infuriava in Italia prima dell'avvento di Mussolini. Il duce compì un periplo nelle maggiori città dell'Italia settentrionale, accolto da bene orchestrate manifestazioni di giubilo. Piero Gobetti annotò: «Il recente tentativo di creare il mussolinismo accanto al fascismo è stata la prova più pietosa della mancanza di dignità degli italiani non fascisti. La gara nel servilismo non poteva svelarsi più ripugnante.» E mise in guardia dal «nuovo domatore e dalle sue capacità di non tener fede ai patti, di guadagnare la popolarità ad ogni costo, di asservire abbagliando e lusingando».
   In Senato si susseguì un coro di plausi. L'unico nettamente contrario fu Mario Abbiate. Con parole profetiche e attualissime ammonì: «Viene meno con la riforma il governo parlamentare e neppure si fa ritorno al governo costituzionale di scelta del Re. La designazione del governo si trasferisce dal Parlamento ai comitati elettorali, sostenuti da una minoranza degli elettori che può essere del 25% dei votanti corrispondente al 16% degli iscritti [cioè degli elettori, NdA]. La scelta della Corona, che può essere moderatrice ed arbitra tra i vari partiti, viene effettivamente annullata. Il malcostume parlamentare viene aggravato dal malcostume dei partiti.»

E alla fine anche il liberale Giolitti disse “no” al regime
   La Camera fu sciolta per decreto reale il 25 gennaio 1924. Le elezioni furono indette per il 6 aprile. Ai blocchi di partenza i pochi partiti strutturati (comunisti, repubblicani, socialisti massimalisti e le minoranze germanofone e slavofone, la cui corposa presenza mostrava che lo Stato d'Italia non era “nazione”, come oggi enfaticamente qualcuno dice) strinsero le file e si prepararono alla gara. Il Partito socialista unitario mostrò la sua doppia anima: quella intransigente di Matteotti e quella che ricordava l'imperatore Adriano (117-134 d.Cr.): “animula vagula, blandula, pallidula...”, incline a trattative. Mussolini incaricò cinque fascisti di allestire la Lista nazionale. Il suo motore fu Cesare Rossi, della Gran Loggia d'Italia. In poche settimane vennero intruppati ex popolari, democratici, demosociali, liberali, agnostici, agrari, industriali, “intellettuali” (brutta parola per peggiore cosa, diceva Carducci) ed esponenti della società civile disposti a dare una mano e a ricevere il guiderdone della medaglietta parlamentare con prebende annesse. Il carro del presumibile vincitore si riempì all'inverosimile. Vi salirono anche Salandra, Orlando e il presidente della Camera, De Nicola. Poiché quando si sa di compiere un errore, se ne addossano le responsabilità ad altri Orlando disse: «La verità è che quando il fascismo arrivò al governo, delle antiche istituzioni parlamentari non rimaneva più che l'apparenza esteriore. Nella sostanza esse erano state distrutte, e vi si era sostituito una specie di direttorio, composto da delegati di gruppo, cioè la più anarchica tra tutte le forme di governo. Il fascismo riconsacrò l'idea di Patria e restaurò l'autorità dello Stato.» De Nicola aggiunse: «Il fascismo sorse come protesta contro un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale, s'affermò e vinse come protesta contro un eccesso di instabilità e di atonia dei governi. Il senso e l'intuito del Capo dello Stato risparmiarono una guerra civile, le cui conseguenze sarebbero state gravissime…»
   Giolitti si tenne alla larga dalla Lista nazionale e ne organizzò una, schiettamente liberale, presente in tre circoscrizioni, come voleva la legge. Un'altra, simile, fu allestita dal suo ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Camillo Corradini. Concorrevano a ottenere una sia pure minima parte dei seggi che le opposizioni si sarebbero spartiti. Briciole condannate a fare da mosche cocchiere del futuro governo di larghissima maggioranza dominato dal duce del fascismo. Nel discorso pronunciato il 16 marzo 1924 a Dronero, cuore del suo antico collegio uninominale, Giolitti spiegò l'azione politica svolta dal 1919 e delineò il programma venturo. Come già aveva sentenziato all'indomani dell'insediamento di Mussolini, la Camera aveva il governo che si meritava. Non aveva saputo darselo in varie crisi e il Paese se lo era dato da sé. Sorto al di fuori dell'orbita parlamentare era stato riportato dal Re nei binari della legalità costituzionale. A fronte della legge elettorale, la cui formazione rivendicò come presidente della Commissione dei Diciotto, il partito liberale doveva concorrere ad assicurare pace europea, autorità dello Stato, tranquillità interna, fondata sul consenso di tutte le classi sociali, specialmente delle più numerose, e solidità dell'economia nazionale, perché «le competizioni più gravi fra i popoli civili si combattono oggi nel campo economico e finanziario». Perciò occorreva tagliare drasticamente le spese non necessarie e restaurare il bilancio statale. “Nihil sub sole novi”... Chiuse con l'appello a tener vivo almeno in Piemonte il partito di Cavour, Azeglio, Rattazzi, Lanza, Sella «e di centinaia di altri grandi patrioti» che avevano fatto l’Italia. I liberali dovevano salvare lo Stato da chi aveva reso impossibile la normale funzione del Parlamento: i “rossi” e i “neri”, socialcomunisti e popolari, capitanati del “prete intrigante”. Era il canto del cigno di un liberalismo nato europeo e arricchito dagli esuli politici accorsi in Piemonte da tutta Italia.
   Affrontata la lotta da solo, «forte dei suoi ideali, delle sue tradizioni, del suo programma, mantenendo intera la sua indipendenza», il 6 aprile il partito giolittiano ottenne 4 seggi su 535. Pochini. Contrariamente al credito da lui tributatogli, il fascismo trionfante non attuò affatto il principio “ne cives ad arma veniant”. La campagna elettorale fu costellata di morti, feriti, brogli. Il 10 giugno il segretario del PSU, Matteotti fu rapito. Morì vittima di omicidio verosimilmente non premeditato: non crimine comune, comunque, ma delitto politico. Anche dopo quello scempio tanti liberali continuarono a votare a favore del governo. Giolitti passò finalmente all'opposizione il 24 novembre 1924. Croce salì sull'Aventino degli studi. Il 16 marzo 1928 Giolitti votò contro la legge elettorale che affidò al Gran Consiglio la composizione della lista dei candidati alla Camera, da approvare o respingere in blocco: ratifica del regime di partito unico, che segnò il decisivo distacco dallo Statuto. Morì il 17 luglio seguente sussurrando: «Non così presto…». Valeva anche per il tramonto dell'Italia liberale, travolta dalle leggi fascistissime (bavaglio alla stampa, scioglimento della massoneria, ripristino della pena di morte, divieto delle opposizioni politiche e culturali...), che non furono solo un male in sé ma costituirono le basi della successiva catastrofica alleanza con la Germania di Hitler, delle leggi razziali e della negazione del Risorgimento liberale, europeo e monarchico. Così venne imboccato il tunnel che, passo dopo passo, condusse alla Repubblica sociale italiana, approdo ultimo del voto del 21 luglio 1923: davvero una “giornata particolare”, quest’ultima, germe del fratricidio permanente. Data da segnare “nigro lapillo”.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Copertina dell'introvabile “La monarchia e il fascismo” del saggista Mario Viana (Candelo, 1883-Roma, 1976). Genero di Angelo Annaratone, prefetto giolittiano e massone, Viana fu nominato da Umberto II membro della Consulta dei senatori del Regno. Con l'ultimo grande presidente onorario dell'UMI, Sergio Boschiero (Breganze,1936-Colleferro, 2015), ne programmammo la ristampa anastatica.
 

EUROPA. L'ORA DELLE SCELTE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 Maggio 2024 pagg. 1 e 7.
DAI COGNOMI AGLI IDEOGRAMMI
“Detto” non si dice di chi ha un nome ma di chi, non avendolo, appunto viene “detto”. Il “nome” degrada a “nomignolo”, come il manzoniano Lorenzo, che “tutti lo chiamavan Renzo”. Così, mentre imperversano le abbreviazioni, la neo-stenografia manda in soffitta la scrittura. Guglielmo diviene Gug, Giuseppe è Gius, Berto sta per Roberto, Gio per Giovanni, Alessandro è Ale e via continuando, con tutte le deformazioni dialettali e familiari, maschili e femminili, sempre più frequentemente suggellate dalla “y” finale. Sicché Rosa diviene Rosy, Giuseppina Giusy e via semplificando. Non è lontano il tempo nel quale anche i nomignoli oggi imperversanti saranno sostituiti da ideogrammi, già in agguato. A suggerirli sono gli stessi protagonisti della vita pubblica. Una veggente dalle pupille spiritate ha recentemente pensato di riprodurre sulla tessera del partito non il volto ma solo gli occhi di un suo remoto (e tanto da lei diverso) predecessore. A sua volta Ella o Elly che dir si voglia potrebbe essere proposta non con nome, cognome e faccia ma solo come un paio d'occhiali su una fronte inutilmente spaziosa, a sconforto di chi non la vide arrivare. Un'aspirante al liberatorio seggio di europarlamentare potrebbe essere rappresentata con un tratto di catena. Un'altra candidata potrebbe figurare solo con una smorfietta, data la sua versatilità mimica, anziché chiusa in una divisa blù dai bottoni dorati, tipica dei portiere d'albergo. Anche i maschietti potrebbero essere raffigurati con ideogrammi allusivi: un costume da bagno e un bicchiere; una pochette sporgente da un lembo di giacca, una camicia aperta sul petto villoso... Gli elettori, siamo certi, troverebbero attrattivi questi richiami da settimana enigmistica. Nell'atmosfera raccolta della “gabina” elettorale sciogliere il rebus per individuare il candidato preferito riuscirebbe molto più divertente di quanto oggi risulti raccapezzarsi nella moltitudine di contrassegni e suggestioni accattivanti. Pubblicità ingannevole? Non esageriamo, né drammatizziamo. Gli specialisti di flussi e afflussi dicono che “così va il mondo”.
 

COME ERA L'ITALIA NELL'APRILE DEL 1944?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 Aprile 2024 pagg. 1 e 7.
CHI POSE LE BASI PER IL RITORNO ALLADEMOCRAZIA?

A ridosso dello scorso 25 aprile è stato detto che a porre le basi per il ritorno della democrazia in Italia fu la Resistenza. Va ricordato che essa non è sinonimo di “guerra partigiana” e che l’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) non la rappresenta tutta. Nel 1948, quando l’Anpi parve appiattirsi sul Fronte popolare social-comunista sconfitto nelle elezioni del 17-18 aprile, se ne separarono i partigiani già militanti nelle formazioni “Giustizia e Libertà”. Nacque la Federazione Italiana associazioni partigiane (Fiap) con Enzo Enriques Agnoletti, Ludovico Rag
ghianti, Ugo La Malfa, Nuto Revelli, Giuliano Vassalli e Lamberto Mercuri, che ne scrisse la storia. A loro volta dal 1947 i partigiani autonomi e i cattolici (Raffaele Cadorna, Enrico Mattei, il cui nome oggi è abusato, Eugenio Cefis, Paolo Emilio Tavani, Enrico Martini Mauri...) dettero vita alla Federazione italiana volontari della libertà (Fivl). In concreto, anche se parecchi oggi ripetono che la lotta contro la Germania di Hitler e la Repubblica sociale italiana, sua succuba, comprese un arco amplissimo di posizioni ideali, religiose, partitiche e apartitiche, quando si tratta di fare memoria spesso si semplifica. Però la “reductio ad unum” è antitetica alla storia, che è ricerca, comprensione e proposta, mai imposizione di “verità”...

SOVRANITÀ? IL CASO ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Aprile 2024 pagg. 1 e 4.
PAROLE MAGICHE E “FATTI”: LA SOVRANITÀ...
Non solo in Italia la vita quotidiana delle persone è fondata su Parole che vengono date e accettate quali Realtà, anche se non corrispondono a “fatti”. “Verum et Factum convertuntur” davvero, come insegnò Giambattista Vico? O la reciprocità tra Parola e Realtà è solo una convenzione che esige convinzione e basta l’una per costituire l’altra? Forse lo storicismo assoluto ha trasferito sul piano umano la Rivelazione cristiana: “Verbum caro factum est”. Una Rivelazione, quella cristiana, che fu anche Rivoluzione, con i suoi apostoli e i suoi màrtiri, come quelli registrati negli ultimi due secoli e mezzo per l’avvento del Mondo dei Diritti: dalla guerra per l’indipendenza della Nuova contro la Vecchia Inghilterra sino ai nostri giorni, perennemente inquieti perché ancora alla ricerca dell’“ubi consistam” filosofico di un processo al passato e di un cammino verso un futuro dai tratti sempre meno cartesianamente chiari e distinti. Una tra le Parole di uso comune è “sovranità”. Come tutte le formule “magiche” essa è apodittica: non ha bisogno di dimostrazione. Dà per scontato l’esistenza dello Stato, una realtà asserita in dottrina ma fluida nella realtà. Secondo la sovranità, lo Stato “c’è”, come usava scrivere Francesco De Sanctis, filosofo prima che autore della storia della letteratura italiana: lunga e meritoria fatica tesa a dimostrare la legittimità dello Stato d’Italia sorto dall’unificazione nazionale, al di là di quanto effettivamente creduto e voluto dai suoi protagonisti, fra i quali solo una esigua minoranza ritenne che esso fosse Rivelazione del nuovo Soggetto della storia, la nazione-popolo, e quindi, in definitiva, una Rivoluzione...



6 APRILE 1924. QUANDO VINSE IL "LISTONE" FASCISTA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Aprile 2024 pagg. 1 e 4.
I SOLDI, NON LA LIBERTÀ: LA VERA POSTA IN GIOCO
Gli italiani furono ingenue vittime del tiranno o suoi volonterosi complici quando nelle elezioni del 1924, 1929, 1934… e sino al crollo nella guerra del 1940-43 plaudirono il Capo che, come il pifferaio di Hamelin li stava conducendo alla rovina? La “narrazione” compiacente li ha dipinti come vittime del regime che li ridusse ad automi. Vent’anni dopo, il 12 gennaio 1944, il glaciale vicepresidente del Consiglio del popolo sovietico Andrea Juanuarevic Vyshinsky, pubblico accusatore nei processi ai “traditori del partito” fucilati su ordine di Stalin, in un colloquio a Salerno con Renato Prunas, segretario generale degli Affari Esteri del governo Badoglio, disse che «tutti i popoli erano almeno in parte responsabili dei loro governi e il popolo italiano pagava molto duramente gli errori e le colpe del regime che si era per vent’anni prescelto». Bando, dunque, alla pretesa innocenza perduta per colpa di Mussolini.....

QUIRINALE, PARLAMENTO, POPOLO SOVRANO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Marzo 2024 pagg. 1 e 6.
Hieronymus Bosch,
                                                  “L'imbonitore”. Se la
                                                  comunicazione
                                                  elettorale degrada a
                                                  gara tra mimici, la
                                                  “politica” scade ad
                                                  avanspettacolo. Gli
                                                  elettori ridono ma non
                                                  votano.Oportet ut scandala eventiant?
L'Italia è alle prese con l'ennesimo “scandalo”. Per venire a capo del “verminaio” di spioni, anziché affidarsi alla magistratura, persino il ministro di Grazia e Giustizia ventila una“commissione parlamentare d'inchiesta” che (dati gli umori partitici prevalenti) potrebbe finire con sei diverse relazioni, cioè altrettante “mezze verità”, come accadde per la P2. Dall'Unità il Paese ha contato decine di “scandali” per i motivi più disparati. Rimane celebre quello della Banca Romana, che coinvolse centinaia di notabili e costrinse Giolitti a rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio e a trasferirsi in visita alla figlia a Charlottenburg (Berlino) nel timore di un mandato di cattura. Gli subentrò Francesco Crispi, proprio il “politico più coinvolto nell'“affare”. Altro clamore suscitò lo scandalo dell'espansione edilizia di Roma, costato le dimissioni da ministro della Real Casa di Urbano Rattazzi jr, detto “sub-urbano”. Poi si susseguì una filza di scandali sino all'avvento del governo di Mussolini, che si valse del sottosegretario all'Interno, Aldo Finzi, per imbrigliare le Case di gioco: un boccone ghiottissimo. A tacere dell'uso della criminalità politica (lo ricorda lo storico Gianpaolo Romanato nell'equilibrato volume “Giacomo Matteotti: un italiano diverso”, ed. Bompiani), nel 1925-1926 il regime imbavagliò e annientò l'informazione e l'opposizione. Neppure dieci anni dopo Mussolini nominò suo genero Galeazzo Ciano, ministro plenipotenziario, a capo dell'Ufficio stampa e propaganda, nel 1935 trasformato nell'altrettanto sfacciato Ministero della cultura popolare (brevius Minculpop), che impose ai giornali “fogli d'ordine” e “veline”. Le ruberie continuarono, ma vennero celate, mentre gli ingenui sconsolati lamentavano: “Ah, se il duce sapesse...”. Il capo del governo sapeva benissimo: intercettava (persino se stesso), schedava, ricattava,“perdonava”.
   Con l'avvento della Repubblica gli scandali hanno continuato a inondare le cronache: da quello italo-vaticano del 1948 intestato a monsignor Edward Prettner Cippico (1905-1983) all'importazione di banane e sino all'“affare” della Loggia massonica “Propaganda” n. 2, che precorse di un decennio Tangentopoli e l'effimero successo di “Mani pulite”. Per usura della fantasia si susseguirono P3, P4 e l'immaginaria superloggia “Ungheria”, gioia e mestizia di un magistrato in pensione, nonché complicati intrecci finanziari, politici, giornalistici. Dinnanzi al labirinto degli scandali i cittadini si ritraggono. Anziché cercar di capire disertano i seggi elettorali. Gli astenuti ormai superano il livello di guardia della democrazia, che è sinonimo di potere dei cittadini, vanificato in assenza di partecipazione alla vita politica almeno col voto.
   A poco giova osservare che in altri Stati (dittatoriali, autoritari, sovranisti, populisti, gerontocratici, come gli USA, o allucinati da fondamentalismi teocentrici), le cose non vanno molto meglio o persino peggio. Accadeva già in passato. Mentre in Italia imperversava il già citato scandalo della Banca Romana al di là dell'Atlantico esplose quello del Canale di Panama, dalle dimensioni di gran lunga maggiori. In conclusione, ogni Paese, anche se a sovranità limitata qual è l'Italia dal 1943, deve curare i propri mali senza attendere panacee dagli altri.
   In tale quadro, che sembra opera di Hieronymus Bosch, nel corso di 163 anni l'Italia si è fondata su due sole certezze: lo Statuto albertino, in vigore dal 1861 al 1947 quale eredità del Regno di Sardegna, e la Costituzione repubblicana dal 1948 a oggi, pesantemente manipolata nel Titolo V ma immutata negli altri: principi fondamentali, diritti e doveri dei cittadini, parlamento, presidente della repubblica. Segno che meno si tocca, meglio è. Insomma, malgrado tutto e al netto dell'enfasi mediatica che annuncia gli scandali come stazioni di una ineluttabile “via crucis” nostrana, la corruzione corrode la superficie ma non intacca i pilastri portanti dello Stato d'Italia.
   Forse per comprendere i poli della sua storia giova ricordare le “osservazioni” di Vittorio Emanuele III e di Luigi Einaudi, due “grandi Vecchi” della prima metà del secolo scorso susseguitisi a capo dello Stato. Un monarca e un monarchico. In una delle ore più critiche della storia, mentre il Paese era alle prese con la sconfitta militare e in cerca di nuova collocazione nella comunità internazionale, il re disse sommessamente: “La nazione può fare sempre quello che vuole”. Non era affatto abdicazione al proprio ruolo, bensì la sua rivendicazione. Toccava proprio a lui, dopo lungo silenzio, farsi interprete della “voce che saliva dal popolo” ed esercitare le sue prerogative di propria scienza e coscienza, come osservò Einaudi.
È il compito di chi, per eredità dinastica o elezione, ha sulle spalle il “brut fardèl”dello Stato.
I “richiami” del Presidente Mattarella
   Il 5 marzo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato l'attenzione dei cittadini sui capisaldi del suo “mandato”. Lo ha fatto nell'incontro con una delegazione di Casagit, acronimo di Cassa autonoma di assistenza integrativa dei giornalisti italiani, ora giunta a mezzo secolo di vita. Ha elogiato le “autonome iniziative dei cittadini, che si preoccupano di adoperarsi per interessi generali”. In quell'ambito la Casagit è benemerita perché concorre alla sicurezza sociale, garante “di libertà, tranquillità, serenità e di libertà di azione di coloro che vi si rivolgono”. Il suo ruolo è dunque duplice. Opera a beneficio dei giornalisti e quindi (secondo “richiamo” presidenziale) della “libertà di stampa, […] fondamentale per la nostra democrazia come per qualunque democrazia. Che vede nella nostra Costituzione una tutela netta, chiara, indiscutibile, a fronte della quale vi è una assunzione di responsabilità da parte dei giornalisti: la lealtà, l'indipendenza dell'informazione, la libertà di critica nel rispetto della personalità altrui, il rispetto dei fatti”: tutti temi oggi al centro di vivaci dibattiti nelle Aule parlamentari, nei periodici e tra quanti dai giornali, come dai “media” radiotelevisivi e magari anche dai cosiddetti “social”, ancora si attendono di conoscere i “fatti” (chi, quando, dove), senza insinuazioni né interpretazioni avventate o apprezzamenti indebiti.
   Visti gli interlocutori, nel breve intervento il Presidente ha dato per noti (e praticati) i capisaldi costituzionali della libertà di informazione: che non è solo di chi informa, ma anche di chi viene (o dovrebbe venire) informato da quanti appartengono all'Ordine dei giornalisti, nato al tempo del regime ma oggi fondato su un codice etico particolarmente esigente. Esso affonda radici e motivazioni nella Costituzione ma anche nello Statuto albertino. Nella sua levigata brevità all'articolo 28 questo stabilì: “La Stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi”. Molto più analitico, l'articolo 21 della Costituzione dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica”. Ai tempi dell'Assemblea costituente (giugno 1946-dicembre1947) in Italia vi era una sola emittente radiofonica e non esisteva la televisione. Decenni dopo la “legge Mammì” e successivi adeguamenti normativi, qualche nuovo comma potrebbe allineare l'art. 21 alla realtà odierna e con quanto prospetta l'oligopolio planetario dell'informazione.
   Se ne sente bisogno anche per meglio connetterlo e con l’art. 33: “L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento”: una libertà che, per non ridursi a mero enunciato, dovrebbe essere garantita dalla disponibilità di mezzi. Invece la ricerca scientifica e, conseguentemente, molti settori delle sue conquiste e delle sue applicazioni (dalla produzione farmaceutica a quella bellica) sono sorretti e controllati dai destinatari delle sue “invenzioni”, nazionali e soprattutto multinazionali, sicché (osserva taluno) ricercatori e docenti sono succubi anziché liberi.
   Infine i citati articoli 21 e 33 della Carta dovrebbero (ma il condizionale è d'obbligo) dare forza e vigore al secondo comma dell’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (ma i costituenti avrebbero fatto meglio a scrivere: i cittadini) all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
   Il Presidente Mattarella ha colto motivo dalla qualità dei partecipanti all'incontro, saliti al Colle non solo quali delegati di Casagit ma “anche nella veste insopprimibile di giornalisti e quindi tramite tra le istituzioni e i nostri concittadini”. Ha quindi fatto notare, affinché trapelasse al di là del Quirinale, che “frequentemente il Presidente della Repubblica viene invocato con difformi, diverse motivazioni”. Con il consueto garbo ma con fermezza e una vena di umorismo ha ricordato chi gli si rivolge chiedendo con veemenza: “Il Presidente non firmi questa legge perché non può condividerla, perché è gravemente sbagliata”, mentre altri osservano: “Il Presidente della Repubblica ha firmato quella legge e quindi l'ha condivisa, l'ha approvata, l'ha fatta propria”.
   Agli uni e agli altri, ai presenti e a futura memoria, Mattarella ha scandito: “Il Presidente della Repubblica non firma le leggi, ne firma la promulgazione, che è cosa ben diversa”. La promulgazione, ha aggiunto, è l'atto “indispensabile per la pubblicazione ed entrata in vigore delle leggi, con cui il Presidente della Repubblica attesta che le Camere hanno entrambe approvato una nuova legge, nel medesimo testo e che questo testo non presenta profili evidenti di incostituzionalità”.
   Costituzionalista e già docente universitario di Diritto parlamentare, Mattarella ha rinviato i delegati di Casagit, e non solo loro, alle prerogative del Presidente della Repubblica, tra i cui compiti fondamentali vi è “che ciascuno rispetti la Costituzione. A partire da sé stesso, naturalmente, e che ciascuno la rispetti nel colloquio e nel confronto tra gli organi costituzionali. Sarebbe grave se uno di questi, e tra questi il Presidente della Repubblica, pretendesse di attribuirsi compiti che la Costituzione assegna ad altri poteri dello Stato. E questa è una indicazione di democrazia...”. Poiché va escluso che egli abbia mai travalicato i propri poteri, molti si sono domandati se stesse avanzando un generico e astratto “caso di scuola” o si riferisse a una realtà incombente, a qualche aspirante travalicatore: un interrogativo lecito a fronte del ben noto disegno di riforma della Costituzione che prevede l'elezione diretta del presidente del Consiglio dal profilo politico superiore a quello del Capo dello Stato.
Dallo Statuto alla Costituzione: le prerogative del Capo dello Stato
   Come riflessione a margine del richiamo di Mattarella al mandato presidenziale, giova ricordare sinteticamente i poteri del primo magistrato della Repubblica. Eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri e dai delegati delle regioni (art. 83 della Costituzione) “è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo […]. Ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere la grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica (art. 87 della Carta)”. “Sentiti i loro presidenti, può sciogliere le Camere”.
   Per molti aspetti i suoi poteri ricalcano lo Statuto promulgato da Carlo Alberto di Savoia il 4 marzo 1848, poi esteso al regno d'Italia. Il re, esso recita, “è il capo supremo dello Stato; comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra […] nomina a tutte le cariche dello Stato” (come il presidente della Repubblica che “nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato”), “può far grazia e commutare le pene”. Per altri, però, sovrasta l'antico sovrano.
Il “Capo” e la formazione delle leggi
   Quali sono i poteri del Capo dello Stato nella formazione delle leggi? A tale riguardo la Costituzione vigente si differenzia dallo Statuto. Questo stabilì che “il potere legislativo sarà collettivamente esercitato dal Re e dalle due Camere: il Senato e quella dei deputati”. In Repubblica, invece, “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Concluso l'iter della loro elaborazione (esame da parte delle commissioni, esistenti con altro nome in età monarchica) e approvate dalle Aule, “le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica” entro un mese (salvo urgenza), ed “entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione”, salvo il termine fissato dalle leggi stesse.
   A differenza di quanto era in potere del Re, il Presidente “prima di promulgare la legge può, con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Se queste la confermano (ovviamente negli identici termini) essa deve essere promulgata. Il presidente, inoltre, può accompagnare la promulgazione con osservazioni scritte: i dubia, che non ne inficiano l'applicazione ma costituiscono una pubblica riserva. Gli articoli 76 e 77 della Carta vigente intendono arginare gli abusi del governo, che non può legiferare “se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”, né può, “senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria”, fermo restando che detti decreti “perdono efficacia sin dall'inizio se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione”: vincolo perentorio ma aggirato da governo con l'emanazione di nuovi decreti legge di pari tenore o facendo ricorso ai famigerati decreti del presidente del Consiglio dei ministri, che non sono soggetti a voto parlamentare e, come tutti ricordano, imperversarono a fronte della epidemia.
La “sanzione”: condivisione giuridica o “morale”?
   Nell'intervento pronunciato dinnanzi alla delegazione della Cagevit, ma implicitamente rivolto al Paese, il Presidente Mattarella ha sottolineato la differenza tra il regime vigente e quello statutario su un punto sensibile e rilevante: la sanzione delle leggi da parte del Capo dello Stato. Nell'attuale ordinamento, in forza del comma 5 del già citato articolo 87 della Carta, il Presidente “promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti”. Per lo Statuto, invece, “il Re solo sanziona[va] le leggi e le promulga[va]”. La “sanzione” (sinonimo di approvazione) conterrebbe la “condivisione” delle leggi da parte del sovrano, che se ne assumeva quindi la paternità, una sorta di corresponsabilità non solo politica ma “morale”, per così dire “a cospetto della storia”. Prendendo le distanze dal passato, Mattarella che ha tenuto a precisare: “Quando il Presidente promulga una legge non fa propria la legge, non la condivide, fa semplicemente il suo dovere”. Da “notaio”. Diverso era il regime statutario, perché “quando le Camere approvavano la legge, il re prima di promulgarle doveva apporre la sua sanzione, cioè la sua condivisione nel merito, perché aveva anche attribuito il potere legislativo. Fortunatamente non è più così. Il Presidente della Repubblica non è un sovrano, fortunatamente, e quindi non ha questo potere. Ha soltanto quello che ho descritto”. Sembra tutto chiarissimo e impeccabile; ma qualche osservazione è possibile.
  Nel regime statutario cos’era effettivamente la regia “sanzione”? Va richiamato quanto già ricordato: il potere legislativo era esercitato dal re e dalle Camere, una vitalizia e di nomina regia, l'altra elettiva. Lo Statuto presupponeva l'armonia dei tre soggetti, ma l'articolo 56 prevedeva l'eccezione: “Se un progetto di legge è stato rigettato da uno dei tre poteri legislativi, non potrà più essere riprodotto nella stessa sessione”. Poteva dunque insorgere contrapposizione tra l'una e l'altra Camera. Ma poteva sorgerne anche tra il Parlamento e il Re o viceversa? Si sarebbe aperto un conflitto non solo tra la Corona e le Camere, ma tra il re e il corpo elettorale, che rappresentava tutti i cittadini. Il caso non si verificò mai. All'indomani dell'avvento dello Statuto, nel turbine seguito alla sconfitta nella guerra contro l'impero d'Austria e a fronte della rumorosa riluttanza di una parte dei deputati ad approvare l'oneroso trattato di pace imposto da Vienna, il ventinovenne Vittorio Emanuele II sciolse la Camera e si rivolse agli elettori con il cosiddetto Proclama di Moncalieri, scritto dal presidente del Consiglio Massimo d'Azeglio. Ottenne quanto necessario: l'elezione di deputati consapevoli e responsabili.
   La sanzione intesa come esercizio di una possibile riserva nei confronti delle leggi semplicemente si essiccò, anche a fronte dell'articolo 3 della legge 23 aprile 1854, n. 1731 (ribadita il 21 aprile 1861), che impose la promulgazione entro la sessione parlamentare. La “sanzione” risultò dunque preliminare meramente rituale rispetto a promulgazione, pubblicazione e ordine di osservanza della legge. Enfatizzare il valore della sanzione come condivisione vuol dire richiamare la narrazione sulla connivenza tra il re e i capo del governo durante il regime. La questione è più complessa. Fermo restando che i poteri del sovrano rimasero immutati (come Vittorio Emanuele III mostrò nel pomeriggio del 25 luglio, quando revocò Mussolini e lo sostituì con Badoglio) a cospetto di leggi particolarmente per lui disgustose il re prese atto che erano state approvate senza alcuna obiezione da parte delle Camere e poiché queste, piaccia o meno, erano espressione dei cittadini, negare la sanzione avrebbe comportato un conflitto devastante tra la Corona e il governo, che aveva il pieno controllo del Parlamento e del Paese. Erano gli anni di quel “consenso” che si sfarinò solo nel corso della guerra, con moto accelerato nel 1943. Il re era isolato. Così come potrebbe accadere anche al Presidente della Repubblica, qualora gli venisse contrapposta una figura istituzionale direttamente investita dal “popolo”.
   Ma i problemi veri, oggi, sono anche altri. Anzitutto la lentezza, carenza e caoticità dei decreti attuativi di leggi formulate in maniera confusa e contraddittoria e quindi destinate a risultare irrilevanti o, peggio ancora, a far proliferare il contenzioso. E se le Camere approvassero una legge in netto contrasto con il sentire morale del Capo dello Stato, quali strumenti avrebbe quest’ultimo per negarne la promulgazione? A fronte della crescente astensione degli elettori, la “volontà” delle Camere è sempre più lontana da attuare il comma 2 dell'articolo 1 della Carta: “La sovranità appartiene al popolo...”. Se esso non partecipa, si autoesclude; ma anche le istituzioni ne risultano indebolite. Alla fin fine tutti debbono fare i conti con la Storia.
Aldo A. Mola

Didascalia: Hieronymus Bosch, “L'imbonitore”. Se la comunicazione elettorale degrada a gara tra mimici, la “politica” scade ad avanspettacolo. Gli elettori ridono ma non votano. 


150° di Luigi Einaudi
ATTUALITÀ DI LUIGI EINAUDI


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 Marzo 2024 pagg. 1 e 6.

Luigi Einaudi. Su di lui si vedano Riccardo Faucci, Einaudi, Torino, Utet, 1986; Francesco Forte-Paolo Silvestri, “Einaudi”, in Dizionario del Liberalismo Italiano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015 e Tito Lucrezio Rizzo, Il Capo dello Stato dalla Monarchia alla Repubblica, Roma, Herald, 2024 (1^ ed. 2022).Taluno vorrebbe giustapporre i poteri del presidente del Consiglio dei ministri a quelli che la Costituzione conferisce al Capo dello Stato. Nel 150° della nascita di Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 - Roma, 30 ottobre 1961) ricordiamo il suo esempio di primo Presidente effettivo della Repubblica italiana: monarchico, liberale ed europeista.


   Il 12 maggio 2018 il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, rievocò Luigi Einaudi nel 70° del suo insediamento alla Presidenza della Repubblica italiana. Guidato dal nipote Roberto, architetto, ne visitò la tomba nel cimitero di Carrù (Cuneo) e la villa in Dogliani, dalla celebre biblioteca. Nella sala del consiglio municipale ricordò che a lui, liberale, e al democristiano Alcide De Gasperi toccò «il compito di definire la grammatica della democrazia italiana appena nata».

   Accolta in spirito di servizio la proposta di elezione alla suprema carica dello Stato, recatagli da Giulio Andreotti su incarico di De Gasperi (in alternativa al divisivo Carlo Sforza e in contrapposizione a Vittorio Emanuele Orlando, sostenuto dalle sinistre), pur privilegiando l'esercizio della “moral suasion” anche con lettere private, Einaudi unì discrezione e fermezza nella rivendicazione delle prerogative di Presidente, «a partire dall'esercizio del potere previsto dall'art.87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa». Rinviò al Parlamento due leggi «perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'art. 81 della Costituzione». Erano somme modeste, ma contava il principio.

   Dopo le elezioni del 1953, Einaudi rifiutò il successore di De Gasperi indicatogli dalla Democrazia Cristiana, all'epoca partito di maggioranza, e nominò Giuseppe Pella, già apprezzato ministro del Tesoro, che guidò un governo tripartito (DC, repubblicani e socialdemocratici), con Mario Scelba all'Interno. A futura memoria, il 12 gennaio 1954 Einaudi lesse ad Aldo Moro e a Stanislao Ceschi, presidenti dei gruppi parlamentari democristiani, la “nota verbale” sulla corretta interpretazione dell'art. 92 della Carta («Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio»), motivata dal «dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce». È un dovere anche oggi incombente.

   Strenuo avversario dell'“assemblearismo” («il governo di assemblea vuol dire tirannia del gruppo di maggioranza») e del “mandato imperativo” (escluso dall'art. 67 della Costituzione), da senatore del Regno osteggiò la legislazione liberticida: come nel 1928, quando fu conferita al Gran consiglio del fascismo la compilazione della lista dei deputati alla Camera, e nel 1938, quando respinse le leggi razziali. Fu «un patriota – disse Mattarella – consapevole di contribuire, con la sua testimonianza, lui, di orientamento monarchico, al consolidamento della Repubblica democratica».

   Un passo dell'intervento presidenziale rimarrà memorabile perché, attraverso le parole di Einaudi Sergio Mattarella ha fatto intendere la propria missione. Riferendosi all'azione di Vittorio Emanuele III per portare l'Italia al di fuori della catastrofe nell'estate 1943, Einaudi osservò che la prerogativa sovrana «può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare o per stabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell’apparenza». Nell'ora decisiva, il 25 luglio 1943, il Re esercitò i poteri statutari revocando Benito Mussolini da capo del governo. Fu l'inizio del nuovo corso storico.


Un profilo dello Statista

Luigi Einaudi fu eletto presidente effettivo della Repubblica italiana al quarto scrutinio l'11 maggio 1948, con 518 suffragi su 871 votanti. Liberale, monarchico e piemontese, prevalse sul siciliano Vittorio Emanuele Orlando, parimenti liberale, monarchico, “presidente della Vittoria”.

   Einaudi non aveva studiato da capo dello Stato. Aveva studiato. Perso a dodici anni il padre, crebbe in casa dello zio, Francesco Fracchia, notaio a Dogliani. Allievo dei Padri Scolopi a Savona, fu cattolico praticante, ma senza ostentazione e rispettoso di altre confessioni. Per capirne le radici bisogna visitarne le terre d’origine, le stesse di Giovanni Giolitti e di Marcello Soleri. Il suo mondo era ispirato dai principi all’epoca comuni non solo alla classe dirigente ma a tutte le persone perbene, anche umili genere natae. I loro motti eranoaiuta te stesso” e “volere è potere”, divulgati  dal naturalista Michele Lessona.

   Laureato in giurisprudenza a Torino appena ventenne, dopo un impiego alla Cassa di Risparmio di Torino dal 1896 Einaudi collaborò al quotidiano “La Stampa”. Professore all’Istituto Tecnico “Franco Andrea Bonelli” di Cuneo e al “Germano Sommeiller” di Torino, divenne il maggiore economista liberale del Novecento. Autore di opere prestigiose (Un principe mercante. Studi sull'espansione coloniale italiana e saggi sulla finanza nello Stato sabaudo e sulle imposte), scrisse nella “Critica sociale” di Filippo Turati e di Claudio Treves e nella “Riforma sociale” diretta a Torino da Salvatore Cognetti de' Martiis. Collaboratore dal 1903 del quotidiano“Corriere della Sera” diretto da Luigi Albertini e dal 1922 dell'“Economist”, Einaudi polemizzò aspramente contro i “trivellatori dello Stato” e rimproverò a Giolitti di utilizzare il potere per mediare tra le parti sociali e garantire una costosa “stabilità di governo” a vantaggio di troppi “clienti” e di opportunisti. Docente di scienza delle finanze a Pisa nel 1902, lo stesso anno fu chiamato dall'Università di Torino, ove poi ebbe cattedra ad vitam.

   Credeva nella “bellezza della lotta”, cui intitolò un saggio nel 1923. Interventista nel 1914-1915, il 6 ottobre 1919 fu nominato senatore da Vittorio Emanuele III su proposta del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Rievocò le sue esperienze alla Camera Alta in un saggio del 1956 pubblicato nella “Nuova Antologia”. Nel 1922 appoggiò il governo di coalizione nazionale presieduto da Benito Mussolini, che ventilò il proposito di averlo ministro delle Finanze affinché potesse attuare i suoi insegnamenti: ridurre drasticamente la spesa pubblica “clientelare”, ripristinare il prestigio dello Stato, assicurare i servizi, azzerare mafie, camorre e tagliare le unghie agli opposti corporativismi (imprenditori “pescicani” e sindacati parassitari). Al fervore scientifico unì la passione civile per le libertà. Già direttore delI'Istituto di Economia “Ettore Bocconi” di Milano, pubblicò una raccolta di saggi per il giovane editore torinese Piero Gobetti, vittima del regime. All'indomani della morte del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), aggredito da una squadraccia fascista, Einaudi deplorò pubblicamente “il silenzio degli industriali”.

   Le sue opere erano note ormai anche oltre Atlantico. Come Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati, nel 1918 egli aveva giustapposto al sogno della Società delle Nazioni la più realistica e urgente Federazione europea per scongiurare che dal collasso degli imperi nascessero devastanti nazionalismi. Da altro versante ne scrisse in Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello di liberalismo, in controcanto con Benedetto Croce. Sarebbe però errato ritenere che Einaudi fosse un “liberista assoluto”. Tra le sue massime spicca «l’uomo libero vuole che lo Stato intervenga». Il suo era “liberalismo senza aggettivi”. Come ha ricordato Tito Lucrezio Rizzo nel suo profilo biografico, Einaudi ammonì: «la scienza economica è subordinata alla legge morale».

   Di vasto respiro e profondità documentaria e critica spiccano due sue opere degli Anni Trenta: La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933) e Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlomagno alla rivoluzione francese (1936). Dopo l'arresto e la breve detenzione dei figli Giulio e Roberto (il terzo, Mario, era migrato negli Stati Uniti d'America) e la forzata chiusura della “Riforma sociale”, Einaudi fondò la dotta “Rivista di storia economica”, pubblicata dalla casa editrice di suo figlio Giulio e protratta sino al 1943. Nel 1938 fu tra i dieci senatori che votarono contro la legge “per la difesa della razza italiana”. Avversò l'antisemitismo e l'incipiente vassallaggio ideologico-diplomatico-militare di Mussolini nei confronti della Germania di Adolf Hitler. Tenuto, come tutti i pubblici dipendenti, a dichiarare la propria “stirpe” rispose che la sua gente era da sempre “ligure”, con apporti di altre genti nel corso del tempo.

   Dopo molte edizioni dei fondamentali Principii di scienza della finanza, condensò decenni di studi in Miti e paradossi della giustizia tributaria (1938). Come ha scritto Ruggiero Romano, fu «il più grande demitizzatore» italiano del Novecento, non solo su teorie e pregiudizi economicistici, ma anche nella vita sociale: abolizione di maiuscole, titoli vanesi e formalismi pomposi ostentati per celare il vuoto.


La Ricostruzione

Al crollo del regime mussoliniano (25 luglio 1943) Einaudi fu nominato rettore dell'Università di Torino, mentre Filippo Burzio assunse la direzione della “Stampa”. Con la proclamazione della resa senza condizioni (8 settembre 1943), quando l'Italia rimase “divisa in due” (formula di Croce), appreso di essere ricercato riparò in Svizzera. Vi collaborò a “L'Italia e il Secondo Risorgimento” (Lugano) e pubblicò, tra altro, I problemi economici della Federazione europea. Chiamato a Roma dagli Alleati e dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, d'intesa con il ministro del Tesoro Marcello Soleri, il 4 gennaio 1945 fu nominato governatore della Banca d'Italia in successione a Vincenzo Azzolini, arrestato per presunta collusione con gli occupanti germanici in danno della Banca stessa. Quale direttore generale volle Donato Menichella, che non conosceva di persona ma la cui formidabile competenza sulle relazioni tra banca e industria molto apprezzava. Lo attese un compito immane. Aveva pubblicato Lineamenti di una politica economica liberale. Il governo era sotto tutela della Commissione Alleata di Controllo. L'amministrazione locale era a sua volta subordinata ai governatori militari. L'Italia meridionale era inondata dalle “Am-Lire”. La moneta circolante era quasi venti volte superiore a quella d'anteguerra. L'inflazione galoppava. Il prodotto interno in molte regioni era dimezzato. In tante plaghe la popolazione era alla fame. I sei partiti rappresentati nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale e nel consiglio dei ministri erano divisi, nell'immediato e nelle prospettive ultime. Il capo del governo, Pietro Badoglio, aveva sciolto la Camera dei fasci e delle corporazioni, paralizzando il Parlamento, bicamerale; l'alto commissario per l'epurazione aveva privato quasi tutti i senatori del rango e dei diritti politici e civili. Il governatore della Banca d'Italia dovette quindi valersi di cariche e di poteri ulteriori per risalire la china.

   Nominato membro della Consulta Nazionale che preparò la Costituente, Einaudi fu eletto alla Assemblea Costituente (2-3 giugno 1946) tra i deputati del Partito liberale italiano. Nel 1947, dopo il viaggio negli Stati Uniti d'America, De Gasperi lo volle vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio. Con apposito decreto fu confermato governatore della Banca d'Italia e poté tessere la tela quotidiana della Ricostruzione. Consapevole delle drammatiche difficoltà nelle quali versava il Paese, anziché vagheggiare progetti tanto vasti quanto inattuabili, puntò realisticamente a interventi “a pezzi e bocconi”, come narrato da Antonio d'Aroma, suo fido segretario particolare. Doveva ristrutturare un edificio occupato da persone che non potevano esserne allontanate: la burocrazia. Per attuare il risanamento monetario a suo avviso non esistevano “mezzi taumaturgici”. Lasciò che il tempo facesse tramontare propositi irrealistici, quali il “cambio della lira”, che avrebbe provocato la fuga dei pochi capitali disponibili e scoraggiato investimenti dall'estero. In un paio d'anni le speculazioni si esaurirono e l'inflazione si ridusse a indici accettabili, con la ripresa della produzione e del mercato, favorita dai giganteschi prestiti americani senza oneri (Piano Marshall).

   Contrario a imposte straordinarie e contrarissimo a tasse patrimoniali che avrebbero colpito media e piccola proprietà, mirò alla riesumazione della classe media, della scuola (pubblica o privata, purché seria) e alla valorizzazione di quanti servivano lo Stato con dedizione . Monarchico libero da feticismi, poté presto salutare il plebiscito del “quarto partito”: i risparmiatori, spina dorsale della Nuova Italia.

   Alla Costituente pronunciò discorsi appassionati e taglienti. Componente della Commissione dei Settantacinque che, presieduta da Meuccio Ruini, redasse la bozza della Carta, ottenne l'approvazione dell'articolo 81, che recita: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.»


L'eredità di un Capo dello Stato europeista

Nominato membro di diritto del Senato della Repubblica (22 aprile), all'indomani delle elezioni, prese parte all'inaugurazione della prima legislatura, chiamata a eleggere il Capo dello Stato. Alle 6 del mattino dell’11 maggio 1948 Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, andò a informarlo che al quarto scrutinio De Gasperi lo avrebbe fatto votare presidente della Repubblica per superare lo stallo sul nome di Carlo Sforza, già tre volte invano sostenuto dalla Democrazia cristiana. Il settantaduenne statista non gli ricordò di aver votato monarchia; lo aveva fatto anche Andreotti. Osservò invece che, claudicante e minuto qual era, avrebbe dovuto sfilare dinnanzi ai corazzieri. Fu eletto e nessuno trovò alcunché da obiettare. I corazzieri non avevano dimenticato Vittorio Emanuele III: poco marziale, ma “Re Soldato”.

   Capo dello Stato, Einaudi lasciò memoria del suo operoso settennato in Lo scrittoio del Presidente e in Prediche inutili. Improntò l'esercizio del ruolo a discrezione e continuità. Istituì il Segretariato Generale, nel solco del Ministero della Real Casa e all'insegna dell’austerità. All'inizio del 1945 aveva tracciato le linee del liberalismo: «Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco; quando i figli del ricco saranno costretti dall'imposta a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata; quando siano soppressi i guadagni privilegiati derivanti da monopolio, e siano serbati e onorati i redditi ottenuti in libera concorrenza con la gente nuova, e la gente nuova sia tratta anche dalle file degli operai e dei contadini, oltre che dal medio ceto; quando il medio ceto comprenda la più parte degli uomini viventi, noi non avremo una società di uguali, no, che sarebbe una società di morti, ma avremo una società di uomini liberi.»

   Qual è l'eredità di Einaudi? Quando sentiva (talora da persone “vicine”) vagheggiare di ideologie “sovietiche” neppure rispondeva: batteva il bastone per terra per dire che era impossibile dialogare. Anch'egli auspicò riforme mai attuate ma sempre attuali, a cominciare dall'abolizione del valore legale dei titoli di studio.

    Cultore profondo del “senso dello stato” che, spiegò Benedetto Croce, ministro dell’Istruzione nel V governo presieduto da Giolitti (1920-1921), non è solo “liberismo”, è “liberalismo”, Einaudi ne indicò i fondamenti nella tradizione civile sorta dalla cultura classica e dall'illuminismo, alla cui riscoperta critica si dedicarono egli stesso, bibliofilo appassionato, e Franco Venturi. Da presidente dell’Associazione dei piemontesi a Roma nel 1961 promosse i due poderosi volumi della Storia del Piemonte (ed. Casanova). Alla rievocazione del passato quale alimento irrinunciabile per la costruzione della Nuova Europa dedicò saggi memorabili, quali Andiamo in Piemonte! (pubblicato nel 1949 da “Il Ponte”, diretto da Piero Calamandrei) e Piccolo mondo antico, affidato a “Nuova Antologia”, la rivista che lo ebbe collaboratore sin dal 1900 e nella quale raccolse le finissime riflessioni Di alcune usanze non protocollari attinenti alla Presidenza della Repubblica (agosto 1956).

   Quali pionieri e numi tutelari del federalismo europeo vengono solitamente citati Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman, autore del piano che dette vita alla Comunità europea del carbone dell'acciaio. Tra i profeti e artefici della Nuova Europa, ancora lontanissima da una vera unità d'intenti, va però posto e ricordato in primo luogo proprio Luigi Einaudi, capace di conciliare concretezza e profezia, sulla base dello studio storico, della scienza della finanze e dell'economia politica, senza la quale la politica economica è vaniloquio.


DIDASCALIA: Luigi Einaudi. Su di lui si vedano Riccardo Faucci, Einaudi, Torino, Utet, 1986; Francesco Forte-Paolo Silvestri, “Einaudi”, in Dizionario del Liberalismo Italiano, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015 e Tito Lucrezio Rizzo, Il Capo dello Stato dalla Monarchia alla Repubblica, Roma, Herald, 2024 (1^ ed. 2022).



IL “CANTO NAZIONALE”
CATTOLICI E RISORGIMENTO ITALIANO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Febbraio 2024 pagg. 1 e 6.
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                                                          2005.Più luce sui Padri Scolopi chiede da Carcare il sindaco Mirri
Il “Canto nazionale”, noto anche come “Inno di Mameli”, rientra fra i tabù. Vietato scriverne per non incappare in “scomuniche”. Gradito o meno, esso deve piacere e va cantato perché “è così che si deve fare”. Il suo culto rientra tra i “precetti della Repubblica”. Viene sorbito come i medicinali, senza porsi domande.“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole / e più non dimandare...” scriveva padre Dante Alighieri, principe di liberi pensatori, esuli, perseguitati e (come lui) condannati al rogo in contumacia. Sulla sua traccia, lo storico scevro da preconcetti ricerca documenti, li contestualizza e li propone al lettore affinché costui possa formare la sua valutazione senza pregiudizi dogmatici, con la “ragione”, che ignora gli “idola tribus”.
   Di quando in quando la genesi del Canto nazionale è stata messa in connessione con il Collegio casalanziano di Carcare (Savona), ove, come inoppugnabilmente documentato, Goffredo Mameli fu ospite nel settembre 1846. Poiché, però, qualcuno ha ipotizzato che i suoi versi siano debitori nei confronti dello scolopio Atanasio Canata, sia le biografie sia le evocazioni filmiche di Mameli hanno ritenuto prudente tacitare ogni curiosità facendo calare il più compatto silenzio sulla sua presenza nel Collegio scolopico di Carcare, il quale è invece giustamente fiero di aver formato nelle sue aule tanti insigni patrioti di metà Ottocento. Esso non fu l'unico, ben inteso. Da secoli le Scuole Pie fondate dallo spagnolo san Giuseppe Casalanzio (1557-1648) svolgevano anche in Italia un ruolo educativo d'avanguardia e di eccellenza. Fra i tanti spiccarono nel collegio San Giovannino di Firenze due docenti di Giosue Carducci, maestro e vate della Terza Italia: Eugenio Barsanti (inventore del motore a scoppio) e Francesco Donati, il “Cecco Frate” reiteratamente visitato dall'“allievo”, massone mai pentito, campione dell'anticlericalismo ma al tempo stesso rispettoso della fede verace, come emerse dal suo muto dialogo con Giuseppe Verdi a Palazzo Doria in Genova. Secondo Annie Vivanti, testimone oculare, dopo lungo silenzio Carducci confidò sommesso: «Io credo in Dio». «E Verdi fece sì, solennemente, con la candida testa.»
    Per evitare il rischio di fare i conti con la verità dei fatti, la “finzione” su Goffredo Mameli recentemente proposta da un canale televisivo della RAI si è attenuta alla regola: “quieta non movere”. Però, come noto, si pecca di pensieri, parole, opere e omissioni. Non si può certo pretendere che uno “sceneggiato” sia un documentario. Ma non può neppure essere troppo o del tutto lontano dalla verità, per non mancare alla sua “missio”: informare, proponendo allo spettatore la complessità degli eventi e dei personaggi evocati e così assolvere, almeno a grandi linee, al proposito “pedagogico”, vanto della televisione italiana dai suoi esordi agli Anni Sessanta. In quella lunga e rimpianta stagione, nella trasposizione di classici della letteratura, di vicende e di protagonisti della storia essa non si prese le licenze poi divenute comuni nei film, quali il famoso “Nell'anno del Signore” di Luigi Magni (1969), che dipinse il cardinale Agostino Rivarola più feroce e iniquo di quanto fu ed erroneamente addebitò a lui la condanna alla ghigliottina dei carbonari Leonida Targhini e Angelo Montanari, accusati senza prove di un “fatto di sangue” (tema di una pièce teatrale di Valeria Magrini, in programma a Ravenna per iniziativa della Fondazione Ravenna Risorgimento, presieduta da Eugenio Fusignani, nel centenario del loro supplizio).
   Veduta la “fiction”, il sindaco di Carcare, Rodolfo Mirri, non l'ha presa bene. Fedele alla sua formazione professionale di arbitro calcistico (con tanto di “Fischietto d'oro”) e fautore del giusto equilibrio, da tempo rivendica al suo Comune il rango di “città del Canto Nazionale” al pari di Genova che, con mezzi di gran lunga più possenti, ne pretende il monopolio. Per cogliere le sue buone ragioni è opportuno ricordare in sintesi chi fu Goffredo Mameli, i suoi rapporti con il Collegio scolopico di Carcare e i riferimenti storici presenti nel “Canto”, fondamentali per fissarne in maniera attendibile la datazione.
Goffredo Mameli. Chi era costui? Come nacque un eroe.
Nato a Genova nel 1827 da Giorgio Mameli, nobile cagliaritano, capitano di vascello, valoroso combattente contro i pirati nordafricani e fedelissimo dei sovrani sabaudi, e da Adele Zoagli, di cui si dice fosse invaghito Giuseppe Mazzini, sui dieci anni Goffredo fu iscritto alle Scuole Pie di Genova. Il 29 giugno 1843, all’Università, il giovane Mameli ebbe un alterco col diciottenne Giuseppe Lullin e venne punito con un anno di allontanamento dai corsi. Nell'agosto 1846, diciannovenne, fu ammesso al primo anno di legge. In settembre lo scolopio Raffaele Ameri lo condusse con sé in “vacanza di riflessione” da Genova al Collegio di Carcare, ove era già stato allievo un suo fratello. Del viaggio Goffredo dette conto in lettere assai sgrammaticate. A Carcare conobbe il focoso padre Atanasio Canata (Lerici, 1811 - Carcare, 1867), drammaturgo e poeta apprezzato da Alessandro Manzoni, ispiratore di prestigiosi discepoli, quali Pietro Sbarbaro, deputato, massone, autore di libelli famosi, Anton Giulio Barrili e il celebre Giuseppe Cesare Abba, garibaldino e futuro senatore del Regno, che lo ricorda con affetto nelle celebri “Noterelle di uno dei Mille”.
   A Carcare Goffredo si ambientò bene, come padre Ameri scrisse al confratello Agostino  Muraglia. Goffredo stesso il 9 settembre 1846 lo confermò a Giuseppe Canale. Arrivato stanco morto, “dopo cena mi posi a letto, che sogno che avevo non potea più tener gli occhi aperti. Del resto faccio di tutto per passare il tempo senza anoiarmi, mi provo a giocar al pallone alla palla, così comincio così finisco il giorno... qui ogni momento si prega, cosa buonissima ma che guasta le ginochia”. Forse per la stanchezza, forse per la fretta, all’epoca scriveva così.
   Com’è, come non è, il 10 novembre 1847, tramite l'amico Ulisse Borzino, Goffredo mandò un Canto al musicista Michele Novaro, che in quel momento, a Torino, era  in casa di Lorenzo Valerio, capofila della Sinistra democratica. Quando glielo consegnò, Borzino disse: “Te lo manda Mameli”, senza riferimenti al suo autore. “Col cuore in tumulto”, narrò molti anni dopo, Novaro corse a casa e, cappello in testa, scrisse freneticamente le note di quello che dovrebbe quindi esser detto l’“Inno di Novaro”, poiché di solito i canti sono ricordati dal nome del compositore e non da quello del paroliere, per quanto prestigioso. È il caso, tra i molti, dell'Inno alla gioia, che tutti ricordano dal nome di Ludwig van Beethoven mentre rimane in ombra quello, pur famoso, di Schiller, autore del testo. Nella concitazione Novaro rovesciò la lucerna sul foglio mandatogli da Mameli, sicché il  manoscritto originale andò irrimediabilmente perduto.
   Del Canto abbiamo un paio di copie. La prima, conservata al Museo del Risorgimento di Genova, inizia: “Evviva l’Italia / l’Italia s’è desta...”. Nella seconda (Museo del Risorgimento di Torino) si legge invece “Fratelli d’Italia...”, ma anche “Evviva l’Italia / dal sonno s’è desta...”. Fra le copie a stampa pubblicate nel 1848, quella della tipografia Andrea Rossi di Modena precisa: “Parole di Mammelli, musica del Maestro Novella (Piemontesi)”.
   In attesa della visita di leva, da Novi Ligure il 15 ottobre 1847, cioè proprio pochi mesi prima di inviare il Canto a Novaro, Goffredo espose il suo ideale di vita in una lettera alla madre: “Io qui me la passo benissimo, mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno e questo è l'ideale del mio Paradiso, credo che voialtri farete altrettanto”. Rifiutò l’arruolamento nelle file dell'esercito sardo e, contro l'esborso concordato, si fece surrogare. All'epoca era consentito. Il benestante pagava e si liberava dalla noia del “servizio” e dal rischio della mobilitazione. Il meno abbiente si accollava l'una e l'altro, ma controvoglia. Perciò, come documentano Piero Pieri nella storia militare del Risorgimento e il generale Oreste Bovio in quella dell'esercito italiano i “dispersi in battaglia” erano quasi sempre più numerosi di morti e feriti. Semplicemente, prendevano il largo.
   Nel dicembre 1848, dopo rapida maturazione politica, Mameli accorse volontario a Roma per difendere la Repubblica proclamata il 9 febbraio 1849 su proposta di Giuseppe Garibaldi e di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, già promotore dei Congressi degli scienziati Italiani che tra il 1838 e il 1847 furono il volano dell'idea di Italia e gettarono le basi dell'unione culturale partendo dalle “scienze esatte”, meno compromettenti, per arrivare passo dopo passo a questioni scolastiche, pedagogiche e politiche. Il 3 giugno 1849, durante una sortita, un commilitone inferse un colpo di baionetta nella gamba sinistra di Mameli. Tra cure troppo sommarie e la calura estiva, la ferita  suppurò e andò in cancrena. Mazzini, triumviro della Repubblica con Carlo Armellini e Aurelio Saffi, gli scrisse che doveva rassegnarsi all'amputazione per salvare la vita e continuare la sua missione. Confortato da padre Ameri e dal barnabita Alessandro Giavazzi, Goffredo affrontò la terribile prova. Il 2 luglio Garibaldi decise di uscire da Roma alla volta di Venezia alla testa di duemila volontari, cui promise lacrime e sangue. Il 3 l'Assemblea suggellò la Costituzione della Repubblica Romana: un testo limpido ed esemplare, solennemente letto in Piazza del Campidoglio quale eredità della lunga resistenza dei volontari accorsi in aiuto della Repubblica contro i 30.000 uomini inviati da Luigi Napoleone, principe-presidente della repubblica francese, a restaurare Pio IX, di concerto con gli austriaci e i borbonici del Regno delle Due Sicilie. Il 4 luglio i francesi entrarono in Roma. Goffredo morì il 6. Padre Ameri gl’impartì il viatico e ne curò la sepoltura. Il Risorgimento era e rimaneva cristiano.
   In Inferno, Purgatorio e Paradiso d’Italia  scitto negli anni seguenti padre Canata lamentò un duplice disinganno: la rottura dell’unità d’azione di cattolici e patrioti e il furto di una poesia. Parlando di sé egli scrisse: “A destar quell’alme imbelli / meditò robusto un canto;/ ma venali menestrelli/ si rapian dell’arpe il vanto: / sulla sorte dei fratelli / non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Secondo una tradizione mai spenta a Carcare si riferiva al Canto nazionale da lui dato o dettato a Mameli. Ma perché né lui né altri docenti lo indicarono nominativamente? Come spiegato dallo scolopio Luciano Giacobbe, lo fecero per pietà cristiana nei confronti di un giovane che aveva pagato con la vita i suoi generosi ideali e che, contro la verità dei fatti, veniva dipinto come mangiapreti. Da una parte vi era e vi è la matrice cattolica del Risorgimento, dall’altra la deformazione della storia, che ne fece un’impresa genericamente anticlericale, a tutto vantaggio di chi lo dipinge come complotto massonico.
   Del resto, chiunque ne sia l'autore, la genesi e il contenuto del Canto parlano da sé. Esprimono un pensiero adulto e profondamente  religioso: “Uniamoci, amiamoci;/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore”. Parole di un Maestro. Nella versione dell'inno conservata alla Società economica di Chiavari, il canto inizia “Oh Figli d’Italia...”. Non è la voce di un ventenne, ma di un docente che dalla cattedra si rivolge ai discepoli, di un sacerdote che parla da un pulpito ideale ai “fratelli”: un termine, codesto, tipico delle congregazioni religiose e in specie dei francescani in tutte le loro articolazioni, molto prima che fosse assunto dagli iniziati a logge massoniche e a vendite carbonare.
Storia e poesia nel Canto degli Italiani
Per datare la genesi del Canto, particolare attenzione meritano i suoi cenni a fatti storici: pochi, ma tutti molto allusivi. Alcuni si riferiscono alla storia antica e moderna. Il primo è quell'“elmo di Scipio” che suscitò il commento sarcastico di Giosue Carducci e che, tuttavia, è meno banale e retorico di quanto paia. Rinvia, infatti, alla riscossa di Roma contro il cartaginese Annibale, vittorioso al Ticino, alla Trebbia, al lago Trasimeno e a Canne, la sconfitta più cocente subita dalla Roma dei consoli. Per reagire alla sequenza di rovesci i Romani si spinsero a invocare gli Spiriti Ctoni praticando sacrifici umani. Seppellirono vivi due Greci e due Galli. La Roma evocata dall'inno è quella dei condottieri, cantata da Virgilio nell'Eneide: “parcere subiectis” e “debellare superbos”, monda dall'addebito (che le venne mosso nell'Agrippa da Publio Cornelio Tacito) di vantarsi portatrice di pace dove faceva il deserto: uno scambio di ruoli possibile solo elevando la storia a missione universale, divina, come nella visione apocalittica dei Quattro Imperi. In secondo luogo il Canto invoca la fusione dell'“italia gente da le molte vite” (Carducci) in un unico popolo, ridestato dal torpore e dalla servitù. Con parole pressoché identiche lo aveva già spiegato il criptogiansenista Alessandro Manzoni nel famoso coro dell'“Adelchi”. L'ispirazione è manifestamente ecclesiastica. È il pensiero di Vincenzo Gioberti (Torino, 1801 - Parigi, 1852), presbitero e cospiratore nei Cavalieri della Libertà, poi autore del “Primato morale e civile degli italiani” (1843), un'opera scritta di getto, caotica, alimentata dalla passione più che dalla ragione e nondimeno fondamentale per la diffusione dell'idea di Italia. Su suo impulso uscirono decine di migliaia di poesie, canti, manifesti, fogli volanti e opuscoli inneggianti agli italiani, non più “volgo disperso che nome non ha” (parole di Manzoni) ma avviati a una “unione”, confederazione o “lega” (almeno doganale, come proponeva il principe di Canino) presieduta dal papa.
   In una lettera scritta all'autore di questa “noterella” vent'anni addietro da Cornigliano (Genova), padre Luciano Giacobbo sintetizzò così il percorso dei padri di Carcare e più in generale della provincia religiosa scolopica della Liguria: «Esso affondava le sue origini nella seconda metà del Settecento, quando buona parte dei padri italiani avevano abbracciata la teologia giansenista. Agli inizi dell'Ottocento questa era sfociata in un atteggiamento morale rigoristico e in una posizione concreta antigesuitica, antitemporale e democratica, che nel corso del secolo poi si andò strutturando in ideologia patriottica caratterizzata dall'adesione sincera al giobertismo.» Quello, appunto, espresso da padre Canata nelle sue opere e che prorompe dal Canto degli italiani. La cui penultima strofa, densa di richiami storici, è la più suggestiva. Promette la vittoria dei “vinti” sull'Aquila imperiale dell'Austria, che nel tempo, in combutta con i russi (“cosacchi”), aveva bevuto il sangue degli italiani come quello dei polacchi. Quando? Nel 1799-1800, allorché gli austro-russi irruppero nell'Italia settentrionale e vi abbatterono le precarie repubbliche instaurate su impulso di Napoleone e del Direttorio di Parigi, e ancora nel 1830, con la repressione dell'insorgenza polacca. Nel febbraio-marzo 1846 la Galizia polacca visse un'altra stagione di disordini, oscura e contraddittoria, sostanziata nel massacro di circa duemila “nobili” da parte dei contadini polacchi, rapidamente schiacciati dagli asburgici, che occuparono Cracovia con il consenso di tutta l'Europa liberal-moderata. L'ultima strofa del Canto, infine, mescola i “liberi comuni” in lotta contro Federico Barbarossa (Legnano: un mito rinfrescato da Luigi Tosti, abate di Montecassino), il fiorentino Francesco Ferrucci, celebrato da Massimo d'Azeglio, e il genovese Giovanni Battista Perasso, detto  “Balilla”, il “ragazzo di Portoria” che, secondo la tradizione, il 5 dicembre 1746 scatenò la rivolta della Superba contro gli austriaci scagliando il sasso contro la testa di un armigero arrogante, in quel momento alleato di Carlo Emanuele III di Savoia (ma il testo si guarda bene dal dirlo).
   I quattro assenti dal Canto sono Carlo Alberto di Savoia, l'“italo Amleto” il cui orientamento “italiano” nel 1846 era ancora tutto da decifrare, mentre divenne trasparente nel 1847; Pio IX, che fu eletto papa il 16 giugno 1846; Mazzini, con buona pace di quanti ritengono che il cosiddetto Inno di Mameli sia pregno del suo magistero; e la “repubblica”, di cui invano vi si cercherebbe l'eco. Quanto ai Vespri siciliani, va ricordato che nel 1282 essi quelli furono un'insorgenza contro i Francesi, ma non per la fondazione di un regno indipendente, bensì a favore degli Aragonesi (“padrone lontano, briglia sciolta”).
   Una domanda attende risposta: perché nel Canto si parla di “fatti” del 1846 ma non v'è traccia alcuna del 1847? Questo fu un anno denso di eventi drammatici e di cambiamenti: l'occupazione austriaca di Ferrara, la sanguinosa guerra in Svizzera tra i cantoni cattolici e quelli protestanti, conclusa con la vittoria dei secondi e la trasformazione, a nome immutato, della confederazione elvetica in federazione, il varo di riforme da parte di Pio IX e la svolta di Carlo Alberto a sostegno della causa italica. Se davvero l'Inno fu scritto alla vigilia del pellegrinaggio a Oregina del dicembre 1847 (come ripetuto dalla “finzione” televisiva) com'è che di quei “fatti” così numerosi e importanti nulla si dice , mentre il mitico “ Balilla” venne evocato nel 1846, in coincidenza con il Congresso degli scienziati italiani celebrato in Genova?
   Ha dunque ragione il sindaco di Carcare Rodolfo Mirri a volerci vedere più chiaro. Allo scopo, dopo aver esposto le ragioni del suo Comune al Presidente Sergio Mattarella, per la mattina del 13 aprile l'Arbitro ha in progetto un convegno di studi per approfondire i legami tra Mameli e Carcare, che vuol anche dire tra il giovane patriota e gli Scolopi, da padre Ameri ad Atanasio Canata. Sono previsti interventi del Comune di Lerici e della saggista Bruna Magi: non per togliere a Mameli e all'Inno la meritata gloria, ma per dare “unicuique suum”, in nome della verità dei fatti.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Il Collegio di Carcare, ove Goffredo Mameli fu ospite dei padri Scolopi e conobbe il poeta e drammaturgo Atanasio Canata.
  Per un sintetico profilo di Mameli v. Marco Albera e Manlio Collino,  Saecularia sexta Album. Studenti e Università a Torino.  Sei secoli di storia, Torino, Elede, 2005. 

3 SETTEMBRE-13 OTTOBRE 1943
RISALIRE LA CHINA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 gennnaio 2024 pagg. 1 e 6.
Pietro
                                                          Badoglio
                                                          (Grazzano
                                                          Monferrato,
                                                          poi Grazzano
                                                          Badoglio, 28
                                                          settembre
                                                          1871-1°
                                                          novembre 1956,
                                                          marchese del
                                                          Sabotino, duca
                                                          di Addis
                                                          Abeba, capo
                                                          del governo
                                                          dal 25 luglio
                                                          1943 al 18
                                                          giugno 1944)
                                                          legge la
                                                          dichiarazione
                                                          di Guerra alla
                                                          Germania
                                                          (Brindisi, 13
                                                          ottobre 1943).
                                                          Alla sua
                                                          destra il
                                                          generale
                                                          Maxwell
                                                          Taylor. I
                                                          Verbali dei
                                                          suoi governi
                                                          sono
                                                          pubblicati a
                                                          cura di Aldo
                                                          G. Ricci
                                                          (Poligrafico
                                                          dello Stato).La lunga via della resa
Alle 11 del 3 settembre 1943 il capo del governo Pietro Badoglio autorizzò il generale Giuseppe Castellano a firmare alle 17 “l'accettazione delle condizioni d'armistizio”. Come il generale scrisse il 15 dicembre nella relazione all'“ispettore generale dell'Esercito” (la si legge nel vol. X della IX serie dei Documenti Diplomatici Italiani, DDI), nelle ore seguenti si svolse al Fairfield anglo-americano presso Cassibile «la prima riunione di carattere militare» presieduta dal generale Harold Alexander. Durò tutta la notte. Il generale statunitense Walter Bedell Smith, che aveva firmato per conto di Dwight Eisenhower, dette «in visione» a Castellano le «clausole aggiuntive alle condizioni di armistizio, di carattere militare, politico ed economico», redatte ancor prima dell'incontro di Lisbona del 19 agosto. Su un biglietto allegato al documento gli confermò che ad esse doveva estendersi «l’effetto della Carta di Quebec»: l'Italia avrebbe ottenuto un miglioramento delle durissime condizioni di resa (surrender) in misura del suo apporto alla lotta contro la Germania. Castellano ne fu rinfrancato, ma, trattenuto in Sicilia, non poté informarne il governo. Due giorni dopo il maggiore Luigi Marchesi, presente alla firma della resa, volò a Roma con lo scottante testo delle “clausole aggiuntive” e il biglietto di Smith. In una lettera per Ambrosio, Castellano precisò di non conoscere la data e il luogo dello «sbarco principale» programmato dagli anglo-americani ma di presumere che avrebbe avuto luogo «intorno al 12». Lo scenario prospettato nelle conversazioni tra lui e gli anglo-americani era però del tutto diverso da quanto effettivamente programmato dagli Alleati. Molto prima di arrivare alla firma, gli italiani avevano chiesto che in coincidenza con l'“armistizio” essi sbarcassero quindici divisioni molto a nord di Roma, per costringere i tedeschi a rapida ritirata dal Mezzogiorno. Gli alleati risposero che se fossero sbarcati con quella forza non avrebbero avuto motivo di concedere la resa: avrebbero occupato e debellato l'Italia, privandola di ogni riconoscimento. Tra il 4 e il 5 settembre gli anglo-americani ventilarono a Castellano l'aviolancio di una divisione di paracadutisti negli aeroporti di Cerveteri e di Furbara, a nord di Roma. Chiesero anche informazioni sulla navigabilità del Tevere per portare artiglierie e mezzi corazzati a tutela della capitale. Per accertarsi che tutto fosse predisposto il generale Maxwell Taylor si sarebbe recato in incognito a Roma.
   Mentre Castellano colloquiava con gli Alleati «su un’infinità di questioni» (propaganda, guerriglia, politica, impiego della flotta) Vittorio Emanuele III e Badoglio miravano a scongiurare che filtrasse qualunque indizio della resa. I tedeschi, che dal 6 agosto chiedevano al ministro degli Esteri Raffaele Guariglia informazioni sulla sorte di Mussolini, dal 24 agosto sospettavano che gli italiani avessero avviato trattative a Lisbona. A loro volta furono sospettati di aver ordito un complotto per rovesciare Badoglio, se non tramite la Wehrmacht per mezzo delle SS, uno “Stato nello Stato”. In quei frangenti Badoglio ordinò l'arresto del maresciallo Ugo Cavallero, senatore del regno, rilasciato per intervento del Re, e di Ettore Muti, ucciso durante la traduzione in carcere.
   Il 19 agosto a Lisbona Smith aveva spiegato “con cura” a Castellano che il loro “colloquio” aveva per tema la capitolazione militare, non un accordo per la partecipazione dell'Italia nella guerra con gli alleati. Aggiunse che il Re avrebbe potuto sottrarsi alla possibile cattura lasciando l'Italia «su una nave da guerra italiana» e che senza dubbio sarebbe stato necessario «un governo militare alleato su parte del territorio italiano». Il 30 agosto, poco prima che Castellano volasse a Termini Imerese per iniziare il triduo preparatorio alla resa, Badoglio gli dette le ultime istruzioni per ottenere lo sbarco delle famose quindici divisioni «tra Civitavecchia e Spezia» e la protezione del Vaticano. Precisò che sarebbero rimasti a Roma il Re, la Regina, il principe ereditario, il governo e il corpo diplomatico e chiese di «sapere l'epoca pressapoco allo scopo di prepararsi».
Le delusioni dei vinti
   A resa firmata Badoglio non ebbe risposta a nessuna delle sue domande. Rimase nella convinzione che tra la firma e il suo annuncio sarebbero trascorsi almeno dieci giorni, se non le due settimane ripetutamente sollecitate. Il 31 agosto Smith aveva proposto a Castellano che Vittorio Emanuele III si trasferisse su una nave italiana a Palermo. Gli Alleati l'avrebbero evacuata. Lì quindi poteva essere stabilita «una certa misura di sovranità italiana». Però l'isola era ormai sotto il pieno controllo anglo-americano; pertanto agli occhi del mondo sarebbe risultato che il Re cercava rifugio sotto l'ala del vincitore. Alternando toni ruvidi a quelli concilianti, Smith aggiunse che gli Alleati avrebbero comunque ignorato la pretesa unilaterale del governo italiano di considerare Roma “città aperta”. Benché cattolico, precisò che sarebbe stata bombardata «a seconda della situazione». Badoglio predispose pertanto il trasferimento dei Reali in Sardegna. Scartato per molti motivi l'impiego dell'aereo, ipotizzò il viaggio in nave da Civitavecchia. Sennonché la città fu occupata dai tedeschi, che ormai dilagavano ovunque da padroni, indifferenti alle proteste del comando supremo e dei comandanti locali.
   “Sic stantibus rebus” Badoglio percepì che gli anglo-americani non sarebbero giunti in forze sulla linea Livorno-Rimini dove, sia con la Dichiarazione di Quebec sia nei colloqui successivi, avevano fatto intendere di voler arrivare, oltre che a ridosso di Roma per metterla al sicuro dalla minaccia germanica. Perciò non dette credito alla missione di Maxwell Taylor che la sera del 7 settembre si presentò a Roma con il colonnello William Gardiner per verificare la fattibilità dell'aviolancio di paracadutisti alleati: una quota irrilevante rispetto alle forze tedesche attestate attorno alla città. Gli italiani avevano sopravvalutato gli Alleati; e questi a loro volta sopravvalutavano la reattività degli italiani contro i germanici. In assenza di ormai improbabili aiuti anglo-americani una battaglia in Roma si sarebbe risolta in una catastrofe per la Città Eterna, che racchiudeva al suo interno lo Stato della Città del Vaticano.
   La situazione fu sul punto di sfuggire completamente di mano.
   Alle 2 dell'8 settembre Badoglio scrisse ad Eisenhower che « dati cambiamenti e precipitare situazione esistenza forze tedesche in zona di Roma non è più possibile accettare l'armistizio immediato (DDI) ». Alle 11.30 il comandante delle forze anglo-americane, da Algeri (in realtà era a Biserta) rispose che avrebbe svergognato l'Italia agli occhi del modo pubblicando «full records of this affair». E aggiunse lapidario: «Today is X day, and I expect you to do your part». Se Badoglio si fosse tirato indietro – egli intimò – sarebbe stata la fine per il governo e per l'Italia. Era anche pronto a ordinare un massiccio bombardamento su Roma.
   Alle 18:25 il segretario generale agli Esteri informò il ministro Raffaele Guariglia che la radio di New York aveva comunicato che l'Italia aveva firmato l'armistizio e che tutte le truppe italiane avevano deposto le armi. In quei minuti era in corso un consulto (erroneamente narrato come “Consiglio della Corona”, organo mai esistito) tra Badoglio, Ambrosio, Guariglia, il generale Carboni, i ministri militari, quello della Real Casa duca d'Acquarone, l'aiutante di campo del Re Paolo Puntoni, il maggiore Marchesi, bene informato sull'orientamento degli Alleati, e il sovrano in persona. Carboni propose di sconfessare la resa e di continuare la guerra a fianco della Germania. Ottenne consensi. Fu il maggiore Marchesi a ricondurre alla ragione. Informò che gli Alleati avevano fotografato e filmato la firma di Cassibile e quindi l'Italia avrebbe perso ogni credibilità. Il Re decise che la resa andava annunciata. Alle 19:30 Badoglio comunicò ad Eisenhower che «la proclamazione [della resa] avrebbe avuto luogo come richiesto anche senza il vostro messaggio [intimidatorio, NdA], essendo per noi sufficiente l'impegno preso». Un'ora dopo l'Eiar emanò l'annuncio dell'“armistizio” per bocca di Badoglio e lo ripeté più volte. Alle 20:20 il maresciallo indirizzò a Hitler una lunga informativa che così concludeva: «Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L'Italia ad evitare la sua totale rovina è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio.» Da tempo in sospetto ma sino a poche ore prima rassicurati che l'Italia avrebbe continuato la guerra al loro fianco, i comandi tedeschi in Italia vennero colti di sorpresa e non furono in grado di assumere subito una linea di condotta.
   Invece in poche ore Badoglio organizzò il trasferimento dei Reali, del principe ereditario, di Ambrosio, di alcuni ministri (il Re riteneva che fossero tutti avvertiti: farlo non era compito suo) e del loro seguito da Roma alla volta di Pescara. Dal ministero della Guerra, più sicuro rispetto al Quirinale, alle 5:10 del mattino del 9 la Fiat 2800 del Re uscì dal Palazzo e imboccò la via Tiburtina in direzione di Pescara, seguita da altre vetture, con le insegne bene in vista, come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne di chi scrive la storia” (BastogiLibri). Il troppo celebrato Peter Tompkins in “Dalle carte segrete del Duce” asserisce che «il re e l'intero stato maggiore, macchiandosi di uno dei più vergognosi tradimenti della storia, fuggivano a Brindisi per mettersi sotto la protezione degli Alleati». In «Tagliare la corda. 9 settembre 1943. Storia di una fuga» (ed. Solferino) Marco Patricelli rincara la dose: «Fu una fuga, un abbandono, non fu un allontanamento e neppure un trasferimento […] Tagliando la corda, venne reciso senza gloria e nel peggiore dei modi immaginabili il nodo che aveva legato una dinastia e un intero sistema ai destini dell’Italia.» La realtà dei fatti è ben diversa. Il Re e Badoglio decisero di trasferirsi nella Puglia meridionale poiché lì non vi erano ancora Alleati e i militari italiani stavano cacciando i tedeschi, come a Bari, ove presero il controllo del porto guidati dal valoroso generale Nicola Bellomo. A Roma i Granatieri di Sardegna dalla notte dell'8 settembre si batterono contro i tedeschi per alto senso del dovere verso la Patria, come ricorda Luigi Franceschini in “50 anni dopo” (ed. fuori commercio, 1993). Altrettanto avvenne altrove. Risulta altresì destituita di fondamento l'insinuazione di un accordo segreto tra Badoglio e il maresciallo Kesselring che avrebbe lasciato sfilare il convoglio reale in cambio del “via libera” sulla capitale. La posta in gioco non era Roma ma lo Stato. Con la partenza da Roma per la Puglia il Re salvò la continuità dello Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite.
   In coincidenza con la proclamazione della resa, gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di Salerno con forze inadeguate e rischiarono di essere rigettati in mare. Quarant'anni or sono lo documentò Massimo Mazzetti. Il pomeriggio del 9 il Re presiedette a Pescara la breve riunione dei vertici militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings». Alle 16:57 del 10 Eisenhower ripose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell'Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l'Italia, dal primo all'ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti della Patria.» Il presidente degli USA e il premier britannico Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l'11 assicurò da Brindisi «tutto quello che è possibile è, e sarà fatto con quello stesso spirito e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia d'Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 esortò il capo della Missione militare alleata in Italia, Mason MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l'Italia come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».
In margine all'“armistizio lungo”
   Risalire la china era però un cammino ancora irto di ostacoli. Proprio perché ebbe cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse a Roosevelt e a Giorgio VI di Gran Bretagna invitandoli ad affrettare il suo ritorno suo in Roma: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al regime parlamentare da me sempre auspicato.» A quel modo sarebbe stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia pure illegalmente costituito».
   Da pochi giorni, infatti, prelevato il 12 settembre a Campo Imperatore sul Gran Sasso da un “commando” tedesco, trasferito in Germania e riportato in Italia sotto controllo di Hitler, Mussolini aveva proclamato lo Stato fascista repubblicano, poi Repubblica sociale italiana. Rimane senza risposta l'interrogativo sulla mancata custodia dell'ex dittatore da parte di Badoglio. È possibile che questi fosse sicuro della sua innocuità sulla base della lettera scrittagli il 26 luglio da Mussolini stesso, desideroso di trasferirsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate. Mentre gli dichiarò «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione», l'ex duce gli augurò il successo del grave compito al quale si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante 21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango».
   Alle 10:50 del 29 settembre nel quadrato della nave britannica “Nelson” ancorata a Malta Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del cosiddetto armistizio lungo, scritto in agosto contemporaneamente a quello corto e immutabile. In 65 minuti, comprensivi di una pausa per sorbire bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e De Courten per l'Italia, Eisenhower, l'ammiraglio Cunningham e i generali Alexander, MacFarlane e Gort per gli anglo-americani, a margine della firma si confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti passibili di fucilazione come “partigiani”. Il maresciallo assicurò che ne avrebbe riferito al Re, poiché la dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva e propose il rientro in Italia di Dino Grandi, suscitando perplessità dell'interlocutore, che a sua volte esortò a ricevere e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al Re per le sue dichiarazioni antimonarchiche (ancorché fosse Collare della SS. Annunziata e senatore). Di concerto con Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». Avvenne il 5 giugno1944. Badoglio chiese anche di far parlare da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo del Re (e massone, anche se nessuno lo disse). Eisenhower assentì malgrado gli inglesi.
   Nelle settimane seguenti gli Alleati ostacolarono in molti modi la riscossa del regno d'Italia, lesinando gli aiuti per la riorganizzazione dell'esercito. Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come l'indomani scrisse Badoglio, così si chiuse «il periodo di armistizio e quello di cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il quadro nel campo militare, alternanza di pagine negative («difesa sfortunata di Corfù e Cefalonia») e positive, e in quello politico con «il concorso alla causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase». Nessun cenno alla situazione interna. Agli occhi dei più questa risultava deludente. E non solo perché il Comitato centrale di liberazione presieduto da Ivanoe Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come il 4 ottobre scrisse il primo segretario di legazione, Antonio Venturini, «la grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo, intellettuali, privati di ogni genere, ecc.) ha l'impressione – e questa impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che assillano la vita del paese».
   Aveva veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò all'aiutante di campo che l'azione di Badoglio era «indecisa e poco sincera. Non è certamente un uomo all'altezza del momento». Paolo Puntoni ne ebbe conferma la sera dell'8 allorché il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per fronteggiare gli avvenimenti che incalzano».
   Anche in regime di cobelligeranza il futuro, dunque, rimaneva fosco.
Perché per anni gli italiani avevano plaudito “Lui”?
   Ma la “responsabilità” non era solo di chi governava e meno ancora del Capo dello Stato, re costituzionale. Investiva tutti i cittadini. Dal 1913 i maschi erano titolari del diritto di voto. Eleggevano la Camera, che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. Non erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali si riconoscevano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità, anche nell'avvento e nella durata del regime mussoliniano dal 3 gennaio 1925 alla catastrofe dell'estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al Diario le sue riflessioni su Mussolini, «di corta intelligenza», privo di sensibilità morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l'arrogante. «Ma egli – aggiunse – chiamato a rispondere del danno e dell'onta in cui ha gettato l'Italia, con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni d'esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”» Le piazze stracolme di folla plaudente al duce sono motivo perenne di riflessione e un monito sempre attuale.
Aldo A. Mola


Didascalia: Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, poi Grazzano Badoglio, 28 settembre 1871-1° novembre 1956, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, capo del governo dal  25 luglio 1943 al 18 giugno 1944) legge la dichiarazione di Guerra alla Germania (Brindisi, 13 ottobre 1943). Alla sua destra il generale Maxwell Taylor. I Verbali dei suoi governi sono pubblicati a cura di Aldo G. Ricci (Poligrafico dello Stato).
 


25 LUGLIO 1943
FU “VENDETTA” MASSONICA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.

Sotto la
                                                          data del 24
                                                          luglio Bonomi
                                                          (nell'illustrazione









                                                          affiancato da
                                                          Vittorio
                                                          Emanule
                                                          Orlando e da
                                                          Francesco
                                                          Saverio Nitti)
                                                          annotò: “Oggi
                                                          alle 17 viene
                                                          da me un noto
                                                          antifascista,
                                                          il dottor
                                                          Domenico
                                                          Maiocco
                                                          piemontese,
                                                          che è molto in
                                                          intimità con
                                                          il quadrumviro
                                                          De Vecchi.
                                                          Egli mi
                                                          conferma che
                                                          il Gran
                                                          consiglio del
                                                          fascismo si
                                                          convoca
                                                          proprio
                                                          nell'ora in
                                                          cui egli mi
                                                          parla e che le
                                                          deliberazioni
                                                          dell'assemblea
                                                          saranno di
                                                          eccezionale
                                                          importanza”.
                                                          Tramite
                                                          Maiocco, De
                                                          Vecchi
                                                          desiderava
                                                          fargli sapere
                                                          che sarebbe
                                                          stato
                                                          amichevolmente
                                                          invitato a far
                                                          parte del
                                                          nuovo governo
                                                          dopo la
                                                          prevista
                                                          revoca di
                                                          Mussolini.
                                                          Rispose che
                                                          gli pareva “un
                                                          romanzo”,
                                                          “sogno di
                                                          menti
                                                          oscurate”.
                                                          Iniziato
                                                          massone nel
                                                          1923 nella
                                                          loggia “Vita
                                                          Nova” di
                                                          Alessandria,
                                                          socialista e
                                                          perseguitato
                                                          dal regime,
                                                          Maiocco fondò
                                                          la Massoneria
                                                          Italiana
                                                          Unificata, già
                                                          auspicata da
                                                          Placido
                                                          Martini,
                                                          antifascista,
                                                          ucciso alle
                                                          Fosse
                                                          Ardeatine, e
                                                          ne fu gran
                                                          maestro,
                                                          riconosciuto
                                                          dal Supremo
                                                          Consiglio del
                                                          Rito scozzese
                                                          antico e
                                                          accettato
                                                          degli USA
                                                          (giurisdizione
                                                          sud). Ne ha
                                                          scritto il
                                                          generale
                                                          Antonino
                                                          Zarcone in “Lo
                                                          sconosciuto
                                                          messaggero del
                                                          colpo di
                                                          Stato” (ed.
                                                          Annales,
                                                          2015).L'editoriale di domenica scorsa ha chiarito che l'ordine del giorno Grandi-Bottai-Federzoni approvato a larga maggioranza dal Gran consiglio del fascismo alle 2.40 del 25 luglio 1943 non mirò affatto a smantellare il regime fascista né influì sulla decisione di Vittorio Emanuele III di revocare Benito Mussolini da capo del governo e di sostituirlo con il maresciallo Pietro Badoglio. Da tempo il Re aveva deciso di propria volontà, nella consapevolezza che per avviare trattative armistiziali con gli anglo-americani era necessario mettere fine al regime. Allo scopo si valse di una “trafila” di militari.

La trafila militare
Su impulso di Vittorio Emanuele III e di concerto con il ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, il capo di stato maggior generale Vittorio Ambrosio col concorso di militari di piena fiducia, come il generale Giuseppe Castellano e il comandante generale dei carabinieri Angelo Cerica, allestì il piano per “far sparire” Mussolini: non per ucciderlo, come taluno interpreta, ma per “fermarlo” e isolarlo, in modo che non potesse capitanare o essere riferimento di opposizione alle decisioni del Re. Il progetto risultò analogo a quello prospettato da Ivanoe Bonomi (1873-1951) a Vittorio Emanuele III il 2 giugno. Revocato Mussolini e formato un governo militare, con a capo Ambrosio, Badoglio o il maresciallo Enrico Caviglia, glorioso e prestigioso ma “troppo vecchio” a giudizio del Re, secondo Bonomi occorreva “tenere in arresto” Mussolini, “per evitare che possa, con la milizia armata, gettare il Paese nella guerra civile”. Il nuovo governo doveva “invalidare l'alleanza con la Germania” perché non era “fra due Stati e due popoli, ma fra due regimi, fra due rivoluzioni”, la fascista (da chiudere con la revoca di Mussolini) e la nazionalsocialista, invisa alla maggioranza degli italiani. “La nazione ha sempre diritto di fare ciò che vuole” osservò il Re. Però non commentò l'ulteriore sollecitazione di Bonomi: se aggredita dai tedeschi col pretesto di “tradimento”, l'Italia doveva “chiedere l'aiuto anglo-americano ed entrare nell'alleanza delle Nazioni unite”. Parve stanco, sfiduciato e lamentò salute malferma. “Deluso”, Bonomi concluse che o dissimulava abilmente o non aveva un proposito chiaro. Identica impressione ne trasse il liberale Marcello Soleri che, ricevuto l'8 giugno, esortò il Re a un “intervento risolutivo” anche per scrollarsi di dosso l'addebito di connivenza con il fascismo, serpeggiante specialmente nei giovani. Il 16 luglio Soleri apprese da Acquarone che il sovrano aveva deliberato di formare un governo tecnico-militare guidato da Badoglio. Prevalsero due sole certezze: Vittorio Emanuele III rimaneva impenetrabile e quando avesse deciso avrebbe incaricato Badoglio di formare un governo tecnico-militare.
   Sulla preferenza di Badoglio rispetto ad Ambrosio e a Caviglia sono state ricamate molte narrazioni. Secondo una tra più suggestive il Re scartò Caviglia perché si sarebbe detto che “tornava la Massoneria”. L'affermazione è poco convincente perché Caviglia era cattolico praticante e quindi, per l'epoca, incompatibile con la “Setta Verde”. Benché avesse motivo di non fidarsene ciecamente, il Re optò per Badoglio poiché sapeva dei suoi contatti con gli inglesi, ai quali, documenta Elena Aga Rossi, aveva rivelato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e pronto a sostituire Mussolini.
   Il voto del Gran consiglio colse di sorpresa gli antifascisti “moderati”. Quale linea dovevano tenere dopo il “colpo di Stato”? De Gasperi persuase tutti. Si trattava di “liquidare due diverse partite: l'abbattimento di Mussolini e del fascismo e la conclusione di un accordo con gli anglo-americani. La prima partita (era) attiva per gli uomini politici chiamati a liquidarla”. Essi avrebbero acquistato un titolo di benemerenza del Paese. La seconda invece era “passiva”. L'“accordo armistiziale” si prospettava difficile, gravido di “responsabilità penose per i suoi negoziatori”. Sarebbe stato un errore accollarsene la corresponsabilità. Meglio, quindi, rimanere “in attenta osservazione”. Va ricordato che i maggiorenti delle correnti (non ancora “partiti”) rappresentate da Bonomi e dai suoi sodali nel novembre 1922 avevano votato a favore del governo Mussolini. Capogruppo del partito popolare alla Camera dei deputati, De Gasperi aveva dichiarato il sostegno al duce. Casati (1881-1955) era stato ministro della Pubblica istruzione con Mussolini dopo il “delitto Matteotti”.
   Il 28 luglio in casa di Giuseppe Spataro le sei correnti (liberale, democratica, cattolica, di azione, socialista e comunista) incaricarono Bonomi di illustrare le “questioni” a loro avviso “urgenti” a Badoglio, capo del “governo militare del Paese, con pieni poteri” e il 29 si costituirono in comitato nazionale. Dalla “osservazione” passarono dunque al “colloquio” col Maresciallo, che però mostrava “molta inesperienza politica, ma molta buona volontà”.
Badoglio al potere 
Come documentano i Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati e ottimamente curati da Aldo G. Ricci (“Governo Badoglio, 25 luglio 1943-22 aprile 1944”, ed. Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1994) nella sua prima riunione, il 27 luglio 1943, il governo approvò schemi di decreti legge che voltarono pagina nella storia d'Italia: soppressione del Partito nazionale fascista, del Gran consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni; sostituzione di Giacomo Suardo con il grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel alla presidenza del Senato; nomina del generale Quirino Armelini al comando della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, che assunse per distintivo le stellette dell'esercito al posto dei fasci; abrogazione delle norme contenenti limitazioni in dipendenza dello stato di celibi e un ampio movimento di prefetti. Mentre vennero collocati a riposo i più noti fiancheggiatori di Mussolini, altrettanti furono richiamati in servizio. Carmine Senise fu nominato capo della Polizia, militarizzata e sottoposta alla legge penale militare.
   Qualunque opinione si voglia avere su Badoglio, va constatato che una mole così ampia di misure di vasta portata ebbe lunga gestazione. Il divieto di fabbricazione, esposizione, commercio e diffusione di emblemi e distintivi di associazioni e partiti politici di qualunque specie e denominazione fu pprovato ma (come ricorda Ricci) non ebbe seguito. Altro premeva. Lo “stato di guerra” fu esteso a tutto il territorio nazionale e il capo di stato maggiore dell'esercito, Mario Roatta, diramò la circolare che vietò ogni manifestazione e ne ordinò lo scioglimento “manu militari”. Anche dimostrazioni di giubilo per la “caduta di Mussolini” vennero represse con morti e feriti. Badoglio ebbe due obiettivi: disperdere drasticamente prevedibili proteste a favore di Mussolini e del fascismo e mostrare all'estero che aveva il controllo dell'ordine pubblico e contava sul consenso del Paese. Quest'ultimo era particolarmente rilevante sia nei rapporti con la Germania, di cui l'Italia continuò a dirsi alleata dichiarando “la guerra continua” (formula suggerita da Vittorio Emanuele Orlando), sia per gli anglo-americani.
   Il 5 il governo tenne la seconda seduta, ricca di importanti misure: soppressione del fascio littorio (relatore Badoglio), funzionamento della giustizia (Gaetano Azzariti), del corpo diplomatico (Raffaele Guariglia), organico dei carabinieri (Renato Sorice), reintegrazione di docenti (Leonardo Severi, ministro suggerito da Bonomi, come anche Leopoldo Piccardi) e la devoluzione dei patrimoni di non giustificata provenienza, mentre i giornali (i cui direttori erano di nomina post-fascista) denunciavano i “profitti di regime”.
Verso la resa
Tutte le fonti documentarie, la memorialistica e persino la narrativa (valga d'esempio “Primavera di bellezza” di Beppe Fenoglio) descrivono l'Italia dell'agosto 1943 come Paese “in sospeso”. Sottoposti a massicci bombardamenti anglo-americani sulle città più importanti (Napoli, Milano, Torino, Foggia e, per la seconda volta, anche Roma) gli italiani anelavano alla pace. Il governo si trovò tra la dura incudine delle divisioni germaniche irrompenti col pretesto di soccorrere l'alleato e il pesante martello degli anglo-americani che premevano per costringere l'Italia alla resa senza condizioni come stabilito a gennaio nella conferenza di Casablanca. Il Re autorizzò l'avvio di trattative armistiziali. Con le necessarie cautele per non insospettire il diffidente alleato, iniziò la missione del generale Giuseppe Castellano che, via Madrid, raggiunse Lisbona, vi ebbe contatto con il Comando anglo-americano e ricevette le condizioni preliminari imposte dai vincitori (il cosiddetto “armistizio breve”) che, rientrato a Roma dopo viaggio altrettanto lungo, consegnò a Badoglio per il Re.
   Mentre continuavano i bombardamenti “pedagogici”, nel corso della conferenza di Quebec il 18 agosto 1943 il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill dichiararono che “la misura nella quale le condizioni (di resa) saranno modificate in favore dell'Italia dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra”. Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l'aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell'armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del nord le navi dovevano recarsi “nei porti a sud della linea Venezia-Livorno”. Era quindi lecito ritenere che gli anglo-americani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze.
   L'11 agosto al Comitato delle correnti antifasciste Bonomi concluse che “se si dovrà chiamare il popolo per cacciare i tedeschi dall'Italia, si dovrà farlo quando gli anglo-americani avranno messo piede in Italia, non prima. Prima si sciuperebbe lo slancio popolare e si verserebbe inutile sangue” . Al tempo stesso decise il “distacco dal governo Badoglio”, che la pensava come loro.
La “trafila massonica”: realtà o fantasia?
Il 12 Bonomi lasciò Roma per Santa Marinella. Vi tornò il 19. Ricevutolo a colloquio il 20, più per sapere che per dire, Guariglia non lasciò trapelare alcunché sulla missione Castellano. Il 21 Bonomi incontrò con Ruini (1877-1970) Carlo Galli (1878-1966), nuovo ministro della Stampa e Propaganda. “Decidiamo di darci del tu, in ricordo dell'antica compagnanza” annotò nel “Diario”. Di quale natura era?
   Per comprenderlo occorre tornare ai loro anni giovanili. Laureato in legge, avviato a prestigiosa carriera diplomatica, il 24 maggio 1905 Galli fu ricevuto apprendista massone nella loggia “Rienzi” di Roma, una tra le più importanti non solo della capitale d'Italia. In quella stessa officina cinque anni prima con il grado di maestro era stato affiliato Ruini, futuro presidente della Commissione dei Settantacinque che stilò la “bozza” di costituzione della Repubblica italiana. In quell'incontro i due confratelli formarono con Bonomi un triangolo massonico? L'interrogativo si impone anche alla luce dell'opera di Paolo Cacace “Come muore un regime” (ed. il Mulino), ricco di riferimenti a massoni nel collasso del regime mussoliniano. Secondo lui, “a quanto pare” anche Bonomi era iniziato.
   È vero che il massone non è tenuto a dichiararsi pubblicamente tale ed è invece tenuto a non propalare i nomi dei confratelli, però Bonomi non ha mai fatto cenno alla propria iniziazione. Nel vasto repertorio “La massoneria nel Parlamento “ (ed. Morlacchi) Luca Irwin Fragale lo inserisce tra i deputati massoni, ma con molte riserve perché la sua appartenenza è asserita senza prove consistenti. Non solo. In risposta alla famigerata “inchiesta sulla Massoneria” condotta dall'“Idea nazionale” nel 1912 Bonomi dichiarò che “se la Massoneria insiste a mantenersi segreta e a circondarsi di riti e di formule che oggi fanno sorridere, essa obbedisce, forse inconsciamente, a quello spirito di mistero e di ossequio superstizioso che venne diffuso e mantenuto per tanti secoli dalla Chiesa”. Quanto all'“ideario” massonico rispose: “Non so, non avendovi mai appartenuto, se la Massoneria abbia una sua filosofia più incline al materialismo che allo spiritualismo, all'internazionalismo che al nazionalismo” e aggiunse: “ogni azione palese od occulta di partiti, di sette, di associazioni pubbliche o segrete nelle amministrazioni dello Stato è sempre profondamente dannosa”. Di varie personalità politiche e militari citate da Cacace come massoni si hanno prove sicure. N sono invece del tutto priva quelle di Badoglio, che Cacace classifica “massone coperto”, mentre Diaz risulterebbe “in odore di massoneria”, che non dice nulla di attendibile. Dalla nascita (1860/1864) allo scioglimento (1925) il Grande Oriente d'Italia (GOI) non ebbe mai massoni “coperti”. Quelli iniziati “sulla spada” dal gran maestro o suo delegato (come nel caso di Antonio Meucci) e gli stessi affiliati alla “Propaganda massonica” furono iscritti nei piedilista delle logge e poi nella Matricola generale dell'Ordine, lacunosa per difetto come molte cose umane.
     Massoni furono i generali Luigi Capello, Giacomo Carboni, Gustavo Pesenti e Ugo Cavallero, iniziato al GOI e poi regolarizzato nella Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI), lo stesso anno dell'iniziazione di Vittorio Valletta (1917). Lo furono l'avvocato Carlo Aphel (il cui “complotto” è stato spesso sopravvalutato) ed Elia Rossi Passavanti (la cui iniziazione non è citata da Cacace). Invece non lo furono affatto Marcello Soleri, i generali Giuseppe Castellano, Angelo Cerica e il grande Giuseppe Volpi di Misurata, contrariamente a quanto scrive Cacace, che non adduce prove. Malgrado le leggende, altrettanto va detto di tre dei quadrumviri. Balbo era notoriamente massone della GLI, ma in sonno da molto prima della “marcia”. Emilio De Bono non compare in alcun repertorio massonico. Michelino Bianchi, al pari del cattolico Cesare Maria De Vecchi, fu antimassone. Iniziato alla GLI fu invece il generale Fernando Soleti, forzatamente condotto a Campo Imperatore per garantire l'incolumità di Mussolini all'arrivo dei tedeschi capitanati da Otto Skorzeny.
   Ciò che più conta, al di là del massonismo di questo o quel gerarca o notabile, è l'assenza di un sia pur labile indizio di una rete che unisse i massoni in un disegno univoco. La genesi massonica del “combinato disposto” Gran consiglio/iniziativa del Re è una leggenda di frange della Repubblica sociale italiana, insufflate da uno spretato massofago professionale che non si nomina, incline a vedere ovunque la regìa occulta dei Figli della Vedova: capofila dei complottisti oggigiorno in servizio permanente effettivo. Per cercare di ridimensionare Mussolini e salvare se stessi i gerarchi partecipi al Gran consiglio del 24-25 luglio non avevano bisogno di essere assistiti dal Baphomet. Bastavano le notizie sull'avanzata degli anglo-americani in Sicilia e la tardiva cognizione dell’enormità degli errori commessi da Mussolini sin dalla guerra d'Etiopia e soprattutto dal 1938 in poi e infine con le dichiarazioni di guerra all'URSS e, non bastasse, agli USA: una potenza che non attendeva altro per entrare nel Mediterraneo a spese non solo delle ambizioni tardonazionalistiche del fascismo ma anche di Francia e Gran Bretagna, il declino dei cui imperi coloniali datò dalla fine della nuova guerra dei trent'anni (1914-1945).
La solitudine del Re
In conclusione, protagonista della svolta del luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III che si valse di militari ligi al giuramento di fedeltà al Re. Nelle loro bandiere non comparvero mai i fasci littori che avevano invece inondato le amministrazioni pubbliche, statali e locali, dando all'estero l'immagine di una compattezza che rimase solo di facciata, come si vide nel 1943, proprio quando il partito aveva raggiunto il massimo storico degli iscritti. Perciò gli anglo-americani ostacolarono la riorganizzazione delle forze armate regie e isolarono il Re, con la connivenza non solo dei cattolici, che vi vedevano il nipote dello scomunicato Vittorio Emanuele II, debellatore dello Stato pontificio, ma anche di tanti “liberali” che sorsero a pretendere l'immediata abdicazione sua, la rinuncia di Umberto alla successione e il passaggio della corona a Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un reggente antistatutario in assenza della Camera dei deputati e nell'impossibilità di adunare il Senato.
   Nel dicembre 1943 Nicolò Carandini dichiarò a Bonomi che i liberali volevano “una monarchia pulita e non un cencio sporco come è l'attuale sovrano”. Il colpo di Stato strisciante, dopo il discusso referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, vide infine l'Italia inchiodata dalle durissime clausole del Trattato di pace impostole a Parigi il 10 febbraio 1947: il “passivo” ricadde su chi aveva pensato di scaricarlo su Vittorio Emanuele III, cittadino all'estero nella pienezza dei diritti civili e politici, e su Umberto II, migrato in Portogallo. 
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Sotto la data del 24 luglio Bonomi (nell'illustrazione affiancato da Vittorio Emanule Orlando e da Francesco Saverio Nitti) annotò: “Oggi alle 17 viene da me un noto antifascista, il dottor Domenico Maiocco piemontese, che è molto in intimità con il quadrumviro De Vecchi. Egli mi conferma che il Gran consiglio del fascismo si convoca proprio nell'ora in cui egli mi parla e che le deliberazioni dell'assemblea saranno di eccezionale importanza”. Tramite Maiocco, De Vecchi desiderava fargli sapere che sarebbe stato amichevolmente invitato a far parte del nuovo governo dopo la prevista revoca di Mussolini. Rispose che gli pareva “un romanzo”, “sogno di menti oscurate”. Iniziato massone nel 1923 nella loggia “Vita Nova” di Alessandria, socialista e perseguitato dal regime, Maiocco fondò la Massoneria Italiana Unificata, già auspicata da Placido Martini, antifascista, ucciso alle Fosse Ardeatine, e ne fu gran maestro, riconosciuto dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato degli USA (giurisdizione sud). Ne ha scritto il generale Antonino Zarcone in “Lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato” (ed. Annales, 2015).
 


CORRADO SFORZA FOGLIANI
LIBERALE DI NATURA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.
Corrado
                                                          Sforza
                                                          Fogliani (15
                                                          dicembre
                                                          1938-10
                                                          dicembre 2022)
                                                          è stato
                                                          Presidente
                                                          della
                                                          Confedilizia,
                                                          della Banca di
                                                          Piacenza e di
                                                          un ampio
                                                          ventaglio di
                                                          enti e di
                                                          associazioni.
                                                          Liberale
                                                          “senza se e
                                                          senza ma”. Più
                                                          che un
                                                          esempio, un
                                                          modello.Lunedì 11 dicembre 2023 per iniziativa del suo presidente avv. Giuseppe Nenna la Banca di Piacenza ha rievocato Corrado Sforza Fogliani che la guidò per decenni. L'incontro è stato aperto dall'intervento del senatore Pier Ferdinando Casini, che ne ha sottolineato il suo “rispetto delle istituzioni che nel Paese oggi è un principio in via di attenuazione”. Lo scrittore Marcello Simonetta lo ha definito un “Cosimo de' Medici dei nostri tempi”. Il nostro editorialista Aldo A. Mola ha tracciato il seguente sintetico profilo di Sforza Fogliani storico del Risorgimento italiano.   


Un genio poliedrico
   Nel “Ritratto” di Corrado Sforza Fogliani scritto in prossimità del suo 80° compleanno Carlo Giarelli osservò che un suo ritratto a tutto tondo richiedeva «non un semplice profilo, ma un'opera monumentale». Ne ricordò alcuni motti “di famiglia” che gli fecero da viatico e che dispensò ai suoi discepoli: «Non contate sul patrimonio e men che meno sul nome, ma fatevi una posizione personale»; ancora: «fare il passo che la gamba consente»; e, infine, «la vita è solo l'occasione per esprimere le nostre qualità morali».
   Uomo dal multiforme ingegno, avvocato, giurista, banchiere, raffinato esperto d'arte e cultore di tradizioni civili, nella lunga vita esemplare Sforza Fogliani spiccò per coerenza e generosità. La “fede nella libertà”, che all'osservatore disincantato potrebbe apparire contraddizione, gli arrivava dai secoli della sua Casa e dai genitori, che gli furono guida. Era radicata nella consapevolezza delle disparità economiche e sociali, quindi nello statuto intellettuale e costumale dei singoli ma al tempo stesso nella fiducia nell'incivilimento e, in definitiva, nella potenziale bontà di ogni uomo. Questo suo abito intellettuale si espresse in tutti i campi ai quali si dedicò dalla giovinezza alla maturità e all'età avanzata, contrassegnata dallo spiccato senso del tempo e della necessità di investire ogni suo istante nella costruzione di un mondo migliore di come l'aveva conosciuto nel corso della seconda guerra mondiale, negli anni difficili della ricostruzione, in quelli del “miracolo economico” e del passaggio dagli Stati nazionali alla prospettiva di un’Unione Europea in sempre faticosa ricerca di realizzazione.
   La coerenza si sostanziò nella “professione di fede”. Corrado Sforza Fogliani non tenne mai racchiusi in se stesso i principi cardinali di vita conquistati e assimilati dalla giovinezza. Dedicò anzi gran parte del tempo suo a promuoverli in tutti i modi possibili: con l'esempio nella vita professionale (lo ricordano i suoi “giovani di studio”, i dirigenti, funzionari e impiegati della Banca di Piacenza: il Tempio nel quale entrava per primo e dal quale usciva per ultimo) e con il fervore della “comunicazione”, dal giornalino studentesco negli anni del liceo agli articoli per quotidiani (in specie “il Giornale”), in riviste giuridiche e nei molti volumi sui temi, quali la proprietà, che lo ebbero Maestro di chiara fama: limpidi, concreti, precisi, basati su informazioni di prima mano e svolti secondo impianto logico, volto a con-vincere, a confrontarsi con il lettore per averne il consenso, non forzato ma per adesione alla sua proposta.
Le radici nella “piacentinità”
   Particolarmente significativo risulta il suo impegno di studioso di storia, motivato dalla consapevolezza dell'intreccio tra il “grande flusso” (l'espressione è di Riccardo Bacchelli, scrittore di primissimo piano oggi quasi dimenticato) e le vicende dei singoli uomini, fatte anche della fortuna che aiuta gli audaci. Lo sperimentò per sé dall'incontro giovanile, apparentemente fortuito ma in realtà necessario, con Luigi Einaudi, il cui magistero gli fu guida nei lunghi anni di alfiere del pensiero liberale e di componente del consiglio comunale di Piacenza, carica a lui così cara da volerla rinverdire in tempi recenti quasi per ripetere in quella sede l'heri dicebamus a cospetto di tanti repentini mutamenti di umori dell'elettorato.
   A tacere dei secoli precedenti, per Corrado Sforza Fogliani questa aveva radice e suggello nella scelta che il 10 maggio 1848 fece di Piacenza la Città primogenita della Nuova Italia: una decisione così netta e irrevocabile che nel 1860 non vi fu bisogno di ribadirla con l'elezione di una nuova assemblea, una seconda richiesta di adesione alla Corona sabauda e un plebiscito confermativo.
   Quell'atto politico si sostanziò nelle prime convulse elezioni di deputati di Piacenza alla Camera (quattro chiamate alle urne in soli dieci mesi) e poi venne ribadito da quelli eletti dopo il 1860: il marchese Giuseppe Mischi, l'avvocato Pietro Boschi, il professore Filippo Grandi, Raffaele Garilli, il generale Giacinto Carini, il consigliere di Stato Luigi Gerra, il conte Ludovico Marazzani, l'avvocato Ernesto Pasquali (eletto nel 1870 e in carica sino al 1890 quando Piacenza si riconobbe nel principe Emanuele Ruspoli). Nel frattempo il territorio venne rappresentato alla Camera Alta dai senatori Luigi Malaspina, Pietro Gioia (eletto deputato nel 1848), Pietro Salvatico, Giuseppe Mischi, Alessandro Cavagnari e dal celebre Giuseppe Manfredi (1828-1918), che si affacciò ventenne nell'agone politico con articoli in “Il Tribuno del popolo”, ascese a Procuratore generale in Roma (in quella veste   escogitò l'annullamento delle nozze di Giuseppe Garibaldi con la contessina Rosa Raimondi) e fu presidente del Senato dal 1908 alla morte: uno tra i massimi statisti della Nuova Italia, meritevole di essere riproposto all'attenzione.
   Protagonisti della storia locale e nazionale, sempre in una visione europea del processo in corso, quei parlamentari furono accuratamente indagati da Sforza Fogliani, che si erse ad “Avvocato dell'Italia liberale” e ne consegnò memoria nell'importante saggio su Piacenza nel Risorgimento pubblicato nella monumentale storia della città.
Promotore di studi e saggista
   Anche nel suo “mestiere di storico” attestò coerenza e profuse generosità. Presidente del Comitato piacentino dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano presieduto da Alberto Maria Ghisalberti, poi da Emilia Morelli e infine da Romano Ugolini, Sforza Fogliani promosse e orchestrò importanti convegni di studio e curò molteplici volumi collettanei tra i quali mi limito a ricordare gli Studi in onore di Giovani Forlini (1978), Ottocento piacentino e altri studi in onore di Giuseppe S. Manfredi (1980) e i più recenti Echi e riflessi piacentini dell'avvento della Sinistra al governo visti 130 anni dopo (2007), Piacenza e la Grande Guerra (2014) e La figura di Giovanni Raineri a settant'anni dalla morte (2015), atti del convegno svolto con pari titolo celebrato nel 2014 con prolusione di Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato e conclusioni di Sforza Fogliani su Raineri ministro delle Terre liberate. Di Raineri (1858-1944) promosse anche le Memorie di guerra e di governo, a cura dello stesso prof. Ricci (2016), nella cui premessa Sforza Fogliani ricordò il profondo legame dell'illustre statista con Luigi Luzzatti, pioniere delle banche popolari in Italia, e ne additò a modello la “ricetta contro la corruzione” adottata dal ministro Raineri nella ricostruzione all'indomani della Grande Guerra.
   Nei convegni e nei volumi che ne nacquero Sforza Fogliani si ritagliò uno spazio apparentemente minore e talvolta minimo, quasi manzoniano “cantuccio”, ma sempre su temi di ampio rilievo, trattati con finezza critica e non senza allusioni alla continuità dal passato remoto e prossimo all'età presente. Lo documentano, per esempio, le belle pagine sulle “Inquietudini dell'animo causate da controversie giudiziarie e suo soddisfacimento nel pensiero di Melchiorre Gioia”, in cui illustrò la lungimiranza dell'insigne giurista nel valutare la portata del danno psicologico inferto a chi venga fatto chiamare ingiustamente in giudizio e i modi del suo risarcimento, tra i quali lunghi viaggi ristoratori dell'animo del querelato a totale carico dell'incauto querelante. Altrettanto vale per il saggio su “Un processo di cent'anni fa per uno sciopero di lavoranti panettieri” dal quale l'Avvocato trasse motivo per deplorare l'interferenza di interessi corporativi (sia dei lavoranti, sia degli imprenditori) nella formazione e imposizione del prezzo che deve scaturire dal libero mercato.
   Dal 1959, centenario della seconda guerra per l'indipendenza, poco dopo seguita da quello della proclamazione del regno d’Italia, Sforza Fogliani intraprese un'opera poderosa: la cronologia della storia piacentina, tratta dallo spoglio della miriade dei fogli locali: “La Libertà”, “Il Progresso”, “L'Amico del Popolo”, “Il Piccolo”,... Si stava ponendo, all'epoca, la questione di metodo sui giornali quale fonte per la storiografia. Mentre rimaneva imprescindibile lo scavo degli archivi di enti pubblici (di Stato, provinciali, comunali, notarili...) e di privati (una miriade) e si affermava la valenza degli archivi ecclesiastici, i periodici assunsero peso peculiare, previo vaglio della loro veridicità. Questa, tanto più se commisurata con il giornalismo odierno, emergeva dal controllo reciproco tra le diverse testate, spesso impegnate in dispute animose, e da parte dell'opinione pubblica, che era, in definitiva, l'arbitro ultimo dell’attendibilità della carta stampata e decideva se riconoscersi o meno nei candidati ai consessi locali e alla Camera, sponsorizzati dai diversi e contrapposti giornali. Il modello ideale dell'opera intrapresa da Sforza Fogliani erano i cinque volumi di L'Italia dei cento anni (1800-1900) giorno per giorno di Alfredo Comandini. Al primo volume (1959-1883), edito da Li Causi, altri seguirono (1884-1893 e 1894-1899), curati da Sforza e dalla Consorte, Maria Antonietta De Micheli, come lui appassionata di storia, ed editi dal Comitato di Piacenza dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano.
   La loro esplorazione, forse inizialmente faticosa per il lettore odierno, assuefatto ai flash di agenzie e ai “messaggini”, risulta più che appagante per chi voglia immergersi in un ieri che contiene quasi tutto il presente, nei suoi aspetti più quotidiani e in quelli di lunga durata: l'organizzazione della sanità (la prima legge sulla pubblica igiene venne approvata nel 1890, trent'anni dopo l'unità, e si deve a Francesco Crispi e a Luigi Pagliani, che istituì i medici e i veterinari condotti), l'istruzione in ogni sua forma, la moltiplicazione di forme associative, le banche, l'amministrazione della giustizia e, s'intende, la dialettica politico-elettorale. Non mancano notizie gustose, come l'animoso contrasto tra Felice Cavallotti (eletto deputato di Piacenza nel 1895) e Luigi Illica, culminato in un duello nel cui corso (scrisse “L'Arena di Verona” ripresa dalla piacentina “La Libertà”) Cavallotti si spinse a mordere un polpaccio del rivale.
Il richiamo a Camillo Cavour
   Nel 150° dell'annessione di Roma (passata in terzo piano nell'attenzione della storiografia e della pubblicistica), Sforza Fogliani ripubblicò i tre discorsi nei quali il 25 e 27 marzo 1861 alla Camera e il 9 aprile al Senato Camillo Cavour pose la questione di Roma capitale d'Italia. In un sobrio volumetto pubblicato nelle edizioni di “Libro Aperto”, con postfazione di Antonio Patuelli, tornò alla radice dell'unificazione italiana. Per prendere corpo, essa doveva passare attraverso la debellatio dello Stato Pontificio con quanto ne sarebbe derivato sin dal 1860: la scomunica di Vittorio Emanuele II, dei suoi ministri e di tutta la dirigenza pubblica italiana. Con quella misura estrema Pio IX ritenne di colpire alla radice il nuovo Stato. Lo volesse o meno, compattò attorno alla Corona anche quanti non erano né sabaudisti né monarchici ma convennero che sul piano storico e politico non vi era alternativa a Casa Savoia. Lo affermò Giosuè Carducci che dai fervori garibaldini dei Giambi ed Epodi trascorse all'elogio della Regina Margherita, poi pubblicata nelle Odi barbare. Ancor prima di lui, lo avevano compreso ecclesiastici lungimiranti, come l'abate di Montecassino Luigi Tosti, e il teologo Carlo Passaglia, che nel 1862 lanciò la “Petizione a Pio IX”, sottoscritta da novemila ecclesiastici per addivenire subito alla conciliazione tra la Chiesa e il regno d'Italia, la religione cattolica e il patriottismo. Alle loro spalle avevano il teologo Vincenzo Gioberti e l'abate Antonio Rosmini (nel 2007 proclamato beato), entrambi evocati da Cavour nei citati discorsi
   Con spirito profetico al Senato, che all'epoca sedeva in Torino, a Palazzo Madama, in Piazza Castello, Cavour disse con forza: «Se la corte di Roma accetta le nostre proposte, se si riconcilia coll'Italia, se accoglie il sistema di libertà, fra pochi anni, nel Paese legale, i fautori della Chiesa, o meglio, quelli che chiamerò il partito cattolico, avranno il sopravvento; ed io mi rassegno fin d'ora a finire la mia carriera nei banchi dell’opposizione.» Fu quanto accadde nel 1948, quando, nondimeno, per una imprevedibile eterogenesi dei fini, la straripante vittoria della Democrazia cristiana alle votazioni del 18 aprile si risolse nell'elezione del liberale, monarchico e piemontese Luigi Einaudi alla Presidenza della Repubblica in successione al liberale, monarchico e napoletano Enrico De Nicola.
   “Conciliazione” e fermezza nella difesa della libertà erano stati da decenni al centro della riflessione di Sforza Fogliani quale storico. Ne scrisse con Paola Castellazzi nel succoso saggio sull'istruzione obbligatoria e il voto del Consiglio comunale di Piacenza sulla proposta di abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole primarie, pubblicato in Echi e riflessi piacentini dell'avvento della Sinistra al governo visti 130 anni dopo (Comitato di Piacenza dell'Isri, 2007). Il 4 gennaio 1878 il Consiglio respinse la richiesta avanzata dal consigliere Pallastrelli di «togliere l'insegnamento religioso nelle scuole» in omaggio «ai più lati principi di rispetto per la libertà di coscienza e di pensiero». La Giunta comunale ed il Consesso deliberarono «non tanto in aderenza con l'indirizzo politico del periodo, quanto piuttosto non in contrasto con l'opinione dei piacentini». Precorsero la posizione assunta da Giovanni Giolitti nel 1908 contro la “mozione” del socialista Leonida Bissolati di abolizione dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola dell'obbligo. Lo Statista liberale dichiarò lo Stato incompetente in questioni religiose ma al tempo stesso tenne fermo il principio che quell'insegnamento dovesse essere impartito da insegnanti “patentati”, in luoghi e ore stabiliti dall'autorità scolastica. La “mozione Bissolati” ottenne appena 65 voti favorevoli: il 12% dei  su 508 deputati in carica. Fu respinta anche da massoni.
Il Mecenate
   Munifico nei confronti della realizzazione di importanti interventi di restauro di edifici ecclesiastici, Corrado Sforza Fogliani mirò anche al restauro della coscienza nazionale. Lo fece con la discrezione di sempre e, per così dire, in dialogo responsoriale con un piacentino che ho avuto l'onore e il piacere di conoscere e di frequentare assiduamente, don Franco Molinari, «un Voltaire in tonaca – ne scrisse Roberto Gervaso – , uno dei più impertinenti e spregiudicati scrittori cattolici», autore, tra altro, di La massoneria, cattedrale laica della fraternità (ed. Queriniana, un saggio più volte ampliato e ristampato).
   Mi sia consentito infine un ricordo personale. Il 10 maggio dello scorso anno fui a Palazzo Galli per la presentazione del mio libro su “Vittorio Emanuele III. Il re discusso”. Al termine l'Avvocato mi intrattenne a lungo, con l'allora Direttore Generale della Banca di Piacenza. Singolarmente espansivo ci narrò tanti momenti della sua formazione di “liberale per natura, libertario per forza di cose”, a cominciare dalla visita a Einaudi all'Eremo di San Giacomo, in Dogliani. Poi, inevitabilmente, rievocammo amici d'un tempo e sempre presenti in memoria, a cominciare appunto da “don Franco”, che faceva salire in sella alla sua potentissima motocicletta e portava di gran carriera all'Università. La sua morte era stata per entrambi una perdita dolorosissima. Di seguito parlammo del piacentino Marco Bertoncini, saggista perspicace, giornalista, lettore onnivoro, che ci ha improvvisamente lasciati poco tempo fa.
   Al termine Sforza uscì. La serata era ancora fresca. Lo accompagnai un tratto, memore dell'epigrafe trecentesca sormontante una porta del castello di Torrechiara, scelta per la Targa dell'ospitalità piacentina detta del “Benvegnù”: «Signori, voi siete tutti qui bene accetti e ognuno che verrà qui sarà ben accetto e ben trattato». Me l'aveva solennemente consegnata in un precedente incontro. Mi esortò a ripararmi. Mi fermai sulla soglia dell'albergo e lo vidi camminare pacato e solenne verso Piazza Cavalli avvolto nell'impermeabile chiaro. Infondeva sicurezza e serenità. È andato avanti, come dicono gli alpini. E attende.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Corrado Sforza Fogliani (15 dicembre 1938-10 dicembre 2022) è stato Presidente della Confedilizia, della Banca di Piacenza e di un ampio ventaglio di enti e di associazioni. Liberale “senza se e senza ma”. Più che un esempio, un modello.


QUO VADIS LENTO PEDE, ITALIA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Dicembre 2023 pagg. 1 e 6.
Un'aula
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                                                          Crocifisso.La stasi
L'anno si chiude in un clima di sospensione e di attesa. Rinviate di mese in mese, le “grandi scelte” interne sono ormai rimandate a giugno. Se ne parlerà dopo l'elezione dei deputati italiani al Parlamento europeo, quando – ormai pare certo – gli elettori di quattro regioni di peso verranno chiamati a rinnovare i loro amministratori sulla base di leggi elettorali del tutto difformi da quella, proporzionale, vigente nelle elezioni “europee”. Per non scoraggiare troppo i cittadini, sempre meno attratti dai “ludi cartacei”, è rinviato sine die il rinnovo dei consigli provinciali. Quello dei consigli comunali è ristretto al minimo indispensabile. Nei comuni con meno di 5.000 abitanti, i sindaci potranno essere rieletti anche dopo due mandati mentre il problema vero, l'accorpamento dei comuni di dimensioni piccole e minime, si è perso nelle nebbie dei tanti “vorrei”.
   Il presidente del Consiglio in carica afferma che le alleanze per il futuro governo dell'Europa dovranno replicare lo stesso “perimetro” di quello nazionale. La sua, però, è un'opinione o una speranza come tante altre. In realtà nessuno è in grado di predire l'esito delle elezioni del 2024. All'opposto di quanto da lui ventilato/auspicato, le previsioni più attendibili configurano la divaricazione tra cornice europea e scenario italiano.
   La prefigurazione di quanto potrebbe avvenire tra sei mesi è in stallo per l'anomalia del “caso Italia”, lasciato sotto traccia dalla generalità degli opinionisti. A differenza di quanto avviene in altri Paesi dell'Unione, il presidente del Consiglio ha alle spalle un partito dalle dimensioni modeste rispetto al consenso che gli viene accreditato dai sondaggi. Anziché una forza esso è il suo tallone d'Achille. Il presidente deve quindi inseguire e fidelizzare l'elettorato con proposte altisonanti, dalla ricaduta elettorale niente affatto sicura. Di lì la necessità di contraddirsi sino a suscitare perplessità, fisiologiche in tempi ordinari, meno convincenti e meno elettoralmente redditizie in quelli eccezionali, prospettati dalle guerre in corso, tra Europa orientale e Vicino Oriente, e dalla debolezza del presidente Biden.
   In vista delle elezioni il presidente del Consiglio dovrà quindi dedicarsi al partito più di quanto abbia fatto nel suo primo anno di governo, per alcuni aspetti assai simile al 1923, cioè al primo anno del governo presieduto da Benito Mussolini, ma per altri aspetti del tutto difforme. Perciò non è esercizio retorico gettare uno sguardo all'Italia di cent'anni addietro.
Stato e Partito
   A giudizio di Alberto Aquarone, lo storico più acuto e penetrante del regime, passato a fine ottobre 1922 dall'opposizione facinorosa al vertice dell’esecutivo, il fascismo “di governo” mosse i primi passi all'insegna dell'incertezza. Alla guida di una coalizione costituzionale onnicomprensiva, estesa dai nazionalfascisti ai liberali di varia denominazione e dai democratici sociali ai popolari, Mussolini ottenne ampio credito all'estero, in specie in Gran Bretagna e Stati Uniti d'America, tranquillizzati dalla prospettiva di vedersi restituire dal nuovo governo i prestiti concessi all'Italia per fronteggiare la guerra, soprattutto nella fase conclusiva (1917-1918).
   All'indomani dell'ascesa alla presidenza, il “duce del fascismo” si affrettò a compiere un viaggio a Londra, affiancato da diplomatici di rango. In quell'occasione, caso unico nei suoi vent'anni di governo, a presiedere il Consiglio fu il conte Teofilo Rossi di Montelera, seguace di Giovanni Giolitti, ministro dell'Industria (per sottosegretario aveva Giovanni Gronchi, esponente del partito popolare). Fu un gesto di valenza simbolica. Ostentò la propensione di Mussolini a valersi dei “fiancheggiatori” per consolidare la maggioranza governativa. Gli accordi economici e talvolta politici stipulati nel volgere di pochi mesi con Romania, Grecia, Bulgaria e i “patti di Tirana” con l'Albania fecero dell'Italia un compagno di viaggio nel cammino dell'Europa verso la stabilità. Il 24 luglio 1923 la conferenza di Losanna archiviò la pace di Sèvres e definì i rapporti tra l'ex impero turco-ottomano e i vincitori, che se ne suddivisero le spoglie. La Turchia riconobbe all'Italia Rodi e il Dodecaneso e rinunciò a protrarre qualsiasi aiuto militare alle tribù libiche ancora in armi contro l'Italia, che ebbe mano libera nella riconquista e nella riorganizzazione già avviata da Giuseppe Volpi di Misurata. L'Egitto cedette a Roma l'oasi di Giarabub, una postazione strategica.
   La credibilità del governo doveva però trovare conferma nella tranquillità interna e questa era possibile solo con il chiarimento dei rapporti tra lo Stato e il partito nazionale fascista, nel quale da metà febbraio del 1923 erano confluiti i nazionalisti (Federzoni, Rocco, Forges Davanzati...) a patto dell'esclusione dei massoni dalle file di un partito popolato di “fratelli” in posizioni anche dominanti. Mentre nel corso del 1923 non si registrarono iniziazioni di fascisti nelle logge del Grande Oriente, al riparo della segretezza lo scaltro Raoul Palermi, gran maestro della Serenissima Gran Loggia d'Italia, spalancò le porte dei templi liberomuratòri a gerarchi di peso, come Edmondo Rossoni, capo dei sindacati fascisti, e conferì gradi supremi a Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a Ernesto Civelli, monarchico, già intendente generale della “marcia su Roma” come il confratello repubblicano Gaetano Postiglione, e a molti altri fautori del futuro regime.
   Il nodo da sciogliere in tempi stretti fu l'affermazione del primato dello Stato. Sin dal 30 ottobre 1922 il quadrumvirato regista della mai avvenuta “marcia su Roma” aveva ordinato la smobilitazione delle “squadre” e intimato: «Il Fascismo italiano è troppo intelligente per desiderare di stravincere.» Il giorno dopo ribadì: «Il regime fascista, entrato nell'orbita legale, ha bisogno più che mai di ordine e d'inflessibile disciplina.» Mussolini lo ripeté il 16 novembre alla Camera: «Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Ho costituito un Governo di coalizione e non già con l'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare.» Il 27 seguente in Senato irrise quanti gli mostravano più o meno calorosamente solidarietà: «Si tratta spesso di anime o animule che vanno dalla parte dove spira il vento favorevole, salvo poi precipitarsi dalla parte opposta quando il vento cambi direzione. Agli amici ambigui preferisco avversari vivi e sinceri.» Aggiunse: «Ma, intendiamoci, che cosa è questo liberalismo? La libertà non è solo un diritto ma un dovere»; il che si traduceva nel controllo dell'informazione. Estasiato, come già la Camera dei deputati, anche il Senato gli concesse larghissima fiducia.
   Il 22 novembre Dario Lupi, massone del Grande Oriente e sottosegretario alla Pubblica Istruzione, ordinò ai sindaci, tramite i provveditori agli studi, di affiggere nelle aule scolastiche il crocifisso e il ritratto del Re. Mussolini ebbe mani libere per imbrigliare lo squadrismo con la costituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), la fascistizzazione delle corporazioni sindacali e l'annuncio del Gran Consiglio fascista (poi “del fascismo”), «dal quale sorgeranno tutte le grandi istituzioni del regime».
   Il regio decreto 14 gennaio 1923, n. 14 regolamentò la Milizia, «al servizio di Dio e della Patria italiana» e «agli ordini del Capo del governo» (che formalmente era ancora solo “presidente del Consiglio”). Con i corpi armati per la pubblica sicurezza e col regio esercito la Milizia era chiamata a «mantenere all'interno l'ordine pubblico, preparare e conservare inquadrati i cittadini per la difesa degli interessi dell'Italia nel mondo». Essa tardò tuttavia a svolgere il compito che le era stato assegnato. Il 19 settembre 1923 lo deplorò il generale Emilio De Bono nella circolare ai comandanti di zona: «Il Duce è indignato e costernato, ed io lo sono dal lato militare, per atti e manifestazioni che avvengono qua e là da parte di ufficiali di grado elevato della Milizia, i quali, pervasi da passione politica, dimenticano l'alta responsabilità militare e disciplinare che hanno. La Milizia in conseguenza di ciò sta attraversando un periodo che la squote (sic!) dalle sua fondamenta…» Essa doveva astenersi da condotte “politiche” e attenersi a quelle militari.
   La divaricazione tra governo e partito era allarmante da mesi. Il 31 gennaio De Bono scrisse ai prefetti: «Se i fascisti o sé dicenti tali commettono azioni inconsulte o atti di provocazione o prepotenza si colpiscano senza riguardo gli autori o ritenuti responsabili”. La bandiera fascista copriva beghe personali, camarille e “sciocche convulsioni”. Il 13 giugno Mussolini telegrafò ai prefetti: «Unico solo rappresentante autorità Governo nella Provincia è il prefetto e nessun altro all'infuori di lui. Fiduciari provinciali fascisti nonché diverse autorità partito sono subordinate Prefetto.» Sembrava Giolitti. Sennonché aggiunse: «Intendesi che essendo Fascismo partito dominante Prefetto dovrà tenere contatti con fascio locale per evitare dissidi e tutto ciò che possa turbare ordine pubblico.» Un colpo al cerchio...
   A fine anno, il 27 dicembre, ribadì: «Rammento ancora ai signori Prefetti che l'avere la tessera fascista non deve ritenersi come un diritto di impunità. Sono ancora troppi nel Regno i fatterelli antipatici provocati ordinariamente dai soliti fascisti forse per esuberante vitalità ma che finiscono per screditare il fascismo e per fallace conseguenza anche il Governo.» Il 1° dicembre il segretario generale del PNF Francesco Giunta ordinò alle federazioni provinciali l'indizione di assemblee dei fasci per la nomina dei loro vertici «attraverso il sistema elezionistico», previa «la più ampia libertà di discussione» e la rappresentanza di tutte le correnti, ferma restando l'esclusione dei fascisti già espulsi, di lì a poco bersaglio di bastonature feroci. Le assemblee sarebbero state tutelate da un delegato di pubblica sicurezza e da un reparto di carabinieri pronto a intervenire per scongiurare tumulti e, se necessario, sciogliere i fasci indisciplinati. Un colpo alla botte...
   Mussolini blandì il capogruppo del partito popolare italiano, Alcide De Gasperi, promettendogli che sarebbe rimasta in vigore l'assegnazione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti. La nuova legge elettorale, varata  nel 1923 dall'apposita Commissione presieduta da Giolitti e comprendente i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari (inclusi i repubblicani e i comunisti), assegnò invece i due terzi dei seggi al partito più votato se raggiungesse almeno il 25% dei voti validi: un traguardo non inarrivabile, visto che nelle elezioni del maggio 1921 i socialisti avevano superato il 24% e i popolari si erano attestati sul 20%. In vista delle elezioni, indette per il 6 aprile 1924, un apposito comitato ristretto approntò la Lista nazionale comprendente fascisti di recente iscrizione e molti niente affatto iscritti: liberali, cattolici, democratici, socialisti riformisti, non dimentichi che nella formazione del governo insediato il 31 ottobre 1922 Mussolini si era prefisso l'inserimento del socialista Gino Baldesi e il 16 novembre seguente aveva blandito alla Camera il suo compagno D'Aragona. Nel discorso di insediamento Mussolini aveva promesso: “Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe alcuna giustificazione”.
L'“affare Matteotti”: un “inciampo” imprevisto
   Al netto delle violenze registrate in molte regioni durante la campagna elettorale e nel corso delle votazioni, la Lista nazionale conseguì un successo superiore a ogni previsione: il 65% dei voti e due terzi dei seggi. Però i deputati iscritti al PNF risultarono solo 227 su 535: una minoranza. Mussolini vinse ma non stravinse. Quanto la vittoria fosse precaria si constatò all'indomani del rapimento di Giacomo Matteotti, segretario e capogruppo parlamentare del Partito socialista unitario (9 giugno 1924). La sua morte viene e per tutto l'anno venturo verrà rievocata in convegni e mostre accomunati nella condanna di Mussolini e del fascismo quali suoi mandanti ed esecutori. Quel crimine rischiò di far crollare l'impalcatura del governo Mussolini. Rigorosamente costituzionale, il Re rimase invano in attesa di un “segnale” da parte del Parlamento. 
   La deplorazione del delitto fu pronunciata pochi anni dopo nella sede storiografica più autorevole: le “voci” Fascismo e Italia (Storia d') pubblicate nell'Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile e pubblicata dall'editore Treccani.
   Nel paragrafo sulla storia del fascismo Gioacchino Volpe osservò che all'indomani dell'insediamento del governo Mussolini si registrò una «crisi di sovrabbondanza» di iscritti, simpatizzanti e “profittatori”. I fasci furono inquinati da «troppi improvvisati gerarchi che erano come incapaci a bene obbedire, così a bene comandare». All'indomani delle elezioni, «proprio in quei giorni di passioni eccitate, accadde che uno dei più accaniti e acerbi oppositori, il deputato socialista Giacomo Matteotti, fu ucciso in modo misterioso, nelle vicinanze di Roma. Furono accusati – e l'accusa risultò fondata – uomini del fascismo. Il delitto Matteotti fu sfruttato fino all’osso» e si tradusse nell’«arresto numerico e morale del fascismo». Molti gli voltarono le spalle, mentre esalava «molta massoneria».
   Nel paragrafo Anni torbidi e resurrezione nazionale della voce “storia d'Italia” Alberto Maria Ghisalberti, futuro presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, scrisse che nel dopoguerra «miti democratici e promesse demagogiche (e un po' tutte le parti inclinarono alla demagogia), l'Italia, quasi fosse una nazione vinta, pareva vogliosa di dimenticare i propri morti». Lasciato alle spalle il triplice (sic!) ministero Facta, all'indomani delle elezioni dell'aprile 1924 «quando la violenza di alcuni dissennati in un cupo episodio di passione partigiana soppresse un deputato di opposizione, rappresentanti di questa ne vollero far responsabile il fascismo e i suoi capi con una campagna denigratoria senza esempio e senza limiti. Ma la secessione dell'Aventino fu stroncata dal memorabile e decisivo discorso del Duce del 3 gennaio 1925, e, superata l'artificiosa questione morale, il fascismo riprese il suo cammino vittorioso». «Il popolo fu con lui.» Il cadavere di Matteotti cadde come un macigno sulla storia d'Italia. Mussolini riuscì ad aggirarlo ma non lo rimosse.

Verso il “consenso di massa”
   Se nel 1923 i primi passi del fascismo erano stati incerti, dopo l'“affare Matteotti” e l'arroccamento fuori dell'Aula di quasi tutta l'opposizione Mussolini respinse nettamente l'accusa di essere il mandante del delitto, sfidò i parlamentari a valersi dell'articolo 47 dello Statuto, in forza del quale i ministri potevano essere accusati e rinviati a giudizio dinnanzi al Senato costituito in Alta Corte, e rivendicò il ruolo storico del fascismo, malgrado le violenze esercitate. Il suo governo, del resto, era riconosciuto da tutte le potenze estere, inclusa l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, dal marzo 1923 presieduta da Stalin in successione all'agonizzante Lenin.
   Nella bibliografia della voce Fascismo lo storico Federico Chabod citò le opere di antifascisti quali Giovanni Amendola, Ivanoe Bonomi e Luigi Salvatorelli. Direttori di sezione dell'Enciclopedia erano, con altri, Angelo Sraffa (massone), Gustavo Del Vecchio, Enrico Fermi, Federigo Enriques, Raffaele Pettazzoni (massone). Della redazione facevano parte, con altri, Alberto Pincherle, Ugo La Malfa, Ugo Spirito. Tra i suoi collaboratori spiccarono Arturo Carlo Jemolo, Adolfo Venturi, Arnaldo Momigliano, Carlo Morandi, Delio Cantimori, Guido Calogero, Giorgio Levi Della Vida, Riccardo Bachi, Roberto Almagià e insigni clinici quali Cesare Frugoni e Giulio Chiarugi: insomma, il meglio della cultura italiana non solo dell'epoca ma anche degli anni successivi al crollo del regime.
   Alla luce di ineccepibili considerazioni, sin dal 1965 Alberto Aquarone concluse che se non si fosse avventurato nella seconda Grande Guerra il regime sarebbe durato a tempo indeterminato proprio perché non aveva mai assunto «un carattere rigorosamente totalitario», ma aveva continuato a consentire ai cittadini «un certo margine di autonomia nella sfera privata scongiurando tensioni troppo acute e forse irresistibili». Come Mussolini stesso dichiarò al giornalista Ivanoe Fossani il 20 marzo 1945 «A rigore di termini non (era) stato neppure un dittatore, perché il (suo) potere di comando coincideva perfettamente con la volontà di ubbidienza del popolo italiano.» Vale la pena ricordarlo, albergando in quel popolo la tentazione ricorrente di affidarsi a un uomo della Provvidenza. All’epoca il “correttivo” fu la monarchia. Vittorio Emanuele III nominò il capo del governo e dopo vent'anni lo revocò. Lo ebbero ben presente i costituenti che conferirono al presidente della Repubblica e al Parlamento poteri di interdizione sufficienti a sbarrare la strada a prevaricazioni del presidente del Consiglio sullo Stato. Ceduta con trattati internazionali gran parte della sovranità, il ruolo della monarchia oggi è esercitato dalla Nato e dall'“Europa”. Contrariamente a quanto qualcuno immagina, non è l’assetto politico di quest’ultima a doversi modellare su quello italiano. Semmai vale l'inverso.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:  Un'aula di scuola elementare negli anni del Regime (Museo Etnografico “c'era una volta”, Piazza della Gambarina 1, Alessandria). Alla parete Mussolini e Vittorio Emanuele III ai lati del Crocifisso.


IL DUCE E FRATEL PASCHETTO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Novembre 2023 pagg. 1 e 6.
DIDASCALIA













                                                          : Copertina di
                                                          una riedizione
                                                          di Giovanni
                                                          Hus il
                                                          veridico, con
                                                          introduzione
                                                          di A.A.M. e
                                                          una nota del
                                                          “fratello”
                                                          Giovanni
                                                          Oggero,
                                                          Carmagnola,
                                                          Edizioni
                                                          Arktos, 2006.
                                                          Oggero ricorda
                                                          l'inchiesta
                                                          sulla
                                                          Massoneria
                                                          condotta
                                                          dall'“Idea
                                                          nazionale” nel
                                                          1912-1913 e
                                                          cita “tra i
                                                          più
                                                          ossessionati
                                                          antisemiti e
                                                          antimassoni
                                                          l'ex prete
                                                          Graziosi” (un
                                                          lapsus
                                                          ...provvidenziale),
                                                          che poi fu tra
                                                          quanti
                                                          premettero su
                                                          Mussolini per
                                                          il varo delle
                                                          leggi
                                                          razziali”.Dal gelido Pellice al biondo Tevere
A volte accade che un'affermazione sia esatta e al tempo stesso no. È quanto avviene da tempo su un aspetto della biografia di Paolo Antonio Paschetto. Fu o non fu massone? Probabilmente, con tutti i guai che imperversano sulla faccia della Terra e nei suoi cieli, sempre più affollati di satelliti anziché di paciosi Dei, la maggior parte dei lettori penserà sia una questione trascurabile e sarà tentato di voltare pagina. Però... C'è un però. A Paschetto (Torre Pellice, 12 febbraio 1885-9 marzo 1963), infatti, dobbiamo l'emblema dello Stato d'Italia. Intesta tutti i documenti di valore legale, dalla “Gazzetta Ufficiale” alle carte d'identità, ai passaporti e via continuando. Quindi la curiosità sull’eventuale iniziazione alla Libera Muratoria del suo creatore è più che legittima. Chissà mai che la Repubblica sia in odore di massonismo? Sarebbe un bene o un male assoluto? Il dollaro USA è un coacervo di simboli massonici. Tutto sommato ha retto nel tempo e regge. Sarà per quell'Occhio che veglia dalla punta della Piramide? Prima di rispondere alla domanda se dunque Paolo Paschetto sia stato o no iniziato in loggia, giova ripercorrerne sinteticamente la vita, analiticamente ricostruita da Silvia Silvestri nel “Dizionario biografico degli italiani”, al quale rimandiamo chi