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In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.




DA BERTONE A PELLA
“RAGIONERIA” E “POLITICA”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Giuseppe
                                                          Pella   La lunga carriera politica di Giovanni Battista Bertone...
     “In illo tempore”, un giorno di primavera del 1968, mentre l'Italia da almeno un anno era alle prese con sessantottismo e tanti “politici” premevano per un fumoso “cambio di passo”, una delegazione di democristiani cuneesi andò a Mondovì per un riservatissimo “colloquio” con il senatore Giovanni Battista Bertone, classe 1874. Avvocato e molto altro, il novantaquattrenne la accolse con pacata giovialità. Appena si affacciarono mogi mogi, capito quel che volevano dirgli, andò subito al dunque. Mostrò ancora una volta la sua tempra mite e leonina. Sciorinò come niente aneddoti di venti, quaranta, cinquant'anni addietro. Ricordò la sua prima campagna elettorale. Nel 1909, sessant'anni prima, aveva guidato con successo un blocco clerico-intransigente nella lotta per la conquista del comune di Mondovì. Vinse, ma l'esito fu annullato. Il governo inviò un regio commissario per preparare la riscossa dei liberali. Nel 1911 Bertone prevalse nuovamente. Di lì a poco fu eletto nel consiglio provinciale di Cuneo per il mandamento di Mondovì-Villanova-Frabosa. Da sette anni i suoi sessanta componenti (aristocratici, parlamentari, scienziati, artisti, notabili di ampia fama...) erano presieduti da Giovanni Giolitti (1842-1928).
   Nel 1913, egli narrò agli ospiti, le elezioni alla Camera nel collegio di Mondovì furono al centro dell'attenzione nazionale perché il “patto Gentiloni” tra Giolitti e i “cattolici moderati” doveva scongiurare la sua elezione. Vinsero i moderati, capitanati da Vittorio Vinai, che sconfisse il giolittiano Vittorio Giaccone. Il socialista Felice Momiliano si fermò a 609 voti contro i 5908 di Vinai. Quel patto non funzionò nemmeno a Cuneo, dove Gentiloni in persona intervenne per bloccare i cattolici intransigenti e spianare la strada all'elezione del trentunenne Marcello Soleri, già sindaco di Cuneo, contro Tancredi Galimberti, in rotta di collisione con Giolitti e nettamente sbaragliato.
   Anche all'epoca in provincia piccole ruggini diventano odi immarcescibili. Bertone però sapeva guardare lontano. Il 1° settembre 1917 da Frabosa, ove estivava, rinnovò a Giolitti il plauso per il coraggioso discorso tenuto a metà agosto al consiglio provinciale di Cuneo: «Quando milioni di lavoratori delle città e delle campagne, la parte più virile della nazione, torneranno affratellati per anni dai comuni pericoli, ritorneranno alle loro umili case con la coscienza dei loro diritti e reclameranno ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale che la patria riconoscente non potrà loro negare.» Bertone aggiunse: «Dietro a Vostra Eccellenza vada, silenziosa nel dolore ma ferma nelle sue aspirazioni, la grande massa del popolo italiano.» Parlava la lingua dei cattolici che verso fine Ottocento si erano organizzati nella prima “Democrazia cristiana” ponendo la “questione sociale” in termini non troppo diversi dall'Estrema sinistra (più equità: la “Rerum Novarum” di papa Leone XIII aveva più di vent'anni), ma senza toccare quella istituzionale. Da politico già sperimentato e avveduto, Bertone gli propose anche di varare un accordo tra “La Stampa” del senatore giolittiano Alfredo Frassati e il foglio cattolico torinese “Il Momento”: «Si avrebbero così due giornali a disposizione. E parmi cosa importante», egli osservò.
   Gli premeva fermare i nazionalisti e i rivoluzionari dell'Estrema sinistra che a metà agosto del 1917 avevano plaudito agli inviati dei soviet e incendiato Torino. L'intransigentismo clericale apparteneva al passato remoto. Perciò Bertone, laureato in legge nel 1896, nel gennaio 1919 fu tra i fondatori del partito popolare italiano guidato da don Luigi Sturzo e ne promosse rapidamente l'organizzazione capillare, utilizzando anche la rete degli ecclesiastici, preoccupati da quanto avveniva in Russia e stava dilagando dall'Europa centrale alla Gran Bretagna, preda di scioperi e dove i conservatori vittoriosi in guerra furono sconfitti alle urne.
  Il 16 novembre 1919 gli italiani vennero chiamati a rinnovare la Camera, sulla base della legge del 15 agosto: suffragio universale maschile e riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti nei collegi, quasi ovunque identici al territorio delle province. Nel ricordo del “gentilonismo”, su proposta del deputato giolittiano Camillo Peano la legge adottò il “panachage” (“screziatura”): se in una provincia, come quella di Cuneo, erano in palio dodici seggi e una lista metteva in campo undici candidati l'elettore poteva aggiungere un dodicesimo nome pescandolo tra i candidati di un'altra lista. Un cattolico poteva votare anche un liberale e viceversa. In provincia di Cuneo il sistema funzionò. Ma a vantaggio di Bertone i cui elettori non aggiunsero preferenze a favore di Giolitti, mentre molti liberali votarono anche Bertone, che sommò più suffragi dello Statista. Finì che i popolari ebbero quattro seggi, come i socialisti, mentre i liberali ne ottennero appena tre (Giolitti, Soleri ed Egidio Fazio, di Garessio). Uno andò all'indipendente Carlo Bianchi, di Bra, che si affrettò a votare con il governo, presieduto dal democratico Francesco Saverio Nitti.
   Giolitti masticò amaro ma, tornato presidente del Consiglio, volle Bertone sottosegretario alle Finanze, a supporto del ministro Luigi Facta, da trent'anni eletto a Pinerolo. Quando Facta divenne presidente del Consiglio lo chiamò alla guida del ministero. Nella drammatica seduta del 28 ottobre 1922 Bertone fu tra quanti (Paolini Taddei, Giulio Alessio e Soleri) chiesero di usare la maniera forte per fermare gli squadristi. Ci voleva poco. Il generale Emanuele Pugliese, ebreo osservante, comandante della divisione militare di Roma, pluridecorato, aveva predisposto tutto, come poi documentò in “Io difendo l’Esercito”, pubblicato a Napoli nel maggio 1946: un libro che tanti “storici” dovrebbero leggere prima di narrare fiabe su quei drammatici giorni.
   Le cose andarono come è noto: il re incaricò Mussolini, che formò il governo di coalizione costituzionale comprendente i popolari, con due ministri e sottosegretari, tra i quali Giovanni Gronchi all'Inustria. Bertone, accantonato, fu nominato presidente dell'Istituto nazionale di credito per la cooperazione. Rieletto nel 1924, aderì all'Aventino, ma quando ne constatò l'inconcludenza, nell'Anno Santo 1925 rientrò alla Camera. Allo scioglimento del partito popolare si dedicò alla professione forense. “Ars longa...”. La vita anche, a volte. Per lui lo fu, come evocò alla delegazione in visita a Mondovì quella primavera del Sessantotto.
   Aveva molto altro da raccontare, a cominciare dal suo rientro nell'agone politico nel 1945, l'elezione alla Costituente nel giugno 1946, la nomina a ministro del Tesoro in successione nel governo De Gasperi al conterraneo Soleri, morto prematuramente, il lancio del prestito per la ricostruzione, voluto da Luigi Einaudi. Senatore di diritto nel 1948, ministro del Commercio Estero e poi dell'Industria e Commercio, vicepresidente del Senato dal 1951 e presidente della commissione Finanze e Tesoro nel 1948, Bertone promosse l'unione doganale italo-francese: un progetto lungimirante che anticipò la linea comunitaria europea degli anni seguenti. Ovviamente ricandidato e rieletto senatore con cifra altissima di consensi, egli divenne uno dei profeti dell'Europa ventura. Di elezione in elezione fu confermato senza rivali.
   Ma, appunto, si arrivò al 1968. Fatto capire agli interlocutori di essere ancora lucidissimo e pronto a qualsiasi ulteriore prova, prese atto della necessità di “cedere” il collegio, che anche a Roma consideravano “blindato” per qualunque politico, anche se non monregalese o cuneese. Il candidato che gli venne prospettato d'altronde, era degno di lui e della miglior tradizione nella quale era vissuto e si riconosceva: il biellese Giuseppe Pella.
...e quella del “ragioniere” Giuseppe Pella.
   Nato a Valdengo il 18 aprile 1902 in un famiglia contadina, diplomato ragioniere al “Sommeiller” di Torino (come Giuseppe Saragat), laureato nel 1924 in scienze economiche e commerciali con un docente quale Luigi Einaudi, fiduciario di imprese tessili del suo originario biellese e insegnante di tecnica commerciale e ragioneria industriale negli istituti tecnici, nel 1935-1936 (gli anni della guerra d'Etiopia e della proclamazione dell'Impero) Pella fu nominato vicepodestà di Biella. Iscritto dal 1919 al partito popolare italiano, negli anni centrali del regime si dedicò alla professione, allo studio e all'amministrazione civica, che risolve i problemi dei cittadini, senza retorica magniloquente. Nel 1945 aderì alla democrazia cristiana e l'anno seguente venne eletto consigliere comunale. Candidato quasi di straforo alla Costituente nel collegio Torino-Novara-Vercelli, come documentano i suoi biografi Francesco Malgeri e Franco Boiardi,  fu eletto e subito nominato sottosegretario alle Finanze, un ministero che nel disastrato dopoguerra richiedeva preparazione, competenza e applicazione. Pochi comizi, concentrazione sulla circolazione della moneta e sui cambi tra la lira, il dollaro e la sterlina: fondamentali per l'import-export. Ministro dal 1947 nel V governo De Gasperi, che segnò la rottura tra la democrazia cristiana e le sinistre, dal 1948 al 1951 fu titolare del Tesoro con interim del Bilancio e del Bilancio con interim del Tesoro.
   Pressoché estraneo alle diverse correnti che (spesso per avidità di potere più che per motivi ideologici) dividevano il partito e dedito a governare la complessa macchina ministeriale, Pella venne apprezzato sia da De Gasperi, Giuseppe Paratore, Ezio Vanoni, Giuseppe Saragat, socialdemocratico, sia da quanti lo avevano conosciuto interlocutore efficiente nel decisivo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti d'America. Presidente del governo di quell'Italia in affanno (emerge bene dai verbali del Consiglio dei ministri curati da Aldo G. Ricci, editi dal Poligrafico dello Stato), De Gasperi andò oltre Atlantico con il cappotto prestatogli da Attilio Piccioni e le valige omaggiate da Giuseppe Brusasca, mentre sua figlia Maria Romana fungeva da interprete perché il padre parlava bene latino e tedesco ma non l'inglese, lingua dei vincitori.
   Al governo, Pella perseguì la linea condivisa da Einaudi: non stampare altra moneta, lasciare che il mercato si regolasse da sé esaurendo speculazioni e inflazione, applicare rigorosamente il principio enunciato in Costituzione: «Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte» (articolo 81: da rileggere attentamente in questi giorni).
   A fianco di De Gasperi nel suo nono e ultimo governo, un monocolore democristiano con l'appoggio esterno del partito nazionale monarchico, il 17 agosto 1953, con sorpresa generale, Pella fu nominato presidente del Consiglio. Einaudi lo scelse senza le consultazioni già allora di rito. Il Capo dello Stato decise ai sensi del secondo comma dell'articolo 92 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.» Non era una novità nella storia d'Italia. Era già tutto scritto nello Statuto Albertino del 1848 e nel regio decreto 14 novembre 1901. I Costituenti lo ribadirono. Einaudi proseguì nel solco. Monarchico e liberale, egli non era stato il primo candidato della Democrazia cristiana alla presidenza della Repubblica dopo Enrico De Nicola. Volente o nolente De Gasperi gli aveva inizialmente preferito il repubblicano veemente Carlo Sforza, scartato dopo tre votazioni fallite. Fu il giovane Giulio Andreotti a informare Sforza (notò che aveva già pronto sul tavolino il discorso di insediamento)  e subito dopo annunciò a Einaudi che sarebbe stato il nuovo candidato della maggioranza di governo uscita dalle urne il 18 aprile 1948. Einaudi gli fece notare che era claudicante. Ma questo era l'ultimo dei problemi per uno Stato che doveva risalire lentamente la china. Importante era vedere con chiarezza la meta e “tenere la rotta”...
   Nella pienezza dei poteri costituzionali, da consegnare interi al successore quando fosse arrivato il momento, Einaudi nominò dunque Pella, che si trovò a presiedere un monocolore democristiano con l'astensione di liberali, monarchici e repubblicani. Tenne per sé gli Esteri, che volevano dire lo Stato e, indirettamente, le sue forze armate, e il Bilancio. Affidò a Fanfani l'Interno, la Difesa a Paolo Emilio Taviani, al suo primo incarico in quel ministero chiave, il Tesoro a Silvio Gava, le Finanze a Ezio Vanoni. Per molti i loro nomi oggi sono persi nell'oblio che oscura i difficili anni della Ricostruzione. Vanno invece ricordati perché quegli uomini furono artefici del “miracolo economico” degli anni immediatamente seguenti.
La questione del confine italo-jugoslavo
   Nel settembre 1953 Pella affrontò la crisi più grave dell'Italia nel dopoguerra. Il presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito, comunista spietato ma vezzeggiato da occidentali (soprattutto gli inglesi) perché in tensione con Stalin, il peggiore, accennò a manovre annessionistiche: intendeva occupare la “Zona B”, amara “eredità” dei giochi militari-diplomatici dell'ultima fase della seconda guerra mondiale, costata la rettifica della frontiera italo-jugoslava ai danni dell'Italia e la prolungata contesa, chiusa solo nel 1975 con il Trattato di Osimo, tardivo sotto tutti i punti di vista.    
   Nell'inerzia di chi avrebbe dovuto tutelare i diritti del Paese, che dal 1949 aveva aderito alla Nato, alleanza difensiva, Pella non esitò a decidere la mobilitazione militare. Il mite economista mostrò un volto tanto inatteso quanto necessario e decisivo. Venne osteggiato dalle sinistre e da parte della stessa democrazia cristiana e tacciato di deriva nazionalistica, quasi che l'Italia confinasse con pacifisti e non avesse al proprio interno fautori dell'Unione sovietica e nostalgici dell'arrivo dell'Armata Rossa a sostegno della mitica”rivoluzione” e del rifiuto oltranzista dell'“Occidente”. Lo spostamento di alcune divisioni verso la frontiera non fu un azzardo: ebbe vastissimo plauso dall'opinione pubblica degli italiani e risultò la premessa per il sofferto definitivo ritorno integrale di Trieste all'Italia nell'anno seguente.
   Nato come “di amministrazione”, il governo si trovò presto in bilico. I primi a non sostenerlo furono appunto i democristiani che lo consideravano appena un “amico”. Il 12 dicembre Pella venne implicitamente sfiduciato dal discorso di Mario Scelba a Novara. Dopo altri contrasti, il 18 gennaio 1954 rassegnò le dimissioni. Gli subentrò Amintore Fanfani che resse poche settimane e spianò la strada al governo presieduto da Scelba che il 10 febbraio 1954 incluse socialdemocratici e liberali, con Saragat vicepresidente. Scelba tenne l'Interno e affidò le Finanze a Roberto Tremelloni.
   Alcuni ritennero che la carriera politica di Pella fosse drasticamente finita. Invece egli tornò vicepresidente del Consiglio (con Adone Zoli), due volte ministro degli Esteri (con Zoli e Antonio Segni) e Ministro del Bilancio nel III governo Fanfani (il primo con astensione dei socialisti). Dopo che, nel 1968, gli fu trovato un collegio “sicuro”, quello di Mondovì, a scapito del nonuagenario Bertone, nel 1972 Pella venne chiamato alle Finanze da Giulio Andreotti. Poi finì sempre più ai margini in Italia. Ma dal 1956 presiedette l'Assembla generale della Comunità europea del carbone e dell'acciaio e lavorò sempre più alla costruzione dell'Europa ventura. Morì il 31 maggio 1981.
  
   Le vite parallele di Bertone e Pella insegnano che occorre tempo per apprendere bene ed esercitare al meglio il mestiere della politica e del governo, senza limiti di durata del mandato. Lo decidono le capacità personali e il consenso degli elettori. Gli statisti più fattivi risultano anche i più longevi, meno sensibili alle sirene dell'ideologia e più attenti alla “ragioneria”, che deve fare i conti con la realtà interna   planetaria.
Aldo A. Mola


Giuseppe Pella (1902-1981) e l'invito al dialogo di Torino (Circolo Unificato Ufficiali, C.so Vinzaglio 76, h. 17:30 di lunedì 24 novembre) sull'europeismo di  Soleri, Einaudi e Pella, promosso dalla Banca di Caraglio e da “il Giornale del Piemonte e della Liguria” con interventi del direttore Diego Rubero e di Alessandro Marini.



UN BORGHESE
GOVERNATORE DEL PIEMONTE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Maria
                                                          Paola
                                                          (“Paolina”)
                                                          Bonaparte
                                                          (1780-1825),
                                                          sorella di
                                                          Napoleone,
                                                          rappresentata
                                                          come Venere da
                                                          Antonio
                                                          Canova. Vedova
                                                          di Charles
                                                          Victoire
                                                          Leclerc,
                                                          Paolina fu
                                                          impalmata dal
                                                          principe
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                                                          Napoleone
                                                          Principe della
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                                                          imperiale e
                                                          duca di
                                                          Guastalla,
                                                          generale e
                                                          governatore
                                                          del Piemonte,
                                                          della Liguria
                                                          e dell'ex
                                                          ducato di
                                                          Parma. Ebbe il
                                                          compito di
                                                          vegliare su
                                                          Pio VII
                                                          durante il
                                                          soggiorno
                                                          coatto a
                                                          Savona
                                                          (1809-1812).
                                                          Al Principe
                                                          Camillo
                                                          Borghese
                                                          (1775-1832),
                                                          “Governatore
                                                          al di là delle
                                                          Alpi”, è
                                                          dedicato un
                                                          convegno di
                                                          studi in
                                                          Torino
                                                          (Rettorato
                                                          dell'Università,
                                                          17-18 novembre
                                                          2025), con
                                                          intervento di
                                                          studiosi di
                                                          chiara fama.   Quando Torino cancellò San Napoleone
   Dal 1806 al 1814 nel giorno di Ferragosto i cittadini dell'Impero dei francesi (Piemonte e Liguria compresi) festeggiarono Santa Maria Assunta, il compleanno dell'Imperatore e il suo santo patrono, inventato dal Cardinale Caprara. Crollato l'Impero, San Napoleone venne cancellato dal calendario. “Ei fu…”, come altri santi “a noleggio”.
   Il 20 maggio 1814 Vittorio Emanuele I di Savoia (1759-1824), re di Sardegna dal 1802, rientrò in Torino. Transitò sul “ponte di pietra”, che poi ne prese il nome. Era stato edificato dal governo francese. Il sovrano restaurato abolì i codici napoleonici e ripristinò le leggi vigenti prima dell'annessione del Piemonte alla Francia. Il 10 giugno emanò l'editto «portante varie provvidenze per la proibizione delle congreghe, ed adunanze secrete, massime di quelle dei così detti liberi muratori, per reprimere i delitti, e per impedire la vendita, porto e ritenzione delle armi proibite, dei libri, e stampe, e li giuochi d’azzardo».
    Massoni e criminali comuni furono messi in uno stesso mazzo. L'editto ricalcò il divieto delle logge decretato da Vittorio Amedeo III il 20 maggio 1794. “Nihil sub sole novi”, dunque? Nient’affatto. Per punirli Vittorio Emanuele I decretò pene durissime: «la prima volta la perdita dell'impiego per coloro che ne fossero provvisti; l'inabilitazione ad esercirne qualunque altro, oltre la pena di due anni di carcere, e quella del carcere per anni cinque per tutti gli altri; li recidivi poi di qualunque sorta saranno puniti colla pena del carcere per anni dieci, oltre la confiscazione in tutti i casi degl'effetti, denari o mobili, che si trovassero nelle sale delle adunanze.» Ai delatori, coperti da segreto, il re promise un premio di 500 lire, una ghiotta fortuna per l'epoca. «Governatori, comandanti ,Vicario di politica e di pulizia, prefetti e giusdicenti» furono incitati a «invigilare sovra tali adunanze, fare improvvise visite, e perquisizioni ne' luoghi sospetti, per sorprendere, e di procedere sollecitamente contro simili delinquenti». Lo stesso 10 giugno 1814 Vittorio Emanuele I abolì la «tortura d'ogni genere» quale mezzo per l'accertamento della verità e concesse un ampio indulto, dal quale furono esclusi i condannati per delitti gravi, analiticamente elencati. Non fece cenno ai membri di società segrete. A differenza di leggi di recente conio, il decreto contro i liberi muratori non ebbe efficacia retroattiva, in forza del principio “nullum crimen sine lege”. Per dissuadere dall'organizzare logge bastava la minaccia del carcere, il cui regime era duramente afflittivo.

Alla ricerca dei Fratelli perduti: religiosi e “moderati”
   Restaurato sul trono degli avi, senza attendere la conclusione del Congresso di Vienna e prima ancora di aderire alla Santa Alleanza (eventi dell'anno successivo), per Vittorio Emanuele I i nemici più pericolosi erano dunque i massoni. Da annientare. Ma ve n'erano stati anche a Torino e in Piemonte nell'età franco-napoleonica? E ce n'erano ancora? Il pregevole saggio di Francesca Rocci “Napoleone a Torino e in Piemonte” (edizioni del Capricorno) non ne parla, mentre “Torino: il grande libro della città” (2004, ed. Capricorno) ne pubblicò l'essenziale. Il soggetto è stato arato da studiosi di valore che hanno pubblicato documenti, elenchi di logge e liste di iniziati dell'area liguro-piemontese tra Sette e Ottocento. Bastino, tra i molti, i nomi di Pericle Maruzzi (si schermì sotto lo pseudonimo M. P. Azzuri), dal quale molto trasse Carlo Francovich, Renato Soriga, Ed Stolper, Luciano Tamburini e l'insuperato François Collaveri, autore di “La Franc-Maçonnerie des Bonaparte” (Parigi, Payot). Mancano, è vero, un atlante aggiornato delle logge dell'età franco-napoleonica nell'area liguro-piemontese e un repertorio esauriente dei loro affiliati, ma il meritorio volume di Vittorio Gnocchini su “Logge e Massoni in Piemonte e Valle d’Aosta”, pubblicato nel 2008 quale supplemento del “Giornale del Piemonte”, con prefazione del suo direttore di allora, Fulvio Basteris, impedisce di chiudere gli occhi dinnanzi alla realtà. Non lo fece, appunto, Vittorio Emanuele I. Aveva le sue brave ragioni?
   Sulla fine del Settecento la monarchia “consultiva” (somma del re, cortigiani e uomini di sua fiducia) era esausta. I suoi fautori avevano reciso i rapporti con le avanguardie culturali interne ed europee. Erano ripiegati nella difesa strenua dello “status quo”, mentre, come scrisse Beniamino Manzone (Bra, 1857-1909), risorgimentista illustre e massone, il “mondo” stava rapidamente mutando sotto impulso di scienze e arti, sistemi di produzione e riorganizzazione della “civitas hominis”.
   Nelle due pagine dedicate alla “massoneria napoleonica” nel volume 7° della "Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale,1864-1915” (Einaudi) Augusto Comba, valdese e storico di prim'ordine, ventilò rapporti occulti tra massoni piemontesi e Illuminati di Baviera e ipotizzò legami carsici di lungo periodo tra fondatori dell'Accademia delle Scienze (la cui iniziazione non è affatto documentata: è il caso di Giuseppe Angelo Saluzzo, conte di Monesiglio) e dirigenza colta franco-napoleonica. Però insistere sulla segretezza della “catena di unione” non giova a rivendicare il “diritto a un velo di riservatezza, nei limiti di norme generali di garanzia”. Anzi, reca acqua a quanti ritengono che le logge abbiano sempre funto e ancora servano da copertura di trame occulte, politiche e criminali, siano quindi “intrinsecamente segrete” (come asserì Rosy Bindi) e pertanto vadano “sic et simpliciter” vietate, in nome della “trasparenza” e di una “democrazia” che esclude nicchie di riservatezza e si traduce in assolutismo occhiuto.

Grembiulini sotto le stole
Una premessa s'impone. I saggi di René Le Forestier su “La Massoneria Templare e Occultista nei secoli XVIII e XIX” e di Pericle Maruzzi su “La Stretta Osservanza Templare e il Regime Scozzese Rettificato in Italia nel secolo XVIII” (ed. Atanor), nonché le magistrali opere di José Antonio Ferrer Benimeli su Massoneria, chiesa e illuminismo hanno risposto da decenni alla domanda se, al di là delle “scomuniche” comminate dai papi Clemente XII (1738) e Benedetto XIV (1751), la massoneria fosse davvero a-cristiana, anti-cattolica o persino antireligiosa e ateistica. Se così fosse stato rimarrebbe inspiegabile la lunga e vasta presenza tra le colonne dei Templi liberomuratori di cattolici praticanti come Gabriele Asinari di Bernezzo (col nome di “Eques a turre aurea”), gran priore della Stretta Osservanza in Italia. Lo stesso va detto di Joseph de Maistre (1753-1821, “Eques a floribus”), il celebre savoiardo rievocato nel bicentenario della morte con la riedizione di suoi classici ma con circospetto oblio del suo memoriale sulla Massoneria da lui inviato al duca di Brunswich in vista del Supremo Convento convocato a Wilhelmsbad nel 1782 per accertare l'effettiva ascendenza templare della libera Muratoria moderna, dopo che Michel de Ramsay nel “Discorso” del 1737 l'aveva connessa alle “Crociate”.
   Una seconda considerazione va aggiunta. Sino al 1792 in Italia nessuno aveva collegato la Rivoluzione francese con la massoneria. Lo fece in Francia l'ecclesiastico François Lefranc in un opuscolo del 1791 subito tradotto in Italia: “Il velo alzato pe' curiosi o sia il segreto della rivoluzione di Francia manifestato col mezzo della setta de' Liberi Muratori” (ripubblicato in edizione anastatica, pref. di A.A.M., da Arnaldo Forni, 1993). L'abate Lefranc fu vittima delle “stragi di Parigi”, come centinaia di ecclesiastici, tra i quali Jean-Marie Gallot, massone confesso, proclamato beato da Pio XII per la gioia del paolino Rosario F. Esposito, che ne scrisse più volte. L'avvento della Repubblica in Francia (settembre 1792) e l'offensiva contro il regno di Sardegna suscitarono allarme: le “conventicole” potevano nascondere al loro interno agenti della rivoluzione. Secondo Lefranc all'origine della Bufera non erano i Sociniani, discepoli di antichi eretici, ma «i Deisti ed i cosi detti filosofi ed increduli moderni», cioè i «liberi muratori, i quali hanno per massima di restare occulti, e spargono un mistero impenetrabile in tutte le loro gesta», una setta «eretta contro le leggi della chiesa e dello stato», erede degli Anabattisti, «condannati alla pena di morte anche negli stati eretici». Occorreva dunque «aprire gli occhi» e recidere «una volta quest'Idra infernale», come ripeté “Lo Svegliatojo dei re”, opuscolo anonimo di un ignoto massonofobo.
   Tollerate e talora protette dai sovrani (come ricordò l'abate massone Antonio Jerocades nel poema “Iramo”, ripubblicato dal rimpianto Guglielmo Adilardi), quando Luigi XVI di Borbone fu ghigliottinato (col voto favorevole del duca Luigi Filippo d'Orléans, detto “Egalité”, gran maestro del Grande Oriente di Francia dal 1771) nei diversi stati italiani le logge furono proibite sotto gravissime pene: una misura profilattica decisa per motivi politici, senza prove concrete di loro effettiva collusione con la “rivoluzione”. Anzi, proprio nel 1789 venne costituita una gran loggia “du Mont Blanc”, aristocratica e conservatrice.
   Braccata senza un preciso capo d'accusa e quindi impossibilitata a difendersi, la miriade di nobili (molti dei quali erano attivi in logge castrensi), accademici, borghesi e artisti tacquero confidando non affiorasse traccia della loro “colpa”. Nessuno osservò che in Francia il Terrore aveva spazzato via proprio la crema dei massoni, come il filosofo illuminista Marie-Jean-Antoine de Caritat, marchese di Condorcet, e vietato le logge, mentre alla guida della Vandea spiccavano liberi muratori foraggiati dalla Gran Bretagna e apprezzati dal “fratello” Edmund Burke, critico severo del giacobinismo. Nel “Misogallo” anche il massone Vittorio Alfieri aveva marchiato a fuoco la plebaglia rivoluzionaria.
   Solo anni dopo la liquidazione di Massimiliano Robespierre, Saint-Just e dei fautori della legge “sui sospetti”, che autorizzò l'esecuzione sommaria degli avversari del “Terrore”, veri o presunti che fossero, le logge tornarono ad animarsi con la tutela del Direttorio e specialmente di Jean-Jacques-Régis Cambacérès, futuro Arcicancelliere dell'Impero e gran commendatore onorario del Supremo consiglio scozzesista francese anche dopo il crollo dei Napoleone, al rientro dal dorato esilio.
   All'indomani del colpo di stato attuato da Napoleone (18 brumaio 1799) le “officine” massoniche divennero il vivaio della nuova dirigenza ed esportarono i loro ideali nelle terre via via occupate. Fu il caso, appunto, del Piemonte e della Liguria, ove dall'inizio dell'Ottocento gli “ateliers” dei “francs-maçons” divennero luogo d'incontro tra francesi e notabili locali. Costretti a mutare varie volte casacca nel volgere di pochi anni (da sabaudi a giacobineggianti, da reazionari a bonapartisti) anche molti patrizi scommisero sul Nuovo Ordine.

La rete e il ruolo delle logge: scienziati, politici, sacerdoti
Nel passaggio dal Consolato all’Impero, tuttavia, Napoleone, che aveva trascorsi da cospiratore, tramite il governatore Jacques-François de Boussay, barone di Menou (che in Egitto si era convertito all'islam), sciolse le logge sospettate di infiltrazioni giacobine e ne autorizzò la rinascita previa drastica epurazione. Le “patenti” di quelle via via attivate nelle regioni direttamente annesse all'Impero furono rilasciate dal Grande Oriente di Francia. Un repertorio parziale di quelle sorte in Piemonte tra il 1801 e il 1812 ne conta una ventina: a Torino, Alessandria, Asti, Cuneo, Vercelli e in centri minori quali Casale Monferrato, Acqui Terme, Novi Ligure, Saluzzo, Ivrea e Pinerolo. Di quest'ultima ha scritto cenni Maurizio Trombotto in “Pinerolo. Mille anni di storia” (ed. Marcovalerio, Pinerolo 2024). Avevano nomi inneggianti a “Réunion”, “Heureuse Union”, “Sincère et Parfaite Union”, “Parfaite Amitié”, “Coeurs Unis”, "Amis de Napoléon le Grand”.
   Tra le molte logge del tempo spiccano le torinesi “Amitié éternelle” (1803), “Amis Fidèles de la Heureuse Journée” (insediata per celebrare la nascita di “Napoleone II”), “Bienfaisance” (stesso nome di logge di Alessandria e di Asti) e “Vérité”. Ne furono componenti prefetti, sindaci, alti ufficiali, notabili, scienziati, accademici, aristocratici iniziati prima ancora della Rivoluzione e borghesi bene inseriti nelle maglie del nuovo potere.
   Lo stesso vale per la “Réunion” di Savigliano, all'epoca sottoprefettura. In “Libertà e modernizzazione. Massoni in Italia nell'età napoleonica” (Atti di un convegno internazionale del 1995, aperto da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea) Luciano Tamburini ne pubblicò il piedilista completo: centinaia di nomi tra i quai spiccano Jean-François Paschetta, prete romano, Etienne Marchetti, ex cappuccino, gli alessandrini Urbain e Joseph Rattazzi (il secondo è il padre di Urbano, due volte presidente del Consiglio dei ministri della Nuova Italia), uno stuolo di militari, magistrati, docenti, professionisti e, ciò che più merita attenzione, parecchi “maires”, accompagnati dai funzionari di spicco dei loro comuni. La loggia era in corrispondenza fraterna con quelle dell'intero Piemonte, con fitto scambio di visite anche di massoni d'Oltralpe.
   Suo regista e stratega fu il medico Carlo Matteo Capelli (1765-1831), avviato quattordicenne al sacerdozio, ma laureato ventiduenne in medicina grazie alla protezione della contessa di Scarnafigi. Ne ha scritto Paolo Gerbaldo in “Prima del Risorgimento. Carlo Matteo Capelli nel Piemonte da Napoleone a Carlo Alberto: storia, società, economia” (ed. Morlacchi). Impegnato in delicate e prestigiose missioni in Germania e in Francia, poi fervido bonapartista, membro del Corpo Legislativo a Parigi (ove fu a contatto con Fustier, fiduciario del Grande Oriente di Francia) dal 1807, dopo la Restaurazione sabauda Capelli divenne docente di medicina all'Università di Torino e fu decorato da Luigi XVIII di Francia. Infine venne nominato direttore dell'orto botanico della città di Torino, la cui dirigenza ostentava di averne scordato l'impegno massonico notorio: pari a quello della maggior parte dei notabili dell'epoca. Valeva per la capitale (ove si erano susseguiti in loggia il nonno e il padre di Camillo Benso di Cavour, la cui iniziazione, invece, non risulta documentata) come per i capoluoghi di dipartimento. A Cuneo, per esempio, della “Parfaite Unione” dal dicembre 1801 facevano parte Sebastiano Grandis, Carlo Falletti di Villafalletto, Carlo Trompeo (capodivisione della prefettura), il dronerese Domenico Blanchi, pittori, musicisti e due preti: il narzolino André Dho e il peveragnese Jean Fea. D'altronde Pio VII e “Napoleone di tutti i riti” avevano appena sottoscritto il Concordato e la scomunica dei massoni sembrava archiviata per sempre. Dell'altra loggia cuneese, la “Heureuse Union” (1805), erano membri magistrati, alti ufficiali, il cancelliere della corte criminale Joachim Levi, il pittore Luigi Pellegrino e il celebre professore di musica e compositore Bartolomeo Bruni, residente a Parigi ma orgogliosamente tra le colonne della città che gli ha intitolato la sua prestigiosa orchestra, forse ignorando che il suo dedicatario cingeva ai fianchi il grembiulino massonico.
   Gli elenchi delle logge liguro-piemontesi e dei loro iniziati e affiliati sono conservati alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Nel bicentenario della fondazione del Supremo Consiglio di Rito scozzese antico e accettato “en Italie” (istituito a Parigi il 16 marzo 1805) e del Grande Oriente d'Italia (Milano, 20 giugno), con giurisdizione sul solo regno italico (il Lombardo-Veneto e quanto via via gli venne aggregato) mancò lo sforzo necessario per mettere a segno un'opera sistematica sulla massoneria di età franco-napoleonica nella penisola, in tutte le sue complesse articolazioni. Ne sarebbe emerso in modo inoppugnabile che le logge non furono solo centri di aggregazione della dirigenza politico-culturale ma anche laboratorio del rinnovamento civile attuato in meno di tre lustri e lasciato in eredità ai regimi sorti con la Restaurazione, quando le officine si sciolsero ancor prima di essere vietate, ma i loro apprendisti, compagni, maestri e alti gradi dei riti rimasero al loro posto, come Ignazio Bassi, ex sacerdote, sovrano principe Rosa+Croce e direttore del giardino botanico di Cuneo, raggiunto nella loggia “Les Adelphes Nomophiles” di Saluzzo dal confratello e già citato don Paschetta e dal prete secolare Jean Maero di Cardè, iniziato alla “Parfaite Amitié” di Pinerolo.

Per un passo avanti storiografico
A nessuno verrebbe in mente di scrivere un profilo dell'Italia contemporanea ignorando i “laboratori” culturali che funsero da centri di formazione della dirigenza partitico-sindacale e delle istituzioni basilari dello Stato, inclusi burocrati ministeriali e militari. Per l'identico motivo tempo è venuto di “alzare il velo pe' curiosi” che vogliano cogliere il filo conduttore della storia, senza cedere a visioni scandalistiche su presunti “Poteri Forti” o arricciare le narici per “l'odore stantio della massoneria” esalante dal potere finanziario e bancario, tempo addietro lamentato da un solitamente pacato editorialista del “Corriere della Sera”.
   Tempo è venuto di passare dalla leggenda alla storia. Mancati il bicentenario del 1805 e quello del 1821 (morte di Napoleone il Grande e dei moti costituzionali del 1821, legati anche al nome di Santorre di Santarosa, figlio di un massone insigne) forse si può far data dal 1832, bicentenario della morte del Principe Camillo Borghese, gioviale Governatore della XXVII  e della XXVIII Divisione dell'Impero napoleonico.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Maria Paola (“Paolina”) Bonaparte (1780-1825), sorella di Napoleone, rappresentata come Venere da Antonio Canova. Vedova di Charles Victoire Leclerc, Paolina fu impalmata dal principe Camillo Borghese, creato da Napoleone Principe della famiglia imperiale e duca di Guastalla, generale e governatore del Piemonte, della Liguria e dell'ex ducato di Parma. Ebbe il compito di vegliare su Pio VII durante il soggiorno coatto a Savona (1809-1812). Al Principe Camillo Borghese (1775-1832), “Governatore al di là delle Alpi”, è dedicato un convegno di studi in Torino (Rettorato dell'Università, 17-18 novembre 2025), con intervento di studiosi di chiara fama.
 


LUIGI CADORNA
ARTEFICE DELLA VITTORIA DEL 1918
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 novembre  2025 pagg. 1 e 7.


Luigi
                                                          Cadorna
                                                          Comandante
                                                          Supremo. Su
                                                          Cadorna v.
                                                          Pierluigi
                                                          Romeo di
                                                          Colloredo
                                                          Valls, Luigi
                                                          Cadorna. Una
                                                          biografia
                                                          militare,
                                                          2021, con
                                                          ampia
                                                          bibliografia;
                                                          Luigi
                                                          Cadorna-Carlo
                                                          Cadorna,
                                                          Caporetto?
                                                          Risponde Luigi
                                                          Cadorna, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2020; Luigi
                                                          Cadorna, La
                                                          guerra alla
                                                          fronte
                                                          italiana fino
                                                          all'arresto
                                                          sulla linea
                                                          della Piave e
                                                          del Grappa,
                                                          edizione
                                                          anastatica,
                                                          con
                                                          introduzione
                                                          di Aldo A.
                                                          Mola, Roma,
                                                          BastogiLibri,
                                                          2019.   Nell'altorilievo in bronzo sovrastante lo scranno del presidente della Camera dei deputati a Monte Citorio lo scultore Davide Calandra pose al centro la Monarchia costituzionale, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalla Forza, il cui impiego, insegnò Carl von Clausewitz, è la prosecuzione della guerra con altri strumenti. Nella Festa delle Forze Armate va ricordato chi comandò l'Esercito nella Grande Guerra.

   Luigi Cadorna, come suo padre Raffaele, suo zio Carlo e suo figlio Raffaele, fu militare nutrito di pensiero politico e istituzionale, con una visione ampia della storia dei popoli. Fu anche specchio dei nodi irrisolti dell'Italia nata dalla preparazione risorgimentale ma infine sorta nel volgere di pochi mesi e, di seguito, impegnata a consolidare i muri portanti a scapito dell’armonia tra le sue componenti.
   Il Regno d'Italia che, mutata la forma istituzionale, continua nella Repubblica, nacque nel marzo 1861 dal concorso della diplomazia e della spada sotto le insegne dei sovrani sabaudi. Alla sua base ebbe lo Statuto, promulgato da re Carlo Alberto di Savoia-Carignano il 4 marzo 1848, poco prima della guerra contro l'impero d'Austria, ricordata come prima guerra per l'indipendenza e l'unità nazionale. Quel cammino fu continuato e coronato da suo figlio, Vittorio Emanuele II, primo Re d'Italia, e, dopo gli anni di Umberto I (1878-1900), da Vittorio Emanuele III, durante il cui regno lo Stato raggiunse il massimo di espansione territoriale con il confine al Brennero e al Quarnaro e con l'annessione di Fiume.
   Le premesse del percorso che condusse alla proclamazione del Regno furono il regio editto del 27 novembre 1847, che rese elettivi i componenti dei consigli comunali, provinciali e divisionali, e lo Statuto che trasformò la monarchia amministrativa in “rappresentativa” e istituì il Senato di nomina regia e vitalizia e la Camera dei deputati elettiva. Quelle riforme generarono l'avvento di una vastissima e partecipe classe dirigente, politica e amministrativa. I “mandamenti” per l'elezione dei consiglieri provinciali e i collegi uninominali per quella dei deputati propiziarono la scelta di candidati di pregio, fermo restando che i parlamentari non rappresentavano i votanti ma “la Nazione in generale” e che “nessun mandato imperativo poteva loro darsi dagli elettori”: un cardine ribadito dall'art. 67 della Costituzione, che recita: “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita e sue funzioni senza vincolo di mandato”.
   Lo Statuto precisò altresì che il Capo dello Stato “comanda tutte le forze di terra e di mare”, come fu poi confermato anche dalla Carta repubblicana. Esso non fu altrettanto chiaro laddove enunciò che il re “dichiara la guerra, fa i trattati di pace, di alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano...”. Lo Satuto non rilevò la differenza tra deliberare, dichiarare e proclamare la guerra: tre “momenti” separati per la diversità dei suoi “attori”. Lo percepì subito il quarantenne conte Camillo Benso di Cavour. A sostegno del governo nell'intervento in guerra contro l'Impero russo a fianco di Gran Bretagna, Francia e impero turco egli volle non solo la sanzione del Re ma anche il voto delle Camere.
    Lo Statuto tacque su corpo diplomatico e assetto delle forze armate, evocati solo nell'elenco delle categorie dalle quali il sovrano traeva i membri del Senato: i “ministri di Stato” (altra cosa dai “ministri Segretari di Stato”), gli ambasciatori e gli ufficiali generali di terra e di mare dopo almeno cinque anni di nomina nel grado. Tacque altresì sul comando dell'Armata sarda. Il nodo Re-ministro della guerra-comandante dell'Armata era e rimase ingarbugliato perché per Statuto il potere esecutivo apparteneva “al re solo”. Però il sovrano non era “responsabile”; lo erano i ministri. Le leggi e gli atti del governo, sanzionati dal sovrano, non avevano vigore se non muniti dalla firma di un ministro. Il nodo (o “equivoco” come scrisse Piero Pieri nella “Storia militare del Risorgimento”) del comando in guerra venne temporaneamente risolto il 7 febbraio 1849 con la nomina del generale polacco Wojchiech Chrzanowski al comando dell'Armata “sotto la sua responsabilità, in nome del Re”, come “general maggiore dell'Esercito”, “con “comando effettivo”, però affiancato da Alfonso La Marmora, ministro della Guerra dal 2 febbraio. L'ambiguità si ripresentò nel 1859, allorché il regno di Sardegna, aggredito dall'Austria, entrò in guerra, forte dell'alleanza con Napoleone III, e nel 1866, quando i generali Alfonso La Marmora ed Enrico Cialdini, comandanti delle due armate schierate contro l'impero d'Austria, operarono senza l'indispensabile coordinamento.
   Come ha evidenziato il generale Oreste Bovio nella “Storia dell'Esercito italiano”, la legge 29 giugno 1882, n. 831 istituì il Capo di stato maggiore dell'esercito. Le sue attribuzioni furono stabilite col regio decreto del 29 luglio seguente. Ne furono titolari Enrico Cosenz (1882-1893), Domenico Primerano (sino al 1896, dopo Adua), entrambi già allievi della borbonica Scuola Militare Nunziatella di Napoli, e il torinese Tancredi Saletta. Quando questi fu collocato a riposo per limiti di età, il 27 giugno 1908, il generale più anziano e quindi vocato alla successione (“l'anzianità fa grado”, recitava un efficace brocardo) era il cinquantottenne Luigi Cadorna (Pallanza, 4 settembre 1850-Bordighera, 21 dicembre 1928), maggior generale dal 10 agosto 1898, tenente generale dal 10 gennaio 1905 e al comando della Divisione militare di Napoli dal 28 marzo 1907. Come egli stesso scrisse in “Pagine polemiche” e ribadisce lo storico Perluigi Romeo di Colloredo Valls (2021), con procedura inconsueta la “successione” fu subordinata ad “accertamento”. Il regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 aveva stabilito che tra le questioni di ordine pubblico e di alta amministrazione da sottoporsi al Consiglio dei ministri vi fossero «le nomine e destinazioni dei comandanti di corpi di armata e di divisioni militari; le nomine del capo di stato maggiore dell'esercito e del primo aiutante di campo di S.M. il Re, del presidente del tribunale supremo di guerra e marina, del comandante generale dell'arma dei reali carabinieri; le nomine di comandanti in capo di forze navali e dei comandanti di divisioni all'estero; le nomine e destinazioni dei comandanti in capo dei dipartimenti marittimi».
   In vista della sostituzione di Saletta, da tempo malato, l'8 marzo 1908 il generale Ugo Brusati, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, chiese a Cadorna di dichiarargli “schiettamente” se davvero subordinasse la nomina a capo di stato maggiore all'ampliamento per legge dei suoi poteri soprattutto in vista della guerra che ormai aleggiava in Europa. La risposta fu netta: «S(ua) M(aestà) che dallo Statuto è creato Comandante Supremo, è pur dallo stesso dichiarato irresponsabile. Ma il comando non può neppure esistere senza un responsabile il quale perciò non può essere che il capo di S(tato) M(aggiore). Ma la responsabilità ha per necessario correlativo: 1. La libertà d'azione nella condotta delle operazioni; 2. La libertà d'azione nella preparazione della guerra in ciò che ha rapporti colle operazioni; 3. La esclusione dagli alti comandi di coloro che non ispirano la necessaria fiducia.» Cadorna, pur non intendendo mettere in discussione le prerogative statutarie del sovrano, osservò che il decreto legge 4 marzo 1906 aveva definito i poteri del capo di stato maggiore in tempo di pace ma non in guerra. «A deliberare – concluse – dev'essere uno solo: il responsabile.»
   Perciò il 1° luglio 1908 capo di stato maggiore venne nominato Alberto Pollio, nativo di Caserta, di due anni più giovane di Cadorna. Imperando Giolitti, che impose a Vittorio Emanuele III l'immediato collocamento a riposo di Vittorio Asinari di Bernezzo per alcune sue parole di sapore irredentistico, Cadorna ritenne ormai improbabile l'ascesa al vertice dell'esercito. La sua esclusione da comandi operativi negli anni seguenti ne suscitò reazioni sdegnate. Il 23 agosto 1912, a proposito della ventilata nomina del generale Ragni a governatore civile e militare della Libia, scrisse al figlio Raffaele: «Nominare un altro senza neppure dirmi crepa sarebbe un vero schiaffo datomi in piena guancia». Avrebbe risposto con la richiesta “ipso facto” del collocamento a riposo.

Nella Grande Guerra
   La notte del 1° luglio 1914, quattro giorni dopo l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo per mano di un terrorista serbo eterodiretto, Pollio morì improvvisamente a Torino. Su cause e circostanze del suo decesso furono ricamate insinuazioni e leggende. Dal 20 marzo 1910 Cadorna era comandante della IV divisione militare (Genova-Piacenza). Ormai prossimo al congedo per motivi di età, progettava di prendere casa in Liguria. Ma il 10 luglio fu nominato capo di stato maggiore. Presidente del Consiglio da quattro mesi era Antonio Salandra, in successione a Giolitti; ministro degli Esteri era il catanese Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano: il “politico” italiano più stimato da Vittorio Emanuele III. Nel volgere di poche settimane esplose la Conflagrazione europea: sequenza di mobilitazioni, ultimatum, dichiarazioni di guerra. Appena insediato, sulla scia del predecessore, Cadorna approntò il piano di intervento a fianco di Vienna e Berlino, cui Roma era legata dal trattato difensivo del 20 maggio 1882. Prospettò l'invio massiccio di corpi d'armata sul Reno a fianco della Germania per chiudere rapidamente la partita contro la Francia, inattaccabile dalle Alpi. Quel progetto, pubblicato da Cadorna nel 1925, rimase “agli atti”.
   Mese dopo mese divenne chiaro che la guerra sarebbe durata a lungo e che per l'Italia, vulnerabile su tutti i confini terrestri e marittimi e dipendente dall'estero per il proprio sistema produttivo e alimentare, sarebbe stato impossibile rimanerne fuori. Di lì la preparazione e, di seguito, la “mobilitazione occulta” orchestrata da Cadorna per portare lo strumento militare al livello necessario.
   Senza informarlo, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, dopo lunga segreta trattativa fecero sottoscrivere dall'ambasciatore d'Italia a Londra Guglielmo Imperiali l'“arrangement” del 26 aprile 1915. Solo il 6 maggio Cadorna fu sbrigativamente informato che l'Italia doveva intervenire entro due settimane. Ministro della guerra era il maggior generale Vittorio Zupelli. Il suo predecessore, Domenico Grandi, il 23 settembre 1914 aveva comunicato al governo le condizioni dell'esercito in vista di una mobilitazione generale concludendo che non si trovava nel complesso nelle condizioni desiderabili «per affrontare senza preoccupazione una campagna di guerra». L'esercito avrebbe fatto «come sempre, il proprio dovere« tanto più se si fosse sentito «sospinto e accompagnato dal consenso del Paese» il cui miglior giudice però era il governo. Il governo rispose sostituendolo.
   Salandra e Sonnino compirono errori sconcertanti. Nel loro carteggio ammisero di essere andati oltre il consenso esplicito del re, del governo e senza maggioranza in parlamento. Impegnarono l'Italia a entrare in guerra entro 30 giorni dalla firma contro «tutte le potenze» dell'Intesa. A differenza di quanto aveva progettato San Giuliano, fautore di una Quadruplice Intesa, l'“accordo” (non vero e proprio Trattato) comportò l' “adesione” alla Triplice Intesa, non l'inclusione “alla pari”. Perciò l'Italia fu tenuta all'oscuro degli impegni assunti dalla Triplice Intesa al proprio interno. Il peso della guerra venne scaricato sul capo di stato maggiore, non consultato neppure sui “compensi” chiesti da Salandra e Sonnino, quasi la difesa dei futuri confini dell'Italia fosse una variabile della “politica” anziché vincolante sotto il profilo militare per un Paese dal dominio coloniale vasto, costoso e impegnativo (Eritrea, Somalia e Libia).
   Il precario equilibrio del governo Salandra-Sonnino fu sull'orlo di precipitare quando il 13 maggio 1915 il consiglio dei ministri verbalizzò: «Considerando che intorno alle direttive del governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, delibera di presentare a S.M. il Re le proprie dimissioni». A mobilitazione ormai avviata, Giolitti, secondo il quale l' “accordo di Londra” non vincolava lo Stato ma solo il governo, declinò l'invito a formare un nuovo esecutivo. Nessun altro se ne fece carico. Al Re non rimase che inviare alle Camere il governo in carica. Il 17 maggio il consiglio dei ministri approvò «il disegno di legge da presentare alla Camera per delegazione di poteri legislativi in caso di guerra e per l'esercizio provvisorio». Benché in larghissima maggioranza contraria all'intervento, il 20 maggio la Camera approvò la proposta con l'opposizione dei soli socialisti. L'indomani altrettanto fece il Senato, pressoché unanime.
   All'opposto di Giolitti, che prevedeva una guerra di molti anni, Salandra lasciava intendere, e forse ne era persino convinto, che il conflitto sarebbe terminato entro l'autunno. Dal canto suo, perfettamente a giorno sulle condizioni effettive dello strumento militare, logorato dall'impresa di Libia e da decenni di investimenti inadeguati, come poi scrisse nelle “Memorie” Cadorna riteneva che l'Italia non potesse affrontare una guerra “grossa” (cioè con largo impiego di uomini e armi) e “lunga”. Come documentato nell'“Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave: 24 ottobre-9 novembre1917”, l'Italia disponeva di una mitragliatrice per ogni chilometro di fronte. Pressoché inesistente erano l'artiglieria pesante e l'aviazione. Si producevano 2500 fucili al mese, a fronte di almeno un milione di uomini da mettere subito in campo. Occorrevano ufficiali e sottufficiali adeguatamente preparati.
   Eletta per la prima volta a suffragio maschile quasi universale nell'ottobre 1913, la Camera che nel maggio 1915 si era sentita ricattata da Salandra rimase in agguato. Contro l'opinione (corrente non solo all'epoca) secondo la quale il Parlamento “non fa crisi” mentre lo Stato è in guerra, nel giugno 1916, dopo la spedizione austro-ungarica di primavera, la Camera sfiduciò Salandra. Il nuovo esecutivo, presieduto dall'anziano Paolo Boselli, con sette ministri senza portafoglio e molti esponenti tiepidi nei confronti dell'intervento, ebbe all'Interno il siciliano Vittorio Emanuele Orlando che doveva garantire il sostegno del Mezzogiorno senza “provocare” le opposizioni, in specie i socialisti. La “politica” risultò sempre più divaricata rispetto alle esigenze vitali dell'esercito illustrate da Cadorna a Boselli in quattro lettere del 6, 8 e 13 giugno e del 18 agosto 1917 mentre da mesi in Russia, dopo il rovesciamento dello zar, imperversava la rivoluzione. Con grado invariato, anche se correntemente detto “Comandante Supremo” e “Generalissimo”, Cadorna chiese ripetutamente quali misure il governo intendesse adottare per combattere «i nemici interni, altrettanto se non più temibili di quelli che abbiamo di fronte» (8 giugno) e così prevenire «il crescente spirito di rivolta tra le truppe» (13 giugno) anche a cospetto di gravi reati militari, compreso il passaggio al nemico (18 agosto). Cosciente dei rischi cui erano esposti il Paese e la Monarchia mentre dilagavano renitenza alla leva e diserzioni, a cominciare dalla Sicilia, Cadorna non esitò a deplorare: «il governo sta facendo una politica interna rovinosa per la disciplina e per il morale dell'Esercito, contro la quale è mio stretto dovere protestare con tutte le forze dell’animo.» Boselli (che aveva “paura fisica” di Cadorna) non rispose.
   Orlando attese il suo momento. Questo venne con l'offensiva austro-germanica del 24 ottobre1917. Il fronte venne arretrato secondo il piano predisposto da Cadorna anni prima e si attestò sulla linea dalla destra del Piave al Grappa, debitamente fortificato. Cadorna ribaltò la sconfitta (non una “disfatta”) in battaglia d'arresto. Va ricordato che due mesi prima, a cospetto della decisione di Cadorna di passare dallo schieramento offensivo al difensivo, inglesi e francesi ritirarono i cannoni avaramente “prestati” all'Italia.
   Lo stesso 24 ottobre, ancora ignara di quanto stava avvenendo al fronte, la Camera sfiduciò il governo Boselli. All'emergenza militare si aggiunse quella politica. Mentre Cadorna orchestrava l'arretramento, Orlando, in un colloquio con il Re, subordinò l'accettazione dell'incarico di formare il governo alla sostituzione del Comandante Supremo. Al suo posto fu dunque nominato Armando Diaz, che, a parte aspetti estrinseci, operò nel solco del predecessore, compresa l'applicazione del codice penale militare, consolidò l'Esercito grazie allo sforzo del sistema produttivo interno, sorretto dal lancio di nuovi prestiti nazionali e dall'assicurazione sulla vita dei combattenti per intervento dell'INA, ideata dal massone Alberto Beneduce, e respinse le ingerenze del governo sul punto essenziale: il suo comando, la decisione di se e quando muovere in battaglia. Quando Orlando insisté per un'offensiva accampando che era meglio una nuova Caporetto che la stasi Diaz non rispose, consapevole che una seconda sconfitta sarebbe stata catastrofica.
   Per alto senso del dovere verso la Patria Cadorna accettò di guidare la delegazione dell'Italia a Versailles, sede del comando interalleato. Era stato sempre il più coerente fautore della conduzione unitaria della guerra europea e, uomo del Risorgimento, contro i criteri di Sonnino (sino all'ultimo contrario alla dissoluzione dell'impero austro-ungarico), aveva propugnato l'offensiva dell'Italia su Lubiana e Zagabria per suscitare la rivolta dei “popoli senza Stato” che divampò nell'Europa orientale nell'ottobre 1918 e determinò il collasso degli Imperi centrali. A quel punto, però, Luigi Cadorna era già stato richiamato in Italia “a disposizione” della Commissione d'Inchiesta sugli avvenimenti del 1917.
   Per giudizio unanime dei più illustri generali e storici militari dei diversi Stati in lotta, Luigi Cadorna fu il comandante più capace e lungimirante della Grande Guerra.

Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Luigi Cadorna Comandante Supremo. Su Cadorna v. Pierluigi Romeo di Colloredo Valls, Luigi Cadorna. Una biografia militare, 2021, con ampia bibliografia; Luigi Cadorna-Carlo Cadorna, Caporetto? Risponde Luigi Cadorna, Roma, BastogiLibri, 2020; Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa, edizione anastatica, con introduzione di Aldo A. Mola, Roma, BastogiLibri, 2019.

SANREMO
STORIA E CULTURA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 novembre 2025 pagg. 1 e 7.


La storia
                                                          del Casinò di
                                                          Sanremo
                                                          scritta da
                                                          Marzia Taruffi
                                                          e il prof.
                                                          Aldo G. Ricci,
                                                          “Premio alla
                                                          Carriera”
                                                          Antonio
                                                          Semeria 2025.Sanremo non è solo la perla del Ponente Ligure per la bellezza del suo territorio e non è, meritatamente, famosa nel mondo solo per il Festival della Canzone italiana. È anche una miniera di protagonisti politici e di eventi culturali. Due anni addietro la città ha dedicato convegni e pubblicazioni a Italo Calvino, “cubano” per caso, ligure per storia familiare e per  scelta, nel centenario della nascita. La sua rievocazione ha portato al centro dell'attenzione il liceo nel quale lo scrittore fu compagno di classe di Eugenio Scalfari, figlio di un alto dirigente del Casinò municipale, casa da gioco e volàno culturale studiata e documentata da Marzia Taruffi in “Uno, cento, mille Casinò di Sanremo” (ed. De Ferrari). Da anni, sia per lungimirante iniziativa propria, sia nell'ambito del Comitato celebrativo appositamente istituito dal Ministero per i Beni Culturali, Sanremo promuove la riscoperta dell'astronomo Gian Domenico Cassini, in dialogo con il suggestivo borgo di Perinaldo, suo luogo di nascita e sede dell’Osservatorio a lui dedicato. Anima di questi impegni culturali di lunga lena è, appunto, la dottoressa Taruffi, responsabile dell'Ufficio Cultura del Casinò.

Il Premio Semeria e l'identità del Casinò Municipale
   Alle ore 16 di sabato 8 novembre nel teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo vengono consegnati il Premio alla Carriera e i Gran Trofei per la saggistica del Premio Letterario Internazionale intitolato ad Antonio Semeria.
   Premiati alla Carriera sono Aldo Giovanni Ricci, già sovrintendente dell'Archivio Centralo dello Stato (v. box), Antonio Caprarica, recentemente autore di “Kate e la maledizione del Wales” (Sperling&Kupfer), Roberto Giacobbo, tra le cui opere ricordiamo “La storia alternativa del mondo” (Mondadori) e Filippo la Porta per il volume “Elogio della vita ordinaria” (Il Saggiatore). Il Premio per la letteratura internazionale è assegnato a Olivia Crosio per la traduzione di “La ballerina di Auschwitz” di Edith Eva Eger (Corbaccio).
   Il sindaco di Sanremo, Alessandro Mager, congratulandosi per l'ideazione del Premio, ha dichiarato: «È un appuntamento di grande valore. Non è soltanto un riconoscimento al merito degli autori e all’importanza della saggistica come strumento di conoscenza e approfondimento ma anche occasione per ribadire quanto la cultura sia motore di identità. L’iniziativa diffonde il nome di Sanremo in ambiti di prestigio e conferma il ruolo del nostro territorio come luogo di cultura.»
   Il presidente e amministratore delegato del Casinò, Giuseppe Di Meco, e i consiglieri Sonia Balestra e Mauro Menozzi, ricordano a loro volta l'iter delle varie sezioni del Premio, che nel 2025 ha visto in gara quasi 500 opere: «Un lungo cammino che ha permesso di apprezzare nuovi autori accanto a scrittori già famosi a livello internazionale. Il filo che lega tutti è la passione per la letteratura e la condivisione dei valori che sono alla base della crescita della nostra società, un legame che ha consolidato questo evento culturale negli anni.»
   Il Consiglio di Amministrazione rievoca il dedicatario del Premio, Antonio Semeria, presidente della Casa da Gioco negli Anni Ottanta del secolo scorso. Come ha scritto Marzia Taruffi, fu lui a «rinnovare l'attenzione per il binomio svago e cultura che caratterizza l’azione della nostra azienda.»
   La giuria tecnica del Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo “Antonio Semeria” ha scelto la terna dei finalisti che sabato verranno proposti alla Giuria popolare, deputata a decretare il vincitore. In ordine rigorosamente alfabetico, per la sezione “Saggistica” essi sono Michele Bergantin e Gordiano Lupi “Tutto Avati” (Il Foglio), Rosanna Romanisio Amerio “Il signor armistizio non lo conosciamo” (Edizioni Solfanelli) e Claudio Doliana “Stava l’altra storia” (Reverdito). La giuria ha anche deliberato la Menzione d’onore a Francesca Marzia Esposito per l’opera “Ultracorpi” (ed. Minimum fax).
   Con gli auspici del Prefetto di Imperia Antonio Giaccari, l'8 novembre vengono conferiti il Premio “Targa della Prefettura” a Paolo Ghibaudo per il saggio “8 settembre 1943. I segreti svelati” (Idrovolante edizioni). Viene infine attribuito il riconoscimento all’editoria e alle istituzioni culturali alla Fondazione Francesco Biamonti.
   La cerimonia è condotta dal giornalista, saggista e scrittore Mauro Mazza, con l’apporto di Paola Monzardo, Carlo Sburlati, Francesco De Nicola, Marino Magliani, Matteo Moraglia, Marco Mauro, Mauro Grondona e Marzia Taruffi.
   Il Premio, presieduto dal professor Stefano Zecchi, è stato intitolato a Antonio Semeria, illustre personalità sanremasca, eccellente professionista, amministratore pubblico ed editore, scomparso nel 2011. Nominato Presidente del Casinò negli Anni 80, Semeria volle la nascita dei “Martedì Letterari”, come prosecuzione dei “Lunedì letterari” ideati dallo scrittore e poeta Luigi Pastonchi. Egli promosse le iniziative culturali conscio che la Casa da Gioco deve tutelare e conservare l'identità originaria e la propria immagine. Sanremo doveva essere, come è, fulcro culturale internazionale.
I Premiati, i premiandi, la Giuria
   L'Albo d’Onore del Premio annovera i nomi di Giordano Bruno Guerri, Marcello Veneziani, Mauro Mazza, Gennaro Sangiuliano, Marco Buticchi, Andrea Vitali, Mara Fazio, Bruno Morchio, Mario Vattani, Saverio Simonelli, Enrico Vanzina, Mario Baudino, Elena Pontiggia, Riccardo Nencini, Maurizio Maggiani, Pupi Avati, Senatrice Elena Cattaneo, Carlo Miccichè, Claudio Paglieri, Mons. Giulio Dellavite, Carmine Abate, Giuseppe Lupo, Maurizio De Giovanni, Federico Palmaroli, Alessandro Rivali, Silvio Orlando, Raffaele Nigri, Mario Maffucci, Lucia Esposito e Alain Elkann.
   Il Premio “Semeria” alla carriera per la saggistica storica che sabato 8 novembre viene conferito ad Aldo G. Ricci (v. box) è stato precedentemente conferito a Giuseppe Conte, Francesco Sabatini, Vittorio Coletti, Franco Cardini, Gianni Oliva e Gianluigi Beccaria: eccellenze della cultura italiana.
   Il Comitato d’onore del Premio è composto dal Prefetto di Imperia, Antonio Giaccari, e dal Questore, Andrea Lo Iacono, affiancati da Alessandro Mager, Sindaco di Sanremo, Enza Dedali, assessore alla Cultura, Ammiraglio Sergio Liardo, Federico Delfino, Magnifico Rettore, on. Riccardo Nencini, Presidente del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux di Firenze, Gennaro Sangiuliano, scrittore e saggista, Demetrio Brandi, direttore artistico del prestigioso Luccautori, con il quale il Premio Semeria è gemellato, senatore Gianni Berrino, Provveditore agli Studi di Imperia, Roberto Campagna, e dai componenti del già citato Comitato di amministrazione del Casinò di Sanremo.
   La giuria tecnica del Premio è garanzia di competenza e obiettività. Presieduta dallo storico Matteo Moraglia e dal presidente onorario Francesco De Nicola, docente di Letteratura Contemporanea nell'Ateneo genovese, comprende Elisa Rosa Giangoia, docente, scrittrice, saggista; Paola Monzardo Semeria; Donatella Salucci; Armando Nanei; Giuseppe Felice Peritore; Mauro Mazza, scrittore e saggista; Mario Baudino; Carlo Sburlati, già patron del Premio Acqui Storia; Marino Magliani; Marco Mauro, medico chirurgo appassionato di storia; Tito Lucrezio Rizzo, quirinalista insigne; Mauro Grondona; Fabrizio De Ferrari, giornalista ed editore, e l'infaticabile Marzia Taruffi, Segretario Generale del Premio.
   Il Convegno dell'8 novembre conferma la centralità di Sanremo nella vita culturale italiana come venne intesa dalla ideazione del Casinò, dovuta a Orazio Raimondo, nipote dall'onnipotente Giuseppe Biancheri, Collare della Santissima Annunziata (e quindi “cugino del Re”), deputato, ministro e ripetutamente presidente della Camera. L'on.Raimondo, sindaco di Sanremo, deputato alla Camera, gravato da “missioni” delicate, era un socialista dalla visione chiara: il benessere del “quarto stato” è promosso da iniziative pubbliche capaci di attrarre non solo “ospiti” di breve o lungo soggiorno ma soprattutto investimenti per liberare dall'isolamento e dalla lentezza dei collegamenti ferrostradali. Era la sfida di un secolo addietro, quando Vittorio Emanuele III andava in visita alla Regina Madre, Margherita di Savoia, che dimorava a Bordighera e, di passo, si affacciava ammirante dal balconcino del Casinò Municipale di Sanremo a guardare quel mare che era nelle sue corde di Navigatore. Quella sfida è attualissima.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La storia del Casinò di Sanremo scritta da Marzia Taruffi e il prof. Aldo G. Ricci, “Premio alla Carriera” Antonio Semeria 2025.

Aldo G.
                                                          RicciAldo Giovanni Ricci, Premio alla Carriera (Saggistica storica).
Nato a Novara nel 1943, in servizio dal 1967 negli Archivi di Stato, dal 2004 al 2009 Aldo Giovanni Ricci è stato Sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato, ove ha organizzato Mostre storico-documentarie e convegni di studio. Docente all'Università di Pisa, nella Facoltà di Lettere dell'Università Guglielmo Marconi e alla San Pio V di Roma, ha svolto lezioni alla Libera Università Maria Santissima Assunta della capitale. Presidente dell'Associazione di studi sismondiani dal 2012 è Accademico Pontificio ad honorem. Dal 1970 autore di monografie su Bucharin, Kaustky, Garibaldi e Mazzini ha pubblicato numerosi saggi, tra i quali “La Repubblica. L'aspirazione secolare a governarsi da sé” e “Marx tra formule, dialettica e profezie. La magnifica illusione”.
   Redattore-autore dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana dal 1975 al 2002, Aldo G. Ricci ha curato opere di riferimento come “I Verbali del Consiglio dei Ministri, luglio 1943-giugno 1940” (dieci volumi, 5 tomi), pubblicati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri (1994-1998) e l'Introduzione ai Verbali del Consiglio dei ministri, maggio 1948-luglio 1953, curati da Francesca Romana Scardaccione (tre volumi).
   Collaboratore di quotidiani e riviste (Il Messaggero, Avanti, L'Indipendente, Il Tempo, Mondo Operaio, Nuova storia contemporanea, Libro aperto) fu tra i fondatori del mensile “Storia in rete” (2005-2025).
   Nel 2024 ha pubblicato “Elogio della storia. L'Italia nella guerra civile europea, 1914-1953”, con prefazione di Ernesto Galli della Loggia, vivido richiamo al recupero della memoria quale bussola per l'avvenire.



Gli altri premiati
Antonio Caprarica (Lecce, 1951) è stato per quasi 15 anni corrispondente della Rai da Londra. Sempre per la Rai è stato inviato di guerra in Afghanistan e Iraq e corrispondente da Gerusalemme, Il Cairo, Mosca e Parigi. È stato commentatore politico di “L’Unità” ed “Epoca” e poi condirettore di “Paese Sera” e, in radio, come direttore dei Giornali Radio Rai e Radio 1. Per la sua attività ha ricevuto i più prestigiosi premi di giornalismo. È autore di saggi, racconti di viaggio e romanzi. Tra i suoi titoli di maggior successo, tutti pubblicati da Sperling & Kupfer, “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?!”, “C’era una volta in Italia”, “Il romanzo dei Windsor”, “Il romanzo di Londra”, “Intramontabile Elisabetta”, “L’ultima estate di Diana", “Royal Baby”, “La regina imperatrice”, “Elisabetta. Per sempre regina”. “La vita, il regno, i segreti”, “William & Harry e Carlo III”.

Roberto Giacobbo (Roma, 12 ottobre 1961), conduttore e autore televisivo, scrittore e docente universitario, laureato in economia e commercio, inizia la sua carriera come autore radiofonico nel 1984 per Radio Dimensione Suono (RDS). Nel 1994 è autore di “Mezzogiorno in famiglia” e “Pomeriggio in famiglia” (Rai 2). Conduttore di “Freedom – Oltre il confine” su Italia1, è stato autore di “Misteri” su Rai3, “La macchina del tempo” su Rete4, autore e conduttore di “Stargate Linea di confine” su La7 e “Voyager” su Rai2. Tra le sue opere spicca “Sulle tracce di Maria” (Rizzoli, 2005). Per Mondadori ha pubblicato “2012. La fine del mondo?” (2009), “Templari. Dov’è il tesoro?” (2010), “Aldilà. La vita continua?” (2011), “Da dove veniamo?” (2012), “Conosciamo davvero Gesù?” (2013). È autore dei romanzi “La donna faraone” (2014), “Città segrete” (2015), “Le carezze cambiano il DNA” (2016) e del saggio “Storia alternativa del mondo”.

Filippo La Porta è critico letterario e saggista. Collabora con “la Repubblica” e “L’Unità”. Insegna alla Scuola Holden di Torino, all'Università Luiss e alla scuola Molly Bloom di Roma. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni spiccano: “L’arte del riassunto” (Treccani 2024), “Splendori e miserie dell'impegno. L'impegno civile degli scrittori da Manzoni a Murgia” (Castelvecchi 2023), “Come un raggio nell'acqua. Dante e la relazione con l’altro” (Edizioni Salerno 2021, tradotto in Messico), “Poesia come esperienza. Una formazione nei versi” (Fazi 2013), “Pasolini” (Il Mulino 2012) e “La nuova narrativa italiana” (Bollati Boringhieri 1995).
A.A.M.

EBREI CUNEESI DELL'OTTO-NOVECENTO
LELIO DELLA TORRE E MARCO CASSIN
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


LELIO
                                                          DELLA TORRESabato 18 ottobre, nel convegno sul Centenario del Rotary Club di Cuneo svoltosi al Teatro Toselli, il Presidente Daniel Gallina ha presentato il libro “Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025”, pubblicato in edizione non venale dall'Editore Nino Aragno (Torino). In dialogo con l'autore-curatore oltre al Presidente Gallina sono intervenuti l'ex presidente Luigi Fontana, il vicepresidente Luigi Salvatico e i soci Adriano Spada, decano dei rotariani cuneesi, e Manuela Vico, ideatrice del Premio poetico transfrontaliero Inter Alpes.
   Il volume comprende contributi di Salvatico, Vico, Fontana, Patricia Indemini e Michele Mestriner e presenta l'inedito (in fotografia, con trascrizione) di Giuseppe Mazzini, già di proprietà del prof. Giuseppe Tardivo, donato dal Rotary Cuneo 1925 alla Città di Cuneo, che lo collocherà con speciale cura ed evidenza nella sede della Biblioteca civica di Cuneo, in allestimento nell'antica sede dell'Ospedale Santa Croce (via Santa Croce).
   In appendice al saggio, che costituisce il corpo centrale del volume, sono pubblicati i profili di sei rotariani eminenti del Cuneese: Luigi Burgo, Antonio Bassignano, Marco Cassin, Marcello Soleri, Pier Giovanni Bordiga e Franco Pejrone.
   Nel suo profilo l'autore propugna l'intitolazione di un luogo pubblico di Cuneo a Marco Cassin e ne spiega i motivi.

La Comunità (o Università) ebraica di Cuneo nell’Otto-Novecento contò due personalità di peso nazionale: Lelio della Torre e Marco Cassin. A Lelio della Torre la città ha dedicato una strada, tra corso Solaro e viale degli Angeli. Della Torre nacque a Cuneo l’11 gennaio 1805 e morì a Padova il  9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell’avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò latino, greco ed ebraico. A quattro anni già  svolgeva sermoni e, per farsi ascoltare, non esitava ad ammonire: «Signori, se volete che io legga, fate silenzio.» Docente di filologia ebraica ed esegesi biblica a Torino, ove si trasferì dal 1820, nel 1828 migrò a Padova per insegnare teologia rituale e pastorale, scienza talmudica e omiletica sacra presso l’Istituto rabbinico. All’epoca il regno di Sardegna aveva ripristinato le ghettizzazione degli ebrei, abolita durante l’età francese e napoleonica. A Padova della Torre conseguì il rabbinato, ma non volle esercitarlo per potersi dedicare esclusivamente agli studi.
   Suddito leale della Corona asburgica, nel 1848 aderì alla diffusa aspirazione all’unione dell’Italia enunciandone le ragioni: «Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all’unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intorno allo stendardo della religione, fonte della libertà, di eguaglianza, d’indipendenza, che ausiliaria anch’essa vuol essere della patria e da noi a suo pro’ adoprata.» Autore di poderosi studi e collaboratore di riviste italiane e d’Oltralpe (Parigi, Vienna, Lipsia...), nel 1860 Lelio della Torre respinse l’attribuzione dell’unificazione italiana a un “complotto giudaico”, già all'epoca classico cavallo di battaglia dell’antisemitismo reazionario, in specie dei papisti.
   I suoi scritti editi e inediti vennero raccolti in due poderosi volumi a cura dei figli, Michele ed Eucardio. Pubblicati a Padova (ed. Prosperini) furono subito noti anche a Cuneo, ove la figura di Lelio della (o anche “Della”) Torre in quegli anni venne proposta all’attenzione per contrastare la ventata di clericalismo intollerante, che denunciava l’unificazione nazionale come frutto di una congiura ebraico-massonica-socialista, come già era accaduto in Francia negli anni dell’artificioso “affaire Dreyfus”. I clericali non avevano un bersaglio storiografico. Puntavano soprattutto a contrastare i cattolici moderati che stavano avviando alleanze con i liberali per arginare l’ascesa dei socialmassimalisti alla Camera e alla guida delle amministrazioni locali. Il pontefice, Pio X, dall’autunno del 1904 dette il benestare all’afflusso di cattolici alle urne a sostegno di candidati dichiaratamente cattolici. Fu il primo passo verso il cosiddetto “Patto Gentiloni” (1913), che propiziò larghe intese tra “moderati”, fossero o meno osservanti e credenti, in nome della difesa dell’ordine e delle libertà. In alcuni collegi i cattolici votarono persino candidati notoriamente massoni,  contrapposti ai rivoluzionari nettamente “anti-sistema”. La figura e l’opera di Lelio della Torre furono dunque evocate nell'ambito della lotta politica in corso nel Cuneese nel primo quindicennio del Novecento. Invitavano alla maturità culturale e politica.

   Tra i principali protagonisti della tenzone elettorale nel Cuneese in età giolittiana fu l’altro insigne esponente della comunità ebraica locale: Marco Cassin (Cuneo, 29 agosto 1859 - Padova 8 aprile 1926).
   I Cassin si affermarono verso fine Ottocento come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885 caldeggiò l’ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere provinciale per il mandamento di Caraglio. Col sostegno di Cassin, il sindaco di Caraglio offrì la candidatura a  Giolitti, che accettò, fu eletto e rimase consigliere del mandamento sino al 1920, cioè sino alla morte di Luigi Moschetti, figlio di Agostino. Luigi Moschetti veniva eletto per il mandamento di San Damiano e Prazzo con il pieno sostegno del clero locale, che si faceva carico di diffonderne il materiale elettorale. Luigi Moschetti non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all’inizio  della Grande Guerra. Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento. Da quel momento rappresentò in Consiglio la terra dei suoi antenati, come scrisse il 21 dicembre 1925 nella lettera di dimissioni da presidente del consiglio provinciale e da consigliere, vittima della “lurida congiura” ordita da fascisti, con la connivenza di alcuni “liberali” e cattolici del partito popolare italiano.
   Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell’omonima banca. Rimase in carica dal 1873 alla morte (1882). Sette anni dopo venne eletto Marco. Nel 1893 non fu confermato. Riconquistò il seggio nel 1905, quando, come si è detto, stavano affiorando le tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Da quell’anno Marco Cassin divenne punto di riferimento di una linea politica destinata a fare da spartiacque nell’amministrazione civica cuneese: i conservatori da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, eletto presidente del consiglio provinciale proprio quell’anno; i liberali progressisti dall’altra. Sulla scia di don Davide Albertario, anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana polemizzavano a freddo contro ebrei e massoni. Alle elezioni comunali cuneesi del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.
   La lotta fra moderati e liberali progressisti in città crebbe di tono con il trasferimento da Mondovì a Cuneo della loggia massonica “Vita Nova”, il cui stratega fu l’avvocato Angelo Segre. Il conflitto per la conquista dell’amministrazione civica si ripercosse sul piano politico. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l’arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a filoclericale) venne confermato deputato. I liberali progressisti in Cuneo e altre zone della provincia decisero di fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti riformisti, sia i cattolici. Il loro vero alleato e “tutore” era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti), lo statista lo controllava anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all’Interno.
   Per sciogliere il nodo, il Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei progressisti. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano cuneese, il “Corriere Subalpino” (poi “Il Subalpino”), contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” di Tancredi Galimberti e al foglio cattolico “Lo Stendardo”. Le elezioni del 7 agosto 1912 decretarono la vittoria dei progressisti, guidati da Marco Cassin, Eugenio Cavaglione, Cesare Pilastri, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato Marcello Soleri, che venne eletto sindaco. Questi chiamò in giunta l’avvocato Giuseppe Acutis, Pietro Delfino, Giuseppe Guglielmone e, ovviamente, Cassin.

MARCO
                                                          CASSIN   Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati.
Alle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d’essere ebreo e massone e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma Cassin rispose di non sentirsi in colpa solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì invece di essere affiliato alla massoneria italiana. Precisò che se lo fosse stato, non avrebbe avuto motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio, da Depretis, Crispi e Zanardelli ad Alessandro Fortis e Luigi Luzzatti. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché, appunto, non lo era. Infatti non esiste alcun documento che lo provi. Fra altro, molti massoni propugnavano la cremazione delle salme, non condivisa dagli israeliti osservanti.
   Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin (che non si era ricandidato) annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin fu eletto al consiglio provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda. Sconfitto da Marcello Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Tancredi Galimberti fu battuto alle provinciali nel mandamento di Borgo e Valdieri, ove prevalse  l’industriale Fernando Olivero.
   Cassin non tornò nel consiglio comunale di Cuneo perché ormai aveva altre e più alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all’intervento dell’Italia nella grande guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) nel maggio 1915, egli fu il solo a gettare sul piatto della bilancia la richiesta di una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della arzigogolata linea di frontiera italo-francese. Essa risaliva ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III, peggiorati dai plebisciti del 1860. Occorreva più ragionevolezza. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento nello strumento di accessione alla Triplice intesa (Londra, 26 aprile 1915).
   Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell’aviazione militare a Cameri (Novara).

   Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l’anno seguente, lasciate tutte le cariche amministrative locali, ascese a  vicepresidente della Camera di commercio internazionale e fu proposto da Giolitti o per la nomina a senatore.
   Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sede della Camera di Commercio di Cuneo, progettata dal geometra Camia. Autore di studi scientifici, economici e statistici, Cassin pronunciò il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo, sull’altipiano, presenti Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie, Riccardo Bianchi, e altre personalità di rilievo nazionale.
   Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non chiese a Cassin di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti. Chi poteva, doveva rimanere al proprio posto per protrarre l’età liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione sull’attività camerale, che fu anche il suo testamento politico di Cassin.
   La sua figura rimane da approfondire. Manca di una biografia esaustiva. A farla scendere nell’oblio concorse il concordato cui la Banca Cassin fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A un secolo dalla sua morte, Marco Cassin merita di essere dedicatario di un luogo o di edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:
IL RABBINO LELIO DELLA TORRE
MARCO CASSIN (Fotografia messa a disposizione da suo nipote, Mathieu Vernant).
   Non fu lo Statuto promulgato da Carlo Alberto re di Sardegna il 4 marzo 1848 ad abolire la discriminazione civile e politica degli ebrei. La loro parificazione ebbe luogo con due decreti legge  successivi, firmati dal luogotenente del Re, il principe Eugenio (nome poi ricorrente in molte famiglie ebraiche), che riconobbe la parità dei diritti (incluso quello di prestare servizio militare) a tutti i regnicoli quale ne fosse la confessione religiosa.
   Giolitti confermò la sua stima per Marco Cassin sollecitando il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, a proporne la nomina a senatore del regno d'Italia, all’indomani delle elezioni del 16 novembre 1919, in cui Cassin, già deputato e presidente della Camera di Commercio di Cuneo, rimase soccombente. Eccone il testo: «Caro Nitti, nelle ultime elezioni cadde, nel collegio di Cuneo, il deputato Cassin che rappresentava il collegio di Borgo San Dalmazzo. Egli era da molti anni Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, ed era presidente della Unione delle Camere di Commercio del Regno. Tale sua qualità, e il titolo del censo che possiede, lo designa per la nomina a Senatore, posto che egli degnamente coprirebbe per la grande conoscenza delle quistioni economiche, e tale nomina tornerebbe gradita alla provincia di Cuneo. Coi più cordiali saluti, aff.mo Gio.Giolitti.»
   Nitti non dette seguito all'autorevole suggerimento. Cuneo può rimediare ora, dedicando a Cassin, a un secolo dalla sua morte, un luogo pubblico: anche a memoria della Comunità israelitica locale che contribuì al Risorgimento e all'affermazione della democrazia parlamentare nello Stato d'Italia.



OTTOBRE 1925
UNA “NOTTE DI SAN BARTOLOMEO”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


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                                                          storia
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                                                          Carignano,
                                                          maggio-giugno
                                                          1980. La
                                                          vicenda
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                                                          Pratolini
                                                          “Cronache di
                                                          poveri amanti”
                                                          (1946). La
                                                          Notte prende
                                                          nome dalla
                                                          strage degli
                                                          ugonotti
                                                          accorsi a
                                                          Parigi per
                                                          festeggiare le
                                                          nozze di
                                                          Enrico di
                                                          Borbone,
                                                          ugonotto, con
                                                          la principessa
                                                          Margot,
                                                          cattolica,
                                                          figlia di
                                                          Caterina de'
                                                          Medici, regina
                                                          di Francia (24
                                                          agosto 1572).
                                                          Dovevano
                                                          propiziare la
                                                          conciliazione.
                                                          Divennero
                                                          trappola per
                                                          orrendo
                                                          massacro.Perché ricordare il passato?
   Non può passare sotto silenzio il centenario della famigerata “Notte di San Bartolomeo” vissuta da Firenze fra il 3 e il 4 ottobre 1925. È tra le pagine più truci della “caccia al massone” e, più in generale, agli antifascisti organizzata da squadristi che terrorizzarono l'intera città. I crimini perpetrati in quei giorni furono talmente gravi che Benito Mussolini, capo del governo, inviò a Firenze Roberto Farinacci, segretario nazionale del partito, per un'inchiesta sommaria conclusa con l'espulsione di decine di facinorosi. I fatti di Firenze non furono però un episodio circoscritto di criminalità politica ma l'ennesima prova di forza di una componente fondamentale del fascismo. Gli squadristi erano nati e cresciuti al suo interno. Nell'ottobre 1922 dalla Toscana era partito verso Roma il grosso delle squadre, capitanate da Sante Ceccherini, massone. Delusi dall'avvento di un governo di coalizione costituzionale, i militi continuarono a coltivare il mito del “colpo di Stato” a mano armata, teorizzato da Curzio Malaparte, tardivamente “iniziato”. Erano sicuri di poter sfidare impunemente chiunque. Tra fine settembre e inizio ottobre 1925 si scatenarono.
   Il governo non li prevenne. Possibile che non fosse informato? Il 25 maggio il ministro per l'Interno Luigi Federzoni, nazionalista, massonofago aveva telegrafato ai prefetti: «Tutte le volte che disgraziatamente si verifica qualche grave fatto di violenza da parte di elementi sovversivi o comunque ostili al Governo, devono essere prese immediatamente misure preventive allo scopo di impedire azioni di rappresaglia tenendo particolarmente presente la necessità di tutelare in modo assoluto l'inviolabilità del domicilio con particolare riguardo agli studi degli avvocati.» L'indomani denunciò «un risorgere simultaneo di organizzazioni squadriste che raccolgono sporadicamente taluni degli elementi più accesi del fascismo e che di quando in quando compiono atti di violenza che il governo deplora e intende siano risolutamente evitati». Occorreva «soffocare residui fermenti di illegalismo». L'amnistia mirò a «sanare per quanto è possibile perturbazioni e risentimenti causati da reati di origine politica», ma occorrevano «prevenzione e repressione di ogni episodica violenza anche per parte dei fascisti», pregiudizievoli per «il prestigio dello Stato e dello stesso fascismo così in Italia come e ancor più all’Estero». “Sua Eccellenza Mussolini” voleva ordine e compostezza.
   Le sinistre erano fuori gioco. Il governo dunque sapeva dov'era il pericolo. Però interveniva, ma solo tardivamente, a “rimettere ordine” dopo atti criminosi che non aveva saputo o voluto prevenire. Gli italiani erano esausti. Avevano alle spalle quaranta mesi di militarizzazione e la guerra civile a bassa intensità del dopoguerra. Il governo procedeva all'insegna della doppiezza: additava quotidianamente un “nemico” inesistente e deprecava, ma non fermava, chi passava alle vie di fatto contando sull'assenza e sulla compiacenza della pubblica sicurezza.
   Ricordare la  storia vuol dire conservare memoria dell'avvento del regime di partito unico e della confisca del potere da parte di un “capo” contornato da milizie di partito, spinte o indotte a delinquere nella certezza dell'impunità o della manipolata indulgenza dell'ordine giudiziario. Poiché la magistratura mostrò di non prostrarsi a pressioni politiche, il “duce” istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che militarizzò i processi e legalizzò l'illegalità. Tutte quelle aberrazioni, va aggiunto, furono avallate dal Parlamento, prono al governo. Punto di arrivo del regime liberticida furono la reintroduzione in Italia della pena di morte, la riforma elettorale congegnata da Alfredo Rocco, che nel 1928 ridusse le votazioni a una farsa, come dichiarò alla Camera l'ottantaseienne Giolitti, l'obbligo della tessera del Partito nazionale fascista (Pnf) per gli aspiranti a impieghi e del giuramento di fedeltà al regime per i pubblici dipendenti, inclusi i docenti universitari.
   La fascistizzazione dello Stato non avvenne d'un tratto, a fine ottobre del 1922, né con la vittoria della composita Lista Nazionale il 6 aprile 1924. Avanzò per gradi, una legge dopo l'altra. Richiese un decennio e non risultò mai del tutto completa. Non soggiogò mai le Forze Armate, che giuravano fedeltà al re e ai suoi legittimi discendenti. Però si consolidò sempre più. Negli Anni Trenta registrò il consenso pressoché generale della popolazione. Giunto al successo grazie all'eliminazione di ogni forma di opposizione, il regime consentì la moltiplicazione di interpretazioni della sua “dottrina”. I neo-pagani coabitarono con i clericali, i sindacalisti con il padronato, i fautori del libero mercato con gli autarchici, i cultori della romanità con lo strapaese. In un partito-spugna c'era posto per tutti.
   Il regime divenne un'immensa cattedrale con navate centrali e cappelle laterali in ciascuna delle quali le diverse congregazioni e fraterie recitavano sottovoce le proprie litanie, aperte e chiuse con l'omaggio al “Duce”. Si acconciarono anche quanti non indossarono mai la camicia nera e trovavano risibili i riti del partito. Barattarono incensi in cambio di stenta autonomia e infine si dissolsero per scampare alla chiusura coatta. Il loro elenco sarebbe lunghissimo. Benché più d'argilla che di pietra, quell'immenso edificio non sarebbe mai crollato per logoramento interno. Per abbatterlo ci volle una scossa tellurica: la sconfitta nella guerra mondiale a fianco della Germania di Hitler, che all'inizio del 1943 spinse il re a valersi delle sue prerogative per riportare l'Italia sui binari dell'Occidente.
   Il 1925 segnò la svolta perché nel suo corso Mussolini aggredì le libertà fondamentali: di pensiero, stampa e associazione. Il 20 novembre enunciò esplicitamente in Senato il suo programma Annientati il socialismo e la massoneria, mirava a sostituire lo Stato liberale con quello fascista: non solo un regime ma “una fede”, una “religione”. Il duce era capo del governo, ministro degli Esteri e dei tre dicasteri militari: Guerra, Marina e Aeronautica.
“Stefano Bisi: “Le dittature serrano i cuori”
   Questa sintetica premessa giova a comprendere perché il 1925 merita memoria. Per tenerla viva Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, ha scritto “Le dittature serrano i cuori” (Betti Editrice, agosto 2025), un libro che documenta una delle pagine più cruente della marcia mussoliniana verso il regime: la notte del 3-4 ottobre 1925. In poche ore a Firenze furono assassinati Giovanni Becciolini, il deputato socialista Gaetano Pilati e Gustavo Consolo. Si contarono altre quattro vittime non censite dalla storiografia. Il volume condensa molte storie: la “mattanza” perpetrata dagli squadristi capitanati da Tullio Tamburini, le biografie dei “protagonisti”, alcune testimonianze e approfondimenti critici e giudizi storiografici. Contiene anche un'antologia delle cronache pubblicate dai giornali. L'Osservatore Romano si limitò a lamentare l'assalto a un circolo cattolico.
   Sull'efferato assassinio di Giovanni Becciolini esistono versioni contrastanti, a suo tempo esaminate da Gaetano Salvemini con lo scrupolo dello storico e la partecipazione di chi aveva subìto di persona lo squadrismo. Era stato tra i promotori del “Non Mollare”, il periodico clandestino al quale collaborarono Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto Rossi. Veniva distribuito da antifascisti a rischio di bastonate. Di concerto con Nello Traquandi, Becciolini concorreva alla sua diffusione.
   La “Notte” non fu un'esplosione criminale improvvisa ma il punto di arrivo dell'odio fanatico contro i massoni, eccitato dal foglio locale “Battaglie fasciste”. Il 26 settembre 1925 questo intimò: «Da oggi non deve essere data tregua alla massoneria ed ai massoni. La devastazione delle logge si è risolta in una ridicola sciocchezza.» L'assalto era iniziato nel 1924. Però l'offensiva contro i massoni non nacque agli albori del fascismo (movimento dal marzo 1919, partito dal novembre 1921), né con l'insediamento del governo Mussolini. Aveva origine antica, sia in Mussolini, sia del partito nazionale fascista. Come ricorda Bisi, non è affatto documentato che il duce odiasse i massoni perché respinto da una loggia. Una fiaba. La certezza è un'altra. L’incompatibilità tra socialismo e logge venne posta all'ordine del giorno dei congressi del partito sin dal 1904, ma non fu discussa. Tornò attuale nel 1912 al congresso di Reggio Emilia che vide l'espulsione di Bissolati, Bonomi, Cabrini e altri, subito organizzati nel partito socialista riformista. Al congresso di Ancona (aprile 1914) il Psi approvò  a larghissima maggioranza la mozione presentata da Giovanni Zibordi e fatta propria da Mussolini: l'espulsione dei massoni dal partito. In dissenso con il futuro duce, il giovane Giacomo Matteotti espresse un giudizio duro nei confronti dei Liberi Muratori (considerati borghesi) ma propose la mera incompatibilità, lasciando ai singoli di optare tra loggia e partito.
   Dopo la scelta a favore dell'intervento nella guerra europea a fianco dell'Intesa e nel corso di essa Mussolini si trovò spesso in convergenza con massoni. Altrettanto avvenne nel dopoguerra e nella questione di Fiume. Mise la sordina alla sua radicale avversione. Un mese prima della mai avvenuta “marcia su Roma”, in dissenso con Alberto De Stefani il duce scrisse che non era il momento di occuparsene. Molti gerarchi erano massoni. Tra questi svolsero ruolo decisivo nella soluzione extraparlamentare della crisi di governo i due intendenti generali della “marcia”: Gaetano Postiglione (interventista e repubblicano) ed Ernesto Civelli, affiliato alla Serenissima Gran Loggia d'Italia. La mattina del 28 ottobre 1922 Civelli assicurò al re che gli squadristi erano fautori della monarchia.
   Anche il governo Mussolini contò massoni, compreso il sottosegretario alla Pubblica Istruzione, Dario Lupi, ideatore dei “viali della rimembranza”. La svolta sopraggiunse poco dopo. La confluenza dei nazionalisti nel partito fascista, a metà febbraio 1923, fu suggellata dalla dichiarazione di incompatibilità tra logge e fasci, imposta dai nazionalisti e caldeggiata nel Gran consiglio del fascismo da uno spretato, già famigerato per la pubblicazione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, in cui aveva denunciato il complotto di ebrei e massoni ai danni dell'Italia.
   Poiché nella “Rivista Massonica” il gran maestro Domizio Torrigiani deplorò l'assassinio di Giacomo Matteotti avvenuto il 10 giugno 1924, in agosto il vertice del PNF ribadì l'espulsione dei massoni dal partito. Per il Grande Oriente d'Italia la via divenne sempre più stretta e ripida, anche perché le opposizioni (socialisti, repubblicani, demo-sociali, democratici, liberali  e popolari: meno di un terzo dei deputati in carica) si arroccarono fuori dell'Aula. In vista del Giubileo annunciato da Papa Pio XI per il 1925, i cattolici si schierarono con il governo, mentre il partito popolare, mai avallato dalla Santa Sede, andò alla deriva.
Un regime nato nel sangue
    Il 12 gennaio 1925 Mussolini presentò la legge per regolarizzare le associazioni e l'appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni. Fu approvata alla Camera il 19 maggio 1925, come ricorda Bisi, che richiama l'attenzione sul discorso pronunciato da Antonio Gramsci: Il deputato comunista disse la massoneria sarebbe divenuta un'ala del fascismo e che la legge non era contro le logge ma contro la rivoluzione.
   Già prima si erano moltiplicati gli assalti squadristici a logge, non solo per devastare e umiliare ma soprattutto sequestrare carte, verbali e le ambìte liste degli affiliati. Persino la sede del Grande Oriente, alle spalle del Senato, fu assalita da energumeni che si arrampicarono sino al balcone e tentarono di irrompervi. Le forze dell'ordine risultarono quasi sempre impari e tardive, benché gli attacchi fossero preordinati. Chi doveva tutelare era inetto o connivente: doveva informarsi e prevenire.
   In vista del dibattito al Senato, calendarizzato per metà novembre, al duce  occorreva la spallata finale. Fu quanto annunciato da “Battaglie fasciste” nell'articolo del 26 settembre: «Bisogna colpire i massoni nelle loro persone, nei loro beni, nei loro interessi.» Tre giorni dopo si riunì il direttorio del fascio fiorentino alla presenza di Tullio Tamburini, console della milizia, e del marchese Dino Perrone Compagni, iniziato alla Gran Loggia d'Italia. Su impulso indiretto di Mussolini (l'opposizione doveva accettare “il fatto compiuto”), il direttorio stilò la lista delle persone da colpire, tra le quali alcuni ex deputati e Camillo Arturo Torrigiani, otorinolaringoiatra di fama internazionale, fratello del gran maestro Domizio.
   Nel libro Bisi utilizza il memoriale di Camillo Torrigiani, massone (numero di matricola 29.168), donatogli dal nipote Neri Torrigiani: una testimonianza limpida sulla linea seguita dal gran maestro del GOI dinnanzi al fascismo e all'avvento di Mussolini. Narra il suo trasferimento in Francia dopo la sospensione dei lavori delle logge del GOI, il rientro per testimoniare nel processo a carico del generale Luigi Capello, già comandante della Seconda Armata, arrestato per mai documentata connivenza con lo sprovveduto Tito Zaniboni (socialista, non massone) che ordì per conto proprio un attentato a Mussolini (4 novembre 1925). Ne ricorda la condanna a cinque anni di confino con un'unica imputazione, “Massone”, e le sue peripezie tra Lipari e Ponza, il ricovero nell'indecente “clinica” di Montefiascone, il rilascio, quando ormai era pressoché cieco, e la morte che lo raggiunse a San Baronto (Lamporecchio) il 31 agosto 1932. È quasi un libro nel libro.
   Va osservato, in aggiunta, che a differenza di quello di Camillo, il nome di Domizio Torrigiani non compare nella matricola generale del GOI. Ma non è l'unico. Non vi figura neppure quello di Giovanni Becciolini, il cui martirio è il cuore del libro di Stefano Bisi, che ne ripercorre rapidamente la biografia sulla scorta di una “memoria” della vedova, Vincenza Di Mauro.
   Becciolini nacque il 28 febbraio 1899 da Ernesta, posseduta da un cugino, Alessandro: un prete che se ne invaghì. Battezzato con il nome di Narsete, fu abbandonato all'orfanotrofio fiorentino di piazza Santissima Annunziata. Dopo molte traversie, a tre anni d'età il piccolo venne nuovamente battezzato con il nome di Giovanni e crebbe in una famiglia di contadini, della cui figlia, Louise, si innamorò. Sennonché don Alessandro sedusse anche lei, provocando l'ira del figlio, finita in colluttazione. «Nato, cresciuto senza mai una famiglia regolare» Giovanni compì studi brillanti, conquistò la licenza liceale, prestò servizio militare e fu assegnato a Tripoli ove conobbe Vincenza, che sposò il 25 agosto 1921. Tornato a Firenze con la moglie, si stabilì in via dell'Ariento 10. Il 26 giugno 1924 nacque Bruno, al quale Bisi dedica un documentato capitolo.
Quando calò la Notte...: non solo a Firenze ma sull'Italia
   La sera del 3 ottobre 1925 Becciolini dalle scale udì tafferugli nell'abitazione di Napoleone Bandinelli, ragioniere, massone (matricola 33.848), venerabile della loggia “Galileo Galilei”, assalito da Giovanni Luporini e da due altri squadristi. Accorse in sua difesa. Nel buio uno sparo uccise Luporini. Mentre Bandinelli riusciva a dileguarsi, gli squadristi si fecero dire dalla moglie di Bandinelli ove Becciolini fosse fuggito. Lo inseguirono sul tetto, lo scovarono dietro un abbaino, lo trascinarono nella sede del fascio e lo seviziarono. Legato a una cancellata dei Mercati centrali fu bersagliato di colpi. Nelle stesse ore altri squadristi misero a sacco abitazioni e negozi. Gaetano Pilati, già deputato socialista, e mutilato di guerra, fu assalito a revolverate mentre era a letto. Agonizzò tre giorni. Stessa sorte toccò all'avvocato Gustavo Consolo.
   Firenze si scoprì Fascistopoli.
   Il 6 ottobre Federzoni telegrafò ai prefetti: «Fatti avvenuti in questi giorni a Firenze e in altre città trovano ingiustificata deplorevole ripresa di azioni illegaliste da parte di meno responsabili del Fascismo ovvero operanti sui margini delle organizzazioni di questo.» Deplorò la «tardività ed inazione delle autorità e degli agenti di fronte ai colpevoli di violenze et lo innegabile recente risorgere di formazioni squadriste presso numerosi fasci». I prefetti dovevano prendere «gli opportuni accordi con le autorità militari allo scopo di prevenire in modo assoluto ed eventualmente di reprimere qualsiasi tentativo di violenza». Il prefetto di Firenze, Enrico Palmieri, fu rimosso «per ragioni di servizio», cioè per la sua inefficienza.
   La squadraccia capitanata da Tullio Tamburini andò a processo due anni dopo i crimini. Non avanti il Tribunale di Firenze, però, bensì a quello di Chieti, ove venne celebrato il giudizio a carico di Amerigo Dùmini, assassino di Matteotti, condannato per omicidio preterintenzionale. Come documenta Bisi gli squadristi se la cavarono con poco. In un passo del “Diario, 1943-1944”, curato da Erminia Ciccozzi con saggi di Aldo G. Ricci e Aldo A. Mola e pubblicato dall'editore Pontecorboli per l'Istituto Lino Salvini di Firenze, Federzoni annotò che l'assassinio di Pilati «era stato complottato in un postribolo da una combriccola di bravacci presieduto da un vecchio squadrista fiorentino notoriamente agli stipendi della tenetrice, la quale, vedi caso, aveva pochi giorni prima ricevuto lo sfratto dall'onorevole Pilati, divenuto amministratore dello stabile».
   D'intesa con Federzoni, Mussolini fece scendere rapidamente il silenzio sulla Notte di San Bartolomeo scatenata dagli squadristi a Firenze. Aveva fretta di far approvare al Senato la legge sulle associazioni, come avvenne il 20 novembre. Poco prima della sua promulgazione Torrigiani sciolse la Comunità del Grande Oriente per mettere gli affiliati al riparo da rappresaglie alle vite loro, dei congiunti e degli amici. Ne rimase gran maestro. Nell'isola di Ponza, ove fu confinato, fondò un loggia dal nome risorgimentale: Carlo Pisacane. Poi anche Raoul Palermi si rassegnò  sciogliere la Gran Loggia d'Italia. Ma non mostrò altrettanta fermezza. Ottenne un impiego dal regime. 
   “Le dittature serrano i cuori” di Stefano Bisi è un libro che va letto per capire come possano morire le libertà e perché vanno difese.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Una loggia devastata da squadristi: fotografia esposta nella mostra “I massoni nella storia d'Italia”, Torino, Palazzo Carignano, maggio-giugno 1980. La vicenda fiorentina ispirò il romanzo di Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti” (1946). La Notte prende nome dalla strage degli ugonotti accorsi a Parigi per festeggiare le nozze di Enrico di Borbone, ugonotto, con la principessa Margot, cattolica, figlia di Caterina de' Medici, regina di Francia (24 agosto 1572). Dovevano propiziare la conciliazione. Divennero trappola per orrendo massacro.



ALESSANDRO ANTONELLI
MIRARE ALTO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


Imparare l'Arte
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                                                          conciliare
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                                                          leggerezza.
                                                          Superò
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                                                          metri), altro
                                                          capolavoro
                                                          antonelliano,
                                                          terminata nel
                                                          1887.   La sua opera più famosa, la Mole di Torino, svetta tra dodici stelle nella monetina da due centesimi di euro, coniata dalla Zecca dello Stato dal 2002. In primo tempo quell’effigie fu erroneamente riprodotta su un centinaio di monete da un centesimo, ciascuna delle quale oggi vale una fortuna, come il leggendario francobollo “Gronchi rosa”. Leggerissima, quasi volatile, la moneta da due centesimi circola ancora. La dànno “in resto” panettieri e banchi del mercato, memori che “venti soldi fanno una lira”. Però non viene più coniata. Più la spesa che la resa. Fuori uso, tra qualche decennio anch’essa sarà ambita dai numismatici. Questa vicenda è, a suo modo, specchio della lunga vita di Alessandro Antonelli (Ghemme, 14 luglio 1798-Torino, 18 ottobre 1888), asceso dall'inquietante torrente Strego alle Stelle. Un successo, passo dopo passo. Progetto dopo progetto. Opere avviate e realizzate. Circondate dallo stupore. Plaudite. Ma non tutte portate a termine.
   Antonelli insegnò a elevarsi verso il cielo. Si sa che questo è inarrivabile, come fata morgana. Più ci si avvicina, più si allontana. Forse a quel modo ci esorta a occuparci meglio della «aiuola che ci fa tanto feroci», per dirla con Dante. Antonelli lo sperimentò. Celebre architetto e urbanista di prim'ordine, capì presto che per contare l'Artista deve fare i conti con il Potere. Da Milano, ove studiò all'Accademia di Brera, si trasferì a Torino. Vincitore a trent'anni del “Prix de Rome”, completò la sua formazione con cinque anni nella Città Eterna. Ne rimase abbagliato. Roma era ed è tutto. È la Storia. I Papi dell'epoca miravano a far dimenticare l'età francese. Napoleone I, che non vi mise mai piede, aveva nominato Re di Roma l'“Aiglon”, il figlio avuto da Maria Luisa d'Asburgo, e aveva fatto dipingere le proprie imprese nel Palazzo dei Papi, il Quirinale. Anche per lui Roma era un simbolo: ma la retrocesse a seconda città dell'Impero. La prima era Parigi.
   Nel 1825 Leone XII (1823-1829) indisse il Giubileo. Riedificò San Paolo fuori le Mura, distrutta da un incendio, e tolse le opere di Galileo dall'indice dei libri proibiti. Il suo successore, Pio VIII (1829-1830) riconobbe re di Francia Luigi Filippo d'Orléans, dopo la cacciata di Carlo X, ultimo sovrano consacrato con l'“unzione” con olio delle Sacre Ampolle, e combatté strenuamente le società segrete. Dall'ascesa al Sacro Soglio, Gregorio XVI (1831-1846) chiamò gli austriaci per reprimere le insorgenze liberali e condannò non solo carbonari e massoni, scomunicati dal 1738, ma anche le tendenze democratiche sorgenti tra i cattolici in Francia (con Felicité de Lamennais) e in Belgio. Anch'egli, comunque, promosse le arti, fondando il Museo Gregoriano-Lateranense. Fece anche di più: condannò severamente il mercato degli schiavi praticato dagli anglo-americani e da altri Stati celebrati come liberali e progressisti.
   In quella Roma in bilico tra le diverse Età, indigesta a Giacomo Leopardi, Alessandro Antonelli studiò e strinse amicizia con artisti affermati. Mirò e rimirò. Colse l'anelito verso l'Eternità.

Tra arte e politica

   Tornato nel Piemonte sabaudo, insegnò vent'anni all'Accademia Albertina, fiorente con Carlo Felice (re dal 1821 al 183, ultimo del suo ramo) e potenziata ulteriormente da Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1831-1849), antico conte dell'impero napoleonico, di formazione europea, sovrano prudente, consapevole che cultura e scienza erano le premesse per restituire al regno di Sardegna sicurezza e prestigio europeo. Importava quel che i torinesi pensassero passeggiando in via Po, piazza Castello, piazza San Carlo. Ma per lui ancor più contava quel che del Piemonte si pensava a Parigi, Bruxelles, Londra. Perciò, dall'inizio degli Anni Quaranta, consentì tacitamente il rientro di tanti liberal-costituzionali dall'esilio al quale erano stati costretti nella repressione delle cospirazioni mazziniane, crollate con la fallimentare “invasione” della Savoia e l'insorgenza a Genova, ove Giuseppe Garibaldi si trovò solo soletto all'appuntamento con i congiurati e dovette riparare in Francia inseguito da condanna alla pena capitale. Rientrò nel 1848 per mettersi a servizio del re.
   Nei quattro anni trascorsi negli uffici tecnici del demanio a Torino, Alessandro Antonelli coltivò amicizie tra le quinte di chi decideva: aristocratici a servizio dello Stato, borghesi affermati ed ecclesiastici. Ne comprese il cifrario e assecondò il movimento profondo che preparava il regno sabaudo ad assumere la guida della guerra contro l'impero d'Austria. Alla vigilia del Quarantotto metà delle ferrovie dell'intera Italia erano concentrate fra Piemonte e Liguria. Ne hanno scritto Marco Albera e Giorgio Enrico Cavallo in “L'altro Risorgimento. Cronache dal traforo del Fréjus” (Cento studi Piemontesi). Torino puntava le sue carte su istruzione elementare, sanità, produzione manifatturiera, rete viaria, potenziamento dei porti (anzitutto La Spezia), con speciale attenzione per lo strumento militare, assecondato dalla promozione dell'educazione fisica, propiziata con l'istituzione di apposite Scuole con insegnanti prestigiosi, chiamati persino dall'estero.
   La Corona aveva anche bisogno di opere monumentali nuove o debitamente restaurate, capaci di suggestionare chi arrivava a Torino dagli altri Stati italiani o da Oltralpe. Antonelli percepì il fermento che in pochi anni si manifestò con il successo del presbìtero neoguelfo Vincenzo Gioberti, forzatamente esule, autore del “Primato morale e civile degli italiani” (1843), con il conferimento dei diritti civili e politici ai valdesi e agli israeliti e con la promulgazione dello Statuto (1848).
   Quando, con le regie patenti del novembre 1847, Carlo Alberto introdusse l'elettività dei consigli comunali e divisionali (cioè provinciali), Antonelli fu pronto a scendere nell'agone dei consessi amministrativi. Si candidò e fu eletto al consiglio comunale di Torino e a quello divisionale di Novara.

Antonelli deputato
   L'impegno nella vita politica è tra le pagine meno note della sua lunga e ricca biografia. Merita memoria. Antonelli fu eletto deputato il 20 marzo 1849 nel VII collegio elettorale di Torino, che contava appena 80 elettori. Alle prime elezioni, il 27 aprile 1848, l'avvocato Giovanni Giacomo Prever vi era prevalso con 40 preferenze su Benedetto Trompeo e Benedetto Bona, che ne ottennero 9 ciascuno. A differenza dei primi cinque collegi della capitale, il VI e il VII avevano un numero esiguo di elettori. Il collegio Torino I (il più ambito e disputato: fu quello di Cavour) ne contava 598; il II (che elesse Cesare Balbo e poi Giorgio Pallavicino Trivulzio) 606. Però in quelli “piccoli” la percentuale dei votanti risultò più elevata rispetto agli altri. Del VI si sa poco perché i verbali della prima elezione sono andati persi. Nel VII gli elettori chiamati alle urne il 22 gennaio 1849 per dar vita alla II legislatura erano 130. Al seggio ne andarono 89. Una percentuale assai elevata per l’epoca.
   Alla prima elezione della Camera, il 27 aprile 1848, due mesi dopo la promulgazione dello Statuto e mentre il regno era in guerra contro l'impero d'Austria, il cinquantenne Antonelli era personalità già affermata per le molte e prestigiose opere realizzate, in corso o progettate. Nessuno però pensò a lui come possibile membro della “Subalpina”, formata da 222 deputati, comprendenti i 18 componenti votati a Parma e a Piacenza, che, cacciato il duca, avevano dichiarato la propria dedizione la corona sabauda.
   Al voto gli aventi diritto andarono sulla base della legge del 17 marzo 1848, n. 729, integrata dal regio decreto del 20 giugno. La Camera aprì i lavori l'8 maggio 1848 a Palazzo Madama. Il principe Eugenio di Savoia, Luogotenente del re, lesse a senatori e a deputati il discorso della corona per conto di Carlo Alberto, che era alla guida dell'armata sarda in guerra contro l'impero d'Austria. Poi i deputati si trasferirono a Palazzo Carignano, ove proseguirono i lavori.

Popoli d'Italia e Nazione
   Il Discorso fu improntato a ottimismo e audacia: «La Provvidenza ci chiama ad inaugurare nella nostra patria il regime rappresentativo in una delle epoche più memorande per l'Italia e per l'Europa. Circondati da un fosco orizzonte, ma uniti da mutuo amore, da mutua confidenza tra popolo e principe, avemmo in pace dalla saviezza del Re le riforme e le istituzioni che assicurano al paese la forza e la libertà.» Elencati i successi conseguiti sul campo, il principe proseguì: «In Italia le disgiunte parti tendono ogni giorno ad avvicinarsi, e quindi vi è ferma speranza che un comune accordo leghi i popoli, che la natura destinò a formare una sola Nazione. […] Se avviene che la desiderata fusione con altre parti della Penisola si compia, si promuoveranno quelle mutazioni nella legge che valgano a far grandeggiare i destini nostri, a farci raggiungere quel grado di potenza, a cui pel bene d'Italia la Provvidenza ci vuol condurre.» Era l'annunciò della possibile “unione” italiana. Non confederazione, federazione o lega, né “unificazione” forzata ma “fusione” spontanea: una formula prudente.
   Nel Discorso, molto più importante di quanto solitamente percepito, Carlo Alberto distinse i popoli d'Italia dalla Nazione italiana. I due termini non erano sinonimi. La Nazione riecheggiava l'esordio della Rivoluzione dell'Ottantanove, che superò la divisione dei francesi in tre “stati” (aristocrazia, borghesia, clero) e insediò l'Assemblea Nazionale. Nel 1793 la Nazione venne sostituita dal Popolo, depositario della sovranità. Non bastasse, una riforma della costituzione repubblicana riconobbe al popolo il diritto alla rivoluzione contro il governo. Dopo l'età napoleonica e la Restaurazione, il “popolo” continuò a serpeggiare a scapito della “nazione”, termine fatto proprio dai repubblicani, capitanati da Giuseppe Mazzini. Il “Canto degli Italiani” attribuito a Goffredo Mameli non lo evoca mai. Le strofe meno mazziniane e più “giobertiane” (o scolopiche) di quel Canto sono eloquenti: «Noi fummo per secoli/ calpesti, derisi,/perché non siam popolo,/ perché siam divisi/ […]///,Uniamoci, amiamoci,/l'unione e l'amore/ rivelano ai popoli/le vie del Signore”.
   Nel Discorso di Carlo Alberto i “popoli d'Italia” sono la realtà presente; la Nazione è il sostrato “naturale”, da far riemergere dopo secoli di dominio straniero attraverso lo Stato e le sue Istituzioni: vero e insostituibile Soggetto della storia che si fa legge.
   La Camera elesse presidente Vincenzo Gioberti, al culmine della fama. In mancanza di un'urna, i votanti depositarono le schede in uno dei cappelli a cilindro messi a disposizione per l'occasione.
   Aperta sotto i migliori auspici, la legislatura fu travolta dallo sfortunato esito della guerra. Dopo alcuni successi e l'incerto esito della battaglia a Custoza (25 luglio), l'armata sarda ripiegò. Il 9 agosto il generale Salasco convenne l'armistizio con gli austriaci. Nel frattempo al governo presieduto da Cesare Balbo erano subentrati quello guidato dal milanese Gabrio Casati, che si dimise e fu sostituito da Cesare Alfieri di Sostegno. L'11 ottobre si insediò il quarto governo del regno di Sardegna, presieduto da Ettore Perrone di San Martino.
   Dopo iniziali sedute caotiche e una lunga pausa, il 16 ottobre la Camera riprese i lavori e registrò la distinzione (che non significa divisione, cioè contrapposizione inconciliabile) tra conservatori (“destra”) e democratici (“sinistra”), comprendenti frange di repubblicani. Il quadro politico non era però solo “piemontese” o “italiano”. La “rivoluzione” iniziata in Francia nel febbraio del Quarantotto e dilagata in varie forme in gran parte d'Europa, era in rotta in molti Paesi. Con l'Allocuzione del 29 aprile Pio IX aveva separato la Chiesa dalla guerra contro l'Austria. Nel timore di eccessi, come quelli registrati a Parigi, ove l'arcivescovo cadde assassinato, Pio IX si trasferì a Gaeta, ospite del re delle Due Sicilie.
   Dopo tre proroghe, il 30 dicembre la Camera subalpina venne sciolta. Le elezioni furono convocate per il 15 gennaio 1849 e differite al 22. Al voto andarono circa 38.500 elettori su 80.000 aventi diritto. Nel collegio Torino VII il 22 gennaio Alessandro Antonelli risultò secondo dopo Gioberti, che su 61 votanti ebbe 26 suffragi contro i suoi 24. Il 9 febbraio a Roma Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, e Giuseppe Garibaldi proclamarono la repubblica. Mazzini arrivò molto dopo. A Firenze il 20 si insediò il governo provvisorio dei triumviri. La Camera subalpina discusse se intervenire per restaurare il Granduca, come chiesto da Gioberti. La proposta venne respinta dall'opinione che contava. Il giorno dopo Gioberti si dimise e fu sostituito da Agostino Chiodo.
   La II Legislatura fu aperta il 1° febbraio con il discorso della Corona. Incombeva la ripresa della guerra. Carlo Alberto annunciò il progetto di una «Assemblea Costituente del Regno dell'Alta Italia», che era l'obiettivo massimo della guerra contro l'impero d'Austria. «Il governo costituzionale – aggiunse – si aggira sopra due cardini: il Re ed il Popolo. Dal primo nasce l'unità e la forza; dal secondo la libertà e il progresso della Nazione. Io feci e fo la mia parte, ordinando fra i miei popoli libere istituzioni […] Ma per vincere uopo è che all'Esercito concorra la Nazione; e ciò, o Signori, sta in voi, cioè sta in mano di quelle provincie che sono parti così preziose del nostro regno e del nostro cuore […] Prudenza e ardire insieme accoppiati ci salveranno”.
   Il 12 marzo Torino denunciò l'armistizio. Ai due parziali successi di Vigevano e di Mortara il 23 marzo seguirono la “brumal Novara”, l'abdicazione immediata di Carlo Alberto, che partì per il Portogallo scordando di firmare la rinuncia al trono, l'incontro a Vignale tra Vittorio Emanuele II e il maresciallo Radetzky, le dimissioni di Gabriele De Launay da presidente del Consiglio e l'avvento del ministero presieduto da Massimo d'Azeglio.
   La Camera fu sciolta con regio decreto del 29 marzo. Era durata 58 giorni. Fu la più breve e probabilmente una tra le meno assennate del regno di Sardegna. Non consta che Antonelli vi abbia preso la parola. La sua parabola parlamentare finì lì.
   I comizi elettorali vennero convocati il 15 e 22 luglio 1849 in 204 collegi. La III Legislatura fu inaugurata il 30 luglio. Non affrontò con responsabilità concludente la questione fondamentale. La ratifica della pace con l'Austria. Venne sciolta il 20 novembre 1849, dopo 87 sedute. Con il proclama di Moncalieri, scritto da Azeglio e firmato da Vittorio Emanuele II (20 novembre), gli elettori vennero esortati a votare con equilibrio. Lo fecero. Fu l'inizio del raccoglimento e la premessa del “centro-sinistro” di Camillo Cavour e Urbano Rattazzi.
   Nelle elezioni del 15 luglio 1849 Antonelli era stato battuto da Carlo Promis, professore di architettura: 54 voti contro130. A conferma che non considerava concluso il suo impegno alla Camera, il 16-17 settembre si ripresentò ancora alle urne ma fu nuovamente sconfitto da Paolo Thaon da Revel (28 suffragi contro 84 al primo turno; 28 contro 93 al secondo). Nelle elezioni del 9 dicembre 1849 ebbe 74 voti contro i 178 andati a Thaon, che fu confermato nel 1853, ma nel 1857 fu sconfitto da Angelo Brofferio, antico cospiratore ed esponente dell'ala democratica della Camera subalpina.
L'Arte di Costruire prevalse sui partiti, etimologicamente divisivi
   Antonelli non si ricandidò. Aveva ormai altre mire. La maggior parte dei parlamentari dell'epoca non ha lasciato traccia memorabile. Con le sue Opere, i progetti e la partecipazione costante alla vita pubblica, egli invece svettò e rimane.
   Nel 150° dello Scurolo della Beata Panacea da lui realizzato a Ghemme, la sua figura e le sue opere vengono riproposte nella loro complessità. Ad alcuni suoi capolavori, inclusa la Mole di Torino, sono conferite valenze esoteriche. Ferma restando la libertà di pensiero e quindi di attribuzione di significati reconditi anche al di là delle intenzioni del loro Artefice, va ricordato che ogni opera d'arte (e tali sono anche le Storie) vive nell'interpretazione di chi ne fruisce. Va comunque ricordato che alla morte Antonelli ebbe funerali cattolici. Fu sepolto nella tomba di famiglia, al cimitero di Maggiora (Novara).
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La Mole di Torino, detta Antonelliana dal nome del suo Artefice fu originariamente concepita quale tempio israelitico. La sua costruzione, iniziata nel 1863, terminò nel 1889. Con i suoi 167 metri e 35 centimetri di altezza è Opera inconfondibile per l'audacia. Venne realizzata con la combinazione di nervature in ferro e mattoni appositamente studiate per conciliare stabilità e leggerezza. Superò nettamente la cupola del San Gaudenzio di Novara (121 metri), altro capolavoro antonelliano, terminata nel 1887.
   Inizialmente l'edificio doveva essere alto 47 metri. Antonelli progettò di elevarlo a 113 metri. Quando giunse a 70 metri la comunità ebraica si defilò, considerandone esagerato il costo di realizzazione. La Mole, maestosa e ormai in itinere, fu acquisita dal Comune di Torino che cedette alla comunità ebraica l'area sulla quale sorge la sinagoga. Curiosamente, essa si affaccia su una via intitolata a papa Pio V (1566-1672), al secolo Antonio Michele Ghislieri, nativo di Bosco Marengo (Alessandria), che cacciò gli ebrei dallo stato pontificio, a eccezione di Roma e di Ancona, ove però dovettero chiudersi nei ghetti.
   Al di sopra dell'edificio di base, Antonelli aggiunse il Tempietto e su questo la Lanterna (113 metri) e ancora la Guglia, dominata dalla statua del Genio Alato (non un Angelo, come molti credono), in rame sbalzato e dorato, sulla cui testa si alzò un'asta reggente una stella a cinque punte (emblema polisemico). L'Opera fu solennemente “inaugurata” il 10 aprile 1889, pochi mesi dopo la morte di Antonelli. Le ultime fasi della realizzazione furono curate da suo figlio Costanzo e dal suo allievo Crescentino Caselli. Risultò la costruzione in muratura più alta del mondo. La celeberrima Tour Eiffel, come noto, è in ferro.
   Molte opere di Antonelli rimasero incompiute. Tra i suoi progetti di urbanista alcuni non ebbero esito, forse per buona sorte. È il caso del Duomo che doveva essere edificato a Torino al posto di Palazzo Madama.
   La sua figura e le sue opere sono al centro della Tavola rotonda in programma alle 15:30 di oggi, 12 ottobre 2025, all'Archivio di Stato di Novara (via dell'Archivio, 2) su “L'Arte di costruire nel "genio" di Alessandro Antonelli”, con esposizione di fondi archivistici e di disegni originali provenienti dalla Famiglia Antonelli-Milanoli-Benzi.
   L'incontro fa seguito ai due convegni celebrati il 27 settembre a Ghemme e a Novara per iniziativa dell'Istituto di Studi Politici Giorgio Galli (ISPG), della Pro Loco di Novara e del Comune di Ghemme, con interventi di Caterina Zadra, Vinicio Serino (antropologo), Fabio Consonni, Rossana Mondoni (astrologa morpurghiana), Daniele Comero (presidente dell'ISPG), Roberto Tognetti e Gabrio Mambrini. Il convegno di Ghemme fu completato con la visita allo Scurolo della Beata Panacea e alla Parrocchiale di Santa Maria Assunta, altra suggestiva Opera antonelliana.

Aldo A. Mola



LUDOVICO BOETTI VILLANIS
PASSATO, PRESENTE E FUTURO DELL'ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 ottobre 2025 pagg. 1 e 7.


L'avvocato
                                                          e politico
                                                          Ludovico
                                                          Boetti
                                                          Villanis,
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                                                          la copertina
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                                                          candidato al
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                                                          Nazionale,
                                                          Vicepresidente
                                                          dell'Istituto
                                                          della Real
                                                          Casa di
                                                          Savoia, Boetti
                                                          Villanis è
                                                          studioso di
                                                          storia della
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                                                          Italia.   Due anni dopo “Dignità di una scelta. Cronistoria di un balilla classe 1931” (pref. di Pietrangelo Buttafuoco, BastogiLibri, Roma), per i tipi dello stesso Editore Ludovico Boetti Villanis pubblica “E ripensandoci…” . Il nuovo libro, osserva nelle conclusioni l’autore, va “molto oltre” le risposte agli interventi di Marcello Veneziani, Luciano Violante e di altri, suscitati dal volume precedente. Egli ribadisce innanzitutto che, nelle molteplici forme assunte in Italia tra il 1919 e il 1945, il “fascismo” va collocato nel tempo suo. Come già aveva osservato Angelo Tasca, per comprenderlo occorre scriverne la storia, che è quella stessa dell'Italia dalla crisi del 1914-1915 alla doppia sconfitta del 1945, sulla quale scese la saracinesca del trattato di pace del 10 febbraio 1947 nel quadro planetario della contrapposizione tra blocchi: Occidente da un canto, Unione sovietica e paesi occupati (poi “satelliti”) dall'altro. Quel trentennio fu scandito da due guerre mondiali scaturite da beghe arcaiche per l'egemonia sull'Europa, il prevedibile crepuscolo del Vecchio Continente, l'affanno di proporre modelli interni e internazionali e infine il naufragio.

Scenario planetario di un secolo lungo
Per avere un'idea sommaria del “secolo lungo” (1914-2025) basta soffermarsi  su un paio di carte geopolitiche del pianeta. Vi si coglie “ictu oculi” qual era l'Europa degli imperi coloniali, che sembravano intramontabili, e come essa uscì dalla Grande Guerra del 1914-1918. I trattati di pace (1919-1923) consentirono ad alcune potenze (Gran Bretagna, Francia e soprattutto Stati Uniti d'America: questi ultimi furono i veri vincitori) di spartirsi le spoglie dell'impero coloniale tedesco in Africa e Oceania. Oggi l'Europa è assediata dalle sue ossessioni e dall'incapacità di superare i vetero-nazionalismi. Tra i suoi paradossi attuali v'è che gli Stati (mai uniti) d'Europa si affannano tardivamente a mormorare di difesa comune mentre sornionamente gli americani fingono di disinteressarsi del Vecchio Continente per alzare il prezzo sui rifornimenti militri di cui gli europei hanno bisogno spasmodico. È il caso soprattutto dell'Italia e della Germania che “ospitano” basi statunitensi poiché entrambe ottanta anni addietro persero la guerra intrapresa contro potenze di gran lunga superiori e, durante la guerra fredda, affidarono a Washington la propria difesa per risalire lentamene la china e dimenticare le proprie responsabilità storiche. Così accade che i singoli Stati acquistino armi dagli USA per usarle in Europa e sull'Europa.

   I “ripensamenti” con i quali oggi Boetti Villanis prosegue il discorso avviato con la sua opera precedente invitano a ulteriori meditazioni.
   Lasciata cadere la petulante richiesta di “prendere le distanze” da estremismi da lui mai condivisi né professati, nel nuovo volume l’autore ribadisce la propria coerenza di “balilla” (chi non lo era da quando il giuramento di fedeltà al regime venne imposto anche ai professori universitari, il 99% dei quali lo pronunciò?), poi cresciuto monarchico conservatore nel contesto della Costituzione repubblicana.
   Militante di un partito, il Movimento Sociale Italiano, presente in tutti i consessi elettivi, dai consigli comunali e provinciali al Parlamento, e quindi pienamente legittimato nei diritti e nei fatti, Boetti Villanis ha alimentato l'attività politica e culturale locale e nazionale, incardinata in una “città difficile” come Torino. Lo ha fatto a viso aperto e con la riflessione sulla storia, sintetizzata nei capitoli centrali del nuovo volume.
L'Italia nelle riflessioni di Boetti Villanis
   Raggiunta a fatica una parziale unità nazionale, per motivi geostorici l'Italia non si è mai potuta sottrarre al flusso degli eventi dell'Europa che (oggi molti lo dimenticano) andava dall'Atlantico a Vladivostok e comprendeva l'“Inghilterra”, come all'epoca il Regno Unito era comunemente detto, e le monarchie nordiche.
   In quel contesto la giovanissima Italia, sorta a Stato nel 1861 e accolta per la prima volta in una conferenza diplomatica internazionale solo nel 1867, dovette crescere rapidamente anzitutto al proprio interno (i nemici dell'unità erano tanti, finanziati dall'estero e collusi con la malavita organizzata) e anche oltre il Mediterraneo, nel quale essa è protesa. Interdetti dalla scomunica fulminata da Pio IX (il cui Stato venne debellato per dar vita al regno unitario, anche se incompleto  sino al 1918) e ribadita da Leone XIII, i re, i governi e l'intera dirigenza faticarono a costruire la comunità nazionale in un Paese attardato dalla somma di arretratezza e sottosviluppo.
   I censimenti decennali dal 1861 in poi, uno tra i vanti del neonato Regno, che aveva urgenza di computare abitanti e risorse, danno la misura delle difficoltà che la Nuova Italia si trovò a fronteggiare, tra epidemie (il “cholera morbus” vi infuriò nel 1867 e nel 1884, mentre la pellagra e la malaria erano messe nel conto di un Paese nel quale il 50% dei nati moriva prima di compire 15 anni) e calamità naturali. Se non ci fosse stata una volontà ferrea alla sua guida, nel 1908 l'Italia non avrebbe retto alla catastrofe del sisma che devastò Reggio Calabria e Messina: caso unico in Europa. Basti ricordare che il governo dovette mandare i militari per reprimere lo sciacallaggio.
   Malgrado tutto, appena dodici anni dopo l'annessione di Roma, a cospetto della sfida lanciata da Parigi con il protettorato su Tunisi (1881), quell'Italia intraprese l'espansione coloniale, sia pure con mezzi inadeguati rispetto alle ambizioni, e la proseguì anche dopo la sventura di Abba Garima, in Etiopia (1 marzo 1896), partecipando, anzi, alla spedizione delle sette potenze in Cina.
   Su dettagliate direttive impartitegli da Vittorio Emanuele III in un incontro segreto nel Castello di Racconigi, nell'ottobre 1911 fu Giovanni Giolitti, liberale progressista (come all'epoca egli stesso si definiva), a dichiarare guerra all'impero turco-ottomano per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica senza informarne previamente né Vienna né Berlino, cui Roma era legata da alleanza difensiva, né Londra. Nel corso di quel conflitto l'Italia sottrasse ai turchi Rodi e il Dodecanneso, con giubilo dei rispettivi abitanti.
  Il Regno che nel maggio 1915 entrò nella fornace ardente della Grande Guerra, sulla base di un accordo con la Triplice Intesa da esso stesso disatteso, era stato col fucile al piede quasi ininterrottamente dal 1848. Dopo settant'anni di guerre a bassa intensità, nel 1918 l’Italia uscì stremata dal conflitto ormai mondiale ma, a differenza della Russia zarista e degli imperi di Germania, Austria-Ungheria e Turchia, fu anche l'unica monarchia importante a sopravvivere nell’Europa continentale. Vittorio Emanuele III aveva motivo di andare orgoglioso delle scelte compiute. Con la Festa delle Bandiere, voluta da lui e da Giolitti, e con la tumulazione del Milite Ignoto nel sacello dell'Altare della Patria (1920-1921), il Re celebrò l'unità nazionale con un rito replicato in contemporanea in tutte le città e in tutti i borghi d'Italia.

Arginare il bolscevismo e ripristinare ordine, disciplina, lavoro
Lodovico
                                                          Boetti
                                                          Villanis   Come ricorda Boetti Villanis, la condotta delle sinistre (specialmente di quella estrema che “voleva fare come in Russia” ed era quindi incompatibile con le istituzioni) suscitò la risposta allarmata di chi chiedeva “ordine e disciplina”. Non erano parole di “biechi reazionari”, come spesso è stato scritto, ma di liberaldemocratici, tra cui Giolitti, che lo ribadì in tutti i discorsi parlamentari ed extraparlamentari. Lo statista cuneese ne fece l'insegna dei “blocchi” che nel 1920-1921 riportarono nei binari della legalità la maggior parte dei consigli comunali e provinciali, ma fallirono l'obiettivo supremo: porre alla Camera la premessa per governi stabili e fattivi. Con le elezioni del maggio 1921 i gruppi parlamentari crebbero da undici, quanti erano dal 1919, a quattordici. I tre governi succedutisi nei quindici mesi seguenti, il primo presieduto da Ivanoe Bonomi e i secondi da Luigi Facta (dopo il rifiuto del socialista Filippo Turati a formare il governo, propostogli da Vittorio Emanuele III), si rivelarono incapaci di risolvere la lunga crisi e superare la guerra civile strisciante in corso da anni.
   All’esecutivo di coalizione costituzionale guidato dal 31 ottobre 1922 da Benito Mussolini, capogruppo del Partito nazionale fascista, fondato meno di un anno prima e ancora coacervo di tendenze e di “ras”, si arrivò dunque al termine di un processo che neppure in quel momento risultò concluso. La “partita” rimase aperta anche dopo le elezioni del 6 aprile 1924, che su 535 seggi in palio videro eletti 227 deputati del PNF, molti dei quali iscritti solo di recente. Essa fu chiusa con la risposta alla diserzione delle opposizioni (democratici capitanati da Giovanni Amendola, socialisti e repubblicani, scesi al minimo storico) arroccati nel mistico “Aventino”, a eccezione dei giolittiani e dei comunisti.
   Quei precedenti, argomenta efficacemente Boetti Villanis, vanno ricordati per comprendere il consenso che accompagnò l'azione del governo dal 1925 al 1929, allorché, con i Patti Lateranensi, venne composta l'antica ferita del 1859-1870. A differenza di quanto asseriscono taluni (è il caso di Angela Pellicciari che ne scrive in “Il Risorgimento. Una guerra alla Chiesa in nome dell’Italia”, ed. Cantagalli) a comporre il dissidio con l'altra riva del Tevere furono massoni di lungo corso, non fascisti ma mussoliniani, come Alberto Beneduce, posto dal “duce” alla guida dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale, e il già miscredente “duce del fascismo”.
   A consolidare Mussolini a capo del governo, molto prima del plebiscito del 24 marzo 1929, furono i quattro attentati alla sua vita e la conseguente introduzione di leggi repressive. Quello fu uno spartiacque. Occorre anche domandarsi, però, se gli altri Paesi dell'Europa occidentale avrebbero reagito diversamente di fronte a eventi analoghi.
   Nei quindici anni seguenti la “nazionalizzazione delle masse” funzionò, dando risultati apprezzati all'estero e ammirati persino dagli anglo-americani, ai quali poco importava che in Italia non vi fossero più libertà di associazione, di stampa e di organizzazione partitica. Ai loro occhi contava, piuttosto, che Roma saldasse i debiti di guerra e aprisse i confini alle importazioni delle loro merci.
Intervento, guerra civile e dopoguerra
   Boetti Villanis ripercorre i motivi dell'intervento dell'Italia nella seconda guerra europea il 10 giugno 1940, quando il conflitto poteva ancora essere circoscritto se si fosse consentito a Parigi di chiedere l’armistizio: ciò avrebbe fermato l’occupazione della Francia meridionale da parte dei tedeschi, che l'Italia aveva già al Brennero sin dal marzo 1938. L’autore riflette anche sulla crisi dell'estate 1943 quando, ormai sicura la sconfitta, si trattava di “trarre in porto la barca”. Sulle sue valutazioni circa la resa senza condizioni del 3-8 settembre si può anche dissentire (è il caso di chi scrive), ma non si può ignorare il dramma che ne seguì nell'Italia non ancora occupata dagli anglo-americani. Questi ingannarono il governo Badoglio sulle loro vere intenzioni. Anziché liberare subito Roma e risalire immediatamente sino alla linea Livorno-Rimini, come avevano fatto credere nel corso delle trattative, preferirono fermarsi nel Mezzogiorno. In tal modo trattennero nella Penisola quante più divisioni tedesche possibile per averne di meno nella Francia settentrionale quando l'avrebbero assalita nel giugno 1944: un programma avviato prima ancora dell'attacco alla Sicilia del luglio 1943. Fu il reciproco inganno documentato da Elena Aga Rossi, ma pressoché ignorato da tanti giornalisti che si improvvisano “storici” e ricalcano vieti luoghi comuni.
   Sui drammatici anni 1943-1945 Boetti Villanis scrive pagine partecipi e, al netto dei “sentimenti”, equilibrate. Come sono invece indignate quelle sulla memoria artefatta della guerra civile e, di seguito, sulla narrazione prevalsa, in specie, aggiungiamo, dal 1973, quando iniziò un’offensiva storiografica che saldò rimozione e imposizione di una sorta di verità coatta.
  Occorre tuttavia un ulteriore sforzo di storicizzazione. Ottant’anni dopo, infatti, bisognerebbe compiere un passo oltre la demonizzazione e la condanna aprioristica del “nemico” di allora. Serve anche una visione pacata sul prezzo che l'Italia pagò con l'iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, cui il monarchico e liberale Benedetto Croce si oppose all’Assemblea Costituente con un intervento meritevole di meditazione quotidiana, anche e soprattuto da parte di quanti oggi parlano di Patria e libertà.
   Dalla nuove pagine di Boetti Villanis si leva dunque un “no” contro la manipolazione della verità dei fatti. Si deve aggiungere il richiamo al ruolo svolto personalmente da Vittorio Emanuele III dal 1941 al marzo 1944, allorché il governo del Regno ottenne il reciproco riconoscimento tra l'Italia e l'Unione Sovietica all'insaputa degli anglo-americani. Fu una sorta di uscita di sicurezza per rimettere il Paese in equilibrio tra le potenze vincitrici. La risposta degli “alleati” fu immediata e dura: l'imposizione al Re, sin dal 12 aprile, di passare tutti i poteri al figlio Umberto appena liberata Roma. A Vittorio Emanuele III non fu consentito di rimettere piede nella Città Eterna, quasi fosse straniero: un'offesa dinnanzi alla quale il governo Badoglio chinò la testa, contro il parere espresso da Croce nel Consiglio dei ministri (i cui Verbali sono stati pubblicati a cura di Aldo G. Ricci: opera imponente e imprescindibile per chi voglia professarsi “storico”).
   Boetti Villanis non esige certo che i suoi “ripensamenti” vengano condivisi dal lettore. Però sollecita l'ascolto, come ha fatto nella sua lunga militanza nella vita pubblica, e con il confronto leale, documenti alla mano, da patriota qual è.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'avvocato e politico Ludovico Boetti Villanis, classe 1931  e la copertina del libro in cui egli propone gli emblemi del mondo politico-partitico nel quale si è riconosciuto e si riconosce. Consigliere comunale di Vercelli, per vent'anni consigliere provinciale capogruppo a Torino per il Movimento sociale italiano, deputato del collegio di Torino nella IX Legislatura, nel 1996  fu candidato al Senato nelle file di Alleanza Nazionale,  Vicepresidente dell'Istituto della Real Casa di Savoia, Boetti Villanis è studioso di storia della monarchia in Italia.
Il volume è “una voce”. Va letto. Implicitamente esorta ad abbassare i toni e a studiare. È quanto oggi occorre. Ascoltare l'opinione altrui non comporta condividerla. Ognuna, però, chiede rispetto. L'Italia ha una storia complessa.   
   Ricordo Boetti Villanis in una circostanza particolare: al termine del funerale di Stato di Edgardo Sogno, comandante della “Franchi” e Medaglia d'Oro al Valor Militare. Il corteo funebre partì da casa dell'Estinto, in via Donati, e proseguì sotto il sole canicolare d'inizio agosto. Alfredo Biondi, al cui fianco camminavo, cedette al caldo. Alla spalletta del ponte che conduce alla Gran Madre attendeva Marcello Pera. Nel Tempio era raccolto Vittorio Sgarbi. Tante Italie della Tradizione liberale. Lì era anche Ludovico Boetti Villanis.

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I ROTARIANI CUNEESI (1925-1938)
“SORVEGLIATI” DAL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Cento anni: da Cuneo per il mondo
DIDASCALIA:
                                                          Il 17 luglio
                                                          1936 il capo
                                                          della polizia,
                                                          Arturo
                                                          Bocchini, per
                                                          conto di
                                                          Mussolini,
                                                          Ministro per
                                                          l'Interno,
                                                          autorizza il
                                                          presidente del
                                                          Rotary Club di
                                                          Cuneo,
                                                          avvocato
                                                          Gaetano
                                                          Toselli, e gli
                                                          «altri
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                                                          norma delle
                                                          disposizioni
                                                          vigenti».
                                                          Ulteriori
                                                          documenti
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                                                          volume, di
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                                                          pubblicazione,
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                                                          Cuneo,
                                                          1925-2025”
                                                          (“Biblioteca
                                                          Nino Aragno”)
                                                          con prefazione
                                                          di Luigi
                                                          Fontana e
                                                          Daniel
                                                          Gallina,
                                                          presidenti del
                                                          “Rotary Club
                                                          Cuneo 1925”
                                                          nel Centenario
                                                          del Club.Il “Rotary Club Cuneo 1925” celebra il primo secolo di vita con iniziative di ampio rilievo. Dopo il concerto della Fanfara dell'Arma dei Carabinieri al “Teatro Toselli”, il dono alla città di Cuneo di un interessante Manoscritto inedito di Giuseppe Mazzini, già di proprietà del suo socio onorario Giuseppe Tardivo, e importanti “missioni” in campo sanitario, alle 15:30 del 18 ottobre, esattamente cento anni dopo la fondazione, il Sodalizio invita la popolazione al“Toselli” per un incontro culturale e un concerto dell'Orchestra intitolata a Bartolomeo Bruni (Cuneo, 1757-1821): celebre violinista, compositore, massone, rivoluzionario, bonapartista, nel 1805 tornato da Parigi per essere solennemente ricevuto nella loggia “Heureuse Union” di Cuneo, all'epoca compresa nell'Impero di Napoleone I.
   Con la presidenza del cardiologo Luigi Fontana e dell'industriale Daniel Gallina (l’anno “rotariano” va dal 1° luglio al 30 giugno, quindi si susseguono due presidenze in ogni anno solare), l'incontro del 18 ottobre ricorderà un secolo di Donazioni:«virtuosa missione del Rotary» – scrive il vicepresidente Luigi Salvatico – a beneficio della comunità cittadina, della Provincia Granda, del Paese e dell'umanità in generale, perché il Rotary Internationale attua “servizi” con il concorso dei Club di tutto il mondo, aggregati in Distretti.
   I rotariani – va tuttavia ricordato – non sempre ebbero vita facile. In Italia il primo Club fu istituito a Milano il 20 novembre 1923, un anno dopo l'avvento del governo di coalizione costituzionale presieduto da Benito Mussolini. Dal gennaio 1925 avvenne però una svolta eversiva. Capo di un governo formato esclusivamente da fascisti, Mussolini impose drastiche limitazioni alla libertà di associazione. Per prime ne furono vittime le comunità massoniche, sin dal 1923 dichiarate incompatibili con i “fasci”. Nel 1926 vennero sciolti i partiti di opposizione e i loro deputati furono dichiarati decaduti. Sopravvisse solo la pattuglia liberale di Giolitti, Soleri e Fazio. I comunisti, come Gramsci, vennero carcerati.
   In un regime di partito unico, un Italia il Rotary ebbe vita profondamente diversa rispetto a quella delle democrazie parlamentari (USA, Gran Bretagna, Francia...). Se ne videro le conseguenze anche nel Cuneese. Il primo Club venne fondato a Cuneo – come detto – il 18 ottobre 1925 per impulso di Luigi Burgo, evangelico, ingegnere elettrotecnico, industriale, umanista, apprezzato da Vittorio Emanuele III e da Giolitti. I suoi ventidue componenti vissero subito“sotto sorveglianza” perché una frangia esigua ma aggressiva del Partito nazionale fascista (Pnf) riteneva che i Club rotariani fossero nient'altro che logge massoniche sotto nuove spoglie, una“internazionale” misteriosa e insidiosa.
   Rigorosamente vietati nell'Unione delle repubbliche sovietiche e osteggiati dai partiti social-comunisti quale espressione della borghesia, i Club furono aspramente avversati dai regimi autoritari e totalitari. In Italia essi condussero una lunga e sofferta partita per la sopravvivenza, conclusa nel novembre 1938 con l'autoscioglimento, al riparo da misure repressive del governo. Quella triste decisione fu assunta negli stessi giorni dell'emanazione delle leggi antiebraiche approvate dalle Camere a metà dicembre. Dal 1927 Vittorio Emanuele III era presidente onorario del Rotary italiano. Suo figlio, Umberto di Savoia principe di Piemonte, era socio onorario del Club di Cuneo. La Camera dei deputati era elettiva e quindi anche all'estero era considerata espressione della “volontà popolare”. Anche le leggi liberticide e poi ripugnanti non vennero deliberate in solitudine dal “duce del fascismo” ma furono approvate dal Parlamento secondo le norme vigenti. In forza dello Statuto il sovrano non poteva far altro che sanzionare e promulgare.
Perciò gli avvenimenti di quegli anni conservano interesse vivido e attuale. Il caso del Cuneese è particolarmente emblematico.

Libertà di associazione e Rotariani sotto sorveglianza
   Nelle Carte dell'Archivio Centrale dello Stato (Roma), fondo Ministero dell'Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, G1, Associazioni, sono conservate varie buste sul Rotary in Italia. Ve ne sono anche sul Club di Cuneo dalla sua fondazione al 1937. Esse documentano come il Club e i suoi componenti siano stati subito sorvegliati dal regime con informazioni scambiate tra prefetti, autorità investigative e ministero per l'Interno. I suoi soci furono costretti ad adeguarsi alla legge 26 novembre 1925, n. 2029 sulla «regolarizzazione dell'attività delle associazioni e dell'appartenenza alle medesime del personale dipendente dallo Stato». Essa impose la comunicazione alle autorità pubbliche di atto costituivo, statuto, regolamento interno ed elenco nominativo delle cariche sociali e dei soci, sotto pena di gravi sanzioni per gli inadempienti. La legge soffocò il diritto di associazione: una delle delle tre libertà fondamentali, con quelle di pensiero e di stampa. L'articolo 32 dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, recitava: «È riconosciuto il diritto di adunarsi pacificamente e senz'armi, uniformandosi alle leggi che possono regolarne l'esercizio nell'interesse della cosa pubblica.» Da quell'anno si registrò nel regno di Sardegna, come poi, dal 1861, in quello d'Italia, la proliferazione di società di mutuo soccorso, di sodalizi culturali, sportivi, culturali, religiosi e politici, germe dei futuri “partiti”.
   Nessuno dei quadrumviri (Balbo, Bianchi, De Bono, De Vecchi) fu socio di un Club rotariano, a differenza di Arnaldo Mussolini e di “gerarchi” di seconda fila. Come detto, nel volgere di quindici anni il Distretto rotariano italiano terminò la sua parabola con l'autoscioglimento per non esporre gli associati a interdizione coatta, quasi fossero malfattori anziché, come erano, un’“élite” di prestigio internazionale. Il Club di Cuneo contò appena tredici anni di vita: fulgida, prestigiosa, ma sempre più assillata.
   Lo si coglie dalle carte del citato fondo DGPS conservato all'Archivio Centrale dello Stato. Il 29 ottobre 1925, dieci giorni dopo la fondazione del Club, il prefetto di Cuneo Osvaldo Nobile scrisse al ministro per l'Interno, Luigi Federzoni, nazionalista e massonofobo, per avere l'autorizzazione a far parte del Club tra i cui fondatori già figurava. La ottenne, ma in maniera irridente. Decidesse egli stesso se, «dato l'ambiente locale», ritenesse o meno di aderire: «Ma Cuneo è nel mondo civile!», aggiunse il ministro.
   In risposta a nota della Direzione Generale di PS, l'8 maggio 1926 Nobili trasmise a Roma l'elenco dei “soci” e precisò che «l’attività finora svolta dalla sezione [sic!] è apolitica ed areligosa, interessandosi soltanto ad illustrare con conferenze i problemi economici locali; finora essa ha esplicato azione completamente rispondente alle vedute del Governo Nazionale, essendo composta quasi completamente di fascisti e dalle persone più eminenti della Provincia». La realtà era diversa. Il 1° gennaio 1926 Burgo, presidente del Club cuneese, aveva ricevuto “d'ufficio” la tessera del Partito nazionale fascista dal segretario federale Daniele Bertacchi, deputato dal 6 aprile 1924. Non la respinse al mittente, ma non indossò mai la camicia nera. Era e rimase continuatore della tradizione monarchica e liberale. Il 24 novembre 1926 il prefetto riferì che nella seduta del 16 precedente i rotariani cuneesi avevano dichiarato di condividere quanto esposto dal loro presidente nazionale, Piero Pirelli, al quotidiano fascista “Il Popolo d'Italia”: anche quelli locali erano in linea con il governo. Era nicodemismo.
   Il 6 settembre 1927 il nuovo prefetto, Guido Pighetti, avvocato e deputato di Perugia (1921-1924), telegrafò a Roma che il Principe di Piemonte era giunto a Cuneo «per assistere seduta Rotary Club di cui è socio onorario». «S. A. entusiasticamente accolto immensa folla si è recato in municipio dove ha avuto luogo ricevimento di Camera Commercio dove ha avuto luogo banchetto offerto Rotary Cuneo. Alla partenza S.A.R. si è rinnovata calorosa dimostrazione. Nessun incidente ordine pubblico».
   Il 3 marzo 1928, in risposta a telegramma del Capo della Polizia Arturo Bocchini, il viceprefetto di Cuneo comunicò la composizione della «sezione rotariana cuneese», ispirata «ai più elevati principi etici estendendo le conoscenze e le relazioni con frequenti incontri ecc. ecc.». Ne erano soci il prefetto e il segretario federale del Pnf, generale Ernesto Tarditi. Però al n. 28 dei 30 rotariani della Provincia Granda, figurava «Soleri avv. Marcello, deputato, noto antifascista», accolto nel Club all'unanimità dei soci.
   Il prefetto Mario Chiesa (ingegnere, in carica a Cuneo dal 1° luglio 1928 al 16 agosto 1931) il 24 novembre 1928 riferì alla Direzione Generale della PS che la nomina di Soleri era stata «oggetto di commenti e di discussioni» e avrebbe potuto generare le probabili dimissioni del presidente, il conte Annibale Galateri di Genola e Suniglia, “rettore” della Provincia dopo la defenestrazione di Giolitti (dicembre 1925). Gli constava che Soleri volesse uscire dal Rotary di Cuneo, «malviso» dagli ambienti fascisti cuneesi «appunto per il fatto di raccogliere nel suo seno antifascisti ed ex massoni, o ritenuti tali». Accampando una diceria come verità acclarata, il prefetto si fece forte di una sorta di “legge sui sospetti”. Aggiunse a proprio vanto che erano risultati vani i tentativi del principe Piero Ginori Conti di ottenere l'adesione sua e del federale del Pnf al Club di Cuneo. Il prefetto ribadì considerazioni analoghe in note successive, che non meritano citazione, perché ripetitive.
   Negli anni seguenti il Club osservò scrupolosamente le disposizioni di legge sulle associazioni, comunicando periodicamente al prefetto la composizione del direttivo e l'elenco dei soci. A sua volta il prefetto girava le informazioni alla DGPS. Il Ministro per l'Interno volta a volta rispondeva con decreto che autorizzava «le persone sopra indicate […] a continuare a dirigere, nelle attuali rispettive cariche sociali, la sezione di Cuneo del Rotary Club». Il “rito” si ripeté nel tempo secondo le cadenze dell'“anno rotariano”, con puntuale segnalazione dei cambi al suo vertice.
Mussolini indaga; i Club sono logge sotto nuove spoglie?
   Però Mussolini, tornato ministro per l'Interno dal 6 novembre 1926 (lo rimase sino al 25 luglio 1943), voleva “capire meglio” l'identità del Rotary Internazionale. In particolare intendeva accertare l'effettiva influenza della massoneria sui Rotary. L'indagine divenne più accanita, ma non più perspicua, nel 1928-1929, in prossimità del Trattato del Laterano fra lo Stato e la Chiesa cattolica, firmato l’11 febbraio 1929, e delle elezioni della Camera, tenutesi il 24 marzo successivo, sulla base della nuova legge elettorale che ridusse le votazioni a una farsa. Roma sventagliò richieste di informazioni in tutte le direzioni.
   Un prolisso Rapporto dell'Ufficio provinciale investigazione politica di Napoli datato 14 ottobre 1928 non ebbe dubbi. Passate in rassegna le Grandi Costituzioni del Rito scozzese antico e accettato attribuite a Federico II di Prussia, esso concluse che la massoneria non sentiva più bisogno di ritualismo, di esoterismo, di “misteri”. Mirava a modernizzarsi. Spiegò: «Il Rotary Club risponde nettamente a questi principi in quanto accentra in sé tutti i problemi spirituali ed economici e squisitamente politici dell'Evo moderno. Esso riunisce quali membri delle sue organizzazioni tutti i capi della finanza, i tecnici, i rappresentanti delle alte Banche, gli spiriti fattivi di ogni attività costruttrice, sviluppando una prassi economica utilitaria che prescinde da ogni conato romantico ed idealistico, e non suppone affatto l'atto estemporaneo di Uomini geniali e manifestazioni caratteristiche di nuove forme di politica economica ispirata a sistemi antiborghesi ed anticonservatori.»
   I Principi sabaudi – osservò l'anonimo autore del Rapporto – erano entrati nel Rotary per protrarre il loro dominio sull'Italia nata nel 1860. «Ma dolorosamente per essi a capo del fascismo vi è un Uomo, Mussolini, che fa paura a tutti per lo impensato procedere, l'adattamento immediato agli eventi, il calmo preparatore del domani, l'Uomo geniale che tutto nega e tutto tenta, che sente l'idea di Roma, e che soprattutto possiede gli elementi materiali della rivoluzione…» Il suo principale nemico era appunto il Rotary, «specificatamente conservativo ed europeo, specchiandosi sul modello inglese e sulle salde costituzioni di un impero monarchico», come polemicamente affermato anche dalla “Civiltà Cattolica”. I rotariani, in conclusione, non erano fascisti. Non si mescolavano alle “beghe di loggia; tuttavia costituivano l'Associazione «più pericolosa ai fini autarchici del fascismo, che qualunque setta minore». Perciò andavano tenuti sotto occhiuta sorveglianza.
   Il 17 ottobre 1928 l'Ambasciata d'Italia a Washington riferì al Ministro degli Esteri che i Rotary degli USA erano sodalizi «di commercianti e professionisti che non si prefiggevano alcuna finalità politica». Il discorso nettamente antifascista e anticattolico pronunciato in un Rotary da Charles Fama, autorevole e influente italo-americano, rientrava dunque nella condotta ordinaria dei Club statunitensi, aperti alle opinioni più disparate. Poco noto in Italia, Fama, amico del sindaco di New York Fiorello La Guardia e di James Zellerbach, rotariano e massone, futuro incaricato della gestione del “Piano Marshall”, nel 1930 aveva creato la società “Fides”, che pubblicò opere di massoni italiani in esilio, come Giuseppe Leti, in collaborazione con la Lega dei diritti dell'uomo. Quanto al rapporto del Rotary con la massoneria, l'autore della missiva osservò che occorreva precisare se si trattasse di quella italiana o della americana. «Certo – egli fece notare –, tra i dirigenti dei Rotary americani si trovano parecchi prominenti massoni di questo paese». Occorreva perciò esercitare un’azione opposta a quella dei massoni, che miravano a spingere i Rotary sulle posizioni della Massoneria italiana (sciolta da anni, come detto) e di quella francese.
   Altri rapporti molto allarmati giunsero a Roma da Paesi dell'Europa settentrionale, da Praga e dalla Svizzera. Il 3 gennaio 1929 il direttore della Polizia politica comunicò alla Direzione generale affari riservati di aver avuto da Berna la «conferma dei dubbi che noi da tempo nutrivamo su questa organizzazione. Ci risulta infatti in modo assoluto che il Rotary Club non è altro che un'organizzazione parallela alla massoneria, organizzazione che lavora mano in mano colle organizzazioni massoniche internazionali». Il 27 maggio 1929 lo stesso direttore della Pol-Pol riferì sull'esito del congresso dei venti Club rotariani elvetici svoltosi a Berna l'11-13 maggio. Il nuovo governatore Paul Dumont vi dichiarò che il Rotary «ha quale compito anche quello di combattere contro qualsiasi idea fascista e contro la penetrazione della religione cattolica e del Vaticano».
   Il 24 ottobre il console italiano a Lugano inviò a Roma l'elenco dei venticinque soci della neonata sezione luganese del Rotary Club: tutti liberali e massoni. «La nuova istituzione – commentò – ha destato qualche diffidenza nell'elemento conservatore che considera il Rotary Club una emanazione della Massoneria.»
Burgo “spiato” ovunque
   Il Rotary, compreso il Club di Cuneo e i suoi soci, non era solo soggetto di speculazioni dottrinarie, ma anche, e soprattutto, oggetto di attenta sorveglianza. Lo documenta un lunghissimo “Appunto su Rotary e massoneria” inviato dall'Ufficio provinciale di investigazione politica di Napoli alla Divisione generale affari generali riservati. L'impressione che si ricavava dalla lettura delle riviste rotariane e dalle informazioni sulle «famose colazioni» (semplificazione della parola “agape”, banchetto massonico”) era che «il Rotary Club è la massoneria nel suo più profondo significato, spoglia di soprastrutture che gli elementi storici dal Settecento in poi gli hanno costruito intorno a guisa di una patina che è servita a nascondere il vero volto dell’Istituzione».
   L'autore dell' Appunto aggiunse: «Nel discorso che il Gr. Uff. Ingegnere Luigi Burgo tenne al congresso rotariano di Torino (12, 13, 14 maggio 1928) presente il Principe Ereditario che presiedette le sedute, risulta che il carattere precipuo della istituzione è la discendenza tradizionale della Muratorìa inglese quale si realizzò nelle prime logge (club si diceva allora)» promosse da «Elia Ashmole, stuardista cattolico osservante, come l'attuale presidente internazionale del Rotary, F.B. Sutton…». Passato in rassegna il discorso pronunciato in sede rotariana dal principe Emanuele Filiberto, duca d'Aosta, l'estensore dell'Appunto osservò che «il Rotary è al di fuori della Patria, nella universalità degli intenti e porta nella Patria le sue conquiste».
   Al termine di molte pagine di elucubrazioni, l'estensore concluse che il Rotary era «un altro centro massonico in sviluppo. Ora a questo nuovo centro massonico dovevano assolutamente aderire gli uomini che da una valorizzazione del fascismo in senso ed in modo assoluto venivano esautorati: alta industria, alto commercio, e Principi appartenenti a una Casa che solo nel (18)59 passava a capo dell'Italia. Nel Rotary essi hanno trovato le loro vie. Non è necessario cercar parole in prestito per significare le ragioni profonde di questa attività e di questa adesione». Rotary e monarchia erano bersaglio dell'ala massonofoba del Pnf, come poi si vide in modo definitivo con la Repubblica sociale italiana.
Un destino segnato
   Nel 1927 Mussolini lasciò cadere l'invito ad accettare la nomina a socio onorario del Club di Milano, rivoltogli il 6 luglio dal presidente Carlo Tarlarini. L'incompatibilità tra il Rotary e il regime di partito unico era dunque nettamente prospettata dieci prima del forzato autoscioglimento del 1938: passaggio fondamentale per cogliere quella, altrettanto radicale, tra lo Stato monarchico e quello mussoliniano e comprendere che, dopo la lunga apparenza di “diarchia”, prima o poi l'Italia sarebbe arrivata al “chiarimento”. Come accadde il 25 luglio 1943.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il 17 luglio 1936 il capo della polizia, Arturo Bocchini, per conto di Mussolini, Ministro per l'Interno, autorizza il presidente del Rotary Club di Cuneo, avvocato Gaetano Toselli, e gli «altri dirigenti» a rimanere in carica «a norma delle disposizioni vigenti». Ulteriori documenti compaiono nel volume, di imminente pubblicazione, “Cento anni di Rotary Club in Cuneo, 1925-2025” (“Biblioteca Nino Aragno”) con prefazione di Luigi Fontana e Daniel Gallina, presidenti del “Rotary Club Cuneo 1925” nel Centenario del Club.
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1925: COME NACQUE IL REGIME FASCISTA?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Didascalia:
                                                          Lo scoprimento
                                                          del busto di
                                                          Giolitti nel
                                                          Salone d'Onore
                                                          del Consiglio
                                                          provinciale di
                                                          Cuneo,
                                                          presenti
                                                          Sandro
                                                          Pertini,
                                                          Giovanni
                                                          Spadolini,
                                                          Adolfo Sarti,
                                                          Antonio
                                                          Giolitti,
                                                          autorità e
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                                                          “Sismonda”),
                                                          introdotto da
                                                          Branca Lore
                                                          Muller e
                                                          Giovanni
                                                          Rabbia,
                                                          intervengono
                                                          in presenza o
                                                          videocollegamento


                                                          Tito Lucrezio
                                                          Rizzo, il
                                                          colonnello
                                                          Carlo Cadorna,
                                                          Raffaella
                                                          Canovi,
                                                          Daniele
                                                          Comero,
                                                          GianPaolo
                                                          Ferraioli,
                                                          Giuseppe L.
                                                          Manenti,
                                                          Alessandro
                                                          Mella, Massimo
                                                          Nardini, Luigi
                                                          Pruneti, Aldo
                                                          G. Ricci,
                                                          Giorgio
                                                          Sangiorgi e il
                                                          generale
                                                          Antonio
                                                          Zerrillo.   Contrariamente a quanto si crede, il 28 ottobre 1922 non ci fu alcuna “marcia su Roma”. Le “squadre” entrarono nella Capitale dopo l'insediamento del governo Mussolini, vennero rifocillate (parecchi “militi” non mangiavano da un paio di giorni), sfilarono da Piazza del Popolo alla Stazione Termini e vennero portate a casa con 45 treni speciali organizzati in tutta fretta. Il “duce” aveva promesso ordine. Fu di parola. 
   Per instaurare il “regime fascista” Mussolini impiegò più di tre anni: una legge dopo l'altra, tutte approvate dal Parlamento, firmate e promulgate dal Re, perché così prevedeva lo Statuto albertino. Quella fu la sua vera “marcia”: sul potere. Il Centenario del 1925, che fu anche Anno Santo, merita riflessione.

La partita per il potere venne giocata in Parlamento
   Tra il novembre 1922 e il gennaio 1926 in Italia prese forma il regime di partito unico. Lo Statuto, però, rimase immutato. Pertanto molti cittadini ritennero che la trasformazione in corso riguardasse solo i partiti, cioè l'esteriorità della “politica”, anziché la sua essenza: l'ordinamento giuridico e le libertà. Impiegarono anni a capire quel che avveniva. Quando se ne accorsero, era troppo tardi.
   L'eversione non avvenne in pochi giorni o qualche mese. Richiese tempi lunghi. Si sostanziò in una serie di battaglie. Quelle decisive non avvennero nelle piazze ma nelle Aule parlamentari. Per vincere la guerra il presidente del Consiglio, Benito Mussolini, molte volte fece passi all'indietro o di lato, vezzeggiò l'opposizione e tese la mano per nascondere il suo obiettivo ultimo: la conquista della macchina politica e l'imposizione del potere personale. Con quella tattica ottenne per anni il favore delle sue future vittime, mentre le opposizioni si frantumarono in molti gruppi litigiosi e inconcludenti.
   Il processo conobbe diverse fasi.
1922.  Nel novembre 1922 la Camera, eletta il 15 maggio 1921, e il Senato, vitalizio, approvarono a pieni voti il governo presieduto da Mussolini, comprendente fascisti (37 deputati su 535), nazionalisti, “liberali” di varia denominazione, popolari (cioè il partito fondato da don Luigi Sturzo, “prete intrigante” a giudizio del liberale Giovanni Giolitti, che, ben ricambiato, lo detestava) e Giovanni Gentile. Nel suo esordio da presidente del Consiglio Mussolini fu minaccioso e protervo alla Camera. Ottenne lo scopo: il silenzio dei “fiancheggiatori” e della generalità delle sparute opposizioni. In Senato fu un po' più rispettoso, anche perché solo due “patres” su oltre 400 erano tesserati del partito nazionale fascista (Pnf). Il risultato fu identico: anche alla Camera Alta ottenne il “via libera”.
1923,   Rappresentata nell’apposita commissione presieduta da Giolitti, la stessa maggioranza approvò la riforma elettorale proposta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giacomo Acerbo, affiliato della Gran Loggia d'Italia, un cui portavoce, Ernesto Civelli, la mattina del 28 ottobre 1922 aveva assicurato a Vittorio Emanuele III che gli squadristi mussoliniani non mettevano in discussione la Corona. Esageratamente maggioritaria, la riforma assegnò due terzi dei seggi al partito che avesse raggiunto il 25% dei voti. Con ogni evidenza Mussolini non confidava affatto di avere un seguito elettorale straripante. Alle elezioni del 16 novembre 1919 in Lombardia il suo movimento aveva raccattato appena 5.000 voti. In quelle del maggio 1921 aveva ottenuto una trentina di seggi solo in coalizione con molte altre liste (liberali, combattenti, agrari...). Però il movimento fascista fu l'unico a presentarsi in tutte le circoscrizioni elettorali con il suo simbolo, il fascio littorio.
1924.  Alle elezioni del 6 aprile 1924 la Lista Nazionale ottenne il 66% dei consensi. In essa vennero eletti deputati fascisti, non fascisti e persino antifascisti come il ligure Giovanni Battista Boeri, fondatore del partito liberale nel 1922, repubblicano, massone (come documenta Filippo Bruno in “La Riviera dei Framassoni”, ed. Il Filo di Arianna,1925), subito schierato all'opposizione. Benché la campagna elettorale fosse stata contrassegnata da scontri violenti, la legislatura fu inaugurata in un clima relativamente sereno.
   Il 10 giugno una squadraccia fascista rapì Giacomo Matteotti, capogruppo del Partito socialista unitario, che nella prima seduta aveva denunciato le violenze dei fascisti a danno dei socialisti e chiesto con veemenza l'annullamento dell'esito delle elezioni. I suoi componenti vennero subito individuati e arrestati. Risultò evidente che avevano agito in combutta con spezzoni del governo e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, braccio armato del Pnf, come ha analiticamente documentato Enrico Tiozzo in due poderosi volumi.
   Socialisti, repubblicani, popolari e democratici, guidati da Giovanni Amendola, disertarono l'Aula e si arroccarono su un mitico “Aventino”, in attesa di risposte dal governo, accusato di complicità nella morte di Matteotti. Giolittiani e comunisti rimasero in Aula. Per dare l'apparenza di ritorno alla normalità, su pressione del Re Mussolini cedette l'Interno al nazionalista Luigi Federzoni.

1925 Tutto il potere al Duce.  Il 3 gennaio 1925 Mussolini respinse alla Camera la propria responsabilità nella morte di Matteotti, rivendicò il valore politico della “Rivoluzione fascista” e sfidò chiunque a chiedere la sua imputazione, a norma dello Statuto.
   Il 12 depositò il disegno di legge sulla riorganizzazione delle associazioni e sull'iscrizione dei pubblici dipendenti ad associazioni, con l'obiettivo dichiarato di annientare la Massoneria. Il progetto fu discusso e approvato alla Camera (19 maggio) alla quasi unanimità e al Senato (20 novembre) con due soli interventi contrari (Francesco Ruffini e Benedetto Croce, che dichiarò di astenersi a nome di una ventina di colleghi) e appena dieci “no”. Mussolini dichiarò di aver vinto le guerre contro il socialismo e la massoneria e di mirare all'obiettivo vero: la sostituzione dello Stato liberale con quello fascista, basato su una “fede”.
   “Capo del governo” (nuova denominazione del presidente del Consiglio) e già Ministro degli Esteri, nel 1925 il “duce” assunse la titolarità dei ministeri militari, Guerra, Marina e Aeronautica, che erano “di spesa”, in stretta connessione con Economia nazionale e Finanza.
   Per abbindolare l'area liberale, nel corso del 1925 Mussolini propose, mentendo, il ritorno ai collegi uninominali. “Centristi” e socialisti ci contarono a lungo. Nella lotta politica chi si lascia ingannare è più colpevole di chi lo inganna. Poi fece conferire alle donne il diritto di voto nell'elezione dei consigli comunali e provinciali. Subito dopo, però, ottenne l'abolizione dell'elettività degli organi degli enti locali, sostituiti con podestà e prèsidi (poi governatori), il controllo governativo dei giornali, lo scioglimento dei partiti d'opposizione e, infine, all'inizio del 1926, la decadenza dei deputati assenteisti. Tra questi furono inclusi anche i comunisti che non avevano disertato la Camera ma da lui erano considerati nemici irriducibili. Fu risparmiata solo la esigua pattuglia liberale, dignitosa ma ormai innocua (Giolitti, Marcello Soleri, Egidio Fazio). Era un alibi. A quel modo il regime dette una labile parvenza di pluralismo, ma mise allo studio un’ulteriore legge elettorale, decretata il 17 maggio 1928. Essa conferì al Gran consiglio del fascismo il potere di stilare la lista dei 400 deputati della futura Camera. Il quadro normativo del Paese risultò paradossale perché il Gran consiglio non aveva ancora veste istituzionale. La ebbe solo con la sua “costituzionalizzazione”. Secondo molti “storici”, con la nuova legge esso ebbe poteri nella successione al trono. Il suo testo, però, dice tutt'altro: il Gran consiglio aveva la facoltà di esprimere un parere (la legge non precisò se vincolante) in merito alle leggi sulla successione: leggi che però non vennero mai presentate né discusse.
   La Corona, pertanto, rimase quella delineata dallo Statuto albertino. La “diarchia” Vittorio Emanuele III/Mussolini è una narrazione non rispondente al vero. Il potere supremo rimase nelle mani del re. Lo si vide nel pomeriggio del 25 luglio 1943, quando in venti minuti il sovrano revocò il duce e lo sostituì con Pietro Badoglio. Non fu un colpo di Stato, ma un “coup de Majesté”. Il re si valse delle sue prerogative, intatte.

   Con l'avvento del regime di partito unico, i sindacati autonomi furono convogliati in quelli “fascisti”. Le associazioni sportive e culturali vennero ammucchiate nell'Opera Nazionale del Dopolavoro. L'etichetta di “fascista” fu appiccicata a tutte le “organizzazioni”. Proprio perché generalizzata, essa risultò anche generica. Gli enti pubblici, statali e locali, vennero nominalmente fascistizzati. Il controllo dell'informazione passò anche attraverso l'istituzione dell'Ordine dei giornalisti, ideato per imbrigliare le redazioni e indurre i collaboratori esterni a regolarsi di conseguenza: evitare accuratamente critiche nei confronti del governo. I liberi professionisti (medici, avvocati...) rimasero invece esenti dall'obbligo della tessera del partito, requisito indispensabile per accedere ai concorsi a pubblici impiegati. Sotto quel profilo, il regime fu totalitario, come quello sovietico e, successivamente, quello nazionalsocialista in Germania: ma solo nella sfera della “politica”.
   Dal 1926 il Pnf iniziò a inviare tessere “ad honorem” a esponenti della vita economica: industriali, banchieri, grandi proprietari, aristocratici. I destinatari non le respinsero, anche se non si sentirono vincolati ai riti del partito.
   In forza dello Statuto, in assenza di pronunciamenti antimussoliniani numericamente rilevanti da parte delle Camere, ormai pienamente dominate dal “duce del fascismo”, Vittorio Emanuele III sanzionò e promulgò le leggi votate dal Parlamento. Sovrano costituzionale, non aveva alternative.
   Il nuovo regime incontrò il favore degli Stati a democrazia parlamentare, in specie Gran Bretagna, regni di Spagna e dell'Europa settentrionale, Stati Uniti d'America e repubbliche dell'America latina. Per i Paesi creditori la regolamentazione dei debiti di guerra da parte di Roma importò molto più della sorte toccata ai partiti politici: una faccenda interna che sembrava rispondente al sentire degli abitanti.

Un convegno di studi a Torre San Giorgio (Cn)
   I quaranta mesi dal regime pluripartitico a quello di partito unico, garante di stabilità e apprezzato dagli Stati esteri, sono approfonditi nel convegno “Come nacque il regime fascista? Vittorio Emanuele III/Benito Mussolini, 1922-1926”, in programma a Torre San Giorgio (Cuneo), Pinacoteca “Sismonda” (Casa Bonino), dalle 16 alle 19 di sabato 27 settembre 2025.
   Perché Torre San Giorgio? Come documenta il bel volume fotografico “Ricordi in uno scatto. Torre San Giorgio dal 1900 al 2000” (ed. L'Artistica, Savigliano, curato da Elena Franco), Torre è un piccolo borgo. Però ha alcune peculiarità. È l'unico comune d'Italia ad avere una piazza intitolata, sin dal 21 settembre 1993, a “Umberto II, Re d'Italia”. Nel novembre 2024 essa venne visitata da Emanuele Filiberto di Savoia, accompagnato da dirigenti dell'Istituto italiano per la Guardia d'Onore alla Reali Tombe del Pantheon: un'Associazione riconosciuta dallo Stato.
   Da un quarto di secolo il Comune è dotato di una biblioteca civica promossa dal sindaco Attilio Mola e inaugurata dall'avvocato Gianni Vercellotti, presidente dell'ATL di Cuneo. Essa ospita l'Associazione di studi sul Saluzzese e l'Associazione di studi storici “Giovanni Giolitti”, presieduta dal prof. Giovanni Rabbia: sodalizi che pubblicano collane di libri nati da convegni di studi svoltisi a Cavour, Saluzzo, Vicoforte (ove nel dicembre 2017 sono state traslate le Salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena) e in altre città del Piemonte. Inoltre a Torre opera l’Associazione Culturale “Libertas”, presieduta da Branca Lore Muller, affiancata da Elena Franco e Luisa Riboldi. Nel tempo, oltre a numerosi corsi, l'Associazione ha organizzato conferenze e concerti che hanno veduto affluire a Torre un pubblico attento e partecipe.
   Il 27 settembre, per documentare “Come nacque il regime fascista”, si susseguiranno in presenza o in videoconferenza storici di chiara fama. L'iniziativa invita a colmare una lacuna. Il 1925 fu l'anno della svolta sopratutto per la Provincia Granda. Tre anni dopo l'ascesa di Mussolini al governo essa rimaneva monarchica e liberale. Vi si erano affacciati alcuni nazionalisti, ma i fascisti erano pressoché inesistenti.
   Dal 1905 Giolitti era presidente del Consiglio provinciale, popolato di aristocratici, notabili, scienziati, artisti famosi. Sindaco di Cuneo era il liberale Antonio Bassignano.
La Provincia Granda costituiva dunque un’anomalia. D'altronde, dopo la cessione della Savoia alla Francia nel lontano 1860, il Cuneese era divenuto la seconda culla della Dinastia. Soprattutto con Vittorio Emanuele III il castello di Racconigi e le tenute di Sant'Anna di Valdieri e di Pollenzo ospitavano abitualmente i Reali, gli aiutanti di campo e alti ufficiali dello Stato. Presidenti del Consiglio e ministri vi si recavano per proporre al re i decreti che ne richiedevano la firma e per concordare il calendario del governo.
   Agli occhi di Mussolini quella anomalia andava sanata. Per venirne a capo mandò un suo emissario che, in combutta con la prefettura, nel cui Palazzo aveva sede il consiglio provinciale, fece sapere che il governo avrebbe erogato la somma indispensabile per riprendere opere pubbliche da tempo languenti solo se la Provincia si fosse allineata politicamente a Roma. A chiederlo formalmente, infine, non furono né il Pnf né un ministro fascista ma un folto numero di consiglieri provinciali: un paio di nazionalisti e tanti cattolici e liberali. Essi firmarono la richiesta che il loro presidente fosse gradito al duce. Il liberale Antonio Bassignano, che fu tra i sottoscrittori, in un libro di memorie liquidò la triste vicenda come “lurida congiura”. Il giorno dopo, perduto il sostegno dei moderati ormai filofascisti fu costretto a dimettersi da sindaco di Cuneo. Quando, mentre era a Roma, ne ebbe conoscenza dai giornali, il 21 dicembre 1925 Giolitti rassegnò le dimissioni da presidente del consesso e, per questione elementare di dignità, da rappresentante del mandamento di Prazzo e San Damiano, in Valle Maira.

   Quel “cambio” merita approfondimento critico in una visione che unisca locale, nazionale e quadro internazionale: quello di un'Europa avviata verso l'avvento di regimi autoritari e totalitari, dalla Spagna di Miguel Primo de Rivera alla Germania, passando per l'Italia mussoliniana, con il  benestare di Parigi, Londra e Washington, nettamente contrari all'espansione  bolscevismo sovietico.
   Il Convegno di Torre non sostituisce iniziative altrui, anzi le auspica, in specie da parte dell’Amministrazione Provinciale, presieduta dal liberale Luca Robaldo. Il suo Salone d'Onore è dominato dal busto bronzeo di Giolitti, scoperto il 12 novembre 1978 dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Un “ritorno a casa” che fa da mònito.

Aldo A. Mola

Didascalia: Lo scoprimento del busto di Giolitti nel Salone d'Onore del Consiglio provinciale di Cuneo, presenti Sandro Pertini, Giovanni Spadolini, Adolfo Sarti, Antonio Giolitti, autorità e cittadini .Al convegno di Torre San Giorgio (h. 16-19 di sabato 27 settembre, Pinacoteca “Sismonda”), introdotto da Branca Lore Muller e Giovanni Rabbia, intervengono in presenza o videocollegamento Tito Lucrezio Rizzo, il colonnello Carlo Cadorna, Raffaella Canovi, Daniele Comero, GianPaolo Ferraioli, Giuseppe L. Manenti, Alessandro Mella, Massimo Nardini, Luigi Pruneti, Aldo G. Ricci, Giorgio Sangiorgi e il generale Antonio Zerrillo.
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Italia-Urss e la “svolta di Salerno”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


Il reciproco riconoscimento URSS - Regno d'Italia
DIDASCALIA
                                                          : Palmiro
                                                          Togliatti
                                                          (Genova,
                                                          1893-Yalta,
                                                          1964) nome di
                                                          battaglia
                                                          “Ercoli”,
                                                          segretario del
                                                          partito
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                                                          italiano, uomo
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                                                          partecipazionistica”.
                                                          In “Elogio
                                                          della storia”
                                                          (ed. Oaks)
                                                          Aldo G. Ricci
                                                          ricorda la sua
                                                          linea
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                                                          democrazia
                                                          parlamentare
                                                          in Italia: un
                                                          regime diverso
                                                          da quello
                                                          stalinista.Tra la primavera del 1944 e il maggio del 1945 la storia d’Italia ebbe corsi diversi nel Sud e nel Nord, sino a rendere le due parti del Paese reciprocamente irriconoscibili. I primi anni di vita dei neonati e gli assilli delle loro famiglie variarono nettamente secondo i diversi regimi di occupazione.
   A inizio aprile, appena giunto dall'Urss in Italia via Algeri, il segretario del Partito comunista italiano PalmiroTogliatti (nome di battaglia “Ercoli”) propose l'ingresso di tutti i partiti del Ccln in un nuovo governo per una lotta comune (Istituzioni riconosciute dalle Nazioni Unite, partiti e “partigiani”) contro i nazi-fascisti. Era la linea di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio e la sconfessione di Bonomi, del Congresso di Bari, di Sforza e di Croce.
   Però il Governo Badoglio dovette fare i conti con la Commissione Alleata di Controllo (ACC), che tardava a restituirgli l'amministrazione delle regioni liberate dall'occupazione germanica. Forte del ruolo di cobelligerante, mirò ad agire in autonomia nell'ambito delle Nazioni Unite. Il 12 gennaio 1944 Andrej Vyshinsky, rappresentante dell'Urss nel Comitato consultivo per l'Italia comprendente gli anglo-americani, in un colloquio a Salerno con Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri, gettò le basi del ripristino dei rapporti tra Mosca e il regno d'Italia. Nel corso della conversazione dichiarò di ritenere «che tutti i popoli siano almeno in parte responsabili dei loro governi e che il popolo italiano paghi molto duramente gli errori e le colpe del regime che si era per venti anni prescelto». Il “popolo” non è mai “innocente”. Condivide le responsabilità della classe dirigente.
   Badoglio viveva da mesi difficoltà lancinanti. La riorganizzazione dell'esercito stentava a decollare. La resistenza armata nelle regioni occupate dalla Repubblica sociale e dai tedeschi era appena albeggiante. Le “bande partigiane” meno di 10.000 uomini. Le forze dell'ordine non riuscivano ad arginare la condotta criminosa di militari anglo-americani ai danni della popolazione: omicidi, ferimenti, stupri, abusi di vario genere, largamente ma inutilmente documentati da carabinieri e non sempre denunciati dalle vittime nel timore del peggio. Gli italiani avevano accolto gli Alleati come liberatori. Ora imputavano al governo le soperchierie e le ripercussioni della guerra nella vita quotidiana: inflazione galoppante, razionamento dei beni di consumo, disoccupazione e criminalità dilagante.
   Il 25 febbraio 1944 Badoglio espose la profonda delusione degli italiani in una lettera al presidente degli USA e a Churchill. L'Italia rimaneva inchiodata agli strumenti di resa che le erano stati dettati il 3 e il 29 settembre 1943. Perciò il governo accolse con molto favore la proposta di scambiare rappresentanti ufficiali, avanzata il 4 marzo dal sovietico Alexander Bogomolov, subentrato a Vyshinsky nel Comitato consultivo. Quel passo avrebbe consentito all’Italia di uscire dall'angolo nel quale gli Alleati la tenevano relegata. Il 7 marzo Bogomolov aggiunse che Mosca chiedeva il consenso italiano a organizzare una sua base aerea tra Bari e Brindisi, «di modeste dimensioni e di poche unità e uomini», per agevolare le sue relazioni con i partigiani jugoslavi. La proposta non ebbe seguito.
   Il 13 marzo 1944 fu annunciato ufficialmente il reciproco riconoscimento tra Urss e regno d'Italia. Una settimana dopo Prunas scrisse a Badoglio che toccava agli anglo-americani andare oltre il «duro, illiberale, inintelligente terreno della resa senza condizioni e del paralizzante e asfissiante controllo di ogni attività del Paese», che si risolveva a tutto vantaggio della «concreta e progressiva influenza sovietica».
   Interprete dell'irritazione suscitata negli anglo-americani dall'intesa italo-russa, il 25 marzo il vicepresidente della Commissione Alleata di Controllo, l'inglese Noel Mason MacFarlane, ammonì Badoglio: l'Italia non era abilitata a istituire rapporti con governi di altre potenze. Il maresciallo osservò che quel vincolo valeva per l'avvenire, non per il passato; e quindi non metteva in discussione l'accordo intervenuto con la Russia.
Lo ribadì in una lettera personale in cui aggiunse che «tutte le dichiarazioni fatte dai Signori Churchill e Roosevelt nei loro messaggi ed inviti al popolo italiano di marciare con gli amici anglo-americani sono semplici parole che non hanno avuto riscontro nei fatti successivi». Linguaggio di militare, rude e chiaro. A sua volta Prunas dichiarò che «il tentato blocco della politica estera italiana […] è puro e semplice arbitrio, e costituisce comunque un ulteriore aggravamento delle già durissime e gravissime condizioni di armistizio». In conclusione, «le relazioni dirette italo-russe resteranno, qualunque cosa pensino e facciano gli Alleati».
   A inizio aprile Palmiro Togliatti, rientrato in Italia, impose la svolta politica: la questione istituzionale andava risolta alla fine della guerra. Ora occorreva rinsaldare il governo e combattere i nazi-fascisti. Allo scopo bisognava dar vita a un nuovo esecutivo. Il 22 aprile si insediò il secondo governo Badoglio. I ministri giurarono sul proprio onore dinanzi al re. Il partito d’azione, ostile verso la Corona, vi contò due ministri (Omodeo e Tarchiani), a titolo personale. I socialisti rimasero contrari al nuovo corso.

La reazione degli Alleati: isolare il Re
Gli anglo-americani non accettarono la prova di indipendenza in politica estera data dal governo Badoglio. Puntarono diritti contro il re. Il 16 marzo, poco dopo il riconoscimento Italia-Urss, il re espose al governo il suo punto di vista. Precisò che alla liberazione di Roma avrebbe conferito le prerogative di Capo dello Stato al figlio quale suo Luogotenente, col mandato di costituire un governo più solido in vista delle elezioni, da celebrare «a pace avvenuta». Lo stesso giorno il governo tenne una rapida seduta. Nei seguenti crebbe l'animosità dei vertici italiani nei confronti degli Alleati. Se ne fece interprete Prunas in un Appunto riservato a Badoglio: «Non occorre veruna acutezza politica per constatare che la popolarità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è nell'Italia liberata in progressivo e crescente ribasso. Anche perché è una occupazione pesante con larghi margini di violenze e di arbitrio che superano certamente, e di molto, il peso delle occupazioni militari in Paesi non ostili.» Rilevò anche che MacFarlane si era pronunciato per la rapida abdicazione del sovrano, suscitando l'irritazione di Churchill.
L'imboscata dei quattro anglo-americani
Il 9 aprile, Pasqua di Resurrezione, MacFarlane fece pervenire a Puntoni la richiesta urgente di udienza alle 11 del giorno seguente per lui e per i delegati civili statunitense e inglese, Robert Murphy e Harold MacMillan, accompagnato da Noel Charles, destinato a subentrargli. I quattro si presentarono alla residenza reale alle 11:30 del lunedì dell'Angelo e, come riassunse Prunas, comunicarono al re che i loro governi «desideravano consigliargli amichevolmente ma fermamente che il passaggio della Luogotenenza, invece che a Roma avrebbe dovuto aver luogo subito». Attendevano una risposta entro l'indomani. Fu una “imboscata”, secondo il giudizio lapidario riferito a Puntoni dal re. Vittorio Emanuele III protestò che lo mettevano «con le spalle al muro» e li congedò ruvidamente. Preoccupati, i quattro chiesero a Prunas un colloquio nella loro residenza, a villa Cimbrone, alle 10:30 del 12. La conversazione fu lunga, «spesso agitata e torbida». Rifiutato il testo proposto dagli Alleati («retorico e bolso» a giudizio del sovrano) il re scrisse il proclama comunicato da Radio Bari e da radio Napoli alle 13 del 12 aprile e dato ai giornali. Nel pomeriggio, «triste, avvilito», Vittorio Emanuele III confidò a Puntoni che il mestiere di re è difficile e pesante. “Brut fardèl” lo aveva definito Vittorio Emanuele II parlando in punto di morte al principe Umberto. Vittorio Emanuele III aggiunse che i Savoia non avevano avuto molta fortuna. Suo bisnonno, Carlo Alberto, era morto in esilio. Suo padre, Umberto I, era stato assassinato. Solo suo nonno, Vittorio Emanuele II, ne era «uscito bene».
   Il re ribadì che avrebbe trasmesso al figlio tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, ma solo in Roma. A giudizio di Prunas, «il proposito di arginare l'influenza sovietica nell'Italia liberata aveva certamente in gran parte motivato l'iniziativa anglo-americana». Gli Alleati negavano all'Italia la libertà di Stato indipendente e sovrano. Il 24 aprile Badoglio rivendicò fermamente in consiglio dei ministri l'opera di ricostruzione attuata dal governo. Successivamente accolse il suggerimento di dichiarare decaduto l'armistizio sottoscritto dalla Francia il 24 giugno 1940 a Villa Incisa e sconfessò le mire fasciste su Savoia, Corsica, Nizza e Tunisia. Mise anche la sordina alle proteste contro la condanna delle nefandezze perpetrate dai marocchini nell'avanzata verso Roma, «fatti che superano di gran lunga ogni orrore commesso nel corso della guerra da qualunque belligerante, compresi, che è tutto dire, i tedeschi» (Prunas a Badoglio, 26 maggio).

Il passaggio dei poteri
Alle 10 del 5 giugno il governo si riunì d'urgenza per deliberare sulla richiesta del re di recarsi a Roma, finalmente raggiunta dagli americani, per firmare il decreto di trasmissione dei poteri al figlio, in linea con il proclama del 12 aprile. Vittorio Emanuele III era disposto a recarsi nella capitale anche in aereo, all'aeroporto di via Salaria, raggiungere Villa Savoia, sostarvi il tempo necessario per la firma e ripartirne. In alternativa gli bastava atterrare a Roma, firmare il decreto e decollare alla volta di Napoli. La discussione fu lunga e vivace. A favore della richiesta del sovrano si schierarono Croce («opporsi al desiderio del re avrebbe carattere ingiurioso») e i ministri militari. Contro si pronunciarono Sforza e Alberto Tarchiani, esponente del partito d'azione. Quest’ultimo si spinse oltre. Anche a nome del “correligionario” Adolfo Omodeo, dichiarò di essere «disposto ad accettare un suo [del re] Luogotenente in ogni senso degno dell'alta carica, purché non fossero né il principe Umberto», a suo avviso colpevole di aver dichiarato in un’intervista che nessuno si era opposto all'intervento in guerra, né il duca d’Aosta, Aimone di Savoia, «per evidenti considerazioni di carattere internazionale». Togliatti, scaltro e abile nell'incunearsi tra le divisioni degli altri partiti, ammonì che, con tanti problemi urgenti, non era il caso di riaprire la questione istituzionale. La pretesa di escludere Casa Savoia dalla Luogotenenza non ebbe seguito. Nella sessione pomeridiana della riunione di governo Tarchiani propose al Consiglio di dichiarare nell'occasione del passaggio dei poteri al Luogotenente la «non responsabilità del popolo italiano nella guerra contro gli Alleati»: l’esatto opposto di quanto Vyshnisky aveva pacatamente fatto rilevare a Prunas. La proposta non fu accolta.
   Infine il governo fece sua la decisione degli anglo-americani: al re fu interdetto il viaggio a Roma, in areo o con altro mezzo, per «motivi di sicurezza». Fu così che la firma ebbe luogo a Ravello. Alle 15:30 del 5 giugno Badoglio accompagnò MacFarlane, «in pantaloni corti e in maniche di camicia» (come annotò Puntoni), all''Episcopio, la villa dei duchi di Sangro ove il re dimorava, per estorcergli immediatamente il decreto istitutivo della Luogotenenza. Vittorio Emanuele III li ricevette in presenza dell'aiutante di campo e sottoscrisse il decreto: «Abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue: articolo unico. Il nostro amatissimo figlio Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, è nominato nostro Luogotenente Generale. Sulla relazione dei ministri responsabili, egli provvederà in nome nostro a tutti gli affari dell'amministrazione ed eserciterà tutte le prerogative regie nessuna esclusa, firmando i reali decreti i quali saranno controsegnati e vidimati nelle solite forme.» Dopo la firma Badoglio si inchinò singhiozzando e baciò le mani del re. «Sua Maestà ha accolto il gesto con molta freddezza e ha invitato il Maresciallo a uscire subito», annotò Puntoni. Secondo Prunas, il re si limitò a dirgli ironicamente: «Maresciallo, non si commuova». A MacFarlane, che gli dichiarò tutta la sua simpatia per la monarchia, Vittorio Emanuele III rispose: «Ci debbo credere perché me lo dice lei, ma quanto è stato fatto dimostrerebbe il contrario.»
   Il Re trasmise l'esercizio dei poteri in suo nome ma non abdicò alla Corona.

Ivanoe Bonomi: l'Esarchia al governo dell'Italia
   Gli eventi successivi all'insediamento del Luogotenente “del Regno” (anziché “del Re” come voluto dal decreto-legge firmato da Vittorio Emanuelle III) sono noti. Badoglio rassegnò le dimissioni, convinto di formare il suo terzo governo. Però, passato da Salerno a Roma, il maresciallo incappò nell'opposizione tetragona dei partiti antimonarchici che indicarono Bonomi quale presidente del Consiglio (denominazione sostitutiva del mussoliniano “capo del governo”). Mentre questi si accingeva a formare il nuovo ministero, MacFarlane consegnò a lui e a Badoglio una durissima dichiarazione: il governo dimissionario doveva rimanere in carica in attesa che il nuovo ottenesse il benestare delle Nazioni Unite. Il 7 giugno il gradimento fu comunicato a Bonomi dal capitano di vascello Ellery Stone (futuro contrammiraglio), che, per conto di MacFarlane, gli chiese di dichiarare per scritto: «In nome del R.[egio] governo italiano accetto tutte le obbligazioni verso gli Alleati assunte dai precedenti governi italiani dopo la conclusione dell'armistizio italiano, comprese le lunghe clausole di armistizio. Certifico che ciascun membro del Governo ha personalmente preso conoscenza dei termini di tutte tali obbligazioni.» Bonomi dovette dichiarare inoltre: «Il governo italiano si impegna a non riaprire, senza il consenso preventivo dei Governi alleati, la questione istituzionale, fino a quando l'Italia non sarà stata liberata e il popolo italiano non avrà la possibilità di determinare esso stesso la forma di governo.» “In cauda venenum", Stone precisò che il governo italiano si impegnava a «non ristabilire nuove relazioni diplomatiche con altri Stati senza il preventivo accordo con i Governi alleati».
   Il ripristino dei rapporti italo-russi, ultimo atto rilevante del regno di Vittorio Emanuele III e segno di indipendenza dello Stato d'Italia, scottava ancora. L'emarginazione del sovrano e l'apparente trionfo dei partiti antimonarchici non avevano affatto liberato l'Italia dalle stringenti direttive politiche e dalle interferenze militari degli Alleati, divisi tra loro nei loro scopi ultimi ma concordi nell'imporsi al paese vinto.
   Sino alla nomina del figlio a Luogotenente generale, malgrado l'assillante assedio mossogli da anglo-americani, notabili, partiti antimonarchici e Cln, Vittorio Emanuele III conservò integre le prerogative della corona, rispondenti alla missione metastorica o “divina” della monarchia, come egli dichiarò alla principessa di Piemonte, Maria José, che ne rimase sorpresa. Veduto il ruolo da lui svolto dal 25 luglio 1943 al 5 giugno 1944 appare riduttivo il giudizio espresso da Renzo De Felice: «Ciò che caratterizzava la personalità di Vittorio Emanuele era un misto di profondo scetticismo e di estremo realismo, che non di rado sfociava nel cinismo e che contribuivano a fare di lui un uomo per un verso estremamente lucido e freddo, per un altro verso solitario e diffidente, che disprezzava sostanzialmente tutti e viveva la sua funzione come un dovere da compiere secondo regole rigide, da lui ridotte all'osso del formalismo più arido e assoluto, sentendone per altro la sostanziale inutilità.» Del tutto diverso fu il ritratto lasciatone da chi ebbe modo di conoscerlo da vicino.
   Fu il caso dei suoi primi aiutanti di campo. Il generale Ugo Brusati disse ad Angelo Gatti che Vittorio Emanuele III era «sopra ogni altra cosa costituzionale, […] re di tutti gli italiani, non di un solo partito. Oltre a larghissima intelligenza politica, fondata su conoscenza profondissima della storia d'Italia e degli altri paesi, e militare aveva sopra tutto la conoscenza profonda degli uomini che gli stavano dattorno […] Di tutti sapeva vita e miracoli e li vedeva negli atteggiamenti ogni volta mutatisi; ma tutti accettava, fingendo di dimenticare il passato, quando però sentiva che la voce della ragione glielo imponesse». Il suo «accorgimento di misurare le parole» era «scambiato con mancanza di sicurezza».
   Anche più perspicuo è quanto al medesimo confidò il generale Arturo Cittadini (successivo primo aiutante di campo): «Come prima regola il re si impose di essere al di sopra di tutti i partiti. Egli è il re di tutti gli italiani, non di questi o di quelli. […] Il re è proprio il tipo di cittadino borghese democratico e libero pensatore. Egli intimamente non crede alla vita futura, né alla ricompensa del Signore. Crede invece, per la sua natura e per ciò che ha letto e pensato, agli obblighi del dovere e all'immortalità del nome. Ha sostituito questa immortalità a quella dell'anima: e spesso, parlando cogli intimi, dice che bisogna fare bene non soltanto per dovere, ma per lasciare ai figli e ai posteri un nome onorato, che è tutto ciò che di noi rimane in terra.»
   Figlio e nipote di re scomunicati dai papi, Vittorio Emanuele III venne “isolato” da partiti che si proclamavano progressisti e propugnavano la cosiddetta laicità dello Stato. Però poi essi non impedirono che la Costituzione della Repubblica iscrivesse nei suoi principi fondamentali i Patti Lateranensi Mussolini-Gasparri dell'11 febbraio 1929, guardati con distacco dagli inglesi, anglicani, dagli statunitensi, ripartiti in un caleidoscopio di denominazioni evangeliche e riformate, e dall'Unione sovietica, dichiaratamente atea.
   Con l'eclissi della monarchia rappresentativa, tanta parte del Risorgimento di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini venne consegnata al passato remoto e avviata all'oblio.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA : Palmiro Togliatti (Genova, 1893-Yalta, 1964) nome di battaglia “Ercoli”, segretario del partito comunista italiano, uomo di fiducia di Stalin, al rientro in Italia impresse la “svolta partecipazionistica”. In “Elogio della storia” (ed. Oaks) Aldo G. Ricci ricorda la sua linea durissima a proposito del trattamento degli italiani prigionieri di guerra in Urss: da “rieducare”. Nondimeno fu protagonista nel passaggio alla democrazia parlamentare in Italia: un regime diverso da quello stalinista.
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I CLN PER L'ABDICAZIONE DEL RE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 settembre 2025 pagg. 1 e 7.


L'Italia divisa in due...
DIDASCALIA:
                                                          L'Abbazia di
                                                          Montecassino,
                                                          distrutta
                                                          dagli Alleati
                                                          con un
                                                          “bombardamento
                                                          pedagogico”
                                                          militarmente
                                                          inutile,
                                                          deprecabile da
                                                          ogni punto di
                                                          vista.   A fine gennaio del 1944 l'avanzata degli anglo-americani e del corpo “francese” comandato dal generale Alphonse Pierre Juin continuava a stagnare poco oltre il Garigliano. La “linea Gustav” tedesca reggeva. Lo sbarco ad Anzio-Nettuno non fu affatto risolutivo. Gli Alleati avevano tre obiettivi fondamentali: perdere meno uomini possibile su quel fronte; impegnare tedeschi nell'Italia centro-meridionale per trovarsene meno in Normandia; soggiogare ogni aspirazione autonoma di Vittorio Emanuele III e del governo italiano. A quest'ultimo scopo occorreva moltiplicare e divaricare i partiti e attizzare le rivalità. Infine sarebbe stato necessario “impartire una lezione” per far capire che nulla li avrebbe fermati. A metà febbraio distrussero dal cielo l'Abbazia di Montecassino: preludio di altri “bombardamenti pedagogici”.
   Il 28-29 gennaio 1944 al teatro comunale “Piccinni” di Bari si svolse il congresso dei Comitati di liberazione nazionale (Cln). Le correnti e i partiti antifascisti stentavano a trovare unità d'intenti. Continuavano a disconoscere il governo del re, che però rimaneva l'unico interlocutore delle Nazioni Unite. A quell'appuntamento i Cln arrivarono dopo lungo e accidentato cammino. Il 24 novembre 1943 i comitati pugliesi si radunarono a Bari per programmare un congresso con la più ampia partecipazione possibile. Il 4 dicembre questi e i comitati campani proposero di convocare il congresso il 20 dicembre a Napoli. L'Amministrazione militare alleata negò l'autorizzazione per motivi di sicurezza. La Campania era retrovia di operazioni belliche.
   I promotori, tra i quali il liberale Benedetto Croce e il comunista Eugenio Reale (1905-1986), inviarono una protesta al presidente degli USA Roosevelt, al premier britannico Churchill e al maresciallo sovietico Stalin, assicurando che i congressisti non avrebbero attizzato disordini. Vennero ignorati. Progettarono di far partecipare anche i rappresentanti dei Cln clandestini sorti in regioni controllate dalla Repubblica sociale italiana e delle comunità di antifascisti italiani all'estero, anzitutto degli Stati Uniti d'America. Un proposito risultò irrealizzabile.
… e preda di quattro guerre
   Da settembre l'Italia era teatro di quattro guerre: quella delle Nazioni Unite contro la Germania e i suoi alleati (e quindi contro l'Italia centro-settentrionale, martellata da bombardamenti); quella del governo del re, cobelligerante contro la Germania e i suoi satelliti (13 ottobre); quella tra fascisti repubblicani e bande di antifascisti, sia repubblicani sia monarchici; e infine quella, dapprima condotta in sordina, poi conclamata, di Stati che consideravano nemica l'Italia nel suo insieme e miravano ad annetterne una parte. Il Paese fu chiuso nella tenaglia della Jugoslavia di Tito ad est e della Francia di De Gaulle a ovest. Quest'ultima, appena le fu possibile, tornò a dichiararsi in guerra contro l'Italia: una condotta nel cui ambito si collocarono le famigerate imprese dei “marocchini” comandati dal generale Juin.
   Alle quattro diverse guerre, ciascuna condotta secondo sue regole, si aggiunsero le contese dei partiti antifascisti, sia tra loro (quelli di sinistra e partito d'azione da un canto, democratici del lavoro, democristiani e liberali dall'altro), sia fra le diverse correnti in cui ciascuno di essi era diviso, sia, infine, nel loro insieme contro il re e il governo.
   L'Italia era dunque un mosaico di soggetti, e di  programmi e posizioni il cui disegno mutava in funzione dell'andamento generale della guerra condotta dalle Nazioni Unite non solo contro la Germania ma anche contro il Giappone, in un quadro globale niente affatto univoco. Mentre nel teatro europeo le Nazioni Unite operavano in convergenza, in quello asiatico erano divise. L'Urss di Stalin dichiarò guerra al Giappone solo l'8 agosto 1945, due giorni dopo il bombardamento atomico statunitense su Hiroshima. A sua volta il governo italiano riluttò a dichiarare guerra al Giappone (lo fece il 15 luglio 1945). Non per mancanza di condivisione degli ideali che avrebbero potuto giustificare l'intervento, ma in assenza di una motivazione plausibile e, soprattutto, nel timore che avrebbe dovuto onorare l'impegno inviando nel Pacifico il meglio della sua flotta: uno dei beni più preziosi del regno d'Italia. Quel conflitto fu chiuso nel 1972, con una composizione amministrativa.
L'offensiva di Croce e di Sforza contro il re
   Ai tanti conflitti che da anni imperversavano in Italia si aggiunse la richiesta perentoria  di alcuni partiti (segnatamente comunisti, socialisti, azionisti, frange della nascente democrazia cristiana e notabili di area liberale e “democratica”) che Vittorio Emanuele III abdicasse immediatamente. Il 24 ottobre 1943, neppure un mese dopo l'“armistizio lungo”, Badoglio informò il re. Volevano la sua abdicazione, la rinuncia al trono da parte di suo figlio Umberto e il conferimento della corona al nipote, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di sette anni, assistito da un reggente. Fatto consultare riservatamente Carlo Sforza, indicato da Badoglio quale alfiere della lotta contro la monarchia, il re ammonì il maresciallo, capo di un ministero “striminzito e inefficace”, a non contare sulla sua abdicazione. Per saggiarne la vanità e privarlo della possibilità di ostentarsi vittima di ostracismo da parte del sovrano, Vittorio Emanuele III fece proporre a Sforza di entrare in un nuovo governo e si assicurò della fedeltà delle forze armate, consolidate dal rientro in Italia del maresciallo Giovanni Messe, già suo aiutante di campo e massone, rilasciato dagli inglesi e nominato capo di stato maggiore generale il 18 novembre 1943 in successione ad Ambrosio.
   In prossimità del nuovo anno, il 28 dicembre 1943 Vittorio Emanuele III scrisse di suo pugno e diramò un messaggio radiofonico agli italiani. Omettendo tante schermaglie, il 23 gennaio 1944, in prossimità dell'annunciato congresso dei Cln a Bari, il re consegnò al capomissione alleata Noel Mason Mac Farlane un “appunto” sulle proprie intenzioni. Alla liberazione di Roma il governo tecnico-militare sarebbe stato sostituito da un ministero formato da esponenti di tutti i partiti e nessun compromesso col fascismo. Quattro mesi dopo la pace sarebbe stata eletta la Camera dei deputati e il Senato avrebbe ripreso le sedute. Il parlamento avrebbe discusso le istituzioni, anche riformandole completamente. In libera consultazione il Paese si sarebbe pronunciato sulla decisione delle Camere. La Corona avrebbe accettato il verdetto popolare. Però fino a quel momento tutti gli sforzi dovevano rimanere concentrati nella lotta di liberazione.
   Oltre quella linea il re non poteva andare. Toccava a lui guidare l'Italia sino alla liberazione di Roma ove, sin dal 16 dicembre, aveva chiesto di entrare “contemporaneamente alle truppe”.
Le proposte del Congresso del CLN
   I lavori del congresso dei Cln a Bari, presieduti da Michele Cifarelli, esponente del partito d'azione e futuro parlamentare di quello repubblicano, si svolsero nell'intera giornata del 28 gennaio 1944 e proseguirono la mattina del 29. Furono aperti dal discorso di Croce su “La libertà italiana nella libertà del mondo”. Esso contenne un aspro passaggio polemico nei confronti del re, la cui abdicazione immediata egli chiese affinché gli italiani potessero “respirare liberamente”. I temi all'ordine del giorno erano le condizioni del Paese, l'organizzazione di volontari da affiancare all'esercito, il quadro politico internazionale, l'inflazione galoppante, la svalutazione della lira, l’emissione delle Am-lire e l’istituzione di un organo di collegamento tra i Cln e gli anglo-americani.
   Dopo veementi invettive contro il sovrano e la monarchia, Sforza propose l'invio di telegrammi al Congresso degli USA, alla Camera dei Comuni, a Stalin, De Gaulle, Chang Kai Schek e ai popoli della Jugoslavia e della Grecia. I Cln si ersero a soggetti titolari della politica estera, alternativi al re e al suo governo.
   Nella seduta pomeridiana, presieduta da Alberto Cianca, esponente del partito d'azione, il liberale Vincenzo Arangio-Ruiz ricordò ai partecipanti che almeno metà degli italiani erano favorevoli alla monarchia: perciò la soluzione della questione istituzionale andava rimessa al voto popolare, ma a pace raggiunta. Nel frattempo occorreva unità di intenti per garantire la sopravvivenza dell'Italia. Dopo di lui l'azionista Tommaso Fiore si scagliò contro il re, complice di Mussolini, e contro Badoglio. Concordò con Arangio-Ruiz sulla necessità di un’unione antifascista, da lui intesa, però, come fronte unico su posizioni antimonarchiche.
   La mattina del 29 gennaio i congressisti chiesero la formazione di un governo composto da esponenti dei sei partiti dei Cln, dotato di pieni poteri per compiere il massimo sforzo nella guerra contro il nazifascismo e per risolvere gli immensi problemi economici e sociali incombenti. Deliberarono anche la nascita di una Giunta esecutiva permanente formata da esponenti dei partiti dei Cln locali di concerto con il Cln Centrale: una sorta di governo alternativo a quello del re. Sforza concluse i lavori con un appello all’unità e alla fiducia nell'Italia libera, esortando a impedire attacchi reazionari contro la democrazia. Anche il suo secondo discorso risultò «violento e pieno di insulti all'indirizzo del Re», come nel “Diario” annotò il generale Paolo Puntoni. Di seguito i congressisti approvarono la richiesta di abdicazione immediata di Vittorio Emanuele III, senza entrare nel merito della successione al trono.
Un groviglio caotico
   Ancora esule nell'Unione Sovietica, il segretario del partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, liquidò il congresso di Bari come un chiassoso “comizio antimonarchico”, irrilevante sotto il profilo politico interno e internazionale. Percepì con chiarezza che gli azionisti, al pari dei democratici del lavoro (o laburisti: erano ancora incerti sulla propria denominazione), non avevano e non avrebbero avuto seguito elettorale. I dirigenti della democrazia cristiana (compresi Alcide De Gasperi e Giovanni Gronchi) dovevano far dimenticare il sostegno dato all'avvento e al radicamento del governo Mussolini nel 1922-1924 (Gronchi era stato sottosegretario all'Industria, accanto al ministro giolittiano Teofilo Rossi di Montelera). Essi erano consapevoli che la base del loro elettorato era monarchica, non per devozione ai Savoia ma per la radicata diffidenza del “cittadino normale” (di cui parla Salvatore Satta in “De Profundis”) verso le “novità”: un “terreno ignoto”, come si prospettava la “repubblica”. Togliatti pensava infine che l'elettorato del partito socialista italiano di unità popolare, comprendente varie tendenze, era in gran parte fermo al riformismo di Turati e Treves e aveva per punto di riferimento iconico Giacomo Matteotti, dai toni talvolta rivoluzionari ma fermamente anticomunista. L'unità d'azione siglata in Francia tra il Pci e il Psi di Pietro Nenni nell'opinione dei socialisti italiani aveva già subìto lo scossone del brusco voltafaccia dei comunisti all'indomani del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin nell'agosto 1939. Ligi alla Terza Internazionale i comunisti avevano voltato le spalle agli altri partiti antifascisti sino a quando nel giugno 1941 Hitler scatenò l'operazione Barbarossa contro l'Urss. Ora, però, si valevano del prestigio conquistato dall’Unione Sovietica grazie alla “grande guerra patriottica” contro l'avanzata germanica.
   Ivanoe Bonomi, presidente del Comitato centrale di liberazione nazionale, attivo in Roma nella più circospetta clandestinità, accolse con molta perplessità gli ordini del giorno approvati dai Cln adunati a Bari. All'avvento della Rsi mussoliniana Bonomi commentò nel “Diario” la “frattura” che essa avrebbe determinato tra il Nord e il Sud d'Italia: «Il Nord e il Centro che hanno già fatto esperienze repubblicane con la Repubblica Cisalpina [in età franco-napoleonica, 1796-1804, NdA] e con le due repubbliche di Venezia e di Roma [1848-1849, NdA] si abitueranno a considerare la monarchia come un regime che può essere rovesciato; il Mezzogiorno invece, che ha già una lunga tradizione monarchica, continuerà a considerare la monarchia come un istituto che non si discute perché radicato in una lunga e ininterrotta consuetudine.» Per chi la conosca, e Bonomi la conosceva, la storia è “magistra vitae”. Nessuno poteva cancellare l'impronta lasciata nel Mezzogiorno dai sacri romani imperatori, dai re Normanni e Aragonesi, dagli Asburgo di Spagna e d'Austria e, infine, dai Borbone di Spagna, durati dal 1737 fino all'arrivo in Napoli di Giuseppe Garibaldi con l'insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, pronto a salutare Monsù Savoia “re d'Italia” quando questi gli andò incontro a cavallo a Vairano Catena, presso Teano. Forma di religiosità, la monarchia era metastorica, radicata nel mito. Il rifiuto di collaborare con il governo Badoglio non implicava ostilità verso la figura del re in quanto tale, ma era la reazione alla predilezione accordata da Vittorio Emanuele III a militari e “tecnici” anziché ad antifascisti che, come Bonomi stesso, avevano attraversato il regime convinti che prima o poi quest’ultimo sarebbe stato travolto dai suoi errori.
   A conferma, il 16 ottobre 1943, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania, il CCln chiese la «costituzione di un governo straordinario che sia l'espressione di quelle forze politiche le quali hanno costantemente lottato contro la dittatura fascista e fin dal settembre 1939 si sono schierate contro la guerra nazista [a differenza del Pci, NdA]». Tale richiesta si accompagnava a quella di evitare «ogni atteggiamento che possa compromettere la concordia della nazione e pregiudicare la futura decisione popolare», rinviata alla cessazione delle ostilità, quando il popolo sarebbe stato convocato «per decidere sulla forma istituzionale dello Stato». Esattamente come proponeva Vittorio Emanuele III.
   Significativamente Bonomi non commentò nel “Diario” il congresso di Bari. Oltre un mese dopo, il 6 marzo 1944 egli inviò al CCln la Dichiarazione redatta il 2 precedente, «riflesso del suo fermo convincimento che inspirerà e indirizzerà la sua azione futura». Messe da parte le posizioni unilaterali (come quelle accesamente antimonarchiche del Psi e del PdA), occorreva promuovere la “guerra per bande” (poi detta “partigiana” e infine dei “volontari della libertà”, posti agli ordini del generale Raffaele Cadorna, monarchico), in aggiunta (non in alternativa) all’«azione preminente e decisiva delle forze armate dello Stato italiano». «La guerra nazionale – precisò Bonomi – ha bisogno della concordia nazionale.» Perciò bisognava «accantonare la questione della forma dello Stato, per rifare così l'unità spirituale degli italiani per la guerra e per la vittoria». «La richiesta dell'abdicazione dell'attuale re non può passare innanzi e comunque indebolire la richiesta dell'assemblea incaricata di deliberare, a territorio nazionale liberato, la nuova costituzione dello Stato.» In sé l’abdicazione non risolveva comunque la necessità di assicurare allo Stato un Capo sino al raggiungimento della pace. Posto che, a guerra ancora in corso, esso non poteva essere espresso dai cittadini, doveva continuare a esserlo il sovrano regnante o il suo successore, in attesa della vittoria finale. Presidente del CCln, Bonomi non dimenticava il suo rango di “cugino del re”, essendo stato insignito del collare della Santissima Annunziata il 21 dicembre 1920: lo stesso giorno di Sforza, che però mostrava “sensibilità” ben diversa dalla sua.
Le “bande” e la Rsi
   Le informazioni di cui Bonomi disponeva indicavano che le “bande” di volontari stentavano a costituire una forza decisiva per l'abbattimento della repubblica mussoliniana affiancata dai tedeschi. Questa si reggeva non solo sulla repressione di antifascisti notori e di partigiani (soprattutto con la spietata eliminazione dei militari), ma anche sulla forza di inerzia della vita quotidiana, sul funzionamento dell'amministrazione pubblica, in specie quella locale, e sull’elusione di misure troppo impopolari, causa di collasso sociale e di incontenibile ribellione di massa. Se non impedì le razzie di ebrei destinati alla deportazione nei campi germanici di sterminio (l'amministrazione anzi concorse alla sua attuazione mettendo a disposizione la schedatura degli ebrei effettuata all'indomani delle leggi del 1938), Mussolini concesse invece poco spazio e nessun potere autonomo ad antisemiti e massonofagi fanatici, come un antico spretato che il duce, superstizioso qual era, evitava di ricevere. Ferrovie, poste, scuole, dalle elementari alle università, e servizi annonari nell'Italia settentrionale continuarono a funzionare con una certa regolarità sino a fine aprile del 1945.
   Tra il settembre 1943 e la primavera del 1944 le “bande” impiegarono tempo a prendere corpo. Nuto Revelli, una delle sue “voci” più note dagli Anni Sessanta del Novecento, rientrato dalla disastrosa campagna di Russia, annotò in appunti diaristici di aver costituito con altri ufficiali del regio esercito la “1^ Compagnia rivendicazione caduti” (5 ottobre 1943), diffidente nei confronti dei politici (“La guerra dei poveri”, Torino, Einaudi, 1963, p. 141). Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Pnf, esponente di spicco della banda “Italia Libera” fondata nel cuneese da Duccio Galimberti e militante del partito d'azione, al primo incontro con Revelli e gli ufficiali Faustino Dalmazzo e Giovanni Delfino (13 novembre) annotò a sua volta nel “Diario”: «Si tratta di militari senza alcuna idea politica: speriamo però di averli scossi dal loro atteggiamento.» Solo quando si ebbe notizia dello sbarco anglo-americano a Nettuno (8 febbraio), che illuse sulla rapida avanzata degli Alleati verso Roma ma rischiò di risolversi in uno scacco, e dopo aver preso contatto con altre formazioni partigiane (ne ha scritto Aldo Sacchetti in “Un romano tra i ribelli”, Cuneo, L’Arciere, 1990), Revelli decise di aggregarsi alla “banda” di Bianco in una “atmosfera di simpatia” scaturita anche dalla scoperta che erano entrambi figli di massoni.
   Il congresso dei Cln a Bari non risolse dunque nessuno dei tanti assilli dell'Italia in guerra. Semmai indebolì il governo e concorse a isolare il re: due obiettivi che gli Alleati perseguivano per retrocedere l'Italia a “potenza” di terza fila.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'Abbazia di Montecassino, distrutta dagli Alleati con un “bombardamento pedagogico” militarmente inutile, deprecabile da ogni punto di vista.


OTTOBRE 1943...: ITALIA IN GUERRA
L'ombra cupa dell'“armistizio lungo”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


DIDASCALIA:
                                                          La pagina
                                                          dell'“Itinerario
                                                          generale dopo
                                                          il 1° giugno
                                                          1896”,
                                                          manoscritto da
                                                          Vittorio
                                                          Emanuele III,
                                                          sul primo
                                                          semestre del
                                                          1944: appunti
                                                          scarni sui
                                                          fatti politici
                                                          più rilevanti
                                                          (insediamento
                                                          del III
                                                          Governo
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                                                          restituite
                                                          all'amministrazione
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                                                          1943-maggio
                                                          1948, I,
                                                          Governo
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                                                          luglio
                                                          1943-aprile
                                                          1944, a cura
                                                          di Aldo G.
                                                          Ricci,
                                                          Poligrafico
                                                          dello Stato,
                                                          Roma, 1994. A chi oggi si stupisce che in tante aree del Pianeta la pace tardi ad arrivare va ricordato che altrettanto avvenne in Europa, e anche in Italia tra la sconfitta del 1943 e il Trattato del febbraio 1947. Gli Alleati, che conoscevano benissimo i progetti di Tito ai danni dell'Italia orientale non fecero nulla per arginarlo. La Jugoslavia era tra i vincitori. L'Italia tra i vinti.

Le durissime clausole della Resa.
   Lo strumento di resa sottoscritto il 29 settembre 1943 da Badoglio e da Eisenhower sulla corazzata britannica “Nelson” attraccata a Malta, quindi in “territorio” degli Alleati, era noto a Roma da quando lo aveva recato il generale Giacomo Zanussi, inviato a Lisbona perché Giuseppe Castellano, di ritorno in Italia, non dava notizie di sé. Non voleva farsi intercettare dai sospettosissimi tedeschi, come concordato con Roma alla sua partenza per la complicatissima missione. Le misure da lui assunte per tenere al sicuro i documenti e la ricetrasmittente consegnatagli dagli anglo-americani erano dettate dalla necessaria prudenza. Se fosse stato catturato catturato la guerra nel Mediterraneo avrebbe avuto tutt’altro e imprevedibile corso. Gli Alleati attendevano l'accettazione della resa dell'Italia senza condizioni entro le ore 24 del 30 agosto: termine tassativo.
   Trasferito da Lisbona a Cassibile via Algeri, Zanussi aveva verbalmente informato Castellano del secondo strumento di resa e, al rientro a Roma, lo aveva messo a disposizione dei superiori. Il re, Badoglio, Ambrosio e la stretta cerchia dei ministri militari erano quindi al corrente, almeno sommariamente, del suo tenore. Lo strumento aggiuntivo, però, era talmente greve e punitivo da rimanere segreto anche dopo la firma. Esso chiamò l’Italia sul banco degli imputati come Paese responsabile della guerra e vinto. Il diktat mise fine alla sua sovranità, ma, almeno in linea di principio, ne assicurò l'integrità territorial. I suoi confini e il suo assetto politico, civile ed economico erano da definire nei dettagli in sede di Trattato di pace, imposto a Parigi il 10 febbraio 1947, cioè quattro anni dopo le firme di Cassibile e Malta, in piena “guerra fredda”, cioè in un quadro politico-militare globale del tutto diverso rispetto a quello dell'estate 1943.
   Le clausole dell’“armistizio lungo” esplicitavano le “condizioni di carattere politico, economico e finanziario” lasciate minacciosamente intravvedere dall'“armistizio breve”. Alcune, però, andarono molto oltre le peggiori previsioni, superate dai drammatici eventi susseguitisi dopo l'8 settembre: trasferimento del re e del governo a Brindisi, sbandamento dell'esercito, prelevamento di Mussolini da Campo Imperatore, costituzione della Repubblica sociale italiana, occupazione germanica delle terre non raggiunte dagli anglo-americani. Il punto 1-A della resa prevedeva: «Le Forze italiane di terra, mare, aria, ovunque si trovino, si arrendono.» Il 29 settembre si poteva dire: “consummatum erat”. Quanto previsto per la flotta navale e aerea era già stato attuato, anche se non nei termini catastrofici previsti dalla resa. Altrettanto valeva per lo smantellamento della Milizia, dell'Ovra e delle altre organizzazioni fasciste e parafasciste.
   L'articolo 29 dell'“armistizio lungo”, a sua volta scavalcato dai fatti, condizionò l'esito finale della guerra civile e ne proiettò l'ombra sui decenni seguenti. Esso recitava: «Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando Militare Alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati.» A quel modo la sorte ultima (detentiva, giudiziaria e frutto di sentenza) dell'ex duce e di un numero imprecisato, ma certo vasto, di gerarchi, nonché degli indiziati di crimini di guerra (fossero pure militari agli ordini del governo del re) furono pertanto sottratti alla giurisdizione dello Stato d'Italia e riservati alle “Nazioni Unite”, comprendenti USA, Gran Bretagna, URSS e loro alleati, a cominciare da Francia, Grecia, Jugoslavia e il restaurato impero d'Etiopia. L'obbligo di consegnare agli alleati Mussolini e i gerarchi tornò incombente nell'aprile del 1945, quando si prospettò la loro probabile cattura a opera del Corpo Volontari della Libertà (cioè delle formazioni partigiane), emanazione del governo nazionale, a sua volta tenuto a osservare gli ordini delle Nazioni Unite che, come noto, avevano concordato di processare i vertici dell'Italia fascista e della Germania nazionalsocialista. Il Duca di Addis Abeba non poteva non percepire quali rischi quella clausola prospettasse a carico suo e di tanti militari che si erano prodigati per la svolta del 25 luglio e per ottenere che gli anglo-americani consentissero all'Italia di arrendersi anziché di degradare a mera terra occupata.
   La seconda parte dell'art. 30 dello strumento andò oltre gli aspetti militari della sconfitta. Dettò: «Il governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell'insegnamento fascista», da sostituire con radicale epurazione del sistema scolastico, dalle elementari all'Università, e degli strumenti didattici, da approntare ex novo sotto controllo anglo-americano e del PBW.
   Infine il secondo punto B dell'articolo 32 stabilì: «Le persone di qualsiasi nazionalità che sono state sotto sorveglianza, detenute o condannate (incluse le condanne in contumacia) in conseguenza delle loro relazioni e simpatie colle Nazioni Unite saranno rilasciate in conformità agli ordini delle Nazioni Unite e saranno sciolte da tutti gli impedimenti legali ai quali sono state sottomesse». Era il riconoscimento dell'antifascismo dell'esilio e interno e della legalità delle sue azioni, comprese quelle terroristiche. Per cogliere esattamente la portata di tale clausola, va ricordato che le Nazioni Unite comprendevano l'URSS del Maresciallo Stalin. Essa rendeva insindacabile l'azione del Partito comunista d'Italia e di qualunque azione terroristica e spionistica (non più crimine ma gesto meritorio) messa a segno ai danni dell'Italia durante il regime fascista.
Il “confronto” a margine della firma: il governo in ansia
   Come già era avvenuto a Cassibile il 3 settembre, anche a Malta a margine della “consegna” e della firma dello strumento di resa si svolse un ampio confronto tra il maresciallo Badoglio, Eisenhower, Harold Alexander e altri partecipanti all'incontro. Lo scambio di proposte, ipotesi e informazioni è annotato in due diversi Verbali. Uno è conservato nell'archivio storico del ministero della Difesa, l'altro in quello degli Esteri. Il primo è in “Otto settembre quarant'anni dopo” (Atti del convegno di studi pubblicati dal Ministero della Difesa nel 1984 a cura di Aldo A. Mola e Romain H. Rainero); il secondo nei “Documenti diplomatici italiani”. Quest'ultimo è più articolato. Il suo testo lascia intravvedere qualche spiraglio di apertura anglo-americana alla partecipazione di truppe italiane alla lotta contro i tedeschi, prospettata da Castellano nel colloquio di Lisbona. Essa andava tuttavia subordinata alla dichiarazione di guerra dell'Italia contro la Germania, come subito osservò ruvidamente Alexander. Se lo stesso maresciallo inglese asserì che i piani per la campagna in Italia «erano già minuziosamente preparati in ogni loro dettaglio», Badoglio e gli italiani presenti sul quadrato della “Nelson” (Ambrosio, Roatta, De Courten e Sandalli) ebbero motivo di ritenere che Eisenhower dicesse il vero quando affermò che «la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». In realtà lo sforzo offensivo anglo-americano sul fronte italiano si stava esaurendo tra Salerno e Napoli e l'attenzione del loro comando si spostava dal Mediterraneo alla costa francese sull'Atlantico. Non solo. Per gli anglo-americani (e soprattutto per i secondi) il fronte principale della guerra non era l’Europa, comunque a pezzi e appesantita da imperi coloniali condannati all'estinzione, ma il Pacifico: contro il Giappone.
   Nelle settimane seguenti la firma di Malta gli Alleati ostacolarono in molti modi la riscossa del regno d'Italia, lesinando gli aiuti per la riorganizzazione delle sue forze armate. Il 13 ottobre Vittorio Emanuele III dichiarò guerra alla Germania. Come scrisse Badoglio l'indomani, si chiuse così «il periodo di armistizio e quello di cooperazione, durato complessivamente trentacinque giorni, per entrare nel terzo periodo, quello della co-belligeranza». Il maresciallo sintetizzò il quadro militare, alternanza di pagine negative («difesa sfortunata di Corfù e Cefalonia») e positive, e quello politico: «il concorso alla causa dei vari partiti di patrioti nelle Nazioni invase». Non fece alcun cenno alla situazione interna. Agli occhi dei più questa risultava deludente. E non solo perché il Comitato centrale di liberazione nazionale (Ccln) presieduto da Ivanoe Bonomi gli negava ogni collaborazione ma soprattutto perché, come scrisse il 4 ottobre il primo segretario di legazione Antonio Venturini, «la grande maggioranza della gente (militari, funzionari, uomini di governo, intellettuali, privati di ogni genere, ecc.) ha l'impressione – e questa impressione va sempre più estendendosi – che il Governo sta seguendo una politica dilatoria e che, per ora, preferisca non affrontare numerosi problemi che assillano la vita del paese».
   Aveva veduto lungo Vittorio Emanuele III quando il 7 settembre confidò all'aiutante di campo, generale Paolo  Puntoni che l'azione di Badoglio era «indecisa e poco sincera. Non è certamente un uomo all'altezza del momento». Puntoni ne ebbe conferma la sera dell'8 settembre quando il re osservò: «l’armistizio è accettato, ma Badoglio che rappresenta il governo non impartisce alcuna disposizione per fronteggiare gli avvenimenti che incalzano».
   Dunque, anche in regime di cobelligeranza, il futuro rimaneva fosco.
Perché per anni gli italiani avevano plaudito “Lui”?
   Ma la “responsabilità” non era solo di chi governava e meno ancora del Capo dello Stato, re costituzionale. Investiva tutti i cittadini. Dal 1913 i maschi erano titolari del diritto di voto. Eleggevano la Camera, che a sua volta conferiva o negava la fiducia ai governi. I cittadini non erano “innocenti”, come non lo erano i partiti nei quali essi militavano o si riconoscevano quando votavano. Tutti avevano avuto le loro responsabilità e avevano esercitato i loro diritti politici nel 1919, 1921 e 1924 sulla base di leggi varate dalle Camere elette nel 1913, nel 1919 e nel 1921: prima dell'avvento del regime mussoliniano instaurato col discorso del 3 gennaio 1925 e sino alla catastrofe dell'estate 1943. Ci rifletté Benedetto Croce confidando al Diario le sue riflessioni su Mussolini: «di corta intelligenza», privo di sensibilità morale, vanitosissimo, sempre fra il pacchiano e l'arrogante. «Ma egli – aggiunse – chiamato a rispondere del danno e dell'onta in cui ha gettato l'Italia, con le sue parole e la sua azione come con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze, di cui parla Giuseppe Villani, il qual rispose ai suoi compagni d'esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”».
   Le piazze stracolme di folla plaudente al duce (anche il 10 giugno 1940, “il giorno della follia”, come ha scritto Ugoberto Alfassio Grimaldi) sono un ricordo scomodo, ma necessario. Rimuoverlo significa eludere l'autocritica e rifiutare di ammettere la realtà.
Un’esigua pattuglia decise le sorti dell'Italia
   Badoglio non ebbe tutti i torti quando, ai componenti del comitato di liberazione nazionale che nel giugno 1944 gli negarono di formare un nuovo governo, rispose che se essi erano lì, nella Roma liberata, lo dovevano a lui. Con la revoca di Mussolini e lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni, il rinvio dell'elezione della nuova Camera a quattro mesi dopo la fine della guerra e nell'impossibilità di convocare il Senato mentre l'Italia precipitava verso la disfatta militare e la resa e si trovò divisa in due, la somma del potere e il suo esercizio furono concentrati nelle mani del capo del governo come mai era avvenuto dalla proclamazione del regno. Poiché, il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia non aveva raggiunto Brindisi, Badoglio de facto ne esercitò le funzioni coadiuvato da Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri. In quelle nebulose circostanze si affacciarono agli Esteri personaggi talora privi di riconoscimento pubblico ma incaricati di missioni ufficiose. Fu il caso di Filippo (Pippo) Naldi e del prof. Guido Pazzi. Antonio Venturini, addetto alla segreteria generale del capo del governo dal 13 ottobre 1943, riferì a Badoglio in termini ruvidi gli umori del Paese e la condotta da tenere. Il 4 novembre 1943 non esitò a deplorare: «la mancanza di un governo vero e proprio, che impartisca direttive e faccia sentire l'azione di una guida responsabile nei vari settori della vita nazionale, mortifica(ndo) le migliori energie e toglie(ndo) a parecchi ogni volontà di azione». L'assenza di “notizie ufficiali” spianava la strada a “politicanti e mestatori” usi a “spargere le notizie più fantasiose”. Ammonì infine a «far capire agli angloamericani che se le loro autorità militari persistono nelle loro requisizioni arbitrarie e soprusi di vario genere è da prevedere che la popolazione, la quale prima della occupazione era nella grandissima maggioranza favorevole agli Alleati, diventerà ostile». I funzionari più acuti del “governo del Sud” percepivano allarmati che gli errori e gli abusi degli anglo-americani, non adeguatamente arginati dal governo italiano, venivano sfruttati dalla propaganda della Repubblica sociale di Mussolini.
   Azzerate per decreto legge o nei fatti le Camere che per statuto condividevano con lui il potere legislativo, il re risultò sovraesposto. Lamentò a Puntoni che gli venivano proposte misure anticostituzionali. I compiti del governo erano circoscritti perché gli anglo-americani tardarono restituire al governo italiano l'amministrazione delle terre via via liberate. Badoglio tenne per sé gli Esteri e l'ormai quasi superfluo ministero dell'Africa italiana. Si trovò quindi a sciogliere con mezzi esigui i complessi nodi dei rapporti con i vincitori e i Paesi neutrali e a fronteggiare le crisi provocate dall’adesione delle rappresentanze diplomatiche nelle sedi il cui personale in parte si schierò a fianco della Repubblica sociale mussoliniana. Molti uomini che avevano svolto ruolo protagonistico nell'estate del 1943 risultarono emarginati o quasi ostaggi degli anglo-americani. Fu il caso di Castellano, trattenuto ad Algeri,  e di Giovanni Messe, massone, ostacolato nella ricostruzione delle Forze Armate alla quale era stato chiamato su indicazione personale di Vittorio Emanuele III, che lo aveva avuto aiutante di campo. Ne ha scritto il generale Antonio Zerrillo.
La dichiarazione di guerra alla Germania
   Con la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) Vittorio Emanuele III completò il percorso intrapreso il 25 luglio e proseguito con le difficili decisioni del 2, 8 e 9 settembre. Mirava a ripristinare la monarchia rappresentativa con un governo propriamente “politico”. Da Roma, però, il Ccln continuò a negare ogni collaborazione e di settimana in settimana crebbe l'ostilità nei confronti della sua persona anche in ambienti “moderati”. Molti notabili di tradizione liberale affiancarono gli avversari della monarchia e prospettarono soluzioni antistatutarie e antidinastiche. Vennero insistentemente chieste la sua immediata abdicazione, la rinuncia alla corona da parte dl principe ereditario Umberto e il suo conferimento a Vittorio Emanuele principe di Napoli, di sette anni, vegliato da un reggente estraneo alla Casa di Savoia, in pieno contrasto con le norme statutarie. Badoglio si fece tramite del progetto, esponendolo al sovrano e offrendosi quale reggente. Vittorio Emanuele III rifiutò, indignato. Le stesse richieste furono ribadite anche da Croce nel congresso dei comitati di liberazione nazionale convocati a Bari il 28 gennaio 1944.
   Sotto crescente pressione degli Alleati, specialmente degli statunitensi, sensibili alla pressione di italo-americani monarcofagi, come Alberto Tarchiani, frequentatore sin dal 1920 di riunioni massoniche a New York, il 12 aprile 1944 Vittorio Emanuele III accettò infine di dichiarare che avrebbe trasmesso al figlio, in veste di Luogotenente Generale del Re, l'esercizio di tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, Lo avrebbe fatto in Roma, quando la Città fosse stata liberata.        
     Dubbioso sul futuro dell'Italia, non abdicò. Nell’“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896” sotto la data del 5 giugno il Re annotò: «Istituzione [tutto maiuscolo, Nda] della Luogotenenza». Venti giorni dopo, il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno, n. 151 segnò il passaggio alla “costituzione provvisoria”: la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata sottoposta a un'assemblea eletta alla fine della guerra degli italiani con voto libero e segreto. Così finì il regime monarchico instaurato nel regno di Sardegna da Carlo Alberto di Savoia con lo Statuto concesso il 4 marzo 1848, divenuto poi Carta del regno d'Italia dalla sua proclamazione, il 14 marzo 1861, con Vittorio Emanuele II, chiamato per legge a firmarsi “Re per grazia di Dio e volontà della nazione”.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La pagina dell'“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896”, manoscritto da Vittorio Emanuele III, sul primo semestre del 1944: appunti scarni sui fatti politici più rilevanti (insediamento del III Governo Badoglio e sui continui viaggi nelle terre restituite all'amministrazione del governo italiano). V. anche i “Verbali del Consiglio dei Ministri”, Luglio 1943-maggio 1948, I, Governo Badoglio, 25 luglio 1943-aprile 1944, a cura di Aldo G. Ricci, Poligrafico dello Stato, Roma, 1994.


DA CASSIBILE A MALTA
Settembre 1943
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Dwight
                                                          David (Ike)
                                                          Eisenhower
                                                          (1890-1969).
                                                          Comandante in
                                                          capo delle
                                                          forze
                                                          americane e
                                                          poi delle
                                                          forze alleate
                                                          contro la
                                                          Germania,
                                                          partecipò alla
                                                          Conferenza di
                                                          Casablanca e
                                                          comandò le
                                                          principali
                                                          operazioni
                                                          militari del
                                                          1942-1945.
                                                          Comandante
                                                          delle forze
                                                          della Nato,
                                                          candidato dai
                                                          repubblicani
                                                          fu presidente
                                                          degli Stati
                                                          Uniti
                                                          d'America dal
                                                          1952 al 1960.
                                                          Contrario
                                                          all'impiego
                                                          della bomba
                                                          atomica contro
                                                          il Giappone e
                                                          all'attacco
                                                          dello Stato di
                                                          Israele contro
                                                          l'Egitto
                                                          (1956),
                                                          propiziò il
                                                          dialogo anche
                                                          durante la
                                                          guerra fredda.
                                                          Nutrì simpatia
                                                          verso l'Italia
                                                          sul cui
                                                          dopoguerra
                                                          esercitò molta
                                                          influenza.La lunga via della resa
   Lo scenario prospettato dal generale Giuseppe Castellano agli anglo-americani nell'incontro di Lisbona era del tutto diverso da quello da costoro programmato. Prima di rassegnarsi alla firma, il capo del Governo, Pietro Badoglio, e il ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia chiesero, suo tramite, che in coincidenza con l'“armistizio” gli Alleati lanciassero quindici divisioni molto a nord di Roma e si attestassero sulla linea Livorno-Rimini per costringere i tedeschi a rapida ritirata dal Mezzogiorno. Gli anglo-americani risposero che, se avessero deciso di impiegare una forza di quelle dimensioni in Italia, non avrebbero avuto motivo di concederle la resa: l'avrebbero debellata e privata di ogni riconoscimento. Tra il 4 e il 5 settembre essi ventilarono a Castellano l'aviolancio di una divisione di paracadutisti negli aeroporti di Cerveteri e di Furbara, poco a nord di Roma. Chiesero anche informazioni sulla navigabilità del Tevere per portare artiglierie e mezzi corazzati a tutela della capitale. Per accertarsi che tutto fosse predisposto il generale Maxwell Taylor si sarebbe recato in incognito a Roma.
   Mentre Castellano colloquiava con gli Alleati «su un’infinità di questioni» (propaganda, guerriglia, politica, impiego della flotta) Vittorio Emanuele III e Badoglio miravano a scongiurare che filtrasse qualunque indizio che la resa era già stata sottoscritta. I tedeschi, che dal 6 agosto chiedevano al ministro Guariglia informazioni sulla sorte di Mussolini, il 24 agosto sospettarono che gli italiani avessero avviato trattative a Lisbona. A loro volta gli italiani ritennero che i tedeschi avessero concorso a ordire un complotto con i fascisti per rovesciare Badoglio, se non tramite la Wehrmacht per mezzo delle SS, che a loro avviso erano uno “Stato nello Stato”. In quei frangenti Badoglio ordinò l'arresto del maresciallo Ugo Cavallero, senatore del regno, rilasciato per intervento del Re ma nuovamente arrestato e destinato a tragica fine, e di Ettore Muti, proditoriamente ucciso durante la traduzione in carcere.
   Il 19 agosto a Lisbona Smith aveva spiegato “con cura” a Castellano che il loro “colloquio” aveva per tema la capitolazione militare, non un accordo per la partecipazione dell'Italia alla guerra con gli alleati, né una intesa “politica”. Aggiunse che Vittorio Emanuele III avrebbe potuto sottrarsi alla possibile cattura lasciando Roma e la penisola «su una nave da guerra italiana» e che senza dubbio sarebbe stato necessario «un governo militare alleato su parte del territorio italiano». Il 30, poco prima che Castellano volasse da Roma a Termini Imerese per iniziare il complicato triduo preparatorio alla resa, Badoglio gli dette le ultime istruzioni per ottenere lo sbarco di quindici divisioni «tra Civitavecchia e Spezia» e la protezione del Vaticano. Gli precisò (non è chiaro se dovesse riferirlo agli anglo-americani) che, a resa firmata, a Roma sarebbero rimasti il re, la regina, il principe ereditario, il governo e il corpo diplomatico e gli chiese di «sapere l'epoca pressapoco allo scopo di prepararsi».
Le delusioni dei vinti...
   Dopo la firma della resa Badoglio non ebbe risposta a nessuna delle sue domande. Rimase nella convinzione che essa sarebbe stata annunciata dopo almeno dieci giorni, se non due settimane, come ripetutamente sollecitato da Castellano sin dai colloqui di Lisbona. Aveva comunque la percezione netta che «la tempesta deve ancora abbattersi su di noi», come il 7 settembre scrisse al suo amico astigiano Pietro Prosio: una lettera, con tanto di timbri su ceralacca, “che passò le linee” e giunse a destinazione quando Mussolini aveva già proclamato la Repubblica sociale sotto il controllo militare germanico. La sorveglianza “repubblichina” sul servizio postale non fu affatto immediato.
   Il 31 agosto Smith aveva proposto a Castellano che Vittorio Emanuele III si trasferisse su una nave italiana a Palermo. Gli Alleati avrebbero evacuato la capitale della Sicilia. Lì quindi poteva essere stabilita «una certa misura di sovranità italiana». Però, poiché l'isola era ormai sotto il pieno controllo degli anglo-americani all'opinione pubblica e all'estero sarebbe risultato che il Re cercava rifugio sotto tutela del vincitore. Alternando toni ruvidi a quelli concilianti, Smith aggiunse che gli Alleati avrebbero comunque ignorato la pretesa unilaterale del governo italiano di considerare Roma “città aperta”: un riconoscimento che, forti della loro superiorità aerea, non concessero mai. Benché cattolico, Smith avvertì che la Città Eterna sarebbe stata bombardata «a seconda della situazione». Badoglio predispose pertanto il trasferimento dei Reali in Sardegna. Scartato l'impiego di un aereo per molti motivi di sicurezza, tra i quali la riluttanza della regina, Badoglio ipotizzò il viaggio in nave da Civitavecchia. Sennonché la città e il suo porto furono occupati dai tedeschi, che ormai dilagavano da padroni.
   Sic stantibus rebus il maresciallo percepì che gli anglo-americani non sarebbero affatto giunti in forze sulla linea Livorno-Rimini dove, sia con la Dichiarazione di Quebec sia nei colloqui successivi, avevano lasciato intendere di volersi attestare. Ebbe sentore che lo sbarco principale stava per avvenire, come accadde, sulla costa salernitana, molto a sud di Napoli. Perciò non dette peso alla missione di Maxwell Taylor che la sera del 7 settembre si presentò a Roma con il colonnello William Gardiner per verificare la fattibilità dell'aviolancio di paracadutisti alleati: irrilevante rispetto alle forze tedesche attestate attorno alla città. Per giorni gli italiani avevano dato credito alle intenzioni ventilate dagli Alleati; e questi a loro volta sopravvalutavano la reattività degli italiani contro i germanici. Mentre incombeva l'annuncio della resa, un militare di lunga esperienza come Badoglio e i suoi stretti collaboratori ebbero chiaro che gli anglo-americani sarebbero sbarcati molto a sud della capitale, esposta quindi non a una semplice “rappresaglia” ma alla occupazione tedesca. In assenza di ormai improbabili massicci aiuti sul campo, una battaglia “in” Roma si sarebbe risolta in una catastrofe per la Città Eterna, che racchiudeva al suo interno la Città del Vaticano. Non solo. Se fosse stata ingaggiata nei suoi pressi, con senso del dovere e a prezzo di gravi sacrifici gli italiani si sarebbero battuti e avrebbero retto alcuni giorni, ma non avevano le risorse materiali e soprattutto morali per affrontare un conflitto durevole. Inoltre non avevano spazi per eventuale ritirata dinnanzi alle preponderanti forze nemiche, che oltre tutto disponevano di superiorità aerea. Non era difficile prevedere che le divisioni germaniche affluite in Italia dopo il 25 luglio per contrastare gli anglo-americani sarebbero state costrette ad arginarli dove sbarcavano: nell'Italia meridionale. Meno gli Alleati fossero avanzati, più i tedeschi avrebbero dovuto fronteggiarli là dove si sarebbero presentati. In tal modo gli anglo-americani ne avrebbero avuti altrettanti di meno sulla costa francese, bersaglio del gigantesco sbarco della tarda primavera del 1944, messo in cantiere prima ancora dell'assalto alla Sicilia. A quel punto, accantonate la Sardegna e la Sicilia, non rimaneva che indirizzarsi a sud, ma in un'area lontana dai combattimenti in corso e da quelli probabili: la Puglia.

   Per alcune ore l'8 settembre il groviglio dei rapporti tra l'Italia e gli Alleati rischiò di sfuggire di mano a chi ne reggeva i fili da Roma senza conoscere del tutto le vere intenzioni né dell'ex nemico né dell'ex alleato. Le intese raggiunte a margine della firma della resa furono sul punto di essere sconfessate dal più debole, con i rischi conseguenti.
   Alle 2 dell'8 settembre Badoglio scrisse ad Eisenhower che « dati cambiamenti e precipitare situazione esistenza forze tedesche in zona di Roma non è più possibile accettare l'armistizio immediato» (Documenti Diplomatici Italiani, DDI). Comprensibilmente irritato, alle 11:30 il comandante delle forze anglo-americane rispose da Algeri (in realtà era a Biserta) che avrebbe svergognato l'Italia agli occhi del modo pubblicando «full records of this affair». Aggiunse lapidario: «Today is X day, and I expect you to do your part». Se Badoglio si fosse tirato indietro – intimò – sarebbe stata la fine per il governo e per l'Italia. Era pronto a ordinare il massiccio bombardamento su Roma, già predisposto. Lo Stato fu sull'orlo della rovina completa.
   Alle 18:25 il segretario generale agli Esteri Renato Prunas informò il ministro Raffaele Guariglia che la radio di New York aveva comunicato che l'Italia aveva firmato l'armistizio e che tutte le truppe italiane avevano deposto le armi. In quei minuti era in corso un consulto (erroneamente narrato come “Consiglio della Corona”, organo mai esistito) tra Badoglio, Ambrosio, Guariglia, il generale Carboni, i ministri militari, quello della Real Casa duca Pietro d'Acquarone, l'aiutante di campo del Re Paolo Puntoni, il maggiore Luigi Marchesi, reduce da Cassibile e bene informato sull'orientamento degli Alleati, presente il sovrano. Carboni propose di sconfessare la resa e di continuare la guerra a fianco della Germania. Ottenne qualche consenso. Fu il maggiore Marchesi a ricondurre alla ragione. Riferì che gli Alleati avevano fotografato e filmato la firma della resa e quindi se avesse tentato il voltafaccia l'Italia avrebbe perso ogni credibilità. Il Re decise che essa andava quindi annunciata.
   Alle 19:30 Badoglio comunicò ad Eisenhower che «la [sua] proclamazione avrebbe avuto luogo come richiesto anche senza il vostro messaggio [intimidatorio, NdA], essendo per noi sufficiente l'impegno preso». Un'ora dopo l'Eiar emanò l'annuncio dell'“armistizio” per bocca di Badoglio. Lo ripeté più volte. Alle 20:20 il maresciallo indirizzò a Hitler una lunga informativa sui motivi della resa. La concluse scrivendo: «Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L'Italia ad evitare la sua totale rovina è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio.» Da tempo in sospetto ma ancora sino a poche ore prima verbalmente rassicurati che l'Italia avrebbe continuato a battersi al loro fianco, per una volta i comandi tedeschi in Italia vennero colti di sorpresa e non furono in grado di assumere subito la linea di condotta. L'annuncio fu inteso dalla maggior parte degli italiani come fine della guerra: un’interpretazione tragicamente lontana dalla realtà.
...e la partenza da Roma per la Puglia
   In poche ore Badoglio organizzò il trasferimento dei Reali, del principe ereditario, di Ambrosio, di alcuni ministri (Vittorio Emanuele III riteneva che fossero tutti avvertiti: farlo non era compito suo ma del capo del governo) e del loro ristretto seguito da Roma alla volta di Pescara. Dal ministero della Guerra (più sicuro rispetto al Quirinale ed ove tutti si erano raccolti la sera dell'8) alle 5:10 del mattino del 9 settembre la Fiat 2800 del Re uscì dal Palazzo e imboccò la via Tiburtina in direzione di Avezzano, seguita da altre vetture, con le insegne bene in vista, come documentano le fotografie pubblicate da Angelo Squarti Perla in “Le menzogne di chi scrive la storia”. Il molto celebrato e citato Peter Tompkins in “Dalle carte segrete del Duce” (Milano, il Saggiatore, 2019; 1^ ed. Milano, Tropea, 2001) asserisce che «il re e l'intero stato maggiore, macchiandosi di uno dei più vergognosi tradimenti della storia, fuggivano a Brindisi per mettersi sotto la protezione degli Alleati». In “Tagliare la corda. 9 settembre 1943. Storia di una fuga” (ed. Solferino) Marco Patricelli aggiunge sferzante: «Fu una fuga, un abbandono, non fu un allontanamento e neppure un trasferimento […] Tagliando la corda, venne reciso senza gloria e nel peggiore dei modi immaginabili il nodo che aveva legato una dinastia e un intero sistema ai destini dell’Italia.»
   Il motivo della repentina decisione è diverso: nella Puglia meridionale, meta del viaggio, non non erano già arrivati gli Alleati, né vi erano acquartierati reparti germanici. Anzi, i militari italiani stavano cacciando i tedeschi verso nord, come a Bari, ove presero il controllo del porto valorosamente guidati dal generale Nicola Bellomo. Senza aver ricevuto alcuna disposizione, a Roma i Granatieri di Sardegna dalla notte dell'8 settembre si batterono contro i tedeschi per alto senso del dovere verso la Patria, come ricorda Luigi Franceschini in “50 anni dopo”.
   Anche a giudizio di Patricelli, niente affatto indulgente nei confronti del re e del suo governo, risulta destituita di fondamento l'insinuazione di un accordo segreto tra Badoglio e il maresciallo Kesselring, che avrebbe lasciato sfilare il convoglio reale lungo la via Tiburtina in cambio del “via libera” sulla capitale. La posta in gioco, infatti, non era Roma ma lo Stato. Con la partenza dalla capitale verso un territorio nazionale libero, quale la Puglia, il Re salvò sia la continuità dello Stato, riconosciuto dalle Nazioni Unite, sia la sua immagine agli occhi degli osservatori esteri e dei tedeschi stessi. Federico II di Prussia non venne considerato né vile né fuggiasco quando lasciò Berlino per continuare a battersi contro la coalizione austro-franco-russa. Lo stesso vale per il duca Vittorio Amedeo II di Savoia che nel 1706, prima di sconfiggere i francesi di Luigi XIV grazie all'arrivo dell'armata imperiale del cugino Eugenio di Savoia, aveva lasciato Torino, assediata da mesi dal nemico. Lo documenta Alessandro Mella nell'imminente “nel nome del Re Sole”.
   In coincidenza con la proclamazione della resa, gli Alleati iniziarono lo “sbarco principale” nella piana di Salerno con forze inadeguate e rischiarono di essere rigettati in mare. Più di quarant'anni or sono lo documentò Massimo Mazzetti. Il pomeriggio del 9 settembre il Re presiedette a Pescara la breve riunione dei vertici militari che decise la partenza per la Puglia, con imbarco la sera stessa da Ortona. Alle 21:50 il comando supremo italiano informò quello alleato: «We are moving to Taranto. We shall re-establish communications tomorrow 10 September, we repeat 10 September. Greetings». Alle 16:57 del 10 Eisenhower ripose a Badoglio: «L’intero futuro ed onore dell'Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono ora pronte a fare. Se l'Italia, dal primo all'ultimo uomo, si alza ora prenderemo ogni tedesco per la gola. Vi propongo con urgenza a fare perciò un richiamo squillante a tutti gli italiani amanti della Patria.» Il presidente degli USA Roosevelt e il premier britannico Churchill lo stesso giorno si congratularono con Badoglio che l'11 assicurò da Brindisi «tutto quello che è possibile è, e sarà fatto con quello stesso spirito e con quella stessa tenacia che esplicammo insieme sui campi di battaglia d'Italia e di Francia durante la grande ultima guerra». Il 15 esortò il capo della Missione militare alleata in Italia, Noel Mason MacFarlane, a far sapere al mondo «che gli Alleati considerano ormai l'Italia come uno Stato che collabora spontaneamente sul piano militare».
In margine all'“armistizio lungo”
   Risalire la china era però un cammino ancora irto di ostacoli. Proprio perché ne ebbe cognizione diretta e gli venivano documentate le angherie degli Alleati ai danni degli italiani, il 21 settembre Vittorio Emanuele III scrisse a Roosevelt e a Giorgio VI di Gran Bretagna e Irlanda invitandoli a propiziare il suo ritorno in Roma in tempi ravvicinati: «L’esercizio del potere civile su di una notevole parte del territorio nazionale consentirebbe, fornendo una maggior scelta di uomini politici, la ricostruzione politica del Paese da completarsi col ritorno al regime parlamentare da me sempre auspicato.» Il progetto del re era dunque molto diverso da quello prevalentemente ventilato dalla narrazione e dai media a ottant'anni dagli eventi. A quel modo sarebbe anche stato contrastato efficacemente «il nuovo governo fascista, sia pure illegalmente costituito».
   Da pochi giorni, infatti, Mussolini, prelevato il 12 settembre a Campo Imperatore sul Gran Sasso da un “commando” tedesco, trasferito in Germania e riportato in Italia sotto controllo di Hitler, aveva proclamato la nascita dello Stato fascista repubblicano d'Italia, poi Repubblica sociale italiana. Rimane senza risposta l'interrogativo sulla mancata custodia dell’ex duce da parte di Badoglio. È possibile che questi fosse sicuro della sua innocuità avendo in mano la lettera scrittagli il 26 luglio da Mussolini stesso. Desideroso di ritirarsi in qualsiasi momento a Rocca delle Caminate, mentre gli dichiarò che «da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione», l'ex duce, credendo che davvero Badoglio volesse continuare la guerra (come annunciò il suo proclama), gli augurò il successo del grave compito al quale si accingeva «per ordine ed in nome di S.M. il Re, del quale durante 21 anni sono stato leale servitore, e tale rimango». Tutto ci si poteva attendere da lui tranne che proclamasse uno Stato repubblicano e il “ritorno alle origini” alla testa di un movimentismo protofascista. Però quella lettera era stata scritta quando il governo aveva dichiarato “la guerra continua”; la resa, le sue conseguenze (incluso il trasferimento da Roma al Mezzogiorno) e la sua “liberazione” per opera dei tedeschi lo avevano sciolto dall'impegno dichiarato poche ore dopo il fermo.
L'”Armistizio lungo” di Malta
   Alle 10:50 del 29 settembre nel quadrato della nave britannica “Nelson” ancorata a Malta Eisenhower e Badoglio sottoscrissero i 44 articoli del cosiddetto “armistizio lungo”, scritto in agosto contemporaneamente a quello “corto” e immutabile. Secondo quanto messo a verbale, in 65 minuti, comprensivi di una pausa per sorbire bibite, Badoglio, Ambrosio, Roatta, Sandalli e De Courten per l'Italia, Eisenhower, l'ammiraglio Cunningham e i generali Alexander, MacFarlane e John Gort, governatore di Malta, per gli anglo-americani, a margine della firma, che richiese pochi minuti, si confrontarono sulle prospettive. Il comandante in capo degli Alleati esortò Badoglio a dichiarare guerra alla Germania per tutelare i militari altrimenti passibili di fucilazione quali “partigiani”. Lo ribadì il maresciallo Alexander. Badoglio assicurò che ne avrebbe riferito al re, poiché la dichiarazione di guerra era sua prerogativa esclusiva, e, come raccomandatogli dal re, propose il rientro in Italia di Dino Grandi, suscitando perplessità dell'interlocutore, che a sua volta esortò invece ad accogliere in Italia e a valorizzare Carlo Sforza, poco gradito al sovrano per le sue decennali aspre dichiarazioni antimonarchiche, ancorché fosse Collare della SS. Annunziata e senatore del regno. Alexander aggiunse «di poter ritenere che la liberazione di Roma sarà abbastanza presto». Invece avvenne il 5 giugno1944, molti mesi dopo lo sbarco ad Anzio. Badoglio chiese anche di far parlare <o partire?> da Londra il maresciallo Giovanni Messe, già aiutante di campo del Re (e massone, anche se nessuno lo disse). Eisenhower assentì malgrado la palese contrarietà degli inglesi, di cui era prigioniero.



DIDASCALIA: Dwight David (Ike) Eisenhower (1890-1969). Comandante in capo delle forze americane e poi delle forze alleate contro la Germania, partecipò alla Conferenza di Casablanca e comandò le principali operazioni militari del 1942-1945. Comandante delle forze della Nato, candidato dai repubblicani fu presidente degli Stati Uniti d'America dal 1952 al 1960. Contrario all'impiego della bomba atomica contro il Giappone e all'attacco dello Stato di Israele contro l'Egitto (1956), propiziò il dialogo anche durante la guerra fredda. Nutrì simpatia verso l'Italia sul cui dopoguerra esercitò molta influenza.


82 anni fa
Armistizio o resa senza condizioni?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Come il vento di Giovanni Evangelista, la Storia «soffia dove vuole»

RAFFAELE
                                                          GUARIGLIA,
                                                          barone di
                                                          Vituso
                                                          (Napoli, 18
                                                          febbraio
                                                          1889-Roma, 25
                                                          aprile 1970)
                                                          entrò in
                                                          diplomazia nel
                                                          1909 e fu in
                                                          servizio in
                                                          molte capitali
                                                          (Parigi,
                                                          Londra, San
                                                          Pietroburgo,
                                                          Bruxelles),
                                                          sino al
                                                          dopoguerra,
                                                          quando prese
                                                          parte alla
                                                          “pace di
                                                          Losanna” con
                                                          l'impero
                                                          turco-ottomano
                                                          (1922-1923).
                                                          Ambasciatore a
                                                          Madrid
                                                          (1932-1935)
                                                          mirò a
                                                          influire in
                                                          senso moderato
                                                          sul governo
                                                          della
                                                          Repubblica
                                                          spagnola. Dopo
                                                          altre missioni
                                                          a Buenos Aires
                                                          e Parigi, fu
                                                          assegnato alla
                                                          Santa Sede
                                                          sino quando vi
                                                          venne nominato
                                                          ambasciatore
                                                          Galeazzo Cino
                                                          (Nella
                                                          fotografia,
                                                          Guariglia,
                                                          primo da
                                                          sinistra, in
                                                          Vaticano).
                                                          Ambasciatore
                                                          in Turchia fu
                                                          nominato
                                                          ministro degli
                                                          Esteri nel
                                                          governo
                                                          Badoglio (25
                                                          luglio), ma
                                                          giunse a Roma
                                                          solo il 30,
                                                          quando i
                                                          tedeschi
                                                          stavano
                                                          compiendo
                                                          l'operazione
                                                          “Alarico” per
                                                          prendere
                                                          l'Italia sotto
                                                          controllo
                                                          punitivo.
                                                          Nell'incontro
                                                          a Tarvisio con
                                                          il ministro
                                                          degli Esteri
                                                          germanico von
                                                          Ribbentrop
                                                          dette la
                                                          parola d'onore
                                                          che l'Italia
                                                          sarebbe
                                                          rimasta a
                                                          fianco della
                                                          Germania.  Come abbiamo ricordato lo scorso 10 agosto, su direttiva di Vittorio Emanuele III e ordine di Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, il 12 agosto 1943 il generale Giuseppe Castellano partì da Roma in treno alla volta di Lisbona per intavolare trattative armistiziali con il comando militare anglo-americano. Dopo breve sosta a Madrid (15 agosto), giunto a Lisbona il 16, finalmente la sera del 19 venne ricevuto con l'interprete Franco Montanari.  L'ampia delegazione nemica lo ricevette freddamente e gli consegnò le condizioni di  resa. L'Italia doveva accettarle senza obiezioni entro il 30 agosto. In caso contrario gli Alleati avrebbero ripreso devastanti bombardamenti a tappeto. Fornito degli strumenti per comunicare con i vincitori, il 23 Castellano prese il treno per Roma. Vi giunse il 27. Gli anglo-americani avevano acceso un lumino di speranza negli italiani con la Dichiarazione di Quebec (18 agosto.)

  Nei due giorni seguenti il rientro di Castellano il maresciallo Badoglio, capo del governo, Ambrosio, il duca Pietro d'Acquarone, ministro della Real Casa, e il generale Giacomo Carboni, comandante del corpo d'armata schierato in difesa di Roma, valutarono con lui le durissime condizioni della resa. Informato il 29 agosto dell'esito della missione a Lisbona, Vittorio Emanuele III ne colse l'aspetto fondamentale: proprio mentre imponevano la resa gli anglo-americani chiamavano a risponderne il “governo del re”. Quindi l'integrità dello Stato d'Italia era salva, quale garante della loro esecuzione. Nell'impossibilità di ribaltare il corso della storia e nell'urgenza di rompere con i tedeschi, ormai aggressivamente dilaganti nel Paese, concluse che andava sottoscritta. Fu la sua terza decisione di fondamentale importanza per le sorti dell'Italia in 36 giorni.
   Con ventiquattro ore di ritardo su quanto imposto dagli anglo-americani nell'incontro di Lisbona (dilazione sanata dall'avviso via radio del suo imminente arrivo in Sicilia), il 31 agosto Castellano partì con Montanari per l'aeroporto di Termini Imerese. Gli Alleati lo intercettarono in volo e lo scortarono. Trasferito al loro campo presso Cassibile, illustrò il “memorandum” approntato dal ministro degli Esteri Raffaele Guariglia. Come già da lui detto a Lisbona, il governo aveva bisogno che l'annuncio della resa coincidesse con un massiccio sbarco degli Alleati (almeno quindici divisioni) a Nord di Civitavecchia e con il lancio di una divisione di paracadutisti nei pressi di Roma a supporto di quelle italiane schierate a difesa della Capitale e, implicitamente, del vulnerabilissimo Stato della Città del Vaticano.
   Gli Alleati promisero l'aviolancio di 2.000 uomini e intimarono l'accettazione immediata delle condizioni di resa senza alcuna obiezione. Rientrato in serata a Roma, il 1° settembre Castellano aggiornò Badoglio, Ambrosio e Carboni. Questi dichiarò impossibile la difesa di Roma per carenza di armi, munizioni e carburante, a differenza di quanto da lui affermato in precedenza. Nel pomeriggio il Re sciolse ogni riserva. La resa era l'ineluttabile approdo del cammino intrapreso il 25 luglio. Essa avrebbe avvicinato l'Italia alla meta, lungamente agognata: tornare a fianco degli Stati che ne avevano propiziato la nascita nel 1861 e che nel 1915-1918 l'avevano avuta protagonista della Grande Guerra, vittoriosa sugli imperi centrali proprio grazie all'Italia, che per prima sfondò le linee del nemico e lo volse in fuga. Vittorio Emanuele III (come a suo tempo scritto da Luigi Federzoni) era il Re di Peschiera e di Vittorio Veneto.
   Seguirono due giorni di confusione. Il 2 settembre, sempre affiancato dal console Montanari, official italian interpreter, e accompagnato dal maggiore Luigi Marchesi, Castellano volò per la seconda volta a Termini Imerese per essere condotto al Fairfield di Cassibile. Poiché, però, si presentò senza la necessarie credenziali, dovette sollecitare ripetutamente Badoglio a ufficializzare la sua missione quale rappresentante del governo. A volte il Maresciallo appariva l'ombra di se stesso. Anche il principe Umberto di Savoia lo notò e ne rimase sfavorevolmente impressionato.

Il dialogo muto tra il Comitato antifascista e Badoglio
Sin dal 1° settembre il Comitato Centrale interpartitico antifascista era informato di quanto stava avvenendo tramite Luigi Rusca, amministratore delegato della casa editrice Mondadori, richiamato alle armi con il grado di tenente colonnello e addetto al Servizio Informazioni Militari. Era massone, secondo Paolo Cacace, che però non adduce prove. «In via del tutto confidenziale – annotò Ivanoe Bonomi nel Diario – (Rusca) mi dice che i messi (sapeva dunque non solo di Castellano, ma anche di Zanussi, di cui già abbiamo scritto NdA) inviati al quartier generale anglo-americano sono tornati con un piano concordato che prevede lo sbarco del “nemico” con la connivenza italiana e i soccorsi del “nemico” a noi appena l'alleato (cioè la Germania, NdA) ci aggredirà per punirci della nostra fellonia.»
   Per capire meglio situazione e prospettive, Bonomi chiese un colloquio con Badoglio, che però, giustamente allarmato dalla fuga di notizie implicita nelle sue domande, rimase silenzioso, «molto turbato e preoccupato». L'indomani il Comitato centrale  di liberazione nazionale (Ccln) invitò quelli locali a «mobilitare gli spiriti perché il popolo e le forze armate siano pronti a rispondere all'appello delle forze democratiche del paese, unite in salda concordia per la salvezza dell'onore e delle idealità della Patria». Senza esserne a conoscenza, il Ccln si allineò alle ipotesi avanzate dalla Dichiarazione di Quebec del 18 agosto, che prevedeva l'azione convergente del governo (e quindi delle forze armate, cioè della monarchia) e del “popolo”, soggetti di storia ancora distinti. Ma chi davvero rappresentavano il Comitato centrale e quelli locali? A distanza di oltre ottant'anni dall'estate del 1943 non si dispone di un censimento probante. I partiti, compresi comunisti, socialisti e democristiani, erano appena albeggianti.
    La Dichiarazione di Quebec aveva ignorato la Corona. La strumento di resa, invece, evocò il “capo del governo italiano”, che era nominato dal re e rispondeva a lui. Si rivolse quindi all'“Italia”, ovvero al suo “governo”, emanazione del sovrano: autorità  e potestà suprema imprescindibile. Vittorio Emanuele III e Badoglio colsero il mutamento di forma e di sostanza della linea prospettata dai vincitori. Essi dettavano i loro voleri a chi aveva il potere formale ed era quindi garante dell'esecuzione del loro diktat. Da giorni i quotidiani d'oltre Atlantico avevano cessato di appellare Vittorio Emanuele III “piccolo re idiota”. Anche gli inglesi avevano messo la sordina ai toni antisabaudi prima prevalenti. Badoglio non tardò a valersi del riconoscimento anglo-americano, in specie nei rapporti con il comitato interpartitico che mirava ad assumere rango rappresentativo nelle decisioni dello Stato. Perciò alle 11 del 4 settembre il sottosegretario alla presidenza, Pietro Baratono, telefonò a Bonomi il divieto di pubblicare l'appello approvato dal Ccln il 2. Dopo un tempestoso colloquio con Badoglio, nel pomeriggio il comitato si rassegnò a soprassedere alla pubblicazione, inopportuna dopo la firma di Cassibile, avvolta nel segreto più assoluto: uno dei pochi conservati nella lunga storia del Paese.
  In colloqui del 5 settembre Bonomi ebbe assicurazione da parte del ministro della Guerra, Antonio Sorice, che gli anglo-americani si sarebbero attestati sulla linea Volturno-Pescara. Non era quanto i più avevano sperato, ma perdurava l'illusione che sarebbero rapidamente balzati almeno a Roma. «Assolutamente muto» in merito alle domande su accordi segreti con gli Alleati, a Bonomi il ministro Sorice prospettò il timore che i tedeschi, ormai in Italia in forze massicce e presenti nella sola capitale con almeno 8-10.000 uomini, «apparentemente borghesi ma in realtà militari ben addestrati», potessero catturare il re e il governo, una sciagura messa in conto dagli Alleati. Il 7 giunse a Roma il nuovo ambasciatore della Germania, Rudolph Rahn, molto legato a Himmler, e quasi 500 bombardieri angloamericani colpirono duramente il centro di Napoli. La guerra continuava?

Alle cinque della sera...
Alle 17:15 di venerdì 3 settembre «per il Maresciallo Pietro Badoglio, capo del governo italiano» Castellano, “Generale di brigata, addetto al Comando supremo italiano”, e Walter B. Smith, maggior generale dell'esercito degli USA e capo di stato maggiore «per Dwight Eisenhower, generale dell'esercito degli USA, comandante in capo delle forze alleate» sottoscrissero le condizioni della resa (surrender) dell'Italia presentate per delega degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e nell'interesse delle Nazioni Unite”. Esse imposero il trasferimento immediato della flotta e degli aerei nelle località designate dal Comandante in capo alleato, con i dettagli di disarmo fissati da lui, la garanzia immediata del libero uso da parte degli Alleati di tutti gli aeroporti e porti navali in territorio italiano, l'immediato richiamo in Italia delle sue forze armate da ogni partecipazione nella guerra e la garanzia che il governo avrebbe impegnato tutte le sue forze per assicurare la sollecita e precisa esecuzione delle condizioni della resa.
   Oltre a imporre misure di disarmo, smobilitazione e smilitarizzazione, lo strumento di resa informò lapidariamente che il comandante in capo «stabilirà un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell'interesse militare delle Nazioni alleate». La 12^ clausola avvertì che sarebbero state trasmesse in seguito «altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario». Queste, invero, erano già state comunicate al generale Zanussi inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da parte di Castellano. Alla firma presenziarono anche Harold McMillan, ministro residente presso il Quartier generale delle Forze Alleate, Robert Murphy, rappresentante personale del presidente degli USA Franklin D. Roosevelt, tre altri ufficiali alleati e l'interprete Franco Montanari.
   La resa sancì la sconfitta militare ma salvò lo Stato, come Vittorio Emanuele III ebbe chiaro sin da quando conobbe gli esiti della “missione Castellano”. Ne fu assicurata la continuità e venne scongiurata la debellatio, sorte nel 1945 toccata alla Germania, frantumata in zone di occupazione e successivamente rimasta divisa in due sino al 1990 e in parte sottoposta al duro regime comunista filosovietico imperante anche a Berlino-est sino alla riunificazione dei tedeschi in un unico Stato. Non solo. La 2^ clausola della resa previde che l'Italia avrebbe fatto «ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite»: implicava un suo ruolo attivo a favore delle Nazioni Unite da parte dell’Italia nell'ambito della guerra in corso. Come auspicato da Castellano e antiveduto dal re, era il germe di storia ventura. L'Italia non era più “indipendente”, ma rimaneva uno Stato capace di auto-governarsi.

   A margine della firma si svolse una riunione presieduta dal generale inglese Harold Alexander, durata sino alle 7 mattutine del 4, di somma importanza ma trascurata da tante opere sull'“8 settembre”. Mentre la Dichiarazione di Quebec aveva precisato che «le condizioni di armistizio non contemplano l'assistenza attiva dell'Italia nel combattere i tedeschi», a Cassibile Alexander pragmaticamente affermò: «Più l'Italia può assistere le forze alleate contro il comune nemico più possono essere favorevoli i termini finali.» Dette quindi per scontata la collaborazione “sul terreno”. Anzi, elencò le azioni indirette e dirette che gli italiani avrebbero potuto/dovuto compiere nell'interesse comune. Non dovevano limitarsi a fornire informazioni e a compiere sabotaggi. Tra i compiti specifici indicò «l’occupazione di Roma, con l'oggetto di salvaguardare la capitale del paese, la vita di sua maestà, il governo del maresciallo Badoglio, l'arresto del movimento tedesco in Italia» e il dispiegamento di un cordone difensivo a nord di Roma per impedire ai tedeschi di mandare rinforzi verso sud. La cosa più importante a suo avviso era «paralizzare le ferrovie». Alexander e Castellano si confrontarono a lungo sui termini concreti della collaborazione. Forse nel ricordo dei Mille di Garibaldi, l'inglese si disse convinto che  «i contadini italiani armati combatterebbero bravamente la guerriglia organizzata» e domandò se «giovani leaders più arditi» li avrebbero capitanati. Non aveva percezione delle effettive condizioni politiche, militari e psicologiche degli italiani, fiaccati da tre anni di guerra, dal razionamento dei beni di consumo e desiderosi anzitutto di pace. A sua volta il commodoro britannico Royer Dick indicò le mete delle navi italiane: da La Spezia a Bona e da Taranto a Tripoli. I grandi transatlantici dovevano far rotta verso Gibilterra e da lì verso l'America. Come già convenuto con Smith, Castellano prospettò la resa delle truppe italiane disseminate nel Dodecanneso.
   Particolare attenzione fu dedicata ai tempi e ai modi della proclamazione dell'armistizio. Alexander propose che il Re e Badoglio registrassero l'annuncio della resa su disco da consegnare agli Alleati. Così, se essi (come prevedibile) fossero caduti nelle mani dei tedeschi, il capo di stato maggiore generale Ambrosio avrebbe dovuto parlare a loro nome da un’emittente italiana e diffondere le registrazioni. E' stato scritto che tra il 7 settembre e la mattina dell'8, senza alcuna spiegazione, Ambrosio fece la spola tra Roma e Torino proprio per consegnare alla sede Eiar di Torino il disco con la registrazione della dichiarazione di resa. Quanto al giorno dell'annuncio, appositamente interpellato il generale USA Rooks nulla disse. Si limitò a descriverne i modi: esso sarebbe stato comunicato da parte italiana alle 18.30 di un giorno “X”, preceduta di un quarto d'ora dal generale Eisenhower. Castellano ripeté quanto già detto a Lisbona: per gli italiani un preavviso di poche ore era del tutto insufficiente. Occorrevano parecchi giorni, affinché potessero regolarsi con i tedeschi, la cui eventuale resa agli italiani andava esclusa, mentre secondo Alexander, «non si doveva rimandare nessuna opportunità di uccidere i tedeschi». Per loro sicurezza gli anglo-americani trattennero Castellano in Sicilia. Il 5 settembre consentirono invece il rientro a Roma del maggiore Marchesi e del pilota Vassallo, ai quali Castellano affidò un messaggio per Ambrosio. Vi ipotizzò che la resa sarebbe stata ufficializzata tra il 10 e il 15 settembre, più probabilmente il 12. Ma questa era una valutazione del tutto sua.   
Che fare?
Lo stesso giorno della resa, dopo pesantissimo bombardamento aeronavale, gli anglo-americani iniziarono a sbarcare in Calabria, tra Villa San Giovanni e Reggio, lasciando intendere che da lì sarebbero avanzati verso nord. In realtà l'attacco all'estremo litorale calabro fu un diversivo rispetto a quello sulla costa salernitana, operazione minore nell'ambito della già avviata preparazione del gigantesco sbarco in Normandia programmato per la tarda primavera del 1944 e poi attuato agli ordini di Eisenhower. Consapevole di aver fatto cadere gli italiani nella trappola, il Comandante in capo anglo-americano presenziò alla resa ma non sottoscrisse lo strumento. D'altra parte Castellano era lontanissimo dall'essere suo pari grado. Definita uno “sporco affare” sotto il profilo della lealtà, l'inganno sullo sbarco principale e sulla data dell'annuncio, destinata a mettere in grave difficoltà la Corona e il governo, rientrava nell'ottica spietata della guerra. Era stata l'Italia mussoliniana a dichiararla contro gli USA nel dicembre 1941, sulla scia del Giappone e della Germania, senza alcuna probabilità di successo e contro gli interessi della vasta e influente comunità italo-americana, a lungo larga di plausi al regime mussoliniano e inorgoglita dalle sue tante imprese, come la celebre crociera atlantica capitanata da Italo Balbo.
   Rimane senza risposta la domanda fondamentale: precipitando l'Italia in gravissima crisi gli Alleati fecero l'interesse loro o avrebbero avuto maggiori vantaggi se essa avesse rotto con la Germania senza lo sbandamento dell'8-12 settembre, seguito dalla “liberazione” di Mussolini da parte dei tedeschi? Non fu la resa in sé a far deflagrare l'Italia. Furono i modi e i tempi del suo annuncio, che la presero alla gola. 
   Nell'imminenza della sua pubblicazione si svolse un conciliabolo (dalla  narrazione spacciato come “consiglio della Corona”, organo mai esistito) con la presenza di Badoglio, Ambrosio, alcuni ministri, e Carboni, focosamente contrario alla sua accettazione.  Marchesi che fece rompere gli indugi. Segnalò che gli Alleati avevano filmato la firma di Cassibile, pertanto irrevocabile. Mentre 500 bombardieri stavano per decollare e colpire Roma, molti e fondamentali interrogativi erano senza risposta. Come avrebbero reagito i tedeschi? L'annuncio della resa, fatto da Eisenhower da Radio Algeri alle 17:30 (18:30 di Roma) dell'8 settembre, cambiò tutto. Di ora in ora la situazione divenne più critica e confusa. Paolo Puntoni confidò al Diario che “soltanto la gravità del momento” lo spingeva a “non abbandonare il Re nei confronti del quale non tutti agiscono lealmente”. A giudizio del governo, condiviso dal re, non rimase che lasciare immediatamente la capitale e raggiungere  un lembo d'Italia ancora libero da anglo-americani e non occupato dai tedeschi, a differenza di Roma. “Le forze attaccanti – disse a Bonomi il maresciallo, “triste e accasciato” - sono prevalenti per numero e soprattutto per armamento. Una resistenza sarebbe vana: prolungherebbe di poco l'agonia della città e recherebbe inutili danni”.
   Come aveva insegnato Carl von Clausewitz, la ritirata nel proprio territorio non è una fuga: fa parte delle regole della guerra.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA.: RAFFAELE GUARIGLIA, barone di Vituso (Napoli, 18 febbraio 1889-Roma, 25 aprile 1970) entrò in diplomazia nel 1909  e fu in servizio in molte capitali (Parigi, Londra, San Pietroburgo, Bruxelles), sino al dopoguerra, quando prese parte alla “pace di Losanna” con l'impero turco-ottomano (1922-1923). Ambasciatore a Madrid (1932-1935) mirò a influire in senso moderato sul governo della Repubblica spagnola. Dopo altre missioni a Buenos Aires e Parigi, fu assegnato alla Santa Sede sino quando vi venne nominato ambasciatore Galeazzo Cino (Nella fotografia, Guariglia, primo da sinistra, in Vaticano).  Ambasciatore in Turchia fu nominato ministro degli Esteri nel governo Badoglio (25 luglio), ma giunse a Roma solo il 30, quando i tedeschi stavano compiendo l'operazione “Alarico” per prendere l'Italia sotto controllo punitivo. Nell'incontro  a Tarvisio con il ministro degli Esteri germanico von Ribbentrop dette la parola d'onore che l'Italia sarebbe rimasta a fianco della Germania.
  Concordò la missione di Castellano in Portogallo. Il 9 settembre 1943 rimase a Roma. Riparò nell'Ambasciata di Spagna preso la Santa Sede. Nel 1944 fu nominato ambasciatore a Parigi. A risposo su sua richiesta dopo l'avvento della Repubblica, ebbe la presidenza della Commissione per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani. Senatore per il Partito Monarchico Italiano (1954-1958) e presidente dell'Unione Monarchica Italiana, fece parte della Consulta dei Senatori del Regno voluta da Umberto II. Pubblicò un importante volume di “Ricordi, 1922-1946”, Napoli. ESI, 1949.

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80 anni fa
LUCE A OCCIDENTE?
Agosto 1943: l'Italia verso la resa
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


Giuseppe
                                                          Castellano
                                                          (Prato,
                                                          1893-Porretta
                                                          Terme, 1977)
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                                                          “Memorie” e
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                                                          L'Armistizio è
                                                          stato firmato
                                                          qui. Appunti
                                                          siracusani”,
                                                          ed. Morrone,
                                                          2023.   Perché il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III nominò capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, 28 settembre 1871 - 1° novembre 1956) anziché il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore (Torino, 28 luglio 1879-Alassio, 20 novembre 1958) o il glorioso ma anziano maresciallo Enrico Caviglia (Finale Marina, 4 maggio 1862 - 22 marzo 1945)? Al riguardo sono state ricamate molte narrazioni. Comandante supremo solo dal 1° febbraio 1943, Ambrosio era ancora poco noto in Italia e meno ancora all'estero. Secondo una spiegazioni suggestiva, il re scartò Caviglia perché si sarebbe detto che con lui “si tornava alla Massoneria”. L'affermazione è poco convincente. Caviglia era cattolico praticante e quindi, all'epoca, incompatibile con la “Setta Verde”. Benché avesse motivo di non fidarsene ciecamente, il Re optò per Badoglio. Lo sapeva apprezzato all'estero, in specie dai francesi, e non ne ignorava i contatti con gli inglesi. Secondo un documento nel 1982 pubblicato da Elena Aga Rossi, il maresciallo aveva rivelato di non ritenersi più vincolato a Casa Savoia e di essere pronto a sostituire Mussolini. Come il re intuiva, il premier britannico Winston Churchill prese nota.
   L'annuncio del nuovo governo contenne l'infelice formula “La guerra continua”, scritta da Vittorio Emanuele Orlando. La domanda assillante però era: sino a quando? Perché? Se quella in corso era una “guerra fascista”, per di più a fianco della Germania nazista, perché continuarla? Ormai il nemico era in casa, mentre il grosso dei militari italiani non era in patria ma in terre lontane o già nei campi di prigionia del nemico.
Un Castellano in cerca del Comando anglo-americano
   Tutte le fonti documentarie, la memorialistica e persino la narrativa (valgano d'esempio “Primavera di bellezza” di Beppe Fenoglio e i ricordi autobiografici di Italo Calvino che, rientrato a Sanremo dal servizio militare a Mercatale di Vernio, con alcuni amici vagheggiò la costituzione di un improbabile “movimento universitario liberale”) descrivono l'Italia dell'agosto 1943 come Paese “in sospeso”. Sottoposti a massicci bombardamenti anglo-americani sulle città più importanti (Napoli, Milano, Torino, Foggia e, per la seconda volta, anche Roma) gli italiani anelavano alla pace. Il governo si trovò tra la dura incudine delle divisioni germaniche irrompenti dal Brennero in assetto di guerra col pretesto di soccorrerlo e il pesante martello degli anglo-americani.
   Ignorando che nella conferenza di Casablanca (14-26 gennaio 1943) le Nazioni Unite avevano deciso che i vinti dovevano arrendersi “senza condizioni”, il 7 agosto Vittorio Emanuele III autorizzò l'avvio di contatti con gli “Alleati” per approdare a trattative armistiziali. Come scrisse in un'ampia relazione ad Ambrosio (datata da Algeri il 15 dicembre), tra fine luglio e inizio agosto il generale Giuseppe Castellano si offrì di raggiungere “in qualsiasi modo” Eisenhower, comandante delle forze anglo-americane, “per far conoscere le nuove intenzioni dell'Italia dopo la caduta del fascismo”, a cospetto della “già palese occupazione da parte dei tedeschi”.
   Castellano (Prato, 1893 - Porretta Terme, 1977) nel 1942 aveva coronato una brillante carriera militare con la nomina a generale di brigata, il più giovane dell'esercito italiano. Svolse un ruolo fondamentale il pomeriggio del 25 luglio, a margine del gelido colloquio tra il re e Mussolini. All'improvviso, la mattina del 12 agosto Ambrosio gli ordinò di partire il giorno stesso per Lisbona per contattare il comando anglo-americano. In un incontro fortuito con il ministro degli Esteri Raffaele Guariglia il generale percepì che questi non nutriva molta fiducia nella sua missione. Gli raccomandò solo di non farsi scoprire e di chiedere agli Alleati di sbarcare a nord di Roma per metterla al sicuro dai tedeschi. Di lunga e vasta esperienza Guariglia riteneva che le trattative dovessero rimanere riservato dominio del corpo diplomatico. Non sapeva che per gli anglo-americani la resa dell'Italia non era più una questione “politica” – e quindi diplomatica – bensì prettamente “militare”. Contrariamente a quanto si pensava a Roma, l'Italia non aveva proprio nulla da “trattare”. Doveva solo “eseguire” le condizioni che le sarebbero state dettate.
   Privo di credenziali, a parte l'invito a riceverlo scritto su un biglietto dall'ambasciatore britannico in Vaticano, Francis Osborne D'Arcy, al suo collega a Madrid, Samuel Hoare, Castellano partì con passaporto intestato a tale Raimondi, funzionario del ministero di Scambi e Valute. Poiché non conosceva una parola di inglese si valse per interprete di Franco Montanari, nipote di Badoglio e console italiano a Lisbona. Il viaggio fu avventuroso. A Genova il loro vagone rischiò di essere dirottato verso Torino, donde sarebbe proseguito in direzione Bardonecchia-Modane: una linea interrotta da bombardamenti. Per buona sorte, il treno proseguì invece verso la Costa Azzurra. Partito da Roma il 12, Castellano giunse a Madrid il 15. Profittò di una sosta di poche ore per farsi ricevere dall'ambasciatore britannico Samuel Hoare. Dal 1917 in Italia nei servizi segreti militari britannici, secondo Giovanni Fasanella (Nero di Londra, Chiarelettere, 2022) nel gennaio 1918 questi aveva ingaggiato Benito Mussolini quale informatore e agitatore politico contro giolittiani, neutralisti e socialisti. Poi esponente dei conservatori, era stato ministro degli Esteri e dell'Interno. Assegnato a Madrid, aveva concorso a dissuadere Franco da scendere in guerra a fianco di Hitler.
   Fattosi riconoscere, Castellano fu accolto con cordialità ed espose con franchezza non solo le tragiche condizioni dell'Italia ma anche l'intento di combattere i tedeschi. Era un pensiero suo, non del governo. Hoare gli dette un biglietto per il collega a Lisbona, Ronald Campbell, e gli assicurò che lo avrebbe tempestivamente informato del suo arrivo. Giunto a Lisbona alle 22 del 16 agosto, il generale cercò il contatto con l'ambasciatore britannico. Accolto con formale cortesia, ebbe la sensazione che Londra non fosse stata affatto informata della sua missione. Rimase due giorni in attesa di convocazione, tramite un messaggio firmato “du Bois”, che sarebbe stato recapitato a Montanari.
   Alle 22.30 del 19 Castellano fu finalmente ricevuto da Campbell, nel frattempo raggiunto dal generale Walter Bedell Smith, capo di stato maggiore del comando alleato ad Algeri, dall'incaricato d'affari statunitense Georg Frost Kennan e dal generale Kenneth Strong, capo dell'Intelligence Service anglo-americano: una delegazione del massimo livello, che lo salutò con un cenno del capo. Nessuna mano tesa. Il generale cercò di esporre il suo punto di vista, da comunicare al comandante supremo Dwight Eisenhower: gli italiani intendevano concorrere alla guerra contro i tedeschi. Per tutta risposta Smith lesse le condizioni della resa che l'Italia era tenuta a sottoscrivere senza obiezioni di sorta entro le 24 del 30 di agosto (il cosiddetto “armistizio breve”), pena un attacco distruttivo, e gli illustrò la Dichiarazione redatta il giorno prima da Roosevelt e Churchill nel corso della conferenza di Quebec.
   Castellano non commentò i documenti che era tenuto a recare a Roma, ma se ne fece illustrare i contenuti e perorò uno sbarco anglo-americano “nelle vicinanze di La Spezia o uno sbarco a Rimini” per costringere i tedeschi a arroccarsi nell'Italia settentrionale, “abbandonando tutta la parte centro-meridionale”. I suoi interlocutori lo ascoltarono “impassibili”. Castellano aggiunse infine che “per condurre a termine i preparativi di una effettiva collaborazione” il governo aveva bisogno che trascorressero almeno quindici giorni tra la firma della resa e il suo annuncio. Non ottenne alcun chiarimento.
   Fornito di una radio rice-trasmittente, di cifrario e di una “parola chiave” per “aprire” le comunicazioni, il 23 agosto Castellano prese il treno con Montanari alla volta di Roma. Vi giunse il 27, tre giorni prima dell'accettazione della resa. Nel timore di essere intercettato da tedeschi, nel viaggio di rientro non comunicò l'esito della missione. In mancanza di notizie  da Roma mandarono a Lisbona con missione analoga alla sua i generali Francesco Rossi e Giacomo Zanussi, già addetto militare a Berlino e quindi accolto freddamente dagli interlocutori. Ai nuovi venuti gli anglo-americani consegnarono sia lo strumento di resa già dato a Castellano sia le clausole aggiuntive (il cosiddetto “armistizio lungo”, approntato, come il “corto”, molto prima che gli italiani contattassero gli Alleati).
   Giunto nella capitale Castellano consegnò il testo della resa al comandante supremo Ambrosio, che lo comunicò a Badoglio.
   Mentre continuavano i durissimi bombardamenti “pedagogici” sulle principali città italiane (il 13 agosto Roma, poi Torino, Milano, Napoli, Foggia...), appreso che il governo Badoglio si stava avviando alla resa, il 18 agosto 1943, nel corso della conferenza a Quebec (12-24 agosto) il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill avevano scritto che «la misura nella quale le condizioni (di resa) saranno modificate in favore dell'Italia dipenderà dall'entità dell'apporto dato dal Governo e dal popolo italiano alle Nazioni Unite contro la Germania durante il resto della guerra». Accanto al governo venne evocato “il popolo”, del tutto ignaro di quanto stava avvenendo. Gli italiani avrebbero ricevuto tutto l'aiuto possibile delle Nazioni Unite ovunque avessero combattuto contro i tedeschi. Al momento dell'armistizio il governo di Roma doveva ordinare alla flotta e agli aerei di consegnarsi agli alleati. Dai porti del nord le navi dovevano recarsi «nei porti a sud della linea Venezia-Livorno». Il governo Badoglio aveva quindi motivo di ritenere che gli anglo-americani si sarebbero attestati a nord di Roma e di Firenze sulla costa occidentale e su quella romagnola a est.
La “trafila” dei “tre puntini”: realtà o fantasia?
   L'11 agosto al Comitato delle correnti antifasciste Bonomi concluse che «se si dovrà chiamare il popolo per cacciare i tedeschi dall'Italia, si dovrà farlo quando gli anglo-americani avranno messo piede in Italia, non prima. Prima si sciuperebbe lo slancio popolare e si verserebbe inutile sangue.» Al tempo stesso decise il “distacco dal governo Badoglio”, che però la pensava allo stesso modo.
   Il 12 agosto, lo stesso giorno della partenza di Castellano alla volta di Lisbona via Madrid, Bonomi lasciò Roma per una pausa ristoratrice a Santa Marinella. Il 19 rientrò nella capitale. Ricevutolo a colloquio il 20, più per sapere che per dire, Guariglia non lasciò trapelare alcunché sulla missione Castellano. Il 21 Bonomi si incontrò con Bartolomeo (Meuccio) Ruini (1877-1970) e Carlo Galli (1878-1966), appena nominato ministro della Stampa e Propaganda nel governo Badoglio. «Decidiamo di darci del tu, in ricordo dell'antica compagnanza» annotò Bonomi nel “Diario”. Di quale natura essa era?
   Per comprenderlo occorre tornare ai loro anni giovanili. Laureato in legge e avviato a prestigiosa carriera diplomatica, il 24 maggio 1905 Galli fu ricevuto apprendista massone nell'importante  loggia “Rienzi” di Roma, la stessa in cui cinque anni prima era stato affiliato Ruini, futuro presidente della Commissione dei Settantacinque che stilò la “bozza” di costituzione della Repubblica italiana. Nell'incontro del 21 agosto 1943 i due confratelli formarono con Bonomi un triangolo massonico? L'interrogativo si impone anche alla luce dell'opera di Paolo Cacace “Come muore un regime” (ed. il Mulino, 2022), ricco di riferimenti a massoni nel collasso del regime mussoliniano. Secondo lui, “a quanto pare” anche Bonomi era affiliato alla Libera muratorìa.
   È vero che il massone non è tenuto a dichiararsi pubblicamente tale mentre non deve propalare i nomi dei confratelli né i “travagli di officina”, ma Bonomi non ha mai fatto trapelare alcun cenno sulla propria iniziazione. Non solo. In risposta alla “inchiesta sulla Massoneria” condotta dall'“Idea nazionale” nel 1913, egli dichiarò che «se la Massoneria insiste a mantenersi segreta e a circondarsi di riti e di formule che oggi fanno sorridere, essa obbedisce, forse inconsciamente, a quello spirito di mistero e di ossequio superstizioso che venne diffuso e mantenuto per tanti secoli dalla Chiesa». Quanto all'“ideario” massonico precisò: «Non so, non avendovi mai appartenuto, se la Massoneria abbia una sua filosofia più incline al materialismo che allo spiritualismo, all'internazionalismo che al nazionalismo». Aggiunse: «ogni azione palese od occulta di partiti, di sette, di associazioni pubbliche o segrete nelle amministrazioni dello Stato è sempre profondamente dannosa». Era una dichiarazione veridica o per allontanare insinuazioni? Tanti asserivano che i socialisti riformisti italiani erano eterodiretti dalla “massoneria universale” (un mito comodo per molti massoni e altrettanti massonofagi) e più probabilmente dal Grande Oriente di Francia. Ne era convinto Mussolini, all'epoca socialmassimalista e deciso a espellere i massoni dal partito socialista, come deliberò il congresso di Ancona nell'aprile 1914.
   Di varie personalità politiche e militari citate da Cacace come massoni si hanno prove sicure. Ne sono invece del tutto prive quelle di Badoglio, che Cacace classifica “massone coperto”, mentre Diaz risulterebbe “in odore di massoneria”, formula che non dice nulla di concludente.
   Sicuramente massoni furono i generali Luigi Capello, Giacomo Carboni, Gustavo Pesenti e Ugo Cavallero, iniziato al GOI e poi regolarizzato nella Serenissima Gran Loggia d'Italia (GLI) lo stesso anno dell'iniziazione di Vittorio Valletta (1917). Lo furono anche l'avvocato Carlo Aphel (il cui “complotto” volto a rovesciare Mussolini è stato sopravvalutato) ed Elia Rossi Passavanti (la cui iniziazione non è citata da Cacace). Invece, contrariamente a quanto scrive Cacace, non si ha alcuna prova che siano stati massoni Marcello Soleri, i generali Giuseppe Castellano e Angelo Cerica, né il conte Giuseppe Volpi di Misurata. Tra i massoni della GLI si possono invece segnalare, documenti alla mano, Giuseppe Bottai (per breve tempo attivo nella loggia “La Forgia” di Roma, ma radiato per morosità e assenteismo) e il generale Fernando Soleti, forzatamente condotto a Campo Imperatore per garantire l'incolumità di Mussolini all'arrivo dei tedeschi capitanati da Otto Skorzeny.
   Ciò che più conta, al di là del massonismo di questo o quel gerarca o notabile, è l'assenza di un sia pur labile indizio di una rete che nel corso del tempo e, ancor più, dopo lo scioglimento delle logge (1925-1926) abbia unito in un disegno univoco i massoni delle maggiori comunità liberomuratòrie italiane e che l'immaginario piano antimussoliniano sia stato ordito da iniziati (raccolti in assemblea? informati per circolare o direttive sussurrate dall'uno all'altro orecchio?) e si sia valso di relazioni fraterne e di partecipe sostegno da parte di massonerie di altri Paesi, segnatamente di Francia, Gran Bretagna e delle grandi logge degli Stati Uniti d'America. Il Grande Oriente d'Italia costituito in Francia nel 1930 (con sede formale in Inghilterra) su impulso di Eugenio Chiesa, Giuseppe Leti, Arturo Labriola, Cipriano Facchinetti, Arturo Giannini (poi autore delle esilaranti “Memorie di un fesso”) e infiltrato da agenti dell'Ovra, chiese invano il riconoscimento da parte delle comunità massoniche raccolte nell'Associazione Massonica Internazionale (AMI), la cui storia è stata documentata da André Combes. Altrettanta indifferenza gli fu riservata dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, da molti ritenuta depositaria e dispensatrice di regolarità e legittimità.
   La genesi preminentemente massonica del “combinato disposto” Gran consiglio/iniziativa del Re è una leggenda della Repubblica sociale italiana, insufflata da uno spretato massonofago, da decenni incline a vedere ovunque la regìa occulta dei Figli della Vedova, già editore in Italia del famigerato “Protocollo dei Savi Anziani di Sion”.
   Per cercare di ridimensionare Mussolini e salvare se stessi anche i gerarchi partecipi al Gran consiglio del 24-25 luglio non avevano bisogno dell'assistenza del Baphomet. Pr capire il dramma in corso bastavano le notizie sull'avanzata degli anglo-americani in Sicilia e la tardiva cognizione dell’enormità degli errori commessi da Mussolini sin dalla guerra d'Etiopia, soprattutto dal 1938 in poi e infine con le dichiarazioni di guerra all'URSS e, non bastasse, agli USA: una potenza che non attendeva altro per entrare nel Mediterraneo a spese non solo delle ambizioni tardonazionalistiche del fascismo ma anche di Francia e Gran Bretagna, il declino dei cui imperi coloniali datò dalla nuova guerra dei trent'anni (1914-1945).
La solitudine del Re
Come già osservato, per una prima conclusione, si può dire che protagonista della svolta del luglio 1943 fu Vittorio Emanuele III. Egli si valse di militari ligi al giuramento di fedeltà al re, l'unico che erano tenuti a pronunciare. Anche per quel motivol con delusione di Castellano gli anglo-americani ostacolarono la riorganizzazione delle forze armate regie e isolarono il Re, con la connivenza dei cattolici, che vi vedevano il nipote dello scomunicato Vittorio Emanuele II, debellatore dello Stato pontificio, e di tanti “liberali” che sorsero a pretenderne l'immediata abdicazione, la rinuncia di Umberto alla successione e il passaggio della corona a Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un reggente, che sarebbe stato nominato chissà come, perché a norma dello Statuto doveva essere designato dal Parlamento. Ma la Camera dei deputati non esisteva più e il Senato era nell'impossibilità di radunarsi. L'Italia era in regime istituzionale provvisorio. Al tempo stesso va ricordata l'ostilità verso la monarchia di molti democratici del lavoro, anche dai trascorsi massonici. Infine, nel dicembre 1943 Nicolò Carandini dichiarò a Bonomi che i liberali volevano «una monarchia pulita e non un cencio sporco come è l'attuale sovrano».
   In quelle condizioni venne subìta la resa, evento che merita analitica trattazione.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA. Giuseppe Castellano (Prato, 1893-Porretta Terme, 1977) in abito civile alla firma della resa. Militare valoroso, a riposo dal 1947 pubblicò “Memorie” e diresse una catena di alberghi. Sulla firma della resa v. Rosanna Romanisio Amerio, “3 settembre 1943. L'Armistizio è stato firmato qui. Appunti siracusani”, ed. Morrone, 2023.


FU VITTORIO EMANUELE III
A DEMOLIRE IL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 agosto 2025 pagg. 1 e 7.


DIDASCALIA:
                                                          Pietro
                                                          Badoglio
                                                          (Grazzano
                                                          Monferrato,
                                                          dal 1939
                                                          Grazzano
                                                          Badoglio,
                                                          Asti, 28
                                                          settembre
                                                          1871-ivi, 1°
                                                          novembre
                                                          1956), con
                                                          amici di
                                                          Grazzano
                                                          (secondo da
                                                          sinistra).
                                                          Senatore,
                                                          marchese del
                                                          Sabotino, duca
                                                          di Addis
                                                          Abeba,
                                                          maresciallo
                                                          d'Italia, capo
                                                          di due governi
                                                          (26 luglio
                                                          1943-22 aprile
                                                          1944 e 22
                                                          aprile-18
                                                          giugno 1944) è
                                                          tra i
                                                          protagonisti
                                                          più discussi
                                                          della storia.
                                                          Gli subentrò
                                                          Ivanoe Bonomi
                                                          (due governi:
                                                          18 giugno-12
                                                          dicembre 1944
                                                          e 12 dicembre
                                                          1944-21 giugno
                                                          1945). Dopo
                                                          Alfonso La
                                                          Marmora,
                                                          Federico
                                                          Menabrea e
                                                          Luigi Pelloux
                                                          fu il quarto
                                                          militare
                                                          incaricato di
                                                          presiedere il
                                                          governo del
                                                          Regno
                                                          d'Italia.25-27 luglio 1943: la “svolta”
È scivolato via l'anniversario dei due giorni che a fine luglio 1943 cambiarono la storia d'Italia. Meritano memoria, senza indulgere a dietrologie né alla sopravvalutazione di “informatori”, “servizi segreti” e fantasiosi “complotti” orditi da forze occulte. La maggior parte delle narrazioni, anche quelle lambiccate, si sostanzia nel silenzio sui “fatti”. La verità è che il 25 luglio Vittorio Emanuele III usò i poteri della Corona. Fu un “coup de Majesté”. Revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con Pietro Badoglio. Due giorni dopo, il nuovo governo, composto da militari e da “tecnici”, azzerò il partito nazionale fascista e tutti i suoi istituti. Era la premessa necessaria per chiedere l'“armistizio” alle Nazioni Unite.
   Il Re mise in atto un progetto coltivato da mesi, preparato nei dettagli e anticipato di un giorno per la richiesta di colloquio da parte di Mussolini, che aveva fretta di verificare le possibili conseguenze dell'ordine del giorno approvato dal Gran consiglio del fascismo nella notte fra il 24 e il 25. I gerarchi chiesero che il re esercitasse i poteri statutari e assumesse il comando effettivo delle Forze armate. Vittorio Emanuele III aveva deciso da tempo, come provano l'immediata nomina del nuovo governo e le misure che questo assunse il 27 luglio e il 5 agosto. Come documenta Aldo G. Ricci nel vol. I dei “Verbali del governo Badoglio” (ed. Presidenza del Consiglio dei Ministri 1994), il resoconto delle sedute è andato perduto, però disponiamo dei loro “ordini del giorno” e dei decreti-legge varati per l'attuazione. Al netto degli errori (anche gravi) istituzionali e politici, le decisioni del 25-27 luglio presuppongono una lunga preparazione, compresa la valutazione di tutte le possibili conseguenze sull'ordine pubblico.

Né “congiura” né “colpo di Stato”
Il pomeriggio del 25 luglio 1943 il sovrano fece quanto previsto dall'articolo 65 dello Statuto: «Il Re nomina e revoca i suoi ministri.» A differenza di quanto poi asserito dal duce e viene ripetuto ancora oggi, il “cambio” non fu né “complotto” né “colpo di Stato”. Nell’avvicendamento, da tempo in preparazione e ignoto solo a Mussolini, che credeva di sapere tutto ma veniva intercettato anche mentre parlava con Claretta Petacci, Vittorio Emanuele III prese le precauzioni dettate dalle emergenze. Mussolini non era solo capo del governo ma anche duce del partito unico, affiancato dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Bisognava scongiurare il rischio di reazioni scomposte. Il PNF aveva quasi tre milioni di iscritti. Alleata della Germania, l'Italia aveva gran parte dei propri militari “oltre i confini”, mentre dall'arco alpino alla Sicilia i tedeschi (sia indivisionati, sia “sfusi”) erano numerosi, bene armati e motivati. Infine lo sbarco anglo-americano in Sicilia (10 luglio), la netta superiorità dell'aviazione nemica e i suoi pesanti bombardamenti anche su Roma (19 luglio) costringevano alla resa. In via preliminare occorreva dunque un cambio del regime politico, atteso dalle Nazioni Unite, divergenti nelle strategie ma concordi nella decisione di mettere fuori combattimento l'“Italia fascista”. L'avanzata anglo-americana in Sicilia, come un tocco contro l'ampolla, fece precipitare la soluzione da mesi in sospensione. Ma il sospeso era torbido e il soluto non risultò affatto cristallino.
   Il 25 luglio l'unica certezza rimase la Corona, garante dello Stato.

I senatori per un cambio di passo
La “narrazione” identifica la “caduta di Mussolini” (e/o del fascismo) con il voto del Gran consiglio del fascismo che poco dopo le 2 del mattino del 25 luglio 1943, a maggioranza, «invitò il Governo a pregare la Maestà del Re affinché Egli voglia assumere con l'effettivo comando delle forze armate quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono» (v. Box). In realtà la famosa “seduta” fu approdo di uno dei rivoli carsici che facevano emergere un'Italia alternativa al regime di partito unico, da tempo fallito. Un’iniziativa poco nota e tuttavia significativa fu la richiesta rivolta il 22 luglio da sessantatré senatori al presidente Giacomo Suardo di convocare la Camera Alta in seduta plenaria, «data la gravità della situazione», nell'auspicio che «Governo e Popolo si stringano unanimi intorno alla sacra Persona della maestà del Re Imperatore nel proposito incrollabile di resistere ad ogni costo». Quei “patres” chiamarono in causa il “Popolo”. Dettero un’indicazione politica. Tra i firmatari, «tutti presenti in Roma», figurano esponenti della tradizione liberal-nazionale del Senato. È verosimile che la richiesta sarebbe stata sottoscritta anche da Agnelli, Falck, Burgo, Pirelli, Volpi e da un lungo elenco di militari, diplomatici, magistrati, accademici e senatori “per censo”, se anch’essi si fossero trovati nella capitale in quel momento. Sin dal lontano 1924 Vittorio Emanuele III attendeva che una Camera gli fornisse l'appiglio per intervenire da Re costituzionale. I senatori finalmente si mossero. Per l'incalzare degli eventi la richiesta rimase inevasa. Affinché ne restasse traccia per la storia, il Grande Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, nominato in successione a Suardo il 27 luglio, tre giorni dopo propose al “Cavaliere Duca Don Pietro Badoglio” di renderla pubblica. Il 3 agosto il Maresciallo rispose che «data la mutata situazione politica ed il tempo ormai trascorso» non era opportuno. Tuttavia sarebbe stato meglio farla conoscere per evidenziare la differenza tra il Senato e la Camera “dei fasci e delle corporazioni”.
La Massoneria ebbe un ruolo nelle trame del 25 luglio?
Oltre a quella dei gerarchi, che volevano mettersi le spalle al sicuro, in prossimità del 25 luglio si affacciò una seconda trafila. Ne fu esponente un personaggio pressoché sconosciuto: Domenico Maiocco (Cuorgnè, Torino, 13 giugno 1893-Roma, 17 maggio 1969). Laureato ventunenne in giurisprudenza a Torino, ufficiale nella Grande Guerra, iniziato massone nella loggia “Vita Nova” di Alessandria il 2 maggio 1923, dopo la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge da parte del Pnf, impiegato all'Istituto nazionale della previdenza sociale, nel 1936 Maiocco fu condannato al confino di polizia perché «socialista, antifascista e massone». Dopo varie traversie, il 7 giugno 1943 fu eletto gran maestro della Massoneria Italiana Unificata (MIU) sorta a marzo con l'obiettivo di superare le antiche divisioni tra Grande Oriente e Gran Loggia d'Italia. Volle dimostrare ai “fratelli” anglo-americani che in Italia esisteva un Ordine liberomuratòrio “regolare”, fedele al Capo dello Stato, come sin dalle origini accadeva in Gran Bretagna e negli USA, i cui “padri fondatori” erano stati tutti massoni, a cominciare da George Washington. Quali “contatti” e quale ruolo effettivo ebbe la MIU? Maiocco contava su “fratelli” leali nei confronti della monarchia, su esponenti del caleidoscopico mondo delle chiese evangeliche e riformate e su massoni italo-americani (Franck Bellini, Charles Fama...), convinti che la rinascita delle logge avrebbe drasticamente ridimensionato il predominio della Chiesa cattolica dopo il Concordato dell'11 febbraio 1929. Lo pensava anche John H. Cowles, “numero uno” del Rito scozzese antico e accettato, che nel dopoguerra ottenne da Alcide De Gasperi la libertà della massoneria in Italia.
   Tra i suoi referenti Maiocco aveva Tito Signorelli, pastore metodista, Dunstano Cancellieri, fondatore del Centro ermetico universale romano, e Placido Martini, arrestato, torturato e infine assassinato con altri venti massoni alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Sulla vera o presunta iniziazione massonica di gerarchi e di “prominenti” dell'antifascismo e dell'affarismo molto ha scritto Paolo Cacace in “Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio” (ed. il Mulino). Studioso di talento, Cacace perlustra la tela dei “figli della Vedova” tra i quali include personaggi la cui appartenenza alle logge non è affatto documentata. È il caso di Ivanoe Bonomi, Marcello Soleri, Pietro Badoglio, Raffaele Mattioli («molti sospetti, anche se non vi sono elementi probanti») e persino di Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, che bene conosceva Maiocco ma non aveva nulla da spartire con il massonismo. In “odore di loggia” (formula insinuante ma storiograficamente irrilevante), secondo lui andrebbero contati anche Vittorio Emanuele Orlando, il ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, e il Re stesso. Fantasie. Cacace osserva che «prove inconfutabili allo stato attuale non esistono». E allora? Insistervi allontana dalle poche certezze acquisite. Tra queste vi è che prima della seduta del Gran Consiglio Maiocco, lo «sconosciuto messaggero del colpo di Stato», fece pervenire al Re l'ordine del giorno Grandi-Bottai, come ha scritto il suo biografo Antonino Zarcone (Annales, 2015). Una prova attendibile? C'è.
   Il ruolo di Maiocco è narrato da Ivanoe Bonomi nel “Diario di un anno: 2 giugno 1943-10 giugno 1944”. Ministro della Guerra nell'ultimo governo Giolitti (1920-1921), suo successore alla presidenza del Consiglio, rimasto ai margini della politica militante dopo la mancata rielezione nel 1924, Bonomi fu, come scrive egli stesso, «nella fortunata condizione di poter assumere la funzione di promotore e di guida» dei partiti e dei movimenti antifascisti, i cui esponenti frequentavano la sua abitazione romana in Piazza della Libertà 4. Non davano nell'occhio, eppure non erano “illustri ignoti”: i liberali Alessandro Casati, Alberto Bergamini (a contatto con il comunista Concetto Marchesi, biografato da Luciano Canfora, che a sua volta fa intravvedere che anche il celebre classicista fu raggiunto da un raggio della “Vera Luce”), i democratici Meuccio Ruini (sicuramente massone) e Pietro Tomasi della Torretta, i democristiani Alcide De Gasperi e Giuseppe Spataro, i socialisti Romita e Vernocchi. Quel comitato informale ipotizzò in primo tempo un governo militare di breve durata, da sostituire con un esecutivo “politico”. Il 14 luglio Bonomi propose a Badoglio di assumere la presidenza di un governo di cui egli stesso sarebbe stato vicepresidente: preludio a un ministero «con uomini politici delle diverse correnti dell'antifascismo: liberali, democratici, cattolici, azionisti, comunisti e socialisti». Bonomi avrebbe indicato i ministri politici, Badoglio quelli militari.
   Alle 17 del 24 luglio, proprio mentre iniziava la seduta del Gran consiglio, Bonomi (come scrive nel Diario) aprì la porta al «noto antifascista, il dottor Domenico Maiocco, piemontese, che è in molta intimità con il quadrumviro De Vecchi». Questi gli avrebbe detto che «nella mattinata Grandi e Federzoni lo avevano persuaso a firmare un ordine del giorno inteso a restituire al re tutte le sue prerogative, invitandolo nel contempo a farne uso per allontanare Mussolini. Il De Vecchi si sarebbe mostrato sicuro della vittoria ed avrebbe preconizzato, come conseguenza del voto, il ritiro di Mussolini e l'incarico ai presentatori dell'ordine del giorno di costituire un Governo nuovo». Questo «avrebbe fatto appello alla concordia nazionale, invitando i maggiori uomini dell'opposizione a dare la loro collaborazione. Il De Vecchi non si sarebbe fatta alcuna illusione sulla mia risposta, pure desiderava di farmi sapere preventivamente che mi sarebbe stato rivolto un invito amichevole». Nel Diario Bonomi scrisse di aver risposto a Maiocco che quanto da lui riferito gli «pareva un romanzo». L'ipotesi «di un governo Grandi-Federzoni-De Vecchi liquidatore del fascismo mussoliniano era sogno di menti oscurate».
   Esaminate le diverse prospettive del più che probabile governo Badoglio, appena appreso della revoca di Mussolini il comitato antifascista condivise il parere, non proprio eroico, di De Gasperi: liquidato il duce, era necessaria la richiesta di armistizio agli anglo-americani. Associarsi al governo comportava di condividere il passivo della resa. A suo avviso, questa doveva ricadere solo sul Re: capro espiatorio. Di lì la previsione di un «dissidio insanabile fra le aspirazioni del paese e la volontà della Corona».

La “defascistizzazione” fu opera del Re e di Badoglio
Il 27 luglio Bonomi presiedette due riunioni dei sei partiti antifascisti che “agit[arono] molti problemi senza prendere conclusioni concrete”, andò a colloquio con Badoglio e ne trasse «una buona impressione». Il Maresciallo non aveva perso tempo. Lo stesso giorno Badoglio fece il necessario, senza attendere suggerimenti dei partiti appena albeggianti. I regi decreti-legge del 27 luglio, pubblicati nella “Gazzetta Ufficiale” il 2 agosto, vanno ricordati: «soppressione [sic] del Partito nazionale fascista, del Gran consiglio del fascismo e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato; divieto di fabbricazione e uso di bandiere e emblemi di associazioni e partiti politici (non tradotto in decreto legge); abrogazione delle norme contenenti limitazioni in dipendenza dello stato di celibe; controllo della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale; conferma dello stato di guerra; movimento di prefetti (collocamento a riposo o a disposizione di quelli nominati per meriti fascisti) e altre misure urgenti per i ministeri di Guerra, Marina e Aeronautica.»
   In 48 ore il governo Badoglio varò la “defascistizzazione” dell’Italia. Deliberò anche lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni, istituita con la legge 19 gennaio1939, n. 129: una decisione apparentemente “dovuta” ma al tempo stesso incauta. Lo evidenziò lo schema di decreto legislativo preparato per la seduta del 9 settembre (che però non ebbe luogo, come ricorda Ricci) e non fu più ripresentato. Esso ammise che «la chiusura della XXX legislatura e la carenza di uno dei due rami del Parlamento», derivante dallo scioglimento della Camera elettiva, «rendono impossibile, per ora, l'esercizio della funzione legislativa da parte del Senato e, d'altra parte, la ripresa dei lavori parlamentari non potrà non essere preceduta dalla emanazione di nuove norme intese a disciplinare anche la materia suddetta». Il governo avocò il potere di legiferare “per causa di guerra” anche in circostanze e per materie nelle quali «la causa di guerra non influisce menomamente».
   La sospensione del Parlamento sovraespose la Corona, chiamata ad affrontare la seconda e non meno impegnativa partita dell'estate 1943: uscire dal conflitto mentre, con il pretesto di soccorrerla, altre divisioni germaniche vi irrompevano in assetto di guerra. Ignara delle decisioni politiche e militari assunte dalle Nazioni Unite molti mesi prima dello sbarco in Sicilia, l'Italia post-fascista riteneva di poter avviare trattative armistiziali e di avere diritto a riconoscimenti commisurati al suo sostegno alla guerra contro la Germania, come prospettato dall’ambigua Dichiarazione di Quebec del 18 agosto 1943. Invece l'Italia cozzò con l'imposizione della “resa senza condizioni”, decisa nella conferenza di Casablanca (14-26 gennaio), il cui peso venne scaricato sulle spalle di Vittorio Emanuele III, come rumorosamente chiesto dall'ala anti-monarchica più intransigente del comitato interpartitico presieduto da Bonomi. Cominciò ad affiorare l'intimazione di immediata abdicazione del sovrano. Essa divenne assordante dopo l'annuncio dell'“armistizio” e il trasferimento del Re e del governo da Roma a Brindisi il 9 settembre: evento che merita l'esame obiettivo tuttora eluso dai “media” e dalla generalità degli “storici”.

Aldo A. Mola

QUEL CHE DICE E QUEL CHE NON DICE
L'ORDINE DEL GIORNO GRANDI-BOTTAI-FEDERZONI
L'ordine del giorno approvato da 19 Consiglieri sui 28 presenti alle 2:20 del 25 luglio 1943 recita: «Il Gran Consiglio del Fascismo […] esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra: proclama il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza e la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano; afferma la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest'ora grave e decisiva per i destini della Nazione; dichiara che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali; invita il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché egli voglia per la salvezza e l'onore della Patria assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre Istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.
   Dunque i gerarchi non proposero affatto la revoca e la sostituzione di Mussolini da capo del governo, né la formazione di un nuovo governo, né la demolizione del regime di partito unico, né, meno ancora, l'armistizio separato. Proposero invece di “attribuire” alla Corona, al Gran consiglio (cioè a se stessi), al governo (così com'era: zeppo di mediocri esponenti del Partito fascista) e al parlamento (con la “Camera dei fasci” dal 1939 “nominati” anziché “eletti”) l'esercizio delle loro competenze.
   Essi invitarono altresì il Re ad assumere l'effettivo comando delle forze armate, mai personalmente esercitato da alcun sovrano. Nel 1940 lo volle Mussolini, capo del governo e titolare dei tre ministeri militari. Perciò il duce, convinto che dopo l’ordine del giorno non fosse cambiato nulla di sostanziale, chiese udienza a Vittorio Emanuele III. Ma il sovrano, che aveva già deciso prima della riunione del Gran Consiglio, lo fece “fermare” (non “arrestare”). La sera stessa Mussolini dichiarò per scritto di essere pronto a collaborare con il nuovo governo.

A.A.M.

DIDASCALIA: Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato, dal 1939 Grazzano Badoglio, Asti, 28 settembre 1871-ivi, 1° novembre 1956), con amici di Grazzano (secondo da sinistra). Senatore, marchese del Sabotino, duca di Addis Abeba, maresciallo d'Italia, capo di due governi (26 luglio 1943-22 aprile 1944 e 22 aprile-18 giugno 1944) è tra i protagonisti più discussi della storia. Gli subentrò Ivanoe Bonomi (due governi: 18 giugno-12 dicembre 1944 e 12 dicembre 1944-21 giugno 1945). Dopo Alfonso La Marmora, Federico Menabrea e Luigi Pelloux fu il quarto militare incaricato di presiedere il governo del Regno d'Italia.


NAPOLEONE COLAJANNI
DEMOCRAZIA E MASSONERIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 luglio 2025 pagg. 1 e 7.

“Libero massone, in libera loggia”
DIDASCALIA:
                                                          Napoleone
                                                          Colajanni.
                                                          Nella Premessa
                                                          al volume
                                                          “Note
                                                          autobiografiche
                                                          e
                                                          considerazioni
                                                          politiche” di
                                                          Napoleone
                                                          Colajanni,
                                                          Antologia
                                                          curata da
                                                          Francesco
                                                          Luigi Oddo per
                                                          le edizioni
                                                          BastogiLibri
                                                          (Roma), il
                                                          prof. Antonino
                                                          Tobia,
                                                          presidente
                                                          della Libera
                                                          Università di
                                                          Trapani “Tito
                                                          Marrone”,
                                                          validamente
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                                                          Vitrano,
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                                                          Albo d'Oro,
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                                                          sono onorati
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                                                          lezione. Tra i
                                                          molti spiccano
                                                          Antonio
                                                          Baldassarre,
                                                          già presidente
                                                          della Corte
                                                          costituzionale,
                                                          Ugo Intini,
                                                          Domenico
                                                          Mogavero, i
                                                          vescovi di
                                                          Trapani e di
                                                          Mazara del
                                                          Vallo,
                                                          Marziano
                                                          Pagella,
                                                          storico
                                                          dell'architettura,
                                                          il magistrato
                                                          Pietro
                                                          Pellegrino,
                                                          Paolo Ricca
                                                          dell'Università
                                                          Valdese di
                                                          Roma,
                                                          l'archeologo
                                                          piemontese
                                                          Dario Seglie,
                                                          l'antropologo
                                                          senese Vinicio
                                                          Serino,
                                                          l'arpista
                                                          Elena Zaniboni
                                                          e il senatore
                                                          Valerio
                                                          Zanone: una
                                                          “catena di
                                                          unione”
                                                          ispirata dallo
                                                          spirito civile
                                                          di Napoleone
                                                          Colajanni.   Napoleone Colajanni (Castrogiovanni, dal 1927 tornata Enna, come nell'antichità, 28 aprile 1847-2 settembre 1921) è stato tra i politici più importanti della Nuova Italia. Repubblicano senza fanatismi, socialista al di fuori degli schemi, meridionalista libero da paraocchi, è al centro dell'attenzione storiografica. Giunge ora in libreria un'ampia antologia di suoi articoli e saggi, curata dal professor Francesco Luigi Oddo e pubblicata da BastogiLibri (Roma) per iniziativa della Libera Università “Tito Marrone” di Trapani, presieduta dal professor Antonino Tobia e animata da Vincenzo Vitrano. L'opera non è un generico invito a riscoprire uno dei principali protagonisti della lotta politica per l'avvento e il consolidamento dell'unità d'Italia, ma, forte di introduzioni e di un accurato apparato critico, conferma l’attualità della sua figura.
   Il volume documenta che, più di un secolo dopo la morte, Colajanni parla dei problemi odierni dell'Italia e di una “Europa” ancora “in fieri”, alle prese con guerre, in corso e potenziali, alleanze difensive fragili, a geometria variabile, fatte di accordi palesi e di clausole ignote alla generalità dei cittadini. Ai suoi tempi le grandi “questioni” del pianeta erano affrontate e risolte nello steccato dei rapporti niente affatto lineari tra gli Stati europei, gli altri continenti e i loro popoli. Cent'anni dopo, la geografia continua a dettare la storia. I principi etici e giuridici di allora incalzano pressoché invariati, in attesa di soluzioni sempre meno probabili per l'assenza di istituzioni sovrastatuali universalmente accettate: in passato lo furono la Corte dell'Aja e la Società delle Nazioni, da ottanta anni lo sono l'ONU e, di seguito, i Tribunali internazionali.
   La differenza netta tra l'atlante geo-politico di riferimento di Colajanni e il presente sta nel fatto che fra Otto e Novecento l'“Europa” andava dall'Atlantico a Vladivostok, mentre ora si sfalda sull'incerto “limes” tra la Germania e la Federazione delle repubbliche russa. Al tempo suo non esistevano né Polonia né Ucraina, né, meno ancora, gli staterelli baltici. Il Vecchio Continente si affacciava, all’epoca, su un Mediterraneo quasi completamente controllato dalle grandi potenze continentali, nell'ormai manifesto declino dell'impero turco-ottomano, il “grande malato d'Oriente”. L'Europa odierna, invece, vede in atto vari conflitti armati, dalla Libia al Vicino Oriente. È un bacino solcato da flotte navali e aeree di Stati extraeuropei, in allarme perpetuo. Inoltre, a differenza di quanto oggi accade, le relazioni tra gli Stati dell'Europa centro-occidentale e l'altra sponda dell'Atlantico ai tempi di Colajanni non avevano quale referente pressoché esclusivo o quanto meno prevalente gli Stati Uniti d'America o l'America Settentrionale, ma le “tre Americhe”, con molta attenzione per quella Centrale, mentre si stava lavorando ad aprire il Canale di Panama. All'epoca tale tripartizione era nettamente configurata. Di quei “mondi” Colajanni aveva cognizione personale e indiretta, continuamente aggiornata sia attraverso la lettura sistematica di riviste e quotidiani d'Oltralpe e d'oltre Oceano, sia tramite quanto se ne apprendeva dalla viva voce e dal carteggio della moltitudine dei migranti. I decenni centrali del suo magistero politico, va ricordato, coincisero con la “grande migrazione” che, iniziata dalle regioni settentrionali, investì il Mezzogiorno, soprattutto dopo che Roma si era vista precludere l'approdo in Tunisia, ritenuto “naturale” sino a quando, nel 1882, Parigi impose il suo protettorato al bey di Tunisi.


 
  Tra gli aspetti meno noti della vita di Colajanni vi è il suo rapporto con la Massoneria. Massimo Ganci, storico rigoroso e competente, non ne fa alcun cenno nel “Dizionario biografico degli italiani”, se non col rinvio, in biliografia, a una nota Storia della Massoneria in Italia” (Bompiani, 1976). Il profilo pubblicato nel “Dizionario del movimento operaio e socialista” lo ignora. Ne scrive, invece, Francesco Renda nell'ampio profilo di Colajanni per “Il Parlamento Italiano”,vol. VII, 1902-1908, (Nuova CEI, Milano, 1990). A suo ponderato avviso, i contrasti sul sistema bancario dell'ultimo decennio dell'Ottocento tra Colajanni, Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni da un canto e Giovanni Giolitti e, ancor più, Francesco Crispi dall'altro, come poi tra Colajanni lui e Antonio Starrabba di Rudinì, vanno campeggiati anche nell'ambito del compagnonaggio massonico, intessuto di dissensi e conflitti assai più che di fratellanza.
   In “La massoneria nel parlamento. Primo Novecento e fascismo” Luca Irwin Fragale osserva che «non è poi sufficiente il telegramma del Gran Maestro Torrigiani al prof. Emanuele Cecconi in occasione della morte di Napoleone Colajanni [1921, NdA] per attestare l'appartenenza di quest'ultimo al GOI, altrove affermata». Invece l'appartenenza di Colajanni alla Massoneria è assolutamente certa, così come sono provati i suoi continui contatti con eminenti “fratelli” del suo tempo. Abbiamo alcuni punti fermi. In effetti (ma è un “caso” relativamente comune, data la dispersione degli archivi di logge che nascevano e morivano), non vi è traccia della sua iniziazione né della sua asserita affiliazione alla loggia “I figli dell'Etna”
   Però si può affermare con assoluta certezza la sua appartenenza al Grande Oriente d'Italia (GOI). Essa è documentata dalla lettera di “vivace polemica” che nel 1877 Ulisse Bacci indirizzò al “F∴ Colajanni” dalle colonne della “Rivista della Massoneria italiana”, di cui era direttore e proprietario. Ribaditi i “vincoli di fraterna amicizia”, Bacci lo invitò a non rinvangare il passato («non andiamo a vedere chi abbia maggiormente contribuito all'unione del 1872, e neanche chi abbia scritto nel 1877 con maggior vivacità, ma stringiamoci da fratelli la mano, e “viribus unitis” scendiamo a combattere il comune avversario». Bacci aggiunse di averlo ritenuto «sempre Massone convinto e sincero». Perciò sarebbe stato «lietissimo di potergli stringere la destra in Roma, e di mostrargli coi fatti la “sua” stima e la “sua” fraterna affezione». «Veda dunque il F∴ Colajanni – aggiunse – che non vi è bisogno di uscire dal Tempio; ma vi è invece necessità di restarvi per impedire che c'entrino coloro che ne sono indegnissimi.» L'uso appropriato del cifrario massonico da parte di Bacci dissipa ogni dubbio. L'invito a non uscire dal Tempio chiude il cerchio.

 La Massoneria? Un gran disordine e un gran tramestio.
  Nel “Libro del Massone italiano”, troppo a lungo sottovalutato, Bacci ricordò gli eventi del 1872 e del 1877 richiamati nella lettera a Colajanni. L’Assemblea Costituente massonica romana del 1872, dopo «discussioni assai scomposte e qualche volta tumultuose», accorpò nel GOI «vari gruppi esistenti fino allora», ovvero i “comitati” di Napoli, Bari, Palermo e le “logge dissidenti”, capeggiate dal mazziniano Federico Campanella. A frenare l'unità effettiva dell'Ordine liberomuratòrio in Italia concorsero le distinzioni dei massoni del GOI in tre diversi riti: (simbolico, “francese” di sette gradi, che risultava il più noto e praticato, e il Rito scozzese antico e accettato di 33 gradi) mentre il Supremo consiglio di Washington riconosceva quello sedente in Torino e si moltiplicavano gruppi massonici indipendenti, come la “Sicilia”. «Insomma – osservò Bacci, carte alla mano – un gran disordine e un gran tramestio.»
   Dopo l'ascesa della Sinistra al governo (marzo 1876) il rovello all'interno delle file massoniche italiane divenne ancora più lacerante. Esso nasceva dalla ricerca di “equilibri più avanzati”, perché la Massoneria aveva molti esponenti al governo del Paese e, quindi, al fianco della Corona (Agostino Depretis, Giovanni Nicotera, Alfredo Baccarini, Michele Coppino...). Però l'Ordine non rinunciava a contare al proprio interno mazziniani, garibaldini, radicali, federalisti e simpatizzanti per l'Internazionale protosocialista. Conciliava responsabilità nel presente e proiezione verso un futuro indeterminato nei tempi di realizzazione ma non indefinito negli obiettivi. A complicare il quadro concorreva il rapporto tra la Massoneria e il “Libero Pensiero”, una corrente carsica che, per influenza francese, percorse il Paese dagli Anni Sessanta a inizio Novecento. Erano inevitabilmente relazioni difficili, perché i liberi pensatori rifiutavano non solo qualsiasi religione rivelata ma anche tutti i simboli religiosi, mentre la Massoneria conservò sempre la formula iniziatica “Alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo”, caposaldo di un sia pur vago deismo.

Un massone nell'arena della “politica”
   Nel 1882, l'anno della morte di Garibaldi e del progetto di un Congresso massonico internazionale volto a studiare il modo migliore col quale la donna potesse partecipare al lavoro massonico, Colajanni fu eletto consigliere comunale. Dieci anni dopo entrò nel consiglio provinciale. Era il tirocinio ordinario per chi, come lui, ambiva a esercitare il ruolo nazionale non solo attraverso gli scritti ma anche in Parlamento in un'età di importante produzione legislativa. Sin dal 29 ottobre 1882 egli si era candidato alla Camera nel collegio di Caltanissetta. Le votazioni si svolsero in collegi plurinominali (in quel caso comportavano quattro seggi) e scrutinio di lista. Con 2.268 preferenze Colajanni risultò il quarto degli esclusi. Il 23 maggio1886, con 5.024 voti, fu invece il primo dei perdenti. Il 23 novembre 1890, infine, venne eletto con 7.469 preferenze, terzo di una lista comprendente il conte Ignazio Testasecca, Domenico Minolfi e Vincenzo Riolo. Col ritorno ai collegi uninominali, il 6 novembre 1892 Colajanni vinse senza competitori nel “suo” collegio di Castrogiovanni, che gli rinnovò il seggio sino al 1919, vennero introdotti il suffragio universale maschile e il riparto proporzionale dei seggi e fu comunque confermato. Alle elezioni del 7 maggio 1909 fu rieletto con 1.624 voti su 2.982 elettori e in due successive riconvocazioni del collegio per sue dimissioni venne confermato. Altrettanto accadde il 26 ottobre 1913, quando, senza rivali di sorta, ottenne 5.896 preferenze su 16.589 iscritti alle liste elettorali. La massoneria concorse alla sua ascesa nella vita politica locale e nazionale? In carenza di documenti, il quesito rimane senza risposta.
   Nell'arco dei trentacinque anni dal suo ingresso alla Camera il nome di Colajanni non affiora da alcuna cronaca di vita massonica. Non compare né nelle riviste del GOI, né in eventi culturali e politici fiancheggiati da istituzioni liberomuratòrie. Di sicuro, come emerge dalla sua vasta produzione saggistica e dall'antologia curata da Francesco Luigi Oddo, Colajanni si confrontò personalmente con politici notoriamente massoni, ma non esitò a combatterli apertamente quando lo ritenne doveroso. Valgano ad esempio le battaglie da lui combattute contro i suoi conterranei Francesco Crispi e Nunzio Nasi. Di quest'ultimo scrisse e ripeté che, condannato sia pure per un reato di modesto rilievo, non poteva essere sindaco, ovvero “pubblico ufficiale”.
   Il suo originario “massonismo” risulta dunque paradigmatico. Da un canto indica che nei primi anni dell'unità nazionale l'ingresso in loggia era “normale” per giovani militanti della Sinistra (a vent'anni Colajanni aveva già messo alle spalle varie “patrie battaglie” nelle file garibaldine), dall'altro prova che esso non comportò vincoli di dipendenza nell'esercizio del mandato elettivo, più di quanto derivasse da convergenze propriamente culturali e politiche. L'uomo apprendeva dalla loggia ma rappresentava sia gli elettori sia quanti non avevano diritto di voto, ed erano i più.
   Lo conferma il ruolo svolto da Colajanni in momenti di drammatica crisi politica, dai “Fasci siciliani”, studiati a fondo da Salvatore Costanza, alla scelta pro o contro l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra e a fronte dell'onda rivoluzionaria postbellica. Ogni volta il repubblicano, federalista e protosocialista Colajanni si mostrò incline alla mediazione, che non significa compromesso ma valorizzazione delle istituzioni per frenare il precipizio verso scontri sanguinosi e la militarizzazione dei pubblici poteri a danno dei cittadini. Il suo limpido laicismo non gli impedì di apprezzare monsignor Isidoro Carini. Del pari, l'opzione repubblicana non fece velo alla prospettiva che la monarchia evolvesse verso l'approdo democratico senza traumi. Non solo per ciò attestò pubblicamente la sua stima, ricambiata, nei confronti di Vittorio Emanuele III, re costituzionale e garante dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi.

Tra le quinte della “politica”
   Parlamentare di lungo corso, medico chirurgo – “missione” che praticò a beneficio dei poveri –, docente universitario di statistica e poligrafo di fama europea, Colajanni vide con lucidità la condizione del deputato, spesso sospinto dalla “vis a tergo” dell'elettorato e meno autonomo di come narrato dalla leggenda antiparlamentare che lo dipingeva capofila di clientele e voltacasacca per calcolo personale anziché, come avveniva, per una sorta di “ricatto di massa” esercitato dai votanti nei suoi confronti. Al riguardo Colajanni fu lapidario: «Le masse applaudiscono indifferentemente chi sale e chi scende.»
   Democratico integrale (evocatore del Patto di Roma ed estimatore del pugnace e intrepido Felice Cavallotti), Colajanni si pronunciò controcorrente su questioni che all'epoca costituivano vessillo delle sinistre. Fu il caso del voto politico femminile, osteggiato da lui come da Giovanni Giolitti, che egli reputò personalmente onesto ma politicamente cinico. Proprio come lo statista piemontese, che nel 1902 non esitò a militarizzazione i ferrovieri per impedir loro di scioperare, anche Colajanni deplorò il diritto di sciopero degli impiegati pubblici, “operatori” dello Stato, tenuti a prestare servizio nel superiore interesse dei cittadini.
   Tra i suoi meriti maggiori di meridionalista vi fu la netta  contrapposizione  a Cesare Lombroso, che attribuiva l'arretratezza del Mezzogiorno a fantasiosi “fattori congeniti”. Al tempo stesso confutò chi la faceva datare dall'unificazione nazionale e la imputava all'ingordigia del Nord: polemica decenni addietro reiterata dal neomeridionalismo e dalle sue varianti, incluso il neoborbonismo. Poiché aveva radici quasi bimillenarie, la somma di arretratezza e sottosviluppo per essere corretta richiedeva riforme profonde, fondate sulla cognizione scientifica della realtà, e il coraggio dell'impegno sui tempi lunghi, senza illusioni miracolistiche. Altrettanta cautela pose a cospetto del partito socialista italiano, che gli parve debitore verso una “dottrina”, anziché volto a obiettivi perseguibili in tempi ragionevoli e con esiti positivi.
   Prosatore efficace e oratore trascinante, Colajanni rifuggì dagli slogan e dai comizi. Predilesse il ragionamento, pronto anche a mutare consiglio su questioni, come la protezione doganale, che altri risolvevano in termini dottrinali o “di principio”. Perciò in tempi diversi risultò antiprotezionista e “protezionista condizionato”.

Patriota contro il bolscevismo
   Il vortice della Grande Guerra investì anche Colajanni. Come molti interventisti e come Antonio Salandra e Sidney Sonnino, i due maggiori responsabili dell'ingresso dell'Italia in guerra, ignari della complessità del conflitto, anche Colajanni sull'inizio non escluse che la conflagrazione potesse terminare entro il 1915. Elencò le «previdenze» che il governo avrebbe dovuto curare e costatò che non erano state tenute in conto. Di seguito si scagliò con toni inusitati contro la «barbarie tedesca». Incitò a «temere, evitare, odiare i tedeschi»: parole gravi. Nel dopoguerra fu coerente con la scelta iniziale: difese le “ragioni” dell'intervento, ma senza indulgenza per le mire del governo sulla Dalmazia, ove semmai andava incoraggiata, la migrazione pacifica, sulla traccia di insediamenti di italofoni. Bisognava evitare di gettare semi di conflitti futuri. Altrettanto comprensibile risulta la sua polemica nei confronti della “diserzione” della Russia dalla guerra (essa consentì agli Imperi Centrali di dirottare le loro forze su fronte italiano, più vulnerabile di quello francese), del regime bolscevico e di quanti in Italia proclamavano di voler “fare come in Russia”.
   Gli articoli del 1919-1920 mostrano che Colajanni era in sintonia con il vasto arco di forze poi raccolte da Giolitti nei blocchi per le elezioni amministrative del novembre 1920 e, per la quinta volta presidente del Consiglio, in quelle per il rinnovo anticipato della Camera nel maggio 1921. Quei blocchi andavano dai liberali di varia ascrizione ai combattenti, dagli agrari ai “democratici”, dagli ex socialriformisti ai fascisti, il cui programma politico prese forma solo quando il movimento divenne partito, nel novembre 1921.
   A quel punto Colajanni era già passato all'Oriente Eterno. Si comprende che il gran maestro Domizio Torrigiani abbia espresso il cordoglio dell'Ordine per la scomparsa di chi «alla Massoneria italiana» aveva dato «da giorni lontani operosa fede e fino alla morte illuminata cooperazione». In quei frangenti, dopo avere inizialmente promosso e attizzato l'avventura di Gabriele d'Annunzio a Fiume e mentre cercava di massonizzare il nascente fascismo quale argine contro i socialisti e il partito popolare italiano, che minacciava la laicità dello Stato, anche il GOI era lontano dall'individuazione di una linea chiara. Ne hanno scritto recentemente Luca G. Manenti e Fulvio Conti. Nell'Assemblea del 1920 Torrigiani si spinse a mettere in discussione la forma dello Stato. Quanto alla polemica con le sinistre rivoluzionarie, va ricordato che esse erano state bersaglio dei roventi articoli di Ernesto Nathan nella “Nuova Antologia” contro l'insidioso contagio delle parole: il “bolscevismo”. Solo sei anni dopo divenne chiara l'incompatibilità tra valori fondanti (elettività e temporaneità delle cariche e libertà della politica) e pulsioni totalitarie insite nel fascismo, come documenta il volum “1925.Vrso il regime” (Bastogilibri, 2025). Ma ormai era tardi. Dopo la morte, Colajanni fu spesso strumentalizzato o marginalizzato. L'antologia curata da Luigi Francesco Oddo lo restituisce nella sua complessa genuinità.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Napoleone Colajanni. Nella Premessa al volume “Note autobiografiche e considerazioni politiche” di Napoleone Colajanni, Antologia curata da Francesco Luigi Oddo per le edizioni BastogiLibri (Roma), il prof. Antonino Tobia, presidente della Libera Università di Trapani “Tito Marrone”, validamente fiancheggiato da Vincenzo Vitrano, pubblica l' Albo d'Oro, elenco delle centinaia di Relatori che da tutta l'Italia si sono onorati di svolgervi lezione. Tra i molti spiccano Antonio Baldassarre, già presidente della Corte costituzionale, Ugo Intini, Domenico Mogavero, i vescovi di Trapani e di Mazara del Vallo, Marziano Pagella, storico dell'architettura, il magistrato Pietro Pellegrino, Paolo Ricca dell'Università Valdese di Roma, l'archeologo piemontese Dario Seglie, l'antropologo senese Vinicio Serino, l'arpista Elena Zaniboni e il senatore Valerio Zanone: una “catena di unione” ispirata dallo spirito civile  di Napoleone Colajanni.


1925
MUSSOLINI ANNIENTO' LA MASSONERIA
PER INSTAURARE IL REGIME FASCISTA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 luglio 2025 pagg. 1 e 7.


Abbassare l'asticella per saltare più alto?
DIDASCALIA:
                                                          Benito
                                                          Mussolini
                                                          “domatore”.
                                                          Alternò
                                                          sorrisi e
                                                          minacce.
                                                          Intervenne in
                                                          Parlamento e
                                                          rimbeccò
                                                          parlamentari
                                                          illustri. In
                                                          un paio d'anni
                                                          impose un
                                                          regime che le
                                                          opposizioni
                                                          non videro
                                                          arrivare.Il centenario del 1925 scivola via nell'indifferenza dei “media”. La contrapposizione di “manifesti” pro e contro il fascismo (Giovanni Gentile da una parte, Benedetto Croce dall'altra) importava ai loro firmatari e ai loro (non molti) lettori ma lasciava indifferente la generalità degli italiani e ancor più l'opinione estera. In vista del rinnovo dei consigli comunali e provinciali eletti nel novembre 1920, Benito Mussolini, capo di un governo abbastanza sicuro di sé, si domandò che cosa fosse meglio fare. Cambiare la legge elettorale prima del voto, ieri come oggi, è la tentazione di chi vuol vincere anche senza avere la maggioranza dei consensi. Basta abbassare l'asticella per saltare più alto. Mussolini aveva il pieno controllo della Camera grazie alla diserzione dall'Aula di democratici, repubblicani, dei due partiti socialisti e dei popolari, arroccati sull'inutile “Aventino”. Ma il Senato poteva riservare sorprese. I senatori iscritti al Partito fascista erano una sparuta minoranza. Alle elezioni amministrative le opposizioni avrebbero potuto sommarsi ai liberali in un fronte unico, numericamente prevalente. Per pararsi le spalle il duce doveva disfarsi del loro possibile collante: la Massoneria. Solo così avrebbe potuto completare il suo disegno: annientare il regime liberale e sostituirlo con quello fascista. Lo disse chiaro e tondo alla Camera.

La legge antimassonica in Senato
Il disegno di legge sulla “Regolarizzazione dell'attività delle associazioni, enti e istituti e dell'appartenenza ai medesimi del personale dipendente dallo Stato, dalle provincie, dai comuni e da istituti sottoposti per legge alla tutela dello Stato, delle provincie e dei comuni” venne approvato alla Camera dei deputati all'unanimità dei votanti il 19 maggio 1925.
I passi definitivi verso la conquista del “potere di governo” (altra cosa da quella sullo Stato, che rimase nelle mani del re, come si vide il 25 luglio 1943) vennero compiuti da Mussolini in Senato il 19-20 novembre, quando i patres discussero la legge “contro la Massoneria”.
Alle 15:30 del novembre 19 la Camera Alta anzitutto convalidò la nomina a senatore del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, clericale e massonofobo. Il tenore della discussione seguente fu molto elevato. In una vasta perorazione l'insigne giurista Francesco Ruffini (1863-1934, nominato senatore il 30 dicembre 1914) ricordò le tre libertà cardinali: di pensiero, di stampa e di associazione. Quando domandò se l'Italia credesse «veramente di tener fermi i suoi odierni antiliberali ordinamenti» Mussolini lo interruppe: «Sì, finché ci sono io.»  Ruffini aggiunse che l'Italia non poteva vivere «in una economia chiusa, e non può quindi neanche immaginarsi di poter vivere di una vita costituzionalmente chiusa». Il messaggio andava oltre il presidente del Consiglio, ma per farlo arrivare “in alto” occorreva un “voto” di portata significativa, che non ci fu né quel giorno né poi. Vittorio  Emanuele III, re costituzionale non poteva sostituirsi alle Camere. Ruffini concluse con le parole di Niccolò Machiavelli: «Forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, merito alcuno non contrappesa il nome della libertà.» 
 Dopo di lui Filippo Crispolti, antesignano dell'impegno dei cattolici nella vita politica della Nuova Italia, chiese che venisse chiarita la distinzione tra le associazioni segrete e quelle lecite e non segrete (come le cattoliche, che non nominò) e impetrò che non si infierisse su quanti avevano percorso una strada deviante poi abbandonata: i “massoni pentiti”. Con sottile perfidia aggiunse che «vi possono essere Governi in cui qualche membro abbia dei precedenti che il Senato non vorrebbe approvare!». Mussolini rimbeccò: «Ho capito», memore dei suoi precedenti giudiziari. Era stato condannato e incarcerato per opposizione all’“impresa di Libia” e successivamente “fermato” per reati contro l'ordine pubblico.
Il protonazionalista Enrico Corradini ripeté con soverchia irruenza la condanna della «esotica e svanita mitologia razionalistica, a cui fu dato il nome sacrilegamente ridicolo di Supremo Architetto dell’Universo», del massone, «prototipo dell'uomo socialmente basso», e della massoneria, «nazionalmente criminale per due azioni continuate: per quella antireligiosa e per l'azione internazionalista» e sollecitò a «riesaminare e regolare la libertà di stampa». In attesa che il governo proponesse e il parlamento reprimesse la libertà di stampa, i fascisti lo avevano fatto e lo stavano facendo a modo loro: bastonando Piero Gobetti, Giovanni Amendola e altri giornalisti e parlamentari scomodi e spingendo i proprietari o comproprietari di quotidiani di ampia diffusione a disfarsi dei soci e dei direttori e vicedirettori invisi e scomodi. Fu il caso del “Corriere della Sera”, dal quale vennero estromessi Luigi e Alberto Albertini, e di “La Stampa”, sottratta al senatore Alfredo Frassati, giolittiano. Corradini promise: «L’Italia s'è mossa, l'Europa seguirà». Osservò: «Fra quaranta milioni di italiani chi grida, o chi piange, perché si sospendono giornali, si sciolgono partiti? Nessuno. Non si levano voci dal popolo italiano, in tutt'altre faccende affaccendato». Infine lodò il governo «disciplinatore e attivo e fattivo». Fu sommerso dal plauso delle tribune, così sguaiato che il presidente Tommaso Tittoni, antico ministro degli Esteri con Giolitti, minacciò di farle sgombrare.
Nell'intervento a sostegno della “legge modesta” Alfredo Rocco, ministro della Giustizia dal 5 gennaio di quello stesso 1925, esordì partendo da quanto il 16 maggio aveva osservato alla Camera il comunista Antonio Gramsci: la legge non era che «un anticipo di quella più vasta ed organica legislazione alla quale bisognerà pur metter mano», a cominciare dalla «disciplina giuridica dei rapporti di lavoro». Precisò che essa non toccava la libertà di associazione ma «la libertà del segreto di associazione». Un sofisma. Per bocca sua i fautori del regime di partito unico enunciarono apertamente i propri obiettivi. Rocco dichiarò che la legge in discussione era «un primo timido passo sulla via della rivendicazione dell'autorità dello Stato sulle forze che si organizzano nel paese. […] Lo Stato deve dominare infatti tutte le forze esistenti nel Paese e non si può ammettere, come si è purtroppo ammesso lungamente, l'esistenza di organizzazioni potenti come la Confederazione del lavoro, come le associazioni di impiegati delle ferrovie, delle poste, dei telegrafi, di marittimi e di tramvieri, o infine come la Massoneria, che sieno padrone effettive della vita della nazione». Aggiunse che il governo non dichiarava guerra contro la Massoneria quale associazione internazionale, «una istituzione innocua e perfino utile» ma per come essa era in Italia, «dannosa all'ordine pubblico e alla pubblica moralità». Ripercorso rapidamente il profilo dell'Istituzione dal Settecento, si soffermò su «il carattere e il programma anticattolico» di quella italiana. Escluse infine che la legge avesse intenti punitivi con efficacia retroattiva: «noi non vogliamo che il peccatore muoia, vogliamo invece che si converta e viva.»

Croce si astiene, Diaz approva
La discussione riprese alle 15 dell'indomani, 20 novembre, un venerdì. A nome di alcuni colleghi come lui travagliati dal dissidio tra giudizio negativo sulla Massoneria e le circostanze presenti, intervenne per primo Benedetto Croce. Dichiarò di astenersi dal voto perché la legge era proposta «quando non solo le condizioni della pubblica libertà sono assai turbate in Italia (commenti animatissimi), ma si ode proclamare con feroce gioia la distruzione del sistema liberale (proteste) e questo disegno di legge è considerato come parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali». Dopo Vittorio Zupelli, già ministro della Guerra, a favore della legge si dichiarò anche il generale Guglielmo Pecori Giraldi che propose di aggiungere: «Gli ufficiali di qualsiasi grado e categoria dei corpi armati dello Stato, che risultino appartenenti alla Massoneria, o ad altra società segreta, incorrono senza più nella perdita del grado per mancanza contro l’onore». Lo sapesse o meno, tra gli “ufficiali massoni” molti erano patrioti benemeriti dell'Italia. Dopo altri, Mario Orso Corbino annunciò l'astensione e rivendicò la funzione dell'anticlericalismo. Era stato allievo in un seminario nel quale si assegnavano voti più alti ai temi nei quali si affermava che «Garibaldi era un filibustiere, che Vittorio Emanuele II era un nefando usurpatore e che presto sarebbero scesi in Italia i liberatori del Santo Padre in catene». Nettamente contrari furono i senatori Vittorino Cannavina e Federico Ricci, secondo il quale «colle leggi fascistissime di cui questa è la prima, la nazione viene avviata verso un grave esperimento di nuovo regime». Avversi si dichiararono anche Nino Tamassia (in specie per «il triste carattere retroattivo che una giurisprudenza politica di un gran popolo ha voluto equiparare ad un delitto») e Guido Mazzoni.
Venne chiesta la chiusura, approvata per alzata di mano.
Il senatore Adriano De Cupis, relatore sul disegno di legge, ammonì che «il diritto alla menzogna è statutario nella Massoneria». Dopo la dichiarazione di astensione di Vito Volterra e di Eugenio Bergamasco, Armando Diaz, duca della Vittoria, ricordò che da comandante supremo aveva respinto la proposta dell’«allora capo della massoneria (Ernesto Nathan) di costituire dei nuclei e dei centri di propaganda massonica nell'esercito per sollevare il morale dei combattenti» e annunciò voto favorevole. Malgrado insinuazioni e asserzioni, talvolta anche perentorie (per esempio da parte di Maria Rygier), non esiste alcuna prova di iniziazione massonica sua né di Pietro Badoglio. La formula “in odore di” può forse valere per i santi, non per i massoni. La storiografia non si fonda sull'olfatto ma sui documenti.

Mussolini: annientare il regime liberale
Per ultimo intervenne Mussolini. Negò che il fascismo fosse divenuto antimassonico solo dopo la fusione con i nazionalisti. Aveva seguito un progetto proprio, articolato e coerente. Dapprima aveva «demolito il bolscevismo, poi ha affrontato la Massoneria, finalmente il regime liberale». Ora era la volta del terzo “nemico”, non ancora completamente distrutto ma ormai periclitante e senza difensori in Parlamento, come appunto era emerso nei primi undici mesi del 1925. Rivendicò che quello stesso 20 novembre ben 900 banchieri degli Stati Uniti d'America lanciavano l'acquisto di azioni del Prestito italiano: un'operazione complessa sotto il profilo tecnico e politicamente redditizia perché mostrava che il nuovo regime aveva il sostegno della più solida economia mondiale. Non accennò minimamente a quanto, a sostegno del prestito, stava facendo oltre Atlantico Raoul Palermi, gran maestro della Serenissima Gran Loggia d'Italia. Concluse: «Con questa legge si chiude evidentemente un periodo della storia italiana, e io potrei modestamente dire che raccolgo i frutti di una lunga e tenace campagna».
Su 235 presenti, 208 votarono “si”, 6 “no” e 21 si astennero. Tra i “si” vanno ricordati Ernesto Artom, Badoglio, Luigi Cadorna, Eugenio Cagni, Alfredo Dallolio, Bassano Gabba, Emanuele Greppi, il marchese Raniero Paulucci de Calboli, Camillo Peano, Gabriele Pincherle, Vittorio Polacco, il generale Carlo Porro, Vittorio Puntoni, Francesco Salata, Giuseppe Salvago Raggi, il conte Salvatore Segré Sartorio, Paolo Thaon di Revel, Pietro Tomasi della Torretta, il principe Giovanni Torlonia, Adolfo Venturi e Giulio Venzi. Votarono “no” Nicola Badaloni, Alfredo Canevari, Vittorino Cannavina, Carlo Fadda, Ricci e Ruffini. Tra gli astenuti, oltre a Mario Orso Corbino e Croce, si contarono Alfredo Lusignoli, Gaetano Mosca, il marchese Emanuele Paternò di Sessa, massone insigne, e Leo Wollemborg.
Nel dibattito sugli articoli, ricordato che non poteva essere «condannata in toto, in maniera assoluta e con tanta facilità, una associazione che aveva avuto tra i suoi membri italiani Romagnosi, Garibaldi, Cairoli, Carducci e Bovio», Ettore Ciccotti domandò a Rocco se era giuridicamente ammissibile «obbligare, sotto gravi sanzioni e in forma coattiva, qualcuno ad accusarsi da sé». Neppure il codice penale lo pretendeva. Il ministro cercò di conferire alla legge un profilo molto basso: «Faremo indagini non su tutti gli impiegati, ma solo su quelli per i quali abbiamo fondati motivi di ritenere che sono massoni. E a questi giustamente domanderemo anche se lo sono stati, perché l'essere stato massone in tempo recente è grave indizio per ritenere che lo siano tuttavia». Argomenti da “ministro della polizia investigativa” (chi, come e perché si era procurati i “fondati motivi” di imputabilità per un reato inesistente?), che non confortano la sua celebrazione quale “giurista insigne”.
 Nella votazione finale la legge passò con 182 voti favorevoli e 10 contrari.

L'abolizione dei consigli comunali e provinciali elettivi
La Camera il 18-21 e 25-28 novembre approvò i bilanci di previsione del 1926 e la consueta congerie di leggi ordinarie. Altrettanto avvenne il 2-5, il 9-12 e 16-19 dicembre, mentre la “piazza”, ormai sotto pieno controllo del Pnf, tumultuava chiedendo la pena di morte per gli attentatori alla vita di Mussolini.
Mentre l'indagine a carico di Tito Zaniboni e di Luigi Capello procedeva a rilento, Mussolini accelerò la marcia verso il regime di partito unico lungo tre direttive: anzitutto cancellare la libertà di scelta dei rappresentanti alla Camera e nelle amministrazioni locali, conservando tuttavia l'esercizio del voto nelle elezioni politiche per farne un plebiscito a favore del governo, come in tutti i Paesi totalitari d'Europa; inoltre bisognava subordinare al partito fascista il pubblico impiego e, infine, concentrare nelle mani del capo del governo il massimo dei poteri, sino a farne l'interlocutore unico del re. La fase decisiva della costruzione del regime venne facilitata dall'autoesclusione delle opposizioni dall'Aula, a eccezione della pattuglia giolittiana e dei comunisti.
 Dopo il successo alle elezioni del 6 aprile 1924 e il furbesco annuncio del ritorno ai collegi uninominali (mai attuato) Mussolini non era affatto tenuto a convocare nuove elezioni generali, che, se del caso, si sarebbero svolte sulla base della “legge Acerbo”, smodatamente maggioritaria. Gli premeva invece eliminare l'elettività delle amministrazioni locali. La legge 11 settembre 1925, n. 1756 in un articolo unico sancì che «quando sia necessario, il prefetto ed il sottoprefetto possono, secondo le rispettive competenze, affidare provvisoriamente ad appositi commissari la reggenza delle amministrazioni provinciali, comunali e consorziali», ma solo per la durata di due mesi quando fosse in carica la metà dei consiglieri. I consigli comunali e provinciali in carica erano stati in gran parte eletti nel 1920 e avevano registrato il successo dei “blocchi nazionali” (liberali, combattenti, nazional-fascisti) poi varati col benestare di Giolitti nelle elezioni politiche del maggio 1921. In molte elezioni amministrative svolte dopo l'avvento del governo Mussolini socialisti e popolari avevano ottenuto esiti soddisfacenti anche in città di rilievo. Il Pnf, ancora poco organizzato, aveva tuttavia ottenuto lo scioglimento di numerose amministrazioni locali con aggressioni e minacce a sindaci, componenti di giunte e consiglieri o con la promessa di contributi statali per il completamento di opere pubbliche da tempo in progetto o in cantiere ma ferme per carenza di fondi. Il disavanzo di amministrazione divenne motivo (o tagliola) sufficiente per decretare il commissariamento sulla base del controllo dei bilanci degli enti locali da parte della apposita commissione prefettizia, grimaldello del ministero dell'Interno per irrompere nelle autonomie locali. Fu il caso del consiglio comunale di Roma, la cui amministrazione venne affidata a Filippo Cremonesi il 19 aprile 1923 creato senatore per la 21^ categoria.
Il rinnovo dei consigli locali poteva costituire un’importante opportunità per i partiti di opposizione, indotti a convergere su liste unitarie. Il rischio fu scongiurato in due tappe. Dapprima il rinvio delle elezioni e poi la legge 4 febbraio 1926, n. 237 che sostituì i consigli comunali elettivi nei comuni non eccedenti i 5.000 abitanti con il podestà nominato con decreto reale, assistito da una consulta comunale, eventualmente formata su parere del prefetto. In carica per cinque anni, con possibilità di essere sempre confermato, il podestà poteva essere trasferito dal prefetto da un comune all'altro della provincia ed esercitava tutte le funzioni precedentemente spettanti a sindaco, giunta e consiglio comunale. Podestà vennero nominati personalità dalle comprovate competenze “tecniche”, spesso ufficiali delle forze armate, assistiti dai segretari comunali, vegliati dal ministro per l'Interno tramite i prefetti. Con i Regi decreti 15 aprile e 3 settembre 1926 l'istituto podestarile fu esteso a tutti i comuni del regno, che dipesero quindi dal governo tramite i prefetti, chiamati a determinare gli enti economici, i sindacati e i sodalizi locali ai quali competeva proporre i consultori comunali.
La svolta verso il regime di partito unico non si risolse dunque in un colpo di mano improvviso. Richiese quasi due anni e una concatenazione di interventi in parlamento, leggi e circolari attuative. L'edificio sorse da un progetto organico, vegliato da maestranze qualificate, con una folla di addetti. Opera da Grande Architetto. Con varie “migliorie”  durò diciotto anni. Crollò solo per la catastrofe bellica del 1943, quando ormai la stragrande maggioranza degli italiani neppure ricordava le elezioni di una Camera pluripartitica e dei consigli locali.
Il gusto della libertà è per palati fini.

Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Benito Mussolini “domatore”. Alternò sorrisi e minacce. Intervenne in Parlamento e rimbeccò parlamentari illustri. In un paio d'anni impose un regime che le opposizioni non videro arrivare.


GUERRA DI SPAGNA
Cambi di fronte, cambi di regime
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Luglio 2025 pagg. 1 e 7.


El Valle de los Caidos: immaginata come
                      emblema della pacificazione. Sulla Spagna dal
                      franchismo a fine Novecento v. Aldo A. Mola,
                      L'integrazione europea e la penisola iberica in
                      Storia dell'integrazione europea, a cura di Romain
                      H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol,. I,
                      pp.595-636.Il 18 luglio 1936 in Spagna quattro generali insorsero contro il governo. Iniziò una guerra civile durata quasi tre anni. Il calcolo delle sue vittime, prevalentemente civili, rimane ancora approssimativo. Quella guerra non fu la premessa della guerra “europea” iniziata  nel 1939 e divenuta mondiale dal 1941. Il governo repubblicano di Madrid ebbe il sostegno di brigate internazionali, prevalentemente comuniste, ma non quello diretto di Mosca. I nazionalisti furono fiancheggiati dalla Germania, che inviò la micidiale Divisione Condor, e dall'Italia con il “Corpo Truppe Volontarie”, bene armate. Ma la guerra del settembre 1939 iniziò con l'attacco della Germania e dell'Urss contro la Polonia, alleata di Francia e Gran Bretagna, che però non intervennero a sua tutela. L'Italia di Mussolini rimase spettatrice e poco dopo co-belligerante, pro-Hitler. Tra la guerra civile spagnola e l'europea vi fu dunque sequenza cronologica ma non strettamente logica.  Vincitore in Spagna, Francisco Franco rimase prudentemente neutrale dall'avvento e infine aprì agli anglo-americani, che garantirono la continuità del suo regime, sorretto dalla Chiesa, sino alla sua morte.
                                            
   Il 12 ottobre 1936 gli spagnoli celebrarono la festa della Hispanidad, in coincidenza con la “scoperta dell'America”, che il “descubrimiento” li univa al di sopra di ogni divisione ideologico-partitica. Era divenuto  ancor più sentito dalla perdita delle Filippine e di Cuba nel 1898, a vantaggio degli Stati Uniti d'America, in forte ribasso di popolarità nelle file degli intellettuali iberici in varia misura segnati dal Novantottismo. Ne era stato interprete il diplomatico e saggista granadino Angel Ganivet, suicida a 32 anni, nel 1898. Il suo Ideario spagnolo pose l'interrogativo sui motivi della decadenza e smarrimento dell'identità degli spagnoli. Aprì le sue riflessioni richiamando l'esempio di Seneca, lo stoico che si svenò dolcemente in acqua tiepida, e le chiuse con don Chisciotte e Sancho Panza, rovello della generazione seguente.
  Quel 12 ottobre 1936 all'Università di Salamanca esplose il durissimo scontro tra il rettore Miguel de Unamuno (Bilbao, 1864-Salamanca 1936) e José Millan Astray, fondatore della Legiòn. Secondo la versione più nota, Unamuno, filosofo, scrittore, autore di tormentate opere teatrali e dal 1891 docente di greco e latino nella prestigiosa Università salamantina, espresse un severo giudizio sulla mentalità del “soldato”, dall'orizzonte chiuso tra vita e morte, in spregio ai dubbi degli intellettuali. Millan Astray sbottò: “Viva la muerte!” o “Muoia l'intelligenza”. Lo scrittore José Maria Pemàn tentò la mediazione:“Viva l'intelligenza e muoiano gli intellettuali cattivi”, i cosiddetti “cattivi maestri”. Unamuno rivendicò che l'Università era “il tempio dell'intelligenza”. Da suo sommo sacerdote disse: “Voi state profanando il suo recinto”. Concluse: “Vincerete ma non convincerete”. Dati i precedenti, gli poteva andare molto male. Nel 1931 Unamuno era stato destituito da Rettore  perché antimonarchico. In suo favore  -era lo spagnolo più noto all'estero- scesero in campo scrittori e artisti euro-americani. Invano. Unamuno lasciò le Canarie, ove era “confinato”, poco sicure per la sua incolumità, riparò a Parigi e poi si installò a Endaya, sul confine franco-spagnolo. Rientrato  Salamanca dopo la caduta della monarchia venne rieletto rettore. Ora doveva fare i conti con l'ala dura dei “nazionali” insorti il 18 luglio.
   A sorpresa, in soccorso del pensatore intervenne Carmen Polo, la moglie di Francisco Franco y Bahamonde. Da settembre scelto come capo unico della sollevazione armata dei “nazionali” contro il governo repubblicano di Madrid, Franco aveva insediato il comando a due passi dalla Cattedrale e dall'Università. Donna Carmen offrì il braccio a Unamuno e scortata da Pemàn lo condusse al sicuro, fendendo la folla. Affranto, il filosofo scrisse a un amico: “Vincere non è convincere e conquistare non è convertire. (…) Si lotta, si ammazzano gli uni con gli altri,  bruciano chiese, celebrano cerimonie, sventolano bandiere rosse e stendardi di Cristo”. Ma non era vero che metà degli spagnoli credessero nella religione di Cristo e metà in quella di Lenin. Quello sfacelo avveniva perché gli spagnoli non credevano in niente. “Il popolo spagnolo è uscito pazzo. Il popolo spagnolo e il mondo intero. Sono solo. Solo come  (Benedetto) Croce in Italia!”. Nuovamente destituito da rettore, questa volta dai franchisti, si ritirò a vita privata. Morì il 31 dicembre. Non perse di obiettività. A suo avviso i “ribelli” (cioè i “nazionali”) tendevano a “salvare a civiltà occidentale cristiana e l'indipendenza” della Spagna. Non si schierò per nessuna delle due fazioni, ma per la Spagna.
   Il successo internazionale e l'immensa produzione letteraria non lo mettevano al sicuro. Autore di opere celebri, come “Pace nella guerra” (1897), “Il sentimento tragico della vita”  (1913) sino a “Vita di Don Chisciotte” e “Romancero dell'esilio”, Unamuno sapeva dell'assassinio immotivato, già a luglio, del poeta granadino Federico Garcia Lorca, che non aveva fatto in tempo ad accogliere l'invito a riparare negli Stati Uniti d'America. Nella notte del 28-29 ottobre Ramiro de Maetzu, venne svegliato nella della prigione madrilena di Ventas.  Un carceriere gli disse che era inutile si vestisse: “Per dove vai va bene anche il pigiama”. Ottenuta l'assoluzione da un prete compagno di sventura, uscì. Cadde fucilato. Dopo Unamuno e Ortega y Gasset, de Maetzu era l'intellettuale spagnolo più famoso all'estero. Il suo percorso è esemplare. Nato nel 1874 a Vitoria, nel paese basco, esordì collaborando a “El socialista”. A Londra dal 1905 al 1920  scrisse in “The New Age”,  come Ezra Pound e George Bernard Shaw, una rivista aperta a esoterismo e riformismo. Rientrato in Spagna si schierò con Miguel Primo de Rivera. Dopo il colpo di stato indolore del 13 settembre 1923, con la “dittablanda”, come la sua era detta per distinguerla  da una “dittatura” vera, de Rivera impresse all'economia spagnola una imponente  accelerazione, sorretta da cospicui investimenti esteri, in specie britannici. Ne ha scritto Fernando Gaarcia Sanz. Già autore di un affermato saggio sul Don Qujote di Cervantes, tormento di tutti gli scrittori della sua epoca, e fondatore dell'Unione Monarchica Nazionale, nel 1931 Ortega si schierò contro la repubblica nata dalla equivoca interpretazione dei risultati delle elezioni amministrative. Le sinistre prevalsero a Madrid e nelle maggiori città ma i monarchici ebbero più voti. A contare, però, furono le manifestazioni di piazza a favore del cambio istituzionale. Memore degli eventi di un settantennio prima e del naufragio della prima repubblica, Alfonso XIII di Borbone lasciò la Spagna nella certezza di essere presto richiamato sul trono.
   Autore di  “Difesa dell'Ispanità” (1933), che gli valse l'ingresso nella Real Accademia, ed eletto deputato, Ortega si schierò per la difesa dei valori tradizionali, contro gli “eccessi” dell'anticlericalismo divampante dal 1931: incendio di chiese, devastazione di conventi, rogo di archivi, profanazione di salme di ecclesiastici defunti,  violenze ai danni di preti e di monache. Gli stranieri rimasero indifferenti. I più identificavano il cattolicesimo spagnolo con l'Inquisizione, la caccia alle streghe (nel Cinque-Seicento imperversante nell'Europa centrale, tra evangelici e riformati), l'oscurantismo e, ciò che più pesò, la “limpieza de sangre” e l'espulsione degli ebrei.    
  Altro intellettuale di prestigio europeo era Salvador de Madariaga (La Coruna, 1886-Locarno, 1978), storico, diplomatico, poeta, autore della storia dell'Impero ispanico americano. Lasciata la Spagna non vi fece ritorno. I colti andavano e venivano. In cerca. I contadini, gli operai, gli imprenditori rimasero . Finirono nel vortice di una guerra civile spietata.
  Ma per cambiare la Spagna occorreva viverci; e purtroppo anche morirci. Una sorta di espiazione collettiva.
    
  Come a nota a piè di pagina della sintetica panoramica dei passaggi di fronte di intellettuali prestigiosi determinati dalla guerra di Spagna va aggiunto l'interrogativo sulle sue ripercussioni su “Giustizia e Libertà”, il movimento creato in Francia da Carlo Rosselli, dopo l'evasione con Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, massone, dal confino di polizia a Lipari, al quale era stato condannato dal regime fascista per aver concorso a trasferire l'anziano Filippo Turati in Corsica, così sottraendolo a eventuali vessazioni. Messe a segno alcune imprese, anche aviatorie, non sempre fortunate e comunque lontane dall'impensierire Mussolini che  stava riscuotendo vasto consenso nel Paese, Rosselli organizzò una “colonna” di qualche decina di volontari a sostegno della repubblica di Madrid con l'insegna “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Essa incontrò non poche difficoltà a farsi accogliere, inquadrare e ad essere mandata “in linea”. Non tutti i suoi componenti, a cominciare da Rosselli stesso e Aldo Garosci, che ne scrisse la storia, avevano pratica di armi e, a differenza di Lussu, meno ancora di battaglie. Nello scontro di Monte Pelato cadde Mario Angeloni, massone. Dopo vicissitudini che lasciamo tra parentesi, lamentando una dolorosa flebite  Rosselli rientrò a Parigi. Sul suo “poi” circa trentacinque anni anni addietro lo storico Franco Bandini pubblicò il frutto di lunghe riflessioni sulla domanda: “Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli?” (ed. SugarCo). A Bagnoles-de-l'Orne il 9 giugno 1937 Carlo e suo fratello Nello, studioso del Risorgimento, rimasto in Italia e sempre ai margini della militanza politica, occasionalmente in Francia, furono assassinati da “cagoulards”, organizzazione criminale dichiaratamente di estrema destra ma contraddittorio e sospetto. Perché quel delitto così efferato? Quale posizione politica e quali progetti coltivava Carlo Rosselli? In mancanza di elementi sicuri, Bandini non esprime una sentenza categorica. Però, tassello dopo tassello, documenta che egli non viveva affatto in clandestinità. Si era premurato di rinnovare il passaporto, con estensione a Paesi dell'Europa centro-settentrionale (Germania hitleriana esclusa, s'intende). In Catalogna i volontari italiani avevano assistito sgomenti alla carneficina di anarchici e libertari da parte dei comunisti eterodiretti da Mosca. “Giustizia e Libertà” non si riconosceva nel Fronte Popolare varato da Stalin per egemonizzare l'antifascismo. Pertanto i suoi militanti costituivano un avversario; anzi un nemico. Da eliminare, acche fisicamente, come scoprì il repubblicano Randolfo Pacciardi, comandante del battaglione “Garibaldi” in Spagna. Quando avvertì che la sua vita era minacciata dai comunisti, previa una seconda iniziazione massonica riparò negli Stati Uniti d'America.
   Bandini intitolò il suo libro “Il cono d'ombra”. Non immaginava che, ruvidamente stroncato, il volume sarebbe finito a sua volta in un ...cono d'ombra. Vi rimase malgrado un convegno di studi dedicatogli in Firenze altre rievocazioni, incluso uno“Speciale” del mensile “Storia in Rete”. La vicenda, va però osservato, rimase ed è del tutto circoscritta nei confini italiani. Nessuna tra le maggiori opere di autori spagnoli ed esteri  sulla guerra di Spagna menzionano la “colonna Rosselli”. Se ne cerca invano traccia nella monumentale biografia di Franco scritta dall'inglese Paul Preston (tradotta in Italia da Mondadori), nei volumi di Juan Pablo Fusi e di Fernando Garcia de Cortazar. La ignora anche lo scrupolosissimo Pio Moa che, autore di saggi e biografie, ha passato in rassegna Los mitos de la guerra civil.

   Anche in Spagna i vent'anni dalla “ditta-blanda” di Primo de Rivera alla svolta “occidentale” di Francisco Franco segnarono molti passaggi dall'uno all'altro “bando”. Alcune personalità eminenti ebbero la sventura di essere uccise o di rimanere intrappolate nelle  tragiche regole di una guerra civile che fu sull'orlo di divenire mondiale. Si esaurì con la vittoria dei franchisti nella battaglia dell'Ebro, la loro avanzata in Catalogna, l'ingresso in Barcellona il 26 gennaio 1939. A quel punto la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco e lasciò i repubblicani al loro destino. I più previdenti passarono in Francia, ove furono concentrati in “campi”, in pessime condizioni, e circondati da diffidenza. Altri ripararono in Messico. In marzo in Madrid divampò l'ultima guerra civile nella guerra civile tra fazioni dell'estrema sinistra.
   Il 28 marzo i nazionali entrarono in Madrid e il 1° aprile Franco vi celebrò il proprio trionfo, presente Eddy Sogno, che ne scrisse. Questo si sostanzio in tre operazioni concatenate: il prolungamento dello sterminio dell'opposizione con la legge speciale contro il comunismo e la massoneria (ne hanno scritto Juan José Morales Ruiz nel fondamentale Palabras asesinas, José Antonio Ferrer Benimeli e Maria Dolores  Gomez Molleda in La Masonerìa en la crisis espanola del siglo XX); la sussunzione nel “franchismo” di tutti gli avversari del governo repubblicano; il consolidamento del suo potere di generale assurto a “Jefe del Estado”. In quel quadro vennero sfumate le differenze originarie, sostanziali e mai risolte di tanti “nazionali”, che da Franco vennero monumentalizzati e sottratti alla storia. Fu il caso di José Antonio Primo de Rivera. Quando lo fucilarononel carcere di Alicante, i repubblicani non capirono che stavano facendo un regalo a Franco, perché il programma della Falange stava al franchismo come il fascismo delle origini stava al Mussolini degli Anni Trenta. Aveva aperture sociali e culturali molto lontane dalla rigidità di Franco. Anche Emilio Mola y Vidal, artefice della sollevazione, aveva un programma che solo la sua morte per incidente areo il 3 giugno 1937 lasciò in fieri. Non concideva con “franchismo”.
  Per assicurare le fondamenta del regime provvisorio Franco usò mano durissima. Esecuzioni e condanne a pene severissime continuarono nel tempo. D'altronde, pochi mesi dopo la sua vittoria, iniziò la guerra europea, basata sul clamoroso patto di non aggressione Hitler-Stalin, sicché nessuno badò a quel che accadeva in Spagna. Importavano le sue risorse naturali, in specie i minerali rari, da Franco messi a disposizione dei due fronti con calcoli sagaci.
   Scaltro e lungimirante, il “caudillo” si accinse a fare il vero e più decisivo voltafaccia. Con il rifiuto di immischiarsi nella guerra a fianco dell'Asse e di infastidire il dominio britannico su Gibilterra, vitale per gli inglesi, fece buon viso agli Stati Uniti d'America, che in cuor suo detestava: nulla di più lontano dalla “sua” Spagna. Questa, però, aveva dalla propria la “Lettera collettiva dell'episcopato spagnolo” che il 1° luglio 1937 si schierò al suo fianco. Dalle file dei cattolici sorsero l'Opus Dei e la tecnocrazia che mutò il volto della Spagna. Dato a Dio quel che era di Dio, Franco pensò a Cesare: il regime. Per farlo finse di non vedere che il cambiamento sarebbe stato generato proprio dalla sua scelta di campo. Franco condivideva poco , se non nulla, dello statuto delle Nazioni Unite e meno ancor della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Però aveva bisogno di sedere nell'Onu (la Spagna vi fu accolta nel 1955, come l'Italia) e di offrire all'esterno una parvenza di rispettabilità. Chi la visitava constatava che il paese era “in ordine”. Le città si riebbero. Nell'arco di un decennio si affacciò una dirigenza che non arrivava dalla guerra civile. Tra i primi ne fu esponente Fraga Iribarne, onnipresente in convegni culturali all'estero.
  Prevalentemente in divisa, chiuso in ossessioni confinanti con allucinazioni, Franco completò il “grande balzo” ricevendo al Palazzo d'Oriente diplomatici e militari che avevano lasciato in valigia grembiule, sciarpa e guanti di loggia, indossati nelle logge castrensi installate in case private e nelle basi militari americane in Spagna. Con lo pseudonimo di J. Boor egli scriveva articoli contro la massoneria ma non vedeva i “fratelli” che incontrava. Grazie a quella distopia, da taluni considerato doppiezza, gettò le basi della lunga transizione che non iniziò dopo la sua morte ma dagli Ann Sessanta. Tra gli “intellettuali” esuli alcuni rientrarono, con la massima discrezione. Lentamente furono poste le basi per l'attuazione del programma il 18 luglio 1938 invocato da Manuel Azana: “paz, piedad, perdòn”. Madrid aveva fretta di entrare a far parte del Mercato comune europeo e delle istituzioni comunitarie nascenti. Incappò nell'ostilità di quanti prendevano a pretesto la perdurante repressione di movimenti centrifughi per escluderne la sempre più fiorente produzione agroalimentare  manifatturiera. In quegli anni la Spagna non fu l'unico Stato a combattere senza esclusione di colpi indipendentismi armati come l'Ira, speculare all'Eta.
  Ognuno di essi poté farlo a mani basse perché la divisione dell'Europa in blocchi  favoriva la sopravvivenza dei regimi. Sotto la scorza del franchismo la Spagna fu l'unico Paese a mutare in profondità. Il ripristino della monarchia fece il resto.
Anche il comunista Santiago Carrillo, rientratovi dal lungo esilio, osservò che per gli spagnoli essa era come la “sopa de ajo”, un piatto popolare.
 
  Un'ultima considerazione si impone. Dopo gli anni indimenticabili di Felipe Gonzalez, i Spagna socialisti imboccarono la via della “ley de la memoria” per cancellare i ricordi dell'età franchista, erroneamente dipinta esclusivamente buia, fonata sul terrore. Con Zapatero e, ancor più con Sanchez, imperversò la “memoria democratica”, che si risolse nella memoria a senso unico, nella cancellazione della complessità della storia. Una deformazione della verità. Cambiare nomi a vie e piazza è un conto, spostare salme (come accadde a quelle di Franco e di José Antonio Primo de Rivera, estumulati dal Valle de los Caidos, è un conto; negare che gli enormi progressi economici e civili della Spagna odierna ha radici negli ultimi quindici anni dell'età di Franco, è un altro. Il giudizio storico richiede conoscenza ed equilibrio. Senza le esagerazioni dell'estremismo di sinistra “Vox” sarebbe rimasto un partito con scarso seguito. Mentre si preparano a tornare al governo, i “moderati” fanno sapere non intendono averli alleati, per non attizzare un dualismo che appartiene al passato remoto e non ha nulla a che vedere con la Spagna odierna, quella di Felipe VI di Borbone, perno e garante dello Stato.
Aldo A. Mola     

DIDASCALIA:  El Valle de los Caidos: immaginata come emblema della pacificazione. Sulla Spagna dal franchismo a fine Novecento v. Aldo A. Mola, L'integrazione europea e la penisola iberica in Storia dell'integrazione europea, a cura di Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1997, vol,. I, pp.595-636.


MARCELLO SOLERI
UN LIBERALE
(1882-1945)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 Luglio 2025 pagg. 1 e 7.

Ritratto
                                                          a olio di
                                                          Marcello
                                                          Soleri
                                                          (1882-1945) di
                                                          A. Parrachini.
                                                          Con Giolitti
                                                          ed Einaudi,
                                                          Soleri è uno
                                                          dei tre più
                                                          prestigiosi
                                                          statisti
                                                          liberali
                                                          d'Italia tra
                                                          inizio
                                                          Novecento e
                                                          immediato
                                                          dopoguerra.
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                                                          ministro del
                                                          Tesoro, stava
                                                          guidando il
                                                          Paese a
                                                          risalire la
                                                          china dopo
                                                          cinque anni di
                                                          guerra. . 
Con Giovanni Giolitti e Luigi Einaudi, Marcello Soleri fu il terzo Statista espresso dalla Provincia Granda negli ottant'anni dalla proclamazione del regno:14 marzo 1861, non 17, che è il giorno della pubblicazione della legge nella “Gazzetta Ufficiale”. Se la datazione degli eventi dipendesse dal loro annuncio nella “Gazzetta Ufficiale”, la Repubblica andrebbe festeggiata non il 2 giugno ma il 19. Poiché la storia è fatta da persone, va ricordato che i due maggiori politici emersi nel Cuneese durante la guerra di Liberazione (1943-1945), uno, Tancredi (Duccio) Galimberti, avvocato, venne assassinato in Cuneo nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1944 da scherani della Repubblica sociale italiana; l'altro, Dante Livio Bianco, avvocato, che gli subentrò quale comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” in Piemonte, morì in un incidente di montagna nel 1953, mentre la Granda,“area depressa”, era alle prese con la ricostruzione materiale e morale. Primo e insuperato memorialista dei “Venti mesi di guerra partigiana” (libro pubblicato nel 1946 in Cuneo da Arturo Felici, “Pànfilo”), candidato all'Assemblea costituente e giureconsulto di talento, Bianco era nel pieno delle energie. Entrambi furono ricordati il 10 agosto 2024 a Saretto (alta Valle Maira) nell'80° degli Accordi tra partigiani italiani e resistenti francesi – di cui Galimberti fu pioniere e Bianco firmatario – presenti più francesi che italiani.  
   Contrariamente a quanto pubblicato da un settimanale diocesano cuneese a quella rievocazione non comparvero affatto Michele Calandri e Gigi Garelli , dell'istituto  cuneese per la storia della resistenza. Ma c'era, “oratore”, Sergio Soave, già deputato del PCI, PDS e DS, democratico non di nome ma di animo. La “Locanda” di Saretto, amorevolmente custodita da Marta e Giorgio Arrigoni qual era il giorno della firma degli Accordi, è sempre lassù, tra le vette. Passaggio stretto tra Italia e Francia. Si svalicava a piedi, come ai tempi di Bernardo di Chiaravalle. Con quello che accade tra rete ferrata e stradale fra Piemonte, Liguria e Oltralpe può sempre tornare comodo il passo del Sautron (m 2800 s.l.m.).

Liberali progressisti e popolari
   Marcello Soleri morì a 63 anni. Era ministro del Tesoro dal 18giugno 1944, prima con Ivanoe Bonomi, poi con Ferruccio Parri. Godeva della piena fiducia di Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri, di quello della Guerra, Manlio Brosio (nel cui studio forense torinese era cresciuto Bianco, che si laureò giovanissimo con una tesi sulla Borghesia) e del rispetto degli avversari politici, compresi comunisti, come Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, e socialisti, come Pietro Nenni, che ne conoscevano bene il sempre netto antifascismo, il patriottismo e la visione europeistica.
   Nel Cuneese il liberalismo fu “progressista” e “popolare”. Per capirlo basta sfogliare un album fotografico dell’epoca, leggere le cronache delle esposizioni agricole, industriali e commerciali, indagare sui nessi fra l’ artigianato e la moltitudine di artisti, storici, letterati della Provincia Granda  affermatisi a livello nazionale. Spesso fecero riecheggiare la propria fama Oltralpe e oltre Oceano. Il caso dello scultore Davide Calandra, torinese di nascita ma cuneese per formazione ed elezione (come suo fratello Edoardo, pittore, poi scrittore e autore de “La Bufera”, romanzo storico a giudizio di Benedetto Croce secondo solo a “I Promessi sposi” di Alessandro Manzoni), non è che tra i più noti. Anche l’industrializzazione di primo Novecento – l’età del decollo delle imprese metallurgiche, meccaniche e affini e anche di produzione idroelettrica, cartiere, industrie chimiche e farmaceutiche, che affiancarono le diffusissime manifatture seriche – affonda radici nello stretto legame tra ricerca scientifica d’avanguardia e artigianato di qualità, tra “capitale” regionale e antica provincia. Lo conferma la vicenda del “meccanico” Giovanni Battista Cenoei Ceirano, pionieri della produzione automobilistica, affiliato alla loggia “Giordano Bruno” di Torino, in fraterni rapporti con i Milardi della “Vita Nova” di Cuneo e con il matematico cuneese Giuseppe Peano, affiliato alla “Dante Alighieri” di Torino.
   In quella cornice si collocarono la formazione, l'ascesa professionale e le fortune politiche di Marcello Soleri (Cuneo, 28 aprile 1882 - Torino, 23 luglio 1945). Il quale, diciamo subito, non risulta affatto iniziato ad alcuna loggia: e, senza prove documentarie, per asserirlo non bastano chiacchiere e insinuazioni. Suo padre, Modesto, originario della valle Maira, come i Giolitti e gli Einaudi (non molti altri luoghi d’Italia hanno espresso in così pochi chilometri quadrati una dirigenza tanto rilevante e continuativa nel tempo), era ingegnere capo della Provincia. All'epoca gli uffici tecnici dell'amministrazione provinciale e dei maggiori comuni per progettare e realizzare opere anche molto impegnative si valevano di personale proprio, orgoglioso di legare il nome a edifici di pubblica utilità. Socialista sulla scia dell’umanitarismo di Edmondo De Amicis, di cui fu compagno di studi in Cuneo (lontanissimo da Karl Marx e ancor più dai socialmassimalisti scalpitanti), Modesto Soleri morì nel 1898, appena cinquantenne. Venne ricordato con stima e affetto per il suo filantropismo umanistico, speculare a quello del socialista Serafino Arnaud, il “medico dei poveri”. Imperante Francesco Crispi, che per nascondere tante sue malefatte si atteggiò a uomo d'ordine, Modesto Soleri fu anche assegnato a “confino”, da scontare a Taggia, ove aveva parenti.
   Il suo primogenito, Elvio, nato al Alba il 27 febbraio 1880, si laureò ventiduenne in ingegneria idroelettrica a Torino. A ventisei anni pubblicò “Le centrali elettriche degli Stati Uniti d’America”, frutto di un lungo viaggio di studio oltre Atlantico. Fu poi per quarant’anni docente di comunicazioni elettriche al Politecnico di Torino, fondato nel 1906 e folto di cattedratici nativi della Provincia Granda: Euclide Silvestri, Giovanni Marro, Felice Garelli, Luigi Lombardi. Fu Elvio Soleri a dimostrare e a rivendicare la priorità di Alessandro Cruto, di Piossasco, quale inventore della lampadina elettrica, vanto del tanto più celebre e disinvolto Edison.
   Secondogenito, a ventun anni Marcello si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino. Intrapresa la professione forense nello studio cuneese dell’avvocato Giacinto Dalmassi, nel 1907 sposò Tisbe Sanguinetti, figlia di un generale, da cui l’anno seguente ebbe il suo unico figlio: Modesto di nome, come il nonno, ma “filosofo” come lo ricorda chi ebbe il privilegio di conversare  con lui nell'amplissimo “studio” in Piazza Vittorio Emanuele II, in Cuneo, o a un tavolino in corso Dante, dal quale, con occhio asciutto, contemplava il flusso della storia. Nel tempo i Soleri avevano stretto vincoli con famiglie di “notabili” della Granda e soprattutto del circondario di Cuneo: i Moschetti (che avevano dato un deputato alla Camera, Agostino) e tramite questi i Peano (che ebbero l’esponente di spicco nel prefetto Camillo, capogabinetto di Giolitti, eletto deputato nel 1913 per il collegio di Barge, ministro, senatore, presidente della Corte dei Conti dal 1922 al 1928), i Bocca e altre ancora. Il loro intreccio è stato ricostruito con dedizione e competenza dal rimpianto Roberto Albanese, esploratore instancabile di archivi pubblici e privati.
Soleri alla guida della riscossa liberale
   Quando Cuneo celebrò il VII centenario della fondazione, l’avvocato Tancredi Galimberti, all’epoca deputato su posizioni radical-democratiche, “inventò” che la città, mai capitale di uno Stato, neppure all'epoca dei Comuni e delle Signorie, lo era di un’idea: “la libertà”. La sua figura però poi si appannò. Ministro della Pubblica istruzione nel governo Zanardelli-Giolitti di inizio Novecento, via via scivolò su posizioni sempre più moderate, conservatrici e infine reazionarie. Perciò i liberali progressisti cercarono un nuovo punto di riferimento per Cuneo, con l'occhio volto a Roma. Lo individuarono nel trentenne Marcello Soleri dal pizzo alla moschettiere e dalla folta capigliatura da artista. Nel 1912 Soleri fu eletto sindaco di Cuneo alla guida di un blocco comprendente radical-democratici, il banchiere e industriale serico Marco Cassin, israelita, e Angelo Segre, venerabile della locale loggia “Vita Nova”, “trasferita” da Mondovì a Cuneo nel  1907 e poi forte di molti “triangoli”. Occorreva arginare l'ascesa dei clericali e riportare la città alla guida del rinnovamento della Granda, nel clima dell'Esposizione nazionale allestita a Torino nel  Cinquantenario dell'Unità.
   Soleri vinse con programma di promozione del lavoro tramite la realizzazione di imponenti opere pubbliche: anzitutto la nuova stazione ferroviaria sull’altipiano e il viadotto ferrostradale sulla Stura, che invero richiese anni di lavoro. Opera degna degli antichi romani. L’anno seguente, passata la mano a Cassin, sindaco vicario, Soleri si candidò alla Camera e fu eletto deputato. Confutò l'addebito di ineleggibilità quale subeconomo dei beni ecclesiastici vacanti. Ancora una volta affermò la vocazione popolare e progressista del liberalismo, come di suo pugno scrisse nelle Memorie. Meno ostile di Giolitti all’intervento dell’Italia in guerra a fianco della Triplice Intesa (Regno Unito, Francia e Impero Russo) contro gli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria), intervenne affinché Cesare Battisti, socialista interventista, potesse dire la sua anche ai cuneesi.
  Benché l'elezione a deputato lo dispensasse dal servizio militare, Soleri fu volontario negli alpini, per condividere i rischi della sua gente. Fece la guerra nn nelle retrovie ma al fronte. Venne ferito da una pallottola che gli attraversò il torace e gli impose mesi di cure. Consegnò acute osservazioni a un diario solo in parte utilizzato nelle Memorie pubblicate nel 1949 dalla casa Einaudi, con prefazione dell’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, monarchico e liberale. Vi espresse giudizi severi sul ritardo di settori fondamentali dello Stato. Il 17 giugno 1915, da poco giunto al fronte, annotò: «A Monte Crostis l’ufficio del Comando è una piccola tenda, ove sono stati trasportati tutti gli scartafacci che il Comando deve trascinarsi dietro. L’Italia è sempre la stessa, burocratica.»
La pattuglia liberale nell'agonia del regime parlamentare
   Dalla guerra il Regno uscì ancora più appesantito dalla burocrazia. Il numero dei Ministeri e degli Alti Commissariati risultava pressoché doppio rispetto al passato e cinque volte superiore all'età di Cavour. Il fascismo fece il resto. Moltiplicare i Ministeri e cambiarne continuamente titolari e sottosegretari era andazzo dai tempi di Crispi. Continuò anche con il “duce”; non mutò dopo il 1945 e perdura.
   Nelle elezioni del 16 novembre 1919 – con il riparto dei seggi in proporzione ai voti riportati dai partiti su scala provinciale – nella “Granda” i liberali crollarono a tre soli deputati su dodici seggi in palio: Giolitti, Peano e Soleri, contro quattro popolari (cioè cattolici), quattro socialisti e un “agrario” (il braidese Bianchi), che passò subito nelle file dei democratici benché eletto anche con voti di nazional-fascisti. Confluì poi con i giolittiani che nelle elezioni del maggio 1921 si presero la rivincita e salirono a sei. Ma la loro riscossa si verificò solo nel Cuneese. A livello nazionale i rapporti di forza rimasero pressoché identici: comunisti, socialisti e popolari conquistarono metà dei seggi, ma non erano certo in grado di formare una maggioranza perché erano gli uni contro gli altri armati. La Camera non seppe esprimere un governo stabile, neppure dinnanzi al clima sempre più drammatico di guerra civile strisciante. Quello fu il prezzo della proporzionale: i gruppi parlamentari salirono dagli 11 del 1919 a 14, divisi su tutto. L’Italia che aveva vinto la guerra perse la pace.
   Dopo l’avvento di Mussolini alla testa di un governo di ampia coalizione (sino all’ultimo minuto comprese anche un socialista, Gino Baldesi, e il liberale Einaudi, neppure consultato; del resto il futuro “duce” era ansioso di mostrare ai “compagni” d’aver ragione e di attenderli al suo fianco), i collegi uninominali, che dal 1848 avevano concorso a formare una dirigenza parlamentare di valore,  furono sostituiti con i collegi regionali. Alle elezioni del 6 aprile 1924 Giolitti capitanò un “listino” schiettamente liberale contrapposto alla Lista nazionale (“Listone”) aggrumata attorno al Partito nazionale fascista. Ottenne tre seggi: tutti e tre per candidati della “Granda”, Giolitti, Soleri e l’avvocato Egidio Fazio, di Garessio. A loro si aggiunse Giovanni Battista Boeri,  nativo di Taggia, massone della loggia “Garibaldi” di Porto Maurizio, tra i fondatori nell'ottobre 1922 del partito liberale italiano, eletto nella Lista nazionale ma immediatamente passato all'opposizione, con dichiarata irritazione di Mussolini, come ricorda Filippo Bruno in “La Riviera dei Framassoni” (La Spezia, Il filo di Arianna, 2025). In Aula Boeri ricordò al “duce” che in forza dello statuto i deputati non rappresentavano un partito ma la “nazione”. Ognuno rispondeva alla propria coscienza, non a ordini di un “prete intrigante”, come Giolitti definì don Sturzo, né di chi era agli ordini di Mosca. E così recita l'articolo 67 della Costituzione vigente, più vicina allo Statuto Albertino di quanto paia o piaccia a tanti capibastone: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione [termine fatuo ad avviso di chi scrive: meglio sarebbe stato dire “il popolo”, come nell'articolo 1] ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»: né degli elettori (il voto è o non è segreto? Come fa il parlamentare a sapere chi lo ha votato?) né di un “partito”. Esercita il mandato senza bisogno di tessere, né di camicie o di stole.
   Visti i risultati delle votazioni, a mente fredda l’ottantaduenne Giolitti capì che non tutto era perduto. I neoeletti iscritti al PNF erano solo 227, poco più del 40% dei deputati in carica. Inoltre,  in gran parte erano degli “ex” : liberali, radicali, popolari, socialisti, sindacalisti... Era il caso del racconigese Giambattista Imberti, originariamente liberale, poi popolare, infine fascista, e del monregalese Guido Viale, già liberale, poi prono al regime con adulazioni invereconde (eppure sapeva che sarebbero state pubblicate, a futura memoria, negli Atti del consiglio provinciale). Dunque era possibile un “ribaltone”. Per attuarlo occorreva però stare in Aula. Invece, in risposta all’assassinio di Matteotti (addebitato a Mussolini, ma senza prove convincenti come ricorda Gianpaolo Romanato nella biografia del deputato socialista, ed. Bompiani), socialisti, popolari, repubblicani e “democratici” al seguito dl massone e teosofo Giovanni Amendola lasciarono l'Aula e si arroccarono in una sala attigua, in retorico e sterile “Aventino”. Fu il suicidio della democrazia parlamentare. Regalò al PNF una vittoria che in quel momento era ancora lontana dall'essere sicura.
Dalla “morta gora” alla Ricostruzione
   I “giolittiani”, come i deputati del partito comunista d'Italia, rimasero al loro posto, rispettosi dello statuto. Ma erano una pattuglia esigua. Da quel momento Mussolini ebbe la via in piano per conquistare lo Stato. Enunciò il suo programma: annientati il socialismo e la massoneria, intendeva cancellare lo Stato liberale e sostituirlo col lo Stato integralmente fascista, senza opposizione alcuna. Per Soleri, allo scioglimento della legislatura e quindi al termine del mandato (pochi mesi dopo la morte di Giolitti, 17 luglio 1928) e dopo la costituzionalizzazione del Gran Consiglio, iniziò la “morta gora” di cui scrisse nelle “Memorie”. La vera storia del Cuneese del quindicennio seguente rimane da scrivere. Continuò ad avere rapporti personali ed epistolari con antifascisti come il massone Domenico Maiocco e con Ivanoe Bonomi, che, sorvegliato, lo visitò a Cuneo. Socio del Rotary Club di Cuneo e del vivacissimo Circolo 'l Caprissi non piegò mai la testa, anche se la sua targa di avvocato veniva rimossa da teppaglia fascista.
       Soleri fu il primo a parlare ai cuneesi dopo la revoca di Mussolini da parte di Vittorio Emanuele III, che il 25 luglio lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio. Dopo la resa del 3-8 settembre, da Cuneo, ormai nelle mani del partito fascista repubblicano prono ai tedeschi di Hitler, munito di carta d'identità contraffatta per non essere arrestato Soleri raggiunse Roma e, come tanti politici e militari, riparò per mesi in San Giovanni in Laterano, basilica extraterritoriale. Consegnato al Rettore l'incarto delle Memorie, scritte “a mente”, passò in dimore private sino alla liberazione della città. Alla formazione del governo di CLN presieduto da Bonomi ,Soleri assunse il ministero del Tesoro, pilastro della Ricostruzione. Lo rimase nel governo Parri. Minato da “anemia perniciosa”,  promosse il prestito nazionale. Lo propugnò a Napoli il 15 aprile e a Milano il 15 luglio. Registrò un enorme successo. Ma ormai era allo stremo. Si trasferì a Torino e vi si spense la mattina del 23 luglio. Morì proprio quando l’Italia, il Piemonte e il Cuneese avevano più bisogno di lui: nella ricostruzione.
   Poiché sono gli uomini, non le “strutture”, a fare storia, la sua scomparsa sguarnì il liberalismo subalpino da chi poteva fissare negli occhi tanti “antifascisti postbellici”, sicuro di non dover abbassare lo sguardo. Il liberalismo si restrinse sempre più. Ma sino all’ultimo ebbe nella Granda il suo bastione. Vi fu un tempo in cui al Senato si contavano due soli liberali: Giovanni Malagodi e il cuneese Giuseppe Fassino. Il primo al governo, il secondo a fare il “gruppo parlamentare”. In coerenza con una tradizione che contava due secoli.
   Nel marzo 1948 l'Editore Garzanti pubblicò la biografia di Soleri scritta da Raimondo Collino Pansa (nato a Cuneo nel 1891) con una partecipe prefazione di Ivanoe Bonomi, datata ottobre 1947: opera essenziale per chi voglia meditare sull'evoluzione della vita politica italiana. Una biografia aggiornata nell'80° della sua morte aiuterebbe a capire l’“anomalia” del Cuneese,  baluardo liberale  nel quadro del Piemonte e ancor più dell'Italia europea da lui vaticinata, contro nazionalismi e populismi, all'insegna del “senso dello Stato”: che si coltiva e si perpetua anche nell'ambito di una Federazione liberamente voluta e suffragata dal consenso dei cittadini, altra cosa rispetto all'Unione attuale. Utopia? Può darsi. Ma senza “sogni” la “realtà” risulta ripugnante e insopportabile.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Ritratto a olio di Marcello Soleri (1882-1945) di A. Parrachini. Con Giolitti ed Einaudi, Soleri è uno dei tre più prestigiosi statisti liberali d'Italia tra inizio Novecento e immediato dopoguerra. Morì mentre, ministro del Tesoro, stava guidando il Paese a risalire la china dopo cinque anni di guerra.
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ANTONIO STOPPANI
DOGMA E SCIENZA PER LA NUOVA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.

Don Antonio Stoppani durante la Terza guerra
                      per l'indipendenza (1866). La sua figura e la sua
                      opera sono illustrate negli Atti del convegno
                      tenuto al Museo di Storia Naturale di Milano il 14
                      febbraio 2025 “Antonio Stoppani: luci dagli
                      archivi nel bicentenario della nascita” (Edizioni
                      Rosmianiane Sodalitas, Stresa, 2025). Comprende
                      saggi di suor Benedetta Lisci, curatrice del
                      volume e già segretaria generale della
                      Postulazione per la causa di beatificazione di
                      Antonio Rosmini, Luciano Lanna, Annalisa Rossi,
                      Monsignor Mario Delpini, p. Ludovico Maria
                      Gadaleta, Enrico Muzio, Vittorio Pieroni, Mauro
                      Rossetto. Enrica Panzieri vi propone “Antonio e
                      Pietro (suo nipote) Stoppani: una comunanza d'idee
                      tra scienza, riformismo e missione educativa”.L'Italia al voto e un prete deputato?
5 novembre 1876. Gli elettori del regno d'Italia vennero chiamati alle urne. Erano 605.000. Al voto ne andarono 368.000: quasi il 61%. Alle urne affluì soprattutto il Mezzogiorno (oltre il 67%) seguito dall'Italia settentrionale (58%).  La Centrale si fermò sulla soglia del 56%. Peggio di tutti fece il Lazio: superò di poco il 49%. Proprio Roma, la tanto agognata capitale d'Italia, fu il fanalino di coda. Sei anni dopo “Porta Pia” l'“idea di Italia” faticava ad affermarsi. Perché rimaneva “scomunicata” da Pio IX? O per atavica indolenza di chi, tutto veduto, rimaneva scettico dinnanzi a cambiamenti che non  si sostanziavano in benefici immediati e tangibili?
  In quelle votazioni gli elettori dovevano decidere se confermare la fiducia alla “Sinistra storica” capitanata da Agostino Depretis, deputato di lungo corso, presidente del Consiglio dalla “rivoluzione parlamentare” del 18 marzo, o riportare al governo la “Destra” di Giovanni Lanza, Quintino  Sella e Marco Minghetti. La sfida riguardava poù i deputati che gli elettori, e meno ancora i cittadini senza diritto di voto, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, in massima parte analfabeti, sottoalimentati, ricorrentemente preda di pandemie e, di quando in quando, di epidemie come il letale chòlera morbus. La partita, nondimeno, era decisiva. La Sinistra aveva in programma riforme di peso, a cominciare dalla riduzione del prezzo del sale, la riorganizzazione delle forze armate, il varo di opere pubbliche assolutamente indispensabili per liberare tante regioni dall'arretratezza e avviarle alla crescita. 
  Il re, Vittorio Emanuele II, non si schierò. Tra i maggiorenti della Sinistra, il presidente del Consiglio, Agostino Depretis, era una garanzia di continuità. Francesco Crispi sin dal 1864 aveva dichiarato che la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Il Ministro dell'Interno, Giovanni Nicotera, massone come tanti capifila della Sinistra, sopravvissuto alla fallita spedizione di Carlo Pisacane, fatta a pezzi presso Sapri da contadini che scambiarono i “liberatori” per briganti, fece più che il possibile per far vincere la Sinistra. Mobilitò prefetti, questori e tante associazioni ondivaghe e “a noleggio”, scrupolosamente censite dalla direzione generale di pubblica sicurezza. La Sinistra stravinse nel Mezzogiorno. Nell'Italia centrale ottenne 91 seggi contro i 31 andati all'opposizione. Nell'Italia settentrionale Destra e Sinistra risultarono quasi alla pari. Come in elezioni precedenti, la partecipazione al voto risultò modestissima in province lombarde, come Bergamo. Altrettanto avvenne nel Veneto euganeo.
   Nel collegio di Lecco,  caro ad Alessandro Manzoni che vi aveva campeggiato I promessi sposi,  il 12 novembre fu eletto l'avvocato Mario Martelli, in ballottaggio, con  485 voti  contro i 266 andati al dottor Angelo Villa-Pernice,  deputato dal 1867.  Martelli ottenne più di un terzo degli elettori (1125). L'“Italia”, dunque, confermò il governo Depretis, che però durò poco. Fu sostituito da un ministero presieduto da Benedetto Cairoli, a sua volta di breve durata. Tornato al governo Depretis passò da una crisi all'altra sino a quando nel 1887 morì, presidente in carica. Gli subentrò Crispi, costretto alle dimissioni perché in Aula fu accusato di bigamia. Nessuno ne rimproverava la licenziosità (anche Camillo Cavour ne era stato un campione), ma il disordine dei “documenti ufficiali” ancora creava problemi.  
  Quelle elezioni avrebbero potuto aprire un capitolo di tutta un'altra storia se il 29 ottobre 1876, poche settimane prima dell'apertura delle urne, don Antonio Stoppani non avesse annunciato che non accettava la candidatura alla Camera. Chi era e perché proprio un prete avrebbe potuto vincere trionfalmente?
   Antonio Stoppani (Lecco, 15 agosto 1824-Milano, 1 gennaio 1891) fu presbitero e scienziato di fama mondiale. Quinto di quindici figli di un artigiano, Giovanni Maria, che produceva candele e cioccolata, e della longeva Lucia Pecoroni, poco più che decenne Antonio entrò in seminario. Fervido ammiratore di Manzoni e di Gioberti, nel 1848, quando ancora era seminarista aiutò i milanesi nelle Cinque giornate contro gli “Austriaci”. Dopo l’ordinazione sacerdotale (1848) alla cura d'anime  preferì gli studi di paleontologia e glaciologia. Inviso al governo austriaco, entrò  precettore nella casa del conte Alessandro Porro, la stessa che trent'anni prima aveva avuto insegnante privato Silvio Pellico, iniziato alla Carboneria e redattore di “Il Conciliatore” di Federico Confalonieri, massone. 
   Nel 1857 Stoppani dimostrò per primo l’unità delle Alpi lombardo-svizzere. Nel 1859 impegnato a curare i feriti delle patrie battaglie inneggiò ai franco-piemontesi guidati da Napoleone III e da Vittorio Emanuele II che si battevano contro l'Austria per, egli scrisse, “ridare agli italiani la nazionale indipendenza”: uno “status” che per la verità non avevano mai avuto dalla decadenza dell'Impero romano. Ma così si credeva e si diceva. Pioniere dello studio del petrolio, don Stoppani tornò in linea nella guerra del 1866 per assistere i militari feriti. Meritò il pubblico plauso. Tra i fondatori dell’Istituto geologico del Regno d'Italia, concorse poi alla redazione della carta geologica dell’Italia, importante anche per la vulcanologia e lo studio dei terremoti. Apprezzato da Quintino Sella, nel 1873 fu il primo presidente del Club Alpino Italiano insediato a Milano.
    Docente e autore di un “Corso di geologia” ammirato per chiarezza espositiva, nel 1874 si avventurò in un viaggio verso la Terra Santa. Toccate la Grecia e la Turchia, dopo una tappa in Libano, mosse verso la Siria, ma per un incidente (la zampata di un cavallo gli ruppe una gamba) dovette rientrare in Italia. Lasciò memoria della peregrinazione  nel “Racconto di una carovana milanese nel 1874”, pubblicato quattordici anni dopo.
Il Bel Paese di un prete patriota
  La sua opera più nota fu e rimane Il Bel Paese, pubblicato nel 1876 ebbe subito immensa fortuna. E' la narrazione delle bellezze naturali dell'Italia in forma di racconto di uno zio al nipote: formula indovinata e accattivante. Il volume venne presentato al concorso bandito nel 1874 per il miglior libro di lettura “per il popolo”. La giuria lo elogiò ma lo pose a pari merito con un lavoro del poligrafo moderatissimo Cesare Cantù, “Attenzione. Riflessi di un popolano”.
  Don Stoppani non entrò in dispute teologiche. Parlò dell’Italia, dell'incanto dei suoi paesaggi e ne esaltò il Creatore. Per lui, come per altri ecclesiastici lungimiranti, come Carlo Passaglia e Luigi Tosti, l’unificazione era un fatto compiuto. Bisognava guardare alla pace e alla fratellanza operosa. Istruì ed educò senza alzare la voce. Come scrive Monsignor Mario Delpini in “Antonio Stoppani. Prete, scienziato, patriota” e documenta padre Ludovico Maria Gadaleta  in “Vincere lo scandalo con lo scandalo” per lui scienza e fede, ragione e  spiritualità non sono affatto contrastanti, come non lo erano la Nuova Italia, la libertà di religione e il papa stesso, tutelato dalla legge delle Guarentigie.
   Ammiratore dell'abate Antonio Rosmini, anche sull'onda del successo scientifico e letterario nel 1876 don Stoppani si candidò alla Camera dei deputati. Bisognava “dare l'esempio” e confutare l'astensione dalle urne imposto ai cattolici con il “non expedit” che vietava di partecipare alla vita politica del Paese. La direttiva “né eletti, né elettori” regalava l'Italia agli anticlericali militanti, che si trovavano la via spianata per varare leggi laicistiche. La sua “discesa in campo” costituì un fatto “politico”. Don Stoppani ci credette davvero. Il 9 ottobre pubblicò un appello contro l'oligarchia dei conservatori e il pericolo dell'internazionalismo. La candidatura suscitò un vespaio di critiche. Chi aveva ragione? Era proprio necessario che un presbitero sedesse alla Camera? La quasi totalità dei parlamentari era di cattolici, osservanti senza ostentazione e senza strumentalizzazioni della propria fede. Il calendario della vita civile del regno era scandito da cerimonie religiose, senza scandalo per nessuno. Negli stessi anni la Terza Repubblica francese registrava il ritorno al primato della chiesa cattolica, dopo gli eccessi della Comune parigina. Nel dicembre 1869 aveva suscitato scandalo la convocazione a Napoli di un Anticoncilio contrapposto al Consiglio ecumenico indetto in Roma da Pio IX. I laicisti avevano validi motivi per arginare l'invadenza asfissiante del clero nella vita quotidiana delle persone con precetti anacronistici e irrazionali. Dal canto suo il papa non aveva torto e ritenere che la Chiesa fosse sotto assedio, a temere la scristianizzazione e una nuova persecuzione dei cattolici.
 Pressato da più parti, don Stoppani si rassegnò. Annunciò formalmente di non considerarsi candidato. Aveva altri strumenti per incidere nella vita pubblica: la parola (celebri le sue conferenze settimanali, non “prediche”, svolte sempre con un sorriso, in forma dialogica) e gli scritti, attesi da un pubblico via via crescente e affezionato. Negli anni seguenti, lasciata temporaneamente Milano per Firenze, si concentrò su due nodi di perenne attualità: il regresso dei ghiacciai nelle Alpi (che, da alpinista provetto, conosceva di persona) e la qualità dell'acqua. Questioni attualissime. Chiamato nel 1882 a dirigere in Milano il Museo di storia naturale ed eletto presidente della Società geologica italiana, don Stoppani percepì che le critiche nei confronti della sua politicizzazione avevano un bersaglio più alto: la polemica nei confronti della lunga battaglia per conciliare Patria e Libertà, Cattolicesimo e scienza. Nel colpire lui si mirava a oscurare per sempre il magistero di Antonio Rosmini, il filosofo che a metà Ottocento più e meglio di Vincenzo Gioberti aveva invitato alla pacatezza, a percorrere una “via italiana” verso la compatibilità tra “il dogma e le scienze positive”. Lo ripeté in un'opera del 1884, pesantemente criticata dal quindicinale della Compagnia di Gesù. Nel 1887 il decreto Post Obitum condannò una lunga serie di frasi di Rosmini, estrapolate dalle sue opere. La guerra degli “integralisti” contro i “conciliatoristi” era ormai totale.  Lacerava le coscienze della Nuova Italia. Nel giugno 1889 travolse Stoppani con la condanna della rivista da lui temerariamente intitolata “Il Rosmini”. Poiché tutto va storicizzato, va ricordato che nelle stesse settimane venne scoperto in Campo dei Fiori a Roma il monumento bronzeo di Giordano Bruno, antologia di omaggi agli eresiarchi, presenti decine di labari massonici.
  Gli ultimi anni riservarono a don Stoppani molte amarezze ma non ne turbarono la serenità. Operava sui tempi lunghi. Lo mostrò propugnando l'erezione di tre monumenti ad altrettante figure rappresentative della “speranza”: non solo Rosmini ma anche Alessandro Manzoni e Giovanni Battista Piatti. Meno celebre della triade, questi era l'inventore della perforatrice ad aria compressa che rese possibile realizzare la galleria del Fréjus (Bardonecchia-Modane). Come ricordano Marco Albera e  Giorgio Enrico Cavallo in “L'altro Risorgimento. Cronache del Traforo del Fréjus” (con introduzione di Aldo A. Mola, Centro Studi Piemontesi, 2024) Piatti descrisse il progetto in un'opera a stampa. Lo presentò al ministro “piemontese” Pietro Paleocapa  che lo affidò a una commissione. Venne bocciato. Ma gli “ingegneri ferroviari” Germano Sommeiller, Sebastiano Grandis (che ne avevano esaminato il progetto) e Severino Grattoni se ne impadronirono e lo usarono. Don Stoppani volle richiamare gli “scienziati” alla onestà e alla collaborazione internazionale tra i ricercatori.
   Il “Bel Paese” di Antonio Stoppani continua a essere stampato (anche in edizioni di pregio) e letto da un pubblico di tutte le età. Incuriosisce che né quell'opera né altre sue figurino nel famoso “Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature”.
  Sacerdote, scienziato, pedagogista, patriota, saggista e divulgatore, Antonio Stoppani lasciò fare al tempo, che è galantuomo. Oggi è letto e apprezzato.

Il poligrafo Mauro Macchi e “don” Ausonio Franchi
   Altrettanto efficace di quella di don Stoppani fu l’opera divulgativa di Mauro Macchi (Milano, 1818- Roma, 1880). Discepolo di Carlo Cattaneo e collaboratore del “Politecnico”, anch’egli, come il chierico Stoppani e il suo “maestro” Alessandro Pestalozza,  prese parte alle Cinque Giornate milanesi del Quarantotto. Macchi concorse alla redazione dell’Archivio triennale delle cose d’Italia di Carlo Cattaneo. Espulso dal Canton Ticino, ove si era rifugiato, migrò nel regno di Sardegna, voltò le spalle a Mazzini dopo il fallimento della rovinosa cospirazione del febbraio 1853 e si dedicò a organizzare le società operaie di mutuo soccorso. Massone, Mauro Macchi collaborò alla promozione del “Libero Pensiero” con don Giuseppe Bonavino. Lasciata la talare, questi prese nome di Ausonio Franchi, si fece iniziare in loggia e assunse la guida del Rito Simbolico Italiano. Sulla fine tornò in religione. Garibaldino, Macchi fu vicepresidente della Lega per la pace e la libertà nel 1867 adunata a Ginevra, ove Garibaldi predicò la pace universale, ma tra popoli liberi dalla tirannide. Poche settimane dopo il settantenne Generale non esitò a salire a cavallo per liberare Roma dal potere temporale di Pio IX. L'impresa finì sfortunatamente a Mentana, anche per colpa di Mazzini.
   L'opera più vasta e durevole di Macchi fu l’Almanacco istorico d’Italia pubblicato dal 1868. La scrisse da solo, a lume di candela, tra mille difficoltà. Era il suo modo di credere nella Patria. I maggiori studiosi di statistica lo vollero al proprio fianco: Leone Carpi, Angelo Messedaglia, Cesare Correnti, tutti massoni o amici di massoni e fautori dell’“idea di Italia” condivisa da tutti i veri patrioti. Per lui storia e statistica non erano erudizione, né arida informazione. Costituivano le basi per la ricognizione del passato e additavano la via verso il futuro, lo Stellone d’Italia che ciascuno era ed è libero di interpretare a proprio piacimento. Nel 1879 il “repubblicano” Macchi fu nominato senatore del regno: rango presagito anche per don Stoppani, ma da lui non raggiunto per le polemiche suscitate intorno alla sua opera scientifica, filosofica e divulgativa. Il laticlavio, mai conferito a un ecclesiastico dopo l'Unità, avrebbe costituito un precedente assoluto. Positivo. Sarebbe stato segnale della pacificazione della Terza Italia, il Bel Paese ove i sapienti erano uniti come nella “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio.  
  A fare l’Italia tanto concorsero cospirazioni e battaglie, ma altrettanto fecero studiosi che si dedicarono al giornalismo e alla divulgazione ed ebbero spiccata sensibilità per la letteratura e la lingua popolare, incluse le lingue regionali. Fu il caso di Macchi come di Costantino Nigra, solitamente ricordato come incaricato d’affari e ambasciatore a Parigi, di Felice Govean, autore di romanzi storici e fondatore della “Gazzetta del Popolo” di Torino, e di Luigi Pietracqua, il cui nome non figura nella maggior parte dei “dizionari di letteratura”. Forse perché ebbe la generosità di scrivere romanzi popolari in piemontese proprio quando l'avvento della Nuova Italia costrinse Vittorio Emanuele II a trasferire la capitale da Torino a Firenze e poi a Roma.
   Tutti insieme, scrittori, divulgatori e giornalisti, ecclesiastici e massoni, furono, come il re, “padri della Patria”.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Don Antonio Stoppani durante la Terza guerra per l'indipendenza (1866). La sua figura e la sua opera sono illustrate negli Atti del convegno tenuto al Museo di Storia Naturale di Milano il 14 febbraio 2025 “Antonio Stoppani: luci dagli archivi nel bicentenario della nascita” (Edizioni Rosmianiane Sodalitas, Stresa, 2025). Comprende saggi di suor Benedetta Lisci, curatrice del volume e già segretaria  generale della Postulazione per la causa di beatificazione di Antonio Rosmini, Luciano Lanna, Annalisa Rossi, Monsignor Mario Delpini, p. Ludovico Maria Gadaleta, Enrico Muzio, Vittorio Pieroni, Mauro Rossetto. Enrica Panzieri vi propone “Antonio e Pietro (suo nipote) Stoppani: una comunanza d'idee tra scienza, riformismo e missione educativa”.


ROTARY CLUB DI CUNEO
CENTO ANNI NELLA STORIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.

Luigi Burgo. Quanto gli deve la “carta
                    stampata”, veicolo di libertà?Il Rotary Club Cuneo 1925, nato dalla fusione tra Rotary Club di Cuneo e Rotary Alpi del Mare, festeggia i cento anni dalla nascita, avvenuta il 18 ottobre 1925 per iniziativa di Luigi Burgo, che ne venne eletto presidente. Ingegnere, industriale e umanista, Burgo fece del Rotary cuneese il motore di iniziative di vasto respiro culturale tuttora vive. Il Club cuneese fu tra i primi Rotary sorti in Italia. La “Granda” dell'epoca era in severa sofferenza. Eppure il Club di Cuneo fu il secondo del Piemonte. Come mai?

Perché la Ruota Dentata iniziò presto a girare in Cuneo?
   In Italia il primo Rotary Club si insediò a Milano il 20 novembre 1923 con 20 associati. Nel 1924 furono costituiti sette Rotary: a Trieste (28 marzo), Genova (15 novembre), Torino (4 dicembre), Roma (6 dicembre), Napoli (11 dicembre), Palermo (15 dicembre) e Venezia (16 dicembre). Tre nel Settentrione, tre nel Mezzogiorno, tutti in capoluoghi regionali, e uno nella capitale del regno.
   Il 1924 in Italia fu un anno tortuoso. Il 6 aprile si svolsero le elezioni politiche sulla base della legge che prevedeva l'assegnazione di due terzi dei seggi al partito che ottenesse il 25% dei voti validi. Vinse la Lista Nazionale, comprendente candidati di un ampio arco filogovernativo, anche non fascisti.
   Il 10 giugno il rapimento e morte del deputato socialista Giacomo Matteotti per opera di una “squadraccia” risultata collusa con uomini vicini al governo turbarono il quadro politico e posero all'opinione pubblica la “questione morale”. Le opposizioni (destra liberale, democratici, repubblicani, popolari e socialisti) si arroccarono fuori dall'Aula e dettero vita al cosiddetto “Aventino”, proclamando che si sarebbero astenuti dai lavori parlamentari sino a quando il governo non avesse svelato gli aspetti oscuri del delitto e indicato il suo mandante. L'immediato arresto degli esecutori materiali, subito carcerati, esentò il “duce del fascismo” da dichiarazioni. Toccava alla magistratura, che si mostrò efficiente e determinata, individuare la catena delle responsabilità. Mentre imperversavano le polemiche giornalistiche, nacque uno stallo giudiziario che, sotto il profilo istituzionale, giovò a chi deteneva il potere. Con l'astensione dai lavori l'Aventino spianò il controllo del parlamento da parte di Mussolini. Per rabbonire le opposizioni, egli promise il ritorno dal sistema maggioritario ai collegi uninominali, graditi al ventaglio dei partiti non fascisti.
   A fronte di imbarazzanti rivelazioni giornalistiche sull'“affare Matteotti”, l'anno si chiuse con la perentoria richiesta dei consoli della milizia volontaria per la sicurezza nazionale a Benito Mussolini di tutelare gli squadristi dalla giustizia ordinaria per i crimini commessi nella guerra civile strisciante in corso dal 1919. Altrimenti avrebbero scatenato la “seconda ondata”, minacciata da molti “ras” di provincia, a cominciare da Roberto Farinacci, capofila della “rivoluzione fascista”. Il 3 gennaio 1925 Mussolini respinse alla Camera ogni addebito sulla morte di Matteotti e rivendicò il ruolo politico del fascismo: “rivoluzionario” e “stabilizzatore”.
   Il parlamento non offrì a Vittorio Emanuele III alcun appiglio costituzionale, un voto in Aula, fosse pure minoritario ma consistente, affinché egli potesse esercitare i poteri della Corona. Mussolini ebbe quindi mano libera. Presidente del Consiglio e già ministro degli Esteri e delle Colonie, nel corso di pochi mesi il “duce del fascismo” assunse la titolarità dei ministeri di Guerra, Marina e Aeronautica, in stretti rapporti con quelli di Finanza, Tesoro ed Economia nazionale, affidati a personalità di prestigio internazionale. Dal marzo 1924, prima delle elezioni, a riconoscimento della definitiva annessione di Fiume, Vittorio Emanuele III lo aveva nominato cavaliere della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del re”.
Anni difficili...
   Il 29 maggio 1924 Pio XI indisse il giubileo universale. L'Anno Santo durò dal Natale del 1924 a quello successivo. Nei primi mesi del 1925 il parlamento approvò un ampio ventaglio di leggi a vantaggio del clero. Il 16 maggio conferì alle donne il diritto di voto nelle elezioni amministrative (comunali e provinciali), sulla scia di analoghe leggi varate all'estero.
   Nel corso dell’anno venne discusso il disegno di legge sulla regolarizzazione delle associazioni presentato da Mussolini il 12 gennaio. Esso fu esaminato e avallato alla Camera il 16-19 maggio e approvato alla quasi unanimità al Senato il 19-20 novembre. Vietò le associazioni segrete e vincolò i pubblici dipendenti (militari, magistrati e docenti, funzionari, impiegati e agenti) a prestare giuramento di fedeltà unicamente al re e ai suoi legittimi discendenti. Autorevoli parlamentari deplorarono che la legge aboliva la libertà di associazione. Alfredo Rocco, ministro della Giustizia, replicò che veniva impedita “la libertà della segretezza”. Un sofisma accettato dal parlamento. Dal canto suo Mussolini dichiarò che aveva avuto tre bersagli: annientare i socialisti, eliminare la Massoneria e demolire lo Stato liberale (sic). La legge sulle associazioni era la premessa per l'instaurazione dello Stato fascista, che non era solo un regime ma una “religione”. Non esigeva solo disciplina. Chiedeva “fede”.
   Per porre gli affiliati al riparo da persecuzioni e rappresaglie, pochi giorni prima della pubblicazione della legge nella “Gazzetta ufficiale” il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Domizio Torrigiani, sciolse le logge, imitato mesi dopo da Raoul Palermi, che presiedeva la Gran Loggia d'Italia. Entrambe tali comunità contavano sulla presenza attiva o passata di importanti gerarchi del regime e di esponenti di tutti i partiti a eccezione di quello popolare, fondato nel gennaio 1919 da don Luigi Sturzo. Però in parlamento solo due senatori difesero la massoneria quale istituzione che aveva concorso alla vita della Nuova Italia e propugnacolo di libertà e progresso democratico.
...ma la ruota gira
   Mentre imperversavano assalti alle logge e polemiche giornalistiche contro le “società segrete”, nella primavera del 1925 vennero costituiti altri tre Rotary Club: a Firenze (7 marzo), Livorno (8 marzo) e a Bergamo (13 giugno). Dopo la pausa estiva nacque quello di Parma (3 ottobre). Il 18 ottobre fu la volta del Rotary Club di Cuneo. Esso fu dunque il quarto insediato in un capoluogo di provincia anziché di regione. Alla nascita ebbe una ventina di associati, un numero solo apparentemente modesto, se correlato alla vastità della provincia e alle lunghe percorrenze imposte ai soci che dovevano recarsi nel capoluogo.
   Secondo del Piemonte, il club di Cuneo precorse quello di Novara, sorto il 9 dicembre 1928 e quelli di Biella e di Alessandria, costituiti nel 1937, in un quadro generale del tutto diverso da quello di dodici anni prima. V'è quindi motivo di domandarsi come mai Cuneo abbia battuto sul tempo città di gran lunga più importanti per numero di abitanti, rilievo politico-amministrativo, istituzioni culturali e retaggio storico quali Bologna, Verona, Mantova, Bari, Pisa e Perugia. All'epoca il Cuneese non aveva alcun Istituto universitario né accademie o società culturali di prestigio nazionale o anche solo regionale. È possibile rispondere alla domanda sulle ragioni profonde che motivarono la nascita del Rotary locale con tanto anticipo rispetto ad altre città? Si può rispondere che la “Provincia Granda” trasse vantaggio dalla storia e della sua specifica condizione geo-politica.
   La prima considerazione è che nel 1860, dopo la cessione della Savoia alla Francia di Napoleone III, il Cuneese, che svalicava Oltralpe, a Tenda e a Briga, proiettandosi verso Ventimiglia e Nizza, era divenuto la nuova “culla” di Casa Savoia. Le residenze reali di Racconigi, Sant'Anna di Valdieri, Valcasotto, la tenuta di Pollenzo, con i poderi sperimentali seguiti personalmente da Vittorio Emanuele III sull'esempio del bisnonno Carlo Alberto, e le “case di caccia” costituirono riferimenti costanti dei sovrani. Il re scelse il Castello di Racconigi, sua proprietà personale, per la nascita dell'erede al trono, Umberto, nominato principe di Piemonte. La “Granda” assicurava al re una rete di antica devozione che si estendeva dai notabili ai popolani, accomunati nell'identificazione delle proprie sorti con quelle della dinastia, come era avvenuto nei secoli nello Stato sabaudo. Unico in Italia a vantare la continuità dinastica della casa regnante dal Medioevo al Novecento, esso costituiva un'eccezione in Europa.
Nel cono d'ombra una grande civiltà
   Nel 1914-1915 l'interventismo non attecchì nel Cuneese, che però dette alla Vittoria del novembre 1918 un tributo di vite percentualmente superiore alla media nazionale. Anziché indebolito, grazie al secolare spirito di sacrificio individuale a vantaggio del superiore interesse dello Stato, il suo legame con la monarchia ne uscì rafforzato. Su tale identificazione pesò anche la fiducia che il ritorno dell'Italia all'amicizia con la Francia avrebbe propiziato il completamento delle infrastrutture ferroviarie e stradali, all'epoca in grave ritardo, necessarie all'incremento delle relazioni commerciali tra il Cuneese, il Nizzardo e la Provenza, a beneficio di rapporti umani e culturali che affondavano radici nei secoli. In tale disegno, Cuneo venne concepita e proposta quale tappa obbligata tra Torino e Nizza, anzi fra Berna e Marsiglia, come recitavano gli orari ferroviari e la pubblicità promozionale del turismo, che decantava la Granda quale terra di quiete operosa e di raccoglimento spirituale dopo i difficili anni della Grande Guerra. Ne è documento la maestosa la Stazione nuova di Cuneo, progettata anni prima della Grande Guerra.
   In una provincia estesa quanto una regione, pur nelle sue minuscole dimensioni il Rotary Club risultò la via maestra per chiamare a raccolta personalità eminenti, al di sopra e al di fuori della “politica”, per sommare princìpi ideali e pragmatismo e porre mano alla costruzione di un edificio imponente, nuovo ma non improvvisato, frutto di meditazione, fondato su conoscenza e fiducia reciproca tra architetti e maestranze.
   In sintesi, il Rotary cuneese non nacque su sabbie aride. Lo si evince dalla sua composizione, dai suoi programmi e dalla loro rapida attuazione. Alle spalle aveva decenni di esperienze amministrative e iniziative culturali e imprenditoriali di respiro nazionale, con proiezioni sulla costa e verso l'Oltralpe. Nel 1919-1925 Cuneo contava tre quotidiani, letti attentamente a Torino e anche a Roma. Per il rilievo dei loro referenti, spesso essi anticipavano orientamenti della politica nazionale. Ogni capoluogo dei circondari di Alba, Mondovì e Saluzzo era animato da almeno due settimanali. Ne avevano Bra, Fossano e città minori, capoluoghi di mandamenti provinciali, sulla scia della gloriosa tradizione ottocentesca di fogli locali, collegati a torinesi “fratelli maggiori”, come “La Gazzetta del Popolo” e la “Gazzetta Piemontese” (poi “La Stampa”), diretta dallo scrittore Vittorio Bersezio. La “Granda” pullulava di officine meccaniche e di manifatture tessili (soprattutto seriche) ma aveva ancora le sue basi nell'agricoltura e nell'allevamento ed esportazione di bestiame. Le sue radici, fortune e prospettive vennero proposte all'attenzione generale dalle Esposizioni Agrarie Riunite allestite a Cuneo dall'8 maggio al 16 novembre 1905. La Rassegna aveva alle spalle anche l'istituzione della Cassa di Risparmio di Saluzzo su impulso del direttore generale della Cassa di Risparmio di Cuneo, Giuseppe Berrini, «vigoroso e autorevole campione delle contemperate moderne tendenze ego-altruistiche, accorto e severo amministratore dalla mano di ferro ma dal guanto di velluto». Forte di un comitato d'onore composto dal ministro Luigi Rava, da Giolitti, Galimberti e altri notabili tra i quali l'israelita Marco Cassin, industriale serico, banchiere e presidente della Camera di Commercio, l'Esposizione propugnò la meccanizzazione del lavoro agricolo, la cooperazione e l'armonia sociale, anche con il potenziamento delle associazioni mutualistiche. Dedicò speciale attenzione all'utilizzo dell'energia elettrica. Lo sforzo organizzativo fu ripagato dal plauso del Re, che alle 8:30 del 13 agosto ne visitò i padiglioni accompagnato dalla regina Elena.
   Il clima civile prevalente nella Granda in coincidenza con l'Esposizione emerge dalla dichiarazione di Giolitti all'elezione a presidente del consiglio provinciale di Cuneo (13 agosto 1905), nel quale sedeva dal 1886 in rappresentanza del mandamento di Caraglio. Premesso che la carica non comportava «gravi difficoltà» (si riversavano soprattutto sul presidente della deputazione provinciale, che aveva potere esecutivo e gestire il bilancio), osservò che il consesso non era «che una riunione di amici che si stimano e si amano, animati dal solo intento di procurare il bene degli amministrati, non divisi da dissensi di natura politica, poiché tutti sono devoti alle patrie istituzioni; e, se qualche volta vi è lotta, dipende unicamente dal fatto che ognuno vede le cose dal suo punto di vista». Il 2 ottobre 1910 all'inaugurazione della nuova sede della Cassa di Risparmio di Cuneo andò oltre. L'istituto era punto di convergenza tra «le idee clericali e socialiste, moderate e radicali». «La questione sociale – aggiunse – noi la risolviamo elevando le classi più umili a livello di quelle più ricche», per far sì che «ognuno valga per ciò che ha e per il lavoro che compie, senza residue discriminazioni “di classe”».
   Negli stessi anni Luigi Burgo (Moneglia, 1876 - Torino, 1964), laureato ingegnere elettrotecnico a Londra e fiduciario della compagnia Thury di Ginevra per Piemonte, Liguria ed Emilia, scoprì la “Granda”. Dal 1898 vi installò imprese di produzione e distribuzione di energia elettrica e cartarie e, nel tempo, ne divenne demiurgo, sia per le capacità sue, sia perché il Cuneese era terra fertile, bene arata e seminata nei secoli.
   Dieci-vent'anni anni prima di costituire il Club di Cuneo i futuri rotariani erano già attivi nelle aziende di famiglia o pionieri di imprese nuove, volti all'esplorazione dei Paesi esteri, sull'esempio delle esperienze della dirigenza politico-amministrativa di metà Ottocento. Qualcuno, come Matteo Viglietti, poi asceso al vertice della Cassa di Risparmio di Cuneo, massone nella “Vita Nova” di Cuneo, era addentro al linguaggio cifrato di loggia, al pari del capo cassiere Ermete Revelli, affiliato alla “Propaganda” di Torino.
   Sin dall'agosto 1914, dieci mesi prima dell'intervento dell'Italia, la Grande Guerra aprì un solco profondo tra due età. Scavò nelle coscienze e, per quanto conosciamo da memorie, carteggi, spunti diaristici, dai “Bollettini” della prefettura, dalla messe di verbali e di atti delle pubbliche amministrazioni (in massima parte ancora inesplorati) e da quanto ne filtravano i periodici, essa incise nella riflessione di persone adulte, sperimentate, responsabili, chiamate a cogliere i mutamenti irreversibili imposti dalla conflagrazione europea e a intravvedere vie nuove. La nascita del Rotary Club a Cuneo non fu dunque casuale. Essa fece da raccordo tra due stagioni di un mondo costretto ad accelerare l'innovazione nella concezione e nella pratica del rapporto tra pubblico (ormai prevalente) e privato, tra dirigenti e “masse”.
   L'introduzione del suffragio universale maschile era stato precorso nel 1912 dal conferimento del diritto di voto quasi generale, anche agli analfabeti, purché trentenni, appena in tempo per scongiurare la contrapposizione Stato-cittadini altrimenti inevitabile con la mobilitazione e la militarizzazione degli anni seguenti, del tutto impreviste anche da Giolitti e da lui esorcizzate sino a pochi giorni prima dell'intervento in guerra. Il suffragio universale maschile dettò alle minoranze e alle “élites” l'obbligo di riorganizzarsi in forme per l'Italia inedite, a pensare per tutti, anche per chi, succubo degli affanni quotidiani, non aveva tempo di sostare né di riflettere. Le statistiche dicono che anche in molte plaghe del Vecchio Piemonte ve ne erano ancora molti.
Spezzare l'isolamento: l'Universo è Energia
   Merita quindi attenzione il fatto che il Rotary, espressione emblematica di un modo nuovo di concepire i rapporti umani, tipici degli Stati Uniti d'America, si sia diffuso e radicato in Europa, Italia compresa, proprio in anni durante i quali essi, che già erano la maggiore potenza economica e militare mondiale, ripiegavano su se stessi. Proprio gli USA, che avevano motivato l'intervento nella Grande Guerra con i quattordici punti enunciati dal presidente James Wilson l'8 gennaio 1918, contro ogni aspettativa dilatarono la loro distanza dalla Vecchia Europa e volsero al neo-isolazionismo. Anche per quel motivo il Rotary si profilò quale messaggio innovativo, specialmente in Paesi segnati da profonde divisioni originarie e ancora lontane dall'essere colmate, come era l'Italia, in preda a lotte tra partiti. Esso dette voce all'anelito verso la modernizzazione, il superamento di barriere artificiose e la promozione di fratellanza umana.
   È dunque singolare che la Ruota Dentata abbia iniziato a girare nel Cuneese prima che altrove? Avvenne perché, come si è veduto, la Granda era terra di frontiera e crocevia d'Europa. Lontana da Roma ma con la costante presenza del sovrano che conosceva personalmente uno per uno i protagonisti della sua vita imprenditoriale, culturale e civile e, quando ne aveva occasione, si sentiva a proprio agio tra la “gente comune”. Come al generale Angelo Gatti confidò il suo aiutante di campo Arturo Cittadini, «il Re è proprio il tipo di cittadino borghese, democratico e libero pensatore», con piena consapevolezza del suo rango e dei doveri che ne derivavano: in perfetta sintonia con la gente della Granda, nella quale egli si riconosceva e che, a sua volta, ne riconosceva la maestà.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Luigi Burgo. Quanto gli deve la “carta stampata”, veicolo di libertà?


LA LEGGE ANTMASSONICA ALLA CAMERA
MUSSOLINI, GRAMSCI E...
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.


Il generale Luigi Capello, massone, nel 1927
                    condannato dal Tribunale speciale per la difesa
                    dello Stato, senza alcuna prova, a trent'anni di
                    carcere (tre dei quali di regime speciale) per
                    presunta complicità con Tito Zaniboni nel fatuo
                    “”attentato” a Mussolini del 4 novembre 1925.E' passato quasi un mese dal centenario della discussione alla Camera sulla regolamentazione delle associazioni e sull'iscrizione dei pubblici impiegati ad associazioni, nota come “legge contro la Massoneria”. Il tema è scivolato via nell'indifferenza generale dei”media”. Eppure quel dibattito fu la spallata decisiva per l'abolizione in Italia della libertà di associazione, che risaliva all'articolo   delo Statuto Albertino. Forse non si è voluto ricordare che la Camera pullulava di massonofagi e di massoni pentiti (votarono a favore per far passare sotto silenzio la loro iniziazione). Contrariamente a quanto sostenuto dai più, Antonio Gramsci, deputato del Partito comunista d'Italia, intervenne per la prima e unica volta in Parlamento e non difese affatto le logge ma ridusse la fascismo-massoneria al duello tra fascisti e comunisti. Nel dibattito intervenne  Benito Mussolini, che non nascose affatto il suo obiettivo: l'instaurazione del regime di partito unico. Grandi assenti furono le “opposizioni” (socialisti, repubblicani,“democratici”, popolari...) arroccati nell'inutile e perdente “Aventino”. Anche i “giolittiani” si guardarono dal prendere la parola. Le libertà scricchiolarono. Crollarono di schianto in Senato il 19-20 novembre. Ne parleremo a suo tempo.      

16 maggio 1925: la legge antimassonica  alla Camera. 
Lo smantellamento dell'opposizione da parte di Mussolini riprese il 16 maggio 1925 con la discussione alla Camera della legge detta “contro la Massoneria”. Era un sabato. La seduta era presieduta da Antonio Casertano, iniziato massone il 26 luglio del 1911 nella loggia “Losanna” di Napoli (numero di matricola 36.476). Ma chi lo sapeva? Aprì la discussione Gioacchino Volpe, che ricalcò la relazione di accompagnamento scritta da Mussolini. La Massoneria, società segreta – egli osservò –, era stata combattuta dai socialisti, per i quali essa era quintessenza della borghesia, democrazia parolaia e francofilìa. Poi aveva alimentato il riformismo. Ora era ridotta a relitto di illuminismo e di «ideologie settecentesche, pacifismo spappolato, internazionalismo, disorganizzazione dello Stato, strumento di stranieri interessi a danno del paese, vecchio e vacuo anticlericalismo, specialmente intrigo e camorre». Insignificante nel Risorgimento e sferzata dall' “inchiesta” condotta nel 1913 dall'“Idea nazionale”, essa andava sciolta, ma senza ledere il diritto di associazione. «I cittadini – affermò Volpe – siano liberi di riunirsi come vogliono: magari per evocare i morti, per consultare gli astri, per far ballare i tavolini». Aggiunse che «vi è qualche non insignificante punto di contatto fra mentalità cattolica e mentalità massonica […] Davanti a cattolici massoni c'è ugualmente l'assoluto. C'è il trascendente [….] Fra certo rito massonico e il rituale cattolico vi sono alcune somiglianze.»
Di seguito, in un intervento continuamente interrotto da Achille Starace (che tenne ben nascosta la sua iniziazione alla loggia “La Vedetta” di Udine), da Roberto Farinacci (iniziato sia al Grande Oriente, sia alla Gran Loggia d'Italia) e da altri, il fascista dissidente Massimo Rocca mosse molte obiezioni contro l'articolo 2 del disegno di legge e ricordò che secondo il senatore Scialoja «anche i gesuiti sono una società segreta».
A favore della legge intervennero invece Eugenio Morelli e il noto massonofobo Egilberto Martire secondo il quale in passato il governo poteva aver avuto bisogno «in casa o fuori casa della filìa settaria» ma ora, con il fascismo, non se ne sentiva più necessità. Da cattolico aggiunse che gli ordini religiosi comportavano il giuramento dei voti e legavano alla disciplina dell'ordine sacro. Proprio perciò i loro membri non assumevano «uffici pubblici di Stato»: affermazione lontana dalla strategia della Santa Sede che, con i Patti Lateranensi del 1929, ottenne invece il riconoscimento di un'ampia presenza di religiosi nei pubblici impieghi e il divieto di insegnamento nelle scuole pubbliche ai religiosi sospesi a divinis, come accadde a Ernesto Bonaiuti, discriminato anche dopo la caduta del fascismo, come ha documentato Gianpaolo Romanato. Lo Stato, aggiunse, aveva pieno diritto di indagare su funzionari, militari e giudici e di esigere una sola disciplina.
Nel suo unico intervento in aula – interrotto ventisette volte, soprattutto da Mussolini, da Edmondo Rossoni (“capo” dei sindacati fascisti, iniziato segretamente alla Gran Loggia d'Italia malgrado la dichiarazione di incompatibilità tra logge e fasci), da Farinacci e da Paolo Greco, tanto che Casertano dovette chiedere che lo si lasciasse parlare –, il comunista Antonio Gramsci riconobbe alla massoneria di essere stata il “partito organico della borghesia” e ne previde l'assorbimento da parte del fascismo, come di fatto stava già avvenendo: «Poiché la Massoneria passerà in massa al partito fascista e ne costituirà una tendenza, con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni operaie e contadine». Con l'avvento di Mussolini la Massoneria aveva cessato di svolgere il ruolo transclassista e transpartitico del periodo postunitario. La partita era ora aperta tra il blocco reazionario e la somma di partito comunista, rappresentante delle classi operaie, e forze contadine rivoluzionarie del Mezzogiorno. «Concludendo, disse Gramsci, la massoneria è la piccola bandiera che serve per far passare la merce reazionaria antiproletaria». Sapendo che nessuno avrebbe svolto tesi analoghe in Senato, ove il partito comunista non contava alcun pater, Gramsci profittò dello spazio alla Camera per indicare lo scenario futuro: lotta senza quartiere tra fascismo e comunismo. Anticipò le “tesi” del congresso di Lione del Partito comunista d'Italia (1926): guerra anche contro i socialisti, combattuti come socialfascisti, ed espulsione dei dissidenti dal partito.
Nell'intervento immediatamente seguente Stefano Cavazzoni, esponente del partito popolare, concordò con Gramsci sull'irrilevanza quantitativa («forse 20 mila iscritti»: in realtà le due comunità contavano circa 50.000 affiliati) e qualitativa della Massoneria, in specie a fronte delle masse rurali del Paese. A prova della sua volatilità, osservò che era bastata la presentazione del disegno di legge perché le logge, un tempo affollate, risultassero deserte. Finse di non sapere che erano bersaglio di assalti, devastazioni e furto di liste compromettenti. La legge era dunque l'offensiva “politica”, “giuridica” e “morale” contro la disorganizzazione che insidiava la sovranità dello Stato, a suo giudizio non solo organismo giuridico ma etico, come da tempo asserito da Gentile con la formula: «tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, niente contro lo Stato.»
Sollecitato dalla richiesta di passare al voto, il relatore Emilio Bodrero, nazionalfascista, rivendicò la legge come affermazione della libertà contro i “poteri occulti”. Il suo intervento fu anche una mano tesa verso i massoni che a sua detta non avevano capito natura e scopi delle logge ed erano quindi “recuperabili”. Quale presentatore della legge, intervenne Mussolini. Rievocò la sua lunga militanza antimassonica nel Psi, in contrasto con Orazio Raimondo (lo ricordano Luca Fucini e Marzia Taruffi in I guardiani della Nuova Italia, Sanremo, Leucotea, 2025), e osservò che proprio le istituzioni più gelose dello Stato (magistratura, forze armate e corpo docente) erano state infiltrate dalla massoneria, «una vescica che bisogna[va] ad un certo momento bucare». Era finita l’«Italia di ieri, dove si poteva stabilire un ridicolo raffronto fra il sindaco della capitale [Ernesto Nathan, Nda] e l'uomo che sta al Vaticano», ovvero papa Pio XI.

Il colpo di coda del Belzebù massone
Il seguito della tornata riservò a Mussolini un'amara sorpresa. Casertano mise in votazione segreta un paio di disegni di legge su questioni irrilevanti (la Lotteria nazionale a favore dell'Unione italiana dei ciechi e la Tombola nazionale a favore dell'Ospedale civile di Gallipoli). Di seguito la Camera approvò la legge sull'ammissione delle donne all'elettorato femminile (242 presenti, 212 voti favorevoli): del tutto inutile perché poco dopo i consigli comunali elettivi furono sostituiti con i podestà di nomina prefettizia. Quando, verso le 20, venne chiesto il voto sul passaggio alla discussione degli articoli della legge contro la massoneria a sorpresa mancò il numero legale, sicché la votazione dovette essere rimandata alla seduta successiva, fissata a martedì 19 maggio.
Riconvocati, 304 deputati votarono il passaggio alla discussione degli articoli.  Riaperto il dibattito, intervennero Luigi Sansone, Alfredo Rocco, ministro di Grazia e Giustizia, Cavazzoni, Bodrero, Mussolini, Luigi Lanfranconi (altro deputato segretamente iniziato alla Gran Loggia d'Italia), Edoardo Rotigliano, Cesare Tumedei, Amedeo Sandrini, Martire, Giberto Arrivabene, Giuseppe Morelli, Gino Maffei e ancora Mussolini. Il voto per appello nominale e segreto non lasciò dubbi. Su 293 presenti si contarono 289 sì e 4 no. E' lungo ed eloquente l'elenco dei deputati massoni che votarono a favore della legge: Giacomo Acerbo, Bernardo Barbiellini-Amidei, Giuseppe Belluzzo, Giuseppe Bottai, Manfredo Chiostri, Alessandro Dudan, Balbino Giuliano, Dario Lupi, sino a Gaetano Postiglione, Elia Rossi-Passavanti, Starace, Fulvio Suvich, affiliato alla logga “Propaganda massonica”,ecc. ecc.
Alla Camera la legge fu approvata nel pieno rispetto della procedura. Nel corso del dibattito nessun deputato propugnò il diritto della massoneria alla riservatezza né la liceità del giuramento dei suoi iniziati, men che meno di quelli a servizio dello Stato in magistratura, forze armate e insegnamento. I rappresentanti della pattuglia giolittiana e della destra di Salandra non parteciparono né al dibattito né al voto. Mussolini conseguì l'obiettivo percorrendo la via parlamentare. Il Disegno di legge passò quindi al Senato (che, con tutta calma, se ne occupò il 19-20 novembre).

Tutto il potere al Duce
Un mese dopo la prima bordata contro la Massoneria la Camera approvò il Regio decreto legge (Rdl)18 giugno 1925, n. 999 recante Provvedimenti economici a favore del clero, con supplementi alla congrua. Un bel regalo all'altra riva del Tevere nell'Anno Santo 1925.
Con Rdl 17 settembre, n. 1595 il ruolo di notaio della Corona fu assegnato al ministro degli Esteri, di cui Mussolini era titolare. In quei mesi si registrarono profondi mutamenti a vantaggio della posizione personale del duce nell'ambito del governo. In forza dello statuto, essi non vennero decisi in parlamento (che ne fu via via informato alla riapertura dei lavori) ma nel concerto tra il re, il presidente del Consiglio e i ministri coinvolti. Alle dimissioni del generale Antonino Di Giorgio da ministro della Guerra, il 4 aprile Mussolini ne rilevò la carica ad interim. Un mese dopo nominò sottosegretario il generale Ugo Cavallero, iniziato massone in una loggia del Grande Oriente e nel 1917 affiliato in un'officina della Gran loggia, con Vittorio Valletta, futuro stratega della Fiat di Torino e da tempo addentro alle industrie degli armamenti. L'8 maggio il duce assunse l'interim della Marina, lasciata da Paolo Thaon di Revel, duca del mare, membro del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato  della Gran Loggia. Il 14 maggio Alberto Bonzani fu nominato sottosegretario all'Aeronautica, elevato da commissariato a ministero. Il 30 agosto Mussolini ne assunse la titolarità. Il 31 ottobre, tre anni dopo l'insediamento del governo, vennero “premiati” due quadrunviri: Michele Bianchi fu nominato sottosegretario ai Lavori Pubblici, di cui divenne titolare dal 12 settembre 1929 alla morte (3 febbraio 1930), mentre Italo Balbo sostituì il sottosegretario Giovanni Banelli all'Economia nazionale. Il 10 luglio Giuseppe Volpi conte di Misurata rilevò Alberto De Stefani al ministero delle Finanze. Lo conservò sino al luglio 1928, mentre Giuseppe Belluzzo, massone del GOI, sostituì Giuseppe Nava all'Economia Nazionale. Quattro giorni dopo Luigi Spezzotti (sostituito il 28 Francesco d'Alessio) e Ignazio Larussa si dimisero da sottosegretari.
In quel vortice di dimissioni e di nomine Mussolini, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, fu dunque anche ministro della Guerra (interim dal 4 aprile e titolare dal 3 gennaio 1926), della Marina (interim dall'8 maggio 1925 e titolare dal 3 gennaio 1926) e dell'Aeronautica (interim dal 30 agosto e titolare dal 3 gennaio 1926), che il 12 settembre 1929 lasciò a Balbo. Il 13 agosto 1933 questi fu promosso maresciallo dell'aria e il 6 novembre venne sostituito da Mussolini che rimase ministro sino al 25 luglio 1943. Nella storia d'Italia nessuno aveva mai concentrato altrettanto potere nelle proprie mani. Se gli Esteri comportavano un rapporto privilegiato con il corpo diplomatico tramite il segretario generale e il direttore generale (incarico conferito il 31 ottobre 1922 da Mussolini a Giacomo Barone Russo, ignorando fosse massone), i ministeri militari coinvolgevano altri dicasteri chiave (Finanze, Tesoro, Economia nazionale…) e implicavano rapporti diretti e indiretti con la grande industria e il suo vastissimo indotto nonché, soprattutto, con chi per statuto aveva il comando delle forze di terra, di mare e dell’aria: Vittorio Emanuele III, che il 16 marzo 1924 gli aveva conferito il collare della Santissima Annunziata, comportante il rango di “cugino del re”.

Le ripercussioni dell'attentato di Tito Zaniboni a Mussolini
La mattina del 4 novembre 1925 Tito Zaniboni (1883-1960) venne arrestato in una camera dell'Hotel Dragoni a Roma (lo stesso ove aveva albergato Amerigo Dùmini nei giorni dell'aggressione a Giacomo Matteotti) mentre stava apparecchiando l'attentato alla vita di Mussolini. Come annunciato da tempo, il duce si sarebbe affacciato dal balcone di Palazzo Chigi per celebrare la Vittoria. Zaniboni aveva predisposto i dettagli: smontato un vetro della finestra, preparato il fucile di precisione, parcheggiato non lontano dall'albergo la vistosa automobile (una Lancia Lambda, come quella usata da Dùmini) con la quale, messo a segno il colpo, lasciare Roma  alla volta del Friuli, sua base operativa. Non sapeva che uno dei suoi “complici”, Carlo Quaglia, era a stretto contatto con la polizia e aveva fatto di tutto per mettere in trappola non solo lui ma soprattutto il generale Luigi Capello, gran maestro aggiunto del Grande Oriente d'Italia, quel giorno tranquillamente a Torino.
Già neutralista, poi interventista intervenuto e decorato di tre medaglie d'argento e una di bronzo, iscritto al Partito socialista, eletto deputato nel 1921 nel collegio Udine-Belluno, fautore con Giacomo Acerbo del vano “patto di pacificazione” tra socialisti e fascisti nell'agosto del 1921 e invano candidato nel 1924, dopo il delitto Matteotti Zaniboni aveva deciso che l'unica via per fermare Mussolini era ucciderlo. A spingerlo ad agire furono anche i feroci assalti alle logge d'inizio ottobre 1924, culminati nella fiorentina “notte di San Bartolomeo”, segnata da tre assassinii per mano di squadristi. Particolarmente feroci furono gli assalitori di  Giovanni Becciolini, come recentemente ricordato da Stefano Bisi, gran maestro del GOI.
  Zaniboni, la cui asserita iniziazione massonica non è affatto documentata, si attivò senza alcuna precauzione, ignaro di essere seguìto passo passo (anche nella frequentazione di un'amante) da informatori e da agenti, sino all'arresto che servì a Mussolini per scatenare una rovente campagna di stampa contro la Massoneria quale mandante dell'attentato. Arrestato e tradotto a Roma, Capello fu accusato di averlo finanziato e di avere addirittura allestito una rete insurrezionale, pronta a scatenarsi ad attentato compiuto. Il generale ammise di aver dato a Quaglia trecento lire (un misero obolo) ma, da comandante della Seconda Armata, la più possente della storia d'Italia, respinse ogni addebito a cominciare da quello, fantasioso, di complotto armato.
Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, non fu inquisito ma la sede della Massoneria, a Palazzo Giustiniani, fu perquisita, mentre molte logge vennero assalite. Dopo i “fatti” d'inizio ottobre il ministro per l'Interno Luigi Federzoni aveva telegrafato ai prefetti stigmatizzando la “ingiustificata deplorevole ripresa di azioni illegalistiche da parte di elementi meno responsabili del Fascismo ovvero operanti sui margini delle organizzazioni di questo” e  aveva disposto che i prefetti prendessero “gli opportuni accordi con le autorità miliari allo scopo di prevenire in modo assoluto ed eventualmente di reprimere con immediata energia qualsiasi tentativo di violenze”. A cospetto della nuova ondata di assalti contro le logge, Federzoni tornò a condannare le violenze, anticipando che il governo avrebbe provveduto a reprimere la Massoneria le cui sedi vennero infatti messe sotto sequestro.
 Il processo a Zaniboni, a Capello e ai loro presunti ristagnò, tanto che il 26 luglio 1926 Mussolini se lamentò con Rocco, deplorando che magistratura e questura rischiavano di risultare attrici di un'azione giudiziaria per “un attentato inesistente coll'aggravante di un equivoco di persona”. La sentenza fu emessa il 22 aprile 1927 dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, presieduto dal generale Ottavio Freri. Quando tutto consummatum erat...: il duce aveva vinto grazie al Parlamento.
L'arresto e la condanna, senza prova alcuna, del generale Capello furono additate all'opinione internazionale da Maria Rygier in La Franc-maçonnerie italienne devant la guerre et devant le fascisme (Parigi, 1930) e da Eugen Lennhoff (affiliato alla “Loggia nazionale” della Gran Loggia d'Italia) nel fondamentale volume Il libero muratore, che, non tradotto, in Italia non ebbe alcuna eco. La Massoneria uscì dalla vita pubblica e dai temi di studio, tamquam non esset. Eppure, a tacere di cinque presidenti del Consiglio, all'Italia aveva dato Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo...
Il peggio venne dopo, nelle sedute del Senato del 19-20 novembre.      
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Il generale Luigi Capello, massone, nel 1927 condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, senza alcuna prova, a trent'anni di carcere (tre dei quali di regime speciale) per presunta complicità con Tito Zaniboni nel fatuo “”attentato” a Mussolini del 4 novembre 1925.


LA STORIA ADDOSSO
PIÙ EUROPA, MA VERA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.


La copertina di “Storia in Rete”.
                        Sull'articolo 75 della Carta vennero presentati
                        emendamenti dai Costituenti Cifaldi, Lucifero,
                        Nobile, Targetti (nn approvati), Fausto Gullo,
                        Nobile, Tito Oro Nobili e Preti (ritirati,
                        decaduti, assorbiti).La Storia? Un enigma
Piaccia o meno la Storia ci cerca. La Storia non è la narrazione addomesticata del tempo che fu. È il presente, ci incalza. Un oggi sempre più aggrovigliato, in bilico, sull'orlo di sfuggire di mano anche alle maggiori potenze: comitati di oligarchi onnivori, spesso di corta veduta. La Storia odierna è appunto questo: equilibrio instabile. L'unica certezza è che sino a quando se ne scrive non è ancora sopravvenuta la catastrofe da tempo incombente: la Guerra. Non più “a pezzi” ma totale. Il “Guerrone” temuto da Pio X. Ma con ordigni nucleari. E poi? Nessuno sa con certezza e quindi nessuno garantisce quel che potrebbe accadere un minuto dopo il suo inizio. Si brancola tra le ipotesi più disparate, nell'auspicio di rinviare a tempo indeterminato l'appuntamento con l'Apocalisse.
   La Storia sovrasta. Lo sapevano gli antichi di tutti i continenti. Misero in conto le profezie più pessimistiche. La rassegnazione alla Fine del Tempo. Anche le civiltà affacciate sul Mar Mediterraneo, un piccolo lago rispetto agli oceani, cercarono di dare senso al loro presente, assillate dal dubbio di avere un futuro. Rimane monito esemplare la storiografia greco-romana. Inaugurata da giganti, quali Erodoto e Tucidide, proseguita con Tacito e Svetonio finì con le “Storie Auguste”, un fastello di aneddoti, zeppo di presagi, facezie e crimini. Dopo Ammiano Marcellino, che ancora mirò a camminare sulle vette, la Storia svanì. Non c'erano più né futuro né un passato che meritasse indagini.
   E ora? Proprio l'incertezza sul tempo che verrà induce a recuperare le radici del tormento odierno, fonte di insicurezza, ormai prossimo all'“incubo”: il demone che aleggia beffardo e assale improvviso. Chi è in grado di prospettare che cosa riservano i prossimi cinque, dieci, vent'anni? Ne parlò e ne scrisse lo stoico Generale Claudio Graziano, forse inascoltato. Il Novecento fu il secolo dei piani quinquennali. Li idearono sia i regimi totalitari (come l'Unione sovietica) sia le democrazie (il “new deal” di Franklin D. Roosevelt, additato a modello da Mario Einaudi, figlio “americano” di Luigi). Anche le Nazioni Unite esordirono programmando “un decennio” per vitalizzare le “terre aride”. Illusioni. Quale orizzonte attende la generazione ventura? Le decine di guerre in corso nel Pianeta e le due quotidianamente più documentate perché territorialmente prossime – quella sul fronte russo-ucraino e l'altra, nel Vicino Oriente – , impreviste nelle ripugnanti forme in atto, mostrano che l'“ingegno umano” dà i suoi frutti più sofisticati con l'invenzione di armi via via maggiormente micidiali. Indifferente a ogni appello alla pace e al recupero dell'umanesimo, secoli addietro suo orgoglio, la “ragione capovolta” evoca “lo spaccio della Bestia Trionfante”.
   Sciolta la distesa di autorità mondiali raccolte in Piazza San Pietro per i funerali di papa Francesco e per l'intronizzazione del suo successore, nell'Urbe son tornati l'Asino d'Oro di Apuleio (ma senza redenzione finale) e la Babele delle superstizioni.

Provare con la Rete?
   “Spes ultima dea”, quale correttivo al Disordine torna in edicola, come trimestrale, il periodico “Storia in Rete” (“SiR”), diretto da Fabio Andriola, autore, tra altri, di acuti saggi sulla marina militare italiana dell'Ottocento e sulla morte di Benito Mussolini. Nata come mensile nel 2005, la rivista durò sino al numero 198 (giugno 2023). Interrotto il rapporto con le edicole, il marchio “Storia in Rete” non si è mai rassegnato al silenzio. Ha continuato a tenere i contatti con i lettori, anche tramite blog di suoi collaboratori. Il cartaceo, però, è altra cosa. Gutenberg non è nato invano. Cercare la rivista in edicola significa concorrere alla difesa degli ultimi presìdi di una civiltà al crepuscolo. Lo scrive Andriola nell'Editoriale del n. 1 di questa nuova serie (“Si riparte”). Osserva che molti lettori non troveranno “Storia in Rete” nei punti vendita un tempo abituali. Non per cattiva volontà della rivista ma per la drastica riduzione delle edicole: un'ecatombe che travolge anche i quotidiani, gonfi di supplementi spesso dal costo aggiuntivo per l'acquirente, e sempre meno appetiti, a danno della “formazione”. La comprensione di un testo che non si riduca a messaggio fuggevole richiede riflessione pacata. Esige tempo. Carta canta dicevano gli antichi...
   L'ultimo numero della prima serie di “SiR” ebbe in copertina l'enigma di Vittorio Emanuele III, “relegato troppo frettolosamente nel limbo della Storia”. Quel “re discusso” parve risucchiare con sé la rivista in un abisso insondabile. Ora, come detto, essa si ripropone affiancata da una fitta serie di supporti, come la Newsletter settimanale “È la Storia bellezza”, il quindicinale “Spunti di riflessione” in dialogo con Paolo Arrigotti e altri appuntamenti per tenere il passo con il bisogno, sempre più sentito, di informazione e formazione storico-storiografica.
   Si può essere cautamente ottimisti? Il primo numero di “SiR” è ricco di rubriche, denso di articoli sul tema centrale e forte di recensioni raccolte nella rassegna “Un libro non per caso” curata da Aldo G. Ricci, da un quarto di secolo sua colonna portante. La rivista fa sua una linea etica: esporre “fatti” debitamente certificati, senza imporre o insinuare interpretazioni preconcette, e alimentare la “curiosità”, senza tabù, né paraocchi ideologici. Non ha né padroni né “padrini”. Vive di suo, degli abbonamenti, dei lettori, ai quali risponde, come confermano le migliaia di iscritti al suo sito, palestra di confronto.
   Il punto di forza della nuova serie di “SiR” è quello originario: non perdere di vista gli accadimenti, la cronaca “che offre continue dimostrazioni di come il Passato irrompa nel nostro Presente”. Non ci si libera dalla Storia ignorandola o cacciandola come mosca fastidiosa. Essa sovrasta. D'improvviso sconquassa la quotidianità e precipita nel caos.

I conti con la storia: il “caso Italia”
   Perché l'Italia ha più bisogno di Storia, e quindi di riviste (non sentenziose ma dialoganti) rispetto ad altri Paesi? Diciamo le cose come stanno. Tra i popoli dell'Europa centro-occidentale gli italiani oggi sono i meno attrezzati a fronteggiarne l'urto perché dal dopoguerra sono stati indotti a fare piazza pulita del proprio passato. Con il Trattato di pace del 10 febbraio 1947, ratificato dalla Costituente col voto contrario di Benedetto Croce e di Leo Valiani, l'Italia venne amputata delle terre acquisite all'indomani della Grande Guerra, costata quasi 700.000 vite, e delle Colonie. Queste non erano frutto della bellicosità mussoliniana o sic et simpliciter “fascista”. Etiopia a parte (peraltro dominata, e non del tutto, appena per un lustro: dal 1936 al 1941), erano state acquisite nei decenni dalla Sinistra Storica (Depretis Crispi...) a Giovanni Giolitti (1885-1912). Privata di quel vastissimo e costoso fardello, nel dopoguerra il Paese non dovette fare i conti con l'onda lunga della decolonizzazione, tuttora in corso. Fu quindi libero di indignarsi per quanto emerse sulla condotta di altri Stati europei in lotta per la sopravvivenza dei loro imperi. Bastino, tra i molti, i casi dell'Algeria, del “Congo belga” e del Vietnam. Con le mani libere nel loro presente, gli italiani si ritennero “innocenti” del passato. Risalirono al libro “Cuore” di De Amicis, mentre tutt'intorno la Storia continuava a pulsare. Si permisero il lusso di tenere in vita sino al 1991 partiti le cui “internazionali” erano morte e sepolte e modelli elettorali elusivi del cambiamento oggettivo del rapporto tra cittadini e istituzioni e di quello, ancora più importante, tra ogni persona e l'informazione, quasi il tempo fosse immobile.
   Il numero di “Storia in Rete” in edicola pone al centro dell'attenzione e della discussione uno dei nodi decisivi per comprendere un Paese “a sovranità limitata”. Lo fa con articoli sull'adesione alla Nato, deliberata dal governo senza che i suoi membri ne conoscessero pienamente il testo e le ripercussioni. A quanto scrive Nico Perrone, autore di molti saggi a tale riguardo, si può aggiungere che protagonisti dell'adesione non furono solo Alcide De Gasperi (“istruito” da Alberto Tarchiani sin dal viaggio negli USA d'inizio 1947), Giulio Andreotti e Pio XII ma anche, e in misura e maniera determinante, il due volte “fratello” Randolfo Pacciardi, segretario del piccolo quanto decisivo Partito repubblicano italiano, nel quale, dopo la deflagrazione del Partito d'Azione, erano confluiti Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Altrettanto importante fu il supporto del Partito socialista dei lavoratori italiani (irrisi dai comunisti come “pisellini”), poi socialista democratico, guidato da Giuseppe Saragat, in aperta rottura con il partito socialista da Pietro Nenni messo a rimorchio del Partito comunista italiano, nel 1946 numericamente meno forte ma retto con mano ferrea da Palmiro Togliatti, mandato da Stalin in Italia con programma, tabella di marcia e sostegno finanziario protratto per decenni.
   Il punto da tenere ben chiaro per capire (e “ammettere”: che non significa “subire”) come e perché l'Italia sia “a sovranità limitata” è che essa cessò di essere soggetto della Storia e decadde a oggetto con la resa senza condizione del settembre 1943, diretta conseguenza dell'intervento in guerra del 10 giugno 1940, la cui decisione ha certo alcune “attenuanti” ma risultò un errore catastrofico. Il settembre 1943, non l'aprile 1945, segnò dunque la sconfitta. Nei successivi venti mesi l'Italia, divisa in due, rimase teatro di guerra. Al Nord la Repubblica sociale fu vassalla della Germania. Al Sud il Regno riuscì a farsi accettare co-belligerante degli anglo-americani, ma non ne divenne “alleato”. Appena asceso al potere a Parigi, Charles De Gaulle disconobbe l'armistizio italo-francese del giugno 1940 e chiarì che la Francia era in guerra contro l'Italia, come rivendicarono di esserlo la Jugoslavia, la Grecia e il lungo elenco di Stati che il 10 febbraio 1947 a Parigi sedettero vincitori alla firma, estorta, del Trattato di Pace.

De Profundis
   Il garbuglio nel quale l'Italia era avvolta venne annotato da Salvatore Satta nelle dolenti pagine di “De Profundis” (ed. Adelphi), vergate tra il giugno 1944 e l'aprile 1945: lettura obbligatoria per comprendere il dramma dinnanzi alla “morte della Patria”. «La nota dominante di questa guerra – egli scrisse – è che il popolo italiano, nella sua immensa maggioranza, ha voluto la propria sconfitta.» Era l'unico modo per liberarsi dal «regime che gravava sul paese da vent'anni come una cappa di piombo». «L’impopolarità della guerra era una indiscutibile realtà fin dal momento in cui si profilò la possibilità del conflitto, e generò una sadica volontà di dissoluzione con lo svolgersi degli eventi.» Di lì il paradosso: la “simpatia di un popolo verso il proprio nemico” (si pensi all'accoglienza riservata agli anglo-americani via via che avanzavano), lo sdoppiamento del “cittadino”, o “uomo tradizionale”, (parte amica del nemico e nemica dell'amico) e l'illusione della generalità degli italiani di uscire dal conflitto “senza pagare dazio”. Gli italiani si auto-assolsero da vent'anni di eventi, quasi fossero vissuti su un altro pianeta. Avevano plaudito al regime, riempito le piazze come mai in passato. Vinti e stravolti, dopo la sconfitta si avvolgevano nel drappo: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato...”. Questa pretesa consolatoria, però, poteva valere tra loro, non per i vincitori, né per gli eserciti degli Stati in guerra: tedeschi da un canto, anglo-americani dall'altro. Essi patteggiarono per mesi all'insaputa degli italiani, inclusi Mussolini e il CLN Alta Italia, come ricorda Giuseppe Pardini in un denso articolo del nuovo numero di “SiR”. Trattarono la resa secondo regole militari dalle quali era escluso chi non era riconosciuto come Stato di pieno diritto. È quanto avvenne nelle ore drammatiche dell'“incontro” tra Mussolini e i vertici del Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia nell'Arcivescovado di Milano, pronubo il cardinale Ildefonso Schuster.

Alla ricerca del Tempo remoto
   In articoli documentati e “pensati” Daniele Scalea, Marco Valle e Marcello Veneziani, intervistato da Fabio Andriola in “Storia in Rete”, illustrano varie sfaccettature del disastro di metà Novecento. A sua volta esso affondava radici nel passato prossimo e remoto. Ricordiamolo. L'Italia era uno Stato unificato da appena settant'anni se lo si fa datare dall'acquisizione di Roma; e da soli venti se lo si misura dall'annessione di Trento, Trieste, Istria, Fiume, senza plebiscito confermativo perché ad alto rischio nelle terre germanofone e slavofone. Alle sue spalle quello Stato giovane per popoli antichi aveva Roma e l'impero secolare, il suo declino e poi l'età dei Comuni e delle Signorie. Questa fu indubbiamente “felice”, più prospera di quanto fosse la condizione della maggior parte dell'Europa, ma distrasse i popoli italici (è anacronistico denominarli italiani) dal comprendere la centralità del Sacro Romano Impero, l'ascesa delle monarchie in Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo e rese l'Italia del tutto vulnerabile nella lunga guerra delle maggiori potenze per l'egemonia sull'Europa condotta in gran parte proprio per il dominio su di essa, con le scorrerie di eserciti che nel 1527-1530 non esitarono a mettere a sacco la Roma di papa Clemente VII de' Medici e ad assediare la pingue Firenze.
   Ottant'anni dopo la sconfitta del settembre 1943 si può e forse si deve osservare che nel dopoguerra i partiti e in generale la “dirigenza” non fecero quanto sarebbe stato meglio fare: spiegare ai cittadini che la “sovranità limitata” andava accettata a occhi aperti anziché sofferta come un torto. Essa era la risorsa per guardare all'unico futuro vantaggioso: la federazione europea, altra cosa rispetto all'“Europa delle funzioni”, la Comunità del carbone e dell'acciaio, l'irrilevante Euratom, il Mercato comune e le varie “istituzioni” che non hanno condotto a una vera “unione europea”, ma all'attuale: labile, priva di politica estera unitaria e di difesa comune (uccisa in fasce dalla Francia che bocciò la Comunità europea di difesa), con un'assemblea eletta da un numero modesto di votanti, lontanissima dai cittadini e con figure apicali, quali la Commissione e la sua presidente, nelle quali la generalità degli abitanti non sente motivo di riconoscersi. Nel 1963 qualcuno andò ad Anversa a fondare il Movimento federalista europeo. Vox clamantis...
I cittadini? Dicano la loro alle urne (finché sono aperte)
   Riflettere sul tasso effettivo di sovranità in dotazione dello Stato e dei suoi cittadini comporta anche di interrogarsi sull'utilizzo degli strumenti che la costituzione mette a disposizione degli elettori per interagire con le istituzioni rappresentative. È il caso dei referendum. L'Italia, va ricordato, venne certificata dai plebisciti che tra il 1848 e il 1870 scandirono l'ingrandimento del Regno di Sardegna infine divenuto “d'Italia”. La Costituente del 1946-1947 guardò con molta diffidenza la partecipazione dei cittadini al processo di formazione delle leggi. Lo riconobbe con l'articolo 50 della Carta (tra i meno noti e utilizzati): «Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità», senza passare attraverso la mediazione di partiti, sindacati, chiese e associazioni di varia denominazione. Precisato con fermezza che «l’iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale», l'articolo 71 concesse che «il popolo esercita l'iniziativa delle leggi mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori [pochi invero, NdA], di un progetto redatto in articoli». Ancora più sofferta fu la genesi dell'articolo 75, che istituì il referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali (in prima istanza ne bastavano tre).
   Il secondo comma dell'articolo escluse l'indizione di referendum sulla «autorizzazione a ratificare trattati internazionali», ovvero proprio sulla “sovranità”: riservata all'Esecutivo e al Parlamento, il quale, non va dimenticato, “delibera” lo stato di guerra, “dichiarato” dal Capo dello Stato in forza dell'articolo 87 comma 9 della Carta. Dopo averne a lungo discusso, i costituenti eliminarono radicalmente l'istituto del “referendum sospensivo”. Il referendum venne considerato un ostruzionismo extra-parlamentare e un’indiretta minaccia nei confronti del Parlamento, eletto a suffragio universale e diretto, unica espressione della “volontà popolare” e della “sovranità” che, come enunciato nel secondo comma nell'articolo 1, «appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Appunto.
   A imbrigliare gli entusiasmi per il referendum abrogativo provvide Bartolomeo (Meuccio) Ruini, massone, radicale, rappresentante di una Democrazia del lavoro dalle fortune elettorali vicine allo zero. Egli precisò l'interpretazione autentica dell'ultimo comma dell'articolo 75 (“La legge determina le modalità di attuazione del referendum”): «Sarà necessario fare una legge generale sul referendum che dovrà risolvere molti casi. Se il popolo si pronuncia per la abrogazione di una data legge ciò non vuol dire che vi sia una vacanza nell'ordinamento legislativo e che la materia relativa resti temporaneamente senza norma di legge.»
   Pur nei suoi limiti, il referendum abrogativo è dunque un'occasione (rara e preziosa) di partecipazione diretta degli elettori quale stimolo al processo legislativo. Perciò vi è motivo di avervi parte attiva: recandosi ai seggi, che non sono un teatrino, facendosi registrare e  votando come previsto dalle norme vigenti. L'esercizio del diritto di voto fa bene alla democrazia parlamentare, all'Italia e anche a un'Europa i cui vertici si sentono liberi di fare quello che vogliono se non sono incalzati dall'opinione pubblica degli Stati membri.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:
La copertina di “Storia in Rete”. Sull'articolo 75 della Carta vennero presentati emendamenti dai Costituenti Cifaldi, Lucifero, Nobile, Targetti (nn approvati), Fausto Gullo, Nobile, Tito Oro Nobili e Preti (ritirati, decaduti, assorbiti).

GARIBALDI PER LA GRANDE RIFORMA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Giugno 2025 pagg. 1 e 7.


Giuseppe Garibaldi (Nizza, 7 luglio
                      1807-Caprera, 2 giugno 1882). L'edizione nazionale
                      degli scritti di Garibaldi iniziò nel 1932, 50°
                      della sua morte. Nel 2025 è ancora in corso.
                      L'“Internazionale azzurra” ne attende il
                      completamento. Nel suo 125° la loggia di Imperia
                      ha pubblicato “Garibaldi vivo. Antologia critica
                      degli scritti con documenti inediti” (ed. Il filo
                      di Arianna, La Spezia, maggio 2025).1815-1914: il secolo della pace
Il convegno su “Massoneria, 125 anni per le Libertà e la Costituzione”, svolto a Imperia sabato 31 maggio 2025  nel 125° della fondazione della locale loggia “Giuseppe Garibaldi” n.97 del Grande Oriente d'Italia, ha proposto all'attenzione il “filo azzurro” che lega il Risorgimento, la nascita dello Stato d'Italia e gli ideali che sono a fondamento dell'Europa attuale. Sotto il profilo strettamente formale, benché conti 27 stati, l'Unione Europea odierna è territorialmente più circoscritta rispetto a quella che si raccolse a Congresso in Vienna del 1815: i grandi imperi (Russia, Austria, Gran Bretagna) e i regni di Francia e di Prussia, vittoriosi su Napoleone I. Aderirono i regni di Spagna, Paesi Bassi, Due Sicilie, Sardegna e altri. Ne nacque il “concerto delle potenze” che garantì all'Europa la capacità di reggere a scosse telluriche come il Quarantotto, la guerra anglo-franco-turca-piemontese contro la Russia (1853-1856), quella tra Prussia e Francia (1870-1871) e, successivamente, fra l'impero zarista e quello turco-ottomano. Era un'Europa profondamente diversa dall'odierna. Non esistevano Ucraina, Polonia, le repubbliche Ceca e Slovacca, né gli tanti Stati e Staterelli nati dalla decomposizione dell'Impero turco (Romania, Bulgaria, Stati balcanici e altri ancora, inclusi Malta e la Città del Vaticano).
   In quel secolo di relativa pace non mancarono conflitti sociali anche aspri. Emersero progetti rivoluzionari e filosofie sovversive, ma vennero frenate sino al primo Novecento. La Grande Guerra annientò l'“età dei buoni sentimenti”, irrisa da chi, come Benedetto Croce, irrideva il pacifismo e riteneva la guerra un carattere congenito all'uomo. Tra quanti mirarono a conciliare le diverse opzioni in campo (riforme profonde, ma senza “rivoluzioni di sangue”) spiccò Giuseppe Garibaldi. Pericoloso rivoluzionario secondo alcuni, a ben vedere fu strenuo difensore dell'ordine. Lo provano alcune sue lettere poco note.   

L'Europa a cospetto della Comune di Parigi.
La “Comune” di Parigi del 1871 sconvolse la Francia e precorse la catastrofe europea della Grande Guerra (1914-1918) compresa la fase decisiva della rivoluzione russa: la vittoria dei bolscevichi, guidati da Lenin, che aveva meditato a lungo ogni dettaglio di quel precedente. Infine questi fece sua la regola aurea di Napoleone I: “ci si impegna e si vedrà”. Il rivoluzionario non può rimanere perpetuamente in attesa. L'“occasione” si presenta una volta. Lasciarla passare inerti vuol dire perdere per sempre l'appuntamento con la storia.
  In quei mesi in Francia, più rappresentativo di ogni altro italiano, fu Giuseppe Garibaldi. Qual era la sua idea di “rivoluzione”?

Garibaldi: i conti con Mazzini...
   Tornato a Caprera il 16 febbraio 1871, nell'autunno seguente fece pubblicamente i conti con due rovelli: il suo rapporto con Giuseppe Mazzini e i mazziniani e con l'Internazionale fondata a Parigi cinque anni prima su impulso di Karl Marx. Il 21 ottobre scrisse a Giuseppe Petroni, antico cospiratore contro Pio IX, incarcerato per vent'anni nel Castel Sant'Angelo, capofila dei repubblicani intransigenti. Con parole al calor bianco Garibaldi dichiarò: “Mazzini è uomo che non perdona a chi tocca all'infallibilità sua”. Aveva sempre “gettato discordia nelle file della democrazia” proponendo e imponendo la pregiudiziale istituzionale: lotta contro la monarchia. Le imprese da lui via via compiute non richiedevano che Garibaldi, repubblicano di coscienza e di fatto, giustificasse la propria condotta. Era stato sempre capace dei mettere l'Italia al di sopra di tutto. Concluse: “Mazzini ed io siamo vecchi; di conciliazione tra me e lui non se ne parli: le infallibilità muoiono ma non si piegano. Conciliarsi con Mazzini? Vi è un solo modo possibile: ubbidirlo; e non me ne sento capace. Per parte mia, io dico alla democrazia: se giungete ad essere padroni delle sorti del vostro paese non fate delle Babilonie. Soprattutto non seguite i precetti di Mazzini: 'siate tutti soldati, tutti ufficiali, tutti generali'. Codesta sarebbe la Babilonia delle Babilonie”. Ricordò con orgoglio di aver combattuto a fianco della monarchia da italiano e contro lo straniero. “Noi non siamo setta, non partito; ma militi del dovere, pronti a marciare dovunque si possa far del bene”. Così aveva fatto anche nel 1871 in Francia. Aveva lasciato alle spalle l'angoscioso ricordo degli”chassepots” che avevano sparato contro di lui a Mentana nel novembre 1867 ed era accorso a sostegno della “sorella latina” contro i prussiani.       

...e con l'Internazionale
   Il 14 novembre 1871 Garibaldi rispose al marchese Giorgio Pallavicino Trivulzio, che carbonaro, massone, cospiratore, arrestato dagli austriaci e condannato a lunghissima prigionia gli aveva domandato: “Ma la conosci tu l'Internazionale?”. La lettera, conservata nel Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, venne pubblicata da Domenico Ciampoli nell'antologia di “Scritti politici e militari” nel centenario della nascita di Garibaldi (1907), ma con tagli e omissione delle frasi all'epoca ritenute politicamente scomode. Gli scrisse: “Io appartenevo all'Internazionale quando servivo le Repubbliche del Rio Grande e di Montevideo, cioè molto prima di essersi costituita in Europa tale società; ho fatto atto pubblico di appartenere alla stessa in Francia nell'ultima guerra. E se avessi saputo in feb.°, quando lasciai l'Assemblea di Bordeaux, ciocché in marzo doveva aver luogo a Parigi, io certamente mi sarei recato in quella capitale per propugnarvi la causa della giustizia traviata dai soliti dottrinari ma che per il popolo parigino era sempre la causa dei suoi diritti conculcati da un'amalgama informe di monarchisti, di preti, e di soldatesca degna di servirli. Io non tolero (sic) all'Internazionale, come non tollero alla monarchia, le loro velleità antropofaghe. E dello stesso modo che manderei in Gallera il sig. Sella che studia tutta la vita il modo di estorquere la sussistenza agli affamati per aumentar la lista civile, o pascere grassamente i vescovi, io vi manderei pure gli archimandriti della Società in quistione, quando questi si ostinassero nei precetti: 'Guerra al Capitale, la proprietà è un furto, l'eredità un altro furto e via dicendo'. Nessuna ingerenza ho io nell'Internazionale, e certo perché sanno non approvar io tutto il loro programma, sarà motivo, per i capi, a tenermi escluso. Non credi tu che s'io fossi men corrivo alle inutili velleità insurrezionali, l'Italia sarebbe stata men traquilla e ciò affrontando come fo oggi il biasimo di molti amici? (…) Se  qualche volta ho esaltato il popolo, lo feci per spingerlo a far bene, non per adularlo e certo meno oggi che mai. E  se dittatore una volta, tu mi hai veduto mansueto ed umano, io sono ancora partitante della dittatura onesta, che considero il solo antidoto a sradicar i cancri di questa società corrotta, e forse mi vedresti allora uscir dalla mansuetudine abituale per ottenere un risultato soddisfacente. Contro il papa, io fui con i protestanti, senza essere presbitero, metodista od altro. Contro i Sella i Minghetti e C. io sarò anche col diavolo per combatterli”. Chiuse con una precisazione fondamentale: “Il mio cosmopolitismo, caro Giorgio, nulla toglie all'immenso amor mio per l'Italia, ne puoi esser certo”. A
quella “rossa” contrappose l'Internazionale “azzurra”.
  Il 2 febbraio dell'anno seguente Garibaldi a Celso Ceretti, che gli aveva chiesto di assumere la presidenza delle associazioni democratiche, raccomandò di dichiarare apertamente che era repubblicano, di smentire che appartenesse all'Internazionale e che non si sentiva impegnato a trattare con rispetto la “questione religiosa, cioè teologica”, come gli veniva chiesto da Mazzini. Preferiva occupare il suo tempo “in cose utili”. Il 13 agosto ancora a Pallavicino Trivulzio aggiunse: “Benché ringiovanita come dicono, la nostra Italia mi fa l'effetto d'un vecchio bastimento col timone marcio. I carpentieri potranno rattopparlo codesto putrido timone o converrà cambiarlo? Io sono per il secondo spediente, in un tempo sicuro ma indeterminato. E per oggi come nel (18)60 sono ancora un compagno tuo nell'aspirazione del meglio senza desistere di accettare il bene da qualunque parte esso avvenga.  Colpa di tutto è il governo ed il nostro sventurato paese potrà prosperare quando ne trovi uno idoneo. (…) Io non aprovo (sic) i scioperi ma temo che finiranno per sconvolgere la società colla quasi impossibilità di resisterne la scossa. Sarà questo il retaggio lasciato ai nostri figli dalle cime archimandrite che sono al timone putrido della cosa pubblica”.
 Che fare? Respinta ogni tentazione di “rivoluzioni di sangue” al massone Anton Giulio Barrili, già allievo dei padri calasanziani a Carcare, propose l'affratellamento di tutte le associazioni italiane tendenti al bene sotto il vessillo democratico del Patto di Roma e di raccogliersi sotto le insegne della Massoneria, “la più antica e la più veneranda delle società democratiche”. All'epoca non vi aveva alcuna carica, se non onoraria, e vedeva con molta malinconia che il Grande Oriente d'Italia rimaneva lontano dall'affratellare le varie massonerie in unica Famiglia.
   Nel 1872 compì il massimo sforzo per elevare l'Istituzione a catena di unione delle forze liberali e riformatrici. A Giuseppe Mazzoni, gran maestro del Grande Oriente e antico triumviro in Toscana, scrisse: “Non è la Massoneria una società Operaia, e non ne porta essa gli emblemi? Perché dunque tanti congressi Operai fuori del grembo della vecchia gran madre! E la Democrazia, cioè le classi sofferenti, non devono esse la loro vita alla grandissima associazione che prima proclamò la fratellanza tra gli uomini? E prima lanciossi sul grandioso sentiero del razionalismo combattendo le grette idee delle mille sette i cui si divisero gli uomini i furbi e i birbanti sulla credulità degli ignavi (…) Uniamo dunque tutta questa sfasciata famiglia di sofferenti e basterà lo intendersi per mandare gambe allaria (sic) il nero indorato putrido fantasma della menzogna e della tirannide. (…) accogliete in grembo della gran vedova (sinonimo di Massoneria, NdA) quanto vè (sic) di buono nella penisola e saremo sulla vera via del miglioramento umano, morale e materiale”.
 
  Ernesto Galli della Loggia ha recentemente ricordato che il regno d'Italia non ebbe la benedizione del papa. Non poteva averla. Lo spartiacque non fu l'esortazione di Camillo Cavour a Pio IX a consentire che Roma fosse capitale degli italiani, desiderosi di entrarci pacificamente. L'inconciliabilità dei due opposti era stata la Repubblica Romana del 1849, proclamata da Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino e da Giuseppe Garibaldi, il 9 febbraio, molto prima che, a cose fatte, vi giungesse Mazzini. Quel conflitto precorse e condizionò i decenni seguenti che, malgrado gli sforzi del clero conciliatorista e dei liberali cattolici osservanti, si risolse nella scomunica maggiore del re, del governo della dirigenza politico-amministrativa. L'anticlericalismo di Garibaldi fu l'“eccipiente” di una contrapposizione nata da allora e via via inasprita sino a risultare insanabile malgrado l'impegno di statisti massoni, a volte pazienti, come Agostino Depretis, altre meno, come Francesco Crispi, e altri ancora, propensi al dialogo tra le due sponde del Tevere. Fu il caso di Giovanni Giolitti al quale sin dal novembre 1904 Pio X concesse di far eleggere deputati governativi grazie a voti di cattolici in collegi nei quali si rischiava la vittoria destabilizzante di candidati socialisti.     
         
 L'eredità politica di Garibaldi   
  Il 21 aprile 1879 Garibaldi chiamò a raccolta in Roma il “Fascio della democrazia” e firmò il manifesto che ne dette annuncio agli italiani. Fece parte dell'esecutivo della Lega con i radicali Agostino Bertani, Giovanni Bovio, Felice Cavallotti, con i repubblicani Antonio Fratti, Aurelio Saffi e Alberto Mario (federalista, non massone) e con l'uomo nuovo della sinistra democratica italiana, Adriano Lemmi, tesoriere del Grande Oriente d'Italia.
   Al di là di tensioni e di nuove divisioni sorgenti nella sinistra democratica a cospetto dell'ascesa del partito socialista, il proposito garibaldino di tenere insieme le sue diverse componenti durò nel tempo sotto varie denominazioni. A inizio Novecento esso prese corpo nei blocchi popolari di liberali progressisti, radicali e socialisti riformisti sorti a cospetto del fallito sciopero generale espropriatore del settembre 1904. Dopo la definitiva e netta separazione dei socialisti dagli anarchici (se mai fossero rimasti dubbi, il regicidio del 29 luglio 1900 li spazzò via), i “blocchi” fecero da spartiacque tra massimalisti e riformisti, tra anarco-sindacalisti e quanti capirono che occorreva scongiurare avventure e rabberciare il “timone” del governo mentre in Europa imperversavano venti di guerra.
   Contrariamente a quanto viene proposto da alcun letture “complottistiche” della storia d'Italia, la fragilità  dell'assetto delle istituzioni e della macchina di pubblici poteri (non solo la sequenza di governi e maggioranze parlamentari) non va addebitata al magma dell'area liberal-risorgimentale, e quindi alla Massoneria, ma alle lacerazioni perpetue del partito socialista, che coltivò al proprio interno la frangia movimentistica, repubblicana, rivoluzionaria, corriva a scissioni e al ricorso alla piazza. L'area governativa rimase priva di sostegno da parte della Chiesa e delle organizzazioni politico-partitiche cattoliche. La prima democrazia cristiana non nacque dalla ora riscoperta “Rerum Novarum”. Se ne armò a copertura della rivincita contro l'esito del processo che dal Risorgimento aveva condotto al Regno d'Italia, poi costretto ad alleanze e contro-alleanze per motivi di sopravvivenza, più per convenzione che per convinzione, per affermare l'indipendenza senza finire nel baratro dell'isolamento. Quella prima democrazia cristiana agitò il mito del complotto giudaico-massonico quale brodo di coltura del liberalismo illuministico e di tutte le sue varianti. Lo aveva già solennemente affermato il Syllabus del 1864, quando in Italia la massoneria era, come a lungo rimase, una pianticella stenta. Lo ripeterono centinaia di “condanne” nelle quali, in un crescendo ossessivo, la massoneria fu marchiata come “sinagoga di Satana”. Se si ricorda che essa espresse cinque presidenti del Consiglio, se ne comprendono le conseguenze di lungo periodo.
   Per intendere il groviglio che condizionò e appesantì la marcia, sempre affannosa, dai sette staterelli esistenti nel 1859 allo Stato proclamato nel marzo 1861 e da lì alla Grande Guerra e a quel che ne seguì va superata la narrazione che frantuma il “continuum” in segmenti di breve periodo o li identifica in presidenti del consiglio spacciati per “dittatori parlamentari”, come fecero Denis Mack Smith e suoi anticipatori ed emuli, compreso Gaetano Salvemini.
  Al di là della sua demonizzazione da parte delle scomuniche, occorre domandarsi di quali incubi rimasero succubi quanti si ersero a interpreti della storia (e dell'anti-storia) d'Italia e afferrarono il potere dopo il 1918-1922. Nel recentissimo saggio “Massoneria e fascismo dalla Grande Guerra alla messa al bando delle logge” (ed. Carocci) Fulvi Conti offre una succosa antologia di dichiarazioni antimassoniche di “personaggi” peraltro rispettabili. E' il caso di Piero Gobetti. Il 24 gennaio 1924, dopo che il Partito nazionale fascista aveva deliberato l'incompatibilità tra logge e fasci, in “Rivoluzione liberale” egli scrisse: “La massoneria torna di attualità. Ecco un frutto tardivo e non chiesto di cui chiameremo cordialmente responsabile il fascismo. Le rivoluzioni spazzano via i morti: il fascismo, rivoluzione mancata di falsi profeti e di ciarlatani, li resuscita. La massoneria era morta nel 1922 perché era rimasta priva di ogni valore politico e non era il caso di dare importanza a quell'ultima forma meschina, in cui sopravviveva, di società privata di muto soccorso. Mussolini, mangia-massoni implacabile, ha lavorato a ricostituirla, corrotta corruttrice”. Non bastasse, aggiunse: “In America la massoneria si è ridotta a un istituto di filantropia, in Italia terra libera di politici raffinati serve all'attività pubblica. (…) Nell'Italia di Giolitti e di Nitti la massoneria privata era un segno di povertà e di indecisione morale, era un residuo dello storico vizio del popolo intrigante, servile e letterario”. Dopo il rapimento e la morte di Giacomo Matteotti il Grande Oriente si schierò nettamente contro l'incipiente regime e venne flagellato non con articoli di riviste di nicchia ma con le “vie di fatto”.
   Nel settembre1925 “Battaglie fasciste”, rivista fiorentina dei fascisti “d'assalto”, dettò la linea: “Da oggi non deve essere data tregua alla massoneria ed ai massoni. La devastazione delle logge si è risolta in una ridicola sciocchezza. Bisogna colpire i massoni nelle loro persone, nei loro beni, nei loro interessi. La parola d'ordine è questa: lotta a oltranza”. Era l'elogio del delitto politico. Il 3 ottobre la rivista aggiunse: “La massoneria deve essere distrutta e i massoni non hanno diritto di cittadinanza in Italia. Tutti i mezzi sono buoni: dal manganello alla revolverata, dalla rottura dei vetri al fuoco purificatore...”: formula, quest'ultima, coniata da Gabriele d'Annunzio quando nel “maggio radioso” del 1915 incitò gli interventisti a cacciare da Roma Giolitti, “il vecchio boia labbrone, le cui calcagna di fuggiasco sanno le vie di Berlino”. Quell'estremismo era funzionale ai piani di Mussolini, massonofago, e di Luigi Federzoni, ministro per l'Interno, nazional-fascista, che esortava gli squadristi a non infierire su logge e massoni perché presto il governo stesso avrebbe provveduto ad annientarli. Come avvenne il 20 novembre 1925 con l'approvazione della legge mussoliniana che impose alle associazioni di consegnare l'elenco dei loro membri. La libertà di associazione, già enunciata dallo Statuto di Carlo Alberto, è ribadita dall'articolo 18 della Costituzione dello Stato d'Italia: “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. E' quanto venne praticato dai seguaci di Garibaldi, la cui insegna era “Italia e Vittorio Emanuele”.
Aldo A. Mola  

DIDASCALIA: Giuseppe Garibaldi (Nizza, 7 luglio 1807-Caprera, 2 giugno 1882). L'edizione nazionale degli scritti di Garibaldi iniziò nel 1932, 50° della sua morte. Nel 2025 è ancora in corso. L'“Internazionale azzurra” ne attende il completamento. Nel suo 125° la loggia di Imperia ha pubblicato “Garibaldi vivo. Antologia critica degli scritti con documenti inediti” (ed. Il filo di Arianna, La Spezia, maggio 2025).



GIUSEPPE GARIBALDI
ITALIANO? EUROPEO? UN UOMO LIBERO

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 25 Maggio 2025 pagg. 1 e 7.


“La Riviera dei Framassoni”
                      di Bruno Filippo 33∴ (ed. Il Filo di Arianna, pp.
                      547). Tra le centinaia di nomi citati nel volume
                      come massoni spiccano l'agronomo Mario Calvino,
                      padre dello scrittore Italo, Alfredo Crémieux,
                      Leonardo Dulbecco, padre di Renato, Premio Nobel
                      per la medicina, Aldo Quaranta, comandante della I
                      Divisione di “Giustizia e Libertà” nel Cuneese,
                      Domenico Sartore, suo cugino e suocero di Dante
                      Livio Bianco, comandante delle formazioni
                      “Giustizia e Libertà” in Piemonte, in successione
                      a Duccio Galimberti, il generale Asclepia Gandolfo
                      (che fu tra i fondatori della Milizia volontaria
                      per la sicurezza nazionale), Giuseppe Giulietti e
                      Giovanni Battista Boeri. Seguace di Giovanni
                      Amendola (a sua volta massone e antifascista),
                      liberale, eletto deputato il 6 aprile 1924 nella
                      Lista Nazionale ma antifascista militante, Boeri
                      fu poi tra i fondatori del Partito d'Azione.
                      Rifugiato in Svizzera, nel 1944 fu chiamato a Roma
                      da Ivanoe Bonomi come Luigi Einaudi per assumere
                      compiti prestigiosi. Nel 1948 venne eletto
                      senatore del Partito repubblicano italiano. Tra i
                      massoni attivi a Imperia merita memoria il Premio
                      Nobel per la Letteratura Salvatore Quasimodo,
                      iniziato nella “Arnaldo da Brescia” di Licata. Nel
                      convegno del 31 maggio ne parla Raffaella Canovi.
                      Alle 12 del 1° giugno Alessandro Cecchi Paone
                      presenta alla Fiera del Libro il suo stringato e
                      dotto saggio “Dialogo sull'immortalità” (ed. De
                      Nigris) in responsorio con Raimondo Sangro di San
                      Severo, Principe del Diavolo, alchimista, sapiente
                      e gran maestro.L'attendismo degli aventiniani e “ludi cartacei”
   “Torna, torna Garibaldi...”: un ribelle disciplinato
   Tra i personaggi italiani Giuseppe Garibaldi era e rimane il più universalmente amato. Il paradosso è che, quando vi venne al mondo da Domenico e Rosa Raimondi il 4 luglio 1807, Nizza, sua città nativa, non era “italiana”, ma apparteneva all'Impero francese con sovrano Napoleone I. Non solo, in “Italia” Garibaldi rimase lo stretto necessario per farne uno Stato unito, indipendente e libero ma volle poi viverne lontano: precisamente nell'isola di Caprera, poco distante dalla Maddalena, a nord-est della Sardegna. Neppure scelse di starci sulla riva del mare: preferì abbarbicarsi in alto, in una casa modesta, bianca, qualche albero da frutta e pochi animali, circondata dall'aspra vegetazione che spunta tra le pietre spazzate dal vento. Nel 1854 Garibaldi acquistò parte dei 17 kmq scarsi dell'isola. L'anno seguente avviò la costruzione del podere e finalmente, grazie al concorso di amici inglesi, nel 1865 ne divenne proprietario unico, come documenta Aldo Ricci in “Obbedisco”.
   Marinaio, dall'infanzia Garibaldi apprese che per dominare le forze della natura e, da ostili, volgerle in energia propizia occorre fare squadra e usare il compasso per fissare i “punti stimati”; ma bisogna anche saper stare soli a fantasticare e a contemplare il luccichio delle stelle, respirando silenti.
   Ribelle e disciplinato, poco più che venticinquenne Garibaldi pose un piede nella marina da guerra del regno di Sardegna e un altro nella trama repubblicana orchestrata da Giuseppe Mazzini, di due anni più anziano, già carbonaro e fondatore in esilio della “Giovine Italia”. Cospirarono insieme e insieme il 4 febbraio 1834 fallirono. L'invasione mazziniana della Savoia decisa a suscitare un incendio rivoluzionario in Piemonte si dissolse come nebbia al sole. In Genova Garibaldi non trovò nessuno all'appuntamento che a sua volta avrebbe dovuto rovesciare la monarchia di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, da tre anni re di Sardegna. Un asceta. Riparato in Francia a marce forzate tra i boschi e dal 3 giugno inseguito dalla condanna a morte in contumacia per alto tradimento, vagò alla meno peggio, dalla Tunisia al Mar Nero. Visse un paio d'anni con una vedova insegnando ai suoi figli quel che sapeva. Persino latino. Ne fuggì inseguito da fanatici. Nel dicembre 1835 partì alla volta dell'America meridionale: Brasile, Uruguay. Nel 1839 si unì ad Anita Ribeiro mettendola al sicuro da un marito violento.Tre anni dopo la sposò con rito religioso. Si batté su molti fronti, sempre contro i reazionari, sino a costituire una Legione italiana, che, ai suoi ordini, l'8 febbraio 1846 ottenne un brillante successo a Sant'Antonio del Salto in difesa della repubblica dell'Uruguay.

Massone e patriota
   Nel 1844 Garibaldi venne iniziato massone nell'“L'asilo della virtù” di Montevideo, una loggia “selvaggia”, e poco dopo fu regolarizzato in “Les amis de la Patrie”, all'obbedienza del Grande Oriente di Francia, che all'epoca era in rapporti fraterni con la Gran loggia unita d'Inghilterra, considerata depositaria di legittimità e regolarità. Entrò a far parte della Famiglia universale. Da uomo libero e senza pregiudizi. Lo confermò nel 1847 quando offrì la sua spada all'internunzio apostolico a Rio de Janeiro, Gaetano Bedini: era pronto a battersi con Pio IX per l'indipendenza italiana. Come tanti si era illuso che il papa avesse benedetto l'unità dell'Italia.
   Il seguito della sua vita è arcinoto. In sintesi, tornato in Italia dall'America Meridionale ove era stato marinaio, corsaro, guerrigliero e comandante, nel 1848 fu a capo di volontari. Nel 1849 difese eroicamente la Repubblica Romana dall'assalto dei francesi inviati da Luigi Napoleone, principe-presidente. Sciolta la colonna che aveva guidato da Roma verso Venezia, grazie alla trafila patriottica dal Capanno di Ravenna raggiunse il Tirreno e fu costretto a un secondo esilio. Tornato nel regno di Sardegna d'intesa con Camillo Cavour, si attestò a Caprera. Entrato nella Società Nazionale, nel 1859 fu generale dell'esercito in divisa sabauda e allestì i “Cacciatori delle Alpi”, acquartierati in conventi sottratti a clarisse tra Cuneo e Savigliano agli ordini di due militari provetti: Cosenz e Medici. Liberatore di terre irredente nella seconda guerra per l'indipendenza, promotore della sottoscrizione nazionale per “un milione di fucili” di precisione (mica baionette!) per riprendere la guerra contro gli Asburgo, nel 1860 condottiero dei “Mille” da Quarto di Genova a Marsala, liberatore della Sicilia, dittatore a Napoli (ove giunse in treno, con piccola scorta, accolto dal “confratello” Liborio Romano, la cui vita è da romanzo), nuovamente a Caprera e poi a capo della sventurata spedizione “Roma o morte” del luglio-agosto 1862, imprigionato nel forte di Varignano (La Spezia) con tanto di pallottola entrata di rimbalzo nel malleolo del piede destro, nel 1864 in trionfo a Londra e nuovamente in campo contro l'Austria nel 1866, vittorioso a Bezzecca, e ancora, l’anno seguente, nell'Agro Romano per liberare Roma dal papa-re, Garibaldi fu nuovamente detenuto e rilasciato dal governo, nel timore di una rivolta generale della sinistra democratica.
   Nel settembre 1867 aprì a Ginevra il congresso per la Pace. Per insegna aveva il motto «la guerra es la verdadera vida del hombre»: ma se è guerra di liberazione, non di oppressione. Lo ribadì a sostegno del primo Anticoncilio ecumenico di liberi pensatori, convocato a Napoli l'8 dicembre 1869 in risposta a quello adunato da Pio IX a Roma per la stessa data. Intralci polizieschi fecero tardare di un giorno il concilio napoletano, sciolto poche ore dopo l'inaugurazione al primo grido “Vive la République”.

Un uomo (anche) di pensiero: europeista…
   Ma chi era dunque Garibaldi? Uomo d'azione, si è detto, ma anche di pensiero, lungimirante. Appena messa alle spalle la cacciata di Francesco II di Borbone dal regno delle Due Sicilie e (allontanato Mazzini, che non portava bene) mentre ne preparava l'annessione a quello d'Italia, nell'ottobre 1860 scrisse un “Memorandum”, da meditare anche oggi: «Supponiamo che l'Europa formasse un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarlo in casa sua? […] Ed in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero invece convertiti a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell'industria nel miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nell'erezione delle scuole che trarrebbero dalla miseria e dalla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il grado di civiltà, sono condannate dall'egoismo del calcolo e della cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all'abbrutimento, alla prostituzione dell'anima e della materia […] Quando mai presentò l'Europa più grandi probabilità di riuscita per questi benefizi umanitari? […] Insomma, tutte e nazionalità divise ed oppresse, le razze slave, celtiche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restare fuori di questa rigenerazione politica alla quale chiama il genio del secolo […] La guerra non essendo più possibile, gli eserciti diventerebbero inutili. Ma quello che non sarebbe inutile è di mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose, per mezzo di milizie nazionali, le quali sarebbero pronte a reprimere i disordini da qualunque ambizione tentasse infrangere il patto europeo.» Garibaldi lanciò l'appello a quanti «Dio confidò la santa missione di fare il bene […] quella che ha la sua base nell'amore e nella riconoscenza dei popoli».
   Dieci anni dopo, la guerra franco-prussiana del 1870-1871 squassò l'Europa. Sconfitto irreversibilmente a Sedan il 2 settembre, Napoleone III, malato, riparò in Inghilterra. I “tedeschi” arrivarono alle porte di Parigi, ove la “Comune” prefigurò l'avvento del governo socialista. La risposta della borghesia fu devastante. Sotto lo sguardo ironico dei prussiani, che nel Castello di Versailles proclamarono l'avvento del Secondo Reich, la “Francia profonda” assalì Parigi, fucilò i comunardi contro il muro del cimitero di Père Lechaise e deportò in Nuova Caledonia i risparmiati. Guerra civile, guerra di classe, guerra ideologica, guerra... Tra le vittime della Comune si contò anche l'arcivescovo di Parigi come già era accaduto al suo predecessore nella rivoluzione del 1848.

… e mondialista
   Il 6 settembre 1870 da Caprera, ove si sentiva “prigioniero”, Garibaldi lanciò la sfida: «Francesi, Scandinavi, Tedeschi sono tutti miei fratelli. I deputati delle monarchie e delle repubbliche di tutte le nazioni del mondo dovrebbero formare un areopago a Nizza, città libera, e stabilire ivi i seguenti primi articoli della Costituzione universale: È impossibile la guerra fra le nazioni; qualunque differenza sorta fra alcune di esse si dovrà sottoporre all'areopago affinché la componga pacificamente.» Non era un pacifista ingenuo. Pochi mesi dopo salì a cavallo e andò a battersi a fianco della Repubblica francese aggredita dai prussiani. Fu l'unico a strappare al “nemico” una bandiera di guerra. Eletto alla Costituente francese, adunata a Bordeaux, malgrado l'indignazione di Victor Hugo, suo ammiratore, non poté prendervi la parola perché non era “cittadino” di un Paese sconfitto, umiliato e dilaniato dal conflitto tra ugonotti e cattolici, socialisti e borghesi, clericali ed ebrei, come mostrò l'“affare Dreyfus”: una tabe che la Nuova Italia non conobbe, grazie al suo antico buon senso pagano.

Primo massone d’Italia…
   Da quali fonti Garibaldi attingeva l'energia? Sublimava ogni infinitesima parte del quotidiano e riportava l'Assoluto alla natura. Perciò si era riconosciuto in loggia: parole di passo, strette di mano, silenzi, cielo stellato. Negli anni della rinascita, tra il 1859 e il 1864, in Italia la massoneria contò una molteplicità di corpi e almeno quattro riti: il simbolico, lo scozzese alla francese (semplificato), lo scozzese antico e accettato (ma in “corpi” separati) e il memphis-misraim di cui Garibaldi fu Gran Ierofante. Ogni comunità massonica oltre a quello esoterico aveva un obiettivo “pratico”. Il Grande Oriente Italiano (non d'Italia) costituito a Torino da Felice Govean per proseguire la marcia verso un regno dalle dimensioni ancora incerte era monarchico e popolare. Altri erano antisabaudi e rivoluzionari. In un'Assemblea costituente il siciliano Filippo Cordova prevalse per un voto su Garibaldi, che però era gran maestro di un altro Grande Oriente, sedente a Palermo. Come “consolazione” gli vennero decretate la nomina a “primo massone d'Italia” e una medaglia d'oro, che non gli fu mai consegnata. Nel 1864 finalmente venne eletto gran maestro effettivo. Accettò. Capìto che le divisioni prevalevano, due mesi dopo si dimise accampando motivi di salute, anche per rimanere al di sopra del fratricidio che già divideva la “sinistra” in gruppuscoli numericamente irrilevanti e politicamente inconcludenti. Per anni continuò a ripetere che la massoneria è «la più antica e umanitaria delle società esistenti» ma doveva «identificarsi ai tempi presenti» (15 aprile 1872). Nella visita trionfale del 1864 a Londra era stato gratificato di un grembiule massonico di massimo rango. Però ritenne che occorreva fare un passo in avanti. Anche le donne andavano iniziate ai “misteri” dell'Arte Reale. Per dare l'esempio cominciò dalla figlia Teresita, alla quale, mentre combatteva vittorioso nel Trentino, raccomandava di bagnare gli alberi da frutta e badare al bestiame.
   La sua divisa era e rimase “Italia e Vittorio Emanuele”. Trangugiò bocconi amari. Sapeva quanti ne aveva dovuti mandare giù, in pubblico e nel privato, Re Vittorio. Per capire la sua forza di marinaio ormai rattrappito dall'artrite sopravveniente, va ricordato che, eletto alla Camera subalpina nel 1848 per il collegio di Cicagna, rimase sempre deputato perché era in Parlamento che si dovevano prendere le grandi decisioni. Lì bisognava conquistare spazio per chi non aveva diritto di voto, per chi, pur potendolo, non votava, e per i tanti che (era il caso dei papisti) seminavano zizzania contro le Istituzioni, non sempre grate verso chi, come lui, spendeva la vita a consolidarle.    
   Caso unico in Italia, nella sua schietta semplicità Garibaldi venne capìto. Il suo nome fu assunto a titolo distintivo di logge mentre ancora era in vita e poi divenne consuetudine: “Garibaldi e Avvenire” a Livorno, “Leone di Caprera “ a Rio nell'Elba, “Garibaldi” ad Ancona, a Civitavecchia (“Giuseppe Garibaldi risorta”), a Castelnovo di Conza (Salerno), a Palermo, all'isola della Maddalena. A Buenos Aires, in Argentina, una loggia fu intitolata ad “Annita Garibaldi”. Come hanno scritto Luca Fucini e Marzia Taruffi, Garibaldi affiancò Mazzini quale “guardiano della Nuova Italia” (ed. Leucotea), ma lui fu di gran lunga più popolare dell'“Apostolo”, anche per le sue venture domestiche. Solo nel 1880, grazie al giurisperito piacentino Giuseppe Manfroni, ottenne l'annullamento del matrimonio con la “contessina” Giuseppina Raimondi, da lui posseduta prima delle nozze ma ripudiata proprio alla celebrazione del matrimonio perché fedifraga. E così poté finalmente sposare la popolana Francesca Armosino, da tanti anni sua “assistente” a Caprera e già madre di tre suoi figli, Clelia, Rosa e Manlio, che si aggiunsero a quelli avuti da Anita: Menotti, Rosita (morta piccina), Teresita e Ricciotti, tutti battezzati con rito cattolico.

… e memorialista
   Garibaldi piaceva anche per la genuinità dei suoi modi di comunicare e di fare e persino per gli scopi che dichiarò quando decise di scrivere romanzi: non sapeva come ammazzare il tempo, pensava di educare i giovani al patriottismo universale e contava di trarne qualche profitto, mentre era assediato da “depredatori”. Ne aveva bisogno per campare alla meglio a Caprera e conciliare gli acciacchi della vecchiaia con la richiesta di presenziare alle grandi feste nazionali. Il 30 gennaio 1875 fu ricevuto al Quirinale da Vittorio Emanuele II. Andò reggendosi sulle grucce. Il 26 ottobre del 1860 si erano incontrati a cavallo presso Teano. Al Re presentò il suo programma per una Roma moderna: argini del Tevere, stabilimenti industriali, porto fluviale in collegamento con Ostia e... “i preti alla vanga”, come aveva scritto nel “Clelia”. Garibaldi aveva tredici anni più del re, gli era sinceramente affezionato e non immaginava che “Monsù Savoia” sarebbe morto tre anni dopo senza la consolazione che la “Bella Rosina”, sua moglie morganatica, fosse lì a tenergli la mano.
   Sulla fine, Garibaldi prospettò l’«unità mondiale» per fondere insieme le unità germanica, slava, scandinava, musulmana, lasciando da parte la «latina», abusata dagli «errori dei capi del cristianesimo». «Circa l'Unità religiosa – precisò – vi è l'Unità in Dio che, ridotti i preti, i Ministri, i Dervishi, alla loro vera espressione d'impostori, può convenire universalmente.» Per accelerare il cammino verso l'Unità mondiale propose di utilizzare una lingua condivisa, a cominciare dall'anglo-sassone, «immensamente propagato», e una interlingua «iberitala». Per propiziare un'unica lingua «orientale» si rimise agli «scienziati». Fautore del diritto di voto universale, dell'abolizione della pena di morte, del divorzio, della protezione degli animali e di una seria legge fiscale, Garibaldi fu antesignano di tutte le riforme atte a «guarire la gran piaga della miseria», i cui volti aveva conosciuto dall'infanzia, nella circumnavigazione del globo, nelle tante battaglie.                          
Aldo A. Mola


IL 125° DELLA LOGGIA “Giuseppe Garibaldi” di IMPERIA
   Nel 1900, poco dopo la “Mazzini” di Sanremo, venne fondata a Porto Maurizio la loggia intitolata a Giuseppe Garibaldi, all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia. Il 31 maggio 2025 essa illustra il suo percorso e sintetizza la sua missione con iniziative pubbliche curate da Carlo Campus, suo maestro venerabile, in collaborazione con tutta la loggia. Alle h.17 si svolge al Cinema Centrale di Imperia il convegno, moderato da Marzia Taruffi (Ufficio Cultura del Casinò di Sanremo, poetessa e scrittrice) su “Massoneria, 125 anni per le Libertà e la Costituzione” con interventi di Raffaella Canovi (Università di Milano) e Massimo Nardini (Università di Firenze). Alla vigilia, alle h. 16:30 di venerdì 30, la Loggia “Garibaldi” depone una Corona d'Alloro al monumento dell'Eroe in Piazza Roma a Imperia. Subito dopo, nell'ambito della Fiera del Libro perfettamente orchestrata da Luciangela Aimo, Francesco Vatteone dialoga in un gazebo di via XX Settembre con Filippo Bruno 33∴, autore di “La Riviera dei Framassoni”: una miniera di informazioni, biografie, illustrazioni, arricchita dai “piedilista” delle logge della Liguria orientale.
   Letto il volume, nessuno potrà più dire: «Non sapevo…».
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: “La Riviera dei Framassoni” di Bruno Filippo 33∴ (ed. Il Filo di Arianna, pp. 547). Tra le centinaia di nomi citati nel volume come massoni spiccano l'agronomo Mario Calvino, padre dello scrittore Italo, Alfredo Crémieux, Leonardo Dulbecco, padre di Renato, Premio Nobel per la medicina, Aldo Quaranta, comandante della I Divisione di “Giustizia e Libertà” nel Cuneese, Domenico Sartore, suo cugino e suocero di Dante Livio Bianco, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” in Piemonte, in successione a Duccio Galimberti, il generale Asclepia Gandolfo (che fu tra i fondatori della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), Giuseppe Giulietti e Giovanni Battista Boeri. Seguace di Giovanni Amendola (a sua volta massone e antifascista), liberale, eletto deputato il 6 aprile 1924 nella Lista Nazionale ma antifascista militante, Boeri fu poi tra i fondatori del Partito d'Azione. Rifugiato in Svizzera, nel 1944 fu chiamato a Roma da Ivanoe Bonomi come Luigi Einaudi per assumere compiti prestigiosi. Nel 1948 venne eletto senatore del Partito repubblicano italiano. Tra i massoni attivi a Imperia merita memoria il Premio Nobel per la Letteratura Salvatore Quasimodo, iniziato nella “Arnaldo da Brescia” di Licata. Nel convegno del 31 maggio ne parla Raffaella Canovi. Alle 12 del 1° giugno Alessandro Cecchi Paone presenta alla Fiera del Libro il suo stringato e dotto saggio “Dialogo sull'immortalità” (ed. De Nigris) in responsorio con Raimondo Sangro di San Severo, Principe del Diavolo, alchimista, sapiente e gran maestro.



1925: QUEL REGIME CHE NON SI VIDE ARRIVARE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Maggio 2025 pagg. 1 e 7.


DIDASCALIA: Il libro “1925. L'Italia verso il
                      regime”, con premessa della Principessa Maria
                      Gabriella di Savoia (BastogiLibri, maggio 2025),
                      comprende saggi di Carlo Cadorna, Raffaella
                      Canovi, Antonio Cecere, Daniele Comero con Rossana
                      Mondoni, GianPaolo Ferraioli, Luca Giuseppe
                      Manenti, Alessandro Mella, Massimo Nardini, Luigi
                      Pruneti, Aldo Giovanni Ricci, Tito Lucrezio Rizzo,
                      Giorgio Sangiorgi e Antonio Zerrillo: panorami su
                      politica estera e interna, forze armate, vita
                      economica, culturale e sociale, tramonto delle
                      libertà politiche e associative e figure
                      rappresentative di un'epoca, come Gabriele
                      d'Annunzio e il generale Pietro Gazzera. Il
                      volume, pubblicato dall’Associazione di studi
                      storici Giovanni Giolitti e dall'Associazione di
                      studi sul Saluzzese, con adesione di enti,
                      istituti di studi e associazioni, è in libreria e
                      può essere ordinato a bastogilibri@gmail.com.L'attendismo degli aventiniani e “ludi cartacei”
   Da quando data il “regime fascista”? All’inizio di quest'anno alcuni articoli hanno rievocato il discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Benito Mussolini respinse ogni addebito per la morte di Giacomo Matteotti e rivendicò la “rivoluzione” fascista. Per le molte violenze (anche “irreversibili”) perpetrate dagli squadristi nel cammino da  “movimento” a partito (marzo 1919-novembre 1921), nell'assalto al governo e sino all'estate del 1924, il “duce” sfidò chiunque, dentro e fuori l'Aula, a incriminarlo e a farlo tradurre dinnanzi al Senato costituito in Alta Corte, come previsto dallo Statuto. Nessuno raccolse la sfida.
   A parte il drappello dei giolittiani, quel giorno assenti, i 19 deputati del partito comunista d'Italia e gli otto germanofoni e slavofoni, da sei mesi le “opposizioni” (i repubblicani, i rappresentanti dei due partiti socialisti e i popolari) si erano chiamati fuori dal confronto in Aula, arroccandosi in una sorta di “Aventino”, in attesa degli eventi. Il loro portavoce più autorevole era Giovanni Amendola. Capofila dei democratici, massone, teosofo, già ministro, noto anche all'estero e apprezzato dal Re, questi compì un errore strategico. Mentre tanti fascisti della prima ora, su ordine dello scaltro Mussolini, avevano deposto ogni velleità di cambio istituzionale, quindi avevano nella monarchia e negli alti gradi militari l'interlocutore naturale, Amendola si trovò circondato da partiti accomunati nella lotta frontale contro i fascisti e la Corona, tacciata di connivenza col regime nascente.
   In pochi mesi divisioni e contrapposizioni si acuirono. In marzo Franco Ciarlantini dette impulso alla redazione di un “manifesto” dell'ideologia fascista internazionale. Lo scrisse il filosofo Giovanni Gentile, già ministro della Pubblica istruzione nel governo Mussolini. Presentato come espressione degli “intellettuali fascisti”, esso venne pubblicato nel Natale di Roma (21 aprile), ricorrenza già celebrata da anticlericali e massoni quale fondativa dell'idea d'Italia. Tra i suoi 250 firmatari ricorrono futuri antifascisti, dissidenti e massoni autorevoli come Ferdinando Martini (Grande Oriente d'Italia) e Curzio Malaparte (regolarizzato da Raoul Palermi nella Gran Loggia d'Italia), letterati, critici e storici famosi, come Luigi Pirandello, Corrado Ricci, Giuseppe Ungaretti, Ardengo Soffici, Ugo Spirito, Gioacchino Volpe e Guido da Verona, il bello spirito che stava per rovinarsi la carriera con la parodia dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni proprio mentre Mussolini, fiutati gli incensi dell'Anno Santo, era già in marcia verso la Conciliazione. Non mancò una firma femminile di prestigio: Margherita Sarfatti, una dei 33 ebrei firmatari del Manifesto di Gentile.
   Su proposta di Amendola, Benedetto Croce, a sua volta già ministro della Pubblica istruzione, filosofo, critico, spirito libero che aveva votato a favore del governo Mussolini anche dopo l'“affare Matteotti”, scrisse la replica a Gentile, pubblicata il 1° maggio su alcuni quotidiani. Essa venne classificata “manifesto degli intellettuali antifascisti” da che scordava che “intellettuale” è termine spregiativo agli occhi di Giosuè Carducci. Tra i suoi primi quaranta firmatari alcuni tennero il punto. Fu il caso di Guido De Ruggiero, Luigi Einaudi, Ettore Janni, valdese, Arturo Carlo Jemolo, Francesco Ruffini, giurista liberale. Altri, come Giovanni Ansaldo, Arturo Labriola, Giovanni Miranda, massone autorevole, dopo qualche anno scesero a patti col regime, ritenuto definitivamente vittorioso. Lo firmò anche Matilde Serao.
   I due “manifesti” non significarono contrasti inconciliabili. Alcuni transitarono all'una all'altra sponda. Tra quanti sottoscrissero quello di Croce, parecchi collaborarono all'“Enciclopedia Italiana” diretta da Gentile, che per la voce “Ebrei” si valse di Giorgio Levi della Vida, firmatario del “manifesto Croce”, e affidò la sezione “storia delle religioni” a Raffaele Pettazzoni, massone della prestigiosa “VIII Agosto” di Bologna. La partita vera, comunque, non si giocò sui giornali, teatro di “ludi cartacei”, ma nell'assetto del potere, della produzione, delle relazioni internazionali (vi provvide un corpo diplomatico di prim'ordine, orchestrato da Salvatore Contarini, segretario generale del ministero degli Esteri) e in Parlamento. Fu nei suoi due rami che Mussolini si impegnò direttamente, e a fondo, sapendosi sorvegliato dal Re. Doveva dimostrare al sovrano che la “rappresentanza” della “nazione” (i senatori, nominati dal re; e i deputati, eletti dai cittadini) erano favorevoli al governo.
Tante finte riforme...
   Tramite lo squadrismo intruppato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale il duce controllava la “piazza”. Di persona teneva in pugno il parlamento, in stretta convergenza con il presidente del Senato, Tommaso Tittoni, antico ambasciatore e ministro degli Esteri in alcuni governi Giolitti, e molto ascoltato dal Re; e con Antonio Casertano, presidente della Camera, ex radicaleggiante, massone incognito, il 6 aprile 1924 eletto nella Lista nazionale, come altri notabili liberali, incluso Enrico De Nicola.
   Quale presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, fiancheggiato dal protonazionalista e massonofobo Luigi Federzoni all'Interno, Mussolini ebbe pieno controllo di Montecitorio e ridusse all'osso l'opposizione in Senato. Giocò abilmente con le Camere presentando disegni di legge graditi a parte delle opposizioni, a quel modo lusingate e private di argomenti. Fu il caso della legge 15 febbraio 1925, n. 122 (mai attuata) che ripristinò i collegi uninominali. Al democristiano Acide De Gasperi il duce aveva promesso il ritorno al proporzionale. Giocava a rimpiattino. In politica, arte della menzogna qual egli la concepiva, l'ingannato non è meno colpevole di chi inganna. Conta il risultato finale.
   Tra i capolavori mussoliniani vi fu il conferimento del diritto di voto alle donne nelle elezioni amministrative, approvato alla Camera il 15 maggio 1925, dopo decenni di proposte mai giunte in porto. A suo sostegno il duce intervenne di persona, affermando che poteva essere di qualche utilità benché la donna non abbia «grande potere di sintesi e quindi sia negata alle grandi creazioni spirituali». Anche quella riforma finì nel nulla, perché Mussolini abolì l'elettività dei consigli provinciali e comunali.
   Nei primi mesi dell'Anno Santo il governo varò una folla di leggi e leggine per rinsaldare il suo controllo sul Paese e il suo prestigio agli occhi degli osservatori stranieri. Occorrevano ordine e disciplina: promesse e invocazioni di tutti i governi del dopoguerra, spesso inconcludenti (Nitti, Giolitti, Bonomi, Facta). Per prevalere definitivamente Mussolini si valse della macchina dello Stato, mobilitata tramite i prefetti. Contrariante a quanto solitamente si dice e si crede il passaggio dal regime parlamentare, in vigore dai tempi di Camillo Cavour, a quello di partito unico non fu affatto repentino. Non si risolse in pochi giorni, settimane o mesi. Richiese tempi lunghi e non modificò l'assetto dei poteri apicali. L'Italia rimase una monarchia rappresentativa, come enunciato dallo Statuto. Toccava al parlamento approvare le leggi elettorali. L'aveva fatto tante volte dal 1848 al 1919. Lo fece nel 1923 e tornò a farlo nel 1928. Nel 1939 l'insediamento della Camera dei fasci e delle corporazioni non richiese neppure un voto di conferma da parte degli elettori. Fu composta di membri di diritto in virtù delle cariche di partito e di “nominati”, in numero indefinito. I suoi componenti non furono più “deputati”, cioè persone scelte e “mandate” dagli elettori, ma semplicemente “consiglieri”. Se così piaceva ai legislatori e alle piazze, affollate di cittadini entusiasti, che cosa avrebbe potuto o dovuto fare il Re?
...e consenso internazionale
   Quel regime ebbe il plauso dei più influenti Stati esteri, in specie della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d'America. Lo ripetono i saggi di GianPaolo Ferraioli e di Massimo Nardini pubblicati in “1925. L'Italia verso il regime”. Nel suo insieme il volume descrive l'abile uso dei poteri istituzionali da parte di Mussolini, presidente del Consiglio dei ministri e “Capo del governo”, carica istituita con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263. Al termine di quell’anno egli poté contare su un regime autoritario, incardinato su Partito nazionale fascista, Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, Tribunale speciale per la difesa dello Stato (annunciato e di lì a poco insediato) e su una macchina oppressiva e spionistica tra i cui strumenti fu precipua l'Opera volontaria di repressione dell'antifascismo (una delle tante decrittazioni dell'acronimo OVRA).
   Cavaliere della SS. Annunziata, e quindi “cugino del Re”, dal 16 marzo 1924, tra la metà del 1925 e l'inizio del 1926 il “duce del fascismo” concentrò nelle sue mani una somma di poteri senza precedenti nella storia d'Italia: oltre che presidente del Consiglio e ministro degli Esteri fu titolare dei ministeri militari (Guerra, Marina e Aeronautica) nonché delle Colonie. Direttamente o indirettamente influì su produzione agricola, industriale, commerciale e sul sistema bancario, con nuove norme su credito cooperativo, casse di risparmio (accorpate), credito mobiliare e Banca d'Italia. Fondato cinque anni dopo, l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) venne considerato anche all'estero un modello di modernizzazione. Alla sua guida Mussolini pose Alberto Beneduce, già grande oratore del Grande Oriente d'Italia, socialista, libero pensatore, notoriamente antifascista ma disponibile a collaborare con il governo per attuare riforme che almeno in parte rispondevano ai propositi di miglioramento delle condizioni generali degli italiani. In quella direzione si prodigarono economisti, sociologi, scienziati, igienisti, scrittori, poeti e artisti come Duilio Cambellotti, il “cantore” del regime che nel dopoguerra ebbe parte eminente nella commissione che scelse l'emblema della Repubblica italiana, disegnato dal valdese e massone Paolo Antonio Paschetto.
   Tutte le leggi via via limitative delle libertà introdotte in Italia da metà Ottocento all'avvento del regime di partito unico ebbero l'approvazione dei due rami del parlamento. Nel novembre 1922 questi conferirono a Mussolini i pieni poteri per la riforma della pubblica amministrazione precedentemente negati al liberal-democratico Giovanni Giolitti. Nel 1923 la Camera eletta il 15 maggio 1921 col riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti in lizza, come già osservò il rimpianto Giovanni Sabatucci consumò il proprio suicidio con l'approvazione della legge elettorale smodatamente maggioritaria che assegnò due terzi dei seggi alla lista che superasse il 25% dei consensi: uno sproposito approvato dalla Camera eletta a suffragio universale maschile durante il V e ultimo governo Giolitti. Nel loro insieme, dunque, i “cittadini” non furono affatto “innocenti” nell'avvento del regime, che non videro arrivare o preferirono non vedere. Esso si affermò “lento pede” conquistando via via aree sempre più ampie di consenso. In massima parte non colsero di esserne vittime designate. Rimasero plaudenti sino alla catastrofe.
   Su quella premessa Mussolini cancellò la “maledetta proporzionale” (formula cara a Giolitti, che nutrì profondo disprezzo nei confronti di Luigi Sturzo, fondatore del partito popolare italiano, liquidato come “prete intrigante”) e ottenne la straripante vittoria della Lista nazionale il 6 aprile 1924. Pur contando appena 227 deputati iscritti al partito (e molti solo da pochi mesi) il “duce” resse alla campagna d'opinione connessa al rapimento e alla morte di Giacomo Matteotti. Dal gennaio 1925 riprese alacremente la marcia verso il regime, condotta passo passo in Parlamento, ove egli sedette in permanenza mentre, come detto, di propria scelta cinque partiti di opposizione ne rimasero fuori.Le molte rievocazioni di Matteotti fiorite nel centenario del delitto non hanno risposto a due domande fondamentali: che cosa abbiano fatto i partiti non fascisti per non finire travolti dalla legge elettorale, approvata anche da liberali e popolari, e in quali modi efficaci essi abbiano esercitato il loro mandato nel corso del 1925.
Al bando i satanisti nel Giubileo 1925
   Il 12 gennaio Mussolini aprì l'Anno Santo presentando alla Camera il disegno di legge sulla regolamentazione delle associazioni e sull'appartenenza dei pubblici impiegati statali e degli enti locali ad associazioni, subito nota come legge contro la Massoneria. Fu la prima legge dichiaratamente “fascistissima”, deplorata da esponenti dell'opinione liberale quali Francesco Ruffini e Benedetto Croce ma approvata quasi all'unanimità alla Camera dei deputati e con soli dieci voti contrari al Senato, senza che i votanti fossero minacciati o coartati. Fu approvata dai “rappresentanti” degli italiani in Parlamento. Essi condannarono la massoneria italiana come congrega di satanisti, vincolati da tenebroso giuramento. Molti identificarono le logge con nuove forme associative, quali i Rotary Club, sospettati di esserne una reincarnazione, messa però al sicuro con l’assunzione della loro presidenza onoraria da parte di Vittorio Emanuele III, di suo figlio, Umberto di Piemonte, e dei prìncipi della Casa.
   La drastica limitazione della libertà di stampa, lo scioglimento delle associazioni e dei partiti di opposizione, l'abolizione dell'elettività dei consigli comunali e provinciali, l'avvento del regime di partito unico, il ripristino della pena di morte (la cui abolizione, con il codice penale del 1889, aveva costituito un primato mondiale dell'Italia liberale), la dichiarata decadenza dei deputati “assenteisti” (1926), la costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo (che, va ricordato, non ebbe alcun potere sulla successione alla Corona ma solo la facoltà di esprimere pareri su leggi che la riguardassero) e la riforma elettorale Rocco del 1928 vennero dopo.
   Il 24 marzo 1929 il regime mussoliniano ebbe trionfale conferma alle urne nel clima propiziato dai Patti Lateranensi, celebrati come Conciliazione e considerati così vincolanti per la storia da essere inseriti nella Costituzione della Repubblica in vigore dal 1° gennaio 1948.
   Il regime di partito unico, dunque, non fu una Rivoluzione. Vittorio Emanuele III conservò i poteri statutari e, quando venne l'ora, revocò Mussolini da capo dal governo e lo sostituì con l'Esecutivo presieduto dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio che in pochi giorni smantellò il Pnf e tutti i suoi organi e istituti. Quel regime, però, non fu affatto indolore e, di errore in errore e dopo l'orrore delle leggi antiebraiche, il 10 giugno 1940 precipitò l'Italia nella catastrofe della nuova guerra europea dal 1941 divenuta mondiale.
   La lezione del 1925 giova a far comprendere che il parlamento è il presidio delle libertà. Molto oggi si dice della sua inadeguatezza rispetto alla “democrazia decidente”: formula opaca, quest'ultima, che prospetta e alimenta, a ben vedere, sfiducia nelle elezioni quale libero esercizio della sovranità dei cittadini. La pulsione verso l'astensionismo dalle urne è una nuova forma di “aventinismo”, dannoso non meno di quello di un secolo addietro. Perciò la riflessione sulla “marcia del Parlamento” nel corso del fatidico 1925 non è mera rievocazione del passato remoto ma invito a vedere i germi di nuovi regimi personalistici, sostitutivi degli equilibri dei poteri garantiti dalla Costituzione vigente.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Il libro “1925. L'Italia verso il regime”, con premessa della Principessa Maria Gabriella di Savoia (BastogiLibri, maggio 2025), comprende saggi di Carlo Cadorna, Raffaella Canovi, Antonio Cecere, Daniele Comero con Rossana Mondoni, GianPaolo Ferraioli, Luca Giuseppe Manenti, Alessandro Mella, Massimo Nardini, Luigi Pruneti, Aldo Giovanni Ricci, Tito Lucrezio Rizzo, Giorgio Sangiorgi e Antonio Zerrillo: panorami su politica estera e interna, forze armate, vita economica, culturale e sociale, tramonto delle libertà politiche e associative e figure rappresentative di un'epoca, come Gabriele d'Annunzio e il generale Pietro Gazzera.
   Il volume, pubblicato dall’Associazione di studi storici Giovanni Giolitti e dall'Associazione di studi sul Saluzzese, con adesione di enti, istituti di studi e associazioni, è in libreria e può essere ordinato a bastogilibri@gmail.com.
 

CASA SAVOIA NEI RICORDI DI UNA “PROF”
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 Maggio 2025 pagg. 1 e 7.


Didascalia: La copertina del volume di
                      Adelina Pasquet, curato da Stella Peyronel,
                      Alessandro e Simone Milan. Mercoledì 7 maggio il
                      libro è stato presentato al Circolo Ufficiali di
                      Torino per iniziativa del Gruppo Croce Bianca di
                      Torino, fondato da Alessandro Cremonte Pastorello,
                      ora presieduto dal generale Giorgio Blais,
                      vicepresidente della Consulta dei senatori del
                      regno, con segretario Carlo Maria Braghero. La
                      fioritura di logge nell'Italia nord-occidentale a
                      inizio Novecento è documentata dai volumi di Luca
                      Fucini (I guardiani della Nuova Italia e la Loggia
                      Mazzini di Sanremo, ed. BdS, 2025) e di Filippo
                      Bruno (La Riviera dei Framassoni, ed. Il filo di
                      Arianna, 2025).C'era una volta un Re...
Vittorio Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869-Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947) era e rimane “il Re discusso”. Ascese al trono a 31 anni perché suo padre, Umberto I, venne assassinato il 29 luglio 1900 a Monza da un anarchico, Gaetano Bresci, che non agì certo da solo. Principe ereditario, “Re Vittorio” era in navigazione nell'Egeo con la consorte, Elena di Montenegro, sposata il 24 ottobre 1896. Non avevano ancora figli e in certi ambienti si insinuava non ne potessero avere.
  “Intercettato”, apprese dai segnali convenzionali di essere Re. Approdato a Reggio Calabria percorse l'Italia in treno sino alla volta della Villa Reale di Monza. L'“Italia” tenne il fiato sospeso. Come avrebbe governato il nuovo sovrano? Nei due giorni seguenti il regicidio la somma dei poteri venne retta dall'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Consiglio dei ministri e del Senato, un antico patriota nativo di Bistagno, presso Acqui Terme, giunto a capo del governo con programma di ampie riforme.

   Dopo i funerali e la sepoltura del padre al Pantheon, per primo e unico con il titolo di “Re d'Italia”, l'11 agosto 1900, a capo scoperto, Vittorio Emanuele III giurò fedeltà allo Statuto del regno, identico a quello emanato il 4 marzo 1848 da suo nonno Carlo Alberto di Savoia-Carignano, all'epoca re di Sardegna. Era un re giovane di un'Italia che a Roma era arrivata quando egli aveva appena un anno. Il Re, il suo governo e la dirigenza politica erano scomunicati dalla Chiesa cattolica. Papa Leone XIII aveva ribadito la loro condanna perché avevano debellato lo Stato pontificio, incamerato beni ecclesiastici e varato leggi civili dalla Chiesa considerate eversive. Da otto anni il Partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista, si era separato dagli anarchici, ma rimaneva diviso tra programma massimo (la “rivoluzione”) e quello minimo: elezione alla Camera e nei consigli provinciali e comunali. Molti “radicali” erano da tempo mutati in “democratici”, gomito a gomito con i liberali “progressisti”: un gruppo fluido a contatto con i repubblicani “legalitari”, che, eletti deputati, prestavano giuramento di fedeltà allo Statuto ma protestavano perché lo consideravano estorto. Nel Paese, in sintesi, la Monarchia non aveva alternative, ma rimaneva “in sospeso”. In meno di dieci anni si erano susseguiti quattro presidenti del Consiglio: Giovanni Giolitti, affossato dallo scandalo della Banca Romana; Francesco Crispi, travolto dalla sconfitta ad “Adua”, in Etiopia, nel marzo 1896; il marchese Antonio Starrabba di Rudinì, crollato dopo l'insurrezione milanese esplosa in coincidenza con i festeggiamenti del cinquantenario dello Statuto (maggio-giugno 1898) e da lui sanguinosamente repressa; il generale Luigi Pelloux, che vinse le elezioni nel giugno 1900 ma era ritenuto inadatto a rimanere capo del governo proprio perché, in divisa qual era, dava all'estero l'impressione di guidare uno Stato in affanno.
   Il giudizio della comunità internazionale contava. L'Italia infatti non aveva solo problemi enormi all'interno, ma anche all’estero, per la sua collocazione nel quadro delle grandi potenze, che in un ventennio si erano spartite l'Africa e gran parte dell'Asia. Vincolata dall'alleanza difensiva stipulata nel 1882 con gli imperi di Germania e di Austria-Ungheria (suo nemico storico, per quel che gli aveva sottratto e per quanto ancora rivendicava), proiettata nel Mediterraneo dalla geografia (che detta la storia), da vent'anni in guerra doganale con la Francia, l'Italia doveva continuare l'espansione coloniale iniziata con l'Eritrea e la Somalia, sovradimensionata rispetto alle sue risorse ma irrinunciabile. Mirava alla Libia. Nel 1900  partecipò alla spedizione internazionale contro i “boxer” in Cina e ne cavò la “concessione” a Tien-Tsin: poco più che simbolica, ma meglio che niente mentre dilagava in Europa l'incubo del “pericolo giallo”, costituito non dalla Cina, bensì dal Giappone, che cinque anni dopo affondò la flotta dell'impero russo giunta spossata nel suo mare dopo aver circumnavigato l'Africa.

Il  suo programma
   Quale “politica” avrebbe fatto dunque il giovane Re? Lo enunciò nel suo primo discorso agli italiani: «Impavido e sicuro ascendo al trono colla coscienza dei miei diritti e doveri di Re. L'Italia abbia fede in me come io ho fede nei destini della patria e forza umana non varrà a distruggere ciò che i nostri padri hanno con tanta abnegazione edificato. È necessario vigilare e spiegare tutte le forze vive, per conservare intatte le grandi conquiste della Unità e della Libertà.»
   Come suo nonno, Vittorio Emanuele III prese sulle spalle il “brut fardel” della Corona, dell'“idea di Italia”, e se ne fece sommo sacerdote. Va evidenziato che alla sua ascesa al trono il Paese non era ancora infettato dai “nazionalisti”, gonfi di retorica, privi di cultura economica, ignari di statistiche, a secco di visioni strategiche e di cognizioni militari: “vanitas vanitatum”. Vi erano invece, come egli auspicava, “patrioti”, consapevoli che occorreva ri-posizionare l'Italia con l'amicizia dell'Inghilterra e la ritrovata intesa cordiale con la Francia. In politica interna garantì massima libertà agli “scioperi economici”, ma “chi rompe paga”.
   “Re Vittorio” mostrò subito la sua sovranità sulla politica estera, che trascina con sé quella militare, con il conferimento dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata a Pietro, granduca di Russia, il 9 agosto 1900, ad Alfonso XIII, re di Spagna, il 20 settembre, al principe ereditario del Siam il 1° aprile 1901 e il 10 aprile all'anticlericale Emile Loubet, presidente della Repubblica francese, che così divenne suo “cugino”. Fu la grande svolta. Nel frattempo incaricò del governo il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, notoriamente massone, gran collare dal 2 giugno 1901, festa dello Statuto, come Emilio Visconti Venosta, cinquant'anni prima mazziniano, poi ottimo ministro degli Esteri, apprezzato dal corpo diplomatico internazionale come si vide quando presiedette la conferenza di Algeciras per la soluzione delle tensioni sul Marocco e, più in generale, sull’espansione coloniale delle maggiori potenze.

… e la vita di Casa Savoia nel diario di Adelina Pasquet...
   Il Re, dunque, fece il Re. Istituzionale e costituzionale. Chiamato a consulto, lo storico Pasquale Villari (a sua volta massone) gli consigliò di decidere di testa sua e di cacciare a pedate i “cortigiani”. Applicò il consiglio. Ma il Re aveva anche la sua “vita di casa”. Se ne scrisse poco e ancora poco se ne sa. Fa luce ora il libro “Dario e ricordi di un'istitutrice di Casa Savoia” di Adelina Pasquet, pubblicato a cura di Stella Peyronel e di Alessandro e Simone Milan (ed. Editris).
   Il volume, forte di accurato apparato critico e con ampio corredo di documenti e illustrazioni in massima parte inedite, si vale della Prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia, che produciamo integralmente perché illustra perfettamente il volume. Ecco le sue parole:

La prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia
   «Ho letto il volume con partecipazione crescente e con il velo di melanconia che si prova leggendo una fiaba. Colpisce la protagonista, Adelina Pasquet. Nata a Torre Pellice il 20 settembre 1888, prevalentemente francofona nella vita domestica, già allieva del ginnasio-liceo valdese della città, dopo la licenza liceale (1908) si recò in Germania per apprendere il tedesco, all'epoca dominante negli studi scientifici e umanistici, e ventiduenne conseguì il diploma all'insegnamento del francese all'Università di Torino. Segnalata quale possibile “professora” (sic!) di francese all'Istituto Nazionale per le figlie dei Militari a Villa della Regina, a Torino, nel 1911 vi prese servizio. L'antica capitale viveva il clima festoso del Cinquantenario del Regno d'Italia. Adelina vi rimase un anno. Nell'ottobre 1912 fu chiamata al Quirinale, forse per decisione personale di mia Nonna, la regina Elena, per insegnare francese, dettato e letteratura italiana ai principini Jolanda, Mafalda, Umberto e Giovanna. Iniziò a impartire le lezioni il 30 novembre.
   «La parte centrale del volume, dopo cenni biografici arricchiti da fitto apparato critico, meritevole di encomio solenne, è il vero e proprio “Diario”, intrapreso da Adelina Pasquet per dialogare con se stessa ed evocare Beniamino Peyronel, conosciuto al liceo anni prima e via via sognato quale sposo, ma per motivi accademici costretto a vagare da un capo all'altro d'Italia sino ad affermarsi quale micologo di fama internazionale.
   «Anima candida, incline ad arrossire come una ciliegia per qualunque parola fuori registro, dedita alla missione dell'insegnamento ma al tempo stesso ansiosa di vivere spazi di libertà personale al di fuori dell'orario di dieci e più ore quotidiane, comprendenti le lezioni e soprattutto la responsabilità generale degli allievi, Adelina narra nei dettagli la vita quotidiana al Quirinale, a Villa Savoia e nelle residenze sabaude di vacanza: San Porziano, San Rossore (con puntate al Gombo e a Montecristo), Sant'Anna di Valdieri, con visite a Entracque, Racconigi (ove i miei Nonni per un decennio durante l'estate si fermavano un intero mese) e a Napoli. Nel “Vecchio Piemonte”, come Pasquet puntualmente annota, il sovrano amava conversare in dialetto con i popolani.
   «Sorvegliante sui prìncipi, pronta alla severità come già all'Istituto torinese, e sorvegliatissima su di sé, Adelina vede, ode e, appartata anche quando presente, annota i molteplici aspetti di un mondo nel quale da ragazza non aveva immaginato di potersi/doversi immergere, tanto più perché fedele alla sua “diversità” di valdese in un Paese formalmente cattolico ma nei fatti fra superstizioso e “politeista” qual era l'Italia tra Otto e Novecento.
   «Nel Diario Adelina Pasquet ricorda con precisione dialoghi, motti e le frasi che a volte le vennero rivolte dai sovrani. È il caso di mio Nonno Vittorio Emanuele III, che, per esempio, ripetutamente le domandò se fosse piemontese, quale diploma avesse e se nella sua valle originaria ancora si parlasse francese. Di ogni personaggio della corte, come degli ospiti e dei loro figli ammessi alla compagnia dei principi, l'Istitutrice tratteggia bozzetti divertiti e divertenti.
   «Chiamata talvolta a condividerne la mensa e le “merende campestri” nei luoghi di vacanza, dei miei Nonni scrive particolari che non si leggono altrove e fanno del suo Diario un documento di interesse generale. Dei sovrani constata anzitutto la sobrietà e semplicità e ne narra anche le corse spericolate in automobile, con lei a bordo, terrorizzata, per strade ancor oggi impegnative, come la salita dalla costa toscana al Monte Nero, con mia Nonna spesso al volante. E poi descrive le ore di libertà genuina vissute dal Re al di fuori degli impegni istituzionali. Mio Nonno in privato non solo amava fischiettare allegramente ma era pronto a scatenarsi in balli (persino una quadriglia, che danzò prendendola sottobraccio) e a gettare la palla nel salone del Quirinale, a volte proprio per colpire benevolmente l'attonita Istitutrice.
   «Mio Nonno non era affatto misantropo, chiuso in se stesso, diffidente e cinico. Consapevole dell'enorme responsabilità di sovrano di uno Stato giovane, arretrato e ancora lontano da vera unità di cultura e costumi, perduto il Padre come sappiamo e bersaglio egli stesso di attentati alla sua vita, il Re sentiva la responsabilità di ogni sua parola pubblica. Perciò era riservato nella vita istituzionale e politica ma diretto e spontaneo in quella degli affetti, a cominciare dalla Famiglia. Quanto Adelina Pasquet attesta della sua attenzione per i figli ha suscitato in me il ricordo di quando egli mi teneva sulle ginocchia e gonfiava le gote che io stringevo tra le mani perché sbuffasse, fissandomi sorridendo.
   «Il “pensiero dominante” che ricorre nel Diario è l'aspirazione di Adelina al matrimonio con Beniamino Peyronel. Esso comportò il suo congedo dai sovrani e dai principi, ma non significò reciproco oblio. Lo documenta nella terza parte del volume l'ampia raccolta di lettere e cartoline inviatele nel tempo dalle principesse e da Umberto, improntate da autentico affetto, attestato all'Istitutrice sin da quando le chiesero di essere da lei chiamati con i nomi “di casa”.
   «La lettura del volume suscita due altre considerazioni. In primo luogo emerge che la popolazione di culto valdese come le altre minoranze religiose presenti in Italia, a cominciare dall'ebraica, non avevano bisogno di dichiararsi monarchiche. Lo erano senza esitazioni, memori delle regie patenti e dei decreti che, per decisione di Carlo Alberto, le avevano affrancate ed equiparate a ogni altro cittadino del regno: uguali dinnanzi alle leggi. Inoltre sorge spontanea la domanda sulla “mano” che potrebbe aver propiziato il cammino dell'Istitutrice da Torre Pellice a Roma. Forse concorse una speciale “condizione” di suo padre. Il libro non ne accenna ma ce ne viene data assicurazione da chi, come Aldo Mola, bene conosce l'intreccio tra garibaldini, liberali, radicali e persino repubblicani convinti che i Re d'Italia fossero gli unici garanti di libertà e progresso civile. Il padre di Adelina, Federico Pasquet, nativo di Prarostino, già volontario al seguito di Giuseppe Garibaldi, proprietario di una segheria e quindi classificato “industriale”, il 25 ottobre 1901 venne iniziato massone nella loggia di Torre Pellice installata nel 1900 con ampia partecipazione di massoni da Torino e di “fratelli” francesi, inglesi e americani villeggianti nelle valli valdesi e denominata “Excelsior”, come il “balletto” di Romualdo Marenco. Fu una decisione matura. Federico Pasquet aveva 66 anni. Adelina era appena adolescente. Il nome distintivo di quella loggia le risultò di buon augurio? Certo era l'Italia che vedeva il mazziniano fervente Ernesto Nathan, poi sindaco di Roma, attestare tutta la sua ammirazione e la stima leale per il Re, che suo tramite e di tasca propria finanziava gli irredentisti.
   «Non era una fiaba. Era la premessa per l'Italia civile auspicata dalle colleghe d'insegnamento di Adelina Pasquet, come Ada Cocci poi sposata con Piero Calamandrei, giurista insigne e deputato alla Costituente per il Partito d'Azione, tra i pochi a ritenere che la Repubblica doveva essere “presidenziale”, fondatore e direttore della rivista “Il Ponte”: un nome programmatico e di sempre pregnante attualità.
   «Il volume è una miniera di informazioni e, ciò che più conta, evoca a tutto tondo il primo Novecento, troppo a lungo irriso come età dei “buoni sentimenti”. Oggi ve n'è bisogno.»

Il mondo che fu. Quel che era torna e tornerà per sempre (Corda Fratres).
A quelle della Principessa «parola non ci appulcro…», come scrisse il Divino poeta. Posso aggiungere che la fondazione della loggia “Excelsior” di Torre Pellice, nella quale Federico Pasquet venne iniziato con il numero di matricola 13.154, fece parte dell'impetuosa promozione di officine massoniche impressa dal gran maestro Ernesto Nathan all'inizio del Novecento con tre obiettivi. Doveva fronteggiare la scissione della “Famiglia” italiana sorta con la costituzione del Grande Oriente Italiano (1898) capitanato da Malachia De Cristoforis, di orientamento repubblicano e federalista, proprio quando il Paese aveva urgenza di unitarietà. Bisognava schierare il Grande Oriente d'Italia a fianco dello Stato e, quindi, della monarchia, che ne costituiva il nerbo, nella Comunità internazionale, e ribadire che la Massoneria era al “di sopra dei partiti”. Il suo colore, disse e scrisse il mazziniano Nathan, confidente del Re e di Giolitti e poi sindaco di Roma, non è né il rosso (dei rivoluzionari) né il nero (degli anarchici, oltre che dei “clericali”), ma il “bianco”: è, cioè, “universale”. Agli iniziandi si domandava che cosa si proponessero per sé stessi e per la Patria. E ai Venerabili si raccomandò di essere indulgenti con i “bussanti”. Sarebbero poi stati formati all'interno delle Officine, come avvenne tra Piemonte e Liguria quando vi sorsero la “Giuseppe Mazzini” di San Remo, la “Giuseppe Garibaldi” di Porto Maurizio, che contarono tra i propri “operai” Mario Calvino, padre dello scrittore Italo, e Pietro Scalfari, padre di Eugenio, e, appunto, la “Excelsior” di Torre Pellice.
   Il Diario e i Ricordi di Adelina Pasquet invitano ad andare oltre la narrazione dell'Italia tra Otto e Novecento invalsa molti decenni addietro: vetero-nostalgica da un canto e paleogramsciana dall’altro, una visione per decenni rimasta pressoché identica nella manualistica e nella vulgata. Occorre passare dalle litanie alla storia. Esplorare faldoni di documenti inediti e porsi domande costa fatica e non remunera. Tuttavia, solo la ricerca archivistica libera la storiografia dagli steccati delle ideologie e dei “partiti” e la avvia a divenire scienza. È l'ora. Così si scoprirà che l'Italia di Vittorio Emanuele III, europea dalla nascita, aveva una visione planetaria della sua missione, come spiegò Giacomo Nowicov. Proprio perché non era nazionalista.
Aldo A. Mola

Didascalia: La copertina del volume di Adelina Pasquet, curato da Stella Peyronel, Alessandro e Simone Milan. Mercoledì 7 maggio il libro è stato presentato al Circolo Ufficiali di Torino per iniziativa del Gruppo Croce Bianca di Torino, fondato da Alessandro Cremonte Pastorello, ora presieduto dal generale Giorgio Blais, vicepresidente della Consulta dei senatori del regno, con segretario Carlo Maria Braghero. La fioritura di logge nell'Italia nord-occidentale a inizio Novecento è documentata dai volumi di Luca Fucini (I guardiani della Nuova Italia e la Loggia Mazzini di Sanremo, ed. BdS, 2025) e di Filippo Bruno (La Riviera dei Framassoni, ed. Il filo di Arianna, 2025).



LA “NUOVA ITALIA”
FU SUBITO EUROPEA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 aprile 2025 pagg. 1 e 7.


L'ingresso in Milano di Napoleone III e di
                      Vittorio Emanuele II dopo la vittoria di Magenta
                      (4 giugno 1859) sugli asburgici di Francesco
                      Giuseppe d'Austria (dipinto di G. Bertini). Luigi
                      Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi col
                      nome di Napoleone III, carbonaro, cospiratore,
                      arrestato e a lungo detenuto, sognò da Capo di
                      Stato di restituire alla Francia il ruolo di
                      comprimario della storia europea. Sposò
                      l'aristocratica spagnola Eugenia di Montijo y
                      Taba. Per l'Italia operò di concerto con Camillo
                      Cavour e, ancor più, con Vittorio Emanuele II. Più
                      volte bersaglio di attentati che seminarono morti
                      e feriti, aveva una visione planetaria del ruolo
                      civile dell'Europa. Mentre combatteva a fianco del
                      Piemonte contro l'impero d'Austria stava
                      conquistando l'Indocina che per un secolo fu croce
                      e delizia del colonialismo francese. Immaginò
                      Massimiliano d'Asburgo, fratello di Francesco
                      Giuseppe d'Austria, suo rivale storico, imperatore
                      del Messico. Tradito e arrestato, Massimiliano fu
                      fucilato a Querétaro per ordine di Benito Juárez.
                      Se vittorioso avrebbe cambiato la storia delle
                      Americhe e, con essa, quella del pianeta. Già
                      allora politici e statisti lungimiranti pensavano
                      in termini “mondiali”, anziché nazionali e meno
                      ancora nazionalisti. Non decidevano su impulsi
                      passionali, ma con visioni razionali.Re costituzionale, “per volontà di Dio e per volontà della Nazione”
Il 14 marzo 1861, con 294 presenti e votanti su 443 membri (neanche due terzi), la Camera dei deputati approvò all'unanimità la legge, presentata tre giorni prima da Camillo Cavour, presidente del Consiglio dei ministri, e già sanzionata dal Senato il 26 febbraio precedente, che recita: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i successori il titolo di Re d’Italia.» Così nacque il Regno d'Italia. Non di forza propria ma per partenogenesi arrenotoca. Il sovrano assunse il titolo di re dello Stato sul quale già regnava. La mattina del 17 marzo, una domenica, Re Vittorio firmò il decreto, sottoscritto da Cavour e da altri ministri. A Torino e a Firenze l'evento fu festeggiato con i rituali 101 colpi di cannone. L'indomani la legge venne pubblicata nella “Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia”: da quel giorno, a rigor di norma, andrebbe datata la nascita della Nuova Italia. Un mese dopo, il 17 aprile 1861, la Camera approvò un'altra importante legge, già delibata dal Senato il 24 marzo: gli atti di governo e ogni atto del sovrano andavano intestati in nome di Vittorio Emanuele II, «per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia». Su 232 presenti i voti favorevoli furono appena 174; i contrari 58.
   Il Regno sabaudo nacque europeo, ma la sua strada fu subito in salita. Dopo sessant'anni di dominio  straniero, prima napoleonico e poi asburgico, e la lunga gestazione fatta di cospirazioni settarie (massoni e carbonari), di moti, insurrezioni, repressioni, carcere duro, supplizi, esilio e di battaglie (con “regolari” e volontari in campo), in meno di due anni, tra il 1859 e il 1860, nacque un'Italia quasi unita, quasi indipendente e quasi libera, con un re, Vittorio Emanuele II di Savoia, che se ne accollò le sorti a cospetto  dell'Europa.
  A fine marzo 1861 Cavour ottenne “alla quasi unanimità” la proclamazione di Roma capitale d'Italia: un atto di fede nel futuro ma, al tempo stesso, di ostilità nei confronti di Pio IX. Il papa avrebbe rinunciato pacificamente al potere temporale o si sarebbe opposto? L'“Italia” sarebbe entrata in Roma senza usare le armi, come promise Cavour, o a cannonate e fucilate, come poi avvenne il 20 settembre 1870?

Ma chi ti conosce, Italia?
Le partite aperte il 14-18 marzo 1861 erano dunque molte e molto aggrovigliate.
   Lo si percepì dal gelo della Comunità internazionale di fronte alla proclamazione del nuovo Regno. Il 27 marzo Emanuele Tapparelli d'Azeglio, ambasciatore a Londra, fu ricevuto come rappresentante del Re d'Italia. L'anglicana Inghilterra fu seguita il 30 dalla Svizzera, la terra di Giovanni Calvino, ove i cantoni cattolici pochi anni prima eran stati debellati da quelli “federali”, e lo stesso giorno dalla Grecia, ortodossa. Il 13 aprile fu la volta degli Stati Uniti d'America, tolleranti verso tutti i culti ma senza “religione di Stato” e avviati alla guerra di secessione. E i Paesi cattolici?
   Gran Bretagna a parte, l'Europa stava a guardare, con circospezione. Molti attendevano di capire le vere intenzioni di Napoleone III, la cui condotta verso l'Italia era peggio che ambigua. Nell'aprile 1859 aveva fiancheggiato Vittorio Emanuele II contro l'impero d'Austria per ingrandire il regno di Sardegna, ma solo sino a Milano, ove l'imperatore entrò precedendo a cavallo il sovrano sabaudo. Poi aveva concordato a Villafranca l'armistizio con Francesco Giuseppe d'Asburgo all'insaputa dell'alleato e di Cavour, che si dimise da presidente del Consiglio subito dopo uno aspro scontro con il re. A malincuore Napoleone III aveva consentito l'invasione dei “piemontesi” in Umbria e nelle Marche («fate, ma fate in fretta» intimò ai “missi” di Vittorio Emanuele II), a patto che non toccassero il residuo Stato pontificio. Di seguito fece prelevare da Gaeta, ove era assediato e ormai sconfitto, Francesco II di Borbone, esponente della dinastia più volte rovesciata dai Bonaparte. Lo fece trasferire nella Roma di Pio IX. Quali giochi faceva il “fosco figlio di Ortensia”, carbonaro, rivoluzionario, principe-presidente, vindice della “grandeur” della Francia eterna?
   Solo il 25 giugno 1861 Napoleone III si rassegnò a riconoscere il Regno d'Italia: dopo l'imprevedibile morte di Cavour, appena cinquantunenne. Lo fece a denti stretti, con la lettera del 12 luglio a Vittorio Emanuele II in cui ricordò al «Signore suo Fratello» che aveva propiziato l' “unione”, non l'“unificazione” dell'Italia. Per placare il malumore dei francesi, sin dagli accordi di Plombières con Cavour, nel luglio 1858, egli aveva pattuito l'aiuto contro l'Austria in cambio della Savoia, geograficamente francese, e del Nizzardo, geograficamente italiano. E ora? Non aveva mai subordinato la politica alle gonnelle.
   Dai tempi di Carlo Alberto (1831-1849) il regno di Sardegna aveva allestito un'ampia ed efficiente rete di diplomatici navigati. Erano quasi tutti di famiglie aristocratiche, doviziose e fedeli alla Corona, preparati e orgogliosi del proprio ruolo. Vittorio Emanuele II se ne valse anche per corroborare la strategia matrimoniale propria delle Case regnanti. La sua era la più antica d'Europa. Nell'ambito degli accordi con Napoleone III aveva “sacrificato” la figlia Clotilde, andata in sposa a Carlo Gerolamo Bonaparte, cugino dell'imperatore, massone, dai costumi non illibati ma politico raffinato. Un'altra figlia, Maria Pia, sposò il re del Portogallo. Pare che lo sposo potesse/volesse offrire l'Angola come dono di nozze. Vi si contavano meno di mille portoghesi. Per Lisbona non era un possedimento irrinunciabile. Sarebbe stata una base importante per Torino, che aveva relazioni con molti Stati dell'America meridionale. Ma la Gran Bretagna, che dello Stato lusitano era tutore da secoli, non gradì e non se ne fece nulla.
   Continuando a inanellare riconoscimenti in terre non cattoliche, il 6 luglio 1861 l'Italia ottenne quello dell'Impero turco-ottomano, che voleva dire porte aperte ai traffici marittimi con il Vicino Oriente e il Mar Nero, fondamentale per l'importazione di semi di filugello, preziosi per bachicoltura e manifatture seriche, all'epoca di primaria importanza in Italia. Altrettanto gratificante fu il riconoscimento da parte dei calvinisti Paesi Bassi nell'agosto del 1861. Oltre a essere importante commercialmente e finanziariamente, l'Olanda apriva la strada verso Danimarca e Scandinavia, Stati luterani.
   Dieci anni dopo, sulla fine del 1870, la strategia matrimoniale di Casa Savoia fece tutt'uno con la grande politica. “Las Cortes” (Parlamento) di Spagna, su impulso del generale Prim, massone, offrirono la corona al ventenne Amedeo di Savoia, duca d'Aosta, fratello di Umberto, erede di quella d'Italia. Dopo accorate pressioni di suo padre, Vittorio Emanuele II, accettò. Sua moglie, Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna (1847-1876), nata in una delle Famiglie più prestigiose e ricche d'Europa, fece di tutto per farsi amare dagli spagnoli, tra i quali, però, serpeggiavano repubblicani e anarchici, che ordirono ripetutamente attentati ai sovrani. Amedeo restituì la corona e a Madrid nacque la prima Repubblica, che finì male. Sul trono tornò un Borbone. L'unione italo-spagnola avrebbe cambiato il corso della storia europea all'insegna della fratellanza dei popoli e della pace tra gli Stati. Fu un'occasione perduta.

Le tre piaghe del nuovo Regno
Il neonato Regno però doveva affrontare gravissimi problemi interni.
   In primo luogo Pio IX aveva risposto alla spoliazione dei propri domini con la scomunica maggiore del Re, del governo e di tutta la dirigenza politico-amministrativa sabauda. Sin dalle “leggi Siccardi” contro i privilegi del clero (1849), gli ecclesiastici del regno di Sardegna avevano intrapreso una serrata lotta contro il governo, che aveva risposto in termini altrettanto fermi. L'arcivescovo di Torino era stato arrestato (il generale Alfonso La Marmora lo prelevò di persona dal Vescovado), tradotto nel forte di Fenestrelle ed espulso dallo Stato, benché fosse cavaliere della SS. Annunziata e quindi “cugino del re”. Per gli acidi articoli sulla vita privata del re, don Giacomo Margotti era stato pesantemente percosso con un nodoso bastone portato in omaggio “a chi doveva sapere”. Anche don Giovanni Bosco aveva dovuto fare i conti con la linea anticlericale del governo. Cavour, infine, aveva fatto decadere quattro canonici eletti alla camera subalpina, non perché avesse bisogno dei voti di chi prese il loro posto, bensì per evidenziare la divaricazione tra il programma suo e quello dei “moderati”, contrari ad aprire contenziosi con la Santa Sede.
   Il secondo fronte della Nuova Italia fu la guerra contro il “grande brigantaggio” alimentato nel Mezzogiorno da stranieri (parte per dedizione, altri per denaro) e dai clericali che si valevano di conventi e chiese quali asilo e per il rifornimento degli insorgenti. Il governo non esitò a usare mano ferrea, memore delle compagnie di Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo e consapevole del rischio che deflagrasse l'unità nazionale, proclamata ma non ancora radicata.
   Non bastasse, nell'estate 1862 Giuseppe Garibaldi, circonfuso dalla gloria di liberatore del Mezzogiorno dal dominio borbonico, allestì alla luce del sole e nell'inerzia del governo, presieduto da Urbano Rattazzi, la spedizione “Roma o morte”, reclutando volontari con il sostegno della rinascente massoneria italiana e ottenendo sussidi da quanti, all’estero, avevano conti aperti con Roma dai lontanissimi tempi delle guerre di religione. Per Garibaldi l'impresa aveva varie motivazioni. La più esplicita era, appunto, la liberazione di Roma dal papa-re, restaurato dai francesi dopo il naufragio della Repubblica romana da lui proclamata nel 1849, molto prima che ci arrivasse Mazzini. Riprendeva inoltre il cammino interrotto nell'estate del 1860, quando, sconfitti i borbonici nella battaglia del Volturno, nella quale mostrò doti di autentico condottiero, si vide tagliare la strada su Roma da Vittorio Emanuele II, accorso in Campania proprio per imbrigliare una deriva che avrebbe comportato la sconfessione da parte di Napoleone III. In terzo luogo, ormai morto Cavour, Garibaldi riproponeva da lontano la disputa sulla cessione del Nizzardo alla Francia, che per lui costituì una questione aperta sino a quando compì il suo ultimo viaggio in Sicilia per celebrare il sesto centenario dei “Vespri siciliani”, dalla valenza smaccatamente antifrancese. Infine intendeva contrapporre la sua egemonia sulla “sinistra democratica” ai seguaci di Giuseppe Mazzini, dal quale si era diviso sin da quando aveva assunto la vicepresidenza della Società Nazionale e che ormai detestava, non solo in privato, come ostacolo per il coronamento dell'unificazione nazionale.
   L'impresa garibaldina rischiò di mettere in discussione la credibilità del regno quale fattore di stabilità per la precaria “pax europea”, ristabilita dopo il Quarantotto, la guerra di Crimea e quella franco-piemontese/asburgica del 1859. Il governo di Torino dovette pertanto intervenire “manu militari” per “arrestare” (nel duplice senso di fermare e di incarcerare) Garibaldi, per di più fortuitamente ferito sull'Aspromonte, un mese dopo il prestigioso riconoscimento del regno da parte dell'impero russo (8 luglio) e del regno di Prussia (18 luglio).

Una politica estera tra le tempeste
I successi in politica estera non caddero dal cielo. Erano anche frutto dell'iniziativa personale del re, che, “fons honorum”, conferiva oculatamente insegne cavalleresche. Particolare rilievo ebbero i collari della SS. Annunziata assegnati nel 1861 a Carlo XV re di Svezia e di Norvegia, a Federico VII di Danimarca, ad Abdul-Aziz-Khan, sultano dell'impero turco (non devotissimo al culto mariano), all'arcivescovo di Genova, Andrea Charvaz, al consigliere del re del Portogallo, Luigi Antonio d'Abreu e Lima, ad Augusto, principe di Portogallo: un cammino che proseguì con lo Scià di Persia, Nasser-Ed Din, e con il bey di Tunisi, Muscir Mohammed-Es-Sadok… Il 29 marzo 1865 il re conferì il Collare allo sfortunato Massimiliano d'Asburgo, “imperatore del Messico”. Due anni dopo, il 13 gennaio 1867, fu la volta di Federico Carlo, principe reale di Prussia, e del conte Ottone di Bismarck Schoenhausen, poi cancelliere dell'Impero di Germania.
   Nel frattempo il regno d'Italia venne riconosciuto dalla Spagna (12 luglio 1865), ultimo fortilizio borbonico, dai regni di Sassonia e di Baviera (novembre), dal Brasile, dal Messico e dal Belgio. Nel 1866, il regno sabaudo compì un altro passo avanti, con l'annessione del Veneto euganeo e di Mantova, città fortificata d'importanza strategica per l'intera pianura padana, a conclusione della guerra italo-prussiana/asburgica, importante non solo per l'ingrandimento territoriale ma anche quale prova della volontà/capacità della nuova e fragile Italia di entrare nel novero delle grandi potenze con ruolo autonomo rispetto a Gran Bretagna e Francia, prime fautrici e tutrici della sua nascita
   Le ripercussioni si registrarono nel maggio 1867 con la partecipazione dell'Italia alla conferenza diplomatica di Londra sulla sorte del ducato di Lussemburgo. Per la prima volta i suoi rappresentanti sedettero a fianco di quelli dell'impero austro-ungarico. Fu il punto di arrivo propiziato da diplomatici di alto livello, cresciuti alla scuola di Cavour: Costantino Nigra, incaricato d'affari e poi ambasciatore a Parigi, e Isacco Artom. Lo stesso anno, con l'incontro italo-pontificio avvolto nel necessario riserbo, fu raggiunta l'intesa di reprimere congiuntamente il brigantaggio che ormai non giovava a nessuno. Altro premeva sull'orizzonte per l'accreditamento dell'Italia nel “concerto europeo”: fermare iniziative avventate e destabilizzanti (come la spedizione garibaldina naufragata a inizio novembre nei pressi di Mentana) e reprimere atti terroristici, come venne considerato l'attentato messo a segno alla caserma Serristori in Roma.

Le tre “Esse”: dall'ingresso in Roma al Mar Rosso
L'annessione della Città Eterna all'Italia continuò nondimeno a costituire il “porro unum necessarium” di una vasta schiera di patrioti: non solo mazziniani (ridotti ormai a esigua frangia) e garibaldini, di molto maggiore consistenza, anche per la mai deposta insegna “Italia e Vittorio Emanuele”, ma anche di liberali, convinti che senza la soluzione della “questione romana” il regno sarebbe rimasto incompiuto e quindi vulnerabile per il groviglio di anticlericalismo e di estremismi di varia ascrizione. Lo si vide con l'“Anticoncilio” radunato a Napoli il 9 dicembre 1869, in contrapposizione al Concilio ecumenico vaticano inaugurato il giorno precedente in Roma.
   La soluzione venne dall'esterno, con la terza “s” propizia all’Italia: dopo le battaglie di Solferino e Sadowa, la sconfitta di Napoleone III a Sedan. Pressato da Quintino Sella, il governo presieduto da Giovanni Lanza ordinò al IV corpo dell'Esercito comandato da Raffaele Cadorna di irrompere in Roma con le armi: una battaglia breve e sanguinosa, che aprì una ferita profonda non solo tra cattolici e liberali in Italia ma anche in molte capitali. Il Belgio fu sul punto di ritirare l'ambasciatore da Firenze, ove dal 1865 era stata trasferita la capitale.
   L'avvento della Repubblica a Parigi non modificò la politica estera della “sorella latina”, venata di diffidenza e di sorda ostilità nei confronti dell'Italia, considerata ingrata e persino pericolosa. Abbandonato ogni sogno di ulteriore ingrandimento sul confine orientale, lunghissimo e militarmente svantaggiato, l'Italia investì per decenni sulle difese a occidente, perché da lì erano arrivate le “invasioni” negli ultimi secoli.
   La geografia dettava la politica. Perciò, malgrado tutti i guai di casa, la Nuova Italia dovette imboccare anche la via dell'espansione Oltremare. Sbarrata la costa meridionale del Mediterraneo dalla Francia, che impose il suo protettorato sulla Tunisia, si avventurò nel Mar Rosso, in Somalia, si convinse di rappresentare l'Etiopia. Tutti passi più lunghi della sua gamba, ancora adolescente, ma coerenti con la scelta compiuta nel maggio 1882: la firma del trattato difensivo con l'impero austro-ungarico e con quello di Germania, i cui “kaiser” ostentavano ammirazione, ricambiata, per la terra amata da Federico II Staufen, “stupor mundi”.
   Nella nascita e nei decenni sino alla conflagrazione europea del 1914 l'Italia ebbe occhiuti sorveglianti, poi alcuni alleati, ma nessun amico. Dopo secoli di dominio straniero e di divisioni interne, destinate a durare, imparò a fare da sé.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'ingresso in Milano di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II dopo la vittoria di Magenta (4 giugno 1859) sugli asburgici di Francesco Giuseppe d'Austria (dipinto di G. Bertini). Luigi Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi col nome di Napoleone III, carbonaro, cospiratore, arrestato e a lungo detenuto, sognò da Capo di Stato di restituire alla Francia il ruolo di comprimario della storia europea. Sposò l'aristocratica spagnola Eugenia di Montijo y Taba. Per l'Italia operò di concerto con Camillo Cavour e, ancor più, con Vittorio Emanuele II. Più volte bersaglio di attentati che seminarono morti e feriti, aveva una visione planetaria del ruolo civile dell'Europa. Mentre combatteva a fianco del Piemonte contro l'impero d'Austria stava conquistando l'Indocina che per un secolo fu croce e delizia del colonialismo francese. Immaginò Massimiliano d'Asburgo, fratello di Francesco Giuseppe d'Austria, suo rivale storico, imperatore del Messico. Tradito e arrestato, Massimiliano fu fucilato a Querétaro per ordine di Benito Juárez. Se vittorioso avrebbe cambiato la storia delle Americhe e, con essa, quella del pianeta. Già allora politici e statisti lungimiranti pensavano in termini “mondiali”, anziché nazionali e meno ancora nazionalisti. Non decidevano su impulsi passionali, ma con visioni razionali.


GARIBALDI E GLI INGLESI
CONTRO I FONDAMENTALISTI
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 aprile 2025 pagg. 1 e 7.

DIDASCALIA: Una Bandiera che riassume il
                      legame anglo-sabaudo-garibaldino.Alcuni “messaggi” invitano a sollevare lo sguardo dalle piccinerie quotidiane e a riflettere. Valgano d'esempio l'elogio di Giuseppe Garibaldi pronunciato da Carlo III d'Inghilterra nel brillante discorso a Camere riunite in Roma e il poncho argentino indossato da papa Francesco. Il Monaco fa l'abito. Decide di volta in volta quello adatto al rito. Parimenti il Re sceglie le parole per sintonizzarsi con l'uditorio attraverso la Storia. Il Triangolo papa Francesco-Carlo III-Garibaldi fa riflettere sui capisaldi del sofferto cammino umano verso le libertà che troppo spesso diamo per scontate e invece vengono continuamente insidiate.

Gli inglesi per Garibaldi e Garibaldi per gli inglesi
Re Carlo III non lo ha detto, ma le “Memorie” di Garibaldi, scritte subito dopo la sua partecipazione alla difesa della Francia contro i prussiani (1871), sono un inno alla Gran Bretagna. Leggiamo: «Se avessi avuto più discernimento ed avessi potuto indovinare le future mie relazioni con gli inglesi, io avrei potuto studiare più accuratamente la loro lingua, ciocché potevo fare col mio secondo maestro, il padre Giaume, prete spregiudicato e versatissimo nella bella lingua di Byron. Io ebbi sempre un rimorso di non aver studiato dovutamente l'inglese, quando lo potevo, rimorso rinato in ogni circostanza in cui mi sono trovato cogli Inglesi…».
   Fu il caso della protezione accordatagli dal commodoro J. Brett Purvis, comandante delle navi da guerra britanniche a Montevideo quando Garibaldi comandava la Legione italiana, o poi dalle due navi britanniche che a Marsala tutelavano lo stabilimento vinicolo Ingham e dissuasero i borbonici da far fuoco sui “Mille” garibaldini mentre sbarcavano nell'Isola del Sole.
   Curiosamente, nelle “Memorie” Garibaldi non scrisse nulla sul suo viaggio in Inghilterra dal 26 marzo al 9 maggio 1864. A Londra venne accolto da mezzo milione di persone accorse ad applaudirlo uomo cosmico-storico.Vi arrivò con lo stesso “poncho” che indossava quando si recava nel Parlamento del regno di Sardegna e poi d'Italia. Giuseppe Mazzini, che da anni viveva in Inghilterra ma non aveva mai avuto riconoscimenti simili, un poco rosicò.

Il Grande Fratello...
Chi sapeva, conosceva Garibaldi anche come “primo Massone d'Italia”. Gli inglesi gli fecero omaggio di un Grembiule passato di generazione in generazione sino ad Anita Garibaldi Hibbert. In loggia regolare era entrato a Montevideo nel 1844: una scelta di vita, come era stato l'ingresso di Simón Bolivar (1783-1830) e degli argentini José di San Martin (1778-1850) e Manuel Belgrano, di origine italiana, in vario modo collegati con la Gran Riunione Americana e con le logge ispirate al mitico Lautaro, vivaio di indipendentisti e modernizzatori, cresciuti di là e al di qua dell'Atlantico, sino alle lotte liberali dell'Otto-Novecento, culminate con  Kemal Pacha, che da Ataturk si prodigò per occidentalizzare quel che rimaneva dell'Impero turco. Ora Erdogan fa l'opposto, come ruvidamente osservò Mario Draghi, quando lo definì “un dittatore”.
   Nei suoi ultimi anni Garibaldi affinò il pensiero politico. Nel 1860 aveva vaticinato gli Stati Uniti d’Europa. Dal 1870, dopo la tragica guerra franco-germanica e la “Commune” di Parigi, propose l'istituzione di un tribunale internazionale per la soluzione pattizia obbligatoria delle contese fra Stati, con sede Nizza, e invocò la “debellatio” dell’impero turco che impediva la liberazione dei popoli oppressi dell’Europa orientale. Unì motivi religiosi e culturali a ragionamenti politici tuttora attuali. Se Costantinopoli è ancora Istanbul lo si deve ai vincitori della prima guerra mondiale che lasciarono ad Ankara la “Turchia europea” per interdire alla Russia l'accesso dal Mar Nero al Mediterraneo attraverso gli Stretti. La miopia si paga nei secoli. Se l'Europa odierna volesse per Costantinopoli una sorte migliore di quella che sta vivendo dovrebbe rassegnarsi ad accogliere nella slabbrata Unione anche la Turchia, il cui attuale Sultano, però, da decenni aspira a restaurare il Califfato.

… e la Sublime Porta
C’è un Garibaldi quasi sconosciuto: non il guerrigliero, il generale, il Leone di Caprera, ma il pensatore politico, alfiere della fratellanza universale e al tempo stesso strenuo fautore della lotta per sottrarre l’Europa all'invadenza del fondamentalismo islamico. Garibaldi ne scrisse ripetutamente nel suo ultimo decennio. Proprio perché ancora assai poco noto, vi sono buone ragioni per parlarne. Il suo anticlericalismo radicale non si circoscrisse alla chiesa cattolica, all'epoca incardinata esclusivamente su “dogmi” e scomuniche e così diversa dall'odierna, ma deprecò ogni intrusione di fanatismo e di poteri arcani nella libertà delle persone. La sua lotta per la liberazione dello spazio euro-mediterraneo dai “turchi” andò molto oltre l’ambito religioso. Fu “politica”, legata alla valutazione positiva dell’espansione degli europei Oltremare e della “colonizzazione” dell’Africa settentrionale da parte dell'“Occidente”, razionale, fondato su scienze, produzione, libero mercato (condiviso da Camillo Cavour), progresso civile. Garibaldi non ingabbiava il Libero Pensiero in pochi meridiani e paralleli: è patrimonio universale. A quel modo fu effettivamente “eroe dei due mondi”, etichetta altrimenti futile.
   Nelle “Memorie” Garibaldi ricordò la sua lunga dimora a Costantinopoli: una pagina lasciata tra parentesi anche dal rimpianto Romano Ugolini che ne scandagliò la formazione politica. Ammalatosi (di quale morbo?) in uno dei tanti viaggi in Oriente, vi rimase più del previsto e si trovò alle strette: «La guerra accesa tra la Russia e la Porta [cioè l’impero turco, detto Sublime Porta dalla residenza del Sultano, NdA] contribuì a prolungare il mio soggiorno. In tale periodo mi successe per la prima volta di impiegarmi a precettore di ragazzi, offertomi dal signor Diego, dottore in medicina, e che mi presentò alla vedova Timoni, che ne abbisognava. Entrai in quella casa maestro di tre ragazzi, e profittai di tale periodo per studiare un po’ di greco, dimenticato poi, siccome il latino che avevo imparato nei prim’anni.» I maligni imbastirono insinuazioni su quella lunga stagione. Garibaldi ci tornò con una pennellata, molti decenni dopo: «Si chiami egli prete, Ministro, dervista, Calogero, Bonzo, Papas, qualunque nome egli abbia, a qualunque religione egli appartenga, il prete è un impostore, il prete è la più nociva di tutte le creature, perché egli più di nessun altro è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli. […] Io ho percorso la superficie del globo. In Turchia fui obbligato di fuggire davanti ad una folla di ragazzi e di donne, perché i preti dicevan loro ch’io era un maledetto! In Cina mi successe lo stesso, e voi giunti a Canton, la più frequentata e commerciale delle città Chinesi non potete visitarla perché sareste lapidato dalla moltitudine suscitata dai preti.»
   L’avversione di Garibaldi nei confronti dell’islamismo non è una cappella laterale della sua vastissima basilica anticlericale. Non è dottrinale o teologica. È propriamente politica. Dall’infanzia aveva appreso, e non solo per racconti popolani ma per esperienze vissute, il pericolo dei “pirati”. Nizza, la sua città, ricordava devastanti incursioni delle flotte turche nel Cinquecento, propiziate dall’alleanza tra Parigi e Istanbul (dal 1453 duramente soggiogata da Maometto II, che vi impose la “dimmitudine”, ovvero la sottomissione in alternativa al supplizio) contro il Sacro romano impero di Carlo V e la Spagna di Filippo II: un gioco diplomatico continuato con Luigi XIV e sino a Napoleone III (alleato con Londra e l’impero turco contro la Russia di Nicola I in quella “guerra di Crimea” decantata dalla storiografia italocentrica per l’intervento del regno di Sardegna a fianco del Sultano). Sulla fine degli Anni Venti dell’Ottocento la pirateria barbaresca rimaneva così dannosa da indurre la Francia di Carlo X, il Piemonte di Carlo Felice e le Due Sicilie di Francesco I di Borbone a una spedizione navale comune. Vi si distinse Carlo Mameli dei Mannelli, padre di Goffredo.
   Nel 1827, ricorda il documentatissimo storico francese Maurice Mauviel, il “Cortese”, brigantino sul quale viaggiava il ventenne Garibaldi, fu assalito da corsari greci. Semeria, il comandante, ordinò agli uomini di non opporre resistenza per non avere la peggio. In viaggi successivi il giovane nizzardo subì due altri assalti pirateschi, mortificanti e umilianti. Gli rimasero fissi nella memoria. Ne scrisse in “Manlio, romanzo contemporaneo”, al quale lavorò sino all’ultimo giorno. Vi descrisse i “Riffegni” (abitanti del Riff, sull’Atlante marocchino, da lui ben conosciuto nel 1849) e l’“Assalto di pirati” alla nave “Libertà” che, al comando del capitano Schiaffino (nome di un eroe della repubblica Romana), recava con sé “Manlio”, di soli cinque anni, verso lo stretto di Gibilterra, alla volta dell’America meridionale, una sorta di “Terra promessa” di future libertà. In quelle pagine Garibaldi non parla di “arabi”, né di “turchi”, né di islamici. Vi scrisse: «Come il leone, il Riffegno è bello e forte. Non so se, figlio dell’Atlas, egli si debba chiamare di stirpe caucasea. Ignorante, fiero, feroce, e considerando tutto ciò che non è mussulmano, eretico e niente più d’un cane, il Riffegno è naturalmente pirata; e molti furono gli equipagi [sic!] di legni mercantili sgozzati quando trattenuti dalle calme presso coteste coste inospitali.»

Fuori i fondamentalisti dall'Europa...
Sarebbe riduttivo considerare il pensiero di Garibaldi sull’incompatibilità fra impero turco e civiltà europea quale riflesso di vicissitudini personali o della sua insofferenza nei confronti del clero di qualsivoglia religione. Esso esprime una visione geopolitica di ampio orizzonte, uno scenario plurisecolare, nell’ambito della “guerra mondiale” tra cristianità e islam.
   Prosatore esondante, Garibaldi sapeva controllare la penna quando necessario. Perciò i suoi scritti vanno centellinati e capiti, più e meglio di quanto sinora sia stato fatto. Il 5 maggio 1873 scrisse al fido Timoteo Riboli, medico, massone, fondatore della lega per la protezione degli animali: «Mentre l’Europa progredisce… che fa l’Italia? Non accenneremo ai miserabili suoi governanti già condannati dal disgusto universale, ma bensì alla parte virile e generosa che forma la sua democrazia, prodotto delle cento chiesuole in cui la dividono i suoi Archimandriti, Massoni, Mazziniani, Internazionalisti, sono egualmente fautori dell’indolenza democratica in Italia, e quindi del trionfo effimero ma reale dell’oppressione e della menzogna…» Pigiava su tasti suonati da tempo: riforme per guarire la “gran piaga della miseria”, rifiuto del programma dell’Internazionale (confisca della proprietà privata e dei diritti ereditari…), condanna della scioperomania che avrebbe precipitato l’Italia nel disastro.
   Non parlava per sé. “Agricoltore” (come si classificò alla Camera), Garibaldi era una “filosofia politica in azione”, campione di una guerra di liberazione culturale e politica, come osserva Aldo G. Ricci in “Obbedisco. Un eroe per scelta e per destino” (Ed. Palombo). Per lui l’Occidente era contrapposto alla Turchia in un conflitto di civiltà. Lo scrisse il 4 marzo 1876 a Dobelli, rispondendo all’appello della gioventù slava: «La diplomazia del ventre fu incapace di prevenire l’iniziativa del macello umano. I preti nel connubio dei turchi e satolli del loro oro, hanno lanciato l’anatema contro i seguaci della croce. Ed i settari del palo, dopo d’aver lottato per tenerlo in piedi, devono oggi conformarsi allo slancio degli schiavi che preferirono la morte al servaggio. […] E voi, concittadini di Botzaris, ricordatevi di tutti gli oltraggi ricevuti dai feroci ed osceni discendenti di Maometto […]. Il turco deve passare il Bosforo […] e solo alcuni ottomani, senza preti, potranno convivere, se onesti, coi loro antichi schiavi.»
   Contro la “pax” immobilistica dettata dal Congresso di Vienna del 1814-1815, ribadita da quello di Parigi del 1856 e dal concerto europeo che di conflitto in conflitto riportava il Vecchio Continente ai confini e alle logiche della Restaurazione, Garibaldi pose il problema delle “nazioni senza Stato”, dei popoli inchiodati alle tavole di spartizione delle grandi potenze. In lui vibrava il Risorgimento, lo spirito che aveva fatto nascere l’Italia a Paese indipendente, una “unione nazionale” emersa per somma di fortune dalle catene post-napoleoniche e dalla repressione della primavera dei popoli (1848-1849). Agli occhi di Garibaldi la presenza della Turchia in Europa era una cappa di piombo sulla storia. Bisognava liberarsene. Non per motivi etnici, ma perché era il bastione del fondamentalismo oscurantista.
   L’occasione sembrò profilarsi dal 1875 con le rivolte antiturche, dalla Bosnia alla Bulgaria, represse dalla Sublime Porta grazie al sostegno della Gran Bretagna, sospinta da calcoli geopolitici e interessi finanziari. Il 17 luglio 1877 Garibaldi scrisse al marchese Filippo Villani: «Mandare i Turchi in Asia, ecco il provvedimento efficace per gli schiavi dell’Europa Orientale; ogni altra misura sarà una tappa di guerra.» Ma bisognava vincere gli intralci della diplomazia, come ruvidamente vergò nel “Romanzo contemporaneo”: «In questi ultimi tempi, massime per la questione orientale, si è manifestato nel mondo quanto di lurido esiste ancora nell’umana famiglia. L’Austria ha fatto il suo dovere di aquila o piuttosto d’avvoltoio, sostenendo sordamente la causa dell’oppressore e accatastando ogni specie d’ostacoli all’Europa Orientale. Essenzialmente tiranna essa ha fatto quanto doveva. Ma l’Inghilterra, la terra universale d’asilo, l’emancipatrice degli schiavi, non doveva, guidata da un Ebreo [lord Disraeli, NdA] lasciarsi condurre all’esterminio dei poveri servi ed al sostegno di tiranni esecrabili. No! Ed io racapricio [sic!] pensandovi! […] E i preti? Peste dell’umana famiglia, hanno fatto causa comune coi massacratori degli innocenti.»
   Nel già citato “Manlio” Garibaldi passò dalle staffilate contro il clero a quelle specifiche contro «il Turco, che più cristiani uccide e più titoli acquista ai godimenti ed alla gloria dell’immorale suo paradiso e, codardo come sono generalmente gli uomini sanguinari, si diverte a impalare, mutilare, squartare uomini inermi, donne, bambini!!!».

L'attualità di un Solitario
Sospinto dall’orrore, il Solitario (come Garibaldi si autodefinì nel romanzo  “Clelia, il governo dei preti”, ristampato nella collana “Il Feuilleton” diretta da Giovanni Arpino per la MEB di Torino) sognò allora una guerra di liberazione del Mediterraneo dal dominio turco, a cominciare dall’isola di Creta. Non erano sfoghi letterari ma ragionamento politici. Al marchese Villani il 15 marzo 1878 da Caprera scrisse: «Dunque dopo tanto sangue versato risulterà nell’Europa Orientale uno di quei mostruosi pasticci di cui la diplomazia va famosa. Cosa è questa lunga Turchia che dal Bosforo si estenderà all’Adriatico, passando sul corpo della Bulgaria quasi indipendente, o tra questa e la Serbia da una parte, la Macedonia e la Tessalia dall’altra, le di cui popolazioni se hanno un’ombra di dignità dovranno mantenersi in uno stato perenne d’insurrezione? Quando io dissi al principio di questa guerra: i Turchi dover passare il Bosforo per poter ottenere una pace durevole, e tale è pure la mia opinione d’oggi, ma i turchi che intendano ciò solo: il sultano, le sue odalische, i suoi eunuchi e l’immensa caterva di preti ottomani, non già la popolazione turca onesta e laboriosa che di quanti popoli abitatori del Levante è la migliore. Tale emigrazione sarebbe impossibile, converrebbe però non lasciar in Europa un solo prete turco, che basterebbe a seminar la zizzania in tutta la confederazione; e le moschee cambiar in scuole, ove s’insegnerebbe la religione del vero.»
Il realismo di un utopista
   Garibaldi sperava in un congresso che esercitasse l’arbitrato internazionale, la ricerca di una soluzione pattizia dei conflitti nel rispetto della libertà dei popoli, che avrebbe comportato la libera navigazione nel Mar Nero (daco-romano) e negli Stretti. La pace di Santo Stefano e il congresso di Berlino del 1878 dettero tutt’altri risultati: la Gran Bretagna s’impadronì di Cipro e ne fece l’isola della divisione perpetua, del conflitto permanente, quale ancora rimane, mezza staterello indipendente, mezza sotto sovranità turca, un equivoco irrisolto nel Mediterraneo orientale. E il gran Malato d’Oriente divenne sempre più la polveriera della futura conflagrazione europea, esplosa nell’estate 1914 dopo la guerra italo-turca per la sovranità sulla Libia e tre guerre balcaniche in due anni.
   Il Solitario aveva intravveduto e suggerito la soluzione, ma, morto a Caprera nel 1882, non ne vide l’approdo ultimo. Quando nel 1897 Creta insorse contro il giogo ottomano l’Europa fu solidale con la Sublime Porta nella repressione, come deplorò Giosue Carducci in versi staffilanti. La grande guerra si concluse con la pace di Sèvres (1920) che lasciò gli Stretti ad Ataturk (massone, sì, ma, come tanti altri “fratelli”, solo sino a quando gli fece comodo) in cambio dell’adozione dell’alfabeto latino e di una parvenza di laicizzazione. La seconda guerra mondiale lasciò le cose com’erano, per una somma di errori e nefandezze delle diplomazie, oggi incombenti sull'Unione Europea, a sua volta incapace di politica estera e di difesa unitaria.
   Aveva ragione il Fratello Garibaldi. Il cui pensiero perciò rimase sepolto in carte dimenticate: scomodo e attualissimo. La scelta rimane tra diritti dell'uomo e del cittadino o fondamentalismi. Tra scienza o superstizione. Tra fratellanza o avidità. Tra i farisei e il Vangelo predicato dal Solitario.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Una Bandiera che riassume il legame anglo-sabaudo-garibaldino.



UNA TORRE IMMAGINARIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 aprile 2025 pagg. 1 e 7.

Ricordi in uno scatto. Torre San Giorgio dal
                      1900 al 2000” viene presentato alle h. 21 di
                      giovedì 10 aprile 2025 nella Pinacoteca Sismonda
                      di Torre San Giorgio (Casa Bonino, attigua alla
                      chiesa). Nella fotografia il treno che fu. Basta
                      un niente per perdere il treno della Storia.Un Tempo bianco/nero...
Un secolo, 1900-2000. A volte è necessaria una cesura netta, inconsueta per i tempi della storia che procedono per epoche, periodi ed età. Però, se non ci si ferma al 31 dicembre stabilito, la narrazione (anche quella fotografica) fatalmente slitta di anno in anno. Così ha scelto di fare Elena Franco che ha ideato e curato il volume iconografico “Ricordi in uno scatto. Torre San Giorgio dal 1900 al 2000”, in dialogo con Branca Lore Muller, presidente dell’associazione “Libertas” di Torre San Giorgio, e Luisa Riboldi (ed. Savigliano, L'Artistica, con generoso supporto di “Albertengo Panettoni”). Il “racconto” del piccolo Comune della pianura saluzzese, esattamente equidistante tra Cuneo e Torino, si ferma con la fine dell'anno 2000, un quarto di secolo fa. Parla al passato di un tempo che è già remoto.
   Il libro narra di “Torre”, ma non qual è, né, a ben vedere, come già era 25 anni fa, una generazione, bensì del “piccolo borgo antico”. Non si occupa dell'intero comune, né di quelli contigui. Parla solo di una “Torre”, “usque ad sidera, usque ad inferos”. Così circoscritto, il borgo è “speculum” di sé medesimo, microspazio infinito in un flusso a-temporale. Sfida il lettore a trovarne i confini più veri, al di là delle partizioni pubbliche ed ecclesiastiche.
   Le fotografie inducono ad astrarci da quanto ordinariamente si vede e a interrogarci sui più veri protagonisti del tempo. La scelta di racchiudere la visione di Torre San Giorgio tra il 1900 e il 2000 forse deluderà chi vorrebbe confrontare il borgo originario con l'ampia area urbanizzata nell'ultimo quarto del secolo scorso, tra la circonvallazione provinciale intitolata a Giovanni Giolitti e la linea ferroviaria, un tempo barriera invalicabile, e procedendo verso Saluzzo, con la sequenza di stabilimenti che sulla destra si estende quasi senza soluzione di continuità sino al limite del territorio comunale. è la clessidra di cui si legge nella prefazione a “Gente di Torre” (ed. L'Artistica, Savigliano, 2016). A far scorrere la sabbia dall'uno all'altro bulbo, tra l'antico e il nuovo, sono la cappella campestre detta “la Madonnina” e una cascina, schermata da verde inselvatichito e da teli di plastica. Potrebbe fare da quinta per un film gotico sul Novecento. A ogni schiocco di mani dal suo tetto vola via uno stormo dal grido rapace.

...ai margini della Storia
Per comporre il borgo antico, a sua volta dilatato sulla fine del Novecento, e la “Nuova Torre” occorrerebbero volumi libri di statistica e di economia politica. Ma si sacrificherebbe la poesia. Il volume si apre con immagini che si potrebbero bene attagliare alla Torre d'inizio Ottocento, anziché a quella del 1900. Nel corso di quel secolo, infatti, il borgo fu appena lambito dalla Storia. Ebbe la fortuna di rimanere ai margini della marcia degli eserciti che nell'età franco-napoleonica irruppero in Italia dalle valli italo-francesi e dal versante franco-ligure. Furono anni di guerre continue: le armate comandate da Napoleone “Buonaparte” da un canto, gli imperiali asburgici e persino i russi di Suvorov, giunti a Torino nel 1799, dall’altro canto.
   All'indomani della tempesta, con il 1814 l'obiettivo del restaurato regno di Sardegna rimase identico a quello del regime precedente: plasmare il “cittadino”. Le istruzioni impartite dal prefetto (poi intendente) ai “maires” (poi sindaci) erano semplici e chiare. Bisognava «formare un intero popolo a nuove istituzioni, più degne di lui, più rispondenti ai suoi interessi». I sindaci e i loro aggiunti avevano l'obbligo primario di tenere in ordine lo stato civile della comunità. Ne dipendevano «la stabilità della società, e, di seguito, l'esistenza delle famiglie». Un tempo quel compito spettava ai preti. La separazione della vita civile dal culto impose il rigore dell'amministrazione senza nulla togliere all'influenza della religiosità. Nel corso dell'intero Ottocento Torre S. Giorgio rimase miracolosamente indenne da scorrerie e invasioni. Una lunghissima pausa dopo secoli di guerre devastanti. Cent'anni dopo, a inizio Novecento, i compiti della scienza dell'amministrazione pubblica erano identici. Lo sono tutt'ora. Oggi, come ieri il segreto della “politica” è (o dovrebbe essere) “governè bin”, come diceva Giolitti. Si può fare, se il governo non si accanisce a privare i centri minori delle risorse indispensabili per strade, scuole e assistenza.
   Le fotografie della Torre di primo Novecento narrano un mondo che ricalca la ripartizione della società medievale in “oratores”, “bellatores" e “laboratores”. Per la piccola comunità locale, sempre oscillante sui 700 abitanti, a parte il sindaco e i suoi stretti collaboratori, “in illo tempore” quali “oratores" bastavano il parroco e alcune suore. Erano i depositari dal sacro: sintesi armoniosa di potere civile e retaggio di riti propiziatori, come le rogazioni per ottenere la pioggia e prevenire le febbri stagionali. “Bellatores” erano i coscritti, fotografati per lo più negli abiti della “festa di leva” anziché in divisa, diciottenni dai volti precocemente segnati dal lavoro; e lo erano i cacciatori, orgogliosi di farsi ritrarre con le loro prede. Ogni tempo ha la sua sensibilità, o ne ha di diverse e contrapposte. Le fotografie documentano “come eravamo”, non “cantano la morale” al passato remoto. “Laboratores”, infine, erano tutti gli abitanti, maschi e femmine, dall'adolescenza alla vecchiaia, che incombeva prima dei sessant'anni, per i fortunati che raggiungevano quella già veneranda età.
   Quale “mondo” emerge  dalla raccolta? Anzitutto la “gens loci”, un grappolo di famiglie che vi vissero nel “secolo lungo”, quale fu il Novecento. Alcune vi erano attestate da secoli, anche con legami endogamici, forieri di malanni, già documentati dagli studi medici. Altre giunsero dai dintorni; pochissime da lungi. Tutte nel corso del tempo adattarono le abitazioni alle necessità e, quando possibile, alle aspirazioni. Alla vigilia della Grande Guerra nessuna casa aveva acqua potabile all'interno. La si attingeva da pozzi di scarso pescaggio. In mancanza d'acqua corrente, anche i “servizi” erano “fuori”, anzi “più in là” possibile.
   Lasciando da parte le asperità quotidiane, le fotografie fissano la “celebrazione della vita”. In alcuni (rari) casi abbiamo fotografie di una medesima persona (maschio o femmina) da bambino, giovane, adulto, sposato e avviato alla senescenza. “Vita” sta anche per affermazione e rivendicazione della “casa” quale complemento della famiglia, persino con ostentazioni rischiose. È il caso delle troppe persone che si affollano su un pericolante ballatoio di legno, sorretto dalla fortuna che aiuta gli audaci. Delle “case” sono fotografati gli esterni, con le immediate adiacenze: il ciottolato, un prato, qualche fiore, sacchi, attrezzi e, poco oltre, un muretto o un muro imperiosamente divisorio. Le vicissitudini e le epidemie ricorrenti (il colera, soprattutto, e la terribile febbre spagnola nel 1918-1819) alimentarono la diffidenza verso gli estranei più che l'ospitalità. Spesso la “curmà”, con immancabili animali domestici e da cortile, prevale sull'abitazione vera e propria. È lo spazio che apre alla possibilità di respirare a pieni polmoni e dove si affollano gli strumenti di lavoro (assai tardi il trattore ebbe la meglio sul carro), le biciclette, le motociclette e infine l'automobile, al riparo di una tettoia. Bene si comprende che per gli abitanti di un borgo dall'illuminazione pubblica quasi inesistente, mentre gli interni erano rischiarati da fioche lampadine, l'idraulico e l'elettricista, quotidianamente evocati e invocati, ebbero prestigio di “oratores” accanto, al muratore e al falegname, che provvedeva a porte (con serrature dalle molte mandate), finestre e piccole riparazioni.

Chiesa e Stato in un piccolo borgo
Nelle fotografie la vita dei torresangiorgesi figura scandita dai sacramenti: battesimi, comunione, cresime (impartite dai vescovi di Saluzzo) e matrimoni. Non ve ne sono di pentimenti, confessioni e pene. Le nozze, approdo di laboriosi “contratti”, sono tutte celebrate in chiesa sin verso la fine del Novecento. Mancano primi piani del “corredo”, ma compaiono le “sfilate” che conducono le spose verso la chiesa, precedute da ceste di fiori e accompagnate da musica. Una, particolarmente suggestiva, pare una vera e propria “processione sacrificale”. Altrettanto solenne è il corteo funebre che suggella la vita bene spesa accompagnando la salma verso il cimitero, a Torre Basse. La religiosità impregna i momenti difficili della comunità. Quando le forze cedono, la “gens” di Torre (un nome senza “cosa”, con buona pace di Tommaso d'Aquino) si volge al cielo.
   Ai riti religiosi si aggiungono quelli civili. Anzitutto la scolarizzazione, che anche per Torre inizia con l'asilo, condotto da suore. Meritano attenzione i giochi dei bambini differenziati da quelli delle bambine, le calzature, i vestiti, si presume messi al meglio in vista degli “scatti”, le classi schierate con i benvoluti insegnanti per la rituale “foto ricordo”. Tra le fotografie dell'asilo spicca quella che alle spalle dei bimbi, intenti a disegnare e colorare, allinea alla parete i ritratti di Mussolini, Vittorio Emanuele III, Umberto di Piemonte, principe ereditario, e della consorte Maria José del Belgio. Manca la Regina Elena, amatissima dalla popolazione locale, che usava recarsi a Racconigi o nelle valli per intravederla e sentirla ancora più vicina di quando, con discrezione, i sovrani visitavano il caseificio Locatelli (il suo titolare fu creato senatore del Regno), gli allevamenti, le manifatture seriche in un'epoca nella quale le “ditte” ambivano a ottenere il titolo di “fornitori della Real Casa”.
   Il lettore metterà a confronto la folla dei bimbi dell'asilo e delle elementari con le classi, assai più sparute, dei decenni di fine Novecento, che pure ebbero amministrazione civica e dirigenza scolastica in prima linea per difendere la scuola elementare cittadina, nel 1955 intitolata a Silvio Pellico, presidio di autonomia civica.
   Lasciati tra parentesi gli anni dalla scuola primaria alla maturità (la media e, ancor più, le superiori rimasero fuori portata di tanti bambini di Torre sino al prolungamento dell'obbligo ai 14 anni, mentre un ruolo speciale svolse l'Istituto Salesiano di Lombriasco che formò generazioni di geometri, inclusi i futuri sindaci Giovanni Cravero, Mario Monge e Daniele Arnolfo, ora in carica), il racconto fotografico prosegue con il servizio militare, prestato lontano da casa. Per i più, come documenta il generale Oreste Bovio nella “Storia dell'esercito italiano”, esso era la grande occasione di conoscere terre e genti d'Italia e stringere amicizie destinate a durare nel tempo. Gli “scatti” dei soldati (molti gli “alpini”, s'intende) non fanno mai trasparire tristezza o nostalgia. Esprimono, anzi, l'orgoglio della divisa: un'esperienza dalla quale si tornava più smagati di quando si era partiti, con un che di spavaldo nel volto. La divisa e il cappello militare erano atto di fede nei destini della patria e anche garanzia di incolumità. Lo si coglie dalla fotografia di tre ragazze sorridenti nell'aia di una trattoria del paese, quasi vegliate da un ufficiale. Era il luglio del 1940, un mese dopo l'ingresso nella seconda guerra mondiale. Nessuno temeva per la sorte propria o dello Stato. Di tre anni dopo è la testimonianza fotografica dell'intreccio tra fede religiosa e scoperta che per Torre, come per l'Italia, non tutto andava nel verso sperato. Di lì il pellegrinaggio dei borghigiani a piedi sino a Saluzzo, quasi quindici chilometri, per impetrare la pace.
   Dopo la guerra come tutto il Cuneese anche Torre finì tra le “aree depresse”. Lo era non solo per ottenere risorse. L'interruzione della ferrovia Cuneo-Nizza e gli intralci alle esportazioni pesarono su produzione e commercio. Anche plaghe scampate agli orrori della guerra (compresa quella “civile”: assente a Torre, se non in forma di requisizioni) vissero ristrettezze quotidiane. Lo attestano le fotografie delle case e dei volti degli abitanti, sin verso la fine degli Anni Sessanta. L'emigrazione (specialmente verso l'Argentina) non risolse alcun problema. Spesso si concluse con un mesto ritorno nella  terra dei padri.
Quel che non si vede
Chiuso il volume, il lettore si porrà alcune domande. Mentre apprezza l'ampiezza di orizzonti, riflette su quanto la “gens” ha scelto di “fotografare” e tramandare di sé. Il ventaglio delle “assenze” è ampio quanto quello delle presenze, di cui sopra si è detto. Manca quasi del tutto la “vita pubblica”. Sino ad Antonio Arnaudo non vi sono ritratti “formali” dei sindaci, dei componenti delle giunte, dei consiglieri, né dei segretari comunali. Manca del tutto la documentazione visiva delle talora vivaci “campagne elettorali”. Persino il Municipio, nettamente migliorato dopo l'edificazione della scuola elementare, nel volume compare solo di scorcio.
   Nondimeno l'ultimo trentennio del Novecento, con l'elaborazione e il varo del piano regolatore, fu decisivo per il futuro e il riassetto del borgo. Nel volume se ne intravvedono i segni con l'inaugurazione del campo da tennis, replicata più volte in coincidenza con campagne elettorali particolarmente tese, altra volta per offrire occasione di incontro di “notabili” con i cittadini, come nel 1981, quando essa venne officiata da Adolfo Sarti, già senatore e più volte ministro, poi tornato nel 1983 ad aprire la campagna per l'elezione alla Camera nel collegio Cuneo-Asti-Alessandria.
   I molti interventi pubblici realizzati in quegli anni (rete fognaria, asfaltatura delle strade, marciapiedi, copertura della bealera...) sono sicuramente documentati negli archivi dei professionisti e delle imprese che se ne occuparono, ma non divennero “scatti” eseguiti da cittadini, neppure come sfondo di foto occasionali. Perciò tante trasformazioni di notevole rilievo sono avvenute senza lasciare traccia in scatti che divengono ricordi.
   Altrettanto modesta, se si esclude lo “Sciusàl”, curato da Nico Vallero e “una tantum” elevato a sede comunale per il matrimonio civile del sindaco di fine Novecento, officiato dal vicesindaco e presente il democristiano Giovanni Quaglia, presidente della Provincia, modesta è l'attenzione per il “verde” e per lo sviluppo dell'abitato a ovest della circonvallazione Giolitti. Il servizio ferroviario, fotografato nel 1964, cessò di funzionare senza l'omaggio (troppo malinconico?) di una fotografia dell'ultimo treno di passaggio per Torre sulla un tempo gloriosa Saluzzo-Airasca. Lo stesso era già accaduto per le tranvie, che, con la linea ferrata, avevano fatto la fortuna di Torre rispetto all'emarginazione di comuni circonvicini, prima nettamente più dotati e doviziosi.
   Altre due assenze richiamano l'attenzione. La prima è il cimitero, più che raddoppiato e di gran lunga meglio curato rispetto a quello esistito sino agli Anni Settanta. Quale ricordo rimane delle cerimonie, anche militari, che vi furono celebrate? Nel volume non ve ne è traccia. Eppure esso costituisce la continuità naturale del borgo.
   La seconda assenza, anche più complessa e intrigante, è quella degli interni delle abitazioni, quasi “vietate al pubblico”. La fotografia costituisce una profanazione dell'intimità della casa? Questo silenzio conduce a riflessioni sulla psicologia della “gens loci”, restia a consentire all'estraneo di violare lo spazio domestico, riservato alla famiglia e agli amici più fidi. La fotografia è un documento. E i documenti si mostrano, non sempre volentieri, solo a richiesta di un'autorità percepita invadente se non ostile. Il riserbo della casa è pari a quello dei corpi. I maschi della Torre appaiono sempre vestiti di tutto punto, anche quando sono al lavoro nei campi. Poco o nulla da questa raccolta si cava sulla vita quotidiana: arredi, scaffali, divani, poltrone, cucine e vasellame, sale da pranzo, orologi da tavolo, pendole, via via sino a camere da letto, armadi e cassettiere dai segreti inviolabili. Un intero mondo rimane fuori portata dell'obiettivo e quindi di chi voglia capire di più.

Protagonismo femminile
Un'ultima considerazione si impone ripercorrendo l'intero volume. Esso ha un protagonista, che si affaccia inizialmente col velo per i primi sacramenti, l'asilo, la scuola, le nozze. Da un certo momento, all'indomani della seconda guerra mondiale, anche in Torre, la donna è sempre più dinnanzi all'obiettivo della macchina fotografica, anche con certa aria di sfida, come Lucia Nicolino che, a cavallo di una motocicletta, nel 1947 fissa l'obiettivo consapevole di infrangere tanti tabù. Lo stesso vale per le quattro ragazze che marciano allegre e impettite sulla provinciale deserta. Vanno verso un futuro che le avrà sempre più al centro della scena pubblica. Alle rassegne “Con le nostre mani” erano le donne a dominare, non solo con ricami e laboriosi pizzi a uncinetto ma anche con dipinti apprezzati da un intenditore, quale il saviglianese Alessandro Mortarotti, avvocato e assessore provinciale, cerimoniere delle premiazioni a metà Anni Settanta. I primi corsi di tennis e quelli di ginnastica femminile (nel volume è documentata l'edizione del 1990) dicono che il mondo stava cambiando e recuperava memoria di sé. Lo si percepì meglio quando il 13 settembre 1993 la principessa Marina di Savoia presenziò all'intitolazione della piazza di Torre a “Umberto II, Re d'Italia”, tuttora unica in Italia. Nell'intento dei proponenti quella piazza doveva divenire un parco, alberi, panchine, zampilli d'acqua: il ritrovo che tuttora manca in paese. L'ultimo decennio del secolo proseguì nel solco del recupero della memoria storica, con la commemorazione dei Caduti il IV novembre 1999 e il varo del notiziario “Le Neuve d'la Tor” con le redattrici fotografate in primo piano. Svoltò nel nuovo millennio con l'amministrazione civica presieduta dal sindaco Attilio Mola sino al 2004, ma, come giusto, il racconto fotografico si ferma al 31 dicembre 2000.
   A Torre non vi è alcuna Torre. Sulla via del Castello non si affaccia alcun maniero. Sin verso metà Settecento era segnalato un ricetto, poco distante da un fortilizio ove gli abitanti si rifugiavano in caso di pericolo, memori di saccheggi e stragi. Da un suo spalto un “trombetta” suonava il corno per segnalare ai lavoranti che era l'ora di lenire la fame, donde Cornafame, nome del borgo prima che assumesse quello odierno. Poi il “castello” fu dato in affitto a pecorai e a margari, ma, scrive don Benigno Bonetto nei “Cenni storici della vita religiosa e civile di Torre S. Giorgio” (1956), rendeva poco. Andò diruto. Le sue pietre servirono a consolidare muri di case in mattoni crudi. Non bastasse, “Giorgio” è stato cancellato dal novero dei santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica ed è declassato a “memoria facoltativa”. Sicché la divaricazione tra “nomina” e realtà tocca il diapason.
   Torre è una terra immaginaria. Da scoprire perlustrando gli scatti di vita e di memoria ora meritoriamente raccolti in volume.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: “Ricordi in uno scatto. Torre San Giorgio dal 1900 al 2000” viene presentato alle h. 21 di giovedì 10 aprile 2025 nella Pinacoteca Sismonda di Torre San Giorgio (Casa Bonino, attigua alla chiesa). Nella fotografia il treno che fu. Basta un niente per perdere il treno della Storia.


L'ITALIA FRANCO-NAPOLEONICA (1789-1814)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 marzo 2025 pagg. 1 e 7.

Clemente ma spietato. Papa Clemente XII
                      (Lorenzo Corsini, nato a Firenze, nel 1652,
                      completamente cieco dal 1732) nel 1738 scomunicò i
                      massoni. Nel 1739 il cardinal Firrao decretò la
                      pena di morte e la distruzione dei locali nei
                      quali si radunassero. Su di lui p. José Antonio
                      Ferrer Benimeli, “La primera condena pontificia de
                      la Masoneria. El secreto de las causas”, Oviedo,
                      ed. Masonica, febbraio 2025. Il dialogo della
                      Chiesa con i massoni forse interessa ai massoni
                      cattolici, non agli gnostici e ai pelagiani,
                      capaci di ragione e quindi di distinguere il male
                      dal bene e concepire la legge morale.L'Italia odierna sta all'Europa come il ducato di Parma e Piacenza stava all'Italia prima dell'annessione al regno sabaudo (1848-1859). I Farnese ne furono duchi dal 1545 grazie a papa Paolo III che, asceso al Sacro Soglio da vedovo, lo affidò al figlio Pier Luigi. Alessandro Farnese fu un grande capitano a metà del Cinquecento. Ancor oggi dà il nome a un reparto spagnolo di élite (“Alejandro Farnesio”). Nel Sette-Ottocento il ducato fu“a noleggio”: ora dei Borbone, ora degli Asburgo, poi di Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone, e via continuando sino a quando, grazie a cospiratori massoni, d'intesa con Vittorio Emanuele II di Savoia, divenne“Italia”.
   A sua volta l'Europa odierna, un fastello di Stati che non hanno politica estera e difensiva unitaria, ricorda l'Italia del Cinque-Settecento: Staterelli nelle tenaglie di Potenze autocratiche e persino teocratiche, che pretendono, come pretendevano, di agire con sprezzo della vita umana e dell'ambiente. Napoleone I inglobò Piemonte e Liguria nell'Impero dei Francesi, istituì il regno d'Italia come“marca” dell'Impero, ne assunse la corona e l'affidò al figlio adottivo. Insediò suo fratello Giuseppe e poi suo cognato Gioacchino Murat nel regno di Napoli. Però al suo crollo (1814-1815) una parte significativa di classe dirigente aveva imparato a “pensare in italiano”. Quando gli abitanti del “Vecchio Continente” impareranno a “pensare in europeo”?

Il Mal francese...
   Nel 1789 Stati e staterelli “italiani” vennero colti di soprassalto dal turbine della Rivoluzione francese. Le sue “giornate”, dal “giuramento della pallacorda” che elevò il Terzo Stato ad Assemblea Nazionale con il concorso di alcuni aristocratici ed ecclesiastici (9 luglio), e le sue tappe, a cominciare dall'assalto alla prigione della Bastiglia (14 luglio, poi assurta a suo “inizio”), furono convulse e contraddittorie, difficili da capire e da pilotare anche da chi le viveva a Parigi. In pochi giorni furono aboliti i privilegi feudali e vennero proclamati i Diritti dell'uomo e del cittadino (26 agosto). Nella Francia profonda dilagò la “Grande Paura”, il timore, cioè, che la nobiltà potesse vendicarsi affamando e uccidendo borghesi e plebei. L'imposizione al clero del giuramento di fedeltà al nuovo ordine (12 luglio 1790) e la sua divisione tra preti “giurati” e “refrattari” creò una divisione profonda nelle coscienze, più acuta per chi sentiva bisogno di ricevere i sacramenti. In tempi di eccidi, quali ecclesiastici erano abilitati a propiziare la vita eterna? Luigi XVI tentò di fuggire verso il Belgio. Fermato, fu rinserrato nel plumbeo Palazzo delle Tuileries (20 giugno 1791). La Storia scappò di mano.
   Dal 1792 la Francia visse anni di Terrore. Precipitò nel caos con l’elezione della Convenzione a settembre e la proclamazione della repubblica, le stragi di aristocratici, borghesi e sacerdoti, la condanna alla ghigliottina e l'esecuzione di Luigi XVI di Borbone (21 gennaio 1793) e della regina Maria Antonietta d'Asburgo, la legge sui “sospetti”, che lasciava mano libera al Comitato di Salute pubblica per eliminare gli avversari, la confisca dei beni ecclesiastici, l’imposizione del culto della Dea Ragione, con farsesche processioni in suo onore. I girondini avevano eliminato la “palude” e vennero annientati dai giacobini. I migliori esponenti dell'Illuminismo furono ghigliottinati o indotti al suicidio. Fu il caso del marchese di Condorcet, segretario perpetuo dell'Accademia di Francia, massone. Sospettate di trame occulte, le logge furono perseguitate. Dei tre “campioni” della Rivoluzione, Marat fu assassinato, Danton venne ghigliottinato per volontà di Massimiliano Robespierre, che impose il Grande Terrore, e fu a sua volta rovesciato dai Termidoriani e ghigliottinato (luglio 1794). La Costituzione previde persino il diritto popolare alla rivolta. Per uscire dalla bolgia, occorreva una svolta netta. La compì il Direttorio che si valse di militari per reprimere reazionari e l'estremismo degli Uguali, guidati da “Caio Gracco” Babeuf, giustiziato nel 1797.
   Le tre rivoluzioni concatenate (diritti dell'uomo, delle nazioni, diritti sociali) dal 1792 divennero materiale da esportazione, in risposta alla coalizione antirivoluzionaria tardivamente organizzata e sconfitta militarmente a Valmy. La Francia visse un periodo cupo. I comandanti militari, ancora legati a regole d’onore, furono subordinati a commissari politici che, su ordine di Parigi o di propria iniziativa, ordinarono l’annientamento di ogni opposizione da Lione a Marsiglia e alla Vandea, ove furono massacrate centinaia di migliaia di persone in una feroce guerra civile alimentata sia da motivi ideologici e religiosi sia dalla svalutazione della moneta e dei suoi surrogati (gli “assegnati”), dall’insicurezza e dalla fame. Il ritratto più efficace di quella tragedia venne scritto da Victor Hugo in “Il Novantatré”.
   Nel 1792 la Convenzione rispose all’accerchiamento con la guerra, condotta sia attraverso armate di dimensioni modeste schierate sul fronte alpino, sia attraverso agenti inviati a suscitare insurrezioni e moti valendosi della solidarietà di anziani massoni, come il pinerolese Sebastiano Giraud, sia tramite giovani affascinati dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che rimane il maggior patrimonio morale della Grande Rivoluzione. Nella sua fase iniziale questa parve espressione di libertà autentica e di transizione ordinata dal precedente a un nuovo regime, fondato sulla comprensione e sulla fratellanza anziché sull'odio, sullo spargimento di sangue e sull'invenzione di capri espiatori per nascondere le difficoltà di governare. Vittime della Rivoluzione furono dapprima gli aristocratici, poi i preti, quindi i borghesi e infine i rivoluzionari stessi, in gara a chi è “più giusto”, perché più “ispirato  (o “spiritato?) degli altri”. Robespierre, “incorruttibile” e “non ricattabile”, scatenò le repressioni più spietate.
   Dal 1792 anche l’Italia fu infettata da cospirazioni, insurrezioni e guerre.
   Nella primavera del 1796 a capo dell’Armata d’Italia venne posto il ventottenne Napoleone Buonaparte (Ajaccio, Corsica, 1768-Isola di Sant’Elena, 1821), già amico di Augustin Robespierre, fratello di Massimiliano, e da poco sposo di Giuseppina de la Pagérie, vedova del generale Alexandre Beauharnais, ghigliottinato, già madre di Ortensia e di Eugenio, e iniziata in una loggia “di adozione”. Nel volgere di un anno Bonaparte sconfisse il regno di Sardegna e l'armata dell’Impero, rovesciò a Venezia la plurisecolare repubblica dogale e alla pace di Campoformio (1797) la cedette all'Imperatore d'Asburgo in cambio delle Fiandre. Impose enormi tributi agli altri Stati italiani sotto minaccia di devastazione. Contrariamente a quanti, come Ugo Foscolo, lo osannarono quale “Liberatore”, Napoleone non faceva la guerra per gli italiani ma per la Francia e per la propria ascesa.

...contagiò l'Italia
   Nel 1798 Bonaparte guidò una spedizione in Egitto per colpirvi gli interessi britannici, mentre in Italia i sovrani erano costretti alla fuga da rivoluzionari che, col sostegno francese, instaurarono repubbliche. La Francia visse travagli interni che ne distolsero le forze dai teatri secondari, quali appunto l’Italia, ove nel 1799 irruppero armate asburgiche e russe, comandate da Alexander Suvarov, per restaurare i sovrani deposti, sostenuti da masse organizzate dal clero e da fautori dell’antico regime. Presto i preti italiani scoprirono che i cosacchi, ortodossi, erano peggio dei rivoluzionari.
   Tra il 1796 e il 1800 l’Italia fu immersa nel sangue come non accadeva da secoli. Vi dilagò una guerra che non si sostanziò solo nel conflitto tra francesizzanti da una parte e reazionari dall’altra, tra giacobini e clericali, tra razionalisti e fideisti. Ogni suo segmento ebbe risvolti politici, economici, sociali, culturali, in un groviglio di interessi di potenze straniere e di appetiti locali. Come altre guerre a larga partecipazione “popolare”, anche quelle del 1796-1800 furono contrassegnate da violenze, efferatezze, orrori. Ne ha scritto Edoardo Calandra in “La Bufera”.La lotta contro l’Armata d’Italia di Napoleone e l’azione dei francesi nel 1796-1800 è detta insorgenza. Essa iniziò con la guerriglia sulle Alpi occidentali (1792-96), riprese nel maggio 1796 in Lombardia, in Romagna e a Massa e Carrara. Il 1798 registrò insorgenze nei territori dello Stato pontificio e ad Andria, ma l’anno cruciale fu il 1799 con tre epicentri: l’Italia meridionale; il Piemonte, corsa dalle Masse Cristiane di Branda de’ Lucioni; e il movimento del “Viva Maria” in Toscana, con epicentro in Arezzo, Umbria e Isola d’Elba.
   Le insorgenze mobilitarono centinaia di migliaia di uomini. Sbarcato in Calabria con soli sette seguaci, il cardinale Fabrizio Ruffo (che non era ordinato prete) ebbe un seguito enorme e travolgente. Le “Compagnie di Santa Fede” ebbero il sostegno di popolani fanatizzati. Furono anni difficili, drammatici. Nel loro corso si registrarono casi di antropofagia, non tanto rituale ma per fame disperata. Gli eventi bellici in molti casi divisero le famiglie.

Orate fratres...
   La guerra civile fu combattuta anche attraverso una miriade di libri, opuscoli, manifesti. Fu un’età di “orazioni civili”, sostitutive di quelle ecclesiastiche. Salotti, circoli e caffè avevano in Italia una ormai lunga tradizione, come le prediche sacre. L’avvento delle repubbliche instaurò prima il costume poi l’obbligo dei discorsi patriottici, avversati con veemenza dal clero. Il risultato fu la diffusione di idee sino a poco prima quasi sconosciute o accennate in forma ellittica: Italia quale patria, patria come repubblica, repubblica quale sovranità popolare. Il trinomio “libertà, uguaglianza, fratellanza” (ideato nel 1848 da Alphonse de Lamartine per divisa dei massoni) nel corso della rivoluzione non fu affatto in uso. Le insegne erano Libertà o Morte (degli altri), Unione, Salute...
   Nel giugno 1800 Napoleone sconfisse gli imperiali a Marengo (Alessandria). Negli anni seguenti l’Italia visse profondi e continui cambiamenti. Già succuba dei Borbone e degli Asburgo, l’intera penisola fu dominata dalla Francia, che incorporò Piemonte e Liguria. Dal 1798 Carlo Emanuele IV di Savoia aveva dovuto cedere gli Stati di terraferma e riparare in Sardegna. Dalla fusione tra la Repubblica cispadana e quella cisalpina (che per prima usò bandiere tricolori con il verde al posto del blu) nacque la Repubblica italiana, incardinata su Lombardo-Veneto ed Emilia-Romagna. Il 2 dicembre1804 Napoleone s’incoronò a Parigi imperatore dei francesi. Giuntovi da Roma, papa Pio VII fece da spettatore. Su imposizione di Napoleone, la Repubblica italiana divenne Regno d’Italia. Il 26 maggio Napoleone si proclamò re d'Italia a Milano, “toccando” la Corona Ferrea, emblema della regalità “in” e “sull” 'Italia e passò il testimone al figlio adottivo, Eugenio di Beauharnais, col rango di viceré, sorretto da una dirigenza italo-francese promossa dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato “en Italie”, costituito a Parigi il 16 marzo 1805. Passato a Milano al seguito di Eugenio, il 20 giugno esso costituì il Grande Oriente d'Italia, a imitazione di quello di Francia. Il Regno d'Italia non fu dunque uno Stato indipendente. Era una marca dell'Impero napoleonico.
   Nel 1806 Napoleone rovesciò Ferdinando IV di Borbone dal regno di Napoli e ne assegnò la corona a suo fratello maggiore, Giuseppe, che a sua volta istituì un Grande Oriente di Napoli, nel quale affluirono illuministi sopravvissuti al feroce massacro perpetrato dall'ammiraglio Horatio Nelson dopo la vittoria sulla Repubblica, annientata per conto del Borbone. Quando Giuseppe Bonaparte divenne re di Spagna, a Napoli gli subentrò il cognato Gioacchino Murat. Il Borbone rimase in Sicilia sotto tutela dell'inglese lord Bentinck. Nel 1809 papa Pio VII fu deposto da sovrano su Roma e deportato nei confini dell’Impero, prima Oltralpe poi a Savona, che era francese. Re di Roma fu proclamato Francesco Carlo Napoleone, figlio di Napoleone e della seconda moglie, Maria Luisa d’Asburgo, il cui padre era stato costretto a rinunciare al titolo di Sacro romano imperatore e retrocesso a Francesco I d’Austria, perché la Nuova Europa non poteva avere due imperatori.
   Nel frattempo anche gli Stati minori “italiani” furono incorporati nel “sistema napoleonico”. La Toscana fu assegnata alla sorella, Elisa Bonaparte Baciocchi, mentre i Paesi Bassi andarono a suo fratello Luigi, maritato con Ortensia Beauharnais. Paolina Bonaparte sposò Camillo Borghese, governatore del Piemonte. Re di Westfalia venne creato Gerolamo, fratello minore dell'imperatore.
   Il dominio diretto e indiretto francese si sostanziò nell’adozione dei codici napoleonici (civile, penale e commerciale) in tutti gli Stati italiani, nell’imposizione del francese nelle regioni direttamente assorbite da Parigi e nell’introduzione del sistema metrico decimale e di un nuovo assetto politico e amministrativo all’insegna di semplificazione e uniformità.
   Il dominio franco-napoleonico fu nettamente diverso dalle egemonie precedenti. Gli Asburgo di Spagna o d’Austria e i Borbone di Spagna e di Francia esercitavano il potere senza alcuna pretesa di ispanizzare o di austriacare. Invece l’obiettivo napoleonico fu francesizzare le terre annesse ed esercitare un’egemonia ideologica e culturale sulle altre. Gli italiani erano chiamati a “pensare in francese”. In risposta la lingua italiana venne scoperta quale tessuto connettivo del riscatto. Cardine della riscossa fu la memoria. Lo disse meglio di tutti Ugo Foscolo ne “I Sepolcri” e nell’orazione inaugurale all’Università di Pavia, aperta dall'esortazione alla storia. Il sistema napoleonico crollò dopo l'offensiva contro la Russia di Alessandro I. La Restaurazione sognò di riportare all'indietro le lancette della Storia. Ma i semi gettati nell'età franco-napoleonica germogliarono.

Onda di ritorno e universo massonico.
   Con la legge del 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878) assunse per sé e per i discendenti il titolo di Re d'Italia. Il nuovo Stato fu un punto di arrivo e un punto di partenza. Nacque per una somma di circostanze straordinarie. Dopo l'età franco-napoleonica, costata cinque milioni di morti in venticinque anni, fu l’unica somma di genti a prendere forma di Stato. Perciò divenne modello per i popoli non ancora indipendenti. La moltiplicazione degli Stati “nazionali” ebbe luogo dopo la Grande Guerra del 1914-1918, una catastrofe costata quattordici milioni di morti e rovine materiali e psicologiche. Queste svuotarono dall’interno la Pace di Versailles del 1919 e le successive che ridisegnarono in modo artificioso i territori appartenuti agli imperi di Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano.
   Le “nazioni” degenerarono in nazionalismi. I nazionalismi assorbirono il socialismo nel nazionalsocialismo. Dopo la seconda guerra mondiale (1939-1945) gli Stati dell’Europa continentale persero autonomia politico-militare e identità culturale. Si smarrirono nei sentieri che vede emergere i popoli dei continenti colonizzati: un'“onda di ritorno” impetuosa. Chiederà molto tempo prima di placarsi.
   Per molti suoi smemorati abitanti l’unificazione dell'Italia sbiadì. Eppure rimane un fatto, denso di “insegnamenti” sia per i suoi aspetti costruttivi sia per quelli che oggi possono essere considerati “negativi”. Per capire quanto accadde bisogna mettersi nell’ottica dei contemporanei. È facile, ma è anche del tutto inutile, pretendere di “dare lezione al passato”. Occorre invece comprendere la personalità dei protagonisti, la complessità dei movimenti profondi di cui furono interpreti, non sempre consapevoli degli obiettivi finali, e le trasformazioni che hanno lasciato impronta durevole nella cultura e nei costumi. E bisogna rassegnarsi ad ammettere che la storia non procede in maniera rettilinea, con cammino coerente e ascensionale. Procede a segmenti.
   Che cosa si penserà dei nostri tempi fra uno o due secoli? Non sappiamo, perché nel vortice di mutamenti in corso nessuno è in grado di immaginare il futuro. Tra il Cinque e il Settecento in Italia la storia aveva avuto un ritmo pacato: dominazione straniera, poche guerre, di rado devastanti, cambio di regnanti. Con la Rivoluzione francese improvvisamene accelerò.
   Tra le innovazioni più importanti dell'età franco-napoleonica in Italia vi fu la diffusione delle logge massoniche. Ne erano già sorte dal 1730 su iniziativa inglese, francese, “germanica”, ma policentriche e con riti diversi. Tante tessere di un mosaico che univa antichità e futuro e che, all’insegna dell’umanesimo, superava ciò che divide. I “regnanti” passano, i popoli rimangono. Hanno bisogno di Ordini, non di ceppi. Poiché affratellavano persone al di là delle confessioni religiose e si raccoglievano senza alcun “assistente ecclesiastico” in un mondo di sorvegliati, i massoni furono subito sospettati di tramare ai danni degli altari e delle corone. Il papa-re Clemente XII usò l'arma più efficace: la scomunica. Valeva per i cattolici, non per i tanti che non lo erano. Così, mentre altrove i massoni erano liberi di radunarsi a piacer loro, nei domini pontifici dovettero diventare più segreti di prima. È quanto anche oggi accade nei regimi repressivi. Anche Carlo III di Borbone “per la grazia di Dio Re delle due Sicilie, di Gerusalemme &c., Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro &c., Gran principe ereditario in Toscana &c.”, il 10 luglio 1751 proibì nel suo regno la “nuova Società, nominata de' liberi muratori o Francs-Maçons” per “il sacrilego abuso del giuramento, per la dissolutezza delle crapole [sic], sorgive tutte di perniciose conseguenze”. Già” “scommunicati” [sic] dalla Santa sede, i massoni andavano puniti come perturbatori della pubblica tranquillità e quali rei della sua sovranità.
   Poi, in un paio di generazioni tutto mutò. E si arrivò alla nascita del Regno d'Italia, sospettato di essere frutto di un complotto. Invece tutto avvenne alla luce del sole raggiante. Ne fu campione Giuseppe Garibaldi, primo massone d'Italia. Un “uomo universale” che scelse di vivere a Caprera e che per la propria salma chiese la “pira omerica”.
   Il miracolo e il problema dell'Italia sta nella sua nascita nel volgere di pochi mesi: la rapidità del parto dopo secoli di gestazione.
Aldo A. Mola

Didascalia: Clemente ma spietato. Papa Clemente XII (Lorenzo Corsini, nato a Firenze, nel 1652, completamente cieco dal 1732) nel 1738 scomunicò i massoni. Nel 1739 il cardinal Firrao decretò la pena di morte e la distruzione dei locali nei quali si radunassero. Su di lui p. José Antonio Ferrer Benimeli, “La primera condena pontificia de la Masoneria. El secreto de las causas”, Oviedo, ed. Masonica, febbraio 2025. Il dialogo della Chiesa con i massoni forse interessa ai massoni cattolici, non agli gnostici e ai pelagiani, capaci di ragione e quindi di distinguere il male dal bene e concepire la legge morale.


'AHI!, SERVA ITALIA!
TRE SECOLI DI DOMINIO STRANIERO (1494-1789)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 marzo 2025 pagg. 1 e 7.

La cella (“pozzetto”) della fortezza di San
                        Leo nella quale, per condanna del papa, fu
                        chiuso Giuseppe Balsamo, sedicente “conte di
                        Cagliostro”, massone e “mago”. Murato vivo,
                        impazzì per le percosse. Le sue urla
                        riecheggiavano nell'immensa valle. Attendeva la
                        Rivoluzione. Giunse troppo tardi. Non ne vennero
                        rinvenute le spoglie.L'Italia odierna fatica a pensarsi in europeo. E' più provinciale di quanto lo fosse mezzo millennio addietro? I “Liberi Comuni” si erano spesso valsi di “podestà  forestieri”. Seguì l'età delle Signorie: militari e banchieri ascesi a prìncipi. Infine gli “italiani” chiesero ai “barbari” di accorrere a risolvere i loro conflitti. Ne rimasero quasi tutti soggiogati. Precipitare nel baratro è questione di attimi. Risalire la china esige tempi lunghissimi. Richiede un'”idea”, una “leva”: memoria, cultura, coscienza di sé. Perciò giova ricordare i secoli nei quali l'Italia fu“di dolore ostello,... non donna di provincia ma bordello” (Dante dixit).  
 
Irruzione dei “barbari”
   Nel 1494, due anni dopo la morte di Lorenzo il Magnifico, il ventiquattrenne re di Francia, Carlo VIII di Valois (1470-1498), varcò le Alpi, forte di pezzi d’artiglieria. Col sostegno di banchieri italiani e del duca di Milano, Ludovico Sforza “il Moro”, rivendicava il trono di Napoli, già dominato dagli Angioini, d’accordo o con la neutralità benevola del re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, e di Enrico VII d’Inghilterra. Soggiogata Firenze senza colpo ferire, raggiunse Roma, ove fu accolto da papa Alessandro VI Borgia, e proseguì per Napoli, il cui re, Ferdinando II di Aragona, si rifugiò a Ischia. A Napoli chi non arrivò a toccarne le mani o le vesti, baciava la terra ove era passato. La popolazione non dette prova di eroismo. D’altronde nei secoli aveva veduto susseguirsi Goti e Bizantini, Normanni e Svevi, Angioini e Aragonesi. Ogni cambio di dinastia e di dominatori aveva comportato eccidi, rovine, regalie. L'importante era vivere: erbe, pesce e poca carne. Dieta mediterranea. Con gli invasori giunse anche il “morbo gallico”, la sifilide, che per decenni falcidiò le classi elevate, in specie i militari, più corrivi a rapporti vaganti.
   L’anno seguente una lega di piccoli Stati italici registrò a Fornovo un successo contro Carlo VIII che già si stava ritirando in Francia. Di seguito l’Italia divenne campo di battaglia di armate francesi e imperiali, cioè germaniche e spagnole, tutte comprendenti mercenari svizzeri e italiani, che da secoli erano specialisti della guerra come condottieri o capitani di ventura: dagli Sforza al Gattamelata, dal Carmagnola al Colleoni. Nel 1512 papa Giulio II promosse una lega contro i “barbari”, che però ebbe vita breve perché le mancava un obiettivo. Papi quali i de Medici e i Della Rovere tutelavano gli interessi delle proprie famiglie, oltre che della Chiesa, e miravano all’equilibrio tra le maggiori potenze continentali: una scelta obbligata da quando, nel 1517, Martin Lutero dette vita alla “protesta” contro Roma, presto seguito da Giovanni Calvino, da neoevangelici e dalla chiesa anglicana inventata in Inghilterra da Enrico VIII già celebrato dal papa quale “defensor fidei”. Gli anabattisti che predicavano comunione di beni e di altro furono sterminati. Dagli alberi penzolarono suppliziati e cadaveri a lungo insepolti. Nel 1527 Roma venne saccheggiata. Tre anni dopo a Bologna il papa incoronò imperatore Carlo V d'Asburgo, poi ritratto da Tiziano. La pax venne proposta con il principio “cuius rex, eius et religio”: i sudditi devono professare la fede del loro sovrano. O andarsene.     
   La lacerazione dell’unità cristiana dell’Occidente non si ripercosse in Italia, i cui pochi eretici esularono per scampare all’eliminazione fisica. Papi e poteri civili concordarono nel prevenire le catastrofiche guerre di religione divampanti nell’Europa centrale e in Inghilterra. Con Paolo III Farnese, Paolo IV Carafa, Pio V Ghislieri e Sisto V, asceso al Soglio di Pietro da umili origini nel secolo di pontefici nobili e nepotisti, sino a Clemente VIII (che fece bruciare vivo Giordano Bruno) e a Urbano VIII, che costrinse Galileo Galilei a un’umiliante smentita delle proprie scoperte, la pace religiosa fu propiziata anche da antichi e nuovi Ordini religiosi (domenicani, francescani di varia denominazione, gesuiti, calasanziani o scolopi, filippini...) e da congregazioni femminili. La repubblica di Venezia, che andò orgogliosa dell’indipendenza da Roma, fu anche la città delle trecento chiese.
Pax e servaggio
 Con la pace di Cateau-Cambrésis nel 1559 Impero e  Spagna da una parte e Francia dall’altra si spartirono l’Europa occidentale. L’Italia rimase nella sfera degli Asburgo di Spagna che ne ebbero il controllo diretto o indiretto, anche attraverso la politica matrimoniale, e con il concorso degli Asburgo d’Austria, che detenevano la corona imperiale e dai quali quindi dipendevano i titoli di sovranità nell’ambito dell’Europa cattolica, perché, come insegnò l'apostolo Paolo, civis romanus, tutto il potere discende da Dio e in terra era il Sacro romano imperatore. Fu il caso del rango di vicario dell’Impero che Filippo II di Spagna cercò invano di strappare ai duchi di Savoia, ai quali rimase anche perché, benché piccolo, il loro Stato, “anfibio”, costituiva un tassello fondamentale degli equilibri in Europa.
   Timidi passi di minor dipendenza dagli Asburgo vennero tentati dai Medici, creati granduchi di Toscana. Essi dettero due regine alla Francia: Caterina, moglie di Enrico II di Valois, madre di tre sovrani, e Maria, moglie di Enrico IV di Borbone, già campione degli ugonotti. Entrambe influirono negli intrighi e nelle guerre di religione, ma non incisero sulla politica estera della Francia, chiusa tra Spagna e Impero, come si vide quando i suoi re sposarono principesse asburgiche e continuarono le guerre di sempre. Gli interessi di potenza rispondono a ragioni geofisiche e a bisogni generali permanenti della popolazione. Questi si riflettono sull’azione dei sovrani attraverso l’opera di corpi che li perpetuano (diplomatici, militari, alti burocrati, banchieri...) più ancora che con la politica matrimoniale delle case regnanti.
   Dopo Cateau Cambrésis i pochi Stati italiani indipendenti (repubblica di Venezia, ducato di Savoia, repubblica di Siena, Stato Pontificio) non ebbero spazio per scelte autonome. Lottarono per non soccombere e si logorarono in interminabili guerre per piccole poste. Fu il caso di Carlo Emanuele I di Savoia: mezzo secolo di signoria costellato da continue guerre, alleanze e controalleanze sino alla morte in via Jerusalem a Savigliano, nel Cuneese, con lo Stato invaso da tutti e le piazzeforti strategiche occupate.
   In Italia non scomparvero né il sogno di minor servitù dal dominio straniero né, meno ancora, il suo nome e l’immagine, ma non vi fiorì l’idea di indipendenza o di unità, dalle Alpi alla Sicilia: concetti totalmente estranei perfino agli intellettuali più acuti. Primo fra tutti Niccolò Machiavelli, segretario della repubblica di Firenze e tra i massimi pensatori politici di tutti i tempi. Nell’ultimo capitolo di Il principe (1513) egli esortò a «pigliare l’Italia e a liberarla dalle mani dei barbari». Gli italiani dovevano fare la loro parte: «Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tòrre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi.» Come ogni uomo lo è della propria vita, così ogni popolo è signore delle proprie fortune. Scrisse Machiavelli: «A ognuno puzza questo barbaro dominio…»; e chiuse l’esortazione con i versi della canzone Ai Signori d’Italia di Francesco Petrarca: «Virtù contro a furore/ prenderà l’arme; e fia el combatter corto:/ ché l’antico valore/ nelli italici cor non è ancor morto.» Machiavelli, tuttavia, non pensava affatto all’Italia nei termini geopolitici dell’antica Roma né dell'Ottocento o odierni, bensì a un’area circoscritta, quella tosco-padana. Per lui l’Italia era anzitutto Firenze, la civiltà della sua terra. Ebbe anche chiaro che lo Stato della Chiesa sbarrava qualunque prospettiva di unificazione politica. La sua Italia non includeva né il Mezzogiorno né il Piemonte. Venezia e Genova, ricche potenze dagli interessi marittimi più che peninsulari, erano al di fuori del suo orizzonte. Tuttavia le sue parole riecheggiarono nel tempo. Nel Risorgimento e nel 1943-45 l’incitamento a “liberare l’Italia dai barbari” tornò attuale.
   Il suo continuatore ideale, Francesco Guicciardini, si rassegnò a tenere per sé le riflessioni più scomode e inattuali. Avrebbe amato Martin Lutero se non fosse stato al servizio del papa; ma quella era la realtà e non vedeva come fosse modificabile.

Mezzo secolo di guerre...
 Lo scenario politico dell'Italia rimase immobile sino all’inizio del Settecento, quando cominciarono le guerre per la successione sui troni di Spagna (1700), di Polonia (1734) e dell’Impero (1740): mezzo secolo quasi ininterrotto di conflitti da un capo all’altro d’Europa. Gli interessi dinastici furono importanti ma non determinanti. Le guerre di successione ripresero e continuarono quelle del Cinquecento per l’egemonia sull'Europa e quella dei Trent’anni (1618-1648), ma in un quadro più ampio: sino ai confini dell’Impero di Russia, che assunse caratteri più europei per la determinazione di alcuni zar, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande. L’uso della crudeltà di Stato accelerò la modernizzazione. Di Pietro vennero ricordate le grandi riforme. I suoi metodi spietati, inclusa la punizione mortale inflitta al figlio Alessio, furono messi tra parentesi.
   Le guerre di successione ebbero particolare rilievo per l’Italia perché mutarono l’assegnazione dei suoi “Stati”, proprio mentre alcune dinastie secolari si stavano estinguendo. Dopo i Gonzaga, scomparsi a metà Seicento, fu il caso dei Farnese e dei Medici.

   La guerra per il trono di Madrid (1700-1714) segnò in Italia il passaggio dall’egemonia degli Asburgo di Spagna a quelli d’Austria. La guerra di successione polacca (1734-1738) s’intrecciò con la morte di Gastone de Medici e l’assegnazione della Toscana, terra dell’Impero, a Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Asburgo, erede della corona imperiale in forza della Prammatica sanzione che introdusse la successione femminile alla corona di Carlomagno. Essa ebbe conseguenze importanti in Italia perché dal 1734 i regni di Napoli e Sicilia passarono dagli Asburgo d’Austria ai Borbone di Spagna. Carlo di Borbone (poi III di Spagna), figlio di primo letto di Isabella Farnese, moglie di Filippo V, re di Spagna, combattendo conquistò il Mezzogiorno. Filippo di Borbone divenne duca di Parma e Piacenza, già dei Farnese. I Borbone erano uniti da un “patto di famiglia”.
   La guerra di successione alla corona dell’Impero (1740-1748) confermò in Italia gli equilibri esistenti ma comportò anni di giochi diplomatici, guerre e battaglie. Lo volessero o meno i suoi abitanti, la Penisola rimaneva al centro dei conflitti tre la maggiori potenze. Per mezzo secolo essa fu coinvolta in un travaglio europeo che vide in campo anche la Gran Bretagna e il nuovo astro militare dell’Europa centrale: la Prussia di Federico II, un regno creato nel 1701. Non rimasero spettatori i regni di Svezia, di Polonia e l’impero di Russia, protagonisti di guerre importanti per la sperimentazione di navigli e di leghe metalliche per migliorare la gittata dei cannoni.

...e mezzo di spensieratezza
   La guerra di successione spagnola segnò un’altra novità importante per il futuro dell’Italia. Il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, vicario dell’Impero come i suoi avi dal 1416, ottenne il titolo di re di Sicilia (1713) e ne prese possesso. In caso di estinzione dei Borbone di Spagna avrebbe avuto il trono di Madrid. Le “Cortes” spagnole se ne ricordarono centocinquant’anni dopo, quando conferirono il titolo di re ad Amedeo di Savoia, duca d’Aosta (1870). Vittorio Amedeo II non divenne re né in Italia né, meno ancora, dell’Italia. Fu re di un’isola, fuori della terraferma. Cinque anni dopo fu costretto a commutare la Sicilia (che passò agli Asburgo d’Austria) con la Sardegna (già spagnola): un cambio in netta perdita. Però, dopo secoli di dominio e di egemonia straniera, fu il primo sovrano “italiano” ad avere titolo regale (vent’anni dopo seguito dal già citato Carlo III di Borbone, che però ambiva a lasciare Napoli per Madrid). Il suo successore, Carlo Emanuele III, re di Sardegna, brigò in tutte le guerre per ottenere il ducato di Milano e Genova. Non vi arrivò, ma al suo Stato aggiunse Novara, Vigevano, l’Ossola, il Ticino... Di guerra in guerra il “Piemonte” s’ingrandì e rafforzò l’armata e una flotta, piccola ma pugnace: vitale per sopravvivere.
   Quel mezzo secolo di conflitti evidenziò due assenze: lo Stato pontificio e la repubblica di Venezia. Il primo, benché amplissimo, era militarmente irrilevante. La seconda aveva un confine molto debole con l’Impero ed era ormai sulla difensiva anche sui mari. Rimase estranea ai conflitti di terraferma. La dirigenza dogale dell’epoca investiva nell’edificazione di palazzi, ville e chiese, com’era accaduto nell’Italia centrale e nel Milanese durante il Rinascimento e nel Cinque-Seicento. La “pietrificazione dei capitali” propiziò splendidi monumenti architettonici, le arti figurative, il teatro, la letteratura. Nel regno sabaudo il piacere della vita fu meno coltivato, ma lo strumento militare si rivelò essenziale per la sopravvivenza dello Stato, mentre la repubblica di Venezia si avviò al crepuscolo e finì per perdere anche scrittori e avventurieri, come Giacomo Casanova, perpetuamente vagante in Europa, e Carlo Goldoni che si trasferì a Parigi e vi scrisse in francese le sue memorie.
   L’Italia non venne coinvolta nella Guerra dei Sette Anni (1756-63) che registrò importanti battaglie nell’Europa centrale. Federico II di Prussia abbandonò due volte Berlino al nemico per preparare la riscossa e infine risultò vincitore grazie al sostegno finanziario di Londra. Quel conflitto, breve ma micidiale, può essere considerato la prima guerra mondiale, perché segnò la vittoria inglese sui francesi negli spazi extraeuropei: dall’India (ove la Francia ridusse il suo dominio a poche “teste di ponte”) all’immenso spazio tra il Canada e la Louisiana. Gli inglesi presero la valle dell’Ohio e si impadronirono del Canada. Svanì il sogno di Enrico IV e del cardinale Richelieu di creare un impero coloniale francese nell’America settentrionale. Esso avrebbe mutato per secoli la storia dell'Europa e delle sue colonie. Ci riprovò Napoleone III, che propugnò la sfortunata spedizione di Massimiliano d'Asburgo e il suo effimero impero del Messico.

   Nella seconda metà del Settecento l’Italia visse un quarantennio di pace. In tutti gli Stati furono avviate imponenti opere di interesse pubblico, come l'Albergo dei Poveri a Napoli. All’epoca lo erano anche le dimore dei sovrani, come la splendida reggia di Caserta, non solo perché la loro edificazione e arredo incentivavano manifatture, artigiani e artisti ma anche per il prestigio che ne derivava. Le grandi opere riportarono alle origini del Rinascimento fiorito nel Tre-Cinquecento. Questo era stato continuato come manierismo, barocco e rococò: tutte varianti di un unico ceppo. Ora l’Italia risorgeva, tornava a confrontarsi con le sue radici: Roma. Lo scrisse Saverio Bettinelli in “Il risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille” pubblicato nel 1776. Due anni prima la Compagnia di Gesù, di cui era membro, era stata sciolta da papa Ganganelli (Clemente XIV). I gesuiti erano accusati di complottare ai danni del potere politico. L’imputazione non era nuova, ma fino a metà Settecento era stata usata contro di loro da anglicani, luterani e calvinisti. Ora dilagava anche in paesi cattolici, dal Portogallo alla Spagna, dalla Francia al Regno di Napoli. I gesuiti erano tacciati di oscurantismo e di opporsi all’illuminismo, di ostacolare l’avvento di pragmatismo ed empirismo, di imporre il fanatismo bigotto contro la ragione. In realtà nelle Americhe si opponevano allo sfruttamento brutale delle popolazioni indigene (fu il caso delle “riduzioni” nel Guaranì, elogiate dallo storico Ludovico Antonio Muratori) e alla conciliazione tra fede e scienza. Bettinelli viaggiò all’estero, conobbe anche Voltaire, razionalista, campione dell’incredulità e autore del licenzioso poema “La Pucelle d'Orléans”, e scrisse quanto era evidente: senza rullio di tamburi di guerra l’Italia aveva compiuto e stava compiendo grandi progressi in tutti i campi. “Risorgimento” significava ritorno di una vita già vissuta ma al tempo stesso nuova. Il passato venne fatto rivivere alla luce della novella storia.
   Fu quanto avvenne lungo la Penisola. Napoli e Milano gareggiavano nella promozione di ricerche, invenzioni, diffusione di idee innovative. I suoi studiosi erano in corrispondenza con quelli di tutta Europa. Apprendevano e insegnavano, alla pari. Lo fecero Galliani e Genovesi, poi i fratelli Verri che a Milano fondarono la rivista “Il Caffè”, Cesare Beccaria che nel trattato “Dei delitti e delle pene”, tradotto ovunque, invocò l’abolizione della tortura quale strumento inquirente e della pena di morte. Il rigoglio culturale, fondato anche su teatro, melodramma e studi storici ed eruditi (Vittorio Alfieri è tra i nomi più famosi) ebbe punte di eccellenza anche in Stati minori. Il duca di Parma si assicurò l’opera di Giambattista Bodoni, re dei tipografi e tipografo dei re. Malgrado vincoli e ostacoli a Parma vennero pubblicate opere condannate dalla Chiesa cattolica, come l’“Enciclopedia” di Diderot e d’Alembert.
   Nella seconda metà del Settecento il ritorno alle origini si manifestò nell’audacia del neoclassicismo, la cui via era stata tracciata da Antonio Palladio un secolo prima. Rimasto sottotraccia in Italia, dominata da barocco e rococò, il palladismo, cioè il ritorno al classicismo puro, aveva trionfato in Inghilterra e da lì passò nella Nuova Inghilterra, i cui edifici più celebri si ispirarono al suo stile. La città di Washington ne è l’esempio più noto. In Italia il neoclassicismo si affermò per sentieri impervi e suscitò allarme e sospetti. L’imitazione di Roma sapeva di neopaganesimo, tanto più che dilagarono l’egittomania, precursore dell’egittologia, la ricerca di sapere occulto e il gusto per l’Oriente proprio quando i gesuiti erano stati combattuti ed espulsi da Cina e Giappone. La suggestione delle Piramidi, di Iside ed Osiride si diffuse prima che i geroglifici venissero decifrati e si sommò all’impatto emotivo della scoperta di Pompei e di Ercolano, delle rovine di Paestum, della ricerca di una sapienza arcana che coniugava razionalismo e alchimia, scienze e magia. Il candore di Piranesi e di Antonio Canova celava misteri non meno tenebrosi delle “macchine” di Raimondo Sangro di San Severo, primo gran maestro di una gran loggia massonica in Italia. Fiorirono Accademie subito famose, come quella delle Scienze fondata a Torino da Giuseppe Angelo di Saluzzo. Giuseppe Balsamo, che si promosse conte di Cagliostro e finì massacrato di botte nel pozzetto di San Leo, fu contemporaneo di Voltaire e del marchese di Sade: fu uno dei volti di una medesima erma polimorfa.
   Grazie a decenni di pace e alla circolazione di beni, nei decenni successivi alla pace di Aquisgrana    (1748) chi ne aveva mezzi e possibilità in Italia visse un’epoca felice. Non percepì che la storia stava bussando da Oltralpe. La Rivoluzione del 1789 e le sue ripercussioni all'interno della Francia non vennero avvertite all’estero, massime in Italia. I più pensarono che la terra di Ugo Capeto stava uscendo di scena e l'Europa sarebbe vissuta più in pace di prima. Si sbagliavano...
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La cella (“pozzetto”)  della fortezza di San Leo nella quale, per condanna del papa, fu chiuso Giuseppe Balsamo, sedicente “conte di Cagliostro”, massone e “mago”. Murato vivo, impazzì per le percosse. Le sue urla riecheggiavano nell'immensa valle. Attendeva la Rivoluzione. Giunse troppo tardi. Non ne vennero rinvenute le spoglie.

STORIA D'ITALIA
UNO SGUARDO SU QUINDICI SECOLI  (100 A.CR.-1500)
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 marzo 2025 pagg. 1 e 7.

L'Imperatrice bizantina Teodora (500?-548),
                      con i colori dell'Italia (Mosaico, Ravenna). Già
                      cortigiana, nel 525 sposata da Giustiniano,
                      favorevole ai monofisiti influì sulla vita
                      politica, militare e religiosa dell'Impero.
                      Propugnò la liberazione dell'Italia dal dominio
                      degli Ostrogoti con campagne militari devastanti.Governo e opinione pubblica sono in affanno per i nuovi equilibri (o più esattamente: squilibri) planetari che riportano la comunità internazionale dai grandi blocchi all'anarchia. Il mondo assiste più indifferente che sbigottito a massacri come quello attuato in Siria ai danni degli alawiti. Eppure esso avviene (non è ancora terminato: continuerà nel silenzio delle “diplomazie”) in un lembo del Mediterraneo orientale, un tempo amministrazione fiduciaria della Francia. Che cosa attende questa“Europa”, esangue e invertebrata, a difendere i diritti civili elementari? Gli alawiti sono meno “persone” di altre genti? Per capire il torpore della “cattiva coscienza” dell'Europa odierna e dei governi dei suoi minuscoli Stati giova gettare uno sguardo sui “secoli andati” di un'Italia che è sempre stata parte (e spesso vittima) dell'Europa. Quel  passato pesa anche su chi preferisce ignorarlo o rimuoverlo e si benda gli occhi per non vedere il presente e meno ancora impegnarsi per un futuro finalmente in linea con ottanta anni di dichiarazioni universali dei diritti dell'uomo.  

Italia: un nome, un destino. Dall'antica Roma...
Il quadro del processo che nell'Ottocento condusse dal Risorgimento all'unità d'Italia va collocato nella sua cornice: la stretta colleganza tra territorio e storia, tra geografia fisica e popolamento; il legame tra parola e realtà.
Il nome Italia ha oltre duemilacinquecento anni. Nessuna regione italiana ha denominazione altrettanto antica e distintiva. Dall’antichità i geografi indicarono e descrissero con chiarezza i suoi confini, dal crinale alpino alle grandi e piccole isole. Da ovest a est, dalle Alpi Marittime alle Giulie corre la displuviale, accettata da tutti gli studiosi come l’“ostacolo naturale” che separa e distingue l’Italia dall’Europa. Separazione non significa divisione. Anzi, uno dei principali obiettivi delle popolazioni alpine fu aprire vie di comunicazione tra l’uno l’altro versante dei monti, proprio perché li abitavano entrambi. “Italia”, dunque, non significò né isolamento, né ostilità nei confronti dei popoli transalpini. Però la catena alpina e il mare furono percepiti anche come barriere protettive. Per secoli il sistema politico romano, la repubblica prima l’impero poi, ebbe la sua ragion d’essere nella difesa dell’Italia dagli invasori da qualunque parte arrivassero. Consoli e imperatori si guadagnarono gloria imperitura annientando le popolazioni che la invasero: prima i galli (celti), poi i cartaginesi o punici (fenici). Per garantire la propria incolumità, Roma chiuse centovent’anni di guerre contro Cartagine con la distruzione completa della città nemica (146 a.C.). Sulle sue rovine fu sparso il sale: un “rito” che ne escludeva la ricostruzione. Identica sorte fu riservata a Corinto in Grecia e a Numanzia in Spagna.
Al termine di trent'anni di guerre feroci, grazie alla riorganizzazione delle legioni, della strategia e della tattica, con la creazione dei manipoli atti alla fatica  alla guerriglia, come li volle Gaio Mario, Cimbri, Teutoni e loro alleati furono sterminati in battaglie di annientamento, come monito per tutti gli invasori. Ai Campi Raudii, presso l'attuale Vercelli, nel 101 a. Cr.i Romani uccisero almeno centomila “barbari”. I sopravvissuti vennero ridotti in schiavitù. Era l'inizio di cinquecento anni di “guerre germaniche” finite con la sconfitta dell'Impero romano in Occidente (476 d. C., data convenzionale). Lo storico Publio Cornelio Tacito scrisse che i Romani dicevano di portare la pace dove facevano il deserto. Usarono metodi duri. Però formarono un impero che alla massima estensione andò dall’Atlantico al Golfo Persico, dalla Britannia al Mar Nero.
Dall’antichità il nome e i confini geopolitici dell’Italia continentale coincisero. Tre secoli dopo Augusto, che per primo organizzò la penisola in undici Regioni, l’imperatore illirico Diocleziano aggiunse ai distretti della penisola quelli di Corsica, Sardegna e Sicilia, parte integrante dell’Italia, come le isole emergenti dalla piattaforma continentale.

Geografi ed etnografi continuarono a ripeterne per secoli l’italianità. In un’opera monumentale del 1834 Carlo Frilli illustrò i 21 “clivi” italiani. Dopo la nascita del Regno d'Italia l’Istituto Geografico Militare descrisse nel dettaglio il territorio dello Stato sorto dal processo di unificazione nazionale. Dunque la geografia storica non ebbe e non ha dubbi sui confini naturali dell’Italia. Lo stesso vale per gli studiosi della popolazione. Gli etnografi concordano nell’affermare che dalla preistoria l’Italia fu abitata da popoli giuntivi a ondate successive, per terra e per mare. Liguri, camuni e veneti al nord, etruschi al centro e poi greci e fenici nel Mezzogiorno si sovrapposero a popolazioni preesistenti, latine e prelatine, come umbri, sabini, osci, sanniti, bruzi lungo la penisola, e a quelle delle grandi isole (sardi, elimi, siculi, sicani). Il mosaico di stirpi, lingue, costumi, secolo dopo secolo fu inglobato nella Repubblica romana, che divenne il contenitore di realtà diversissime unite da una sola legge e una sola lingua: città federate, municipi con privilegi speciali, colonie fondate da cittadini romani. L’aggregazione fu lenta, ma i suoi risultati furono durevoli.
Nel I secolo avanti Cristo gli “italici”, da secoli alleati di Roma (“socii”), insorsero per ottenere la piena cittadinanza. Vennero sconfitti ma ebbero quanto chiedevano. Fu la vittoria dell’“Italia”, per la prima volta raffigurata in una moneta, e della romanità: due facce della stessa medaglia. Tre secoli dopo, nel 212 d.C., la cittadinanza fu concessa a tutti gli abitanti liberi dell’Impero con l’editto di Caracalla (Marco Aurelio Antonino, 211-218), un criminale dissoluto, ricordato per i suoi difetti. A volte grandi innovazioni si accompagnano a squallido degrado. La cittadinanza era il massimo riconoscimento della persona. Valeva il principio “ubi romanus, ibi Roma”: il romano era tutt’uno con lo Stato, che molto gli chiedeva (anzitutto il servizio militare) ma lo tutelava (o vendicava) ovunque.
Poi l’Italia divenne una provincia di un Impero che ebbe i suoi centri politico-militari a Nicomedia, Sirmio, Treviri, Milano e poi a Costantinopoli... Nel suo territorio affluirono “ausiliari” (assoldati non romani) e popolazioni barbariche, cioè giunte da fuori confine, con requisiti civili nettamente diversi. Alcune vi compirono scorrerie, altre vi si insediarono stabilmente. Gli invasori furono sempre numericamente poco rilevanti rispetto ai 3-4 milioni di italici. Però erano armati e bellicosi. Per affermarsi soggiogarono alcune città e dilagarono dove poterono.
Nel frattempo Roma era divenuta centro di irradiamento della religione cristiana, fondata su Antico Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli: una religione rivelata, i cui capisaldi vennero custoditi dai padri della chiesa, che li difesero da interpretazioni non corrette (eresie), combattute sia con la dottrina, sia con la forza. I contrasti d'interpretazione della natura di Cristo (solo spirito, solo carne, entrambe?) degenerarono in lotte sanguinose. Sull'esempio di Licinio, nel 313 d.C. l’imperatore Costantino riconobbe libertà di culto ai cristiani, sino ad allora perseguitati perché anteponevano l’obbedienza ai precetti religiosi rispetto alle leggi. Dopo la breve parentesi di Giuliano, pagano neoplatonico (361-363), nel 380 l’imperatore Teodosio elevò il cristianesimo a unica religione ammessa. Il culto degli dei, inclusa quello della Vittoria, fu combattuto e sopravvisse solo nei villaggi rurali (“pagi”), ove i “pagani” continuarono pratiche considerate superstiziose, mentre nelle città vescovi (“episcopi”: che “sorvegliano”) e clero (uomini scelti) guidavano i laici (il popolo, profano, ammesso ad assistere da lontano alla celebrazione dei sacramenti o misteri; alle donne erano assegnate posizioni ancor più defilate).
Alcune date, almeno una per ogni secolo, aiutano a “fare memoria”. Verso la fine del I secolo d.Cr. Domiziano respinse i Daci e rafforzò il dominio romano nella Germania meridionale (limes germanicus); nel 180 Marco Aurelio, l'imperatore filosofo morì (di peste?) mentre difendeva il confine da Quadi e Marcomanni; nel 260 l'imperatore Valeriano, sconfitto da Sapore I, re dei persiani, nella battaglia di Edessa cadde prigioniero e dovette inginocchiarsi dinnanzi al vincitore;  nel 270-275 Aureliano fece costruire le poderose mura a tutela di Roma; nel 378 Valente morì in battaglia contro i goti ad Adrianopoli, forse arso vivo. L'impero visse una decadenza lenta ma inesorabile, descritta da Rostozev in un'opera insuperata, consumò vite e risorse, prima in conquiste (come la Dacia da parte di Traiano) poi in difesa su vari fronti, infine in guerre civili tra aspiranti al trono imperiale. Declinarono il “senso dello Stato” e la forza del diritto a vantaggio della forza bruta. Molti imperatori subirono rivolte militari e furono uccisi, talora dai pretoriani che li avevano insediati. Fu il caso di Pertinace (192 d.Cr.), nativo di Alba Pompeia (l'attuale Alba)
Nel 410 d.C. i Visigoti di Alarico saccheggiarono Roma, che ormai era capitale simbolica, mentre quelle effettive erano Costantinopoli e Milano, e giunsero sino a Cosenza. Poi passarono in Spagna e vi si stanziarono. Grazie alla forza militare sostituirono la dirigenza esistente e imposero propri ordinamenti accanto a quelli di Roma. Il cambio non fu chiaro subito né dappertutto. Nel 456 d. C. anche i Vandali di Genserico dall’Africa (Tunisia) assalirono e saccheggiarono Roma. Solo per convenzione si dice che l’Impero romano in Occidente sia finito quando venne deposto Romolo Augustolo (476 d.C.) e Odoacre, già re degli Eruli, governò come patrizio romano. Neppure l’avvento di Teodorico, re degli Ostrogoti (490-526), fu percepito come fine della romanità, poiché era riconosciuto dall’imperatore romano d’Oriente. Era anche cristiano, ma ariano. In secondo tempo Giustiniano tentò di riportare l’Italia nell’impero. La guerra gotico-bizantina causò rovine immense, fronteggiate dalla chiesa e da ordini religiosi come quello fondato da Benedetto da Norcia, elevato santo protettore d’Europa. La riconquista dell’Italia fallì anche per l’irruzione dei Longobardi, guidati da re Alboino (568 d.C.), che dilagarono dal Veneto al Piemonte e lentamente avanzarono verso sud, si consolidarono con i ducati di Spoleto e Benevento e giunsero in Calabria. La loro invasione segnò una svolta netta. Presero corpo due Italie. La ripartizione non fu tra sud e nord, tra pianura padana e resto d’Italia, ma tra dominio dei Longobardi e dominio dei Bizantini.

...all'espansione degli Arabi e al Sacro Romano Impero 
Dalla metà del secolo VII il Mediterraneo divenne teatro della guerra santa intrapresa dagli arabi suscitati da Maometto, fondatore di una nuova religione rivelata, i cui capisaldi furono raccolti nel Corano e interpretati dagli imam. L’“islam” (sottomissione a Dio) dilagò nel Vicino e Medio Oriente, sino all'antica Persia, e avanzò dall’Africa settentrionale alla Spagna. Fu fermato in Francia da Carlo Martello a Poitiers (732), ma continuò a incalzare dal mare con scorrerie sulle coste. Qui e là si insediarono e compirono incursioni nelle alte valli, a lungo dominate. I Longobardi non avevano flotte e l’impero di Bisanzio era dilaniato dalla iconoclastìa, una guerra religiosa feroce tra chi ammetteva la raffigurazione di Dio e dei santi e chi la vietava, sull'esempio dei musulmani che accusavano i cristiani di idolatria.
Nel 774 i Franchi invasero l’Italia, sconfissero, imprigionarono e abbacinarono il re dei Longobardi e ne assorbirono il regno, d’intesa con il papa, anche per organizzare la difesa contro gli arabi, che tuttavia in seguito giunsero a colpire Roma, Monte Cassino e persino Torino.
Il giorno di Natale dell’800 papa Leone III incoronò Sacro romano imperatore il re dei Franchi, Carlo, detto il Grande. La cerimonia avvenne in Roma, capitale di un impero cristiano che andava dai Pirenei all’attuale Ungheria e comprendeva la Germania, a differenza di quello romano di Ottaviano Augusto e di Costantino. La sua unità politica però non resse. I nipoti di Carlo Magno lo divisero in tre regni: i Franchi, i Germani e un’area dal Mare del Nord all’Italia meridionale passando per la Borgogna e la Provenza, detta Lotaringia dal nome del suo sovrano, Lotario, che ebbe la corona imperiale, sempre più insidiata dai grandi signori. In cambio del sostegno all’imperatore, questi ottennero l’eredità dei propri feudi. Il nuovo impero si sfarinò. Ebbe poco da spartire con quello di Roma, fondato sull’unità dalla legge.
Dopo le invasioni dei secoli precedenti, talora devastanti come quella degli àvari, seguirono altre scorrerie (màgiari o ungari, slavi, bulgari...). L’impero sopravvisse di nome, non di fatto, malgrado i tentativi di restituirgli vigore compiuti dalla Casa di Sassonia: Ottone I, II e III, che intorno al fatidico Anno Mille sognò la “Renovatio Imperii”, il ripristino dell’impero, fondato ancora una volta su Roma, di concerto con papa Silvestro II (Gerberto di Aurillac), che dal canto suo riscattò il pontificato da decenni di degrado, durante i quali il papa era monopolio di alcune famiglie che giunsero a elevare al Soglio ragazzini succubi delle madri. In quei tempi difficili si affacciò il titolo di “re d’Italia”, già assunto da Berengario I, Ugo e Guido di Spoleto e poi dal marchese Berengario II e da Arduino d’Ivrea, che iniziò la sua affermazione uccidendo il vescovo di Ivrea. Incoronato con la Corona Ferrea, poi emblema della regalità “in” Italia (se non “su” di essa), Arduino rinunciò al titolo e si ritirò nel monastero di Fruttuaria.
L'“Italia” fu meno motivante nelle lunghe guerre tra gli imperatori della casa Staufen (Federico “Barbarossa” e Federico II, “stupor mundi”, che alla Germania preferì la Sicilia, già bizantina, araba, normanna): epoca di ascesa delle città (“comuni”) impegnate in armi a difendere prerogative e a ottenere privilegi. E all'inizio del secolo XIII dall'Italia si guardò con interesse al dualismo neognostico dei càtari, fiorenti nella Francia meridionale e annientati dalla “crociata” contro gli abigesi: un massacro indiscriminato che gettò l'Europa occidentale all'indietro nel tempo, costrinse all'organizzazione di sette  di cifre segreti (i Fedeli d'Amore, i trovatori...).   
Il nome “Italia” tornò in documenti politici e descrizioni geografiche e rimase in uso per indicare sia lo spazio fisico sia l’insieme dei suoi abitanti, comprendenti genti, stili architettonici, forme d’arte, lingue e costumi, diversi dall'una all'altra terra. Nel secolo XIII esso era ricorrente nelle opere di cronisti, giuristi (rifioriti da Irnerio e Marsilio da Padova) e poeti. Tra tutti bastano gli esempi di Dante Alighieri (1265-1321) e di Francesco Petrarca (1304-1374), che si riferirono all’Italia come a una realtà della cui identità e attualità nessuno dubitava.
Nel 1344-1345 Petrarca scrisse accorato: “Italia mia, ben che il parlar sia indarno/ a le piaghe mortali/ che nel bel corpo tuo sì spesse veggio/, piacemi almen che i miei sospir sian quali/ spera il Tevere e l’Arno/ e ‘l Po, dove doglioso e grave or seggio”. Per il poeta “Ben provvide natura al nostro stato/ quando de l’Alpi schermo/ pose fra noi e la tedesca rabbia...”: dove “noi” sono gli “italiani” e i “tedeschi” erano tutti i popoli transalpini: franchi, germani, anglo-sassoni, slavi,...
L’Italia faceva parte del Sacro romano impero, della comunità cristiana. Non aveva solo un bell’aspetto naturale ma anche una “personalità”, con molte certezze in più rispetto a Francia, Germania, Inghilterra. Era la culla della civiltà europea. Roma era stata e rimaneva il simbolo della fusione tra classicità e cristianità, tra Cicerone e Tommaso d’Aquino. Era la patria del diritto. Tornò a esserlo con maggior forza durante le crociate, soprattutto quando, nel 1204, pilotata dai veneziani per gli interessi propri anziché per quelli dei cristiani di Terra Santa, la Quarta Crociata conquistò Costantinopoli, vi abbatté la dinastia esistente e temporaneamente mutò l’Impero romano d’Oriente in Impero latino d’Oriente. La scoperta della filosofia greca attraverso la mediazione araba confermò nella cultura dell’epoca il primato di Roma. Però gli effimeri regni latini d'Oriente andarono tutti perduti sotto l'avanzata dei turchi, selgiucidi prima, ottomani poi.

Peste Nera, Turchi a Bisanzio, sfarzo e declino politico
Nel 1348-1350 nell’Europa occidentale dilagò la “peste nera”. Causò la morte di un terzo della popolazione. Le città murate si difesero vietando l’accesso a estranei sospetti ma il contagio vi divampò peggio che nelle campagne. In forza dei suoi “fondamentali economici”, del clima e di quanto rimaneva delle rete stradale omana, l’Italia si riprese più rapidamente di altri paesi europei. Vi fiori la civiltà del Rinascimento descritta da Richard Burckardt: guerre e crudeltà si alternarono alla creazione di splendide opere d’arte, alla diffusione della cultura e del piacere della vita, basato sull’intreccio fra ricchezza dei committenti ed elevata remunerazione della manodopera. Che cos’altro era il Rinascimento se non il ritorno di Roma e a Roma (a cominciare dai papi dopo i settant’anni di soggiorno ad Avignone, succubi dei re di Francia)? Leon Battista Alberti e uno stuolo di artisti, scrittori, politici, militari ripresero a pensare in latino.
Nel 1453 Maometto II espugnò Costantinopoli e dilagò nei Balcani. La dirigenza cristiana fu annientata; la popolazione non sterminata nell'immediatezza della conquista si convertì o accettò la sottomissione all’islam e l suo Dio “clemente e misericordioso”. La Russia si proclamò poi erede di Costantinopoli. Mosca divenne la Terza Roma.
Concentrata in lotta regionali e dilaniata da faide cittadine, l’Italia si scoprì tardivamente esposta all’invasione dei turchi ottomani. Nel 1454 i principali sovrani d’Italia pattuirono a Lodi la pace in nome del fronte unico contro il nemico. Un progetto che rimase sulla carta. Per decenni non era stato ascoltato l’appello di Costantinopoli. Anche i tentativi di riconciliare la chiesa di Roma con quella ortodossa dopo gli scismi (tuttora irreversibili) di Fozio (867) e di Michele Cerulario (1054) erano caduti nel vuoto. L’Italia ebbe il privilegio di accogliere studiosi che dall’Oriente vi recarono teologia, filosofia, letteratura, ma anche la percezione che prima o poi tutto finisce: quel sottile mal della vita che sfibrò e paralizzò anche i suoi statisti più colti. Fu il caso di Alfonso di Aragona e di Lorenzo de’ Medici, “il Magnifico”, celebrato come ago della bilancia della politica italiana. Nel “Trionfo di Bacco e Arianna” questi scrisse il testamento del Rinascimento: “Quant’è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto sia/ di doman non c’è certezza/ […] Ciascun suoni, balli e canti! […] Non fatica, non dolore […]”.
Il Magnifico morì nel 1492, l’anno della scoperta dell’America, mentre era papa lo spagnolo Alessandro VI, un gigante politico, ma ricordato per qualche vizio capitale e per le imprese di suo figlio, Cesare, e della figlia, Lucrezia. Le grandi esplorazioni furono opera di italiani a servizio di Spagna e Portogallo: Cristoforo Colombo, Giovanni e Sebastiano Caboto, Amerigo Vespucci (che dette nome alle Americhe), Giovanni da Verrazzano, che tra altro scoprì la baia ove poi sorse Nuova Amsterdam, poscia ribattezzata New York, e Antonio Pigafetta, che per primo circumnavigò il mondo con Ferdinando Magellano e descrisse il viaggio.
 E la loro Italia? Ne parleremo.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: L'Imperatrice bizantina Teodora (500?-548), con i colori dell'Italia (Mosaico, Ravenna). Già cortigiana, nel 525 sposata da Giustiniano, favorevole ai monofisiti influì sulla vita politica, militare e religiosa dell'Impero. Propugnò la liberazione dell'Italia dal dominio degli Ostrogoti con campagne militari devastanti.  


ITALIA NELL'EUROPA INVERTEBRATA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” 9 marzo di domenica  2025 pagg. 1 e 7.

Re Umberto I di Savoia
                      (1844-1900). Nel 1889, durante il suo regno, in
                      Italia venne abolita la pena di morte, sin dal
                      1786 cancellata nel Granducato di Toscana da
                      Leopoldo I di Asburgo-Lorena, figlio di Maria
                      Teresa d'Austria, dal 1790 al 1792 asceso a Vienna
                      sacro romano imperatore.Sonnambuli?
L'odierna crisi dell'Europa non sta nell'affannosa ricerca di una risposta armata, comunque tardiva, a un’indefinita minaccia militare esterna, bensì nella mancanza di consapevolezza di sé, di equilibrio e di razionalità. L’Europa non pare un Serpente, simbolo di Sapienza, ma una serpentina di velleità, prima fra tutte quella di abolire – ovviamente con il voto dei 27: nessuno discepolo di Origene – il principio di unanimità. Essa è preda di pulsioni emotive, che la spingono a cercare modelli di comportamento al di fuori di sé, del suo patrimonio storico e a pensare più da contabili che da statisti. Non è la prima volta. Gli storici sono pervenuti pressoché unanimi alla conclusione che nel 1914 l'Europa, culla di civiltà e del diritto internazionale (mera convenzione quest'ultimo, in assenza di una fonte riconosciuta dalle parti), precipitò da sonnambula nella conflagrazione che dette inizio alla guerra dei Trent'anni, dal 1914, appunto, al 1945: approdo catastrofico, segnato dalla sua spartizione in due aree di influenza, la statunitense, collaborativa e simpatizzante, e la sovietica, vendicativa e totalitaria.
Alla vigilia della Grande Guerra in Europa fiorivano movimenti internazionalistici e pacifisti come mai prima. Parevano vittoriosi. Basti ricordarne le manifestazioni più spettacolari, dai moderni Giochi Olimpici alle interlingue (l’“esperanto”, fra tutte), dalle Esposizioni universali ai Premi Nobel, in specie quelli per la pace, conferiti nel 1901 a Henri Dunant, ideatore della Croce Rossa a seguito della battaglia franco-austriaca di Solferino (giugno1859), all'Istituto di diritto internazionale di Gand, all'italiano Ernesto Teodoro Moneta (poi interventista) e all'Ufficio Internazionale della pace di Berna. A cospetto della guerra tra il 1914 e il 1918 l'unico Premio Nobel per la pace fu assegnato nel 1917 alla Croce Rossa Internazionale, che faceva il possibile per lenire gli effetti più atroci della “inutile strage” (Benedetto XV dixit).
Tra i tentativi di portare l'Europa fuori dalla fornace ardente spiccò la proposta di creare la Società delle Nazioni (con tanto di statuto e bandiera: azzurra con stelle arancioni) avanzata dal Congresso delle Massonerie dei paesi dell'Intesa e neutrali (Parigi, 28-30 giugno 1917), superata l'8 gennaio 1914 dai Quattordici punti enunciati dal presidente degli USA, Wilson, quale base giuridica, ideologica e morale dell'intervento americano contro gli Imperi Centrali. I suoi capisaldi erano: libertà assoluta di navigazione sui mari, sia in pace sia in guerra; soppressione delle barriere economiche (dazi); riduzione degli armamenti; composizione pattizia dei conflitti coloniali; restaurazione del Belgio; “sviluppo autonomo” dei popoli degli imperi austro-ungarico e turco; libertà di navigazione attraverso i Dardanelli; rinascita della Polonia; indipendenza garantita di Romania, Montenegro e Serbia, con accesso al mare di quest'ultima; rettifica delle frontiere italiane “secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”, e quindi tramite plebisciti che Roma vedeva come il fumo negli occhi nella certezza che nell'Alto Adige e da Gorizia all'Istria sarebbero prevalsi germanofoni e slavofoni. Silenzio sulla sorte della Germania e non riconoscimento dei trattati pregressi fra gli stati in guerra, compresi quelli tra la Triplice Intesa, alla quale l'Italia aveva aderito (non alla pari) con l'“arrangement” di Londra il 26 aprile 1915. Quei princìpi furono alla base del “Covenant” di Versailles istitutivo della Lega (poi Società) delle Nazioni (28 aprile 1919, assente la delegazione italiana per protesta per il mancato riconoscimento di Fiume all'Italia, del resto non previsto dall'Accordo di Londra). Tra i suoi 21 articoli il più interessante in prospettiva di lungo periodo era l’ultimo, secondo il quale «i trattati di arbitrato, le intese regionali, come la “dottrina” Monroe (“l'America agli Americani”, enunciata il 2 dicembre del 1823, Nda), che assicurano il mantenimento della pace, non saranno considerati incompatibili con alcuna disposizione del Patto». Era la conferma del primato mondiale degli USA, mentre la Russia era in preda alla Rivoluzione (inizialmente guardata con indulgente simpatia dalla stessa“America”).
Guerra giusta?
Nel 1914-1918 la Grande Guerra, divenuta mondiale dal 1917 e proseguita, strisciante, sino al secondo conflitto planetario (1939-1945), fece da spartiacque della storia: una svolta suggellata il 6-8 agosto 1945 dal lancio di due bombe atomiche “pedagogiche” sul Giappone parte degli Stati Uniti. Nel 1914 non tutti gli uomini “di pensiero” si schierarono per la guerra. Esemplare fu il francese Romain Rolland (1866-1944), che quello stesso anno pubblicò la Dichiarazione di indipendenza dello spirito, “au dessus de la mélée”, alla quale aderirono Albert Einstein, Maksim Gorkij, Bertrand Russell e Benedetto Croce. Dall'esito della guerra altri insigni storici dedussero “Il tramonto dell'Occidente”, titolo dell'opera più famosa del tedesco Oswald Spengler (1880-1936), pubblicata in Italia da Julius Evola, e “La crisi della Civiltà” dell'olandese Jan Huizinga.
Oggi non si levano voci altrettanto autorevoli a interpretazione della crisi di panico che sta travolgendo l'Europa. Eppure basta un poco di memoria per capire che ogni sforzo bellico si traduce in militarizzazione della società e nella fatale suddivisione dei cittadini in “leali” (o succubi, che dir si voglia) e in potenziali “traditori”, con tutte le conseguenze del caso. Il dissenso diviene reato, a cospetto della “guerra giusta”. Nel 1920 l'Europa cercò di risalire la china con l’insediamento, a Ginevra, della Società delle Nazioni, presieduta dall'antico pacifista francese Léon Bourgeois, massone, subito Premio Nobel per la pace. Ma sappiamo come finì, anche perché proprio gli USA, che ne avevano voluto la nascita, non vi s'intrupparono
Trentacinque anni orsono, al tempo della prima guerra in Iraq, Giovanni Paolo II ammonì che nel mondo attuale, a differenza di quanto accadde nei secoli andati, non vi sono più “guerre giuste”. Ogni azione militare investe popolazione e ambiente in spazi illimitati, con ripercussioni imprevedibili, durata incalcolabile e conseguenze irreversibili. Pertanto la scelta tra la pace e la guerra non può più essere lasciata in balia dei governi. La credibilità degli Stati dipende dalla loro capacità di soddisfare i diritti non negoziabili dei cittadini, oggi proclamati (anche se non assicurati) da nuove forme di statualità e quindi da nuove percezioni della cittadinanza. Ne è una anticipazione il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, sottoscritto a Roma il 29 ottobre 2004: una Carta di 448 articoli, con molti protocolli aggiuntivi e un preambolo che richiama le «eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto». Secondo alcuni il Trattato è reticente ed elusivo. Non ricorda in modo esplicito le radici greco-romane ed ebraico-cristiane. Tuttavia sulle sue prospettive esso è assai chiaro. Uniti nella diversità, gli Stati aderenti si dicono infatti «convinti che l’Europa, ormai riunificata dopo esperienze dolorose, intende avanzare sulla via della civiltà, del progresso e della prosperità per il bene di tutti i suoi abitanti, compresi i più deboli e bisognosi; che vuole restare un continente aperto alla cultura, al sapere e al progresso sociale; che desidera approfondire il carattere democratico e trasparente della vita pubblica e operare a favore della pace, della giustizia e della solidarietà nel mondo». Essa non può quindi ammettere, men che meno al proprio interno, la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, che ne costituiscono il cardine. E' l”umanesimo” evocato dal presidente Emmanuel Macron nel discorso-appello del 5 marzo. 
La missione civile dell'Italia
All’avvento dell’Europa odierna l’Italia ha dato e dà un contributo fondamentale. Quando nacque, nel 1861, la Nuova Italia si affermò come punto di arrivo della lunga lotta di indipendenza da domini stranieri, di “liberazione”, e al tempo stesso quale modello di libertà per i popoli senza Stato. Senza nulla togliere a Vincenzo Gioberti e ad altri fautori dell'unione degli italiani, la proclamazione del Regno dette corpo all’unico vero importante “primato degli italiani”: non una presunta superiorità civile e morale sulle altre genti ma la capacità di fare da rompighiaccio per l’emancipazione dei popoli all’insegna della fratellanza e della cooperazione, nel superamento di antichi contrasti per motivi religiosi o etnici e per rivalità anacronistiche. I patrioti italiani insegnarono che la memoria del Risorgimento non serve per tener desti rancori ma per spiegarne le motivazioni e disinnescare la micidiale carica di conflitti e di morte. È quindi del tutto infondato attribuire al Risorgimento e all’unificazione una valenza etnocentrica o nazionalistica.
L’Italia si affermò come energia liberatrice per sé e per tutti i popoli. La sua premessa fu il riconoscimento dell’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge (articolo 24 dello Statuto del regno di Sardegna, promulgato da Carlo Alberto di Savoia il 4 marzo 1848 e poi esteso al regno d’Italia). Dalle guerre per l’indipendenza essa risorse e col tempo fu accettata nel diritto, oltre che nei fatti, anche da chi, come l’Impero d’Austria e la Santa Sede, avevano dovuto cederle vaste regioni. Le “patrie battaglie” furono dunque accadimenti del passaggio tra l'antico e il nuovo, ma non costituiscono il nucleo immarcescibile del Risorgimento: che è “liberazione”.
Per cogliere la complessità dell’Italia attuale non basta dunque fermarsi alla carta fisica. Occorre ripercorrere le carte storiche. Ne occorre almeno una per ogni secolo. Vuol dire che per avere una visione almeno sommaria del lungo cammino degli “Stati” che si sono susseguiti in Italia dalla fine (convenzionale) dell'Impero romano in Occidente (476 d.C.) alla metà dell'Ottocento occorre un “album” di almeno sedici pagine. Quello italiano è un caso unico tra gli Stati dell'Europa centro-occidentale.
Nel corso dei secoli il territorio dalle Alpi alla Calabria e alle grandi isole appare brulicante di popoli e seminato di eventi, che rendono affascinante e al tempo stesso problematico comprendere l’intreccio tra spazio geografico e vicende politico-militari, il lungo cammino da “abitanti in Italia” a “cittadini italiani”. L'avvento dello Stato unitario tra il 1860 e il 1870 fu ispirato e guidato da patrioti, cioè da fautori dell’indipendenza, dell’unità e delle libertà. Gli indipendentisti erano convinti che l’Italia dovesse essere unita, ma la maggior parte di essi non mirava affatto all'avvento di un governo accentratore, né a norme uniformi da un capo all’altro del Paese. Alcuni pensavano che l’unione dei popoli d’Italia fosse meglio dell’unificazione burocratica e che una federazione o lega tra gli Stati esistenti avrebbe assicurato l’unitarietà degli italiani senza costrizioni o sacrificio delle specificità esistenti. I più pensavano che l’Italia dovesse avere una sola capitale e quasi tutti, a cominciare da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Cavour, la identificavano con Roma, ma parecchi ritenevano che forse era meglio riconoscere al papa un ruolo rappresentativo “super partes”, quale presidente della “lega degli italiani”: un progetto che però cozzava con la missione della chiesa cattolica, chiamata ad accentuare il Magistero universale (religioso, morale, pedagogico e quindi “politico”) proprio mentre perdeva il rango di Stato.
Per altro, anche i fautori dell’unificazione dichiaravano che la diversità costituiva non un impaccio ma una ricchezza. Il dibattito su come unire o unificare gli italiani in un solo Stato (confederale, federale, unitario, accentrato...) fu interrotto dal precipitare degli eventi tra l’aprile del 1859 e l’ottobre del 1860. In soli diciotto mesi il regno di Sardegna divenne regno d’Italia. L’azione precorse il pensiero.
Proprio la rapidità del passaggio da sette Stati a quello unitario conduce a inquadrare il Risorgimento in una visione europea anziché riduttivamente italocentrica. L’unificazione prese corpo nel quadro delle tensioni e delle lotte tra le maggiori potenze per l’egemonia sull’Europa. Queste finirono per accettare, sia pure controvoglia, l’indipendenza e l’unità della Nuova Italia, che nessuna di esse aveva davvero auspicato. Nessuna potenza europea assecondò il Risorgimento quale costruzione di uno Stato che facesse coincidere i confini politici dell’Italia con quelli geografici, raggiunti, infatti, solo nel 1918-1924. Strenuamente combattuto dall’impero d’Austria, contraria a perdere le sue terre più popolose e ricche, il processo di aggregazione alla Casa di Savoia venne assecondato per brevi tratti da chi, come Francia e Gran Bretagna, tra loro rivali, lo accettò non per compiacere gli italiani o perché ritenesse che gli abitanti del nuovo Stato costituissero una comunità capace di autogovernarsi. Dalle potenze maggiori, impegnate nella secolare gara per l’egemonia su Europa e Mediterraneo, l’unificazione italiana, del resto incompleta, fu accettata come male minore perché conteneva problemi irrisolti. Il nuovo regno non sarebbe stato vassallo di una sola di esse e quindi il suo avvento non modificava il “concerto europeo”. La Nuova Italia pareggiava i conti tra gli Stati in competizione, inclusi Prussia e Russia che la riconobbero nel 1862.
Secondo i governi di Londra, Parigi e Vienna, accollandosi tante e diverse regioni, dal Milanese alle Due Sicilie passando per Emilia-Romagna, Toscana e gran parte dello Stato Pontificio, il re d’Italia sarebbe risultato più debole di quand’era sovrano del regno di Sardegna, uno Stato cuscinetto anfibio, che andava da Nizza alle porte di Ginevra, da Genova all’Ossola. Prima poteva sognare e far sognare. Ora doveva fare. Prima poteva coltivare e suscitare ambizioni. Ora doveva soddisfare appetiti insoddisfatti da secoli, col rischio di rimanere schiacciato dal passivo della storia. Prima poteva contare su amici. Ora avrebbe avuto solo alleati occasionali in conflitti circoscritti.

Lo storico Werner Kaegi ha scritto l’elogio del “piccolo Stato” nella “vecchia Europa”, non più infelice delle grandi potenze. I piccoli Stati furono fattore di equilibrio a fronte dell’impero, mentre quelli grandi imboccarono la via delle guerra come ineluttabile fatalità. Lo stesso Kaegi riconobbe l’“unicum singolare dell’Italia”, che, cinque secoli prima della nascita del moderno “stato nazionale”, già aveva un’effettiva coscienza della propria identità anche se “priva di forma politica”. Ma il pensiero degli storici non sempre è condiviso da sovrani, diplomatici, militari e neppure da “pensatori politici”, che spesso, ignari delle responsabilità gravanti sui protagonisti della storia, danno voce all'insoddisfazione per i risultati via via conseguiti e alle lecite speranze di miglioramenti realizzabili nel flusso del tempo. Consapevoli dell'enorme indebitamento dello Stato e delle incolmabili disparità tra le risorse disponibili per un Paese indebitato prima ancora di nascere e la somma di sottosviluppo e di arretratezza di tanta parte del suo territorio, nel primo quindicennio i governanti della Nuova Italia si mossero con grande prudenza. L'incitamento di Alfredo Oriani alla “rivolta ideale” è del 1908: quasi vigilia dell'impresa di Libia e sette anni prima dell'intervento nella Grande Guerra, nell'illusione che terminasse entro il settembre del 1915.
A metà Ottocento all’estero non si stimava affatto che l’Italia fosse una “nazione”. Era una congerie di “popoli”. Le sue antiche glorie erano considerate materia di studio, non alimento vitale. Ne scrisse lo svizzero Jacob  Burckardt in “La Civiltà del Rinascimento in Italia” (1860). Certo l’Italia era stata teatro di cospirazioni, sommosse, moti, insurrezioni; ma altrettanto era accaduto in altri paesi europei, che rimasero com’erano: privi di Stato unitario. Non ci arrivarono neppure i tedeschi quando nel gennaio 1871 il re di Baviera annunciò nel Castello di Versailles la nascita di un Secondo Impero germanico che lasciò intatti sovrani, principi, duchi e città libere esistenti.
Perciò la proclamazione del regno d’Italia sembrò e ancora viene detta un “miracolo”, come ha ripetuto Domenico Fisichella (Premio Acqui Storia). Abituate da secoli a farne quel che volevano, a spartirsela e a dominarla a piacere, a vezzeggiarne le bellezze naturali e artistiche e a disprezzarne gli abitanti, le maggiori potenze pensavano che, malgrado l’unificazione politica, essa sarebbe rimasta qual era. Non per caso, il processo di unificazione fu interrotto e rinviato a chissà quando: nel luglio 1859 con l’armistizio di Villafranca, nel 1860, nel 1866… Non era scritto in alcun libro del destino che ogni volta il cammino sarebbe ripreso nella direzione vaticinata. A volte la storia è come l’inseguimento della tartaruga da parte del piè veloce Achille, che deve sempre compiere metà dell’ultimo passo per raggiungere l’obiettivo (è quanto accade nell'“Europa” odierna). Così fu per l’Italia: dal 1859 non raggiunse mai la meta. Tra l’ingresso in Roma e quello in Trento e Trieste passarono 48 anni, quasi due generazioni, e altri sei per arrivare a Fiume (1924), quando però da settant’anni il regno di Sardegna aveva ceduto la Savoia (geograficamente oltralpe) e il Nizzardo alla Francia, alla quale la Repubblica di Genova sin dal 1868 aveva venduto la Corsica.
L’unificazione, comunque, non fu un “miracolo” ma la conquista conseguita da un movimento profondo di gruppi dirigenti e di cittadini, che per ottant’anni coinvolse gli italiani e li fece sentire partecipi di uno Stato capace di mettere radici e compiere progressi enormi, in buona parte irreversibili. Questo entrò per ultimo nel concerto delle potenze, ma con una tradizione civile che lo pose all'avanguardia in un’Europa lacerata, inchiodata ad antiche rivalità (lo mostrò la guerra franco-prussiana o franco-germanica del 1870), ma che non aveva molto da apprendere dagli Stati Uniti, impegolati nella guerra di secessione: la prima fondata sulla produzione bellica industriale per lo sterminio del nemico. Il codice penale varato nel 1889 dal governo Crispi – quello dal più alto tasso massonico – per opera del giurista Giuseppe Zanardelli, antico iniziato, abolì per primo nel mondo la pena di morte: un primato civile che costituisce gloria imperitura della Nuova Italia, ispirata dal garibaldino “fascio della democrazia”, condiviso dal governo del re, Umberto I di Savoia. Fu un traguardo significativo di chi per quindici secoli era stato “volgo disperso” e succubo del dominio straniero.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Re Umberto I di Savoia (1844-1900). Nel 1889, durante il suo regno, in Italia venne abolita la pena di morte, sin dal 1786 cancellata nel Granducato di Toscana da Leopoldo I di Asburgo-Lorena, figlio di Maria Teresa d'Austria, dal 1790 al 1792 asceso a Vienna sacro romano imperatore.



L'ITALIA
GEOGRAFIA E STORIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 marzo 2025 pagg. 1 e 7.

Monumento di Carlo
                      Denina (Revello, Cn, 1731-Parigi, 1813), opera
                      dello scultore Alfonso Balzico, donato alla città
                      di Saluzzo dal nipote Vincenzo Denina (1874).Mentre l'Europa centro-occidentale sembra espulsa dalla Storia, chiusa nella tenaglia, sino a pochi mesi addietro imprevista, tra Usa e Federazione russa, che ribadisce unità d'intenti con la Cina, giova tornare su genesi e destino dell'Italia. Essa non è nata ieri.


Un Paese ricco di storia.

   Come la generalità degli Stati, l’Italia odierna è sintesi di geografia e di storia. Però è un paese speciale. Essa ha una configurazione fisica più caratterizzata di altri e un popolamento civile da oltre duemilacinquecento anni. Anzitutto ha un bell’aspetto. Per coglierlo basta un’occhiata alla carta fisica. Dall’Europa centro-occidentale la penisola si protende nel Mediterraneo. E’ saldata al continente dalle Alpi, formidabile catena montuosa che prosegue con gli Appennini dalla Liguria alla Calabria. Circondata su tre lati dal mare, l'Italia è coronata da grandi e piccole isole che fanno da approdo e difesa.
   A differenza  di molti paesi europei affacciati sulle tre sponde del Mediterraneo, l’Italia ha confini nitidi sia per chi ci vive, sia per chi le si avvicini da Oltralpe, dal mare o la contempli dall’alto. Chi abita la pianura padana vede le Alpi e le sente: un “destino storico”, barriera che attrae e che protegge. Volgendo lo sguardo da un promontorio ligure, toscano o campano si insegue la continuità delle coste a perdita d’occhio. Lo stesso vale per il versante adriatico, dal Gargano ad Ancona e all’Istria. La geografia detta agli abitanti una vocazione unitaria, la continuità nel tempo e nello spazio. 
   L’Italia è un paese ricco di storia. I caratteri fisici ne hanno segnato il popolamento e l’organizzazione politica. Protetto dalla natura e vario all’interno, il territorio infuse negli abitanti l’illusione della sicurezza e il gusto della particolarità: i monti fermeranno il nemico, il pericolo verrà avvistato per tempo, qualcuno ci penserà... Eppure, e forse per questo intreccio di forza e debolezza, nei millenni l’Italia subì scorrerie, invasioni e assalti dalle Alpi e dai mari.  
   Perdute l’unità e l'indipendenza con la fine dell'impero romano in Occidente (476 dopo Cristo, secondo la datazione convenzionale), impiegò quindici secoli per conquistarle. La liberazione dal dominio straniero si identificò con l’avvento dell'unificazione, che non significa ossessione centralistica, ma unione dei suoi popoli in uno Stato, con un governo e una lingua comune: l'italiano.
     Però, a differenza di altri paesi europei, dai confini molto più labili  dei suoi, lo Stato italiano ha solo 165 anni. E' più recente non solo rispetto a quelli di maggiori dimensioni come Spagna, Francia, Gran Bretagna e la Confederazione germanica, ma anche a tanti minori, come Svizzera, Paesi Bassi e regno dei Belgi. Tuttavia i suoi abitanti sono accomunati da quasi venticinque secoli. La sintesi di quella lunga durata è Roma, la Città Eterna.
Romanità/latinità
      Tra Sette e Ottocento, nell'età franco-napoleonica, nuovamente invasa e teatro di battaglie dopo mezzo secolo di pace pressoché assoluta, albeggiò il proposito di fare dell’Italia un Stato indipendente. Tra i primi ad accennarne le premesse fu il sacerdote Carlo Maria Denina (Revello, Cn, 1731-Parigi, 1813) nell'ultimo capitolo di Delle Rivoluzioni d'Italia. Termine di confronto di quel progetto fu la Roma di due millenni prima: quella  consoli e dei Cesari, del senato e del popolo, dei cavalieri e delle plebi, dell’impero, basata anche sull’abuso degli schiavi tratti da popoli vinti o dal loro mercato, e della cristianizzazione. Secoli di conquiste e di alleanze, di aggregazioni forzate e di patti fecero dell'antica a Repubblica romana una costruzione politica senza precedenti nell’antichità. Ne scrisse con ammirazione lo storico tedesco Theodor Mommsen in un'opera un tempo obbligatoria nelle scuole civili e militari, anche perché vi spiegò le origini e conseguenze delle guerre civili. Da Ottaviano Augusto l’impero regolò la coesistenza, sia delle genti sia dei loro costumi e dei culti che non fossero incompatibili con la legge.
   I Romani  edificarono repubblica e impero con l’unione dei popoli: non un’ammucchiata, ma  coesione e vita nuova. Negli Annali, poema sulle origini leggendarie di Roma, lo scrisse il poeta Quinto Ennio (239-169 a. C.) parlando della sua terra nativa: “Siamo romani noi, che prima eravamo di Rudi”, un villaggio presso Taranto). Originario di una cittadina di  provincia era divenuto cittadino romano, parte di un destino accomunante, dal particolare all’universale. Perciò la letteratura, cioè la forma più alta della civiltà, comprendente la lingua del diritto, della poesia e della storiografia, non fu e non viene detta romana ma latina, frutto di autori che nella capitale arrivarono dai luoghi più disparati: Gneo Nevio dalla Campania, Livio Andronico  da Taranto, Tito Livio da Padova, Virgilio Marone da Pietole, presso Mantova, Orazio da Venosa di Lucania, Ovidio da Sulmona, Tacito da Terni, Svetonio forse da Bona (ora Algeria)...e così via per secoli. Lo stesso valeva per architetti (Vitruvio, un genio talmente universale che una dozzina di città ne rivendicano i natali), artisti, scienziati e infine comandanti di legioni e gli stessi imperatori: Traiano e Adriano, iberici, i Severi, “libici” di Leptis Magna, Diocleziano, illirico, Costantino, nato nella Mesia, Giustiniano, illirico a sua volta. La storia dagli italici agli italiani, fu scandita dal confronto con la Prima Italia, sintetizzata nell’Ara Pacis di Augusto.
   L’unificazione avviata due secoli orsono ha radici nella romanità. 
   L’Italia del Terzo Millennio è il punto di arrivo di processi storici, che nel corso del tempo ne hanno plasmato gli abitanti. Gli italici erano individuati come tali e distinti dagli altri popoli euro-mediterranei più di duemila anni  prima che nascesse lo Stato odierno. Le genti che vivevano nelle terre via via sottomesse dalla Repubblica romana o che anche prima del crollo dell'impero e nei secoli seguenti affluirono nella penisola dalle Alpi o dal mare, pur conservando proprie peculiarità,  in tempi più o meno lunghi si fusero con i suoi abitanti. Quell’insieme di popoli formò poco a poco la nazione italiana. Il lemma “nazione”, oggi abusato, non deve trarre in inganno. Esso è nato solo con la rivoluzione francese, anzi, precisamente, con l'avvento della repubblica. Per arroccarsi contro il nemico interno, da sterminare sbrigativamente, il governo chiamò i francesi alla guerra contro la coalizione che ne minacciava i confini. Vinse e venne legittimato non solo in Francia ma anche nell'entusiasmo dai chi, come Goethe, vi vide l'aurora della novella storia. 
   In Italia il termine nazione non ebbe, né mai poté avere, significato di identità etnica o di razza. Non solo oggi, ma anche nell’antica Roma bastava uscire di casa per vedere la varietà delle genti che vi vivevano. Tuttavia sia nell’antichità sia nel Medioevo la gente italica fu distinta dalle altre (franchi, germani, spagnoli...), ogni volta che se ne presentò occasione o bisogno: per esempio nelle Università, ove gli studenti, che vi si esprimevano in latino, erano dette “lingue” dalla loro parlata originaria.
Adattamento e durata dei popoli d'Italia
   In tutti i paesi europei i popoli, insieme di genti accomunate da lingua, religiosità, usi e  tradizioni, esisterono prima che nascesse lo Stato moderno e perdurano al di là della forma istituzionale  e dei governi che li amministrano. Gli italiani, dunque, erano tali assai prima della proclamazione del regno d’Italia notificata il 17 marzo 1861 sua “Gazzetta Ufficiale”, anche se, né quel giorno né per molti anni, non venne riconosciuto dai maggiori Stati d'Europa.
  La loro capacità di reggere ai contraccolpi della storia è mostrata dai due eventi fondamentali degli ultimi centosessantacinque anni.
  Il primo riguardò la loro “coscienza”, il rapporto tra la vita terrena e l'eterna. Oggi questo è un esile filo sommerso nella quotidianità che tutto assorbe e ottunde. Nell’Ottocento l’Italia era un paese quasi esclusivamente cattolico: una fede radicata nella netta distinzione tra i salvi, le anime purganti e i dannati per l'eternità, sottoposti a sempiterne torture fisiche. Gli unici ad amministrare i sacramenti e a decidere le sorti ultraterrene dei viventi erano i sacerdoti.   
  L’unificazione comportò la fine dello Stato pontificio. Pio IX scomunicò Vittorio Emanuele II, il governo, l'intera “macchina” del regno d'Italia. Le coscienze furono lacerate. Uomini politici e funzionari dello Stato dovettero fare i conti “in casa”. Non solo negli anni più acuti del conflitto ma acnora decenni dopo anche anticlericali e massoni notori mandavano figli e nipoti a studiare in convitti religiosi. Sembrava dunque che dovesse crollare il mondo. Invece fu solo un’increspatura nel flusso della storia. Lo stesso avvenne nel 1946, quando in Italia cambiò la forma dello Stato. La sostituzione della monarchia rappresentativa ereditaria  con la repubblica elettiva non mutò le fondamenta del rapporto tra l’Italia e i suoi abitanti, accomunati dalla cittadinanza, cioè dall’insieme dei loro diritti e dei doveri nei confronti delle istituzioni.
   E’ il “popolo” a dare nerbo allo Stato, altrimenti  ridotto a un contratto, che regge se rende.    
   Il legame tra le persone e lo Stato è basato sul sentimento di appartenenza. E’ come  il profilo dei monti, talora avvolto dalle nubi, e il colore del mare, che muta secondo le ore e, come quello del cielo, prima o poi torna azzurro. Così, essere italiani a volte è motivo di orgoglio, altre volte imbarazza. Tuttavia è l’italianità, cioè il riferimento ai due millenni di storia accomunante, a dare senso alla cittadinanza: un rapporto  forte,  non solo sentito ma  dovuto perché si basa sulle leggi, che vincolano reciprocamente istituzioni e cittadini.
   Radicata nella storia, la cittadinanza non è (o non dovrebbe essere) una sciarpa che si indossa e si posa secondo le stagioni. E' un vincolo di reciprocità tra la persona e le istituzioni, un insieme di diritti riconosciuti e di doveri inderogabili. Il “popolo” è poesia. La cittadinanza è ragione. Sommate insieme popolo e cittadinanza sono, possono essere, lo statuto degli abitanti dell'Italia nel Terzo Millennio in navigazione verso nuovi orizzonti. Perciò è importante che, nativi o meno, quanti vi abitano siano, a norma di legge, regolarizzati e chiamati a concorrere a un destino accomunante. L'impero romano lo fece con l'editto del 212 d.Cr. emanato da Caracalla, uno tra gli imperatori romani meno famosi per la moralità dei costumi suoi e della sua famiglia.
 La cittadinanza nel Terzo Millennio
    Oggi la cittadinanza unisce gli italiani, ma la Repubblica non è il loro abito esclusivo. Lo Stato, infatti, non è più l’unico metro della loro identità civile, né il solo depositario della sovranità. Questa  “appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Però proprio la Carta vigente dal 1948 riconosce principi sui quali sorgono la comunità internazionale e, nel suo ambito, organizzazioni internazionali e sovranazionali. La Repubblica accetta quali fonte di diritto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Parlamento europeo, l’Unione Europea e le molte altre istituzioni, alle quali ha liberamente e irrevocabilmente ceduto e via via ha trasferito e trasferisce sovranità. Il Parlamento ha anche contratto nel tempo alleanze difensive, quale la Nato, con ripercussioni quotidiane sulla vita di tutti i cittadini, militari e civili. La sua sicurezza è tanto maggiore quanto più prevale la sovranità universale rispetto alla gara tra potenze, fatalmente incline allo scontro armato. Perciò non vanno plauditi gli alleati che irridono i patti, tanto più quando ne sono stati i promotori e garanti primigeni. “Pacta servanda...”, proprio nell'interesse dei più deboli, che li hanno sottoscritti non per cupidigia di servilismo tra tra pari, secondo la tradizione europea.   
   La Costituzione italiana, in vigore dall’1 gennaio 1948, è in linea con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, enunciata a Parigi il 10 dicembre dello stesso anno, ma i cui capisaldi erano già contenuti nel preambolo dello Statuto delle nazioni Unite ( 25 giugno 1945).  Non solo.  L’articolo 2  della  Costituzione riconosce “diritti inviolabili dell’uomo”, cioè preesistenti alla Carta stessa. Essi sono limite invalicabile sia dal legislatore sia dall’amministrazione della giustizia. Lo Stato, infatti, riconosce tribunali soprannazionali e ne accetta le sentenze non solo quando riguardino suoi conflitti contro cittadini stranieri ma anche a suo carico. Non di rado, infatti, lo Stato italiano viene condannato a risarcire i cittadini proprio per cattiva amministrazione della giustizia. Non è titolo di vanto per la “culla del diritto”.
   Infine nelle relazioni internazionali l’Italia non dovrebbe entrare in contraddizione con i principi enunciati nella Carta. Per esempio, la Costituzione afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Pertanto lo Stato non dovrebbe stringere la mano a rappresentanti di regimi che ignorano, rifiutano e esplicitamente disprezzano i capisaldi della Carta; diversamente fa intendere ai cittadini che i principi fondamentali della Carta nella quale si riconoscono valgono secondo le coordinate geografiche o le opportunità: una realtà che il cittadino può comprendere che accada, ma non può essere ammessa  quale regola di condotta dello Stato se non negandolo alla radice e precipitandolo nell’anarchia. 
   L’ordinamento dell’Italia odierna è frutto della storia dei popoli che l’hanno abitata e dei loro rapporti con gli altri Stati. Alla radice vi è l’uomo come persona: punto di arrivo del pensiero greco-latino e delle conquiste scientifiche e civili.
   L’unificazione politica dell'Italia non si compì con la proclamazione del regno d'Italia, da parte del Parlamento, il 14 marzo 1861. Esso, infatti, non coronava l'obiettivo di far coincidere i confini politici con quelli che da millenni i geografi avevano individuato come Italia. Essa ha appena un secolo. Data dall'inclusione in Italia della città di Fiume (1924): una data lasciata passare quasi sotto silenzio per non rievocare il dramma postbellico del confine orientale. Nondimeno, sin dall'avvento del regno lo Stato di diritto, cioè basato sulla legge, sembrò assicurare o quanto meno promettere il massimo di equilibrio e il minimo di contrasto fra individualità e universalità. Ci volle mezzo secolo prima che il diritto di voto venisse conferito a tutti i maschi, anche se analfabeti.  Alle donne esso venne riconosciuto nel 1925, ma solo nelle elezioni amministrative, cioè dei consigli comunali e provinciali, che però subito dopo il regime di partito unico sostituì con podestà e prèsidi (poi rettori).
   Lo Stato di diritto non era né volle essere Stato etico, cioè depositario e dispensatore di codici di comportamento in conflitto i diritti di libertà. Negli ultimi cento anni due guerre mondiali, nate come guerre europee e finiti con il lancio d due bombe atomiche sul Giappone da parte degli Stati Uniti, i totalitarismi, la decolonizzazione, un'onda lunga destinata a durare nel tempo, e la globalizzazione hanno messo a nudo i limiti morali, prima ancora che giuridici, degli Stati e hanno riproposto la persona quale fondamento della comunità e dei rapporti tra popoli e cittadinanza, tra interessi particolari e planetari, della validità dei sistemi politici.
  Per comprendere il ruolo che gli italiani possono svolgere nel processo storico in corso dopo questo primo quarto del XXI secolo giova ripercorrerne  sinteticamente il passato sino all'avvento dell'Unificazione.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Monumento di Carlo Denina (Revello, Cn, 1731-Parigi, 1813), opera dello scultore Alfonso Balzico, donato alla città di Saluzzo dal nipote Vincenzo Denina (1874).  
  Nel capitolo XXV di “Le rivoluzioni d'Italia”, pubblicato nel 1793, dopo l'avvento della repubblica in Francia, egli vaticinò l'avventò del patriottismo italiano. Vagliate le “forze” degli italiani, con diciannove milioni di viventi, se avesse formato uno “Stato federativo” come la Prussia, gli stati italiani avrebbero potuto agevolmente allestire un esercito di almeno 160.000 soldati e, col sistema in vigore in Svizzera, avrebbe potuto contare su un milione di cittadini formati alle armi. 
   L'impero ottomano aveva altre priorità che assalire l'Italia. I russi non potevano attaccarla con forze terrestri e qualsiasi potenza l'avesse aggredita dal mare non sarebbe poi riuscita a dominarla sulla terraferma. L'Italia era dunque “sicura da assalti esterni, piucché non sia stata giammai”.  “Meno armigera che non era 'a tempi Romani, e meno vantaggiosamente commerciante che nel secolo XV, l'Italia è nondimeno più ricca che non allora”. Con l'esportazione del riso e della seta bilanciava le importazioni di generi di lusso: zucchero, caffè e altre droghe. In sintesi, nel suo insieme non era seconda a nessun altro paese europeo. “Lontanissima dal caso di tentar conquiste, l'Italia ha quante forze le possono abbisognar per sua difesa. L'antico valore che da tanti secoli i poeti non cessano di rammentare, rinascerebbe, o crescerebbe col patriotismo (sic) di cui si accusano gli italiani esser privi”. 
  Dunque, a differenza di quanto affermò Vitilio Masiello nell'introduzione a “Le Rivoluziono d'Italia” (Utet, 1879) il mite abate, attento osservatore della realtà, non era dunque affatto chiuso in un'ottica arcaica. “Il patriotismo – osservò-  è figlio della rivalità nazionale; e la virtù, che nel senso dei politici non è che valore o bravura, nasce e cresce in mezzo alle guerre: nella pace immancabilmente languisce e si estingue”. Esso sarebbe risorto se animato “da una identità d'interessi e da un centro d'unione, che non sarebbe difficile di trovare appunto colà dove già era una volta”: a Roma. In assenza di prìncipi italiani sui quali far conto, incluso Vittorio Amedeo III, impossibilitato ad assumere iniziative armate per ingrandire il regno di Sardegna, Carlo Denina propose quali modelli i “papi guerrieri” come Gregorio Magno e Leone I: lontanissimi dai pontefici del Settecento.  
  


I COLLEGI UNINOMINALI
FORGIARONO LA CLASSE DIRIGENTE UNITARIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 febbraio 2025 pagg. 1 e 7.

VII Legislatura 1860Tra le questioni aperte in Parlamento vi è il varo, indispensabile, della legge elettorale. Merita ricordare quella in vigore nel regno di Sardegna dal 1848 e poi in quello d'Italia dal 1861 al 1919. Essa era incentrata sui collegi uninominali. Plasmò una dirigenza politica competente, capace di pensare “in europeo”. Nei collegi uninominali, l'elettore, sceglie liberamente. Può essere ingannato una volta, ma raramente di più.

La prima Camera di deputati “nazionale” fu eletta il 27 gennaio 1861con la legge in vigore nel regno di Sardegna sperimentata nelle elezioni del 27 aprile 1848, 22 gennaio 1849, 15 luglio 1849, 9 dicembre 1849, 8 dicembre 1853 e 15 novembre 1857. I suoi artefici furono statisti di prim'ordine: Cesare Balbo, Camillo Cavour, Ercole Ricotti, Riccardo Sineo, Gustavo Ponza di San Martino, Giacinto Gallina e Domenico De Ferrari. Lo Statuto affermava che i deputati erano liberi da vincoli verso gli elettori e quindi da “partiti” o “legami”, inclusi quelli confessionali. Occorreva una dirigenza lungimirante, capace di pensare ai problemi non solo del momento ma di lungo periodo. Il sistema elettorale, fondato sul collegio uninominale maggioritario con eventuale ballottaggio, era il più adatto a eleggere i deputati. Il regno venne suddiviso in 222 collegi, ridotti a 204 nel 1849. Il modello furono la legge rodata in Francia dalla Restaurazione del 1814 e ulteriormente migliorata dopo il 1830 e quella del Belgio. In entrambi i casi aveva dato buoni risultati. Al primo turno risultava eletto chi otteneva un numero di voti corrispondente ad almeno un terzo degli aventi diritto e più di metà dei voti espressi, detratti i voti nulli. Se nessun candidato otteneva l’elezione al primo turno, i due più votati andavano al ballottaggio e risultava eletto chi riportava il maggior numero di preferenze. Il sistema dunque era semplice, sia per chi affluiva ai seggi, sia per lo scrutinio delle schede, al netto di errori e brogli, possibili ovunque.
   Il primo scopo della legge era la formazione di un ceto di notabili, composto da aristocratici, borghesi, funzionari pubblici, possidenti ed ecclesiastici, tutt’insieme interessati alla difesa dello Stato e al progresso economico e sociale. Il suo secondo obiettivo era la stabilità del governo. Il primo anno di vita della Camera subalpina coincise con le due fasi della prima guerra d’indipendenza (1848): un esordio difficile. Spesso i dibattiti riguardarono questioni secondarie e si risolsero in duelli oratorii, lontani dalla drammatica realtà di un Paese che nella guerra stava rischiando la sopravvivenza. I verbali mostrano che tante volte il dibattito si concentrò su aspetti procedurali o “fatti personali” che davano luogo a diverbi su cavilli.
   I lavori si svolgevano in “sessioni”, “sedute” e “tornate” (antimeridiana, pomeridiana e talvolta serale), secondo gli usi del tempo. I lavori venivano sospesi verso le 12 circa e riprendevano alle 14 e, se necessario, alle 20. Le sedute erano aperte e chiuse dal presidente o da un vicepresidente. I presidenti del senato e i suoi vice erano di nomina regia. Quelli della Camera invece erano eletti dall’assemblea, come venne stabilito nella prima adunanza. Nella prima votazione non venne prevista un’urna. Per raccogliere le schede fu usato uno dei capienti cappelli a cilindro che i deputati solevano calcare. Successivamente furono apprestate due urne nelle quali i deputati introducevano la mano e lasciavano cadere palla bianca per votare a favore, palla nera per votare contro, come nelle logge massoniche per l'accettazione dei “bussanti”. Il controllo dei voti espressi, eseguito in pubblico, era quindi rapido e di rado dette motivo di contestazioni. In alcuni casi i deputati dichiararono di essersi sbagliati e negli Atti ne venne dato conto.
   L’assemblea elettiva, come anche il Senato, si dotò di un regolamento, aggiornato sulla base dell’esperienza. Esso improntò i lavori a rigore e a responsabilità. I deputati vestivano accuratamente di nero. Negli interventi si rivolgevano al presidente; quando interpellavano un collega lo facevano in terza persona (“Ella”, più raramente “Lei”; “Eglino” o “essi”; il “voi” era considerato irriguardoso) e di rado citandone il cognome. La formula preferita era “il preopinante”, per indicare chi aveva svolto l’intervento precedente, o la carica (ministro, presidente, deputato...). Il riferimento al cognome era sempre e tassativamente preceduto da “onorevole”. In tal modo i lavori parlamentari vennero improntati ad alto senso del decoro, ispirati dall’orgoglio di far parte della ristretta cerchia di chi era chiamato a decidere le sorti dello Stato. Quando la discussione accennava ad animarsi, il presidente di turno scampanellava, richiamava i deputati, esortava, ammoniva. Se non riusciva a ottenere l’immediata cessazione delle intemperanze verbali si copriva il capo con il cappello, che aveva sempre a portata di mano. Da quell’istante la seduta era sospesa per la durata indicata dal presidente.
   Una svolta fu impressa con lo scioglimento della Terza legislatura della Camera subalpina e la convocazione dei comizi elettorali del 9 dicembre 1849. Il re lanciò il proclama, redatto dal presidente del Consiglio dei ministri, Massimo d’Azeglio, che esortò gli aventi diritto a eleggere deputati disposti ad approvare il trattato di pace con l’impero d'Austria: una pagina triste, ma da voltare alla svelta. Di per sé la legge elettorale non era in grado di assicurare la stabilità di governo, che però venne via via propiziata dagli interventi del re e da iniziative del primo ministro o di uomini politici come Camillo Cavour e Urbano Rattazzi che dettero vita al centro-sinistro, cioè a una coalizione fondata sull’accordo su ciò che unisce o può unire, lasciando ai margini ciò che divide o può dividere. Una regola sempre attuale.
   La stessa “forma” della Camera subalpina favorì la convergenza tra le parti. Mentre in Gran Bretagna la Camera dei Comuni contrappone due tribune quasi a demarcare la suddivisione dei deputati in due parti nettamente separate e destinate a combattersi, la “piemontese”, come poi quella del Regno d’Italia e quella attualmente in uso a Palazzo Montecitorio è ad anfiteatro. I gruppi si toccano, si intersecano, si mescolano. Anche in aula gli scambi sono continui. La tendenza a trovare convergenze risponde a una legge fisica, favorita dalla forma. Lo schema inglese a Torino fu adottato invece per il Senato, le cui tribune furono allestite a Palazzo Madama nella maniera più semplice: due file di gradoni, che non creavano divisioni né contrapposizioni, perché tutti i “patres” erano di nomina regia e vitalizia. Quindi non avevano motivo di far riecheggiare i loro dibattiti fuori dell’aula per procacciarsi il consenso e propiziare la rielezione. Come poi suggerì Giovanni Giolitti al neodeputato che gli chiedeva come dovesse svolgere i propri interventi, il parlamentare doveva alzarsi, dire quel che doveva e sedere.
   La legge elettorale del 20 novembre 1859 fu varata dal governo La Marmora-Rattazzi, dieci giorno dopo la pace di Zurigo che riconobbe indirettamente la sovranità di Vittorio Emanuele II sulla Lombardia. Come già la legge del 1848, quella del 1859 conferì il diritto di voto ai maschi maggiori di 25 anni, alfabeti e contribuenti diretti per 40 lire piemontesi annue in Piemonte, regione più benestante del regno, e 20 nelle altre. A prescindere dal censo avevano diritto di voto nove categorie di cittadini dalle capacità riconosciute (docenti universitari, membri di accademie, ufficiali dal grado di capitano, impiegati civili con pensione di almeno 600 lire annue), nonché laureati, notai, causidici e gli iscritti negli elenchi di commercianti, industriali, artigiani. Era eleggibile qualunque maschio maggiore di trent’anni. Erano esclusi i condannati, i falliti e gli interdetti, nonché i magistrati inamovibili, i diplomatici in missione, i prefetti, gli impiegati delle amministrazioni pubbliche e gli ecclesiastici aventi “cura d’anime”. Non si trattava di una pregiudiziale anticlericale, ma di una ovvia separazione del magistero pastorale da possibili strumentalizzazioni attraverso le prediche e soprattutto l’amministrazione dei sacramenti, in specie la confessione. Nel 1865 e ancor più nel 1889 il codice penale stabilì misure severe nei confronti dei religiosi che abusassero della propria funzione per valutare negativamente l’opera del governo e dei suoi funzionari. Ma sin dal 1859-1860 le prediche degli ecclesiastici divennero motivo di continui conflitti tra la pubblica autorità, sostenuta dall’ordine giudiziario, e il clero, tanto da far dubitare che nel regno la Chiesa potesse svolgere la propria funzione con piena libertà.
   La legge limitava a un quarto del totale i seggi della Camera assegnabili a pubblici impiegati, inclusi magistrati e ufficiali. Questi ultimi erano eleggibili solo in collegi nei quali non avevano comando. Così si arginavano leggi a favore di speciali categorie.
   Paradossalmente, mentre saper leggere e scrivere era requisito necessario per essere elettore (ma la legge non prevedeva in quali modi dovesse essere accertata tale capacità), non lo era per essere eletto. Ogni cittadino era eleggibile anche se non si candidava. Nel 1848 fu il caso, tra altri, di Vincenzo Gioberti, che fu eletto trionfalmente in molti collegi senza averlo chiesto. Analoga sorte ebbe Giuseppe Garibaldi, eletto nel collegio di Cicagna. A individuare il collegio nel quale puntare al seggio non era il futuro deputato ma la cerchia dei suoi amici e, non di rado, il governo, nella persona del presidente del Consiglio, che solitamente era anche ministro dell’Interno e mobilitava allo scopo la macchina dei dipendenti pubblici, in gran parte di nomina governativa. L’elezione alla Camera non comportava alcuna retribuzione o indennità. Poiché la partecipazione alle sedute era obbligatoria pena la decadenza dal mandato dopo assenze non giustificate da indisposizione certificata o da missioni di Stato comportanti il congedo, i deputati, convocati a domicilio, dovevano soggiornare nella capitale a proprio carico, lontani dalle professioni ordinarie, oltre che dalla famiglia. In molti casi l'elezione generò dissidi coniugali. Ma all'epoca, per chi ne aveva coscienza, lo Stato veniva prima di tutto.
   La legge del 20 novembre 1859 elevò i seggi da 204 a 260: 102 per la Lombardia e 158 per il regno sardo, i cui confini vennero ridisegnati. Essa però non ebbe applicazione pratica, perché nel frattempo il regno sabaudo venne ingrandito con l’Emilia (Parma e Piacenza, Modena e Reggio, Bologna) e la Romagna (comprendenti 70 collegi) e con la Toscana (57 collegi). I deputati da eleggere salirono a 387. Tornato alla presidenza del governo, Cavour ottenne lo scioglimento della Camera. Nelle elezioni successive, tenutesi il 30 marzo 1860, gli elettori crebbero a 258.257. Alle urne andarono in 138.127. La nuova Camera non era solo subalpina, ma neppure “italiana”. Essa comprese un’ampia maggioranza di deputati favorevoli al governo (Cavour, La Marmora, Ricasoli, Minghetti, Farini,...) e da almeno 65 rappresentanti della sinistra democratica: garibaldini, ex mazziniani, qualche federalista.
   Il 2 aprile 1860 Vittorio Emanuele II aprì i lavori annunciando che «salvi il voto dei popoli e la approvazione del parlamento, salve, in risguardo della Svizzera, le guarentigie del diritto internazionale, [il governo] aveva stipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia» e respinse il ricatto dell’uso delle armi spirituali che la Chiesa usava per scopi temporali. Colpito da scomunica, promise: «troverò la forza per mantenere intera la libertà civile e la mia autorità, della quale debbo ragione a Dio solo ed ai miei popoli.» L’Italia, concluse il re, non era più quella dei Romani, cioè un grande impero, né quella del medio evo, ma andava orgogliosa dell’assetto raggiunto: «non deve essere più il campo aperto alle ambizioni straniere; ma deve essere bensì l’Italia degli Italiani.»
   In meno di un anno, tra l’aprile 1859 e il marzo 1860, i confini del regno erano divenuti molto più ampi di quelli previsti dagli accordi di Plombières tra Napoleone III e Cavour. Il Parlamento era chiamato a fondere legislazioni e tradizioni diverse e ad accelerare l’unificazione effettiva. Il 27 dicembre 1860 la Camera fu sciolta. Il 3 gennaio 1861 venne fissata l’elezione della prima Camera effettivamente “nazionale”. Dei 443 collegi elettorali 175 erano nell’Italia settentrionale, 65 nella Centrale e 144 nella meridionale. Piemonte, Liguria e Sardegna passarono da 204 a 83 deputati (56 per il Piemonte, 16 della Liguria, 11 della Sardegna). Parecchi deputati del Parlamento subalpino erano però esuli politici eletti nel 1861 nelle loro province originarie. Nelle “Antiche province” del regno sabaudo l’ampliamento dei confini dei collegi operò lo sfoltimento del ceto politico e l’avvento di una nuova professionalità dei deputati, anche perché la maggior parte delle opere pubbliche avviate nel decennio precedente ma non ancora concluse rischiava di rimanere incompiuta o drasticamente ridimensionata perché lo Stato si trovò a fronteggiare nuove immense priorità in tutti i campi.
   Su 22.182.377 abitanti, gli elettori per i 443 deputati furono 418.696, pari all’ 1,9% del totale. Per coglierne la vera dimensione tale percentuale va rapportata alla popolazione maschile avente diritto di voto. Le donne non erano elettrici in alcun Paese: non v’è dunque motivo di stupore né di scandalo se non lo fossero in Italia, ove sino a poco prima non lo erano stati neppure i maschi. All’epoca gli italiani maggiori di 25 anni, e quindi in età di esercitare il voto, erano poco più di cinque milioni. Quindi, a differenza di quanto solitamente si dice, la percentuale effettiva degli elettori era l’8% dei cittadini maschi ultraventicinquenni: una quota esigua, ma non molto inferiore a quella di tanti altri paesi europei.
   La proporzione degli aventi diritto al voto registrò significative differenze tra le diverse aree geografiche: essa sommò all’1,9% nell’Italia settentrionale, nella meridionale l'1,6% e in quella  centrale 1,4% e ben il 3,4% in Sardegna, la cui percentuale di aventi diritto al voto risultò dunque quasi doppia rispetto alla nazionale. In Ancona gli elettori furono appena lo 0,9% contro il 3,5 % di Cagliari. Nelle votazioni della VIII Legislatura, ultima del regno di Sardegna e prima di quello regno d'Italia, i votanti  furono 239.583, cioè oltre il 57% degli aventi diritto. Nell’Italia meridionale votò più del 67% (in Sicilia l’affluenza superò l’80%), mentre nell’Italia centrale, più condizionata dal rifiuto della Chiesa di riconoscere la Nuova Italia, alle urne andò appena il 43% degli iscritti alle liste elettorali. I deputati ministeriali furono circa 300, quelli di opposizione (democratici e clericali) un centinaio; gli altri, una trentina, si dichiaravano indipendenti, sebbene in realtà inclini a votare per il governo in cambio di vantaggi per il loro collegio. La Sinistra si affermò soprattutto nel Mezzogiorno, che stava vivendo gli inizi del “grande brigantaggio”.
   L’VIII legislatura fu inaugurata il 18 febbraio 1861. Essa seguì di pochi giorni la resa di Gaeta e il trasferimento di Francesco II e Maria Sofia di Borbone a Terracina e da lì a Roma. Una guarnigione borbonica resisteva ancora a Civitella del Tronto. Nel discorso della corona, Vittorio Emanuele II affermò: «Ci sono propizi gli equi e liberali principi che vanno prevalendo nei Consigli d’Europa. L’Italia diventerà per essa una guarentigia di ordine e di pace, e ritornerà efficace strumento della civiltà universale […] Devoto all’Italia non ho mai esitato a porre a cimento la vita e la corona.» Il re rese omaggio all’Esercito, all’Armata navale e alla «valente gioventù, condotta da un Capitano [Garibaldi, NdA] che riempì del suo nome le più lontane contrade». Però Napoleone III aveva ritirato l’ambasciatore da Torino e Pio IX non riconosceva il “fatto compiuto”. L’Italia rimaneva «libera ed unita “quasi tutta…”».
   Toccava al Parlamento mostrare la solidità del nuovo Stato. Specialmente alla Camera elettiva, che annoverò personalità di spicco: militari, magistrati, medici, avvocati, ingegneri, banchieri, industriali, imprenditori agricoli, giornalisti famosi, scrittori e storici. Tra i deputati vi furono anche parecchi ecclesiastici: Vincenzo Buonomo (eletto nel collegio di Mola di Gaeta-Formia), Leopoldo Dorucci (Popoli), Antonio Greco (Catanzaro), Pietro Interdonato-Ruffo (Francavilla), Ottavio Lanza dei Principi di Trabia-Bitera (Serradifalco), Antonio La Terza (Castrovillari), Antonio Miele, arciprete e canonico (Lacedonia), Pietro Palomba (Napoli IX), Carlo Passaglia, abate (Montecchio), Giuseppe Robecchi (Garlasco-Vigevano) e Flaminio Valenti (Monopoli). Malgrado l’annessione dell’Umbria e delle Marche e la scomunica lanciata da Pio IX nei confronti degli “usurpatori”, i cattolici non si esprimevano solo attraverso i clericali, come don Giacomo Margotti e i fautori del Papa-Re. Questi erano soprattutto stranieri: irlandesi, belgi, francesi… arrivavano da terre nelle quali la lotta tra clericali e anticlericali aveva toni esasperati e nei quali era degenerata in guerra civile. In Spagna era ancora in corso la lotta tra lealisti e carlisti. In Francia erano vivi i ricordi delle stragi di sacerdoti e dei cattolici in Vandea. Il Belgio era sempre diviso tra cattolici e calvinisti, un conflitto che passava attraverso la lingua (francofoni contro fiamminghi), costumi e ricordi. Nel Cinque-Seicento l’Italia aveva avuto roghi di eretici (Giordano Bruno a Campo dei Fiori in Roma) ma non aveva vissuto le guerre di religione che avevano invece sconvolto l’Europa centro-settentrionale e l’Inghilterra. Non v’era motivo di scatenarne una proprio nel secolo della scienza, della ragionevolezza, della tolleranza, del confronto tra culture europee ed extraeuropee, dopo la scoperta e la valorizzazione delle filosofie e delle religioni. L’elezione di una decina di sacerdoti nella prima Camera dei deputati del regno indicò che la Nuova Italia era la patria di tutti. Lo intuirono e lo propugnarono due figure di rilievo, il gesuita Carlo Passaglia, già teologo di fiducia di Pio IX, e il garibaldino Vito d’Ondes Reggio. Dunque, l’unità morale e politica del Paese non era affatto pregiudicata.
   Quell'esempio ha molto da insegnare anche oggi. L’Italia, infatti, ha urgenza di una “buona” legge elettorale che contribuisca a riportare alle urne, almeno, la maggioranza assoluta degli elettori, pena il rischio di sostanziale delegittimazione delle Istituzioni, altrimenti rappresentative di una minoranza.
Aldo A. Mola


QUANDO LA SANTA SEDE
“RICONOBBE” L'ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 febbraio 2025 pagg. 1 e 7.

Quando l'Italia “mangiò del Papa”

Mussolini e Gasparri firmano i “Patti
                  Lateranensi” (11 febbraio 1929).Nei “media” è scivolato come acqua su levigatissime pietre l'anniversario dei Patti Lateranensi sottoscritti l'11 febbraio 1929 da Benito Mussolini, capo del governo, per il Regno d'Italia, e dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede. Eppure quel giorno è davvero “particolare” nella storia non solo d'Italia ma del mondo intero perché segnò il riconoscimento formale dello Stato della Città del Vaticano. Il ruolo universale del Papa, vicario di Cristo e capo della chiesa cattolica apostolica romana, non era stato messo in discussione dalla spogliazione dello Stato pontificio da parte del regno di Sardegna nel 1859-1860, che annesse l'Emilia-Romagna, l'Umbria e le Marche, forte del plebisciti dell’11-12 marzo e del 4-5 novembre 1860 con cui gli elettori chiesero di far parte della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II. Papa Pio IX, nato a Senigallia, divenne più italiano di quanto già era.
   Dieci anni dopo, il XX settembre 1870, quel processo si concluse con l'ingresso in Roma del IV corpo d'esercito comandato dal cattolicissimo Raffaele Cadorna. La “debellatio” del potere temporale del papa non comportò l'occupazione militare dei Sacri Palazzi compresi nella “città leonina”. Il segretario di Stato di Pio IX, cardinale Pietro Antonelli (che, va ricordato, non era sacerdote) chiese per scritto a Cadorna di entrarvi, ma solo in via eccezionale, per tutelare l'ordine pubblico turbato da tumulti anticlericali che minacciavano di degenerare in violazione di luoghi sacri e atti inconsulti contro ecclesiastici. Per ragioni di sicurezza il governo nominò Camillo Manfroni commissario di polizia di Borgo, il quartiere prospiciente il Vaticano: posizione propizia per vegliare e al tempo stesso per tenere contatti riservati con la Santa Sede, come da lui narrato nel Diario, “Sulla soglia del Vaticano”.
   Privo della tutela esercitata da Napoleone III, antico carbonaro, sconfitto dai prussiani il 2 settembre 1870 a Sedan e cancellato dalla Francia, ove fu proclamata la Repubblica (la terza, dopo quelle del 1848-1851 e del 1792-1804), malgrado tutto Pio IX non rimase affatto isolato. Gli ambasciatori degli Stati amici restarono al suo fianco. Per comprensibile animosità contro il regno d'Italia che gli aveva sottratto il Lombardo-Veneto e rivendicava il confine al Brennero e al Quarnaro, l'impero d'Austria-Ungheria, il regno di Baviera e persino Londra si attendevano dall'Italia misure che garantissero la sicurezza del pontefice, nel quale si riconoscevano i tanti cattolici dei loro Stati. Valeva anche per molti Paesi delle Americhe, inclusi gli Stati Uniti. Perciò il governo italiano varò le leggi “delle guarentigie” che – ricorda Tito Lucrezio Rizzo in “La Chiesa in prima linea, dal Colle più alto al fango delle trincee” (Roma, Aracne, dicembre 2024) – riconobbero al papa prerogative di sovrano. Benché arroccato nei Sacri Palazzi, ove si considerò “prigioniero”, Pio IX ebbe piena libertà non solo di esercitare il magistero di capo della Chiesa (poco prima dell'irruzione del XX Settembre il Concilio Vaticano aveva riconosciuto l'infallibilità dei suoi pronunciamenti “ex cathedra”, determinando la secessione dei “vecchi cattolici”, prevalentemente tedeschi) ma anche di svolgere un ruolo politico vero e proprio: accreditare ambasciatori e nominare suoi nunzi e legati, comunicare in cifra e conservare privilegi formali di capo di Stato. La legge delle guarentigie (13 maggio 1871), fortemente voluta da Vittorio Emanuele II e dai suoi ministri, specialmente Giovanni Lanza ed Emilio Visconti-Venosta, stanziò anche una somma ingente a ristoro dei beni sottratti alla Santa Sede.

“Conciliazione” e “laicizzazione” silenziose
Sino alla grande guerra del 1914-1918 si moltiplicarono pulsioni sia conciliatoristiche sia di rigorosa separazione dello Stato dalla Chiesa. La “conciliazione silenziosa” (fortunata formula di Giovanni Spadolini, storico e politico da ricordare nel centenario della nascita) andò di pari passo con la “laicizzazione silenziosa”. La prima non si tradusse nel riconoscimento dell'Italia come “fatto compiuto”. Il re e i suoi governi rimasero colpiti da interdetto. Sulla scorta di insigni storici e giuristi, nel già citato saggio Tito L. Rizzo documenta i travagli sorgenti in momenti cruciali, quali la morte del cinquantottenne Padre della Patria e la sua sepoltura non al centro del Pantheon, come richiesto, ma nella cappella centrale, sul lato destro del tempio, e l'abilità del Cappellano maggiore della Real Casa Valerio Anzino nel superare via via gli ostacoli per l'amministrazione del viatico (ne ha scritto anche Aldo G. Ricci). La “comprensione” comportò anche l'assoluzione “post mortem” di Umberto I, assassinato da Gaetano Bresci a Monza il 29 luglio 1900.
   La “laicizzazione silenziosa” a sua volta si arrestò davanti a due muri invalicabili: l'introduzione del divorzio e l'abolizione dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare. Entrambi divennero temi incandescenti nel primo decennio del Novecento. Sicuro di avere partita vinta, il presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, antico massone, spinse Vittorio Emanuele III a preannunciare in un discorso della Corona una riforma del diritto civile, ma dovette fare retromarcia dinnanzi a tre milioni di firme antidivorziste raccolte in pochi mesi dai parroci di tutta Italia. Propugnata dal socialista temperato Leonida Bissolati, la cui affiliazione massonica non è documentata, il 17 febbraio 1908 l'abolizione del catechismo nell'insegnamento ottenne alla Camera appena 65 voti favorevoli su 508 (il 12%). Con molti massoni deputati, contro la riforma si schierò Giovanni Giolitti, benché da presidente del Consiglio avesse ammonito che Stato e Chiesa sono due parallele destinate a non incontrarsi mai e che in questioni religiose lo Stato è del tutto “incompetente”. Quel voto spaccò il Grande Oriente d'Italia, proprio mentre Pio X scomunicava i modernisti. Iniziava la dis-unità d'Italia. Per Giolitti, ultimo uomo del Risorgimento, l'accesso dei cattolici alle urne per l'elezione dei deputati, in deroga “al non licet” e al “non expedit” disposti dalla Sacra Penitenzieria, non doveva tradursi in ingerenze del clero in questioni politiche. Al tempo stesso lo Stato non doveva interferire nelle coscienze delle famiglie.
   Segno dei mutamenti in corso furono la solenne consegna della bandiera e la benedizione della corazzata “Roma”, celebrate a Civitavecchia il 3 ottobre 1909, presenti il Re e l'israelita Ernesto Nathan, sindaco della Capitale e già gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Il segretario di Stato vaticano Rafael Merry del Val (sul quale si veda la biografia scrittane da Roberto de Mattei, ed. Sugarco, 2024) sconsigliò al vescovo di presenziare. Intervenne invece e orò il Cappellano maggiore della Real Casa, Giuseppe Beccaria, che, ricorda Rizzo citando da “Il Popolo Romano”, tenne un discorso da far invidia al Vate: «Il sacro, il candido, il sempre vittorioso tricolor d'Italia, benedetto da Dio sta sull'antenna. Chi contro di esso? La bianca croce, labaro novello della novella Italia, vaticina ancor essa “In hoc signo vinces”.» Rivolto direttamente alla nave, il monsignore aggiunse: «A te più vasto si dischiude il campo delle nuove conquiste. Te acclameranno i popoli che Roma onorano. Corri per tutti i mari fidente in Dio e nel suo nome torna vittoriosa, e fiera dici alla Madre Italia: lieta novella io porto, la nostra Patria è grande, essa è dovunque rispettata e temuta. Oggi orgoglio, domani, o nave vittoriosa, ti sarà anche di premio il nome eccelso di Roma, di Roma l'eterna, di Roma l'augusta, di Roma la forte, di Roma dominatrice del mondo.» Erano parole anticipatrici dell'Inno a Roma, musicato dieci anni dopo da Giacomo Puccini, e di tanti discorsi tenuti nel Ventennio da chi, come Mussolini, nel 1909 era socialista rivoluzionario e nemico dichiarato della monarchia sabauda, si proclamava antimilitarista e tre anni dopo sarebbe stato incarcerato, come l'allora repubblicano Pietro Nenni, per aver cercato di impedire la partenza di militari destinati a combattere i turchi per la proclamata sovranità italiana sulla Libia.

Triangoli segreti: Barone, Pacelli, Gasparri...
La partecipazione del clero alla grande guerra radicò in molti liberali la convinzione che fosse tempo di avviare la “conciliazione” con la Santa Sede. Nel 1919 ci provò invano Vittorio Emanuele Orlando, a margine del congresso di Pace a Parigi. Poi il Paese visse altre priorità. Proprio l'irruzione dei cattolici nella vita politica, tramite il partito popolare italiano, allontanò le due rive del Tevere.
   Il 1925 fu l'anno che conosciamo. Iniziò il “regime”. Venne aperto dal discorso di Mussolini alla Camera il pomeriggio del 3 gennaio, un sabato. Il duce assunse la responsabilità della “rivoluzione fascista”, respinse l'accusa di connivenza con il rapimento e la morte di Matteotti e sfidò chiunque a incriminarlo a norma dello Statuto. L'opposizione era assente. Popolari, socialisti, repubblicani, demosociali, democratici, liberali, a parte la pattuglia capitanata da Giolitti, rimaneva sull'“Aventino” come un gufo impagliato. Fu il suo terzo suicidio politico. Il primo era stato il “no” a un governo Giolitti, che nel 1922 sbarrasse la strada a Mussolini. La responsabilità storica cade sul fondatore del Partito popolare italiano, don Luigi Sturzo, che oppose il “veto” e da Giolitti venne bollato “prete intrigante”. La seconda fu la mancata opposizione in Aula quando il duce il 16-17 novembre 1922 chiese e ottenne la fiducia. I popolari erano al governo e votarono Mussolini. Nel 1925 il Partito popolare capitanato da Alcide De Gasperi, ridotto dai 100 deputati del 1919 a soli 39 e diviso tra filofascisti dichiarati, dubbiosi e altri, ormai inclini ad abbandonare la zattera della “politica”, uscì di scena e l'anno seguente disparve.
   Tirate le somme, la Santa Sede, che non aveva mai delegato la propria rappresentanza al Ppi che si dichiarava di cattolici ma non cattolico ed enunciò un programma senza “imprimatur”, attese che Mussolini affrontasse la “questione romana”. Nel marzo 1926 Pio XI fece intendere all'avvocato Francesco Pacelli il «non lontano desiderio di addivenire ad un accordo con lo Stato italiano». Analogo sentimento espose a Pietro Gasparri, che mostrò di «avere fiducia» in Mussolini. Pacelli ne informò monsignor Luigi Haver, che propiziò un colloquio tra Luigi Federzoni e il cardinale De Lai, nel quale nessuno dei due entrò nell'argomento. Lo stesso Haver fece incontrare Pacelli con il consigliere di Stato Domenico Barone, suo grande amico. Era il 6 agosto 1926.
   Dopo tre colloqui con Mussolini, il 30 agosto Barone espose per scritto al duce «i capisaldi proposti dalla Santa Sede per la sistemazione della questione romana». Secondo Pio XI l'iniziativa doveva partire dal governo italiano, tramite persona di sua fiducia. Le trattative dovevano prescindere dalla legge sulle guarentigie e su di esse doveva essere mantenuto «il più assoluto segreto». Sulla scia dei predecessori, il papa non aveva rinunciato alla richiesta di avere «propri mezzi di navigazione marittima», oltre a una stazione ferroviaria, una postazione radiotelegrafica e un hangar per aeromobili.
“Re melius perpensa”, il 4 ottobre Mussolini confermò a Barone «l’utilità di vedere finalmente eliminata ogni ragione di dissidio tra l'Italia e la Santa Sede» e lo incaricò di mettersi in contatto con rappresentanti vaticani per conoscerne le condizioni. L'incarico non ebbe «carattere ufficiale, né ufficioso». Fu «strettamente confidenziale». Previo un cenno provvisorio del 6 ottobre, il 24 il cardinale Gasparri incaricò Pacelli (al quale Barone aveva mostrata la lettera di Mussolini) di «un primo confidenziale scambio di idee» e gli indicò i capisaldi del Vaticano: «piena libertà e indipendenza non solamente reale ed effettiva, ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva proprietà sia di dominio che di giurisdizione come conviene a vera sovranità ed inviolabile ad ogni evenienza»; riconoscimento da parte delle Potenze, sollecitate dall’Italia; concordato regolante la legislazione ecclesiastica in Italia approvato delle «autorità politiche costituzionali d'Italia, cioè dal Re e dal Parlamento». Patti chiari. Il 24 novembre Pacelli e Barone sottoscrissero un “primo progetto di trattato”, elaborato sulla base di interventi del papa e di Gasparri. Un “memorandum” precisò: «La Santa Sede riconosce formalmente la costituzione di Roma capitale del Regno d'Italia e dichiara quindi definitivamente composta la “questione romana” sorta nel 1870.» Il papa rinunciava alle rivendicazioni temporali. Il 31 dicembre 1926 Mussolini, «autorizzato da S.M. il Re», riconobbe a Barone l'incarico ufficiale di trattare «con la più assoluta segretezza e “ad referendum”».
   Dopo quasi due anni di colloqui e scambi di documenti, il 7 novembre 1928 Barone informò Mussolini che Pio XI rinunziava a ogni ingrandimento territoriale rispetto a quanto indicato dalla legge delle guarentigie e rimaneva fermo nella richiesta che la composizione della questione romana avvenisse «senza intervento né preventivo né successivo di governi stranieri» ma quale «accordo che spontaneamente e liberamente viene stipulato fra l'Italia da un lato e la Santa Sede dall’altro», basato «sul riconoscimento di una sovranità (del resto tutt'affatto speciale) della Santa Sede sul territorio del Vaticano, che misura meno di mezzo chilometro quadrato, che l'Italia in realtà non ha mai preteso di avere assoggettato al suo potere sovrano…».

… il Re, Mussolini e Gasparri
Due giorni dopo il duce autorizzò Barone a rendere noto a Pacelli che andava a «provocare da Sua Maestà il Re, già informato di queste azioni e aderente alle medesime, un formale atto di incarico a me – con facoltà di subdelegare – di svolgere le trattative ufficiali e di addivenire alla firma del Trattato e del Concordato, che hanno formato oggetto delle conversazioni svoltesi finora, con l'intesa che da ambo le Parti si continuerà ad osservare il segreto». Il 22 novembre Vittorio Emanuele III autorizzò Mussolini a «iniziare le trattative ufficiali e a mettersi per ciò in relazione con il cardinale Gasparri», con l'intesa che «anche queste trattative saranno segrete in quanto e sino a che le due Alte Parti concordemente non riconosceranno l'opportunità di renderle note». A sua volta il 25 novembre Pio XI autorizzò Gasparri a procedere. Malato da tempo, Domenico Barone, al quale tanto deve l'Italia, morì il 4 gennaio 1929.
   Con il fiuto e la determinazione che gli vengono riconosciuti da storici non prevenuti (lo ricorda Antonio Carioti in “40 giorni nella vita di Mussolini. Da Predappio a Piazzale Loreto”, ed. Solferino, 2025), Mussolini prese in pugno le redini delle trattative. Il 7 gennaio invitò a colloquio Pacelli per l'indomani. Al primo incontro ne seguirono altri sette in gennaio e due in febbraio, il 6 il 9, con attente limature dei testi e, per la parte italiana, sottoposti al vaglio di Vittorio Emanuele III, che a sua volta minuziosamente intervenne anche su questioni giurisdizionali. Era il caso, ipotetico, dell'autore di un attentato politico che riuscisse, appena compiutolo, «a saltare entro la cinta del Vaticano». Chi doveva giudicarlo? Nel vaglio dei Patti intervenne anche il ministro di Grazia e giustizia Alfredo Rocco, sempre col vincolo della segretezza. Il 24 gennaio venne stabilito che la Santa Sede «accorderà piena cassazione a tutti coloro che a seguito delle leggi italiane eversive del patrimonio ecclesiastico si trovino in possesso di beni ecclesiastici». Fino ad allora erano sotto l'incubo della maledizione: “chi mangia del papa ne muore”. Il 10 febbraio Mussolini comunicò al Re che la Santa Sede aveva rinunciato a rivendicare un metro quadrato di strada davanti al Palazzo del Santo Uffizio e a includere l'intero fosco edificio nella Città del Vaticano, «contentandosi della immunità». Allegò copia di un articolo di Francesco Saverio Nitti appena pubblicato in Francia e altri paesi, nel quale l'ex presidente del Consiglio da tempo “esule” a Parigi «escludeva categoricamente ogni possibilità di accordo vicino o lontano fra Italia e Santa Sede». Alle 12 dell'indomani, 11 febbraio, sacro all'Apparizione di Lourdes, il cardinale Gasparri, plenipotenziario di Pio XI, e Mussolini, plenipotenziario del re d'Italia, firmarono i Patti Lateranensi: trattato politico, concordato e convenzione finanziaria. “Quod erat in votis”…?

E poi? Italiani fascisti o cattolici?
L'evento suscitò immediato e vasto consenso nel Paese e influì sull'esito delle elezioni della Camera dei deputati il 24 marzo 1929, che registrarono lo straripante successo del partito fascista, l’unico ammesso in Italia. Molti giornali sottolinearono che la “conciliazione” comportava la definitiva sconfitta della Massoneria. Ma vi erano ancora massoni in Italia? Due tra i suoi esponenti supremi erano reclusi. Il gran maestro Domizio Torrigiani nel 1927 era stato condannato a cinque anni di confino di polizia con un'unica imputazione: “Massone”. Il generale Luigi Capello era condannato a trent'anni di reclusione, tre dei quali in regime di massima severità, quale complice nell'attentato progettato da Tito Zaniboni per il 4 novembre 1925: senza prove convincenti, come deplorato, tra altri, da Maria Rygier in “La Franc-maçonnerie italienne devant la guerre et devant le fascisme” (Parigi, 1930). Molti altri “fratelli” erano nelle alte sfere del regime, a cominciare dal ministero della Pubblica Istruzione/Educazione Nazionale. Lì, dopo l'“iniziato” Dario Lupi, sottosegretario di Giovanni Gentile, si erano susseguiti i massoni Giuseppe Belluzzo e Balbino Giuliano, seguiti più tardi dal “fratello” Giuseppe Bottai.
   Il 25 marzo 1929 Ubaldo Triaca, 33∴, già garante di amicizia del Grande Oriente d'Italia con la Gran Loggia di Francia, revocato da Torrigiani per la sua netta opposizione al governo Mussolini, da Parigi diramò alle potenze massoniche una lettera di denuncia del «ristabilimento del potere temporale del Papa» grazie a Mussolini, mirante a guadagnarsi le simpatie e il sostegno dei clericali in Italia e all'estero per assicurarsi la durata della dittatura. Dai Patti, a suo avviso, il pontefice aveva ottenuto il controllo della cultura italiana. Di parere opposto era il filosofo Giovanni Gentile, che rivendicò l’«autonomia indefettibile dello Stato». Lo storico GioacchinoVolpe, dal canto suo, osservò che il Concordato portava qualche pericolo «nelle sue pieghe». Per far capire a tutti il ruolo svolto, Vittorio Emanuele III conferì il Collare della SS. Annunziata a tre Cardinali, Pietro Maffi, Pietro Gasparri ed Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, così creati “cugini del Re”.
   Il punto fondamentale fu il riconoscimento dello Stato d'Italia da parte del Vaticano. La Conciliazione non chiuse solo la questione romana, ma anche quella italiana. I Patti non erano stati stipulati tra il fascismo e i clericali, ma tra lo Stato e la Santa Sede. Con il referendum del 2-3 giugno 1946 lo Stato mutò forma, ma la Repubblica rimase tenuta a osservare gli accordi stabiliti in età monarchica. Inserì i Patti nell'art.7 della Costituzione.
   L'11 febbraio è quindi un giorno “storico”, meritevole di memoria, al pari del XX Settembre. Sottovalutare o dimenticare l'uno a vantaggio dell'altro non significa “più conciliazione” ma cancellazione della complessità della Storia. Non aiuta a coglierne il peso sul presente, problematico come il passato.
Aldo A. Mola

Didascalia: Mussolini e Gasparri firmano i “Patti Lateranensi” (11 febbraio 1929).


ECCLESIASTICI E MASSONI
PER UNIRE LA NUOVA ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 febbraio 2025 pagg. 1 e 7.
Don Antonio Stoppani, volontario durante la
                    Terza guerra per l'indipendenza (1866). Rievocato lo
                    scorso 2024, bicentenario della sua nascita, dalle
                    9.30 alle 12.30 di venerdì 14 febbraio 2025, al
                    Museo Naturale di Storia naturale di Milano (C:so
                    Venezia, 55), don Antonio Stoppani viene
                    approfondito alla luce degli archivi in un incontro
                    moderato da Suor Benedetta Lisci, del benemerito
                    Centro Internazionale di studi rosminiani (Stresa).
                    Molto attese sono le relazioni di padre Ludovico
                    Maria Gadaleta (“Stoppani, Albertario e la questione
                    rosminiana”), al quale si devono volumi fondamentali
                    dell'Opera Omnia rosminiana, e dell'Arcivescovo di
                    Milano, Mons. Mario Delpini, su “Un prete
                    scienziato, perché la fede cerca e promuove la
                    scienza”: un titolo che è tutto un programma
                    nell'anno del Giubileo fondato sulla “speranza”
                    della “pace in terra per gli uomini di buona
                    volontà”.Pietra grezza e scalpello
Le cronache di Istituzioni dal passato illustre a volte ne deformano l'immagine, ne ingigantiscono i difetti e ne fanno scordare i meriti. È il caso della Libera Muratoria, in Italia più chiacchierata che davvero conosciuta, anche se non mancano suoi profili rigorosi, come La massoneria italiana dalle origini al nuovo millennio di Luca G. Manenti (ed. Carocci). La sua immagine nell'opinione comune e anche in molti settori di quella “accademica” ha fatto molti passi all’indietro rispetto a quasi cinquant'anni addietro, quando, era il 1980-198, per stabilire se le logge abbiano davvero svolto un ruolo costruttivo “per” e “nella” Nuova Italia si tennero a Palazzo Carignano (Torino) e a Villa Medici, sul garibaldino Gianicolo in Roma, sede albeggiante del Grande Oriente d'Italia, le mostre sui Massoni nella storia d'Italia. Il catalogo approntato per la seconda  mostra perlustrò le opere di scienziati, letterati, scrittori, artisti, compositori, uomini politici, militari… alla ricerca di un disegno riconducibile a un'idea di Italia, connessa ai principi costitutivi della massoneria, enunciati dalle costituzioni di Anderson e Desaguliers e ripetuti nelle costituzioni del Rito scozzese antico e accettato, il più diffuso nel mondo.
   L’importanza dell'opera attuata dalla prima generazione dei massoni dopo l'Unità (1861) non va cercata nel reclutamento di iniziati, nella moltiplicazione di logge e nella gara per dar vita a un corpo nazionale capace di fondere le diverse organizzazioni preesistenti, né, infine, nella preparazione e nello svolgimento di “assemblee costituenti”, teatro di aspre lotte per la conquista del potere centrale dell'Istituzione. Essa si espresse in altro modo: attraverso il contributo effettivo che i singoli “fratelli”, personaggi illustri o semplici “operai”, dettero all'avvento della “Nuova Italia” sino ad allora vagheggiata da una esigua minoranza di patrioti.
   Per venirne in chiaro giova vedere quale cognizione dell’Italia avesse la maggior parte degli abitanti del Regno e quali enormi progressi la coscienza nazionale realizzò in brevissimo tempo, grazie a una pattuglia di scrittori, anche senza direttive di un “Governo dell’Ordine”, che esisteva solo nelle ambizioni di chi aspirava a impadronirsene (fu il caso di Ludovico Frapolli) e nelle visioni arcaiche dei clericali integralisti, che lo dipingevano come “sinagoga di Satana”.
   Nel 1861 che cosa davvero gli italiani sapevano dell’Italia? Alcuni ne parlavano moltissimo e con fervore, ma di seconda mano, sulla base di reminiscenze e racconti. Pochissimi ne avevano cognizione diretta. Valeva anche per Camillo Cavour, che conosceva Svizzera, Belgio, un po’di Inghilterra, Parigi e dintorni ma niente della “Francia profonda” e non mise mai piede a Venezia o a Ravenna, né mai si spinse a sud di Firenze, ove andò solo una volta di fuggita, dopo la sua annessione, vi litigò con Vittorio Emanuele II e se ne tornò a Torino. Cavour vaticinò Roma capitale d’Italia senz’averla mai visitata, a differenza di Massimo d’Azeglio che l’aveva vissuta e rimase scettico sulla sua potenzialità di guida morale dei popoli d'Italia. Mazzini la vide con la fantasia del profeta più che con gli occhi. Nel 1849 vi arrivò dopo la proclamazione della Repubblica, proposta da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, e di Giuseppe Garibaldi. Ne rimase ammaliato e deluso Non volle rivederla mentre vi transitava sotto scorta nel verso Pisa ove morì il 10 marzo 1872. Gioberti vi andò, ad audiendum verbum, dopo aver fantasticato sulle origini pelasgiche degli “italiani”. Altrettanto vale per centinaia di patrioti che s’immolarono per l’Italia senza conoscerne la realtà effettiva. Le loro gesta sono nobili, ma lasciarono in eredità l’obbligo di far coincidere il nome con i fatti, lo spirito con la carne: un passaggio né facile, né immediato. L'Italia era una pietra grezza. Ma chi aveva martelletto e scalpello per dirozzarla?

Alla ricerca degli antenati...
A percorrere l’Italia da un capo all’altro furono due Uomini diversi e nondimeno simili: Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Il loro incontro a Patenora Catena, presso Teano  (ottobre 1860), sintetizza bene come, per liberarla o conquistarla o almeno per farsene un’idea, occorreva percorrere l'Italia a piedi, a cavallo, in carrozza, attraversandola con guide non sempre affidabili.
   La stragrande maggioranza degli abitanti del Paese conosceva appena i fatti della propria magra esistenza, anche perché non sapeva né leggere né scrivere e se anche era alfabeta aveva altro di cui occuparsi. I due libri oggi citati quali capolavori letterari del patriottismo, Pinocchio di Collodi e Cuore di De Amicis, non sono del 1859-1861 ma degli Anni Ottanta, cioè vent’anni dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala e l’unificazione. Essi furono scritti per la scuola elementare obbligatoria e gratuita, la legge voluta dal massone Michele Coppino, che è del 1877: una speranza, un programma, non ancora realtà. Il censimento del 1881 fotografò l'analfabetismo perdurante in troppe regioni, soprattutto del Mezzogiorno.
   Sull’unificazione affrettata del 1861 gravarono secoli di arretratezza e sottosviluppo, di guerre esterne e interne, e altri innumerevoli guai. All’avvento del regno, l’Italia era un’“espressione geografica”, come si dice sia stata definita dal cancelliere dell’impero d’Austria, Clemens von Metternich, un illuminista conservatore. Conosceva e apprezzava l’Italia, la sua cultura, la sua storia. Disse quanto ogni persona colta del tempo suo pensava dopo aver veduto gl’italiani dilaniarsi nelle guerre civili del 1798-1800 e poi chinarsi a Napoleone I e alla Restaurazione. L’Italia non era e non sarebbe stata un “Paese” sino a quando una sua parte rappresentativa non ne avesse preso coscienza.
   Purtroppo l’idea di Italia troppo a lungo fu falsata da letterati e sedicenti poeti, che adattarono ai tempi nuovi il formulario del Cinque-Seicento. Veniva celebrata come giardino d’Europa. Invece aveva, come ha, climi differenti, miti in alcune regioni ma asperrimi in altre. Il Mezzogiorno continuò a essere presentato con la formula di Goethe, la terra “dove fioriscono i limoni”: una “cartolina” che non dava da vivere. Quelle etichette fecero danni. Chi la visitava scopriva una realtà del tutto diversa dalle descrizioni di chi l’aveva raccontata solo passando dall’uno all’altro palazzo di notabili o esplorandone posti e postriboli e rimaneva sconcertato e deluso dinnanzi ai fatti: il “sentimento” evocato da Giuseppe Cesare Abba nelle Noterelle di uno dei Mille.
   L’Italia aveva un’agricoltura arretrata e mancava di risorse naturali. Aveva un territorio infelice, bonificato con secoli di lavoro durissimo, strappato all’inclemenza dei climi con opere ingegnose di idraulica agraria, di adattamento dei fianchi impervi di colli e monti per coltivarvi alberi da frutto, ulivi e viti: una lotta faticosa insegnata dal poeta latino che esortò a piantare alberi che gioveranno alla generazione seguente. Malgrado secoli di sacrifici, nel 1861 gran parte del territorio rimaneva incolto e inospite. Valeva per vaste plaghe del Piemonte, acquitrinose, paludose, infette; per la “bassa padana” e il delta del Po, per la dorsale appenninica, le paludi pontine, tanta parte delle Puglie e della Sicilia, che stavano meglio di Basilicata e Abruzzi. Giovanni Giolitti, che nel giardino di casa, a Cavour, puliva di persona i tronchi degli alberi col guantone di ferro, saliva sulla Rocca  per contemplare la bonifica della plaga intrapresa dai monaci cistercensi ottocento e più anni prima.  
   La prima seria ricognizione dell’Italia venne avviata dall’Istituto Geografico Militare di Firenze nel 1878. Esso studiò palmo a palmo il Paese e lo riprodusse in carte vitali per la sua difesa, perché il governo di Roma non aveva né alleati né amici. Tanta cautela aveva una ragione. Solo nel 1882 Roma sottoscrisse un patto difensivo con Vienna e Berlino. Era difficile coniugare quel presente con la storia che scolari e studenti leggevano nei sussidiari o sentivano narrare in tante cerimonie. Come credersi alleati di chi aveva incarcerato Pellico, impiccato don Enrico Napoleone Tazzoli (previa dolorosa “sconsacrazione”), combattuto la Lega Lombarda, arso vivo Arnaldo da Brescia per far piacere a un papa, compiuto il sacco di Roma del 1527 per costringere Pio VII a subire la riforma protestante e via continuando? Al tempo stesso era impossibile pretendere che i giovani italiani smaniassero per la Francia che da Carlo Magno a Napoleone l’aveva invasa e devastata per secoli. Il nome di Napoleone III suonava sinistro per il sanguinoso annientamento della Repubblica Romana nel 1849, della spedizione garibaldina a Mentana (1867) e per la protezione accordata a Francesco II di Borbone dopo la sua fuga da Gaeta alla volta di Roma, che continuò a considerarlo re.
   La politica estera e, conseguentemente, quella militare pesarono sull’immagine che l’Italia poteva e doveva darsi di sé. Perciò divenne necessario proporne almeno la descrizione geografica e il profilo della sua storia e del suo patrimonio artistico. V’era un motivo. Per molti decenni dopo l’avvento del Regno tanta parte degl’italiani visse stanziale. Le mete erano i santuari due passi da casa, visitati una o due volte l’anno coniugando fede e colazioni campestri. Statistiche e memorialistica dicono che gli abitanti delle città passarono la vita nel quartiere ove erano nati, ignorando gli stessi concittadini. A modo loro, le gare tra le contrade erano un fattore di conoscenza reciproca, ma valeva per alcune città (il caso più famoso è Siena), non per la generalità dei regnicoli, che vivevano in piccoli borghi ai margini della storia: lontani dalle scorrerie ma anche dai “progressi”.

Giornalisti e divulgatori
Ruolo unificante svolsero giornali e riviste. I quotidiani non potevano vivere dei lettori di poche vie. Dovevano ampliare la distribuzione dalla tipografia alla città, ai comuni viciniori, all’intero collegio elettorale, a una provincia, a una regione. L’Ottocento finì senza che si fossero affermati quotidiani davvero nazionali. Vi erano giornali politici influenti (La Gazzetta del Popolo e La Gazzetta piemontese, che poi divenne la Stampa, a Torino, Il Secolo e il Corriere della sera a Milano, il Roma a Napoli, l’Ora a Palermo, il glorioso Corriere Mercantile a Genova e altri quotidiani o fogli di provincia, come la Gazzetta di Parma e poi quella di Mantova) ma nessuno di essi raggiungeva l’intero territorio nazionale. Però parlavano al cuore della nazione, al Parlamento, ai vertici delle amministrazioni provinciali e dei comuni di grandi dimensioni, alimentavano il dibattito. Giornalisti e pubblicisti furono pionieri e protagonisti dell’identità nazionale, che ebbe due piani di costruzione: quello degli studiosi e quello di ricercatori-divulgatori. Non furono conflittuali ma complementari. Ognuno svolse il proprio ruolo, con pregi e difetti, ma con una meta fissa: l'Italia.
   Tra i molti esempi possibili tre sembrano paradigmatici.
   Il primo è Gustavo Strafforello (Porto Maurizio, 1820-1903). Giornalista ed erudito dalla penna brillante, lavorò per l’editore Pomba di Torino, in prima linea nella pubblicazione di enciclopedie popolari, che ebbero per modello opere straniere. Strafforello tradusse molto dal tedesco e dall’inglese e collaborò anche al Brockhaus’s Conversation-Lexikon. Per un’Italia che aveva fretta di crescere inizialmente rinunciò a scrivere opere proprie. Si prodigò invece per far conoscere i classici del pensiero straniero contemporaneo e accelerare l’europeizzazione degli italiani. Nel 1865 tradusse Self-Help di H. Smiles con il titolo subito famoso Chi si aiuta, il Ciel l’aiuta: vero e proprio breviario della Terza Italia. Strafforello non badò alla qualità letteraria dell’opera, ma alla sua efficacia pratica. L’Italia doveva rimboccarsi le maniche. Il pragmatismo di Smiles fu terreno di confronto con gli scrittori cattolici ispirati da don Giovanni Bosco, impegnati a loro volta a formare per la vita. All’epoca nessuno pensò che Strafforello complottasse contro l’integrità morale degli italiani solo perché era anche massone, come ricorda Filippo Bruno in “La Rivera dei framassoni”, di prossima riedizione. Il progresso era lo statuto di tutti gli europei, incluse le istituzioni culturali dei pontefici, incrementate da Pio IX e dai suoi successori. La Specola Vaticana diretta dal napoletano don Francesco Denza ne fu modello di prestigio universale.
   Quando fu abbastanza sicuro di sé, Strafforello pubblicò una cascata di opere, impastate di enunciazioni, esempi, aneddoti. Ebbero immediato e durevole successo la Storia popolare del progresso (1871), Gli eroi del lavoro (1872) sino a Le battaglie per la vita (1902) che fu il suo congedo. La sua opera promosse pragmatismo e positivismo senza pretese filosofiche né rigidità ideologica. Echeggiava lo spirito del tempo e concorreva a suscitarlo, in un circolo virtuoso tra autore e lettori. Si cimentò anche in opere di maggior polso come La sapienza nel mondo e Il dizionario universale di geografia, storia e biografia. All’Italia dedicò un’opera che fu insieme di affetto e di orgoglio, La Patria. Pubblicata a dispense dalla Utet di Torino, fece conoscere non solo la geografia ma anche storia, eroi eponimi, attualità economica, imprenditoriale, commerciale, il tutto corredato da carte, piante topografiche, ritratti, monumenti e vedute: un capolavoro. L’“Illustrazione Italiana” era la televisione dell’epoca per abbienti e professionisti. “La Patria”, divulgata a dispense dal prezzo modesto, raggiunse molti altri. Nessuno dei due volle il primato. Competevano a chi meglio faceva per un obiettivo comune. Non duello, ma sinergia. Per l’Italia.
   Altrettanto incisiva fu l’opera di Antonio Stoppani (Lecco, 1824-Milano 1891), presbitero e scienziato di fama mondiale. Fervido ammiratore di Manzoni e di Gioberti, nel 1848, quando ancora era seminarista, da chierico Stoppani aiutò i milanesi nelle Cinque giornate contro gli occupanti. Dopo l’ordinazione sacerdotale si dedicò a studi di paleontologia e glaciologia. Nel 1857 dimostrò per primo l’unità delle Alpi lombardo-svizzere. Fu tra i fondatori dell’Istituto geologico del Regno e concorse alla redazione della carta geologica dell’Italia, importante anche per la vulcanologia e lo studio dei terremoti. Apprezzato da Quintino Sella, fu il primo presidente del Club Alpino Italiano a Milano. La sua opera principale fu e rimane Il Bel Paese, pubblicato nel 1875 e subito di immensa fortuna. Don Stoppani non entrò in dispute teologiche. Parlò dell’Italia, delle sue bellezze naturali e ne esaltò il Creatore. Per lui, come per altri ecclesiastici lungimiranti, come Carlo Passaglia e Luigi Tosti, l’unificazione era un fatto compiuto. Bisognava guardare avanti: alla pace e alla fratellanza operosa. Istruì ed educò senza alzare la voce. Scienza e fede non erano affatto contrastanti, come non lo erano la Nuova Italia e la libertà di religione. Ammiratore dell'abate Antonio Rosmini, nel 1876 si candidò, senza fortuna, alla Camera dei deputati. Alcune sue pubblicazioni finirono nell'Indice delle opere proibite dalla Chiesa. Già a suo tempo preoccupato dal ritrarsi dei ghiacciai e dalla contaminazione delle acque (ne parlò anche con Umberto I e la Regina Margherita) lasciò fare al tempo, che è galantuomo.
   Altrettanto efficace di quella di Strafforello e di don Stoppani fu l’opera divulgativa di Mauro Macchi (Milano, 1818- Roma, 1880). Discepolo di Carlo Cattaneo e collaboratore del “Politecnico”, anch’egli prese parte alle Cinque Giornate milanesi del Quarantotto e concorse alla redazione dell’Archivio triennale delle cose d’Italia di Cattaneo. Espulso dal Canton Ticino, ove si era rifugiato, migrò nel regno di Sardegna, voltò le spalle a Mazzini dopo il fallimento della rovinosa cospirazione del febbraio 1853 e si dedicò a organizzare le società operaie di mutuo soccorso. Massone, Mauro Macchi collaborò alla promozione del “Libero Pensiero” con don Giuseppe Bonavino, che lasciò l’abito, prese nome di Ausonio Franchi, si fece iniziare in loggia e assunse la guida del Rito Simbolico Italiano. Poi tornò in religione. Garibaldino, Macchi fu vicepresidente della Lega per la pace e la libertà nel 1867 adunata a Ginevra, ove il Generale predicò la pace universale, ma tra popoli liberi dalla tirannide. Poche settimane dopo il settantenne Garibaldi non esitò a salire a cavallo per liberare Roma dal potere temporale di Pio IX.
   L'opera più durevole di Macchi fu l’Almanacco istorico d’Italia pubblicato dal 1868: un'opera vastissima. La scrisse da solo, a lume di candela, tra mille difficoltà. Era il suo modo di credere nella Patria. I maggiori studiosi di statistica lo vollero al proprio fianco: Leone Carpi, Angelo Messedaglia, Cesare Correnti, tutti massoni o amici di massoni o comunque fautori di quell’“idea di Italia” che talvolta nelle logge era motivo di contesa ma venne condivisa dai patrioti. Per lui storia e statistica non erano erudizione, né arida informazione: costituivano le basi per la ricognizione del passato e additavano la via del futuro, lo Stellone d’Italia che ciascuno era ed è libero di interpretare a proprio modo. Nel 1879 venne nominato senatore: rango presagito anche per don Stoppani. Fu tra i segnali della serena pacificazione della Terza Italia, il Bel Paese ove i sapienti erano uniti come nella “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio.
   A fare l’Italia concorsero cospirazioni e battaglie, ma altrettanto fecero studiosi che si dedicarono al giornalismo e alla divulgazione ed ebbero spiccata sensibilità per la letteratura e la lingua popolare, incluse le lingue regionali. Fu il caso di Macchi come di Costantino Nigra, solitamente ricordato quale incaricato d’affari e ambasciatore a Parigi; di Felice Govean, autore di romanzi storici e fondatore della “Gazzetta del Popolo” di Torino; e di Luigi Pietracqua, il cui nome non figura nella maggior parte delle recenti storie della massoneria italiana. Eppure ne fu alto dignitario ed ebbe la genialità di scrivere romanzi popolari in piemontese proprio quando la costruzione della Nuova Italia costrinse Vittorio Emanuele II a trasferire la capitale da Torino a Firenze e a Roma.
   Tutti insieme, scrittori, divulgatori e giornalisti, molti ecclesiastici e massoni, furono anch'essi “padri della Patria”.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Don Antonio Stoppani, volontario durante la Terza guerra per l'indipendenza (1866). Rievocato lo scorso 2024, bicentenario della sua nascita, dalle 9.30 alle 12.30 di venerdì 14 febbraio 2025, al Museo Naturale di Storia naturale di Milano (C:so Venezia, 55), don Antonio  Stoppani viene approfondito alla luce degli archivi in un incontro moderato da Suor Benedetta Lisci, del benemerito Centro Internazionale di studi rosminiani (Stresa). Molto attese sono le relazioni di padre Ludovico Maria Gadaleta (“Stoppani, Albertario e la questione rosminiana”), al quale si devono volumi fondamentali dell'Opera Omnia rosminiana, e dell'Arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, su “Un prete scienziato, perché la fede cerca e promuove la scienza”: un titolo che è tutto un programma nell'anno del Giubileo fondato sulla “speranza” della “pace in terra per gli uomini di buona volontà”.
 

FERROVIE, STRADE, TELEGRAFO
FECERO L'ITALIA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 febbraio 2025 pagg. 1 e 7.

Il mosaico di Stati staterelli in Italia prima
                    del 1860. La coincidenza tra confini geografici e
                    politici era stata ideata dal mitico “Patto di
                    Ausonia” che ispirò società segrete e moti
                    costituzionali costati la condanna a morte e al
                    carcere duro di tanti patrioti dal 1817 al 1870:
                    tutti convergenti nell'obiettivo di un'Italia libera
                    nella fratellanza dei popoli di tutti i continenti.
                    Ne fu suprema espressione Giuseppe Garibaldi, unico
                    italiano ricordato quale “Eroe dei due mondi” e
                    “primo massone d'Italia”.L'unificazione d'Italia
Oggi molto si discute di grandi opere e dei mezzi per realizzarle. È una sfida antica. Venne affrontata e vinta alla nascita del Regno d'Italia, da una classe dirigente di statura europea. Quella dirigenza sapeva da dove veniva e dove voleva arrivare: fare lo Stato e suo tramite gli italiani, un popolo di uomini liberi.

Dal 1860-1861 l’unità politica migliorò la vita degli abitanti del Paese Italia. Riorganizzò e coordinò una moltitudine di uffici e di servizi, prima pensati in funzione dei singoli Stati, piccoli o grandi fossero. Nel 1859 l’Italia era un mosaico di “lavori in corso”. Alcuni collegavano uno all’altro Stato per forza maggiore, altri avevano capo ma nessuna coda. Erano pensati in una visione di corto respiro. Nel primo quinquennio dopo la proclamazione del regno (1861) i governi presieduti da Camillo Cavour, Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi, Luigi Carlo Farini e Alfonso La Marmora e il Parlamento produssero, con regi decreti e leggi, un’enorme quantità di norme in tutti i campi.
   L’esecutivo si valse di ministri di riconosciuta competenza e dedizione, come Quintino Sella, Filippo Cordova, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia, a contatto con Londra, e Marco Minghetti. Insediati al governo ebbero per bussola l’esempio degli antichi Romani: fare opere grandiose, per unire gl’italiani e collegarli all’Europa quando il “Mare Nostrum” era attraversato da flotte di molti Stati non affacciati sul Mediterraneo, scorciatoia tra Mare del Nord e Oceano Indiano tramite il Canale di Suez.
   Quasi dieci anni dopo la nomina a ministro, Stefano Jacini rievocò il punto di partenza e il cammino rapidamente percorso. Era stato assegnato ai Lavori pubblici per fare da «artefice principale dell’Unità nazionale, destinato a soddisfare a breve scadenza a tutti gli infiniti desideri che altre nazioni più ricche e in tempi calmi, seppero realizzare nel corso di molti anni. […] L’Italia, costituita con giovanile baldanza, decretò una moltitudine di spese per lavori pubblici in termini fissi di tempo, assai prossimi, che gli emendamenti dei deputati più smaniosi di popolarità riuscirono spesso anche a maggiormente abbreviare».
   Nell’insieme le spese per opere pubbliche tra il 1860 e il 1870 sommarono a un miliardo di lire dell’epoca: una somma astronomica. Il 20 marzo 1865 la prima legge nazionale per la loro realizzazione prese a modello quella decretata il 20 novembre 1859 da Rattazzi, che aveva governato con pieni poteri. Le grandi opere furono finanziate per metà come spese ordinarie e per metà come straordinarie. Alle straordinarie si provvide con balzelli eccedenti le imposte ordinarie. In secondo tempo le amministrazioni pubbliche salirono coi ginocchi sanguinanti sui sentieri pietrosi dei mutui con la Cassa Centrale Depositi e Prestiti (ancora da inventare nel 1861) e dell’emissione di titoli obbligazionari. Con 451 milioni di stanziamenti le ferrovie fecero la parte del leone, seguite da strade ordinarie (136), poste (172), telegrafi (49), riattamento di porti (71), opere idrauliche (42), civili (38) e bonifiche di terreni paludosi (18 milioni).
   All’immenso impegno dello Stato si aggiunse quello di amministrazioni provinciali e comunali. Dalle Alpi alla Sicilia l’Italia divenne un immenso cantiere di opere progettate, avviate e in gran parte rapidamente concluse. Il profitto stava nel beneficio che ne nasceva. L’Italia di quegli anni fecondi e rapinosi non ripassava la stessa opera. Ne inanellava una dopo l’altra. Una ferrovia a fianco di una strada e di un canale. Quando ogni opera di quel genere costava enorme fatica fisica, la Giovane Italia costruì ponti, scavò tunnel ed edificò palazzi pubblici, anteponendo l'interesse generale all’ingordigia dei particolari. La borghesia concorse all’unica rivoluzione d’Italia: a vantaggio di classi che ancora non avevano forma perché ancora non v’erano manifatture competitive a livello europeo, né industria pesante, né concentrazione del capitale. Non v’era alcun “proletariato in attesa di rivoluzione”, perché esso non esisteva.

La rete ferroviaria
Il primo obiettivo della Nuova Italia fu costruire la rete ferroviaria. Gli Stati preunitari si dotarono tardi di strade ferrate e solo in un’ottica limitata: Napoli-Portici (1839), Milano-Monza (1840), Napoli-Capua, Pisa-Livorno (1844) e Padova-Venezia (1846). Per ultima arrivò la Torino-Moncalieri (1848). Camillo Cavour fu tra i primi a capire l’importanza commerciale e militare delle ferrovie. Puntò su Torino-Genova, Torino-Modane e Torino-Cuneo, che molti volevano proseguisse subito sino a Nizza, ma dopo la sua cessione alla Francia i lavori ristagnarono. La tratta, geniale sotto il profilo ingegneristico, venne completata solo nel 1928. Gravemente danneggiata sulla fine della seconda guerra mondiale e riattata nel 1978 è in attesa di ammodernamento.
   Nel 1859 il regno di Sardegna (cioè Piemonte, comprendente la Valle d'Aosta, Savoia, Liguria e il Nizzardo) aveva 800 km di linee sui 1758 dell’intera Italia. Seguivano il Lombardo-Veneto con circa 500 e la Toscana con 256. Gli altri Stati avevano briciole: Pio IX e Ferdinando II di Borbone ne contavano circa cento ciascuno. Quando Garibaldi sbarcò a Marsala, in Sicilia non vi era alcun tronco ferroviario. Lo stesso valeva per Puglie, Lucania e Abruzzi. Nel 1860-1861 nell’Italia centro-meridionale accorsero progettisti e fiduciari di grandi investitori italiani e stranieri. Nel maggio 1865, dopo anni di dure gare tra diversi gruppi d’interesse, l’Italia fu spartita da cinque compagnie ferroviarie. Lo Stato rinunciò a ergersi a protagonista esclusivo della titanica impresa. Concessioni e convenzioni con gl’interessi privati fecero affluire dall’estero ingenti capitali, garantiti dal governo. Nel 1862 il regno d’Italia stipulò con la Francia l’apertura del tunnel del Cenisio. Dal 1863 alcune tratte vennero completate in Sicilia, Sardegna e nell’Italia centrale. Napoli fu collegata con Roma, ancora del papa. Alla fine del 1865 erano in esercizio 3.396 chilometri di strade ferrate; e altri 3.281 erano in costruzione. L’ambizioso obiettivo di 8.000 chilometri di linee in esercizio immaginato all’indomani dell’Unità rimaneva lontano, ma la strada era tracciata.
   Il primo decennio dell’unificazione venne festeggiato con un evento d’importanza europea: l’apertura del tunnel del Cenisio, un traguardo scientifico e tecnologico ammirato da tutta Europa. Fu anche la dimostrazione della capacità del “lavoro italiano”. Il traforo fu aperto grazie alla perforatrice pneumatica. Un suo modello era stato inventato dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Il suo progetto però non fu preso in considerazione dalla commissione brevetti del regno di Sardegna (1853). Curiosamente, due commissari, Sebastiano Grandis e Germano Sommeiller, subito dopo presentarono un’ideazione propria, in collaborazione con Severino Grattoni, pressoché identica a quella di Piatti, che protestò ma fu ignorato. D’altronde era italiano, sì, ma anche… straniero, perché il Ticino ancora divideva il Piemonte dal Lombardo-Veneto. I lavori proseguirono alacremente. Come hanno scritto Marco Albera e Giorgio Cavallo, l’ultimo diaframma della galleria di 12.849 chilometri venne abbattuto il 26 settembre 1870, sei giorni dopo la “breccia di Porta Pia”. Roma e Parigi divennero più vicine proprio al crollo di Napoleone III, che tanto aveva fatto per avvicinarle. I due tronchi del traforo si congiunsero con soli trenta centimetri di scarto rispetto al fuoco ottimale previsto: una precisione per l’epoca portentosa.
   In pochi anni quella linea fu utilizzata da 25.000.000 di viaggiatori, corrispondenti all’intera popolazione del regno. Le province prive di tronchi ferroviari si erano ridotte dalle 34 del 1861 a sole 9, rimaste ai margini per la pressoché totale assenza di produzioni e scambi indispensabili per incentivare investimenti di base e alti costi di gestione. Malgrado gli ostacoli opposti dai caratteri del territorio la rete ferrata stava unificando l’Italia con ripercussioni sul commercio interno e internazionale, rapidi benefici e maggior sicurezza sia per l’ordine interno sia per la difesa contro possibili aggressioni dall’estero.

Le strade
Alla nascita la Nuova Italia si trovò povera di strade di grande comunicazione. Ogni Stato aveva principalmente curato arterie preesistenti. In molte valli piemontesi le vie si fermavano molto prima dei valichi per non agevolare eventuali invasioni francesi. Perciò gli abitanti erano costretti a guardare solo verso la pianura. Il Regno di Napoli si valeva delle strade consolari romane, riattate nel tempo, e di poche altre arterie recenti. Le città costiere della Sicilia comunicavano per mare più che per terra. Altrettanto valeva per la Calabria, i cui prodotti venivano portati a Napoli o altrove su imbarcazioni che navigavano sotto costa.
   Dopo l’unità le strade furono classificate in nazionali, provinciali, comunali e vicinali. Nel 1863 si contavano 22.500 chilometri di strade nazionali e provinciali, per un terzo nelle Due Sicilie (5.526 nel regno di Napoli, 2.000 in Sicilia), contro i 3.500 di Piemonte e Liguria, i 2.500 della Lombardia, i 3.300 della Toscana. Per unificare la rete stradale lo Stato dovette razionalizzare. Le decisioni dei governi non furono né capricciose né punitive. Dovevano salvare l’unità faticosamente raggiunta. Per farlo bisognava raggiungere il pareggio tra spese (tante) ed entrate (poche). Deliberare e avviare una nuova opera pubblica comportava il rinvio o la negazione di decine di altre, tutte in attesa, tutte necessarie. L’arretratezza e il sottosviluppo non vennero causate dall’unificazione. Erano il portato di secoli, una realtà che alcuni governi preunitari avevano considerato ineluttabile, come terremoti ed epidemie.
   Nel 1865 le strade nazionali di plaghe raggiunte dalla costosissima rete ferroviaria vennero trasferite alle province. Lo Stato assunse tuttavia l’onere delle strade principali della Sicilia e della Sardegna, in gravissime condizioni. Nel 1869 si accollò le strade provinciali d’interesse generale classificate di 1^ e 2^ categoria. Il governo fece insomma quanto era in suo potere. E chiamò gli enti locali a vedere l’Italia al di là dei confini municipali, in un’ottica nazionale e in una visione europea della storia. Per facilitare manutenzione e varianti migliorative delle vie esistenti e averne di nuove lo Stato autorizzò province e comuni a esigere una sovrimposta sui beni fondiari, gli unici accertabili. La riorganizzazione della rete stradale gravò sui proprietari terrieri, che erano in massima parte piccoli e medi. Nel 1864 essi furono gravati dal conguaglio provvisorio dell’imposta fondiaria, gravosissima tassa “una tantum” per far quadrare i conti di uno Stato che nel frattempo si trovò a dover traslocare la capitale da Torino a Firenze.
   Nell’aprile 1868 il governo presieduto dal generale Luigi Federico Menabrea, ingegnere di talento, deliberò di costruire le strade che le amministrazioni locali non allestivano malgrado le disposizioni favorevoli dello Stato, ma ne fece carico agli inadempienti. Antepose l’interesse generale permanente ai capricci di camarille locali, come nei secoli avevano fatto i Savoia (e non essi soli) per passare dal feudalesimo allo Stato moderno. Però in troppi casi gli enti locali avevano dichiarato d’interesse nazionale le strade locali contando di scaricarne l’onere sullo Stato. Si registrò insomma una gara di egoismi e miopie. L’Italia doveva scegliere tra unificazione effettiva e orto di casa.

Poste...
Un altro fondamentale concorso all’unificazione venne dalla riorganizzazione delle poste e del telegrafo. Da tempo vigevano convenzioni tra gli Stati preunitari, ma ciascuno di essi, sia per ragioni economiche sia di sicurezza, ne deteneva il controllo, a scapito della celerità e dell’efficienza. Dal 1860 il servizio postale fu riservato allo Stato che lo orchestrò con una direzione generale del ministero dei Lavori pubblici. Il 5 maggio 1862 fu emanata la prima legge organica, modificata il 4 dicembre 1864. Essa fissò le tariffe: 15 (poi 20) centesimi per il trasporto e la consegna di lettere di peso sino a dieci grammi affrancate in partenza e 30 per quelle a carico del destinatario; un solo centesimo per il trasporto di quotidiani e periodici sino a 40 grammi, 2 centesimi per le stampe sino a 40 grammi, crescenti di altri due per ogni altri 4° o frazioni di 4°.
L’opportunità di usare la tariffa più economica incrementò la produzione della carta finissima e resistente sulla quale vennero scritte milioni di lettere con inchiostri dai colori ancora vividi a distanza di un secolo e mezzo.
   Particolarmente generosa fu la tariffa per i quotidiani, indotti a usare piccolo formato, due o al massimo quattro facciate e carta tanto leggera quanto adatta a essere impressa con le tecniche tipografiche dell’epoca. L’organizzazione nazionale del servizio postale dette frutti positivi. Nel 1870 si contavano quasi 3.000 uffici postali. I giornali e periodici distribuiti dalla posta crebbero da 40 milioni di copie annue a 68 milioni. Le lettere spedite nel regno superarono i 100 milioni nel 1872. Quelle non affrancate in partenza scesero a un decimo del totale mentre nel 1862 superavano il 50% . L’addebito al destinatario era un segno di incertezza e spesso di povertà del mittente.
Gli uffici postali non si limitarono a raccogliere e a distribuire la corrispondenza, i periodici, opere enciclopediche a dispense, fondamentali per la promozione dell’istruzione anche nei centri minori e in borgate rurali, ma svolsero funzioni bancarie. Anzitutto con i vaglia interni e internazionali, che si affermarono come la forma più rapida e sicura di trasmissione di danaro a distanza.
   Dal 1870 Quintino Sella, ministro delle Finanze, propose l’introduzione in Italia del risparmio postale, che dava ottimi frutti in altri Paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna ove era stato ideato da Sykes e promosso da Gladstone. Il progetto incontrò ostacoli perché il risparmio postale avrebbe conteso il terreno alle altre forme di risparmio all’epoca prevalenti. Il ministro raggiunse lo scopo nel 1875. Gli uffici postali vennero abilitati alla raccolta di danaro su libretti postali nominativi. Nacque così la rete più capillare e discreta di raccolta dei risparmi anche nei luoghi più remoti del regno, ove per comprensibili motivi di bilancio nessuna banca privata e neppure le casse di risparmio o le banche popolari avrebbero aperto sedi, filiali o sportelli per il divario tra costi e benefici. I versamenti su libretti postali furono remunerati con elevato tasso d’interesse a vantaggio dei cittadini, incoraggiati ad incrementare i depositi. Il risparmio postale segnò un profondo mutamento dei costumi in plaghe che per secoli avevano tesaurizzato in ripostigli reconditi le poche monete di casa. Grazie alla solerzia degli impiegati esso raggiunse ceti altrimenti destinati a rimanere ai margini dell’organizzazione bancaria.
   All’epoca si diffusero innumerevoli titoli monetari artificiosi: i “buoni” e altre forme improprie di moneta che aumentarono il circolante al di fuori del controllo della vigilanza. Il risparmio postale infine, e con esso gli uffici che lo organizzarono, ebbe ruolo di spicco a sostegno della Cassa Centrale Depositi e Prestiti che fu il maggior volano dei grandi investimenti per la realizzazione di opere pubbliche dopo l’Unità.
   Il concetto di una cassa di deposito per affrontare esigenze pubbliche straordinarie era antica. Risaliva almeno al 1171 quando la Repubblica di Venezia ricorse alla Zecca di San Marco che concentrava depositi pubblici e risparmi privati. Nel regno sardo la Cassa di depositi e di anticipazioni di fondi per i lavori pubblici fu varata da Carlo Alberto nel 1840. Migliorata e potenziata, fece da modello alla Cassa depositi e prestiti organizzata in Casse compartimentali operanti di concerto con le Direzioni generali del debito pubblico di Firenze, Milano, Napoli, Palermo e Torino, istituite nel 1863 e poi unificate nella Cassa Centrale Depositi e Prestiti (11 agosto 1870), fortemente voluta da Quintino Sella. Gli uffici postali, infine, ebbero il monopolio della vendita dei francobolli, ascesi a oltre cento milioni di pezzi un decennio dopo l’unificazione nazionale.

… e Telegrafi
Dalle origini il telegrafo fu controllato dai governi. Il primo impianto fu la linea Pisa-Livorno. Successivamente si diffuse nel Lombardo-Veneto e nei Ducati padani (1850-52), nello Stato pontificio e nelle Due Sicilie (1852-57). Il regno sardo partì nel 1851e si portò subito avanti. Nel 1854 venne calato il primo cavo sottomarino per collegare La Spezia con la Corsica e la Sardegna. La Nuova Italia contò 12.000 chilometri di fili e 250 uffici, che rendevano tre quarti delle spese d’esercizio: un servizio pubblico tra i più remunerativi del regno. Dopo vari insuccessi dovuti alle correnti marine, nel 1863 vennero definitivamente collegate alla terraferma Sardegna e Sicilia. Le tariffe erano elevate. Il telegramma più breve da Torino a Napoli costava 20 lire, quasi il salario mensile di un bracciante. La drastica riduzione delle tariffe (da una a sei lire, secondo lunghezza del testo e distanza) incoraggiò la comunicazione telegrafica. Essa si diffuse non solo per comunicazioni commerciali ma anche per eventi domestici. Inviare e ricevere telegrammi divenne sinonimo di benessere e di prestigio sociale e, al tempo stesso, indusse a brevità e a riservatezza, anche perché prima di essere consegnati i contenuti erano letti dagli impiegati e costituivano oggetto di bisbigli.
   Nel primo decennio il Regno dovette affrontare prove durissime e spese ingenti per la sicurezza delle frontiere, per le pesanti conseguenze della terza guerra d'indipendenza, che fruttò Venezia (1866), e dell’annessione di Roma (1870), per fronteggiare ed estinguere il brigantaggio, per bonificare le vaste aree arretrate, la combattere la criminalità (dalla Sardegna alla Liguria e alla Romagna). In quegli stessi anni l’Italia fu un grande cantiere. Si registrarono molti casi di affarismo spregiudicato. Nell’insieme, tuttavia, il fervore patriottico prevalse. In un paio di lustri la Nuova Italia mise a buon frutto un ventennio di operosità scientifica e di quelle patrie battaglie che rimasero punto di riferimento ideale della dirigenza politica e attirarono all’Italia la simpatia di imprenditori e di studiosi stranieri, stupiti che essa non fosse affatto la “terra dei morti”, come lugubremente detta da Alphonse De Lamartine.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il mosaico di Stati  staterelli in Italia prima del 1860. La coincidenza tra confini geografici e politici era stata ideata dal mitico “Patto di Ausonia” che ispirò società segrete e moti costituzionali costati la condanna a morte e al carcere duro di tanti patrioti dal 1817 al 1870: tutti convergenti nell'obiettivo di un'Italia libera nella fratellanza dei popoli di tutti i continenti. Ne fu suprema espressione Giuseppe Garibaldi, unico italiano ricordato quale “Eroe dei due mondi” e “primo massone d'Italia”.


LA “LISTA”
PER LA MODERNA CACCIA ALLE STREGHE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 gennaio 2025 pagg. 1 e 7.

Nella foto una terrificante rappresentazione
                    paleo-medievale del Demonio. Dal volume “San
                    Fiorenzo in Bastia Mondovì”, a cura di Andreina
                    Griseri e Geronimo Raineri, ora in “Studi
                    Monregalesi”, a. XXIX, 2024, n. 2, tavola fuori
                    testo. Nel passato anche qualche papa definì le
                    logge “sinagoghe di Satana”, come oggi ripetono
                    regimi oscurantisti e intolleranti che impongono la
                    lettura dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”,
                    il libraccio che sciorina i presunti complotti
                    demo-pluto-giudaico-massonici e fu “di moda” in
                    Italia dal 1920 al 1945. La vittoria del gran
                    maestro Stefano Bisi dinanzi alla Corte europea dei
                    diritti dell'uomo, con sede a Strasburgo, è merito
                    suo, degli avvocati che lo hanno assistito (Vincenzo
                    Zeno-Zenkovic, Raffaele D'Ottavio e Fabio Federico)
                    e del Grande Oriente d'Italia; ma lo è anche di
                    tutti gli “uomini liberi e di buoni costumi”, quale
                    ne sia l'appartenenza, perché confuta la prepotenza
                    di Pubblici Poteri che per colpire oggi i massoni,
                    domani chissà chi altri, vanno al di là della legge
                    e diffondono una visione distorta della realtà.La pesca a strascico
“C'è un giudice a Strasburgo” è il titolo del nuovo libro di Stefano Bisi, per due mandati (2014-2024) gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Di che cosa parla? Semplice e chiaro. Nel lontano 2017 Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare di indagine sulle mafie e altre associazioni criminali si convinse che almeno in alcune regioni d'Italia, come la Sicilia e la Calabria, le logge massoniche fossero cassa di compensazione fra massoni e  organizzazioni malavitose dai molteplici nomi (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta…). Altrettanto plurime erano e sono le denominazioni distintive delle Comunità dei Liberi Muratori. Per venirne in chiaro, decise Bindi, bisognava confrontare le liste degli affiliati alle logge con i nomi degli inquisiti per mafia. Questi ultimi, per la verità, vanno distinti tra quanti risultano sicuramente colpevoli di reato di associazione mafiosa (id est: criminale) sulla base di indagini e di sentenze passate in giudicato; quanti, invece, risultano colpevoli di fiancheggiamento o “concorso esterno” con mafiosi; e, infine, chi viene “indicato” come sospetto di contatto continuativo o circoscritto e magari del tutto casuale e inconsapevole con persona indagata per reati di mafia.
   La consistenza del reato di “concorso esterno” è stato ed è oggetto di molte riserve da parte dei giureconsulti, per la vaghezza della sua sostanza. Ancor più lo è l'addebito di collusione con mafiosi e mafie. Può essere frutto di supposizione priva di elementi probanti, di “vendette trasversali” tra appartenenti a cosche rivali o talvolta (come spesso accertato) di “pentiti” in cerca di accreditamenti e corrivi, di propria scelta ovvero indotti da altri, a “narrare” anche ciò che non sanno. Non di rado la loro “testimonianza” è risultata infondata a seguito di indagini accurate e di sentenze passate in giudicato.
   In sintesi, quando iniziò a occuparsi di collusione tra mafie e logge, la Commissione parlamentare d'inchiesta non partiva da una certezza suffragata da indizi di reato, validate da indagini e da rinvii a giudizio e da sentenze nelle quali si era concluso che il cittadino “X” aveva avuto rapporti con mafiosi in quanto massone, cioè a nome della sua loggia o della Comunità massonica di appartenenza, e che il mafioso “Y” aveva instaurato rapporti criminosi con il massone “X” non come persona singola ma quale primo anello di una catena che, salendo “per li rami”, gli avrebbe consentito di coinvolgere nelle sue condotte criminose la sua e molte altre logge e infine i vertici nazionali e persino internazionali delle logge e dei riti di appartenenza dei singoli massoni.
   La presidente Bindi, assecondata dai commissari, decise dunque di recidere il nodo gordiano: “avere le liste”. Tutte.
   
Estate 2016: quando i grandi maestri furono auditi...
Passo preliminare furono le audizioni dei grandi maestri (o presidenti che dir si voglia) di quattro Comunità massoniche italiane: il Grande Oriente d'Italia (GOI), la più antica e numerosa, con sede in Roma, a Villa Medici (edificata per il generale Giacomo Medici, garibaldino, poi aiutante di campo di Vittorio Emanuele II, uomo d'ordine); la Gran Loggia d'Italia degli antichi e liberi muratori di Rito scozzese antico e accettato, con sede in alcuni ambienti di Palazzo Vitelleschi, prospiciente l'area sacra di Torre Argentina; la Gran Loggia Regolare d'Italia (nata su impulso della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, da molti ritenuta depositaria di legittimità e regolarità); la Serenissima Gran Loggia scozzese. La Commissione mise nel mirino quattro delle numerose (un centinaio o assai più?) organizzazioni massoniche (associazioni, ordini, fratellanze...) esistenti in Italia con le denominazioni più varie e spesso ripetitive, ma bene o male tutte riferite a Orienti, Grandi logge e Riti. Meglio sarebbe se il Parlamento varasse una legge analoga a quella esistente in Francia dal 1901, a tutela del nome delle associazioni, con quanto ne discende a beneficio degli associati, ai quali, “sic stantibus rebus”, può accadere di essere dipinti come criminali perché un magistrato o persino una legge giudica colpevole l'associazione di cui fa parte. L'indagine, condotta dalla Commissione con i poteri di corte giudiziaria, si restrinse ad alcune “sigle” più sospette di altre perché nelle regioni più “chiacchierate” risultavano maggiormente presenti loro ramificazioni
   Chiamati “ad audiendum verbum” dinnanzi alla Commissione nella rovente estate del 2016 i “capi” delle quattro Comunità massoniche, ognuno a modo proprio come si evince dalle audizioni (registrate e messe in rete da Radioradicale, che svolge benemerito servizio pubblico), difese i propri affiliati e respinse con sdegno l'addebito di avere mai propiziato rapporti malavitosi tra logge, singoli iniziati e organizzazioni criminali.
   Richiesto di esibire le liste degli affiliati delle regioni nel mirino della presidente Bindi, Stefano Bisi, gran maestro del GOI, il 3 agosto 2016 rifiutò seccamente in nome del diritto alla riservatezza (altra cosa dal “segreto”), radicato nella Costituzione della Repubblica che garantisce il diritto di partecipare ad associazioni che non cospirano contro la sicurezza dello Stato. Come appunto la Massoneria, i cui iniziati si proclamano fedeli alla Carta costituzionale, tra le più avanzate nel mondo in difesa dei diritti “non negoziabili”, come più volte spiegato da Marcello Pera e da tanti costituzionalisti.

...e perquisiti (1 marzo 2017)
Sentendosi sfidata, la presidente Bindi decise il blitz. Il 1° marzo 2017 mandò una missione speciale del Scico (sezione particolare della Guardia di finanza) a prelevare da Villa Medici tutto il “materiale” che ritenesse indispensabile per documentare la sospetta collusione tra GOI e organizzazioni mafiose. L'ispezione, come ricorda il gran maestro Bisi in “C'è un giudice a Strasburgo”, durò quattordici ore ininterrotte, dal pomeriggio alla mattina seguente. Fu arcigna e minuziosa. Tutte le persone presenti nella Villa furono identificate, ogni vano fu verificato. Vennero esplorati i recessi più improbabili, perché, come recita il brocardo, il diavolo si nasconde nei dettagli, e magari poteva essere celato nelle colonne J e B poste nella Biblioteca intitolata al giurista Paolo Ungari, nel giardino, ai piedi o tra le fronde dei pochi alberi che lo ornano e che furono pertanto a loro volta vagliati dalle radici alla chioma.
   Terminata l'ispezione, completa di asportazione della documentazione ritenuta utile all'indagine, il Grande Oriente protestò per l'abuso perpetrato a suo danno, nell'indifferenza dei tanti “media” solitamente corrivi a schierarsi a fianco di chi subisce iniquamente torti. Per capire il clima bastò osservare che la notizia della perquisizione venne diramata alle agenzie di stampa prima ancora che essa avesse inizio. “Qualcuno” aveva fretta di additare all'opinione pubblica “il Mostro” prima ancora di avere qualche prova a suo carico o forse nel timore di non uscisse un ragno dal buco al termine di un’indagine basata sul capovolgimento dell'onere della prova: ti accuso, ma non tocca a me provare che sei colpevole, sei tu a dover dimostrare la tua innocenza. Diversamente sei reo, anche se non confesso.

I dubbi sulla legittimità di quell'azione...
Sorda a ogni appello al confronto sul terreno dei fatti, nella propria Relazione conclusiva la Commissione, all'occaso della Legislatura, asserì che la massoneria è “sostanzialmente segreta”: un’affermazione linguisticamente incomprensibile e giuridicamente irrilevante. Le cose sono o non sono. Orbene, “massoneria” è un sostantivo comune di tante “cose”: polisemico, inflazionato e quindi labile. Anche dal suo avvento in veste “moderna” sull'inizio del Settecento, la sua “sostanza” era e rimane indefinita. È esperienza individuale all'interno della loggia, che a sua volta è uno spazio illimitato. La volta del Tempio non è “chiusa” come quello delle cattedrali e delle moschee: è il cielo stellato. Lì la fratellanza va oltre statuti associativi e regolamenti. Essa “è”. “E-mozione”. Ognuno esce da sé e si con-lega alla “catena di unione”. Ne scaturisce l'eggregore. Lì sono l'impercettibile e l'ineffabile che gli scrivani dei tribunali inquisitori spacciano per “segreto”, da reprimere, condannare ed espellere dalla società fondata su massificazione e uniformità. Lo precisa Alfio Manoli in un corposo libro sul Rito scozzese  antico e accettato, recentemente pubblicato da Giuseppe Laterza.
   Ma come far comprendere i rudimenti dell'Arte Reale a chi aveva pregiudizi che giungevano da chissà quali letture infantili? Non per caso, come ricorda Bisi, la Commissaria non esitò a evocare quale precedente, ma neppure abbastanza rigoroso, la legge fascista che il 26 novembre 1925 mise le comunità massoniche italiane (Grande Oriente e Serenissima Gran Loggia) nella condizione di auto-sciogliersi per scongiurare la persecuzione dei propri associati, duramente colpiti nella fiorentina “Notte di San Bartolomeo” del 3 novembre precedente, costata la vita a tre massoni assassinati perché tali.

...e il ricorso alla Corte di Strasburgo
Chiesta invano la restituzione dei “reperti” asportati durante la perquisizione e la distruzione delle liste, come altra volta in passato, a fronte dell'introduzione di “norme” discriminatorie ai danni dei massoni italiani, il GOI guidato da Bisi ricorse alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo valendosi di giuristi preparati e tenaci. Dopo anni, ha avuto ragione: la Commissione d'inchiesta andò oltre il limite delle esigenze d'indagine.
   Nel suo nuovo libro, che fa seguito a “Massofobia. L'Antimafia dell'Inquisizione” (ed. Tipheret), Bisi ricorda altre rivendicazioni da anni ribadite dal Grande Oriente d'Italia: in specie i 140 metri quadrati di Palazzo Giustiniani promessi più di trent'anni addietro dal “lodo Giovanni Spadolini”: pochi, ma forse utili per un “Museo Massonico Virtuale”, capace di documentare la plurisecolare connessione tra logge e storia generale d'Italia dall'Illuminismo al Risorgimento, dall'unità alla Grande Guerra, dalla Costituzione ai giorni nostri. Da una pur minima “emittente”, con una finestra affacciata su Piazza della Rotonda, di fronte al Pantheon, tomba di Raffaello Sanzio e dei due primi Re d'Italia, sarebbe possibile ricordare i tanti patrioti che nelle logge cospirarono per l'unità nazionale e la fratellanza dei popoli (basti, tra i molti, il nome di Giuseppe Garibaldi) e ne consolidarono le basi sociali ed economiche, come negli Anni Trenta-Quaranta del Novecento fecero Alberto Beneduce, già oratore del GOI e da Mussolini voluto presidente dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale e riformatore della Banca d'Italia, e Domenico Maiocco, socialista, antifascista e massone, promotore della Massoneria Unificata, riconosciuta dalla Giurisdizione americana del Rito scozzese antico e accettato quale volano dell'Italia finalmente libera da nazionalismi, sovranismi e altri feticci del passato remoto.

Persecuzioni ricorrenti, vane ma devastanti
In un'ottica storiografica di lungo periodo e di vasto spettro, la deplorazione pronunciata dall'Alta Corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo nei confronti dell’arbitraria confisca delle liste di massoni voluta da Rosy Bindi investe anche le indagini che, come prevedibile, nel corso del tempo non hanno affatto provato la fantasiosa collusione mafia-massoneria ma hanno danneggiato in misura grave e spesso irrimediabile molte persone i cui nomi sono stati esposti al pubblico ludibrio. Era accaduto con l'“affare P2” e poi con l'inchiesta condotta dal procuratore Agostino Cordova. In entrambi quei casi i “media” per anni gettarono in pasto a un'opinione pubblica manipolata e prevenuta elenchi interminabili di nomi di persone spacciate per colpevoli di chissà quali nefandezze solo perché massoni. Ci vollero quindici anni prima che una Corte d'Assise dichiarasse in via definitiva che i “piduisti” non solo non avevano mai progettato alcun golpe militare ma non avevano neppure perseguito un progetto politico di destabilizzazione delle istituzioni. Però, va notato, per arrivare a quella sentenza passarono tre lustri. E ciò malgrado, qualcuno affermò e altri ancora ripetono che la P2 stava alla Massoneria come le Brigate Rosse al Partito comunista italiano: un paragone del tutto infondato. Basti ricordare che la famosa o famigerata loggia “Propaganda massonica” non ha mai tenuto alcuna assemblea, non ha mai deliberato alcun programma e che il suo maestro venerabile mandava lettere e circolari per posta ordinaria, come documentano decine di volumi degli Atti della Commissione d'Inchiesta. Al generale Carlo Alberto dalla Chiesa Gelli scriveva indirizzando le lettere alla Caserma “Bergia” di Torino: in chiaro, non in caratteri criptici. Qualunque portalettere o furiere avrebbe potuto leggerle prima che arrivassero nelle mani del destinatario. Non sembra lo stile di due cospiratori...

2025...1925
La Corte europea di Strasburgo si è fatta sentire alla vigilia di questo 2025 che, per chi ha buona memoria, non è un anno qualunque, bensì il centenario della “distruzione del Tempio”, cioè del forzato autoscioglimento delle maggiori comunità massoniche italiane: il GOI e la Gran Loggia. Ciascuna delle due, aggiungiamo, aveva all'estero una rete di un centinaio di logge, non solo nelle colonie dell'Italia ma anche in Marocco, Tunisia, Egitto, Turchia e nelle Americhe. Ve n'era una persino in Cina. Erano altrettante antenne di un’italianità poliglotta che, a volte all'estero da generazioni, era rimasta legata alla terra d'origine e si affermava con i propri meriti, a confronto con quelli delle altre genti europee approdate nei vari continenti e lì in rapporto con civiltà, credenze, costumi locali. Erano parte di un universo dialogante al di là delle differenze di razza e di religione, come già era l'Italia tra Otto e Novecento.
   Per l’incipiente regime mussoliniano, mirante a imporre il pensiero unico, in quel 1925 fu necessario demolire le comunità massoniche per rivendicare il monopolio dell'“idea di Italia”, nata da tutt'altra cultura, il liberalismo risorgimentale: un' Italia europea, già in cerca delle “civiltà sepolte”. Per i grandi e piccoli gerarchi del regime era importante impadronirsi delle “liste”, per tenere d'occhio i massoni ed espellerli dalla vita pubblica, a cominciare da quella culturale. In un mondo fondato sul sospetto, sull'incubo del complotto e del ricatto era fondamentale disporre degli elenchi dei massoni. In “C'è un giudice a Strasburgo” Bisi ricorda come venne salvato il collare della gran maestranza. Altrettanto interessante sarà narrare come vennero sottratti alla confisca i volumi della “Matricola” generale del Grande Oriente d'Italia e i “Registri” degli iniziati alla Serenissima Gran Loggia, documenti base per capire il massonismo italiano. Esso non si riduce a tabelle statistiche sulle condizioni professionali degli affiliati o sulle loro classi d'età: è “categoria dello spirito”.
   Di quelle liste avevano bisogno sia il massonofago Mussolini – che nel 1938 schernì Italo Balbo quale “porco democratico che faceva l'oratore nella loggia Savonarola di Ferrara” perché non condivideva le leggi razziali – sia e soprattutto i mastini del regime. Impugnando “la lista”, costoro avrebbero sparato a zero contro gli affiliati, per esempio precludendo loro la direzione di sezioni particolarmente sensibili dell’“Enciclopedia italiana”. Proprio perché non si avevano “pove”a loro carico vi poterono operare Angelo Sraffa (Diritto pubblico), padre di Piero, che portò in salvo i “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci; di Enrico Fermi (Fisica), iniziato alla Gran Loggia; e Raffaele Pettazzoni (Storia delle religioni). Altri “fratelli”, come Arnaldo Momigliano, uno per tanti, erano nella Redazione. Aggiungeremo l'elenco dei tanti futuri antifascisti celeberrimi che collaborarono con “voci” alla costruzione del maggior monumento culturale italiano qual era e rimane l'“Enciclopedia Treccani”. Tra i molti bastino i nomi di Arturo Carlo Jemolo e Piero Calamandrei, già e poi vicini all'universo massonico. Analogo discorso andrà fatto per l'Enciclopedia pubblicata dalla Utet di Torino, antico presidio massonico.

Dirigenza culturale e Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
Il punto è che, come la “dirigenza” burocratica (vertici dell'amministrazione dello Stato e degli “enti autarchici territoriali, cioè province e comuni), neppure quella “culturale” si improvvisa. Vale per le discipline cosiddette scientifiche (matematica, fisica, chimica, medicina, ingegneria...), come per le economiche e per quelle cosiddette “umanistiche”. Il filologo, il linguista, lo storico non nascono dai “manipoli”, dallo squadrismo, dal fanatismo. Sono l'opposto. Crescono dallo studio. Da apprendisti, i loro cultori imparano in silenzio; da compagni d’arte, dialogano; poi entrano nelle maestranze, che sono cenacoli di pari grado, intenti a dirozzare le pietre e a costruire la civiltà degli uomini liberi, fondata su norme sempre più universali, condivise dagli Stati attraverso dichiarazioni e convenzioni vincolanti.
   Il discrimine sono la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948 e tutte le “carte” che ne sono derivate. Esse sono il solco tra un prima e un poi. Chiudere gli occhi dinnanzi a chi li calpesti significa mettersi a fianco dei loro nemici e compiere un balzo all'indietro, dalla civiltà dei diritti ai regimi dei prepotenti. Bene, dunque, che ci sia ancora un giudice a Strasburgo e che l'Europa continui a credere in se stessa, “educata” qual è dai tanti crimini che ha compiuto nei secoli su di sé se e su popoli di altri continenti. Ha fatto il suo “esame di coscienza”, ha confessato i propri errori, ha espiato. Ora ha diritto di essere se stessa: non un fastello di merci e un groviglio di tasse per guerriglie tra gnomi ma un patrimonio di civiltà divenuta Storia.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA. Nella foto una terrificante rappresentazione paleo-medievale del Demonio. Dal volume  “San Fiorenzo in Bastia Mondovì”, a cura di Andreina Griseri e Geronimo Raineri, ora in  “Studi Monregalesi”, a. XXIX, 2024, n. 2, tavola fuori testo. Nel passato anche qualche papa definì le logge “sinagoghe di Satana”, come oggi ripetono regimi oscurantisti e intolleranti che impongono la lettura dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, il libraccio che sciorina i presunti complotti demo-pluto-giudaico-massonici e fu “di moda” in Italia dal 1920 al 1945.
La vittoria del gran maestro Stefano Bisi dinanzi alla Corte europea dei diritti dell'uomo, con sede a Strasburgo, è merito suo, degli avvocati che lo hanno assistito (Vincenzo Zeno-Zenkovic, Raffaele D'Ottavio e Fabio Federico) e del Grande Oriente d'Italia; ma lo è anche  di tutti gli “uomini liberi e di buoni costumi”, quale ne sia l'appartenenza, perché confuta la prepotenza di Pubblici Poteri che per colpire oggi i massoni, domani chissà chi altri, vanno al di là della legge e diffondono una visione distorta della realtà.




CAVALCARE LA TIGRE
MA SARÀ MANSUETA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 gennaio 2025 pagg. 1 e 7.

Il mondo che venne per quello che verrà: “Alza
                    la prora e volgila allo spazio...”.Si volta il foglio, si vede la guerra...
Domani, 20 gennaio 2025, si apre a Davos-Kloster il ventesimo World Economic Forum, uno tra gli appuntamenti più attesi per fare il punto sulla “salute” dell'umanità brulicante sul pianeta e cercar di prevedere il futuro per almeno un decennio: un periodo ragionevole oltre il quale si passa da stime attendibili a meri vagheggiamenti. Il documento di lavoro approntato nell'autunno 2024 per i quattro giorni del Forum, elaborato sulla scorta di 900 interviste a studiosi delle crisi, è improntato a realismo. Esso prospetta che i due lustri prossimi saranno dominati da conflitti armati tra diversi Stati. Tra le decine di guerre “a bassa intensità” già in corso, oggi, ai margini dell'attenzione concentrata su quelle tra Federazione russa e Ucraina e tra Israele e palestinesi, molte, come vulcani dormienti, potrebbero esplodere a breve con forza distruttiva incontrollabile.
   Ma le guerre sono causa o effetto di crisi oppure grani di un'unica corona di spine che avvolge il mondo? Alla loro base si rincorrono tensioni sociali crescenti all'interno dei singoli Stati e tra grandi aree, acuite dalla percezione della fine delle risorse e quindi dalle gare tra i governi per accaparrarsene a vantaggio della stabilità interna e, al tempo stesso, dalla loro pulsione verso spazi più sicuri e contro chi bussa alla porta per avere la sua parte del benessere oggi disponibile.
   Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, ormai ottant'anni addietro, alle antiche libertà di pensiero, religione e dai bisogni il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin D. Roosevelt aggiunse quella dalla “paura” (delle guerre, delle malattie...). Gli uomini, si affermò, hanno diritto alla serenità (persino alla “felicità” evocata dalla Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776) , a guardare con fiducia al futuro. Altrimenti essi diffidano, si arroccano e si preparano a difendere con le unghie e coi denti le proprie aiuole tramite lo Stato e, se occorre, contro lo Stato. La mancanza di certezze, insomma, fa regredire all’“homo homini lupus”.
   Mentre le alleanze difensive sino a poco tempo addietro costituivano i pilastri portanti della sicurezza (era il caso della Nato), le previsioni danno per scontato che i prossimi anni registreranno l'aumento di tensioni e di probabili conflitti armati tra medie e piccole “potenze”, in assenza di poteri regolamentari sovranazionali, un tempo efficaci, oggi irrisi. Il 2024 ha certificato l'assoluta irrilevanza dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, il cui segretario generale Guterres ha predicato al vento mentre il Consiglio di Sicurezza è stato paralizzato dai veti incrociati di potenze direttamente o indirettamente coinvolte nelle guerre o interessate alla loro prosecuzione perché esse logorano i contendenti e giovano agli Stati di seconda fila, fornitori di armi e a loro modo protagonisti. Fanno storia. Micidiale.
   L'anarchia internazionale oggi dominante rende impossibile un'azione comune nella difesa dell'“ambiente”, relegato nel dimenticatoio da grandi potenze quali Cina e India e dagli stessi Stati Uniti d'America e ormai troppo costosa anche nell'Europa che si erse a sua paladina, salvo poi ripiegare su trincee arretrate a cospetto dello squilibrio tra risorse e costo della stabilità occupazionale, preoccupazione ovunque dominante e tutt'uno con il sistema pensionistico e assicurativo: ovvietà per molte persone dell'“Occidente” ma chimere per tanta parte dei popoli che mancano di acqua, farine e assistenza medica. Come cavalcare la tigre? Sarà mansueta o si volterà contro il domatore?
   Le criticità che impediscono di guardare al di là del 2035, cioè di un domani a portata di programmazione d'urgenza, intaccano anche il potere salvifico o almeno consolatorio della Parola. Mentre viene invocato il ritorno alla cooperazione e alla solidarietà internazionale, anzitutto per fronteggiare nuove epidemie, la cui prossima nefasta esplosione è data per scontata da tutti gli studiosi che se ne occupano senza falsi allarmismi e senza ingenue illusioni, nessuno riesce a garantire un futuro di pace per i viventi e meno ancora per le “generazioni venture”.

Speranza o Progetto?
Se, appunto, le Parole segnano i tempi, va constatato che quella scelta da papa Francesco quale ispirazione dell'Anno Giubilare è “Speranza”, molti passi indietro o di lato rispetto a “Progetto”, che significa controllo razionale del presente, previsione e e programmazione: criteri  neopelagiani. Chi ha qualche anno alle spalle ricorda che verso la soglia degli Anni Sessanta del Novecento l'ONU lanciò il piano decennale per lo sviluppo, destinato a imprimere la svolta verso il benessere anche per i popoli sino a quel momento diseredati del Quarto mondo. Fallì, travolto dalla sequenza di guerre connesse alla decolonizzazione. Queste oggi sono rimosse dalla memoria e del tutto dimenticate a vantaggio della leggenda secondo la quale il cammino verso l'unione (per ora va scritto in minuscolo, perché la sua sostanza latita) ha garantito la pace agli abitanti dell'Europa. La realtà è molto diversa. In effetti i popoli della parte occidentale del Vecchio Continente non si sono più azzuffati in carneficine come avevano fatto nella prima metà del secolo scorso. Ma ciascuno di essi (a eccezione di Germania, Italia e Spagna, Paesi usciti malconci da un decennio di guerra e privati di colonie) si sono logorati in lunghe guerre per perpetuare il dominio sugli antichi imperi, dall'Africa all'Indocina e all'Indonesia e lembi delle Americhe. Esse coinvolsero Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Belgio e persino il Portogallo, nominalmente ancora padrone di Angola e Mozambico, dopo aver perso “enclaves” in India. Qui e là rimasugli di quegli imperi, rivestiti con nuove denominazioni, ancora sussistono. Tra gli esempi memorabili vale il caso delle Falkland mezzo secolo fa al centro della guerra guerreggiata tra Repubblica Argentina e Gran Bretagna. Ma molti altri “pezzi di sovranità” sono oggi disseminati negli spazi extraeuropei, micce di possibili nuovi sanguinosi conflitti.
   La rivendicazione della Groenlandia, antico dominio dalla minuscola Danimarca, da parte di Donald Trump non è una sortita fuori le righe, ma la profezia della carta politica del pianeta che verrà disegnata entro qualche decennio. È la Storia nel suo continuo divenire. I confini di gran parte dell'Africa e del Vicino e Medio Oriente, a parte l'Algeria che la Francia iniziò a sottomettere con metodi si orrenda brutalità sin dal 1830, sono stati tracciati tra il 1880 e le paci pattuite tra i vincitori e dettate ai vinti dopo la prima guerra mondiale. Quei confini erano così artificiali che nessuno si scandalizza se la ora Siria sia deflagrata e il suo futuro rimanga assai oscuro. Parimenti precari sono quelli dell'America centro-meridionale, nata dalle “rivoluzioni” che dal 1812 traghettarono la Nueva España sotto l'egemonia euro-statunitense.

Tecnologie fuori controllo
Se quanto avviene e avverrà negli anni venturi rimane dunque incerto e fonte di fondate preoccupazioni, altrettanto va detto del controllo militare dell'informazione tramite i satelliti spaziali: un “mondo” sul quale il Rapporto del World Economic Forum non si pronuncia se non in modo indiretto, accennando alle “tecnologie fuori controllo”, ovvero a poteri che vanno al di là di quelli dei governi della quasi totalità degli Stati. Questi si dichiarano o rivendicano o si ripromettono di tornare pienamente sovrani o illudono i loro cittadini di esserlo, ma lo sono sempre meno o non lo sono affatto perché le decisioni supreme su di essi sono in mano altrui, di “potenze” senza territorio ma di gran lunga più forti di Stati vastissimi e bisognosi di tutto, a cominciare dalle “informazioni”. Un tempo vi erano “governi in esilio” contrapposti a quelli in carica e votati dai loro cittadini o sudditi (ve ne sono ancora e altri si aggiungono, ma senza efficacia), ora vi sono “governi” che non fanno parte di alcuna Istituzione, dall'ONU alle sue varie emulazioni. Si fondano su potere finanziario, tecnologia ed elusione da ogni vincolo formale e sostanziale. Esistono.
   Dunque le vere disuguaglianze, al di là di quanto avverte allarmato il Rapporto del World Economic Forum, non riguardano tanto le classi sociali all'interno dei Paesi ma il dominio delle tecnologie a livello globale. Su quel terreno si misurano le gerarchie tra gli “Stati”, sia fisici (un territorio con i suoi confini) sia di altra natura: i tecnocrati economico-finanziari e quelli dell'informazione, poteri fluidi, impalpabili e nondimeno decisivi, capaci di segnare per tempi imprevedibili le sorti materiali dei popoli, scatenando una sequela ininterrotta di guerre. Alla fine della seconda guerra mondiale due corti condannarono alla forca i vertici politici e militari della Germania e del Giappone. In Germania erano tutt'uno. In Giappone dipendevano dall'imperatore, che ne uscì indenne. Nessuno chiamò in giudizio chi, anche dall'“Occidente democratico”, aveva finanziato l'ascesa del nazionalsocialismo di Hitler considerandolo un bastione contro il bolscevismo di Stalin. Nei suoi ultimi tempi ci meditò il politologo Giorgio Galli, erroneamente inascoltato, quasi fosse visionario.

A scuola per capire che cosa?
A fronte della realtà effettiva odierna e delle sue prospettive di medio periodo (su quello ulteriore non è prudente pronunciarsi) suscita qualche sconcerto l'annuncio della riforma dei programmi dell'istruzione elementare e della scuola primaria inferiore (oggi in buona salute e apprezzata anche dall'estero) lasciata trasparire dal ministro della Pubblica istruzione e del merito Giuseppe Valditara, docente di diritto pubblico romano. Al momento non è possibile discuterne in modo assertivo perché non si dispone del testo della “riforma”, ma solo di un annuncio lanciato probabilmente per “sondare il terreno” in vista di ulteriori accorgimenti. La bozza contiene tuttavia alcuni spunti da subito meritevoli di considerazioni, affinché non si possa dire che una novazione di tale portata avviene nell'indifferenza generale o quanto meno di chi ancora si occupa della scuola. Una riforma dell'istruzione, destinata ad andare a regime entro un anno, inciderà sul percorso formativo di una generazione e i suoi riflessi positivi o negativi saranno verificabili tra un ventennio, quando, mentre i bambini di oggi saranno quasi adulti, la maggior parte di quanti oggi sentono di doverne discutere saranno passati all'Oriente Eterno. Proprio perciò occorre capire oggi quale sia non la francescana “speranza” ma il razionale “progetto” soggiacente alla riforma proposta da un ministro di accertata cultura storica e giuridica qual è Valditara.
   In sintesi, le novità consisterebbero (il condizionale è d'obbligo) anzitutto nell'introduzione della “musica” (“canto, suono, civiltà musicale” pare abbia dichiarato la sottosegretaria di Stato all'Istruzione Paola Frassinetti; altri aggiungono “strumenti e coro”). Nell'oltretomba se ne rallegra Gabriele d'Annunzio che nella Carta del Carnaro assegnò valore costituzionale alla musica e al teatro, non solo “rappresentazioni” occasionali ma “vita” della città dell'uomo. Però, poiché le ore di lezione nelle aule non sempre impeccabili delle scuole odierne non sono moltiplicabili all'infinito, si tratta di capire se i nuovi insegnamento vadano a detrimento di altre discipline e precisamente di quali.
   Lo stesso vale per l'ora di studio del latino (da taluni accolta con tripudio prima di saperne di più) che verrebbe introdotta dalla seconda classe della media primaria. In quanto “facoltativa” sarebbe fuori orario curricolare? In questo caso, che cosa farebbero in quell'ora gli allievi le cui famiglie non optano per il suo insegnamento? O si faranno classi differenziate: “latinisti” nelle une, riluttanti nelle altre? E quale costrutto formativo può avere lo studio del latino ristretto in un'ora la settimana? O vi si dedica il tempo necessario o è solo un occhiolino, strizzato “per vedere l'effetto che fa”. Se riforma vuol essere, quell'ora settimanale non apre alcuna porta “al vasto patrimonio di civiltà e tradizioni”, né consente di “ritrovare il tema, importantissimo, dell'eredità”, cui pare abbia alluso il ministro. Ci vuol altro per apprendere e “somatizzare” il latino (non parliamo del greco). A meno che quell'ora facoltativa serva ad anticipare la scelta della prosecuzione degli studi nella media superiore e costituisca pertanto più un discrimine che un’opportunità.
   Se si ritiene che apprendere i rudimenti del latino sia salvifico, il suo insegnamento dev'essere obbligatorio e con adeguato numero di ore settimanali. Significherebbe però – le cose vanno dette come sono – capovolgere ab imis la scuola primaria concepita con l'introduzione della “media unica”, che ha presentato e presenta manchevolezze come ogni cosa al mondo, ma ha avuto il merito di scolarizzare sino al quattordicesimo anno d’età milioni di bambini prima ai margini dell'istruzione pubblica.

Dove para Valditara?
Il ministro ha fatto sapere di aver consultato studiosi insigni delle diverse discipline per approntare l'annunciata riforma e ha sciorinato molti nomi che non menzioniamo. Era il minimo che potesse fare. È però difficile dire se i consultati si riconoscano nelle sue proposte. Prima o poi se ne saprà di più. Chi abbia avuto a che fare con vicende analoghe sa come sia facile essere ridotto a paravento di decisioni che prescindono da qualsiasi suggerimento basato su scienza ed esperienza. Quel che risulta niente affatto convincente è il proposito, enunciato con forza dal ministro, di separare lo studio della storia da quello della geografia. Sono discipline diverse? Certo. Tanto la “storia” quanto la “geografia” sono ciascuna un complesso di specialità sicché il loro insegnamento e apprendimento, tanto più se disgiunto, dipendono dall'orario messo a disposizione. Nella scuola elementare e nella media primaria (non stiamo parlando dei cinque anni delle medie superiori, perché di questo si tratta) la loro fusione in geo-storia non è affatto infondata e, se insegnata in modo appropriato, non risulta che abbia sortito effetti negativi. L'ignoranza degli allievi non nasce dall’inadeguatezza dei programmi ma è il prodotto di insegnamento di bassa qualità, distrazione dei discenti e pretesa dei genitori di avere figli con ottimi voti, poca fatica e nessuna seccatura domestica.
   Tra i propositi del ministro lascia invece più che perplessi il primato pressoché esclusivo assegnato nello studio della storia a popoli italici, antica Grecia, Roma, cristianesimo, rinascimento, unificazione nazionale e a un generico Occidente. Nessun cenno all'Illuminismo, senza il quale non si comprendono né il Risorgimento, né il Novecento liberale? Forse va scordato per le sue venature razionali? Va osservato inoltre che se la spruzzatina di latino può essere considerata una belluria, la riduzione della storia a dimensione “locale”, qual è quella dell’Italia, costituisce un incomprensibile e inaccettabile passo indietro rispetto alle esigenze di formazione dell'italiano odierno e futuro: cittadino europeo, proiettato a confrontarsi con la molteplicità di etnie, lingue e di costumi di tutto il mondo, con i quali già è e sempre più si troverà a fare i conti nei decenni venturi, anche a casa propria.
   Lo scolaro oggi ha bisogno di essere messo in grado di capire un articolo o un telegiornale nel quale non si parla solo dell'Italia e non si citano solo le vette alpine o appenniniche ma si parla di Russia (che nei nuovi insegnamenti non sarebbe più Europa), Cina, India, Africa: insomma di tutto quello che era chiarissimo ai patrioti italiani dell'Ottocento e per sua fortuna lo era e lo rimane per la chiesa cattolica apostolica romana come di altre istituzioni internazionali quali la massoneria.
   Indubbiamente gli allievi, secondo quanto ventilato dal ministro, potranno e dovranno studiare poeti del Novecento (cita tra altri il ferrarese Riccardo Govoni e il perugino romanizzato Sandro Penna, sublime cantore dell'eros omosessuale, ma lascia ai margini Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo: due Premi Nobel...). Però perché cancellare il già oggi obliato Giosue Carducci di “Pianto antico” e di “Davanti San Guido” e altri classici della letteratura italiana? Con buona pace del ministro, gli ultimi versi del “Tramonto della luna” dello schivato Giacomo Leopardi sono comprensibili anche ai bimbi delle elementari se ben guidati. E oggi sono drammaticamente attuali: “Ma la vita mortal, poi che la bella /Giovinezza sparì, non si colora/ d'altra luce giammai, né d'altra aurora./ Vedova è insino al fine; ed alla notte/ che l'altre etadi oscura,/ segno poser gli Dei la sepoltura”.
   Il ministro esorta infine a studiare la Bibbia. Quale dei suoi multiformi libri? Il Deuteronomio, i profeti, i lirici e i sapienziali? O L'Ecclesiaste? Forse è quest'ultimo che deve essere meditato da tutti, governo compreso: «Vanità delle vanità, tutto è vanità. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo. Tempo di demolire e tempo di edificare…» Ma per costruire non bastano speranze. Occorre un Progetto razionale, coerente con la realtà e consapevole che il mondo odierno è un universo armato sino ai denti e in corsa verso il precipizio. Gli scolari hanno diritto a conoscerlo; e i genitori hanno il dovere di fare la loro parte per aiutare la scuola a compiere la propria. Piuttosto che “riformare” tanto per dare un segnale è preferibile migliorare l’esistente. Lo insegna l’Ecclesiaste (1, 10): “nihil sub sole novum”…
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:  Il mondo che venne per quello che verrà: “Alza la prora e volgila allo spazio...”.


MUSSOLINI SCALTRO MASSONOFAGO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 gennaio 2025 pagg. 1 e 7.

Una loggia di Firenze devastata dagli
                    squadristi (da Aldo A. Mola, “I massoni nella storia
                    d'Italia, Catalogo della Mostra, Palazzo Carignano,
                    Torino, 1980).Il grande “Pizzino di Stato”
«Chi troppo in alto va cade sovente precipitevolissimevolmente» osservò il commediografo Andrea Casatti in il “Governo di Malmantile” (1734). Ricalcava la visione gioiosa di Ludovico Ariosto che spostò i suoi Eroi dalla Terra al Cielo affinché, svolazzando negli spazi siderei, mandassero messaggi efficaci ai terragni, sempre un po' duri di comprendonio. Come oggi.
   Nei primi tre anni del governo Mussolini (ottobre1922-novembre 1925) in Italia si confrontarono due “potenze”. Da un canto il duce del fascismo, dipinto come “il Truce” per le pose minaci che spesso assumeva nei discorsi pubblici. Dall’altro canto le comunità massoniche: il Grande Oriente d'Italia, che risaliva al 1 gennaio 1862, dalle venature anticattoliche e repubblicane, e la Serenissima Gran Loggia d'Italia, incardinata nel 1910 dal Supremo consiglio del Rito scozzese antico e accettato capitanato dal pastore evangelico Saverio Fera. Apparentemente meno pugnace, la seconda, grazie alla strategia del suo terzo “conducator”, Raoul Palermi, si era insinuata in posizioni eminenti all'interno del nascente regime per controllarlo e orientarlo. Sommate, le due Comunità contavano almeno 50.000 affiliati, molti dei quali ben presenti nello Stato e nella società. All'epoca le porte di molte Officine massoniche erano girevoli. Si entrava e si usciva (o se ne veniva cacciati) nel volgere di pochi mesi. Assunta la “carica” a fine ottobre 1922, Mussolini sempre più constatava che il suo potere era una “macchina imperfetta” (formula di Guido Melis), popolata di pre- e di a-fascisti e non immune di antifascisti. Bisognava espellerne i riottosi e i riluttanti per fare dei pubblici dipendenti, con o senza tessera del PNF, una schiera di automi pronti a credere, obbedire e combattere, pronti a sfilare “avanti al Duce e avanti al Re”. Perciò i massoni, uomini del dubbio, andavano eliminati. Di quelle due “potenze” non poteva rimarne che una. I massoni erano ovunque. Ma Mussolini, come presidente del Consiglio, aveva tutto. Almeno temporaneamente. Per vincere, però, non gli poteva bastare il manganello. Doveva usare lo Stato. Le leggi. Seppe farlo. Il primo a crollare precipitevolissimevolmente fu proprio il Tempio di Hiram, sinonimo di Massoneria.
   Per chiudere la partita, nove giorni dopo il discorso del 3 gennaio 1925, il 12 seguente, un lunedì, Benito Mussolini, presidente del consiglio dei Ministri e ministro degli Esteri, presentò alla Camera il disegno di legge (Ddl) sulla «Regolarizzazione dell'attività delle associazioni, enti ed istituti e dell'appartenenza ai medesimi del personale dipendente dallo Stato, dalle province, dai comuni e dalle istituzioni pubbliche di beneficenza». Fu il più grande “Pizzino di Stato” mai congegnato in Italia da un capo di governo per eliminare chi faceva da nerbo e da collante delle opposizioni più pericolose: non i cattolici del partito popolare, succubi della Chiesa nell'anno del Giubileo, né i comunisti, tenuti al guinzaglio dall'Unione sovietica, che aveva aperto un'ambasciata a Roma nell'anno dell'“affare Matteotti” senza manco invitarli. Da colpire senza remissione erano liberali di varia osservanza, democratici sociali, repubblicani, socialisti e soprattutto loro, i “Figli della Vedova”, liberi pensatori riottosi a qualunque disciplina coatta.

Una legge che non dice ma fa: annienta la libertà
Qual era il bersaglio di quel Ddl? Per capirlo, ne vanno lette le norme. Il primo articolo prevedeva: «Le associazioni, enti ed istituti costituiti ed operanti nel Regno e nelle Colonie sono obbligati a comunicare all'autorità di pubblica sicurezza l'atto costitutivo, lo statuto e i regolamenti interni, l'elenco nominativo delle cariche sociali e dei soci, ed ogni altra notizia intorno alla loro organizzazione ed attività tutte le volte che ne vengon richiesti dalla autorità predetta per ragioni di ordine o di sicurezza pubbli
ica.» Quanti avevano funzioni direttive o di rappresentanza dovevano adempiere alla richiesta entro due giorni dalla notifica, sotto pena di arresto non inferiore a tre mesi e di un’ammenda da due a seimila lire (lo stipendio annuo di un impiegato di concetto). I responsabili di notizie false o incomplete sarebbero stati puniti con la reclusione non inferiore a un anno, oltre a una multa da cinque a trentamila lire e all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.
   L'articolo 2 prescriveva: «I funzionari, impiegati, ed agenti civili e militari di ogni ordine e grado dello Stato, ed i funzionari, impiegati ed agenti delle province e dei comuni, o di istituti sottoposti per legge alla tutela dello Stato, delle province e dei comuni, che appartengano anche in qualità di semplice socio, ad associazioni, enti ed istituti costituti del Regno o fuori ed operanti anche solo in parte in modo clandestino od occulto o i cui soci sono vincolati dal segreto, sono destituiti o rimossi dal grado o dall'impiego o comunque licenziati.» Il Ddl stringeva il cerchio, separando il grano (il grosso del pubblico impiego) dal loglio (i massoni).
   Tutti i predetti erano «tenuti a dichiarare se appartennero o appartengano, anche in qualità di semplici soci ad associazioni enti ed istituti di qualunque specie costituiti od operanti nel Regno o fuori, al ministro in caso di dipendenti dello Stato e al prefetto della provincia in tutti gli altri casi, qualora ne siano specificatamente richiesti». Quanti non ottemperavano entro due giorni dalla notificazione venivano sospesi dallo stipendio per almeno quindici giorni e non più di tre mesi. In caso di notizie false o incomplete «la pena è della sospensione dallo stipendio non inferiore a sei mesi». Pochi anni dopo la Grande Guerra colpire i lavoratori nelle tasche era l'arma più efficace. Condannava non solo al ludibrio nell'opinione pubblica ma alla fame: la vittima si ritrovava esule in patria, senza alternativa professionale, reietto ai margini della società, con la famiglia che, a mensa scarna, domandava quali vantaggi procurassero i grembiulini massonici.
   Nel Ddl Mussolini non menzionò in alcun modo la Massoneria. Eppure alla Camera come nei giornali fu subito detto e scritto che il suo bersaglio precipuo era appunto la Libera Muratoria, più precisamente il Grande Oriente d'Italia. Ma lo era davvero o fungeva solo da pretesto per mettere sotto controllo ogni e qualunque associazione passata, presente e futura? In discussione, insomma, era la fratellanza massonica o la libertà dei cittadini?
   Contrariamente a quanto molti immaginano, Mussolini non intervenne alla Camera a sostegno della proposta di legge. Essa fu “presentata” con il corredo di una Relazione, e affidata immediatamente all'esame di una commissione di quindici parlamentari, presieduta da Giovanni Gentile e comprendente storici quali Gioacchino Volpe e Francesco Ercole, futuro ministro dell'Educazione nazionale.
   Il 12 gennaio la Camera non era più presieduta dal nazionalfascista Alfredo Rocco, giurista di talento, come riconobbe in un saggio giovanile lo storico e massone Paolino Ungari, dedicatario della Biblioteca del Grande Oriente d'Italia. Il 6, tre giorni dopo il discorso del 3 gennaio, Rocco era stato nominato ministro di Grazia e Giustizia, nel rimpasto di governo che riguardò anche i dicasteri della Pubblica Istruzione (Alessandro Casati fu sostituito da Pietro Fedele alla Pubblica Istruzione e Gino Sarrocchi da Giovanni Giuriati ai Lavori pubblici). A presiedere l'Aula, provvisoriamente priva di presidente, quel fatidico lunedì fu Luigi Gasparotto, interventista, “democratico”, tendenzialmente repubblicano, dai più considerato molto vicino alla Massoneria, non privo di amicizie in ambito fascista, e futuro ministro della Difesa nel governo presieduto da Alcide De Gasperi. A lui si deve l'adozione provvisoria del Canto Nazionale come inno provvisorio della Repubblica (ottobre 1946).
   L'Aula accolse il Ddl Mussolini con “vivi applausi e commenti”. Nessuna obiezione. Dopo di che, come tanti altri, esso iniziò la navigazione e la calendarizzazione, sino a quando venne discusso in Aula tra il 16 e il 19 maggio seguente.

Il Duce dixit...
Mussolini dunque accompagnò il Ddl con una Relazione, che è farina del suo sacco. Per dire quel che pensava della Massoneria non aveva bisogno di suggerimenti. Lo aveva scritto, detto e persino urlato in tante occasioni. Poiché il motto antico “ex ore tuo te judico” è sempre valido, cent'anni dopo giova rileggerne qualche passo.
   Il presidente del Consiglio e duce del fascismo esordì affermando che a tutti era nota «la parte che, nel moto del risorgimento italiano, ebbero le società e le sette segrete». Lo avevano affermato politici, storici e patrioti insigni. Tra i molti, Giosue Carducci aveva polemicamente confutato il motto secondo il quale per fare l'Italia bisognava disfare le sette. Iniziato massone in una loggia “selvaggia”, poi regolarizzato maestro in un'Officina bolognese formata esclusivamente di militari e docenti universitari, demolita dal gran maestro Ludovico Frapolli (una delle sua tante enormità), nel 1886 Carducci accolse l'invito del gran maestro Adriano Lemmi di far parte della “Propaganda massonica”, niente affatto occulta, e anzi “vetrina” di una Massoneria che fra il 1876 e il 1911 dette all'Italia cinque presidenti del governo: Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alessandro Fortis e Luigi Luzzatti. Nel 1895 da presidente del Consiglio, presente il Re, Crispi “scoprì” il monumento di Garibaldi sul Gianicolo a Roma, onusto di simboli massonici, e proclamò festa nazionale il Venti Settembre di concerto con Umberto I che aveva dichiarato la Città Eterna “conquista intangibile”. Quell'Italia era stata e rimaneva “scomunicata” e perciò compatta, chiusa a testuggine su se stessa come “legione sacra”.
   Mussolini, ex allievo del Convitto di Forlimpopoli diretto da Valfredo Carducci, fratello minore di Giosue, da antico ateo di complemento non poteva buttare alle ortiche l’“Inno a Satana”, Mario Rapisardi, Lorenzo Stecchetti (tutti “poeti” oggi dimenticati ma all'epoca dominanti, alla pari di Pascoli, massone a sua volta). Però si riteneva in diritto di sentenziare che il giudizio su società e sette segrete ormai “apparteneva alla storia”, come si dice dei morti.
   Sappiamo come tanti “storici” a noleggio cambino pennino e colore dell'inchiostro secondo il vento che tira. Ma nella breve Relazione sul Ddl Mussolini sintetizzò senza tentennamenti i motivi della condanna totale della Massoneria. Utili «in tempo di servitù, come mezzo di lotta del popolo inerme contro lo straniero e di Governi clienti dello straniero», «tali società», anziché sparire dopo l'avvento delle libertà statutarie, divennero ricettacolo di intriganti, di malcontenti e di delusi.
   «Ora – egli aggiunse – qualsiasi specie di società occulta, anche se in ipotesi il suo fine sia eticamente e giuridicamente lecito, è da ritenersi pel fatto stesso della segretezza, incompatibile con la sovranità dello Stato e la uguale libertà dei cittadini di fronte alle leggi. […] Si pone, in altri termini, fuori della legge e non può appellarsi ad essa per esserne difeso. […] Le società che obbligano i propri adepti al silenzio, anche a costo di mentire, contribuiscono a corrompere e a falsare il carattere degli italiani, per sua natura disposto a franchezza e sincerità. La consuetudine della menzogna, della dissimulazione e del mistero è una delle più deplorevoli conseguenze delle sette segrete; e forma, purtroppo, triste privilegio italiano quello di insistere, in regime di libertà nazionale e politica, nel perpetuarne gli effetti. […] Tutti i partiti ne sono più o meno inquinati ed avvelenati. La lotta politica in Italia non potrà svolgersi con piena sincerità e genuinità di atteggiamenti e di rapporti sino a che sarà possibile alle sette segrete di insinuarsi in ciascuno sotto mentite spoglie, per asservirne a interessi o a finalità inconfessabili il programma, per deviarne lo spirito, per controllarne o carpine le deliberazioni; per tradirli, infine tutti e ciascuno, fino a che insomma ogni partito potrà temere o sospettare, e troppo spesso non invano, di avere senza saperlo, il nemico nelle proprie file.»
   Mussolini si atteggiava dunque a difensore dei partiti, proprio mentre progettava di annientarli, come infatti avvenne nel corso del 1925-1926 con le “leggi fascistissime” votate da un parlamento ormai succubo. Lasciò trasparire di essere al corrente dei tanti massoni che erano all'interno del Pnf, della macchina governativa e negli impieghi locali. Il suo fido sottosegretario alla presidenza, Giacomo Acerbo, era massone della Gran Loggia, grado 7° della piramide scozzese prima del 31 ottobre 1922: balzò al grado 30° non appena giunto al potere. Mussolini non voleva cacciarlo, ma costringerlo a recidere i legami con la loggia. Ci riuscì? Il 25 luglio 1943 Acerbo fu tra i più convinti fautori dell’ordine del giorno che mise il duce in minoranza in seno al Gran Consiglio, ove tanti gerarchi (compreso Giuseppe Bottai, della loggia “La Forgia” di Roma, comunità della Gran Loggia d'Italia) ricordavano di essere stati iniziati ai travagli d'officina (e di masticazione): “semel abbas semper abbas”?
   Nella parte finale della Relazione il duce del fascismo deplorò che «le associazioni operanti in modo clandestino od occulto» si diffondessero tra i pubblici impiegati e persino tra i magistrati e gli ufficiali dell'esercito e della marina. Costituivano pertanto una minaccia alla sicurezza dello Stato perché avevano «bene spesso all'estero i centri di direzione e di influenza». A chi si riferiva? Mussolini non ignorava certo che la Gran Loggia Unita d'Inghilterra era tutt'uno con la Corona della Gran Bretagna e che alla presidenza degli Stati Uniti d'America da George Washington in poi si erano susseguiti massoni, sino a quello in carica mentre gli depositava il Ddl. Lo erano stati anche molti presidenti della Repubblica francese e tanti sovrani e principi dell'Europa settentrionale.
   Da tempo “in bonis” con padre Pietro Tacchi Venturi, l'ex socialmassimalista anticlericale, ora in marcia verso la Conciliazione, concluse: «Nessuna persecuzione, nessun divieto di alcun genere, nessuna limitazione del diritto di associazione. Solo obbligo, a tutte le associazioni, come avviene nei paesi più civili, di agire palesemente.» Tempo pochi mesi, tutte le associazioni vennero via via poste sotto controllo, vietate o costrette ad aggiungere l'aggettivo “fascista” alla loro denominazione originaria.

Alle radici della massonofobia
L'offensiva “ope legis” contro la Massoneria aveva in Mussolini motivazioni antiche e altre contingenti. Le prime risalivano alla lunga lotta per la conquista del Partito socialista italiano. Nei suoi congressi la “questione massonica” - ha ricordato Marco Novarino - cominciò a essere posta dal 1904. Elusa e rinviata per anni, essa esplose nel 1912 quando al congresso di Reggio Emilia i riformisti, molti dei quali affiliati a logge massoniche o sospettati di tresche liberomuratorie, come Leonida Bissolati, furono espulsi. Mussolini vinse la guerra nell'aprile 1914 quando a larghissima maggioranza al congresso di Ancona fu approvato l'ordine del giorno firmato da lui e da Zibordi che decretò l'espulsione dei massoni dal partito. Gli si contrappose Giacomo Matteotti (recentemente celebrato quale “moderato”) che propose invece l'incompatibilità tra loggia e partito, lasciando a ciascuno libertà di optare per l'una o per l'altro. Pochi si schierarono per la vera libertà o ritennero che la questione andava accantonata.
   All'epoca, nei primi lustri del Novecento, la Massoneria, in specie il Grande Oriente, era investita dall'offensiva dei nazionalisti, che la denunciavano come ateistica, antimilitarista (sinonimo di anti-patriottica) e asservita a interessi stranieri, soprattuto della Francia. Il loro foglio, “L'Idea Nazionale”, propose a un folto numero di notabili di dire se essa fosse «compatibile con le condizioni della vita pubblica moderna», se «il razionalismo materialistico e l'ideologia umanitaria e internazionalistica, a cui la Massoneria nelle sue manifestazioni si ispira, corrispondessero alle più vive tendenze del pensiero contemporaneo» e se credevano che «l’azione palese e occulta della massoneria nella vita italiana, e particolarmente negli istituti militari, nella magistratura, nella scuola, nelle pubbliche amministrazioni, si risolvesse in un beneficio o un danno per il Paese».
   L' Inchiesta risultò un plebiscito di “no” contro la Massoneria, proprio mentre sindaco di Roma era Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Particolarmente sferzanti furono i vertici delle forze armate, inclusi Luigi Cadorna e Carlo Porro (futuri Comandante Supremo e vice nella Grande Guerra). A loro si aggiunse Giovanni Gentile, secondo il quale «la Massoneria non deve più essere giudicata, ma combattuta»: una lotta snza quartiere, che non poteva non essere condotta contro di essa, salvo poi «stringere la mano ai massoni». Luigi Einaudi rispose di non aver mai conosciuto nulla di più ridicolo e camorristico della massoneria. Benedetto Croce dichiarò di non aver nulla da aggiungere a quanto già aveva detto dell'infantile umanesimo pacifistico dei massoni, che si pascevano di una sub-cultura «da maestrucoli elementari», ottima per commercianti e bottegai. Un disastro per chi sognava di avere in pugno le “umane sorti e progressive” dell'intera umanità e si vedeva irridere da un Pontefice senza cattedra quale era il “filosofo di Pescasseroli”, come Croce fu detto anche dai preti che non gli perdonarono mai il suo distacco dalla Chiesa.
   Il 12 gennaio 1925 Mussolini mise all'attivo decenni di polemiche antimassoniche serpeggianti nel Paese, ma lo fece con circospezione e, come detto, senza nemmeno nominare la libera muratoria. Al “lavoro sporco” provvide la fervorosa Commissione che si affrettò a scrivere come e perché i massoni andassero cacciati dallo Stato dai pubblici uffici o costretti a pubbliche abiure. Tra i quindici figurò il filosofo Balbino Giuliano, nazional-fascista di spicco, antico iniziato alla loggia della Valle del Chienti quando era giovane docente all'Università di Camerino. Il segreto nel quale erano conservati i registri degli iniziati favoriva il doppio gioco. Mussolini, però, se non aveva fretta di veder approvata la legge contro la Massoneria voleva passare subito all’incasso dei suoi venturi effetti. Perciò ripresero gli assalti alle logge, come già nella seconda parte del 1924. Gli squadristi saccheggiarono e asportarono (per distruggere o conservare altrove) i verbali di loggia e gli elenchi degli affiliati, fondamentali per ricatti e per prolungare la guerriglia civile negli anni del regime.
   Non ebbe torto Mussolini a definire “legge fascistissima” quella presentata alla Camera il 12 gennaio 1925. Come si sia arrivati alla sua approvazione, merita un discorso a parte. Qui basti concludere che, vittorioso nella battaglia senza prigionieri contro i massoni, 18 anni dopo anch'egli cadde precipitevolissimevolmente. Una lezione per ogni altro aspirante ai pieni poteri. 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA : Una loggia di Firenze devastata dagli squadristi (da Aldo A. Mola, “I massoni nella storia d'Italia, Catalogo della Mostra, Palazzo Carignano, Torino, 1980).


3 GENNAIO 1925
UN SUSSULTO DELLA GRANDE GUERRA
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 gennaio 2025 pagg. 1 e 7.
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Ritratto a olio di Benito Mussolini, dipinto da
                    Franck O. Salisbury (1927). Il duce, col distintivo
                    del PNF, tiene in mano una carpetta intitolata
                    “Governo”.Grande Guerra, militarizzazione...
I cantastorie raccontano che con il discorso del 3 gennaio 1925 Benito Mussolini «soppresse la democrazia per istituire la dittatura fascista in Italia». Lo ha ripetuto Antonio Scurati in “la Repubblica”, in occasione del centenario. Il suo primo volume della serie “M” (cioè Mussolini “figlio del secolo”) ebbe il pregio di dire la verità scomoda, ma non ne trasse la somma: il duce del fascismo era l’effetto, non la causa, della Grande Guerra sul corpo degli italiani.
   La militarizzazione di cinque milioni e mezzo di maschi, rinserrati per anni tra prima linea e retrovie per la riorganizzazione dei reparti falcidiati negli attacchi frontali, e quella, parallela, delle donne addette alla produzione bellica nelle fabbriche “ausiliarie”, a loro volta in stato di guerra, che equiparava gli scioperi al tradimento della patria e li puniva con pene severissime, avevano già introdotto nel Paese un regime di fatto. La vita quotidiana, dalle “zone di guerra” alle regioni popolate di manifatture e industrie metalmeccaniche, cinghia di trasmissione tra fronte interno e linee di combattimento, in pochi anni avevano creato un'Italia diversa da quella vagheggiata nel primo quindicennio del Novecento, contrassegnata da moltitudini di scioperi economici, miglioramenti retributivi, anche nelle campagne, e crescita civile, suggellata dal conferimento del diritto di voto a tutti i maschi che avessero prestato servizio militare, benché analfabeti. Il fautore di quella riforma altamente politico-patriottica, Giovanni Giolitti, aveva osservato che chi aveva messo la vita a disposizione dello Stato aveva acquisito diritti politici al pari degli “intellettuali” che propugnavano la più grande Italia, impegnata nella colonizzazione interna e nella conquista di spazi Oltremare. Tra costoro, alla dichiarazione di guerra dell'Italia contro l'impero turco-ottomano per il dominio sulla Libia, il mite Giovanni Pascoli scrisse che “la grande proletaria si era mossa” e ne cantò le legioni. Altrettanto fece Giacomo Puccini che nel 1918 musicò l'Inno a Roma di Fausto Salvatori per la vittoria sugli Imperi Centrali, con i famosi versi «Tu non vedrai alcuna cosa al mondo maggior di Roma». Non era certo fascismo e neppure nazionalismo, bensì la giustificazione dell'unità nazionale e, al tempo stesso, la celebrazione della “missione” della Nuova Italia che, per avere il suo posto nel mondo, doveva essere essere in continuità con l'Antica Roma. Del resto, negli stessi anni, la Germania erigeva il monumento ad Arminio, distruttore delle legioni di Augusto, e la Francia s’identificava con la “beata” Giovanna d’Arco, fiera nemica degli inglesi, pur apprestandosi a combattere a fianco di costoro contro i tedeschi, spregiativamente detti “boches”.
...e trauma psicologico di massa.
In pochi anni, tra il 1917 e le “paci” del 1919-1923, non si rimescolarono solo i confini degli Stati, con la caduta di quattro imperi (russo, germanico, austro-ungarico e turco-ottomano) e con la nascita di un mondo nuovo sul quale s'affacciarono gli affaristi degli Stati Uniti d'America e del Giappone, che ebbe mano libera nell'Estremo Oriente. Accadde di più: l'avvento di una generazione che aveva appreso a convivere con la morte: non quella degli “eroi” caduti in combattimento, ma quella dei corpi abbandonati, difficili da recuperare all'indomani della battaglia, rimasti spesso senza croce, talvolta non identificabili perché nel vortice del combattimento avevano perduto la “piastrina”. Vennero poi tutti sublimati nel Milite Ignoto, la più partecipata cerimonia della storia italiana, celebrata dal re quale sommo sacerdote dell'Unità nazionale.
   La trasformazione delle coscienze (percepita da un prete che arrivava da studi di medicina e psicologia, quale Agostino Gemelli) investì anche il mondo femminile: quello delle fabbriche, ove la promiscuità introdusse pratiche un tempo considerate sconvenienti, e quello delle campagne, ove le donne svolsero i compiti dei mariti, risucchiati per mesi e anni dalla “città militare”, completa dei bordelli dai quali uscivano svezzati a costumi un tempo “colpevoli” ma ormai consueti, come convenivano il vescovo castrense Angelo Bartolomasi e padre Giovanni Semeria, fotografato con Gabriele d'Annunzio e alti ufficiali in colloqui nei quali si plasmava l'uomo nuovo, dalla “moralità” profondamente diversa rispetto all'anteguerra.
   Il libro di Scurati, alla pubblicazione, fu subissato di critiche severe da parte di storici che ne evidenziarono sbagli, errori e incongruenze. L’autore si difese opponendo che la sua non era opera di storia ma romanzo. Sennonché il romanzo ha il dovere e il pregio di interpretare lo “spirito del tempo”. Lui lo ridusse al “caso Mussolini”, mentre il dramma della Grande Guerra riguardò la miriade di italiani che avevano combattuto in condizioni estreme. Era il caso degli “arditi”, con le “fiamme nere” sul bavero, “avanguardia di morte”, guerrieri democraticamente votati a dare morte, perché quello è il compito, l'abito morale, del milite. Con chi si schieravano le migliaia di cappellani assegnati alle truppe? Con l'esercito combattente del loro Paese, fatalmente in lotta contro quelli nemici, in una guerra feroce, senza quartiere, proiettata nel tempo sino al completo esaurimento delle risorse dello Stato, verso una pace che coincideva con la disfatta della propria civiltà, come appunto avvenne sulla fine del 1918 quando i vinti caddero per fame e ormai incalzava l'epidemia di febbre spagnola, vincitrice suprema su tutti.
   Da lì arrivava la divaricazione fra la dirigenza politica d'anteguerra, usa a ritmi ormai arcaici, e il Paese che esigeva immediate e profonde riforme. Non solo diritto di voto per tutti (donne comprese), ma riconoscimento del contributo dato alla Vittoria, da tradursi immediatamente in trattamento economico e condizioni sociali “da vincitori”. “Terra ai contadini” e compartecipazione alla proprietà delle fabbriche o almeno della loro direzione e degli utili furono rivendicazioni ricorrenti in tutta Europa. Quella svolta epocale fu subito chiara agli scrittori nati in trincea, come Giuseppe Ungaretti, o a quanti descrissero la biblica “fornace ardente” dei combattimenti e i suoi riflessi permanenti sulla psiche dei milioni di sopravvissuti. Scurati, invece, stigmatizzò Mussolini, uno dei tanti. Uno che tuttavia, piaccia o meno, dalla primavera del 1919 si fece portavoce e interprete della necessità di una svolta radicale.

Mussolini in campo: dal marzo 1919...
All'adunata di Piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo 1919), dalla quale viene datato il fascismo, parteciparono ebrei, massoni, ex ufficiali, professionisti, “intellettuali”, i cui esponenti apicali si presentarono alle elezioni del 16 novembre 1919. La pattuglia capitanata da Benito Mussolini comprese nomi da ricordare per capire: Filippo Tommaso Marinetti, capofila del Futurismo, Enzo Ferrari, Cristoforo Baseggio (massone), Guido Podrecca, anticlericale d'assalto, Arturo Toscanini, “maestro di musica” già famoso e futuro antifascista irriducibile, Agostino Lanzillo, economista d'avanguardia, e Amleto Galimberti, “operaio metallurgico”. La lista andò incontro a un fiasco solenne ma ebbe la simpatia di Guglielmo Marconi.
  A un secolo dal Discorso del 3 gennaio 1925 è necessario, finalmente, passare dalle narrazioni ai fatti e ai documenti. Contrariamente a quanto è stato e viene ripetuto (anche da Antonio Carioti nel “Corriere della Sera”), con esso Mussolini non ammise affatto la responsabilità del rapimento e della morte di Giacomo Matteotti (peraltro in circostanze mai del tutto chiarite, neppure nel profluvio di libri usciti nel suo centenario). A riguardo Mussolini fu molto netto. Aprì l'intervento richiamando il suo primo discorso da presidente del Consiglio, il 16 novembre 1922, quando alla Camera aveva avuto la fiducia non solo di fascisti e nazionalisti ma anche di demosociali, liberali e dei popolari, tutti presenti al governo con loro esponenti, incluso il giolittiano Rossi di Montelera. Di seguito domandò “formalmente” se nella Camera o fuori di essa qualcuno voleva valersi dell'articolo 47 dello Statuto, in forza del quale «la Camera dei deputati ha il diritto di accusare ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia», come era accaduto in passato. Respinse l'addebito di aver fondato una Ceka, cioè una polizia segreta per compiere delitti politici, come quella, aggiunse, che nella Russia sovietica «aveva giustiziato senza processo dalle 150.000 alle 160.000 persone». Per lui la violenza («che non può essere espulsa dalla storia», come affermò anche Benedetto Croce nelle sue opere) «per essere risolutiva deve essere chirurgica, intelligente e cavalleresca». Ora le gesta «di questa sedicente Ceka [lì ne ammise implicitamente l'esistenza, senza confessarne la paternità, NdA] sono state sempre inintelligenti, incomposte e stupide». Si riferiva alle «aggressioni minori» ai danni di Alfredo Misuri e Cesare Forni, picchiati selvaggiamente perché fascisti “dissidenti”. Rievocò poi l'inaugurazione della legislatura e il suo discorso del 7 giugno 1924, nel quale disse che le opposizioni avrebbero potuto «sorpassare il fascismo come esperienza storica» e ottenne un «successo clamoroso», come riconosciuto dalle opposizioni stesse. Senza nominare Matteotti, Mussolini domandò poi, riferendosi all’«atmosfera idilliaca» creatasi nella Camera a seguito del suo intervento: «Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa “crânerie”, un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?»
   Mussolini, dunque, non solo non ammise affatto, ma respinse nettamente l'imputazione di essere il mandante del rapimento e della morte del segretario del Partito socialista unitario. Molto oltre confutò invece l'affermazione che il fascismo fosse «un’orda di barbari accampati nella Nazione ed un movimento di banditi e di predoni» (o una banda di delinquenti, come ha scritto il giornalista Aldo Cazzullo in un libro del 2022, centenario della mai avvenuta “marcia su Roma”). «Ma poi, o signori, – proseguì Mussolini andando al punto – quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano a impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda…»
La lunga marcia verso il regime
   Nel volgere di un anno, fra il 3 gennaio 1925 e il 31 gennaio 1926 l'assetto formale dello Stato mutò, con ritmo accelerato, nella direzione vaticinata dalle consultazioni elettorali del novembre 1919, maggio 1921 e aprile 1924. A quel processo parteciparono attivamente i protagonisti della “rivoluzione” accorpati nel Gran Consiglio, popolato di giovani e giovanissimi: lo squadrista Italo Balbo, massone, poco più che ventenne, il politico Dino Grandi, Giovanni Giuriati, nazionalista, Aldo Finzi, il borghese fidatissimo di Mussolini, poi suppliziato alle Ardeatine, Giuseppe Bastianini, massone come Giacomo Acerbo, Roberto Farinacci, “ras” di Cremona, Francesco Giunta, Achille Starace, Giovanni Marinelli, Alessandro Dudan, Edmondo Rossoni, segretario dei sindacati fascisti, Cesare Rossi, capo ufficio stampa del ministero dell'Interno, retto da Mussolini in persona ed Ernesto Civelli (iniziato alla Gran Loggia), intendente generale della Marcia con il “fratello” Gaetano Postiglione . Era la “cupola” del “movimento” ancora lontanissimo dall'essere partito di massa, ma già proiettato a disegnare lo Stato fascista, soprattutto con l'ingresso di Alfredo Rocco (“invitato” nell'aprile 1925), che poi vi entrò a vele spiegate per dare forma al regime, tra introduzione della pena di morte per i reati contro lo Stato, istituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, riforma elettorale e costituzionalizzazione del Gran Consiglio.
   I partiti d'opposizione, o quanto ne rimaneva, dall'indomani dell’“affare Matteotti” scelsero di astenersi dall'Aula, di arroccarsi su un immaginario “Aventino” (considerato dagli studiosi non prevenuti, come Sandro Rogari, il suicidio della democrazia parlamentare), così celebrando la conclusione del decennio di dimostrata impotenza a cospetto dei mutamenti politici in atto. Partiti e sindacati “di sinistra” erano risultati assenti dalla scena nei momenti cruciali di quel periodo: nel maggio 1915, quando si trattava di fermare la corsa verso l'intervento nella Grande Guerra; nell'ottobre 1922, a fronte dell’“insurrezione” delle squadre fasciste, ancora minoritarie nel Paese, contro l'Esercito e i poteri istituzionali, che quei partiti non vollero né seppero difendere, avendoli essi stessi sempre osteggiati e auspicandone il crollo traumatico quale parte del loro stesso piano di guerra; nell'estate 1924, infine, allorché l'opposizione si ridusse ad alimentare la “questione morale”, liquidata sarcasticamente da Mussolini nel discorso del 3 gennaio.
   Il punto di arrivo di quel processo furono le cd. “leggi fascistissime”. Tra queste spicca la «regolarizzazione dell'attività delle associazioni e dell'appartenenza alle medesime del personale dipendente dallo Stato» (legge 26 novembre 1925, n. 2029), precorsa di pochi giorni dall’autoscioglimento delle logge del Grande Oriente d'Italia e della Serenissima Gran Loggia d'Italia, ovvero dal crollo verticale dell'unica organizzazione elitaria della borghesia riformistica, con un piede nell'Ordine e uno nella rivoluzione permanente, con tendenza repubblicana.
   Furono inoltre ridefinite le «attribuzioni e prerogative del capo del governo» (legge 24 dicembre 1925, n. 2263): non più presidente del Consiglio, “primus inter pares”, come era stato da Camillo Cavour a Giolitti, ma primo ministro capo del governo con facoltà di riproporre al Parlamento le leggi bocciate da una Camera e di farle votare. Nelle cerimonie ufficiali il capo del governo ebbe la precedenza sui Cavalieri dell'Ordine Supremo della SS. Annunziata, “cugini del Re” (fra questi figurava Mussolini stesso, cui Vittorio Emanuele III conferì il “collare” dopo l'annessione di Fiume all'Italia, in applicazione della regola non scritta secondo cui l’onorificenza spettava agli statisti che procuravano l'ingrandimento del territorio nazionale).
   A coronare il processo di riforma fu infine la legge 31 gennaio 1926, n. 100 sulla facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e udito il parere del Consiglio di Stato: vera e propria sostituzione del Parlamento, relegato in posizione secondaria e sussidiaria nella formazione delle leggi.
   Quelle norme, coordinate in un progetto coerente, furono liberticide ma al tempo stesso ottennero il consenso dell'elettorato, certificato nelle elezioni del 29 marzo 1929. Esse vennero varate nel corso dell'Anno Santo 1925, tuttora da studiare nei suoi molteplici aspetti e ripercussioni. Il minimo che se ne può dire in questa sede è che il Giubileo di papa Pio X coincise con la liquidazione del poco che rimaneva del Partito popolare italiano, del quale la Santa Sede non aveva mai sentito bisogno, con il severo monito al clero di astenersi da questioni politiche e con la facoltà conferita ai vescovi di assolvere i massoni dalla scomunica loro comminata dal Codice di diritto canonico del 1917.

Il Re isolato
E il Re? Prese atto della volontà popolare espressa dalla Camera elettiva e dal Senato popolato di a-fascisti e, ancora, da antifascisti dichiarati. Sovrano scrupolosamente costituzionale, Vittorio Emanuele III non poteva non sanzionare e promulgare leggi approvate dalle Camere che, egli confidò a chi gli chiedeva di “scendere in campo” contro il governo, erano i suoi occhi e i suoi orecchi. Per farlo gli occorreva un voto parlamentare di sfiducia verso l'esecutivo o almeno un suo robusto pronunciamento in Aula. Ma ormai l'opposizione era svanita, in parte di sua stessa iniziativa, in parte perché dichiarata decaduta per assenza ingiustificata.
   Quale fosse allora il clima del Paese venne poi scritto nella voce “Italia” dell'Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile, pubblicata nel 1933, scritta da Alberto Maria Ghisalberti, all'epoca incaricato di storia contemporanea all'Università “La Sapienza” di Roma  futuro presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Dopo il 1922, essa recita, “l'ardua fatica, sulla quale il Duce aveva invocato l'aiuto di Dio, s’iniziava. Ordine, lavoro e disciplina venivano dati alla nazione turbata, s’«inquadrava» e si rafforzava lo stato, si dotava la rivoluzione di uno strumento armato, la milizia, si ricostituivano le forze militari, si affrontava in pieno l'assillante problema del riassestamento economico e finanziario. Sin dal primo tempo venivano migliorati i servizi pubblici, specie il ferroviario, attuata una politica marinara di vasto respiro, gettate le basi di un radicale riordinamento scolastico, iniziato il risanamento della moneta, bandita (autunno 1925) la battaglia del grano, che ha permesso l’affrancamento dai mercati stranieri, cominciate e condotte a termine centinaia di iniziative in tutti i campi, per le quali ci sarebbero voluti decenni sotto i passati regimi […]. Tramontata per sempre la concezione demoliberale, lo stato si è ordinato su basi corporative. […] E quando la violenza di alcuni dissennati in un cupo episodio di passione partigiana soppresse un deputato di opposizione [Giacomo Matteotti, NdA], i rappresentanti di questa ne vollero far responsabile il fascismo e i suoi capi con una campagna di denigrazione senza esempio e senza limiti. Ma la “secessione dell’Aventino” fu stroncata dal memorabile discorso del Duce del 3 gennaio 1925 e, superata l’artificiosa questione morale, il fascismo riprese il suo cammino vittorioso. E il popolo fu con lui, come attestarono le elezioni plebiscitarie del 1929 e il grandioso e pur controllato accrescersi di iscritti al partito e alle sue organizzazioni.» Quest'ultimo avvenne col favore, ma Ghisalberti non lo scrisse, del giuramento obbligatorio di fedeltà al duce oltre che al Re e con l'obbligo della tessera del PNF per adire i concorsi e gli uffici pubblici. Era la “tessera del pane”, bene accetta dalle moltitudini alle quali poco importavano la “dottrina” e la “mistica” fascista, purché si stesse meglio e non si corressero rischi di nuove guerre sui confini d'Italia. Quando una ne venne, catastrofica, il regime crollò: su decisione non degli “antifascisti” ma di Vittorio Emanuele III, che il 25 luglio 1943 revocò Mussolini e lo sostituì con Pietro Badoglio.
Aldo A Mola

DIDASCALIA: Ritratto a olio di Benito Mussolini, dipinto da Franck O. Salisbury (1927). Il duce, col distintivo del PNF, tiene in mano una carpetta intitolata “Governo”.


IL SILENZIO ELOQUENTE
DEL PRESIDENTE MATTARELLA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 dicembre 2024, pagg. 1 e 7.

Il professore e avvocato Tito Lucrezio Rizzo,
                    autore di “Mattarella. L'eloquenza della sobrietà”
                    (Herald Editore). Studioso di vasti orizzonti, con
                    la dott.ssa Marzia Taruffi e altri, fa parte del
                    Comitato nazionale per la celebrazione del IV
                    centenario della nascita dell'astronomo Gian
                    Domenico Cassini (2025).La “domanda di serenità” raccomandata dal Re ai “politici”.
Nel discorso di fine anno, anticipato “una tantun”a Natale, agli spagnoli, variegato universo di genti e di lingue, Re Filippo VI di Borbone ha detto che in una società aperta e interconnessa qual è l'attuale migrazioni e attenzione per l'ambiente devono essere al centro della “politica”, chiamata a rispondere alla “domanda di serenità” che sale dai cittadini. Come altri popoli d'Europa, gli spagnoli sono angustiati dal “discorde rumore di fondo” dei tanti che, per imporsi e prevalere, urlano e gesticolano, seminando inquietudine, pessimismo e sfiducia nel futuro, proprio mentre, grazie ai progressi della scienza in ogni campo, l'uomo può migliorare rapidamente “lo stato sociale e democratico di diritto” i cui lineamenti sono scolpiti nella Costituzione.
   Le parole di Filippo VI sono un invito garbato ad abbassare i toni e a riscoprire il dovere/piacere del dialogo e della comprensione reciproca. Gli adulti, gli anziani, i vecchi debbono dare il buon esempio, anziché lamentare che i “giovani” siano “ni ni”: né studiano, né lavorano. Chi li ha dis-educati?
“Dodici apostoli” sul Colle più alto
Identico monito è proposto dal giurista e storico Tito Lucrezio Rizzo in “Mattarella. L'eloquenza della società” (Herald Editore, Roma, novembre 2024), da leggere nell'attesa del sempre più seguito discorso presidenziale di fine anno. Il titolo del volume riecheggia quello del profilo del Presidente tracciato da Rizzo a conclusione del robusto volume “Il Capo dello Stato dalla monarchia alla Repubblica, 1848-2022 (Herald, 2023). Dopo un saggio sul periodo regio, l'autore passò in rassegna i “dodici apostoli” che si sono alternati al Quirinale dal 1946 a oggi. A capo dello Stato si sono susseguiti tre napoletani veraci: Enrico De Nicola, presidente provvisorio dal 1946 al 1948; Giovanni Leone, giurista di chiara fama e statista tanto integro quanto perseguitato sino alle dimissioni anticipate, e Giorgio Napolitano. Primo presidente rieletto alla suprema carica dello Stato, questi aprì il secondo mandato con un discorso sferzante. I parlamentari lo subissarono di applausi e, nei fatti,  beffardamente lo ignorarono. Altri sei presidenti sono originari dell'antico regno di Sardegna: i piemontesi Luigi Einaudi, monarchico e liberale, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, e Oscar Luigi Scalfaro (novarese di famiglia originaria della Calabria); i sardi Antonio Segni e Francesco Cossiga; e, infine, il ligure Sandro Pertini (1978-1985), di cui Tito L. Rizzo ebbe l'onore di essere “ghost writer”. La Toscana dette alla Repubblica due presidenti: Giovanni Gronchi, nativo di Pontedera, già sottosegretario di Stato per il partito popolare italiano all'alba del governo Mussolini (1922) e poi deputato della Democrazia cristiana sin dalla Costituente; e il livornese Carlo Azeglio Ciampi, che agli italiani ripropose il Tricolore e il Canto Nazionale. Sembrava che il vivaio dei Capi dello Stato fosse circoscritto a un territorio esclusivo, quasi predestinato. Niente Lombardo-Veneto, né Emilia, Marche, Abruzzo, Puglia… Se ne aveva tacita conferma anche dalle candidature apparentemente solidissime, ma poi sfumate. Mentre nel 1948 De Gasperi era convinto di far eleggere il lucchese Carlo Sforza ma dovette abbandonarlo per convergere su Einaudi, l'abruzzese Franco Marini, quasi sicuro ai blocchi di partenza quale presidente del Senato non fu eletto. Come accadde al reggiano Romano Prodi, bruciato “in nuce” da cento voti dei suoi stessi potenziali sostenitori.
   Grazie all'abile regia di un toscano, Matteo Renzi, che lo fece scendere in campo al quarto scrutinio, con l'elezione al Colle più alto (665 voti: quasi due terzi dell'assemblea) Mattarella spezzò l'incantesimo negativo e segnò l'ingresso di un siciliano al Quirinale. Era il 31 gennaio 2015, quasi dieci anni addietro. Appena eletto visitò le Fosse Ardeatine, il cimitero monumentale ove sono raccolte le 335 vittime della rappresaglia della Germania di Hitler in risposta all'attentato messo a segno a Roma il 23 marzo 1944 da un Gruppo di azione partigiana del Partito comunista italiano contro un reparto tedesco.
   Mattarella appellò l'Europa e il mondo a unirsi “per sconfiggere chiunque voglia trascinarci in una nuova era di terrore”. Era il presentimento del tempo che stiamo vivendo: guerre di sterminio condotte con armi sempre più micidiali, a dimostrazione di quanto l'ingegno possa industriarsi per fare il male anziché il bene. “La Luce è venuta nel mondo ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” si legge nel Vangelo di Giovanni (3, 19). Se ne vedono gli effetti.
La forza suasoria della parla sommessa
Come infondere ravvedimento e riportare sulla retta via? Con la parola: eloquente nella sobrietà, come osserva Rizzo. È la cifra dei “Discorsi del Presidente”, pronunziati con occhio sereno e un sorriso misurato, spesso venato da un trasalimento che sa di mestizia e di speranza nella redenzione: sentimenti propri del cattolicesimo sociale nel cui solco plurisecolare Mattarella si è formato.
   Evocando Luigi Einaudi nel 150° della sua nascita, lo scorso ottobre qualcuno ha osservato che dalla prima giovinezza lo statista ed economista piemontese “non studiò da presidente della Repubblica. Semplicemente studiò”. Lo si può ripetere di Mattarella. Nato il 23 luglio 1941 a Palermo da Bernardo (1905-1971), autorevole esponente del partito popolare, poi della democrazia cristiana e cinque volte ministro della Repubblica, e da Maria Buccellato (1907-2001). Fratello di Piersanti, presidente della Regione Siciliana, assassinato da Cosa Nostra nel 1980, di Antonino e Caterina (morta l'anno della sua elezione al Colle), Sergio Mattarella crebbe a Roma. Allievo dei Fratelli maristi delle Scuole e iscritto all'Azione cattolica, si laureò a 23 anni in giurisprudenza con una tesi sulla funzione dell'indirizzo politico. Avvocato specializzato in diritto amministrativo, alla professione forense accompagnò la docenza universitaria, da assistente ad associato, sino al 1983, quando fu eletto deputato e lasciò la cattedra e, con nobile gesto, lo stipendio connesso.
   A sollecitarne l'impegno nella vita politica fu il lungimirante segretario della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita. Gli elettori della circoscrizione Sicilia occidentale lo premiarono con quasi 200.000 preferenze. Era tempo di rinnovamento: per il quarantaduenne democristiano esordiente alla Camera dei depuati, la politica è impegno morale, sull'esempio di Aldo Moro.
L'elezione al Colle di un giurista “al di sopra delle fazioni”
   Nel 2015 le dimissioni di Napolitano, eletto quale esponente della Sinistra, aprirono la via a un candidato di area progressista ma meno “militante” di lui, osannato da cronachisti e biografi come “Re Giorgio”: una nomea che, a ragion veduta, non gli giovò. Mattarella aveva lasciato la tessera della Democrazia cristiana sin dall'elezione al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, seguita da quella a giudice della Corte costituzionale: una decisione assunta per evidenziare l'assoluta indipendenza nell'esercizio di cariche che escludono condizionamenti partitici. Aveva dunque i requisiti per essere da subito il presidente di tutti gli italiani.
   Nel 2013, in vista della successione a Napolitano, il suo nome era già stato proposto con quelli del democristiano Franco Marini e del socialista Giuliano Amato da Luigi Bersani, segretario del Partito democratico, a Silvio Berlusconi e a Mario Monti (Scelta Civica) per una candidatura unitaria al Quirinale. Fu scelto Marini, che però non decollò. Dopo molti  estenuanti scrutini a vuoto, la crisi istituzionale fu scongiurata con la rielezione di Napolitano. Alle sue dimissioni, il 29 gennaio 2015, su indicazione di Matteo Renzi il Partito democratico propose quale candidato unico Sergio Mattarella e decise di votarlo dal quarto scrutinio, quando fu eletto. Ebbe il sostegno di Sinistra Ecologia Libertà, Scelta Civica e Area Popolare.
   Nel corso del suo primo mandato la presidenza del Consiglio passò da Renzi a Paolo Gentiloni (dicembre 2016), che si dimise dopo le elezioni anticipate del 4 marzo 2018, dall'esito incerto. Dopo lunghe consultazioni e il conferimento di un mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ebbe esito negativo, Mattarella prese atto della convergenza del Movimento 5 Stelle e della Lega per la formazione di un governo presieduto dall'avvocato Giuseppe Conte, ma non accolse la proposta di Paolo Savona a ministro dell'Economia e delle finanze. Da posizioni diverse il “pentastellato” Luigi Di Maio e Giorgia Meloni, per Fratelli d'Italia, ventilarono il proposito di accusare Mattarella di “attentato alla Costituzione” in base all'articolo 90 della Carta. Una enormità spropositata. Fu un vero e proprio assalto al primo magistrato d'Italia. Era già accaduto quando con un gruppo di parlamentari “comunisti” accusò Francesco Cossiga di alto tradimento della Carta. 
   Il Presidente incaricò l'economista Carlo Cottarelli che accettò con riserva ma il 31 maggio rinunciò, informato che stava nascendo un sofferto accordo su un “contratto” tra due forze presenti in Parlamento. Si aprì la via al governo presieduto da Conte, con Savona ministro agli Affari Europei. Il “contratto” conteneva clausole anticostituzionali, come l'esclusione dall'esecutivo di appartenenti alla Massoneria, una associazione non riconosciuta in Italia, ma neppure vietata. Anche i matrimoni sono “contratti”, ma non sempre reggono. Altrettanto accadde a quello tra pentastellati e leghisti, anche per l'intemperanza di Matteo Salvini che ventilò la pretesa di “pieni poteri”. La maggioranza deflagrò nell'agosto 2019. Il 5 settembre nacque il governo Conte II, con il sostegno dei 5 Stelle, del Partito democratico e di LeU. Anche quella coalizione  ebbe breve durata. Con le dimissioni dei ministri di Italia Viva, guidata da Matteo Renzi, si aprì la lunga crisi conclusa con l'incarico a Mario Draghi, già presidente della Banca Centrale Europea. Il suo governo, insediato il 31 febbraio 2021, ottenne il voto favorevole di tutti i partiti, a eccezione di Fratelli d'Italia e di Sinistra italiana. Il nuovo esecutivo sembrava dovesse/potesse durare a tempo indeterminato per il prestigio del suo presidente e perché il Paese, alle strette dopo la pandemia, aveva bisogno di raccoglimento per risalire la china. Non fu così. Lo fa intendere il volume di Tito Rizzo.
Tito L. Rizzo alla ricerca del “segreto” di Mattarella
Maturità classica al “Giulio Cesare” della nativa Roma, “Alfiere del Lavoro”, laureato ventiduenne in Giurisprudenza alla “Sapienza”, quarant'anni al Quirinale, ove fu Consigliere capo servizio per la sicurezza, cinque volte Premio della cultura della presidenza del Consiglio, autore di dodici monografie e 540 pubblicazioni, Tito Lucrezio Rizzo premette al nuovo libro parole che meritano di essere riportate pari pari. Il Capo dello Stato, egli scrive, è un “potere neutro”, «il che non significa potere inerte bensì al di sopra delle parti, in una funzione di imparziale arbitraggio, resa ancor più preziosa in una fase storico-politica come l'attuale, dove non vi sono più in campo delle squadre con dei colori ben identificabili, bensì delle aggregazioni fluide e dove non è infrequente che i giocatori cambino maglia durante la partita, passando in campo avversario. Ma ci sono ancora le “maglie”, cioè dei partiti solidamente strutturati con dei programmi oggettivamente identificabili su precise identità politiche (liberali, popolari, socialisti)?»
  No, risponde Rizzo: oggi prevale «la capacità affabulatoria dei “Pifferai di Hamerlin” di turno, degli imbonitori da circo equestre, a coagulare dei consensi drogati da slogan con alto impatto emotivo, senza il necessario “humus” della cultura, presupposto indispensabile ad ogni consapevole discernimento critico, assente il quale non si afferma la democrazia, ma la sua tragica deformazione della demagogia».
   «In questo nebuloso scenario per la navigazione a vista della nave “Italia”, con il rischio che andasse a sfracellarsi sugli scogli dell'antipolitica, uscendo dalla rotta europea, l'equilibrio dimostrato da Mattarella durante il suo primo mandato, temprato da pregresse immani tragedie familiari, ha rappresentato il miglior biglietto da visita del nostro Paese in ambito internazionale, supportato al tramonto della sua prima investitura, da un altro grande italiano – anche in ambito internazionale – come il presidente del Consiglio Mario Draghi.»
   Rizzo rileva inoltre che il magistero del Presidente si è fatto più incalzante nel “semestre bianco”, quello “notoriamente crepuscolare”. Non sorprende dunque che nel gennaio 2022, com’era già accaduto nove anni prima con Napolitano, i “grandi elettori” del Quirinale, dopo giorni di confusione, dovettero chiedere a Mattarella di accollarsi il secondo mandato, nonostante egli avesse già predisposto nei dettagli il suo “nunc dimitte”. Ebbe 832 voti su 1011: una percentuale che premiava il suo prestigio e sapeva di atto di contrizione del Parlamento.
   L'armonia, però, non durò a lungo. Il 14 luglio 2022 il Movimento 5 Stelle si assentò su un voto di fiducia. Già dimissionario, richiesto da Mattarella di ripresentarsi alle Camere per un chiarimento ulteriore, posta la questione di fiducia su un mozione a proprio sostegno, il governo Draghi venne affondato per l'assenza dal voto di Forza Italia, Lega e 5 Stelle. Al Presidente non rimase che sciogliere anticipatamente le Camere e indire le elezioni del settembre 2022. Alle urne, disertate dal 40% degli elettori, Fratelli d'Italia risultò il partito più votato (ma, a conti fatti e al di là dell'enfasi, ottenne il favore di un modesto 16% degli elettori: un po' poco per “fare la storia” a propria immagine e somiglianza). Il 21 ottobre Mattarella incaricò Giorgia Meloni di formare il governo, tuttora in carica: coalizione di Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e “Moderati”.
L'Arbitro, crucciato dall'astensionismo
Proprio gli ondeggiamenti delle cangianti maggioranze hanno fatto di Mattarella il perno della vita pubblica dell'Italia al suo interno e di fronte alle Cancellerie di tutti gli Stati. A cospetto della sempre più vasta e preoccupante astensione dei cittadini dal voto, sia amministrativo sia politico, il Presidente, grazie al suo ruolo di garante della legalità costituzionale, si è imposto quale caposaldo dello Stato nella comunità internazionale. È quanto emerge dall’antologia di Sergio Mattarella curata da Tito Lucrezio Rizzo, suddivisa in cinque capitoli: dalla cattedra universitaria al Quirinale; la giustizia come sostanza prima che come forma; la centralità del ruolo della donna; lo scenario internazionale; l'universo giovanile e la cultura.
   Fermo nel rispetto dei limiti e delle competenze, Mattarella non ha mancato di ricordare: «Io ho le mie opinioni, ma ho il dovere di accantonarle, perché se le scelte sono fatte da Organi cui queste competono secondo la Costituzione, devo rispettarle e le rispetterò sempre, naturalmente.» Nondimeno egli ha fatto quanto in suo potere per ribadire l'amicizia speciale dell'Italia con la Repubblica francese e con ogni altro Stato dell'Unione Europea, come dei membri della Nato e delle Organizzazioni internazionali in favore delle quali la Repubblica ha acconsentito alle limitazioni della propria sovranità “necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni”, come recita l'articolo 11 della Costituzione.
   Superfluo quindi evidenziare la distanza tra la visione dello Stato e della società nella quale Mattarella si è formato e di cui è fautore dai fantasmi di populismo, nazionalismo fanatico, sovranismo qui e là affioranti. Altrettanto vale per i “diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2 della Carta), da lui fermamente richiamati e propugnati, e per i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” nell'ambito della Repubblica “una e indivisibile”, contro ogni tentazione di prevaricazione egoistica di una parte del suo territorio a danno di altre.  
   Stato di recente formazione (ha da poco festeggiato il 160° della proclamazione del Regno, nel 1861), travagliato nella prima metà del Novecento da un trentennio di guerre, dall’occupazione straniera e da una lunga contrapposizione ideologica, per motivi geostorici peculiari l'Italia odierna è un cantiere aperto, che richiede armonia tra tutte le sue componenti e la “serenità” che le è mancata per l'esasperazione del protagonismo di molti suoi “politici” e “narratori”. Il problema tuttora irrisolto non è la riforma delle Istituzioni e, meno ancora, del rapporto equilibrato tra Capo dello Stato, parlamento, governo nazionale e amministrazioni regionali e locali – chiaro nella Costituzione, molto confuso e scoraggiante nella realtà quotidiana – bensì è il varo di una legge elettorale capace di rianimare la sempre più fievole partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Tanti si domandano perché recarsi alle urne se non possono scegliere liberamente il proprio rappresentate e debbono votare candidati “preconfezionati” e spesso poco appetitosi? Senza una legge elettorale adeguata ai tempi la divaricazione fra cittadini e Stato, in tutte le sue articolazioni, è destinata a crescere, sino alla crisi finale.  
   Perciò i Discorsi del Presidente resteranno memorabili: non solo in sé e per sé, ma anche per misurare, nel tempo, se e quanto quella di Mattarella sia rimasta “vox clamantis in deserto”. Quando si dovesse constatare che chi doveva tenerne conto non lo fece (accadde già con il secondo mandato di Napolitano), si potrà stabilire a chi addebitare il saldo negativo della Repubblica. Non certo ai suoi Presidenti, ma a una “classe dirigente” che tale è solo per etichetta, non per la sostanza.
Aldo A. Mola


Mattarella deputato e ministro.
Ripercorrere la vita politica di Sergio Mattarella dall'ingresso alla Camera quale deputato (1983) e al governo come ministro per i rapporti con il Parlamento (governi Goria e De Mita, 1987-1989), della Pubblica istruzione (governo Andreotti VI, 1989-1990) e della Difesa (governi D'Alema e Amato, 1999-2001) travalica le dimensioni di un articolo, per quanto ampio. Va almeno ricordato che, già vicepresidente del Consiglio e autorevole componente della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D'Alema, nel 2008 Mattarella non si ricandidò alla Camera. Aveva dato. Eletto componente della Corte Costituzionale (2011-2015), non prevedeva certo l'elezione a Capo dello Stato, né, tanto meno, il conferimento del secondo mandato presidenziale.


FOTOGRAFIA: Il professore e avvocato Tito Lucrezio Rizzo, autore di “Mattarella. L'eloquenza della sobrietà” (Herald Editore). Studioso di vasti orizzonti, con la dott.ssa Marzia Taruffi e altri, fa parte del Comitato nazionale per la celebrazione del IV centenario della nascita dell'astronomo Gian Domenico Cassini (2025). 



PINEROLO, UNA CITTÀ BIFRONTE
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 dicembre 2024 pagg. 1 e 7.
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Il cavallo “Cromwell” di Emanuele Cacherano di
                  Bricherasio (Museo storico dell'Arma di Cavalleria,
                  Pinerolo). Il cavallo fu montato da Federigo Caprilli,
                  del quale ha scritto il colonnello Carlo Cadorna in
                  “Equitazione naturale moderna” (Grottaferrata,
                  Bcsmedia). La fotografia è tratta da Aa.Vv, “Pinerolo,
                  mille anni di storia”, a cura di Ilario Manfredini,
                  ed. Marcovalerio (Marco Civra), 2024, voll. 2). E' un'
                  opera editorialmente impeccabile, realizzata in due
                  soli anni, con eccellente corredo iconografico.   Pinerolo ha mille anni. Ci tiene e li dimostra. Unisce passato remotissimo, attualità e ambizioni, memore di dominio sabaudo e francese, come documenta l'opera collettanea curata da Ilario Manfredini “Pinerolo, mille anni di storia” (ed. Marcovalerio). E' sempre stata la base per il dominio sul Vecchio Piemonte. Tomaso II di Savoia la elevò a “capitale” al di qua delle Alpi. Ma sulla cittadina, poche migliaia di abitanti raccolti in un passaggio strategico, misero costantemente occhi e mani anche i “francesi”. Al trotto e al galoppo da lì si arrivava rapidamente a Torino. All'epoca militarmente irrilevante, l'antica “Augusta Taurinorum” era la via fluviale verso est: uno spazio agognato da chi, Oltralpe, aveva difficoltà a scendere verso la Cornice.
   Una prima dominazione francese durò dal 1536 al 1574, quando il duca Emanuele Filiberto di Savoia la ottenne da Enrico III di Francia. Sembrò fatta per sempre, anche perché in quegli anni crollò il marchesato di Saluzzo, altra preda della Francia. Carlo Emanuele I (1580-1630) condusse lunghe e dispendiose guerre per impadronirsi di Saluzzo e difendere Pinerolo dal duca Francesco di Lesdiguières.
   Nel 1601 il trattato di Lione riconobbe Saluzzo ai Savoia, ma la partita su Pinerolo rimase aperta. Nel 1631 il cardinale Richelieu guidò in persona la spedizione francese sulla città, “porta aperta in Italia”. Storia e carte alla mano non aveva torto. Le battaglie fondamentali nelle guerre tra la Francia dei Valois e dei Borbone contro gli Asburgo d'Austria e di Spagna per l'egemonia sull'Europa ebbero per teatro la pianura padana, ricca di messe e di armenti, di mercati e di artigianato d'avanguardia. Sottomessala, Parigi fece di Pinerolo non solo una piazzaforte ma anche una prigione di rigore. Luigi XIV vi fece rinchiudere il sovrintendente alle finanze, Nicolas Fouquet, reo di aver abusato dei suoi privilegi e ostentato le ricchezze che si era procacciato per sé anziché per lo Stato, e la tanto celebre quanto misteriosa “Maschera di ferro”, spunto per dicerie (era il gemello del Re Sole?), romanzi e film. Quando dovettero lasciarla, i francesi minarono e fecero esplodere il castello e la fortezza.

   Proprio con Luigi XIV il Piemonte occidentale tornò teatro di guerra. Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, ebbe la peggio nella battaglia di Staffarda. Il conflitto riprese con la guerra alla successione sul trono di Spagna (1701-1713). L'armata francese invase il ducato e vi condusse la “guerra totale”: assedio di cittadine e di borghi, imposizione di enormi “taglie”, versate per scongiurare assalto finale e devastazione, anche di luoghi sacri, e distruzione di ponti, strade, piloni. Non bastasse, gli alberi da frutta e i vigneti furono mozzati al ceppo, così da impedirne crescita e fioritura. È stato calcolato che in quella guerra il “Piemonte” perse un terzo dei suoi beni. Il conteggio (poi studiato da Prato e da Einaudi) fu effettuato meticolosamente su ordine del duca in vista del trattato di pace. L'ammontare dei danni era pegno per il “risarcimento” che gli fruttò il titolo di Re di Sicilia, pochi anni dopo mutato in quello di Re di Sardegna. Fu premessa remota delle guerre per l'indipendenza e l'unità d'Italia? Rimasero in gran parte chiusi nel silenzio dettato dalla vergogna gli abusi di cui furono vittime le donne e, assai spesso, anche uomini da parte di un nemico che sodomizzava pubblicamente i vinti per umiliazione perpetua.
   In un volume di prossima pubblicazione, “Nel nome del Re Sole. Cenni storici su crimini, danni ed angherie del nemico nel Piemonte in guerra e nell'Alta Italia, 1703-1709”, ne scrive Alessandro Mella, che documenta come anche gli “imperiali”, inviati da Vienna in soccorso di Vittorio Amedeo II per cacciare i francesi assedianti Torino, non mancarono di vessare la popolazione. Ma i peggiori furono comunque i “cugini” d'Oltralpe. Tra i molti spiccano i casi di Orbassano e di Pinerolo. Dopo aver soggiogato Susa, nel 1704 i francesi assalirono, saccheggiarono e incendiarono Orbassano. L'anno seguente la cittadina fu nuovamente assediata e sottoposta a tributo per non subire identica sorte. Nel 1706 venne investita per la terza volta dai gallici in rotta da Torino verso la Francia. Dettero alle fiamme 143 delle sue 183 case: una rovina alla quale fu difficile rimediare, dopo i saccheggi subìti nel 1690 e 1693. Non migliore fu la sorte di Pinerolo, raggiunta dai francesi il 10 marzo 1705. Vi rimasero tre mesi estorcendo tutto il possibile. Subì incendi, furti di bestiame, ruberie di mobili, vettovaglie, lingerie e violenze di vario genere. Per una popolazione in larga parte ordinariamente in ristrettezze fu un'esperienza atroce.

   Quasi un secolo dopo la plaga tornò teatro di guerra. Prima irruppero i francesi della Repubblica nata nel 1792 sulle rovine della monarchia capetingia, poi gli austro-russi, giunti sino a Pinerolo, poi nuovamente i francesi guidati attraverso le Alpi da Napoleone, vittorioso a Marengo (giugno 1800). Come aveva profetizzato il cardinale Richelieu, Pinerolo divenne porta aperta dell'Italia. Fu annessa alla Repubblica, poi all'Impero. Nel 1806 la lingua ufficiale divenne il francese. La sua storia sembrò decisa per sempre come quella del Piemonte e dell'Italia. Invece neppure dieci anni dopo Napoleone e il suo sistema furono travolti. Nel 1821, come ha scritto Dario Seglie, presidente del CeSMAP e animatore della rivista “L'Ipotenusa”, Pinerolo fu il punto di partenza di Santorre di Santarosa e Guglielmo Moffa di Lisio che chiesero il riconoscimento del “diritto dei popoli” alle libertà. Il fallimento di quel moto non cancellò le speranze d'Italia. Ripresero il loro corso nei decenni seguenti e videro rifiorire anche la città: manifatture, industrie meccaniche, fondazione della società di mutuo soccorso, prima in Pimonte, e iniziative culturali, tra le quali spicca la biblioteca civica “Alliaudi”, la cui storia è documentata dal suo attuale direttore, Gianpiero Casagrande.

   Nel Novecento Pinerolo ha dato alla storia d'Italia due figure politiche di rilievo nazionale: Luigi Facta, sindaco, deputato, ministro, presidente del Consiglio nel fatale ottobre 1922, e Ferruccio Parri, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” promosse dal Partito d'azione, presidente del Consiglio dei ministri dal giugno al dicembre 1945 e punto di riferimento dei partigiani non stalinisti. Ma merita di essere ricordata anche Lidia Poët (Traverse di Perrero, 1855-Diano Marina, 1949), valdese, prima donna a iscriversi nell'Ordine degli avvocati di Torino nel 1883.
   A pochi passi dalle “valli valdesi” Pinerolo ha all'attivo anche una vivace presenza di logge massoniche. A una tra le più rilevanti (originariamente intitolata a Giordano Bruno, poi “Mario Savorgnan di Osoppo”) furono affiliati studiosi di chiara fama, quali Ferdinando Gabotto, primo storico della città, Carlo Patrucco e Giuseppe Colombo. Ma tra Sette e Ottocento la città ebbe uno tra i massoni eminenti in Europa, Sebastiano Giraud, scienziato, la cui biografia merita un libro.
   Ottant'anni dopo l'ultima guerra anche nel Vecchio Piemonte ci si domanda se la pace attuale sia durevole, se non perpetua, o sia solo una tregua tra un conflitto e l'altro. Perciò rivisitare la storia non è vano. Insegna che tutto dipende dalle decisioni degli uomini. Da ciascuno.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il cavallo “Cromwell” di Emanuele Cacherano di Bricherasio (Museo storico dell'Arma di Cavalleria, Pinerolo). Il cavallo fu montato da Federigo Caprilli, del quale ha scritto il colonnello Carlo Cadorna in “Equitazione naturale moderna” (Grottaferrata, Bcsmedia). La fotografia è tratta da Aa.Vv, “Pinerolo, mille anni di storia”, a cura di Ilario Manfredini, ed. Marcovalerio (Marco Civra), 2024, voll. 2). E' un' opera editorialmente impeccabile, realizzata in due soli anni, con eccellente corredo iconografico.

SAVOIA E BORBONE, DINASTIE EUROPEE
di Aldo A. Mola

Chissà perché il 15 dicembre nella rubrica “Lo dico al Corriere” Aldo Cazzullo si è sentito in dovere di affermare che “Re Felipe a Napoli ricorda che i Borboni erano stranieri”. Stranieri per chi? Il re di Spagna non lo ha detto affatto. È un'opinione di Cazzullo. Nato a Madrid il 30 gennaio 1968, don Felipe nacque da Juan Carlos di Borbone (Roma, 5 gennaio 1938) e da Sofia di Grecia, che appartiene a una Famiglia dai rami diffusi in tutta Europa e legata a doppio filo alla Casa Savoia-Aosta.
   Accolto in Parlamento a Camere riunite, onore speciale, Filippo VI ha parlato fluentemente in italiano, una tra le lingue di suo uso comune.
A Napoli, come a Roma, non si è affatto sentito straniero, ma, qual è, europeo. Certo è gravato dal rango di Capo di uno Stato, la Spagna, la cui coesione è propiziata dalla monarchia e, come già suo padre, coltiva speciali legami con i Paesi dell'America “latina”, radicati in mezzo millennio di storia, quando essi, a differenza di quanto solitamente si crede, non erano “colonie” ma parte dello Stato spagnolo. Del pari il Paese iberico moltiplica i rapporti con gli ispanofoni degli Stati Uniti d'America, in continua espansione, e con genti che lo spagnolo come “lingua franca”, pur a fianco dell'inglese.
   Dopo aver messo in riga lo “straniero” don Felipe, in una successiva risposta a un lettore, Cazzullo ha asserito che “i Savoia sono a tutti gli effetti una dinastia italiana da quando Emanuele Filiberto spostò la capitale (del ducato di Savoia, NdA) da questa parte delle Alpi, da Chambéry a Torino. Era il 1563...”. Un realtà erano e rimasero europei. “Testa di ferro”, come quel duca era detto, vincitore nel 1557 sui francesi di Enrico II a San Quintino, con la pace di Cateau Cambrésis (1559) aveva ottenuto la restituzione delle terre già sabaude e le stava riordinando a marce forzate. Il Ducato era uno Stato transalpino e anfibio, un piede sulle Alpi, l'altro immerso nel mare tra Nizza e Ventimiglia, ma territorialmente ancora esiguo.
   Figlio di Carlo III il Buono e di Beatrice di Portogallo, Emanuele Filiberto sposò Margherita di Francia. Suo figlio, Carlo Emanuele I, si unì a Caterina di Spagna (Asburgo). I successori alternarono matrimoni con principesse francesi, tedesche (Polissena Cristina d'Assia-Rheinfels) e spagnole (Borbone). Gli ultimi tre re discendenti diretti di Testa di ferro (Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I e Carlo Felice) sposarono rispettivamente una francese, un'Asburgo d'Austria e una Borbone di Napoli.
   A inizio Ottocento si verificarono due eventi di forte portata simbolica. Sconfitto da Napoleone I, Francesco II d'Asburgo rinunciò al titolo di sacro romano imperatore e retrocesse a Francesco I d'Austria. Divorziato da Giuseppina de la Pagérie, Napoleone ne sposò la figlia, Maria Luisa d'Asburgo. Doveva essere il matrimonio del secolo: garantire la pace perpetua tra l'impero austriaco e la Francia, mentre gli altri Stati europei di terra ferma erano satelliti di Napoleone, “imperatore dei francesi”.
   Vincitori su Bonaparte, nel settembre 1815 i sovrani d'Austria (Francesco I, cattolico), Russia (Alessandro I, ortodosso) e Prussia (Federico Guglielmo, luterano), con successiva adesione della Francia del restaurato Luigi XVIII di Borbone (cattolico), sottoscrissero a Parigi la Santa Alleanza. «In nome della Santissima e indivisibile Trinità» i tre monarchi proclamarono di «restare uniti coi legami di una vera e indissolubile fratellanza». «Considerandosi come compatrioti», si impegnarono ad aiutarsi vicendevolmente «in qualunque occasione ed in qualunque luogo», come padri di famiglia dei propri sudditi. Anche se di lingue diverse, nessuno era “straniero” all'altro: erano una “comunità”.
   Le pulsioni nazionali sprigionate dalla Rivoluzione francese (altra cosa dalla guerra per l'indipendenza delle colonie della Nuova Inghilterra contro  la Gran Bretagna, dalla quale nacquero nel 1783 gli Stati Uniti d'America) erano considerate fonte di divisioni artificiose e di confitti pretestuosi. Per frenarle, nel 1815 gli Alleati deliberarono di ritrovarsi annualmente in congressi, anche a vantaggio degli Stati che, come il regno di Sardegna, via via aderirono e ne accettarono le decisioni. Quell'intesa fu meno retorica di quanto si crede, perché, pur tra varie scosse, garantì un secolo di pace, sino alla catastrofe del 1914. Ciascuno nella propria ottica, un Borbone, un Asburgo, un Savoia condividevano la responsabilità di un governo “cristiano” sovranazionale che aveva il pregio non secondario e più illuministico che reazionario di aver consegnato al passato remoto le guerre di religione. Non per caso alla Santa Alleanza non aderì il papa, per il quale chi non era cattolico era “eretico” e in “peccato mortale”, al pari di liberali, socialisti e dei massoni, a suo giudizio ispiratori di sette sataniche.
   Primo re di Sardegna della Casa di Savoia-Carignano, Carlo Alberto (1798-1849), figlio di Carlo Emanuele e di Maria Cristina Albertina di Sassonia-Curlandia, già conte dell'impero napoleonico, francofono, all'ascesa al trono non pensava affatto a un “progetto italiano”. Sposata Maria Teresa di Asburgo-Lorena (Toscana) ne ebbe il futuro Vittorio Emanuele II, che prese in moglie Maria Adelaide d'Asburgo (Austria), e Ferdinando, duca di Genova, che sposò Elisabetta di Sassonia e ne ebbe Margherita, poi consorte di Umberto I, suo cugino primo, e Tommaso Alberto, maritato con Isabella di Baviera.
   Nel 1838 Carlo Alberto maturò la svolta: depose formalmente il rango di Vicario dell'ormai inesistente sacro romano imperatore e conferì alla Regia deputazione di storia patria il compito di esplorare e proporre la missione italica della Casa di Savoia: un compito al quale si dedicarono Cesare Balbo e uno stuolo di studiosi. Le guerre condotte da Carlo Alberto e da Vittorio Emanuele II contro il dominio diretto e la preponderanza degli Asburgo in Italia furono o vennero narrate come inter-parentali (dati i vincoli matrimoniali fra Savoia, Asburgo e Borbone delle Due Sicilie) ma non inter-italiche. La storiografia evidenziò che gli eserciti dei sovrani degli Stati pre-unitari erano mercenari o coatti, a differenza di quello sabaudo, ispirato da una missione morale e civile e in lotta per la liberazione dal secolare “servaggio”. Però anche da re d'Italia i Savoia continuarono a svolgere il ruolo richiesto ai sovrani: concorrere di persona a procacciare la pace europea. Lo si colse nel 1871, quando, mentre l'Europa era sconvolta dalla guerra franco-prussiana (o franco-tedesca) e dalla “Commune” di Parigi, il venticinquenne Amedeo di Savoia, duca di Aosta, secondogenito di Vittorio Emanuele II, maritato con Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, assunse la corona di Spagna, offertagli dalle “Cortes” di Madrid su impulso del generale Prim e d'intesa con Carlo Michele Buscalioni, già gran maestro del Grande Oriente Italiano. Dopo la sua abdicazione e un breve esperimento di repubblica, sul trono di Spagna tornò un Borbone, Alfonso XII, gradito ai liberali e contestato dai “carlisti”, capifila dei clerico-reazionari d'Europa, alla stregua del conte Enrico di Chambord, vaticinato re di Francia in alternativa alla Terza Repubblica.
   A conclusione si può riconoscere che Filippo VI di Borbone, al pari degli attuali principi della Casa di Savoia, è espressione della storia europea: più precisamente del ruolo svolto in Europa dalle molte Case che nei secoli ne hanno scandito la storia. Chi un tempo riteneva che i re fossero la causa prima di guerre e che le repubbliche avrebbero garantito pace, libertà e progresso, oggi deve constatare che, là ove sono, i sovrani non risultano affatto più esecrabili di tiranni di formazione repubblicana. Per i molti motivi accennati sentivano di avere una missione comune, più di quanto oggi mostrino di avere politici provvisoriamente al potere e, talvolta, disposti a tutto pur di rimanervi. Come mostra il caso di Sarkozy, inseguito da una voce che si leva dal deserto.
Aldo A. Mola


L'EPOPEA DI GIARABUB
NELL'OPERA DI ZERRILLO E CAPPONE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 dicembre 2024, pagg. 1 e 6.

Il volume “Dalle Langhe a Giarabub” del
                    capitano Massimo Cappone e del generale Antonio
                    Zerrillo (in fotografia) è stato presentato giovedì
                    12 dicembre al Teatro “Moretta” di Alba, attiguo al
                    Santuario dei Padri Giuseppini, presente un pubblico
                    folto e partecipe. L'opera è patrocinata dai Comuni
                    di Alba, ove nacque l'ufficiale medico Ferruccio
                    della Valle, Levice, patria del cappellano don
                    Giovanni Blengio, Caltagirone, che dette i natali al
                    comandante Salvatore Castagna, il “Leone di
                    Giarabub” poi asceso a generale, di Morcone e di San
                    Zenone a Po. La realizzazione del sontuoso volume,
                    promosso dall' Associazione Nazionale della Sanità
                    Militare italiana e introdotto dal suo segretario,
                    generale Vincenzo Barretta, è stata approvata e
                    finanziata dal Ministero della Difesa.1941: primavera di tristezza
«Dopo quattro mesi di assedio è caduta Giarabub.»È la lapidaria annotazione affidata al “Diario” dal generale Paolo Puntoni, primo aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, al termine del colloquio quotidiano con il Re. Era il 21 marzo 1941, triste equinozio di primavera. La guerra non andava affatto bene per le armi italiane. Al rientro dall'Albania, Mussolini era furente. «Il nostro attacco alla Grecia – prese atto il duce – è sostanzialmente fallito, specialmente se si tiene conto delle speranze che in esso erano state riposte. In Africa orientale la situazione precipita. È in corso l'abbandono completo della Somalia.» Neppure un paio di mesi dopo, il 5 maggio, l'imperatore Hailé Selassié fu riportato dagli inglesi ad Addis Abeba. Il 24 aprile il principe Amedeo di Savoia, III duca d'Aosta, si asserragliò sull'Amba Alagi. Dopo un mese di eroica resistenza si arrese ai britannici con l'onore delle armi. Il “Duca di ferro” morì prigioniero in un ospedale di Nairobi il 3 marzo 1942. Volle essere sepolto tra i suoi soldati. Nel volgere di pochi mesi l'intera Africa Orientale Italiana andò completamente perduta.

La guerra nell'Africa settentrionale
Il 28 giugno 1940 Italo Balbo, governatore della Libia, fu abbattuto da mai chiarito “fuoco amico” nel cielo di Tobruk. Mussolini lo sostituì con Rodolfo Graziani, che non vi aveva lasciato buon ricordo nella fase conclusiva della riconquista, e gli ordinò di muovere contro gli inglesi in Egitto. Winston Churchill consigliò ad Archibald Wavell di non accettare battaglia e di acquartierarsi a Marsa Matruh in attesa di tempi più favorevoli. Questi vennero sulla fine dell'anno. Il 7-8 dicembre 1940 inglesi e “imperiali” (precisamente australiani) mossero all'offensiva in Cirenaica. Avanzarono a valanga. La sera del 10 il comando del battaglione “Coldstream” informò che era «impossibile contare i prigionieri a causa del loro elevato numero», ma che c'erano «circa cinque acri di ufficiali e duecento acri di truppa». Wavell era ormai così sicuro della vittoria che dirottò via mare un'intera divisione verso l'Eritrea per l'assalto finale agli italiani. Come poi annotò Churchill, sia Graziani sia Mussolini e la sua cerchia si mostrarono del tutto impari ad affrontare gli eventi. L'11 dicembre il duce dovette costatare che in Libia in soli due giorni erano state polverizzate due divisioni. A commento dei telegrammi catastrofici di Graziani, che lamentava di essere stato messo nelle condizioni di fare «la guerra della pulce contro l’elefante» e annunciava di volersi arroccare addirittura a Tripoli, Mussolini confidò a Ciano: «Ecco un altro uomo con il quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo.»
   Il 1941, sin dall’inizio, fu costellato di “notizie buie”. L'attacco inglese in Marmarica “squarciò” le difese italiane. Il duce si rassegnò ad abbandonare la Cirenaica. Il 12 gennaio il generale Italo Garibaldi sostituì Graziani, ruvidamente richiamato in patria. Lo stesso giorno, su direttiva di Adolf Hitler, a Tripoli giunse Erwin Rommel, per allestire il comando dell'Afrika Korps. Secondo lo storico Jens Petersen «l’establishment militare [germanico, NdA] diffidava di Rommel ed in parte lo odiava». Invece Churchill ne elogiò le qualità e le ribadì in “La seconda guerra mondiale”: «Un avversario assai audace e abile e, se posso dirlo al di sopra delle stragi della guerra, un grande generale». Meritava rispetto anche perché, «pur essendo un leale soldato tedesco, finì con l'odiare Hitler e tutta la sua opera e partecipò alla cospirazione del 1944 per salvare la Germania tentando di togliere di mezzo il fanatico tiranno. Per questo sacrificò la vita».
   A fine gennaio del 1941 Vittorio Emanuele III confidò a Puntoni: «Nei momenti difficili tutti sono capaci di criticare e di soffiare sul fuoco; pochi o nessuno sono quelli che osano prendere decisioni nette e assumersi gravi responsabilità.» Gli ricordò che nel 1922 si era rassegnato a chiamare al governo “questa gente”, cioè Mussolini e i nazional-fascisti, perché «tutti gli altri, chi in un modo, chi in un altro» lo avevano abbandonato. Per 48 ore egli in persona aveva dovuto «dare ordini direttamente al questore e al comandante del corpo d’armata [di Roma, il pluridecorato Emanuele Pugliese, NdA] perché gli italiani non si ammazzassero fra loro». Ora, a suo giudizio, Mussolini non era più in grado «di raddrizzare la situazione» perché «ormai soffocato e avviluppato dai tentacoli del partito». Il re vedeva lontano.
   Meno di un mese dopo giunse a Roma la notizia della resa di Giarabub, annotata da Puntoni nel “Diario” e magistralmente evocata dal generale Antonio Zerrillo e del capitano Massimo Cappone nel volume “Dalle Langhe a Giarabub: un medico, un cappellano, soldati nel deserto africano durante la seconda guerra mondiale” (2024). Benché noti, richiamiamo sinteticamente i quattro mesi di lotta spasmodica. Dalla storia antica e gloriosa, Giarabub era dominio italiano dal 1926, con la rettifica del confine tra l'Egitto e la Cirenaica. Nella sua moschea riposava la salma del fondatore dei Senussi, una “setta” rigorista dell'islam con la quale si era confrontato Giovanni Giolitti, che nel 1920 ne aveva invitato a Roma gli esponenti per avviare la pacificazione della Cirenaica all'indomani della Grande Guerra. L'oasi era nota per la prestigiosa scuola coranica.
   Nel giugno 1940 era sede di una guarnigione fortificata. L'oasi di Giarabub, un bacino di 25 chilometri di lunghezza e 6 di larghezza, sparso di acquitrini e paludi, incassato da 6 a 15 metri sotto il livello del mare, non manca di laghetti, ma salati, né di fontanili, ma di acqua salmastra. A parte il vasto e lussureggiante palmeto, irrorato da un ruscello spontaneo e con l'acqua estratta da pozzi, aveva orti che producevano il necessario per le poche centinaia di abitanti della “zavia”, ma del tutto insufficienti per gli oltre duemila militari del presidio. Allestito al di fuori della città, questo contava circa 1350 nazionali e 750 soldati libici agli ordini del maggiore Salvatore Castagna, un valoroso ufficiale, decorato durante la Grande Guerra, ma dalla carriera rallentata perché celibe. La “piazza” disponeva di un discreto parco di cannoni di diversi modelli e di 56 mitragliatrici da campo. Aveva anche una considerevole scorta di munizioni. Però, privo di risorse autonome, per l'alimentazione il presidio doveva essere rifornito dai centri affacciati sulla costa, ai quali era collegato da una faticosa pista di 226 chilometri attraverso il deserto infuocato e abbacinante.

L'assedio di Giarabub...
Lontana dal fronte di guerra, con l'avanzata degli “imperiali” lungo la costa della Cirenaica Giarabub non fu investita dall'offensiva, ma rimase isolata. Benché irrilevante sotto il profilo strategico, il suo presidio costituiva una presenza insopportabile per i britannici, decisi a liberare il loro fianco sinistro da una insidia, anche se lontana. Per eliminarla, come bene documentano Zerrillo e Cappone, il comando britannico lanciò un reggimento di cavalleria motorizzata della 6^ divisione australiana, forte di carri leggeri e di artiglieria. Impossibile via terra per la ritirata degli italiani dalla Cirenaica, il rifornimento del presidio continuò per via aerea sino a quando il 9 gennaio 1941 gli inglesi misero fuori uso a cannonate la pista di atterraggio, estrema possibilità di soccorrere la guarnigione, asserragliata in una “piazza” dal perimetro di circa quattro chilometri, protetta da reticolato e, a tratti, da campi minati, da una corona di posti di vigilanza e di sbarramento, da fossi anticarro, trincee e postazioni per puntate all'esterno e rifugio di emergenza per le pattuglie inviate in esplorazione. Il maggiore Castagna aveva approntato tutto il necessario per la difesa, ma non poteva provvedere all'alimentazione. L'8 febbraio Graziani lo autorizzò a regolarsi di propria iniziativa. Appena promosso a tenente colonnello, Castagna prese tutte le responsabilità sulle sue spalle.
   Il 25 febbraio egli comunicò: «Ho una sola giornata di viveri. È doloroso dopo tanti sacrifici doversi arrendere per fame.» Gli inglesi invitarono alla resa: «Difensori di Giarabub: i vostri capi probabilmente non vi hanno detto che abbiamo occupato l'intera Cirenaica, catturando 115.000 prigionieri ed ingenti quantità di materiali. Le nostre truppe marciano ora su Tripoli. Ogni vostro sforzo è quindi inutile ed anche la via di ritirata è preclusa. Arrendetevi: noi vi tratteremo bene.» Il comandante sapeva che i “fatti” erano proprio quelli, ma ritenne che non bisognava cedere “neppure un metro”: non per fatua cocciutaggine e sprezzo del pericolo, ma per senso del dovere, condiviso da tutti gli uomini del presidio, compresa una sessantina di libici che decisero di rimanervi. Sapevano di far parte di una “grande guerra”. Le sorti del conflitto dipendevano dalla abnegazione di ogni singolo uomo.
   Il 16 e 17 marzo gli “imperiali” costrinsero gli assediati a retrocedere dai posti di sbarramento. Nessuno si illuse quando il 17 l'ultimo aviolancio di gallette e scatolette fu accompagnato da un messaggio di Erwin Rommel: «Saluto i valorosi difensori di Giarabub ed esprimo la mia ammirazione. Continuate a fare il vostro dovere. Fra pochissime settimane saremo da voi.» Il comandante dell'Afrika Korps prometteva di raggiungerli «per via terrestre». Il piano scattò ad aprile ed inizialmente lungo la costa ebbe successo straordinario. A quel punto, però, la guarnigione di Giarabub era stata travolta.

… e la sua caduta
Gli assediati sentirono arrivare la fine. Da quasi due mesi erano allo stremo. Eppure tennero i nervi saldi. Il 19 respinsero un reparto nemico, ma il 20 gli imperiali attaccarono a ventaglio tutti i capisaldi. Grazie alla netta superiorità dell'artiglieria, con gittata superiore all'italiana, scompaginarono le estreme difese. La battaglia culminò con scontri ravvicinati e “corpo a corpo”. Anche il comandante Castagna venne ferito mentre combatteva alla testa di un nucleo di libici. Sulla sera la lotta terminò. I sopravvissuti, catturati uno a uno, ebbero l'onore delle armi. Finirono prigionieri in Sud Africa, India, Australia.
   Il bilancio delle perdite indica il loro valore: contro i 400 italiani morti o feriti, tra i quali sette ufficiali, gli australiani lamentarono 17 morti e 77 feriti: una disparità notevole, perché, secondo la dottrina, solitamente gli assalitori subiscono perdite maggiori rispetto agli assaliti, se questi, però, sono dotati di armi migliori e si battono da posizioni dominanti. Fu l'opposto di quanto avvenne a Giarabub nei giorni decisivi. La fine non fu dettata dalla mancanza di valore o di fortuna ma dalla disparità dei mezzi. Quelli degli “imperiali” erano oggettivamente superiori. Dall'avvento delle artiglierie di lunga gittata, della motorizzazione, dei carri armati, dell'aviazione e della comunicazione radio anziché su filo o con messaggi scritti, obbligatoriamente consegnati a mano (come ancora in uso nel 1914-1918), la guerra divenne una lotta fra sistemi di produzione e organizzazione logistica: malgrado la retorica, quelli italiani erano inconfrontabili con quelli dell’impero britannico. La mancanza di un piano strategico generale e la dispersione delle armate su troppi fronti secondari fecero il resto. Come hanno osservato tutti gli storici obiettivi e lo ripete Oreste Bovio nella “Storia dell'Esercito italiano” (US-SME), la resistenza delle Forze Armate a tre anni di guerra (giugno 1940-settembre 1943) ha del miracoloso.
   La caduta di Giarabub entrò subito nella leggenda. A dare voce alla sua epopea furono Ferrante De Torres, Simeoni e Ruccione, già autori di “Camerata Richard” e, nel 1942, un film di vasto successo con la partecipazione di attori celebri e il giovane Alberto Sordi.
   Ma perché proprio Giarabub? Nella seconda Guerra Mondiale i militari italiani dettero prove di valore in misura inversamente proporzionale alle risorse belliche messe a loro disposizione. Il Comando Supremo e gli stati maggiori delle tre armi ne erano consapevoli. Specialmente quello dell'Esercito. Il 1° giugno 1940 il Capo di stato maggiore generale, Maresciallo Pietro Badoglio, scrisse a Mussolini che bisognava guadagnare ancora tutto il mese prima di intervenire «senza fare la figura dei corvi». L'offensiva era impossibile, perché l'esercito difettava gravemente di munizioni da fuoco e da bocca. Infatti alla dichiarazione di guerra la direttiva del Comando Supremo fu: “osservazione” e risposta al fuoco solo se assaliti (Mario Montanari, “L'Esercito italiano alla vigilia della 2^ Guerra mondiale”, Roma, Ufficio storico dello SME, 1982).
   I difensori di Giarabub avevano mostrato che “l'antico valor” negli “italici cor” non era “ancor morto”. Molte battaglie affrontate da militari italiani nella seconda guerra mondiale entrarono nella memoria per l'alto numero dei caduti e per i canti che ne nacquero. “Il ponte di Perati” (che riecheggia un nenia della Grande Guerra) ricorda il sacrificio degli alpini della “Julia” nella campagna di Grecia. Il suo abbrivo è lugubre: “Sul ponte di Perati bandiera nera…”. La ritirata di Russia non ha ispirato canzoni di pari intensità. Eppure tra le prove di valore assoluto delle armi italiane nella seconda guerra mondiale due vennero date proprio su quel fronte, così remoto dalla Madrepatria. Il 24 agosto 1942 a Isbuchenskij 700 cavalieri del “Savoia Cavalleria”, del “Lancieri di Novara” e delle “Voloire” sfondarono la sacca nella quale stavano per essere chiusi dall'Armata Rossa. Parimenti eroica fu l'impresa compiuta il 26 gennaio 1943 a Nikolaevka dagli Alpini, che l'hanno assunta a giorno memoriale. Le due “cariche” di Isbuchenskij e di Nikolaevka entrarono tra gli episodi gloriosi dell'esercito nella seconda guerra mondiale, ma rimasero una realtà diversa dai lunghi mesi della resistenza opposta al nemico da “quelli di Giarabub”.
   Perciò questa meritava la rievocazione proposta da Antonio Zerrillo e Massimo Cappone, sulla traccia dell'opera di Salvatore Castagna che nel 1967 pubblicò “La difesa di Giarabub”, imprescindibile per quanti sono tornati a scriverne, sino a “Giarabub. 1941. Un'oasi, una battaglia, una leggenda” di Pierluigi Romeo di Colloredo Mels (2021).

Il Generale Zerrillo, il capitano Cappone e il giudizio di Churchill
Già autore di importanti saggi e promotore delle rievocazioni del medico Ferruccio Della Valle ad Alba e di don Giovanni Blengio a Levice, per anni il generale Antonio Zerrillo, in collaborazione con il capitano Massimo Cappone, ha cercato ogni possibile traccia degli “uomini di Giarabub”. Per individuarli ha mobilitato gli uffici anagrafe dei comuni più remoti e, lo ripete egli stesso, le stazioni dei carabinieri, fonte indispensabile per ottenere informazioni altrimenti inarrivabili. Ecco, dunque, il suo metodo: ricerca dei documenti, rintraccio dei “testimoni” o dei loro eredi e visita, diretta o indiretta, dei luoghi teatro delle vicende narrate. I frutti del lungo lavoro sono consegnati al lettore con stile narrativo accattivante, fluido, arricchito da icasticità delle immagini e precisione dei termini tecnici quando si addentra nell'esame di reparti e di armi. L'indagine sugli “australiani” che presero parte all'assedio di Giarabub è un “caso di scuola”, meritevole di essere proposto quale modello di indagine archivistica e rispetto delle fonti. Uno straordinario apparato iconografico in bianco/nero e a colori e l'indice dei nomi arricchiscono il volume.
   Zerrillo non nasconde che, mentre compiva la ricerca, sentiva martellanti in memoria questo o quel verso della Sagra di Giarabub. Forse il più assillante è il finale: «sono morto per la mia terra, / ma la fine dell'Inghilterra incomincia da Giarabub.» Lo ebbe chiaro Winston Churchill. Il crollo dell'impero coloniale italiano, egli osservò, fece la differenza tra il prima e il dopo nella storia d'Italia dalla sua unità in poi. In particolare, se la guerra nell'Africa settentrionale avesse avuto altro corso e l'asse italo-germanico si fosse impadronito delle colonie africane di francesi e inglesi, le ripercussioni sarebbero state di dimensioni planetarie e di durata imprevedibile. Il mondo non sarebbe quale attualmente è. Lo percepirono gli autori della Sagra di Giarabub, come il regista e gli interpreti del film (1942), al pari dei primi giornalisti che intervistarono i reduci dall'assedio. Fu il caso di Gian Dal Po, pseudonimo di Gianni Brera, la cui facondia apprezzai mentre spartivamo pane e pesci appena scottati su pietra arroventata in una trattoria della sua terra. Tra i molti il generale Zerrillo ha avuto il merito di “scovare” quel suo primo “libretto”, scritto con lo stile del tempo.
La “lezione” di Giarabub,
Il tenente colonnello Castagna, i suoi ufficiali, i suoi uomini sentirono di dover servire fino in fondo la Patria: «…non si cede nemmeno un metro.» Perché la Patria si difende e si salva con tanti gesti quotidiani che, sommati, si risolvono nella salvezza o nella catastrofe. La sua difesa è “sacro dovere” del cittadino, come detta l'art. 52 della Costituzione. Arroccati senza speranza gli “uomini di Giarabub” si sentirono e furono parte della Grande Storia. Il loro fu un caso unico, sotto il profilo militare e psicologico. Merita memoria e meditazione.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il volume “Dalle Langhe a Giarabub” del capitano Massimo Cappone e del generale Antonio Zerrillo (in fotografia) è stato presentato giovedì 12 dicembre al Teatro “Moretta” di Alba, attiguo al Santuario dei Padri Giuseppini, presente un pubblico folto e partecipe. L'opera è patrocinata dai Comuni di Alba, ove nacque l'ufficiale medico Ferruccio della Valle, Levice, patria del cappellano don Giovanni Blengio, Caltagirone, che dette i natali al comandante Salvatore Castagna, il “Leone di Giarabub” poi asceso a generale, di Morcone e di San Zenone a Po. La realizzazione del sontuoso volume, promosso dall' Associazione Nazionale della Sanità Militare italiana e introdotto dal suo segretario, generale Vincenzo Barretta, è stata approvata e finanziata dal Ministero della Difesa.


ALDO G. RICCI
NON “STORIELLE”, STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 dicembre 2024, pagg. 1 e 6.

Aldo Giovanni Ricci (Novara, 1943). Sulla scia
                    dei “Verbali dei governi 1943-1848”, ha pubblicato
                    le introduzioni ai “Verbali del Consiglio dei
                    ministri della Repubblica sociale italiana.
                    Settembre 1943-Aprile 1945” (Roma, 2002, voll. 2) e
                    ai “Verbali del Consiglio dei ministri. Maggio
                    1948-Luglio 1953” (Roma, 2005-2007, voll. 3),
                    entrambi a cura di Francesca Romana Scardaccione:
                    opere di riferimento per qualsiasi studio su quegli
                    anni. Ricci ha anche concorso alla realizzazione di
                    “Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel
                    Carteggio” (voll. 3, tomi 5, ed. Bastogi,
                    2007-2009): opera preceduta dall’individuazione
                    sistematica di carte giolittiane presenti negli
                    Archivi di Stato italiani. Quei volumi e “Giolitti,
                    lo Statista della Nuova Italia” (ed. Mondadori,
                    2003,2012 e RusconiLibri, 2019) sono a disposizione
                    del cattedratico, di un paio di sindaci di “luoghi
                    giolittiani” (formula che introducemmo nel 1978 per
                    il Convegno internazionale patrocinato da Sandro
                    Pertini) e di altri che domandano “Ma quanti di noi
                    sanno veramente chi fu Giovanni Giolitti?” e si
                    propongono di riesumarlo in vista del centenario
                    della morte (2028). È già fatto, da tempo. Però
                    “repetita juvant”…Alla scoperta del referendum del 2-3 giugno 1946
La “Giornata particolare” appena dedicata al 2 giugno 1946 da Aldo Cazzullo su “LA7” è un'occasione mancata per far conoscere al grande pubblico come davvero andò il referendum istituzionale. Sin dal sottotitolo: “Monarchia contro Repubblica”, anziché “Monarchia o repubblica”. Il referendum e l'elezione dell'Assemblea costituente furono gestiti da un governo formato esclusivamente da fervidi repubblicani, a eccezione di Leone Cattani che la notte fra il 12 e il 13 giugno votò contro il conferimento delle funzioni di capo dello Stato ad Alcide De Gasperi. Quel “gesto rivoluzionario” (come lo definì Umberto II nel Proclama agli italiani diramato partendo da Roma alla volta del Portogallo), o “colpo di Stato”, pose il re di fronte al dilemma: cedere alla prevaricazione del governo o rischiare di precipitare l’Italia in una nuova guerra civile. Nell’esecutivo i poteri strategici erano nelle mani dei socialisti Giuseppe Romita, ministro per l'Interno, e Pietro Nenni, vicepresidente (che minacciò “Repubblica o caos”), e del comunista Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, il quale ripetutamente impose la sua linea trincerandosi anche dietro affermazioni non vere. Per esempio, a chi chiese il controllo delle schede referendarie votate rispose che esse erano già state distrutte.
   Mentre per la repubblica si schierarono quasi tutti i quotidiani “di opinione” e, s'intende, i programmi radiofonici, i monarchici non riuscirono a dar vita a un giornale nazionale. Pesò anche il desiderio del principe Umberto, dal 5 giugno 1944 Luogotenente del regno (anziché “del Re”), di rimanere “al di sopra della mischia”. In tal modo egli finì quindi per subire le imposizioni del governo, espressione del Comitato centrale di liberazione nazionale, vincolato alle direttive anglo-americane. Emanò il Decreto luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, che, rimettendo la scelta della forma dello Stato alla decisione dei cittadini, di fatto sospese lo Statuto albertino e instaurò un regime di “costituzione provvisoria”: cesura sulla quale non si conosce il giudizio di Vittorio Emanuele III, che aveva, sì, trasferito al figlio tutti i poteri nessuno escluso, ma non la Corona.
   Nell'impossibilità di rettificare in questa sede le inesattezze della narrazione esposta da Cazzullo, ne vanno corrette almeno alcune affermazioni sulle quali la storiografia ha fatto luce da tempo. Il governo Mussolini, insediatosi il 31 ottobre 1922 senz'alcun bisogno della leggendaria “marcia su Roma”, comprese esponenti di tutti i partiti costituzionali. Alla Camera fu il capogruppo De Gasperi a motivare il voto favorevole del Partito popolare italiano. Ad approvare a larghissima maggioranza quel governo furono deputati liberamente eletti il maggio 1921: un caso unico di “suicidio politico”, come, fra altri, ha insegnato per decenni lo storico socialista Giovanni Sabbatucci, morto ottantenne pochi giorni addietro.
   Scrupolosamente costituzionale, come gli viene riconosciuto da studiosi non faziosi, il re assecondò i pareri di tutti i gruppi parlamentari, delle forze costituzionali e anche dell'altra riva del Tevere, con la quale Mussolini era in rapporti diretti. Negli anni del regime autoritario (non totalitario), il re sanzionò, emanò e promulgò leggi approvate dal Parlamento, anche quando (come quelle razziste del 1938) non le approvava affatto. Non aveva facoltà di rinviarle alle Camere, come invece previsto dalla Carta repubblicana. La sua condizione non fu troppo diversa da quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che recentemente ha dichiarato di aver firmato anche leggi da lui non condivise. “Così si può colà dove si puote”: il Parlamento, eletto dai cittadini, sempre pronti a scaricare su altri le proprie responsabilità.
   Mentre ha omesso di ricordare che fu Vittorio Emanuele III, nella pienezza dei suoi poteri, a sostituire Mussolini con Pietro Badoglio, e a smantellare il Partito fascista e tutti i suoi organi e istituti (25 luglio 1943: decisione presa a prescindere al voto del Gran Consiglio), Cazzullo ha reiterato l'accusa di “fuga da Roma” del re (9 settembre 1943), già usata da Mussolini e dai repubblichini. Il fuggiasco procede occultamente sotto finte spoglie. L'auto del sovrano, in divisa militare, uscì dalla Capitale con lo stendardo reale bene in vista. Né è stato sottolineato che l'accettazione della resa (3 settembre) salvò la continuità dello Stato e la sua quasi totale integrità territoriale.
   Quando, dopo lunghe digressioni, giunto al punto il narratore ha ricordato quanti andarono alle urne ma non ha detto una parola sui tre milioni di aventi diritto al voto che ne furono impediti, o per motivi politici, o perché ancora prigionieri di guerra (centinaia di migliaia) o perché non ebbero la tessera elettorale o, infine, perché residenti nella XII Circoscrizione elettorale (Friuli-Venezia Giulia, Fiume, Zara...), esclusa dalla consultazione, come la provincia di Bolzano, con la promessa di potersi pronunciare quando fosse cessata la loro condizione di terre disputate: impegno mai mantenuto dal governo. Su 28 milioni di elettori, i votanti furono circa 25 milioni. La monarchia ottenne 10.700.000 suffragi; la repubblica 12.700.000: poco più della metà dei voti validi, molti meno della metà degli elettori e con un margine di vantaggio sul numero dei votanti così ristretto da legittimare la richiesta di verifica dei verbali dei seggi, inviati dagli Uffici elettorali circoscrizionali a quello Centrale.
   Il 10 giugno, a cospetto di dati ancora provvisori, il presidente della Corte Suprema di Cassazione, Giuseppe Pagano, chiese che fossero rendicontati non solo i voti validi ma anche le schede bianche, nulle, contestate e non attribuite (circa 1.500.000), fino a quel momento ignorate. Prima ancora che la verifica avesse corso (13-16 giugno), il Consiglio dei ministri compì il “gesto rivoluzionario” di cui sopra si è detto. Ormai partito il Re dal suolo patrio, la verifica si risolse in un'operazione burocratica, suggellata dal colpo di Stato contro la lingua italiana messo a segno da 12 dei 18 componenti della Corte Suprema secondo i quali per “votanti” non si intende quanti vota ma solo i voti validi: decisione non condivisa né da Pagano né dal Procuratore generale della Corte, Massimo Pilotti, e rimasta unica nella storia elettorale d'Italia perché del tutto infondata. “Votante” è chi va al seggio, ritira la scheda, la vota e la depone nell'urna. Alle 18 del 18 giugno, letti gli esiti comunicati dall'Ufficio Elettorale Centrale, Pagano non “proclamò” affatto la Repubblica (prevalsa per effetto della legge elettorale), né accolse l'invito rivoltogli da De Gasperi di accompagnarlo al Viminale. Nessuno fece notare (e Cazzullo ha perso l'occasione di dirlo) che dopo il 10 giugno e anche dopo la partenza di Umberto II dall'Italia tutti gli atti con valore legale continuarono a essere intestati “in nome del Re” sino al 19 giugno, quando la “Gazzetta Ufficiale” pubblicò il verbale dell'adunanza del 18.
   Si dirà che queste sono cose arcinote e documentate. Ma allora perché non dirle invece di narrare storielle irrilevanti? Perché, mentre Umberto viene definito “uomo ordinario”, di Vittorio Emanuele III si ripete che fu complice del regime? Alle urne gli italiani andarono nel 1919, 1921, 1924, il 24 marzo 1929, subito dopo la Conciliazione Stato-Chiesa dell'11 febbraio, e ancora nel 1934. Seguirono gli “anni del consenso” (Renzo De Felice). Il re poteva/doveva scendere in piazza da solo contro piazze stracolme di persone che inneggiavano al governo Mussolini (vezzeggiato anche da Stati “democratici”) e continuarono a credergli sino alla catastrofe del 1943?

Aldo G. Ricci, archivista...
Per conoscere, capire e parlare degli anni 1943-1948, cioè dal governo Badoglio alla vittoria della Democrazia cristiana guidata da De Gasperi, è d'obbligo la lettura, matita alla mano, dell'edizione critica dei “Verbali del Consiglio dei ministri” di quegli anni, curati da Aldo Giovanni Ricci: dieci volumi in quindici tomi, con introduzioni e uno sterminio di note.
   A 24 anni Ricci entrò per concorso all'Archivio Centrale dello Stato. Occhiuto direttore della Sala di studio frequentata da generazioni di studiosi e poi della Biblioteca, vice sovrintendente sino al 2002 e sovrintendente dal 2004 al 2009, Ricci non rimase succubo dei chilometri di scaffali e dalla mole immensa di faldoni, croce e delizia degli storici che per scrivere non si limitano a sfogliare qualche libro altrui ma risalgono alle fonti. Nella congerie di carte allo studioso accade di imbattersi nella conferma di quanto riteneva o di documenti che costringono a sostare e talvolta a correggersi perché “sapientis est mutare consilium”.
   Ricci ne ha conosciuti e aiutati tanti. Li ha assecondati nella ricerca e nel confronto. Era, del resto, la sua personale esperienza. Laureato con Lucio Colletti e poi suo assistente volontario, fece i conti con il marxismo, con tutte le “eresie” del socialismo e con Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi (Ginevra, 1773-1842). Poi studiò i massimi protagonisti del Risorgimento italiano, da Cavour (ne pubblicò per primo i verbali dei governi nella collana “Libro Aperto”) a Garibaldi, biografato in “Obbedisco. Garibaldi eroe per scelta e per destino” (Palombi, 2007) e a Mazzini, una cui raccolta di ricordi e pensieri pubblicò nel 2011, 150° della proclamazione del regno d'Italia. All'attività scientifica, inclusa la collaborazione con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Ricci unì la pubblicazione in quotidiani e periodici di articoli che sono veri propri saggi, conferenze, interventi in una miriade di convegni e le lezioni dalla cattedra di storia dei partiti nell'Università Guglielmo Marconi di Roma e nel master “Esperti in politica” presso la Lumsa di Roma.

… storico del centrismo degasperiano...
Ricci ha concentrato le sue riflessioni sull'intervento dell'Italia nella Grande Guerra e le ripercussioni sul dopoguerra, tra avvento dei partiti di massa e polverizzazione dei democostituzionali, e sulle lacerazioni del socialismo in fazioni più intente a contendersi lo spazio della sinistra che a proporsi quale forza di governo. Ripropose con introduzione critica “Rifare l'Italia” di Filippo Turati (Roma, Talete, 2008). Del pari approfondì la crisi del secondo dopoguerra in quattro saggi concatenati: “Aspettando la Repubblica” (Roma, Donzelli, 1996), “Il compromesso costituente” (Foggia, Bastogi, 2000), “La rinascita dei partiti in Italia, 1943-1948” (con Pino Bongiorno, Roma, 2009) e “La breve età degasperiana, 1948-1954” (ed. Rubbettino, 2010). Tirando le somme di anni di studi su guerra e immediato dopoguerra Ricci tracciò il bilancio dell’egemonia esercitata dallo statista trentino anche alla luce della crisi della cosiddetta Prima repubblica e del confronto con la vanità parolaia di inizio Duemila. I governi De Gasperi vararono Cassa del Mezzogiorno, adesione al piano Marshall, firma del Patto Atlantico (malgrado l'opposizione accanita delle estreme e, va aggiunto, i dubbi di tanti democristiani e del clero, diffidente verso il mondo anglo-americano, protestante assai più che cattolico), piano per il lavoro e impulso alle grandi opere che prepararono il “miracolo economico”.
   De Gasperi, infine, con Luigi Einaudi, fu in Italia tra i veri fautori della scelta europeistica, imboccata all'indomani della guerra e del Trattato di pace del febbraio 1947. L'istituzione della Ceca e dell'Euratom suscitarono gli entusiasmi poi gelati dalla decisione della Francia di bocciare senza appello la Comunità europea di difesa. Si dice che al suo annuncio De Gasperi abbia pianto desolatamente. La via verso la Federazione si era bruscamente interrotta, proprio mentre la guerra della Francia per conservare l'impero coloniale nella lontana Indocina andava contro la sconfitta. Il ripiegamento verso la futura Europa delle nazioni (e dei nazionalismi: Charles De Gaulle) mise in ombra gli Statisti, come appunto De Gasperi, e riportò in auge i partiti, ancorati a rigidità ideologiche, fonte di lunghi ritardi sulla via del disgelo, avviato, promesso, poco promosso e di là da venire, malgrado la breve stagione di Kennedy, Kruscev e Giovanni XXIII.

… e divulgatore
Nel 1996 Ricci dedicò ai figli Ilaria e Giovanni una raccolta di 26 articoli sotto il titolo “Storie della storia d'Italia”, pubblicata dalla Fiap (Federazione italiana associazioni partigiane, presieduta da Aldo Aniasi e con segretario il vulcanico Lamberto Mercuri). Nella prefazione il socialista Gaetano Arfé affrontò il nodo di cui abbiamo parlato la scorsa settimana a proposito dell'opera di Franco Bandini e Luciano Garibaldi. In Italia molti “divulgatori della storia” non facevano affatto “ricerca” ma, al più, frugavano in archivi alla ricerca di un “documento esclusivo” per fare un po' di rumore. Ben diverso, precisò Arfé, era il metodo dell'allora vice-soprintendente dell'Archivio Centrale dello Stato, che sapeva inquadrare ogni episodio nella cornice della “lunga durata”: i problemi costitutivi dello Stato, l'assetto dei poteri, gli ideali che coniugavano le dirigenze consapevoli di fine Novecento alle non ancora del tutto esaurite culture politiche del Sette-Ottocento e alla conoscenza della storia senza barriere cronologiche né tematiche.
   Un lustro dopo, Ricci pubblicò il saggio che ne documenta l'ampiezza degli orizzonti: “La Repubblica”, dedicato a suo padre, Dante. Uscì nella collana “L'Identità italiana” diretta da Ernesto Galli della Loggia per “il Mulino”, che già contava libri di Anna Foa, Piero Dorfles, Luciano Cafagna, Franco Cardini, Alessandro Campi, Nico Perrone... In sei capitoli, dai Comuni medievali alla vittoria della Repubblica nella “giornata particolare” del 2 giugno 1946, che “rappresentò la tormentata” (e, diciamo pure, risicata) “conclusione di un cammino” a segmenti discontinui, Ricci collocò il proprio saggio nella fioritura di studi sulla crisi del sistema-Paese, sul problema dell'Italia-Nazione, sulla morte della patria (tema all'epoca molto discusso) e sull'esistenza o meno di un patriottismo della Repubblica o, come alcuni scrivevano, di una “religione civile”. Erano anche gli anni nei quali il presidente Carlo Azeglio Ciampi ripropose agli italiani il canto nazionale, il tricolore, l'orgoglio della propria storia, ma senza alcuna indulgenza verso nazionalismo, isolazionismo, populismo, sibbene da europeo nato in Italia, come fu ricordato da chi, come Mario Draghi, ne condivise l'impresa di modernizzare l'Italia nel rilancio dell'europeismo.
   Con quelle premesse di divulgatore scientificamente attrezzato Aldo G. Ricci condivise il progetto del mensile “Storia in Rete” (SiR) diretto da Fabio Andriola e affiancato da un comitato comprendente lui, Nico Perrone e Giuseppe Parlato e sorretto, dall'esterno, da Luciano Garibaldi.
In quell'ambito si ritagliò la rubrica mensile “Libri&Recensioni”.

Filosofia della storia
Vent'anni dopo, forse anche per l'amarezza dell'improvvisa sospensione dell'approdo di SiR in edicola, Ricci ha sentito l'urgenza di raccogliere 32 saggi (articoli, relazioni svolte in convegni...) dal titolo eloquente: “Elogio della Storia. L'Italia nella guerra civile europea 1914-1953”, pubblicato nella collana Passato-presente della Editrice Oaks, con partecipe prefazione di Ernesto Galli della Loggia. Come ha rilevato Stefano Folli, l'attualità del volume sta anche nella drammaticità dei tempi incalzanti. Mentre si moltiplicano i fronti di guerre sempre più devastanti e sanguinose, l'illusione della “fine della storia” e di una pace perpetua universale, libera da assilli ideologici e da rovelli morali, liquidati come moralismi dei tempi andati, si rivela per quello che era ed è: illusione di sottrarsi alla Storia, che torna a martellare prepotente sulla vita quotidiana e costringe anche Stati dalla vocazione neutralistica a schierarsi, ad armarsi e, anzi, a distribuire ai cittadini le istruzioni per la sopravvivenza in caso di guerre con armi “non convenzionali”.
   Fra le decine di saggi, ripartiti in quattro sezioni tematiche (la Grande Guerra, quando, con Caporetto, l'Italia si scoprì Nazione; fascismo, antifascismo, resistenza; la Repubblica sociale italiana, riscattata da certo oblio storiografico perché dopo appena ottant'anni dall'unità l'Italia si scoprì “una Nazione con due Stati”, ognuno dei quali fonte giuridica; il dopoguerra) ne citiamo uno solo per suggerire al lettore la misura della tensione anche emotiva dello storico a cospetto di momenti salienti della breve storia dei popoli d'Italia accomunati nel regno e poi nella Repubblica italiana: “Il significato simbolico della tumulazione del Milite Ignoto”. È la relazione pronunciata da Ricci il 9 ottobre 2021 nel convegno svolto a Vicoforte (Cuneo), due passi dalla Basilica ove, su impulso della principessa Maria Gabriella di Savoia e il concorso del Presidente Sergio Mattarella, nel dicembre 2017 furono traslate le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Il re, scrive Ricci con parole condivise, all'Altare della Patria si presentò «come una sorta di sommo sacerdote di un rito laico collettivo». Fu il “re soldato” che celebrò «il funerale di un commilitone, diventando simbolo e tramite della volontà e del cordoglio dell'intera Nazione». Perciò «il soldato senza nome, morto per la Patria al di fuori di schieramenti di parte, potrebbe rappresentare davvero ancora oggi il defunto che tutti possono onorare con una memoria almeno per una volta effettivamente condivisa. Un auspicio il mio, forse un sogno… ma sognare non costa nulla». Però, aggiungiamo, nella confusione dei “mala tempora” incombenti, il “sogno” consente di reperire il filo della filosofia della Storia animata da “pietas” e distinguerla da ogni “storiella”, intrisa di malanimo. È quanto Ricci suggerisce di fare.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: Aldo Giovanni Ricci (Novara, 1943). Sulla scia dei “Verbali dei governi 1943-1848”, ha pubblicato le introduzioni ai “Verbali del Consiglio dei ministri della Repubblica sociale italiana. Settembre 1943-Aprile 1945” (Roma, 2002, voll. 2) e ai “Verbali del Consiglio dei ministri. Maggio 1948-Luglio 1953” (Roma, 2005-2007, voll. 3), entrambi a cura di Francesca Romana Scardaccione: opere di riferimento per qualsiasi studio su quegli anni. Ricci ha anche concorso alla realizzazione di “Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio” (voll. 3, tomi 5, ed. Bastogi, 2007-2009): opera preceduta dall’individuazione sistematica di carte giolittiane presenti negli Archivi di Stato italiani. Quei volumi e “Giolitti, lo Statista della Nuova Italia” (ed. Mondadori, 2003,2012 e RusconiLibri, 2019) sono a disposizione del cattedratico, di un paio di sindaci di “luoghi giolittiani” (formula che introducemmo nel 1978 per il Convegno internazionale patrocinato da Sandro Pertini) e di altri che domandano “Ma quanti di noi sanno veramente chi fu Giovanni Giolitti?” e si propongono di riesumarlo in vista del centenario della morte (2028). È già fatto, da tempo. Però “repetita juvant”…



GARIBALDI, BANDINI...
UOMINI ALLA RICERCA DELLA STORIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 dicembre 2024, pagg. 1 e 6.

La copertina di “Il cono d'ombra. Chi armò la
                    mano degli assassini dei fratelli Rosselli” (1990,
                    mai ristampato) che costò a Bandini l'ostracismo
                    politico, forte del pregiudizio accademico nei
                    confronti dei “giornalisti-cronisti” che si ergano a
                    storici. Abusivi... A Bandini il mensile “Storia in
                    Rete” diretto da Fabio Andriola dedicò un numero
                    speciale, con ampia raccolta di suoi scritti.Luciano Garibaldi...
La morte di Luciano Garibaldi (26-IX-1936/23-XI-2024) fa riflettere sul rapporto tra ricerca e divulgazione della storia. Chi stabilisce la “veridicità”? La risposta pare semplice e immediata. Se chi scrive propone il risultato della ricerca e suffraga le sue affermazioni “documenti alla mano” ha motivo di essere credibile. Non significa che abbia enunciato la “verità definitiva”. Altri ha fatto o potrà fare meglio di lui. Però, quanto meno, anch'egli ha diritto di ascolto, anche se non ha titoli accademici, né ascrizioni a questa o quella “scuola storiografica”, non vanta tessere di partito, avalli editoriali o, come soleva dirsi, “santi in Paradiso”, inclusi ministri e sottosegretari in un'età di decadenza nella quale domina il principio che ogni nomina è “politica”. Allievo da ragazzo dei padri scolopi, poi dei gesuiti (due poli della pedagogia cattolica), Garibaldi non raggiunse neppure la laurea. Non so (non me ne accennò mai) se quando decise di interrompere gli studi universitari e optare per il giornalismo avesse già letto la pagina famosa in cui Luigi Einaudi propose l'abolizione del valore dei “diplomi” quale titolo di precedenza nei concorsi. Imboccò la strada che sentiva propria: la ricerca e la divulgazione dei suoi risultati. Un sentiero seminato di pietre aguzze, perché per percorrerla non occorre né basta una “patente”. Richiede un “mestiere” della cui correttezza si risponde a se stessi (una volta si diceva “alla propria coscienza”). Luciano Garibaldi sapeva che l'“ordine dei giornalisti” era nato dall'Albo dei giornalisti professionisti voluto nel 1925 dal regime, quando Mussolini decise di imbrigliare definitivamente la libertà di stampa. Il duce non poté, perché è impossibile, soffocare quella di pensare. Ma sapeva bene che il libero pensiero appaga la persona libera ma non mina il potere, se non può essere scritto e diffuso sino a divenire opinione condivisa, tale da capovolgere i luoghi comuni imposti dall'alto.
   Garibaldi fu e rimarrà tra gli esempi rilevanti dello stretto rapporto tra piacere/dovere della ricerca storica e distillazione e comunicazione dei suoi esiti, ovunque possibile. Tramite i “media” in democrazia, con fogli clandestini o graffiti sui muri in quelli di autoritarismo e totalitarismo. I suoi libri, come le “inchieste” pubblicate nei periodici e gli interventi in dibattiti, rimasero però sempre circondati da una riserva, magari non esplicita, ma sottintesa. In fondo, egli non aveva “titoli”, se non la sua parola.
   Com'è, come non è, le riviste che per decenni furono palestre di giovani talenti e avvicinarono decine di migliaia di lettori alla curiosità per la storia, senza barriere cronologiche o tematiche, prima o poi piegarono le vele e affondarono. Difficile credere che siano state vittime solo della sorte cinica e bara dettata da difficoltà di bilancio. Se così fosse, tutti i periodici, a cominciare dai giornali, sarebbero estinti da tempo. In realtà, la cinghia di trasmissione tra ricerca, editoria e periodici dichiaratamente “di storia” si è spezzata a danno di questi ultimi. Proprio la morte di Luciano Garibaldi, che a lungo fu un campione della colleganza tra indagine e comunicazione tramite i “media” suggerisce di non chiudere il caso e di ricordare quanto la conoscenza della storia deve a persone che ne hanno scritto, e molto, per il precipuo piacere/dovere della ricerca, al di fuori degli schemi, senza attendere alcun “nihil obstat”, rischiando, anzi, l'espulsione dal campo.

...e Franco Bandini , vent'anni dopo.
Fu il caso di Franco Bandini (16-XI-1921/12-XI-2004), un altro scrittore che accompagnò gusto per l'indagine e divulgazione dei suoi risultati e merita di essere ricordato vent'anni dopo la sua morte. Il libro al quale intendeva legare la sua fama di storico, “Il cono d'ombra. Chi armò la mano agli assassini dei fratelli Rosselli”, uscì per le Edizioni SugarCo di Milano nel febbraio 1990. Il 31 marzo fu presentato al teatro “Garibaldi” di Poggibonsi, poco lontano da Colle Val d'Elsa, dal Casalone, ove, settantenne, viveva tra libri, fascicoli e una miriade di “schede”: miniera per i suoi studi e per gli amici che salivano a sentirne il verbo.
   La novità del libro stava nel metodo della ricerca. Secondo l'autore «è ovviamente inutile cercare e sperar di trovare documenti di prova (dell'infiltrazione dei “servizi” dell'Unione sovietica nel controspionaggio italiano in età fascista) anche perché i pochissimi che ebbero conoscenza o sospetto di essi giudicarono più opportuno tener la bocca chiusa, allora e poi, per le sorprendenti ragioni che si vedranno. Ma in questa torbida vicenda i fatti, narrati con serenità, costituiscono prove schiaccianti, arrivano addirittura a fornirci una globale e inedita spiegazione di avvenimenti e “momenti” apparentemente slegati da essi, che fino ad oggi han costituito altrettanti misteri nella storia dell'agonia del fascismo e dei suoi massimi personaggi».
   Bandini non si propose di scrivere “chi” uccise Carlo e Nello Rosselli il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l'Orne. Sulla colpevolezza “materiale” della “selvaggia mattanza” perpetrata dai “cagoulards” non avanzò dubbi. Osservò tuttavia che gli autori del delitto, solitamente spacciati per “fascisti”, curiosamente assassinarono solo avversari del partito comunista sovietico e dei suoi più fedeli “affiliati”, quali all'epoca erano i comunisti italiani capitanati da Palmiro Togliatti. Come appunto recita il sottotitolo, Bandini mirò invece a rispondere alla domanda fondamentale: “chi armò la mano” dei sicari.
   Dodici anni dopo la pubblicazione dell'opera e le delusion che gliene derivarono, in una lettera inedita a un amico Bandini conveniva che il libro era «macchinoso e pesante, una specie di “arma impropria”». Tuttavia ne era contento, perché «tutto si potrà dire meno che – così – non sia stata raggiunta la verità». L'opera si mosse su tre livelli concatenati, presenti in ogni pagina: quello propriamente storiografico, il politico e l'etico.
   Secondo la narrazione tradizionale il duplice assassinio era stato commissionato da Galeazzo Ciano e messo a segno da suoi fiduciari (Filippo Anfuso, Santo Emanuele, Roberto Navale...: tutti infine scagionati in sede giudiziaria) tramite i “cagoulards”: era, in sintesi, la prova della criminalità intrinseca del “regime”. Però quel “racconto” non chiarì il “movente” dell'assassinio: perché il “fascismo” aveva motivo di uccidere i Rosselli a inizio giugno del 1937? Bandini ribadisce la non rilevanza “politica” di Nello, studioso innovatore del Risorgimento, molto apprezzato dallo storico nazionalista Gioacchino Volpe, che nel 1931 aveva scritto a “Sua Eccellenza Mussolini” per favorirne un lungo soggiorno di studio in Gran Bretagna, ottenendone una replica favorevole ma irridente. Quanto a Carlo Rosselli avanzò due quesiti concatenati: per controllarne gli spostamenti i “servizi” italiani dovevano superare enormi difficoltà. Meritava correre il rischio di essere scoperti solo se la sua brutale eliminazione era dettata da un alto “profilo politico”, tale da costituire una minaccia mortale per il regime (in quei mesi al colmo del “consenso”) o addirittura per lo Stato.

La fragilità “politica” di Carlo Rosselli
Con vasta e meticolosa ricerca Bandini accertò quanto prima di lui nessuno aveva documentato. Temporaneamente privato della carta d’identità, Carlo Rosselli rinnovava annualmente il permesso di soggiorno, consegnatogli l'ultima volta il 15 maggio 1937, due mesi prima della scadenza del passaporto, che “aggiornava” tempestivamente. Su di lui l'Ambasciata italiana a Parigi trasmetteva ogni notizia “in chiaro” al Ministero degli Esteri, che pertanto era perfettamente informato sui progetti di viaggio di Carlo e della moglie, Marion Cave, sino all'ultima istanza di rinnovo, quando Rosselli ne chiese l'estensione per una dozzina di Paesi, tra i quali Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia e altri Stati “nordici”, e i due dichiararono di non avere intenzione di recarsi in Italia e «di non potere ancora stabilire quale sarà la meta del loro prossimo viaggio».
   Reduce dalla non fortunata partecipazione alla guerra di Spagna, ove si era battuto a difesa della Repubblica di Madrid contro i “quattro generali” sorretti da Germania e Italia, Rosselli aveva maturato il rifiuto di collaborazione ulteriore con il partito comunista di Togliatti, Luigi Longo, Vittorio Vidali e del loro “mandante” Stalin. Li aveva visti all’opera nell’eliminazione degli anarchici. La scelta comportava l'archiviazione dell’arcaica “Concentrazione antifascista”, pullulante di informatori dell'Ovra e svigorita dal rientro in Italia di tanti antifascisti in esilio (lo ricordò Alberto Giannini nella terza edizione riveduta e aggiornata di “Le memorie di un fesso. Parla Gennarino “fuoruscito” con l'amaro in bocca”, Roma, 1948, ristampata da Arnaldo Forni) e, ancor più, qualsiasi avvicinamento ai comunisti. L'amara esperienza della guerra di Spagna costringeva a riflettere sui limiti politici e operativi della “terza via”, incluso il programma originario di “Giustizia e Libertà”, sintetizzato nella formula mazziniana “Insurrezione e Rivoluzione”. A identica conclusione giunse (con maggior fortuna personale) il repubblicano e massone Randolfo Pacciardi che, scampato di misura all’eliminazione fisica da parte dei “rossi”, dalla Spagna, ove ebbe un prestigioso comando a sostegno della Repubblica, raggiunse gli Stati Uniti d'America, forte di un’appartenenza massonica, incompatibile con il PCUS e i suoi addentellati, per i quali l'iniziazione ai misteri del Grande Architetto dell'Universo è indizio di asservimento alla borghesia.
   Secondo Bandini lo schema esplicativo “tradizionale” del “delitto Rosselli” non ricalcava dunque i rapporti tra i partiti e movimenti antifascisti del 1937-1938 ma quelli del 1943-1946, fatti propri dalla “storiografia” postbellica, ispirata all'unità della lotta contro il regime mussoliniano e i suoi “complici”, inclusi la monarchia e l'esercito.

Un libro scomodo, a volte staffilante ma veridico
Per comprendere l'accoglienza riservatagli va ricordato che, quando “Il cono d’ombra” vide le stampe, Giampaolo Pansa stava scrivendo “Il gladio e l'alloro. L'esercito di Salò” (Mondadori, 1991), lontano anni luce dal suo successivo approdo a “Il sangue dei vinti”, mentre Claudio Pavone lavorava a “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza” (Bollati Boringhieri, 1991), accolto con curioso entusiasmo da quanti a “destra” (come Giano Accam) ritennero che preludesse a una sorta di “riconoscimento reciproco” e di pacificazione tra quanti si erano combattuti da opposti versanti.
   Nella “revisione del mito” di Rosselli, Bandini indulse a espressioni pesantemente svalutative e talvolta grevi, specie sul suo ruolo di “rivoluzionario” e sul suo “declino politico”. Lo liquidò come “giornalista disoccupato”, corrivo a immaginare disegni tanto “grandi” quanto irrealizzabili e persino “insani” (formule da lui talvolta stralciate da “informazioni” circolate nelle file dell'antifascismo, in specie tra i comunisti). Bandini sintetizzò il “carattere rosselliano” nel «fare per il fare, il pericolosissimo vizio mentale di prendere decisioni, prima e indipendentemente da una seria valutazione di quadro reale». A suo giudizio Rosselli era e rimase un velleitario, condannato all'emarginazione. Non bastasse, in un passo centrale dell'opera ne stigmatizzò «il dilettantismo un po' chiacchierone […] una dabbenaggine che non ha alcun riscontro nella vita pubblica e privata di nessun altro personaggio della Storia recente […] fu davvero un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, sballottato da un mare adirato e da potentissimi venti, spiranti da direzioni che non gli riuscì di capire. Confuse gli amici con i nemici, le ideologie con la realtà, le Nazioni con le Rivoluzioni, e rimase solo e nudo di fronte alle cambiali in incasso».

“Ex ore tuo, te judico”...: l'esclusione di Bandini dal campo
Proprio questa frase fu impugnata dallo storico Arturo Colombo per stroncare “Il cono d’ombra” nel “Corriere della Sera” (domenica 22 aprile 1990). La breve durissima recensione deplorò l'«atteggiamento giustiziere, usato con pesantezza di stile e di contenuto», quasi l'autore «fosse l'unico capace di offrirci chissà quali rivelazioni». Sintetizzata la «tesi, ripetuta con monotonia ossessiva» (il delitto non fu opera dei fascisti ma di emissari di Stalin), secondo Colombo «il libro – pur costruito con la tecnica del giallo – porta solo delle congetture». «Scritto con l'irruenza, la grossolanità, e persino certa volgarità di termini del giornalista-cronista in cerca di effetti e di effettacci» a suo giudizio esso era «inconsistente sul piano storiografico e neppure utilizzabile per una operazione pseudo-anticomunista». Come e dove poteva replicare l'autore? Vennero calate le saracinesche contro di lui e contro chiunque invitasse a leggere e a discutere non solo la sua nuova opera ma anche le precedenti, sempre di ampio successo.
   In “La Nazione” di Firenze il 9 giugno 1990 (anniversario del delitto) Francesco Ghidetti ricordò che l'addebito dell'assassinio ai “rossi” era già stato sostenuto da Luigi Villari, figlio del celebre Pasquale, e che nel luglio 1951 esso aveva generato un'aspra disputa tra Volpe e Gaetano Salvemini. In “Antifascismo sott'accusa? La parola agli storici” Ghidetti citò la valutazione pacata di Zeffiro Ciuffoletti, storico accademico, sull'opera di Bandini. Anche se non produceva “prove definitive”, essa riusciva a «descrivere il contesto dei grandi intrighi internazionali di quegli anni terribili, il che, peraltro, non è poco». Pur senza condividere le conclusioni di Bandini, Ciuffoletti ammonì: «forse è vero che troppo spesso gli storici si sono adattati a interpretazioni troppo semplicistiche, ma di sicuro effetto politico». Dal canto suo, invece, Nicola Tranfaglia obiettò che i comunisti non avevano alcun motivo di assassinare Rosselli mentre «i rapporti tra Pci e Giustizia e Libertà erano ottimi». Secondo lui il libro di Bandini era «un'operazione politica chiarissima: svalutare l'antifascismo e dire che il regime non uccideva»: affermazione, quest'ultima, del tutto assente in “Il cono d’ombra”, che non verte sul “fascismo” ma su quello specifico delitto. Capovolgendo la realtà conclamata dei “fatti”, Tranfaglia dichiarò a Silvia Sereni che negli ultimi mesi di vita Rosselli era diventato «molto critico delle posizioni anarchiche» e si era «reso conto della necessità di un'organizzazione come quella dei comunisti», posizione che lo rendeva «ancor più di prima un nemico pericoloso del regime fascista». Asserì inoltre che in un documento da lui trovato decenni prima all'Archivio Centrale dello Stato la “polizia fascista” elencava i nomi dei combattenti della guerra di Spagna uccisi o fatti uccidere dai fascisti: «Tra quei nomi – affermò – compare quello di Carlo Rosselli».
   Si spinse infine a deplorare che il libro di Bandini fosse stato pubblicato da Sugar.Co, «editore di solide tradizioni democratiche»: una “censura” che andava molto oltre la storiografia e lasciava trasparire una “sorveglianza” sulla libertà di stampa, senza la quale quella di pensiero è quasi zero. Invero, proprio perché tale, la Sugar.Co aveva e avrebbe dato alle stampe una quantità significativa di opere che avevano e avrebbero messo in discussione la leggendaria “unanimità” dell'antifascismo.
   In una lettera rimasta inedita, il 1° marzo 1999 Tranfaglia ribadì a Bandini l'intenzione di pubblicare l'elenco degli esuli “uccisi dai fascisti”: una sorprendente autoaccusa, questa, che neppure i più fessi tra gli assassini avrebbero mai fatto, tanto più se interni ai “servizi” e quindi consapevoli dell'uso di simili “dichiarazioni” non solo da parte di futuri “storici” ma degli avversari e, caso mai, dei magistrati, se, come e quando. Comunque Tranfaglia non mandò mai a Bandini quel per lui famoso documento.

Tecnica dell'“infiltrato”
A differenza delle molte opere precedenti di Bandini, sempre accolte con ampio favore (“Tecnica della sconfitta”, “Gli italiani in Africa”, “Vita e morte segreta di Mussolini”...), quella del 1990 finì… in un cono d'ombra. Contrariamente a quanto molti ritennero, essa non intese dare risposte categoriche ma aprire il dibattito: andare oltre i silenzi di Mussolini, Ciano, Edda, dei “dirimpettai di Mussolini” e degli storici, «per i quali il tema dei rapporti trini ma non perfetti tra le dittature mussoliniana, nazista e comunista è materia di indagine soltanto nei riguardi delle prime due: quasi che sulla carta geografica della morale politica contemporanea si leggesse ancora scritto, dal 1917 in poi, nell'area vergine della Soviezia quel “hic sunt leones” che per gli avi romani chiudeva ogni curiosità di ricerca».
   In “Il cono d’ombra” Bandini lasciò cadere tanti sassolini per tracciare la strada di future ricerche proprie e altrui, anche con la speranza che si aprissero archivi e a qualcuno tornasse la memoria. Però, contrariamente a quanto si attendeva, quelle e altre suggestioni non sono state coltivate affatto. Lo si rilevò già nel convegno di Firenze dedicato alla sua opera a fine novembre 2006, con interventi di Gianni Bonini, Aldo G. Ricci, Marcello Veneziani, Luciano Garibaldi, Leonardo Tozzi, Enrico Cernuschi, Fabio Andriola e altri, concordi nel ricordare che egli era rimasto vittima della “damnatio memoriae” da parte della “sinistra”, ma era stato emarginato anche da larga parte del centro-destra. Con “Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico” di Mimmo Franzinelli (Mondadori, 2007) l'anno seguente tornò in auge la versione pre-bandiniana, anche se emendata dall'insostenibile idillio tra “G.L.” e comunisti. Franzinelli, anzi, stigmatizzò l'“appropriazione” strumentale della figura di Carlo Rosselli da parte del Pci.
   Il paradosso è che il libro di Bandini uscì proprio mentre la caduta del muro di Berlino, la riunificazione della Germania e la dissoluzione del regime sovietico si ripercuotevano sul quadro politico interno e avrebbero dovuto spalancare porte e finestre a voci nuove, a una rilettura generale della storia. Invece, non rimase in alcun modo scalfita l'egemonia della “sinistra” basata sull’“unanimità dell'antifascismo”, garante della superiorità del “comunismo” e dei suoi eredi politico-culturali.
   Motivo in più per tornare a leggere le opere di Luciano Garibaldi, di un autore anticonformista come Bandini e di loro rari emuli.
Aldo A. Mola


DIDASCALIA: La copertina di “Il cono d'ombra. Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli” (1990, mai ristampato) che costò a Bandini l'ostracismo politico, forte del pregiudizio accademico nei confronti dei “giornalisti-cronisti” che si ergano a storici. Abusivi... A Bandini il mensile “Storia in Rete” diretto da Fabio Andriola dedicò un numero speciale, con ampia raccolta di suoi scritti.


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