Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

   In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 
 
IL SUICIDIO DI FORMIGGINI
CONTRO LA STUPIDITA' DEL TOTALITARISMO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
  Che cosa accade quando un governo mette improvvisamente “fuori legge” una parte dei cittadini? Come reagiscono i diretti interessati? Come si comportano gli altri? La domanda non è retorica. In Italia è già accaduto e sta nuovamente avvenendo. Su incalzante iniziativa del massonofago Claudio Fava, l'Assemblea regionale siciliana impone che i suoi membri dichiarino se sono iscritti alla massoneria. La “legge” è incostituzionale perché discrimina i cittadini in violazione degli articoli 2, 3, 18 e 19 della Carta della Repubblica (nella quale la Sicilia sta come il meno nel più). Essa è anche frutto di profonda incultura, perché la Repubblica non “riconosce” né la Massoneria in quanto tale né alcun Ordine massonico. Per lo Stato la massoneria semplicemente “non esiste”. Perciò i poteri politici e il magistrato ordinario non hanno titolo per “giudicare” o “pregiudicare” i suoi affiliati se non per violazione della legge penale, non perché massoni ma perché cittadini. A beneficio dell'on. Fava e dei suoi emuli  e maestri o maestre (come Rosy Bindi) aggiungiamo che la Repubblica non ha giurisdizione sulle logge massoniche estere e meno ancora sui massoni “in transito” per l'Italia: un Paese a questo proposito culturalmente arretrato.   
La “novella” partorita dall'Isola del Sole verrà fermata in tempo o contagerà l'Italia intera come la zanzara del Nilo e altri insetti molesti?
In attesa di capirlo va ricordato che già in passato si abbatterono improvvisamente sul Paese leggi devastanti ai danni di una parte dei suoi cittadini, senza che questi avessero commesso alcun reato. Nel 1925 il governo Mussolini imboccò la via del totalitarismo con la legge sull'iscrizione dei pubblici impiegati ad associazioni, nota come “legge contro la massoneria”. L'Ordine che aveva dato all'Italia quattro presidenti del Consiglio (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alessandro Fortis: il meglio della sinistra democratica e delle riforme d'avanguardia) si trovò nella condizione di doversi auto-sciogliere per risparmiare persecuzioni e vessazioni ai propri iscritti e ai loro familiari.
Tredici anni dopo, nel dicembre 1938, il Parlamento approvò i decreti che nei mesi precedenti avevano privato gli ebrei italiani di gran parte dei loro diritti civili, senza alcuna motivazione plausibile e comprensibile. “A freddo” gli italiani ebrei vennero additati quali estranei e nemici. Con astuzia mai abbastanza evidenziata dalla pur copiosissima saggistica sul “caso”, la legislazione antiebraica non conculcò in alcun modo la libertà degli ebrei di praticare la loro religione. Anche il cattolico più fanaticamente ebreofago non poteva ignorare che il Nuovo Testamento tale era perché esiste l'Antico Testamento, il “Patto” tra il Dio creatore e i suoi fedeli, rinnovato dall'“Evangelo”: Buona Parola che non cancella la precedente.
La stragrande maggioranza degli abitanti del Paese Italia era, rimase ed è del tutto indifferente nei confronti di teologia, dottrina, dogmatica, catechistica, ecc., così com’era, rimase ed è altrettanto impermeabile alle sottili differenze tra razzismo biologico e razzismo ideologico (o “culturale”): specchi sui quali si sono arrampicati innumerevoli gatti accademici in cerca di giustificazioni ex post di quella che fu e rimane una infamia e una vergogna, osteggiata da Vittorio Emanuele III nei limiti di sovrano costituzionale, rimasto senza alcun aiuto pubblico da parte dei residui “liberali”. 
Una manciata di uomini al potere (governo, Gran Consiglio del Fascismo, partito nazionale fascista, milizia volontaria di sicurezza nazionale, Camera dei deputati e Senato...) varò norme liberticide nell'ottuso silenzio dei cittadini che nel 1929 e nel 1934 avevano votato quasi all'unanimità i deputati eletti sulla base della legge Rocco. Dal 1928 quest'ultima aveva conferito al Gran Consiglio del Fascismo il potere di stabilire la lista dei 400 candidati, da approvare o respingere in blocco. Ogni epoca ha la sua infelice e proterva “piattaforma Rousseau”. Così era morta la liberaldemocrazia, che aveva fatto dell'Italia un paese civile. E così il “combinato disposto” Duce, governo, Gran Consiglio  dal maggio 1938 di mese in mese sprofondò l'Italia nel marasma: il Patto di Acciaio, l'intervento a fianco di Hitler, la dichiarazione di guerra all'URSS e quella, tronfia e di gran lunga più stolta, contro gli Stati Uniti d'America, come fosse nulla. Fu il colpo di coda di cinque anni  di demenza contro la “borghesia” e di elogio del “lavoro”, del corporativismo, dell'autarchia e di altre sciocchezze.
Ottant'anni dopo la folle campagna d'opinione contro il complotto demo-pluto-giudaico-massonico (con la variante demo-pluto-giudaico-massonico-bolscevico) che (motus in fine velocior) che precipitò l'Italia nella perdita dell'indipendenza (non dipende dalla BCE, dalla Commissione europea né dal Fondo monetario internazionale ma data dalla sconfitta militare e politica nel 1943), corre obbligo di domandarsi come reagirono i “diretti interessati”, i bersagli della legislazione antriebraica.
Lo esemplifichiamo con due casi emblematici.
       Il 29 novembre 1938 Angelo Fortunato Formiggini scrisse alla moglie, Emilia Santamaria: “Viaggio triste ieri per averti lasciata per sempre. Ma ier sera tanto di cotoletta coi tartufi e di lambrusco”. Andò a teatro, era pienissimo. Non riuscì a sentire quasi nulla. Poi a letto. Dormì meglio del solito. “Nelle ore di veglia, una calma ed una serenità assoluta. Non lo avrei mai pensato né potuto sperare. Finora è stato come bere un uovo e spero che oramai sarà così fino alla fine imminentissima”.  Pioveva. Alla moglie aggiunse: “Siate rassegnati alla mia sorte, non fate recriminazioni. Non guastatemi le uova nel paniere”. Al presidente della società anonima della casa editrice di sua ideazione (frettolosamente “arianizzata” per sottrarla alla stolida normativa che vietava agli ebrei di avere aziende di qualche riguardo) confidò: “Io credo che più italiani di così e più editori di così si muoia; il guaio è che si muoia essendo soltanto così. E (che nessuno ci senta) me ne dispiace molto e ne sono seccatissimo...Viva l'Italia”.
Il 4 settembre aveva mandato un messaggio al nazional-fascista Ezio Maria Gray, vecchio compagno d'armi nella Grande Guerra, lamentando la stupidità galoppante sull'onda delle leggi antiebraiche: “Un pochino compiango anche me, ma non troppo perché gli ebrei, da Gesù in poi, ci hanno sempre preso un gusto pazzo ad esser messi in croce, e mi si afferma con insistenza che io sono della stessa razza di Cristo. Non ci avevo mai pensato e me lo hanno detto alla fine”.
Il 14 novembre Formiggini tentò la carta estrema: indirizzò una lunga lettera circolare a Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, già quadrumviro della “marcia su Roma” e governatore dell'Egeo, ad Arrigo Solmi, ministro della Giustizia, a Francesco Ercole,  già ministro dell'Educazione nazionale, estimatore della sua produzione editoriale e culturale, e a Giuseppe Bottai, ministro in carica. Ignorava che nel Gran Consiglio del Fascismo proprio il “fascista critico” aveva assunto la posizione più duramente antiebraica, con sconcerto di Galeazzo Ciano, per parte sua convinto che l'antisemitismo fosse del tutto fuori luogo. Evocò De Vecchi (“che fu buon camerata nella prima fase della Guerra”) quale testimone  del suo contegno al fronte. Il quadrumnviro avrebbe anche potuto ricordare che alla vigilia della “marcia” Formiggini aveva raccomandato a lui e a De Bono: “Ragazzi! Fate presto a venire a mettere le cose a posto!”. Al ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini, il 30 settembre spiegò che i Formiggini erano italiani da molti secoli e che egli stesso aveva “servito la Patria con 30 anni di lavoro folle, ben differenziato da quello altrui. Mai retribuito in misura minima” e che aveva speso “un milione di lire-oro per costruire e diffondere la cultura italiana con apposito Istituto”. I suoi antenati erano stati bene accetti ai duchi di Modena e ai Papi, senza il cui beneplacito non avrebbero raggiunto la fortuna conseguita nel tempo. Dei tre zii, uno era stato con Giuseppe Garibaldi, un secondo passava addirittura per clericale e il terzo era stato tra i primi modenesi iscritti al Fascio. La sua, insomma, era una famiglia di patrioti intemerati. A suo tempo pubblicamente elogiato da Arnaldo Mussolini, chiese di essere “discriminato”, cioè risparmiato dalle ripercussioni più odiose della decretazione d'urgenza contro gli ebrei.  Non ottenne alcun segnale. Constatò di essere solo. Un reietto. Formiggini fu tra i protagonisti della cultura italiana dal 1908 al 1938. Scrittore, editore, fondò collane di grande successo e la Enciclopedia italiana, un'idea scippatagli da Giovanni Gentile. Nelle sue imprese, da Modena a Genova a Roma,  profuse i suoi beni e una vita fondata sulla benevolenza.  
La storiografia è incerta sui motivi che dal luglio 1938 spinsero Mussolini all'offensiva antiebraica, all'istituzione della direzione generale Demografia e Razza e a promuovere l'oscena rivista “La Difesa della Razza”, i cui contenuti e toni non avevano nulla da invidiare all'antisemitismo dilagante in Germania su impulso di Hitler, Goebbles e Himmler. È invece divisa sull'interpretazione di fondo. L'antiebraismo era insito in nuce nel fascismo delle origini e il 1938 non fece quindi che far cadere il velo che per quindici anni l'aveva celato anche agli occhi dei circa 10.000 ebrei iscritti ai fasci, spesso in posizioni eminenti, anche nelle file della Milizia? Oppure esso rispose a calcoli propagandistici di corta visione, in tumultuosa competizione con il nazionalsocialismo? Di fatto l'antiebraismo fu uno spicchio del ventaglio di una offensiva più ampia, contro la borghesia, la democrazia, l'“Occidente”, il liberalismo e il suo presunto ispiratore originario: la massoneria e tutto ciò che sapesse di illuminismo. Era la versione fascista del Syllabus di papa Pio IX che nel 1864 aveva sciorinato gli errori del “secolo” e rivendicato la fede verace della chiesa cattolica, chiamata al Concilio ecumenico vaticano I (1869-1870).  
Vent'anni orsono Alberto Burgio curò un volume collettaneo “Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia: 1870-1945)” (ed. il Mulino), il cui spettro temporale potrebbe essere ulteriormente dilatato. Infatti in Italia (e non lì solo) l'avversione contro gli ebrei fu una tra le risposte alla Grande rivoluzione, imputata dal gesuita Agostino Barruel alle “logge segrete” che, secondo lui, manovravano la pletora di aristocratici, militari, borghesi e persino ecclesiastici pullulanti nelle officine massoniche, manipolate da manichei e da ebrei. Tra i bersagli della reazione anti-illuministica e antifrancese di fine Settecento vi furono appunto gli ebrei che dal 1792 erano stati liberati in Francia da ogni misura ghettizzante. Nel Mezzogiorno d'Italia le Compagnie di Santa Fede non si segnalarono per crimini antiebraici solo perché il regno di Napoli ne era pressoché privo. Altrove, invece, dalla Toscana all'Italia settentrionale, l'antiebraismo imperversò e tornò a pesare dopo la Restaurazione e lungo tutto il Risorgimento e la lotta per l'indipendenza nazionale, che si sostanziò nell'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi e nel pieno riconoscimento dei diritti civili e politici degli israeliti, a cominciare dal Piemonte di Carlo Alberto di Sardegna (febbraio-aprile 1848).
Nei decenni seguenti l'antiebraismo anche in Italia elaborò tutti i capisaldi poi fatti propri dalla propaganda fascista dal 1938. Li troviamo in una moltitudine di opere italiane e straniere, in specie nei “romanzi” di Léo Taxil (tipo “Le confessioni di un Trentatrè”) che continuano a essere stampati e dominano i miserandi scaffaletti dedicati alla massoneria e alla massonofobia (da qualcuno, chissà perché, contratta in “massofobia”) presenti “nelle migliori librerie”, come un tempo si diceva.
Accanto al “caso Formiggini” è altrettanto interessante quello di “La nostra bandiera”, periodico ebraico torinese che anche in presenza della decretazione antiebraica ribadì la sua fiducia nel Duce, illudendosi di separarlo dai massonofagi opportunisti o in servizio permanente effettivo quali Giuseppe Bottai e Roberto Farinacci. La sua vicenda è  accuratamente perlustrata da Luca Ventura in “Ebrei con il duce” (ed. Zamorani 2002), incentrato  su Ettore Ovazza, Guido Liuzzi, generale della Milizia, Deodato Foà. Una vicenda complessa e tormentata, dal finale tragico.
Come tragica fu la sorte di Formiggini. La mattina del 29 novembre 1938 si gettò dalla Torre della Ghirlandina della sua amata Modena. In tasca aveva trentamila lire da donare ai poveri e due lettere, per il re e per Mussolini. Purtroppo non ne conosciamo il contenuto. Il regime impose funerali privatissimi, di primo mattino, nell'illusione che il silenzio bastasse a nascondere la realtà. Lo aveva avvertito proprio Formiggini, massone dal 1903, eclettico, geniale, indifferente al sionismo, mai praticante alcun culto: “Il fascismo è una gran bella cosa visto dall'alto; ma visto standoci sotto fa un effetto diverso”.
Gli italiani lo capirono meglio sotto i bombardamenti dal 1940 al 1945.
L'invenzione del “nemico” e la sua persecuzione generano catastrofi. È bene ricordarlo mentre il Paese è colpito da Bombe d'Acqua ideologiche e il turpiloquio sommerge ogni regola di dialogo tra le parti e di confronto civile. La lezione dell'italiano ebreo e massone Angelo Fortunato Formiggini è più che mai attuale.
Aldo A. Mola
 
GIOVANI PER LA PACE E PER LA PATRIA
LA “CORDA FRATRES” (1898-1927)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
L'Europa sul piede di guerra 
  L' “Erasmo”, l'attuale “internazionale” degli studenti universitari, è giovane. Ma ha un precedente insigne: la “Corda Fratres” (1898-1927), ideata dal piemontese Efisio Giglio Tos, che a fine Ottocento aveva le antenne dritte per captare i segnali dal mondo intero. L'internazionale degli studenti è antica quanto le Università. La goliardia è l'aspetto più essoterico dell'iniziazione alla responsabilità, com'era la “festa di leva” per chi andava alle armi. Con la “laurea” il giovane consapevole (non tutti lo sono, ben inteso) “prende su di sé i peccati del mondo”, assume una missione. La sua “professione” non cessa con la “pensione” ma solo quando arriverà la Grande Visitatrice. Altri ne continueranno l’Opera.  
Mentre dilaga la piaga dei giovani che non studiano né cercano lavoro, merita ricordare chi invece cercò di evitare il baratro di una guerra catastrofica. Nel 1898 l'Europa era una polveriera. Dal Congresso di Vienna (1815) essa aveva conosciuto solo conflitti marginali. Però nel 1870-1871 la storia parve scappare di mano con la guerra franco-tedesca. Il conflitto mostrò di che cosa era capace la macchina bellica e le sue ripercussioni politiche e sociali. A Parigi la Rivoluzione assunse il volto della Medusa anarco-comunista. Dal 1871 la tragedia della conflagrazione generale rimase incombente. Non si sapeva quando sarebbe esplosa, ma molti erano rassegnati all'idea che fosse inevitabile. Per scatenarla, però, occorreva una “giustificazione” che non fosse mero pretesto. Quando la politica estera non era fatta di male parole, anche le decisioni più ciniche e sfrontate andavano avvolte nella bambagia delle buone maniere. Il detonatore fu l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914. Senza quello, chissà? La storia procede a segmenti discontinui.
Studenti oggi, militari poi?
La diplomazia cercò di sciogliere ogni crisi bi- o multilaterale, anche con l'arbitrato internazionale, inclusa l'istituzione della Corte dell'Aja, che a molti parve il toccasana perpetuo. Per quasi mezzo secolo chi ne aveva la possibilità poté circolare per l'intera Europa, addirittura senza il “passaporto” poi obbligatorio. Nacque in nuce una comunità internazionale, che in breve si concretò nell’organizzazione delle Olimpiadi moderne, nella moltiplicazione delle lingue universali (l'esperanto è solo la più nota e tuttora praticata), nei Premi Nobel (studiati da Enrico Tiozzo, che mette a nudo il mito di quello per la letteratura) e in una miriade di associazioni “per la pace”. Il progresso scientifico visse un'accelerazione senza precedenti anche grazie allo scambio tra ricercatori e le rispettive istituzioni di riferimento: accademie, università, circoli e sodalizi che si collocavano al di fuori (se non al di sopra) dei governi. Ne beneficiarono gli studenti universitari, che organizzarono associazioni all'interno dei singoli Stati e congressi sovranazionali. Proprio i giovani capirono che l'Europa era al bivio. Toccava a loro promuovere la pace; diversamente si sarebbero trovati a capo delle rispettive genti, inquadrate in reparti militari destinati a sterminarsi a vicenda, come poi accadde nel 1914-1918. Quella era la loro “Erasmo”. 
  La fondazione della Federazione Internazionale degli Studenti  
  Il 12-15 novembre 1898 si svolse a Torino il I Congresso della Federazione Internazionale degli Studenti “Corda Fratres”, promosso dal ventottenne Efisio Giglio-Tos (Chiaverano, Torino, 2 gennaio 1870 - Torino, 6 gennaio 1940). Era stato indetto per festeggiare il 50° dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Sardegna e rinviato a luglio per le drammatiche agitazioni in corso nel Paese, soprattutto in Lombardia e Toscana. Ebbe il sostegno del ministro della Pubblica istruzione Emilio Gianturco. Anche grazie al sussidio governativo, il suo promotore stampò e diramò inviti e programmi a 1200 giornali e a 2000 istituzioni. Spedì 50.000 circolari a sedi universitarie di tutto il mondo. L'iniziativa ebbe l'adesione del Re, Umberto I, dei ministri degli Esteri, del Tesoro, dell'Istruzione, di celebrità dell'arte e delle scienze quali Giuseppe Verdi e Arrigo Boito, di ambasciatori, docenti universitari italiani e stranieri e dell’influente Ligue des femmes pour le Désarmement international di Parigi.Il Congresso fondativo fu imponente e complesso. Fece da baccello a crisalidi pronte a volare. L'organigramma della Federazione era già stato definito prima dei lavori. Accanto a Giglio Tos, presidente, sedettero il belga Adolphe Foucart, il francese Victor Marcombes, l'olandese H.E. Greves, l'ungherese Rodolph Ludwig, lo svizzero Edouard Chapuisat, Lucian Bolcas per la Romania e Cesare Piccoli per l'Italia. Gran Bretagna, Argentina e la Repubblica Mayor de Centro America si fecero rappresentare. Anche l'“Austria” presenziò, ma solo tramite un italofono allievo della militare Scuola di Applicazione di Torino. Grandi assenti furono la Germania, gli Stati dell'Europa settentrionale, la Russia e, ça va sans dire, l'impero turco-ottomano.  
   Su proposta di Giglio Tos il Congresso deliberò l'adozione del francese quale lingua ufficiale, perché era “la plus universellement entendue” dai cordafratrini che si dettero appuntamento a Roma per le 17 di venerdì 25 novembre. Come da programma, la maggior parte dei partecipanti fece tappa a Genova e a Pisa, ove furono celebrati riti festosi. All'ora convenuta i congressisti si raccolsero nel Foro Romano presso la Colonna di Foca, mai sommersa dalla polvere neppure nei secoli di più squallida decadenza della Città Eterna. Dopo discorsi di Giovanni Gizzi, autore del celebre Inno degli studenti, e di Cavazza (che parlò in latino), fu solennemente proclamata la fondazione della “Corda Fratres. Federazione Internazionale (anziché Universale) degli Studenti”, “grande lega della gioventù colta che un giorno sarà chiamata a governare i destini delle Nazioni”, animata dal proposito dell'“affratellamento di tutti i popoli in un comune intento di libertà, di uguaglianza e di progresso”. 
   L'entusiasmo del promotore dovette però fare i conti con l'amara realtà degli universitari italiani, ancora appena poche migliaia, formata soprattutto da privilegiati, aristocratici e borghesi, “discordi quasi sempre quando si tratta di cose utili, uniti per fare pagliacciate” come a Giglio Tos scrisse Ferruccio Framuzzoni da Padova il 22 luglio 1898. Invece da Bucarest Jon Popescu (affiliato alla loggia massonica “Coroana-Romanici”, all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia) promise il suo impegno per rinsaldare i “vincoli di sangue e lingua” che legavano “ognora Romania con l'Italia”. 
Più volte sollecitato da Giglio Tos, nel gennaio 1902 il massone Giovanni Pascoli datò da Messina l'Inno della Corda Fratres, in latino: “Noi, gioventù divisa da terra e da mare, da religioni e da leggi, siamo lontani e vicini, assenti e presenti, non simili tra noi di faccia e di lingua e di schiatta, ma di cuore… fratelli”.
A Parigi!
Scopo principale della Federazione era proteggere e favorire l'idea di solidarietà e di fraternità tra gli studenti, mettere gli universitari dei diversi Paesi in contatto reciproco. L'articolo V dello Statuto, proposto dal francese Paul Tissier, impresse il timbro “politico”: la Federazione si proponeva di assecondare con tutti i mezzi l'opera della pace e l'arbitrato tra le nazioni. Il varo definitivo della Federazione avvenne col Congresso di Parigi del 3-12 agosto 1900, indetto in coincidenza con l'Esposizione Universale, che favorì l'afflusso grazie agli speciali sconti sul trasporto ferroviario e all'ampia ricettività della Ville Lumière. Vi parteciparono 109 delegazioni da 91 Università di 18 Paesi; 664 delegati su 888 arrivarono a Parigi dall'estero: Belgio, Olanda, Danimarca, Spagna, Grecia, Ungheria, Svizzera, Svezia, Portogallo e persino dalla Russia. L'Italia presenziò con 45 delegati di 19 Atenei. Il Congresso segnò il trionfo dell'idea originaria del presidente-fondatore, ma con una accentuata curvatura filofrancese. La Federazione riconobbe una sezione di polacchi e la “sezione speciale” formata da ebrei dei diversi Paesi. Era all'avanguardia della storia. La Corda Fratres vaticinò l'indipendenza delle nazioni senza stato. Ogni Sezione nazionale si dette i propri strumenti normativi e prese la propria strada.
Cuori fratelli tra squadra e compasso
Nel congresso di Roma (1903) quella italiana elesse presidente Angelo Fortunato Formiggini (1878- 1938). Questi fu un protagonista della vita culturale del primo trentennio del Novecento. Ebbe un unico bersaglio polemico, Giovanni Gentile, che bollò “ficozza filosofica del fascismo”. Interventista intervenuto, si valse della collaborazione della sua ex “diligente segretaria in gonnella”, la pedagogista Emilia Santamaria, che, prima e dopo esserne sposata, esercitò su di lui notevole influenza, anche nella prospettiva della valorizzazione dell'opera intellettuale femminile, oltre i pregiudizi ancora prevalenti anche nei ceti medio-alti della società italiana. Formiggini impresse una svolta militante alla Corda Fratres. Il 23 febbraio 1903 firmò la richiesta di iniziazione nella loggia massonica romana “Lira e Spada”. Ebbe il brevetto 14.412 della “matricola” del Grande Oriente d'Italia. Il suo “testamento massonico”, conservato alla Biblioteca Estense di Modena, è paradigmatico per comprendere la missione da lui affidata alla Federazione studentesca e in specie alla sezione italiana: affiancare il Libero Pensiero che tenne il suo congresso mondiale a Roma nel settembre 1904. Merita un ritratto a sé stante. A differenza di quanto sostiene Emilio Gentile in “Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, 1898-1918” (ed. Laterza), quei giovani avevano chiaro che il Vecchio Continente era decrepito. Sapevano bene dell'America. Giglio Tos ne era stato analiticamente informato da Mario Capuccio (la loro corrispondenza merita un volume). La liquidazione della Spagna da Cuba e dalle Filippine e la vittoria del Giappone sulla Russia nel 1905 annunciò che la Storia aveva ormai voltato pagina. Gli Stati Uniti erano ormai in vetta. Lo capirono i giovani di allora. Molti “storici” non lo capiscono neppure oggi. 
   La Federazione internazionale proseguì il suo cammino con i Congressi sino a quello di Roma, in coincidenza con le feste del Cinquantenario del regno (1911), e a quello, particolarmente emblematico, di Ithaca (New York), dal 29 agosto al 20 settembre 1913). In quell'occasione i cordafratrini vennero ricevuti dal segretario di Stato William Jennings Bryan (11 settembre) ed ebbero il viatico personale del presidente degli USA, Woodrow Wilson. 
  Fondata l'associazione “Terza Italia” a Caprera nel centenario della nascita di Garibaldi (1907), nel 1914 Giglio-Tos ebbe parte precipua nella promozione dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra a fianco dell'Intesa: il patriottismo divenne il nuovo volto del pacifismo: “Delenda Austria!”. Nel 1918 celebrò in Campidoglio, a Roma, la “fratellanza tra i popoli oppressi”, suggellata dal motto Pax in iure Gentium, prendendo le distanze dagli scopi ormai imperialistici impressi dal governo alla “guerra italiana”, all'opposto della linea prevista dalla Società delle Nazioni proposta a conclusione del Congresso parigino delle massonerie dei paesi alleati e neutrali (28-30 giugno 1917), orientato a subordinare la demarcazione dei confini statuali a referendum  nelle zone mistilingue (Alto Adige, Goriziano, Istria...).
   Nel dopoguerra la sezione italiana della Corda Fratres tenne ancora Congressi a Roma (6 marzo 1922 e novembre 1924). Però la famiglia cordafratrina risultò ormai inguaribilmente divisa tra militanti antifascisti e quanti, al seguito del fondatore, intendevano tenerla al di fuori delle lotte partitiche. Fu il caso di Leonardo Pannella (padre di Giacinto, detto Marco) contrapposto a Giuseppe Ganino (consolato di Napoli), antifascista attivo. Il 6 giugno 1927 Giglio Tos comunicò al capo della Polizia, Arturo Bocchini, l'avvenuto scioglimento della Corda Fratres e chiese che fossero esperite indagini per recuperare e restituirgli il Gonfalone del sodalizio, andato smarrito tra l'uno e l'altro Congresso. Ben altro si era perduto per strada.    
   La Corda Fratres che si riaffacciò in Italia dopo il 1943 fu un'altra storia. La “goliardia” stentò a ritrovare l'antica missione. Ne ha una oggi?
Aldo A. Mola 
 
L'EDITORIALE
DALLA BATTAGLIA DEL GRANO (1925) A QUELLA “PER LA GRANA” (2018...)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
bATTAGLIA DEL gRANO - fOTO cORRIERE.IT    Gli italiani non meritano un governo indeciso a tutto tranne che nel cacciare i migliori uomini di Stato, anche in posizioni strategiche (ora è la volta dei vertici del Tesoro, se non addirittura del ministro) e sostituirli con segugi meno competenti. Il regime incipiente, capeggiato dal “Vis-Conte dimezzato” non ha nulla a che vedere con tutti quelli del passato, compreso quello di Mussolini. Il paragone che all'estero fanno tra alcuni tonitruanti ministri attuali e quelli di un secolo fa si fonda sulla scarsa informazione del nostro passato. Però, se Oltralpe la vera storia d'Italia è poco nota o viene addirittura falsata non dipende da chissà quale complotto: è solo la conseguenza del pluridecennale sottoutilizzo di istituti culturali dello Stato e del piacere “sadomaso” di elevare a oracoli chi all'estero ha motivo di narrare l'Italia come sequenza di dittature e di maschere carnevalesche: il Paese dei Cola di Rienzo, dei Masaniello, di comici che s'impancano a profeti, circondati da nullità spacciate come “capi politici”. Basti ricordare quanto incenso la “storiografia” italiota (soprattutto “di sinistra”) ha bruciato in onore di Denis Mack Smith. I “sorrisi beffardi ” riservatici dall'estero (tutti ricordano quelli di Merkel e Sarkozy...) nascono dalla debolezza della nostra “proposta culturale”, che ancor oggi, nel Centenario della Vittoria, non dice una parola chiara sull'Italia (unitaria? federalista? sabauda? borbonica? o addirittura asburgica e papista), confermandosi “a noleggio” e sempre più scarna e irrilevante. Basti, a conferma, il silenzio che quest'anno  ha avvolto il  Venti Settembre e fa temere il peggio per il 150° anniversario di Porta Pia.   
Di sicuro quel che manca al governo attuale, a parte i ministri degli esteri e del Tesoro, è il senso elementare della “continuità dello Stato”: un bene prezioso e assoluto, che sta al di sopra  delle cangianti compagini ministeriali susseguitesi nei decenni e venture. Lo Stato è la Carta costituzionale, l'insieme delle sue leggi e dei Corpi chiamati a dar loro forza e vigore. Valga d'esempio la Battaglia del Grano del 1925, oggi oscurata da quella “per la grana”, che ogni giorno di più risulta è la principale “ragione sociale” del Contratto del governo per il cambiamento... di cadreghe.
Tra le  monete più belle del Regno d'Italia spicca quella d'argento da 10 lire, con Re Vittorio Emanuele III sulla faccia e l'Aratrice sul retro. Fu coniata nel 1936, in risposta alle “sanzioni” contro l'Italia approvate il 18 novembre dalla Società delle Nazioni (che non comprendeva gli USA, l'URSS e la Cina, ma era un co-dominio anglo-francese) per la guerra mossa contro l'Etiopia. Di gran lunga superiori per pregio artistico e per valore intrinseco furono però due monete d'oro. La prima, da 50 lire, fu incisa da Luigi Giorgi e venne coniata nel 1910, nel 1912 (cioè in piena età giolittiana, dopo la dichiarazione di sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica), nel 1926 e  nel 1927. Essa ebbe una stupenda “sorella minore”, sempre d'oro, da 20 lire. Nel 1919 fu emessa la popolarissima moneta in rame da 5 centesimi, ornata sul retro da una ricca spiga di grano. Venne coniata sino al 1937. Nello stesso 1919 e nel 1921-1924 la spiga figurò in molti simboli di partito, e non solo di quelli dichiaratamente “agrari” (tendenzialmente conservatori) ma anche di liberaldemocratici, oltre che di socialisti riformisti. Lì, nei campi del mite Abele, era la roccaforte del Paese, mentre Caino occupava le fabbriche e proclamava di voler “fare come in Russia”, incluso lo sterminio della Casa Reale (c'è da stupirsi che Vittorio Emanuele III non si sia schierato a fianco del Partito comunista d'Italia?). Ciò che però più conta è la continuità dell'emissione di quelle monete tra il 1910 e il 1937. Esse erano il simbolo di un'Italia che anno dopo anno usciva dalla fame atavica, grazie alla scienza, all'impegno civile, al “senso dello Stato”coltivato e instillato personalmente dal sovrano, “re borghese” secondo alcuni, “re socialista” a giudizio di altri. In verità era il Re. Lo ha riconosciuto persino Giuliano Procacci nella storia degli italiani. 
Dopo la grande Esposizione Agricola di Cuneo (1905), nel 1908, di concerto con il presidente del Consiglio Giolitti, Vittorio Emanuele III dette vita all'Istituto Nazionale per l'Agricoltura, che a buon diritto va considerato antesignano dell'Organizzazione dell'ONU per l'Agricoltura e l'Alimentazione, non per caso sedente in Roma. 
Dalla Grande Guerra l'Italia uscì stremata. Alle rovine materiali, economiche, sociali e della psicologia delle masse, studiata con acume dal gesuita Agostino Gemelli, si aggiunsero le pandemie, come la “spagnola” che mieté più vite di quelle stroncate dalla guerra. Nella memoria collettiva le sue vittime rimasero una sorta di effetto collaterale del conflitto, anche se non vi fu alcun nesso diretto, come documenta Laura Spinney in “1918. L'influenza spagnola” (Marsilio). L'Europa sino a poco prima positiva e razionale si prostrò dinnanzi al Fato, come ai tempi delle ottocentesche epidemie di colera, come quella del 1867, evocata dall'insuperabile (ma oggi quasi dimenticato) Riccardo Bacchelli e recentemente da Stefano Tomassini in “La guerra di Roma dal 1862 al 1870” (ed. Il Saggiatore). Nel dopoguerra ci vollero sforzi enormi per risalire la china. Da un canto fu abolito il “prezzo politico” del pane, una regalia a chi poteva pagarlo anziché un beneficio per chi comunque tirava la cinghia. Dall'altro si puntò a migliorare la produzione cerealicola. In quell'impresa titanica l'Italia ebbe due veri campioni di livello mondiale, il genetista Nazareno Strampelli e l'agronomo Francesco Todaro. 
Strampelli (Crispiniero di Castelraimondo, Macerata, 1867-Roma, 1942), laureato in agraria all'Università di Pisa, dopo anni di insegnamento e di ricerche  sperimentali nel 1919 fondò l'Istituto nazionale di genetica, ma già nel 1914 aveva selezionato “Carlotta”, il seme di grano dedicato alla moglie, Carlotta Parisani.  Seguirono altre sue conquiste, compreso l'“Ardito”, una qualità di grano il cui stelo risultava particolarmente robusto. Premio Reale dei Lincei, nel 1929 Strampelli fu creato senatore del Regno.
Identico traguardo raggiunse nel 1934 Francesco Todaro (Cortale, Catanzaro, 1864- 1950), a sua volta laureato a Pisa, docente all'Istituto superiore agrario di Bologna e fondatore dell'Istituto di allevamento vegetale per la cerealicoltura. Fu universalmente apprezzato per i miglioramenti introdotti nella coltura di grano, avena, mais, orzo e riso. Organizzò la produzione scientifica delle sementi, base per la redditività dei campi coltivati. Tra i suoi “ibridi” ebbe speciale successo quello resistente al vento, adottato nel lontano Messico, già arato da Mario Calvino, il massone sanremasco che insegnò al figlio Italo “la via di San Giovanni”, come ricorda Marzia Taruffi nel Quaderno dedicatogli nel 2016 dai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo.
Strampelli e Todaro avevano in comune l'appartenenza alla Massoneria, marchiata come “sostanzialmente segreta” e quasi malavitosa dalla storiograficamente inconsistente Relazione della Commissione parlamentare “antimafia” presieduta da Rosy Bindi. Strampelli  fu affiliato alla “Giuseppe Petroni” di Terni. Todaro alla celeberrima “VIII Agosto” di Bologna. Qualunque sodalizio (dalla Gran Bretagna agli USA alla Francia: Paesi nei quali la massoneria non costituisce problema, a differenza di quanto oggi accade in Italia) andrebbe fiero di due “soci” di quel calibro. Grazie a loro migliorarono nettamente la produzione di grano, vale a dire di pane quotidiano e pasta pregiata perché più nutriente, e la pace sociale, un bene fondamentale in un Paese arrivato tardi all'unità nazionale, con tanti nemici al suo interno, alcuni alleati “pro tempore” e nessun vero amico all'estero. Ieri come oggi. 
Nel 1922 il nuovo presidente del Consiglio, Benito Mussolini, asceso alla guida di un governo di unità costituzionale (con il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera all'Industria) tutto fece tranne che allontanare dai loro ruoli i funzionari dello Stato capaci e meritevoli. A Capogabinetto del Ministero degli Esteri confermò il massone Giacomo Paolucci di Calboli Barone, come ricorda il suo biografo, Giovanni Tassani in “Diplomatico tra le due guerre”(Le lettere, Premio Acqui Storia). Altrettanto avvenne in tutti  i corpi dello Stato, dall'Istruzione alla Sanità ai Prefetti, e in tutti i gangli fondamentali dell'amministrazione pubblica, che all'epoca privilegiava la meritocrazia. Se ne occupa analiticamente Guido Melis in “La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista” (ed. il Mulino), meritatamente vincitore del Premio Acqui Storia 2018. L'elenco dei massimi dirigenti liberali o semplicemente ante-fascisti rimasti “al loro posto” durante il regime è eloquente. Il primo a non fidarsi di squadristi, picchiatori e fascistoidi da strapazzo era proprio il “duce”, che li conosceva uno per uno. Alcuni “dissidenti” vennero selvaggiamente picchiati (Cesare Forni, Alfredo Misuri...); altri spediti al confino. Taluni, infine, furono ridotti a “ras di provincia”, come Roberto Farinacci: il fanatico antisemita che aveva per segretaria Jole Foà e si proclamò antimassone, ma per opportunismo (far dimenticare la sua antica affiliazione al Grande Oriente d'Italia).
L'11 giugno 1925 Mussolini indisse la “Battaglia del Grano”. L'Italia doveva liberarsi dalle importazioni. Ma chi era in grado di farlo? Erano i “Fratelli” Strampelli e Todaro, che non solo rimasero al loro posto ma, anzi, vennero avvolti nel laticlavio di Senatori del Regno, un Corpo dello Stato tuttora in attesa di storia veridica. Grazie a loro, con una superficie coltivata pressoché identica il prodotto crebbe anno dopo anno. Era la vittoria della scienza. Forse un po' pelagiana? Forse neognostica? Chissà? Di sicuro sappiamo (elenchi alla mano) che il meglio di quel mondo di scienziati e imprenditori affollò subito i Rotary Club d'Italia. E di sicuro il Paese registrò un netto progresso materiale, riconosciuto anche dall'estero, senza il quale non vi sarebbe stato l'innegabile “consenso” di cui scrisse Renzo De Felice.  
Nel V volume della “Storia della rivoluzione fascista” Giorgio Alberto Chiurco pubblicò una fotografia che fa da pendant alle monete d'oro del 1910, 1912 e all'Istituto Internazionale per l'Agricoltura: un Mussolini passabilmente calvo, avvolto in impermeabile bianco, si china sotto il sole cocente porgendo la destra a Vittorio Emanuele III. A capo coperto e con sorriso enigmatico il Re gliela accoglie, in nome dell'“Itala gente da le molte vite”, della Grande Madre tutt'intorno biondeggiante. Era il suggello della continuità dello Stato in nome della scienza, contro le superstizioni. Con le dita della sinistra il Re fa un “segno” che gli osservatori più attenti sapranno interpretare. Quella emblematica  fotografia, quasi sintesi storica del Ventennio, è riproposta da Giovanni Gualtieri nel volume “La Battaglia del grano” (ed. Ravenna): un libro salutare mentre tanti combattono per la spartizione della torta, per “la grana”. La parabola scientifica e istituzionale di Strampelli e Todaro insegna: prima lo Stato (come ha orgogliosamente rivendicato il ministro Giovanni Tria), poi le fazioni, tutte effimere come dimostra la storia  del Paese e come dal Colle ricorda Sergio Mattarella. Capo di uno Stato giunto tardi e faticosamente all'unità nazionale: bene comune e irrinunciabile, almeno così come ancora è; da tenere al sicuro dalle mene di chi lo corrode e mira a smontarlo pezzo dopo pezzo, nella sciagurata illusione che “uno vale uno”. L'Italia uscì dalla fame grazie a due cittadini che non erano come tanti altri. Erano la Scienza, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalle Leggi, di cui a buon diritto l'Italia si vantava genitrice e custode, col motto “Pax in iure Gentium”. 
Aldo A. Mola

I RE D'ITALIA E IL “VECCHIO PIEMONTE”
LE CACCE AL CAMOSCIO DI RE VITTORIO E LA REGINA ELENA A PESCA IN VALLE GESSO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
Vittorio Emanuele III - Archivio Centrale dello Stato    Vivano  la lince e un “carbonaro” del 1821!
Il 25 febbraio 1883 in territorio di Valdieri venne catturata viva una lince, dantesca  fiera dalla “gaietta pelle”. Fameliche predatrici carnivore, le linci erano un pericolo serio per la popolazione montana. Devastavano i pollai e, soprattutto, sterminavano i cuccioli delle altre specie che popolavano le riserve di caccia: conigli selvatici, volpi, camosci e persino stambecchi e cervi. Dalla vista leggendaria e dagli scatti ferini erano pressoché inafferrabili. L'amministrazione provinciale di Cuneo premiava chi  le abbattesse presentandone i resti alle autorità preposte. Ma che cosa fare di una lince viva domandò al Gran Cacciatore del Re il direttore torinese delle cacce? Roma rispose di tenerla viva a disposizione di Sua Maestà e di compensare chi l'aveva catturata, come se l'avesse uccisa. Quell'esemplare aveva meritato la buona sorte. 
Lo Stato rispettava i bravi e meritevoli anche nel regno animale. Nel 1821 lo aveva fatto con molti liberali (carbonari, massoni...) compromessi nei moti costituzionali del marzo. Uno di essi, che stava fuggendo in barchetta verso la Francia, sospinto a terra dal cattivo tempo venne fermato dai carabinieri, che chiesero istruzioni. Il magistrato ordinò di rilasciarlo perché non era stato catturato per la loro bravura ma per l'avversità del mare. E così (ricorda lo storico Giuseppe Parlato nell'introduzione al poderoso repertorio dei “Compromessi”) scampò la pena di morte, come quasi tutti i cospiratori, condannati alla pena capitale ma lasciati partire poco a poco da un sovrano, Carlo Felice, che non aveva motivo di inasprire i rapporti della Corona con i sudditi aristocratici, militari e borghesi liberaleggianti, perché così li avevano ereditati suo fratello, Vittorio Emanuele I, abdicatario, ed egli stesso dopo il quarto di secolo passato dal Piemonte tra guerre, cambi di regimi e di leggi e quindi di “casacche politiche” da parte di chi non poteva trasferire all'estero i beni immobili.

Salvare almeno le riserve di caccia
L'alleanza del 1858-1859 tra il regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III (incontro dell'imperatore con Cavour a Plombières, gli acccordi segreti, la convenzione militare) come ben noto nel 1859-1860 procurò a Vittorio Emanuele II la Lombardia e, tra insurrezioni e plebisciti, i Ducati padani, la Toscana e le Legazioni pontificie di Emilia e Romagna, in cambio della cessione alla Francia  della Savoia e della Contea di Nizza: una rinuncia (avallata da plebisciti molto manipolati, come ricordano il giurista Giulio Vignoli e lo storico Maurice Mauviel) che comportò la rettifica della frontiera alpina secondo criteri non rispondenti alla displuviale ma a una serie di complessi calcoli militari, che lasciarono sotto traccia la diffidenza tra i due “alleati”. Il ministro della guerra del governo Cavour, generale Manfredo Fanti, si dimise dal Consiglio per qualche ora, per non sottoscrivere un accordo le cui ripercussioni sulle linee difensive non condivideva. Ma quella non fu l'unica volta in cui i “politici” scavalcarono i militari. Nel convegno di Vicoforte sull'età vittorioemanuelina-giolittiana (1900-1921) il colonnello Carlo Cadorna ricorda che suo nonno, Luigi, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, venne tenuto all'oscuro del confine orientale concordato dal governo (Antonio Salandra e Sidney Sonnino) con l’“arrrangement” di adesione all'Intesa (Londra, 26 aprile 1915). 
Re Vittorio Emanuele II ebbe la precipua preoccupazione di salvaguardare almeno gli aviti territori di caccia nelle Marittime. Niente affatto rozzo e incolto, a differenza di quanto ne hanno scritto biografi di rado attenti alle fonti, il Re vedeva lontano. In quelle stesse valli alpine nel corso dei decenni seguenti salirono suo figlio, Umberto I, e il nipote, Vittorio Emanuele III.
Affiancato dalla subito prestigiosa Regina Margherita (sua cugina germana), Re Umberto mirò anzitutto a estendere il gradimento della Corona nelle regioni di recente annesse, in specie l'ex Regno delle Due Sicilie e Roma. Nella capitale molti palazzi dell'“aristocrazia nera”, fedeli al papa-re e ai suoi tutori (dall'impero austro-ungarico ai regni di Baviera e di Spagna) continuarono a ostentare portoni chiusi in faccia al “Nuovo Ordine” italiano, da tanti “storici” riduttivamente detto sabaudo o persino “piemontese”. Perciò Umberto I, affiancato da politici di animo forte (Depretis, Crispi, Rudinì, Giolitti, Pelloux...) anche d'estate spesso rimase a presidiare la Capitale. Assisté allo scoprimento della statua equestre di Giuseppe Garibaldi al Gianicolo nel 1895, quando il Venti Settembre, il giorno dell'ingresso dell'Esercito italiano in Roma (Porta Pia) fu proclamato Festa Nazionale.
  
Vittorio  ed Elena nella “piccola Cettigne”  di Valle Gesso
Dall'ascesa al trono Vittorio Emanuele III chiuse Palazzo Reale di Monza, teatro dell'assassinio del padre il 29 luglio 1900, e per le vacanze estive predilesse la borgata di Sant'Anna di Valdieri, in Valle Gesso, un angolo del Vecchio Piemonte. Lì si sentiva sicuro, non perché temesse attentati, ma perché quello spicchio di Vecchio Piemonte era stato caro ai suoi antenati ed era piaciuto di primo acchito alla Consorte, Elena, che sin dalla prima visita al “Castello di Sant'Anna” (5 ottobre 1899) vi aveva “sentito” il suo originario Montenegro, terra di pastori-guerrieri per secoli in lotta per l'indipendenza dal dominio straniero, in specie da quello turco-ottomano. Il Castello,  da quel momento rappresentato come “piccola Cettigne”  in omaggio alla capitale montenegrina, in realtà, era una costruzione spartana, con pochissime comodità, senza alcuna pretesa, solo per trascorrere giorni di raccoglimento, lontano dalle fastidiose gare “politiche” alimentate dai giornali. 
Elena amava la pesca ma, figlia del rupestre Nicola Petrovic Niegos e cresciuta a San Pietroburgo, non disdegnava affatto la caccia. Anzi, sparava con ammirevole precisione. Ancor più provetto era Vittorio Emanuele III. Rimangono leggendarie le sue partite di caccia allo stambecco in Valle d'Aosta e quelle al camoscio tra Valdieri e l'alta Valle Stura. Nell'agosto 1910 Luca Comerio, fotografo e “regista” di fiducia del sovrano (come documenta Giorgio Sangiorgi nel citato convegno di Vicoforte)  filmò il Re, la sua preda e il trasporto dell'animale alla “villa”. In effetti in un paio d'ore, solitamente fra le 12 e le 14, il sovrano arrivava ad abbattere decine di capi. Una volta, in gara col padre, nel corso di una sola battuta fulminò 99 camosci spinti a tiro dagli “scaccioni”. Umberto I fece di meglio: ne colpì 100. Da Principe di Napoli e poi da re, Vittorio Emanuele talora era così coinvolto nella caccia da scordare la frugale colazione che portava al seguito (uova sode, insalata, frutta...). Stava attentissimo a non colpire i capi più giovani sui circa 3000 che popolavano il territorio. La selvaggina, con la bene regolamentata pesca nei torrenti della zona, costituiva il reddito diretto o indotto di migliaia di persone e delle valli gravitanti su Borgo San Dalmazzo e Cuneo, la piccola capitale di Giovanni Giolitti, ministro dell'Interno con poche pause dal 1901 al 1921 e solo per scherno detto “l'uomo di Dro-Nero”. Caccia, pesca e tutela dell'ambiente per i Reali erano tutt'uno. Erano lo Stato d'Italia negli anni della sua rapida ascesa a potenza europea.

Dopo la Grande Guerra...
Quel mondo venne sommerso dalla Grande Guerra che risucchiò sull'arco orientale delle Alpi una moltitudine di piemontesi, i cui parenti in troppi casi dovettero vestire a lutto. Servire il sovrano faceva parte della storia. L'Italia non poté rimanerne fuori. Il prezzo della Vittoria fu certamente elevatissimo ed è tutt'oggi al centro di valutazioni discordanti. Quegli eventi, però, non vanno giudicati con i criteri odierni, sorti soprattutto dalla seconda guerra mondiale, scontro tra totalitarismi e tempi di “guerra civile” come scrisse il valdierese Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, bensì ponendosi dal punto di vista di chi ne fu protagonista. Alcuni videro più lontano. Fu il caso di Giolitti, subito convinto che, se proprio costretta, l'Italia doveva entrare in guerra solo quando l'Austria fosse ormai stata in ginocchio: non era molto elegante ma era saggio, anche secondo il siculo-normanno Antonino di San Giuliano, ministro degli Esteri. Altri preferirono l'azzardo nell'illusione che il conflitto europeo si sarebbe chiuso entro l'estate 1915: invece si protrasse 41 mesi e divenne mondiale.
Con l'intervento nella Grande Guerra il Re si stabilì in un villaggio presso Udine, non lontano dal fronte. Solo la Regina continuò a estivare a Sant'Anna di Valdieri con i principini Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria. E a farvi beneficenza come era nel suo temperamento di “regina della Carità”, alternando alle ore di svago (la pesca, la pittura...) e di riposo la visita agli ospedali, in specie a quello di Cuneo. Tra i molti aneddoti, uno merita memoria. Un ferito grave le confidò il suo desiderio spasmodico: rivedere “un giorno” la moglie e il figlio. La Regina prese nota. Due giorni dopo i famigliari giunsero al capezzale del militare.
Quella fu l'età vittorioemanuelina-giolittiana: enormi trasformazioni nelle aree industrializzate, continuità in altre. L'Italia era e rimase a macchia di leopardo.

… e le razzie del 1946...
Quale fosse lo scenario effettivo delle vacanze dei sovrani a Sant'Anna di Valdieri, come nella villa di caccia a San Giacono d'Entraque e in altri siti in quei dintorni risulta dagli inventari degli arredi via via raccolti nel tempo, soprattutto per rispetto verso gli ospiti: uomini politici, diplomatici stranieri, persone colte in visita ai sovrani. Una volta il siciliano Francesco Crispi salì poche ore a Sant'Anna prima di partire in visita di Stato in Germania. Un'altra volta, nell'estate 1910, il re mandò a prelevare Giolitti con la sua automobile per un colloquio riservatissimo (come poi fece mentre era a Racconigi, poche settimane dopo e ancora nel settembre 1911). 
I minuziosissimi inventari di oggetti d'arte, arredi e suppellettili (dai piatti in maiolica ai tegamini per uova con manico e coperchio, ai bicchieri con manico da punch, per valori complessivi men che modesti) compilati nel tempo vanno confrontati con quello del poco che rimase, accuratamente redatto dalla storica dell'arte Noemi Gabrielli (lo ripropone Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, una miniera di notizie e di fotografie): parecchi libri in francese (lingua familiare per la Regina, mentre il re prediligeva l'inglese) e una litania di mobiletti di pregio scarso o pressoché nullo. È pur vero che la residenza reale fu più volte depredata dei “pezzi” e dei libri di maggior valore, in specie dopo il 1946 quando Valdieri votò a maggioranza “repubblica”. Però i ladri lasciarono proprio quello che forse non volevano apparisse: la testimonianza della vita vera, nella sua rustica semplicità, senza fasti né vezzi. Per quei sovrani l'Italia era Magna parens frugum, Gran Madre di frutti: donde frugalità, non sperpero di ogni ben di Dio, come poi divenne costume  di tanti “villan rifatti”, inclini a frugare e a… fregare. 
Sant'Anna era il “mondo” nel quale il guardiacaccia Giovanni Piacenza, detto Nara, aveva il privilegio di “dare del tu” a “Toiu”, il re che gli rispondeva in piemontese e una volta gli disse che se il prato vicino al torrente Gesso ove pascolavano le sue pecore gli piaceva davvero glielo avrebbe regalato, senza bisogno di atti notarili: una stretta di mano, come usava allora, e un po' di saliva per sigillo. Fu proprio Nara a suggerire al re la forma ideale per la “palazzina”, studiata e ristudiata da fior di pensosi architetti: a suo avviso doveva essere nient'altro che una costruzione quadrilatera di un solo piano aderente alla Terra. Al suo centro Re Vittorio avrebbe osservato tutto e tutto dominato. Era il Microcosmo alpino riflettente il Macrocosmo, vegliato dalla Stella Polare, dalla luce fioca ma immobile e guida di ogni navigazione nei mari più perigliosi, come deve essere il Re, pastore dei suoi popoli. 
Aldo A. Mola 

(*) Nel Convegno (Casa di Spiritualità di Vicoforte, 28 settembre pomeriggio-29 mattina) sull'età giolittiana (1900-1921) intervengono da tutt'Italia, tra altri, Giuseppe Catenacci, Giuseppe Luca Manenti, Tito L. Rizzo, Aldo G. Ricci, Claudio Susmel, il gen. Antonio Zerrillo, Gianpaolo Romanato, Dario Fertilio, GianPaolo Ferraioli, Romano Ugolini, Enrico Tiozzo, Alessandro Mella, presidente dell'Associazione Giovanni Giolitti, Gianni Rabbia e Giovanna Giolitti, pronipote dello Statista.
 
“CAMBIAMENTO”: IN BENE O IN PEGGIO?
L'ITALIA RISCHIA DI ARRETRARE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
    L'Italia è al bivio tra ammodernamento e precipizio nel passato remoto, tra “città” e neo-ruralismo. Non è solo questione di quattrini. Al centro vi è la filosofia della storia, base di ogni progetto politico di vasto respiro e di lungo periodo, di una civiltà: ben altra cosa dalla “lista della spesa” detta altresì “contratto per il governo del cambiamento” che grottescamente elenca in ordine alfabetico le “cose da fare”. Mutamento, dunque; ma in quale direzione? Quanto accade è allarmante. Vale d'esempio l'improvvisa stolida polemica contro gli orari dei supermercati. E' un pasticcio che rievoca  le contraddizioni del regime di Mussolini: “deurbanizzare la città, urbanizzare la campagna”. Già. Voleva farlo con borgate  (Aprilia, Fertilia, Pomezia, Segezia, Borgo Appio, Borgo Dominio...) originariamente immaginate di 2-3.000 “anime”. Gli scapparono di mano  solo quando dall'estero scoprirono Littoria e Sabaudia, nate del tutto diverse da come poi divennero. Lo ricorda Danilo Breschi in Mussolini e la città (ed. Luni, finalista al Premio  Acqui Storia).
Quale “principio” ispira di Di Maio e &  nella polemica contro gli orari di apertura dei supermercati? Per comprenderne la portata retrograda occorre procedere per gradi. 
Ricordiamo un caposaldo della libertà oggi ben regolata: la domenica, come ogni altro giorno della settimana, è dei cittadini, che la impiegano come meglio credono, anche andando “per compere” o “a vendere”, se così preferiscono. Gli italiani hanno impiegato secoli a liberarsi dai “precetti della chiesa”, dall'antico obbligo di serbare l'attestato (indispensabile anche per impieghi civili) di essersi comunicati “almeno una volta l'anno”. Adesso si trovano insidiati nella non negoziabile...libertà di negozio: gestirsi il tempo (domenica inclusa) in santa pace o freneticamente, secondo scelte del tutto personali, al riparo da fastidiose interferenze di terzi, compresi Grandi Fratelli sono solo piccoli guardoni, accecati dal loro personale pansessualismo degenerante in  senile sessuofobia., come quella di Egilberto Martire  che denunciava la matrice “massonica, anarchica e socialista” della “propaganda anticoncezionale, antireligiosa, antipatriottica”, insomma: europea.  
L'apertura dei grandi magazzini il sabato la domenica (giorno da alcuni ancora dedicato anche a sentir messa: massimo un'ora sulle 24 disponibili) non può essere valutata solo perché in quei due giorni viene fatturato circa il 45% degli incassi complessivi. Questo è il metro corto dell'affarismo spicciolo, pur benefico per un Paese in affanno. Però vi è ben altro in gioco. La posta è scritta nella Carta della Repubblica, che sempre più risulta lungimirante anche per aspetti che i padri costituenti manco immaginavano quando la scrissero. Per quanto possa sembrare esagerato, l'apertura dei grandi magazzini nei giorni festivi (religiosi e civili) ha a che fare con l'articolo 3 della Carta: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...”.  Chi lavora cinque giorni su sette, dal lunedì al venerdì sera, quando ha tempo adeguato di rifornirsi di cibo, bevande, detergenti e altro? E con quale argomento si potrebbe imporre la chiusura dei grandi o piccoli negozi il venerdì per rispetto degli islamici o il sabato per riguardo verso gli israeliti osservanti? E se una setta è devota a Giove e chiede il rispetto del giovedì?  E che cosa dire dei numerosi italiani fedeli a Mercurio, patrono dei ladri e quindi caro a tanti concittadini? “Rimuovere” (come scrive la Costituzione) significa abolire divieti, togliere impedimenti. L'apertura dei grandi (o piccoli) magazzini nei giorni festivi è una proposta di libertà, un'opzione offerta al cittadino: non comporta l'obbligo generale di frequentarli ma possibilità di poterlo fare, secondo le proprie esigenze, e non solo in borghi classificati turistici ma ovunque, come accade negli Stati civilmente più avanzati. 
L'Italia non ha affatto bisogno di restrizioni; vale semmai l'opposto, perché anche nel Bel Paese la vita non viene più quella d'antan (dall'alba al tramonto) ma è scandita dai tempi della produzione, del lavoro (purtroppo sempre negletto) e di molteplici altre variabili. Nell'antica Roma i due unici giorni sicuramente lavorativi erano il lunedì e il martedì. Nel IV secolo d. Cr. i giorni “festivi” crebbero ad almeno 165 l'anno. Sappiamo come finì. Un  Odoacre qualunque sloggiò Romolo Augustolo.  
Lì oggi è il punto: l’odierno calendario dei cittadini non è scandito dalle “feste” ma dal rapporto tra lavoro e tempo libero, estremamente variegato da Paese a Paese, da persona a persona, e refrattario quindi a una disciplina unitaria coatta. I laudatores della domenica di un tempo remoto han mai sentito parlare di lavoro “a domicilio”, di persone che a notte fonda comunicano col resto del mondo poiché i loro interlocutori sono all'opera? È la “Catena di Unione” che oggi fa del Pianeta una realtà unitaria: una percezione del mondo ancora estranea a “sovranisti” e a provincialotti in attesa di reddito di cittadinanza, cioè di elemosina per nulla facenti. Va ricordato che i filantropi facevano beneficenza perché erano ricchi. Lo Stato oggi non può farne, perché è indebitato fino al collo e ha esso stesso bisognoso di “aiuti”.
La disputa sollevata dal governo in carica sulla chiusura dei supermercati nei giorni “festivi” è surreale e non meriterebbe attenzione se non evidenziasse il divario tra la vita vera del Paese e la sfrenata fantasia di una manciata di “politici” che s'impancano a espressione della “volontà popolare” e sempre più mostrano la pretesa di “rieducare” gli italiani, di riportarli a “costumi” e a “valori” di loro gradimento, ma che non sono monopolio di nessuno. Nessuno (partito, sindacato, chiesa, setta...) ha titolo per imporre ai cittadini i propri. Ognuno se li decide nell'ambito delle leggi.     
Nulla sarebbe se questi fondamentalisti non fossero anche, come sono, al governo, pronti a rabberciare una maggioranza in Parlamento ricorrendo al voto di fiducia per far approvare le norme più bislacche, entrando a gamba tesa nel rapporto tra offerta e domanda economica e, ancor più, nel diritto del cittadino a ottimizzare a piacimento il poco tempo che la vita gli mette a disposizione senza ledere la libertà altrui. 
È il caso, appunto, della chiusura domenicale dei supermercati, spacciata come difesa dei piccoli esercizi commerciali. La diatriba si è prevalentemente incentrata sulle conseguenze economiche della pretesa restrizione e sulla prevedibile riduzione dei dipendenti dei supermercati senza apprezzabile incremento di quelli dei “piccoli negozi”, prevalentemente a conduzione “familiare”. 
La questione però va posta in termini completamente diversi: nella civiltà odierna, e sempre più in prospettiva, le “feste” religiose e civili non hanno motivo di avere efficacia universale. Le prime sono puramente “memoriali” (ogni regime ha le sue: il 2 giugno anziché il XX settembre, il 25 aprile anziché il Natale di Roma...); le altre sono riservate alle confessioni religiose, “egualmente libere davanti alla legge... in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano” (Art. 8 della Costituzione). 
Oggi però è vastissima la “confessione” di chi non professa nessuna religione. Anch'essa ha i suoi diritti, senza bisogno di “intese” con lo Stato. I Non Osservanti rispettano le leggi perché ne riconoscono la necessità quale pilastro delle libertà, ma chiedono che esse che si fermino sulla soglia dei diritti inviolabili garantiti dalle “Carte” fondamentali, dalla Costituzione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 
In materia di diritti di libertà (non solo quelli enunciati, ma quelli che si esercitano davvero) il concetto di “Occidente” è superato, perché risponde al retaggio di costumanze risalenti alla società preminentemente agro-pastorale durata in Italia sino alla fine dell'Ottocento, ma ormai superata dalla secolarizzazione della vita pubblica. Quel modello di società fu alla base del calendario vigente sino a fine Settecento. 
Contrariamente a leggende più o meno fosche (vanterie dei laicisti furiosi da una parte, accuse veementi dei papisti dall'altra) anche la fase apicale della Rivoluzione francese scalfì solo superficialmente le abitudini consolidate. L'avvento della Repubblica il 22 settembre 1792 venne fatto coincidere con l'equinozio autunnale di Parigi e assunto quale inizio dell'anno, suddiviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, a loro volta ripartiti in decadi, con otto giorni lavorativi e due festivi ciascuna. I cinque giorni ulteriori, detti sanculottidi, furono dedicati a Virtù, Genio, Lavoro, Opinione e Ricompense. L'anno bisestile ebbe un giorno “smutandato” in più. Proposto da una commissione di scienziati illustri, tra i quali il grande Lagrange, la riforma del calendario fu approvata il 5 ottobre 1793. La sostanza della vita mutò poco. Se con la settimana cattolica i giorni sacri al signore (dominus, donde domenica) erano quattro o cinque, quelli votati all'Ente Supremo e/o alla repubblicana Dea Ragione (venerata in processioni tanto compunte quanto involontariamente comiche) salirono a sei, a parte le festività civili, numerose come quelle cristiane (Circoncisione, Epifania, Pentecoste...). La nuova datazione con la denominazione dei mesi (vendemmiaio, Brumaio, ...fino a  Termidoro e Fruttidoro) generò una quantità di grattacapi, specie per gli storici che dovettero poi raccapezzarsi in quel ginepraio. Il 1° gennaio 1806 Napoleone impose il ritorno all'antico. Nel frattempo, quando passò in Italia, la Rivoluzione sostituì le messe domenicali con riunione nei Circoli costituzionali, dove ogni giorno festivo, come il Mostro dell'Apocalisse, i giacobini “facevano nuove tutte le cose”, ma solo a parole, come tocca agli utopisti,  prima o poi costretti a fare i conti con l'amara realtà: i conti, appunto. 
Anche la datazione dell'“Era” dalla proclamazione della Repubblica (1792), come poi quella dall'avvento dell'Impero di Napoleone I, durò poco. Rimase un vezzo ripetuto da altri regimi, che risultarono un po' più durevoli ma molto più segmentati e comunque effimeri, come quello fascista. Il ritmo tra giorni festivi e feriali rimase pressoché immutato. Le principali solennità dell'ancien régime cambiarono nome ma rimasero più o meno le stesse.   
Nessuna pausa valeva invece nei lavori agricoli. A differenza degli “stagionali”, tenuti a orari quotidiani prolungati in certe fasi dell'anno per essere poi lasciati molti mesi ai margini della “produzione”, gli agricoltori e soprattutto gli allevatori erano e sino a poco tempo fa rimasero inchiodati all'orario non degli umani ma del bestiame. La raccolta dei frutti (dalle uve alle castagne) o dei bozzoli (che non c'è più ma per secoli fu dominante) era compatibile con pause, ora brevi ora prolungate per il maltempo o altro. La stalla invece era implacabile: distribuire il fieno, mungere, ripulirla alla meglio dalle deiezioni degli animali erano vincoli identici giorno dopo giorno e non ammettevano eccezioni. La “liberazione” è venuta con la meccanizzazione e l'automazione, più rapida nei paesi dalle culture estensive e degli allevamenti di grandi dimensioni, più lenta altrove. Ma neppure queste hanno modificato lo scenario.
Negli altri settori lavorativi la vera svolta è legata all'accelerazione della secolarizzazione e all’ormai preminente irrilevanza dell’identificazione tra religiosità e giorni deputati alla pratica devozionale. La chiesa ortodossa ha sempre considerato giorno festivo non solo la domenica ma anche il sabato, che invece in “Occidente” era quasi ovunque lavorativo. Solo recentemente, e con ritmo vieppiù rapido e diffusione ormai irreversibile anche tra i più bigotti, la “messa settimanale” è stata anticipata al sabato (prevalentemente tardo pomeriggio) per lasciare la domenica alle attività sportive, a brevi vacanze, all'ozio... o, appunto, agli acquisti nei grandi magazzini, a volte attigui a tentatrici multisale cinematografiche e, infine, alla “famiglia”: non quella col cognome inciso sulla targhetta del banco nella navata centrale delle chiese ma quella che, quando c'è (ed è caso sempre più raro), si dedica a sé medesima.
Nei secoli in molte città il sabato fu scelto dai cristiani come giorno di mercato proprio perché vietava agli ebrei di uscire dai ghetti, ove erano raccolti nelle devozioni del loro giorno festivo. La comunità dei fedeli si valeva delle interdizioni afflittive nei confronti dei “giudei”, come gli ebrei erano solitamente detti (e non proprio nel ricordo di una tribù, quanto dell'apostolo fedifrago). Solo decenni dopo il varo della Costituzione che proclama l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, in Italia si passò dalle enunciazioni di principio ai provvedimenti applicativi, per esempio per fissare il calendario di esami di Stato, inclusi quelli di maturità o i giorni delle elezioni, soprattutto quando distribuiti su due giorni (qualcuno penso di far votare il sabato e la domenica anziché la domenica e il lunedì).  
Questo è il passato remoto. Il presente è fatto di “gride manzoniane” del governo in carica, di annunci, minacce e provvedimenti di cui nessuno sente il bisogno e che fanno male alla salute pubblica e privata anche se non divengono né leggi, né circolari. Le “parole”, come hanno osservato glacialmente il Presidente Sergio Mattarella e Mario Draghi governatore della BCE, vanno usate con misura. Altrimenti diffondono incertezza, precarietà, discredito. Una sola risposta sale dal Paese verso il governo: i cittadini hanno diritto di essere lasciati in pace, di vivere senza bisogno di urla quotidiane. Alle spalle hanno millenni di storia e di scelte, spesso sbagliate, tra arretratezza e modernità. Oggi chiedono più libertà:  cambiamento, si, ma in meglio.
Aldo A. Mola

SCUOLA
LA GRANDE MALATA D'ITALIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
    Una crisi che arriva da lontano
   In alcune regioni le aule sono già aperte. Nel grosso delle altre le lezioni iniziano domani. Accade ogni anno. Ma di volta in volta va peggio, tra provvisorietà e improvvisazione, in un clima che mescola spensieratezza, angoscia e fatalismo. Questo settembre 2018 in molte scuole si respira sotto una pesante cappa da “anno zero”. Messe da canto le fatue illusioni e i retorici propositi della “Buona scuola”, in tre mesi dall'insediamento il governo non ha dato fattivi segnali sulla Pubblica Istruzione, abbandonata in un cono d'ombra a tutto vantaggio di altre tematiche molto enfatizzate ma di minor conto. Eppure la Scuola è Politica in sommo grado: è il fondamento della Polis, della “Città”, dello Stato, nella sua dimensione attuale e in prospettiva di lungo periodo. Ogni governo deciso a rimediare i mali d'Italia da lì dovrebbe iniziare, dalla Pubblica Istruzione. 
Ma su “cultura”, “scuola” e “università e ricerca” il “Contratto per il governo del cambiamento” è, più ancora che per altri “capitoli”, una polpetta piena di chiacchiere, di promesse e di annunci: “sarà necessario”, “intendiamo”...  L'estate, però, è ormai alle spalle e la scuola è più malata di prima. Sarebbe ingeneroso addebitare al trio Conte-Di Maio-Salvini la responsabilità del collasso. I tre ci hanno pensato e ripensato, cambiando idea una volta al giorno (il caso dei vaccini è emblematico). Il presidente Conte, poi, confondendo la parte per il tutto, ha persino deciso  di ritirarsi dal concorso per il passaggio dall'Università di Firenze alla “Sapienza” di Roma: quanto basta perché ci risparmi pistolotti augurali per l'inizio delle lezioni.   

I famigerati Decreti delegati
  La crisi in cui la scuola oggi versa è il punto di arrivo del declino iniziato con i Decreti delegati che a metà degli Anni Settanta del secolo scorso stravolsero ordine e responsabilità e infettarono uno dei migliori modelli di istruzione del mondo, costruito decennio dopo decennio dall'Unità d'Italia sino al secondo dopoguerra, da Gabrio Casati, Michele Coppino, Francesco  De Sanctis, Giovanni Gentile, sino ad Aldo Moro. Con l'invenzione dei consigli di istituto, distrettuali e provinciali elettivi le scuole divennero teatro di insulse gare, con tanto di manifesti dei candidati (con nome, cognome e faccino), designati a vegliare sui collegi docenti e sui presidi. Questi ultimi nei consigli d'istituto sedevano senza diritto di voto, quasi da “imputati”, anche se gravati in toto dalla “responsabili oggettiva” delle scuole di loro titolarità. Proprio dal sistema scolastico, fulcro della società civile, cominciò a quel tempo l'epoca in cui “uno vale uno”.  L'allievo, per definizione “apprendista”, nei consigli sedette alla pari del “maestro”, cioè “maggiore” per età e cognizioni. Fu uno degli effetti più devastanti del Sessantottismo perenne, che governi e parlamento non seppero né prevedere, né affrontare, né superare. Erano tutti più o meno hegeliani di destra e/o di sinistra ma incapaci di sintesi: solo di tesi e di antitesi. La Scuola fu usata quale strumento di destabilizzazione permanente, incluse le “okkupazioni”. Il farsesco “Potere studentesco” fu il brodo di cultura di altri visionari, da “Potere operaio” a Lotta Continua ai tanti “compagni che sbagliavano”, sino alle Brigate Rosse. Ci furono coraggiosi tentativi di risposta, con ministri un tempo dileggiati ma oggi rimpianti, come la democristiana Franca Falcucci e il liberale Salvatore Valitutti, spaesato nel brulicame del Palazzo di Viale Trastevere.
Un suo remoto predecessore, Benedetto Croce, ministro nel 1920-1921, licenziò in tronco l'impiegato che non si era levato il cappello al passaggio nel corridoio del Ministero. Nei pochi mesi di Valitutti, tanti docenti si sedevano non dietro ma sulla cattedra e si facevano dare del tu dagli allievi. Spesso, d'altronde, avevano abdicato alla loro missione: insegnare, almeno un minimo di compostezza quattro o cinque ore al giorno. Quando il Corpo degli Ispettori Ministeriali presentò Relazioni troppo critiche sulla deriva in corso, il Ministero rispose nel modo più sbrigativo: cessò di pubblicarle nel suo Bollettino ufficiale, come fossero piagnistei di poveri vecchi. Ma bastava tacere la malattia per guarire il corpo padichermico del sistema scolastico, dagli asili alle Università? Così, di decennio in decennio, la Scuola è andata in malora.

Edifici cadenti, dirigenti oberati  
Oggi viene lamentato che mancano i fondi per la manutenzione straordinaria di molti edifici fatiscenti dopo appena trenta-quarant'anni dalla costruzione, anche in province non sospette di troppe pastette. Per altro in molti casi essi nacquero brutti, di rado funzionali, disseminati a casaccio in città senza un progetto armonico, senza parcheggi né aree di rispetto, palestre e quanto indispensabile per propiziare l'elevazione dello Spirito. Quel disastro non è imputabile al governo attuale. Gli va però ricordato che sarebbe ridicolo ricalcare le orme di chi pochi anni orsono andò a inaugurare un paio di edifici promettendo una luna che da allora si eclissò con lui. 
Al suo avvento, nel 1861, il Regno d'Italia, sulla scia di quello di Sardegna dal quale nacque, adibì a sedi scolastiche monasteri e palazzi confiscati a ordini ecclesiastici “contemplativi” o donati da filantropi: solidi e funzionali. In questo dopoguerra sono stati spesso utilizzati come scuole edifici militari, dismessi con l'abolizione dell'esercito di leva, vetusti ma altrettanto indistruttibili. Perché quelli degli Anni Sessanta e seguenti sono rapidamente degradati? 
A polvere venne ridotto anzitutto il “governo” dell'istruzione. Con un poco gratificante aumento stipendiale i presidi sono divenuti dirigenti scolastici (“ds”) e, in cambio di miserabili mance, si sono visti appioppare la responsabilità di “plessi” comprendenti gradi e ordini d'istruzione diversissimi, dalle elementari alle medie e  alle superiori, in territori sempre più ampi, con problematiche pedagogiche del tutto differenti, collegi docenti sterminati, una pletora di allievi i cui profili non possono ragionevolmente conoscere, se non in casi eccezionali. Le Scuole furono concepite come supermercati, con tante succursali locali. Non bastasse, sempre contro un gettone vergognoso, un numero ormai impressionante di “ds” in questo 2018-2019 si vede accollare la gerenza di altri plessi, in terre sempre più remote dalla loro sede di titolarità. Conseguenze? Chi ci crede, potrà invocare santi protettori e/o moltiplicare le polizze assicurative. Di sicuro risulterà impossibile esercitare il controllo di merito, la funzione cui erano chiamati i presidi, cioè stare avanti a tutti e guidare coniugando rappresentanza dello Stato e garanzia della libertà dei docenti: un mondo lontanissimo dall'attuale, segnato da genitori che picchiano selvaggiamente maestri e professori perché hanno rimproverato i loro pargoli o ne hanno valutato insufficiente l'applicazione.  
Presidi e corpo docente, va ricordato all'Esecutivo oggi in carica, non sono al servizio del governo, di questa o quella maggioranza, delle famiglie (comunque composte esse siano...) né degli allievi, bensì dello Stato d'Italia. Vale anche per il personale delle scuole pubbliche a gestione privata, quale ne sia il gestore (al riguardo mancano indagini aggiornate: esse proliferano profittando dell'eclissi della Pubblica istruzione, e non è detto che in tutte si insegni a “pensare in italiano”, cioè a conoscere origine e “missione” del Paese).

Gerarchia e meritocrazia per risalire la china
L'anno scolastico 2018-2019 sarà un severo banco di prova. In carenza di dirigenti,  docenti e personale amministrativo, mentre la certezza delle leggi viene vulnerata da “circolari” che dicono e si contraddicono, è lecito attendersi il peggio. A chi deve capirlo va detto che il “pianeta Scuola” è in emergenza e che le emergenze si affrontano partendo da norme, chiare, scritte, non dettate al telefono saltando a pie' pari le “catene di comando”. Diversamente l'emergenza degenera in caos ingovernabile. Contrastare lo spaccio di sostanze psicotrope nei pressi delle aree scolastiche, moltiplicare la videosorveglianza, allontanare di qualche metro le sale di scommesse e magari anche i pornoshop può essere un’autoconsolatoria esibizione di muscoli, ma significa solo spostare i problemi, non certo risolverli. Sono “grida manzoniane”. Oggigiorno i primi a irriderle sono proprio gli scafatissimi allievi (o “studentesse e studenti” come piaceva dire alla non rimpianta ministra Valeria Fedeli).
Sulla Scuola, purtroppo, il “Contratto per il governo del cambiamento” è un papocchio che assembla i propositi più vari e contraddittori. Non ha fondamento né prospettive. Tra le enunciazioni più bislacche, esso accampa “il legame dei docenti con il loro territorio”, per ridurre i trasferimenti in corso d’anno, che non consentono un'adeguata continuità didattica. Privo di basi filosofiche e di visione storica di ampio respiro, il Contratto confonde un problema amministrativo (l'assegnazione alla cattedra) con il “legame con il territorio”. Il “territorio” nel quale presidi e docenti (di ruolo o supplenti) debbono riconoscersi è uno solo: l'Italia, non solo perché è dallo Stato (regioni e  province compresi) che essi vengono retribuiti, ma perché è dall'Italia che essi traggono la loro ragion d'essere, senza pregiudizi e paraocchi nazionalistici, ma al tempo stesso senza smemoratezza.
Ma quest'orizzonte cominciò a restringersi tanti decenni addietro, quando, sull'onda dell'odio dilagante contro lo Stato, venne abolito il giuramento di fedeltà alla Costituzione cui il personale docente era tenuto, come sino al 1946 lo doveva al Re e ai Reali successori. Liberato dalla proterva aggiunta di “fedeltà al regime”, esso rimase in vigore per i presidi. Poi anche questo venne cancellato. Perdurò per il personale amministrativo statale, a sua volta spazzato via, al pari delle “qualifiche” e di ogni altra forma di valutazione dell'opera. Annientati l'ordine e la responsabilità (che è anzitutto del maggiorenne verso il minorenne, come recita il codice civile, di cui Giuseppe Conte è docente) la Scuola appare oggi come un dipinto di Hieronymus Bosch, un coacervo di aree e di edifici (spesso usate senza collaudo, a differenza delle abitazioni private), in cui si aggirano figure strambe, che corrono a perdifiato nelle più disparate direzioni, senza alcun progetto comune, giorno dopo giorno in attesa che arrivino le vacanze, le gite, la fine dell'anno scolastico..., vissuto in istituti dai nomi distintivi che nulla dicono a quanti li affollano. Anche quest'ultimo non è un dettaglio, ma, dati alla mano, è un segno rivelatore della grave malattia che pervade la Scuola d'Italia. Precario non è il docente a tempo determinato ma il “regime” stesso. Per risalire la china occorreranno decenni, alla ricerca di una meritocrazia che deve far rima con gerarchia: certezza delle leggi e responsabilità.  
Aldo A. Mola

L'EDITORIALE
GIUSEPPE CONTE: IL PRESIDENTE CHE NON C'E' E  L'ITALIA IN TOCCHI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
Giuseppe Conte    Lo Stato d'Italia regge sull'equilibrio dei poteri istituzionali apicali: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo. La magistratura non è un potere ma un ordine. La Corte costituzionale è organo di garanzia. I pilastri, dunque, sono tre. Se uno si inclina, deforma il triangolo costituzionale da equilatero in scaleno, con tutte le possibili conseguenze, sino al possibile crollo del regime. È quanto sta accadendo. Il silenzio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non potrà durare a lungo dinnanzi al rischio che il governo trascini lo Stato stesso nel proprio prevedibile collasso. In gioco non c'è il cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, con tutte le sue contraddizioni, reticenze, promesse e violazioni patenti della Costituzione. Codesto Contratto, va ricordato, non ha alcuna valenza pubblica, erga omnes: è l'intesa tra due forze politico-parlamentari, geneticamente diverse e incompatibili e quindi  da un'unione infeconda, destinata a durare come tante altre in passato. 
Il punto della crisi in atto è ben altro: la credibilità dello Stato, verso l'estero e nei confronti dei cittadini, per ora frastornati ma prima o poi costretti a destarsi. Ce lo ricorda la Costituzione. Forse non è la “più bella del mondo”, ma certo rimane l'unica àncora di salvezza nei marosi imperversanti. 
   Il caposaldo della Repubblica (come già, a tale riguardo, della monarchia) è l'armonia tra Capo dello Stato, governo e legislativo. Il perno del compasso fu e rimane il presidente del Consiglio dei ministri. Nominato dal Presidente della Repubblica (art. 92 della Carta), quello dell'esecutivo “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri” (art.. 95). È esattamente l'opposto di quanto ora accade con Giuseppe Conte, avvocato, docente di diritto, mai eletto deputato, presidente dopo la canea della minacciata incriminazione di Mattarella da parte dei Cinque Stelle e di altri esagitati di borgata.
   Ruolo e competenze del presidente del Consiglio non sono affatto una novità. Lo Statuto Albertino, in vigore dal 1848 al 1947, non lo prevedeva. In forza dell'art. 65 il Re nominava e revocava i “suoi” ministri. A volte Vittorio Emanuele II presenziò alle sedute del governo. Lo storico Aldo G. Ricci ha documentato quanto Camillo Cavour abbia faticato a ritagliarsi la veste (non il rango, che continuò a non esistere) di presidente del Consiglio, spostando l'asse della fiducia dalla investitura regale alla Camera dei deputati. Ma nella forma nulla mutò. Nel 1890, per esempio, Giovanni Giolitti si dimise da ministro direttamente nelle mani di Umberto I che l'aveva nominato. Il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, che lo apprese per secondo, andò su tutte le furie ma non poté farci nulla. La svolta arrivò con il Regio Decreto 14 novembre 1901, n. 466 sugli “oggetti da sottoporsi al Consiglio dei ministri”. Senza alcuna modifica dello Statuto, all'articolo 6 esso  enunciò: “Il presidente del consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l'adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col  Parlamento e nelle manifestazioni fatte al paese”. Ogni ministro doveva riferire al presidente su “tutte le note e comunicazioni che impegnino la politica del Governo nei suoi rapporti coi Governi esteri”. Anche in Italia da 117 anni è chiaro che il presidente del governo deve “mantenere l'unità d'indirizzo”, non giocare “di rimessa”.  
  Presidente era il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, quarant'anni prima iniziato massone nella loggia “Dante Alighieri” di Torino e ancora attivo “tra le colonne”. Ministro dell'interno era Giolitti. Era impensabile che i ministri parlassero “a titolo personale” o di politica generale, inclusa quella estera. Quando il Paese rischiò di spaccarsi sulla introduzione del divorzio (1902-1903), Giolitti intimò al sottosegretario alla Giustizia, Scipione Ronchetti, massone a sua volta, di non dire più una parola in pubblico sullo spinoso argomento. Ronchetti tacque. Asceso alla presidenza  del governo, lo Statista piemontese lo premiò facendogli conferire il ministero della Giustizia. 
   Il governo doveva essere e, soprattutto, mostrarsi in perfetta armonia agli occhi del Re, del Parlamento e del Paese. Poiché, a parte Zanardelli, i presidenti del Consiglio furono sempre anche ministri dell'Interno, per l'unità dell'esecutivo a loro bastò avere in sintonia i ministri degli Esteri, della Guerra e dell'Istruzione. Gli altri si occupavano della “intendenza”. Il culmine della convergenza si registrò nel 1911-1914 tra Giolitti, il ministro degli Esteri marchese di San Giuliano, quello della Guerra  Paolo Spingardi, già comandante dei Carabinieri, e il capo di stato Maggiore dell'Esercito, Alberto Pollio. L'intervento nella Grande Guerra e il difficile dopoguerra, a parte il V e ultimo governo Giolitti (1920-1921), retto come sempre con mano fermissima, introdussero nell'esecutivo le discrepanze e divaricazioni che concorsero alla crisi dell'ottobre 1922 e all'avvento del governo Mussolini.
  Con la legge 24 dicembre 1924, n. 2263, sempre a Statuto immutato, vennero definite le attribuzioni e le prerogative del “capo del governo”. A parte il titolo (“primo ministro segretario di Stato”) poco mutò nella sostanza: doveva dirigere e coordinare l'opera dei ministri e conciliare le loro eventuali “divergenze”. La sua nomina e revoca rimase nelle mani del sovrano. Il decreto di dimissioni doveva essere firmato dal successore. Il “cambio” tra presidenti avvenne sempre col passaggio di consegne, anche il 31 ottobre 1922, quando Mussolini incontrò il predecessore, Luigi Facta, prima di assumere l'Interno e gli Esteri. Il 25 luglio, però, “fermato” dai Reali Carabinieri, Mussolini non controfirmò affatto la nomina di Pietro Badoglio. Lo ricorda Elio Lodolini in “Dal governo Badoglio alla Repubblica italiana” (Ass. Culturale Italia Storica). Le sedute dei governi immediatamente seguenti furono molto complesse, come documenta Aldo Ricci nei dieci volumi dei loro Verbali, pubblicati dal Poligrafico dello Stato, opera poderosa e meritoria, curiosamente ignorata da molti “storici”. Nei sei mesi di presidenza del governo Ferruccio Parri non fu all'altezza del compito. Con una punta di sarcasmo, il comunista Palmiro Togliatti lo ricordò sommerso tra pile di carpette. Malgrado fossero un “concerto a sei voci”, come Giulio Andreotti definì i governi formati dai sei partiti del Comitato centrale di liberazione nazionale, quei ministeri vennero presieduti con pacata fermezza dal democristiano Alcide De Gasperi. Quando il momento gli parve maturo, questi non esitò a escludere dall'esecutivo le sinistre (socialisti e comunisti) e a varare un governo di democristiani e liberali, con Luigi Einaudi vicepresidente, ministro del bilancio e governatore della Banca d'Italia. Nel succoso saggio “Francesco Saverio Nitti teorico della politica” (Univ. Suor Orsola Benincasa) Domenico Fisichella ricorda che secondo Nitti i consigli dei ministri dell'immediato dopoguerra erano “inutili e lunghissimi, dove non si sa mai che cosa si vuole e chi sia il capo”. Tuttavia dalla Ricostruzione alla guida del governo (il “capo” venne sostituito dal tradizionale “presidente”) si susseguirono personalità di polso. Chi riusciva a venire a capo delle tante correnti di un partito composito quale la DC non trovava soverchia difficoltà a varare governi multicolori: centristi, di centro-sinistra, monocolori (come quelli presieduti da Giovanni Leone) e persino (come fece Andreotti) basati su “astensioni” e sulla “non sfiducia”. Altrettanta fattiva duttilità mostrarono poi Francesco Cossiga, il socialista Bettino Craxi e via proseguendo sino a Silvio Berlusconi, Romano Prodi, ancora Berlusconi e Mario Monti, al quale va riconosciuto di aver imposto riforme drastiche proprio perché libero da vincoli di partito (averne fondato uno, senza dimestichezza coi labirinti della “politica” e senza averne il gusto, fu il suo vero errore). Strappata la campanella dalle mani di Enrico Letta, da presidente del Consiglio Matteo Renzi fece di tutto per non farsi rimpiangere. Fraintese il suo compito: anziché mediare tra le diverse correnti di un partito ormai impollinato da ex democristiani, lo fece deflagrare, col risultato di perdere entrambe le presidenze. Rimase comunque l'ultimo esempio di un presidente in sintonia con un ministro degli Esteri di superiore signorilità, quale Paolo Gentiloni, destinato a succedergli a Palazzo Chigi e oggi sempre più rimpianto.
   Se l'esecutivo deve esprimere e perseguire un programma organico unitario, l'attuale è un “non governo”, con un presidente palesemente sotto tutela dei suoi due “vice”, a loro volta in dissonanza su tutte le urgenze nazionali, in larga misura non contemplate affatto nel tanto logorroico quanto strabico “Contratto”. L'unico cambiamento per ora manifesto rispetto ai precedenti settant'anni di Repubblica è in quella “forma” che è anche “sostanza”: lo stucchevole battibecco quotidiano tra i titolari di ministeri chiave e le rispettive tifoserie; la continua invasione di campo da parte di ministri che si atteggiano a capi del governo e, quasi fossero sovrani di un Paese del quinto mondo, arrivano a insultare con inaudita protervia capi di Stato esteri poco inclini a dimenticare e istituzioni quali la Commissione dell'Unione Europea e le sue Autorità. Queste possono piacere o non piacere, però  l'Italia non può farne a meno, così come non può certo uscire dalla Nato, né capovolgere la propria politica estera (e conseguentemente militare) con le sue modeste forze e per dichiarazioni estemporanee di chi neppure è titolare degli Esteri. 
   Di quanto veramente accada in Consiglio dei ministri poco si sa. Lo storico futuro avrà a disposizione verbali delle riunioni, decreti approvati (all'unanimità?) e nella veste atta a essere consegnata alla “Gazzetta Ufficiale”? In sintesi, come batte il polso dello Stato d'Italia? Al di là delle osservazioni di metodo e di merito sull'iniziativa di questo o quel procuratore della repubblica circa la condotta di uno o altro ministro, vanno ricordati gli articoli 95 e 96 della Costituzione: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”; “il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria...”. Il vecchio e insuperato catechismo insegna che si pecca in pensieri, atti e omissioni. Tocca al presidente consegnare intatte al suo successore le prerogative della sua carica. Così come toccherà a chi l'ha nominato, il Presidente Mattarella, verificare se Giuseppe Conte stia o no esercitando le funzioni che gli sono state commesse o sia gravemente omissivo mentre l'Italia finisce “in tocchi”, come Vittorio Emanuele III disse a Mussolini il 25 luglio 1943, imponendogli le dimissioni.
Aldo A. Mola 
       
  Se Basta un nonnulla per provocare la catastrofe irrimediabile. Le rovine materiali (ponti, borghi terremotati...) sono rimediabili a costi preventivati, come quelle di ogni immobile coperto  da assicurazione, ovvero dalla consapevolezza della sua precarietà. Molto diverso è il crollo delle Istituzioni. Aggredito dall'esterno lo Stato può chiamare a raccolta i cittadini. Avventurato in una guerra offensiva il Potere supremo ha sempre saputo di rischiare il tutto per tutto in caso di sconfitta. La Costituzione si legò le mani con l'articolo 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli ...”.

LA MORTE DI  MAFALDA DI SAVOIA ASSIA
UNA TRAGEDIA DELL'ITALIA IN EUROPA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
Mafalda di Savoia    Il 28 agosto 1944 la principessa Mafalda di Savoia (“Muti”, in famiglia), consorte di Filippo Landgravio d'Assia, morì dopo una tardiva amputazione del braccio sinistro, ustionato sino all'osso,  per fermare la cancrena generata dagli spezzoni di bombe anglo-americane che l'avevano ferita. L'intervento ebbe luogo nell'ambulatorio improvvisato nel postribolo del campo di concentramento di Buchenwald. Il 24 precedente migliaia di fortezze volanti partite da basi remote bombardarono a tappeto le Officine Gustloff e i dintorni. Churchill, in visita a Napoli, voleva dare una lezione alla Germania, già piegata dalla sconfitta inflittale dai sovietici a Kursk. Nessuno immaginava che al bordo del campo vivesse la figlia di Vittorio Emanuele III, catturata a Roma il 22 settembre 1943 per ordine di Hitler e lì detenuta dal 8 ottobre. “Povera foglia frale...” la Principessa lasciò  la vita terrena.
Riscoprire la tragedia di  Mafalda di Savoia-Assia  significa compiere un passo avanti nella conciliazione della memoria storica, con quanto può derivarne nella vita quotidiana. Più serenità, più responsabilità. Ne scrisse l'imperiese Renato Barneschi in “Frau von Weber”  nel 1982 (poi, Bompiani, 2006), seguito dal bel saggio sulla “Regina della Carità”, come Elena venne definita. Il 18 marzo 1983 morì a Ginevra Umberto II, iniquamente condannato all’esilio perpetuo dalla Repubblica italiana: una condotta abbietta nei confronti del Re Gentiluomo, che volle con sé nel feretro il regio sigillo. Deposto nell’Abbazia di Altacomba, antico sepolcreto della Casa, a quel modo  il Re mandò il suo ultimo messaggio agli italiani: dovevano e debbono farsi carico della propria storia, tutta.
Il mònito non fu raccolto. Eppure basta rievocare di Mafalda di Savoia-Assia per chiudere finalmente la sterile polemica retrospettiva contro la Casa, che sin da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, sul trono dal 1831, legò le sue sorti alla lotta per indipendenza, unità e libertà degli italiani. Pagando molto.  Nella carne. Ne fu esempio lo stesso Carlo Alberto, che il 23 marzo 1849, la sera della battaglia di Novara abdicò e partì per il Portogallo, ove si spense, consunto, il 28 luglio, appena cinquantunenne. Al protomedico Alessandro Riberi, mandatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II, bisbigliò quasi scusandosi: “Le voglio bene, ma muoio”. Suo  nipote, Umberto I, fu assassinato a Monza il 29 luglio 1900, poco dopo aver insediato il governo liberal-progressista guidato dall'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato. E quindi fu la volta di Vittorio Emanuele III, che abdicò e partì per l'Egitto il 9 maggio 1946, e, di lì a poco, di suo figlio, Umberto II, appunto, che lasciò la Patria per il Portogallo il 13 giugno 1946. Senza ritorno.
Vicende dimenticate, deformate da letture faziose, con cesure,  censure  e ampie zone d’ombra.
Fra le molte rimane ingiustificabile rimane il lungo oblio riservato a Mafalda. La sua vicenda basta da sola a dire quanto una livorosa  polemistica  non vuol sentire né ammettere: nel dramma della seconda guerra mondiale Casa Savoia fu tutt’uno con le famiglie italiane anche nella sofferenza e   nel lutto. 
Un anno prima della tragica morte, il 28 agosto 1943, Mafalda  era partita da Roma per raggiungere la sorella, Giovanna, consorte dello zar dei bulgari, Boris III, che rientrato da un tempestoso incontro con Hitler, s’ammalò d’improvviso (probabilmente avvelenato perché non approvava le misure contro gli ebrei e intendeva sganciare il proprio paese dall'alleanza con i tedeschi) ed era ormai agonizzante. Suo marito, sposato nel Castello di Racconigi il 23 settembre 1925, dopo l’attentato del 20 luglio 1944 al Fuehrer  era  in stato d’arresto. Il viaggio di rientro in Italia per la principessa Mafalda fu un'odissea. Alla stazione di Sinaia, in Romania, venne informata della svolta in atto in Italia (proclamazione dell'armistizio, trasferimento della Casa Reale e del governo in Puglia) e invitata a rimanere. Proseguì per raggiungere i figli, a Roma, forte del suo rango. L'aereo predisposto per il suo trasferimento da Budapest a Bari atterrò a Pescara. Da lì raggiunse fortunosamente Roma. Mafalda si riteneva al sicuro proprio per il rango di Prinzissin, che agli occhi dei nazisti, ferocemente antimonarchici, era invece un'aggravante, come ricorda Frédéric Le Moal nella biografia di Vittorio Emanuele III (Gorizia, LEG). Mentre il figlio maggiore, Maurizio, già in Germania, era a portata  di mano di Hitler,  la regina Elena lasciando Roma ne aveva affidato molto fiduciosamente i figli minori, (Enrico, Otto ed Elisabetta), al sostituto segretario di Stato della Santa Sede, Giambattista Montini, che però presto li allontanò perché, accampò, sopraggiungevano nipoti suoi. 
Pertanto anche i principini d’Assia finirono a loro volta in Germania. Nella Città Eterna caduta sotto il controllo di Kappler,  Mafalda finì in un tunnel  senza uscite. Si fidò dei germanici sino a recarsi alla loro ambasciata ove (le era stato assicurato) sarebbe stata chiamata al telefono  dal consorte Filippo. Lì, invece, venne arrestata (22 settembre 1943).  Nel campo di  Buchenwald, che aveva per insegna “A ciascuno il suo”, Fu assegnata  alla  stanza 9 della baracca 15.  
Come centinaia di migliaia di connazionali ignari della sorte dei loro cari (dispersi, prigionieri,...), i sovrani, il principe ereditario Umberto e tutti i suoi famigliari e amici rimasero in angosciosa attesa di notizie della principessa, prigioniera in mani studiatamente crudeli. Della sua atroce fine dettero notizia i  giornali,  con commenti ingenerosi e inopportuni,  il 14 aprile 1945. Scrissero crudamente  che Mafalda di Savoia-Assia era morta per le ferite riportate nel bombardamento del lager in cui era rinchiusa. L’aiutante di campo di Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno, ne informò subito il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, affinché  i sovrani “non leggessero la tremenda notizia sui giornali”. Puntoni ne riferì subito al Re. Nel Diario annotò che il sovrano “come sempre (...) non lasci(ò) trapelare alcun turbamento” e continuò la conversazione in corso con Brunoro De Buzzaccarini. Solo un quarto d’ora dopo, Vittorio Emanuele III  s’appartò per riferirne alla Regina. Ma quell’informazione era davvero esatta? Seguirono settimane di angoscia, sino a quando il 2 maggio, proprio quando in Italia  cessò la guerra, tramite  i canali informativi della Santa Sede, venne  la conferma. Quando ne ebbe certezza, il Re  assunse “quell’atteggiamento che, per chi non lo conosce a fondo, può sembrare cinico; e io so  - scrisse Puntoni -  che egli soffre terribilmente...”. Liberati, come il padre, al crollo del nazismo, Maurizio ed Enrico d’Assia furono poi ripetutamente a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ove Vittorio Emanuele III prese dimora dopo la partenza dall’Italia per l’esilio (9 maggio 1946). Lo ricordò Tito Torella di Romagnano in  “Villa Jela” (Garzanti).
Dell'atroce fine della principessa non si doveva parlare tra fine della guerra e referendum istituzionale. La morte di Mafalda in campo di concentramento provava che Casa Savoia aveva combattuto e pagato la sua opposizione al dominio nazista. Dal settembre 1943 la Corona aveva trasformato il conflitto in lotta di liberazione, ancora una volta ponendo a servizio della Patria  le persone dei sovrani, i loro figli e i loro beni.  Doveva  rimanere misconosciuta  la figura di Mafalda, delicata e forte a un tempo, atrofica come il padre ai muscoli degli arti inferiori e tuttavia  attivissima, dedita alla beneficenza generosa e discreta, come sua madre, Elena.  Per quotidiani ed  emittenti radiofoniche  incitanti all’odio e al disprezzo nei confronti di Casa Savoia, la morte di Mafalda in un campo di concentramento nazista sparigliava le carte. Lo stesso valeva per la sorte della figlia minore dei sovrani, Maria, di cui ha scritto la principessa Maria Gabriella di Savoia  in La vita a Corte in Casa Savoia. Né se ne poté scrivere dopo il referendum fu frutto di migliaia di brogli largamente documentati in  documenti mai confutati. 
Il silenzio su Mafalda coprì due altri aspetti della verità. Anzitutto  la pietas di padre Herman Joseph Tyl. Quando riconobbe la salma della Prinzessin, con sollecitudine egli la sottrasse al forno crematorio, cui era destinata, e la fece avviare a Weimar ove venne sepolta, sia pure come “donna sconosciuta”. Nel lager del resto la Principessa era stata registrata sotto il nome di  “frau von Weber”. Sette  marinai di Gaeta internati a Weimar però ne riconobbero la sepoltura e la segnarono. Fu la conferma della fraternità nel dolore, propria dell’identità italiana. Ma anche questo doveva passare sotto silenzio, come  ha ricordato anche Mariù Safier nella oggi introvabile biografia di Mafalda, scritta con penna lieve e ricchezza documentaria in Mafalda di Savoia Assia dal bosco dell'ombra poi arricchita in Mafalda di Savoia Assia. Un ostaggio nelle mani di Hitler (Bastogi). 
Settantadue anni dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 e mentre l'assetto istituzionale scricchiola per tracotanza di due vicepresidenti e l'evanescenza del presidente del Consiglio, la straziante sorte di Mafalda di Savoia-Assia s'impone quale parte integrante della storia dell’Italia del Novecento. I sovrani, il principe  ereditario, tutta Casa Savoia portarono il lutto al braccio, come milioni  di connazionali. Erano gli stessi che all’inizio del secolo avevano scommesso su un progresso ininterrotto, senza traumi bellici, ma  poi fecero i conti con la grande guerra e nel ventennio seguente fronteggiarono  la grande depressione economica  con l’IRI, le bonifiche, il rilancio industriale e manifatturiero,  sempre nella certezza che il lavoro premia più delle avventure. La concordia deve prevalere sull'odio, sull'invidia di classe, sulle falsità spacciate per storiografia.
Quell’Italia, sovrano in testa, commise vari errori e anche gravi. Ma in una monarchia statutaria responsabile degli errori non è il re solo (né, meno ancora, un sovrano isolato quale fu Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di una biografia scientifica) sibbene l’intera dirigenza, che ne fu quanto meno corresponsabile. Osò dirlo Aimone di Savoia-Aosta con la franchezza tipica della sua Casa: e fu a sua volta costretto all’esilio. Lo ricorda anche Amedeo di Savoia in Cifra Reale.  Il ricordo della figlia del Re morta nel campo di sterminio ove  s’ergeva la  Goethe Eiche, la Quercia di Goethe, costituisce dunque un invito a riflettere sulla storia italiana del Novecento con passione, perché si tratta di pagine dolenti, ma finalmente senza pregiudizi né paraocchi. Casa Savoia, ne emerge con chiarezza, fu tutt’uno con ogni altra famiglia dell’ “itala gente da le molte vite”. Il martirio di Mafalda ne è appunto il suggello.
Vanno aggiunte poche altre osservazioni. Con la Grande Guerra crollarono gli imperi di Russia, Turchia, Austria-Ungheria e Germania. Il Regno d'Italia rimase l'unica monarchia costituzionale rilevante nell'Europa di terraferma. Vittorio Emanuele continuò la “grande politica” degli avi, con il conferimento del Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata e alleanze dinastiche. A parte le nozze della primogenita Jolanda (“Anda”) con il conte Carlo Calvi di Bergolo (non gradito dalla Regina Madre, Margherita di Savoia), nel 1925 “Muti” andò in sposa al Langravio d'Assia, Filippo, che operava per traghettare la Germania dal caos postbellico: un luterano. Giovanna, terzogenita, sposò  l'ortodosso Boris III, zar dei Bulgari. La Santa Sede non gradì né l'uno né l'altro matrimonio e interpose clausole medievali. Ma il Re, che nel 1896 aveva sposato l'ortodossa Elena di Montenegro, pensava anzitutto all'Italia nel difficile quadro europeo (l'URSS non era un amico...) e alla libertà di coscienza di tutti i regnicoli. Nella  sua difficile opera non venne affatto aiutato. Un re in solitudine (come Vittorio Emanuele III drammaticamente fu dal 1938 in poi) è un paradigma per i presidenti sotto assedio  dei tempi nostri. Fu il caso di Giovanni Leone e di Francesco Cossiga. 
Quale sorte attende Sergio Mattarella? Tocca agli italiani dotati di senso della storia, alimento del senso dello Stato, rimboccarsi le maniche e coniugare l'oggi con il lungo corso dell'Italia unita.
E' significativo che nell'anniversario della sua tragica morte Mafalda di Savoia venga ricordata a Pamparato, due passi da Vicoforte ove dal dicembre 2017 riposano le salme dei suoi genitori: luoghi di pace e di meditazione.   
Aldo A. Mola

LA LEZIONE DI ROMA
VIE D'ITALIA PER L'EUROPA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
    L'Italia è sempre più in ritardo con la storia. Ogni anno che passa ne perde due, tre, dieci. Gli altri Paesi vanno avanti, l'Italia è al palo. Manca completamente di programmazione di lungo periodo. Sempre più lontana dall'Europa e dai suoi alleati postbellici, USA e Gran Bretagna, giace immemore e incapace di capire quanto occorre fare oggi per i prossimi trenta-quarant'anni. Si trastulla sul costo-beneficio corrente anziché intravvedere e costruire il Futuro, a differenza di quanto fecero i padri fondatori della Nuova Italia, che in pochi anni crearono un'immensa rete di ferrovie, strade e porti di interesse europeo. Così il Paese ristagna, arretra e sprofonda tra imprevidenza nella gestione delle sue infrastrutture e ricorrenti calamità naturali. Andrà sempre peggio se non si recupera cultura, filosofia e storia, alimento dell'umanesimo e delle scienze, veri pilastri portanti di qualunque Comunità.  Oggi occorre dotare l'intero territorio di internet superveloce e sicuro, anziché intermittente e gestito da malandrini. Questa è l'autostrada universale, già ora urgentissima. Invece immense plaghe sono collegate a fatica o addirittura per niente, come fossimo fuori dal mondo. L'Italia di Guglielmo Marconi e di Enrico Fermi è il passato remoto. Imperversano chiacchieroni e fattucchieri, votati e portati al potere da creduloni che alla scienza antepongo gli ex voto e i miracoli, l'oroscopo alla volontà. Del resto il presidente del Consiglio in carica accampò un curriculum arricchito da bellurie vanitose che suscitarono sorrisi  perplessi suscitato perplessità. Un suo vicepresidente, Luigi di Maio, privo di arte ma molto di parte, il 28 maggio 2018 chiese l'incriminazione del Presidente della Repubblica, seguito a ruota da una valchiria di borgata, perché Sergio Mattarella intendeva (come intende) salvare l'Italia dal baratro dei “no  tutto”e tenere l'Italia in quell'Europa che oggi è l'unica ancora di salvezza, proprio perché, male che vada, ci commissarierà e ci salverà dall'infantilismo dilagante. Il “caso Atlantia” è sotto gli occhi di tutti. Meglio subire per qualche tempo una “tata” severa che precipitare in un abisso senza fondo, dimentichi che la sovranità andò perduta una volta per sempre con l'iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, lettura obbligata anche per il ministro dell'Interno, che (gli piaccia o meno) per poteri effettivi viene molto dopo quello degli Esteri e della Difesa.   
  Malgrado tutto, questa Italia ha più risorse di quanto dicano governo e “media”. E' l'amalgama di un popolo forgiato nelle secolari lotte contro invasioni, scorrerie, dominazioni straniere. Lo scordiamo perché si campa di cronaca spicciola, Ma  vi sono terre che ci credono e lo insegnano. Lo ha fatto il comune di Reino, in provincia di Benevento, nell'antico e sempre vivido Sannio, con il convegno su “La Grande Guerra che cambiò il mondo”, doveroso omaggio ai 160 reinesi schierati in prima linea  nel 1915-1918 e ai suoi 16 caduti: una iniziativa fortemente voluta e orchestrata dal sindaco, Antonio Calzone, anche in omaggio a due concittadini, il vicecomandante dell'Arma dei Carabinieri, Massimo Jadanza, e il generale Antonio Zerrillo, già capo del Progetto Centenario del Comando Esercito Piemonte, partecipi all'incontro con  relazioni magistrali. 
  A Reino passa il tratturo Pescasseroli-Candel cantato da Gabriele d'Annunzio. Lì, anzi, i pastori sostavano a lungo e abbeveravano gli armenti. E' a due passi da memorie santifiche (Pietrelcina) e tragiche (Casalduni, Pontelandolfo), da Morcone, presepe nel presepe, affacciato sull'immensa valle del Tammaro, con l'occhio vigile alla displuviale che separa la Campania dall'Adriatico. Tante,  troppe volte di lassù irruppe il “nemico”, quando non salì dalla costa tirrenica dopo aver devastato paesi e luoghi sacri (compresa l'Abbazia di Montecassino). Lì la memoria dei saraceni e dei turchi è vivida, come quella di “alleati per caso”, “liberatori” per interessi loro. Lo si coglie nello sguardo soffuso di storia millenaria del marchese Andrea Jelardi, che guida alla visita del Museo della Pubblicità nell'avito palazzo in San Marco dei Cavoti, o nel silenzio degli orologi da campanile affidati al Comune dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in mostra in un austero palazzo, spesso chiuso per carenza di fondi. 
Il Sannio insegna quanto sia antica profonda e unitaria la storia del paese Italia.        
In duemila e cinquecento anni sono stati due soli gli artefici delle Grandi Vie tra l'Italia e l'Europa: i Romani e Napoleone Bonaparte. Imperatore dei Francesi, questi imparò a pensare in grande leggendo non già i pamphlets di sfasciacarrozze aspiranti rivoluzionari ma i classici greco-romani. Le strade e i codici napoleonici sopravvissero alla sconfitta di Waterloo. L'antica Roma consolidò ogni sua avanzata con nuove strade. I loro nomi ricordano i Consoli e i Cesari, che le aprirono superando difficoltà enormi per i mezzi dell'epoca. Quei nomi (Appia, Emilia, Aurelia, Domizio...) rimangono, al pari del Codice Giustinianeo. Costate fatiche immense, quelle grandi opere impiegarono anche prigionieri di guerra, perché quelle erano le regole del tempo, piaccia o meno alla sensibilità odierna, povera di senso della storia. A differenza dei loro avversari, arroccati ai margini del Tempo e via via soggiogati, i Romani crearono una rete che per la prima e sinora unica volta edificò l'Europa mediterranea, dalla Manica alla Palestina, da Gibilterra al Mar Nero. Non vi è più stato nulla di uguale. 
   Roma si affermò di secolo in secolo: guerre, alleanze, creazione di “colonie”, abitate in gran parte da cittadini di pieno diritto o “federati”. Di rado Roma sterminò i vinti. Non ne aveva motivo. Le popolazioni delle terre annesse erano la principale risorsa per l'espansione del suo dominio, come in omaggio a Caio Ottaviano Augusto scrisse  il “padano” Publio Virgilio Marone nell' Eneide. I Romani perdonavano i sottomessi, governavano col rigore lungimirante della legge e “debellavano i superbi”, cioè i riottosi, abbarbicati nella rete del passato remoto. Mai contagiati dal monoteismo (uno o trinitario), da costumanze condizionanti l'alimentazione e da precetti che inibiscono la procreazione nell'età più fertile (quella giovanile, la più propizia per la schiatta), i Romani furono ligi alla “filosofia della prassi”, che non è ideologia ma storia in fieri. Nessuna indulgenza verso idealismi e velleitarismi, né verso fatui moralismi, drappi rilucenti su corpi decrepiti. 
  In circostanze estreme i Romani ricorsero a misure eccezionali. Vittoriosi a Zama nella seconda guerra contro Cartagine (202 a.Cr.), decisero di dominare la “Liguria”, perché da lì era passato l'esercito di Annibale con tanto di elefanti e l'aiuto dei Galli, sempre corrivi ad assecondare dominatori di passo diretti contro l'odiata Città Eterna.  Nel 181 a. Cr. i consoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio assalirono i Liguri Apuani. Impreparati e chiusi nella tenaglia tra la costa e i monti, si arresero. Sentito il Senato, i consoli ne decisero iul trasferimento in massa nel Sannio, ove, dopo tre guerre in mezzo secolo contro la fortissima popolazione (326-271 a. Cr.), la Repubblica possedeva un ampio territorio. Malgrado suppliche e (pare) il suicidio per protesta di un'intera comunità, circa quarantamila Liguri Apuani di libera condizione, con mogli e figli, vennero tradotti (o deportati, secondo sensibilità odierne), parte a piedi e parte in nave sino al litorale campano, passando per Benevento, la terra due volte al centro della grande storia: per la vittoria dei Romani contro Pirro (275 a. Cr.) e quella di Carlo I d'Angiò contro Manfredi di Svevia (1266).   
   All'arrivo i capifamiglia ebbero 150.000 denari d'argento per provvedersi del necessario e mettere a frutto i poderi loro assegnati da appositi esperti. Fu una vittoria non su un nemico ma sulla tentazione di “fare il deserto dove dicevano di portare la pace”, come poi scrisse Tacito. I consoli celebrarono il successo in Roma.  “Furono i primi che ottennero quell'onore senza aver combattuto” scrive lo storico Tito Livio, un altro “padano” cultore della Grande Roma.  “Davanti al cocchio trionfale  procedette  soltanto la vittima per il sacrificio, un animale; non ci furono prigionieri o prede da sfoggiare, né altro che potesse essere  donato ai soldati”.
  Successivamente due consoli costrinsero alla resa altri 7000 liguri alle bocche del fiume Magra e li trasferirono nel Sannio. Nel tempo non si registrarono tensioni tra Sanniti e Liguri. La loro comunità venne rinforzata da veterani, ebbe una certa autonomia e sussidi per provvedere soprattutto all'infanzia, La “Tabula alimentaria” (101 d.Cr.) attesta i sussidi assicurati dall'imperatore Marco Ulpio Traiano a sostegno della popolazione. L' “itala gente da le molte vite” (cantata dal grande Giosue Carducci) era ormai salda. Aveva una storia che affondava radici nella memoria: unità nella diversità originaria. Recenti ricerche sul Dna della popolazione del Sannio ha confermato l'esattezza della narrazione, la coniugazione liguro-sannitica. Lingua, leggi, servizio militare, lavoro forgiarono un destino che resse anche durante le guerre gotico-bizantine, quando anche Napoli sembrò perduta per sempre.  
 Poi, d'un tratto, dei Liguri Apuani stanziati in quel lembo di Sannio si perse traccia. Gli storici non hanno dubbi: la distruzione va imputata ai Saraceni, le cui orde infestarono a lungo quella che era stata tra le terre più amene della Campania. Perciò, scrivono le guide, la località venne detta Macchia Saracenorum.
   Con la proclamazione del Regno d'Italia i Sanniti non ebbero dubbi nella scelta dei propri rappresentanti al Parlamento nazionale: il generale Federico Torre (Benevento, 1815- Roma,1892), deputato per un quarto di secolo e poi senatore; il massone Leonardo Bianchi, docente di neuropsichiatria a Napoli, scienziato di fama mondiale; il principe Ferdinando Ruffo; Vincenzo Bianchi, figlio di Leonardo. Una sola volta Reino fu sul punto di avere un deputato locale: Alfonso Meomartini, che ottenne  1003 voti contro i 1005 del rivale Bianchi. Di quest'ultimo a Reino si è quasi persa memoria. Il Palazzo Meomartini, invece, è sede del Comune, restaurato dal sindaco Antonio Calzone, un amministratore di lungo corso che crede nell'unità d'Italia e nella “filosofia della prassi”, suo nerbo: dai tratturi millenari alle infrastrutture recenti, il cui intreccio costituisce prova della vitalità del Paese. All'ingresso del palazzo comunale fa bella mostra una biblioteca. V'è bisogno di ricordarlo oggi, con l'occhio a quanto va fatto per le prossime due generazioni, memori dei versi carducciani:“Tutto che al mondo è civile,/grande, augusto, egli è romano ancora”, la Roma dei consoli, dei Cesari, delle vie che fecero dell'Italia il fulcro dell'Europa mediterranea.
 L'Italia odierna e ventura merita però di meglio rispetto a un presidente del Consiglio quale Giuseppe Conte, che, docente di diritto in una Università, chiede condanne immediate ed esemplari, perché “non si possono attendere i tempi della giustizia...”. Dinnanzi al populismo attualmente dilagante e devastante, meglio una stagione di “commissari”, anche perché, sic stantibus rebus, in carenza di “senso dello Stato”, svaporato da tempo, nessuna persona responsabile per risalire la china proporrebbe “più Stato”.   
Aldo A. Mola

COME NACQUE E COME RESSE L'ITALIA
UN’IDEA FORTE, UNA DIRIGENZA DIFFUSA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
   Canìschio è un piccolo comune affacciato sul torrente Gallenca, poco sopra Cuorgnè, nel Canavesano, quaranta chilometri da Torino. Il municipio è a Mezzanile, raccordo tra borgate i cui nomi passarono nel tempo ai loro abitanti, come documenta lo storico  locale Alberto Crosetto: Ferrero, Fogliasso, Braida... Nella Sala polivalente del Comune il sindaco, Riccardo Rosa Cardinal, ha allestito la mostra “Fede e valore” prodotta dal Ministero della Difesa e da lui duplicata, con gli alberi genealogici dei canischiesi caduti nella Grande Guerra e molti suggestivi cimeli: invito a riflettere sul miracolo della Riscossa dopo la ritirata di Caporetto (ottobre-novembre 1917), quando sembrava stesse tutto crollando e in poche settimane gli austriaci potessero arrivare a Verona, a Milano. Sarebbe stata la fine dell'Unità sorta appena 56 anni prima, con la proclamazione del Regno d'Italia. Il Paese rispose coralmente “Non passa lo straniero”. Parola d'ordine fu: “Resistere, resistere, resistere”, sul Piave come sul “fronte interno”. Le donne ebbero parte eminente in quell’epica lotta, come a Canìschio ha eloquentemente spiegato il colonnello Antonio Zerrillo, del Comando Militare Esercito Piemonte, per anni stratega dell'informazione storiograficamente corretta sulla Grande Guerra, specialmente nelle scuole. Nelle fabbriche, nei campi, negli ospedali, in missioni delicatissime, nella fatica quotidiana e nella spesso straziante elaborazione di lutti domestici le donne italiane divennero con ogni evidenza protagoniste della vita nazionale. Lo si vide nella solenne celebrazione del Milite Ignoto, scelto ad Aquileia da Maria  Bergamas, madre di un caduto non identificato, e traslato sino all'Altare della Patria in un'Italia cementata nel ricordo del sacrificio. Non erano stati i cittadini a decidere la guerra. Il Parlamento stesso l'aveva più subìta che voluta. Però furono gli italiani a sopportarne il peso e a vincerla. Lo comprese bene Vittorio Emanuele III, che elevò il Vittoriano a tempio della Terza Italia, custode delle Bandiere e delle Medaglie d'Oro. Umberto II stabilì che lì dovevano essere conservati anche i Grandi Collari della Santissima Annunziata, per ricordare che il Principe non opera in solitudine ma contornato dai suoi fidi, a loro volta chiamati a suscitare il consenso. Lì è il segreto degli Stati che durano nei secoli.      
Canìschio ha riproposto la parabola dell'Unità nazionale: l'Italia non nacque per caso ma da Idee forti, il “Risorgimento”, la Terza Roma, e grazie a una dirigenza diffusa, consapevole, motivata, non “tirata a sorte” ma eletta in gara leale tra cittadini, libera da vincoli di mandato e di comprovata esperienza culturale, professionale e “politica”: la missione più alta nello Stato, come 2500 anni addietro spiegò Socrate, condannato a morte dagli ateniesi proprio perché li esortava alla serietà. La città non gli dette retta. Finì succuba di Filippo il Macedone, un barbaro rispetto a Pericle. 
Dopo Caporetto tutto sembrava perduto ma agli ordini del nuovo Comandante Supremo, il napoletano Armando Diaz, l'Esercito arginò l'avanzata austro-tedesca, che, ormai lontana dalle basi di partenza, si esaurì sulla sinistra del Piave e contro le poderose difese del Grappa, allestite dal preveggente Luigi Cadorna, da sempre consapevole che quello sarebbe stato il bastione per fermare il nemico (non solo austro-ungarici e tedeschi ma croati e sloveni, i più accaniti). 
La parabola proposta da Canìschio è di vidida attualità. L'Italia superò la prova memore dei suoi principi fondativi: indipendenza, dopo secoli di dominio straniero; unità, dopo mille e cinquecento anni di frantumazione in feudi, comuni e signorie, tutti comunque “vassalli”; e libertà, cioè partecipazione dei cittadini alle decisioni che mettono in gioco lo Stato e le loro sorti. A lungo la storiografia di matrice ideologica ha esaltato il “Principe” di Niccolò Machiavelli, utilizzato soprattutto da Antonio Gramsci e dal suo “editore”, Palmiro Togliatti, a beneficio del Partito comunista italiano. Mentre  Machiavelli esortava il Principe a redimere l'Italia dal giogo dei barbari e a creare lo Stato, quello gramscio-togliattiano intendeva soggiogare l'Italia esistente a un partito-chiesa, presto degradato a partito-spugna, così zuppo di prestiti estranei da risultare irriconoscibile: una profezia di quanto anche oggi accade ad altri “cartelli” che si atteggiano a prìncipi ma risultano privi di “senso dello Stato”.    
 Per comprendere le radici remote della Riscossa del 1917-1918 giovano il ricordo del clima nel quale nacque l'unità nazionale, oggi come ieri patrimonio irrinunciabile, e una sintetica panoramica della dirigenza politica locale. A metà Ottocento, quando contava sei volte la popolazione attuale, Canìschio era fra i 37 Comuni del collegio elettorale di Cuorgné. Il 27 aprile 1848 questo elesse deputato Pier Dionigi Pinelli (1804-1852), primo ufficiale al ministero della pubblica istruzione. Secondogenito di un alto magistrato fedele a Casa Savoia anche durante l'annessione degli Stati sabaudi di Terraferma da parte della Francia repubblicana e napoleonica (1798-l814), mentre il fratello maggiore, Alessandro, seguì le orme del padre nella Magistratura e il minore, Ferdinando Augusto, imboccò la carriera militare, Pier Dionigi, laureato in legge a Torino a soli 19 anni, si dedicò alla professione forense. All'Università aveva coltivato l'“amicizia pericolosa” con il teologo Vincenzo Gioberti, poi coinvolto in una cospirazione liberale e nel 1833 costretto a esulare in Francia, ove scrisse opere fondamentali non solo per il neo-guelfismo, che propose una federazione italiana presieduta dal papa, ma per la diffusione dell'idea di unione nazionale, prima monopolio di società segrete, quali la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, i cui metodi (attentati, moti armati...) furono deplorati e respinti da Massimo d'Azeglio e, in generale, dai moderati.
   La prima elezione della Camera “subalpina” (termine riduttivo perché accanto ai “piemontesi” essa contava nizzardi, savoiardi, liguri e sardi e dal 1849 ebbe molti esuli politici, affluiti dagli altri Stati italiani) avvenne nell'entusiasmo degli iniziali successi dell'Armata sabauda nella guerra federale del marzo 1848 contro l'Austria. Due giorni dopo, però, Pio IX, artatamente celebrato quale papa liberale, sconfessò la partecipazione dello Stato pontificio al conflitto contro Francesco Giuseppe d'Austria, usbergo della Chiesa cattolica. Malgrado la vittoria a Goito e la presa di Peschiera, per Carlo Alberto di Sardegna, re costituzionale, iniziarono le sconfitte. Il maresciallo austriaco Radetzky aveva alle spalle le immense risorse dell'Impero, riportato all'ordine con la repressione delle rivolte scoppiate a Vienna e a Praga. L'8 agosto 1848 il generale Carlo Canera di Salasco firmò l'armistizio. Nel suggestivo Castello di Marchierù, un gioiello da visitare in Villafranca Piemonte, tra molti cimeli si conserva la scrivania sulla quale l'atto fu sottoscritto. La presidenza del governo passò da Cesare Balbo ad Alfieri di Sostegno e Perrone di San Martino. Pinelli vi entrò come ministro dell'Interno. Da due anni era capofila dei moderati. Nel 1847 a Casale Monferrato (sua seconda patria) aveva  presieduto il congresso dell'Associazione agraria che incitò Carlo Alberto ad assumere la guida dell'indipendenza italiana. Nel gennaio 1848 fondò il settimanale liberalmoderato “Il Carroccio”, al quale collaborarono Giovanni Lanza e Carlo Cadorna. Per Pinelli il Carroccio era il simbolo poi cantato da Giosue Carducci in “La Battaglia di Legnano”: non fomite di divisioni campanilistiche ma propugnacolo della lotta unitaria per l'indipendenza. Non per caso a scrivere la prima corposa storia della Lega lombarda (già soggetto di un magnifico quadro di Massimo d'Azeglio) fu l'abate di Montecassino Luigi Tosti, fautore dell'unità nazionale in rotta di collisione con Pio IX. 
Per Pinelli il difficile venne dopo. Ormai in aperto contrasto con Gioberti (che pretendeva la prosecuzione della guerra a tutti i costi) nelle elezioni del 22 gennaio 1849 egli venne sconfitto a Cuorgnè dal teologo ex amico, che però, pago di averlo umiliato, optò per il collegio Torino III. In marzo arrivò il peggio: la “brumal Novara”, l'abdicazione di Carlo Alberto, l'armistizio di Vignale, che salvò l'assetto costituzionale del regno ma al “Piemonte” impose un'ingente “riparazione” finanziaria e la temporanea occupazione militare straniera di piazze strategiche. Rieletto, nel nuovo governo presieduto dal generale De Launay Pinelli tornò all'Interno. In tale veste sostenne la repressione dell'insorgenza repubblicana a Genova attuata dal generale Alfonso La Marmora, che la ritenne inaccettabile “tradimento in faccia al nemico”.
Quattro volte confermato deputato di Cuorgnè e ministro dell'Interno nel governo presieduto da Massimo d'Azeglio (maggio 1849: se ne veda l'Epistolario curato dal provenzale Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi), Pinelli divenne la personalità eminente della Camera, che il 29 dicembre 1849 lo elesse presidente. In tale veste compì una delicata missione a Roma per convincere Pio IX a rimuovere l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, che aveva fatto negare il viatico al morente Pietro de' Rossi di Santa Rosa, perché come ministro  aveva approvato le “leggi  Siccardi” per l'abolizione del foro ecclesiastico separato, la medievale immunità dei luoghi sacri e altre misure necessarie a condurre il clero nel diritto comune. Pinelli non raggiunse lo scopo. Tratto in arresto da La Marmora e deportato nel forte di Fenestrelle, benché fregiato del Collare della SS. Annunziata e quindi “cugino del Re”, mons. Fransoni fu costretto all'esilio perpetuo in Francia.   
Morto Pinelli, neppure cinquantenne (destino parallelo a quello di Camillo Cavour), e dopo due rappresentanti di minor rilievo, Cuorgnè elesse deputato il massone Terenzio Mamiani, ministro della Pubblica istruzione, genio poliedrico che nominò il venticinquenne Giosue Carducci docente di letteratura italiana all'Università di Bologna. Quando Mamiani divenne ministro plenipotenziario di Grecia (all'epoca in cerca di un Re: si pensò anche a un Savoia), il 7 luglio 1861 Cuorgnè elesse deputato il generale Ferdinando Augusto Pinelli (1810-1865), ormai al culmine di una carriera militare che lo vide passare di successo in successo, anche nel Mezzogiorno, ove nel settembre 1860 comandò l'assedio di Ancona e nel marzo 1861 quello di Civitella sul Tronto, ultima resistenza borbonica. Pinelli non esitò a bollare Pio IX “Vicario non di Cristo ma di Satana” e “sacerdotal vampiro”. Fautore del primato della fanteria, tra molte opere di strategia e di tattica Pinelli scrisse la poderosa “Storia militare del Piemonte dal 1748 al 1796”, sulla traccia di Carlo Denina e a continuazione del capolavoro di Alessandro Saluzzo di Monesiglio, autore di cinque volumi scritti per rivendicare la centralità della tradizione militare durante l'annessione del Piemonte al napoleonico Impero dei Francesi. Dedicata “alla gioventù italiana” l'opera di Pinelli fu un inno all’identità tra cittadino e milite, come nell'antica Roma, per liberarsi dalle “irte falangi del dispotismo”.
Alla sua morte Cuorgnè elesse deputato il generale Trofìmo Arnulfi (1803-1880), nativo di Escarène, nel Nizzardo. Giunto ai vertici del Corpo dei Reali Carabinieri dopo innumerevoli delicatissime missioni (contro mazziniani, briganti, nemici dell'ordine: nel maggio 1859 sventò un attentato a Vittorio Emanuele II e a Napoleone III che stavano entrando in Milano, liberata dal giogo asburgico), nei quindici anni di mandato parlamentare Arnulfi propugnò numerosi disegni di legge per potenziare le Forze Armate del giovane Regno d'Italia, la cui difesa era in tanta parte da ideare perché (a eccezione del regno di Sardegna) gli Stati preunitari avevano (quando l'avevano: in genere erano succubi dell'Austria o di Napoleone III) una visione miope della politica estera e della difesa.
Gli artefici della Terza Italia erano dunque molto più  numerosi dei 508 collegi elettorali del Paese: formavano una vastissima dirigenza che giorno dopo giorno cementò l'unità nazionale grazie a due strumenti decisivi: l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita e la leva militare, parimenti obbligatoria, in linea con la tradizione dello Stato sabaudo. Vanto degli elettori di tanti collegi fu (e rimane) di aver messo i loro voti a sostegno non solo di notabili locali meritevoli di un seggio parlamentare ma anche di personalità di spicco nazionale, in una concezione superiore della “sovranità”. Fu il caso di Cuorgnè. 
La cittadina dette i natali anche a un protagonista pressoché ignorato della storia d'Italia, Domenico Maiocco (1883-1969). Ufficiale degli alpini temporaneamente in congedo per malattia contratta al fronte, nell'agosto 1917 questi si mise a disposizione di Giovanni Giolitti per il rinnovamento civile del Paese. Socialista e antifascista, iniziato massone nel 1923 nella loggia “Vita Nova” di Alessandria, dopo il 1943 Maiocco divenne gran maestro della Massoneria Italiana Unificata, riconosciuta dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato degli Stati Uniti d'America. “Sconosciuto messaggero del colpo di Stato” (come è intitolata la sua biografia, scritta da Antonino Zarcone, già capo dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito), a ridosso del 25 luglio 1943 Maiocco fece da tramite fra gerarchi antimussoliniani, il leader degli antifascisti democratici, Ivanoe Bonomi, e Re Vittorio Emanuele III. Pensava in grande e agiva di conseguenza, per ricollocare l'Italia nella catena di unione delle liberal-democrazie occidentali. Anch'egli, come i Pinelli, Mamiani e Arnulfi, meriterebbe un adeguato ricordo, e non solo nella sua nativa Cuorgnè. Il Centenario della Vittoria è il momento propizio al ripasso generale della storia che ha fatto grande l'Italia, per coglierne i punti di forza e metterla in guardia da errori irreparabili.  
Aldo A. Mola

ANCHE IL PAPA RIFIUTA LA PENA DI MORTE
NON C'E PIU' IL BOIA DI UNA VOLTA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
Mastro Titta   Con Rescritto pubblicato il 1° agosto 2018 negli Acta Apostolicae Sedis e nell'“Osservatore Romano”, papa Francesco ha mutato il titolo n. 2667 del Catechismo della chiesa cattolica. La modifica risale all'udienza concessa l'11 maggio scorso al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Luis Ladaria, sempre in perfetta sintonia con il pontefice. Il Catechismo pubblicato nel 1992 da papa Giovanni Paolo II raccomandava alle “autorità” di impiegare “mezzi incruenti per difendere le vite umane dall'aggressore e per proteggere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone”, sempre che risultassero “sufficienti”. Diversamente si passava alle “vie di fatto”. Il nuovo titolo 2267 insegna che “il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune”, ma oggi “è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta”, neanche dopo aver commesso i crimini peggiori. Inoltre si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, “non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”, come accadrebbe se venissero giustiziati. Le carceri di massima sicurezza non sono invenzioni recenti. Per capirlo, basta visitare il “pozzetto” del forte di San Leo nel quale venne gettato il conte di Cagliostro. Forse aiutato a morire a bastonate, ne uscì cadavere e della sua salma si perse ogni traccia.    
  Già l'11 ottobre 2017 al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione papa Francesco aveva dichiarato che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona”.  
  Il Rescritto del 1° agosto è stato accolto dall'entusiasmo dei fautori dell'abolizione universale della pena capitale e dalle argomentate riserve di quanti rivendicano il fondamento teologico dell'uso della pena capitale, enunciato da Tommaso d'Aquino nella “Summa”, ripetutamente invocata dal Sacro Soglio quale fondamento della dottrina cattolica. Poiché il dibattito sull'“innovazione” bergogliana è destinato a durare, è opportuno domandarsi se e quanto essa davvero innovi e quali possano esserne le ricadute. 
  Una prima considerazione si impone. La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo si appella alla “sensibilità” odierna dinnanzi all'equilibrio tra crimine e pena, alla luce della “dignità” originaria della persona e della sua redimibilità in stato di sicura contenzione, oggi possibile grazie ai progressi dei sistemi di detenzione: argomentazioni che rimangono sul piano dell’opportunità e dell’evoluzione sociale, cioè della “organizzazione”, in linea con il neopelagianesimo che proprio papa Bergoglio ha ripetutamente e solennemente condannato quale eresia, espressione di Satana, da estirpare senza misericordia.
  La “novella” pontificia, a ben vedere, manca di forza declaratoria. Non è un comandamento chiaro e solenne, quale il celebre: “Non uccidere” (Gesù, Discorso della Montagna, Matteo 5, 21). Infatti essa lascia intatto il n. 2266, secondo il quale l'“insegnamento tradizionale della chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte. Per analoghi motivi, i detentori dell'autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità”. 
  La “novella” nulla modifica dei titoli ancora più impegnativi del Catechismo (2307-2317), che prevedono la “legittima difesa con la forza militare” da parte delle nazioni aggredite, ovvero la “guerra giusta”: tema vastissimo, richiamato al centro dell'attenzione da Giovanni Paolo II quando esplose la prima Guerra del Golfo. Al riguardo il titolo 2310 non lascia adito a dubbi: “I pubblici poteri hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli”; salva restando la ferma condanna di “ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti”, delitti “contro Dio e contro la stessa umanità”.
Il Catechismo di papa Giovanni Paolo II, nei punti non modificati da papa Bergoglio, predica infine il diritto e il dovere delle autorità pubbliche di regolamentare la produzione e il commercio delle armi, che in sé non costituiscono dunque “male assoluto” (a differenza di quanto tre anni fa asserito da papa Francesco a Redipuglia) perché rientrano nel diritto alla difesa teologicamente e dottrinalmente ammesso. Va aggiunto che tra i compiti più emotivamente dolorosi ma ineludibili del privare della vita vi è far parte di un plotone di esecuzione.
    Alla riformulazione del titolo 2267 del Catechismo questo 1° agosto  2018 il pontefice è pervenuto settant'anni dopo la promulgazione della Costituzione italiana  che recita: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”, all'epoca vigenti e successivamente modificate con la totale esclusione della pena capitale. Di più. L'abolizione  della tortura quale strumento processuale e della pena di morte costituisce speciale vanto della Grande Italia. Nella Repubblica di Venezia non si registrarono esecuzioni dall'inizio del Settecento. Il suo governo disponeva di mezzi detentivi leggendari, a cominciare dai Piombi. L'evasione di Giacomo Casanova, propiziata da conniventi sui quali lo scrittore libertino per molti motivi tacque (ne scrive Enrico Tiozzo, premio Carducci per la critica letteraria), costituì l'eccezione che conferma la regola. Altrettanto efficace era la macchina carceraria del Granducato di Toscana quando Pietro Leopoldo per primo in Europa abolì tortura e pena capitale.
Era invece ormai esanime la Repubblica romana quando nel 1849 pubblicò la sua mazziniana Costituzione (tutt'oggi esemplare), che sancì l'abolizione della pena di morte. Dalla nascita, nel 1861, la Nuova Italia si prefisse l'unificazione dei codici, prima il civile (1865), poi il penale (1889). Quest'ultimo venne varato dal governo presieduto dal massone Francesco Crispi, con il “fratello” Giuseppe Zanardelli alla Giustizia. Ancora una volta l'Italia anticipò i paesi tanto più decantati quali alfieri delle libertà: Francia, Gran Bretagna, Spagna, a tacere dell'Austria-Ungheria, ove l'“imperatore degli impiccati” Francesco Giuseppe nel 1882 firmò l'esecuzione capitale di Guglielmo Oberdan, suscitando l'indignazione di Victor Hugo e di Giosue Carducci, che a 15 anni era stato rinchiuso dalla Gendarmeria granducale nella cella “di forza” del carcere di Firenze. Se ne ricordò per il resto della vita: “Passa la nave mia, sola nel pianto...”, come documentammo con Guglielmo Adilardi dieci anni addietro.
   Nel 1879 Umberto I, il “Re buono”, commutò in ergastolo la condanna a morte di Antonio Passannante, attentatore alla sua vita. Di fatto la pena capitale non veniva eseguita in Italia dieci anni prima della promulgazione del nuovo codice penale, vulnerato nel 1926 con la sua reintroduzione dopo i quattro attentati a Mussolini e poi con il “codice Rocco” del 1930, che la estese a molte fattispecie. Venne abolita definitivamente dal Luogotenente Umberto di Piemonte (agosto 1944), salve le misure eccezionali connesse allo stato di guerra e per i delitti di regime, con sentenze poi pronunciate da assisi straordinarie.
    Anche se prudente e parziale, la “novella” di papa Bergoglio va plaudita per almeno tre motivi. In primo luogo la Chiesa di Roma risulta l'unica delle tre religioni abramitiche a prendere le distanze dal ricorso alla pena capitale come compensazione di crimini, quale ne sia la gravità. Secondo gli ebrei Dio stesso sanziona il peccatore. Valga d'esempio la punizione di chi venne sorpreso a raccogliere legna in giorno di sabato: “Mosè ed Aronne lo incarcerano in attesa di istruzioni dall'Altissimo. Jahve disse a Mosè: L'uomo deve essere messo a morte. Lo lapidi tutta la comunità fuori dall'accampamento. Tutta la comunità lo fece allora uscire, lo lapidò e quegli morì, come Jahvè aveva ordinato a Mosè” (Numeri, 15, 32-36). Lapidazione (una morte lenta e orrenda, usata anche ai danni delle prostitute, lasciando indenni i loro profittatori) per quattro arbusti, raccolti nelle ore vietate... 
   L'altra religione abramitica, l'islam in tutte le sue molteplici varianti, non solo prevede la pena capitale e altre punizioni corporali efferate (mutilazioni, frustate...), offensive della dignità umana, ma predica la guerra di conquista e lo sterminio dell'infedele che non si sottometta e non paghi il dovuto alla “umma”. Nei paesi ove dilagano, gli islamici sono impediti dalla legge comune di applicare il Corano, ma sappiamo come lo osservino “a casa loro” (Arabia Saudita, Iran, Turchia...) anche quando non sono fondamentalisti.    
  In secondo luogo, con la piccola ma significativa riforma del catechismo papa Bergoglio si rivolge anzitutto alla moltitudine di Stati di matrice cristiana che in Europa e nelle Americhe continuano ad applicare la pena capitale (dalla Bielorussia a una trentina di  componenti degli Stati Uniti d'America, a Cuba, Cile, Perù...). I loro governanti hanno qualche argomento in meno per continuare su una strada che alterna carceri sovraffollate spesso teatro di rivolte sanguinose (è il caso del Brasile) a fortilizi di massima sicurezza, come Guantanamo, ove la tortura fisica si accompagna a quella psicologica.
  Va infine rilevato che, pur senza accennarvi, il pontefice avanza l'esecrazione nei confronti della condotta tenuta in passato dalla Santa Sede come governo statuale e dal Sacro Soglio quale suprema autorità teologica, dogmatica, dottrinale e catechistica: un percorso mirabilmente perlustrato da Luciano Pacomio, all'epoca vescovo di Mondovì, in “Storia e struttura del Catechismo” (Libreria Editrice Vaticana, 1992). Se la prima si limitò a condannare uomini e donne anche alla detenzione perpetua (da scontare talvolta in edifici religiosi), la seconda, poiché “Ecclesia abhorret a sanguine”, non esitò ad affidare al braccio secolare quanti via via ritenne dovessero essere fisicamente eliminati: anche sacerdoti previamente sconsacrati (avvenne ancora con Ugo Bassi e con il mazziniano don Enrico Napoleone Tazzoli, che si era messo in luce anche in un Convegno degli Scienziati Italiani) ed “eretici” impenitenti, da Arnaldo da Brescia a Giordano Bruno e molti altri ancora.
   Chiusa la stagione delle sterili e superflue “scuse”, forse albeggia quella di una riflessione profonda sulla povertà di tante “antiche condanne”, pronunciate nei secoli senza argomenti teologicamente convincenti. È il caso della scomunica della Massoneria, revocata in dubbio nel 1974 dal prefetto della congregazione per la dottrina della Fede, cardinale Ferenc Seper che all'arcivescovo di New York, Joseph Kroll, scrisse che la chiesa può ormai accogliere i cristiani iscritti a logge che non cospirano contro di lei. Bisognava procedere “con discernimento” e senso della storia: l'humus dal quale è spuntata la piccola “riforma” bergogliana. Certo il Papato odierno è lontano anni luce dall’epoca in cui Mastro Titta suppliziava in Roma tra gli applausi di sadiche folle plaudenti. “Parva favilla gran fiamma seconda....”. Alla vigilia di San Lorenzo la Speranza è l'ultima a morire. 
Aldo A. Mola 

VITTORIO AMEDEO II DI SAVOIA
IL RE “ISOLATO”
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

Vittorio Amedeo II di SavoiaTrecento anni fa col Trattato di Londra del 2 agosto 1718 Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1666-1732), fu riconosciuto Re di Sardegna, in cambio della rinuncia alla corona di Sicilia, conferitagli con la pace di Utrecht del 1713 e poi riconfermata con quella di Rastadt del 1714, a conclusione della guerra di successione sul trono di Spagna. Venne così ribadita la vocazione mediterranea della Casa di Savoia, iniziata con l'annessione di Nizza. Il ripiegamento dalla Trinacria alla Sardegna costituì una svolta per il re, per il Vecchio Piemonte e per l'intera storia d'Italia, tanto più che, all'epoca, la Corsica era ancora sotto dominio del genovese Banco di San Giorgio di Genova, una tra le mete più agognate dai sovrani sabaudi. Lo stesso Vittorio Amedeo II, prima di rassegnarsi al baratto (tutto in perdita) tra l'Isola del Sole e la “petrosa” terra dei nuraghi aveva tentato di ottenere il ducato di Parma e la Toscana col titolo di Re di Liguria. Per cogliere l'importanza della svolta del 1718-1720, quando il sovrano prese possesso effettivo della Sardegna, giova un panorama sintetico della sua personalità e dei tempi procellosi nei quali visse. 
Da Martin Meitens Vittorio Amedeo II fu ritratto in abiti sfarzosi, perché così è il Re: ritto, onusto dei simboli del Potere, l'indice della destra teso ad additare il Destino, la sinistra a difesa sul fianco guarnito di spada, lo sguardo fermo di chi è fondamento e garante dell'Ordine. Nella vita quotidiana il duca di Savoia era però qual fu descritto negli “Aneddoti sulla Corte di Sardegna” dal suo confidente Blondel: “Sobrio e semplice nei suoi vestiti, d'estate e d'inverno l'ho visto con lo stesso abito color caffè, senza ori ed argenti, con grosse scarpe a doppia suola, con camicie di tela grossolana, senza pizzi e ornamenti. La sua spada aveva la guaina rivestita per un tratto da una striscia di cuoio per non sciupare l'abito. Per bastone usava un giunco con pomo di cocco. Di magnifico aveva le parrucche, per nascondere la calvizie che l'aveva colpito durante l'assedio di Verrua; i capelli non sempre erano rinfrescati. Poiché amava molto camminare a piedi, nei giorni di maltempo indossava un surtout azzurro. In casa portava una vestaglia di taffetà verde foderata di pelle d'orso bianco; d'inverno l'orso era al di dentro, d'estate era al di fuori”.
Così apparentemente dimesso, Vittorio Amedeo II aveva volontà di ferro, visione politica vastissima e un senso supremo della sua missione. “Costretto dalla politica a non avere confidenza sicura in nessuno – ha scritto Francesco Cognasso nell'insuperata Opera “I Savoia” - poca gioia trovò nella famiglia”. 
Orfano a nove anni del padre, Carlo Emanuele II, in conflitto con la madre, Giovanna Battista di Nemours, francesizzante, a diciannove anni Vittorio Amedeo sposò la quattordicenne Anna Maria d'Orléans. Dopo averne avute tre figlie, si legò a Giovanna de Luynes, moglie del conte di Verrua, e ne ebbe Vittoria e Vittorio Francesco, riconosciuti ed elevati a marchesa e marchese di Susa. Nel 1700, quando iniziò la guerra di successione spagnola, la prima delle tre che sconvolsero l'Europa sino alla pace di Aquisgrana del 1748, la contessa fuggì a Parigi con i segreti carpiti al duca. 
Riappacificato con la duchessa Anna, Vittorio Amedeo ne ebbe tre maschi, il secondo dei quali, Carlo Emanuele, destinato al trono. Vittorio Amedeo Filippo, il prediletto, morì sedicenne. La Casa fu ripetutamente colpita dal vaiolo. Ne fu contagiato egli stesso nel 1692, quando sentì vicina la Grande Visitatrice.
Come Emanuele Filiberto, vincitore sui francesi a San Quintino (1557) e restauratore dello Stato sabaudo, e Carlo Emanuele I (cinquanta anni al potere e altrettanti di guerre: 1580-1630), anche Vittorio Amedeo fronteggiò un conflitto dopo l'altro. Nel 1690 il ducato fu aggredito da Luigi XIV di Francia, il Re Sole. Agli ordini del maresciallo Catinat, dove passarono i francesi fecero il deserto: sterminarono la popolazione, distrussero e arsero edifici, anche religiosi, abbatterono gli alberi al ceppo. Lo Stato, però, resse. Bastava che il duca battesse il piede e dalla terra scaturivano guerrieri fedeli al sovrano perché consci dell'unità della loro sorte. Ne ha scritto da par suo il generale Oreste Bovio in “Dal Piemonte all'Italia. Tre secoli di storia militare” (ed. Bastogi). Come riconoscevano ambasciatori e osservatori stranieri, in Italia il duca di Savoia era l'unico ad avere un progetto politico proprio. Fiero del titolo di Vicario del Sacro Romano Imperatore, nella guerra di successione sul trono di Madrid (che possedeva l'America dal Messico alla Terra del Fuoco, Brasile a parte, le Filippine e due terzi dell'Italia, da Napoli a Milano), Vittorio Amedeo si schierò contro i Borbone di Francia, che però infine sostituirono gli Asburgo in Spagna e nei suoi possedimenti, tranne quelli italiani, passati da Madrid a Vienna. Nel corso di quel lungo e duro conflitto l'armata del Re Sole agli ordini dello spietato La Feuillade fu sul punto di espugnare Torino (1706). Il duca spezzò l'assedio con l'aiuto del geniale cugino, Eugenio di Savoia, vincitore sui turchi, benemerito della civiltà occidentale e cultore di molti riti, come tutti i grandi Capitani di quei secoli, da Wallenstein a Montecuccoli.
La Fortuna asseconda gli Audaci. Al termine della guerra, il 22 settembre 1713il duca di Savoia ottenne il rango di Re di Sicilia. Ne ha scritto, e bene, lo storico siciliano Tommaso Romano, componente della Consulta dei senatori del regno. Con lui il titolo regale riapparve in Italia ove era stato cancellato da quando il sovrano francese Carlo VIII di Valois aveva spazzato il regno di Napoli, ove, narrano i cronisti, tutti gli si gettavano ai piedi e chi non arrivava a baciarne la mano o un lembo delle vesti leccava ove era passato.
Su nave inglese Re Vittorio salpò da Nizza alla volta dell'Isola del Sole, accompagnato dalla consorte e da 6.000 fanti. Gli inglesi gli offrirono anche 4.000 uomini. Li rifiutò per non apparire né, meno ancora, essere sotto tutela di chi già possedeva Gibilterra e Minorca e in cambio dell'aiuto voleva basi in Sicilia. Il 24 dicembre fu incoronato Re nella cattedrale di Palermo, che conserva le spoglie di Federico II, lo Stupor Mundi. Uso a pensare in grande, nei dieci mesi di permanenza nell'isola il Re studiò luoghi, costumi e caratteri della popolazione, saggiò la diffidenza di potentati autoreferenziali e ne colse la distanza dal suo concetto di Stato: la Monarchia assoluta, fondata su dirigenza fedele esclusivamente al sovrano. Dalla Sicilia trasse con sé alcune personalità destinate ad accelerare la modernizzazione del Vecchio Piemonte: i giuristi D'Aguirre, poi artefice della riforma dell'Università degli studi, e Pensabene e il celebre architetto Filippo Juvarra.
Da tempo aveva avviato la redazione del catasto e riforme fiscali, caposaldo dello Stato, come un secolo addietro documentarono storici dell'economia quali Giuseppe Prato e Luigi Einaudi. 
Nei quattro anni seguenti lo scenario europeo mutò rapidamente: l'Impero asburgico, la Gran Bretagna di Giorgio di Hannover, l'Olanda (sempre al seguito di Londra) e la Francia formarono la Quadruplice alleanza, tra i cui obiettivi vi fu il ritorno della Sicilia a Vienna, che già aveva il ducato di Milano e il regno di Napoli. Su impulso del cardinale Alberoni, fiduciario di Elisabetta Farnese, moglie di secondo letto di Filippo V Borbone di Spagna, dal 1717 Madrid aveva iniziato l'occupazione della Sardegna. Il 1° luglio 1718 33.000 militari spagnoli sbarcarono a Palermo, da molti accolti come liberatori. Le milizie sabaude erano sparute, disseminate in troppe fortificazioni e destinate a soccombere in caso di confronto armato. 
Isolato e impossibilitato a difendere l'inarrivabile Sicilia, Vittorio Amedeo tentò le carte della diplomazia per ingrandirsi verso Milano, l'Emilia, la Toscana e ottenervi una corona. Sennonché il Sacro Romano Imperatore non riconosceva alcun titolo regale sulla Terraferma. L'ascesa di Federico III Hohenzollern a re di Prussia (18 gennaio 1701) fu il capitolo di una storia a parte, quella dell'area evangelico-riformata.
Con sano realismo, rifiutati vari allettamenti, l'8 novembre 1718 il sovrano sabaudo accettò le decisioni della Quadruplice e fece… san Martino dalla Trinacria alla Sardegna. Il cambio era in netta perdita, ma il Re rivendicò e ottenne il riconoscimento della successione sul trono di Madrid se e quando si fosse prospettata. Un secolo e mezzo dopo, su impulso del forse “fratello” generale Prim, le Cortes di Spagna elessero re Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta: una decisione che affondava radici nella lunga storia d'Europa e in quel momento vedeva nella Casa sabauda il propugnacolo del buon governo e delle libertà.
I “missi” di Vittorio Amedeo descrissero la Sardegna peggio di qual era. Di fatto, con appena trecentomila abitanti contro un milione e duecentomila siciliani, l'isola era pressoché priva di porti agibili da flotte commerciali, strade carrozzabili, manifatture. La popolazione, sintetizza Francesca Rocci nel succoso profilo di Vittorio Amedeo II (Edizioni del Capricorno), era estremamente povera, sparsa, agglomerata in borghi di rado reciprocamente comunicanti e soprattutto refrattaria alle “novità”. Il Re decretò il rispetto di usi e tradizioni locali e coltivò l'intesa con il notabilato che si rivelò nel tempo il nerbo del Regno, pari solo alla dirigenza sabauda di aristocratici e borghesi, quali Giambattista Bogino e il monregalese Carlo Francesco Ferrero, marchese di Ormea. Non per caso l'Inno Sardo accompagnò le fortune della Casa e il “senso dello Stato” anche dopo l'eclissi della monarchia, tanto che il mai abbastanza rimpianto Francesco Cossiga volle fosse eseguito quando, motu proprio, lasciò anzitempo il Quirinale.
Nel 1686, su pressione di Luigi XIV, che aveva revocato l'Editto di Nantes, anche Vittorio Amedeo II scatenò una feroce persecuzione contro i valdesi ai quali Emanuele Filiberto nel 1561 aveva invece concesso libertà di culto nelle loro “valli”: un modello di tolleranza per l'Europa sconvolta dalle guerre tra le diverse confessioni cristiane. I valdesi resistettero in armi. Ne nacque un conflitto che coinvolse gli evangelici svizzeri e la Gran Bretagna. Alle strette, il duca revocò i provvedimento ostili nei confronti dei regnicoli valdesi, protagonisti del “Glorioso ritorno”. Da Duca e da Re, Vittorio Amedeo ebbe chiaro che il suo vero nemico era altrove. Nel 1720 papa Innocenzo VIII rifiutò di riconoscergli il titolo di Re di Sardegna e non ne approvò i designati a sedi vescovili. Le trattative fra Torino e la Santa Sede furono condotte dal marchese di Ormea e si trascinarono sino al concordato del 29 maggio 1727.
Lo stesso 1727 il sessantunenne Vittorio Amedeo chiamò al fianco il ventiseienne Carlo Emanuele per addentrarlo nei segreti del Potere. Il 26 agosto 1728 morì la regina, Anna Maria d'Orléans. Maria Teresa Reineri, studiosa di Fisica Nucleare, Cibernetica e Teoria dell'Informazione, ne ha scritto la biografia in un volume poderoso (ed. Centro Studi Piemontesi), che ne analizza la generosità verso il consorte e il profondo affetto verso il “Piemonte”. Fu anche antesignana dello stile due secoli dopo riproposto da Maria José del Belgio, sposa di Umberto di Piemonte, come documenta la Mostra “Reine de l'Elegance”, in programma al Castello di Sarre dal 5 agosto al 23 settembre.
Gli ultimi anni del Re furono convulsi, persino strazianti. Avviate la costruzione della Basilica di Superga e della Palazzina di Caccia di Stupinigi, capolavori di Filippo Juvarra, il 12 agosto 1730 il Re si unì in nozze morganatiche (cioè tra “dispari” e valide sotto il profilo religioso, ma non agli effetti dinastici) con Carlotta Canalis di Cumiana, antica fiamma elevata a marchesa di Spigno. Il 31 seguente informò il figlio che avrebbe abdicato. Lo fece il 3 settembre, partendo alla volta di Chambéry.
Allarmato da alcuni aspetti del nuovo corso politico intrapreso da Carlo Emanuele III, lo tempestò di consigli e moniti. Colpito da ictus cerebrale (5 febbraio 1731), in luglio vagheggiò di riprendere lo scettro. Mosse alla volta di Torino ma si fermò a Moncalieri, ove ricevette il Re. La notte del 28-29 settembre d'ordine del sovrano tredici ufficiali arrestarono Vittorio Amedeo II e la consorte e li destinarono l'uno al castello di Rivoli, l'altra a Ceva. Ormai quasi fuori di senno, Vittorio Amedeo II morì il 31 ottobre 1732 nel castello di Moncalieri, ove dall'aprile era ricongiunto con la consorte. 
Carlo Emanuele III ne continuò la politica espansionistica verso Milano, secondato anche dal notabilato sardo, che allo Stato dette militari, diplomatici, ecclesiastici e storici quali Giuseppe e Antonio Manno, fedelissimi alla Dinastia.
Quell'agosto di tre secoli fa Vittorio Amedeo II fece i conti con la Necessità che domina la Storia: un passetto all'indietro per poi farne uno in avanti. Cento anni dopo, finalmente in possesso della agognata Liguria, i Re di Sardegna imboccarono  la via che in cinquant'anni portò al Regno d'Italia. Le vicende di quel grande sovrano impartirono un'altra severa lezione: il Re abdicatario deve uscire dai confini dello Stato, come fecero Carlo Alberto nel 1849 e Vittorio Emanuele III nel 1946, per non intralciare l'opera della Corona: in Casa Savoia si regna uno per volta. 
Aldo A. Mola

1938: LE LEGGI RAZZIALI
DOVEROSO GENERALE “MEA CULPA”  SENZA RETICENZE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

Leggi Razzali da Wikipedia               Il 15 luglio 1938 “Il Giornale d'Italia”, quotidiano romano da tempo asservito al regime di partito unico, pubblicò il Manifesto degli scienziati sulla razza, firmato il giorno prima, anniversario della Rivoluzione francese che  il 27 settembre 1791 aveva abolito ogni discriminazione degli ebrei.  Poco dopo il segretario del Partito Nazionale Fascista, Achille Starace, vent'anni prima inutilmente iniziato alla loggia “La Vedetta d'Italia”, aggiunse un elenco di “studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane” aderenti al “Manifesto” sotto l'egida di Dino Alfieri, titolare del Min-cul-pop: abbreviazione dal suono involontariamente goliardico della Cultura Popolare. Tra i firmatari (alcuni fanatici, molti vanesi, taluni, come Sabato Visco, dal doppio tuffo carpiato nel lago profondo di contraddizioni ancestrali) Nicola Pende, studioso di vaglia, smentì di aver sottoscritto quello che, anche a chi avesse gli occhi foderati di antisemitismo, risulta un cumulo di castronerie.
  Tra le molte facezie sparate a zero nel Manifesto dai “chiarissimi” docenti spiccano alcuni enunciati apparentemente ovvi e molte affermazioni sconcertanti. Spigoliamo: “Le razze umane esistono (...) ma bisogna ammettere che esistono gruppi sistematici minori(...). Il concetto di razza è puramente biologico. Se gli italiani sono differenti dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci, ecc., non è solo perché hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa [quindi, osserviamo noi, gli italiani avevano poco a che vedere con i germanici di Hitler, accomunati ai turchi]. E' una leggenda l'apporto (in Italia) di masse ingenti di uomini in tempi storici. Esiste ormai una razza italiana. E' tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Precisata la differenza tra italiani, tedeschi e scandinavi e asserito l'abisso incolmabile tra gli europei (geograficamente indefiniti) e le “razze extraeuropee”, il Manifesto aggiunse la distinzione fra i Mediterranei d'Europa, “Occidentali”, da  “Orientali”e Africani. Respinta la ventilata insinuazione che gli europei fossero originariamente africani (così confondendo luogo geografico ed etnie) il Manifesto concluse: “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana” perché erano  “l'unica popolazione che non si è mai assimilata”. “I caratteri fisici e psicologici puramente europei non devono essere alterati in alcun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee”. Il Manifesto voleva essere squillo di tromba del razzismo all'italiana. Fu lugubre anticipazione della fase apicale della persecuzione cinque anni dopo,tra il 1943 e il 45, attuata dai nazionalsocialisti hitleriani ai danni degli cittadini italiani ebrei, con la connivenza di molti zelanti italioti.
Per quanto imbarazzante, quel 1938 va ricordato, anche in presenza della ricorrente confusione tra ebrei, israeliti e Stato d'Israele: realtà diverse, spesso mescolate e confuse ad arte per passare dalla condanna della “politica” israeliana a quella degli ebrei. Va per altro constatato che, a stretta maggioranza, il Parlamento di Gerusalemme ha da poco vulnerato la sua identità originaria  definendo Israele “Stato della nazione ebraica”: che però, ripetono giustamente gli ebrei “liberali” con comporta l'identificazione tra “popolo” e “religione”.  
Che “quel” 1938 sia una data scabrosa risulta manifesto dalla circospezione che per ora ne ha circondato la rievocazione. Esso va invece ricordato con due considerazioni preliminari e una sintetica memoria dei “fatti”. In primo luogo, sulla scorta di opere fondamentali anche se da decenni obliate, come quella di Leon Poliakov, l'antisemitismo non è un' “invenzione” di Adolf Hitler, Rosenberg, Himmler ecc., ma è millenario, come per altro emerge dalla lettura della Bibbia. In secondo luogo, addebitare le “leggi razziali” a chi le firmò, Vittorio Emanuele III, all'epoca capo di uno Stato ancora labilmente costituzionale, è un falso storico. 
In “Preghiamo anche per i perfidi Giudei. L'antisemitismo e la Shoah” (ed. Labirinti, candidato al Premio Acqui Storia 2018) Marino Ruzzenenti,  studioso documentato e niente affatto tenero nei confronti del Regime, conviene che il Manifesto e la sterzata razzistica di Mussolini, furono “una svolta, fulmine a ciel sereno, inattesa e dirompente nella sua radicalità”, varata  “a freddo” e per motivi niente affatto chiariti, in tante opere, dalla  famosa di Renzo De Felice a quelle di Michele Sarfatti. Perché mai il duce imboccò la china precipitosa delle “Leggi della vergogna”, passo passo documentate da Valerio Di Porto (prefazione di Francesco Margiotta Broglio, premio alla carriera Acqui Storia 2018, e Ugo Caffaz, Le Monnier, 2000)?  Starace balbettò una mezza spiegazione: “prima l'azione, poi la formulazione dottrinaria”: irrazionalismo puro. Neppure lui seppe motivarla. Né chiese chiarimenti a Mussolini,  passato da Angelica Balabanoff  (nota per la poca dimestichezza con l'acqua) alla tersa Margherita Sarfatti. Poche motivazioni  culturali e scientifiche offrì “La difesa della razza”, rivista frettolosamente allestita e diretta da Telesio Interlandi, che tenne ben nascosta la sua iniziazione giovanile in una loggia massonica quando aveva recapito alla Caserma Macao di Roma.
Già, perché il razzismo compulsivo del 1938 emulò l'antimassonismo isterico culminato nel 1925 con la prima “legge fascistissima”, volta a escludere i massoni dalla vita pubblica italiana: precedente diretto delle  leggi che dal 1938 cacciarono gli ebrei da Forze Armate (benché proprio il militare più decorato fosse israelita osservante, come ricorda il generale Alberto Rovighi in un'opera insuperata), pubblici impieghi e aule scolastiche pubbliche, con pesanti limitazioni anche nell'attività professionale e imprenditoriale. Cinque anni prima nelle biblioteche e nelle case aristocratiche e di alta borghesia era arrivato il volume dell' “Enciclopedia italiana” diretta da Giovanni Gentile, con la voce “Ebrei” scritta dal meglio degli italiani israeliti: l'antisemitismo serpeggiante era  considerato “sconveniente” e “volgare” dalle classi  colte, costernate dinnanzi alla pretesa esistenza di una presunta e inesistente “razza italiana”.
Il 16 agosto 1938 Mussolini e padre Tacchi Venturi S.J. ebbero l'incontro segreto “felicemente concluso al fine di ristabilire la buona armonia tra la Santa Sede e il governo italiano perturbata nelle ultime settimane”.  Il razzismo “alla Mussolini” ebbe via libera. 
In pochi mesi prese corpo un complesso di norme così assurde e inapplicabili che, come ben noto, il regime stesso “discriminò” dai loro effetti un ampio ventaglio di ebrei, dichiarati “ariani” perché benemeriti verso lo Stato (Medaglie d'Oro al Valor Militare...) e verso il regime (Sansepolcristi, Marcia su Roma, quanti si erano iscritti al partito dopo l' “affare Matteotti” mostrandosi più fascisti dei “quartarellisti”...). Non solo “di fatto”, ma “ope legis” la normativa razziale venne scardinata sul nascere, perché era concettualmente infondata, fatua, priva di basi scientifiche, culturali e politiche: fu “propaganda”, dalle conseguenze catastrofiche, radicata nel millenario antisemitismo strisciante.
Contrariamente a quanto si pretendeva e poi si asserì, in Italia gli ebrei non costituivano problema dall'unificazione nazionale, in specie dal Regno di Sardegna dopo i Regi decreti del marzo-aprile 1848 del Luogotenente Eugenio di Savoia (chissà perché anche Ruzzenenti li attribuisce a Carlo Alberto di Sardegna?) alla annessione di Roma all'Italia, che smantellò quanto rimaneva del regime di Pio IX, l'ultimo papa-re (settembre-ottobre 1870). Anche secondo la meticolosa “schedatura” degli ebrei rapidamente effettuata dall'amministrazione pubblica in coincidenza con il censimento del 1938 per cercar di capirne l'identità risultò che almeno diecimila dei circa 47.000 ebrei italiani non erano affatto osservanti. Moltissimi altri, va aggiunto, distinguevano tra fede e costumanze. Una seria indagine sugli italiani effettivamente cattolici avrebbe dato risultati ancor più sconcertanti, perché quasi nessuno era in grado di dire che cosa sia la Trinità, né lo Spirito Santo o il Corpo Mistico della Chiesa e tanti altri capisaldi della dottrina cattolica.
Imboccata la via dei regi decreti, il governo doveva proseguirla, malgrado la manifesta avversione di gerarchi come Italo Balbo (Mussolini lo bollava  quale  “porco democratico che faceva l'oratore nella loggia massonica Savonarola di Ferrara”) ed Emilio De Bono, tutt'altra pasta rispetto a Giuseppe Bottai, il cosiddetto “fascista critico” (ricorda Galeazzo Ciano nel suo Diario) che cavalcò l'antisemitismo di regime come fosse rivelazione suprema.
Benché noto, va ripetuto che Vittorio Emanuele III manifestò ripetutamente avversione nei confronti della normativa antiebraica. Gli venne e viene rimproverato anche da taluni “storici”  di non aver rifiutato la firma, a costo di abdicare. Lo avesse fatto, avrebbe riversato la responsabilità sul figlio trentaquattrenne, Umberto di Piemonte. Se a sua volta questi avesse abdicato, i poteri della corona sarebbero passati al figlio, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, nato un anno prima e quindi, secondo lo Statuto, con la reggenza della Regina, a sua volta chiusa nella tenaglia tra governo del duce e le variegate forze che lo sorreggevano, mentre Mussolini, auto-suggestionato dal “modello Hitler”, puntava ormai a emarginare la monarchia. Si considerava vincitore della guerra d'Etiopia, abile fiancheggiatore di Franco in Spagna e nelle trattative con Francia e Gran Bretagna per arginare Hitler (Conferenza di Monaco, settembre 1938): insomma, davvero l' “uomo della Provvidenza”.
Da dieci anni l'altro pilastro  del regime era la Chiesa cattolica, che aveva sempre riservato ostilità e diffidenza nei confronti degli ebrei. A tacere dei secoli andati, passati in rassegna da una pletora di opere, a fine Ottocento l'ebreo convertito Rocca d'Adria (Cesare Algranati) e la prima Democrazia cristiana (don Davide Albertario, etc.) fecero dell'antisemitismo militante il loro cavallo di battaglia contro l'Italia liberal-massonico-sabauda. Come il lupo che perde il pelo ma non il vizio, nel 1920 un innominabile spretato pubblicò per primo in Italia i “Protocolli dei Savi anziani di Sion” e propose al Gran Consiglio del Fascismo l'incompatibilità tra partito e logge massoniche, considerate ambulacro della quinta colonna ebraica.
Tanti cattolici erano per la “segregazione amichevole”: emarginare gli ebrei, non sterminarli, conservarli in una sorta di teca, separati ed esposti al ludibrio. Nelle occasioni solenni si pregava anche per i “perfidi giudei”.
Il clericalismo non  fu il brodo di cultura del razzismo fascista (niente affatto “all'acqua di rose” come asserì De Felice) ma lo propiziò e lo condivise, perché (a sua detta, finalmente) sgomberava il campo dall'occupazione del potere da parte degli israeliti, esigua minoranza. Valgano d'esempio le figure di padre Agostino Gemelli, di Mario Bendiscioli e di Teresio Olivelli.
I decreti vennero convertiti in legge non già dal re ma dal Parlamento, nel dicembre 1938: prima la Camera, poi il Senato, presenti 160 dei 400 patres in carica. Dieci votarono contro: tra questi sicuramente Luigi Einaudi ed Emilio De Bono. Era la Camera eletta nel 1934 con la partecipazione della stragrande maggioranza degli aventi diritto. Non era ancora la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, varata l'anno seguente. “Voto” e “democrazia”, “consenso” e “libertà” non sono la stessa cosa: il passato deve aprire gli occhi sul presente.  
Così furono poste le premesse, del tutto impreviste, per la sciagura del 1943-1945 quando i nazionalsocialisti si impadronirono delle liste degli italiani ebrei e li razziarono avviandoli allo sterminio, assecondati  dall'amministrazione pubblica con la connivenza di tanti cittadini zelanti.
“Chiedere scusa”, come andò di moda qualche anno addietro, non serve a nulla nella storia. Ma se mai qualcuno deve battersi il petto per quanto avvenne, a doverlo fare sono gli eredi delle correnti repubblicane del PNF (poi transitate nella RSI) e alcuni settori della chiesa cattolica, visceralmente antisemiti in Italia come nell'ex impero austro-ungarico, in tante regioni germaniche, in Polonia, in Spagna e anche in Francia, ove aveva prodotto guai vistosissimi  ai tempi dell' “affaire Dreyfuss”, mentre l'Italia di Umberto I e di Vittorio Emanuele III, di Crispi e di Giolitti era modello di integrazione e il Re assisteva alla consacrazione della Grande Sinagoga di Roma (1905).
Ottant'anni dopo quel 1938 rimane motivo di riflessione dinnanzi a nuovi assalti alla civiltà italiana, che risale a quella della Roma augustea, al Pantheon, alla filosofia neostoica e al neognosticismo, non per caso anche oggi bersaglio del fanatismo d'Oltre Tevere. 
Aldo A. Mola 
 
NEL 90° DELLA MORTE DI  GIOVANNI GIOLITTI
IL SENSO DELLO STATO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

 Giolitti2            A 90 anni dalla morte (Cavour, 17 luglio 1928) Giovanni Giolitti rimane lo Statista eminente della Nuova Italia. Il trascorrere del tempo lo rende anzi sempre più paradigmatico. Di famiglia borghese, orfano di padre a un anno, crebbe vegliato dalla madre, Enrichetta Plochiù, e dai suoi quattro fratelli che, scapoli, investirono sulla sua formazione e sulla sua ascesa al servizio dello Stato, impersonato dal Re, Carlo Alberto di Savoia-Carignano (1831-1849). Due degli zii di “Gioanin” erano magistrati (Melchior e Luigi); un terzo, Alessandro, venne promosso generale per il valore mostrato nella battaglia di San Martino (21 giugno 1859); il quarto, Giuseppe, medico, fu ripetutamente eletto deputato di Cavour al Parlamento subalpino dal 1848. Melchior, di ampie vedute liberali, fu azionista del giornale di Camillo Cavour, “Il Risorgimento”. 
  Il Risorgimento culturale e civile divenne la stella polare della vasta dirigenza del regno di Sardegna, restaurato e ingrandito con la Liguria dopo l'età franco-napoleonica (1814). Il nonno materno dello Statista, Giovanni Battista Plochiù, meritò la Legion d'Onore da Napoleone I. Magistrato, vedeva nell'Imperatore il “Genio del Mondo” (come scrisse Hegel) che incarnava gli ideali più durevoli della Grande Rivoluzione, i diritti dell'uomo e del cittadino, da riconquistare anche in Italia quale base per l'unità. A lungo non fu chiaro se questa dovesse tradursi in federazione degli Stati esistenti, in “unione” presieduta nominalmente dal papa (come proponeva Napoleone III) o, come poi avvenne, in unificazione politica con le insegne di Casa Savoia. Alla meta finale si pervenne con le difficoltà ora narrate da Nico Perrone in “Il processo all'agente segreto di Cavour. L'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa” (Rubbettino).
    Laureato a Torino in giurisprudenza a 18 anni, avviato alla magistratura, sostituto procuratore del Re a 24, alto funzionario dello Stato negli anni di Firenze capitale e “prestato” al ministero delle Finanze, ove svolse delicati incarichi per Quintino Sella, nel 1882 il quarantenne Giolitti fu nominato consigliere di Stato per decisione del presidente del governo, Agostino Depretis, massone per essere eleggibile senza rischio di finire tra i pubblici dipendenti in eccesso sui numeri di seggi all'epoca loro riservati.  Eletto trionfalmente nel collegio Cuneo I nell'ottobre di quell'anno, fu dichiarato ineleggibile dall'apposita commissione di verifica dei titoli. Si difese con abilità e nella primavera del 1883 venne convalidato. Critico nei confronti della costosa espansione in Africa, cui anteponeva la “colonizzazione interna” e la lotta contro la rendita parassitica (soprattutto nel Mezzogiorno), nel 1889 Giolitti fu nominato ministro del Tesoro (presto aggiunse le Finanze) nel governo presieduto dal siciliano Francesco Crispi. Tra i più fattivi della storia dell'Italia unita, questo varò elettività dei sindaci e dei presidenti delle deputazioni provinciali, nuovo codice penale (con abolizione della pena di morte), trasformazione delle “opere pie” in istituti di pubblica assistenza, promozione di casse di risparmio e banche popolari. Nel 1892 Umberto I incaricò Giolitti di formare il governo. Da presidente, egli ridusse da sei a tre le banche ancora titolate a emettere moneta, suscitando l'ostilità di opachi interessi, aggrumati in specie nel Banco di Napoli e nella Banca Romana, fonte di uno scandalo che lo travolse proprio mentre stava varando la riforma della Banca Nazionale.
   Forte del consenso del “suo” collegio (Busca-Caraglio-Dronero, che lo rielesse sino al 1924), Giolitti visse alcuni anni tra persecuzioni e amarezze. Inseguito da un’imputazione senza motivazione, prudentemente riparò a Berlino, in visita alla figlia, Enrichetta, sposata con l'ingegnere Mario Chiaraviglio, massone. Tornato in patria e già in dialogo con il radicale Felice Cavallotti, affiancò Giuseppe Zanardelli nella riscossa liberale contro i reazionari, capitanati da Antonio di Rudinì, Sidney Sonnino e Luigi  Pelloux. Si valse dei lungimiranti suggerimenti di Urbano Rattazzi jr, ex ministro della Real Casa. A determinare la svolta furono l'assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900 e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III. Esaurito l’esecutivo di transizione dell'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato, il trentunenne sovrano chiamò al potere Zanardelli e Giolitti. Iniziò così l'età giolittiana”, che più correttamente andrà detta emanuelino-giolittiana perché, mentre vi si susseguirono una decina di diversi governi (dai programmi molto vari, senza dimenticare il Progetto proposto dal ministro delle Finanze Leone Wollemborg, dimissionario nell'agosto 1901), fu il Re a reggere la barra dell'Italia liberaldemocratica, capace di ampie riforme sociali per conservare le Istituzioni. 
   Nel 1911 il Paese tracciò il bilancio di mezzo secolo di unità, largamente positivo in tutti i campi, in specie nell'istruzione, nel progresso economico e nel consolidamento dello Stato, anche grazie all'opera dei prefetti. Quell'Italia raggiunse l'apice della propria capacità statuale con la dichiarazione della sovranità su Tripolitania e Cirenaica, coronata dalla pace di Losanna del 1912 a conclusione  della guerra vittoriosa contro l'impero turco-ottomano, e con il diritto di voto maschile quasi universale.
   Certo il Paese registrava una forte migrazione verso l'Oltralpe e oltre Atlantico, ma anche questa era segno di vitalità. Crescevano correnti socialiste estreme, ma i riformisti erano numericamente più forti (anche se politicamente indecisi e spesso pavidi, come documenta Aldo G. Ricci). I cattolici moderati ormai prevalevano sui clericali che ancora rimpiangevano il papa-re. Le frange di nazionalisti e di scontenti (quale Paese non ne aveva?) sarebbero però rimaste politicamente irrilevanti se nel luglio-agosto l'Europa della Belle Epoque non si fosse suicidata con la Conflagrazione, degenerata in Grande Guerra e poi in Guerra mondiale.
Giolitti avversò l'intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa (Francia, Russia, Gran Bretagna) non perché pacifista o neutralista assoluto ma perché conosceva a fondo le condizioni del Paese e riteneva che una guerra grossa avrebbe sottratto risorse al riequilibrio Nord-Sud, a danno dell'unità effettiva e, quindi, delle Istituzioni stesse. Giustamente fece osservare che, non per caso, gli interventisti erano prevalentemente repubblicani o massimalisti, come Mussolini. Pochi mesi prima della conflagrazione europea, nel marzo 1914 Giolitti rassegnò le dimissioni e suggerì al re di affidare il governo a Salandra, che poi, alla prova dei fatti, egli bollò quale bugiardo. Da deputato assicurò la piena lealtà alla Corona ma non poté influire sulle decisioni del sovrano, il quale ritenne prioritario l'ingresso in guerra per far coincidere i confini politici con quelli naturali (almeno a est: a ovest erano stati compromessi nel 1860 con la cessione di Nizza all’ingrata Francia). A decidere la partita fu anche l'incombenza di un attentato mortale alla vita di Giolitti, il 16 maggio 1915 costretto a lasciare Roma, preda del delirio interventistico, che, ignaro dell'accordo sottoscritto a Londra dal governo Salandra-Sonnino, si cullava nella fatua illusione di una guerra breve ed esclusivamente contro l'Impero di Austria-Ungheria.
   Nel romitaggio di Cavour Giolitti visse nuovamente anni di amarezze. Tornò alla Camera nel novembre 1917, dopo Caporetto, per ribadire la piena e mai dismessa lealtà verso la Patria. Quarantun mesi di guerra stravolsero l'assetto del Paese. Avvantaggiati dalla sostituzione dei collegi uninominali con la ripartizione dei seggi in proporzione ai voti ottenuti, i partiti di massa (socialisti e popolari, cioè i cattolici orchestrati da don Luigi Sturzo, acremente antigiolittiano e antisabaudo) prevalsero alla Camera senza però assicurare stabilità di governo. In quattro anni si susseguirono sei diversi ministeri, a danno della continuità in dicasteri fondamentali (Esteri, Forze Armate, affidate anche a “borghesi” di manifesta inettitudine, Istruzione e governo dell'economia nel passaggio dalla produzione di guerra a quella ordinaria...). Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III affidò ancora una volta il governo a Giolitti, che in pochi mesi superò l'occupazione delle fabbriche da parte di vanesi rivoluzionari socialcomunisti, costrinse Gabriele d'Annunzio a lasciare Fiume dopo la caotica “Reggenza”, abolì il prezzo politico del pane che stava rovinando la finanza dello Stato e varò blocchi nazionali per ripristinare la corretta amministrazione di comuni e province. A legge elettorale immutata, nel maggio 1921 gli italiani tornarono alle urne. Pochi giorni prima morì sua moglie, Rosa Sobrero, nipote del celebre chimico Ascanio, inventore della nitroglicerina. Con alto senso del dovere, lo Statista raggiunse la salma della sposa solo quando ebbe la certezza del controllo dell'ordine pubblico. Secondo la tradizione della sua terra, racchiuse in sé lo strazio di quella perdita. Nella tomba di Famiglia, a Cavour, Rosa Giolitti è ricordata quale Collaressa della Santissima Annunziata, l'onorificenza suprema della Monarchia, conferita al marito il 20 settembre 1904, comportante il rango di “cugino del Re”. 
Di fronte alla frammentazione della Camera in 14 gruppi e allo sfarinamento dei “costituzionali” Giolitti rassegnò le dimissioni. Il veto opposto da don Sturzo a un governo comprendente liberali, popolari e socialisti riformisti, capace di fermare la guerra civile strisciante tra chi voleva “fare come in Russia” e i fascisti (dal programma ancora confuso), nel volgere di sedici mesi condusse alla crisi di fine ottobre 1922, riportata da Vittorio Emanuele III nei binari istituzionali con l'incarico a Mussolini, che formò un governo di coalizione nazionale. Come Luigi Einaudi, Enrico De Nicola, Vittorio Emanuele Orlando e la generalità di liberali e cattolici (a cominciare da Alcide De Gasperi), Giolitti lo approvò, nell'auspicio di una nuova legge elettorale, varata nel 1923 con la sua stessa regìa. Nelle elezioni del 6 aprile 1924 Giolitti guidò una lista di liberaldemocratici che ottenne tre  seggi (con lui furono Marcello Soleri ed Egidio Fazio: voci estreme del Vecchio Piemonte) che negli anni seguenti si opposero a provvedimenti liberticidi.
Giolitti morì deputato in carica. Vittorio Emanuele III (che non presenziò ad alcun funerale, se non a quello di Armando Diaz) si fece rappresentare da Adalberto di Savoia, duca di Bergamo, pluridecorato della Grande Guerra: omaggio della tradizione militare al rupestre statista. Poco prima di morire, Giolitti lesse la storia della “sua” Italia, scritta da Benedetto Croce, che aveva voluto ministro dell'Istruzione nel suo ultimo governo. Di sé aveva composto le “Memorie della mia vita” (erroneamente attribuite a Olindo Malagodi e meditatamente non aggiornate), uscite il 27 ottobre 1922, quando compì 80 anni, a Cavour: vigilia della fase apicale della crisi del governo Facta. A esse vanno affiancate le 5.000 pagine di “Giolitti al governo, in Parlamento, nel Carteggio” (ed. Bastogi) pubblicate tra il 2007 e il 2010 col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e il concorso dell’Associazione di Studi sul Saluzzese, in collaborazione con l'Archivio Centrale dello Stato. Ne emergono la grandezza e l'attualità non solo di Giolitti ma di una vastissima dirigenza animata dal “senso dello Stato”, una realtà apparentemente impalpabile. Come la luce, l'aria, l'acqua esso è vitale. Se ne scopre il bisogno quando comincia a mancare. (*) 
Aldo A. Mola

(*) Nel 90° della morte, alle h. 18 del 17 luglio, Giolitti viene ricordato con un minuto di silenzio dinnanzi alla sua Tomba, nel cimitero di Cavour, per iniziativa dell’Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti presieduta dal saggista Alessandro Mella.    
L'ITALIA IN AFRICA
UNA MISSIONE CIVILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

 Amedeo di Savoia            La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia, capo della Real Casa di Savoia e duca di Aosta, al Corriere della Sera (“Aiutare l'Africa con passione. L'esempio del Duca degli Abruzzi”, 26 giugno 2018, pag.24), invita a riflettere sulla concezione e sulla percezione degli spazi afro-asiatici da parte della Nuova Italia, da anni eluse a cospetto della incalzante irruzione di milioni di “africani” e di “asiatici” sulle coste settentrionali del Mediterraneo. Il tema, vastissimo e aggrovigliato, richiede un'esposizione in prospettiva storica, con riferimento ineludibile ad alcuni capisaldi della Costituzione vigente. Con l'articolo 2 “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo...”.  A differenza degli articoli successivi, come rilevò anche Marcello Pera, esso non si riferisce ai “cittadini italiani” ma all' “uomo”. D'altronde, la Carta venne scritta e discussa nel 1946-47 e datata Roma 27 dicembre 1947,  dopo l'approvazione dello Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), aperto dall'enunciazione di capisaldi etici di valore planetario. Essa entrò in vigore il 1° gennaio 1948, l'anno nel quale “una tantum” l'Assemblea dell'Organizzazione delle Nazioni Unite si radunò a Parigi per approvare la Dichiarazione universale dei diritto dell'uomo.
      Perduta la guerra, l'Italia era sotto il pesantissimo ricatto dell'esecuzione del Trattato di Pace (10 febbraio 1947), respinto all'Assemblea Costituente da Benedetto Croce con un discorso che meriterebbe di essere affisso in tutti i pubblici uffici. Uomo di pace e di alta cultura storica e filosofica, egli ricordò che “la guerra è una legge eterna del mondo”.  Pertanto a suo avviso i tribunali istituiti dai vincitori per giudicare i vinti costituivano “segno inquietante di turbamento spirituale”, come “il vezzo di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l'entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: pretesa che neppur Dio  rivendicherebbe a sé”. I processi di Norimberga e di Tokyo, conclusi con condanne ed esecuzioni capitali, a suo giudizio erano una “infrazione della morale,  ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici”.
    La Costituente approvò un altro articolo di fondamentale importanza, ieri  come oggi: il 10°, secondo il quale “l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle nome del diritto internazionale generalmente riconosciute” e “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. (Per ogni approfondimento sulla differenza tra richiedenti asilo e migranti economici si veda il sito www.giovannigiolitticavour,it, sezione Documenti). I padri costituenti avevano in memoria i concittadini costretti o indotti a lasciare la patria per sottrarsi alle persecuzione da parte di estremisti del regime di partito unico, ovvero del fascismo, che poi li privò della cittadinanza e dei diritti connessi, inclusi pubblici impieghi, pensioni, etc. Essi avevano in mente anche la sorte di tanti europei raminghi per sottrarsi al nazismo, alla guerra di sterminio sistematico delle opposizioni in Spagna (1946-1938) e nei Paesi via via occupati dall'Asse, con applicazione delle leggi ai danni di minoranze, a cominciare dagli “ebrei”, questione vasta e spinosa sulla quale torneremo. 
   Però buona parte dei padri costituenti finse di non sapere e non vedere che anche alcuni paesi vincitori (l'Unione sovietica del Maresciallo Stalin, la Bielorussia, suo satellite, e la Jugoslavia di Tito: tutti sul banco dei vincitori che all'Italia imposero il basto del Trattato di pace) non garantivano affatto al loro interno l' “esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”, a cominciare da quelle religiose e politiche: erano regimi totalitari né più né meno di quello hitleriano. Ma nel dopoguerra non si registrò una migrazione di richiedenti asilo  da quei paese verso l'Italia. All'opposto, in taluni Stati caduti sotto il controllo dell'URSS si rifugiarono militanti del partito comunista italiano ricercati o condannati per gravi crimini comuni. Praga, sovietizzata, fu tra le città più ospitali nei confronti di tale “migrazione”, che ebbe tra i suoi nomi emblematici quello di Francesco Moranino.   
    Malgrado le più ampie attestazioni di “buona volontà” verso i vincitori, l'Italia rimase esclusa dall'ONU, in una sorta di limbo nel quale contrirsi. Vi fu ammessa nel 1955, insieme con la Spagna  di Francisco Franco: la cui salma il fatuo presidente del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha deciso di estumulare alla svelta dal Valle de los Caidos, ideato dal “caudillo” quale tempio della pacificazione nazionale.
    Dopo la decolonizzazione, in Italia risultò sconveniente ricordare la storia e proporre un bilancio pacato del ruolo svolto Oltremare nell'Otto-Novecento, Alcune considerazioni ora si impongono per comprendere la portata del rapporto tra l'Italia e gli spazi afro-asiatici. In primo luogo va constatato che la “missione” dell'Italia nel mondo fu propugnata dai profeti dell'unificazione nazionale: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi (che dall'Uruguay giunse in Italia con il fido Agujar, già suo compagno in tante battaglie) e dalla diplomazia del regno di Sardegna, soprattutto con l'avvento di Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che estese e rafforzò la propria rete in direzioni prima non tentate.    
   Gli altri Stati italiani pre-unitari non concepirono una politica coloniale. Gli sprovveduti apologeti del regno delle Due Sicilie (è il caso di Pino Aprile) dovrebbero ricordare che mentre gli inglesi vincevano la Guerra dell'Oppio contro la Cina e stroncavano sanguinosamente l'insorgenza degli indiani contro il loro dominio e mentre i francesi di Napoleone III entravano in Hanoi (1859: l'anno Solferino e San Martino) Ferdinando II di Borbone non aveva ancora capito la svolta in atto nel Mediterraneo con il taglio dell'istmo di Suez e la seconda rivoluzione industriale (lo ebbe chiaro Cavour che puntò sul “corridoio” ferroviario euro-padano: precursore della Alta Velocità di cui l'Italia oggi ha e sempre più avrà bisogno per rimanere davvero in Europa, con buona pace di tanti miopi provincialotti). 
   Tre anni dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia (14 marzo 1861) l'economista Gerolamo Boccardo domandò se fosse giusto, dignitoso e utile “tenersi in disparte da quel vasto movimento coloniale, in cui tanti altri popoli dalla natura meno  privilegiati vanno da secoli acquistando tesori di gloria e di ricchezza”. Gli fecero eco Leone Carpi, mazziniani, garibaldini, militari, diplomatici, imprenditori ma senza esito politico sino a che il Mediterraneo risultò troppo stretto. La svolta venne nel 1881, quando Parigi, che dal 1830 con Carlo X e poi Luigi Filippo d'Orléans aveva conquistato l'Algeria con metodi  brutali, impose il suo protettorato sulla Tunisia. Stipulata l'alleanza difensiva con Vienna e Berlino per pararsi le spalle, su forte pressione della Gran Bretagna (che acquisita Cipro si “impose” sull'Egitto) il regno d'Italia compì il primo passo politico: lo sbarco a Massaua. Seguirono anni di scontri armati e di progetti, conclusi nel 1890 con l'istituzione della Colonia di Eritrea, affacciata sul Mar Rosso.  Con quali programmi e quale mentalità? La “Lettera” del principe Amedeo di Savoia invita appunto alla riflessione. La colonizzazione fu fortemente appoggiata dall'unico socialista scientifico dell'Italia di allora, il filosofo Antonio Labriola, nel 1888 a un passo dall'iniziazione nella loggia massonica “Rienzi” di Roma. Secondo Labriola, che aveva letto bene Karl Marx ed era in corrispondenza con  Friedrich Engels, l'Italia doveva partecipare alla colonizzazione, processo di portata mondiale, e poteva sperimentare forme di socialismo proprio Oltremare, armata di “qualche minuzzolo di diritto romano e di due dozzine di articoli del codice civile”, in una terra che aveva altre e diverse regole e costumanze. Bisognava almeno rendere omaggio “al semisocialismo moderato e cooperativo di Giuseppe Mazzini”. Alla colonizzazione  agricola dedicarono indagini severe Leopoldo Franchetti, già studioso con Sidney Sonnino della questione meridionale e della Sicilia in specie, Ferdinando Martini (poi autore del memoriale sull' “Affrica italiana”, di cui fu governatore civile, come ricorda il suo biografo Guglielmo Adilardi).
   A distanza di quasi un secolo e mezzo risulta esemplare la figura del maggiore Pietro Toselli, caduto con i suoi uomini all'Amba Alagi. Nel corso della sua missione, Toselli ebbe modo di allestire un piccolo villaggio, al quale dette nome “Nuova Peveragno”, in omaggio al suo comune natio, nel Cuneese. Ne scrisse Vittorio Bersezio, storico, letterato, fondatore della “Gazzetta Piemontese” (poi “La Stampa”). In quell' “esperimento” Toselli accomunò cattolici, copti, ebrei, musulmani e agnostici. Ciascuno ebbe il suo spazio di preghiera o di libera meditazione, e tutti erano accomunati all'insegna della tolleranza, di un  nuovo umanesimo universale. Negli stessi anni Francesco Crispi, massone dal 1861, tentò la conciliazione con la Santa Sede, come ricorda lo storico Francesco Margiotta Broglio, Premio Acqui Storia 2018 “alla carriera”. Mentre la colonizzazione inglese aveva alle spalle la chiesa anglicana, evangelici e riformati e la Francia contava sul sostegno dei missionari cattolici, l'Italia era aperto conflitto con papa Leone XIII. Erano gli anni dello scoprimento della statua di Giordano Bruno in Campo dei Fiori (1889). Ma almeno Oltremare gli italiani dovevano essere uniti. E potevano divenirlo solo con la collaborazione tra governo e clero cattolico, senza pregiudizio verso ebrei, riformati e non credenti, all'insegna dello Statuto che aveva parificato tutti i regnicoli dinnanzi alla legge.
Quel processo venne ripreso dopo la costituzione della colonia di Somalia (1907) e con la proclamazione della sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica(1911-1912): un cammino storico che merita di essere meglio conosciuto, proprio per ricordare a europei e non europei i capisaldi della missione civile dell'Italia in Europa e nel mondo.
Aldo A. Mola

ANITA GARIBALDI
LA LEZIONE UNIVERSALE DEL RISORGIMENTO ITALIANO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          Torna Anita Garibaldi e ci ricorda che l'Italia nacque patria della libertà, vessillo di Due Mondi in lento cammino verso il “Sol dell'Avvenire”: diritti civili, parità di genere, emancipazione dalla superstizione e dallo sfruttamento dei deboli, rispetto delle Istituzioni non per feticismo ma perché sono patrimonio comune dei cittadini. Il Risorgimento italiano fu non solo un esempio ma un modello planetario. Una Profezia che per interpreti ebbe voci universali, come l'Alessandro Manzoni di Le Pentecoste e Giuseppe Verdi, che nel Nabucco elevò gli Ebrei a simbolo della Redenzione di tutte le genti.    
  Ana Maria Ribeiro da Silva nacque probabilmente nel 1821 a Morinhos, nello “stato” brasiliano di Santa Catarina. Non esisteva anagrafe civile e i registri parrocchiali facevano i conti con la guerra per l'indipendenza dell'America meridionale da Lisbona e da Madrid. Due anni dopo, nel 1823, il presidente degli Stati Uniti d'America, James Monroe, lanciò il celebre proclama: “l'America agli Americani”, cioè agli USA stessi, contro ingerenze europee. Allora come ora. Per chi, come Ana (Anita), nasceva da un mandriano e da una cucitrice, in una famiglia numerosa, la vita era tutta in salita. A quattordici anni venne data in sposa a un calzolaio, Manuel Duarte de Agujar. Forse non fu il migliore dei mariti. Di sicuro sappiamo quanto ne scrisse Giuseppe Garibaldi, che del tutto casualmente la vide di lontano, con l'aiuto del cannocchiale. Colpo di fulmine. Quando l'ebbe dinnanzi le disse in italiano le “proterve parole”: “Tu devi essere mia”. E la prese con sé. Cambiò tutto. L'Eroe aveva trent'anni. Nato a Nizza il 4 luglio 1807, cittadino dell'Impero dei francesi, francofono, italofono e soprattutto padrone del “nizzardo”, da ragazzo imprese a navigare. Visitò Roma e il Mediterraneo orientale in una sequenza di avventure da lui stesso narrate nelle Memorie, scritte con la penna di Comandante e di autodidatta cresciuto nella lettura dei classici (anche di politica, come documenta il suo biografo Romano Ugolini) e dei romanzi storici dell'Ottocento, con qualche radice in quelli “gotici” di fine Settecento. Questi gli ispirarono i suoi libri più famosi, “Cantoni il Volontario”, “Clelia o il governo dei preti” (ripubblicato nel 1973 da chi scrive nella collana “I Feuilletons” diretta da Giovanni Arpino) e “Manlio” (rimasto inedito per oltre mezzo secolo), che prese nome dal terzogenito avuto dalla terza moglie “ufficiale”, Francesca Armosino.
  Rapita dallo sguardo magnetico dell'Eroe, temporaneamente tra i “farrapos” nelle intricatissime lotte tra fazioni che si contendevano le miserie del Brasile, Anita mostrò subito il suo intrepido valore nella battaglia della Laguna, ove (narrasi) armò di sua mano il cannone e sparò il primo micidiale colpo. Il 16 settembre 1840 partorì il primogenito, battezzato Menotti in omaggio a Ciro, il patriota fatto impiccare da Francesco IV di Asburgo-Este, che prima lo volle complice del suo fatuo agonismo espansionistico, poi lo catturò, lo portò al seguito come un animale in gabbia e infine lo eliminò per cancellare le prove della sua vanesia pochezza. Era il duchino che appena restaurato fece decretare le pene più feroci a carico dei massoni che a Modena già nel Settecento avevano avuto una loggia importante, come documenta Giuseppe Orlandi nel bel saggio “Per la storia della Massoneria nel Ducato di Modena dalle origini al 1755”.
   Morto Duarte, il 16 giugno 1842 Giuseppe e Anita celebrarono le nozze con rito cattolico nella chiesa di San Francesco di Assisi di Montevideo. Già Corsaro, affermato come Capitano di terra e di mare, memore degli anni mai documentati a Costantinopoli (ove visse impartendo lezioni ai figli di un’agiata vedova e subì un tentativo di linciaggio da parte di fanatici islamici, quasi incubo nella sua vita, come i preti di tutte le fedi), Garibaldi assunse poi la difesa della Repubblica dell'Uruguay contro l'Argentina. Per i due furono anni duri, durante i quali nacquero Rosita (morta piccina), Teresita e Ricciotti, altro nome di patriota risorgimentale. 
  Nel 1847, credendo che Pio IX  fosse alfiere della lotta contro i barbari (come aveva fatto papa Giulio II della Rovere tre secoli e mezzo prima per levarsi di torno i sempre molesti francesi), Garibaldi scrisse al nunzio pontificio a Rio de Janeiro per mettere la sua spada a servizio del papa, capofila della causa italiana. Non ebbe risposta. Però sentì che l'ora era suonata. Nel 1844 era stato regolarizzato massone nella loggia “Les Amis de la Patrie”, dipendente dal Grande Oriente di Francia, all'epoca in armonia con la Gran Loggia Unita d'Inghilterra. Vi era una Internazionale della Libertà, come Garibaldi scrisse nel 1871 in una lettera conservata al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino e che sarà pubblicata nell'“Epistolario” garibaldino curato da Romano Ugolini. I marxisti, la lotta di classe, gli “archimandriti della Rivoluzione” vennero dopo e divisero ciò che era unito: il fronte comune dei liberali contro ogni tirannia, di casta, di ceto, di classe.
  Per portarsi avanti, ormai generale della Legione italiana, Giuseppe mandò moglie e figli a casa della madre, a Nizza, che era regno di Sardegna, come era ed è italiana, anzitutto sotto il profilo geografico, e anche antropico e culturale come ricordano i saggi di Giulio Vignoli. Caio Ottaviano Augusto, imperatore, non ebbe dubbi a includere Nizza nella IX Regio dell'Italia, dal mare alla destra del Po.
  Poi anch'egli partì verso l'Italia con una sessantina di compagni, non di ventura ma di patriottismo. Contava sull'intelligenza di Carlo Alberto di Sardegna, il cui governo lo aveva condannato a morte per la cospirazione in Genova nel remoto 1834. Arrivò quando ormai le sorti della prima guerra per l'indipendenza volgevano al peggio. Dopo l'armistizio sottoscritto dal generale Salasco di Cornero a Vigevano (la scrivania sulla quale firmò è conservata nel suggestivo Castello di Marchierù, a Villafranca Piemonte: una perla ora aperta alle visite), Garibaldi non rimase con le mani in mano. Accorse a Roma e con Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (tra le intelligenze supreme della sua Casa e artefice dell'unità con i Congressi degli scienziati italiani) proclamò la Repubblica. Fuggito dalla ormai pericolosa Città Eterna, Pio IX si era rifugiato tra le sudate braccia di Ferdinando II di Borbone, napoletano pacioso ma sovrano spergiuro e persecutore accanito di ogni libertà, di culto e di pensiero (per anni tenne chiusi insigni patrioti in fetide celle).  Cominciarono cinque mesi di lotte diplomatiche e di guerra guerreggiata. La Costituzione della Repubblica romana rimane documento di lungimiranza, a cominciare dalla parità dei diritti civili e politici a prescindere da culti e genere. 
Finì male. Napoleone III, antico carbonaro, per compiere il balzo da principe-presidente a dominatore della Francia aveva bisogno dei voti dei cattolici. Il 23 marzo Carlo Alberto venne sconfitto dagli austriaci nella brumal Novara. L'Italia era in ginocchio. Anita raggiunse il marito a Roma. Poco dopo, la Repubblica crollò, malgrado l'eroica resistenza garibaldina al Vascello. Nel tafferuglio dei combattimenti, Goffredo Mameli rimase ferito da ferro (o fuoco?) amico, agonizzò, morì dopo che Mazzini aveva ormai lasciato Roma. Il 2 luglio Garibaldi radunò i suoi e promise lacrime e sangue per chi lo avesse seguito alla difesa di Venezia, unico farò di italianità ancora acceso.
  Iniziò una marcia defatigante. Via via i reparti si assottigliarono. Dopo una sosta nel libero Stato di San Marino, caro a Giosuè Carducci, Garibaldi tentò il mare su bargozzi intercettati dagli austriaci. Il grosso venne catturato. I “più colpevoli” furono sommariamente processati, condannati a morte e fucilati. Fu il caso del padre barnabita Ugo Bassi, del popolano trasteverino Ciceruacchio e di suo figlio, ancora adolescente. Nessuna pietà per i vinti. Con il fido aiutante Leggiero, Garibaldi riuscì a prendere terra. In stato avanzato di gravidanza, Anita era sofferente. A stento i tre arrivarono alla Mandriola nella tenuta dei marchesi Guiccioli. Lì, il 4 agosto, Garibaldi si congedò dalla moglie, affidata alla pietas di chi aveva motivo di temere per la propria vita e dal Capanno prese la corsa verso il Tirreno. La “trafila” lo condusse in salvo. “Eroe per scelta e per destino”, come ha scritto Aldo G. Ricci in un succoso profilo biografico nel bicentenario della morte.
Anita fu coperto con un palmo di terra alla Mota della Pastoreta, ove il cadavere venne rinvenuto una settimana dopo, sepolto alla bell'e meglio e già deturpato da animali selvatici. Il primo raccapricciante verbale lo descrive: “dall'apparente età di 30 o 35 anni alquanto complessa, i capelli già staccati dalla cute, e sparsi tra la sabbia, erano di colore scuro, piuttosto lunghi, cosi detti alla puritana. Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Mancava di due denti molari. “Il cadavere fu trovato gravido di un feto di circa sei mesi”. 
   Come ricorda Silvia Cavicchioli in “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi” (Einaudi, 2017, ottima candidata al Premio Acqui Storia), a confutare la truce leggenda che tentò addirittura di addebitare a Giuseppe lo strangolamento della moglie, ormai “zavorra” per la sua rocambolesca corsa verso la salvezza, fu il gesuita Antonio Bresciani, scrittore della “Civiltà Cattolica”. Autore di libelli antimassonici (e poi bersaglio di Antonio Gramsci, che lo elevò a canone dell'anti-Risorgimento) il gesuita liquidò la diceria antigaribaldina con formula lapidaria: “Se ne son dette tante! Ma chi vuol dire dica”. Le false notizie non sono invenzione dei nostri giorni. Sono merce antica.
  Studiosa accurata dei Cadorna e dei La Marmora, Cavicchioli rende omaggio alla generosità di Anita, simbolo della partecipazione femminile alla vita italiana sin dalla sua origine risorgimentale, e a Garibaldi, sfortunato nella vita quotidiana quanto meritoriamente celebre in quella pubblica, sintetizzata nella formula “Italia e Vittorio Emanuele” (mai abbastanza apprezzata). Forse insiste troppo sulla “confisca” della memoria di Anita da parte del “fascismo”. Il primo a riscattarla dall'oblio fu proprio Giuseppe Garibaldi che, appena possibile, ne recuperò la salma e la traslò a Nizza. La sua celebrazione, culminata nel monumento erettole nel 1932 sul Gianicolo (opera del famoso scultore Mario Rutelli) fece parte del recupero della memoria nazionale. Ve ne era e ve ne è bisogno, per non perdere la bussola.
Aldo A. Mola
 
L'Editoriale
IL 1898: L'ITALIA IN CINA E LA CONFERENZA MONDIALE ANTITERRORISTICA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          Le crisi odierne sono piccola cosa rispetto a quelle di un secolo addietro. L'Europa e il mondo intero erano col fucile sempre al piede. Altrettanto valeva per l'Italia, nel maggio 1898 percorsa da moti insurrezionali divampati tra la Toscana e la solitamente quieta Lombardia. A Pavia una manifestazione studentesca fu repressa dai militari. Cadde ucciso anche il figlio di Giuseppe Mussi, alto dignitario del Oriente Italiano, futuro senatore del regno. A Milano andò peggio. Vi venne proclamato lo stato d'assedio. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris, fossanese, usò il pugno di ferro e applicò il codice penale militare. Non esitò a chiudere associazioni sospette e ad arrestare deputati dell'opposizione: repubblicani, radicali, il socialista Filippo Turati e don Davide Albertario, capofila della Democrazia cristiana, aspramente antiliberale, con punte di antisemitismo fanatico. Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, da quattro settimane alla guida del suo quarto governo in soli due anni, con cambi continui di ministri nelle posizioni chiave, finalmente uscì di scena. Dopo due ministri siciliani, lui e Francesco Crispi, travolto nel marzo 1896 dalla rovinosa sconfitta inflitta al corpo italiano da parte del negus  d'Etiopia Menelik presso Adua, al governo tornarono uomini dell'antico regno di Sardegna: il generale savoiardo Luigi Girolamo Pelloux (due ministeri in due anni, 1898-1900) e Giuseppe Saracco, di Bistagno (1900-1901), tuttora in attesa di una biografia scientifica.
Tra i validi componenti dell'ultimo governo Pelloux (Luigi Luzzatti, il matematico Luigi Cremona, antico sodale di Carducci nella loggia “Felsinea” di Bologna, Secondo Frola e il generale Alessandro Asinari di San Marzano) uno solo tornò nell'Esecutivo: l'ammiraglio Felice Napoleone Canevaro. Nato a Lima di Perù nel 1838 da una famiglia originaria di Zoagli, allievo a quattordici anni della Regia scuola di marina di Genova, dopo una parentesi nella marina allestita da Giuseppe Garibaldi in Sicilia (1860), Canevaro si condusse valorosamente nell'assedio di Gaeta e di Messina (1861), roccaforti di Francesco II di Borbone. Sempre in prima linea (anche nella sfortunata battaglia navale di Lissa, nel 1866: ne scrive Nico Perrone nell'imminente saggio su “Il processo  all'agente segreto di Cavour: l'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa”, ed. Rubbettino), dopo molti incarichi di prestigio capitanò la prima circumnavigazione del  globo della Nuova Italia con l'incrociatore “Colombo” (1877-1879). Ne tornò con la salma di Nino Bixio, morto nell'isola di Sumatra mentre procurava caucciù per il garibaldino Giovanni Battista Pirelli. Di gradino in gradino arrivò a comandare le forze internazionali di interposizione tra Turchi e Greci intervenuti a Creta a sostegno degli insorti, sorretti anche da volontari italiani, contro il secolare orribile dominio ottomano. Canevaro dette tali prove di fermezza militare e di abilità diplomatica da essere proposto alto commissario per l'isola, carica poi conferita al cugino del re di Grecia, Giorgio.
Schiena dritta, da ministro degli Esteri egli condusse in porto il nuovo vantaggioso trattato commerciale con la Francia, siglato il 26 novembre 1898. Le “sorelle latine” avevano alle spalle la proclamazione unilaterale del protettorato francese su Tunisi nel 1881 (un grave sgarbo contro l'Italia, che vi contava anche alcune importanti logge), la guerra doganale del 1886, l'infame massacro di terrazzani italiani ad Aigues Mortes nell'agosto 1893 (ne ha scritto Gérard Noiriel nell'ottimo saggio edito nel 2010 da Tropea con lugubre sottotitolo: “Quando il lavoro lo rubavamo noi”), la “caccia all'italiano in Lione e dintorni nel 1894, l'aiuto francese a Menelik e altro ancora: non solo “parole” ma pugnalate alle spalle. Giovane e gracile,l'Italia non poteva reagire. Canevaro ebbe buon gioco anche perché la Francia stava facendo pessima figura a Fashoda, un villaggio nel Sudan, sull'Alto Nilo. Dopo una marcia di quattordici mesi il maggiore Jean-Baptiste Marchand  il 10 luglio vi attestò 150 tiratori francesi per congiungersi con due corpi in arrivo da Gibuti e dall'Etiopia. Ma il 18 settembre a Fashoda per via fluviale arrivò un contingente inglese guidato dal leggendario Horatio Kitchener. I britannici avevano poco prima annientato la rivolta del Mahdi, fondamentalista islamico: difficile il conto dei morti. Centinaia di migliaia, come in India quarant'anni prima.  
Parigi intendeva completare l'egemonia dal Senegal, sull'Atlantico, al Corno d'Africa. Ma Londra era decisa a impedirglielo per ribadire la continuità del suo dominio sul Continente Nero, da Alessandria d'Egitto a Città del Capo. Si arrivò sull'orlo della guerra generale, con la mobilitazione delle rispettive flotte. La britannica era decisamente superiore. Perciò la Francia, lacerata dall'affaire Dreyfus (razzismo, clericalismo, odio per gli ugonotti e i massoni), ripiegò le vele e ordinò al maggiore Marchand di tornare sui suoi passi (3 novembre 1898). 
L'Italia non stava a guardare. Proprio il celebre esploratore Stanley dopo Adua aveva scritto un articolo a sostegno della politica coloniale italiana, preziosa per Londra. La sconfitta andava messa nel conto del “fardello dell'uomo bianco”: l'espansione planetaria non solo in termini politico-militari o commerciali ma anche di diffusione di un umanesimo comunque superiore rispetto agli stili di vita (o “civiltà”) di subcontinenti nei quali i diritti dell'uomo e del cittadino erano (e in tanta parte ancora sono) un sogno remoto.
  Canevaro si incuneò nel varco della rivalità tra Francia e Gran Bretagna e rivendicò la prelazione dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica, col sostegno di Vienna e Berlino. 
  Nel 1898 lavorò a un altro progetto di portata internazionale. Da un decennio in tutta Europa e nelle Americhe imperversavano attentati anarchici, messi a segno quasi sempre contro capi di stato e di governo liberal-progressisti in nome del “tanto peggio, tanto meglio”. I riformatori smussavano le asperità, attenuavano i contrasti: erano i veri conservatori, lungimiranti. Perciò andavamo eliminati, come avvenne in Spagna con l'assassinio di Cànovas del Castillo. Dopo lo spregevole assassinio dell'imperatrice Elisabetta d'Asburgo (Sisi, non Sissi, come solitamente si dice) per mano del delirante anarchico italiano Luccheni, Canevaro promosse una conferenza internazionale contro il terrorismo, anticipatrice dell'“Interpol”. Ma papa Leone XIII si mise di traverso. Trent'anni dopo Porta Pia, la Santa Sede ancora non riconosceva Roma capitale d'Italia e deplorò che venisse convocato un convegno nella “sua” Città Eterna, quasi in coincidenza con l'imminente Giubileo. Come a suo tempo documentato da Silvio Furlani, storico insigne e quindi dimenticato, il progetto fallì. Due anni dopo l'anarchico Gaetano Bresci assassinò a Monza il re d'Italia, Umberto I. Il ministro dell'Interno e poi presidente del Consiglio Giolitti sospettò che alle spalle vi fosse un complotto internazionale incardinato su Maria Sofia di Wittelsbach, vedova di Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, per vendetta contro l'Italia massonica. 
  Poiché faceva politica estera di ampio respiro, col sostegno iniziale degli inglesi il governo Pelloux-Canevaro puntò ad allestire una base navale italiana nella baia di San-Mun nello Che-Kiang, in Cina, ma incappò nell'avversione di Russia e Cina. Erano anni di tensioni estreme, come quella tra impero russo e Gran Bretagna per il passo di Kabul, in Afghanistan. Investito da acri polemiche, Pelloux si dimise e formò un secondo governo. Agli Esteri tornò il decano della diplomazia italiana ed europea, il marchese Emilio Visconti-Venosta, con sottosegretario il giolittiano Guido Fusinato. La Cina, tuttavia, rimase nelle corde del governo italiano, che compartecipò alla spedizione delle Sette Potenze per liberare Nanchino assediata dalla rivolta dei boxer. Ottenne la concessione di Tien-Tsin. Benché poco più che meramente rappresentativa, questa costituì un segnale. Il Paese non era “Italietta”. Non alzava la voce, ma faceva: un trattato dopo l'altro, secondo la regola di Visconti-Venosta “indipendenti sempre, isolati mai”. Così, senza rompere la Triplice Alleanza con Vienna e Berlino, Giulio Prinetti, ministro degli Esteri nel governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903), concluse l'accordo franco-italiano su Marocco e Tripolitania. L'ambasciatore di Francia a Roma, Camille Barrère, assicurò che la Francia sarebbe rimasta neutrale in caso di aggressione diretta o indiretta dell'Italia da parte di una o più potenze (poteva essere solo l'Austria-Ungheria, data la solida amicizia italo-germanica) e riconobbe la prelazione italiana sulla Tripolitania, già garantita da Berlino e da Vienna nel quarto rinnovo della Triplice Alleanza (1902). L'ambasciatore di Francesco Giuseppe d'Asburgo vi dichiarò che l'Impero non aveva interessi speciali da salvaguardare in Tripolitania e Cirenaica e non avrebbe ostacolato il governo italiano se fosse ricorso a misure dettate dai suoi interessi: la futura guerra contro i turchi e la piena sovranità dell'Italia sulla Libia (1911-1912). 
“Navigare necesse...”. L'“Adriatico amaro” stava stretto all'Italia, che perciò mise in programma anche l'Albania, ma sempre con l'occhio teso a mari lontani, dall'Eritrea alla costa della Somalia, elevata a Colonia nel 1907. In quegli spazi e nella realizzazione  della sua missione civile (a suo tempo invocata anche da Giuseppe Mazzini) il governo di Roma ebbe il sostegno dei Padri della Consolata: una linea che affondava radici nell'opera del celebre cardinal Massaja. Era la “conciliazione silenziosa”, nel rispetto dei principii e dei ruoli, distinti e a volte distanti. Quella di Felice Napoleone Canevaro era un'Italia dalla quale ancora oggi vi è molto da imparare, mentre l'“Europa” rimane un'espressione geografica: prudenza, pacatezza, fermezza. Non chiacchiere ma fatti, nella consapevolezza che il ricorso alle armi diviene fatale quando fallisce la diplomazia. Perciò occorreva (come occorre) un ministro degli Esteri all'altezza dei tempi. Vienna aveva per motto: “Gerant alii bella, tu, felix Austria, nube”. Lo dimenticò nel 1914, per la rovina d'Europa e di se stessa.  
Aldo A. Mola

Mignone, un militare nella Terza Italia
IL GEN. GRAZIANO CITTADINO ONORARIO DI FONTANILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

          “La Pace è il più grande bene sia per il paese che per gli individui. Dopo la burrasca tornerà il sereno. Quando sarà tornata la pace il mondo ci sembrerà più bello”. Lo scrisse il maggiore Francesco Mignone alla madre dall'ospedale da campo 231, Zona di guerra, il 9 ottobre 1917. Nato a Savona nel 1884, ultimo di quattro fratelli, allievo dell'Accademia di Modena dal 1904, nel 1911-1912 Mignone comandò una centuria nella guerra dell'Italia contro la Turchia per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica. Meritò la Medaglia d'Argento al Valor Militare nel combattimento di Tecniz (16 settembre 1913). Rimpatriato nel giugno 1914, il 29 marzo 1915 partì per l'Eritrea, assegnato al Regio Corpo Truppe Coloniali. Ne rientrò nell'aprile 1917. Al comando del II battaglione del 247° reggimento fanteria (Brigata Girgenti) nella conquista di Monte Vodice fu ripetutamente ferito e meritò un'altra medaglia. Ma il peggio doveva ancora venire: l'offensiva austro-germanica del 24 ottobre 1917 nell'alto Isonzo che costrinse il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, a ordinare la ritirata sul Tagliamento e poi sul Piave, come predisposto da anni. All'inizio della XII battaglia dell'Isonzo, il 24 ottobre 1917, alcuni reparti gettarono le armi e si arresero al nemico (che catturò circa 300.000 soldati, migliaia di bocche da fuoco, enormi quantità di “munizioni da bocca” e vestiario, come ricorda il gen. Oreste Bovio nell'esemplare sintesi In alto la bandiera, ed. Bastogi). Altri, invece, arretrarono combattendo strenuamente metro per metro. Il ripiegamento non degenerò in fuga disordinata e nel collasso dell'intero Esercito. Non vi furono ammutinamenti, a differenza di quanto era avvenuto in Francia e, peggio, in Russia. La battaglia si risolse nella dissoluzione della II Armata comandata da Luigi Capello, ma non determinò la disfatta dell'Esercito italiano. Non fu affatto una “Caporetto”, se per tale s'intenda sbandamento generale seguito da sconfitta irrimediabile. Agli ordini di Emanuele Fliberto di Savoia, duca d'Aosta e cugino del Re, la III Armata ripiegò in ordine di combattimento e saldò il nuovo fronte, più breve e difendibile, con caposaldo sul Grappa, fortificato per anni da Cadorna quale cardine della difesa a oltranza e della controffensiva, quando fosse giunta l'ora.
La monarchia e la rivoluzione 
  La ritirata sul Piave era stata meticolosamente predisposta da Cadorna, Comandante Supremo, che tenne nervi saldi. In due settimane l'avanzata austro-germanica si esaurì, anche per il suo eccessivo allontanamento dalle basi di partenza. Il 9 novembre, dopo i convegni di Rapallo e Peschiera (6-8 novembre), gli anglo-francesi ottennero quel che volevano: la sostituzione del rupestre Cadorna con il generale Armando Diaz, ritenuto più malleabile ai loro consigli e più duttile verso il Parlamento, sempre in stato confusionale. Lo era, ma era anche come l'Oro.  Comandante Supremo, decise la guerra nei modi e nei tempi di propria scelta, malgrado la scriteriata pressione del presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, che giunse a telegrafargli: “meglio una sconfitta che la stasi”. Ne scrisse il gen. Giulio Gratton in una biografia esemplare, ora riecheggiata da Raffaele Riccio in Armando Diaz. Il generale e l'uomo (Edizioni dell'Ippogrifo). 
  Né Cadorna né Diaz avevano previsto la barbara ferocia esercitata dagli occupanti contro la popolazione civile delle terre italiane occupate, abusata con spregevoli metodi medievali. L'Italia capì e reagì. Alla Camera Filippo Turati disse che anche per i socialisti la Patria era sul Piave. Non era più tempo di “né un uomo, né un soldo”, di “né aderire, né sabotare”. Ogni cittadino doveva scegliere da che parte stare: per o contro l'Italia che in mezzo secolo di unità nazionale aveva fatto passi da gigante trasformandosi da “volgo disperso che nome non ha” in grande potenza (sia pure attardata per storia politica e penuria di risorse naturali). 
  Due anni di guerra (dal 24 maggio 1915) avevano stremato un paese ancora fragile, dando fiato ai rivoluzionari decisi a instaurare un fabuloso “Ordine Nuovo” e a “fare come in Russia”: abbattere la monarchia, sterminare la famiglia reale, espropriare, collettivizzare, il bel “bagno di sangue della borghesia”, di quando in quando riproposto, sino agli anni Settanta quando uscivano libri come “Proletariato senza rivoluzione”. Bastava una scintilla per dar  fuoco alla paglia. Lo si vide proprio a Torino nell'agosto 1917: una protesta per il rincaro del pane minacciò di degenerare in insorgenza e rivoluzione alle spalle dell'Esercito impegnato nell'offensiva che avrebbe potuto fruttare il successo se solo avesse disposto di artiglieria migliore e con proiettili non razionati e se gli “alleati” franco-britannici (gli  americani erano ancora militarmente irrilevanti) avessero concorso nel loro stesso interesse. 
  Il governo, presieduto da Paolo Boselli, decano della Camera, era al di sotto del compito, come lo era stato quello di Antonio Salandra, che aveva tessuto la trama dell'intervento in guerra e in un dormiveglia angoscioso si rese conto di essere andato troppo avanti impegnando lo Stato senza ancora avere informato il Re. Quello è uno dei rovelli della nostra storia, dimenticato alla copiosa narrativa sull'intervento. Tante pagine oscure del 1914-1915 vanno chiarite al di là di quanto scrive Andrea Ungari in La guerra del Re. Monarchia, Sistema politico e Forze Armate nella Grande Guerra (ed. Luni), candidato al Premio Acqui Storia 2018, presieduto dall'assessore Alessandra Terzolo.
Fontanile onora il generale Claudio Graziano...    
   Per una delle congiunzioni astrali che propiziano le più belle pagine d'Italia nel Centenario della Grande Guerra, Alessandra Balbo, sindaco di Fontanile, in provincia di Asti, ha allestito un evento memorabile: la rievocazione del maggiore Francesco Mignone e di tutti i caduti del suo piccolo incantevole borgo, dalla storia segmentata  e dominata dalla possente cupola della chiesa di San Giovanni Battista, opera di Francesco e Giuseppe Gualandi, consacrata nel 1934: una tra le opere più imponenti dei due artisti bolognesi. 
Al patrocinio e al contributo di una quarantina di istituzioni, enti e imprese (Presidenza del Consiglio, Ministero della Difesa, sino al citato Premio Acqui Storia), la due giorni di Fontanile è incardinata su molti eventi di spicco. Anzitutto il conferimento della cittadinanza onoraria al generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Convegno su “Il valore della Memoria”, una Mostra, il carosello della Fanfara della Brigata Alpina “Taurinense”, la proiezione di “Fango e Gloria”, apprezzato docufilm di Leonardo Tiberi, la Fanfara dei Bersaglieri, uno spettacolo musicale sui temi della Grande guerra.
La cittadinanza al generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa e designato presidente del Comitato militare dell'Unione Europea, va alla persona, al territorio, all'Italia. Tributa onore a chi ha comandato innumerevoli esercitazioni (Danimarca, Norvegia) e delicate missioni militari all'estero (Mozambico, 1992; Afghanistan, 2006; Libano, 2007-2010), fu Capo di Stato Maggiore dell'Esercito e, dal 2014, è Capo della Difesa.
 Torinese di nascita, con radici profonde nel Vecchio Piemonte (alla vigilia della cerimonia di Fontanile egli verrà festeggiato nella sua “piccola patria”, Villanova d'Asti), il gen. Graziano appartiene a una terra che alle Forze Armate ha dato per secoli uomini di prim'ordine. Per stare ai soli vertici dello Stato Maggiore Generale vanno ricordati Pietro Badoglio, di Grazzano (i cui abitanti respingono sdegnati le proposte di cancellarne il nome dal suo comune nativo), Ugo Cavallero, di Casale Monferrato, il torinese Vittorio Ambrosio e il saviglianese Claudio Trezzani. A questi vanno aggiunti i Capi di Stato Maggiore dell'Esercito, il torinese Tancredi Saletta e i due Cadorna, Luigi, Comandante Supremo nella Grande guerra, e Raffaele, suo figlio, già comandante del Corpo Volontari della Libertà (1944-1945).
...e il Maggiore  Francesco Mignone
  Il secondo momento ideato dal sindaco di Fontanile, di concerto con il Comando Militare Esercito Piemonte e il fattivo consiglio del col. Antonio Zerrillo, è la presentazione del saggio “Un Eroe del Piave. Storia della Medaglia d'Oro al Valor Militare Francesco Mignone” scritta da Lorenzo Mazzonnetto sulla scorta di documenti inediti. Ne emerge l'eroismo purissimo di un militare che sognava la pace e il 10 giugno 1918 dal “Basso Piave” alla madre scriveva: “Sto diventando vecchio e sento bisogno della vita tranquilla” e le suggeriva di trasferirsi nella loro amata  Fontanile. “Là staresti anche più pacifica e forse staresti meglio per i viveri, coi capponi colle uova e le farine di casa”. 
   Una settimana dopo gli  austro-ungarici (in realtà sloveni e croati comandati da von Boroevic) scatenarono l'ultima offensiva. Per gli italiani la parola d'ordine era la stessa: “Resistere, resistere, resistere”. Fino all'ultimo sangue. Nella battaglia del Solstizio il 17 giugno Mignone cadde dopo tre giorni di lotta, nell'ansa di Lampol a Villa Martini, presso Fossalta del Piave, “fulgida sentinella isolata oltre le nostre linee e simbolo delle più alte virtù militari” come scrive la motivazione della Medaglia d'Oro conferitagli alla memoria il 31 maggio 1923. Suo fratello, Riccardo, era caduto in combattimento nella guerra di Libia. Era stato iniziato massone il 28 settembre 1911 nella loggia “Eritrea” di Asmara, con numero di matricola 36.653.
  Di quanto sia giusto andare orgogliosi della nostra storia un secolo dopo la Vittoria nel 4 novembre 1918 a Fontanile parleranno il gen. Luigi Cinaglia e il col. Antonio Gelao, coordinati da Vanni Cornero. L'Italia ripudia la guerra ma ha diritto/dovere di difendere la pace dei suoi cittadini quando ancora mancano due anni al 150 dell'annessione di Roma, che coronò il sogno di Cavour, Garibaldi, Mazzini e del Padre della Patria, Vittorio Emanuele II.
Aldo A. Mola

90 anni dopo il terribile 1928
SALVAGUARDARE I DIRITTI DI LIBERTA'
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 giugno 2018, pagg. 1 e 11.

            Per settimane urla, insulti e minacce di “politici” di varia ascrizione hanno messo a dura prova la pazienza dei cittadini, con l'acme finale della richiesta di incriminazione e condanna all'ergastolo (sic!) del capo dello Stato perché, in assenza di accordo tra Lega e M5S, come suo dovere egli provvide ad allestire comunque un governo per un Paese sull'orlo dell'abisso. Al di là dei sorrisi gelidi di maniera scambiati nel protocollo, queste giornate rimarranno nella storia. Una ferita profonda. Durante settimane di ignobile cagnara, indegna di una democrazia matura, è scivolato via sotto silenzio il 90° di eventi che invece chiedono memoria. Nel maggio 1928 fu approvata la legge che sostituì con il collegio unico nazionale l'elezione dei deputati alla Camera in libera gara nei collegi uninominali e la “legge Acerbo” del 1923, maggioritaria e già sperimentata il 6 aprile 1924. Gli elettori furono chiamati ad approvare o a respingere in blocco una lista di quattrocento nomi integralmente preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, che in quel momento era ancora un sodalizio di partito, privo di veste pubblica, una sorta di “piattaforma”. La sua costituzionalizzazione avvenne solo sei mesi dopo, con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693. Il 16 marzo Giovanni Giolitti, 86 anni, cinque volte presidente del Consiglio, schiena diritta in un Paese di doppiogiochisti e di opportunisti, dichiarò alla Camera che la nuova legge elettorale, tracciata dal nazionalfascista ministro della Giustizia Alfredo Rocco, segnava “il decisivo distacco dal regime retto dallo Statuto”. Il discorso (venti righe a stampa) fu un monito anche verso la Corona che avallava una riforma a vantaggio del regime di partito unico, il Partito nazionale fascista, coacervo di “ras” e di correnti, dal programma confuso ma dalle mire evidenti: la conquista definitiva dell’immane torta del potere e la sua spartizione in fettine che andavano dai gerarchi alla pletora di sansepolcristi, marciatori su Roma, etc. sino all'ultimo “caposcala” di condominio. 
Alla violazione dello Statuto Giolitti oppose un solenne “No”. I liberali sono fatti così. Non hanno paura di dire verità scomode. Gnostici e pelagiani, non temono di essere minoranza, né di venir perseguitati. A loro importa essere a posto con la propria coscienza. I liberali italiani (mai numerosi, invero) hanno un retaggio di cui può andare orgoglioso ogni cittadino consapevole della storia patria (chi non lo è, rimane un elettore dimezzato): l'illuminismo del Settecento, la modernizzazione di età napoleonica, le cospirazioni costituzionali dell'Ottocento, l'unificazione nazionale, tutte conquiste civili e politiche costate lotte, sacrifici, torture, patiboli. Tanti liberali celarono le loro carte nei nascondigli più impensabili. Vissero di segreti e nel segreto, seguaci dell'Evangelista Giovanni. Poiché “gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Giovanni, 3,19), per serbare viva la Luce e diffonderla in epoche di persecuzioni bisogna vivere occulti, campare di poco, “testimoniare”. Encratici come Socrate. Il liberalismo ha insegnato l'orgoglio di rimanere minoranza, senza la fatua illusione di avere consenso di armenti richiamati da erbe più verdi, incalzati ai fianchi da segugi abbaianti e sospinti a severi colpi di verga. 
Dal 1928 gli italiani furono incasellati, intruppati e costretti a prostrarsi al regime. È vero che la “macchina” rimase imperfetta, come scrive Guido Melis (“Immagine e realtà dello Stato fascista”, ed. il Mulino). Però Mussolini provò a fare gli italiani a immagine e somiglianza di un modello forzato, paramilitare, devozionale, preso a prestito dai socialisti rivoluzionari, dalla  tragica irreggimentazione dettata dalla Grande Guerra e dal reducismo postbellico...: una sequenza approdata nel motto demenziale “credere, obbedire, combattere”. Per chi? Perché? E mai un dubbio? In realtà anche il governo Mussolini in vent'anni cambiò varie volte alleanze e, spinto dai suoi stessi errori e da ambizioni superiori alle risorse  del paese(la guerra d'Etiopia, l'intervento in Spagna), scelse infine quella più autolesionistica, con la Germania hitleriana che, annessa l'Austria, ormai confinava con l'Italia. Come sempre nella sua storia millenaria, i tedeschi ambivano al Mediterraneo, senza però capire che se avessero voluto dominarlo avrebbero dovuto concentrarvi strategia e forza militare adeguata, superiore a quella degli Inglesi che lo controllavano da Gibilterra a Malta, da Cipro a Suez. Ma l'austriaco caporale Hitler (che sbarrò gli occhi dinnanzi alle belle forme di Paolina Bonaparte Borghese) non aveva la stoffa di Federico II di Svevia. Nato a Jesi lo “Stupor Mundi” non è sepolto nella terra di Arminio ma nel Duomo di Palermo, non lontano dalla Cappella Palatina, ove, vestito con la dalmatica, andava a messa leggendo il Corano.  
Nel 1929 il nuovo Statuto del Partito nazionale fascista dettò regole ferree. I segretari dei fasci di combattimento dovevano “conoscere i precedenti politici e morali, nonché i mezzi di vita di ciascun gregario” ed esigerne la genuflessione. I nuovi iscritti dovevano giurare di “eseguire senza discutere gli ordini del Duce” e di “servire con tutte le loro forze, e se necessario anche col loro sangue, la causa della Rivoluzione fascista”, che però nessuno, neppure Mussolini, sapeva bene che cosa fosse: una fiammella pentecostale? una sorta di “grazia di dio”?
Non bastasse, secondo lo statuto del PNF “il fascista che viene espulso dal Partito” doveva  essere “messo al bando dalla vita pubblica” (un po' come dettano gli statuti di movimenti di recente conio). Fascio e Stato erano dunque una cosa sola? In realtà neanche Mussolini ce la fece. Venne precisato infatti che “coloro che occupano cariche pubbliche di nomina governativa non possono essere soggetti a procedimenti né a punizioni disciplinari finché non abbiano lasciato le cariche stesse”. Lo Stato (militari, magistrati, funzionari, docenti...) comprendeva in quota significativa antifascisti e persino massoni. Eliminarli tutti avrebbe comportato il collasso della pubblica amministrazione. A tacere del corpo diplomatico e del “parastato”, popolati di grembiulini, l'intreccio tra pubblico e privato venne edificato dall'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) presieduto dal massone Alberto Beneduce, mentre il “fratello” Balbino Giuliano assunse il ministero dell'Educazione Nazionale.
Il 90° di quegli eventi merita attenta meditazione. Alcuni si domanderanno quale fu l'opera di Giolitti dopo il già ricordato discorso alla Camera del 16 marzo. Isolato nelle due ville di Cavour, come era stato più volte negli anni precedenti e soprattutto tra il 1915 e il 1918, quando fu persino bersaglio di un attentato alla sua vita, lo Statista alternava la lettura della storia e la contemplazione della morte, che lo raggiunse il 17 luglio 1928. Era uno stoico, convinto che prima o poi l'Italia si sarebbe ripresa, come aveva fatto tante volte nel corso del tempo, malgrado invasioni barbariche, scorrerie di saraceni, occupazione e saccheggi di “bande” criminali, come i Lanzi che misero a sacco Roma nel 1527 e assediarono Firenze nel 1530...
Altri si interrogheranno se Vittorio Emanuele III sia intervenuto per frenare gli eccessi del movimentismo dei fascisti e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che ne inquadrò le componenti più facinorose. La risposta al quesito è netta e al tempo stesso più articolata. Poche settimane dopo la discussione della legge elettorale, il Re e la Regina furono bersaglio di uno spaventoso attentato mentre andavano a inaugurare la Fiera Campionaria di Milano. Era il 12 aprile 1928. Un ordigno collocato nella base di un lampione di ghisa esplose causando una mitragliata di schegge che uccise venti persone e ne  ferì gravemente quaranta. Gli autori e i mandanti del crimine rimasero ignoti.  Imperturbabile come venne descritto dal generale Arturo Cittadini, suo aiutante di campo,  in  “memorie” di prossima pubblicazione, il Re Solato percepì il proprio isolamento. Non se ne trova cenno nel profilo scrittone da Pierangelo Gentile, ripubblicato dal Corriere della Sera (2018) a conferma che la sua figura rimane in attesa di una biografia scientifica. Il Re attese solidarietà concrete dal mondo monarchico, ma ne giunsero solo flebili e formali. Altre voci (come quella di Benedetto Croce) si levarono in Senato l'anno seguente contro l'approvazione dei Patti Lateranensi, perché “Parigi non vale una messa” e la libertà di coscienza non è “a noleggio”. Però alle elezioni del marzo 1929 il regime ottenne uno straripate successo, a conferma che il voto e la democrazia sono realtà distinte e spesso distanti, ieri come oggi.
Occorre meditarvi mentre tanti sono abbacinati da eventi ancor tutti da decifrare.
Nel frattempo occorre vegliare sui diritti di libertà non negoziabili, alzando l'insegna antica della Fenice: “Post fata resurgo”
Aldo A. Mola
 
IL POTERE SUPREMO
NELLA MONARCHIA E OGGI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

            Il braccio di ferro tra il Quirinale e i due partiti del “governo contratto” nella formazione dell'Esecutivo nascente ha messo in luce la continuità tra le prerogative formali e sostanziali del Capo dello Stato dallo Statuto albertino, in vigore dal 1848/1861 al 1947, alla Costituzione della Repubblica. Come detto e ripetuto in questi giorni (una “scoperta” per la stragrande maggioranza dei cittadini), “il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, i Ministri” . Lo Statuto del regno di Sardegna, unica monarchia rappresentativa in Italia prima dell'unità nazionale, era ancora più netto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. I componenti del Consiglio rispondevano al sovrano più che al “primo ministro”, figura dalla gestazione lunghissima, come documentato da Aldo G. Ricci e Marco Bertoncini in “I verbali dei Governi Cavour, 1859-1861” (ed. Libro Aperto). Nella prassi la realtà fu però assai diversa. Il primato del presidente sui colleghi venne formalizzato solo il 27 marzo 1867 dal toscano Bettino Ricasoli, ma subito abrogato dall'alessandrino Urbano Rattazzi. Fu ripristinato da Agostino Depretis dieci anni dopo. Al di là della forma, sin dal 1852, con l'avvento del “centro-sinistro” pattuito tra il liberale Camillo Cavour e Rattazzi, la composizione del governo rispose sia agli intendimenti del re, Vittorio Emanuele II, sia alle intese tra i capifila della Camera dei deputati. 
   Con l'avvento del governo Zanardelli-Giolitti, l'articolo 6 del regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 sancì finalmente: “Il presidente del Consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l'unità d'indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l'adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al Paese”. Pronunciati all'inizio delle legislature, i Discorsi della corona (concordati parola per parola tra il sovrano e il presidente del Consiglio, come documenta Tito Lucrezio Rizzo in “I Capi dello Stato”, ed. Gangemi) assursero a “manifesto programmatico” dell'Esecutivo. Il re esercitò potere determinante nella formazione dei ministeri, molto oltre la forza parlamentare dei governi. Non poteva essere diverso in un Paese che registrava continui cambi di compagini ministeriali. Nell'ultimo decennio dell'Ottocento si alternarono cinque primi ministri e ben dieci governi. Il quindicennio successivo non fu da meno. A Palazzo Braschi (all'epoca sede della Presidenza, con appena cinque-sei dipendenti dal magro stipendio) si susseguirono l'alessandrino Giuseppe Saracco, il bresciano Giuseppe Zanardelli, il cuneese Giovanni Giolitti, il forlivese Alessandro Fortis (due governi in pochi mesi), il pisano Sidney Sonnino, nuovamente Giolitti, poi ancora Sonnino, il veneziano Luigi Luzzatti, nuovamente Giolitti e infine il pugliese Antonio Salandra: undici cambi in quattordici anni. Anziché di età giolittiana, si dovrebbe dunque parlare di età emanuelina, perché il caposaldo dello Stato era e rimase Vittorio Emanuele III, il sovrano che di volta in volta pilotò le crisi, anche forzando la mano in colloqui segreti con i maggiorenti più fidati (come Giolitti). Era nei suoi poteri.
  Messi tra parentesi i nove ministeri susseguitisi dopo l'intervento nella grande guerra (1915-1922), va ricordato che il re esercitò le sue prerogative anche nella formazione del governo dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini, poi presidente per vent'anni. Come noto, il “duce del fascismo” partì da Milano la sera del 29 ottobre con la lista dei ministri. Costretto a cambiare treno a Civitavecchia per l'interruzione dei binari disposta dall'Esercito (che vanificò la leggendaria “marcia su Roma”: mai avvenuta nei termini narrati dalla vulgata pseudostoriografica), nell'ultima tratta Mussolini fu costretto a cancellare il liberale liberista cuneese Luigi Einaudi alle Finanze (sostituito con Alberto De Stefani) e il sindacalista socialista Gino Baldesi, in predicato per Lavoro e Previdenza sociale, assegnato a Stefano Cavazzoni, deputato del Partito popolare, il cui maggior esponente, Alcide De Gasperi, sostenne alla Camera il voto dei cattolici a favore del governo Mussolini.
   All'esordio questo non fu né “dittatura” né regime di partito unico. Sorse come coalizione costituzionale. Comprese esponenti del Partito nazionale fascista (appena 35 deputati su 543), Nazionalisti, cattolici del Partito popolare e Democratici sociali, capitanati dal duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, massone. Garanti del sovrano in ruoli eminenti furono il ministro della Guerra, Armando Diaz, creato Duca della Vittoria nel dicembre 1921, e quello della Marina, l'ammiraglio Paolo Thaon di Revel, componente del Supremo consiglio della Gran Loggia d'Italia, Duca del Mare dal 24 maggio 1923.
  Anche in quella svolta cruciale la Corona esercitò le proprie prerogative e imbrigliò  l'irruenza del “duce delle camicie nere”, alle quali, del resto si contrapponevano quelle azzurre dei nazionalisti e i non pochi seguaci di Gabriele d'Annunzio, organizzati anche in forme paramilitari da massoni, come il torinese Giacomo Treves e Michele Antonio Chiarappa, fondatore del movimento esoterico “La Fenice”. Con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263 sulle Attribuzioni e prerogative del capo del governo, Mussolini si scrollò di dosso il giogo del Parlamento e dei “ras” del suo stesso partito, ma non si liberò affatto dalla Corona, che conservò il potere  supremo, ignorato o sottovalutato dai tanti studi sulla “diarchia”, inclusa la biografia di Vittorio Emanuele III “di fronte al fascismo” di Frédéric Le Moal (ed. Leg. Gorizia). Essa infatti recita: “Il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo del suo governo. (…) Il primo ministro è Capo del Governo. Il Capo del Governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell'indirizzo generale politico del Governo. I ministri segretari di Stato sono nominati e revocati dal Re su proposta del capo del governo primo ministro. Essi sono responsabili verso il Re e verso il Capo del Governo...”: non  proni a capipartito o “poteri forti” interni e internazionali. Lo si vide anche nei ripetuti cambi alla guida dell'Economia nazionale e poi dei ministeri delle Corporazioni e dell'Agricoltura, altrettanti discontinui segmenti del Ventennio mussoliniano. Sotto il profilo normativo la Carta repubblicana vigente non si discosta molto dallo Statuto albertino.
   Il braccio di ferro tra il “Capo supremo dello Stato” (come lo Statuto definì il Re) e il governo era storia antica. La sua fase più acuta ebbe luogo centocinquant'anni orsono, durante i tre ministeri presieduti dal generale Luigi Federico Menabrea, ingegnere, già deputato per sei legislature del regno di Sardegna, poi senatore: uno dei savoiardi che nel 1860 optò per il regno d'Italia (come Luigi Pelloux) e alla stregua del nizzardo Augusto Riboty, ministro della Marina con Menabrea e poi nel governo di Giovanni Lanza (1870-1873). Di alta cultura e dalla visione politica di respiro europeo (d'altronde fu a capo del governo nell'anno dell'inaugurazione del Canale di Suez), il conte Menabrea mediò tra Parlamento (più concretamente, la Camera elettiva) e il sovrano. Lo si constatò con la nomina a ministro dell'Interno di Filippo Gualterio, marchese di Corgnolo (Orvieto, 1819-Roma, 1874), deputato di Cortona nel 1860 e poi senatore. All'epoca la capitale del giovane regno d'Italia da tre anni era a Firenze. Anche se l'annessione di Roma rimaneva in vetta ai desideri, nessuno vedeva come arrivarci, per la nettissima contrarietà di Pio IX a rinunciare al potere temporale. Era sorretto dalle maggiori potenze europee, anche non cattoliche. In quella temperie i rappresentanti dell'Italia centrale fruirono di una sorta di rendita di posizione. Fu il caso del ministro delle Finanze Luigi Guglielmo Cambray-Digny (dal “duplice nome francioso” ironizzò poi d'Annunzio). Storico insigne, fautore dell'unione dell'Umbria alla corona sabauda, già promotore della rivolta antipapalina di Perugia nel giugno 1859 sanguinosamente repressa dai pontifici, nel 1860 Gualterio allestì i “Cacciatori del Tevere” e occupò Città della Pieve. Intendente generale dell'Umbria, da prefetto di Genova e di Napoli usò mano di ferro contro cospiratori antisabaudi effettivi o immaginari e fu duramente criticato. Menabrea lo volle ministro dell'Interno, su suggerimento di Vittorio Emanuele II che se ne fidava. Costretto alle dimissioni e sostituito prima con Carlo Cadorna poi da Girolamo Cantelli, egli venne nominato ministro della Real Casa. Ebbe parte molta influenza  nel matrimonio tra il principe ereditario Umberto e la cugina prima, Margherita di Savoia, e in altre delicate partite contrassegnate da crescenti tensioni tra la Corona, il governo e il Parlamento. Grazie alle ricerche storiche aveva stabilito che la dedizione di Orvieto al papa (8 dicembre 1367) era stata fatta al Sacro Soglio, potere spirituale, non al Patrimonio di San Pietro, e quindi la città andava riconosciuta al re d'Italia, come anche Napoleone III convenne. A quel modo Gualterio provò che la storiografia è alta politica. Lo aveva bene compreso Carlo Alberto con l'istituzione della Regia Deputazione di Storia Patria, che accampò i titoli della sua Casa a guidare il processo di indipendenza e unificazione dell'Italia: un impegno filosofico e culturale che non ebbe uguale in nessun altro Stato italiano pre-unitario. Con somma abilità fu Gualterio a rivendicare a un Savoia la corona di Spagna. Nel 1871, con Carlo Michele Buscalioni, già alto dignitario del Grande Oriente d'Italia, accompagnò a Madrid il principe Amedeo duca d'Aosta, re di Spagna sino all'inizio del 1873. Da quell'esperienza trasse un memoriale nel quale invitò gli italiani a non calcare le orme dei “Cugini iberici”, precipitati in una repubblica caotica, infetta dal separatismo mascherato da federalismo.    
  Dal  dicembre 1869 Gualterio era però uscito di scena da ministro della Real Casa. Infatti  Giovanni Lanza, esponente della Destra storica, accettò di presiedere il nuovo governo a patto che egli venisse estromesso. Vittorio Emanuele II, amareggiato, lo congedò ma continuò a conservargli amicizia e a tributargli onori. 
   L'obiettivo del re fu sempre di conservare integre le proprie prerogative, come fa ora il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il sovrano lo fece anche nel Ventennio. Lo si vide il 25 luglio 1943 quando Vittorio Emanuele III impose le dimissioni a Mussolini e nominò il maresciallo d'Italia Pietro Badoglio: quarto militare al governo, dopo Alfonso La Marmora, Menabrea e Pelloux (1898-1900). Nel giugno 1944 Badoglio fu sostituito da Ivanoe Bonomi, insediato capo di un governo i cui ministri vennero stabiliti non più dal re né dal suo Luogotenente, Umberto di Piemonte, ma dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, senza alcuna certificazione nel consenso dei cittadini: uno scenario risanato con le elezioni della Costituente e, ancor più, con quelle del 18 aprile 1948. In principio era il Capo dello Stato, come appunto è e deve durare, nel segno dell'Unità nazionale nata dal Risorgimento e suggellata dalla Vittoria del 4 novembre 1918. 
Aldo A. Mola 
 
OLTRE IL PATERACCHIO
LA PAROLA A MATTARELLA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

foto ansa.it         Il “plebiscito” indetto da Di Maio e da Salvini sul “Contratto per il governo del cambiamento” è un affare loro, senza rilievo istituzionale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha motivo di conferire alcun valore a una pappolata dai contenuti cangianti, sottoscritto fra dubbi e riserve mentali dai vertici  scamiciati di Movimento 5 Stelle e Lega. Se mai dovesse prenderla in considerazione, la dovrebbe affidare al vaglio di costituzionalità. E lì comincerebbero i sette dolori, perché il “Contratto” tutto è tranne che una proposta politica di ampio respiro. È un pateracchio.
  Ognuno è libero di domandare in famiglia se piace l'aglio. Però non può imporlo al prossimo. Il “Contratto” è appunto come l'aglio. Piace ai grilloidi e forse a qualche  leghista (non sappiamo quanti), ma di sicuro non piace a Forza Italia e a Fratelli d'Italia, i cui elettori hanno votato candidati della Lega nei collegi uninominali e ora si sentono traditi. Questo “Contratto” lascia indifferente l'80% degli italiani, indifferenti ai riti piazzaioli da paese del quarto mondo, a rischio di bancarotta. I cittadini attendono un governo vero, con attributi non millantati. 
   Il Contratto Di Maio-Salvini, via via più… contratto, ristretto, modesto, è una pastetta privata, stipulata tra “partiti” molto lontani dall'articolo 49 della Costituzione, che esige democraticità interna, mai certificata dal M5S, uso a espellere i dissenzienti. L'altro “socio” firmatario farebbe bene a meditare sul verso di Ariosto: “chi troppo in alto va cade sovente, precipitevolissimevolmente”. È quanto accade agli aspiranti onnipotenti, carenti della “grammatica” della politica e di senso dello Stato, come ha solennemente ricordato Mattarella a Dogliani nella rievocazione di Luigi Einaudi. 
   Ma Di Maio è convinto di “scrivere la storia”. Lo ripete come un mantra. Ci ricorda  Qualcuno. “Disse colui che sedeva sul trono: Ecco, faccio nuove tutte le cose. Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine. Io darò all'assetato l'acqua della vita, gratuitamente”. Gli altri (gli impudichi, i fattucchieri, gli idolatri) verranno gettati “nel lago che brucia di fuoco e di zolfo”. Così recita l'Apocalisse (21, 5-8). Non sappiamo se Di Maio l'abbia mai letta. Comunque pretende proprio di “far nuove tutte le cose”. In realtà i “contrattisti” non fanno nulla di nuovo, se non continuare a promettere leggi senza indicarne la copertura. Coriandoli. Il Contratto è una nuvola di promesse, ma ignora l'unica riforma davvero urgentissima: una nuova legge elettorale, indispensabile per dare stabilità al governo, in linea con gli obblighi ineludibili dello Stato (altra cosa da governi dalle maggioranze raffazzonate).      
   Il “plebiscito” indetto da M5S e Lega chiede di sottoscrivere un programma comprendente proposte incostituzionali e riforme che esigono il voto del Parlamento nei modi previsti dall'art. 138 della Carta, non un semplice placet ai gazebo purchessia o via internet.  
   Non sappiamo quanti grilloidi l'abbiano effettivamente approvato. Vediamo comunque, dati alla mano, che essi sono solo una manciata rispetto ai voti raccattati dal Movimento il 4 marzo scorso. È la prova manifesta che non esiste alcuna proporzione tra la “piattaforma Rousseau”, i votanti (volubili) e l'Italia reale. Ai “gazebi” Salvini registrerà una partecipazione deludente per chi si proclama interprete del “popolo”. Nell'insieme gli italiani non si appassionano affatto a un programma logorroico, scritto in pessimo italiano, zeppo di “vorremmo”, di “si dovrebbe” e di altre giaculatorie. Una bolla di sapone. 
  Anche se in forme attenuate rispetto alla bozza originaria, il Pateracchio propone un Comitato di conciliazione fra i contraenti del tutto estraneo all'ordinamento dello Stato. Per dargli corpo occorrerebbe una legge ai sensi dell'articolo 138 della Carta: varie letture. Sappiamo come finiscono questi sogni. Anche se approvato, il nuovo Supremo Consiglio sarebbe impugnabile dinnanzi alla Corte Costituzionale. Sappiamo bene (e lo sanno anche Matteo Renzi e Boschi Maria Elena) quanto sia lastricata la via infernale di riforme balzane della Carta vigente.
  Dopo molte chiacchiere su “sovranità alimentare” (che evoca la “battaglia del grano” e l'“autarchia” di mussoliniana memoria), danza, cinema, musica, teatro, difesa (appena 13 righe su 39 pagine), esteri (15 righe), in due lunghe pagine su Riforme istituzionali, autonomie e democrazia diretta, il Contratto impone il “vincolo di mandato per i parlamentari”, in conflitto con l'art. 67 della Costituzione, e l'abolizione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (sopravvissuto al referendum del 4 dicembre 2016). Non solo: come fosse vitale per l'Italia, il Pateracchio propone l'“inserimento del laureato in scienze motorie nell'organico di ruolo della scuola primaria”, la “supervisione di un organismo di controllo pubblico” su una Banca per gli investimenti (un soviet?), altre cosette su turismo (da riorganizzare con apposito dipartimento in capo alla presidenza del consiglio in vista dell'istituzione di un futuro ministero, con chissà quanti famelici “consulenti” e portaborse), abolizione della tassa di soggiorno e riforma dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Tutti temi sicuramente appassionanti in questo 20 maggio 2018.
  A parte tante divagazioni, il “Contratto delle Meraviglie” inciampa su alcuni sassi aguzzi. In primo luogo contiene in forma surrettizia una riforma fiscale. Qualunque sia l'esito del “plebiscito” espresso dalla piattaforma Rousseau e dai “gazebi”, l'articolo 75 della Carta vigente è chiaro: “Non è ammesso il referendum per leggi tributarie e di bilancio”. Ognuno è libero di dire quel che vuole: ma se dal mattino si vede il buon giorno, quanto tempo chiederà l'elaborazione di disegni di legge per dare corpo a questa larva d'intesa grillo-leghista? Le leggi si presentano e si discutono in Parlamento, non in piazzole o crocicchi reali o virtuali. Lo stesso vale per i trattati internazionali. L'Italia non è i Paese dei Balocchi. È uno Stato. 
   I firmatari del Contratto confondono i loro desideri (legittimi, come quelli di ogni altro cittadino) con pronunce di valore politico. Ma mille vorrei non fanno un voglio. Farcito di formule ora ovvie, ora vanesie, esso entra a gamba tesa per cancellare diritti non negoziabili dei cittadini. Afferma infatti che non può far parte del governo chi sia iscritto alla massoneria. Non è necessario ripetere che i cittadini sono liberi di iscriversi ad associazioni non vietate dalla legge penale, come appunto è la massoneria. Però va ricordato a Di Maio e a Salvini che la Massoneria è un Ordine universale, che molti italiani sono affiliati in logge estere e che molti stranieri sono  massoni in Italia. L'esclusione dei massoni dalle cariche pubbliche in Italia ha tre precedenti: le scomuniche papali, il fascismo e la Terza Internazionale leninistica-staliniana. Non solo: la massoneria è combattuta a morte dai fondamentalisti islamici e da tutti i peggiori fanatici del pianeta. Dinnanzi a queste enormità come si schiereranno i “liberali” eletti nelle file della Lega? Si benderanno gli occhi? 
  Un'ultima considerazione. I plebisciti sono sempre stati e sono la peggiore forma di consultazione possibile. Basti un esempio. Come attestano i Vangeli, il proconsole di Roma a Gerusalemme, Ponzio Pilato, propose alla piazza di decidere la sorte di Gesù Cristo. La folla rispose unanime: “Crucifige”. Non furono né Pilato né Erode, né Roma né il re della Giudea, a condannarlo alla crocefissione. Fu la oclocrazia. Fu la folla imbestialita. Su quella orrenda piazzata concordano i quattro Evangelisti: Matteo (27, 22-26), Marco (15,13-15)  Luca (23, 22-25) e Giovanni (19, 15-16).
  Ma Sergio Mattarella non è Ponzio Pilato. È il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Deciderà per il meglio, nell'interesse dell'Italia, sicurezza interna, vincoli internazionali e certezza del diritto. Un governo fondato sul Pateracchio causerebbe non solo la fuga dei capitali e la dissuasione degli investimenti dall'estero ma l'implosione dello Stato: un lusso che l'Italia non si può e non si deve permettere dopo appena un secolo e mezzo dalla sua nascita e proprio nel Centenario di Vittorio Veneto.  
Aldo A. Mola
 
LE ALPI DEL MARE
LA LEZIONE DEL PRINCIPE ALBERTO II DI MONACO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 maggio 2018, pagg. 1 e 11.

Alberto II di Monaco         Alberto II Grimaldi, principe di Monaco, dal 2 maggio è cittadino onorario dei cinque comuni dell'Unione Montana Alpi del Mare: Boves, Chiusa di Pesio, Peveragno, Roaschia e Valdieri. Il sindaco di quest'ultimo comune, Giacomo Luigi Gaiotti, ha fatto da capofila e da regista della complessa iniziativa, perseguita col riserbo necessario per evitare che qualche grullo parlante guastasse la festa, coronata da partecipe successo per le molte lezioni che se ne traggono. Anzitutto, ribadire il legame tra i due versanti delle Alpi può sembrare ovvio, ma nei fatti non lo è. Diciamo le cose come sono: la costa da Genova a Nizza venne pensata come un continuum solo dopo l'annessione della Superba da parte del regno di Sardegna, restaurato nel 1814. Vittorio Emanuele I (1814-1821) e il manipolo di patrizi e borghesi genovesi che scommisero sull'unità operosa tra Liguria e Piemonte ripartirono da Augusto, quando l'Italia nord-occidentale contava due regioni: la IX, “Liguria” (dal litorale alla destra del Po), e l'XI “ Transpadania” (dalla sinistra del fiume al crinale alpino). Lo Stato sabaudo da cinque secoli comprendeva la contea di Nizza, perché così insegna la geografia: l'Italia non finisce a Ventimiglia o a Roccabruna ma al Varo, a Nizza. 
   In quell'ambito dal 1297 esisteva la Signoria di Monaco, risalente a Franceschino Grimaldi (“Malizia”). Più volte sommerso dai marosi del tempo, anche il Principato di Monaco venne soffocato dalla Rivoluzione francese, fonte di modernità ma anche di rovine materiali e spirituali e di crimini perpetrati con l'insegna “repubblica o morte”. Parigi ne  cancellò persino il nome, retrocedendolo a Porto Ercole. Finalmente restaurato, il  Principato tornò a svolgere la sua missione, dapprima col protettorato sabaudo (trattato di Stupinigi, 8 novembre 1817), poi nei termini segnati dal trasferimento di Nizza a Napoleone III (che acquistò Roccabruna e Mentone), con le conseguenze civili e culturali studiate da Giulio Vignoli. Con Alberto I Grimaldi (1889-1922), scienziato di fama mondiale, il Principato conobbe straordinaria fioritura, anche quale città di turismo qualificato, collegato al Casinò. Nata dalla sconfitta militare e dall'invasione germanica, la Terza Repubblica francese trangugiò l'amaro boccone della indipendenza politica del Principato nel Midi, come dovette fare con quello di Andorra sui Pirenei e con altre realtà storiche. 
Nei decenni seguenti le relazioni italo-francesi non si risolsero nei rapporti diretti tra le popolazioni dell'area ma furono condizionate da tensioni e conflitti tra Parigi e Roma. Per realizzare poderose opere difensive contro la sempre temuta aggressione da parte della “sorella latina”, l'Italia spese ingenti somme sottraendole al completamento del sistema ferrostradale. Le ferrovie aperte tra Piemonte e Liguria fra fine Ottocento e primo Novecento costituirono il costoso diversivo che rallentò il completamento della Berna-Cuneo-Nizza. Per due secoli la storia fu dominata dalla visione autoreferenziale degli Stati: un processo che in Italia pesò più che nei Paesi unificati da molti secoli, poiché indusse (o costrinse) a scelte gravose e condizionò sul lungo periodo. La ferrovia Cuneo-Ventimiglia-Nizza, progettata sin dal decennio di Camillo Cavour (1852-1861) si fermò là dove era  giunta nell'età di Giovanni Giolitti. Venne ultimata solo nel 1928, in una breve stagione di rapporti quasi normali tra la Francia e l'Italia di Vittorio Emanuele III, del governo Mussolini e di Alberto Beneduce, presidente dell'IRI. Dieci anni dopo il podestà di Cuneo, Michele Olivero, propose l'autostrada Torino-Cuneo-Nizza, un centinaio di chilometri, poco più di un'ora al volante. Il conflitto italo-francese in quel momento in corso venne pensato come opportunità per il progresso nella pace. Se coniugano storia e geografia e rispondono  ai bisogni effettivi delle popolazioni le Opere durano nei secoli, come le strade romane, quelle napoleoniche e le prime autostrade italiane del dopoguerra, inclusa quella audace ma sacrificata sulla costa ligure (due sole corsie, senza quella di emergenza, vulnerabilissima). 
All'indomani della seconda guerra mondale il Piemonte sud-occidentale declinò. Lo denunciò il “Libro nero di Cuneo, provincia depressa”, che ebbe il coraggio di chiamare le cose per nome. L'interruzione della Cuneo-Nizza, durata sino al 1978, il ritardo nel completamento e raddoppio dell'autostrada Torino-Savona (un cui tratto a lungo venne usato  per rodaggio di autovetture), il lento e in parte mancato ammodernamento della rete ferroviaria, lo smantellamento di quella tramviaria, un tempo fiore all'occhiello, generarono disastri oggi lampanti.  
  Vent'anni dopo il varo del Mercato Comune Europeo (1967), progettare la regione Alpi del Mare (Cuneo-Imperia-Nizza), come fecero, tra altri, Adolfo Sarti e Giovanni Falco, leggendario presidente della Provincia di Cuneo (ancora privo di una biografia) non era utopia ma il massimo del realismo. Il Premio Flamagal tenne viva quella speranza. Oggi è lunghissimo l'elenco delle occasioni mancate, dei passi all'indietro. Perciò è tempo di confrontarsi con chi ha saputo camminare con i tempi. 
   Alberto II di Monaco è un sovrano illuminato del Terzo Millennio. Monarca costituzionale, nato dal matrimonio tra Ranieri III e Grace Kelly, uno tra i più celebri del secolo scorso, ha unito la pratica di attività sportive a livello olimpionico, inclusa una spedizione al Polo Artico, a studi severi di economia, sociologia e scienze politiche in Università d'avanguardia di qua e di là dell'Atlantico, alla ricerca di soluzioni ardite dei problemi che l'Euromediterraneo è chiamato a superare. Durante il suo principato, Monaco, un microstato stretto tra le Alpi e il mare, anziché arroccarsi nel retroterra avanza sulle onde con progetti dai costi giganteschi ma dalla resa altrettanto remunerativa. La tutela dell'ambiente è la carta vincente.
  Le molte onorificenze straniere di cui il principe si fregia sono altrettanti motivi di riflessione. Cavaliere di Gran Croce della Casa Petrovic-Njegos (quella della Regina Elena, la cui memoria è vivissima nel Cuneese, come ricorda Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, e si constata dall'afflusso di quanti rendono omaggio alle tombe di Vittorio Emanuele III e della Regina nel Mausoleo sabaudo in Vicoforte), Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana per iniziativa di Ciampi, del Santo Sepolcro (Santa Sede), di Stati africani, americani e del Vicino Oriente (Giordania), Alberto II indossa anche il Gran Collare del Liberatore degli Schiavi José Simeon Canas (El Salvador). 
  La liberazione dalla nuova schiavitù è quella dal conformismo, dalla corta-miranza. Laureato honoris causa in scienze del mare e in ecologia marina, Alberto II di Monaco invita a guardare “oltre”. Il Piemonte sud-occidentale ha motivo di avvalersi della sua lezione prima che sia troppo tardi. Se non ci si mette al passo, ogni anno che passa se ne perdono due: uno perché si sta al palo; il secondo perché gli altri, invece, vanno avanti. È la parabola dell'Italia odierna.  
  Bisogna aprire gli occhi su quanto è avvenuto in Paesi a lungo erroneamente considerati di serie B. È il caso della Spagna. Quanti chilometri corrono tra la Sierra Nevada circondante la moresca Granada e il Parco Naturale di Cabo de Gata? Quant'è lontana La Seu d'Urgell dalla Costa Brava? Un tempo quegli spazi sembravano invalicabili; ora sono un'inezia. Ma la Spagna ha realizzato per tempo l'alta velocità e ha moltiplicato autostrade e autovie per agguantare la modernità. Dalle nevi al mare là si va in poco più di un'ora e senza code. Non è un “miracolo”: è il frutto di un'Idea, di una strategia e, diciamolo, di classe dirigente, del sistema istituzionale-politico-culturale, simile a quello che nel mezzo secolo dopo l'unità nazionale (1861-1914) consentì agli italiani di passare da “volgo disperso che nome non ha”  a modello per l'Europa della Belle Epoque. Fu opera di una dirigenza pragmatica, neopelagiana, che seppe mettere a frutto illuminismo, liberalismo e istituzioni in linea con i tempi.      
  Come osserva Mino Giachino, una tre le menti più acute del governo Berlusconi, il progetto “Alpi del Mare” e l'idea di un Parco naturale europeo vale per l'area liguro-piemontese come per il confine orientale, in specie per i territori che hanno motivo di rimettersi al passo con la storia. 
  È emblematico che il conferimento della cittadinanza onoraria ad Alberto II di Monaco sia stato celebrato nella sede dell'Ente di gestione delle Aree protette delle Alpi Marittime, l'antica villa edificata dal sarto Gioacchino Bianco al rientro da Cannes ove era stato iniziato massone. Suo figlio, Dante Livio Bianco, il 30 maggio 1944 sottoscrisse a Saretto, in alta valle Maira, i Patti con la resistenza francese, germe dell'Europa dei popoli, all'insegna della fratellanza e del progresso civile. Il 70° dell'evento, nel 2014, venne rievocato da Gianna Gancia, all'epoca presidente della Provincia di Cuneo. Quel tempo non è finito. Dipende da ciascuno riprendere il filo e tessere più tela. 
Aldo A. Mola
 


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