Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

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                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.




ALLA RICERCA DELLA MONARCHIA PERDUTA
Continuità della storia d'Italia


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 Maggio 2022 pagg. 1 e 6.
 
 La Corona Ferrea, emblema della regalità in Italia. Fu “calcata” da Napoleone I nell'incoronazione del 1805 a Milano e venne recata dietro le bare di Vittorio Emanuele II (1878) e di Umberto I (1900). Alle 16.30 di martedì 24 maggio (data evocativa) ne parleranno al Teatro del Casinò di Sanremo Marzia Taruffi, responsabile dei Martedì letterari, e il saggista Matteo Moraglio, che presentano il libro di Aldo A. Mola “Vittorio  Emanuele III. Il Re discusso”, edito nella Biblioteca Storica di “il Giornale”, collana “I Protagonisti”.  Arduino episcopicida
   Nel 1002 Arduino, marchese di Ivrea, si fece incoronare re d'Italia. Non fu il primo né l'ultimo nei secoli a tentare l'impresa. Tornò celebre perché a metà Ottocento fu elevato a precursore logico-cronologico del regno d'Italia, costituito il 14/17 marzo 1861. Venne lasciato sotto traccia che aveva ucciso il vescovo di Ivrea. Era fatalità (o necessità?) che la Corona d'Italia dovesse fare i conti con il potere ecclesiastico.
  La Monarchia. Un Soggetto eluso. Senza un re, Vittorio Emanuele II di Savoia, l'Italia non sarebbe mai divenuta uno Stato unitario. Tuttavia la monarchia non ha mai avuto “buona stampa”, anzi a lungo, anche in età monarchica non ne ebbe alcuna. Chi rimpiangeva l'Impero, chi la repubblica, chi la protezione di questa o quella potenza straniera, meglio se lontana, perché così i notabili locali avevano briglie sciolte, come mezzadri.
  La narrazione ha appiattito la storia e l'identità stessa della “monarchia”. Dalla manualistica e dai “media” i più sono stati indotti a credere che il Re della Nuova Italia fosse un tiranno circondato dal (mai esistito) “partito di Corte”. Non si distinse tra Corona, Casa Reale, persona del Re, governo e parlamento, tra lo Stato e chi pro tempore ne regge le sorti.Fare chiarezza sull'argomento non vuol dire affatto essere cortigiani o “nostalgici”. Significa capire come funziona lo Stato, qule ne sia la forma.
  La labilità del concetto di monarchia, di cui scrisse anche Julius Evola, molto dipende dalla modestia culturale dei “monarchisti”. Al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946 quasi 10.700.00 italiani votarono per la monarchia. Che fine fecero i loro “voti”? Non parliamo delle “schede”, date subito per scomparse, ma delle loro idee. Ne avevano? Quali? Quanto le coltivarono? Il vuoto di memoria e di dottrina politica non dipende da malanimo di “repubblicani” che poco o nulla sanno di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo ecc. ma anche dall'incapacità di tanti “monarchisti” (come venivano bollati da Luigi Federzoni i “professionisti”del voto pro-monarchia, distinti dai “monarchici”) di deporre i panni di cortigiani e di organizzare la Memoria dell'Istituzione.
   L'Italia abbonda di Fondazioni intitolate a partiti (anche estinti) o a loro “campioni” (da Antonio Gramsci a don Luigi Sturzo e via elencando). Invece non esiste alcuna Fondazione intestata a un Re d'Italia e meno ancora alla Monarchia quale soggetto di storia. A giudizio del rimpianto Giovanni Semerano, presidente e storico dell'Unione Monarchica Italiana, di Domenico Giglio, Argenio Ferrari e altri, la convergenza di quanto rimaneva dei partiti e movimenti monarchici col (ma meglio andrebbe detto “nel” o “sotto il”) Movimento sociale italiano, per motivi di opportunismo elettorale, sancì l'ammaina bandiera della Tradizione sabauda.Fu un'operazione “in perdita”. In assenza di un Istituto o Fondazione o Centro studi, una moltitudine di memorie, carteggi e biblioteche personali accumulate nei tempi andarono e andranno fatalmente perdute. A chi giova questa ecatombe della Memoria? Lo Stato d'Italia ha faticosamente costruito la propria identità tra il 1861 e il 1946. Dopo il cambio istituzionale la storia è stata amputata: da una parte i buoni (i “valori repubblicani” tante volte evocati anche dall'attuale presidente del Consiglio dei ministri, quasi Cavour, Giolitti, Einaudi fossero privi di “senso dello Stato”), dall'altra i cattivi, ai quali rimane vietato per legge esporre il tricolore con lo scudo sabaudo che li aveva visti in armi e nella vita quotidiana per l'Italia degli italiani, come ricorda lo storico militare gen. Oreste Bovio.
  Il richiamo alla storia è destinato a cadere nel vuoto. Se la monarchia (non parliamo di “pretendenti” o “aspiranti” ma dell'”idea”) è ormai relegata nel passato remoto, la repubblica non se la passa benissimo. Quali sono le sue fondamenta? Un emblema di difficile interpretazione? Un inno nazionale ispirato dal neoguelfismo? Un francobollo? Mentre quelli coi re duravano una vita, il più famoso di quelli repubblicani è il “Gronchi Rosa”. V'è motivo di riflessione.                                    
diritto di darsi istituzioni confacenti
«Una generazione non può assoggettare alle sue leggi le generazioni future. Un popolo ha sempre diritto di rivedere, riformare e cangiare la sua costituzione.» Lo scrisse Gian Domenico Romagnosi (Salsomaggiore, 1761- Milano, 1835) nella Scienza delle Costituzioni . Filosofo, giurista, oratore della loggia massonica milanese “Gioseffina Reale”, sospettato di legami con la Carboneria ma presto scagionato, visse a schiena diritta. Ebbe chiaro che il Potere si fonda su miti e si esprime attraverso simboli: colori, suoni, segni. Ogni “cangiamento” comporta adozione di archetipi, elaborazione e insegnamento di nuove narrazioni. Durano i regimi che si armano di princìpi arcaici e universali. L' Ordine Nuovo s’impone se si fregia del passato remoto più “con-vincente”.
  Tra i discepoli Romagnosi ebbe Carlo Cattaneo (Milano, 1801-Lugano, 1869), massimo esponente del pensiero democratico italiano dell'Ottocento, federalista, fondatore e direttore di “Il Politecnico” (1839-1844), storico delle Cinque Giornate di Milano (18-23 marzo 1848), strenuo avversario del processo di unificazione nazionale sotto le insegne della Casa di Savoia, da lui ritenuta illiberale e retriva. Sennonché il federalismo rimase un'utopia. Nel 1861 fu il quarantenne Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878), politico più sagace dei suoi migliori ministri, a farsi proclamare re d'Italia.
  Benché raccogliticce le due Camere erano una sorta di “sospensione” della storia. Bastò un tocco per precipitare l'infuso in cristalli. Durevoli nel tempo o fragili?
Una “leva culturale” per risollevare l'Italia
  La Nuova Italia faticò a darsi un codice identitario, a dichiarare il suo “dna”. Negli anni dalla Restaurazione al Quarantotto le principali correnti politiche favorevoli all'“unione” nazionale oscillarono tra confederazione e federazione. Nell'Europa intirizzita dal Congresso di Vienna e dalla Santa Alleanza (1815) l'obiettivo di uno Stato unitario italiano rimaneva molto basso sull'orizzonte. Il Paese era controllato da due dinastie straniere di peso continentale: gli Asburgo d'Austria e i Borbone, al potere in Francia, Spagna, regno delle Due Sicilie e ducato di Parma-Piacenza. Le due Case non avevano alcun interesse allo scontro diretto per spostare i confini della loro egemonia in un teatro secondario qual era l'Italia. Nel secolo dell'espansione europea negli Oceani,vl'Austria doveva guardarsi sul fianco sud-orientale: Russia e impero turco. La Francia viveva i postumi dello sfascio dell'impero coloniale perduto dai Borbone di Spagna nell'America Latina (notiamo, di passaggio, che il bicentenario della “dottrina Monroe”, madre dell'egemonia transatlantica degli USA, non sta suscitando speciali attenzioni).
  L'“idea di Italia” mancava di un punto di riferimento istituzionale e fisico percepito e riconosciuto a livello nazionale e internazionale. I repubblicani giocavano di rimessa. Lo fece anche Mazzini con gli appelli-mòniti a Carlo Alberto (1831) e a Pio IX (1847). A ostacolare la soluzione della questione nazionale pesava come macigno la sorte di Roma. Tra i suoi più fervidi profeti, il teologo torinese Vincenzo Gioberti ebbe il merito di proporla in armonia con la rappresentatività universale del papa, Vicario di Cristo, ma la annegò nella fantasiose origini pelasgiche degli italiani: un mito destinato a suscitare più confusione che consensi.
  Contrariamente a quanto solitamente creduto, alla diffusione dell'“idea di Italia” le scienze concorsero molto più rispetto che il linguaggio politico, la letteratura, la poesia. Lo si vide con i Congressi degli scienziati italiani ideati da Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino. Neppure essi però giunsero a formulare con chiarezza i simboli dell'Italia mentre fervevano i progetti di un canale che evitasse di circumnavigare l'Africa per andare da Londra a Calcutta. 
  Nel “Quarantotto” anche le avanguardie politiche italiane risultarono impreparate a cospetto degli eventi. La sconfessione da parte di Pio IX dell'alleanza “nazionale” contro l'Austria, usbergo della chiesa cattolica e garante del ritorno all'equilibrio tra le potenze europee, la proclamazione della repubblica a Venezia e a Roma (dopo quella in Francia, effimera e subito macchiata dal sangue dell'arcivescovo di Parigi), la catastrofe delle assemblee elettive e la revoca delle costituzioni, con la sola eccezione di quella albertina nel regno di Sardegna, evidenziarono la perdurante assenza di un caposaldo sicuro per la riscossa dei fautori dell'unione-unificazione italiana. La Società Nazionale capitanata da Daniele Manin prese corpo quando fu chiaro che per riprendere la navigazione non rimaneva che una zattera: il “Piemonte” di Vittorio Emanuele II, la monarchia costituzionale. La svolta avvenne in un'Europa del tutto mutata rispetto al Quarantotto: il Secondo Impero con Napoleone III in Francia e la coalizione anglo-franco-turca (con adesione del “Piemonte”) contro l'impero russo. L'imperatore d'Austria rimase alla finestra: saggezza o debolezza? Vienna percepì che Londra e Parigi puntellavano a tempo indeterminato Istanbul e che il Mediterraneo era ormai un lago anglo-francese, ma della Francia di un Bonaparte, ai danni dei Borbone, retrocessi a dinastia periferica tanto a Madrid quanto a Napoli. La soluzione della questione italiana stava nelle sorti venture del regno delle Due Sicilie, con un sovrano chiuso in se stesso, pago dell'isolamento e dell'apparente opulenza di alcune città e di una cerchia ristretta di notabili. Per Ferdinando II di Borbone la questione italiana non esisteva. Nel 1848 represse quella siciliana facendo bombardare Messina. Poi soffocò le pulsioni liberali con arresti arbitrari e carcere senza processo, con buona pace dei neo-borbonici. Va aggiunto che Napoleone III non decise affatto l'intervento in Italia attratto dalla sottogonna dell'“inviata” di Cavour. “Fosco figlio di Ortensia” irruppe nella pianura padana mentre occupava la Cocincina.
Antiquaria per lo Stato nuovo?
  Nei primi decenni di vita il neonato regno d'Italia affastellò la Roma dei consoli e dei Cesari, le capitali degli Stati pre-unitari, le “cento città”, la lingua, le parlate, i dialetti, gli annali, le memorie e le fiabe. Il canto fece la sua parte, non solo con Giuseppe Verdi. Come la nòttola di Minerva, la storia arrivò per ultima, quasi al tramonto. Solo a fine Ottocento ebbe le prime sistemazioni con Giosue Carducci e il braidese Beniamino Manzone, massone, chiamato a Roma a dirigere la prima rivista del “Risorgimento Italiano”, alba del futuro Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, che tanto deve ai suoi presidenti Alberto Maria Ghisalberti, Emilia Morelli e Romano Ugolini.
  L'Italia del 1861 aveva un eccesso di passato prossimo e remoto e un deficit di coscienza del suo presente e di visione del futuro. Per di più, come ancora regnasse Arduino, nacque scomunicata. Vittorio Emanuele II e i suoi generali e ministri avanzarono come rullo compressore dalla pianura padana alla Sicilia. Di conquista in conquista ecclesiastici compiacenti celebrarono “Te Deum” di ringraziamento, come aveva fatto Caprara, arcivescovo di Milano, che il 26 maggio 1805 benedisse l'“incoronazione” di Napoleone a Re d'Italia. Ma il nuovo Regno non ebbe mai la benedizione che conta: quella del pontefice, spogliato dei suoi domini e convinto di essere vittima di un complotto internazionale ereticale (anglicani, presbiteriani, evangelici...) o, perché no?, ordito dalla massoneria marchiata come “Sinagoga di Satana”.
  La monarchia italiana pertanto non poté mai inalberare la croce di Costantino. Dovette contentarsi di quella sabauda, che risaliva ai conti e ai duchi di Savoia giunti a vicari dei Sacri Romani Imperatori e poi a re, ma con titolo su isole (Sicilia, Sardegna), non sulla “terraferma”. Avevano brillato di luce riflessa sino a quando il tormentato Carlo Alberto (1798-1849, re di Sardegna dal 1831) nel 1838 decise di spogliarsi dell'ingombrante titolo di vicario di un imperatore che non era più sacro da quando Napoleone I gli aveva imposto di rinunciarvi e si rivendicò “italiano”. Rullarono i tamburi della Deputazione di Storia Patria insediata da Carlo Alberto per organizzare una narrazione completamente nuova dell'Italia e del ruolo della Casa di Savoia.
  La visione e la rappresentazione della monarchia tuttavia tardarono a prendere forma, a passare da intuizione a immagine, da nebulosa a simbolo di comunicazione immediata ai regnicoli. È sempre rischioso voltare pagina con la Tradizione. Tuttavia il re varcò il Rubicone. L'articolo 77 dello Statuto del 4 marzo 1848 recitò: «Lo Stato conserva la sua bandiera: e la coccarda azzurra è la sola nazionale.» Ma nella guerra contro l'Austria il “Piemonte” avrebbe fatto poca strada se fosse avanzato solo “con l'azzurra coccarda sul petto”. Perciò il 23 marzo, quando mosse verso Milano vittoriosamente insorta contro il “bastone tedesco”, «per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana» Carlo Alberto sovrappose lo scudo di Savoia alla “bandiera tricolore italiana”. Scattò avanti a tutti. Anche se sconfitto, avrebbe messo all'attivo il giobertiano primato morale e civile degli italiani e tutti i sogni di indipendenza, unità e ampliamento dei diritti civili o, come si diceva, “libertà”.
La monarchia: da soggetto di storia a oggetto di storiografia
  La Monarchia divenne il soggetto trainante della storia. Nell'Italia degli Asburgo, dei Borbone e del papa-re si erse quella sabauda. Lo scrisse Giosue Carducci (1835-1907), giovine dai trascorsi burrascosi, un po' mazziniano, poi garibaldino, ferocemente anticlericale, pragmatico e libero da languori “poetici”. I suoi versi erano programma politico. Prosa a ritmo cadenzato, più facile da memorizzare, come i versi famosi del 13-21 ottobre 1859 “Alla croce di Savoia”, suggellati dall'invocazione «Dio ti salvi, o cara insegna,/nostro amore e nostra gioia!/ Bianca Croce di Savoia,/Dio ti salvi! E salvi il re». (Edizione Nazionale, vol. II, p. 210).
  Vittorio Emanuele II andava salvato dagli Asburgo, dai Borbone, dall'abbraccio troppo stretto di Napoleone III e soprattutto dai “monarchisti”, che lo confiscavano per sé mentre egli voleva e doveva ergersi a spada dell'Italia intera, di una società nazionale in cerca di Stato.
  Nell'immediato il regno non ebbe né tempo né modo di forgiare una propria immagine popolare “con-vincente”. Visse a ritmo di battaglia, sempre con l'arma al piede. A parte la dura repressione del Grande brigantaggio sobillato dall'estero, come ha ricordato Aldo G. Ricci in “Obbedisco”, contò la spedizione garibaldina “Roma o Morte” (1862), il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865), ove ebbe tiepida accoglienza, la terza guerra per l'indipendenza (1866), la fallimentare campagna garibaldina nell'Agro Romano (1867), il braccio di ferro tra Concilio Ecumenico Vaticano e Anticoncilio di Napoli (1869), l'espugnazione di Roma e la sua annessione al regno (settembre 1870).
  Come si raffigurava il re e come era raffigurato?
  Morti prematuramente Vittorio Emanuele II e Umberto I (provvisoriamente sepolti al Pantheon), l'ideario monarchico si restrinse alla “bianca croce di Savoia” sino a quando le feste per il Cinquantenario furono celebrate all'Altare della Patria, ancora incompleto, pensato come summa dell'“itala gente da le molte vite” e mausoleo dei Re, con molti spunti rivoluzionari e neopagani ma nessun simbolo cristiano (1911).
  Altrettanto avvenne per il monumento supremo voluto per suggellare Corona e Parlamento: l'altorilievo in bronzo di Davide Calandra per il banco della presidenza della Camera elettiva, ove la Monarchia statutaria campeggia tra Forza e Diplomazia in un tripudio di principi sabaudi, da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele III. Dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 nessuno osò smurare Casa Savoia dall'Aula di Monte Citorio. Ma a chi parla oggi il bronzo di Calandra? La maggior parte di quanti lo guardano non lo vedono affatto, né lo capiscono. Non dialogano con il proprio passato. Annaspano in un presente che riduce la “politica” a moto perpetuo, come le giostre.
  Su impulso di Francesco Crispi (che decretò l'erezione del monumento nazionale in suo onore) e poi del trapanese Nunzio Nasi, ministro della Pubblica istruzione nel governo presieduto dal democratico bresciano Zanardelli, 120 anni fa la monarchia di Vittorio Emanuele III rese omaggio a Mazzini. Nella dispersione e nell'inerzia dei “monarchisti” tocca ancora una volta allo Stato d'Italia ricomporre i segmenti della storia nazionale, a indicarne  la continuità, e a proporre nelle debite forme lo studio del ruolo della monarchia, in specie nella nascita dell'Italia quale Soggetto storico indipendente, unito e libero. Prima che esso si sfarini...
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La Corona Ferrea, emblema della regalità in Italia. Fu “calcata” da Napoleone I nell'incoronazione del 1805 a Milano e venne recata dietro le bare di Vittorio Emanuele II (1878) e di Umberto I (1900). Alle 16.30 di martedì 24 maggio (data evocativa) ne parleranno al Teatro del Casinò di Sanremo Marzia Taruffi, responsabile dei Martedì letterari, e il saggista Matteo Moraglio, che presentano il libro di Aldo A. Mola “Vittorio  Emanuele III. Il Re discusso”, edito nella Biblioteca Storica di “il Giornale”, collana “I Protagonisti”.   

IL POTERE DEL RE

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Maggio 2022 pagg. 1 e 6.

Sabato 14 maggio con “Il Giornale” è distribuito il libro di Aldo A. Mola, Vittorio Emanuele III. Il Re discusso, nella collana “I Protagonisti”. Frutto di ampie ricerche d'archivio è la storia dei 46 anni di Re Vittorio. Anticipiamo qui la “riduzione” parziale di uno dei capitoli iniziali. I Poteri del Re costituzionale non erano molto diversi da quelli dell'attuale presidente della Repubblica. Il libro di Mola evidenzia la continuità dello Stato d'Italia, giunto all'unità grazie alla Monarchia di Savoia. Non essa sola, ma non senza di essa. Il Re nominò i senatori e, fons honorum,  conferì le onorificenze degli Ordini cavallereschi, come oggi fa il Presidente della Repubblica: temi che meritano approfondimento.Quale petrolio olet di meno?
   Chi e come comanda in Italia? Un paio di anni fa uscì Io sono il potere. Confessioni di un capogabinetto, raccolte da Giuseppe Salvaggiulo (Feltrinelli). Due edizioni in un mese. Mise a nudo l'onnipotenza dell'alta burocrazia, in specie i capigabinetto ministeriali. Ministri e sottosegretari passano. Essi restano. Indispensabili. Rievocò il leggendario Cencelli (“Max” per gli amici) e il suo celebre Manuale per la spartizione della torta del potere in correlazione al peso delle correnti di partito: proporzionale puro, caro a don Luigi Sturzo. Se ne avvantaggiarono i “pontieri” Taviani, detto Pet, Francesco Cossiga e Adolfo Sarti.  Quasi in controcanto al ritratto esilarante e tragico del funzionamento della “politica” degna delle Cronache bizantine, un mese dopo Sabino Cassese  pubblicò Il buon governo. L'età dei doveri (Mondadori), affresco di un'“altra Italia”. Quella delle “belle speranze”, che, come noto, sono sempre le ultime a morire. Il covid-19 prima, l'operazione militare speciale russa in Ucraina poi, la scoperta, infine, che anche la pacifica Italia ha armi non solo da vendere ma anche da regalare (senza però dire quali) e che, in alternativa alla Sarmazia, la madrepatria di poeti, santi e navigatori può procacciarsi petrolio e gas dall'Iran e da altri paesi democratici come Algeria, Angola, Congo e via continuando hanno calato la saracinesca sull'esercizio del Potere in Italia. Chi lo detiene lo usa. Gli altri stanno a guardare. Al più parlano. Donde il “parlamento”: due Camere che aspettano il gong dello “sciogliete le file” anziché dell'ennesimo apericena. In attesa che un giorno o l'altro vengano indette nuove elezioni politiche, continua a circolare la bizzarra leggenda secondo cui il capo-partito che otterrà più voti verrà automaticamente incaricato di formare il governo: asserzione, questa, che non compare né nella Costituzione né nella prassi. La nomina del presidente del Consiglio è prerogativa del Capo dello Stato, senza vincolo alcuno (art. 93 comma 2), esattamente come lo era in età monarchica.
  Motivo in più per domandarsi come funzionasse il Potere secondo lo Statuto concesso da Carlo Alberto di Sardegna il 4 marzo 1848 e rimasto in vigore sino al 31 dicembre 1947. Durato  immutato per un secolo era la costituzione più bella del mondo? Merita una panoramica, che è anche rapida sintesi della storia di un'Italia che in pochi decenni dal nulla che era divenne quasi una grande potenza.
Un Capo di Stato golpista?
   Più di settant'anni fa lo storico Luigi Salvatorelli affermò che la dichiarazione di guerra dell'Italia contro l'impero austro-ungarico (23 maggio 1915) fu il primo dei tre colpi di stato messi a segno da Vittorio Emanuele III. «Il potere monarchico nelle mani di Vittorio Emanuele III, egli scrisse, ha funzionato come potere determinante, in modo e misura tali che si può ben parlare di tre colpi di Stato; se non in un rigoroso senso giuridico della parola – senso che non è facilmente precisabile – per lo meno in riferimento alla prassi consuetudinaria e nel significato politico-morale, che è quello più importante». Secondo Salvatorelli il re abusò tre volte della potestà statutaria: con l'avallo del “patto di Londra” del 26 aprile 1915 e il conseguente intervento dell'Italia nella Grande Guerra; poi con l'incarico a Benito Mussolini di formare il governo (30 ottobre 1922); e infine il 25 luglio 1943, quando impose a Mussolini le dimissioni e nominò Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia anche a costo di affondare il Paese: tesi, quest'ultima, da diverso osservatorio condivisa da Elio Lodolini in La illegittimità del governo Badoglio (Milano Gastaldi, 1953).
  Senza entrare nel merito delle motivazioni “politico-morali” evocate da Salvatorelli, estranee al metodo storiografico, per comprendere l'azione del re nell'arco dei mesi dall'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo all'ingresso in guerra (28 giugno 1914 - 23 maggio 1915), come nelle altre “date cruciali” da lui bollate come “colpi di stato”, occorre “tornare allo Statuto”, cioè ricordare quali fossero i poteri del sovrano e accertare quale uso Vittorio Emanuele III ne abbia fatto e per quali fini (suoi propri o del Paese?), fermi restando l'intreccio ma anche la distinzione (statutaria e normativa) tra monarchia, Casa reale e persona del sovrano.
   La storiografia al riguardo ha oscillato tra l'imputazione al sovrano di abuso di potere nei confronti del governo e del Parlamento e la sottovalutazione del suo ruolo. Secondo Antonino Repaci il re fu il principale “colpevole” dell'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra e dell'avvento di Mussolini. Forse per attenuarne le supposte  “responsabilità” alcuni hanno enfatizzato le “voci” di una “malattia” (raccolte da Angelo Gatti nel “Diario” pubblicato nel 1964 a cura di Alberto Monticone e condivise da biografi non documentati) che avrebbe reso il sovrano indeciso, abulico, preda persino di pulsioni suicide o deciso ad abdicare e partire per l'estero.
   Per approfondimento e una corretta visione del liberalismo in Italia, messo alla prova dalla “settimana rossa” del giugno 1914 e, poco dopo, dalla conflagrazione europea, è necessario ripercorrere sinteticamente il contesto nel quale Vittorio Emanuele III operò durante i mesi di acuta tensione internazionale, presto precipitata nella sequenza di mobilitazioni (a cominciare da quella russa, che precedette ogni altra), ultimatum (l'Impero austro-ungarico alla Serbia) e dichiarazioni di guerra. Il 2 agosto 1914 il governo deliberò la neutralità dell'Italia, che il re annotò a pag 106 dell’Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896: «Luglio, 28. Roma (minacce di guerra); 29 per St. Anna di Valdieri; Agosto 1° Roma (Quirinale) (Neutralità); 6, Roma (Villa Savoia)»: appunti seguiti da tre sole note sino a «Dicembre, 26 (nasce Maria)».
   Esercitato in studi severi (storia, geografia, araldica, numismatica...), da depositario unico della memoria di quanto egli stesso e il governo avevano fatto dalla sua ascesa al trono a quel momento, il re sentì su di sé il “brut fardèl” dello Stato con un’intensità e una continuità di gran lunga superiore a quella di ogni presidente del Consiglio (Giolitti incluso), ministro degli Esteri e titolare di qualsivoglia dicastero.
   Per comprenderlo occorre ricordare, sia pur brevemente, la cornice entro la quale agì il sovrano: i poteri della Corona.
I poteri statutari del re 
   La proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d'Italia con la legge istitutiva del regno approvata dalla Camera dei deputati il 14 marzo 1861 e pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” il 17 seguente confermò al sovrano quanto già era suo e non modificò le norme che regolavano la Casa, cioè le Regie patenti del 17 settembre 1780 e del 17 luglio 1782, concernenti anche i matrimoni dei principi del sangue.
   Il Regio Decreto 2 luglio 1890, n. 6917, “Disposizioni sullo stato delle persone della Famiglia Reale”, a sua volta configurò con maggior chiarezza la potestà del sovrano, il quale è “capo supremo dello Stato; comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra; fa i trattati di pace, d'alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto che l'interesse e la sicurezza dello Stato il permettano, ed unendovi le comunicazioni opportune”, con la riserva fondamentale: «I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazioni di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l'assenso delle Camere.» Nella prassi la titolarità del comando delle forze armate non comportò il suo esercizio. Esso poté essere delegato a un comandante effettivo, incaricato della strategia e delle operazioni conseguenti (la “somma delle cose della guerra” addossate al gen. Chrzanowski nel marzo 1849), anche se la responsabilità istituzionale e politica ultima rimase in capo al sovrano, come certificò l'abdicazione di Carlo Alberto la sera della sconfitta a Novara il 23 marzo 1849. Del pari, la potestà di deliberare la guerra venne distinta da quella di dichiararla e proclamarla. Conscio del peso che esso avrebbe comportato per il regno, nel 1855 Cavour volle che il trattato comprendente la dichiarazione di guerra all'impero di Russia a fianco di Gran Bretagna, Francia e impero turco fosse approvato dal Parlamento e nel 1859 cercò di far sì che al re rimanesse solo “l'apparence du commandement”, senza pregiudicare la forma statutaria che, nel caso, era anche sostanza.
   Dalla politica estera e, conseguentemente, da quella militare, derivavano gli impegni del Tesoro e delle Finanze e l'intera vita pubblica del Paese. Come ricordò Luigi Einaudi, per Vittorio Emanuele III Esteri e Guerra erano la “testa” dello Stato; il resto (Interni, Tesoro, Finanze, Istruzione, Lavori Pubblici, Agricoltura, industria e commercio, ecc.) erano i visceri. Elaboravano e fornivano le energie necessarie per alimentare l'attuazione delle decisioni vitali.
I “cugini del re”
Il re parlava attraverso atti di valore emblematico e di sua esclusiva potestà. Ne ricordiamo alcuni, per evidenziare lo spazio di suo riservato dominio. Fu il caso del conferimento del Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata, classe unica a differenza degli altri Ordini dinastici, che comportava il rango di “cugino del re”. I cavalieri della SS. Annunziata nei ricevimenti di corte avanzavano subito dopo i principi della Casa e i cardinali della Chiesa cattolica.
   Dall'ascesa al trono Vittorio Emanuele III impresse all'Ordine una valenza completamente nuova rispetto ai precedenti 39 anni del regno d'Italia. Con il conferimento dei collari fece trasparire le linee venture della politica estera. Il 10 aprile 1901, dopo soli otto mesi di regno, il re conferì il Collare al presidente della Repubblica francese, Emile Loubet, notoriamente anticlericale, nel quadro del riavvicinamento italo-francese scandito dagli “accordi Prinetti-Barrère” (1902) e dal suo viaggio di Stato a Parigi (13-18 ottobre), ricambiato dalla visita di Loubet a Roma nell'aprile 1904. Quel conferimento fu un passo di portata storica, perché conteneva politica estera e politica interna. Esso mostrò la duttilità della Monarchia. La direzione di marcia innovativa venne poi confermata con l'assegnazione del Collare al nuovo presidente della Repubblica francese, Armand Fallières (25 aprile 1909), pochi mesi prima della visita dello zar Nicola II al re a Racconigi (24 ottobre).
  I collari conferiti da Vittorio Emanuele III nei primi quattordici anni di regno paiono dunque altrettanti lumini posti sui sentieri che l'Italia aveva seguito e, più vividi, su quelli che avrebbe deciso di percorrere in un'Europa le cui maggiori potenze (Germania, Austria-Ungheria, Russia, Gran Bretagna e Francia) stavano investendo immense risorse nelle armi di terra e di mare. Essi costituirono una sorta di ammiccamento allusivo alle intenzioni del re in una visione di lungo periodo.Valgano d'esempio il Collare conferito allo zar dei Bulgari e quello ad Alberto I del Belgio.
  Per completezza, va aggiunto che il 23 giugno 1915, esattamente un mese dopo la dichiarazione di guerra contro l'impero austro-ungarico, Vittorio Emanuele III conferì il Collare ad Edoardo Alberto, principe di Galles, futuro Edoardo VIII, e scelse il 14 luglio, festa della Rivoluzione francese, per fregiarne Raymond Poincaré, terzo presidente della “sorella latina” che egli creò “cugino del re” nel corso di un quindicennio. In quello stesso arco di tempo il sovrano non conferì alcun Collare a presidenti di Stati con i quali l'Italia aveva relazioni anche intense. Fu il caso degli Stati Uniti e delle repubbliche dall'America centro-meridionale.
  Il re suggellò il 1915 conferendo il Collare a Paolo Boselli, primo segretario dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro: una decisione lungimirante, quando si osservi che l'anziano deputato e ministro liguro-subalpino, successore di Salandra, a sua volta Collare dal 30 dicembre 1914, quando l'opzione a favore dell'Intesa anglo-franco-russa era ancora tra le ipotesi, mentre era una certezza che l'Italia non sarebbe scesa in guerra a fianco degli Imperi Centrali.
Il corpo diplomatico 
Il corpo diplomatico e i vertici delle Forze Armate erano due altri pilastri della Corona. Lo Statuto, le leggi e i decreti legge al riguardo non ne intaccarono mai il nesso.
Le “Memorie” di Giuseppe Salvago Raggi, scritte con penna talora intinta in pregiudizi antimassonici, e il “Diario” di Guglielmo Imperiali di Altavilla offrono un panorama suggestivo del corpo diplomatico italiano. Esso era radicato nell'aristocrazia di alto censo, anche per la disparità fra il modesto trattamento economico del personale e il gravame dell'esercizio delle cariche di ambasciatore, ministro, console...: una “carriera” che veniva intrapresa con anni di volontariato senza stipendio alcuno e il dimostrato possesso di prerequisiti comportanti anni di studi e di esperienze all'estero. Anche se in misura meno gravosa, analoga fu la condizione dei prefetti nei primi decenni postunitari, quando molti rappresentanti del Governo nelle province provennero a loro volta da aristocrazia o alta borghesia, il cui stipendio era del tutto inferiore agli obblighi che derivavano dall'esercizio della carica.
I vertici delle Forze Armate 
Ancora più rilevante fu la nomina del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito.
Come accennato, l'esercizio del comando effettivo delle forze armate, attribuito al re dall'art. 5 dello Statuto del 4 marzo 1848, costituì una tra le questioni più spinose del regno.
  Il 29 dicembre 1907 per la prima volta dal 1848 ministro della Guerra fu nominato un civile, Severino Casana, nobile e senatore. Il 27 giugno 1908 il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, il sessantottenne generale Tancredi Saletta (Torino, 1840 - Roma, 1909) fu collocato in posizione ausiliaria per motivi di età. Per la tacita regola in forza della quale l'anzianità di servizio costituiva motivo di precedenza, candidato alla successione era il cinquantottenne Luigi Cadorna (1850-1928). Con la massima discrezione Giolitti gli fece domandare come si sarebbe condotto in caso di guerra. Studioso della terza guerra d’indipendenza (1866) Cadorna rispose che non avrebbe consentito interferenze nella decisione del piano strategico. Per lui valeva il principio dell'unità di comando e della connessa responsabilità. Si profilò il potenziale conflitto di competenze Corona-governo-ministro della Guerra-Capo di Stato Maggiore. Gli venne preferito il napoletano Alberto Pollio, di due anni più giovane, antico allievo del Collegio Militare “Nunziatella.
  Mentre l'annessione di Bosnia ed Erzegovina da parte di Francesco Giuseppe d'Asburgo (1908, formalizzata l'anno seguente) faceva soffiare più impetuosi i venti di guerra, il re non intendeva venisse intaccato il suo comando delle forze di terra e di mare. La politica estera e, di conseguenza, quella militare generarono frizioni tra il sovrano e il “suo” presidente del Consiglio, Giolitti, come per la destituzione del generale Asinari di Bernezzo, colpevole di un discorso “irredentista”.
  L'equilibrio (statutario, politico e fattuale) tra il sovrano, il presidente del Consiglio, il ministro della Guerra e il capo di stato maggiore dell'esercito raggiunse la quasi perfezione nel 1911-1914 con il Quadrilatero Vittorio Emanuele III, Giovanni Giolitti (Collare dal 20 settembre 1904), Paolo Spingardi (a sua volta “cugino del re”) e Alberto Pollio. Esso si resse sull'armonia tra i titolari delle cariche apicali e conseguì il massimo successo nella politica internazionale proprio mentre, su impulso del presidente Giolitti, venne quasi triplicata la base elettorale della Camera dei deputati, a tutto vantaggio del consenso del Paese verso le istituzioni.

DIDASCALIA: Sabato 14 maggio con “Il Giornale” è distribuito il libro di Aldo A. Mola, Vittorio Emanuele III. Il Re discusso, nella collana “I Protagonisti”. Frutto di ampie ricerche d'archivio è la storia dei 46 anni di Re Vittorio. Anticipiamo qui la “riduzione” parziale di uno dei capitoli iniziali. I Poteri del Re costituzionale non erano molto diversi da quelli dell'attuale presidente della Repubblica. Il libro di Mola evidenzia la continuità dello Stato d'Italia, giunto all'unità grazie alla Monarchia di Savoia. Non essa sola, ma non senza di essa. Il Re nominò i senatori e, fons honorum,  conferì le onorificenze degli Ordini cavallereschi, come oggi fa il Presidente della Repubblica: temi che meritano approfondimento.

PIÙ ITALIA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 aprile 2022 pagg. 1 e 6.

 Il 25 aprile 1945 vinse anche il Regno d'Italia
   Forse è il caso di ricordare, anche “in alto”, che il 25 aprile 1945 per le Nazioni Unite (anglo-americani, Unione sovietica e loro alleati) l'Italia aveva una precisa identità: era il Regno d'Italia. Il capo dello Stato era Vittorio Emanuele III che il 5 maggio 1944 aveva trasmesso tutti i suoi poteri al principe ereditario, Umberto di Piemonte, Luogotenente del regno, ma aveva mantenuto la corona perché poteva guardare negli occhi, senza abbassarli, tutti i capi di Stato dei Paesi vincitori, a cominciare dagli inglesi. L'Italia intratteneva rapporti con la Comunità internazionale tramite gli ambasciatori del Re. Le sentenze venivano pronunciate “in nome del Re”. Altrettanto valeva per tutti gli atti pubblici e di valore legale. L'Italia era una monarchia, impegnata dal 25 giugno 1944 a sottoporre a “verifica” la forma dello Stato da parte dei cittadini: un’assemblea elettiva o un plebiscito, come proposto dal Comitato di Liberazione Nazionale sin dall'ottobre 1943. Il presidente del Consiglio, già alla guida del governo dal giugno 1921 al febbraio 1922, era stato incaricato dal Luogotenente, non dal CLN. Come Benedetto Croce ruvidamente ricordò in polemica con Ferruccio Parri, l'Italia pre-fascista era stata una democrazia. Va sottolineato anche oggi poiché troppi, a digiuno di storia, credono che l'Italia sia divenuta un Paese democratico solo il 25 aprile 1945 (data del tutto convenzionale, come il 2 giugno 1946). E se è vero che la libertà fu (ri)conquistata “con le armi”, non si deve dimenticare che la “liberazione” dell'Italia fu dovuta agli anglo-americani e ai Gruppi di Combattimento allestiti dal regio governo, che per bandiera avevano il tricolore con scudo sabaudo nel bianco.
  Questi sono “fatti”. La narrazione di comodo, chiunque la proponga, è retorica spicciola, fastidiosa per quanti hanno ormai compreso che non gliela raccontano giusta e sono sempre meno disposta a berla.
Che cosa il contribuente si attende dallo Stato
  Con buona pace dei “sondaggi”, alla stragrande maggioranza degli italiani pochissimo importa di chi venga eletto presidente della repubblica francese e di come vada a finire l'assedio dell'acciaieria nell'Ucraina meridionale. Non sono né populisti né sovranisti, etichette di comodo appiccicate per separare i cittadini in “buoni” (genuflessi al pulpito dei “narratori”) e “cattivi” (refrattari alla parola d'ordine “credere, obbedire, combattere”). Sono persone che si interrogano sul presente, riflettono in autonomia e sospettano che tanti racconti siano specchietto per le allodole.
  Ai cittadini importa altro. Non hanno affatto bisogno di sentirsi dire come sono. Lo vedono. Qualche cosa sanno e la dicono: ma a persone fidate, non ai media, che divulgano solo le opinioni gradite ai propri mandanti. “Taci, il nemico ti ascolta” era la direttiva imposta quando ancora non si sapeva che tutto, ma proprio tutto, era (come è) intercettato, registrato, archiviato a futura memoria di chissà chi, chissà quando e chissà perché. L'Italia era il Paese nel quale anche un certo Benito Mussolini, da agitatore con gli occhi roteanti asceso a presidente del Consiglio, “duce del fascismo” e Primo Maresciallo dell'Impero, auscultava tutti ma, lo sapesse o meno, aveva il suo stesso telefono sotto controllo anche quando chiamava affannosamente la petulante Claretta Petacci o ne veniva chiamato: conversazioni da rotocalco rosa, se non fosse che avvenivano mentre l'Italia era nei guai e aveva urgenza di ben altro che dello zuccheroso “Ben mio”. A liberarla da quella gabbia non furono i “partiti” ma il Re.
  Ordunque, i cittadini vorrebbero che le sempre più cavillose Poste e Telegrafi funzionassero, che i treni non fossero solo costosissime freccerosse e/o bianche ma servissero decentemente l'intero territorio nazionale, che le voraci autostrade, costruite coi quattrini degli italiani, non fossero esose quali sono e non sempre intasate da “lavori in corso” che i “cantieri” non chiudono mai. Si attenderebbero di non essere perseguitati dall’Agenzia delle entrate per inezie mentre l'evasione naviga maestosa come Bucintoro plaudito da popolo estasiato. I cittadini si aspettano parole chiare sulle epidemie antiche, nuove e venture, non da ventriloqui di ormai disciolti commissariati e comitati vari ma dal governo: cioè dal presidente del Consiglio, che ha la responsabilità della conferma in carica del lugubre ministro Roberto Speranza. Potremmo allungare all'infinito la litania delle legittime attese di cittadini oberati da un il prelievo fiscale che ha superato il 51%, dediti al risparmio ma sempre più impoveriti da ricorrenti ondate di inflazione annunciate con formule magiche, come fossero misteriose piaghe d'Egitto mentre derivano da incapacità di programmazione di lungo periodo (un miraggio, quest'ultima, in un Paese fondato sull'instabilità dei governi e quindi sulla inconsistenza dei “piani pluriennali”).
Ciò che ci si attende dal Presidente Mattarella
  In sintesi, la stragrande maggioranza degli italiani chiede venga emanata una legge costituzionale di un articolo solo di poche parole: “Vivi e lascia vivere”. Lo Stato deve funzionare e rispettare i cittadini.
  Lo chiede al presidente della repubblica Sergio Mattarella, confermato in carica dopo mesi di suoi fermi, ripetuti e apparentemente insuperabili rifiuti di rimanere dove è. Lo chiede alle due Camere, indecise a tutto se non a trascinarsi agonizzanti in attesa che chissà quale portento (manca solo un altro Diluvio universale) le conservi in vita, benché sia ormai chiaro che non sanno partorire né una legge elettorale a misura della riduzione dei loro “membri” (nome comune per indicarne i componenti maschi e femmine), né gli urgentissimi regolamenti che ne dovrebbero derivare. Sull'esito del voto prossimo venturo nessuno scommette un centesimo.
  In questa eclissi delle istituzioni, ormai inconsistenti, la chiacchiera quotidiana rimane inchiodata alla traduzione in vernacolo italiano di quanto accade nell'universo mondo. Sino alla scorsa estate faceva notizia l'Afghanistan. Chi più se ne occupa da quando l’“Occidente” se ne dileguò nottetempo, lasciando nelle mani dei talebani baracca e burattini (munizioni da fuoco, da bocca e da altro: a cominciare dalla tragica sorte riservata alle afgane) e perdendo ogni credibilità a cospetto della ormai obliata popolazione menata per il naso da quella che altro non fu se non una “operazione militare speciale”? Lo stesso vale per la miriade di conflitti armati o sotto traccia in corso nei sette continenti del pianeta e di quelli che si preparano con i più sofisticati artifizi della guerra cibernetica.
   “The man in the street” non ha più voglia di farsi carico del “male che ci circonda” (parola d'ordine del sessantottismo che in Italia dura da mezzo secolo e ancora sopravvive in certi salotti televisivi ove s'affacciano cariatidi lottacontinuiste e loro succedanei e imitatori) e nemmeno di “pulire il mondo”. Il cittadino comune non solca l'oceano in catamarano e non viene accolto all'approdo in mondovisione. Non pretende di farsi ricevere dal papa, né di parlare alle Nazioni Unite: lì già bastano i rappresentanti di 193 “Stati”, in massima parte del tutto irrilevanti (anche dittature feroci ma “buone” se gas-disponibili), al pari delle sue “missioni di pace” (valide solo dove non vi sono conflitti veri) e del suo stesso Statuto. Il cittadino “normale” chiede solo di vivere in pace.
Nell'Italia politicamente sfarinata il primo partito è il PAI 
  Ma non è facile in un Paese come l’Italia, sospinta nella e dalla narrazione alla rissa quotidiana in nome di non si capisce bene quali ideali o principi o valori. Da decenni si ripete che destra e sinistra sono categorie e/o classificazioni “politico-partitiche” superate dai fatti. Però basta un nulla a far scattare il richiamo della foresta del manicheismo: la richiesta di esibizione di “patente e libretto” di virtù democratica. Ma chi ha titolo per vidimare e vagliare? Con argomenti settari si mette persino in discussione l'evento scelto dall'Associazione Nazionale Alpini per festeggiare se stessa. Ma chi ha diritto di interferire? I Bersaglieri festeggiano Porta Pia con cappellani al seguito e senza scandalo alcuno. Unicuique suum.
   Poiché le “feste civili” (come è il 25 aprile) sono occasione non solo di fiaccolate, grigliate, pizze, cannoli e cassate varie ma anche per riflessioni sullo stato della democrazia parlamentare e sulle sue prospettive, vanno ricordati alcuni “fondamentali” del quadro politico. Innanzitutto, il primo partito italiano è il PAI: Partito degli Astenuti d'Italia. I “paisti” non sono cittadini disertori o fedifraghi. In maggior parte sono “apoti”: non la bevono più. Assistono sconcertati e disgustati alla gara tra capibastone di partiti medi, piccoli e minimi per piazzare loro esponenti nelle cariche che contano. E se ne  tengono fuori. Non salgono sulla giostra. Già pagano involontariamente il biglietto perché essa continui a girare; ma almeno si astengono dall'applaudire. Non si fanno più abbindolare neppure dal motto di Indro Montanelli: turarsi il naso e votare diccì. All'epoca del bipolarismo la scelta era chiara: tra l'Italia e l'anti-Italia. Ma oggi? Oggi occorre più Italia. Ma la strada è scoscesa.
   Secondo i sondaggi ormai da tempo ripetitivi e quindi abbastanza attendibili, a lunga distanza dal PAI si collocano un paio di partiti (FdI e PD) che contano circa il 20% dei consensi dei probabili votanti. Un paio di altri (Lega e M5S) pare abbiano circa il 15% . Segue un quinto partito (FI) che veleggia tra l'8 e il 10%. Poi si affolla la pletora di chi annaspa al di sotto del 4%, soglia di accesso alla spartizione dei seggi secondo i fautori del riparto proporzionale dei parlamentari sulla base dei voti ottenuti.
   In concreto, anche il partito (o movimento) più votato è una debolezza. Deve fare i conti con l'altro 80% dei votanti: con cittadini in carne e ossa (come diceva Antonio Gramsci) sempre meno inclini a riconoscersi in parlamentari ondivaghi. In tale scenario, poiché la propensione alla rissa prevale su ogni ragionevolezza, alcuni da tempo accampano il diritto di essere incaricati di formare il governo se avranno un voto in più rispetto ad altre forze della stessa area. Ma al momento l'“area” è… aerea: non c'è. E più passa il tempo più diviene labile, perché, come insegnava Giulio Andreotti, il potere logora chi non ce l'ha. E la “destra” non l'ha dalla caduta del Governo Berlusconi, quando a Giorgia Meloni venne affidato il ministero delle politiche giovanili (più o meno quello dell'attuale pentastellata Fabiana Dadone).
   Poiché per ora vige la Costituzione del 1°gennaio 1948 (baluardo contro rovinose derive) va ricordato che “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri”. Non è scritto da nessuna parte che debba nominare chi ha un voto più di un altro partito. Nel 1981 il dottor Alessandro (Sandro) Pertini, socialista, nominò presidente del Consiglio il professore senatore Giovanni Spadolini, segretario del Partito repubblicano italiano, che all'epoca contava 16 deputati su 630: meno dei socialdemocratici (20 seggi), un quarto dei socialisti (62) e un'inezia rispetto ai 263 democristiani. Un po' più dei liberali (9 deputati e un paio di senatori), che entrarono nel governo di pentapartito. Non è in alcun libro del destino né della Carta costituzionale che un bel dì il capo dello Stato debba “investire” presidente del Consiglio il capo del partito che ottiene più voti. Anche per questo motivo hanno ragione di ritenersi in corsa i segretari o presidenti di partiti piccoli e minimi. Chissà mai che cosa riserva il futuro? La storia ha più fantasia di chi crede di dominarla o degli storiografi, profeti del passato remoto.
   Sic stantibus rebus anziché perseverare diabolicamente nella ricerca di motivi di divisione in fazioni corrive a innalzare insegne straniere gioverebbe “vestire all'italiana”, recuperare i colori dell’identità nazionale. Ciò non significa essere populisti, sovranisti né, meno ancora, nazionalisti, bensì unicamente consci del significato autentico dell'unità d'Italia, nata appena 170 anni fa (o 100, se la datiamo dalla fine della prima guerra mondiale), delle sue radici profonde, della sua vocazione europea e, ricordiamolo, universale grazie alla romanità che venne assunta a fondamento della Terza Italia. Sconfitto nella guerra del 1940-1943 ma non disfatto, il Regno d'Italia intraprese la riscossa e avviò la ricostruzione: un'opera immane da ricordare non un giorno all'anno ma ogni giorno dell'anno per motivare i cittadini a confidare nelle istituzioni e a esprimere il proprio voto nelle urne, quando finalmente lo potranno fare. Se poi, come già è accaduto, essi voteranno a casaccio non potranno poi lamentarsi delle conseguenze (come tardivamente fanno). “Chi causa il suo mal pianga se stesso”. È quanto avvenne nel 1919, nel 1921, nel 1924… e nel 2018. 
   Non fu il Re a spingere l'Italia verso il regime fascista. Furono le Camere a votare le stupide leggi che anno dopo anno condussero il Paese dalla democrazia parlamentare al partito unico, anticamera della credulità popolare. Il sovrano costituzionale firmò ed emanò, come fa oggi il Presidente della Repubblica.
  Perciò vi è motivo di riscoprire il ruolo della monarchia costituzionale nella storia d'Italia: di quel regno d'Italia che il 25 aprile 1945 aveva comandante del Corpo Volontari della Libertà il generale Raffaele Cadorna e Capo di stato maggiore generale il Maresciallo Giovanni Messe, in  carica sino al 1° maggio 1945. Chissà se e come verranno ricordati nell'anniversario della Liberazione?
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Per posizione geografica l'Italia fu terra di approdo, a volte benefiche (la Magna Grecia) a volte meno (i Fenici); poi, dopo la decadenza e il crollo dell'Impero romano, fu teatro di scorrerie e di invasioni. A lungo devastata dalle guerre per l'egemonia sull'Europa e dominata per secoli da Case regnanti a Madrid o a Vienna, volte a privilegiare i loro interessi dinastici, con l'unificazione nazionale del 1861-1870 (nata dai Congressi degli scienziati italiani molto più che da cospirazioni) l'Italia si dette ordinamenti di avanguardia. 
  Lo storico Alessandro Mella ne documenta aspetti poco noti ma nondimeno fondamentali nel saggio “Il problema del Sistema Soccorso nell'Italia postunitaria e giolittiana “(ed. Marvia): rassegna, ricca di illustrazioni, dell'opera svolta da Regio Esercito, Carabinieri, Croce Rossa, Civici Pompieri nella quotidiana sfida opposta da calamità naturali (inondazioni, valanghe, movimenti tellurici,..) e incidenti (anzitutto ferrovieri) di vaste dimensioni. La Protezione civile arriva da lontano. Vittorio Emanuele III e la Regina Elena accorsero a lenire lutti e ferite del terremoto di Messina-Reggio Calabria (1908): una catastrofe affrontata con slancio di unità nazionale. 

I GESUITI
HANNO FATTO ANCHE COSE BUONE


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 aprile 2022 pagg. 1 e 6.

Il gesuita padre Giovanni Caprile (1917-1993),  componente del Collegio degli Scrittori di “La Civiltà Cattolica”, con i confratelli Valerio Alberton e José Antonio Ferrer Benimeli, il paolino Rosario F. Esposito e don Vincenzo Miano mezzo secolo fa propugnò la compatibilità tra il Vangelo e le Costituzioni di Anderson (1723). “Il vento soffia dove vuole” insegnava Giordano Gamberini citando Giovanni Evangelista.  Dare voce ai cittadini “comuni”
“The man in the street”. La “voce dell'“uomo della strada” fu il bastione e la riscossa del buon senso, del “sentire comune” negli anni bui dell'Europa totalitaria/autoritaria chiusa nella tenaglia rovente del nazismo hitleriano e del comunismo sovietico. All'epoca i dittatori si affacciavano al balcone per comunicare le proprie decisioni, destinate a segnare la sorte dei cittadini retrocessi a “sudditi”. In tutte le costituzioni postbelliche che già lo prevedessero vennero solennemente enunciati due principi inviolabili: “Tutti anno diritto di manifestare liberamente  il proprio  pensiero con la parola, lo scritto e ogni  altro mezzo di diffusione” (art. 21 della Carta dell'Italia) e “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Tutti gli interventi “in armi” comportati da alleanze devono passare al vaglio del Parlamento nazionale, come è avvenuto per le varie “missioni di pace: Parlamento sul quale ricadranno le ripercussioni delle sue decisioni, come avvenne sui re quando erano i titolari esclusivi del potere di dichiarare guerra, atto complesso includente  deliberazione e proclamazione. Ma già Cavour, benché lo Statuto albertino non lo prevedesse ma non immemore che sconfitto a Novara Carlo Alberto aveva abdicato al trono (23 marzo 1849), per intervenire nella guerra di Crimea volle e ottenne l'esplicito assenso delle Camere. 
   E ora? Tanti, troppi “media” usano brandelli di esternazioni occasionali di questo o quel personaggio più o meno famoso per estremizzare e imbalsamare il “giudizio” su quello che occorre o non occorre fare, mentre incombe una catastrofe che potrebbe essere senza ritorno. Decisa da chi? Per quali obiettivi e/o tornaconti?
L'“informazione” mediatica sull'andamento della fase attuale di un conflitto ormai quasi decennale si disperde nella narrazione di dettagli macabri e/pietosi che possono suscitare qualche emozione la prima volta; ma poi risultano ripetitivi e scontati agli occhi di chi sa come sono sempre andate e vanno le guerre nel mondo e si domanda che cosa potrebbe avvenire se a qualcuno scappasse il dito per passare dalle scaramucce, dal “corpo a corpo” all'Apocalisse.
Volutamente o no? Al momento viene insinuato che Vladimir Putin, presidente della Federazione russa, sarebbe in difficoltà all'interno della sua cerchia di potere, di cui poco si sa. Ma come se la passa Joe Biden, presidente degli Stati Uniti d'America? A suo riguardo la certezza è conclamata: ampia sfiducia da parte di un’“opinione pubblica” ondivaga, divisa su questioni interne (inflazione, ordine pubblico assicurato a volte con metodi barbari, che suscitano emulazioni anche nel “Paese dei Limoni”) e l'interrogativo di sempre: chi comanda davvero là? Sa che cosa dice? Per chi parla a nome di chi?
  Altrettanto avviene nello spazio detto “Europa”, labile, a fisarmonica. C'erano e, per ora, ancora ci sono l'Unione Europea, i Paesi europei inglobati nella OTAN (Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord), estesa sino alla Turchia), gli “altri” e poi lo spazio che nella “famiglia europea”, piaccia o meno  a chi confonde la cronaca con la storia millenaria, comprende la Russia, come gli ugro-finnici, i magiari e altre etnie (ci riferiamo ai baschi, per evitare cattive interpretazioni, ma altre molte potremmo citarne).
   Constatato che l'Unione Europea non ha né una politica estera unitaria, né una forza militare e neppure una moneta unica (alcuni suoi membri usano l'euro, altri no), non ha insomma un governo effettivo ma solo competenze circoscritte  e vincolate all'approvazione degli Stati aderenti (tanto che è prevista l'unanimità sulle decisioni vincolanti), almeno una volta all'anno è doveroso domandarsi chi in questa babele di idiomi parli “con lingua diritta”. Pasqua è il giorno giusto per fare pulizia e sgomberare il campo da ambiguità ed eequivoci.  
Il papa: Vox clamantis in deserto?
L'Uomo della Strada da decenni ha trovato un'unica voce limpida e coerente: quella dei papi di Roma, da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II (che confutò radicalmente il concetto di “guerra giusta”) a Benedetto XVI (lapidato, almeno a parole, perché avanzò pacate riserve sulla compatibilità tra islamismo e “diritti dell'uomo”, comprendenti quelli delle donne) e all'attuale Francesco. Per l'eterogenesi dei fini, le Dichiarazioni dei diritti dell'uomo e del cittadino hanno fatto da supporto agli imperi coloniali. La Dottrina Monroe (1823) ha consentito agli USA (all'epoca una piccolezza: dieci anni prima gli inglesi avevano saccheggiato e incendiato Washington) di soggiogare gli imperi ispano-portoghesi dal Messico alla Terra del Fuoco. La Lega delle Nazioni dal 1919 è stata la pedana per l’ulteriore spartizione degli spazi afro-asiatici a beneficio di “mandatari”. Eccetera eccetera.Tutti quei solenni documenti sono rimasti parole e l'Organizazione delle Nazioni Unite non hanno mai impedito lo scoppio di guerre dalla genesi non del tutto chiara, dagli obiettivi taciuti e dalle prospettive peggio che fosche.
Perciò nella confusione dilagante emerge l'appello del papa alla pace, che vuol dire semplicemente un “alt” immediato e prepettuo alle operazioni belliche, alla gara a chi fa più danni al nemico (e pazienza per quelli “collaterali” sia sui nemici sia sugli amici) e gioiosamente sperimenta armi novissime sempre più sofisticate e micidiali, proprio come nell'Apocalisse. Senza quell'“alt”, la guerra ora in corso (ormai poco conta chi, quando, come l'ha preparata e iniziata) può andare avanti a tempo indeterminato, perché non è conflitto tra “popoli”, ideologie, principi o valori, ma tra sistemi di produzione bellica: conferisce corpo e volto definitivo alla Terza Guerra Mondiale “a pezzi”, paventata da papa Francesco nel memorabile Discorso di Redipuglia. E' un pontefice che non si nasconde dietro giri di parole. Le pubblica con sobri commenti p.Antonio Spadaro S.J. direttore di “La Civiltà Cattolica”, il quindicinale della Compagnia di Gesù, “la più antica rivista in lingua italiana”, come orgogliosamente riporta la sua copertina.
A conferma basti ricordare alcune conversazioni svolte “a braccio” dal papa con i confratelli della Compagnia. Il 12 settembre 2021 Francesco invitò i 53 gesuiti della Provincia slovacca (non sapeva fossero tanti: vuole dire che “la peste si espande dappertutto”, osservò suscitando una risata) a “buttare il pallone al portiere”. Alla prima domanda, su come stesse, rispose: “Ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra i prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto, preparavano il conclave. Pazienza (…) Gli infermieri a volte capiscono la situazione più dei medici perché sono in contatto diretto con i pazienti”. Aggiunse: “A me fa male quando sia voi sia altri sacerdoti si 'spellano' tra loro. E questo ci blocca, non fa andare avanti. Ma questi problemi c'erano stati sin dall'inizio della Compagnia… È vero ci sono vescovi che non ci vogliono, è una verità...”. Suscitando scalpore enorme all'”esterno”, ricordò il lavoro svolto dal Sinodo sulla famiglia “per far capire che le coppie in seconda unione non sono già condannate all'inferno”; esortò al discernimento e con molta serenità osservò che “ci sono anche chierici che fanno commenti cattivi sul mio conto”. Tanto da fagli perdere la pazienza, a volte. Avvenne a Cristo quando cacciò i mercanti dal Tempio; può accadere al suo Vicario, persino nelle poco ovattate stanze di Santa Marta. Si riferiva ai propugnatori della celebrazione della messa con il vetus ordo. 
   Il 4 dicembre 2021 nel colloquio con i confratelli alla nunziatura di Atene toccò il tasto dolente della riduzione numerica della Compagnia: “Quando sono entrato in noviziato, ricordò, eravamo 33.000. Ora quanti siamo? Più o meno la metà. E continueremo a diminuire di numero. (…) La vocazione non dipende da noi. La vocazione la manda il Signore. Se non viene, non dipende da noi”. Un precetto, questo, che vale per tutti gli Ordini “sacri” se non si voglia confondere l'iniziazione con il proselitismo tramite videomessaggi o promozione telefonica. Lo Spirito Santo, come la veglia d'armi e l'investitura del Cavaliere, non è un Soggetto da sconti tariffari. Francesco distinse tra la stanchezza “brutta, nevrotica, che non aiuta” e quella “buona”: la “grande stanchezza di un uomo che ha dato la vita” e non perde il sorriso.
Parlava e parla nella perfetta consapevolezza che la Storia è irta di cadute.
La missione...
Come appunto è avvenuto alla Compagnia. Fondata da Ignazio di Loyola a Parigi il 15 agosto 1534 col proposito di predicare il Vangelo in Terra Santa nel solco di Francesco di Assisi, elevata a Ordine da papa Paolo III (Alessandro Farnese) con la bolla Regimini militantis il 27 settembre 1540, essa raggiunse l'apogeo sulla metà del Settecento. Arrivò a contare quarantanove province, seicentosessantanove collegi, trecento quaranta residenze e un esercito di ventiquattromila “religiosi” organizzati nelle cinque classi: novizi, studenti, fratelli laici o coadiutori temporali, sacerdoti e professi. Una milizia votata all'obbedienza al pontefice perinde ac cadaver. Lo aveva mostrato con l'evangelizzazione di genti lontane, sino al Giappone e alla Cina, terre di martirii e di trionfi, istoriate in innumerevoli opere d'arte e in chiese dai colori sanguigni dette “della Missione”. Come sempre accade nella storia, nel secolo dei lumi e della secolarizzazione sfrenata la potenza spirituale venne fraintesa all'esterno della Compagnia, suscitò invidia e demonizzazioni, sino alla callida invenzione dei Monita del polemico Girolamo Zaharovsky. Già sospettati di complotti contro la vita di sovrani anti-papisti, come Elisabetta I d'Inghilterra, che non esitò a far torturare a morte i gesuiti caduti nelle sue grinfie di Vergine Astrea (come era cantata da chi poco ne conosceva o molto apprezzava la spregiudicatezza politica), i membri della Compagnia divennero bersaglio di campagne d'opinione sempre più crude. Paradossalmente ebbero una sorte speculare a quella dei Cavalieri Templari giunti nel Duecento al massimo della loro espansione e forza economica e in pochi anni precipitati nell'abisso sotto la persecuzione di Filippo IV il Bello di Francia con la connivenza succuba di papa Clemente V (Bertrand de Got), che nel 1312 lo sciolse e non deplorò che il gran maestro Jacques de Molay e il suo “vice” venissero arsi vivi: una vicenda fosca, destinata a suscitare l'indignazione di contemporanei, come Dante Alighieri (a sua volta dai fiorentini condannato al rogo), e di un fiume di poeti e romanzieri che li elevarono a paradigma del ricorrente ricorso del Potere a inventare complotti e ad additare al ludibrio, alla condanna e allo sterminio i loro supposti artefici.
Quanto a metà Settecento nel volgere di pochi anni avvenne a danno dei Gesuiti ha dell’incredibile e deve far riflettere ancora oggi. Nel 1759, all'indomani dell'elezione di Lorenzo Ricci a Generale della Compagnia, i padri furono  espulsi dal Portogallo, vittime della macchinazione ordita da chi li colpiva nel continente europeo per punirli di quanto avevano fatto nell'America meridionale e avrebbero quindi potuto attuare anche “in patria”, cioè nel Vecchio Continente ormai avviato al predominio del potere secolare su quello spirituale. E poi via via dagli altri Stati legati alla Casa di Borbone nel “patto di famiglia”. In pochi anni, dinnanzi alla ferma resistenza del Generale della Compagnia (sint ut sunt aut non sint), un altro papa di nome Clemente, il XIV, arrivò a decretare lo scioglimento della Compagnia. I suoi componenti trovarono rifugio e accoglienza nella Russia di Caterina e nella Prussia del “fratello” Federico II. 
Le Riduzioni gesuite nell'opera di Gianpaolo Romanato
L'antefatto di quella fosca stagione è narrato da Gianpaolo Romanato in Le Riduzioni gesuite del Paraguay. Missione, politica, confronti (ed. Morcelliana, fresco di stampa). “Cattolico adulto”, docente nelle Università di Trieste-Gorizia e di Padova e componente del fattivo Pontificio comitato di scienze storiche, Romanato ha alle spalle volumi di lungo impegno su Daniele Comboni (L'Africa Nera fra Cristianesimo e Islam, ed. Corbaccio, presentato vent'anni  orsono all'ISPI di Milano da Sergio Romano), la biografia di Giacomo Matteotti, Un italiano diverso (Longanesi, 2010: confidiamo venga aggiornata in vista del centenario, anche perché l’Autore dirige la Casa Museo Matteotti a Fratta Polesine), L'Italia della vergogna nelle cronache di Adolfo Rossi: 1857-1921 (ed. Longo) e Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, 2014, Premio Acqui Storia, tradotto anche in spagnolo (e quindi accessibile a una platea di lettori dieci volte più numerosa degli italofoni).
L'Opera su Le Riduzioni gesuite ha richiesto a Romanato decenni di viaggi nei luoghi, anche oggi non facilmente accessibili, ove i padri “ridussero” cioè raccolsero i nativi (niente affatto “in cattività” come il vocabolo potrebbe far intendere) avviandoli a una vita comunitaria, realizzando il “cristianesimo felice” di cui scrisse, su relazioni altrui, Ludovico Antonio Muratori, che ebbe il merito di richiamare l'attenzione degli studiosi non prevenuti.
Dopo importanti saggi preliminari su gesuiti, guaranì ed emigranti nelle Riduzioni del Paraguay (all'epoca molto più vasti di come lo conosciamo oggi), sulla scorta di vastissima letteratura in varie lingue, fonti archivistiche e l'esplorazione di quanto rimane dell'“oggetto materiale” e della sua ricerca sul “soggetto spirituale”, in duecento e più pagine di “testo” e altrettante di fonti con sapiente ricamo Romanato intreccia le biografie dei pionieri e dei bandeirantes che lentamente, senza mai scoraggiarsi, in quasi due secoli di missione condussero gli indigeni dallo stato quasi ferino a comunità con regole chiare e certe, valorizzando le loro qualità anche in territori che ancor oggi sorprendono, compresi la musica e, perché no?, il gioco del calcio.
L'Europa “civile” però non poteva consentire che “alla fine del mondo” (come di sé disse l'“argentino” José Mario Bergoglio alla sua elezione sul Sacro Soglio) nascesse una società opposta a quella consentita dalle ferree regole vigenti in Stati che avevano combattuto le autonomie tradizionali, i “fueros”, gli statuti comunali, col loro rullo compressore. Nell'Europa del barocco, del rococò, di chi volteggiava da una all'altra corte tra motti di spirito e indifferenza nei confronti delle plebi, il comunitarismo delle Riduzioni risultava indigesto, anacronistico, inaccettabile, tanto più e peggio da quando i padri della Compagnia dovettero organizzarne la difesa contro le irruzioni di masnade di pochi scrupoli in caccia di schiavi. La grande tratta di negri dall'Africa verso le Americhe era ancora di là da venire. Ma il disprezzo dei mercanti di carne umana nei confronti degli indios era rimasto come ai tempi di Bartolomé de Las Casas che aveva sostenuto con forza che anche essi possedevano l'anima e andavano rispettati come esseri umani, fratelli in Cristo.
La Quaresima è alle spalle, ma tutto lascia presagire che primavera non brillerà nell'aria e maggio non sarà affatto radioso. La Pasqua è motivo di raccoglimento. Ancora una volta è papa Francesco, ad ammonire, come ha fatto nel colloquio con i padri della Provincia euromediterranea (Malta, Italia, Albania e Romania) ai quali ha detto che la Chiesa di Roma diventerà più piccola, perderà molti privilegi, sarà più umile e autentica e troverà energia per l'essenziale. “Sarà una chiesa più spirituale, più povera e meno politica: una chiesa dei piccoli”, come aveva già annunciato Benedetto XVI, libera da ipocrisia e da “atteggiamenti cortigiani”.
Heri dicebamus, oggi dimentichiamo?
Anziché storcere il naso, i non cattolici, giustamente pronti a rivendicare i diritto all'eresia e la libertà di pensiero, hanno motivo di riflettere su un Magistero che ha attraversato i secoli e si è liberato dalle scorie della secolarità.
Hanno motivo di domandarsi che cosa abbiano appreso e che cosa oggi sentano di dover ripetere nel solco di Immanuel Kant. Il pacifismo (che non è ping-pong tra neutralità pelose, come quella svizzera, e alleanze militari) era solo un'utopia o una scelta fondata sulla consapevolezza che dal 6 agosto 1945 tutto è cambiato e che in ogni istante l'umanità rischia la propria autodistruzione, magari per distrazione?
È tempo di tornare all'iniziatismo autentico, vestibolo della fratellanza universale, antitetica all'anarchia planetaria oggi dilagante. Un Ordine iniziatico che dall'origine professò i principi oggi in gran parte condivisi da papa Francesco, così diverso da suoi precursori corrivi alla “scomunica”, e in Italia visse quasi sempre in clandestinità ha motivo di consolazione constatando l'abissale diversità tra le Chiesa di Roma e culti ancora immersi nel fondamentalismo e nell'intolleranza.    
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il gesuita padre Giovanni Caprile (1917-1993),  componente del Collegio degli Scrittori di “La Civiltà Cattolica”, con i confratelli Valerio Alberton e José Antonio Ferrer Benimeli, il paolino Rosario F. Esposito e don Vincenzo Miano mezzo secolo fa propugnò la compatibilità tra il Vangelo e le Costituzioni di Anderson (1723). “Il vento soffia dove vuole” insegnava Giordano Gamberini citando Giovanni Evangelista.

IN PRINCIPIO ERA L'ITALIA
1943-1945 CONTINUITÀ E RISCOSSA


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Aprile 2022 pagg. 1 e 6.

DIDASCALIA: Il colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo (Roma, 26  maggio 1901-24 marzo 1943), fedelissimo a Vittorio Emanuele III e alla Casa di Savoia, si pose alla guida del Centro (poi Fronte) militare clandestino, che dette un contributo di prim'ordine alla cobelligeranza italiana contro la Germania. Arrestato nei modi narrati dalla sua biografa Sabrina Sguegli della Marra (Ufficio storico SME, 2008, Premio Acqui Storia, con prefazioni del col. Antonino Zarcone e del prof. Giovanni Sabbatucci) venne atrocemente torturato a Via Tasso, incarcerato al Regina Coeli e suppliziato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come tanti altri militari, militanti di “Bandiera Rossa”, politici e profeti dell'Italia libera, come il “fratello” Placido Martini.  La resa non fu una “disfatta”
Dopo ottant'anni i drammatici eventi dell'estate 1943 suscitano ancora oggi sentimenti contrastanti, spesso di indignazione e di condanna morale di molti loro protagonisti. Quei fatti, però, non vanno estrapolati dalla storia d'Italia, quasi fossero punta di iceberg in un oceano inesplorato. Essi viceversa furono conseguenza dell'assetto dei poteri del regno nato nel 1861 sulla base dello Statuto albertino del 4 marzo 1848: un triangolo scaleno segnato dalla sproporzione tra il capo dello Stato, l'esecutivo (di sua nomina) e il legislativo.
In Come muore un regime. Il fascismo verso il 25 luglio (il Mulino, 2021) Paolo Cacace conferma che la revoca di Benito Mussolini da capo del governo e la sua sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio furono iniziativa personale di Vittorio Emanuele III, assecondato dal ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone e dalla ristretta cerchia di militari di sua assoluta fiducia. Il 25 luglio il Gran Consiglio del fascismo a maggioranza “esortò” il re a esercitare i poteri statutari, senza però mettere in discussione il regime. Perciò Mussolini chiese udienza al re e nel pomeriggio si recò a Villa Savoia convinto che quasi nulla sarebbe cambiato. Nei disegni del re quel voto, intorno al quale tanto è stato scritto, era invece un eccipiente secondario rispetto al suo piano, curato nei dettagli in grande segretezza. I nuclei antifascisti albeggianti e le romanzesche trame cospirative di cui ancora recentemente si è fabulato, a loro volta risultarono irrilevanti. Fu la Corona a decidere tempi e modi della “svolta”, anche sbrigativi, come il “fermo” del duce, che si premurò di dichiararsi pronto a collaborare con Badoglio. Come osservò Luigi Einaudi, citato dal presidente Sergio Mattarella a Dogliani il 12 maggio 2018, chi detiene la somma dei poteri, può lasciarli apparentemente dormienti per vent'anni, salvo valersene quando percepisce che sia venuto il momento. Così fece il re.
Di seguito fu lui ad autorizzare la ricerca inevitabilmente lenta del contatto con il Comando nemico per ottenere che all'Italia, ormai in un tunnel dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia, fosse concessa la “resa senza condizione”, deliberata dagli anglo-americani a carico dei vinti nella Conferenza di Casablanca su richiesta ultimativa di Stalin. Anche per conseguire questo scopo Corona e capo del governo si valsero di militari, unici interlocutori affidabili perché per lo Statuto il re aveva il comando delle forze armate, mentre sin dal regio decreto del 14 novembre 1901 il referente obbligato di tutti i ministri, Esteri incluso, era il capo dell'esecutivo.
L'obiettivo fu raggiunto in meno di un mese con la firma a Cassibile della resa (surrender, non, come poi si edulcorò, “armistizio”, che è frutto di stipula tra le parti). Lo strumento sottoscritto dal generale Giuseppe Castellano, datato “Sicilia, 3 settembre 1943” è esplicito: segnò la “sconfitta” ma, a differenza di quanto è stato talvolta affermato, non determinò la “disfatta” dello Stato d'Italia, perché la resa fu concessa (o imposta) al “governo del Re”, ovvero a Vittorio Emanuele stesso. Il “Comandante in capo” dei vincitori si riservò di stabilire “un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell'interesse militare delle Nazioni alleate” e di dettare “altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l'Italia dovrà impegnarsi ad eseguire”, analiticamente contenute nel secondo strumento di resa consegnato dal generale Dwight Eisenhower a Badoglio a Malta il 29 settembre 1943: così duro e mortificante da essere tenuto segreto. Però con la resa la monarchia ottenne tre vantaggi preziosi: lo Stato non fu debellato ma chiamato a rispondere da vinto quando fosse giunto il momento; a differenza della sorta poi toccata alla Germania, non ne venne previsto in alcun modo lo smembramento; e la sua forma istituzionale non venne messa in discussione. Anzi, per gli inglesi, più lungimiranti degli americani, la monarchia costituiva una garanzia.
Il verbale del colloquio svolto il 29 settembre a margine della firma precisò la cornice degli eventi successivi. Il Comandante vincitore incitò il vinto a dichiarare guerra alla Germania, a “immettere nuovi elementi nel suo governo”, previo il placet del generale Mason Mac Farlane e, “parlando da soldato”, a destinare alla lotta contro la Germania le “divisioni migliori”. Badoglio precisò che “per la legge italiana solo il re  può dichiarare guerra” e scegliere i nuovi membri del governo. Assicurò la massima collaborazione anche in vista dell'ingresso in Roma (da Eisenhower dato per imminente: avvenne otto mesi dopo), accolse con freddezza l'annuncio del ritorno in Italia del “conte” Carlo Sforza, gran collare della SS. Annunziata e senatore ma accesamente repubblicano, auspicò di essere considerato “un collaboratore completo” e chiese di “prendere contatto col maresciallo Messe, ora prigioniero di guerra in Inghilterra”.
I punti di debolezza: il CLN contro la monarchia
Lo scenario istituzionale e politico italiano era però profondamente diverso da quello ventilato dal Comandante alleato. Il Comitato dei partiti antifascisti operante clandestinamente in Roma da metà agosto 1943, contrario a condividere il “passivo” della guerra e deciso a scaricarne la peso esclusivamente sulla Corona, assunto il nome di Comitato (Centrale) di liberazione nazionale tra fine settembre e inizio ottobre, rifiutò ogni collaborazione con il governo Badoglio, riservando gelida accoglienza alla proposta di collaborazione avanzata dal colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino. Lo ricorda Ivanoe Bonomi in Diario di un anno, 2 giugno 1943-10 giugno 1944. Il CLN propugnò l'immediata abdicazione del re, la rinuncia del principe Umberto alla successione e il conferimento della Corona al principe di Napoli, Vittorio Emanuele, di appena sette anni, sotto tutela di un reggente di nomina politica, contro la lettera dello Statuto. Anche molti liberali si accodarono e per bocca di Carandini fecero sapere di essere per “assemblea costituente più abdicazione”.
A vulnerare la continuità istituzionale aveva concorso proprio Badoglio che a inizio agosto, cancellati per decreto il Partito nazionale fascista, la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, il Gran consiglio e tutte le organizzazioni del passato regime, aveva sciolto la Camera dei fasci e delle corporazioni in vista dell’elezione di una nuova Camera dei deputati entro quattro mesi dalla fine della guerra. Pertanto, data la natura bicamerale del Parlamento, il Senato fu paralizzato e il re risultò politicamente sovraesposto. La “monarchia rappresentativa” fu sospesa sotto il profilo formale e sostanziale. Il triangolo Corona, Governo, Parlamento fino a quel momento scaleno venne spezzato.
Sotto il profilo politico la parola passò dalle istituzioni vigenti a forze autoconvocate, come il congresso dei CLN, radunatosi a Bari il 28-29 gennaio 1944. Nel suo corso venne ribadita la richiesta di immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III, da alcuni liberali liquidato addirittura come “cencio sporco”.
Per gli anglo-americani, pur diversi nella loro grammatica politico-istituzionale, lo Stato d'Italia era quello impersonato dal re e dal governo di sua nomina. Se mai avessero avuto motivo di dubitarne (ma non ne esistono documenti probanti) a rafforzarli nella loro posizione fu la costituzione della Repubblica sociale italiana incardinata su Mussolini e succuba della Germania. Malgrado tutto, all'indomani della resa e del trasferimento del re, del principe ereditario e del governo da Roma a Brindisi, nei modi che tante polemiche hanno suscitato e ancora sollevano, i vertici delle Forze Armate furono a fianco del sovrano. Il 26 settembre 1943 Vittorio Emanuele III ordinò l'organizzazione del Raggruppamento “Savoia”: un primo nucleo di circa 5.000 uomini. Cinque giorni dopo la dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre), lo passò in rassegna nei pressi di Manduria. La riorganizzazione dell'Esercito molto deve alla tenacia di Giovanni Messe, ultimo Maresciallo d'Italia, biografato dal generale Antonio Zerrillo e da Luigi Emilio Longo nel volume pubblicato dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (2006).
Il 15 novembre il Raggruppamento “Savoia” fu autorizzato a muovere verso la linea del fronte di combattimento. Sulle fiancate degli automezzi il colonnello Valfrè di Bonzo fece istoriare lo scudo sabaudo. A inizio dicembre venne aggregato alla 36^ divisione statunitense del II corpo d'armata e (come scrisse Gabrio Lombardi) fu incaricato di espugnare il “dosso allungato, scoperto e roccioso, spezzato in una lunga serie di ondulazioni di altezza crescente”: Montelungo. Lì, l'8 e il 16 dicembre 1944, ebbero luogo le sue prime prove con attacchi ripetuti a reparti della divisione “Goering”. Subì pesanti perdite. Il primo giorno perse 4 dei 5 ufficiali in linea. Mostrò che “l'antiquo valore/ne l'italici cor non [era] ancor morto”. Lo stesso principe ereditario, che si levò in volo di ricognizione per fornire precise informazioni sul nemico meritò la prima delle due onorificenze conferitegli dagli anglo-americani: la Silver Star e la Legion of Merit.
La riorganizzazione delle Forze Armate, a cominciare dal Regio Esercito, avvenne in quei mesi difficili per tutti. Il motto del Re e del principe ereditario Umberto di Piemonte, dal 5 giugno 1944 Luogotenente del Regno, fu “Viva l'Italia”. Continuò a garrire il tricolore che dal 1848 ne aveva guidato la lunga marcia verso l'indipendenza e l'unità nazionale con “in alto la Bandiera”, come ha scritto lo storico militare gen. Oreste Bovio.

Gli uomini che fecero l'impresa (1943-1945) in una Mostra a Torino
Dal rovesciamento del regime fascista all’instaurazione dalla Repubblica (19 giugno 1946) si susseguirono sei diversi governi. Nell'ordine, il maresciallo Pietro Badoglio ne presiedette tre diversi dal 25 luglio 1943 al 18 giugno 1944; Ivanoe Bonomi (ex socialista riformista, democratico, esponente della Democrazia del lavoro) ne guidò due sino al 21 giugno 1945. A lui segui il breve governo presieduto da Ferruccio Parri, comandante delle formazioni partigiane “Giustizia e libertà”, esponente del Partito d'azione, dal quale si separò nel congresso del febbraio 1946. Il 10 dicembre gli subentrò il democristiano Alcide De Gasperi, a capo di un governo formato da ministri dei sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (comunisti, socialisti, azionisti, democratici del lavoro, democristiani, liberali), con esclusione del Partito repubblicano italiano capitanato da Randolfo Pacciardi.
Al ministero della Guerra si susseguirono nell'ordine i generali Antonio Sorice e Taddeo Orlando con Badoglio; il liberale Alessandro Casati con Bonomi, il democristiano Stefano Jacini con Parri e il repubblicano e massone Cipriano Facchinetti con De Gasperi.
Nello stesso arco di tempo si susseguirono due soli Capi di Stato Maggiore Generale: il maresciallo d'Italia Giovanni Messe dal 18 novembre 1943 al 1° maggio 1945, quando gli subentrò il generale designato d'armata Claudio Trezzani. L'opera di Messe (massone, già aiutante di campo di Vittorio Emanuele III) è stata al centro di convegni e delle biografie scritte da Emilio Longo (Ufficio Storico dello SME, 2006) e dal generale Zerrillo in Il Regno di Vittorio Emanuele III 1938-1946 (BastogiLibri, 2021).
Capi di stato maggiore dell'Esercito furono i generali Mario Roatta sino al 18 novembre 1943; Paolo Berardi fino al 10 febbraio 1945, quando assunse il comando delle Forze Armate in Sicilia per contrastare l'Esercito volontario per l'indipendenza dell'isola, Ercole Ronco e infine il generale di divisione Raffaele Cadorna, già comandante del Corpo Volontari della Libertà, figlio di Luigi Cadorna, comandante supremo durante la Grande Guerra (su cui fa luce il volume Luigi e Carlo Cadorna, Caporetto? Risponde Cadorna, BastogiLibri, 2021).
Capo di Stato Maggiore della Marina (carica abbinata a quella di sottosegretario della Marina) fu l'ammiraglio Raffaele De Courten; a Capo di Stato Maggiore dell'Areonautica si susseguirono i generali Pietro Piacentini e Mario Aymone Cat. Quattro furono i comandati generali dei Carabinieri: i generali Angelo Cerica fino al 9 settembre 1943, Giuseppe Pièche dal 15 novembre 1943 al 20 luglio 1944, Taddeo Orlando e dal 7 marzo 1945 Brunetto Brunetti.
La loro opera si coniugò a quella dei comandanti del Corpo Italiano di Liberazione e, di seguito, dei Gruppi di Combattimento “Cremona” (generale Clemente Primieri), “Friuli” (gen. Arturo Scattini), “Folgore” (Giorgio Morigi), “Legnano”, “Mantova”, “Piceno (gen. Emanuele Beraudo di Pralormo), impegnati nell'avanzata verso il Nord.
“Nel decennale della Resistenza e del ritorno alla democrazia” il loro fondamentale contributo alla ricostruzione dell'Italia è stato documentato dal gen. Primieri in Il Secondo Risorgimento (Roma, Poligrafico dello Stato, 1955, con contributi di Aldo Garosci, Raffaele Cadorna, Costantino Mortati e altri) e, sulla scorta di ampia documentazione, dal generale Pierluigi Bertinaria nel convegno internazionale di studi (Milano 17-19-maggio 1984) La cobelligeranza italiana nella lotta di Liberazione dell'Europa, i cui atti sono stati pubblicati dal Ministero della Difesa-Comitato storico “Forze Armate e Guerra di Liberazione” (a cura di A.A.M, Roma, 1986).

   La complessa evoluzione dal Raggruppamento “Savoia” al CIL e ai Gruppi di Combattimento è documentata dalla Mostra al Mastio della Cittadella di Torino (C.so Galileo Ferraris), allestita dal 22 al 30 aprile per iniziativa di illustri personalità (i generali Pastorello, Cinaglia, Uzzo, Puliatti e altri) di concerto con il Museo Storico Nazionale di Artiglieria e l'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia. La Mostra (i cui catalogo è in stampa) è aperta il 22 da una conferenza con interventi di Gianni Oliva e Pierfranco Quaglieni e viene conclusa il 30 con relazioni dei generali Antonio Zerrillo e Giorgio Blais. Entrambi gli incontri sono presieduti da Pier Carlo Sommo.
   L'importante iniziativa scientifica e didattica evidenzia la continuità dell'Esercito italiano dalla sua costituzione (1861) a oggi e percorre il ruolo svolto per 19 mesi dalle forze armate italiane riorganizzate, giunte a contare 450.000 uomini tra reparti combattenti e ausiliari, senza dimenticare gli 80.000 militari che operarono nelle formazioni partigiane sorte nell'Italia centro-settentrionale, non solo di ispirazione dichiaratamente monarchica ma anche nelle file di Garibaldini, Giustizia e libertà, Matteotti e nelle brigate “bianche”, cioè di ispirazione democristiana o genericamente “cattolica”. Il panorama del contributo dato dai militari alla “Riscossa” (come Raffaele Cadorna intitolò le sue Memorie) non sarebbe completo se non venisse tenuto conto anche degli Internati Militari Italiani (la loro storia è stata recentemente documentata da Avagliano e Palmieri, ed. Mondadori) e dei prigionieri italiani negli USA e Gran Bretagna.
A quasi ottant'anni dai fatti, la svolta voluta e attuata da Vittorio Emanuele III nell'estate 1943 viene ricomposta alla luce meridiana la verità storica.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Il colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo (Roma, 26  maggio 1901-24 marzo 1943), fedelissimo a Vittorio Emanuele III e alla Casa di Savoia, si pose alla guida del Centro (poi Fronte) militare clandestino, che dette un contributo di prim'ordine alla cobelligeranza italiana contro la Germania. Arrestato nei modi narrati dalla sua biografa Sabrina Sguegli della Marra (Ufficio storico SME, 2008, Premio Acqui Storia, con prefazioni del col. Antonino Zarcone e del prof. Giovanni Sabbatucci) venne atrocemente torturato a Via Tasso, incarcerato al Regina Coeli e suppliziato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, come tanti altri militari, militanti di “Bandiera Rossa”, politici e profeti dell'Italia libera, come il “fratello” Placido Martini.

UBI REX 
NELLA MACCHINA DELLO STATO


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 Aprile pagg. 1 e 6.

 La “foto ricordo” della visita dello zar Nicola II a Vittorio Emanuele III, che lo ospitò nel Castello di Racconigi (23-25 ottobre 1909). A una Dama scappò un sorriso... Era l'Europa dei buoni sentimenti. Al ricevimento partecipò Ernesto Nathan, sindaco di Roma ed ex gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Ma Putin è malato? Allora è malata la Russia? Il figlio di Joe Biden è corrotto? Suo babbo lo sapeva? Chi ha davvero il comando degli Stati che dominano il mondo? Il “Capo” o chi lo ha issato al potere? Boiardi? Pretoriani? L'interrogativo assillante oggi è: per quale“Idea” si possono impoverire i cittadini e imporre“sacrifici” anche irreversibili? Nel Novecento l'Italia ha già dato. Aveva una macchina efficiente, un solo autista, un'Officina di prima qualità e una propria inconfondibile identità: lo Stato.

Due chiacchiere in carrozza per fare un po' d'Italia
  Con il trattato del 24 marzo 1860 il regno di Sardegna approvò la “riunione” (una “piccola bugia”) della Savoia e della contea di Nizza Marittima all'impero di Francia, in linea con quanto verbalmente concordato tra Camillo Cavour e Napoleone III sin dalla chiacchierata in carrozza a Plombières il 21 luglio 1858. Poco prima, l'11-12 marzo i plebisciti avevano confermato l'“annessione” dell'Emilia e l'“unione” della Toscana al regno di Sardegna, che già aveva ottenuto la Lombardia (tranne Mantova) senza farvi ripetere il plebiscito che l'8 giugno 1848 ne aveva approvato l'“unione immediata” al “Piemonte” di Carlo Alberto. Mentre la demarcazione del nuovo confine italo-francese a nord fu semplice (il crinale alpino) quello nelle Marittime risultò molto laborioso. Come insegna lo storico Oreste Bovio, il generale Manfredo Fanti, ministro della Guerra, si dimise per non sottoscrivere una linea militarmente svantaggiosa. A trattato firmato, riprese le funzioni. Vittorio Emanuele II rinunciò obtorto collo alla terra dei suoi avi, confidando nella comprensione di Giuseppe Garibaldi, divenuto “straniero all'Italia”. Era nato a Nizza il 4 luglio 1807, cittadino dell'impero di Napoleone I, che aveva debellato Pio VII, ben altra cosa dal “papalino” Napoleone III.
  Nella complicata trattativa il sovrano sabaudo riuscì a strappare a suo vantaggio almeno alcune aree montane irrinunciabili per lui che ci andava a caccia da ragazzo, “pensando al regno”.
  Dopo l'annessione di quasi tutta l'Italia centro-meridionale e il trasferimento della capitale del regno da Torino a Firenze (1864-1865), passaggio doloroso non solo per lui ma anche per la Augusta Taurinorum e quanti vi gravitavano, Vittorio Emanuele II continuò a privilegiare il Vecchio Piemonte per le sue “vacanze”. Lì era “a casa”. Suo figlio Umberto I, perennemente in visita con la consorte Margherita di Savoia alle Cento città dell'Italia quasi unificata nel 1866 e nel 1870, privilegiò invece la Villa Reale nella fatale Monza. I suoi spostamenti, sempre di breve durata, non comportarono la dislocazione degli “uffici” di Corte, ancora in corso di organizzazione nei “palazzi del governo”, in massima parte allocati nei più sontuosi edifici romani, a cominciare dal Quirinale. I sovrani passano, gli immobili restano.
Da principe esploratore a re d'Italia
Principe di Napoli ed erede a un trono che non ambiva, Vittorio Emanuele neppure dopo il matrimonio con Elena di Montenegro ebbe tempo per “vacanze”. Di concerto con suo padre, fu continuamente assorbito da viaggi ufficiali in Italia e all'estero. Nel 1897 visitò, nell’ordine, Firenze, Roma, Venezia, Napoli, Parigi, Londra, Amsterdam, Lucerna, Roma, le Baleari, la Spagna sino a Gibilterra, Ceuta, Tangeri e poi Malta, la Sicilia, Amalfi, Napoli (appena in tempo per le grandi manovre presso Benevento), Monza, Stresa, Milano, Roma, Napoli. Andò a caccia a Castel Porziano prima di festeggiare Capodanno a Napoli. A Torino arrivò il 30 aprile 1898 per l'inaugurazione dell'Esposizione Nazionale nel cinquantenario dello Statuto, poco prima che in Lombardia e in Toscana scoppiassero sospette proteste contro il carovita. Nell'estate visitò Danimarca, Norvegia, Scozia, Londra, Anversa, Rotterdam. Dopo una pausa a Napoli fu a Vienna per i funerali della sfortunata imperatrice “Sisi” e poi ancora in viaggio da un capo all'altro dell'Italia. Nell'aprile 1899 iniziò l'esplorazione dell'Egeo; in giugno tornò in Norvegia; passò agosto metà in Montenegro per le nozze del cognato Danilo e pochi giorni all'isola di Montecristo, per riprendere poi la peregrinazione da un capo all'altro d'Italia, passando anche per Pescasseroli.
  Allo stesso modo iniziò il tragico 1900: Napoli, Montecristo, Napoli, Berlino, Napoli, Gaeta, Montecristo, Napoli, Roma (per l'inaugurazione della XXI legislatura), Napoli e poi la crociera con Elena alla volta della Grecia, di Costantinopoli, della Palestina e ancora la Grecia. Venne “chiamato dal mare”. Approdò a Reggio di Calabria e accorse a Monza.
  Asceso al trono, voltò le spalle alla Villa Reale di Monza, evocativa del regicidio.
“Scoprì” il Castello di Racconigi, salì a Sant'Anna di Valdieri ove era stato tante volte a caccia con il padre e predilesse infine la quieta Provincia Granda per le lunghe vacanze.
La pax operosa dello Stato anche dalla Granda
  Racconigi divenne una sorta di seconda capitale.  Il re vi aveva quanto riteneva indispensabile. Nel novero figuravano anche gli “Uffici” della Corte. 
  La Monarchia era una macchina molto complessa. Doveva esserlo in un regno giovane qual era l'Italia, unificata da poco e segnata dalle molte “gare” tra antiche capitali di Stati un tempo opulenti o almeno prestigiosi: da Napoli a Venezia, da Firenze a Milano, da Palermo a Parma e Modena, via via sino alla dogale Genova.
  Il Calendario Reale elencava ogni anno cariche e nomi dei componenti delle Corti del re, della regina Elena e della regina madre: poco più di 250 persone a inizio Novecento. A parte erano le corti delle Case sabaude di Aosta e di Genova, nonché le “corti antiche”, cioè dei sovrani, regine e principi defunti, inclusi il Padre della Patria e Umberto I.
  La Casa di Vittorio Emanuele III era ripartita in Casa Militare (comprensiva di quella Onoraria, molto più affollata) e Casa Civile, Corte della regina, Corte del principe di Piemonte (quando venne istituita) e degli altri principi, inclusa la principessa Maria Laetitia, seconda moglie del duca Amedeo d'Aosta, re di Spagna da fine 1870 all'inizio del 1873, morto giovane a Palazzo Cisterna in Torino tra le braccia del fratello Umberto.
  La Casa Militare del re comprendeva il primo aiutante di campo, aiutanti di campo generali e aiutanti di campo: un numero ristretto di alti ufficiali di sicura fiducia del sovrano. Vittorio Emanuele III confermò nella carica apicale il generale Ugo Brusati (1847-1936), che lo era della sua Casa di principe dal 1898 e lo rimase sino al compimento del 70° anno (il triste ottobre 1917). Il primo aiutante accompagnava il sovrano ovunque, vacanze comprese, e normalmente pranzava con la famiglia reale: una “colazione di lavoro” per chi non poteva perdere di vista la “grande politica” (estera e militare) e le turbolenze di quella interna. Gli aiutanti di campo generali e quelli per così dire “semplici” si alternavano di mese in mese o ogni quindici giorni. Turni necessari per le pesanti incombenze che li gravavano: essere costantemente a giorno e filtrare tutte le “novità”, soprattutto quelle allarmanti, comunicate dalla rete dei “servizi”, inclusi gli addetti militari presso le ambasciate e gli informatori a contatto con ogni genere di rappresentanza sensibile anche all'estero, dai consolati a sedi commerciali e istituti culturali. A volte i carabinieri comunicavano direttamente con il capo dello Stato.
  Nell'insieme la Casa Militare era di piccole dimensioni, perché aveva alle spalle la piramide delle forze di terra e di mare al cui comando era il re stesso. A lui facevano riferimento anche i ministri della Guerra e della Marina, indicati dal sovrano ai presidenti del Consiglio. Nulla era lasciato al caso. Tra altri Vittorio Emanuele III volle ministro della Guerra Paolo Spingardi, nato a Spigno Monferrato, già comandante generale dei carabinieri.
  La Casa Civile era molto più articolata e complessa. Era imperniata sul ministro della Real Casa: una figura che ai tempi di Vittorio Emanuele II aveva generato  tensioni tra il sovrano e il governo, per frizioni su minutaglie. Pressoché onnipotente lo era stato Urbano Rattazzi jr, nipote di Urbano Rattazzi, esponente della sinistra democratica nel decennio cavouriano, ministro dell'Interno nel governo presieduto da Alfonso La Marmora dopo l'armistizio di Villafranca (luglio 1859), sfortunato presidente del Consiglio nel 1862 e nel 1867, quando dovette reprimere tardivamente le spedizioni di Garibaldi. Patrono della nomina dell'appena cinquantenne Giovanni Giolitti a capo del governo (1892-1893), Urbano jr si dimise mentre aleggiavano inchieste su speculazioni edilizie nella Roma umbertina e si favoleggiava dei profitti diretti o procacciati da “sub-Urbano”, come veniva etichettato dalla satira. Suo successore fu il rupestre Emilio Giuseppe Ponzio Vaglia, già primo aiutante di campo di Umberto I. Vittorio Emanuele III lo ereditò dal padre, lo creò conte il 20 settembre 1904, durante i festeggiamenti per la nascita del principe ereditario Umberto di Piemonte. Suo successore nel 1909 fu Alessandro Mattioli Pasqualini, in carica sino al gennaio 1939 quando venne sostituito dal conte Pietro d'Acquarone, poi elevato a duca da Vittorio Emanuele III per i suoi molti meriti di saggio amministratore, duttilità, intuito politico e capacità di ascolto degli umori serpeggianti nell'Italia da Mussolini avviata sui funesti binari del Patto d'Acciaio con la Germania di Adolf Hitler.
  Altro ufficio apicali della Corte era il prefetto di Palazzo e gran mastro delle cerimonie. La carica fu a lungo ricoperta dal duca Gian Battista (Bacicìn) Borea d'Olmo il cui avo, Orazio, era stato maire di Sanremo e Legion d'Onore quando la Liguria venne annessa all'Impero di Francia: massone, personaggio bizzarro al quale si ispirò Italo Calvino per ritrarre il Visconte dimezzato, come narra il suo biografo Luca Fucini. Nominato ottantaduenne in successione a Cesare Federico Gianotti (combattente che in tutte le guerre per l'indipendenza compresa la battaglia di Custoza del 1866), Borea d'Olmo morì in carica a 105 anni. Le sue funzioni erano così impegnative da richiedere un Prefetto di Palazzo aggiunto. Seguivano il Grande scudiero (lo fu a lungo Alberto Solaro del Borgo dei marchesi di Borgo San Dalmazzo), il Gran cacciatore e il Primo mastro delle cerimonie di corte, affiancato da una pleiade di altri Mastri e da alcuni Mastri delle cerimonie di corte aggiunti. Tanti ne occorrevano nelle molte residenze secondarie e nelle città da visitare ed era saggio disporre di varie “antenne” in un'Europa in subbuglio.
  Tra gli Uffici vi erano infine il Medico di corte e il Cappellano Maggiore. Quest'ultimo ricopriva un ruolo particolarmente delicato mentre durava il conflitto tra Stato e Chiesa e il re rimaneva “scomunicato” dal papa. A norma dell'articolo 1 dello Statuto la religione cattolica apostolica romana era la sola religione dello Stato, ma in Italia erano ammessi tutti i culti. Agnostico con istintivi guizzi anticlericali, quando necessario Vittorio Emanuele III assisteva alle cerimonie ecclesiastiche ma su tutto per lui prevaleva l'articolo 24 dello Statuto albertino: «Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge». Dopo monsignor Vittorio Anzino, che aveva amministrato l'eucarestia al morente Vittorio Emanuele II, come ha narrato Aldo G. Ricci, e Giovanni Lanza, Cappellano maggiore fu nominato il canonico Giuseppe Beccaria, che rimase in carica per un quarantennio. Nel ghiotto volume Il clero Palatino tra Dio e Cesare (1995) Tito Lucrezio Rizzo ripercorre le complesse origini e le articolate vicende di una “carica” che sopravvisse sino alla revisione del Concordato siglata nel 1984 da Bettino Craxi per l'Italia e dal cardinale Agostino Casaroli per la Santa Sede.
Tutti per uno, uno per tutti: l'Italia
  Quando dalla Città Eterna si trasferiva a estivare per lungo periodo nella Provincia Granda Vittorio Emanuele III traeva al seguito un numero rilevante dei primi ufficiali della monarchia. “Piccola capitale transitoria” la Real Città di Racconigi veniva attrezzata di conseguenza per accogliere nella maniera più degna il seguito del sovrano, in parte allogato nel Castello stesso, celermente ammodernato, in parte dove possibile. Spartano qual era, il re riteneva che altrettanto dovessero esserlo gli Uomini nominati alle cariche supreme della Corte e così pure le Dame della Corte della Regina Elena. I quotidiani dell'epoca (da Torino, Milano, Roma, ma persino in una città di 30.000 abitanti come Cuneo se ne contavano tre) avevano i loro corrispondenti in loco, tanto informati quanto garbati, anche perché la vita del re e della regina non prestava il fianco a pettegolezzi.
  Vista con la lente d’ingrandimento la Corte della Casa Reale era composta da personalità cresciute per e nel servizio dello Stato: militari, diplomatici, dirigenti e funzionari di uffici pubblici, professionalmente preparati, adeguatamente selezionati e devoti alla missione. All'ingresso nel servizio il pubblico impiegato giurava di «essere fedele a sua maestà il Re ed ai suoi reali successori, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato e di adempiere  tutti i doveri del [suo] stato, con il sol scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».
  Qualcuno ha ventilato che i Savoia re d'Italia siano stati “una dinastia senza sacralità” perché non praticarono la cerimonia d’incoronazione del sovrano e la Corona Ferrea, emblema della regalità in e sull'Italia, rivendicata da Vittorio Emanuele II e restituita da Francesco Giuseppe d'Asburgo nel 1866, venne recata a Roma solo per i funerali del Re Galantuomo e di suo figlio Umberto.
  A ben vedere, però, la vera sacralità della Terza Italia non stava in una celebrazione una tantum ma nella somma di quanti facevano quadrato attorno alla regalità: diplomazia, forze armate e, all'occorrenza, volontari. La Corona non metalli e gioielli: era fusa nello Statuto, “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia” e sul suo sobrio articolo 22: «Il Re, salendo al trono, presta in presenza delle Camere riunite il giuramento di osservare lealmente il presente Statuto». La “sacralità” era l'identità tra il re e i popoli d'Italia incamminati a divenire “nazione”: il “plebiscito quotidiano” tra Stato e i cittadini.
  A Racconigi Vittorio Emanuele riceveva lo zar di Russia, gli ambasciatori dei Paesi più remoti, ministri, parlamentari, scienziati, artisti e la miriade di sindaci di grandi e piccoli comuni della “sua” terra, elettivi come li aveva voluti Carlo Alberto, espressione genuina di una civiltà politica fondata sulla libera scelta dei propri rappresentanti. Lì Vittorio Emanuele e la Regina Elena si sentivano “a casa”. E con piccola scorta salivano a San Giacomo di Entraque o a Sant'Anna di Valdieri ove gareggiavano a chi abbattesse più camosci spinti dagli “scaccioni” o a chi pescava più trote e di maggiore stazza: tutto puntualmente registrato dall'apposito addetto, che poi inviava le prede alle “mense” di chi ne aveva bisogno.
  La vita “del re” non era una visita “da re”. Era quella di Capo dello Stato, ovunque fosse. Ubi rex… Depositario e garante dell'Idea di Italia, una, indipendente e sino alla Grande Guerra libera di decidere le proprie sorti.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La “foto ricordo” della visita dello zar Nicola II a Vittorio Emanuele III, che lo ospitò nel Castello di Racconigi (23-25 ottobre 1909). A una Dama scappò un sorriso... Era l'Europa dei buoni sentimenti. Al ricevimento partecipò Ernesto Nathan, sindaco di Roma ed ex gran maestro del Grande Oriente d'Italia.

ITALIA UNITA 
CENTRALITÀ DEL PARLAMENTO 


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 Marzo pagg. 1 e 6.

Imparare a guardare “oltre”
«Noi italiani ricominciamo la grama vita dei secoli passati, parteggiando per paesi stranieri anziché pensare unicamente al nostro paese». Lo scrisse lo statista piemontese Giovanni Giolitti al suo amico Antonio Cefaly, calabrese, vicepresidente del Senato. Era il 5 aprile 1915. Mancavano venti giorni alla firma dell'accordo segreto di Londra che precipitò l'Italia nella fornace della Grande Guerra. Aveva appena compiuto mezzo secolo. All'unità era arrivata con la diplomazia e con la spada: esercito regio e volontari. E anche con “operazioni militari speciali”. Nel settembre 1860 Vittorio Emanuele II invase lo Stato pontificio con un pretesto. Poco dopo irruppe nel regno delle Due Sicilie senza dichiarazione di guerra. Altrettanto fece il 20 settembre 1870 per impedire che nella Roma di Pio IX scoppiasse un’immaginaria rivoluzione repubblicana o garibaldina.
È la storia. Un impasto di atti (irreversibili per quanti ci lasciano la vita) e di piaghe malamente cucite da stipule tra i contendenti. Il conflitto tra il regno d'Italia e la Santa Sede richiese quasi sessant'anni. Si compose con i Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929, inseriti nella Costituzione della Repubblica col voto favorevole del Partito comunista di Togliatti e il no di socialisti, repubblicani, azionisti e liberali. I Patti sono eterni? Anche quelli fra Stato e Chiesa furono revisionati e sono in attesa di aggiornamento. Nulla nella storia è immutabile. I trattati non sono “chiffons de papier” come pare abbia detto la Germania nell'agosto 1914 in procinto di invadere il Belgio, che si considerava al riparo per il trattato che ne garantiva l'immunità. Però non sono eterni. Nascono e muoiono come tutto ciò che è umano. Vincolano gli Stati o i governi che li hanno sottoscritti? Prendiamo il caso dell'adesione dell'Italia alla Nato, un trattato difensivo concepito in una situazione storica circostanziata: la contrapposizione in blocchi, il potenziale conflitto armato tra alcuni Stati “occidentali” e l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche nel 1948-1949, circondata dai Paesi satelliti. Il governo italiano (ricorda Nico Perrone in Il realismo politico di De Gasperi, BastogiLibri) decise di farne parte l'11 marzo 1949 senza neppure conoscerne lo statuto. Il presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, lesse un testo approssimativo. I cittadini non ne sapevano nulla. Il governo, però, aveva le spalle al sicuro perché nelle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia cristiana aveva vinto molto oltre le sue più rosee speranze (assorbì i voti dei monarchici, orfani dopo la “sconfitta” nel referendum del 2-3 giugno 1946) mentre il Fronte popolare socialcomunista, incorporata un'ala del partito d'azione, subì una durissima sconfitta.
Un'ampia parte dell'elettorato “moderato” era del tutto contraria a vincolare l'Italia a blocco militare. Alla fine della guerra la Democrazia cristiana era per la neutralità. Molti pensatori cattolici distinguevano anzi fra pacifismo e neutralità, in linea con Pio X, che (ricorda il suo biografo Gianpaolo Romanato) morì con l'incubo del “Guerrone” incombente, e con Benedetto XV, ancora sottovalutato dalla storiografia, predicò il pacifismo. Era la missione della Chiesa di Roma in un'epoca che vide i cristiani schierarsi e dilaniarsi in subordine ai governi dei Paesi nei quali vivevano. Accadde per evangelici, riformati e anche per i cattolici. Quelli del Belgio e della Francia si attendevano la condanna pontificia della tracotanza germanica, mentre i bavaresi e gli austro-ungheresi erano ansiosi di ottenere la benedizione del papa per la loro vittoria su gallicani, anglicani e Russia ortodossa. Lo documenta il poderoso volume Santa Sede e cattolici nel mondo posbellico (1918-1922), atti di un convegno promosso dal Pontificio comitato di scienze storiche (Libreria Editrice Vaticana). La guerra divise anche pacifisti, liberi pensatori e massoni, come ha documentato Yves Hivert-Messeca nella poderosa storia dell'Europa sotto l'Acacia (ed. Dervy): un arbusto con poche foglie squassate dai venti di governi che da decenni vivevano per la vendetta.
Non da oggi, dunque, i Trattati sono da un canto e le buone intenzioni dall'altro. Dichiarare (come fa la senatrice Liliana Segre) che dinnanzi al conflitto attuale è impossibile rimanere “equidistanti” e che “non ci si può voltare dall'altra parte” (lo sostiene, fra altri, anche Mario Draghi) e bisogna dunque schierarsi, anche con le armi, è comprensibile nell'ottica dei buoni sentimenti. Ma è retorico sul piano della storia, perché, se davvero così fosse, gli aspiranti “custodi del bene” e della “democrazia” dovrebbero accorrere a raddrizzare i torti quotidianamente perpetrati in tutti i continenti da grandi, medie e talvolta piccole ma bene armate potenze, nonché da pseudostati come l'Isis e da movimenti terroristici vari, contro nemici esterni, veri o supposti, o minoranze interne, in taluni casi realmente presenti, in altri del tutto inventate da chi per rimanere al potere ha bisogno di additare un “nemico”.
Anziché voltarsi verso uno dei fronti in lotta, a cospetto di un conflitto potenzialmente devastante occorre guardare oltre per disinnescare il terreno dalle mine seminate per decenni e così diffuse da rendere difficile il dialogo.
Da qualche settimana le operazioni belliche in corso nell'Europa orientale hanno catapultato la generalità dei cittadini dalla pressoché completa indifferenza (o magari anche ignoranza) della “grande politica” (cioè quella estera e militare e la lotta per il controllo delle indispensabili “materie prime”: anzitutto i metalli rari) alla visione quotidiana dei combattimenti: file chilometriche di carri armati, scie dei missili, edifici sventrati, persone chiuse nei rifugi o in fuga, donne, bambini, lacrime. La “guerra”, che dal 1945 non aveva mai cessato di serpeggiare nel pianeta come gramigna inestirpabile, è divenuta un soggetto ordinario. Aveva suscitato qualche apprensione quando divampò nel Vicino e Medio Oriente e persino in Libia, di cui si ricorda il truce supplizio inflitto a Gheddafi ma della cui condizione effettiva odierna si sono perse le tracce. Così come nulla si dice sistematicamente dei feroci conflitti in corso in tanti paesi dell'Africa subsahariana, che fanno notizia solo quando vi cade un cittadino italiano, come avvenne in Congo. Lo stesso vale per vaste aree dell'Asia, già teatro di guerre mai dichiarate e nondimeno atroci, come Vietnam, Cambogia, Laos. Se non fosse per la titolare di un discusso premio Nobel per la pace (venne conferito ante litteram anche a Barak Obama, non proprio una crocerossina), la Birmania sarebbe a sua volta nel cono d'ombra che avvolge lo Yemen, uno tra i più generosi spacci di morte con armi importate da paesi che proclamano di “rifiutare la guerra” ma la fanno fare agli altri.
L'abbondanza di “immagini” sul conflitto soffoca la ricerca delle “spiegazioni”. La “storia”, si sa, è noiosa, perché comporta di colmare il vuoto di informazioni che ha caratterizzato i media (anche in Italia) da quando, ormai da anni, fu chiaro che la Nato si sarebbe ritirata dall'Afghanistan, fallimento strategico di una costosissima “operazione” troppo a lungo narrata come doverosa “esportazione della democrazia”: quasi che principi e costumi che hanno richiesto secoli per affermarsi possano essere “trapiantati”. È la litania anche oggi ripetuta: con l'attenuante che non si parla più di prodotto da esportazione ma di tutela del marchio e del suo uso anche da parte di Paesi, come l'Ucraina, che non ne sono affatto specchio e la cui storia è (o dovrebbe essere) nota a quanti oggi si avvolgono nei suoi colori senza conoscerla.
Sommersi da ripetitivi e infine stucchevoli primi piani dell'orrore (poco o nulla al confronto di quelli che si vedono in film e fiction anche in prima serata), anziché auspicare una rapida composizione diplomatica del confronto militare in corso forse troppi sono ansiosi di vedere il secondo e il terzo tempo (dopo il lancio degli ipersonici Kinzhal, chi sgancerà per primo testate nucleari?), come se i contendenti fossero squadre di calcio o una lotta tra galli o cani da combattimento.
Si è così imboccata una china pericolosa perché la “visione” genera assuefazione e condivisione non delle motivazioni dell'uno o dell'altro contendente ma della guerra in sé: uno “spettacolo” che alterna mestizia e tracotanza, vittime inconsapevoli e armigeri burbanzosi come l'Europa (e non essa sola) ha veduto nel corso dei secoli, in specie nella rovinosa Guerra dei Trent'anni di cui fu matrice nel 1914-1945 e dalla quale uscì prostrata ma non abbastanza morigerata.
Perciò è opportuno riflettere su alcuni concetti ritornati in auge con la tragedia in corso. Tra i suoi ingredienti domina l'endiade confini-autodeterminazione dei popoli.
Autodeterminazione
L'autodeterminazione fu tra gli ingredienti delle lotte per l'indipendenza nazionale in risposta all'espansione della Repubblica francese del 1792 e del suo maggiore beneficiario, Napoleone I, che  ne trasse i fondamenti ideologici per affermare l'Impero. Per l'eterogenesi dei fini, l’espansionismo napoleonico, sorretto dai marescialli dell'impero (precursori degli oligarchi odierni: non solo russi...) e il blocco continentale suscitarono la rivolta antifrancese in Spagna, mai tanto unita come nella guerra per l'indipendenza da Parigi, in Germania e in Italia, a cominciare dalla solitamente quieta Milano. L'autodeterminazione ebbe poi enunciazione solenne l'8 gennaio 1918 nei Quattordici punti del presidente degli USA, Wilson, al Congresso americano quale base per la futura pace mondiale. A parte asserzioni che ne mettono a nudo la completa disinformazione (è il caso dell'accoglienza della Russia nella Lega delle Nazioni “sotto un governo che essa stessa avrà scelto”: Lenin era già al potere), Wilson affermò che “i popoli e le province non devono costituire oggetto di mercato e passare di sovranità in sovranità, come fossero semplici oggetti o semplici pedine di giuoco, sia pure del grande gioco, ora screditato per sempre, dell'equilibrio delle forze”. Le aspirazioni nazionali andavano soddisfatte senza suscitare nuovi elementi di discordia suscettibili col tempo di rompere la pace dell'Europa e di conseguenza del mondo.
I confini
Ma l'autodeterminazione in Europa avrebbe portato alla deflagrazione di ogni forma di Stato, sia recente sia antico. Gli Stati si formarono con l'imposizione del centralismo sulla variegata molteplicità delle realtà etniche, linguistiche, religiose e costumali preesistenti. Nacquero dai conflitti interstatuali che favorirono la sovrapposizione delle monarchie sui popoli riottosi al loro interno. Ma le differenze rimasero, pronte sempre a riaffiorare con i pretesti più vari. I casi dell’Irlanda del Nord, dei Paesi Baschi, della Corsica e della Catalogna sono solo i più clamorosi. L'Italia ha temperato le spinte antiunitarie concedendo statuti “speciali”, ormai anacronistici, o larghe autonomie regionali che hanno favorito i potentati locali e paralizzato le istituzioni centrali.
La contraddizione drammatica tra autodeterminazione e certezza dei confini è insita nella labilità dell'identità nazionale nelle terre mistilingue, croce (molto sofferta) e delizia (poca) dell'Europa del Novecento, che registrò continui spostamenti di confini e conseguenti micro pulizie etniche, spesso feroci ma tenuti ai margini dell'attenzione perché “così facevan tutti”. Il caso del confine italo-jugoslavo, italo-austriaco e della valle d'Aosta (ma altro si potrebbe aggiungere sulla scorta del robusto volume di Luigi Iperti Storie di frontiera. Il secondo dopoguerra ai confini occidentali (ed. De Ferrari). Il garbuglio era chiaro a Wilson il cui punto 9 recitò: “Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”. Un'operazione impossibile senza ricorso alla separazione forzata degli italofoni da germanofoni e slavofoni. Non per caso nelle “terre liberate” l'annessione avvenne sulla base dei trattati di pace, senza plebisciti confermativi. Lo stesso e peggio accadde ripetutamente nell'Europa orientale, in specie ai danni della Germania e con l'invenzione di Stati multietnici che non hanno retto al tempo (come la Cecoslovacchia). Alla luce di questi dati sommari risulta curiosa la proposta di risolvere il caso odierno con una soluzione “alla Cipro”: ovvero l'irrigidimento perpetuo delle diversità, fomite di conflitti permanenti.
La bilancia dei poteri istituzionali in Italia dalla proclamazione del regno alla Costituzione del 1948 apparve quale un triangolo scaleno: tre lati di diversa lunghezza. Il maggiore era costituito dal re, capo dello Stato e comandante delle forze armate, dominus della politica estera. Poi veniva il lato minore: il governo, formato da ministri nominati e revocati dal sovrano (art. 65 dello Statuto). Infine il lato ancora più corto, la base del triangolo, costituita dal parlamento, composto di due camere: il senato, di nomina regia, e la camera dei deputati, elettiva. L'ampliamento dell'elettorato parve allungare la base del triangolo e, di conseguenza, la rappresentatività dell'esecutivo, che doveva contare sulla fiducia del parlamento. Se i poteri fossero stati meglio bilanciati, il triangolo sarebbe divenuto isoscele, tendente a trasformarsi in equilatero. Invece il loro rapporto formale e sostanziale continuò a essere squilibrato a vantaggio della Corona e del governo, espressione diretta del sovrano. La Camera dei deputati poté invero ostacolare l'esecutivo e costringerlo alle dimissioni. Lo fece più volte dall'inizio del regno di Vittorio Emanuele III e anche nel corso della Grande Guerra, nel giugno 1916 e nell'ottobre 1917. Però, a Statuto immutato, fu sempre il re a incaricare via via il presidente del consiglio, a nominare ministri e sottosegretari e a decidere il corso della vita politica. Il triangolo rimase dunque scaleno, qual era nel regno di Sardegna dal 1848 e in quello d'Italia dal 1861.
Ma dal 1948 la sovranità risiede nel Parlamento. Lì debbono essere discusse le decisioni supreme di un Paese che sin dalla resa senza condizioni del settembre 1943 e dal Trattato di pace del 1947 ha subìto pesanti limitazioni della propria sovranità e altrettante si è autoimposto. Pacta servanda? Sì. Il patto tra i cittadini e le istituzioni, e viceversa.
A cospetto della crisi in corso emerge una considerazione finale. Se invece di Camere che si trascinano sino all'estenuazione gli italiani avessero oggi un Parlamento fresco di elezione, sulla base della riforma che il medesimo ha (sconsideratamente) approvato, essi disporrebbero di una maggioranza certamente più rappresentativa di quella che a fine gennaio del 2022, in uno snodo politico-istituzionale cruciale, ha rieletto capo dello Stato il presidente uscente, implicitamente confermando presidente del governo quello in Ferdinando Martinicarica. Tutto è accaduto mentre “l'operazione militare speciale” bolliva già in pentola e in Italia vigoreggiava una campagna elettorale strisciante, ma sempre più accanita, tra partiti che, nel migliore dei casi, contano più o meno il 20% dei consensi del 60% di chi ancora va alle urne. Cioè poco più di niente. Pertanto, se il conflitto in corso nell'Europa orientale dovesse perdurare, esso si ripercuoterebbe pesantemente all'interno del Paese, mettendone in luce le debolezze intrinseche. Nel 1939 l'Italia si guardò dall'entrare in guerra a fianco della Germania e presentò a Berlino la lista di quanto le sarebbe occorso per scendere in campo, compreso il molibdeno, indispensabile come il vanadio e il volframio. Piccole cose rispetto ai bisogni odierni... Ecco perché urge guardare “oltre”.
Aldo A. Mola

Il 28 luglio 1914 Ferdinando Martini (1841-1928), deputato dal 1876, già ministro dell’Istruzione nel primo governo Giolitti (1892-1893), governatore dell’Eritrea (1897-1907) e ministro delle Colonie nel primo governo Salandra, decise di tenere un “Diario” per ricordare «ciò che ho detto ed ho fatto, ciò che fu detto o fu fatto da altri e da me insieme». «Siamo sotto la minaccia di avvenimenti gravissimi. L’Europa rischia di divenire un compiacente morto alla mercé dell’America e dei popoli dell’Estremo Oriente. In sostanza il problema è questo e pare, e forse è, insolubile; l’Italia non può fare la guerra e non può non la fare [...] Salus patriae suprema lex».
Il 24 aprile Martini annotò: «Il Re ha il difetto d’esser troppo... come debbo dire? moderno. Non crede egli stesso alla Monarchia o almeno all’avvenire delle monarchie; nato borghese, sarebbe stato repubblicano e forse socialista. È intelligente e colto; ma a furia di non credere nella propria forza ha finito col perderla. [...] Oggi nessuno si occupa di lui, di sapere, in momenti così gravi, quale sia la sua opinione, a quale meta egli miri, quale via sia per battere: se alcuno pensa a lui è per lagnarsi ch’egli non si faccia valere, che si nasconda anzi...».

AGOSTO 1917. PERCHÈ GUERRA ALLA GERMANIA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 Marzo pagg. 1 e 6.

Sidney Costantino Sonnino (Pisa, 11 marzo 1847-Roma, 24 novembre 1922), di padre israelita e madre inglese, di confessione anglicana, si laureò in giurisprudenza a 18 anni. Lasciata l'attività forense e la carriera diplomatica, si dedicò a studi economici, politici e letterari. Deputato dal 1880 al 1919 (nei collegi di San Casciano e poi di Firenze IV), ministro nel governo Crispi (1893-1896), due volte per pochi mesi presidente del Consiglio (febbraio-maggio 1906 e dicembre 1909-marzo 1910) fu ininterrottamente ministro degli Esteri dal novembre 1914 al giugno 1919. Dantista insigne, si ritrasse dalla politica attiva. Nominato senatore il 3 dicembre 1920 su indicazione del suo avversario Giolitti, prestò giuramento il 19 dicembre mentre la politica italiana era ormai dominata dal cattolico Partito popolare e dai socialisti che aveva sempre considerato nemici dell'unità nazionale. Nel centenario della morte meriterà di essere ricordato.  Si discuterà molto e a lungo sulle radici prossime e remote del conflitto in corso nell'Europa Orientale. Vanno ricordate alcune premesse: 1) l'Impero di Russia (comprendente l'Ucraina) e il Regno di Prussia, che all'epoca si spartivano la Polonia insieme all'Impero d'Austria, nel luglio 1862 furono tra i primi Stati a riconoscere il neonato Regno d'Italia; 2) La Russia è parte integrante dell'Europa; 3) Le dichiarazioni di guerra furono spesso pretestuose (come quella dell'Italia contro la Germania nella Prima Guerra Mondiale).
Non fare agli altri...
Alle 13.30 del 26 agosto 1916 il ministro degli Esteri del governo italiano, barone Sidney Sonnino, inviò al marchese Raniero Paulucci de’ Calboli, ministro plenipotenziario a Berna, il telegramma 1193/30, con l’avvertenza: Riservatissimo per Lei solo. Decifri Ella stesso. Conteneva le motivazioni della guerra dell'Italia all'Impero di Germania con effetto dal 28 seguente.
Sin dall’agosto 1914, con l’approvazione di Vittorio Emanuele III, il suo predecessore marchese di San Giuliano aveva autorizzato l'ambasciatore  Londra Guglielmo Imperiali a continuare le «conversazioni» con il ministro degli Esteri britannico Grey, che sollecitava il governo italiano a cambiare alleanze, informando che la Gran Bretagna si sarebbe battuta sino alla vittoria piena contro l’egemonia degli Junkers tedeschi e mettendo in guardia dall’«impressione disastrosa» che avrebbe suscitato in Inghilterra l’eventuale intervento dell’Italia a fianco delle Potenze centrali in una guerra ormai incardinata su una questione «morale»: la lotta contro il militarismo teutonico.
Anche quando nel marzo 1915 ripresero le «conversazioni» con i rappresentanti dell’Intesa a Londra, Roma eluse l'argomento, benché la guerra contro la Germania fosse implicita nella sua adesione alla Triplice anglo-franco-russa. La complessa trattativa seguente fu condotta con la riserva mentale di disattendere l'applicazione dell’accordo finale. Nella primavera 1915 non vi erano fondati motivi di ostilità contro l’Impero germanico. Il 4 aprile Giacomo Rattazzi scrisse a Giovanni Giolitti: “Ma la Germania? La frase in voga è che noi chiuderemo le nostre guerre d’indipendenza nazionale: potrà darsi. Ma apriremo un conto con il popolo tedesco, il quale non dimentica; e il saldo, se anche si farà aspettare, verrà certamente. Perché non è ammissibile che una razza, la quale numericamente s’avvicina ai cento milioni di individui, una razza colossale per grado di coltura e per capacità d’espansione si lasci precludere stabilmente ogni via verso il sud. Ma l’odio sarà anche più profondo e più travolgente della voce di qualsiasi interesse: i tedeschi – Ella li conosce quanto me e meglio di me – non vivranno che per trarre vendetta del nostro tradimento. E quando questa scenderà – favorita dal risorgere con l’eventuale occupazione di Costantinopoli, dell’antico e permanente antagonismo anglo-russo – sarà feroce, sarà spietata, sarà gigantesca. E se un esercito tedesco entrerà nell’Alta Italia, si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio, né un molino, né un fattoria”.
   Il 26 aprile 1915 il governo sottoscrisse l’arrangement di Londra nell’illusoria previsione che le ostilità sarebbero durate pochi mesi, sicché non vi sarebbe stato motivo di dichiarare guerra alla Germania. Tale certezza non fu intaccata nemmeno dall’ingresso dell’Impero turco-ottomano nel conflitto. Lo scenario mutò drasticamente nel giugno 1916, dopo la cosiddetta “spedizione punitiva” austriaca. Il suo iniziale successo venne attribuito all’aiuto germanico diretto (non documentato). L’avanzata nemica verso Vicenza fece temere il peggio: la frantumazione dell’esercito italiano in due tronconi, l’avvolgimento alle spalle delle sue armate sul fronte orientale e il conseguente crollo del Paese. Essa mise in evidenza l’assenza di coordinamento politico-militare tra gli Stati dell’Intesa, più volte ma invano auspicato dal Comandante Supremo, Luigi Cadorna. Gli Alleati avevano però buon gioco a rispondere che l’Italia doveva onorare l’impegno del 26 aprile 1915. Il 20 giugno 1916 Ferdinando Martini annotò nel Diario che alla Conferenza economica di Parigi il ministro delle Finanze Edoardo Daneo aveva trovato molta cordialità nei delegati francesi, ma profonda diffidenza negli inglesi proprio perché l’Italia non aveva ancora dichiarato guerra alla Germania.
Il 7 luglio 1916 Sonnino annotò nel Diario: “Eventualità dichiarazione nostra guerra con la Germania. Suppongasi che Rumenia mettesse per condizione per entrare lei. Si potrebbe anche suggestionarla a ciò”. La Romania era orientata a dichiarare guerra al solo Impero austro-ungarico, mentre la Russia ne chiedeva «come minimum eguale dichiarazione di guerra alla Bulgaria e alla Turchia». In quello scenario il 6 luglio Cadorna, l'unico dotato di una visione strategica del conflitto, aggiunse il timore che l’esercito svizzero si unisse agli austro-germanici: un pericolo «gravissimo». Chiedeva pertanto di essere “costantemente informato sulla situazione politica”. Ma venne ripetutamente tenuto all'oscuro. L’11 seguente Imperiali riferì a Sonnino che gli Alleati avrebbero comunicato i loro progetti generali solo quando l’Italia avesse dichiarato guerra alla Germania.
Il fallimento dell’offensiva russa contro l’Austria-Ungheria, deliberata su richiesta personale di Vittorio Emanuele III a Nicola II, non incoraggiò Roma a compiere il passo ormai difficilmente rinviabile, come Sonnino scrisse a Salandra il 10 agosto: “Già più volte si è tentato di chiarire cogli alleati la questione cui accenni [la posizione dell’Italia nella ventilata spartizione dell’impero turco, N.d.A.], ma si è sempre avuto per sola risposta, sotto forme diverse: Ne parleremo quando si sarà chiarita la vostra posizione con la Germania”.La pressione degli Alleati salì di tono. Di rientro da Londra il generale Alfredo Dallolio lo riferì a Boselli. Anche in banchetti ufficiali era stato assillato da domande e da raccomandazioni ormai simili a intimazioni: «Perché non dichiarate la guerra alla Germania? Sbrigatevi a dichiarare la guerra alla Germania». «Se non dichiarate la guerra alla Germania ve ne pentirete».
A metà luglio la decisione parve matura, ma fu ancora rinviata. Il 6-9 agosto Cadorna mise a segno la vittoriosa avanzata del generale Luigi Capello su Gorizia. Dopo un anno di “spallate” in pochi giorni furono espugnati i Monti Sabotino (successo personale di Pietro Badoglio) e San Michele e venne liberata la città. Preparata con ampia, rapida e accurata manovra, l’offensiva però si esaurì dinnanzi alla tenace resistenza degli austro-ungarici arroccati sui monti sovrastanti Gorizia. La ripresa dell’offensiva da parte dell’Italia avrebbe richiesto mesi per rincalzare truppe e mezzi. Proprio quella vittoria mostrò i limiti della capacità bellica complessiva delle forze armate e, più ancora, del Paese, chiamato a sorreggere e ad alimentare l’opera dell’esercito. Dieci giorni dopo l’ambasciatore a Parigi, Tommaso Tittoni, riferì a Sonnino che, parlandogli non come ministro ma come amico, Aristide Briand gli aveva detto che gli avvenimenti conducevano necessariamente «nell’interesse dell’Italia e non per far piacere ad altri, alla dichiarazione di guerra e che quindi fosse per l’Italia giunto il momento se non di fare tale dichiarazione per lo meno di considerarne eventualità».
In cerca del pretesto
Dopo la pausa ferragostana il dado fu tratto. La guerra alla Germania venne deliberata nel corso dell’ottava seduta del governo Boselli, il 24 agosto 1916. Il suo verbale (inedito) recita: «Si approva un ordine del giorno – che rimane presso la Presidenza – per far entrare nel patrimonio dello Stato il palazzo di Venezia. Su proposta del Presidente del Consiglio si delibera di assecondare le proposte del gen. Cadorna per aumentare di quattro divisioni formazioni dell’esercito […]. Il Consiglio, udita la relazione del Ministro degli Esteri, delibera in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, e autorizza il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dare seguito alla deliberazione presa». Il governo andò al centro della questione: la «conformità degli impegni assunti con gli alleati» aveva poco da vedere con le motivazioni addotte nel telegramma di Sonnino a Paulucci de’ Calboli, nella quale invano si cercherebbe un «fatto» circostanziato: la prova inoppugnabile che la Germania era “andata in aiuto” dell’Austria-Ungheria con uomini e mezzi tali da creare il casus belli e da giustificare la guerra. Gli «atti di ostilità» tedeschi lamentati da Roma (come la consegna agli austriaci dei prigionieri di guerra italiani evasi dai campi di concentramento asburgici e rifugiatisi in Germania) rientravano nel novero delle questioni da rimettersi ad arbitrati, al pari del contenzioso sulle pensioni dovute ai lavoratori italiani e a quello su questioni bancarie e finanziarie: vertenze che non giustificavano certo una guerra. Destituita di fondamento era infine l’imputazione principale: il sostegno tedesco al «vaste effort» austro-ungarico nel maggio-giugno precedente. Preparata per mesi, la “spedizione punitiva” aveva mirato a far crollare l'Italia prima che, non ancora entrata a pieno titolo nella guerra europea, essa ricevesse adeguato concorso militare e finanziario da parte dei suoi avari e sospettosi alleati e divenisse quindi più pericolosa.
Alle 13.40 del 27 agosto Sonnino telegrafò agli ambasciatori d’Italia a Londra, Parigi, San Pietroburgo e a Bucarest: «In seguito agli atti sistematicamente ostili succedentisi con crescente frequenza ed esplicantisi con effettiva partecipazione bellica e con provvedimenti economici d’ogni forma a danno dell’Italia da parte della Germania, il R. Governo non ritenendo tollerabile uno stato di cose che aggrava lo stridente contrasto tra situazione di fatto e di diritto già risultante dalla alleanza dell’Italia e della Germania con due gruppi di Stati in guerra tra loro, ha notificato al Governo germanico, a mezzo del governo svizzero che, a datare al giorno 28 corrente, l’Italia si considera in stato di guerra con la Germania». La dichiarazione del 25 agosto non fece dunque che dare atto di quanto già deliberato sedici mesi prima.
Lo stesso 28 agosto la Romania entrò in guerra a fianco dell’Intesa, con quindici mesi di ritardo rispetto alla decisione lasciata intravvedere nella primavera 1915. Il suo intervento all’epoca forse sarebbe stato risolutivo. Nel 1916, invece, si tradusse in vantaggio per la Germania, che non tardò a vincerla, a soggiogarla e a utilizzarne le risorse.
Il 28 agosto 1916 Salandra sollecitò Sonnino: «Adesso che la guerra alla Germania è dichiarata e che quindi non ci si può opporre i soliti fin de non recevoir io insisto [...] che ci occorre conoscere i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell’Impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l’Asia minore. […] Scusami se insisto, non per ragioni subiettive di amor proprio e di responsabilità, ma perché mi pare che le accennate questioni siano di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci è altra guerra da dichiarare». 
Sonnino rispose vari giorni dopo, molto elusivamente. Il 17 settembre affidò la sua amarezza al Diario. Dopo la dichiarazione di guerra all'impero turco-ottomano (19 agosto 1915) aveva chiesto di essere messo a parte degli accordi tra le potenze dell'Intesa sugli Stretti e sull'Asia Minore, ma per un mese venne “rimandato da Erode a Pilato” con pretesti e la promessa di comunicazione di un loro sunto: «Ora a tutto questo io mi ribello [...] Noi volevamo essere alleati, volevano essere leali e cordiali amici dei nostri compagni d’arme; ma l’Italia non si sarebbe mai rassegnata a fare la parte di cliente, o di protetta di questa o di quella potenza o gruppo di potenze. Mille volte meglio restare soli ed isolati. [...] Io non posso accettare per conto del mio paese la parte che ci si vorrebbe far rappresentare d’inferiorità e di pupillaggio. Me ne vado piuttosto dal posto che occupo dicendo ai miei concittadini che condannino pure me perché ho mancato di prudenza e di accorgimento fidandomi nella lealtà, nella buona fede, nel senso di equità, e anche nella chiarezza e larghezza di vedute dei governi alleati». In realtà i suoi obiettivi (sostituire la declinante Austria-Ungheria nell’egemonia sull’Adriatico e tenerne lontana la Serbia con l'occupazione della costa dalmatica e di Valona) erano del tutto contrastanti con quelli degli jugoslavi e dell'impero russo, loro potente alleato e tutore.
Nell’anno seguente il governo di Roma poté ritenersi ancor più libero per il crollo dello zar e per il successivo collasso istituzionale, politico, militare e sociale della Russia; ma tra l’ottobre e il novembre del 1917 dovette fare i conti con il peso dell’intervento germanico sul fronte italiano anche con i Cacciatori Alpini, un corpo scelto, tra i cui ufficiali si segnalò il giovane Erwin Rommel. Per quanto paradossale, Sonnino rimase sino all’ultimo fautore della sopravvivenza dell’impero austro-ungarico. Come tanti “politici” europei non capì la svolta segnata dai Quattordici punti del presidente degli Stati Uniti d’America, Wilson, niente affatto collimanti con i propositi dell’Intesa né con quelli dell’Italia. 
Il 30 agosto 1916, commentando nel Diario l’«inevitabile avvenuto», Ferdinando Martini ricordò che da presidente del Consiglio Salandra era sempre stato prudentemente avverso a rompere con l’Impero tedesco, trattenuto “dal pensiero che il paese questa dichiarazione di guerra alla Germania non la voleva”.
Il ritorno della “questione romana”
I pochi ministri informati del testo del Memorandum del 26 aprile 1915 non potevano nascondersi le possibili ripercussioni della dichiarazione di guerra all’Impero germanico sotto un profilo tanto delicato quanto eluso dai quotidiani e in Parlamento: il sostegno che il regno di Baviera (che faceva parte dell’Impero germanico) avrebbe recato alla Santa Sede, affiancando gli altri Stati che, prevalentemente cattolici o meno, avevano propri ambasciatori presso il papa o si accingevano ad accreditarvi rappresentanti diplomatici: non solo la Spagna, dunque, ma anche la Gran Bretagna, che non poteva certo ignorare né sottovalutare il peso dei cattolici nel proprio seno, mentre la questione irlandese viveva pagine tragiche. Non per caso proprio nel gennaio 1917 la «Rivista Massonica», mensile ufficioso del Grande Oriente d’Italia inopinatamente denunciò le “mene temporalistiche del Vaticano” e sollevò irosamente la questione della partecipazione del Papa al futuro congresso di pace, così mostrandosi ignara dell’art. XV dell’accordo di Londra, che la escludeva.
Il governo Boselli-Sonnino si guardò dal chiarire che secondo l'accordo di Londra la “questione” era al sicuro. Non lo fece sino a quando i bolscevichi rinvennero il documento nel Palazzo d'Inverno e lo pubblicarono, suscitando enorme imbarazzo al governo di Roma, che per fronteggiare l'impero austro-ungarico, bastione della Santa Sede, aveva bisogno di non urtare i cattolici italiani. La polemica esplose su impulso di Ernesto Nathan, rieletto Gran maestro dopo le dimissioni di Ettore Ferrari, travolto dalle polemiche sulla condotta della delegazione italiana al Congresso di Parigi delle massonerie dei Paesi dell’Intesa o neutrali (28-30 giugno 1917). A quel punto neutralisti e pacifisti vennero additati quali nemici da schiacciare come serpi. Il fanatismo contro la Germania, alimentato dal governo e da chi lo sorreggeva, raggiunse toni esasperati destinati a invelenire gli animi e a pesare nel tempo. Per l'eterogenesi dei fini vent'anni, dopo l'Italia strinse il patto di acciaio con la Germania di Hitler. Sappiamo come finì.
E il Re? Come noto, il «Diario» di Vittorio Emanuele III (posto che sia esistito) non ci è pervenuto. Il suo Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896 comprende poche asciutte righe: «1915 [...]. Maggio 24. Guerra all’Austria. Agosto 19. Guerra alla Turchia. Ottobre 19. Guerra alla Bulgaria. Ottobre 21. Attacco fallito al Sabotino. Viva sempre l’Italia!!» e «1916. Agosto 8. Presa di Gorizia. 28. Guerra alla Germania […]. Ora più che mai Viva l’Italia!!».
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Sidney Costantino Sonnino (Pisa, 11 marzo 1847-Roma, 24 novembre 1922), di padre israelita e madre inglese, di confessione anglicana, si laureò in giurisprudenza a 18 anni. Lasciata l'attività forense e la carriera diplomatica, si dedicò a studi economici, politici e letterari. Deputato dal 1880 al 1919 (nei collegi di San Casciano e poi di Firenze IV), ministro nel governo Crispi (1893-1896), due volte per pochi mesi presidente del Consiglio (febbraio-maggio 1906 e dicembre 1909-marzo 1910) fu ininterrottamente ministro degli Esteri dal novembre 1914 al giugno 1919. Dantista insigne, si ritrasse dalla politica attiva. Nominato senatore il 3 dicembre 1920 su indicazione del suo avversario Giolitti, prestò giuramento il 19 dicembre mentre la politica italiana era ormai dominata dal cattolico Partito popolare e dai socialisti che aveva sempre considerato nemici dell'unità nazionale. Nel centenario della morte meriterà di essere ricordato.

GIOSUE CARDUCCI
LA SOFFERTA INIZIAZIONE ALLA VITA 


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Marzo pagg. 1 e 6.

 GIOSUE CARDUCCI, Ritratto da Alessandro Milesi (Casa Carducci, Bologna). Il 5 marzo Carducci è stato rievocato a Firenze per iniziativa della professoressa Valeria Succi in occasione del 52° anniversario dalla Officina massonica che ne porta il nome distintivo: la numero 1206 della Gran Loggia d'Italia degli ALAM (Palazzo Vitelleschi). Nel centenario della morte di Carducci, la Gran Loggia organizzò a Riva degli Etruschi un memorabile convegno (31 marzo-1° aprile 2007) con relatori, fra altri, il generale Oreste Bovio e i professori Marco Bertoncini, Valerio Perna, Luigi Pruneti, Giovanni Rabbia e Aldo G. Ricci, presente Anna Giacomini. Frainteso e da sempre scomodo, Carducci fu e rimane un gigante. Alla sua morte ne pubblicò un  profilo pacato la “Civiltà Cattolica”, che gli presentò l'onore delle armi, come fanno le logge orgogliose di portarne il nome. Venne iniziato massone nella loggia “Felsinea” di Bologna il 1° marzo 1866 pagando lire 30 di entrata e 5 in acconto. Vi funse da segretario. Nel 1867 la loggia venne demolita da Ludovico Frapolli che, in violazione delle norme più elementari, spiattellò i nomi dei suoi componenti (docenti universitari e alti ufficiali), così esposti a “indagini”. Dal 1886 fu “risvegliato” da Adriano Lemmi, Gran Maestro e venerabile della loggia “Propaganda massonica”.  Sommersi dal diluvio di agenzie su eventi bellici, prospettive catastrofiche, speranze di mediazioni fra i contendenti e interrogativi sulle origini prossime e remote del conflitto esploso nell'Europa orientale, registriamo l'avvento della putinologia. I suoi specialisti estraggono i ferri del mestiere non dalla storia e dalla vastissima congerie di fatti e di documenti ma dalla cassetta di “discipline” poco utili se applicate a un “fantasma” qual è, allo stato, Vladimir Putin. Poiché non l'hanno “sul “lettino” i negromanti scavano su dettagli biografici a caccia di spiegazioni plausibili sulla condotta di chi ha il domino politico-militare della Federazione delle repubbliche russe. In mancanza di certezze fantasticano sui suoi possibili malanni e sui medicinali di cui farebbe uso. La geo-strategia, la politologia e le altre dottrine sussidiarie della Storia lasciano il passo allo spiritismo. Come nell'Europa della Belle Epoque, precipitata nell’abisso della Grande Guerra per insipienza di statisti e pochezza degli “intellettuali”.
   Le esperienze giovanili pesano sulla formazione di ogni persona. Ma sono come il Tema vitale degli astrologi: non sono predittive, bensì orientative. Possono essere dominate. È quanto seppe fare Giosue Carducci (Valdicastello, Pietrasanta, 27 luglio 1835-Bologna, 16 febbraio 1907): un gigante della letteratura e dell'organizzazione culturale della Nuova Italia, oggi purtroppo pressoché dimenticato.
Carducci lugubre: perché?
“Passa la nave mia, sola, tra il pianto/...Volgono al lido, omai perduto, in tanto/ le memorie la faccia lacrimosa.../ Voghiam, voghiamo, o disperate scorte/, al nubiloso porto dell'oblio,/ a la scogliera bianca de la morte”. Quando scrisse questo “sonetto”  Giosue Carducci aveva 16 anni. Lo datò “estate 1851”. Perché così lugubre?  La spiegazione va cercata frugando in carte d'archivio che meritano riflessione.
Primo e insuperato italiano premio Nobel per la letteratura, deliberato l'8 novembre 1906 dall'Accademia di Svezia, il 26 luglio 1850, alla vigilia del quindicesimo compleanno, il futuro Maestro e Vate della Terza Italia fu arrestato a Firenze col fratello minore, Dante, di due anni più giovane. A denunciarlo fu suo padre, Michele, chirurgo, all’epoca a Firenze con la moglie, Ildegonda Celli, e i tre figli (Giosue, Dante e Valfredo), dopo varie peregrinazioni e la rinuncia alle condotte di Bolgheri e Castagneto, privo di impiego pubblico e preoccupato che, fallita la prima guerra contro l'Austria, il governo granducale accendesse i fari sui suoi trascorsi settari.
Da un rapporto segreto della gendarmeria risulta che i due ragazzi avevano maltrattato il genitore “perché contrario alle lor massime repubblicane”. La relazione giornaliera della delegazione di governo del quartiere di Santo Spirito al Ministero dell’Interno lascia pochi dubbi sul fatto. Michele aveva dovuto “salvare in casa la propria vita”, perché il figlio maggiore “con un Ferro Chirurgico gli era improvvisamente andato a dosso” (sic). Tradotto dinanzi al tribunale, Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci si mostrò arrogante. Interrogato, rispose ghignando che la legge non consentiva di punire i figli “che non avevano altra pecca di non amare il proprio padre”. Venne chiuso in “stanza di sequestro” o, come si legge in altro documento, in “camera di forza”.Tutto lascia credere che non se la sia passata benissimo, e non solo per il calore e l’umidità di Firenze in quello scorcio d’estate.
Carducci aveva appena terminato il primo anno di studi nel collegio dei padri scolopi a San Giovannino, in Firenze. Aveva alle spalle una geremiade di travagli, comprese le fucilate che avevano costretto suo padre a fuggire da Bolgheri e i contrasti con la popolazione di Castagneto. Rifugiato a Firenze, Michele voleva evitare fastidi dal governo del Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena, che dieci anni prima, quando ancora era studente all’Università di Pisa, lo aveva condannato al confino a Volterra perché sospetto di iniziazione alla Carboneria, l’associazione segreta alla quale aderì anche Giuseppe Mazzini, primo della classe quanto a settarismo (ma oggi non se ne parla). Da Pietrasanta, ove aveva casa e nacque il primogenito (a Valdicastello, oggi Valdicastello Carducci: piccolo borgo sotto il monte Gabberi), Michele Carducci aveva vagato in tanti piccoli centri, con scarso stipendio e molte amarezze. Nel 1849 si trasferì a Firenze, ove, dopo il breve triumvirato Guerrazzi-Montanelli-Mazzoni, il Granduca Leopoldo II d'Asburgo-Lorena aveva ripreso le briglie dello Stato. Cadute la Repubblica romana e quella di Venezia l’unità d'Italia sembrava una causa persa, comunque lontanissima sull'orizzonte. Se non si poteva vivere secondo le proprie convinzioni, almeno bisognava sopravvivere. I contrasti politici e umorali tra Giosue e suo padre erano continui. In una lettera ad Angelo De Gubernatis nel 1871 Giosue scrisse che quando era adolescente suo padre lo vessava in molti modi, lo “chiudeva in prigione” e, non bastasse, gli faceva leggere le opere di devozione di Alessandro Manzoni e di Silvio Pellico... Si pensava fosse una metafora. Invece è una cruda realtà.
Compleanno in “camera di forza”
Dopo l’arresto, la sera del 26 luglio 1850, su richiesta di Michele i gendarmi rilasciarono il tredicenne Dante, ritenuto dal padre “meno colpevole”. Giosue invece rimase in carcere. Proprio alla vigilia del suo 15° compleanno. Fu la prima delle tristi vicende che ne segnarono la vita. Essa aiuta a comprenderne l’opera di poeta e scrittore politico: all’insegna della ribellione da una parte e, dall’altra, della ricerca di ordine interiore, di disciplina, di devozione a un Ideale superiore: la Libertà. Il padre voleva trattenerlo da imboccare una via pericolosa. Il ragazzo, precocissimo, scriveva versi di fuoco contro i ‘tedeschi’ che occupavano Firenze e l’Italia...
Rilasciato e tornato studente modello al San Giovannino (alla scuola di padri scolopi geniali quali Geremia Barsottini, Eugenio Barsanti e Francesco Donati, “Cecco Frate”), dall’ottobre 1850  Giosue scrisse i versi A la sventura, Il delirio del Trovatore e La mia vita. Cantò la madre, unica sua “amica”, la sola che nei giorni tristi seppe capirne il dolore. Da quel dramma il quindicenne Carducci comprese quanto sia breve il passo tra il Bene e il Male, tra la buona e la cattiva sorte. Il ribelle, spinto dalla passione politica sino allo scontro fisico col padre, venne messo a tacere dallo studioso, ma non cessò di ruggire. Lo ritroveremo negli anni di Giambi ed Epodi, percorsi da umori che possono essere riassunti nel Carducci “nero”, fosco, volgente alla malinconia e da questa alla rivoluzione sociale e politica che costituisce il tema conduttore della sua opera sino ai dodici sonetti di Ça ira, scritti un lustro dopo l’incontro con la Regina Margherita di Savoia e con Umberto I e la sua migrazione dalle sponde garibaldine, con venature mazziniane, alla difesa della monarchia, bastione del neonato Stato d'Italia.
Sette anni dopo l’arresto, il 4 novembre 1857 Giosue visse il secondo dei tanti drammi della sua giovinezza: la morte del fratello Dante durante un alterco col padre a Santa Maria a Monte. Suicidio? Un colpo di bisturi involontario? Mistero. Non venne fatta alcuna autopsia. Da San Miniato al Tedesco, a soli otto chilometri dalla tragedia, Giosue si presentò solo sei giorni dopo, a funerali avvenuti. Perché impiegò tanto tempo? Aveva intuito e doveva metabolizzare la tragedia di casa? Nascondeva a se stesso la verità? In un’accorata lettera a un amico narrò di aver chiesto informazioni sulla morte del fratello: il dramma, però, non ebbe testimoni, a parte il padre che (si disse) chiamò aiuto affacciandosi sulla via, sconvolto e con un occhio tumefatto come dopo una colluttazione. Si sapeva che era malato. Morì pochi mesi dopo, sul ferragosto del 1858. Quando sentì approssimarsi la Grande Visitatrice fece chiamare al capezzale suo figlio. Giosue però giunse quando il padre era già spirato. Subito dopo i funerali, si affrettò a vendere per pochi paoli i ferri chirurgici paterni, la cui vista tanta angoscia gli dava.
Quanto alla morte di Dante, l’autorità giudiziaria optò per la versione meno traumatica: un suicidio. Per delusione amorosa, si fabulò. Anche il parroco avallò, pur confidando i suoi dubbi al registro dei morti, ove parlò di un “mistero” pieno di “alto spavento”. I funerali religiosi (solitamente interdetti ai suicidi) chiusero ufficialmente il caso. Giosue scrisse cinque sonetti per la morte del fratello, prima di raggiungerne la salma. Poetò poi sulla sua tragedia quando morì il suo secondo maschio, Dante, quattro anni dopo la perdita del primo figlio, battezzato Francesco perché stava studiando Petrarca (solitamente ignorato dalle sue biografie).
La lapide che a Santa Maria a Monte (Pisa) ricorda la tragedia di Casa Carducci indica una data sbagliata: 5 anziché 4 novembre 1857. Ma persino la data di nascita del grande poeta rimane incerta: generalmente è fissata al 27 luglio, ma sulla casa natale di Valdicastello una lapide dice che nacque il 28, come del resto si ricava dal registro parrocchiale.
Molti anni dopo la morte di Dante un illustre letterato allobrogo, Onorato Roux, cercò di ottenere da Carducci ricordi giovanili per un’opera antologica di largo successo sui trascorsi dei personaggi famosi. Dopo molte tergiversazioni il poeta rispose con un secco “No!”. Non intendeva scavare nel passato né aveva piacere che altri lo facesse per lui. Aveva la morte nel cuore. Ma era sua.  All'esterno ostentava sicurezza, vitalità: “voghiam, voghiamo...” per un'Italia migliore, non verso “la scogliera bianca de la morte”.
Solitudine di un iniziato all'Italia
A Valdicastello-Pietrasanta tornò solo molto avanti negli anni, in compagnia delle sue amiche e ispiratrici, Carolina Cristofori Piva (Lina, Lidia, Lydia...) e la fantastica Annie Vivanti, il “fantino” in sella a “Giosue Cavallo” tra il 1890 e il secondo più grave ictus del 1899, che gli causò paresi del braccio e della mano destra e perdita della favella, dolorosa per un docente e conversatore appassionato qual era. Un viaggio a Civitavecchia per incontrare clandestinamente Lina (1874) lo riavvicinò a Bolgheri e a Castagneto, che poi frequentò per condividere banchetti di selvaggina e grandi libagioni (“ribotte”) con gli amici di un tempo. Celebri furono quelle del 1885-1886, connesse alla sua candidatura a deputato alla camera per il collegio di Pisa. Non rimise però piede nei borghi che suscitavano malinconici ricordi: Celle, Pian Castagnaio e soprattutto Santa Maria a Monte, ove prese sempre più credito la voce che Dante non fosse affatto morto suicida ma per mano del padre.
Carducci ebbe due personalità: quella ufficiale di professore illustre, di poeta celebre nel mondo, e quella nascosta: il massone, il “satanico”. Alla luce dei documenti inediti la sua tragedia interiore risulta più decifrabile e si comprende meglio anche l’Inno a Satana (1863), nel quale celebrò la scienza che plasma la “seconda natura”, la modernità conciliata con la natura originaria dei luoghi cari al Poeta: la Versilia, la Maremma, le Alpi. Le due nature, la bellezza del creato e quella forgiata dall’uomo, lo aiutarono a superare la morte dei due figli maschi, Francesco e  Dante.
Dopo il fallimento della spedizione di Garibaldi dalla Sicilia verso Roma (agosto 1862), ancor sempre capitale dello Stato Pontificio con Pio IX papa-re, da quattro anni docente di eloquenza all’Università di Bologna Carducci si immergeva negli studi di letteratura, filologia, linguistica e di storia, ma coltivava anche la passione politica. Non si può neppur dire che la nascondesse. Il 1° agosto 1864, quand’aveva da poco compiuto 29 anni, firmò la squillante convocazione di un’assemblea popolare e la pubblicò nel giornale politico “Il Progresso”, espressione dei democratici vicini al partito d’azione. Il suo nome si aggiunse a quelli di Francesco Domenico Guerrazzi, Lorenzo Niccolini, Giuseppe Dolfi, Antonio Martinati, Odoardo De Montel..., tutti massoni. Lo stile e i contenuti fanno attribuire a Carducci l’articolo di fondo del giornale che, senza titolo, sotto la data Firenze 9 agosto, si apre con l’appello: “Fuori i ladri! Ecco il grido o, se volete, la formola colla quale può rendersi nettamente il pensiero” del comitato promotore dell’assemblea convocata per deliberare “intorno alle supreme necessità della patria”. “Si: fuora i ladri, e tutti, o manifesti o nascosti! Fuori i ladri d’ogni colore...”: un vero e proprio incitamento alla ribellione immediata, a far piazza pulita della dirigenza corrotta e inetta. Era, si è detto, il 1864: quattordici anni dopo l’arresto a Firenze e quattordici anni prima dell’incontro a Bologna con la Regina Margherita, che ne accelerò la svolta a fianco della monarchia non perché attratto dall'“Eterno femminino regale” ma in nome dell’unità nazionale e della difesa del Risorgimento. L'alternativa alla Corona erano le tonache. A suo tempo lo capirono Antonio Gramsci e Concetto Marchesi, che votò contro l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica italiana. A quel punto aveva un motivo in più per cancellare ogni traccia del ribellismo giovanile e liquidare l’Inno a Satana come una “chitarronata”.
Carducci concorse dunque a “ri-velare” sia il suo passato sia la sua vita quotidiana. Consegnò se stesso a pochi memorabili versi per il fratello, il figlio, la nonna, le emozioni giovanili, la sfortunata Lina e l'indomabile Annie Vivanti. Sotto il profilo umano Carducci rimase irrisolto, incompiuto, persino scostante e quindi indecifrabile. I versi e i discorsi famosi erano la scorza sotto la quale scorreva altra linfa. Motivo in più per riprenderne lo studio. Va però sottratto a letterati e accademici e restituito alla sua genuina grandezza di scrittore, politico, massone, stratega della cultura della Terza Italia ed espressione di tutte le contraddizioni della sua epoca, campione dei patrioti che unificarono l'“itala gente da le molte vite”.
Aldo Mola

DIDASCALIA
GIOSUE CARDUCCI, Ritratto da Alessandro Milesi (Casa Carducci, Bologna). Il 5 marzo Carducci è stato rievocato a Firenze per iniziativa della professoressa Valeria Succi in occasione del 52° anniversario dalla Officina massonica che ne porta il nome distintivo: la numero 1206 della Gran Loggia d'Italia degli ALAM (Palazzo Vitelleschi). Nel centenario della morte di Carducci, la Gran Loggia organizzò a Riva degli Etruschi un memorabile convegno (31 marzo-1° aprile 2007) con relatori, fra altri, il generale Oreste Bovio e i professori Marco Bertoncini, Valerio Perna, Luigi Pruneti, Giovanni Rabbia e Aldo G. Ricci, presente Anna Giacomini.
Frainteso e da sempre scomodo, Carducci fu e rimane un gigante. Alla sua morte ne pubblicò un  profilo pacato la “Civiltà Cattolica”, che gli presentò l'onore delle armi, come fanno le logge orgogliose di portarne il nome. Venne iniziato massone nella loggia “Felsinea” di Bologna il 1° marzo 1866 pagando lire 30 di entrata e 5 in acconto. Vi funse da segretario. Nel 1867 la loggia venne demolita da Ludovico Frapolli che, in violazione delle norme più elementari, spiattellò i nomi dei suoi componenti (docenti universitari e alti ufficiali), così esposti a “indagini”. Dal 1886 fu “risvegliato” da Adriano Lemmi, Gran Maestro e venerabile della loggia “Propaganda massonica”. 

150° DI GIUSEPPE MAZZINI
UOMO-SIMBOLO DELLA NUOVA ITALIA


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 Marzo pagg. 1 e 6.

DIDASCALIA: Ritratto di Giuseppe Mazzini giovane, di G. Isola, 1830. Da G.Mazzini, Scritti politici, a cura di Terenzio Grandi e Augusto Comba, Torino, Utet, 1972. Grandi fece parte della Commissione per l'Edizione Nazionale degli scritti di Mazzini con il Vittorio Parmentola, Bianca Montale, Franco Della Peruta e altri.Quando i Re celebrarono Mazzini 
Il 13 marzo 1904, in vista del 1° Centenario della nascita di Giuseppe Mazzini (22 giugno 1905), Vittorio Emanuele III decretò l'Edizione Nazionale di tutti i suoi scritti, “solenne attestazione di riverenza e gratitudine dell'Italia risorta verso l'apostolo dell'unità”, al pari del suo monumento deliberato quindici anni prima, scoperto all'Aventino in Roma nel 1949. Presidente del Consiglio era l'austero Giovanni Giolitti. Controfirmarono Vittorio Emanuele Orlando, ministro della Pubblica istruzione, e Scipione Ronchetti (Grazia a Giustizia), antico iniziato nella loggia “La Ragione” di Milano. Nel 1961 i volumi, editi da Galeati di Imola a cura di Mario Menghini, erano già cento. Altri seguirono.
      L’affermazione dell’uomo come soggetto di libertà nello Stato trionfò con le rivoluzioni di fine Settecento in America e in Europa, con l’avvento dell’idea di nazione e il nuovo cristianesimo, socialità fondata su fratellanza universale, dignità degli uomini ed emancipazione delle donne, rimaste in seconda fila col Codice napoleonico del 1804. La rivoluzione industriale fece sprizzare Energie nuove. Già Wolfgang Goethe aveva insegnato: “Grigia è la teoria”. L'idea va attuata o non vale. Hegel ribadì l’identità tra reale e razionale e viceversa. Se non si avvera, l’utopia ostacola il corso degli eventi e i suoi chierici vengono travolti dal tempo come “povera foglia frale”.
    In quella cornice si collocò il dramma di Mazzini, cioè la sua presenza sulla scena storica. Per molti egli è il patriota che dedicò la vita all’Italia una, indipendente e repubblicana. Mazzini però volle essere molto di più. La Nuova Italia sarebbe sorta davvero con l'educazione del cittadino. Non solo. Indipendenza e unificazione nazionale per lui non si restringevano al caso italiano ma dovevano essere norma di un ordine universale, fondato su autodeterminazione delle nazioni ed emancipazione da ogni oppressione; avvento di fratellanza universale e spiritualità liberata dalle gerarchie ecclesiastiche, fatalmente volte a inaridire la fede in pratiche burocratiche. Mazzini credeva fermamente nell’immortalità dell’“anima”, nella reincarnazione, vagante nei Tempi, e nella comunione tra i viventi e gli angeli.
  Concepì gradualmente il suo “credo”. Pubblicò Note autobiografiche ma non scrisse vere e proprie Memorie. La sua vita fondeva quotidianamente pensiero e azione al calor bianco di cospirazione, apostolato, reticolo fittissimo di rapporti segreti e iniziative alla luce del sole. La sua opera più famosa, I doveri dell’uomo, non è né un trattato né esposizione organica di un progetto politico. È il manifesto di una nuova umanità. Comprende pagine di alta letteratura, spiritualità e talvolta di perorazione e preghiera più che di dottrina politica. Perciò nel 1902 fu diffusa nelle scuole italiane su proposta del ministro della Pubblica istruzione, Nunzio Nasi, e per decreto di Vittorio Emanuele III. Omesse alcune frasi scomode, i Doveri sono incitamento al patriottismo e al civismo. Contrappongono l’idealismo al materialismo, la fratellanza agli interessi di classe, il sacrificio all'opportunismo.
Sull'esile corda della Storia
La vita di Mazzini fu scandita in diverse stagioni, fatte anche di dubbi e sconforti. Essa ebbe però una continuità. Fu una sorta di melodia, ora malinconica ora tragica, che ne accompagnò le molte fasi. Il motivo unitario furono la profezia e l’iniziazione. La madre, Maria Drago, lo educò all’amore per l’Italia e all’etica del sacrificio, nel solco dei grandi spiriti che nei secoli ne avevano dato l’esempio, da Dante a Ugo Foscolo. A sedici anni vide i liberali piemontesi, sconfitti nel 1821, in partenza da Genova per l’esilio. Con quelle premesse, a ventidue anni Mazzini venne iniziato alla Carboneria, associazione segreta impregnata di religiosità e di patriottismo. Arrestato su delazione (13 novembre 1830) e incarcerato a Savona, decise che iniziatismo e profetismo andavano collocati su basi più solide. Posto dinnanzi alla scelta tra confino ed esilio (18 gennaio 1831), scelse l’espatrio. Dopo un soggiorno a Ginevra e a Lione, fondò a Marsiglia l’associazione segreta “Giovine Italia”. Essa escluse chi contasse più di quarant’anni, cioè chi fosse nato prima della Convenzione repubblicana francese del 1792, assunta a spartiacque della storia come già intuito da Goethe. La Giovine Italia segnò una cesura generazionale. Un bene? Una forzatura? Per dar vita a un nuovo corso Mazzini ruppe il legame con quanti avevano vissuto l’età napoleonica e la restaurazione con tutte le loro contraddizioni, i compromessi, i tentativi di conciliare il vecchio e il nuovo, il rosso e il nero. L'affiliando giurava di volere l’Italia “una, indipendente, libera e repubblicana” e di prestare obbedienza totale. Il tradimento era punito con pene severe, incluse la morte e la damnatio memoriae.
   Mazzini sublimò il suo rapporto con la famiglia originaria nell’appassionato carteggio con la madre. Non estraneo alle passioni naturali, da Giuditta Sidoli, a sua volta esule politica, vedova e già madre di quattro figli, ebbe un bimbo (Demostene Adolfo) che però non riconobbe e sempre trascurò. Preferì non sapere che morì di stenti. Non formò mai una famiglia propria, perché si sentiva votato a una missione universale.
   I primi tentativi di attuare il programma della Giovine Italia ebbero esiti catastrofici. Molti associati furono scoperti, arrestati, torturati, condannati alla pena capitale. Uno tra gli amici più cari di Mazzini, Jacopo Ruffini, si uccise in carcere per non cedere agli interrogatori e rivelare i segreti della setta. Nel 1834 la costosa invasione della Savoia, organizzata per suscitare l’insurrezione generale nel regno di Sardegna, naufragò miseramente. A Genova il ventisettenne capitano di marina Giuseppe Garibaldi, che doveva agire in concomitanza, si trovò solo all’appuntamento con l’insurrezione e scampò riparando in Francia, inseguito da condanna a morte. Alla prova del fuoco Mazzini non resse. Si smarrì. Tuttavia, malgrado il cocente insuccesso, alzò il tiro con la fondazione della Giovine Europa. Il riscatto dell’Italia doveva accompagnarsi alla redenzione di tutte le nazioni oppresse. Rimase convinto che l’insurrezione e la proclamazione della repubblica anche in un solo villaggio avrebbe scatenato la rivoluzione generale: illusione che costò pesanti sacrifici ed esasperò la contrapposizione tra mazziniani e moderati, bollati come codardi. 
   Costretto a migrare dalla Svizzera alla Francia, ora arrestato ora espulso, nel 1837 Mazzini approdò a Londra. Dopo la “tempesta del dubbio”, una breve stagione di angoscia per i tanti fallimenti pratici, accentuò l’aspetto profetico della sua missione. Fondò il periodico “L’apostolato popolare” per educare, arginare il materialismo dilagante, la riduzione dell’uomo a profitto, sia come sfruttamento del lavoro sia come mera rivendicazione salariale. Molti pensarono che fosse foraggiato da governi o correnti politiche e gruppi religiosi, anzitutto inglesi, beneficiari della sua azione destabilizzatrice della Santa Alleanza. Altre iniziative ispirate dal suo magistero ebbero esito tragico. Fu il caso della spedizione guidata dai fratelli Attilio ed Emilio Bandiera. Arrestati, i due vennero fucilati con i loro seguaci nel vallone di Rovito a Cosenza (1844), assistiti da un sacerdote patriota come loro.
  Nel 1831 Mazzini aveva sfidato a prendere la guida dell’unificazione italiana il trentatreenne Carlo Alberto, appena asceso a re di Sardegna. Si dichiarò pronto a sacrificare l’opzione repubblicana all’obiettivo dell’unità dell'Italia. Altrettanto fece l’8 settembre 1847 con una lettera aperta a Pio IX. Nel 1848-49 cercò di sottrarre l’iniziativa politico-militare sia a Carlo Alberto, sceso in guerra contro l’Austria, sia al papa, il cui miglior ministro, Pellegrino Rossi, venne assassinato da pugnalata settaria.
   Accorso a Roma, ove il 9 febbraio 1849 era stata proclamata la repubblica, Mazzini fece parte del triumvirato di governo con Aurelio Saffi e Carlo Armellini (29 marzo) e vi pubblicò “L’Italia del Popolo”. Si dimise il 30 giugno, quando la Repubblica stava crollando sotto l’offensiva delle truppe inviate da Luigi Napoleone Bonaparte, principe-presidente della repubblica e poi imperatore.
La sua cospirazione conobbe altre tragiche pagine, come l’arresto e l’impiccagione di affiliati, incluso don Enrico Napoleone Tazzoli (Mantova, 1852), e il clamoroso insuccesso dell’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853. Ancora una volta dubitò di se stesso, ma poi riprese il cammino. Non solo si oppose con toni lugubri e di pessimo augurio alla partecipazione del regno di Sardegna alla guerra franco-anglo-turca contro la Russia in Crimea, che consentì a Cavour di proporre la “questione italiana” alle grandi potenze, ma organizzò un'insurrezione a Genova. Fu pertanto condannato a morte, mentre il tentativo di Carlo Pisacane, ferocemente antimonarchico, di incendiare il Mezzogiorno con una spedizione rivoluzionaria fallì miseramente (1857).
   Schivato dalla Società nazionale, da Garibaldi e dalla maggior parte dei patrioti, nel 1859 Mazzini cospirò ai danni dell’alleanza franco-piemontese contro l’Austria, tentò di precedere i fiduciari del governo di Torino nelle terre poi annesse e nel 1860 cercò di dirottare l’impresa dei Mille di Garibaldi verso la proclamazione della repubblica, ma fallì. L’antico carbonaro, massone e patriota milanese, a lungo imprigionato allo Spielberg, Giorgio Pallavicino Trivulzio, presidente della Società Nazionale, il 3 ottobre 1860 gli intimò ruvidamente di lasciare Napoli perché “pur non volendolo, voi ci dividete”. Il 5 novembre 1860 Mazzini stilò a Caserta il programma dell’Associazione Unitaria Nazionale ma subito dopo lasciò l’Italia per Londra.
   Nel 1863 tramite Demetrio Diamilla Muller ebbe contatti con Vittorio Emanuele II per affrettare l’annessione del Veneto all’Italia, ma aveva ormai scarso seguito e modesta influenza. La nascita dell’Internazionale socialista ne accentuò l’isolamento. L'irridente Karl Marx  lo definiva “Teopompo”.L’ascesa militare della Prussia, la riorganizzazione dell’Impero d’Austria con il riconoscimento della corona di Ungheria e il declino di Napoleone quale promotore delle nazioni finirono per nuocere proprio al progetto mazziniano di un’Europa dei popoli. Dal 1864 l’influenza di Mazzini sulla sinistra democratica venne messa in discussione non solo da Garibaldi, che gli rimproverava di aver intralciato l’unità d’azione nelle fasi cruciali delle guerre per l’indipendenza, ma anche da Francesco Crispi, che nel 1864 proclamò alla Camera la sua adesione alle istituzioni: la monarchia univa mentre la repubblica avrebbe diviso. Nel 1866 Mazzini tentò ancora ripetutamente di ostacolare l’iniziativa regia, intralciando l’alleanza con la Prussia contro l’Austria e deprecando la conclusione della terza guerra d’indipendenza. L’insorgenza di Palermo non ne accrebbe il prestigio. In settembre pubblicò il manifesto dell’Alleanza repubblicana universale. La Camera annullò due volte la sua elezione a deputato per il collegio di Messina. Rieletto , rifiutò il seggio per non giurare ché fedeltà allo Statuto.
   Il crepuscolo incombeva. Visitò a Lugano Carlo Cattaneo poco prima della morte (2 febbraio 1869).Tentò ancora di riorganizzare i repubblicani, sia con un convegno nella città svizzera sia con un incontro a Genova, presieduto dal genero di Garibaldi, Stefano Canzio (marzo 1870). All’inizio della guerra franco-germanica (luglio 1870) partì per la Sicilia, deciso a suscitarvi un’insurrezione che avrebbe dissuaso il governo da aiutare Napoleone III, ma venne arrestato prima ancora di sbarcare. Imprigionato a Gaeta, fu amnistiato per la seconda volta in breve tempo (14 ottobre) e instradato verso il confine con la Svizzera. Transitò per Roma ma non volle uscire dalla stazione per uno sguardo alla Città Eterna. Ormai era annessa al Regno, con Vittorio Emanuele II al Quirinale e Pio IX in Vaticano. Due monarchie, una costituzionale, l’altra assoluta. La Repubblica? A Pisa sostò nella casa di Enrichetta Nathan Rosselli. A Genova si raccolse in meditazione sulla tomba della madre. Poi raggiunse Lugano e da lì nuovamente Londra. Sorvegliato, non ricercato.
Nel febbraio 1871 tornò a Lugano per organizzare il Patto di fratellanza tra le società operaie italiane, ufficialmente avversato dal governo di Roma, che nondimeno lo preferiva alla propaganda dell’internazionale rivoluzionaria, perché comunque poneva in primo piano l’Italia e gli italiani.
Moriar in Patria...
Il 6 febbraio 1872 Mazzini raggiunse Pisa in incognito, ospite dei Nathan-Rosselli. Informato, il governo ne garantì il sereno trapasso in patria. Morì il 10 marzo, vegliato da Sarina Nathan, Felice Dagnino, Agostino Bertani, capofila dei radicali, e da Adriano Lemmi, il “banchiere della rivoluzione”, che lo avvolse nello scialle già posto su Carlo Cattaneo morente, a suggello della continuità ideale della sinistra democratica avviata alla conciliazione con la monarchia costituzionale. 
  Imbalsamata, la sua salma fu solennemente trasferita in treno al cimitero di Staglieno (Genova), salutata a ogni tappa da folle commosse, come narra Sergio Luzzatto nel magistrale La mummia della Repubblica, 1872-1946 (Rizzoli). Meta di pellegrinaggio, la sua tomba rivaleggiò con il garibaldino Scoglio di Quarto quale simbolo del patriottismo italiano. Il giorno della sua morte fu adottato per la celebrazione dei defunti da parte della massoneria italiana, poi capitanata da Lemmi, sodale di Crispi e di Giosue Carducci, che lo elevò a gran maestro dell’“idea”, senza precisare quale questa fosse. Mazzini tuttavia non fu mai iniziato né frequentò alcuna loggia per la radicale diversità tra il suo programma, tutto politico, e il metodo massonico, transnazionale e compatibile con ogni forma di Stato, monarchia compresa.. 
  Nel 1871 aveva dato vita al settimanale “Roma del Popolo”, diretto da Giuseppe Petroni, per vent’anni prigioniero politico in Castel Sant’Angelo. Sin dal nome il giornale si contrapponeva alla Roma dei papi e a quella di Vittorio Emanuele II, che però anno dopo anno attrasse e coinvolse radicali e repubblicani transigenti nella costruzione dell’unità della patria e della concordia dei cittadini. Nel 1890, su proposta del governo presieduto da Francesco Crispi, il Parlamento deliberò l’erezione in Roma del monumento nazionale a Mazzini. La Nuova Italia lo riconosceva tra i suoi profeti, come spiegò alla Camera il ministro della pubblica istruzione, Michele Coppino, massone. Due anni dopo a Genova venne fondato il partito dei lavoratori italiani, poi partito socialista italiano, contrapposto al mazzinianesimo ma alimentato da società operaie di matrice mazziniana, come documentano le bandiere delle associazioni operaie. Dal canto suo il partito repubblicano italiano, nato nel 1897 con il motto “definirsi o sparire”, affiancò al pensiero di Mazzini quello di altri repubblicani, come Carlo Cattaneo, federalista anziché unitario.
   Mazzini fu dunque “uomo universale”, come scrisse l'esoterista Carlo Gentile. Le sue idee si propagarono ovunque. La sua immagine ascetica suscitò ammirazione. Col tempo venne dimenticata la catena sanguinosa dei suoi errori politici, emblema della speranza di tempi migliori e della necessità di impegnarsi per realizzarli. Mostrò che le idee si affermano attraverso la comunicazione: lettere, circolari, manifesti, volantini, giornali, associazioni, leghe, partiti... e lo studio della storia. Religioso nell’età del materialismo, profeta di sentimenti contro l’aridità dell’affarismo, Mazzini fu il maggior romantico del Risorgimento ma nella costruzione della Nuova Italia venne eclissato da due passionali di buon senso, Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Umberto I decretò l'erezione del monumento nazionale alla sua Persona, Vittorio Emanuele III, con l’Edizione dei suoi scritti, quello alle sue idee. La monarchia non ridusse Mazzini a un francobollo commemorativo come oggi accade. Lo volle carne della propria carne, Maestro della Terza Italia, come lo cantò Giosue Carducci e lo rievocò in Campidoglio Ernesto  Nathan, sindaco di Roma, presente il Re. O gran bontà de li sovrani antichi... 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:
Ritratto di Giuseppe Mazzini giovane, di G. Isola, 1830. Da G.Mazzini, Scritti politici, a cura di Terenzio Grandi e Augusto Comba, Torino, Utet, 1972. Grandi fece parte della Commissione per l'Edizione Nazionale degli scritti di Mazzini con il Vittorio Parmentola, Bianca Montale, Franco Della Peruta e altri.

EUROPA? MORÌ IN CULLA
LE SCELTE DA DE GASPERI A FANFANI


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 febbraio 2022, pagg. 1 e 6.

 Missile Jupiter. Nico Perrone ricorda analiticamente la dislocazione dei trenta missili Jupiter con testata nucleare “accampati” tra Puglia e Basilicata dal febbraio-settembre 1960, il loro potenziale offensivo e l'esposizione a “incidenti”. In caso di conflitto con armi strategiche avrebbero attirato sull'Italia la ritorsione nemica con missili ancor più  devastanti. La pace reggeva sull' equilibrio del terrore. E oggi? Quanto è ampio l'Ombrello e quante mani lo sorreggono quando tirano impetuosi venti di guerra? Italia a rischio attacco missilistico? Non da oggi
“Circa le possibili invasioni dell'Italia (da parte dell'Unione Sovietica, NdA), anche dopo il 18 aprile 1948, abbiamo oggi le testimonianze di autorevoli dirigenti di Paesi dell'est. Posso dirle che da parte della dirigenza governativa alla quale ho sempre partecipato si pensava che fosse del tutto improbabile una invasione unilaterale dopo il 1948. Era invece possibile che scoppiasse la guerra. E il pericolo reale vi fu nel 1950, nel 1956, nel 1962 (gravissimo, evitato per poche ore), nel 1968. In tal caso gli Stati Uniti non avrebbero usato la bomba strategica e sarebbe risultata inevitabile l'occupazione (sovietica, NdA) in Europa fino ai Pirenei e in Italia fino all'Aspromonte”. E' il brano di una lettera scritta il 21 settembre 1991 dal politico democristiano  Paolo Emilio Taviani allo storico Nico Perrone,  docente all'Università di Bari dl 1977 al 2006, che la pubblica nell'imminente libro Il realismo di De Gasperi. Fanfani invece vuole i missili americani (ed. BastogiLibri). Il 22 Taviani ribadì. “Il pericolo del 1962 era effettivamente legato alla vicenda dei missili di Cuba il 27-28 ottobre 1962: la mattina del 28 ottobre siamo stati a due ore dalla guerra, che sarebbe inevitabilmente scoppiata...”. Curiosamente, o non tanto, il 27 ottobre Enrico Mattei, scomodo stratega dell'ENI, morì nell'“incidente” dell'aereo che lo recava a Milano: un attentato terroristico, secondo Amintore Fanfani.
   La catastrofe fu scongiurata dall'accordo Kruscev-Kennedy: l'Urss rinunciò a installare missili a Cuba, gli Usa li avrebbe ritirati dalla Turchia. In quel momento (dichiarà tempo dopo Taviani in Senato) una divisione ungherese era pronta ad attraversare l'Austria per piombare in Lombardia, a ovest della base NATO di Vicenza, alla volta del Mezzogiorno.
   Taviani (Genova, 1912-Roma, 2001) scrisse quel che sapeva. Plurilaureato, economista, docente universitario, studioso insigne di Cristoforo Colombo, sottosegretario agli Esteri con De Gasperi, a lungo ministro di Difesa, Finanze, Tesoro, Interno, Cassa per il Mezzogiorno, Programmazione economica, eletto senatore nel 1976 e nel 1991 nominato sentore a vita da Francesco Cossiga, per mezzo secolo fu protagonista della storia.
Anni difficili: 1943-1947
Perrone perlustra gli anni dal 1947 al 1962, a partire dal viaggio di Alcide De Gasperi negli Stati Uniti d'America e all’adesione alla Nato. In soli tre lustri si susseguirono diciotto diversi governi, tutti incardinati sulla Democrazia cristiana, affiancata dai partiti “centristi”: liberali, repubblicani, socialdemocratici.
   Il 1° gennaio 1948 la Carta repubblicana enunciò il nuovo titolare della sovranità, il “popolo”, che “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. “Sovranità” significa dominio di sé, della politica estera e conseguentemente di quella militare che ne è la proiezione necessaria. Quali passi condussero l'Italia alla cessione di sovranità dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale e nella successiva condizione geopolitica di “terra di frontiera”? 
   Nella lunga età del bipolarismo USA/URSS campeggiano De Gasperi (originariamente Degasperi, come usava firmarsi); Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e dal 1959 al 1966 ministro della Difesa, ma anche (ed è questa tra le novità del libro) non solo interprete ma influente “suggeritore” di Pio XII negli anni delle scelte cruciali, dall'accostamento agli Stati Uniti alla “scomunica” dei comunisti; e infine Amintore Fanfani.
   Prominenti emergono due personalità meno studiate ma determinanti: Alberto Tarchiani, “fratello” dal 1920, militante in “Giustizia e Libertà”, poi nel Partito d'azione, ambasciatore dell'Italia a Washington; e Randolfo Pacciardi, segretario del partito repubblicano italiano, tenuto ai margini del Comitato di Liberazione Nazionale, ma dai robusti legami con ambienti statunitensi e rafforzato dalla confluenza nel PRI di esponenti di spicco del dissolto Partito d'azione come Ugo La Malfa.
  Per far comprendere l'importanza storica della svolta del marzo 1949, i suoi sviluppi, interpretazioni e declinazioni e quella successivamente assunta da Fanfani, Perrone evidenzia la profonda differenza della loro formazione politica e culturale. Per intenderlo giova ripercorrere sinteticamente i tre anni dalla liquidazione del ventennale governo Mussolini (monocolore dal 1924) al referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, seguito dalla fine dei governi di coalizione nazionale.
A riposizionare l'Italia nella Comunità internazionale in piena seconda guerra mondiale furono Vittorio Emanuele III e i suoi fiduciari, militari e diplomatici, nel luglio-ottobre 1943: dalla sostituzione di Mussolini con Badoglio alla dichiarazione di guerra contro la Germania (13 ottobre), passando attraverso la “resa senza condizioni” (Cassibile-Malta, 3-29 settembre).
Pur mortificante, la resa scongiurò la debellatio dello Stato, perché il Comando supremo alleato riconobbe il “governo del re” quale garante della sua esecuzione. Inoltre gli anglo-americani agirono “nell'interesse delle Nazioni Unite” ma senza informare preventivamente l'URSS, che dal canto suo realisticamente non aveva mai aspirato a esercitare sovranità diretta sull'Italia. La Corona garantì la continuità dello Stato e, per quanto in limiti circoscritti, fu la base della ripresa di iniziativa diplomatico-militare, come emerge dai verbali delle conversazioni svolte durante la firma della resa. Con la “cobelligeranza” del 13 ottobre 1943 il “governo del re” segnò un punto fondamentale a vantaggio dell'Italia, perché lo abilitò a divenire interlocutore anche di Stalin, irritato dall'essere stato tenuto ai margini della Commissione alleata di controllo sull'Italia.
A indebolire la Corona e il governo Badoglio fu semmai il Comitato centrale di liberazione nazionale (CCLN) costituito in Roma da esponenti di sei partiti dalla ancora labile consistenza: comunisti, socialisti, partito d'azione, democratici del lavoro, democristiani e liberali. Divisi sugli obiettivi ultimi, furono unanimi sino all'aprile 1944 nel rifiuto di collaborare con il governo Badoglio, nella pretesa di rappresentare gli italiani e di decidere le sorti della monarchia, con la richiesta dell’immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III e la rinuncia alla successione da parte del principe ereditario, Umberto di Piemonte, a beneficio del figlio Vittorio Emanuele, di soli sette anni e quindi sotto tutela di un Reggente di nomina politica. Gli anglo-americani ignorarono il CCLN ma trassero vantaggio dalle sue polemiche: indebolivano immagune e sostanza del Paese e il valore politico della resistenza militare e civile contro tedeschi e fascisti repubblicani.
   Il libro ricorda quanto spesso è dimenticato. Il governo esarchico presieduto da Ferruccio Parri, insediato il 19 giugno 1945 in successione a Ivanoe Bonomi, capo di due governi dalla diversa e litigiosa composizione partitica, il 15 luglio dichiarò guerra al Giappone. Fu una decisione dal valore meramente simbolico, quasi captatio benevolentiae delle Nazioni Unite che nella Conferenza di San Francisco il 26 giugno precedente avevano varato la Dichiarazione di principi e lo statuto dell'ONU. Essa fu coerente con la dichiarazione di guerra contro la Germania del 13 ottobre 1943, e anticipò persino quella dell'URSS, deliberata da Stalin l'8 agosto 1945, tra l'uno e l'altro dei due lanci di bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki.
  All'indomani della guerra nei partiti di massa, democristiani inclusi, prevalse l'opzione per la neutralità, anche dopo la denuncia della “cortina di ferro” sovietica scesa da Stettino a Trieste pronunciata il 5 marzo 1946 da Churchill a Fulton alla presenza di Harry Truman, presidente degli USA. Per comunisti e socialisti (da anni uniti nel patto di unità d'azione) la neutralità conferiva l'abito del pacifismo all'ostilità pregiudiziale nei confronti dei Paesi “capitalistici”; per i democristiani, come De Gasperi, essa era la versione aggiornata dell'“inutile strage” deplorata da Benedetto XV nel 1917. Per i liberali essa costituiva la premessa per riprendere il cammino verso la Federazione europea prospettata da Luigi Einaudi e da Giovanni Agnelli sin dal corso della Grande Guerra.
   A differenza di quanto ritenuto o sperato da chi aveva fatto della monarchia il capro espiatorio della sconfitta, il cambio della forma dello Stato non incise affatto sulle condizioni riservate all'Italia dal Trattato di pace. De Gasperi non ne ottenne alcuna modifica sostanziale. A comprendere e a indicare la via nuova furono appunto Andreotti e gli “uomini di Curia” che misero da canto le pregiudiziali nei confronti degli USA, fortilizio di un '“Occidente” non cattolico ma cristiano, di quel cristianesimo aperto e adulto di lì a poco benedetto da Croce.
Fratellanze occidentali
   Perrone coniuga l'esperienza maturata da De Gasperi dai suoi esordi di politico militante nell'impero asburgico, multietnico, plurireligioso e dalle diverse lingue ufficiali e ufficiose (l'italiano era tra le ultime, perché ottusamente Vienna non concesse mai un’Università a sud dell'arco alpino) con quella sino di presidente del Consiglio di un Paese collocato nell'ambito dell'impero statunitense prima che la generalità della dirigenza partitica italiana se ne rendesse pienamente conto. Lo intuirono i siciliani spintisi a proporre l'inclusione della Trinacria negli USA e vennero condotti a migliori consigli con lo statuto speciale, varato a beneficio perpetuo della loro isola (un po' meno per l'Italia), anche per “disarmare” il separatismo e l'Evis.
   La svolta di De Gasperi maturò nel suo viaggio negli Stati Uniti d'America (1947). A margine dei colloqui “politici”, al segretario della Democrazia cristiana fu impartito un corso accelerato di “occidentalizzazione”. Arthur H. Vandenberg gli spiegò che il Rotary Club Internazionale (approdato in Italia nel 1923 e costretto all'autoscioglimento nel 1938 per scongiurare la repressione da parte di Mussolini, ormai smarrito nelle nebbie della campagna d'opinione contro la “borghesia”) non era una congrega di assatanati. Non lo erano neppure e logge massoniche, come a De Gasperi fu poi ribadito da influenti massoni italo-americani quali Frank Gigliotti e Charles Fama quando la Costituente approvò la libertà di associazione e vietò le “società segrete”, formula riecheggiante l'antimassonismo clerico-fascista e la massonofobia mussoliniana.
   A convincere anche ambienti ecclesiastici conservatori che non era più tempo di crociate contro l'Occidente concorsero i molti italo-statunitensi che praticavano il blando cattolicesimo delle loro terre d'origine, compatibile con i riti gnostici di Giordano Gamberini, futuro gran maestro del Grande Oriente d'Italia, e con lo scozzesista Manlio Cecovini, come documenta un imminente libro curato da Luca G. Manenti per Rubbettino. Quei cattolici italo-americani costituirono anche efficace alternativa alle predilezioni di molti anticlericali italiani per l'Inghilterra, anglicana, con robusti inneschi metodisti e presbiteriani, irriducibilmente ostili nei confronti della chiesa di Roma.
   Due volte massone era il repubblicano Randolfo Pacciardi, che ebbe ruolo fondamentale in vista della seduta del governo che l'11 marzo 1949 approvò l'adesione dell'Italia alla Nato. Come documenta Aldo G. Ricci nell'edizione critica dei Verbali del governi De Gasperi curata per la Presidenza del Consiglio, per quanto paradossale i ministri approvarono senza neppure avere sotto gli occhi il testo sul quale erano chiamati a pronunciarsi. Esso venne letto dal presidente nella versione italiana.
E Fanfani volle i missili
Data l'importanza della delibera per il seguito della storia d'Italia, tale procedura può parere sconcertante; ma lo è meno di quella poi adottata da Amintore Fanfani che, dopo la sua visita negli USA (28-31 luglio 1958), ricambiata da quella di Eisenhower in Italia (3-6 dicembre 1959), sollecitò l'installazione in Italia di missili di medio raggio “Jupiter”, muniti di testate nucleari e distribuiti su suolo nazionale (concretamente trenta “vettori” allocati in Puglia e Basilicata, tre dei quali sempre pronti a operare, ma senza adeguate protezioni). L'“accordo” (25 marzo 1959) non ebbe la preventiva approvazione del Parlamento, in violazione della Carta costituzionale. Se ne discusse solo “a cose fatte”. L'Italia repubblicana fece un balzo all'indietro rispetto a quanto a suo tempo perentoriamente chiesto (ma mai ottenuto) da Giovanni Giolitti: la fine della diplomazia segreta (altra cosa dal segreto diplomatico) tessuta alle spalle del Paese, tenuto all'oscuro ma destinato a pagare le conseguenze di decisioni di Poteri sovrannazionali.
  Nella lunga e intricata vicenda emerge la coerenza di De Gasperi: come negli anni della sua formazione politica aveva concepito gli italofoni quale parte integrante dell'Impero asburgico, così nel secondo dopo guerra vide l'Italia come “provincia” del nuovo impero, incardinato sull'egemonia militare degli USA. Lo enunciò il 30 novembre 1948 alle “Grandes conférences catholiques” di Bruxelles: l'Italia era “pronta ad imporsi quelle autolimitazioni di sovranità che la rendano sicura e degna collaboratrice di un'Europa unita in libertà e democrazia”. Nella grande svolta del 1948-1949 lo statista trentino poté contare sull'Italia del Risorgimento (liberali e repubblicani) e sui socialisti democratici, “euro-occidentali”, disprezzati e combattuti con ogni arma dal Fronte popolare nel quale era confluita l'ala massimalistica del disciolto Partito d'azione. Quella stessa compagine nelle elezioni politiche del 1953 fece fallire la riforma elettorale che avrebbe garantito stabilità di governo e autorevolezza allo Stato d'Italia.
Quando l'Europa non nacque (e perché non c'è)
Purtroppo anche in altri lembi del Vecchio Continente tanti politici camminavano con la testa rivolta al passato remoto. Fu così che la possibile Federazione Europea morì in culla. La Comunità Europea di Difesa (CED), perno dell'Europa mai nata, venne bocciata dall'Assemblea Nazionale francese il 30 agosto 1954, mentre l'impero coloniale di Parigi andava in frantumi. Fu la grande occasione perduta, che rese e rende l'Europa priva di identità propria e subalterna alla NATO (Istituzione diversa dall'anglo-americana Alleanza Atlantica). L'Euratom rimase a sua volta una insegna su un edificio sempre fermo alle fondamenta.  
   Memori di quel passato occorre alzare lo sguardo da minute cronache partitico-elettorali nostrane, spacciate come alta politica, e volgere l'attenzione ai fondamentali della Storia. Non lo ha fatto l'Unione Europea che ha aumentato a dismisura il numero dei suoi componenti (grandi, medi, minimi) senza il correttivo necessario: sostituire il vincolo dell'unanimità con il voto a maggioranza, almeno per le decisioni di rilievo vitale. Urge riflettere mentre nel différend tra Federazione russa e Ucraina la Nato mira a spostare i suoi arsenali sempre più a ridosso dell'antico impero russo, obliando l'impegno assunto con Gorbacev (Cremlino, 9 febbraio 1990, poco conta se scritto o meno: la lealtà è caposaldo nei rapporti tra gli Stati come tra persone, diversamente vigono l'anarchia e la “legge del più forte”): il “sì” della Russia alla riunificazione tedesca in cambio dell'impegno della Nato a non spostare di un solo pollice la sua giurisdizione verso est.
   Dal panorama globale tornando all'“aiuola che ci fa tanto feroci”, se è vero che “la sovranità appartiene al popolo” è altrettanto vero che esso può esercitarla solo se effettivamente informato di tutti i vincoli derivanti dalla cessione di sovranità, in specie in politica estera e militare, e abilitato a pronunciarsi sulla propria sicurezza nella sede deputata: il Parlamento.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Missile Jupiter. Nico Perrone ricorda analiticamente la dislocazione dei trenta missili Jupiter con testata nucleare “accampati” tra Puglia e Basilicata dal febbraio-settembre 1960, il loro potenziale offensivo e l'esposizione a “incidenti”. In caso di conflitto con armi strategiche avrebbero attirato sull'Italia la ritorsione nemica con missili ancor più  devastanti. La pace reggeva sull' equilibrio del terrore. E oggi? Quanto è ampio l'Ombrello e quante mani lo sorreggono quando tirano impetuosi venti di guerra? 

CENTENARIO DEL GOVERNO FACTA
1922: LA FRANA
COME I PARTITI AFFOSSARONO L'ITALIA


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 febbraio 2022, pagg. 1 e 6.

 Luigi Facta (Pinerolo, 13 settembre 1861 – 5 novembre 1930), un presidente del Consiglio “per caso”.Giovani in piazza
“Abbasso il Parlamento!” fu il grido di centinaia di giovani, in gran parte fascisti, sotto la Prefettura di Bologna il 10 febbraio 1922. Poco prima avevano protestato per la condanna di loro “compagni di fede”, colpevoli di violenza privata ed altri reati. La magistratura non faceva favori ma il proprio dovere: applicare le leggi a difesa dello Stato. Poi raggiunsero il Comando d'Armata urlando “Dittatura!”. Il fatto (o “fattaccio”, secondo i punti di vista) fu ignorato dai principali giornali ma “Il Popolo d'Italia”, quotidiano di Benito Mussolini, lo segnalò come “prima manifestazione pubblica, alla quale molte altre potrebbero far seguito, per il sempre più acuto senso di disgusto che l'attuale regime parlamentare provoca e per la vasta e sempre più inconfessata aspirazione delle popolazioni per un governo che sappia governare”. Da tre anni l'Italia chiedeva un esecutivo stabile e capace. Perciò “il grido dei dimostranti fascisti di Bologna” sarebbe divenuto “il coro formidabile ed irresistibile dell'intera Nazione”, proprio per esorcizzare la “dittatura militare”, “una carta suprema, giocata la quale o ci si risana o si piomba nel caos”.
La spirale “marcia su Roma-insorgenza rossa-repressione militare” si era già affacciata nell'ottobre 1919 quando gli “scalmanati” da quasi due mesi accampati a Fiume al seguito di Gabriele d'Annunzio, fallita l'immediata annessione della città, decisero di spostare la crisi irrompendo in Italia. Mussolini fu tra i primi a prendere le distanze dall'avventura dei Legionari e del loro Comandante. Altrettanto fece il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Domizio Torrigiani, al termine di una sorta di burrascoso “consiglio di guerra” tenuto a Trieste per stabilire sino a che punto convenisse assecondare il Comandante. Ne hanno scritto Raffaella Canovi nel pregevole libro su “D'Annunzio e il fascismo, eutanasia di un'icona” (ed. Bbliotheka) e Antonio Binni, Valerio Perna, Giorgio Sangiorgi e altri in “L'impresa di Fiume tra mito e realtà, 1919-1920” (ed. Etabeta, 2022). Contro il parere di “fratelli” repubblicani, come Oddo Marinelli, decisi a dar fuoco alle polveri, prevalse  la saggezza. Se i legionari avessero tentato di incendiare il Paese, nella sola Lombardia sarebbero scesi in campo 300.000 socialisti. A quel punto la parola sarebbe passata ai militari, pronti a spazzare via eversivi e sovversivi e a far quadrato in difesa della Corona. Le elezioni del 16 novembre 1919 mostrarono i veri rapporti di forza. I socialisti ottennero 156 seggi su 508. Altri 100 ne ebbe il Partito popolare italiano fondato da don Luigi Sturzo. Sommando ai loro quelli dei repubblicani, metà della Camera risultava nelle mani di forze anti-sistema.
Nella palude
Nel febbraio 1922 lo scenario politico italiano rimaneva in bilico. A legge elettorale invariata (la “maledetta proporzionale” introdotta da Nitti nell'agosto 1919), il rinnovo della Camera voluto dal settantottenne presidente del Consiglio Giovanni Giolitti nel maggio 1921 aveva aumentato i gruppi parlamentari da undici a quattordici. Il governo rimase esposto a imboscate di gruppi e gruppetti e persino alle rivalse di singoli parlamentari, tanto alla Camera quanto al Senato dove (ricordò Benedetto Croce), un “pater” fresco di nomina si produsse in un veemente discorso contro il governo.
A Giolitti, dimissionario dal 24 giugno 1921, il 4 luglio seguì Ivanoe Bonomi (Mantova, 1873 – Roma, 1951), già ministro della Guerra e del Tesoro. Era convinto di durare a lungo, se non per forza propria perché le opposizioni erano divise. Accontentò i popolari ignorando la nominatività dei titoli finanziari voluta da Giolitti e aborrita dal partito di don Sturzo e dal Vaticano; blandì i riformisti e, di concerto con Gasparotto, ministro della Guerra, chiuse gli occhi dinnanzi agli eccessi dello squadrismo fascista. Era stato rieletto deputato nel collegio di Mantova in una lista comprendente il “ras” di Cremona Roberto Farinacci, “il più fascista” (e anche un po' “fratello” ubiquo). 
La tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria, il 4 novembre 1921, parve annuncio di ritrovata unità nazionale attorno alla monarchia, incarnata da Vittorio Emanuele III. L'incantesimo durò pochi giorni. Gli scontri armati tra opposte fazioni crebbero di numero e in ferocia. Molti pensavano fosse “politica”. Come intuì padre Agostino Gemelli, era conseguenza diretta dello psicodramma vissuto da cinque milioni di cittadini ammassati nella “città militare” sul fronte della guerra tra il 1915 e l'inizio del 1919.
Nel gennaio 1922 il salvataggio della Banca di Sconto fece da detonatore del malcontento di gruppi parlamentari al soldo di interessi economici. Il 2 febbraio Bonomi si presentò dimissionario e, come di rito, rimase in carica per il disbrigo degli affari ordinari. Lo stesso giorno Dino Grandi prospettò nel “Popolo d'Italia” la fusione tra fascisti e nazionalisti, benché diversi per genesi e identità. I nazionalisti erano sorti per reagire a mezzo secolo di “politica tenebrosa e decadente”; il fascismo come lotta contro il bolscevismo. Era giunto il momento di unire l'elaborazione dottrinale a quella pratica. Gli squadristi menavano le mani; i nazionalisti “pensavano”.
Nondum maturum erat 
Iniziate le consultazioni per dar vita al nuovo governo, il 4 febbraio 1922 Vittorio Emanuele III ricevette Mussolini. Il 9 il gruppo parlamentare fascista e la direzione del partito, in una riunione congiunta presieduta da Mussolini, deliberarono osservare con apparente distacco la frana dei partiti. Come i deputati del Partito comunista d'Italia (appena sedici, pilotati dalla Terza internazionale, ovvero da Lenin e poi da Stalin) erano un’esigua minoranza. Meglio attendere l'esito della rissa fra i socialisti, i popolari e la galassia caleidoscopica dei “liberali”, restando pronti a incunearsi nelle loro divisioni, a sparigliarne i giochi per ottenere qualche ministero.
Candidato alla successione di Bonomi era Giolitti. La prassi consolidata prevedeva che il re incaricasse un parlamentare; questi proponeva al re ministri di sua fiducia e il governo nominava i sottosegretari. Da decenni tutto avveniva secondo una sorta di “Manuale Cencelli” dell'epoca: ogni partito, corrente e clan notabilare aveva tacito diritto a una porzione di governo e sottogoverno, ma a condurre il gioco erano i sovrano e il presidente designato. Meno durava l'esecutivo, maggiori erano i ricambi e la possibilità di accontentare appetiti e ambizioni, senza ignorare le variegate aspettazioni delle diverse aree geopolitiche.
Se incaricato di formare il governo, Giolitti, come suo costume, avrebbe deciso in piena libertà chi chiamare a farne parte, sulla base delle competenze e dell'interesse del Paese, senza piegarsi a dettami di partiti. Erano sempre “politici” dall'alta caratura “tecnica”. A differenza dei Gruppi parlamentari, formati da deputati eletti ai sensi dello Statuto e quindi senza vincolo di mandato né degli elettori né di poteri estranei alla Camera, allora, come ora, i partiti non avevano un riconoscimento costituzionale: nascevano, si dividevano, morivano. Erano  associazioni di fatto.
Contro la designazione di Giolitti, don Sturzo, fondatore del partito popolare (biografato con partecipazione simpatetica dall'ex comunista Gabriele De Rosa), oppose il “veto” dei popolari. A suo giudizio il partito aveva diritto di decidere da chi farsi rappresentare al governo. Il quotidiano liberale “Il Giornale d'Italia”, benché ostile a Giolitti, denunciò il metodo del “prete intrigante e nefasto” e l'“atteggiamento sostanzialmente anticostituzionale del gruppo parlamentare o, più esattamente, di don Sturzo, che pretende di nominare i ministri e i sottosegretari e nega ogni libertà d'azione all'incaricato di formare il ministero”. A dirla tutta, il prete metteva in discussione le prerogative del re.
Anche “La Voce Repubblicana” stigmatizzò “don Sturzo arbitro dei destini d'Italia” e i “clerico-popolari che anelano gli abbracci di quelle sgualdrine delle sinistre, consumate dalla febbre della simonia”. Il nodo era ben noto: la legge sulla nominatività dei titoli e i diritti del fisco sulle trasmissioni ereditarie fra persone non legate da alcun vincolo di sangue, come i membri delle comunità religiose, ricchissime e potenti.
Invitati dal re a formare il governo, uno dopo l'altro fallirono Enrico De Nicola e Vittorio Emanuele Orlando. Due settimane dopo l'annuncio delle dimissioni, a Bonomi non restò che presentarsi alla Camera. Il 17 febbraio, sacro alla memoria di Giordano Bruno, fu travolto:  295 voti contrari contro 127. Un esito mortificante. Come nel gioco dell'oca, il re riprese le consultazioni. Fallita l'ipotesi di un governo Giolitti-Orlando-De Nicola fu ipotizzato ancora una volta l'incarico a Giolitti, che però ebbe la strada sbarrata dai popolari Alcide De Gasperi e Giovanni Gronchi, tenuti al guinzaglio dal “prete nefasto”. Per uscire dalla palude, per la prima volta dal 1848 il re chiamò a consulto due parlamentari in contemporanea, Orlando e De Nicola, che però presero atto dell'ostilità dei socialisti nei confronti dei costituzionali e del “veto” dei popolari, ribadito nel “Corriere d'Italia”.
Il quotidiano socialista “Avanti!” deplorò il caos del “mondo borghese”. “Il Resto del Carlino” denunciò la doppiezza del partito popolare che aveva governato con Giolitti e ora lo demonizzava. “La Tribuna”, diretta da Olindo Malagodi e molto vicina allo statista piemontese, rivelò che nel corso di un colloquio Giolitti aveva respinto la pretesa di Sturzo di sottoporre le decisioni dell’esecutivo al vaglio del partito. Il governo governa.
La Santa Sede (mentre a Benedetto XV subentrò Pio XI) percepì che la crisi politica avrebbe potuto compromettere il dialogo cautamente avviato per chiudere l'antica “questione romana”. Perciò l'“Osservatore romano” ricordò che il Vaticano era del tutto estraneo alla politica interna dell'Italia. Ma già aveva scosso l'opinione pubblica la decisione del Cardinale Tommaso Pio Boggiani che nella lettera pastorale “L'azione cattolica ed il partito popolare” aveva esortato i credenti a non cedere alla chimera materialistica del partito e tornare al Vangelo. Investito da pesanti critiche, aveva lasciato la diocesi di Genova per raccogliersi in un convento a Roma.
Il 25 febbraio 1922 la direzione nazionale del Partito fascista propose una legge elettorale ancora più rigidamente proporzionale di quella vigente, “affrancata dalle clientele e dagli arrembaggi personali”. Lo stesso giorno l'allora scapigliato Italo Balbo, futuro quadrumviro, poi mussoliniano pentito e massone, denunciò: “Il regime attuale si sfascia. Non resta che una collezione di statisti decrepiti che comunicano la loro paralisi al Parlamento e agli organi dello Stato. I prefetti non hanno più bussola. Noi fascisti ce ne curiamo poco”. Gli squadristi delle sue “bande” ignoravano i nomi dei ministri dimissionari e di quelli in carica.
I socialisti italiani erano alle prese con il garbuglio delle trattative in corso fra quattro Internazionali: la Prima, la Seconda, la “Due e mezzo” e, infine,  la Terza. La “politica” coinvolgeva partiti e sindacati effettivamente “di massa”, altra conseguenza della partecipazione alla Grande Guerra.
L'uomo di Pinerolo... Luigi Facta (Pinerolo, 13 settembre 1861 – 5 novembre 1930), un presidente del Consiglio “per caso”.
Il 26 febbraio, al termine di spossanti trattative, Vittorio Emanuele III conferì a Luigi Facta (Pinerolo, 1873 - 1930) l'incarico di formare il governo. Laureato in giurisprudenza a 18 anni, avvocato nello studio paterno, eletto deputato dal collegio di Pinerolo dal lontano 1892, sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Giolitti (1903-1905), confermato da Sandrino Fortis, poi all'Interno, ministro delle Finanze con Luigi Luzzatti e Giolitti nel 1910-1914 e della Giustizia con Orlando e ancora alle Finanze con Giolitti, durante la crisi del febbraio 1922 Facta si mise di traverso al possibile governo De Nicola-Orlando poiché costoro non avevano accettato Giolitti come presidente. La guerra intestina tra notabili liberali, come quelle dei popolari contro i liberali e dei socialisti contro tutti, si risolse nella frana del regime parlamentare. La parola passò alla “piazza”, a chi gridava “Abbasso il Parlamento” e invocava la dittatura.
Monarchico e liberale “senza se e senza ma”, sin dal 1908 Giolitti aveva spiegato a Facta perché l'Italia doveva tenersi alla larga dalla guerra che si stagliava sull'orizzonte d'Europa. Sarebbe stata lunga, costosa e di dubbio esito. Avrebbe assorbito tutte le risorse, interrotto gli investimenti a beneficio del Mezzogiorno e diviso il Paese a danno della monarchia. Non per caso a chiederla erano soprattutto i repubblicani, che soffiavano sul fuoco dell'irredentismo.
Nel governo varato il 27 febbraio Facta chiamò a raccolta liberali, democratici, demo-sociali e popolari di seconda fila. Parecchi erano i massoni: Carlo Schanzer agli Esteri, Giuseppe Beneduce, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanni Amendola alle Colonie, Arnaldo Dello Sbarba a Lavoro e previdenza sociale, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò a Poste e telegrafi, come il suo successore Luigi Fulci… Il Partito popolare ebbe il monregalese Giovanni Battista Bertone alle Finanze e il calabrese Antonino Anile alla Pubblica istruzione, un tempo fortezza inespugnabile della cultura risorgimentale, quella di Francesco De Sanctis, Michele Coppino e Ferdinando Martini, tutti “fratelli”.
Guardato con rispetto anche dai nazionalisti (il suo unico figlio maschio era caduto nella Grande Guerra), Facta sembrava poter durare in nome della tregua d'armi già ventilata dalla “pacificazione” tra fascisti e socialisti mesi prima abbozzata da Tito Zaniboni e Giacomo Acerbo. Ma l'Europa stava virando a destra. In Gran Bretagna i conservatori vinsero le elezioni. Alla conferenza economica di Genova l'Italia si accodò alla Francia nel rifiuto di aprirsi alla Russia dei soviet.
Proprio perché rimasto all'opposizione, il Partito fascista ebbe buon gioco ad alzare il livello dello scontro. Pose al centro la questione istituzionale. Vittorio Emanuele III rimase isolato. All'inaugurazione della legislatura aveva chiesto ordine, disciplina, restaurazione dello Stato e vaste riforme sociali. Ma con scarsa eco. Lo ricordò lo storico Gioacchino Volpe: “La borghesia italiana ha lasciato solo il re, si è curata poco del re, come poco, in fondo, degli interessi veramente nazionali. Molti domani tradirebbero re e monarchia per poco che i loro particolari interessi apparissero meglio realizzabili con una repubblica di banchieri o di avvocati e di arricchiti di guerra”. Altrettanto fecero i partiti, che dal febbraio 1922 spodestarono Corona e Parlamento, salvo trovarsi pochi mesi dopo in balia di un gruppo minoritario qual era il fascista.
Non fu Vittorio Emanuele III a “passare la mano”. Ne scrisse Bonomi in un articolo del 1948, con riferimento alla crisi del primo governo Facta, costretto alle dimissioni dopo soli cinque mesi, il 20 luglio 1922. Dopo giorni di convulse consultazioni, Bonomi aveva ottenuto l'appoggio esterno di Turati a un governo di liberali e democratici orientato a sinistra. Illustrò il progetto al re che “si mostrò contentissimo” e “uscendo dal consueto riserbo” gli augurò “calorosamente di riuscire”. Altro che “re fascista” come poi si disse e si ripete. Sennonché Turati fu sconfessato dai suoi colleghi di partito, disponibili ad approvare solo singole proposte di legge, ma senza un impegno pieno e durevole. Per di più, don Sturzo oppose il secondo e ancor più drastico veto al ritorno di Giolitti. Fu così che l'Italia imboccò la strada verso il partito unico...: passo dopo passo, sempre con leggi votate non dalla Fata Morgana ma dalla Camera dei deputati, eletta dai cittadini a suffragio universale. Quale capo di Stato rigorosamente costituzionale, il re firmò le leggi via via approvate dal Parlamento. Altrettanto fa oggi, il Presidente della Repubblica. Magari oborto collo.
Sono passati cent’anni… meminisse iuvat?
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Luigi Facta (Pinerolo, 13 settembre 1861 – 5 novembre 1930), un presidente del Consiglio “per caso”.

75° del Trattato di Pace
LA MANNAIA SUL CONFINE ITALO-FRANCESE


Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 febbraio 2022, pagg. 1 e 6.

La borgata di Saretto (Acceglio) con la Rocca Provenzale. I monti uniscono chi li sa percorrere.Una sconfitta strategica perpetua
Neppure per il Piemonte il 10 febbraio 1947 fu giorno di festa. Per gli italiani di Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia la firma del Trattato di pace suggellò la tragedia in corso da due anni. L'epurazione politica ed etnica attuata ai danni degli italiani e l'esodo forzato di circa 350.000 persone in fuga dal regime comunista di Tito sono documentati e (con ovvie eccezioni di nemici in patria) fanno ormai parte della memoria nazionale. Pressoché dimenticata è invece la rettifica della frontiera italo-francese imposta dal diktat sottoscritto a Parigi con la propria stilografica dall'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna: meno catastrofica sotto il profilo umanitario, ma altrettanto odiosa sul piano morale, poiché ispirata non già a una visione lungimirante della Nuova Europa ma dal tardivo neo-nazionalismo che animava il governo francese di Charles De Gaulle che aveva dichiarato nullo l'armistizio di Villa Olgiata e ancora in atto la guerra contro lo Stato d'Italia, quale ne fosse la forma.
I termini della rettifica delle frontiere risalenti al 1° gennaio 1938 sono elencati dall'art. 2 del Trattato: il confine fu spostato a est per una profondità dai due ai cinque chilometri nelle zone del Piccolo San Bernardo, del Moncenisio e del Monte Tabor-Chaberton. Molto più afflittiva fu la nuova demarcazione nelle valli della Vésubie e della Roja.
La descrizione dettagliata della rettifica fu affidata all'allegato II del Trattato. In sintesi la Francia inglobò Tenda e quasi tutto il territorio di Briga, che (previo plebiscito confermativo) erano rimaste italiane dopo la cessione della contea di Nizza e della Savoia da parte di Vittorio Emanuele II a Napoleone III a compenso dell'alleanza politico-militare che aveva condotto alla vittoriosa guerra per l'indipendenza (aprile-luglio 1859) e all'acquisizione al regno di Sardegna della Lombardia (Mantova esclusa) e, in seguito, dell’Emilia-Romagna (Ducati padani e Legazioni pontificie) e del Granducato di Toscana.
Il progetto di revisione dei confini rimase a lungo sotto traccia, quasi fosse pressoché irrilevante. In realtà era imbarazzante. Nelle “Dichiarazioni” rese al Consiglio dei ministri degli Esteri riuniti a Parigi in preparazione dei trattati di pace, il 3 maggio 1946 (un mese prima della celebrazione del referendum istituzionale e dell’elezione dell'Assemblea Costituente) Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri dall'11 dicembre 1945, non fece alcun cenno alla frontiera italo-francese. Dopo l'assunzione arbitraria delle funzioni di Capo dello Stato (13 giugno) e il suo esercizio sino all'elezione di Enrico De Nicola a presidente provvisorio della Repubblica italiana, lo stesso De Gasperi il 10 agosto 1946 annunciò alla Conferenza di Parigi che l'Italia avrebbe presentato tramite suoi delegati il proprio punto di vista sulle linee di confine in corso di definizione. ll 28 seguente lo fece il socialista Giuseppe Saragat, ambasciatore d'Italia a Parigi. Premessa la “volontà di andare incontro alle domande francesi” e di riconquistare l'amicizia franco-italiana “anche al prezzo dei più pesanti sacrifici” Saragat, antico allievo dell'Istituto Germano Sommeiller di Torino, concluse che “né il sentimento degli abitanti, né la lingua, né delle ragioni geografiche ed economiche giustifica(va)no in alcun modo la rettifica pretesa da Parigi”. Però le sue osservazioni non mutarono di una virgola il testo del Trattato. Per l'Italia il danno politico ed economico fu poca cosa rispetto all'umiliazione e al senso di frustrazione. Gli articoli 46 e 47 del Trattato previdero lo smantellamento di tutte le fortificazioni esistenti a 20 chilometri dalla frontiera e la loro smilitarizzazione perpetua. A differenza di quanto era avvenuto nei secoli dei secoli, sul fronte occidentale l'Italia si mise “in condizione di non nuocere”: una sconfitta strategica di portata storica permanente.
Quando venne ignorato il concorso dell'Italia alla Liberazione
A pagare in quei termini era innanzitutto il Piemonte, che aveva dato un alto contributo alla guerra di liberazione in tutte le sue fasi e componenti, sin dal primo Comitato militare del CLN subalpino, capitanato dal generale Giuseppe Perotti (catturato, torturato, condannato a morte e fucilato al Martinetto di Torino), e forte di numerose formazioni partigiane di orientamento monarchico, guidate da uomini di fegato come Edgardo Sogno, biografato da Luciano Garibaldi. Per saperne di più basta sfogliare La Riscossa di Raffaele Cadorna e Formazioni autonome nella Resistenza a cura di Gianni Perona (FrancoAngeli,1996).
Quel Piemonte poteva guardare negli occhi i neo-nazionalisti transalpini. Bastino due esempi. Il 19 dicembre 1943 si riunirono clandestinamente esponenti della cultura autonomistica e approvarono la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine. I monti uniscono, per chi li sa percorrere. Erano Emilio Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier. Cattolici e valdesi. Accadde a Chivasso ove, quando divenne autonomo, l'Istituto Magistrale non per caso fu intitolato all'“Europa Unita”, nel ricordo di quel Convegno i cui propositi, a cominciare dal decentramento di poteri alle regioni, entrarono nella Costituzione di una Repubblica che li ignorò per decenni, arroccata nel recinto di miopi nostalgie.
L'altro possibile “vanto” del Piemonte erano gli “accords” raggiunti tra partigiani italiani e francesi nel maggio 1944: una delle pagine più interessanti e neglette della lotta per la liberazione dell'Europa dalle tossine del totalitarismo nazionalistico e dei suoi ingredienti e, più ancora, del totalitarismo comunista sovietico, da taluno ancora oggi venerato come panacea contro tutti i mali del mondo.
Settantacinque anni dopo la firma del Trattato di pace del 10 febbraio 1947, duramente e stolidamente punitivo contro l'Italia, merita ricordare la Grande Illusione che animò i loro promotori e attori, miranti a una libertà capace di instaurare pace effettiva tra i popoli e la loro federazione democratica non inchiodata a interessi finanziari prima ancora che economici.
A idearli e a crederci fu anzitutto Tancredi Olimpio Galimberti (“Duccio”), figlio di un deputato originariamente garibaldino/radicale, giolittiano, antigiolittiano, filofascista, inventore del mito di Cuneo come culla della libertà, senatore del regno, uomo del Risorgimento. Risorgimentale fu anche “Duccio”, militante del Partito d'Azione. Pronunciato dal balcone di casa il celebre discorso all'indomani della revoca di Mussolini da capo del governo, costretto alla clandestinità dopo la resa incondizionata, fondatore della banda “Italia Libera” a Madonna del Colletto il 12 settembre 1943, ferito in circostanze aggrovigliate, nel maggio 1944 egli avviò i primi contatti con esponenti della resistenza francese, su suggerimento di amici e d'intesa con Ferruccio Parri, comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà”. Obiettivo? Nella certezza che gli anglo-americani avanzassero finalmente verso Roma e (come ingannevolmente avevano fatto intendere) sbarcassero in Liguria, occorreva fare fronte comune. Mussolini, capo della Repubblica sociale italiana, intimò ai giovani di presentarsi alla leva entro il 24 maggio 1944 e minacciò l'offensiva contro i “partigiani” anche con carri “ippotrainati”. L'estate era alle porte. L'aviazione anglo-americana era padrona dei cieli. Non vi erano dubbi sull'esito finale. In quel clima, dopo un contatto al Sautron narrato da Giorgio Bocca, avvenne il primo colloquio a Barcelonette il 22 maggio 1944 tra Galimberti e Lecuyer, rappresentante dei combattenti francesi.
Il passo successivo e concludente ebbe luogo a Saretto, frazione di Acceglio, in alta Valle Maira, il 30-31 maggio. Come poi ricordò Max Juvénal, protagonista per parte francese con l'avvocato Jean Lippmann e Maurice Plantier, “senza direttive né aiuto dei rispettivi governi”, le due delegazioni si trovarono attorno alla tavola di una locanda, ricordata dalla lapide murata sulla sua facciata e conservata qual era da Marta Arrigoni, che ne serba e arricchisce la memoria. Il 30 dovettero riparare all'addiaccio nel timore di un'imboscata. L'indomani, riprese le conversazioni firmarono le “dichiarazioni”, retrodatate e ricordate dai francesi come “accords” e dagli italiani come “Patti di Saretto”.
Benché noto, quelle “dichiarazioni” meritano di essere ricordate nei tratti essenziali, pubblicati da Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese” (Cuneo, Panfilo, 1946) e ripetutamente rievocate sino al 2014 quando vennero celebrate dalla presidente della Provincia di Cuneo, Gianna Gancia, ora europarlamentare della Lega. Soddisfatti dell'intesa, i rappresentanti dei due movimenti dichiararono che “i popoli francese e italiano non avevano alcuna ragione di risentimento e di urto per il recente passato politico e militare, che impegnava la responsabilità dei rispettivi governi”. Affermarono la piena solidarietà nella lotta contro i fascismo e il nazismo e tutte le forze della reazione, preliminare per l'instaurazione delle libertà democratiche e della giustizia sociale in una libera comunità europea. Riconobbero inoltre che la miglior forma “de gouvernement” per assicurare le libertà democratiche e la giustizia sociale è quella repubblicana. Prospettarono infine la collaborazione militare.
La discorde concordia...
Nulla si sa di eventuali diatribe interne per la parte francese; molto invece risulta per la parte italiana. Quelle intese furono invero precedute e seguite da faide intestine tra gli esponenti apicali del partito d'azione. Occorre ricordarlo per comprendere come anche i più nobili propositi possano essere vulnerati alla base da personalismi meschini e da calcoli pseudopolitici di bassissimo conio. Obiettivo precipuo di Giorgio Agosti, mente politica del Partito d'Azione piemontese, fu di escludere dalla “scena finale” delle “conversazioni” italo-francesi Galimberti, sospettato di ambire a ruoli politici nel dopoguerra anche grazie al vasto seguito personale. Fra altro, a differenza di Bianco, Duccio non era mai stato iscritto al Partito nazionale fascista ed era anche l'autore del “Progetto di costituzione confederale europea ed interna”, scritto a quattro mani con Antonino Repaci, magistrato a Cuneo. In esso il diritto di voto era riservato ai “cittadini maschi alfabeti, maggiorenni”; era “garantita la libertà di pensiero ma vietata la costituzione di partiti politici”.
L'“accordo” comunicato trionfalmente da Bianco risultò subito impresentabile. Il governo Badoglio, costituito a Salerno con i rappresentanti di tutti i partiti del CLN, comunisti inclusi, si fondava sull'impegno dei ministri (e rispettivi partiti) a non interferire nella “questione istituzionale”. La lotta di liberazione era come quella di Stalin: “guerra patriottica”. Il “documento” di Saretto finì nelle nebbie dei buoni propositi. Lo stesso accadde per il versante militare. Nelle lettere agli amici partigiani cuneesi Galimberti irrise al comandante partigiano Ezio Aceto (“Napoleone”) e ai due compagni partito, Agosti e Bianco (“Cavour I” e “Cavour II”) che tra loro si scambiavano perfidi sarcasmi su di lui, persino sulla sua “gloriosa ferita”. Difficile pensare che su quelle basi davvero nascesse l'Europa dei popoli liberi.
Poi avvenne quanto né gli uni né gli altri avevano messo in conto. Gli americani (con modesta “scorta” francese e nessun inglese, per non turbare gli umori gallici) anziché in Liguria sbarcarono in Provenza. Le bande partigiane italiane che ripararono oltralpe vissero sempre peggio. Spesso vennero impegnate o si avventurarono in missioni difficili.
La Francia di De Gaulle mirava a tutelare i suoi interessi nazionali permanenti. Era stata l'Italia a dichiararle guerra. Alla vigilia dello “sfascio finale” (aprile 1945) il colonnello inglese J.M. Stevens avvertì i partigiani: in caso di conflitto con i francesi avrebbero avuto torto anche quando avevano ragione. Dovevano salvaguardare gli impianti produttivi essenziali. I francesi svalicarono e giunsero ovunque possibile. Confidavano in Richelieu, Luigi XIV, Buonaparte/Bonaparte e nel principio arcaico “uti possidetis”. Pinerolo e Cuneo erano state a lungo assediate e dominate. Da lì si controllano Torino e la via verso la Liguria.
A ben vedere il Diktat del 10 febbraio 1947 fu umiliante, ma sarebbe potuto andare peggio. Nei primi giorni della Liberazione non mancarono incidenti incresciosi tra militari francesi, partigiani italiani e popolazione  civile. Le “conversazioni” o “colloqui” del Sautron e di Barcellonette e le Dichiarazioni di Saretto vennero narrati in versioni postume come “Accords” e persino quali “Patti” e ancora così vengono enfaticamente ricordati. Al pari dell'“arrangement” di Londra con il quale il 26 aprile 1915 l'Italia aderì alla Triplice Intesa, spacciato per “Patto di Londra”. Le mistificazioni linguistiche però non cambiano la dura realtà dei fatti. A difendere l'italianità di Tenda provarono l'allora giovane storico Giorgio Beltrutti in un'opera  ripetutamente aggiornata e ristampata, Vittorio Badini Confalonieri, i liberali e i monarchici. Gli altri, molto più numerosi, rimasero in seconda fila e esortarono a “prendere atto”. All'indomani dell'entrata in vigore del Trattato, il 12 ottobre 1947 il plebiscito confermativo bene orchestrato da Parigi attribuì 1445 “si” a favore della Francia contro 76 “no” in Tenda e 759 “si” contro 26 “no” a Briga (ormai divenuta La Brigue).
È questa la lezione che, al di là della retorica, impartisce il 75° anniversario del Trattato di pace, figlio della “resa senza condizioni” del 3-29 settembre 1943: chi dichiara guerra ha il dovere di vincerla; se la perde, ne paga le conseguenze.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La borgata di Saretto (Acceglio) con la Rocca Provenzale. I monti uniscono chi li sa percorrere.

IL QUIRINALE 
LA STORIA OLTRE LE QUINTE 

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 febbraio 2022, pagg. 1 e 6.

Quirinale. Orologio bronzeo dorato. Il Tempo passa per tutti. Passò per l'Antica Roma e quella medievale, per Cola di Renzo, per i papi-re e per i re d'Italia.
In principio furono i Romani, poi i Papi, Vicari di Gesù Cristo. Di seguito arrivarono i Re d'Italia. Infine i presidenti della Repubblica Italiana (quando l'Italia da sostantivo venne declassata ad aggettivo). I Papi edificarono. I Re unificarono. I Presidenti trovarono tutto fatto. Ma lì sta il bello della Città Eterna.“Tout passe, tout lasse, tout...”.
Dietro le quinte, la Storia
Anche il film più noioso può riuscire attrattivo. Se non per la trama e gli interpreti, a volte scontati, per la scenografia, i costumi, gli addobbi e qualche nota o parola di fondo. L'insediamento di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica ha avuto il pregio di proporre ancora una volta all'attenzione l'insuperabile bellezza di Roma, frutto di una storia millenaria, senza paragoni con qualunque altra capitale dell'universo mondo.
La vettura sulla quale il Presidente è sceso dal Quirinale a piazza Monte Citorio rimarrà in memoria per il suo statuario automedonte, dalla divisa sgargiante come quello che accompagnò lo zar Nicola II a Racconigi il 23 ottobre 1909. Rimarrà per i corazzieri della scorta, in motocicletta e a cavallo e la cagnolina imbardata. Arcaico? Barocco?    
Si sa, ma conviene ricordare che il Palazzo, la Piazza e i Giardini ove risiede per la seconda volta Sergio Mattarella hanno richiesto nei secoli tanti quattrini e altrettanti ne richiedono per il decoro dello Stato d'Italia. Architetti geniali da Martino Longhi il Vecchio a Domenico Fontana, Flaminio Ponzio, Carlo Maderno, Gianlorenzo Bernini e via proseguendo furono messi all'opera da una sequenza imponente di Pontefici. Si lasciarono alle spalle il saccheggio di Roma del 1527 e la lacerazione della chiesa d'Occidente. Con il Concilio di Trento la chiesa cattolica apostolica romana prese le distanze da “riformatori” quali Lutero (solitamente “molesto” e costantemente antiebraico) e da “evangelici” come Giovanni Calvino, che in nome della tolleranza fece bruciare vivo il “dissidente” Serveto.
Sede papale da Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini, 1592-1605, morto durante la disputa fra Grazia e Libero arbitrio), per quasi tre secoli il Palazzo fu decorato da artisti quali Pietro da Cortona, abbellito e arredato all'interno secondo il gusto raffinato dei successori di Pietro, con gioielli quali la Cappella Paolina (dalle misure identiche alla “Sistina”), mentre l'esterno veniva “inquadrato” da reperti tratti dalle Terme di Costantino il Grande (i Dioscuri) e dal Mausoleo di Augusto (l'obelisco). Quella Roma visse ripetutamente drammi: l'effimera repubblica del 1798, la debellatio di papa Pio VII, imprigionato e deportato nei confini dell'Impero dei Francesi da Napoleone I, che proclamò suo figlio re di Roma, la repubblica del febbraio-luglio 1849 e infine l'irruzione del corpo di spedizione dell'Esercito Italiano comandato da Raffaele Cadorna il Venti settembre 1870. 
Per 76 anni il Palazzo dei Papi divenne sede (non banale “residenza”) dei re d'Italia, che, fatto eseguire scrupolosamente l'inventario dei suoi “arredi”, gli dedicarono altrettante cure nella piena consapevolezza del suo valore simbolico. Altrettanto avvenne per gli altri Palazzi della Città Eterna, papale, imperiale (Palazzo Madama, poi sede del Senato del Regno) e delle grandi famiglie pontifice, come Palazzo Chigi, a lungo ministero degli Affari Esteri prima della costruzione della sontuosa “Farnesina”, quando il governo era accampato al Viminale e la presidenza del Consiglio in quattro a Palazzo Braschi, due passi dal “mamozzo” del Pasquino. All'epoca contava cinque o sei funzionari e impiegati di cncetto, contro le migliaia d'oggidì. 
Monte Citorio d'antan
In poche centinaia di metri il corteo presidenziale, costeggiato Palazzo Chigi, ha condotto al Palazzo di Monte Citorio, iniziato da Gianlorenzo Bernini per i Ludovisi e proseguito per papa Innocenzo X (Giovanni Battista Pamphili, 1644-1655: la cui villa fu teatro delle sceneggiate di un ex presidente del Consiglio) che intendeva farne reggia per suoi parenti. Sontuosa sede di uffici di giustizia con papa Innocenzo XII (donde la denominazione di Curia innocenziana) e prefettura in età napoleonica, nel 1870 venne scelto quale sede della Camera dei deputati. Nell'adeguarlo e ornarlo gareggiarono l'architetto Ernesto Basile e il pittore Giulio Aristide Sertorio che istoriò un canto all'italianità con la raffigurazione allegorica delle virtù dell'“Itala gente da le molte vite”: Giustizia, Fortezza e Costanza; Ardimento, Forma e Fede, in controcanto con la rappresentazione di Rinascimento, Umanesimo, Arte, Scoperte geografiche, l'Età Classica e quella della Cavalleria.
Come accadeva nelle chiese medievali, i cui affreschi parietali erano Bibbie per gli analfabeti, così all'interno del Palazzo di Montecitorio, a edificazione dei rappresentanti della nazione, a quel tempo coltissimi, il ciclo pittorico dell'aula ricordò invasioni barbariche, liberi comuni ed epopea risorgimentale. È sintetizzata dal tricolore nazionale sollevato dal Piemonte a incitamento della gioventù italica, accorrente alle bandiere per l'indipendenza della Patria. “In illo tempore” gli studenti si sacrificavano a Curtatone e Montanara, non per chiedere sconti agli esami di maturità (niente latino per i licei classici, niente matematica agli scientifici, diploma e reddito di esistenza in vita per tutti...: forse “non sanno quello che si fanno” come disse Qualcuno; o sanno di non sapere?). Mentre all'esterno di Monte Citorio lo scultore Domenico Trentacoste raffigurò i pilastri portanti della monarchia rappresentativa, la grazia di Dio e la volontà della nazione, all'interno Sartorio evocò la partecipazione del movimento popolare, i “volontari” incitati dall'inno di Garibaldi: “Si scopron le tombe/ si levano i morti/ i martiri nostri/ son tutti risorti”. Tanto tempo fa.
Italia dalle belle forme
Il discorso pronunciato dal Presidente Mattarella e i battimani dei parlamentari (chissà perché citati dai “media” come “standing ovation” anziché “applausi prolungati”, come si legge nei Verbali delle sedute parlamentari) non hanno distratto l'osservatore paziente da fermare l'occhio sulla possente Figura vegliante sulle tre cariche supreme dello Stato d'Italia raccolte sullo scranno presidenziale dell'Aula di Monte Citorio.
Nell'altorilievo bronzeo, realizzato auspice Vittorio Emanuele III, lo scultore subalpino Davide Calandra (1856-1915) istoriò la Monarchia con la fronte ornata dalla Corona Ferrea, simbolo della regalità “in” e “sull”'Italia. Alta, solenne, opulenta stringe fra le mani la Carta dello Statuto, “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia” da consultiva mutata in “rappresentativa”. Al suo cospetto il re, come si conviene alla “fons honorum”, monta un destriero sellato e staffato che solleva la zampa sinistra e china la testa in reverente omaggio all'“Idea dell'Italia”. Mentre impugna le briglie con la sinistra, con la destra Vittorio Emanuele III regge il berretto militare di comandante delle forze di terra e di mare. Avvolto nel tricolore ondeggiante ripete la cerimonia di insediamento sul trono: il giuramento di fedeltà allo Statuto, come da articolo 22 della Carta albertina. Chiunque pretendesse alla successione dovrebbe fare altrettanto in forme rituali e al cospetto dei depositari della Tradizione.
Ritratto nell'anno del conferimento del diritto di voto politico a tutti i maschi maggiorenni alfabeti che avessero prestato servizio militare o trentenni anche se analfabeti, il Re ritratto da Calandra è quello delle grandi riforme del primo quindicennio del Novecento. È il sovrano orgoglioso dei nove secoli che avevano condotto la sua Casa dalla Savoia a Roma, da una contea transalpina a un regno che vantava colonie affacciate sul Mar Rosso, sulla costa orientale dell'Africa e sugli immensi spazi di Tripolitania e Cirenaica. Era il re della Terza Italia che nel 1911 aveva celebrato il primo mezzo secolo di unità nazionale (ma appena un quarantennio dall'annessione di Roma), sempre attento a tenere distinti (che non vuol dire separati o incomunicabili) lo Stato e la sua vita privata in seno alla Famiglia.
Con la guida del severo Governatore Egidio Osio, “Re Vittorio” aveva studiato a fondo le otto settimane durante le quali Carlo Alberto aveva partecipato ai lavori del Conseil de Conférence che in sole 12 sedute tra il 7 gennaio e il 4 marzo 1848 preparò la svolta coronata con la promulgazione dello Statuto. Poco fiduciosi nella maturità dei regnicoli, i sette “primi segretari di Stato” suoi componenti (Borelli, Avet, di Revel, Des Ambrois, Di San Marzano, Broglia e Cesare Alfieri) decisero che occorreva precorrere “la piazza” con la concessione della costituzione. Meglio concedere che rischiare di cedere. A quel modo sarebbe stata salva la Dignità del Potere: “dignità” che è tutt'uno con la Gerarchia e la meritocrazia come ha fatto intendere Mattarella.
Il Regno, il Re...
Flessibile, anziché rigido qual è la Costituzione della Repubblica, così difficile da armonizzare con i mutamenti culturali e sociali dettati dal fluire dei decenni, lo Statuto albertino fissò i capisaldi dello Stato, delegando “il resto” a commissioni di saggi. Fu il caso della legge elettorale. Lo Statuto si limitò a dichiarare che “la Camera elettiva è composta di Deputati scelti dai Collegi elettorali conformemente alla legge”. Toccava al Parlamento farla. Allo scopo il 17 febbraio venne nominata una commissione presieduta da Cesare Balbo, futuro presidente del Consiglio dei ministri, e formata dal meglio dei migliori: Giacinto Gallina, Federico Sclopis, Camillo Cavour, Riccardo Sineo... Poi le leggi elettorali furono pascolo del Parlamento, proprio come oggi. Non è colpa dei cittadini se funzionano alla meno peggio e a volte producono una dirigenza da mettersi le mani sulla testa. Andava meglio con i collegi monocamerali, eventualmente a doppio turno: dove tutti si conoscono, a differenza di quando prima o poi si andrà alle urne con esiti che nessun indovino sa prevedere.  
Lo Statuto entrò anche nel delicato terreno della separazione (non era mera “distinzione”) tra beni dello Stato, dotazione della corona e beni propriamente privati del sovrano e della sua famiglia. La questione è recentemente balzata all'attenzione per la richiesta, del tutto ragionevole, degli eredi di Umberto II di ottenere in restituzione i cosiddetti “Gioielli della Corona”, fatti recapitare in custodia provvisoria alla Banca d'Italia il 5 giugno 1946 e accolti da Luigi Einaudi che pare abbia domandato a Falcone Lucifero: “Ma perché non se li porta via?”. Al riguardo suscita stupore la dichiarazione perentoria del presidente dell'Unione monarchica italiana, Alessandro Sacchi: secondo lui quei Gioielli “non appartengono ai Savoia”. E allora? Chi pensava che la “più antica associazione monarchica” difendesse a spada tratta i diritti dei discendenti di Umberto II sarà rimasto di stucco. Un monarchico “doc” contro Casa Savoia (tutti i frami compresi...)? Il preopinante adduce a sostegno l'articolo 19 dello Statuto.
Per chiarire se abbia ragione o meno, è bene leggerlo come venne scritto e approvato da Carlo Alberto e rimase in vigore sino al 31 dicembre 1947. Esso recita: “(...) Il Re continuerà ad aver l'uso dei Reali palazzi ville, giardini e dipendenze, nonché di tutti indistintamente i beni mobili spettanti alla Corona, di cui sarà fatto inventario a diligenza di un ministro responsabile. (...)”.
Ma ben più importante è l'articolo 20 che, forse nella fretta di confutare i diritti della Famiglia Savoia, il preopinante Sacchi trascurò. Esso sancisce: “Oltre i beni che il Re attualmente possiede in proprio, formeranno il suo patrimonio ancora quelli che potesse in seguito acquistare a titolo oneroso o gratuito, durante il suo regno. Il Re può disporre del suo patrimonio privato sia per atti fra vivi, sia per testamento, senza essere tenuto alle regole delle leggi civili, che limitano la quantità disponibile.”
Il Re, insomma, aveva pur diritto di cambiare la camicia, comperare un quadro, fare beneficienza (e quanta ne fecero i sovrani sabaudi e le loro Consorti), passare quattrini agli irredentisti tramite emissari segreti (come attestò Ernesto Nathan), senza che lo Stato avesse titolo per chiedergliene conto. E così aveva titolo per donare un libro, un ninnolo o una gemma o per conservarla.
L'Orologio della Storia
Le forme dello Stato passano. L'Italia ne ha cambiata una nel 1946. Secondo molti la Carta vigente le sta stretta. Dopo due rielezioni di uno stesso presidente e mentre molti, come nulla fosse, chiacchierano di “semipresidenzialismo di fatto”, dalla piazza del Quirinale bello è vedere il Cupolone di San Pietro e gettare l'occhio verso il Gianicolo.
A Pietro Gesù Cristo disse:“Non canterà oggi il gallo che tu tre volte avrai negato di conoscermi” (Luca, 22, 34). Gesù fondò la Chiesa su Pietro, crocefisso in Roma a testa all'ingiù ove (si dice) sorge il Tempietto di San Pietro in Montorio. 
I traditori sono ovunque, come il fico al quale (si narra) Giuda si impiccò. Era un apprendista che, invido, odiò il Maestro.       
Aldo A. Mola

DIDASCALIA:  Quirinale. Orologio bronzeo dorato. Il Tempo passa per tutti. Passò per l'Antica Roma e quella medievale, per Cola di Renzo, per i papi-re e per i re d'Italia.

ORDO AB CHAO?
CORONA FERREA O DI SPINE?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 gennaio 2022, pagg. 1 e 6.

La Corona Ferrea conservata nella Basilica di San Giovanni Battista, Duomo di Monza.In principio era il Caos, ma...
… giovedì 14 marzo 1861 il primo parlamento nazionale, nato come VIII legislatura del regno di Sardegna e radunato in un'aula molto provvisoria allestita nel cortile di Palazzo Carignano a Torino, proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia. Fu la svolta di portata secolare. La legge venne pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale domenica 17, giorno poi assunto come data di nascita dello Stato d'Italia. Il suo 150° nel 2011 è stato celebrato con enfasi dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, comunista, repubblicano, non insensibile alle radici sabaude dell'Italia contemporanea da Mazzini e Garibaldi ad Azeglio, Cavour e ai quattro re, linfa vitale sino a Umberto II. Poiché la “tempesta magnifica” ebbe protagonisti anche il teologo torinese Vincenzo Gioberti e un lungo elenco di ecclesiastici (come l'abate di Montecassino) favorevoli all'immediata “conciliazione” tra il Sacro Soglio e il Regno, il 150° un tempo ritenuto frutto di un complotto satanico fu concelebrato dal Segretario di Stato vaticano, il salesiano Tarcisio Bertone, e dal presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco. Fu un anno che pareva irripetibile. Invece il miracolo si riaffacciò con il convegno italo-vaticano di tudi storici nel centenario di Porta Pia, l'1-2 ottobre 2020 (gli Atti saranno presto disponibili presso la Libreria Editrice Vaticana).
   La nascita del regno d'Italia fu l'unica novità statuale importante dell'Ottocento nell'Europa bloccata dal Congresso di Vienna e dalla Santa Alleanza (1815). Nulla a che vedere con l'Impero di Germania, alla cui proclamazione nel Salone degli Specchi del Castello di Versailles nel gennaio 1871 (un indimenticabile ceffone alla Francia) non presenziarono i re di Sassonia e di Baviera e altri principi germanici. L'impero degli Hohenzollern accorpò attorno al regno di Prussia, vincitore su Napoleone III e la Terza repubblica di Francia, stati e staterelli tedeschi, i cui sovrani non deposero affatto le loro plurisecolari insegne.
   Il regno d'Italia, invece, scaturì dalla concatenazione di insorgenze popolari (poco conta se eterodirette e promosse da società segrete, oggi scioccamente demonizzate), richiesta di annessione da parte di assemblee frettolosamente elette e plebisciti popolari che confermarono di volere Vittorio Emanuele II (di Savoia) loro re costituzionale. Mentre l'impero di Germania nacque dalla guerra vittoriosa dei sassoni contro i franchi (una delle tante scatenate nel corso di un millennio: altre due divamparono nella nuova Guerra dei Trent'anni che stremò l'Europa fra il 1914 e il 1945) la Nuova Italia sorse per processo interno e liberazione dallo straniero. Nacque insomma dalla volizione popolare di far coincidere confini geografici, politici, linguistici, costumali e “storici”.
Perciò il Regno fu lo Stato d'Italia, forte di simboli unificanti (anzitutto lo scudo sabaudo posto al centro del tricolore nazionale) e di riti capaci di collegare la realtà nuova all'età romana e preromana, la Terza Italia alle epoche precedenti: quella dei Comuni e delle Signorie (tutt'uno con Umanesimo e Rinascimento) e l'altra, dei consoli e dei Cesari, dei magici Etruschi.
   Per emblema del nuovo Regno venne scelta la Corona Ferrea, che non era mai stata di un principe “locale” né di papi o cardinali. Essa venne utilizzata per l'incoronazione dei sacri romani imperatori di nazione germanica dagli Ottoni a Corrado il Salico, da Federico Barbarossa a Carlo V d'Asburgo, per la cui consacrazione (1530), officiata da papa Clemente VII (de' Medici, domesticato con il sacco di Roma nel 1527), venne recata a Bologna.  Non la calcò il marchese Arduino d'Ivrea (955-1015), episcopicida, consacrato re d'Italia dal vescovo di Pavia in San Michele Maggiore nel 1002, ma aspramente avversato dall'arcivescovo di Milano e dal marchese Bonifazio di Toscana che chiesero al sacro romano imperatore germanico di spazzarlo via. Anziché far quadrato in difesa dell'Italia, le cui coste meridionali (e non solo quelle: ne sapevano qualche cosa la Liguria e le valli del Piemonte) subivano scorrerie di “saraceni”, islamici, a danno di tutti gli abitanti, si rivolsero al nemico storico d'Oltralpe e continuarono a farlo sino a Federico Barbarossa. Preferivano la regola “Signore lontano, briglie sciolte”. 
    Con quei precedenti non stupisce che la Corona Ferrea sia poi transitata dall'uno all'altro imperatore, sino a quando il 26 maggio 1805 Napoleone I la volle per sé e la impose quale emblema del regno d'Italia (Lombardo-Veneto, Emilia e altre terre annesse), affidato al ventiquattrenne figlio adottivo Eugenio di Beauharnais col titolo di viceré. Non era un regno vero, autocefalico, ben inteso. Quello era solo una gemma dell'impero dei Francesi, ma “parlava di Italia”. Sull'inizio furono in molti a scommettere sulla possibilità di farne scaturire uno Stato davvero indipendente. Quando da Maria Luisa d'Asburgo ebbe l'atteso figlio maschio Francesco Carlo Napoleone, destinato alla successione, Napoleone gli conferì il titolo di Re di Roma, a conferma della debellatio del potere temporale dei papi: una decisione che non ha mai portato soverchia fortuna (fu il caso di Casa Savoia).
   A Regno d'Italia proclamato, Vittorio Emanuele II rivendicò e nel 1866  ottenne da Francesco Giuseppe d'Asburgo la restituzione all'Italia della Corona Ferrea, consustanziale alla regalità, tramite il generale Luigi Federico Menabrea, che la recò a Torino. 
    Restituita al Duomo di Monza, sua “teca” originaria dai leggendari tempi della bavara Teodolinda, regina dei Longobardi, e assurta per universale sentire a espressione della sacralità del regno d'Italia, la Corona Ferrea fu recata a Roma per le solenni esequie di Vittorio Emanuele II. Altrettanto avvenne per i funerali di Umberto I, assassinato a Monza il 29 luglio 1900. I Re d'Italia, che non un proprio mausoleo e per “salire in trono” giuravano fedeltà allo Statuto a capo scoperto, furono seguiti dalla Corona Ferrea per la loro tumulazione provvisoria nel Pantheon di Roma, in attesa che venisse completato il Vittoriano, concepito quale Mausoleo dei sovrani secondo progetti concatenanti le loro spoglie con la Dea Roma che accoglie i capi di Stato stranieri e nostrani, anche cattolici osservanti, in visita “religiosa” all'Altare della Patria.
   Lo Stato d'Italia resse alle scosse telluriche più devastanti: non solo quelle “naturali” di Casamicciola o di Messina e Reggio di Calabria, ma anche le altre e peggiori, opera di uomini, quali lo sconquasso politico-partitico all'indomani della Grande Guerra, l'eclissi del sistema parlamentare, l'avvento del regime di partito unico e quanto ne seguì tra il 1926 e il 1943.
   Il Regno sopravvisse anche alla catastrofe del suo intervento nella seconda Grande Guerra europea (1939-1945) dal 1941 divenuta mondiale: una decisione azzardata, seguita da scelte caotiche, spesso dissennate, destinate a trascinare il Paese nella sconfitta nel volgere di un anno dalla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d'America (dicembre 1941). Nel novembre 1942 gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e Algeria e sette mesi dopo mossero all'assalto della Sicilia e dell'Italia meridionale, strategica per il controllo del Mediterraneo e base del lungo assedio alla Germania e dell'offensiva finale: irrompere nel suo territorio con l'obiettivo, mancato nel 1918, di sfasciarne l'unità politica, spostandone i confini a piacere delle “Nazioni Unite” vincitrici.
    L'Italia sorta nel 1861 e cementata dalla vittoria nella Grande Guerra sopravvisse anche alla resa senza condizioni del 3-29 settembre 1943 e alle sue pesantissime conseguenze, inclusa l'imposizione del Governo militare alleato. Gli anglo-americani, come anche l'Unione sovietica, compresero che a tenere insieme i “popoli d'Italia” era lo Stato sorto dal Risorgimento. La sua unità era la garanzia del rapido ritorno tra le democrazie parlamentari, come l'Italia era stata da Camillo Cavour e Quintino Sella a Giovanni Giolitti. Lo ricordò Benedetto Croce quando ruvidamente corresse Ferruccio Parri, secondo il quale prima dell'avvento di Mussolini l'Italia non era stata una vera democrazia. L'improvvida affermazione dell'ex comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” costituiva un immeritato regalo retroattivo a Mussolini, il cui successo nel 1922-1924 era stato appunto legato all'irrisione dell'“Italietta” e alla svalutazione dell'età liberale: la stessa poi ripresa e proseguita dalla storiografia anglo-dipendente. Fu il caso del veneratissimo Denis Mack-Smith, che ridusse l'età liberale a “dittature parlamentari”, a beneficio della retorica vetero-gramsciana e intrinsecamente anti-patriottica secondo cui la redenzione dell’Italia era ed è affidata al Nuovo Principe: il “partito di massa” vindice della “rivoluzione mancata”. Da quell'humus scaturirono il “proletariato senza rivoluzione” e le tante e sempre verdeggianti fiabe del sessantottismo perenne, che accomuna tutte le ideologie anti-sistema, incluso il cattolicesimo anti-nazionale e anti-curiale.
   Quando, oltre un anno dopo la fine della guerra in Europa, mentre stava sperimentando il ritorno all’elettività delle cariche (introdotta dallo Statuto albertino del 4 marzo 1848) ed era confortata dall'introduzione del voto femminile per decreto firmato da Umberto di Piemonte, Luogotenente del regno d'Italia, la quieta evoluzione del “sistema-Italia” all'insegna della continuità subì la profonda e mai cicatrizzata ferita. Il governo formato con il benestare degli Alleati (era tra le clausole della resa) avocò arbitrariamente le funzioni del capo dello Stato e ne conferì l'esercizio al democristiano presidente del Consiglio Alcide Degasperi (questa, ricorda Nico Perrone in un saggio di imminente pubblicazione per BastogiLibri, è la grafia originaria del suo cognome, corrotto in De Gasperi quando venne annotato nell'elenco dei deputati alla Dieta di Vienna).
   Era il 13 giugno 1946. Lo Stato d'Italia si trovò inopinatamente con due Capi: Umberto II, subentrato il 9 maggio al padre Vittorio Emanuele III e riconosciuto dalla Comunità internazionale (si vedano, per conferma, i Documenti diplomatici internazionali), e, appunto, De Gasperi. Il Paese rischiò il caos, scongiurato di misura dalla sofferta decisione di Umberto II di lasciare il suolo patrio.
   Poiché oggi circolano chiacchiere sgangherate sulla legittima richiesta dei suoi eredi di verificare a chi spettino i “Gioielli della Corona”, va ricordato che il Re non solo non li portò con sé (come pure avrebbe potuto fare, anche secondo Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia) ma per fronteggiare la vita all'estero (dall'Assemblea Costituente tramutata in condanna all'esilio) chiese un prestito in denaro a Pio XII, contro deposito di suoi beni personalissimi. Debito puntualmente saldato.
   In principio della Repubblica, dunque, vi fu il caos dei poteri. Gli atti pubblici continuarono a risultare “in nome di Umberto II, Re d'Italia” sino al 19 giugno (un mercoledì, sacro a Mercurio, protettore degli imbrogli), quando finalmente la “Gazzetta Ufficiale” pubblicò i risultati del referendum istituzionale del 2-3 precedenti, “certificati” a maggioranza dalla Corte suprema di Cassazione alle 18 del giorno precedente, con un colpo di stato contro la lingua italiana, giacché per votanti vennero intesi i voti validi anziché gli elettori recatisi alle urne.
   La decisione del governo del 13 giugno fu il punto di arrivo della consorteria dei partiti che lo componevano. Essi non erano affatto espressione della nuova Camera ma dei componenti del Comitato di Liberazione Nazionale, l'“esarchia” che risaliva all'agosto 1943, quando i suoi animatori, raccolti nella casa romana del democristiano Giuseppe Spataro, decisero di essere gli unici autentici depositari della “volontà popolare” e di non riconoscere il governo presieduto da Pietro Badoglio su nomina di Vittorio Emanuele III. Ma quel “concerto a sei voci” (come Giulio Andreotti intitolò un gustoso “memoriale”) era un coro armonico? I vincitori (anglo-americani da un canto, stalinisti all'altro) li tenevano sotto controllo e li spingevano gli uni contro gli altri in una guerra fratricida destinata a indebolire l'Italia, già provata dalla sconfitta militare, da due anni di guerra civile e sotto l'incubo del trattato di pace punitivo. Chissà come verrà ricordato nel suo 75° anniversario, il prossimo 10 febbraio 2022 dal successore di Sergio Mattarella. Confidiamo non si risolva nell'ennesima mano tesa verso chi ha occupato le terre redente nella guerra del 1915-1918 a prezzo dei tanti sacrifici ricordati nel centenario della tumulazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria lo scorso 4 novembre, in un clima di concordia civile che a pochi mesi di distanza già pare dissolto.
    Nessuno stupore, dunque, se l'elezione del Capo dello Stato avviene come avviene: non all'insegna della Corona Ferrea ma della corona di spine che “cinge la chioma” dell'Italia nata dal gesto rivoluzionario del 13 giugno 1946.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: La Corona Ferrea conservata nella Basilica di San Giovanni Battista, Duomo di Monza.

LA PARABOLA FERDINANDEA
Quante bandiere sull'Isola che non c'è.

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 gennaio 2022, pagg. 1 e 6.


Una suggestiva immagine della leggendaria isola Ferdinandea (1831).Terra del primo che passa?
Nel giugno 1831 la piattaforma continentale tra la Sicilia meridionale e Pantelleria venne squassata da un fortissimo terremoto. L'onda sismica raggiunse Palermo, nella rassegnata indifferenza della popolazione. Dieci anni prima la Sicilia aveva visto di peggio. Com'è come non è, tra il 10 e l'11 luglio un'ennesima scossa fu seguita da un'eruzione vulcanica e, sorpresa, emerse un'isola avvistata da un paio di marittimi siciliani, che ne dettero avviso senza che nessuno ci facesse troppo caso. Un capitano inglese, invece, navigando nelle acque tra Sciacca e Pantelleria, ebbe un sobbalzo: nel bel mezzo del mare (37,11 latitudine nord e 12,44 longitudine est) era spuntata una “terra” di cui nessuno sapeva niente. Miracolo? Senza perdere tempo ne prese possesso, come accade di qualunque relitto abbandonato, sino a un attimo prima “res nullius”. Il 24 agosto fece piantare la bandiera inglese sulla “escrescenza” da lui denominata “Graham”. La Francia era da poco passata da Carlo X (che aveva avviato la conquista dell'Algeria) a Luigi Filippo d'Orléans. Parigi non voleva intromissioni di terzi in un mare che considerava suo. Pertanto il 26 settembre arrivò in vista dell'isola il brigantino francese “La Flèche” con tanto di tricolore, un geologo, Constant Prévost, portato di scorta sull'esempio della spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto (1798) e, in mancanza di macchine fotografiche e di videocamere, un pittore, Edmond Joinville, al quale si debbono splendide “panoramiche” dell'isola che non c'era. Naturalmente il comandante fece issare il tricolore francese sul cacumine dell'isola, ribattezzata “Julia” dal mese della sua emersione.
Però il geologo scrollò il capo. Era inutile contendere agli inglesi una “panna montata” da un estemporaneo moto tellurico: come era sorta, così si sarebbe dissolta, tra mareggiate e intemperie, poiché la natura fa il suo corso, al di là della presunzione degli ominidi di modificarla a propria irsuta immagine e somiglianza.
   Il “montrucco” non era né la Rocca di Gibilterra né Malta, però Ferdinando II di Borbone (1830-1859), da poco re delle Due Sicilie in successione a Francesco I (1825-1830), non poté rimanere muto spettatore a cospetto di quello sventolio di vessilli stranieri sul tronco di cono scaturito nel bel mezzo del “suo” canale di Sicilia. Perciò spedì a prenderne possesso il capitano Corrao, che era stato tra i primi a vederla affiorare e a darne notizia. Detto fatto, questi andò, piantò la bandiera borbonica sull'isola tremolante e la battezzò “Ferdinandea”. Sembrava fatta. Sennonché si stagliò sull'orizzonte una fregata. Inglese. Il suo capitano, Jenhouse, ne rivendicò la sovranità di sua maestà britannica. La disputa rimase aperta.
   Accorsero anche geologi e vulcanologi a dire la loro. Carlo Gemmellaro, docente all'Università di Catania, pubblicò la scrupolosa “Relazione dei fenomeni del nuovo vulcano sorto dal mare fra la costa di Sicilia e l'isola di Pantelleria nel mese di luglio 1831”. La contesa aveva però altre motivazioni. La monarchia borbonica era “sotto osservazione” da quando Ferdinando IV era fuggito da Napoli, travolto dalla rivoluzione sobillata da agenti francesi e da illuministi e giacobini partenopei e si era trincerato in Sicilia sotto protezione degli inglesi, che più tardi con lord Bentinck gli imposero l'emanazione di una costituzione (bicamerale, per non contrariare i “baroni”), l'allontanamento della sovrana Maria Carolina (da nessuno rimpianta) e lo restaurarono a Napoli ove assunse titolo di re delle Due Sicilie, per umiliare i fedifraghi partenopei. 
   Mentre le cancellerie di mezza Europa discettavano su chi ne avesse la sovranità, in pochi mesi da tre miglia di circonferenza l'isola si ridusse a uno e mezzo. Anche la sua altezza via via scemava. A novembre superava di poco il pelo dell'acqua. A dicembre era ormai invisibile. Come un'orca marina riaffiorò nel 1846, due anni prima della rivoluzione indipendentistica della Sicilia, sanguinosamente repressa dal Borbone, e nel 1863, tre anni dopo la garibaldina impresa dei Mille. Nel 1968, in linea con i moti studenteschi, ebbe un (per ora) ultimo sussulto, in coincidenza con il catastrofico terremoto che devastò la valle del Belice.
   Per scongiurare nuove rivendicazioni straniere, sul suo fondale fu calata una targa (poi forse casualmente distrutta ma prestamente rinnovata) che recita “Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano”. Non “italiana”? Sia come sia, con i suoi nove crateri vulcanici il Banco Graham, dal quale emerse e sul quale tornò in quiescenza, è monitorato dall'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Si confida che le sagome qui è là stagliate sui suoi fondali non vengano più scambiate per sottomarini libici e colpite da missili sganciati da aerei in rotta verso/contro la Libia (come accadde in un passato neppure tanto remoto).
Garibaldi e Cavour sotto tutela franco-britannica
La “Ferdinandea” è una “metafora”, anzi una “parabola”. Insegna che appena nasce un lembo di Nuova Italia subito accorrono bandiere straniere a rivendicarne la sovranità con seguito di scienziati chiamati a dar manforte, come Friedrich Hoffmann, docente all'Università di Berlino, che fu tra i primi ad avvicinarsi e a studiare l'“isola senza futuro”, sorta e sprofondata quasi per burla.
La sua vicenda rispecchia quella della spedizione di Garibaldi del maggio 1860. Salpati da Genova perché Francesco Crispi imbrogliò le carte e incoraggiò l'“eroe” assicurandogli che la rivoluzione in Sicilia stava vincendo, mentre era dispersa dai lealisti, i due vapori che trasportarono i (circa) “Mille” (tutti maschi, meno la moglie di Crispi, poi ripudiata) attraccarono a Marsala indisturbati. Tra loro e le navi borboniche, pronte a cannoneggiarli, s’interposero gli inglesi. Nelle prime righe delle Memorie Garibaldi non mancò di ringraziarli come santi protettori perpetui. I britannici avevano motivo di propiziarne la vittoria. Temevano che, in cambio dell'aiuto francese nella conquista/annessione dell'Italia settentrionale e del Granducato di Toscana (che voleva dire il porto di Livorno), con sommo cinismo Vittorio Emanuele II e Camillo Cavour cedessero a Napoleone III non solo la Savoia e la contea di Nizza, ma anche valichi alpini rotabili tutto l'anno, l'intera Liguria e magari persino la Sardegna, così lontana da Torino, povera e selvaggia.
La partita era aperta. Garibaldi in Sicilia sparigliava i giochi di Torino: costringeva il “Piemonte” a scrollarsi di dosso la dipendenza da Parigi e a prendere atto del peso dell'Inghilterra nel Mediterraneo, da Gibilterra a Malta e al Vicino Oriente. Nel volgere di poche settimane il garbuglio divenne sempre più intricato. L'“Italia” dell'estate 1860 fu la nuova “Ferdinandea”. Emerse da secoli di dominazioni straniere e di sovrani dipendenti da Vienna, Madrid o Parigi e innalzò il tricolore nazionale (quello proposto a Reggio Emilia da don Giuseppe Compagnoni, che aveva temporaneamente deposto la talare). Ma al tempo stesso prese atto delle bandiere che britannici e francesi piantavano ben salde ai lati del suo cammino. Indicavano la rotta e ipotecavano il futuro, come facevano le banche franco-britanniche, larghe nell'elargizione di prestiti ai sovrani d'Italia (papa Pio IX compreso), quanto rigide nell'esazione dei debiti. Lo confermò Napoleone III quando ai messaggeri di Vittorio Emanuele III recatisi a informarlo che il re doveva scendere in armi nel Mezzogiorno per tagliare la strada di Roma a Garibaldi rispose laconicamente: “Fate, ma fate in fretta”. L'Europa andava posta dinnanzi ai “fatti compiuti”, completi di quelli “irreversibili”, ovvero l'eliminazione fisica dei nemici irriducibili. In pochi mesi si stava cambiando la carta politica d'Europa con blande proteste dei sovrani spodestati. Il re di Sardegna avanzò attraverso Marche e Umbria e, senza dichiarazione di guerra, forzato il passo del Macerone, irruppe in Campania e divenne re “d'Italia”. Dal canto suo Londra tenne sotto sorveglianza Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo e tutti gli antagonisti e i nemici della monarchia sabauda accorsi a Napoli e disseminati nell'ormai dissolto regno delle Due Sicilie. Le ultime roccaforti borboniche, da Gaeta a Civitella del Tronto, erano capitoli di un libro chiuso ma, al tempo stesso, pagine d’esordio di uno nuovo.
Il magma vulcanico permanente
Il regno unitario nacque con tre malanni: la contrapposizione tra “volontari” ed esercito regolare, tra fautori del nuovo regime e suoi avversari strenui (sette anni di “grande” e piccolo “brigantaggio” e una repressione dal costo che avrebbe sfiancato uno Stato secolare, figurarsi quello appena nato) e infine la “scomunica maggiore” fulminata da Pio IX contro Vittorio Emanuele II, il suo governo, parlamentari, prefetti, militari, diplomatici, funzionari, ecc. ecc.: tutti agenti del complotto satanico ordito ai danni del Vicario di Cristo. Riesce difficile comprendere il peso della scomunica in tempi, come gli attuali, di secolarizzazione e di “cattolici adulti”; ma all'epoca la condanna perpetua alle pene dell'Inferno costituiva un incubo di portata immensa.
   Della scomunica papale poco importava alla regina Vittoria e ai governi britannici, da secoli indifferenti nei confronti del primato spirituale dei pontefici; meno ancora essa turbava gli spiriti magni della Francia di allora, come Jules Michelet e Victor Hugo. Motivo ulteriore perché la Nuova Italia drizzasse sempre più la barra verso le due potenze dominanti, Francia e Gran Bretagna. Esse non erano solo signore del Canale di Suez, prossimo all'apertura e, per conseguenza, dell'intero bacino mediterraneo, ma soprattutto delle coscienze, delle lettere e delle arti.
A quella luce si comprende l'affanno della cultura propriamente “nazionale” post-unitaria, di quanti mirarono a emancipare l'idea e l'immagine dell'Italia dal debito nei confronti dei suoi nuovi dominatori e puntarono sulla Germania per recuperare medio evo e romanità classica. Fu il tormento della bolognese Alma Mater Studiorum, con il geografo Celestino Peroglio, il latinista Giambattista Gandino, il germanista Emilio Tesa e il sommo Giosue Carducci, che si mise a studiare forsennatamente il tedesco e non mise mai piede né a Parigi né in Inghilterra.
   Come novella isola Ferdinandea, l'Italia sognata dai suoi artefici risorgimentali prese via via cognizione che i marosi, i venti e gli imprevedibili movimenti tellurici avrebbero potuto eroderla. “Stare nella storia” divenne sempre più oneroso. Lo annotò con amarezza il coltissimo Ferdinando Martini quando prese a scrivere il “Diario” mentre divampava la Conflagrazione europea: “L'Italia non può fare la guerra e non può non farla”. Era incatenata al remo della storia. Nel 1915-1918 resse la durissima prova. Messasi da sé sulla china sbagliata con l'intervento del 10 giugno 1940 a fianco della Germania di Hitler, negli anni seguenti non fece altrettanto. Si affossò.
  Dal 1848 in poi il regno di Sardegna e quello d'Italia vissero col fucile permanentemente al piede e passarono da una all'altra dichiarazione di guerra: 1866 contro l'impero d'Austria, 1894 contro l'Etiopia, 1911 contro l'impero turco-ottomano, 1915 contro Austria-Ungheria, 1916 contro la Germania (con motivazioni irrisorie), 1935 contro l'Etiopia, 1939 contro l'Albania, 1940 contro Francia e Inghilterra,1941 contro l'Unione sovietica e addirittura gli Stati Uniti d'America, 1943 contro la Germania... Non era ancora finita la seconda guerra mondiale che, sulla scia della “cobelligeranza” ideata da Pietro Badoglio (13 ottobre 1943), il governo presieduto dall'antico interventista Ferruccio Parri dichiarò guerra all'impero del Giappone, prima ancora che lo facesse l'Unione Sovietica di Stalin.
   Fu l'ultima volta. Anche perché l'Italia era vincolata dalla “resa senza condizioni” sottoscritta il 3-29 settembre 1943: così umiliante che venne tenuta segreta. Come segrete furono a lungo le clausole del cosiddetto Trattato di pace del 10 febbraio 1947, che misero l'Italia mani e piedi legati dinnanzi ai vincitori. I quali le imposero la rinuncia alle colonie, la demilitarizzazione di una fascia di 20 chilometri dalle nuove frontiere, l’eradicazione di terre italianissime da appena vent'anni congiunte alla Patria. Non bastasse, il Diktat sottoscritto di malavoglia da parte dell'Italia asserì che a rovesciare Mussolini da capo del governo il 25 luglio 1943 erano stati chissà quali “democratici”, anziché (come invece avvenne) Vittorio Emanuele III, unico vero protagonista di quei mesi difficili, come gli anglo-americani avevano esplicitamente  riconosciuto proprio negli strumenti di resa. A quel modo, col Trattato di pace  i “vincitori” avallarono il “gesto rivoluzionario” compiuto dal governo De Gasperi-Togliatti-Nenni  il 13 giugno 1946, quando Umberto II fu costretto a  l'Italia per non attizzarvi una nuova guerra civile. 
Ora e sempre “Ferdinandei”?
Perché mai rinvangare in questi giorni quel passato apparentemente remoto? Perché esso non è passato affatto. Incombe. Nessuno può scandalizzarsi se a pilotare l'elezione del quattordicesimo presidente dello Stato d'Italia siano anche le Cancellerie straniere e i quotidiani finanziari e politici di Londra e degli USA, in aggiunta ad ambienti di Bruxelles (più defilati perché privi di munizioni “da fuoco e da bocca”, indispensabili per “fare storia” come insegna lo storico militare Oreste Bovio), cioè di chi regge le dande economiche e finanziarie dell'Italia e si attende che siano rispettati i patti e vengano pagati i debiti senza intralcio per le “basi” che il Paese ospita in linea con la sua adesione alla Nato deliberata dal governo l'11 marzo 1949, senza neppure conoscerne lo statuto, almeno in sunto. 
   Mentre giace otto metri sotto il livello del mare, l'antica isola Ferdinandea dal Banco di Graham sussurra all'Italia ventura che non si elude la Storia. Conoscerla non significa certo poterla cambiare. È un lenitivo per viverci, confidando che altre scosse telluriche, lì o nel Tirreno ove sonnecchia il vulcano Marsili, non costringano a distogliere lo sguardo dalle vanità delle vanità.
  L'Italia sognata da Santorre di Santarosa, Andrea Vochieri, Ciro Menotti, don Enrico Tazzoli, padre Ugo Bassi, i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e  via continuando (non per caso tutti nomi distintivi di logge massoniche) doveva ergersi una, indipendente, libera... non fatta di pietra pomice, atta a levigare margini di ferite antiche, bensì blocco di marmo senza scalfitture.  
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Una suggestiva immagine della leggendaria isola Ferdinandea (1831).

L'ETÀ DELL'ACQUARIO
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 gennaio 2022, pagg. 1 e 6.


DIDASCALIA: Sandro Botticelli, La Primavera (Firenze, Museo degli Uffizi”). Gli Acquariani non hanno inventato proprio nulla. Nel Rinascimento li anticipò  Lorenzo il Magnifico (1449-1492) nel “Trionfo di Bacco e Arianna”: “Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia!/ Chi vuol esser lieto sia/ del doman non v'è certezza.//Quest' Bacco e Arianna,/belli e l'un de l'altro ardenti:/perché 'l tempo fugge e 'nganna/ sempre insieme stan contenti// Ciascun suoni, balli e canti!/Arda di dolcezza l core!/ Non fatica, non dolore! Quel c'ha esser, convien sia...”. Due anni dopo la sua morte in Italia piombò Carlo VIII di Valois e iniziarono secoli di guai e di servitù, mentre i grandi navigatori italiani varcavano gli Oceani per conto dei Re di Spagna, di Portogallo e di Francia.Zodiaco e vecchi merlotti

Il 2021 si è chiuso in maniera convulsa. La legge di bilancio (prendere o lasciare), gufate a non finire, niente neve a sciovie aperte, isole tropicali fuori portata, previsioni attendibili zero sul Presidente della Repubblica di là da venire. Un disastro, ma poi...

... ecco, ora finalmente trionfa l'Età dell'Acquario. Era stata annunciata con anticipo sulla fine del Novecento. In vista del fatidico 1° gennaio dell'Anno Duemila (che tale è solo con riferimento alla nascita di Gesù Cristo, datata su calcoli notoriamente errati), interi scaffali furono inondati da libri profetici sul suo avvento. Mentre echeggiavano languide musiche e cantilene speranzose, vennero contrapposti i (mai esistiti ) timori dell'anno Mille alla fiduciosa attesa del Terzo Millennio, promessa di prosperità, di fratellanza e di bontà “h24”.
Accolta da entusiasmo frenetico e da brindisi alla eterna giovinezza, l'Età dell'Acquario durò a lungo nell'immaginario collettivo di un Occidente accoccolato su un tappetino di erba artificiale, immerso nella contemplazione del vuoto e assorto nell'oblio della Storia. Prima del Presente, nulla. Solo “innocenza”. 
  Pochi anni sono bastati per il brusco risveglio. La prevedibile bolla finanziaria esplose appena un lustro dopo lo scoccar dei tappi e galoppò per anni con effetti devastanti. Rimase agghiacciante l’immagine della frotta di impiegati che mestamente uscivano dai grattaceli del “potere” con lo scatolone degli “effetti personali”. L'onda della crisi si mosse, lenta ma inesorabile. Anziché perdere forza, divenne via via più violenta e infine si abbatté sull'Europa. Paesi indebitati sino al collo per acquisto di armamenti aggiuntivi rispetto al già costosissimo sistema difensivo che doveva garantirne l'incolumità senza oneri ulteriori precipitarono nella miseria nera, quella antica, che attanaglia le viscere e scava le occhiaie. Pochi chilometri a est dell'Italia fu la tragica sorte della Grecia, che non è solo sfarfallio di isole per vacanze incantevoli, quale all'epoca veniva percepita dai turisti dell'Europa centro-occidentale in ripiegamento dalla leggendaria Thailandia.
Come stupirsi se per risalire la china, perduta la sovranità effettiva, anche popoli dalla grande storia abbiano ceduto alla Repubblica popolare cinese i gioielli di famiglia, come han fatto i greci col porto del Pireo? Pechino è il Monte dei Pegni globale per Stati stretti alla gola dal debito pubblico straripante e prima o poi costretti ad arrendersi al mercato planetario. Tornano in memoria gli ultimi profetici versi del “Meminisse horret” di Giosue Carducci: “su 'l gran Campidoglio, si scigne le gonne/e nuda su l'urna di Scipio si dà”.
   Bello era sognare l'Età dell'Acquario. Il ricordo della decennale disastrosa guerra nel Vietnam era così lontana che l'“Occidente” ne imboccò un'altra, ventennale: l'intervento militare contro i talebani in Afghanistan, per “esportarvi la democrazia”, come se questa sia un corso di danza o di cucina anziché il frutto maturo di lotte plurisecolari condotte da esigue minoranze per l'avvento di principi civili quali libertà, uguaglianza dei diritti e solidarietà sociale, duri da capire e ancor più da praticare. Valgono poco o nulla se rimangono scritti nei “catechismi” e non sono abito quotidiano di un ampio numero di cittadini (il consenso totale è un mito pericoloso).
Non si accorsero i devoti cultori della New Age che la “guerra”, come il Serpente della Genesi, anno dopo anni si stava lentamente avvicinando all'Europa, illusa di aver saldato il conto della storia con la frettolosa e caotica decolonizzazione della seconda metà del Novecento. Identica miopia imperversò a cospetto della Primavera araba, volta al plurale quando ci si avvide che la Tunisia non è l'Egitto e che per motivi geopolitici e storici il Cairo  (di Nasser, di Mubarak o di al-Sisi) non poteva e non può permettersi di lasciare via libera ai Fratelli Mussulmani. Lo spiegò per anni (e ne conversammo a lungo, anche all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) l'oggi dimenticato Igor Man (1922-2009).
L'età dei Pesci, durata 2155 anni, spiegarono i turibolanti nunzi dell'Età dell'Acquario, era stata dominata “dal dolore, dal fanatismo, dallo scetticismo, dal conformismo e dalla tendenza a guardare al passato invece che al futuro”: mali necessari, questi, per temprare l'Uomo Nuovo. Vittoriosi su ignoranza, paura ed egoismo gli acquariani avrebbero guidato l'Umanità per altri 2155 anni sulla via che conduce a felicità eterna, libertà infinita e giustizia assoluta (tutte maiuscole, che qui risparmiamo), grazie allo sviluppo dell'Astrobiologia e del firmamento di scienze sperimentali, deduttive, di controllo e di armonizzazione (come psicoterapia, elettroterapia, ipnotismo, magnetismo, omeopatia, agopuntura, taumaturgia, pranoterapia e naturismo, con o senza olii e creme). Fu così che uno studioso vigile e capace di ironia, come Massimo Introvigne, aprì i riflettori del Centro studi sulle nuove religioni da lui fondato e diretto.
Il Portolano della miriade di covi che mescolavano occultismo, esoterismo, ermetismo, magia, alchimia, cabala e panteismo, senza trascurare gli Ufo, il neopaganesimo e le “culture” underground e alternative, portavano diritti filati alla macrobiotica, alla “medicina differente”, all'etologia e, guarda un po', all’ecologia, quando Greta T. era ancora di là da venire a giudicare i plasticomani. In quel fervore di rinnovamento etico un editore milanese contro l'invio di 500 lire in francobolli spediva un poderoso catalogo di articoli e libri per “prepararsi al futuro che l'ignoto nasconde”.
Nel 1975 i precursori dell'Età dell'Acquario promisero l'aurora della “pace perpetua” (che invero non sempre suona di buon augurio) anche con la consolazione della musica. Per sole 6.120 lire una Casa di Firenze vendeva cinque dischi di “voci della speranza” propizianti l'Età Novella con note “di alta religiosità”. Lugubre.
Tra le molte, una fotografia sintetizzò quell'epoca di ardimenti umanitari vagamente onusiani. Ritrae l'attualmente novantasettenne Jimmy Carter, presidente degli USA, che a Camp David il 26 marzo 1979 stringe tra le sue le mani del presidente dell'Egitto Anwar es-Sadat (affiliato alla benemerita e a torto vituperata loggia “Propaganda massonica” n. 2) e dell'israeliano Begin. A quattro anni dalla catastrofica fuga degli americani da Saigon, era l'annuncio della pace dopo 25 anni di guerre nella zona militarmente più torrida del pianeta. Sennonché, detto fatto, Sadat venne platealmente assassinato da fondamentalisti islamici e il 4 novembre 1994 Yitzhac Rabin, primo ministro e ministro della Difesa dello Stato di Israele, fautore dell'accordo di Oslo con Yasser Arafat, appena dichiarato che era giunta l'ora della pace, fu ucciso da un israeliano non meno fanatico.
L'Età dei Barracuda...
L'Acquario, però, non è solo simbolo zodiacale ed estatico annunzio dell'Era sin qui evocata, popolata di novelli Principi Rosa+Croce, Neo-templari, Illuminati, Elevati, Arrampicati, Equilibristi e via fantasticando. È anche la Grande Vasca nella quale guizzano pesci multicolori. A volte gli Acquari sono giganteschi serbatoi di specie marine rare e affascinanti. Si muovono come natura loro detta per la meraviglia dei visitatori, che non sempre si domandano come essi si cibino. Se homo homini lupus, non da meno sono i pesci che si pascono a vicenda secondo una catena alimentare che non dovrebbe suscitare scandalo. I barracuda, per esempio, sono come certi partiti e gruppi parlamentari. Luminescenti, dalla vista aguzza e dai denti che non perdonano si muovono in gruppo in acque fangose, circondano la preda come fossero in piazza del Duomo a Milano e poi divorano.
Come più non suscita scandalo nel cittadino-spettatore lo spettacolo oggi fornito da certi movimenti dalle dimensioni più varie e dai colori fantasmagorici che si aggirano instancabili nell'Acquario della “politica” italiana per risolvere l'enigma della partita tripla incombente: elezione del capo dello Stato (non nomina, come invece scrivono e dicono illustri editorialisti), conferma dell'attuale valentissimo presidente del Consiglio dei ministri (previe dimissioni di rito) o nomina di un chissà quale suo successore; scioglimento più o meno anticipato di Camere brancolanti nel vuoto, in perenne attesa che dal Cielo discenda su di loro la fiammella della legge elettorale che non sanno darsi da sé.
Affascinato sino allo smarrimento dal luccichio delle squame di movimenti e partiti, di gruppi e sottogruppi, pescecani di lungo corso e pesciolini dall'aria impaurita, come il leopardiano pastore errante dell'Asia volgendo gli occhi al cielo si domandava “A che tante facelle”, così il cittadino-spettatore odierno s'interroga sul senso di questo gran daffare politico-partitico “h24” e comincia a sospettare che forse tanti “non sanno quello che si fanno” e, peggio ancora, quel che “ci fanno”. 
Il dubbio che qualche congegno del regime instaurato il 1° gennaio 1948 davvero non regga più, come accade a tutti gli “impianti” usurati dal tempo, mai sottoposti a verifica e ammodernati, va oltre il sistema parlamentare e lambisce la soglia del Palazzo dei Papi, più noto come Quirinale. Ne parlammo a lungo e ripetutamente con l'inascoltato e sempre rimpianto Marco Pannella, precursore delle “picconate” di Francesco Cossiga, “provocatore” non per il gusto di demolire ma per ridestare il Paese che fu “culla del diritto” ma (come mi ripete un insigne giureconsulto e storico) a furia di cullarcisi “si è addormito”. Valga, a conferma, l'immobilismo di Istituzioni, come il CSM, sui quali le richieste corali di “aria, luce e pulizia” sono come rugiada sulla catena dell'Himalaia. Ma la Primavera (nostrana) del 2022 se non altro porterà con sé il referendum, se lo scioglimento delle Camere non lo rinvierà... sine die.
  Stanco di inseguire le piroette dei barracuda, il cittadino-spettatore lentamente sposta l'attenzione dalla bolgia dei pesci alle paratie dell'acquario. Esse costituiscono un blocco unico, senza suture, e sono spessissime. Dopo averle a lungo guardate improvvisamente egli le vede e comprende che sarebbe vano tentar di influire su chi vi sguazza, esprimendo la propria opinione e magari recandosi alle urne. Il mondo del cittadino-spettatore e l'Acquario sono separati da una paratia impenetrabile. Chi sta all'esterno ha il diritto di guardare, senza porre domande fastidiose. Deve bastargli di “rimanere all'asciutto”.
...e dei decreti con effetto immediato.
Un altro rovello assale il cittadino-spettatore dinnanzi all'Acquario multicolore. Ma se davvero per fronteggiare la pandemia occorrono misure drastiche e immediate e se, come da tempo sentenziato e finalmente capito anche “in alto”, i famigerati Decreti del presidente del Consiglio dei ministri evocano i pesi peggiori vissuti dagli italiani dal 1945 a oggi, perché mai per combatterla il governo attuale che vanta una maggioranza vastissima è ricorso a un decreto-legge, immediatamente esecutivo dalla controfirma del presidente della Repubblica ma da approvare entro 60 giorni dalla sua emanazione? Perché non ha portato direttamente in Aula un disegno di legge di poche e chiare parole anziché una cassata di sei articoli articoli (introdotti da dodici “visto”, due “considerato”, due “ritenuta” e un altro “visto”) con seguito di quater, quinques, sexies...? Chi dice che, con gli scossoni che si annunciano, le Camere approveranno il decreto legge nei tempi previsti? E che cosa accadrà dei provvedimenti nel frattempo eseguiti e subìti, sanzioni incluse? Alla fin fine chi si deciderà una buona volta a distinguere tra “non vaccinati” e “no vax”? La differenza filosofica, culturale e giuridica è abissale. Richiede il “discernimento” insegnato dai padri della Compagnia di Gesù.
Queste considerazioni non sono polemiche astruse. Sono domande tanto ovvie quanto necessarie. Com’è necessario domandarsi se esista una legge che obbliga i cittadini a disprre e saper usare un cellulare di nuova generazione, un tablet, un personal computer per ricevere messaggi dalle “autorità competenti” su quel che debbono o non debbono fare. Abbiamo visto qual è il loro uso da parte di aziende che licenziano in tronco i dipendenti con un “messaggino”. In un Paese nel quale gli uffici comunali impiegano mesi a consegnare (a pagamento) la carta d'identità elettronica (e non tutti sono in grado di farlo), mentre sempre rapidissime arrivano addirittura come “atti giudiziari” le contravvenzioni per eccesso di velocità di 2,5 km l'ora, la contraddizione è stridente e il fastidio è crescente. 
  Levatosi dalla contemplazione dell'Acquario e tornando al “travaglio usato” il cittadino-spettatore, che un po' si sente passero solitario e anche un po' uccellato, mentre ascolta l'ennesima retorica celebrazione dell'Unione Europea una domanda si pone: ma se davvero essa fosse cosa seria, se davvero esistesse non solo per indebitare figli e nipoti, com'è che dopo due anni di pandemia ogni suo “membro” va per i fatti propri e adotta le misure che più gli aggradano per ottenere il consenso dei suoi cittadini? Non è che sotto la maschera di una miriade di competenze e di una pletora di ben remunerati, e a volte strambi, funzionari questa '“Europa” rimane solo una finzione?
Scrollatosi di dosso l'anno passato e preoccupato assai per quello appena iniziato, il cittadino-spettatore apre, un po' sconsolato, l'Almanacco Zodiacale e ha un trasalimento. L'Acquario viene prima dei Pesci, che sono seguiti dall'Ariete. Quando annunciarono la fine dell'età dei Pesci e l'inizio della loro, gli Acquariani dunque avevano “sbroccato”? Non ci si può proprio fidare? E allora, come dicevano gli antichi, “crepi l'Astrologo”?
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Sandro Botticelli, La Primavera (Firenze, Museo degli Uffizi”). Gli Acquariani non hanno inventato proprio nulla. Nel Rinascimento li anticipò  Lorenzo il Magnifico (1449-1492) nel “Trionfo di Bacco e Arianna”: “Quant'è bella giovinezza/ che si fugge tuttavia!/ Chi vuol esser lieto sia/ del doman non v'è certezza.//Quest' Bacco e Arianna,/belli e l'un de l'altro ardenti:/perché 'l tempo fugge e 'nganna/ sempre insieme stan contenti// Ciascun suoni, balli e canti!/Arda di dolcezza l core!/ Non fatica, non dolore! Quel c'ha esser, convien sia...”. Due anni dopo la sua morte in Italia piombò Carlo VIII di Valois e iniziarono secoli di guai e di servitù, mentre i grandi navigatori italiani varcavano gli Oceani per conto dei Re di Spagna, di Portogallo e di Francia.

BENEDETTO CROCE
LA SOLITUDINE DELLA CULTURA

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 09 gennaio 2022, pagg. 1 e 6.


Benedetto CroceItinerarium mentis.... allo “storicismo assoluto”.
Ricorrono settant'anni dalla morte di Benedetto Croce (Pescasseroli, L'Aquila, 25 febbraio 1866-Napoli, 20 novembre 1952), il maggior pensatore italiano del secolo scorso. La sua “iniziazione” alla vita fu tragica. Il 25 luglio 1883 sopravvisse al terremoto di Casamicciola (Ischia) in cui perse i genitori e la sorella Maria. Il cugino di suo padre, Silvio Spaventa (patriota perseguitato e incarcerato dal re Borbone, deputato, ministro, senatore  dal 1889 e studioso insigne di Hegel) ne assunse la tutela e lo prese con sé a Roma. Iscritto a Giurisprudenza nel 1884 preferì seguire le lezioni di Antonio Labriola, unico socialista italiano apprezzato da Friedrich Engels. Tornato nella sua Napoli nel 1886, dopo approfonditi studi di economia e viaggi in Europa nel 1895 pubblicò Materialismo storico ed economia marxistica. Con impegno immane nel 1900 intraprese  la pubblicazione della Filosofia dello Spirito, una concezione sistemica nuova, fondata sulla “distinzione” tra vero, bello, buono e utile e risolta nello storicismo assoluto, scevro da ogni “trascendenza”. Avversario del positivismo e della riduzione dell'uomo a somma di “bisogni”, con la rivista “La Critica” (fondata nel 1903) promosse il rinnovamento della vita culturale italiana, in dialogo con molti prestigiosi pensatori europei.
Non temeva di andare contro corrente. Rispettoso delle religioni ma estraneo ai loro culti, compreso il cattolico, interrogato dall'“Idea nazionale” su che cosa pensasse della massoneria (all'epoca ritenuta potente) rispose che “a cagione del suo cerimoniale e del suo segreto” essa incontrava “a ogni istante il ridicolo e il sospetto”. Anni prima l’aveva liquidata come “cultura ottima per commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, della società, della realtà. Pessima non solo mentalmente, ma anche moralmente”. Non spiegò, tuttavia, perché massoni fossero stati e fossero anche Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, tanti illuministi da lui venerati, i protomartiri del Risorgimento italiano e i promotori del pacifismo, allarmati dalla corsa dei maggiori Stati del mondo a incrementare gli armamenti e dal dilagare di nazionalismo, razzismo, antisemitismo e pulsioni anarco-sindacalistiche, massimalistiche e irrazionali, da lui aborriti ma osservati con occhio talora divertito.
   Quando da quella polveriera scaturì la conflagrazione europea Croce fu tra quanti sperarono che l'Italia non entrasse nella fornace ardente. Nominato senatore da Vittorio Emanuele III (26 gennaio 1910) su proposta di Sidney Sonnino (che con Antonio Salandra fu responsabile dell'intervento nella Grande Guerra), Croce visse appartato dalla vita pubblica. Completò la sua opera filosofica nel 1917 con Teoria e storia della storiografia. Fu tra i pochi grandi pensatori europei che non bruciarono incensi all'“interventismo intervenuto”. Saggiò la solitudine.
   La guerra, col seguito di rivoluzioni, crollo di Stati secolari, dispendio di vite e di risorse, oscuramento morale, degrado civile, abbrutimento e squilibrio psicologico delle masse, gli si rivelò in tutta la sua negatività. Uso a valorizzare gli aspetti positivi di ogni fase storica del passato prossimo e remoto, sospese il giudizio su quel presente. Pur confidando nel riscatto della coscienza europea dopo i traumi della catastrofe bellica, deluso dai trattati di pace punitivi imposti dai vincitori al Congresso di Versailles fu preoccupato dalle nuove pulsioni destabilizzanti, come l'impresa di d'Annunzio a Fiume e la dissennata condotta del partito socialista italiano.
Al governo con Giolitti (1920-1921)
   Nel giugno 1920, quando aveva ormai conquistato meritata fama universale di “uomo di pensiero”, la sua vita ebbe la svolta. Incaricato dal re di formare per la quinta volta il governo, il settantottenne Giovanni Giolitti (1842-1928) lo volle ministro della Pubblica istruzione. Sollecitato dall'amico Olindo Malagodi, direttore giolittiano di “La Tribuna”, di recarsi subito a Roma per assumere il portafoglio, come annotò poi nel 1944 a Sorrento, Croce visse “un'ora di turbamento e smarrimento, pensando al carico che si sarebbe rovesciato sulle sue spalle e alla sua nessuna esperienza della burocrazia di quel ministero e della Camera dei deputati”. Inoltre non si era mai occupato di pedagogia, né di problemi scolastici, didattici ed educativi, pur così fervidi in Italia tra Otto e Novecento, anche per opera di pedagogiste come Maria Montessori. Fu sua moglie, Adele Rossi, a confortarlo: “Se questo è il dovere a cui sei chiamato, devi accettarlo”. Glielo ripeté l'indomani Giolitti: “L'Italia è in tale travaglio che tutti dobbiamo sforzarci (e non so se riusciremo) a salvarla”. Poiché bisognava andare in giornata a prestare giuramento, Croce gli confidò di non avere con sé un abito nero. Lo statista piemontese gli rispose che “il re non badava a cotesti formalismi di etichetta”. 
   Vittorio Emanuele III era al timone dell'Italia da quando il 29 luglio 1900 suo padre Umberto I era stato assassinato a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, che certo non aveva fatto tutto da solo, come sapeva proprio Giolitti, che a lungo fece indagare la vendicativa Maria Sofia di Borbone, ex regina delle Due Sicilie. Chi credeva nell'unità nazionale quale valore supremo doveva fare la sua parte, “per il re e per la patria”.
Croce si mise dunque all'opera. Nel programma del governo – come poi sintetizzò – “al dicastero dell'istruzione era assegnato il compito di introdurre nelle scuole l'esame di Stato”. Serviva a valutare non solo gli studenti ma anche gli insegnanti. Le loro cattedre andavano rimesse a concorso ogni dieci anni, per costringerli ad aggiornarsi. Lasciate ai margini le dispute sull'insegnamento della religione nella scuola (venne poi introdotta da Giovanni Gentile, ministro nel governo Mussolini), Croce lavorò di bulino e di cesello per migliorare l'esistente perché non v'erano mezzi per varare chissà quali riforme e perché i suoi progetti dovevano passare al vaglio preventivo della Commissione parlamentare, affollata da “maestrucoli elementari socialisti” (come egli scrisse) e da deputati che lo inondavano di “sollecitazioni” a favore dei propri elettori. Tra i tanti, uno esclamò ad alta voce: “Egli non risponde alle nostre lettere, e noi bocceremo i suoi disegni di legge”. Tra i suoi avversari più polemici Croce ricordò Giacomo Matteotti, che lo accusò di pensare “a Hegel, alla dialettica, al cielo metafisico” mentre in un'aula scolastica della sua plaga erano stipati settanta alunni (però non seppe precisare né il nome della scuola né quello del comune).
  Anche in Senato il ministro ebbe vita dura perché promuoveva economie, si opponeva a spese inutili e rifuggiva dalla retorica, come, per esempio, impartire educazione “patriottica”, che non è “catechismo” imparaticcio ma tutt'uno con il senso del dovere del cittadino. Vedendolo all'opera, Giolitti osservò: “Ma questo filosofo ha molto buon senso!”. Fu ricambiato da Croce che così ne sintetizzò il programma liberale: “Spontaneamente parteggiava sempre per le classi umili, indistintamente, fossero anche i parroci di campagna; e non ho colto sulle sue labbra altra antitesi che quella di ricchi e poveri; e il suo appoggiare costantemente i poveri contro i ricchi. Gli speculatori e i profittatori di guerra detestava con sincera rivolta morale, e in Senato, rispondendo a un fiorito discorso di opposizione di uno di costoro, che più aveva dato scandalo con un lusso smodato, accennò con disprezzo a quelli che la voce pubblica ha denominato pescecani e le loro femmine”.
  Dura era la sua vita quotidiana anche al Ministero, all'epoca allogato all'ex convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, due passi dal Pantheon. Il personale riluttava a prestare servizio anche nel pomeriggio e, per polemica, non si levava il cappello quando lo incrociava, tanto che Croce ne licenziò uno in tronco “per educarne cento”. Non per sé, ma per la dignità dell'Istituzione e quindi dell'Italia e del personale stesso, che doveva esser compreso della sua missione e del suo privilegio di pubblico dipendente, con tutti i vantaggi che ne conseguivano in anni di grandi difficoltà per tutti.
   Come ha ricordato Nicola Matteucci nel profilo di Croce pubblicato nel volume IX di Il Parlamento Italiano, 1861-1992 (ed. Nuova Cei), prima della guerra il filosofo “non amò l'età giolittiana, ritenendola priva di valori e di ideali”. Chiamato al ministero della Pubblica istruzione comprese e condivise appieno i propositi del presidente del Consiglio: elevare l'obbligo scolastico dagli undici ai quattordici anni e promuovere l'istruzione tecnica per raccordare la formazione scolastica professionale con la dinamica economica postbellica.
   I suoi trentasei discorsi parlamentari, pubblicati a cura di Emilia Campochiaro e saggio introduttivo di Michele Maggi (il Mulino, 2002), illuminano l'impegno del filosofo chiamato a servire lo Stato. Il 17 marzo 1921 Croce si dichiarò convinto che gli insegnanti italiani avevano “chiara coscienza della loro dignità” e si sarebbero opposti agli appelli a scioperare lanciati da singoli individui o da particolari gruppi. Se mai fosse accaduto, il ministero avrebbe assunto i necessari provvedimenti, in linea con la ventennale politica di Giolitti: libertà degli scioperi “economici”, ma non nei pubblici servizi e nelle “aziende di Stato”, quali ferrovie, poste e telegrafi. Era l'Italia che varò la legge sulla cittadinanza e l'obbligo dell'istruzione, indispensabile corollario del diritto di voto, che deve essere “bene informato”.
In difesa dalla dignità dell'Italia
Nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915, conclusa nel novembre 1927 e pubblicata l'anno seguente dal “suo” editore e amico Giuseppe Laterza (in tempo per farla leggere dall'ottantaseienne Giolitti ormai volgente al trapasso), Croce ritrasse vividamente il cammino compiuto dalla Patria in meno di mezzo secolo di unità politica all'insegna della libertà, grazie a una classe dirigente nel suo insieme animata da alto senso dello Stato. Non era affatto l'“Italietta” poi irrisa dal fascismo. All'opposto, essa promosse l'incivilimento e avviò l'integrazione tra le diverse aree del Paese: un programma che poteva proseguire nel tempo solo contenendo le spese militari. Non per caso, come Giolitti fece notare, a chiedere guerra erano “ragazzini in pantaloni corti” e repubblicani.
  Di quell'Italia Croce difese l'opera in discorsi memorabili. Almeno tre meritano di essere rievocati. Anzitutto quello del 20 novembre 1925. Anche a nome di alcuni colleghi annunciò la sua astensione (che valeva voto contrario) sul progetto di legge sulla “Regolarizzazione delle Attività delle Associazioni, Enti ed Istituti”, meglio noto come “legge contro la massoneria”. Lo bocciò perché era “parte integrante di un unico tutto di leggi antiliberali”. Pur senza rinnegare le sue posizioni pregresse, sentì “l'alto dovere di non venir meno alla propria coscienza, che avverte che il presente non è qual era il passato”, come già aveva ampiamente chiarito nella risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” (nota erroneamente come “Manifesto degli intellettuali antifascisti”: “intellettuali”, infatti, era vocabolo per lui urticante, come già per Carducci). Il secondo fu il suo netto “no” all'approvazione del Trattato e del Concordato tra la Santa Sede e l'Italia” (24 maggio 1929). Lo concluse con la frase famosa: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono, le fossero mancati o le mancassero”. Fu il suo ultimo discorso in Senato. Era sempre più solo. Lo era ancor di più il Re, privo di interlocutori nelle Aule parlamentari e nelle “accademie”.
  Nominato membro della Consulta Nazionale, il 27 settembre 1945 Crice respinse l'affermazione di Ferruccio Parri, del presidente del Consiglio,  secondo il quale non potevano essere definiti democratici i governi prefascisti. Dichiarò “la coscienza vivissima del debito che tutta l'Italia presente ha verso quel passato”. Del pari mostrò apprezzamento di storico e di cittadino verso monarchia di Savoia che aveva condotto l'Italia a indipendenza, unità e libertà e per la cui conservazione, come Luigi Einaudi, si pronunciò nel referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946. La sua ventilata elezione a presidente provvisorio della neonata Repubblica ebbe il veto della Santa Sede. Prevalse il trinomio De Nicola-De Gasperi-Togliatti, suggellato dall'inclusione dei Patti Lateranensi nell'articolo 7 della Costituzione.
  Angosciato dalle prospettive aperte dal secondo conflitto mondiale e dal lancio delle due bombe atomiche sul Giappone (che per lui non fu un “fatto d'armi” ma un lancinante interrogativo morale sul confine tra scienza e destini dell'umanità) il 24 luglio 1947 votò contro l'approvazione del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947, con un un discorso che fu anche testamento di “figlio dell'Italia che non muore”. “Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra”.
   Nel 70° della sua morte Benedetto Croce non va “rievocato” con un francobollo e qualche discorsetto di circostanza. Va riletto, studiato e compreso nella sua complessità. Insegnò che la “alta politica” è radicata nella “alta cultura” e che quanti la coltivano non devono aver paura della solitudine come non l'hanno della morte.
Aldo A. Mola

CONTRO LA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE
DEL 10 FEBBRAIO 1947

Dal 23 al 31 luglio 1947 l'Assemblea Costituente discusse il disegno di legge recante “Approvazione del Trattato di pace fra le potenze Alleate ed Associate e l'Italia firmato a Parigi il 10 febbraio 1947”. Il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, e il ministro degli Esteri, Carlo Sforza, ne propugnarono l'approvazione di concerto con i deputati dei partiti al governo: democristiani, socialdemocratici, repubblicani e liberali. I più autorevoli esponenti del pre-fascismo (Vittorio Emanuele Orlando, Francesco Saverio Nitti, Meuccio Ruini...) pur con riserve votarono a favore. Votò a favore anche Einaudi, secondo il quale la pace, per quanto amara, apriva la strada alla federazione europea, da lui auspicata sin dalla Grande Guerra. I comunisti uscirono dall'Aula senza votare. Il Trattato fu approvato da una minoranza: 262 “si”contro 68 “no” e 80 astenuti (i socialisti) su 555 “costituenti”.
  Il discorso pronunciato nell’occasione da Benedetto Croce merita di essere letto per intero. Qui ne riproduciamo alcuni brevi passaggi:
“Io non pensavo che la sorte mi avrebbe, negli ultimi miei anni, riserbato un così trafiggente dolore come questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare. [...] Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l'abbiamo perduta tutti, anche coloro che l'hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime. [...] Il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull'Italia, e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi e tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano con gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. E qui mi duole di dover rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra è legge eterna del mondo. [...] Un'infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non dalla parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati ma degli illegittimi giudici. [...] Noi italiani, che non possiamo accettare questo documento, perché contrario alla verità, e direi alla nostra più alta coscienza, non possiamo accettarlo né come italiani curanti dell'onore della Patria né come europei, due sentimenti che confluiscono in uno perché l'Italia è tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un secolo ha combattuto per la libertà e l'indipendenza sua. [...]  Non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell'Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la nostra di aver lasciato vituperare, avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere mestamente un iniquo castigo. [...] Occorre un atto di volontà, un esplicito No.”
Quella di Benedetto Croce, applaudita in Aula, bocciata al voto e infine dimenticata, suonò quale “vox clamantis in deserto”.

VARIANTE BIZANTINA 2022?
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 02 gennaio 2022, pagg. 1 e 6.


Didascalia: Il Quirinale. Palazzo dei Papi e, in continuità, dei Capi dello Stato d'Italia: quattro re nel volgere di 76 anni, tra il 1870 e il 1946 (Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III e Umberto II) e le presidenze di Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, supplito da Cesare Merzagora, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Campi, Giorgio Napolitano, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella: quattordici in 75 anni, come ricorda Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato”. Altri, come Alfredo Orioli, riducono le Presidenze ai loro dodici titolari, sicché il prossimo sarebbe il numero 13. Di buono o di cattivo augurio? L'ombra lunga di Bisanzio...
Narrano le cronache che mentre erano assediati da Maometto II i Bizantini disputavano sul sesso degli Angeli. Il 29 maggio 1453 l'antica Costantinopoli venne espugnata. In nome del loro dio clemente e misericordioso i turchi menarono l'orribile strage narrata con enfasi poetica da Tursun Bey. L'ultimo imperatore della Seconda Roma, la sua famiglia, i difensori e i notabili furono sterminati. Il sultano ordinò che i popolani “fossero lasciato vivi per essere sfruttati per lavoro”. All'apice del racconto il cronista osservò: “Al mondo Iddio  ha creato con la sua Potenza  la gemma più bella, lo strumento della ragione.  Come fa il re giudizioso a sottrarsene?”. Maometto II “ragionò” e vinse. L'imperatore no; e fu spazzato via. I turchi continuarono ad avanzare: Atene (1458), Trebisonda (1461), l'Albania (1478), invano difesa dal valoroso Giorgio Castriota, “Scanderbeg”. All'indomani della Grande Guerra, divisi su tutto tranne che nel rifiuto di accesso della Russia al Mediterraneo, i vincitori lasciarono Bisanzio alla Turchia, che continuano a dominare “Cospoli” e ora la islamizzano a tappe forzate, nel silenzio di un'Europa più strabica che distratta quando è l'ora del coraggio.
Nel timore di far la fine di Bisanzio, nel 1454 i cinque Stati all'epoca prevalenti in Italia (Venezia, Milano, Firenze, Roma e Napoli) concordarono a Lodi una “pace”' minata alla radice da riserve mentali, diffidenza, calcoli spacciati come astuzie. Nel 1480 i turchi assalirono Otranto e ne martirizzarono la popolazione. Avvolti nei sontuosi anni del Rinascimento, i Principi italioti continuarono a battere l'antica strada, lastricata di divisioni, congiure, lotte intestine, sino a quando il re di Francia Carlo VIII di Valois invase la penisola e in pochi mesi giunse a Napoli, accolto quale “liberatore” da nobili e plebei che (annotarono i cronisti) quando non arrivavano a baciargli la mano o i piedi baciavano la terra ove passava.
La “politica” sopraffina era il “sesso degli Angeli” dell'Italia dell'epoca. Ammirata e soggiogata, studiata e “messa all'indice”, come accadde a Niccolò Machiavelli. 
…si allunga sino al Colle più alto?
Le dispute che da mesi infervorano le cronache partitico-parlamentari rievocano quei tempi andati. A ormai poche settimane dall’elezione del presidente della Repubblica divampa il dibattito più inattuale del mondo: se non sarebbe meglio che il capo dello Stato fosse eletto direttamente dai cittadini anziché dal migliaio di parlamentari e di delegati delle regioni che tra un mese affollerà l'Aula di Montecitorio. Anziché essere ignorato per manifesto anacronismo, il quesito vede scendere in campo costituzionalisti (come Gustavo Zagrebelsky) e docenti di dottrina politica, “provocati” dalla bislacca ipotesi di installare al Quirinale una personalità capace di pilotare velatamente il governo tramite un suo diadoco, così instaurando un presidenzialismo “di fatto” a scapito dell'equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione vigente.
   Destinato a durare e forse a incattivirsi, il dibattito richiede qualche attenzione di merito e di metodo perché mette a nudo la crisi di sistema che investe le istituzioni, sia nei loro princìpi cardinali sia, persino, nei dettagli della votazione destinata a calamitare i telespettatori più del festival di Sanremo o del mondiale di calcio. Bastino le elucubrazioni sulla “cabina” attraverso la quale, salvo diversa decisione del presidente Roberto Fico, passeranno i “grandi elettori” per scrivere la scheda (e magari, si sospetta, fotografarla col cellulare). 
Come i Costituenti tagliarono i panni del Presidente 
Premesso che sic stantibus rebus l'elezione è dettata dalla Carta costituzionale, giova ricordare come il 21 e 22 ottobre 1947, 75 anni addietro, l'Assemblea Costituente discusse e definì gli articoli 83-91 che configurano il Presidente della Repubblica. La forma dello Stato era stata decisa col referendum del 2-3 giugno 1946. La Repubblica aveva ottenuto circa 12.700.000 suffragi su 28.000.000 di aventi diritto al voto: una minoranza, dunque. Ma la monarchia ne aveva raccolti due milioni di meno. Alle 0.15 del 13 giugno la contesa fu risolta non nel rispetto della legge, incarnata dalla Corte suprema di cassazione, ma con un “atto politico”: il conferimento delle funzioni di capo dello Stato al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, da parte del governo, con il voto contrario del solo ministro Leone Cattani. Umberto II rispose al “gesto rivoluzionario” lasciando l'Italia da Re. L'imposizione del trattato di pace (10 febbraio 1947), la sua approvazione da parte dell’Assemblea Costituente (con soli 262 voti favorevoli su 555: una minoranza) e la sua esecuzione fissarono la cornice entro la quale la Costituente doveva tracciare il triangolo dei poteri: il legislativo (le Camere), l'esecutivo (il governo) e il presidente della Repubblica. È appena il caso di ricordare, per inciso, che la Magistratura non è un “potere” ma un “ordine autonomo e indipendente” (art. 104 della Costituzione), soggetto soltanto alle leggi e demandato ad amministrare la giustizia in nome del popolo” (art. 101).
  Alla definizione del profilo del Capo dello Stato anche i più repubblicani d'Italia giunsero senza una visione maturata e condivisa nel tempo. Colpisce che non se ne trovi cenno nelle due “Basi programmatiche” del Partito d'Azione.  
Il dibattito in seno alla Commissione dei Settantacinque, incaricata di approntare la bozza della Carta, e in Aula scartò la proposta di elezione popolare diretta del presidente. Questa venne propugnata da Umberto Nobile, che propose di affiancargli un Consiglio supremo della repubblica. A sua volta l'autorevole costituzionalista Costantino Mortati propose un’elezione di tipo misto di secondo grado, con la partecipazione di parlamentari e di rappresentanti delle forze sociali (eco del corporativismo caro ad Amintore Fanfani). A favore dell'elezione popolare si schierarono anche i deputati Roberto Lucifero, Francesco Colitto e Ottavio Mastrojanni per “tenere il Presidente al di fuori dei partiti e al di sopra delle fazioni”. A sostegno dell'elezione popolare diretta si pronunciarono inoltre Francesco Maria Dominedò, Romano e Guido Russo Perez. Francesco De Vita avvertì che solo a quel modo gli sarebbe stata assicurata l'«indipendenza necessaria all'esercizio di funzioni gravi, come lo scioglimento delle Camere».
  A lungo venne dibattuta la sua durata in carica. Alcuni proposero sei anni, altri cinque. Reduce da lungo auto-esilio a Parigi, Francesco Saverio Nitti esortò ad adottare il modello degli Stati Uniti d'America: quattro anni, con rieleggibilità. La brevità doveva «dargli la sensazione che il suo ufficio non è duraturo, perché soltanto questa sensazione lo avvicina alla realtà». Gli venne però fatto osservare che negli USA il presidente, eletto con suffragio diretto, è anche capo dell'esecutivo, mentre in Italia la sua durata in carica doveva essere diversificata da quella delle Camere proprio per rafforzarne l'indipendenza dai suoi elettori e soddisfare «l'esigenza di una certa permanenza, di una certa continuità nell'esercizio delle pubbliche funzioni».
   Lo ammettessero o meno, i costituenti riecheggiavano lo Statuto emanato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, re di Sardegna, poi fatto proprio dal regno d'Italia (14-17 marzo 1861). Lo si constatò quando venne discusso l'articolo 87 della Carta, che suona: «Il Presidente della repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale». Lo Statuto diceva: «Il Re è il Capo supremo dello Stato». La nazione era appena sull'orizzonte.
Ruini e i suoi Fratelli
   Bartolomeo (Meuccio) Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque, nella Relazione di presentazione alla Costituente della bozza della Carta repubblicana delineò il profilo del presidente: «Non è l'evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell'esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l'unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze». Il Capo dello Stato è, deve essere, «il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere queste funzioni essenziali – concluse Ruini – deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale». Come già il Re , anche il presidente doveva fungere da Pontifex   e Sommo Sacerdote.
  Affiliato massone nella loggia “Rienzi” di Roma il 5 maggio 1901, Ruini (Reggio Emilia, 14 dicembre 1877 - Roma, 6 marzo 1970) aveva alle spalle una lunga militanza politica e culturale. Avvocato, deputato dal 1913, volontario e decorato nella Grande Guerra, sottosegretario al Lavoro nel governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando (1917-1919), ministro delle Colonie con Nitti, promotore dell'Unione nazionale per la Nuova Democrazia, nel 1943 fondò il Partito democratico del lavoro, con Ivanoe Bonomi e altri maggiorenti formati nel solco delle riflessioni di Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, per ricostruire il Paese dopo il trauma della guerra e arginare gli opposti estremismi: il bolscevismo e il fascismo. Ministro senza portafoglio nel primo governo Bonomi (1944) e per la Ricostruzione in quello presieduto da Ferruccio Parri (1945), deputato alla Costituente, senatore di diritto nel 1948, nel 1953 presiedette il Senato durante la violentissima discussione della riforma elettorale che avrebbe garantito la stabilità del governo ma venne spacciata e combattuta come “legge truffa”. In quell'occasione fu persino bersaglio di oggetti scagliati dalle sinistre. In perfetta coerenza con la sua storia, Ruini presiedette il Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL), poi ridotto a ectoplasma da tracotanti interessi di parte.
  «Il capo dello Stato non governa – aggiunse Ruini nella Relazione ai costituenti- . La responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano ma le attribuzioni che gli sono specificamene conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali gli dànno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria».
L'eredità dello Statuto albertino
   Mutatis mutandis il nuovo capo dello Stato era la “variante repubblicana” del re costituzionale, quale, più ancora del padre e del nonno, era stato Vittorio Emanuele III, vincolato a controfirmare le leggi votate dal Parlamento. Per meglio assicurarne la libertà, i costituenti aggiunsero però che «prima di promulgare la legge» il Presidente possa «con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione». Ma, «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata». A tale proposito non è superfluo ricordare il dramma vissuto nell'autunno 1938 da Vittorio Emanuele III, privo di qualunque appiglio statutario per disinnescare leggi ai suoi occhi disgustose, ma approvate dal Parlamento.
   Vittorio Emanuele Orlando deplorò che se nel regime monarchico il sovrano era un “Re travicello” in quello repubblicano il presidente «non rappresentava più nulla». Gli era stata sottratta l'“iniziativa legislativa”, prevista dal rimpianto Statuto albertino. «Ora, – osservò Orlando – nell'iniziativa si afferma per di più la natura giuridica del capo dello Stato e si giustifica l'intervento dell'autorità di esso come di colui che, stando al vertice della vita di un popolo, deve avere la sensibilità più acuta e più pronta di un bisogno nel campo della politica, del diritto, dell'economia di un Paese».
  Molti altri erano però i problemi non risolti dalla Costituente. In particolare il comando delle Forze Armate. Al riguardo lo Statuto Albertino era chiaro: il re «comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra; fa i trattati di pace, d'alleanza, di commercio ed altri...”. I costituenti ribadirono che il presidente della Repubblica «ha il comando delle forze armate, presiede il consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, e dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere», correttivo quest'ultimo introdotto molto tardivamente rispetto alla proposta avanzata da Giovanni Giolitti nel 1919 di trasferire dal re al Parlamento (non all'esecutivo ma al legislativo) il potere di dichiarare guerra. Solo Francesco Cossiga volle che fosse sciolto l'interrogativo sul comando effettivo in caso di conflitto.
  Infine non va scordato l'articolo 90 della Carta, in forza del quale «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione»: un capo d'accusa usato da una fazione proprio contro Cossiga. Lo Statuto prevedeva, invece, che il re si trovasse «nella fisica impossibilità di regnare» (perché inguaribilmente ammalato, caduto prigioniero...): una condizione ricalcata dalla Carta repubblicana, il cui articolo 86 recita: «Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato». È quanto accadde allorché Cesare Merzagora esercitò con pieno merito la lunga supplenza di Antonio Segni. «In caso di impedimento permanente, di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera indice le elezioni del nuovo presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggiore termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione»: un groviglio che impegnò in una spossante discussione i costituenti, assillati dall'incubo del Presidente-Sovrano, di un Capo dello Stato abilitato a impedire la confisca della politica da parte dei “partiti” che, per definizione, sono “fazioni”, basate su ideologie, dottrine o persino “filosofie” e magari anche “teologie”, cosmogonie e altre fantasie più o meno utili a provvedere ai bisogni quotidiani di milioni di persone che però votano sempre meno perché si sentono privati della sovranità vera: la libera scelta dei rappresentanti anziché la ratifica di candidati imposti da congreghe di potere.
Mala tempora currunt
Nel 2022 non figurano dunque “all’ordine del giorno” le modalità di elezione del presidente della Repubblica. Esse sono quelle che sono e, al pari dei poteri del Capo dello Stato, non vengono certo cambiate “in corsa” né, tanto meno, da un Parlamento agonizzante qual è l'attuale. Le Camere talora lamentano di avere poco spazio per la discussione di leggi importanti, ma hanno sciupato mesi in dibattiti futili ed essersi fatte esautorare su questioni fondamentali, come le misure sulla sanità pubblica e le discusse limitazioni delle libertà costituzionali.
  Nondimeno questo Parlamento qualcosa di memorabile ha fatto: in un raptus “alla Origene” ha approvato quasi all'unanimità il drastico “taglio” dei componenti delle Camere venture. I problemi incombenti sono immensi. Lontanissimi dalla piccola gara fra i tre o quattro partiti che si disputano la palma di chi primeggi con un misero 20% dei voti di quel 60% di cittadini che ancora si recano alle urne. Uscita rovinosamente sconfitta dalla guerra del 1940-1945, completa di atroce guerra civile, per la saggezza di alcuni suoi “Maggiori” l'Italia odierna è a sovranità limitata e quindi non corre soverchi rischi. Però, come nel passato, può farsi e si fa  molto male da sé. Per esempio continuando a discutere sul sesso degli angeli mentre servirebbe l'Arcangelo Michele con la spada fiammeggiante.
  Non è più tempo di bizantinismi ma di concretezza, per dimostrare la consistenza del regime instaurato dalla Costituente. L'alternativa è una Costituente nuova, che richiede tempo, pazienza e competenze: non proposte infantili, come il conferimento del diritto di voto ai sedicenni e l'identità dei corpi elettorali delle due Camere, in barba alla auspicata differenziazione delle loro funzioni. 
Aldo A. Mola
 
Didascalia: Il Quirinale. Palazzo dei Papi e, in continuità, dei Capi dello Stato d'Italia: quattro re nel volgere di 76 anni, tra il 1870 e il 1946 (Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III e Umberto II) e le presidenze di Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni, supplito da Cesare Merzagora, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Campi, Giorgio Napolitano, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella: quattordici in 75 anni, come ricorda Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato”. Altri, come Alfredo Orioli, riducono le Presidenze ai loro dodici titolari, sicché il prossimo sarebbe il numero 13. Di buono o di cattivo augurio? 


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