Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 

 
IL TRIANGOLO SCALENO
A CHE PUNTO E' L'ITALIA?

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 Novembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Il triangolo scaleno al tempo che fu 
Dalla nascita, nel 1861, al 1948 lo Stato d'Italia ebbe un regime costituzionale paragonabile a un triangolo scaleno. Il lato dell'altezza era Sua Maestà il Re. Per grazia di Dio. Il lato verticale, addossato “all'asta della Storia”, fu più o meno alto,  secondo la personalità dei titolari della Corona e i tempi nei quali la calcarono. Vittorio Emanuele, padre della Patria, era secondo di quel nome come re di Sardegna e tale si volle e rimase come re d'Italia, con buona pace di mazziniani, garibaldini, federalisti, neoguelfi, ex borbonici, ex asburgici, papisti pentiti...e magari anche bonapartisti in sonno o in servizio permanente effettivo. Era lui il garante dello Stato d'Italia nella Comunità internazionale. Altrettanto fu Vittorio Emanuele III, il re delle due guerre europee e poi mondiali. Molto se ne parla, in termini quasi sempre ingenerosi, provincialotti, settari. Spesso si dimentica che a volere quelle conflagrazioni non fu mai l'Italia. Essa vi entrò per calcolo e per timore. La prima volta andò bene, la seconda male. Se fosse andata meglio, sarebbe stato peggio.
   Tornando all'Asta della Storia, il secondo lato del triangolo scaleno, quello obliquo, era il “governo del re”. L'Esecutivo era nominato motu proprio dal sovrano e a questi doveva rispondere. Solo con il tempo i “ministri segretari di Stato” si differenziarono rispetto ai titolari delle altre cariche (ministri di Stato, ambasciatori e funzionari pubblici civili e militari dei vari gradi ), tutti nominati dal Re in forza dell’articolo 6 dello Statuto albertino.
   Il lato inferiore del triangolo la Camera dei deputati, dalle malelingue detta “Bassa” per distinguerla da quella dei senatori che, nominati ad almeno quarant'anni compiuti, vi rimanevano a vita. La “Camera Alta”, aveva un numero illimitato di componenti. Il Senato passò così dai circa sessanta componenti iniziali (quando era del solo regno di Sardegna) a circa quattrocento. Proprio perché composto da membri vitalizi e tendenzialmente longevi, esso conobbe un modesto ricambio generazionale. In tutto e per tutto lungo un intero secolo, dal 1848 al 1948, i senatori furono poco più di duemila quattrocento: il meglio della dirigenza pubblica, imprenditoriale e culturale del Paese. Forse proprio perché era al di sopra dei marosi, a differenza delle più sparute associazioni partitiche, sindacali e dei circoli parrocchiali, il Senato del Regno continua a mancare di un affresco storiografico esaustivo. Rispettoso di Sua Maestà, esso deliberava la convalida dei membri via via nominati. Sia pure di rado, alcuni, benché già avallati dal sovrano, furono rigettati.
   La Camera dei deputati, come già detto, era dunque il lato inferiore  del triangolo scaleno. Aveva un numero di seggi fissati non dallo Statuto ma da leggi a misura dell'ingrandimento del regno, sino a quella dei 508, che durò dall'acquisizione di Roma e del Lazio alla fine della Grande Guerra. Ma quali erano i suoi poteri? In forza dell'articolo 10 dello Statuto “ogni legge d'imposizione di tributi, o di approvazione dei bilanci e dei conti dello Stato sarà presentata prima alla Camera dei deputati”. Questa precedenza formale non intaccò il bicameralismo perfetto voluto da Carlo Alberto di Sardegna perché le leggi chiedono debita ponderazione. Devono essere chiare e durare nel tempo. Non per caso tante norme odierne citano in premessa (“visto...”) quelle del Regno d'Italia. Qualunque legge approvata dalla Camera doveva passare al vaglio del Senato, a rischio di bocciatura. Perciò i parlamentari elettivi ebbero margini stretti di iniziativa. 
   Secondo molti opinionisti per i quali “il numero è potenza”, la forza del lato inferiore del triangolo scaleno sarebbe stata maggiore in proporzione al parco degli elettori. E' lecito dubitarne. Molte tra le leggi più coraggiose e lungimiranti furono varate dal Parlamento quando l'elettorato era di appena 600.000 o meno di 3.000.000 cittadini. Proprio perché non doveva dare conto a moltitudini succube di superstizioni e di pregiudizi e malgrado maggioranze a volte risicate la Camera approvò leggi innovative, in specie su diritti civili. In molti casi, d'altronde, queste vennero anticipate da regi decreti che ampliarono e sancirono le libertà dei cittadini molto più di quanto avrebbe concesso l’“opinione pubblica” coeva, conformista o assente, e perché tanta parte dei regnicoli, non certo per colpa loro, era di analfabeti costretta a vivere e a testa china in condizioni spaventosamente arretrate, come documentano i quindici volumi dell'“Inchiesta Jacini” sulle classi agrarie. Un quarto di secolo dopo l'unità nazionale anche in Piemonte i proprietari di dieci ettari di terra coltivata e di stalle ben fornite lavoravano sino a sedici-diciotto ore al giorno e riposavano buttandosi poche ore vestiti come erano su un “paglione”, spesso di foglie. L'acqua potabile era estratta da pozzi poco profondi. Metà dei nati non superava i 15 anni di vita.   
A ben vedere, dunque, nel lato basso del triangolo scaleno erano ammassati i regnicoli, “uguali dinanzi alla legge” e tenuti a contribuire indistintamente ai carichi, “nella proporzione dei loro averi” e soprattutto attraverso le tasse sui beni rimari di consumo, la cui introduzione suscitò rivolte nelle terre che prima dell'unità nazionale ne erano esenti.
Anzitutto, “fare l'Italia”
Mentre divampa la dialettica fra governo centrale e consigli regionali, molti tornano a domandarsi perché all'indomani dell’unificazione l'Italia non abbia imboccato la via del regionalismo. Si cita a proposito e spesso a sproposito Carlo Cattaneo, federalista. Studi, progetti e disegni di legge di impostazione favorevoli al “dis-centramento” (come all'epoca si diceva) abbondarono all'indomani della proclamazione del regno. Non solo l'emiliano Marco Minghetti e tanti economisti e politici del Mezzogiorno elaborarono una visione organica della miglior armonia tra potere centrale e amministrazioni locali, disciplinate da Urbano Rattazzi nell'ottobre 1859 con una legge destinata a durare settant'anni. Ma come si poteva concretamente e seriamente credere che il federalismo non covasse il ritorno delle divisioni secolari tra le diverse Italie e la prevalenza dei “compartimenti” più avanzati su quelli più arretrati? 
I censimenti decennali svolti dal 1861 dicono che, unita “sulla carta”, l'Italia era e rimase lacerata. Il quadro è anche peggiore sotto il profilo della storia politica. Sino alla morte, sopravvenuta il 10 marzo 1872, Giuseppe Mazzini continuò a cospirare per rovesciare la monarchia. Tanti suoi seguaci ritenevano che bastasse eliminare Casa Savoia perché gli italiani vivessero felici e contenti. Fu lo storico Pasquale Villari (Napoli, 1846- Firenze, 1917), deputato, senatore, ministro della Pubblica istruzione, massone in gioventù, a dire la verità: gli italiani erano ventidue milioni, cinque milioni di arcadi, diciassette di analfabeti. Il problema del Paese non era questa o quella Casa Reale, questo o quel presidente del Consiglio ma l'organizzazione della macchina dello Stato in un'Europa che non faceva sconti a nessuno, come si vide con la guerra austro-prussiana del 1866, in quella franco-germanica del 1870-1871, di gran lunga più sanguinosa e socialmente devastante, e quella tra russi e turchi nel 1878, dagli aspetti talora belluini. 
   A differenza di quanto venne retoricamente ripetuto, non era ancora momento di “fare gli italiani” ma di fare davvero l'Italia. Per secoli ogni staterello aveva pensato per sé, cioè non aveva pensato affatto, perché (a parte il Regno di Sardegna, costretto dalla geografia a stare nella storia, cioè sempre con l'arma al piede) era l'appendice diretta o indiretta di potenze straniere. Col 1861 bisognò inventare un sistema di difesa con l'occhio alle Alpi e al Mediterraneo, una diplomazia planetaria. Erano gli anni degli Imperi coloniali. Napoleone III mentre combatteva nella pianura padana occupava la Cocincina; sei anni dopo con Massimiliano d'Asburgo (figlio di Napoleone II?) tentò di dar vita all'Impero del Messico, che avrebbe sparigliato la storia e riportato l'Europa alla guida del mondo. Gli “americani” lo capirono bene e lo fecero fucilare a Queretaro dal repubblicano Benito Juarez.   
   In quel quadro, tutto poteva fare il governo d'Italia tranne che fermare il processo di costruzione dello Stato. Già doveva fronteggiare il banditismo nelle Romagne, il grande brigantaggio nell'ex Regno delle Due Sicilie (sette anni di guerriglia feroce), la rivolta di Palermo nel 1866 (repressa duramente dal siciliano Antonio Starrabba di Rudinì, sorretto da Raffaele Cadorna), proteste e insorgenze contro la tassa sulla macinazione delle farine voluta da Quintino Sella per fornire al governo i mezzi per far decollare infrastrutture scuole, sanità, edifici servizi pubblici: quanto occorreva affinché lo Stato passasse da semplice enunciazione a realtà effettiva.
Ora sponanea, ora spintanea
   Non bastasse quel povero neonato Regno d'Italia dovette fare i conti con due ferite che avrebbero affossato qualunque altro Paese: la scomunica di Vittorio Emanuele II e di tutti i suoi ministri, deputati e “agenti” da parte di Pio IX perché nel 1859-1860 si era appropriato del grosso dello Stato pontificio; e lo”sciopero politico” dei cattolici, che per mezzo secolo disertarono le elezioni per il rinnovo della Camera. Assediata su tutti i fronti, dall'estero all'interno, la dirigenza postunitaria non ebbe né tempo né modo di cambiare la costituzione, benché sempre più anacronistica. 
   Di decennio in decennio la Nuova Italia camminò in affanno, spesso sospinta dall'esterno. Dopo l'imposizione del protettorato francese su Tunisi nel 1881 e la riluttanza dell'Italia a impegnarsi a fianco di Londra in Egitto nel 1882, fu l'Inghilterra a imporre a Roma di fare la propria parte nel Mar Rosso, dopo l'eccidio di Karthoum nel 1884. Altre volte fu trascinata da interessi interni: compagnie di navigazione, commerciali, assicurative... L'adeguamento dell'assetto costituzionale ai tempi nuovi finì e rimase in un cono d'ombra. Il regio decreto 14 novembre 1901 sugli affari da sottoporsi al consiglio dei ministri, voluto dal democratico bresciano Giuseppe Zanardelli d'intesa con il trentaduenne Vittorio Emanuele III, mutò la distribuzione delle statuine del presepe ma non spostò né la Capanna né la Stella Cometa. Nel 1915 l'Italia entrò nella Grande Guerra con lo Statuto del 1848. Col medesimo ne uscì. Nel dopoguerra la Camera Bassa si occupò di legge elettorale (la “maledetta proporzionale”), inchieste su sperperi e altre minutaglie, ma lasciò intatti i poteri della Corona, a cominciare da quello di dichiarare guerra. Così dal 10 giugno 1940 gli italiani appresero a cose fatte di essere e in guerra contro la Francia, la Gran Bretagna e, a seguire, contro l'Unione sovietica e gli Stati Uniti d'America.
Una coperta corta
Ci volle la sconfitta per imporre il rinnovamento ab imis fundamentis: l'Assemblea Costituente, prevista ed eletta in forza Decreti legge Luogotenenziali di Umberto di Savoia. La Costituente, i cui deputati furono eletti il 2-3 giugno 1946, avrebbe fatto la sua parte anche se al referendum costituzionale la monarchia fosse prevalsa sulla repubblica. I tempi di una Carta nuova non solo erano maturi ma necessari. I costituenti, anzi, andarono così innanzi che alcune loro  innovazioni (dalla Corte Costituzionale alle Regioni a statuto ordinario) rimasero sulla carta per lunghi anni. Anche nel 1946-1949, sino a quando non trovò riparo sotto l'ombrello difensivo della NATO e dell'Alleanza Atlantica, la coperta risultò nuovamente molto corta.
Ora è si indilazionabile la revisione della Costituzione. Non è questione di pandemia. È un nodo sempre più ingarbugliato. Va affrontato per rimanere davvero in Europa, anzi, più estensivamente, in Occidente: nell'area dei principi enunciati dalla Carta del 1948, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalle Convenzioni che ne derivarono, che Roma ha sottoscritto ma talvolta ha anche violato. Occorre pensarci per tempo mentre iniziano ad aleggiare fantasmi come la definizione di “Stato di diritto”. Chi ha titolo per stabilirne i termini? È bene che, a differenza di quanto accadde dal 1848 al 1948, l'Italia provveda da sé ad adeguarsi ai tempi correnti e venturi. Anche perché sulla fine della legislatura precedente in tempi recenti si sono registrate alcune sconcertanti divagazioni lessicali. Ne rimane esempio inquietante la Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'indagine sulla criminalità organizzata che gettò ombre pesanti sulla libertà dei cittadini di associarsi in organizzazioni non vietate dalle leggi vigenti. Ove il diritto venne distorto.
In tempi calamitosi il triangolo equilatero vaticinato dai costituenti settant'anni addietro è sempre più sfocato sull'orizzonte. Con l'eclissi del Parlamento, raggirato dall'Esecutivo, si torna allo scaleno, malattia infantile dello Stato d'Italia. Intirizzito e con la coperta sempre più corta, sdrucita dal debito pubblico a livelli più incontrollati di ogni contagio.  
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: 
“Scienziati” litigiosi,  spesso in confusione, “ordinanze” ministeriali peggio che in guerra (come quella di Lamorgese e Speranza che una domenica pomeriggio vietò di lasciare il Comune nel quale ci si trovava, magari per caso) e i fastidiosi sermoni moralistici di Sua Emergenza Conte (suggeriti da Roccobello?) su come condursi a Natale alimentano  tensioni e caos tra Stato e Regioni, tra una e altra Provincia e all'interno dei Comuni. Tutti contro tutti. 


GIOVINEZZA, SOLE CHE SORGE, RIVOLUZIONE
(COL PERMESSO DEL PAPA)

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Novembre 2020, pagg. 1 e 11. 


Copertina dello spartito di “Il Commiato. Inno dei laureandi”, parole di Nino Oxilia, musica di Giuseppe Blanc, 1909 (da Marco Albera e Manlio Collino, Saecularia Sexta Album. Studenti dell'Università di Torino, Elede, 2005).Eterogenesi di inni e canti: Giovinezza... 
Quando scrisse “Giovinezza”, inno dei laureandi, Nino Oxilia non immaginava certo che il canto goliardico, intriso di gioia, nostalgia e impegno civile, come Piemontesina bella, un giorno sarebbe stato capovolto in carme bellicoso: dapprima tra gli alpini, poi negli arditi e infine dai “fasci di combattimento”. A quel punto, tra il 1919 e il 1925, quando il Direttorio Nazionale fascista ne fece l'inno ufficiale del partito, di Addio Giovinezza, la commedia messa in scena da Oxilia e Sandro Camasio (Isola della Scala, Verona, 1886-Torino, 1913) non rimaneva che un vago ricordo. La Belle Epoque era un lontano ricordo. Di mezzo vi era stato l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra, con devastanti ripercussioni su istituzioni, economia, assetto sociale e sulla demografia.  Nei 41 mesi dall'intervento alla Vittoria del 4 novembre 1918, tra giovani “di leva”, richiamati e mobilitati anzitempo vennero messi in divisa circa cinque milioni e mezzo di italiani sino ai “Ragazzi del '99” e ai giovani nati nel 1900, addestrati e mandati al fronte nell'ultima estate di guerra. L'epidemia di “spagnola” aggiunse altri 600.000 morti da un capo all'altro del Paese.   
   “Giovinezza...”.
Genesi e metamorfosi di quel canto, narrate da Patrizia Deabate nei Canti brevi di Nino Oxilia (Neos, 2014), sono paradigma della storia d'Italia: convulsa, segmentata, sequenza d’imprevedibili colpi di scena, spesso frutto d'improvvisazione. Ne abbiamo l'esempio sotto gli occhi: un presidente del Consiglio dei ministri passato dall'una all'altra maggioranza parlamentare (non nei sondaggi) e pronto a capitanarne una terza e una quarta, tra disastro del sistema sanitario e indebitamento pubblico agghiacciante ... Sarà disinvoltura o spudoratezza? Mesi addietro (ma sembrano ormai passati anni, tanti sono i pessimi ricordi dei mesi scorsi e gli incubi per quanto verrà) il Paese era invitato a cantare dai balconi e dalle finestre per fermare il Maligno. A ore fisse, come i canonici al Vespro. Attoniti e mascherati, adesso gli italiani tacciono. La loro fiducia nel tante volte annunciato  “nuovo inizio” è crollata: lumicino, tra le multicolori palle natalizie. 
Le “parole d'ordine” per mesi diffuse dagli altoparlanti governativi non incantano più. Incartati i torsoli d'insalata nelle vecchie autocertificazioni per uscire di casa, i cittadini hanno esaurito il toner della pazienza. Non credono, poco obbediscono, provano ancora a combattere in modo civile: pensare con la testa propria anziché con quella di governanti imprevidenti e di tecnici sanitari speranzosi, litigiosi e quindi inaffidabili.
...e Inno a Roma
Nel 1919, lo stesso anno in cui i fasci scipparono Giovinezza ai goliardi, molti dei quali iscritti alla gloriosa “Corda Fratres”, la Federazione internazionale studentesca inventata dal geniale canavesano Efisio Giglio-Tos, su sollecitazione del sindaco di Roma Prospero Colonna il già celeberrimo Giacomo Puccini musicò l'Inno scritto dal librettista e poeta Fausto Salvatori, ispirato dal Carme secolare di Quinto Orazio Flacco. Doveva essere cantato nel Natale di Roma, il 21 aprile. La sua “prima”, però, venne rinviata a causa di uno dei tanti “scioperi” che affliggevano l'Italia e la sua capitale. Il ritornello di quel Canto Novo sgorga dal petto: “Sole che sorgi, libero e giocondo/, sul Colle nostro i tuoi cavali doma:/ tu non vedrai nessuna cosa al mondo/ maggior di Roma”. Ve n'era bisogno nello sconquasso postbellico. Altrettanto vale oggi, anche se quell'“Inno al Sole” è sconsigliato perché, al pari di “Giovinezza”, riecheggiò nei cerimoniali del regime di partito unico. Ma se così dovesse essere, bisognerebbe gettare alle ortiche il novanta e più per cento della tradizione musicale e coreutica italiana, compresi Il Piave, Va pensiero, Si scopron le tombe, si levano i morti e anche Il canto degli Italiani musicato da Michele Novaro, ora inno nazionale, tutti ordinariamente eseguiti nel “famigerato ventennio”. 
L'“Inno a Roma” (parole di di Fausto Salvatori, musica di Puccini) non ha proprio nulla di “fascista”, né di “dittatoriale”. È il punto di arrivo della cultura risorgimentale che mirò ad annodare la Nuova Italia con quella dei Cesari e con l'età dei Liberi Comuni e delle Signorie, del Rinascimento. Dopo quella degli Augusti e dei Papi la Terza Roma era, voleva, doveva essere capitale della Scienza, della Ragione e, perché no?, della Gioia, espressione della Libertà, evocata dal massone Schiller nell'Inno fatto proprio da Ludwig van Beethoven nel finale della Nona Sinfonia.
Ne era convinto il compositore Franco Alfano (Napoli, 1875-Sanremo, 1954), poi famoso per “La leggenda di Sakuntala” (1921) e del “Cyrano di Bergerac” (1936). Durante uno dei soggiorni nel Ponente Ligure, in specie a Bordighera (cara alla Regina Margherita), Alfano fu iniziato massone nella loggia “Achille Ballori” di Sanremo. Il suo diploma “ne varietur” venne iscritto nei registri del Grande Oriente d'Italia al numero 53.583.
Aggredito da un tumore all'epoca incurabile e dopo un intervento estremo a Bruxelles, Puccini morì lasciando incompiuta “Turandot”, l'opera che lo impegnava dal fatale 1919. Su designazione di Arturo Toscanini, il suo completamento fu affidato ad Alfano, che superò la prova sulla traccia degli “appunti” pucciniani. La prima rappresentazione dell'opera fu diretta proprio dal celeberrimo Maestro, che la interruppe al termine della composizione originaria, per rispetto verso Puccini, non certo per sgarbo nei confronti di Alfano, da lui apprezzato.
Nel 1919 Toscanini era stato tra i propugnatori della fondazione dei fasci di combattimento nella famosa adunata a piazza San Sepolcro il 23 marzo. Per molti  “sansepolcristi” il fascio riecheggiava la Sinistra democratica ottocentesca, guidata da Giuseppe Garibaldi, che in decine di lettere e discorsi incitò i “veri liberali” a mettere da parte le rivalità personali e di ascrizione (mazziniani, federalisti, antichi carbonari, settari delle più disparate “Obbedienze”) e a unirsi in un unico “fascio” sotto le insegne della Massoneria: esattamente l'opposto di quanto programmato da Mussolini dopo l'intesa con Luigi Federzoni, Enrico Corradini, Alfredo Rocco, Maurizio Maraviglia e gli altri esponenti del nazionalismo, in gran parte clericali. Sapevano a memoria tutto Carducci, maestro e vate della Nuova Italia,  ma non lo avevano capito. 
Mussolini rivoluzionario, col permesso del papa
Lo ha ricordato con lapidaria incisività il novantaduenne Giorgio Galli nell'introduzione al ciclo di incontri (in videoconferenza) sul “Fascismo magico” organizzato dall'Istituto di studi politici e internazionali (Milano) e coordinato da Daniele V. Comero, Vinicio Serino e Ottorino Maggiore van Beest. Politologo celebre per aver definito il sistema politico italiano postbellico come “bipartitismo imperfetto” stante l'impossibile alternanza tra la Democrazia cristiana e i suoi alleati centristi, da una parte,  riparati sotto l'ombrello degli USA, e dall'altra il Pci, eterodiretto da Mosca, da decenni Galli indaga il nazismo magico, l'esoterismo soggiacente alla politica e, in saggi scritti con Mario Caligiuri, Come si comanda il mondo e Il potere che sta conquistando il mondo (ed. Rubbettino, 2020). Galli non ha dubbi: quella di Mussolini fu una “Rivoluzione col permesso del Papa”. Una farsa di ateo pentito. 
Mentre anche molti “fascisti” combattevano i clericali e rivaleggiavano con la Carta del Carnaro di Gabriele d'Annunzio proponendo la confisca dei beni ecclesiastici, l'introduzione del divorzio, il diritto di voto femminile, l'emancipazione delle donne, la giornata lavorativa di otto ore (antica richiesta dei socialisti, dalle cui file arrivava Mussolini e alle quali approdò Pietro Nenni, originariamente repubblicano e suo sodale), sotto sotto il futuro Duce sin dal 1922 aveva preso a trescare con la Santa Sede tramite  padre Pietro Tacchi Venturi, che tessé i rapporti tra lui e il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri, e nel 1938, alla vigilia dell'approvazione delle leggi razziali, glielo ricordò per ottenere la discriminazione dei “matrimoni misti” tra ebrei convertiti a cattolicesimo e “ariane” (o tra “ariani” ed ebree cattoliche): dove era chiara l'identificazione tra “razza” e “religione” con tutti i pregiudizi secolari.  
Alle elezioni del 16 novembre 1919 Mussolini subì una sconfitta clamorosa. Nella circoscrizione elettorale di Milano la sua lista, comprendente Toscanini e Guido Podrecca, già fondatore di “L'Asino”, settimanale satirico ferocemente anticlericale, e altri candidati niente affatto antidemocratici, raccolse appena 5.000 voti. Egli stesso racimolò 2.500 preferenze. Un risultato umiliante. Ma, come ha documentato Renzo De Felice, non si dette affatto per vinto. Per lui valeva la regola degli estremisti di tutti i colori: tanto peggio, tanto meglio. Dalla sua parte aveva la crisi politico-sociale, la scioperomania, l'inconcludenza dei governi e soprattutto le ripercussioni della suddivisione dei seggi alla Camera in proporzione ai voti ottenuti dai partiti, la “maledetta proporzionale” (come la definì Giolitti) voluta da Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, dai socialisti e da liberali di belle speranze, che confondevano l'“eloquenza parlamentare” con la “politica”. Lo stesso del resto accade oggi, con l'uso stucchevole di formule ripetitive, di passettini per i corridoi dei Palazzi verso scrivanie ingombre di sudate carte e di sguardi corrucciati in assenza di programmi ponderati e attuabili. Il disastro generato dalla “proporzionale” è documentato da Gianpaolo Romanato in 1919-2019. Riforme elettorali e rivolgimenti politici in Italia, completo di un acuto saggio di Marco Follini (ed. Cierre per la Casa Museo Giacomo Matteotti di Fratta Polesine).
Con quelle premesse il 30 ottobre 1922 il trentanovenne Mussolini ebbe l'investitura a presidente del Consiglio dei ministri da Vittorio Emanuele III, su consiglio di tutti i maggiorenti delle forze politico-sociali-economiche non antisistema del Paese. La vera “marcia” non fu “su Roma” ma “in Roma”: dal Vaticano in Italia. Non con i manganelli ma con ceri e aspersori. I partiti che a metà novembre votarono la fiducia al governo Mussolini erano il guazzabuglio che aveva impedito a Giolitti di governare: i popolari di don Sturzo, il grappolo acido di liberali (solo nell'ottobre 1922 nacque il Partito liberale italiano presieduto dal dimenticato Borzino), i demosociali del teosofo Colonna di Cesarò. Come da vent'anni, i socialisti di Turati, Treves, Modigliani e di Giacomo Matteotti (freschi dell'ennesima scissione) rimasero spettatori. 
Nicola Di Modugno, Vinicio Serino e altri nell'Incontro del 12 novembre su “Mussolini e movimenti esoterici e iniziatici”, hanno ricordato che il 19 gennaio 1923 la Santa Sede passò all'incasso. Entrando da ingressi separati il cardinal Gasparri e Mussolini (accompagnato da Giacomo Acerbo, grado 30° della Gran Loggia d'Italia e  sottosegretario alla Presidenza del Consiglio)  si incontrarono nel palazzo del conte e senatore Carlo Santucci, presidente del Banco di Roma, ancora una volta sull'orlo del fallimento, e ne concordarono il salvataggio con l'intervento del governo “al di qua del Tevere”. In aggiunta, il Duce del fascismo si impegnò a mettere al bando la Massoneria, che dagli albori del Risorgimento rappresentava l'alternativa radicale alla Chiesa cattolica. Non era un partito qualunque ma un'Idea Universale. Non era una fazione, come i nazionalisti, ma la promotrice e custode della Nazione. Però Roma non poteva contenere due Città Eterne: doveva  scegliere quale incarnare.
Convinto che in fondo era solo questione di “metalli”, in cambio del Potere Mussolini non ebbe difficoltà alcuna a sbarazzarsi degli odiati massoni. Non solo. In Italia non potevano esserci due depositari dell'Idea di Nazione. I democratici persero la partita con la riunione del Gran consiglio del fascismo che a metà febbraio del 1923 deliberò l'incompatibilità tra fasci e logge, che pur contavano parecchi “fascisti dell'origine”, mangiapreti della peggior risma. In quella seduta i grandi consiglieri vennero istruiti da uno spretato che per primo aveva pubblicato in Italia gli infami “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” e che il Duce, superstizioso assai, evitava di vedere e di nominare. In effetti quell'ex reverendo non gli portò bene. Lo incalzò sino agli ultimi giorni della Repubblica sociale.
Gran Consiglio di cosa?  
Ma che cos'era il Gran Consiglio? Nient'altro che la riunione privata di maggiorenti del Partito fascista, priva di valore istituzionale, come la “cabina di compensazione” prospettata due anni addietro dal famigerato “Programma per il governo” sulla cui base nacque il Conte I, con Cinque Stelle e Lega. Però con la legge 9 dicembre 1928, n. 2963 il consesso venne “costituzionalizzato” e proclamato “organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla Rivoluzione dell'ottobre 1922”, con “funzioni deliberative nei casi stabiliti dalla legge”. Comprese i quadrumviri della leggendaria Marcia su Roma, i segretari del PNF, i presidenti delle Camere, il comandante della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, il presidente del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, quello dell'Opera nazionale Balilla e altri. Un numero cangiante, dunque. Anzi, pletorico. Nel 1929 contò sedici membri a tempo illimitato e ben 29 “a cagione delle loro funzioni”. Nel loro novero si contavano parecchi massoni “in sonno”: Italo Balbo, Giuseppe Belluzzo, Roberto Farinacci, Achille Starace e altri, desti a giorni alterni...Con alcuni poteri deliberanti sul Partito e la facoltà di “esprimere pareri” su questioni più importanti, benché immaginato come Terza Camera  il Gran Consiglio non fece mai nulla di veramente importante. Non per caso ne manca una vera “storia”. La legge istitutiva stabilì anche che i suoi membri non potevano essere arrestati né sottoposti a procedimento penale senza autorizzazione del consesso medesimo. Ciò non impedì a Vittorio Emanuele III di prendere le misure necessarie nei confronti del Duce il 25 luglio 1943. Né fu di ostacolo, nel gennaio dell’anno dopo, alla condanna a morte e alla fucilazione al poligono di Verona di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, e di altri componenti del Gran Consiglio, colpevoli di aver messo Mussolini in minoranza.
Giorgio Alberto Chiurco scrisse cinque volumi sulla “Rivoluzione fascista”, che era e rimase un orpello retorico. A inizio Novecento l'idea di Italia prese corpo in alcuni edifici simbolici, come l'Altare della Patria e il Palazzo di Giustizia (poi sede della Corte di Cassazione), istoriati con gli emblemi della Romanità, ispirati all'Ara Pacis di Augusto, alle Colonne di Traiano e di Antonino Pio, ai Fori imperiali...: nessun cenno alla Roma dei Papi. Ma quanto avvenne nel 1922-1923 sfuggì ai più.  L'Almanacco della “Ragione” per il 1923 pubblicò in copertina il fascio littorio sormontante la Cupola di San Pietro. I suoi turiferari, liberi pensatori e militanti dell'associazione Giordano Bruno, non avevano capito che ormai era tutto cambiato. La “rivoluzione” di Mussolini si risolse in una ostensione.  
Oltre a concedere “metalli” al Banco di Roma e a mettere al bando la Massoneria (il cui spettro rimase il suo incubo), Mussolini imboccò la via della Conciliazione, coronata l'11 febbraio 1929: il riconoscimento dello Stato della Città del Vaticano, che fu opera anche di Pietro Tacchi Venturi (1881-1956), dal 1922 protagonista influente sui rapporti tra le due sponde del Tevere e tuttora in attesa di una biografia esaustiva.

 
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Copertina dello spartito di “Il Commiato. Inno dei laureandi”, parole di Nino Oxilia, musica di Giuseppe Blanc, 1909 (da Marco Albera e Manlio Collino, Saecularia Sexta Album. Studenti dell'Università di Torino, Elede, 2005).

L'ITALIA NON È IN GUERRA
MA HA URGENZA DI UN GOVERNO VERO

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 Novembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Il governo s-mascherato
Il governo ha gettato la maschera. La infligge agli italiani, quando ancora si permettono di parlare o persino di pensare. Tra un po' la dovranno “indossare” anche nel sonno. Ma non è questo il solo obiettivo del governo di Sua Emergenza Conte, Zingaretti e compagnia cantante. Il suo intento ultimo è di imporre tappi negli orecchi e benda sugli occhi. Al villan non far sapere, non far vedere e, soprattutto, non farli parlare... Dopo la mascherina e la benda verrà la mordacchia. Così gli italiani potranno essere rosolati come Giordano Bruno senza che se ne odano gemiti e urla.
L’esecutivo si è s-mascherato con l'accordo di maggioranza per campare sino al 2023. Il suo fine dichiarato è rimanere al potere sino alla scadenza naturale della legislatura. Un traguardo lontanissimo. Le conseguenze sarebbero devastanti. Vediamone alcune.
Ho il Potere assoluto...
In primo luogo questo governo scalcinato, litigioso e inconcludente vuole perpetuare il pieno controllo del Potere con tutti gli strumenti ordinari e straordinari: decreti-legge, decreti del presidente del consiglio dei ministri (screditati ma reiterati alla faccia di tutti i costituzionalisti), richiesta di poteri speciali, imposizione del voto di fiducia quando la maggioranza, sfarinata, è pericolante. Esso, insomma, usa tutti i ben noti trucchi del mestiere.
Per reggere, questa coalizione, che esiste solo per esercitare il Potere, ha bisogno che il paese stia in ginocchio, prono, chiuso in casa. Di lì i tanti espedienti attivati da un mese a questa parte. Dopo aver imposto il rinvio delle elezioni regionali e comunali e il loro accorpamento al 20 settembre, l'Italia stava così bene (a detta del governo) da permettersi di andare alle urne senza pericolo alcuno. Conte ha fatto il 20 settembre quel che fecero Sánchez con la superflua festa dell'8 marzo in Spagna e Macron col primo turno delle amministrative in Francia: eventi acceleratori del contagio. Lo scorso marzo si poteva concedere che anche i capi di governo e di stato fossero un po' imprevidenti e persino fessi. Il 20 settembre no. Tanto più che Conte Giuseppe e la sua beneamata Azzolina Lucia avevano assicurato l'apertura delle Scuole il 14 precedente in piena sicurezza (altra asinata, veduti i fatti e la realtà odierna).
In sintesi, questo governo – Cinque stelle, Democràt, Liberi/uguali e, va detto, Italia Viva, che viene percepita come connivente – non ha solo mancato di provvedere tra maggio e ottobre ma ha insistito negli errori anche nell'autunno. Un giorno dopo l'altro. Improvvisando. Con l'acqua alla gola. Rinviando. Promettendo. Polemizzando con le Regioni e i Comuni, chiudendo gli occhi dinnanzi alla realtà. E adesso pretende di rimanere in carica per altri due lunghissimi anni e mezzo...
Permanendo al Potere, questo governo, in combutta con Protezione civile e Commissari vari, continuerà a nominare centinaia di esperti usa e getta, ad allestire sontuose quanto inutili sfilate di perdigiorno (come accadde a Villa Pamphili) senza alcun effetto pratico se non lo sperpero di pubblico denaro (mica paga di tasca sua...). Vera e propria distrazione di massa, a reti unificate e con il plauso di giornalisti debitamente chiusi fuori, costretti a origliare e a scrivere articoli del tutto inutili (e poi non ci si lamenti se i quotidiani perdono copie).
“Tagliati” e attovagliati 
Nel frattempo la congrega al governo dilata a macchia d'olio il contagio più pericoloso: attira gli insetti vaganti come carta moschicida. Giorno dopo giorno invischia quanti si aggregano un po' per convenienza, un po' per rassegnazione, un po' per cinismo e, quel che è peggio, per tragica mancanza di alternativa a breve e medio termine. Conta che le legittime proteste, represse in modi sempre più duri, si spengano da sé. 
Così facendo questa sgangherata coalizione governativa spera di far credere di essere maggioranza nel Paese. Riesce a far dimenticare quello che oggi nessuno più ricorda. Il 20 settembre Beppe Grillo e quanti gli si sono accodati (Zingaretti, etc. etc.) hanno ottenuto quel che volevano. Approvando il loro “taglio” gli italiani hanno confermato  che 330 parlamentari sono in esubero. Per fare il loro mestiere bastano 200 senatori e 400 deputati. Il resto alle ortiche. È improponibile che queste Camere rimangano in funzione sino al 2023. Sono stati i loro stessi membri a sancirlo approvando la legge poi confermata dagli italiani con il referendum. Tempo è venuto di trarne le conclusioni. Il varo della legge che impone il taglio dei parlamentari vincola anche chi l’ha firmata: il Capo dello Stato. Non solo. Tutti ricordano bene che nelle settimane antecedenti il referendum Zingaretti implorava i suoi soci in ditta, i Cinque Stelle, di varare un abbozzo di legge elettorale almeno in una delle due Camere prima del 20 settembre. Sono passati due mesi da quei piagnistei ma la riforma della legge elettorale è finita in un cono d'ombra: per il semplice motivo che questa “maggioranza” (che somma il favore del 35% degli italiani) non vuole andare alle urne, né domani né mai. L'attuale composizione delle Camere non trova alcun riscontro nei sondaggi sugli orientamenti politici degli italiani. Sopravvive. Ma è un morto che cammina. Fino a quando? “Tagliata” da se stessa, si “attovaglia” ogni giorno di più. Solo quando gliel'hanno detto il presidente Fico ha fatto sbarazzare alla svelta la “mensa” di Montecitorio.
La legislatura è nata nel peggiore dei modi. Dal suo esordio, nel 2018, non sono passati neppure tre anni, tumultuosi. Azzannati alla gola dalla pandemia, scoperto che, malgrado le pacchiane dichiarazioni di Conte, Borrelli, ecc. ecc., il governo non era affatto pronto a febbraio-marzo e ha fatto pochissimo tra maggio e ottobre, gli italiani hanno perso memoria di come iniziò questa drammatica avventura. In allora qualcuno, smarrito il senno,  minacciò persino di incriminare il presidente della Repubblica. Dopo quasi due mesi venne varata una maggioranza sulla base di un “contratto di governo” dai contenuti incostituzionali. “In alto” si finse di non vedere. Fu un errore. Quel “contratto” rimane agli atti. Poi venne Dieci mesi la sbandata dell'agosto 2019 e una soluzione manifestamente provvisoria. Ma all'italiana, dove il provvisorio dura, come i tetti di amianto che nessuno si scrolla di dosso perché non è possibile convocare le assemblee di condominio che dovrebbero deliberarne la rimozione.
Questa è l'Italia: un garbuglio di reati, omissioni e di abusi di potere. L'Italia del Conte I, del Conte II, di maggioranze raffazzonate tra partiti dichiaratemente nemici.
Ma quale mai “unità”? E il MES?
Sic stantibus rebus gli appelli all'“unità” sono aria fritta. La decisione dell’attuale maggioranza di tirare a campare sino al 2023 ha calato la saracinesca sul “volemose bene”. O di qui, o di là. Nulla sarebbe, se non fosse che le conseguenze dell'inettitudine del governo attuale e, per ricaduta, di tante amministrazioni regionali e comunali (le province sono fantasmi) colpiscono tragicamente i cittadini, a cominciare dal blocco dei ricoveri e degli interventi (a volte anche urgentissimi) per chi non è in lista di attesa come contagiato covid-19: uno status che è ormai macabra “assicurazione all'assistenza” (persino domiciliare) nell'Italia odierna.
Questa è l'Italia che non ha chiesto e non chiede il MES per non far frinire i grilli. È l'Italia che “fa da sé” e aspetta chissà quale miracoloso “ricostituente europeo” tra uno o due anni e nel frattempo soffoca la produzione, promette risarcimenti (“ristori” è un termine davvero sciocco) e nel frattempo sfora, sfora, sfora e indebita le generazioni venture. Come stupirsi che il 35% di giovani non studia e non lavora? Attende la manna dal cielo. Esattamente come fanno il governo e i parlamentari che lo sorreggono (che però la manna se la garantiscono sin che restano in carica, sia pure decurtata del pizzo dovuto ai rispettivi “capi bastone”).
Se questo Parlamento di 330 componenti “in esubero” rimanesse in carica fino al 2023, esso eleggerebbe un Capo dello Stato screditato e indebolito ab origine dal voto di Camere non più rappresentative del Paese.
L'Italia l'è malata , ma non è in guerra...
Per allontanare il redde rationem da settimane il governo (e non esso solo, purtroppo) dice che il Paese è “in guerra”. Piano con le parole e basta con le metafore su tunnel, treni in corsa e chissà quali altre astruserie da poetucoli ginnasiali. San Tommaso d'Aquino insegnò che alle parole corrispondono “cose”. Vico aggiunse: verum et factum conventurtur. Orbene, l'Italia non è affatto “in guerra”. La guerra è una realtà giuridica e fattuale ben precisa. Come la maggior parte dei paesi del pianeta, l'Italia è alle prese con una forma di “influenza” più grave di altre precedenti. Ma non è “in guerra”. Alcuni Stati hanno adottato certi rimedi; taluni ne hanno scelti altri. Il governo italiano non ha adottato nessuna strategia. Vive di espedienti. Il covid-19 non ci ha dichiarato guerra. Circola, qui come in tutti i continenti. Dire che siamo sotto attacco nemico è un espediente è furbesco. Crea allarme, semina il panico, ma non risolve nulla. Cerca d’imporre sottomissione. Ma a chi? Al batterio? O, più prosaicamente, chi “governa” chiede all'opposizione di smettere di disturbare il manovratore e ai cittadini di stare a casa, fare due passi nell'“ora d'aria” e aspettare Natale (anche “senza denari”...)?
Fingiamo per un momento di prendere sul serio quel che tanti predicano dall'alto dei Palazzi. Che cosa se ne dovrebbe dedurre? Secondo chi usa la retorica bellicistica in guerra non si può mettere in discussione l’esecutivo. Sarebbe immorale, un tradimento della patria: quando Annibale è alle porte bisogna sacrificarsi (altro termine retorico abusato dalla narrazione sulla pandemia). Credere, obbedire, combattere. Una vecchia solfa. A chi la racconta, chiunque sia e da qualunque Colle lo faccia, è bene allora ricordare la storia delle guerre fatte dall'Italia nei suoi ormai lunghi 160 anni dall'Unità.
Obtorto collo, il 20-21 maggio 1915 le Camere votarono l'intervento dell'Italia  contro l'impero austro-ungarico. A parte il Re, il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, il ministro degli Esteri, Sonnino, e l'ambasciatore che il 26 aprile 1915 aveva firmato a Londra l’accordo segreto, né i ministri né i parlamentari né i cittadini sapevano a quali condizioni l'Italia scendeva in guerra. Lo appresero quando i bolschevichi di Lenin irruppero nel Palazzo d'Inverno, trovarono nella cassaforte il testo e lo pubblicarono. Per molte settimane i giornali italiani tacquero, perché alcune condizioni erano francamente imbarazzanti, a cominciare dall'esclusione della Santa Sede dal futuro congresso di pace.
La stragrande maggioranza dei parlamentari era contraria all'intervento. I cittadini non vennero presi in alcuna considerazione. Le piazze erano piene di sedicenti interventisti, spesso ragazzotti spinti da insegnanti che ripetevano a memoria Carducci ma nulla sapevano di capitale finanziario, grande industria, strategia militare e lotta per il controllo delle risorse. Sulla scienza prevalse la chiacchiera. Nei caffè e nei “circoli dell'unione” una miriade di vaniloquenti dissertavano su come l'Italia in un battibaleno sarebbe arrivata a Lubiana, Zagabria, Vienna e poi chissà sino dove. Un po' come poi accadde nel 1941-1942 quando tanti armigeri sognarono di arrivare come niente fosse dalla pianura sarmatica a Vladivostok.
E adesso siamo qua. In guerra? Contro chi? Dov’è il nemico? Sopra o sotto le scarpe e i panni? Entro o fuori le mascherine? Lungo le dita o sotto le unghie laccate ma non sempre nettate? In interiore homine (e anche in faemina) habitat virus, come ovunque... In assenza di rimedi veri (il vaccino? quando? per quanti?) e nel frastuono di virologi, epidemiologi, clinici più o meno attendibili, comitati vari e ministri speranzosi, stiamo come in trincea: imbavagliarsi, lavarsi le mani (e non solo), stare a distanza dall'alito altrui e… fare gli scongiuri.
Il governo che perde la guerra se ne va
Quel Parlamento del 1915, la cui storia va ricordata quale effettivamente fu, subì, trangugiò e attese il suo giorno. In pochi mesi capì di aver preso una cantonata spaventosa. Per fare la guerra occorrono strategia, uomini e armi. Il Comandante Supremo aveva il piano ma mancava di ufficiali, sottufficiali, truppe e, peggio ancora, di artiglieria, fucili, munizioni, magazzini, vestiti per l'inverno; e, ciò che più conta, non aveva il consenso del Paese. Il ministro della Guerra, Domenico Grandi, lo aveva avvertito sin dal 1914. Perciò venne silurato. Nel giugno 1916, all'indomani dell'offensiva austro-ungarica di primavera la Camera sfiduciò Antonio Salandra che aveva voluto l'intervento in odio contro Giolitti e nell'illusione di “passare alla storia”. Finì in un ripostiglio. Gli subentrò Paolo Boselli, decano della Camera, a capo di una coalizione variegata, comprendente anche ex neutralisti. Ma anche lui ebbe i giorni contati. Venne sfiduciato il 25 ottobre 1917, il giorno dopo l'inizio dell'offensiva austro-germanica sull'Isonzo, di cui a Roma nessuno sapeva ancora  niente. Il nuovo governo, presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, ebbe il benestare di Giolitti, che parlò alla Camera invitando all'unità vera. Il socialista Filippo Turati disse che anche per il suo partito la Patria era sul Piave. Quello fu un barlume di unione nazionale. Non questa di Conte-Zingaretti e Leu, che dall'opposizione pretendono silenzio e carta bianca.
I governi che in guerra non funzionano o che la perdono vanno sostituiti, come accadde anche il 25 luglio 1943.
In attesa che la storia sia magistra vitae, constatiamo che l'Italia ha bisogno di un esecutivo vero, all'altezza dell'emergenza e di quanto verrà a breve: l'impoverimento di massa e il collasso del sistema sanitario, anche per cocciuto rifiuto di un prestito di portata modesta qual è il MES, che avrebbe giovato a rimetterlo in sesto. È stato approntato un progetto per chiederlo? O esso giace in qualche misterioso cassetto, come l'accordo di Londra del 1915 e i verbali del Comitato tecnico scientifico troppo a lungo secretati?
Aria, luce, pulizia. Chiarezza e trasparenza. Stanco di predicozzi, il Paese ha diritto di essere informato e di decidere il proprio futuro. Non c'è altra via: elezioni prima possibile di una nuova Costituente.

 
Aldo A. Mola

MESSE NERO?
ORRORE! L'ULTIMO MARESCIALLO D'ITALIA FU MONARCHICO, MASSONE E ANTICOMUNISTA

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Novembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Il generale Antonio Zerrillo rievoca il Maresciallo Giovanni Messe al convegno di Vicoforte presieduto dal segretario della Consulta, Gianni Stefano Cuttica.Messe sull'Appia...
Mesagne è una cittadina tranquilla del “tacco d'Italia”, tappa dell'ultimo tratto della Via Appia che, sin dall'antica Roma, da Taranto conduce a Grottaglie, Francavilla e approda a Brindisi, “valigia delle Indie”. Terra di Messapi (lo documenta lo splendido museo archeologico nel Castello eretto nel Cinquecento da Orsini Del Balzo, principe di Taranto), fu per secoli transito di Cavalieri Templari e, con Federico II Staufen, presidio di quelli Teutonici. La popolazione, usa alla cucina mediterranea (cozze, polpi, agnelli, uova, fave, farine...) e a vini eccellenti, ha visto passare la storia a occhio asciutto. Nel 1861 aveva 7.000 abitanti. Ora ne conta 27.000, una ventina di chiese, un santuario, alberghi confortevoli e le sue risorse vere: il clima temperato dalle brezze marine, un giorno di nebbia l'anno, 15 di pioggia e il rispetto del proprio passato. Vent'anni fa il Comune ricordò con un convegno di studi il concittadino più famoso, Giovanni Messe, ultimo Maresciallo d'Italia (Mesagne, 10 dicembre 1883 – Roma, 12 dicembre 1968).
Lo storico Paolo Crociani ne ha scritto un accurato ed equilibrato profilo per il Dizionario biografico degli italiani. Nel 2006 l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito pubblicò l'opera di Luigi Emilio Longo, Giovanni Messe. L'ultimo Maresciallo d'Italia (pp. 663), frutto dell'esplorazione del vasto fondo documentario poco prima approdato all'Archivio dell'US-SME, completo di cimeli.
Scuola elementare obbligatoria e gratuita e “sacro dovere del cittadino” 
Lo scorso 10 ottobre, nel Convegno di studi su “Il lungo regno di Vittorio Emanuele IIII. Gli anni delle tempeste (1938-1946)”, organizzato a Vicoforte dall’Associazione di Studi Storici intitolata a Giolitti in collaborazione con enti e istituti, come il Comando Militare Esercito Piemonte, gli ex Allievi della Nunziatella e la Consulta dei senatori del regno, il generale Antonio Zerrillo, di stirpe sannitica, ha svolto la brillante e inappuntabile Relazione su Il Maresciallo Giovanni Messe e la riscossa del Regio Esercito Italiano. Nelle conclusioni ha ricordato il monumento da decenni decretato al Maresciallo dal Comune nativo, ma mai ultimato. Appassionato di storia, per anni il generale Zerrillo ha promosso convegni, mostre e riti memoriali dell'Italia nella Grande Guerra (1915-1918), sulla scia delle iniziative promosse nel 150° della proclamazione del Regno d'Italia (2011) che vide le Forze Armate in prima linea nel recupero della memoria, quando ancora molti straparlavano di autonomie, separazioni, persino di secessione, e strizzavano l'occhio a indipendentisti catalani e ad altre minoranze visionarie, attardate ai margini della storia. Oggi sono ormai “agli atti” i collegamenti tra l'ETA, l'IRA e Stati che miravano alla destabilizzazione dell'Europa.
In tante occasioni, tra 150° del Regno d'Italia con Vittorio Emanuele II sovrano costituzionale e centenario della Grande Guerra, furono evidenziati i due pilastri fondamentali dell'unità nazionale: la scuola obbligatoria e gratuita e il servizio militare, altrettanto obbligatorio. Lo ribadirono i Costituenti (con l'astensione di Aldo Moro e Benigno Zaccagnini) e molto ne scrisse Oreste Bovio, generale di corpo d'armata e già capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Il ricordo del ruolo svolto dal servizio militare nell'unione effettiva della nazione era ed è ancor più importante da quando esso è sostituito con quello “civile”, talora tiepido nei confronti dello Stato, che si eleva al di sopra di ogni fazione e sintetizza gli interessi generali permanenti dei cittadini. Lo si riscopre oggi dinnanzi a un'epidemia comunque transitoria. Bisognerebbe averlo chiaro guardando oltre i confini politici, in una visione matura dell'Europa centro-occidentale e del Mediterraneo, il cui versante settentrionale è sempre sempre più “a rischio” per la miopia di una “dirigenza” abborracciata, priva di cultura storica, ripiegata sulla quotidianità e sul proprio “particulare”: rinviare per stare, motore immobile come Dio per Aristotele.
Da Mesagne a San Vito dei Normanni
Per chissà quale congiunzione astrale, proprio mentre Zerrillo illustrava a Vicoforte la figura di Messe, a Mesagne si accese un faro sulla sorte del busto del Maresciallo, da anni pronto per essere collocato all'aperto quale “Memoria” e monito della complessa storia d'Italia. Ma chi fu Giovanni Messe? Umili genere natus (quinto degli undici figli di Oronzo, muratore, e di Filomena Argentieri), ancor prima di completare la scuola elementare andò garzone. Si arruolò diciottenne in un plotone allievi sergenti di fanteria. Solo chi ci è passato sa come erano le caserme dell'epoca e quale fosse la vita dei coscritti. Bisognava anzitutto insegnare ad “andare al passo”, a stare in fila e a imbracciare l'arma a giovani dai corpi allenati alla fatica ma privi dei rudimenti dell'educazione fisica, premessa indispensabile della vita, che è disciplina (non solo quella militare).
Per virtù sua e perché la Terza Italia dal 1860 in poi promosse l'ascesa sociale dei cittadini come mai era avvenuto prima, né purtroppo accade da decenni di caricatura della democrazia (“uno vale uno” è la negazione dell'endiade merito/gerarchia), Messe percorse una carriera straordinaria, sino al grado di Maresciallo d'Italia, conferitogli il 12 maggio 1943 al termine della tetragona resistenza in Tunisia contro gli inglesi mentre gli americani erano già vittoriosi sui tedeschi. Messe aveva alle spalle vent'anni quasi ininterrotti di guerra: da quella del 1911-1912 contro i turchi per la sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica al fronte dell'Isonzo, ove, a richiesta, giunse dalla Libia nel gennaio 1917. Pluridecorato, ferito, tornato in linea dopo Caporetto tra gli Arditi, egli meritò una medaglia d'oro al valor militare per il suo reparto e una d'argento per sé, accompagnata dalla croce di cavaliere dell'Ordine militare di Savoia.
Il 15 aprile 1923 Vittorio Emanuele III lo volle aiutante di campo. Messe lo rimase per quattro anni. Comandante del presidio militare di Zara (1929), generale di brigata in Eritrea (1936), generale di divisione nell'occupazione dell'Albania (1939), nella guerra contro la Grecia (ottobre 1940) ebbe il comando del corpo di armata “speciale” poi assegnato all'occupazione di Atene. Nel 1941 comandò il Corpo spedizione italiana in Russia (CSIR), poco e male preparato dal governo Mussolini, corrivo alla retorica degli “otto milioni di baionette”, del “tanti nemici, tanto onore” ma incapace di coniugare ambizioni bellicose con preparazione scientifica, industriale ed economica, presupposti della produzione di guerra, e di una visione strategica del conflitto, come ha efficacemente spiegato il colonnello Carlo Cadorna al convegno di Vicoforte.
Nominato generale d'armata al rientro dalla Russia, pluridecorato dal re e apprezzato dai tedeschi, che gli conferirono la croce di ferro di prima classe, nel gennaio 1943 Messe fu assegnato al comando della 1^ armata in Tunisia contro l'avanzata degli inglesi, ormai padroni della Libia. Si condusse al di sopra di ogni elogio, sino alla resa forzata e alla nomina a Maresciallo d'Italia. Fatto prigioniero, fu tradotto in Gran Bretagna. Mai colluso con il regime di partito unico, era il militare espressione della nazione italiana in armi.
Perciò dopo il trasferimento da Roma a Brindisi, all'indomani dell’annuncio dell'armistizio e del caos che ne seguì anche per la distribuzione del grosso dei militari al di fuori dei confini nazionali (Jugoslavia, Grecia, Provenza...), su indicazione di Vittorio Emanuele III il nuovo capo del governo, Pietro Badoglio, ne chiese il rilascio dalla prigionia e il rientro in patria. Anziché semplice ispettore generale, come ventilato dal Duca di Addis Abeba, per intervento del re il 18 novembre 1943 Messe fu nominato Capo di Stato Maggiore Generale. Da San Vito dei Normanni, due passi dalla nativa Mesagne, si dedicò con successo alla riorganizzazione dell'Esercito: dal Raggruppamento motorizzato al Corpo italiano di liberazione e ai Gruppi di combattimento, mentre il governo era sempre più assillato e lacerato dalla contesa tra i partiti, quattro su cinque nettamente contrari alla monarchia.
Rimosso dalla carica il 1°maggio 1945, Messe guardò con preoccupazione alla politicizzazione della polizia (nella quale vennero immessi molti partigiani militanti di partito, in specie ex “garibaldini”) e fu tra quanti tennero viva la rete di contatti di antichi e fidi patrioti, allarmati dall'attivismo di chi attizzava proteste, scioperi e insorgenze (come a Santa Libera) in vista di un evento rivoluzionario da coronare con l'irruzione dell'Armata Rossa, chiamata a imporre il nuovo “ordine sociale” dettato da Stalin nell'Europa orientale: rullo compressore completo di stragi e violenze di massa spesso paragonabili a quelle perpetrate dalle armate hitleriane. Come emerge da una documentazione imponente e inconfutabile, anche in Italia molti “rossi” miravano all'annientamento della “borghesia”, come di monarchici, liberali e “idealisti”, spesso poveri in canna ma sempre fedeli all'idea di Patria, che non è “a noleggio”, né un’etichetta di “movimenti”.
Un “busto” in ombra: fino a quando?
D'improvviso, la figura e l'opera del Maresciallo vengono ora poste in discussione sulla base di alcune carte pubblicate da Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella in Le menti del doppio Stato (ed. Chiarelettere). Anziché vagliarne l'attendibilità e contestualizzarne generi e contenuti, talune associazioni che si ergono a depositarie della Verità si sono affrettate a trarne pretesto per demonizzare Messe quale stratega occulto della tanto celebre quanto leggendaria FODRIA (acronimo di Forze Oscure della Reazione in Agguato, brillante invenzione di Guareschi). Eppure proprio Cereghino e Fasanella (con la benedicente prefazione di Giuseppe Vacca, già direttore dell'Istituto Gramsci) argomentano e concludono che Churchill e Stalin non volevano affatto un'Europa democratica ma intendevano spartirsela in zone d'influenza, tagliando fuori gli Stati Uniti d'America. Per il futuro dell'Italia Stalin non puntava sull'accomodante Palmiro Togliatti ma su Pietro Secchia, Luigi Longo e Vittorio Vidali: insomma sull'“ala militare” del Partito comunista d'Italia, che “il Migliore” cercò di trasformare in Partito nuovo, caleidoscopico proprio perché “di massa”. Puntava alla convivenza con i cattolici per liquidare gli antefascisti (liberali, demosociali, radicali...) e anche molti antifascisti, come Randolfo Pacciardi, sino all'“ala destra” del Partito d'azione, guidata da Ugo La Malfa e Ferruccio Parri. Togliatti contava sulla tacita intesa con il democristiano Alcide De Gasperi che agognava a rastrellare i voti dei monarchici, dopo averli resi orfani del Re. Chi, come Messe, vi si oppose difendendo lo Stato sorto dal Risorgimento e dall'unificazione nazionale va cancellato dalla memoria? Naturalmente su di lui, come su Edgardo Sogno e altri, si accumularono tante “informative”, che valgono come quelle dell'Ovra: vanno lette con beneficio d'inventario e “decrittate”, non prese per oro colato.
Ridotto all'osso, il “caso Messe”, ora strumentalmente aperto da alcuni facinorosi della memoria, è tutto lì: monarchico, liberale e cattolico, nel dopoguerra egli fu eletto senatore sotto l'insegna della Democrazia Cristiana (1953: come il generale Raffaele Cadorna, già Capo del Corpo Volontari della Liberazione), poi deputato nelle file del Partito monarchico popolare (primo dei non eletti nel 1958 entrò a Montecitorio nel 1961) e infine in quelle del Partito liberale italiano (1963-1968). Messe ebbe dunque i voti di democristiani, monarchici e liberali negli anni da De Gasperi ad Aldo Moro, dei liberali da Luigi Einaudi a Giovanni Malagodi e, aggiungiamo, dei socialdemocratici da Giuseppe Saragat ad Antonio Cariglia. Costoro furono tutti golpisti o collusi con il leggendario “doppio Stato”?
Per essere oggi degni di ricordo pubblico è proprio necessario aver avuto la tessera del Partito comunista d'Italia e dei suoi succedanei o averlo fiancheggiato o, almeno, non averlo avversato? La questione posta da chi vuol dipingere un “Messe Nero” anziché un patriota insigne, quale egli fu, non è “di parte” ma storiografica. Chi nel 1943-1946 si schierò per la conservazione della forma monarchica dello Stato è soggetto alla perpetua damnatio memoriae? E chi oggi ha diritto di pronunciarla?
Non solo. Poiché nel citato libro Cereghino e Fasanella prospettano l'appartenenza alla massoneria quale indizio di collusione con le trame più oscure, ricordiamo che il 3 giugno 1919 il tenente colonnello Giovanni Messe, comandante del IX Reparto d'Assalto degli Arditi, antico apprendista muratore, venne iniziato massone nella Loggia “Michelangelo” di Firenze, con diploma ne varietur n. 53.738. Se essere massoni e fedeli alla Corona è un demerito, allora non  solo va oscurato il busto di Messe ma vanno allora demoliti tutti i monumenti di Giuseppe Garibaldi. L'Eroe per antonomasia indossò la divisa di generale dell'Armata Sarda, per insegna ebbe “Italia e Vittorio Emanuele”, fu acclamato Primo massone d'Italia e venne eletto gran maestro effettivo del Grande Oriente nell'estate 1864.
Prima di inventare un “Messe Nero” è bene studiare e capire la storia d'Italia e magari ricordare che nel 1948 il Fronte Popolare socialcomunista (Togliatti-Nenni) assunse per insegna proprio Garibaldi... 
Aldo A. Mola
DIDASCALIA:  Il generale Antonio Zerrillo rievoca il Maresciallo Giovanni Messe al convegno di Vicoforte presieduto dal segretario della Consulta, Gianni Stefano Cuttica. 

LUCE IN FONDO AL TUNNEL?
SOLO CON ELEZIONI POLITICHE E COSTITUENTE

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 25 Ottobre 2020, pagg. 1 e 11. 

Cambiare passo? Cambiare governo
C'è una luce in fondo al tunnel? Il guaio dell'Italia odierna non è la pandemia. Come previsto da tutte le persone di medio buon senso, questa galoppa per la manifesta inadeguatezza del governo e delle amministrazioni pubbliche nel predisporre le misure atte a contenerne gli effetti, sia sanitari sia socio-economici. Si dirà: accade anche all'estero. Infatti. Avviene nella Gran Bretagna di Baby Johnson, nella Spagna di Sánchez-Iglesias, nella Francia di Macron e Brigitte, nel regno dei Belgi e altrove, a conferma che la pochezza politica non ha confini. Perché è accaduto? Perché i partiti di governo, tutti, si sono occupati e si occupano di se stessi e perché le opposizioni, tutte, non hanno una visione unitaria alternativa. Oggi Zingaretti dice che il governo deve cambiare passo. È socio in ditta da un anno e mezzo. Lo scopre adesso? In realtà l'Italia deve cambiare governo. Però la responsabilità del tracollo incombente ricade anche su parte dell'opposizione. In primo luogo perché, lasciata ai margini di tutte le decisioni governative, essa subisce trattamenti irridenti senza reagire nei modi dovuti. Inoltre perché su temi non “di immagine” ma di sostanza, come la richiesta del MES, fermamente voluta da Forza Italia, ha sostenuto le stesse posizioni dei partiti di governo, a eccezione di Italia Viva. Molti “movimenti” non hanno ancora capito da che parte stare: se in Italia, in Europa, in Cina, in Russia o chissà dove. Domina la confusione, a tutto vantaggio di chi è al governo e farà di tutto per rimanerci, com’è ovvio da sempre, non solo da noi ma in tutti Paesi del pianeta, sia democratici, sia totalitari.
L'imbonitore
L'Italia non è un paese di santi, poeti navigatori. È la patria degli imbonitori. Che cosa fa il predicatore? Sale sul pulpito avvolto nei drappi rituali. Guata gli astanti. Li palpa a occhio, ne percepisce gli umori e li circonviene con fluida loquela. È quanto fa da anni il professore avvocato Giuseppe Conte, uso agli artifizi della retorica forense: umile quando era guardato a vista da Salvini e di Maio, tracotante ora. Ma entro pochi giorni il contagio imporrà la resa dei conti. Ognuno dovrà assumere la propria responsabilità non “di fronte alla storia”, come di sé pretese l'Avvoltoio Appulo rinviando il giudizio ai secoli venturi, ma sotto l'incalzare di un Paese stufo di sermoni, consigli paterni, buffetti sulle gote.
Si obietterà: ma non ci sono state elezioni regionali, comunali e persino, in alcuni collegi, parlamentari? Sì, certo. Hanno segnato la disfatta del Movimento Cinque Stelle, cioè del partito che è al governo dal maggio 2018. Hanno registrato una modesta avanzata dell'opposizione (la conquista delle Marche) e la “tenuta” del Partito democratico (fermo al 20%) con due presidenti impresentabili al di fuori delle loro regioni: Emiliano in Puglia e De Luca in Campania. Tolti da lì, nessuno li voterebbe. È una delle tante anomalie del regionalismo all'italiana. Non ha promosso la democrazia rappresentativa ma il “rassismo” del Ventennio fascista, quando Mussolini tollerava che Farinacci dominasse a Cremona a patto che non sognasse di andare oltre e si fidava di Alberto Beneduce, ateo, socialista, massone, pragmatico, più che dei fanatici del “libro e moschetto”.
La verruca di Renzo Tramaglino e i nuovi collegi elettorali
Dove dunque s'intravvede una pur fioca luce in fondo al vero tunnel nel quale è infilata l'Italia? Per coglierla bisogna guardare al di là dell'emergenza sanitaria. Questa va affrontata chiedendo subito il MES e poi usandolo come Europa comanda per mettere in sesto il sistema sanitario nazionale manifestamente al collasso. Sul suo vero funzionamento ricordiamo il beffardo commento di Alessandro Manzoni alle spalle di Lorenzo Tramaglino, da lui inventato quale protagonista dei Promessi Sposi: “Brutta cosa è nascere povero, Renzo mio”. Una frasetta che vale cento volte più dei capitoli su nascita, diffusione e conseguenze della “peste”, in primavera raccomandati da retori implumi a giovani e meno giovani. Già, perché chi non ha soldi o santi in paradiso, come non li aveva “Renzo”, oggi non trova chi gli curi la “verruca”, ovunque l'abbia.
La crisi vera investe le istituzioni dello Stato d'Italia. Oggi rappresentano o no sessanta milioni di cittadini? Scherzando, ridendo e facendo le tre, il Parlamento approvò a straboccante maggioranza la propria evirazione. Disse coram populo che, così come era, 630 deputati e 315 senatori, non era proprio del tutto superfluo; però per un terzo era in esubero. Già aveva approvato che i suoi ex componenti non meritavano le pensioni, a volte unica loro fonte di sostentamento dopo una vita spesa a far comizi nell'illusione che la politica sia militanza, contatto personale quotidiano tra eletti ed elettori. Con il referendum confermativo del 20 settembre 2020, il famoso “taglio” è divenuto definitivo. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha pertanto firmato la legge che riduce a 400 deputati e 200 senatori i rappresentanti del popolo sovrano, con conseguente necessità di riconfigurare le circoscrizioni elettorali entro sessanta giorni.
Anche se i più non lo sanno e a molti poco importa, questo è un passaggio nevralgico dell'Italia ventura. La legge 27 maggio 2019, n. 51 (approvata il 13 precedente) affida al governo di disegnare i collegi. Secondo la legge elettorale vigente vi sono italiani più italiani degli altri: quelli della Valle d'Aosta, del Trentino e del Molise. Non solo hanno più benefici economici (come le regioni a statuto speciale, ormai del tutto anacronistiche: è il caso della Sicilia), ma anche più diritti politici: un numero precostituito di rappresentanti, a prescindere da quello degli abitanti. A volte “a noleggio”. In Inghilterra li chiamavano “borghi putridi”. Ne hanno beneficiato in tanti, catapultati anche dalla Toscana...
Se, come e quando avverrà (comunque, è da credere, nei tempi dettati dalla legge), la configurazione dei collegi non sarà affatto una passeggiata perché, dati alla mano, è possibile prevederne le ripercussioni. Ogni senatore rappresenterà 302.000 abitanti anziché i 188.000 attuali. Vi sarà un deputato ogni 151.000 cittadini contro i 96.000 attuali. Come da tempo previsto parecchie province rimarranno prive di rappresentanti in Parlamento. E poiché i loro consess originari, i consigli provinciali, ormai sono politicamente irrilevanti, decadranno a periferie afasiche. Senatori e deputati saranno espressione di coalizioni che ne decideranno i nomi e li imporranno agli elettori. Esattamente come avvenne dopo la legge ideata da Alfredo Rocco e approvata nel 1928. Essa fissò in 400 i membri della Camera e affidò al Gran Consiglio del Fascismo il compito di stilarne l'elenco, da proporre agli italiani: prendere o rifiutare in blocco. Nelle elezioni venture anziché uno solo a decidere le liste saranno tre o quattro “Piccoli Consigli”, ma l'esito finale sarà analogo: gli elettori dovranno accettare o rifiutare “nomi” preselezionati dai partiti. Aumenterà il numero delle astensioni dal voto: non per diserzione ma per disgusto. Ed è proprio questo uno degli scopi di tanta parte della “dirigenza” attuale, il cui motto è: “State a casa, al resto pensiamo noi”.
“El virus pasa...”
Merita dunque annotare i giorni che passano in attesa che i collegi elettorali vengano ridisegnati. Da quel momento non vi sarà alcun ostacolo al rinnovo delle Camere, con la scalcagnata legge vigente o con un'altra, varata alla svelta dai Moribondi del Parlamento oggi in carica. Colto per tempo il vento, l'Avvoltoio Appulo si è affrettato a proporre il “patto di legislatura”: cioè a blindare la sua stucchevole permanenza a capo dell'Esecutivo, nella speranziella di essere eletto presidente della Repubblica, garante ad vitam della maggioranza attuale “salvo intese”, clausola da “paglietta” non da statista. Gli va ricordato Giovanni Evangelista: “Il vento soffia dove vuole...”.
La bolsa retorica di Conte, Speranza, Zingaretti e compagnia cantante ripete che siamo in guerra e che pertanto vanno adottate misure conseguenti, a cominciare dal “coprifuoco”. In aggiunta andrebbe suonato l'allarme aereo ogni mezz'ora per avvertire che “El virus pasa”. Così i cittadini ricorderanno di lavarsi le mani (prima e dopo i pasti, prima e dopo…altro), “indossare” la mascherina (dicono proprio “indossare”, come fosse una giacca o un cappotto e avessero la schiena al posto della faccia) e tenere le distanze “sociali”, ripetendo con Manzoni “nel mezzo, vile meccanico” quando incrociano un Elkan.
In attesa che l'esplosione del contagio, prevedibile da mesi, imponga di passare dai sermoni alle misure omesse da marzo a oggi, ricordiamo le manifestazioni più clamorose del fallimento del governo attuale.
La scuola. La scuola è stata chiusa a marzo. Scolari e studenti sono stati automaticamente promossi all'anno successivo senza alcuna verifica della loro formazione. Dopo poche settimane di lezioni a strappi, ora si chiude in tutto o in parte e si ricorre alla famigerata didattica a distanza, negazione della scuola, che è “ecclesia”, dialogo comunitario. Eppure si sa bene che internet funziona solo nelle aree dove rende ai gestori. Siamo dunque alla discriminazione consapevole e premeditata delle aree disagiate per cause geofisiche e sociali. Stiamo precipitando nel passato remoto e, attenzione, si riapre la “questione meridionale” con isterismi promossi da governatori isolazionisti e secessionisti più di quanto suo tempo sia stato Umberto Bossi. Questo è lo Stato d'Italia oggi, Italy to-day.
Le regole dell'emergenza. Sulla scia di giureconsulti illustri come Sabino Cassese, Cesare Maffi in “ItaliaOggi” ricorda che l'autocertificazione “nazionale” richiesta ai cittadini colti a vagare in ore proibite ( “a mezzanotte va la ronda del piacere...”) costituisce un auto-accusazione di falso perché esige che il “pastore errante” si dichiari informato della normativa vigente sui vincoli imposti da decine di decreti del presidente del consiglio di ministri, da qualche decreto-legge convertito in legge e da un profluvio di ordinanze di ministri, a volte soli a volte male accompagnati (per esempio Speranza e Lamorgese), da presidenti regionali, sindaci e via continuando: un caleidoscopico groviglio di norme nelle quali è davvero impossibile raccapezzarsi e capire ciò che distingue il “molto raccomandato” dall’“ordinato”, il consigliato dall'imposto, quanto è soggetto a richiamo verbale da ciò che è colpito da sanzione amministrativa o addirittura penale. Tutti ricordano quanto ci volle a chiarire che cosa volesse dire “congiunti”. Finì che per tali non si intendono parenti sino al tale grado o i coniugi (che sono affini), ma anche quanti hanno  affetti stabili, vuoi per piacere, vuoi per tornaconto, proprio come gli “affini”.
Farsi le scarpe. Lo Stato più detta norme, più annaspa. Più emana disposizioni inapplicabili, più spinge all'inadempienza e si scredita. È il caso, davvero comico, del diritto all'ospitalità ora concessa da Sua Emergenza Conte a chi voglia accogliere in casa altre persone. Non è precisato se la famiglia ospitante sia di due, cinque o dieci persone e se disponga di una abitazione di 60 o 300 metri quadrati con giardino, piscina e maneggio. L'importante è che i sopravvenienti non siano più di sei e che lascino le scarpe sulla soglia, come dovessero entrare in una moschea. La nuova normativa non dice se gli ospitanti debbano fornire calzari usa e getta o da sanificare alla partenza degli intrusi e chi debba vegliare su scarpe, stivali, infradito lasciati fuori casa (strada? pianerottolo?...).
Libera circolazione in libero Stato
In attesa del peggio vanno ricordati gli appelli alla ragionevolezza già lanciati nel marzo-maggio, mesi che oggi sembrano lontani e invece si riaffacciano come incubi. Mentre in alcune regioni già si impone il divieto di circolazione tra province, torna il timore che venga ripristinato quello tra regioni. È bene ricordare a Conte, Speranza, Lamorgese ecc. come è fatta l'Italia. I confini tra regioni sono meramente amministrativi: non hanno nulla a che vedere con la rete stradale e ferroviaria, con le necessità effettive e affettive degli abitanti. Se non si vuole scatenare la rivolta è saggio che il governo rifletta prima di emanare nuovamente norme vessatorie. E sarà bene che i presidenti delle regioni, i prefetti, le camere di commercio ecc. ecc. illustrino a chi di dovere lo stato dell'arte. L'Italia nord-occidentale è in condizioni disastrose. L'annullamento della tappa del Giro d'Italia che voleva svalicare in Francia insegnerà pur qualcosa. L'interruzione delle comunicazioni Cuneo-Tenda-Ventimiglia dovrà pur aprire gli occhi. Il ripristino della strada ferrata richiederà mesi; quello della rotabile anni e anni. In queste condizioni è bene lasciare che i cittadini si muovano secondo le loro necessità. Nessuno viaggia per capriccio. Chi lo fa ha i suoi bravi motivi, anche non va al lavoro o per chissà quale emergenza. E dovrebbe essere chiaro una volta per tutte che la “seconda casa” in Italia non costituisce reato, come non lo è fare turismo in questi tempi di magra. Chi viaggia non deve più essere bersagliato da gabellieri di turno che fanno cassa come tanti miserabili autovelox piazzati su rettilinei per estorcere dobloni e “punti” a chi transita in piena sicurezza per sé e per gli altri.

A cospetto della crisi imperversante (quella sanitaria a breve risulterà la meno grave) va auspicato avvenga quanto accade quando si perde malamente la guerra: un 25 luglio. Il governo sta perdendo la guerra. Occorre un governo nuovo, provvisorio, con le mani libere dalle pastoie della politichetta e dei suoi gerarchi e con l'impegno di tornare al voto prima possibile, per varare la Costituente di cui l'Italia ha bisogno per rimanere in Europa. 
Quando sono travolti da crisi gravissime, gli Stati collassano se l'esecutivo risulta inerte o fatuamente parolaio, se il legislativo è affetto da paralisi, se tarda l'intervento riparatore del Capo dello Stato, sul quale grava la somma delle responsabilità: le sorti del Paese.

 
Aldo A. Mola 

DIDASCALIA.
Il “banco a rotelle”rimarrà nel tempo il simbolo della pochezza del governo Conte dinnanzi alla crisi sanitaria annunciata con enfatica sicurezza il 31 gennaio 2020 e con gli esiti oggi.

EUROPA AL DIAVOLO?
DA LOS CAIDOS A MONTMARTRE 

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Ottobre 2020, pagg. 1 e 11. 

Oggi Franco, domani la Colonna Traiana 
“Oggi in Spagna, domani in Italia” fu il motto di Carlo Rosselli, che dalla guerra civile spagnola iniziata del luglio 1936 tornò in Francia, malato e profondamente deluso. Aveva capito che chiunque avesse vinto, la Spagna non sarebbe divenuta democratica. Da una parte i Quattro Generali e la “quinta colonna”, dall'altra i socialcomunisti controllati dall'Urss tramite gli emissari della Terza Internazionale, come Palmiro Togliatti (Ercoli) e Luigi Longo (Gallo). Chi non si allineò, come gli anarchici, finì stritolato dai rossi più rossi. Molti spagnoli europeisti, come Miguel de Unamuno, e i massoni furono accusati di complotto ai danni della Spagna Eterna e vennero demonizzati da Francisco Franco, assurto a “caudillo” nei “nazionali”. Finirono male, in una guerra che durò tre anni e vide l'impiego di eserciti stranieri (i tedeschi di Hitler e il Corpo Truppe Volontarie italiane agli ordini del generale Gambara da un canto, migliaia di volontari nelle Brigate internazionali a sostegno della repubblica di Madrid dall'altra). Liberaldemocratici e socialisti moderati furono emarginati, spesso assassinati perché la guerra (in)civile esclude il dubbio e impone di parteggiare, come poi accadde ovunque in Europa. Il grosso della popolazione, che già se la passava male, precipitò nella fame. Dal luglio 1936 all'aprile 1939 la Spagna fu il laboratorio del successivo conflitto europeo.  Prima che finisse Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti conclusero che, morti tragicamente Sanjurjo e il generale Emilio Mola, ideatore della rivolta dei “nazionali” contro la repubblica in preda al caos, l'alternativa a Franco sarebbe stata una Spagna sotto controllo di Stalin, con tutte le conseguenze strategiche a livello planetario. Ne riconobbero la vittoria molto prima che entrasse a Madrid. Randolfo Pacciardi, repubblicano e due volte massone, comandante del reggimento “Garibaldi”, antifranchista sino al midollo come Aldo Garosci, Franco Venturi e Francesco Fausto Nitti (massone), intuite con chiarezza le prospettive andò negli USA, per preparare la riscossa contro i totalitarismi veri: la Germania nazionalsocialista di Hitler e l'Unione sovietica di Stalin, di lì a poco unite nel patto di non aggressione e di spartizione dell'Europa orientale e baltica.

Giunto potere, Franco ebbe mano libera nell'epurazione di comunisti e massoni (ma questi in gran parte sotto il grembiulino avevano poco fraterni turgori partitici e ateistici). Dall'“Occidente” fu considerato il male minore. Emarginata (come era accaduto a liberaldemocratici e demosocialisti in Italia dopo il 1925), la “terza Spagna”, cioè i cittadini che aspiravano alla quiete e al progresso civile ed economico, fu costretta al silenzio. Sopravvisse anche perché Franco rifiutò di entrare in guerra a fianco dell'Asse Roma-Berlino e aprì il territorio nazionale agli USA. Nell'agosto 1943 per avviare i preliminari dell'armistizio tra Italia e anglo-americani il generale Giuseppe Castellano non per caso passò dall'ambasciata inglese a Madrid. Dal canto suo Pio XII (papa dal 1939 al 1958) camminò nel solco di Pio XI che nell'enciclica Divini Redemptoris del 19 marzo 1937 aveva esplicitamente condannato le folli violenze dei “rossi” contro chiese, ecclesiastici e cattolici (arrivarono a disseppellire e oltraggiare macabramente salme di suore). Insignito dell'Ordine del Cristo dallo stesso Papa che, caso unico a metà Novecento, scomunicò il presidente dell'Argentina Juan Perón, anno dopo anno Francisco Franco, Jefe del Estado, guadagnò consensi, simpatie e sostegni. La “sua” Spagna entrò nelle Nazioni Unite nella stessa infornata della “Repubblica italiana nata dalla resistenza”. I suoi rappresentanti, come il galiziano Manuel Fraga Iribarne, erano apprezzati negli incontri internazionali per cultura, equilibrio e lungimiranza. I tecnocrati dell'Opus Dei fecero il resto. Senza bisogno di decreti dall'alto, la Spagna a diverse velocità (come era l'Italia degli Anni Sessanta) divenne europea. Il massonofobo Franco finse di non sapere che nelle basi statunitensi fiorivano le logge. In più, anche su consiglio di Umberto II, restaurò la monarchia “a futura memoria” e avviò lentamente il passaggio verso il futuro. All'interno parlava una lingua, verso l'estero un'altra. Non si fece mai abbindolare, neppure dagli USA che gli chiesero di dar man forte nella guerra del Vietnam.
Memoria e oblio
Franco, dunque, è quarant'anni di storia di un Paese che ha cinque secoli unità. Con Filippo II e Filippo IV d'Asburgo e con Filippo V e Alfonso XIII di Borbone è il capo di Stato spagnolo più durevole dal Cinquecento a oggi. Al potere prima della seconda guerra mondiale morì quasi vent'anni dopo il Patto di Roma che avviò il cammino verso l'Unione Europea, ai cui margini la Spagna venne tenuta anche dopo la sua svolta democratica, non per nobili principi ma nel timore della sua competizione economica con i suoi soci fondatori, soprattutto nell'agricoltura (vino e agrumi).
La transizione, guidata da Adolfo Suárez, al quale rimane giustamente intitolato l'aeroporto di Madrid, avvenne in forma pacifica perché Re Juan Carlos di Borbone era la garanzia della continuità dello Stato unitario. I partiti, inclusi comunisti, socialisti e catto-liberali, concordarono che il passato andava messo tra parentesi: “sunt lacrimae rerum”. Le ferite c'erano, ma, insegna padre Giovanni Curci S.J. nell'ampio e meditato saggio “Memoria e oblio. Un binomio indispensabile” (“La Civiltà Cattolica”, 17 ottobre 2020 quaderno 4088), “dimenticare e ricordare sono entrambi indispensabili per la conoscenza e anche per la salute mentale”. Occorre liberarsi dalla “dittatura della memoria”. Rinfacciarsi il passato avvelena il presente. La storia è zeppa di guerre vendicative, tanto distruttive quanto inutili. Già tra Otto e Novecento irredentismi, separatismi e particolarismi erano superati dalle internazionali (“unione di nazioni”, non loro negazione: lo ripete papa Francesco in “Fratelli tutti”) e dalle organizzazioni soprannazionali, come gli Stati Uniti d’Europa predicati sin dall'inizio del secolo scorso.
Los Caidos: meditazione sulla Storia
Dagli Anni Sessanta, per chi la visitava, la Spagna era il suo immenso patrimonio di “monumenti” romani, medievali, dell'età moderna, nati dall'intreccio di civiltà. Lo stile mudéjar è Spirito Assoluto. Il visitatore che trascorreva giorni a El Escorial si raccoglieva in meditazione nel Valle de los Caídos non per omaggio alla salma di Francisco Franco e di José María Primo de Rivera, fondatore della Falange, assassinato a freddo dai “rossi”, ma per comprendere la complessità della storia della Spagna, “una, grande, libre”. Anche se nient’affatto “praticante” trovava suggestiva la croce di 150 metri sovrastante il mausoleo.
Al netto delle intenzioni di chi lo aveva voluto e dei diversi animi di chi lo aveva edificato, esso non era un incantesimo, ma un “sacrario”, luogo al di sopra e al di fuori dei “laici”, sinonimo di profani ignari. È metastoria. Quell'incantesimo venne infranto nel 2007 dal presidente del Consiglio Zapatero, socialista, che volle la “legge sulla memoria” quale condanna del “franchismo”, identificato con la guerra civile e con la repressione degli anni immediatamente successivi, ma ormai superata nel suo ultimo quarto di secolo. Da decenni la storiografia aveva scavato ogni dettaglio del lungo calvario della Spagna nei quarant'anni dalla “settimana tragica” e dalla fucilazione di Francisco Ferrer y Guardia al 1939. Era una lotta fratricida che affondava radici nel 1808, il “dos de Mayo” immortalato da Francisco Goya, nella guerriglia contro Giuseppe Bonaparte (“don José Primero”) e gli afrancesados. Era terreno di studio, non motivo di divisione tra gli spagnoli del Terzo Millennio.
Il 24 ottobre 2019, pochi giorni prima delle elezioni del 10 novembre, il socialista Sánchez, alla guida di un governo di minoranza, coronò la sua lunga battaglia ideologica e giuridica con la estumulazione della salma di Franco dal Valle, inumata al Pardo. Fu una avvilente sceneggiata presentata come soluzione di tutti i problemi di un Paese per colpa sua in affanno economicamente e politicamente, con l'aggravante dell'indipendentismo repubblicano della Catalogna e per la deflagrazione di autonomismi antichi (dai Paesi Baschi alla Galizia) e di recente invenzione, quale arma di ricatto verso il governo centrale.
Nell'intervista a un quotidiano italiano l'8 luglio 2020 Sánchez dichiarò di essere stato aiutato dal papa contro i benedettini del Valle che lo avevano ostacolato “nella vicenda del corpo di Franco (sic)”. Trascorsi alcuni giorni senza rettifica né dal giornale né da Madrid, la Santa Sede precisò di non essersi mai pronunciata “sulla esumazione né sul luogo della sepoltura” del Caudillo.

Chi pensava che la quaestio fosse finita ha motivo di ricredersi. Carmen Calvo, trinariciuta vicepresidente del Consiglio, e altri esponenti di primo piano del governo rossopaonazzo Sánchez-Iglesias stanno gonfiando le vele della “Legge della memoria democratica”, solennemente annunciata il 15 settembre 2020 ma passata sotto silenzio dai media internazionali, corrivi a deplorare estremismi e bizzarrie di regimi vari, da Ungheria e Polonia alla Russia di Putin, ecc. ecc. La legge non riapre la guerra civile: la chiude demonizzando una volta per tutte Franco, il cosiddetto franchismo (che fu un regime, non una ideologia) e la libertà di ricerca e di parola orale e scritta. È liberticida. Essa prevede la ricerca sistematica di fosse comuni della guerra civile, il repertorio di tutte le vittime della violenza dei Quattro Generali, congrui risarcimenti (tutto giusto e perfetto), ma anche la condanna della “apologia del franchismo”. Lì, come in ogni altro Paese del mondo, sarà il magistrato a stabilire se una frase, un articolo, un saggio lo siano o no. Che cosa fare, allora, della Legione Spagnola, che ad Almeria ha celebrato da poco il suo primo secolo di storia e che ebbe parte non secondaria nel 1936-1939 nella vittoria dei nazionali? Le verrà vietato di cantare “El novio de la muerte”? Che cosa fare dell’intitolazione di Reggimenti a Don Juan, a Alejandro Farnesio, al Gran Capitán e ad altri insigni condottieri dell'impero di Carlo V e di Filippo II (1556-1598)?
Non bastasse, Carmen Calvo ha annunciato che bisogna “resignificar” il Valle de los Caídos, da convertire in monumento democratico gestito dal Patrimonio Nazionale anziché dalla Fondazione della Santa Croce diretta dai benedettini, a sua detta destinata all'estinzione: conclusione  non scontata, perché essa dipende dall'Abbazia benedettina francese di Solesmes. Non solo. Mentre l'arcivescovo di Madrid Carlos Osoro ha auspicato che il Valle continui a essere  “luogo dove recuperare la fraternità, la riconciliazione e la pace”, il presidente della conferenza episcopale spagnola ha dichiarato che i cittadini sono preoccupati dalla pandemia e di conservare il lavoro e che al Valle i benedettini “per quanto possano aver sbagliato (nell'ostacolare invano l'estumulazione) sono per pregare e fare del bene”. La questione, dunque, è complessa, poiché manifestamente oggetto di manipolazione da parte del governo rosso-paonazzo e dei suoi esponenti ultragiacobini, giunti ad affermare che la croce sovrastante il mausoleo è “espressione del nazional-cattolicesimo”. E allora? Bisognerà fare come al Cerro de los Ángeles, che il 28 luglio 1936 prima fu bersaglio di fucilate e poi abbattuto con la dinamite?
E l'Europa sta a guardare silente?
La Memoria ha due volti: quella intima e quella pubblica. Chi ne abusa utilizzando il Potere per la damnatio di alcuni e l’esaltazione di altri viola quella intima e suscita fantasmi sopiti che sarebbe meglio lasciare dormienti per evitare che balzino fuori come lo spirito dalla lampada di Aladino.
La legge della memoria democratica (5 titoli, 66 articoli) che Sánchez vuol far approvare entro la metà del 2021 mira a abolire titoli nobiliari e decorazioni del passato regime; e passi. Ma ciò che più allarma e che essa vuol irrompere nell'insegnamento tramite la “pulizia” dei testi scolastici. In sintesi essa punta a commissariare ideologicamente i cittadini: a imporre una storia a senso unico e a punire severamente chi dissenta dalla Verità di Stato. Questo è lavaggio del cervello. È totalitarismo. Democratico, come nella Germania e nell'Unione sovietica dei tempi andati.
Montmartre e i fantasmi di due arcivescovi ammazzati a Parigi
Appena a nordest della Spagna il 13 ottobre il prefetto della regione dell'Ile-de-France e la ministra della Cultura francese hanno annunciato l'intenzione di classificare come monumento storico la celebre basilica parigina del Sacre-Coeur, “santuario della adorazione eucaristica e della misericordia divina” secondo la Diocesi di Parigi. Come noto, dopo Nôtre-Dame è la chiesa più visitata di Francia. Nell'opinione generale essa venne edificata a Montmartre per ricordare gli ostaggi assassinati dai Comunardi nel maggio 1871 e in riparazione dei peccati perpetrati dai francesi: quindi per motivi spirituali più che politici.
In realtà i suoi ideatori, Hubert de Fleury e Alexandre Legentil, si ispirarono al progetto avviato a Lione per la costruzione di Nôtre-Dame de la Fourvière volta a espiare la sconfitta di Sedan (1-2 settembre 1870) e la conquista dello Stato pontificio da parte del regno d'Italia (20 settembre).
Solo in secondo tempo de Fleury aggiunse che la collina di Montmartre era non solo il luogo del martirio di Saint-Denis ma anche dei generali Clément-Thomas e Lecomte da parte dei comunardi.
La classificazione del Sacre-Coeur a monumento nazionale è di primaria importanza per la sua tutela e del completamento della sua cripta, mai ultimata. Alcuni però ci vedono una strizzatina d'occhio di Macron ai cattolici mentre si avvicinano le elezioni presidenziali.
Sennonché siamo anche alla vigilia del 150° della Commune (18 marzo-15 maggio 1871), primo governo “rivoluzionario” della storia, che ha sempre diviso e divide la memoria dei francesi per le atrocità compiute dai comunardi e per la feroce repressione di cui furono oggetto (vinti, in gran parte fucilati e deportati in Nuova Caledonia dopo inenarrabili sofferenze). A placare gli animi e a spegnere sul nascere una nuova disputa basterà l'intitolazione di una stazione della Metropolitana  alla Commune de Paris e l'omaggio pubblico a Louise Michel, sua celebre eroina?
Se la “Rive gauche” ha in serbo molte frecce, altri non ne mancano affatto. Senza essere o proclamarsi clericali, i cattolici e anche i non credenti ma studiosi di storia e del tutto liberi pensatori sanno che nella loro faretra l'altra “riva” ha il ricordo di due arcivescovi di Parigi assassinati: il primo, Denis-Auguste Affre, il 27 giugno 1848;Geroges Darboy,  proprio per mano dei comunardi il 24 maggio 1871.
Sono tutte vicende che è bene lasciare dove stanno: nella coscienza di chi sa che la storia è anche costellata di errori e di orrori, che devono essere studiati, contestualizzati e spiegati, ma non giustificati. Essi insegnano, infatti, che anche oggi si può sbagliare: anzitutto attizzando polemiche inattuali e inventando leggi sulla “memoria democratica” (imposte da governi dalla flebile maggioranza), mentre ognuno ha diritto di avere la propria.
Gli spagnoli hanno una lunga storia. Non sentono il bisogno di farsela “regnisificar” da un governo qualunque, tanto meno se di inetti, come l'attuale. Gli italiani ne vantano una ancora più lunga; gli ispanici lo vedono a Tarragona, Segovia e altrove. Come loro, gli italiani non hanno alcun bisogno di “leggi della memoria”. Sono liberi di studiarsi  e di valutarsi da sé.
Aldo A. Mola 

DIDASCALIA:
Anche dopo l’estumulazione della salma di Francisco Franco, El Valle de los Caídos è un Monumento: dal latino “moneo”. 

VITTORIO EMANUELE III
IL RE NELLA TEMPESTA (1938-1946)

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 Ottobre 2020, pagg. 1 e 11. 

VITTORIO EMANUELE III IL RE NELLA TEMPESTA (1938-1946)Il Re isolato
Fra il 1938 e il 1946 l'Italia visse anni convulsi. Il suo cammino proseguì a strappi, per segmenti discontinui, “nave sanza nocchiero in gran tempesta/non donna di Provincia ma bordello”. Tra il comandante della nave, il Re, e il timoniere, il capo del governo, mancavano gli ufficiali di collegamento. Le Camere, autoreferenziali, non svolgevano più il ruolo originario di rappresentanza de Paese reale. Beati allo specchio, i governanti credevano alla propaganda del Ministero della cultura popolare (Min-cul-pop), alle “veline” che essi stessi diffondevano. Apparentemente granitico, il regime si fondava sulla repressione del dissenso, spacciata per consenso, manipolato e prezzolato. 
Il viaggio di Adolf Hitler a Firenze e a Roma nel maggio 1938 impresse la svolta. All'interno del Partito nazionale fascista crebbe e si fece sentire la componente repubblicana, sopita dal 1922 ma mai spenta. Molti fascisti ritenevano che a concludere vittoriosamente l'impresa di Etiopia non fossero il Regio Esercito, cioè l'Italia, ma Benito Mussolini in persona. Per loro il capo del governo e duce del fascismo doveva essere anche capo dello Stato, proprio come Hitler in Germania. Il cinquantanovenne Vittorio Emanuele III, sul trono dall'assassinio del padre (29 luglio 1900), in pubblico appariva poco, poco volentieri e da lontano: assisteva alle grandi manovre militari di terra e di mare, allo scoprimento di monumenti e a convegni di storia e di scienze, a esposizioni d'arte e di economia come la Fiera Campionaria di Milano, ove nel 1928 scampò per pochi minuti a un attentato che fece una orrenda strage. Mussolini, invece, amava dominare piazze straripanti. I fasci littori da tempo affiancavano lo scudo sabaudo anche nelle insegne pubbliche e nella carta intestata di ministeri e di enti territoriali. Ultimo baluardo della Monarchia rimase il tricolore. Il Re rifiutò che vi comparissero simboli di quello che da un decennio era il “partito unico”, strumento della fascistizzazione della società, perseguita mediante leggi approvate dal Parlamento, prono. Vittorio Emanuele III pensava per secoli; Mussolini scandiva il tempo dalla Marcia su Roma, inizio dell' “era fascista”. Nel 1938 questa aveva 18 anni. Quella del Re ne contava 2600: era più “romana” della “fascista”. 
Dal 1929 i deputati erano designati dal Gran consiglio del fascismo e approvati dal 95% e più degli elettori, che votavano sulla base della legge Rocco del 1928. Altrettanto avveniva nell'URSS e in altri regimi totalitari, con la differenza che in Italia il potere supremo rimaneva nelle mani del Re, sul quale il fascismo non aveva alcuna effettiva ingerenza, come, malgrado leggende, non ne aveva sulla successione al trono.
Però dal 1931 i pubblici dipendenti, inclusi i docenti universitari, giuravano fedeltà non solo al sovrano e ai suoi legittimi discendenti ma anche al regime. Privo di sostegno adeguato da parte di esponenti della tradizione liberale e mentre i gerarchi monarchici erano succubi di Mussolini, Vittorio Emanuele III, politicamente isolato per la sudditanza delle Camere al capo del governo, non poté arginare la sterzate del duce: le leggi razziali dell'autunno 1938 (su suggestione di quelle in vigore in Germania), la convergenza del fascismo criptorepubblicano con il nazionalsocialismo, la chiassosa invenzione del “Primo maresciallato dell'Impero”. 
Hitler mirava a una guerra europea che l'Italia non era assolutamente in grado di affrontare. La conferenza di Monaco di Baviera (settembre 1938), che assegnò alla Germania la regione della Cecoslovacchia abitata prevalentemente da Sudeti (tedeschi del sud), fu l'ultimo tentativo di frenare la corsa verso il precipizio: l'invasione tedesca della Polonia e la conflagrazione europea (1 settembre 1939), previo patto di non aggressione tra Hitler e Stalin. Il 10 giugno 1940 l'Italia intervenne a fianco della Germania e condusse una “guerra parallela”, che si risolse in una serie di imprese avventate e per niente vitali nel quadro dei suoi interessi storici, dall'aggressione alla Grecia (ottobre 1940) a quella della Jugoslavia (ove fu creato il regno di Croazia, assegnato al riluttate Aimone di  Savoia, Duca di Spoleto) all'invio dell'Armata italiana in Russia, e di conseguenti sconfitte strategiche, a cominciare dalla perdita immediata dell'intera Africa Orientale e poi della Libia. Quando da europea la guerra divenne mondiale (1941) Mussolini continuò a calcare le orme di Hitler e del Giappone, anche con la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d'America,  del tutto invulnerabili ad attacchi da parte dell'Italia e dalle forze colossali rispetto a quelle italiane.
Non era diarchia
All'indomani dello sbarco anglo-americano in Sicilia e del bombardamento aereo di Roma, duramente “pedagogico” (luglio 1943), mentre partiti e movimenti antifascisti erano appena albeggianti e i principali gerarchi del regime chiedevano al sovrano di riprendere l'esercizio dei poteri statutari senza però rimuovere Mussolini da capo del governo (è la sostanza dell'ordine del giorno Grandi-Federzoni-Bottai del 25 luglio), il Re recise di persona il nodo gordiano. Sicuro del pieno sostegno delle Forze Armate, in un colloquio di pochi minuti solus ad solum revocò Mussolini da capo del governo e lo sostituì con il Maresciallo Pietro Badoglio, conosciuto e apprezzato anche a Londra e considerato garante della defascistizzazione dell'Italia.
La diarchia, cioè una sorta di pari sovranità del Re e del duce, era nell'appariscenza e rimase nella narrazione. Vittorio Emanuele III mostrò che l'Italia era invece una monarchia. Aveva in pugno ed esercitò la summa del potere: imporre le dimissioni al capo dell'Esecutivo, anche senza un voto del Parlamento (non convocato da anni) e sostituirlo motu proprio, in forza dello Statuto. Come poi acutamente osservò il liberale e monarchico Luigi Einaudi, quando ritenne fosse l'ora il Re si valse dei poteri che gli competevano. 
Il Re assediato 
Nel volgere di un mese il nuovo governo ottenne l'armistizio (3 settembre, reso pubblico l'8) ma, sic stantibus rebus e mentre gli anglo-americani già stavano organizzando il futuro sbarco in Normandia e non avevano urgenza di avanzare in Italia, passato da Roma alle Puglie (unica regione libera da tedeschi e da anglo-americani) non poté evitare che il Paese divenisse campo di battaglia tra le Nazioni Unite e la Germania: le prime fiancheggiate dal Regno d'Italia (co-belligerante), l'altra dalla Repubblica sociale italiana, capeggiata da Mussolini dal 23 settembre sotto pressante tutela nazi-germanica. Nei due anni seguenti e soprattutto dal novembre 1944 al maggio 1945 gli italiani vissero i peggiori tempi della loro storia dall'unificazione del 1861. Alle dure condizioni del conflitto in corso e alle privazioni  e afflizioni morali e materiali (a cominciare dal razionamento degli alimenti fondamentali e dalla quotidiana esposizione agli effetti diretti e collaterali del conflitto, in specie i pesantissimi e indiscriminati bombardamenti aerei) si aggiunsero la deportazione in Germania dei soldati catturati dai tedeschi (classificati come Internati Militari: ne hanno scritto esaurientemente Mario Avagliano e Marco Palmieri nel saggio I militari italiani nei lager nazisti, Mondadori, finalista all'Acqui Storia 2020), degli ebrei (facili da individuare perché “schedati” dal 1938) e di quanti fossero o venissero sospettati di opposizione politica. Anche Mafalda di Savoia, figlia del Re e della Regina Elena, principessa d'Assia, venne internata sul margine del lager di Ravensbruck, ove morì, gravemente ferita durante un bombardamento americano sul campo e non curata. Come milioni di italiani nella prima metà del Novecento anche il Re e la Regina indossarono i segni del lutto per motivi di guerra.
Nell'agosto 1943 i rappresentanti di partiti antifascisti deliberarono di non collaborare con il governo Badoglio. Il passivo della guerra doveva ricadere sulla monarchia: una decisione partitica, non patriottica. All'inizio di ottobre il Comitato centrale di liberazione nazionale costituito in Roma dichiarò di non riconoscere il governo. In gennaio i CLN dell'Italia meridionale radunati a Bari chiesero che il re abdicasse. Benedetto Croce intervenne con veemenza contro Vittorio Emanuele III, al quale venne meno anche il sostegno sincero di Badoglio, che mirava ad assumere la Reggenza, in forma non prevista dallo Statuto.
Enrico De Nicola, presidente della Camera all'avvento di Mussolini e senatore dal 1929, propose che il sovrano mantenesse la Corona ma ne trasferisse tutti i poteri al principe ereditario, Umberto, quale Luogotenente del regno, carica prevista dallo Statuto. Il “passaggio”, ruvidamente imposto al sovrano dagli anglo-americani in aprile, venne formalizzato il 5 giugno, all'indomani della liberazione di Roma, senza però che il Re e il Luogotenente fossero nella Capitale, come chiesto da Vittorio Emanuele.
Il nuovo governo, presieduto da Ivanoe Bonomi, mirò a sua volta a oscurare il Re e impose al Luogotenente che la futura forma dello Stato d'Italia venisse decisa dagli italiani. Il Decreto legge luogotenenziale del 25 giugno 1944 istituì una sorta di costituzione provvisoria.
Un anno dopo la fine della guerra in Italia (2 maggio 1945), segnata dalla dolorosa occupazione di territorio nazionale (Zara, Fiume, Istria, Trieste, Gorizia...) da parte della Jugoslavia di Tito, Vittorio Emanuele III abdicò e partì per l'Egitto, unico paese affacciato sul Mediterraneo non in guerra con l'Italia (9 maggio 1946). Il 2-3 giugno il referendum attribuì alla repubblica il 42% dei consensi del corpo elettorale (12.700.000 voti su 28.000.000 di elettori). Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia Cristiana, pressato dai socialcomunisti (Togliatti, Nenni e Romita) e dal partito d'azione e con il consenso dei liberali (unica eccezione Leone Cattani), nei primi minuti del 13 giugno assunse le funzioni di Capo dello Stato. Per non aprire un conflitto armato, nel pomeriggio dello stesso giorno Umberto II lasciò l'Italia alla volta del Portogallo. Partì per l'estero senza abdicare, nella pienezza dei suoi diritti e senza riconoscere la vittoria della repubblica perché l'esito del referendum non era ancora ufficiale. Lo sarebbe divenuto il 18 giugno. Il giorno dopo fu stampato il n. 1 della “Gazzetta Ufficiale della Repubblica”.
Incombeva il Trattato di pace (pronto da tempo ma differito al 10 febbraio 1947 per non scuotere l'opinione pubblica prima del referendum istituzionale), che risultò duramente punitivo e ingeneroso, poiché non riconobbe all’Italia quanto le era stato promesso col Memorandum di Quebec dell'agosto 1943 e con l'“armistizio lungo” del 29 settembre 1943.
La parola alla Storia
La Costituente deliberò che agli ex Re di Casa Savoia e loro consorti e ai loro discendenti maschi erano vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale e che i membri e i discendenti della Casa non fossero elettori né potessero ricoprire uffici pubblici e cariche elettive.
Tre giorni prima che la Costituzione entrasse in vigore, il 28 dicembre 1947 Vittorio Emanuele III morì ad Alessandria d'Egitto, ove aveva vissuto con la Regina Elena dedito agli studi e alla meditazione sulla Storia, che è fatta di idee, di istituzioni, di “uomini in carne e ossa” come scriveva Antonio Gramsci, e di spiriti liberi, capaci di ideali, quale fu Vittorio Emanuele III. L'esilio di Umberto II non venne mai revocato. Morì a sua volta all'estero (Ginevra, 18 marzo 1983). Gli erano stati tolti i diritti di cittadino italiano ma nessuno aveva potuto privarlo della Corona, che aveva portato con sé all'estero, nella certezza di poter tornare o infine almeno morire in Patria.
Quel lunghissimo e tragico decennio è ancora in attesa di essere meglio conosciuto. All'indomani della guerra e del referendum molti di quanti lo vissero preferirono sigillarlo nella memoria personale. Ne parlarono poco anche in famiglia. Tanti ricordi erano troppo dolorosi. Anche profittando del loro silenzio, ne venne proposta una narrazione unilaterale. La figura del Re venne via via oscurata. Vittorio Emanuele III, re per 46 anni, fu e continua a essere misconosciuto e persino vituperato. Anche in libri (a volte più grossi che utili) e in articoletti nei quali viene detto “pavido”. Eppure fu lui ad assicurare la resistenza dell'Italia dopo la sconfitta (non catastrofe) di Caporetto nell'incontro a Peschiera con gli alleati (8 novembre 1917). Fu lui a segnare e attuare la svolta decisiva il 25 luglio 1943. Lui a premere e a indicare le vie per ottenere l'armistizio. Lui a garantire la continuità dello Stato nella lunga difficile ricostruzione, dal trasferimento a Brindisi alla Riscossa. Certo era un sovrano scomodo, proprio perché sapeva e poteva guardare tutti negli occhi senza scomporsi, al più col lieve tremito del mento nelle emozioni supreme, come dinnanzi alla salma del padre.
Non si ha traccia sicura di sue “Memorie”. In loro assenza tocca pertanto agli storici sulla scorta dell'immensa mole di documenti disponibili ricomporre il mosaico per ricostruire la complessità e drammaticità del suo lungo regno, tutt'uno con l'Italia. Di sicuro Vittorio Emanuele III di Savoia non fu mai razzista. Fu di vasta e solida cultura. Dopo averlo conosciuto, Theodore Roosevelt disse che negli Stati Uniti d'America sarebbe stato sicuramente eletto presidente per larghezza di vedute,  alto sentire, fermezza e serietà. Fu sovrano costituzionale dello Stato sorto dal Risorgimento, dalle guerre per l'indipendenza e per le libertà, giunto all'unità, ancora incompleta, appena trent'anni prima della sua ascesa al trono. Va studiato e compreso. 
Aldo A. Mola

COPERTINA DEL LIBRO
DIDASCALIA: Il Regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946). I. Dall'età giolittiana al consenso per il regime (1900-1937), a cura di Aldo A. Mola (BastogiLibri) con saggi di Carlo Cadorna, GianPaolo Ferraioli, Dario Fertilio, Federico Lucarini, Luca G. Manenti, Aldo G. Ricci, Tito Lucrezio Rizzo, Gianpaolo Romanato, Angelo G. Sabatini, Giorgio Sangiorgi, Claudio Susmel.

 

E ADESSO, POVER' UOMO?
I “MORIBONDI” DI MONTECITORIO E PALAZZO MADAMA

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 Settembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Rinviare e improvvisare
E adesso, pover'uomo? Deputati e senatori trascorrono il loro primo fine settimana nei rispettivi collegi elettorali dopo il fatidico “taglio”. Meditabondi. I fautori del “Si” al referendum mozza-parlamentari erano sicuri di tornarci da trionfatori. Invece nessuno è davvero in grado di dire chi meriti la medaglia di quel 69% di consensi andato alla più stupida manifestazione di antipolitica dal 1946 a oggi: la drastica riduzione della rappresentanza e la fine della libertà di scelta da parte degli elettori. I pentastellati hanno rivendicato e ancora accampano vittoria. Di Maio si è affrettato ad aggiungere che ora bisogna tagliare stipendi e benefit dei parlamentari. Da Bruxelles a sua volta Grillo ha aggiunto che gli italiani non hanno alcun bisogno di elezioni: i rappresentanti possono essere scelti per sorteggio, perché uno vale uno. Le solite scemenze da Elevato della domenica.
La verità dei fatti è più semplice e preoccupante. In quel 69% di “sissini” si sono ammucchiati grilloidi, vetero-leghisti dalla voce roca contro Roma-ladrona (quasi a Milano non avvenga mai nulla di… strano), Fratelli d'Italia e piddini fedeli alle direttive di Zingaretti, che da strenuo oppositore del “taglio” si è convertito al “si” per raptus simpatetico verso Di Maio. Così ha mostrato lealtà a Crimi e a quanti nel frattempo non hanno approvato alcuna delle sue tante e tanto vanamente  insistite proposte da oltre un anno sul tavolo di questo governo giallo-rosso-paonazzo. Il traino grillino si conferma prevalente (e prevaricante) come già era avvenuto nel precedente giallo-verde, sino a esasperare Salvini, che si stufò dei tanti “No” opposti dai suoi sodali di governo. Il metodo grillesco era lo stesso di oggi: abbozzare un logorroico “contratto per il governo” zeppo di promesse, sogni, vaniloqui e di alcune inaccettabili violazioni della Costituzione, passare all'incasso dopo il varo di provvedimenti strabilianti, come l'“abolizione della povertà”, e menare il can per l'aia con le proposte altrui. A distanza di due anni dalle elezioni del 2018 e con la presidenza di Conte Giuseppe (da Pietrelcina oltre che da Volturara Appula) le grandi partite rimangono come erano, anzi stanno peggio di allora: Alitalia, Ilva, disoccupazione giovanile, debito pubblico alle stelle, dilatazione oltre ogni limite accettabile della cassa integrazione e dei sussidi a pioggia, rischio di fallimento dell'Inps. Il tutto completo di stretta sull'uso del contante, occhio del fisco sui conti correnti e su ogni forma di risparmio, da punire come diserzione civile, e il sempre aleggiante fantasma della “patrimoniale” che trova d'accordo non solo i Liberi e Uguali (coi beni e coi soldi degli altri) e una fetta di catto-comunisti in sandali francescani, ma anche i devoti di Rousseau e del suo discepolo Proudhon, secondo il quale la proprietà è un furto. Sappiamo che “liberté, egalité e fraternité” (che adesso in Francia vogliono sostituire con “solidarité”) finirono sotto la lama della ghigliottina, la più ugualitarie delle forme di esecuzione capitale.
La prima settimana post “Si” è trascorsa invano. Esaurita in due giorni la farsesca disputa tra chi assicura di aver vinto di più, come nel gioco dell'oca la politica è tornata alla casella di partenza: le dichiarazioni di Sua Emergenza, sempre più convinto di durare per l'eternità e, anzi, di balzare da Palazzo Chigi al Colle; gli appelli di Zingaretti, Orlando, Delrio e Franceschini che chiedono al governo di “fare qualche cosa”, di dare segni di vita sulle molte frontiere calde e il timore che i nodi stiano per venire al pettine: fallimenti a catena, aumento della disoccupazione, un’impennata di contagi anche solo in un paio di province o regioni più vulnerabili. Basta un nulla per far saltare il sistema-Italia, perché non è un sistema. È fondato sull'intreccio perverso tra rinvio e improvvisazione dell'ultima ora.
La Scuola, questa derelitta...
La Scuola ne è l'esempio più lampante, come da tempo ripete Ernesto Galli della Loggia non solo in editoriali di grande forza e di alto respiro ma anche nel libro L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la scuola (Marsilio), la cui lettura raccomandiamo. Per mesi la scuola è stata terreno di chiacchiere e di incursioni spericolate, come le famigerate sedie a rotelle, partorite dalla fantasia di chi evidentemente non è mai stato in una classe e non si è mai chinato su un banco per leggere, scrivere, fare una traduzione, avere sotto gli occhi i due-tre libri indispensabili per scrivere un testo pulito, come spiegava a suo tempo Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa, vittima del terrorismo rosso.
La scuola non è solo rossetto, sorrisi accattivanti, occhiate ammiccanti all'Arcuri, trastullo. È educazione all’auto-disciplina. L'aula non è uno spiazzo per gioco ai quattro cantoni, ma passaggio dalla distrazione all'impegno: canoni antichi e immutabili per formare alla concentrazione, premessa dell'apprendimento e dell'abito critico.
...e Le Camere che non rappresentano il Paese
I parlamentari dunque sono tornati nei loro “territori”. Ma non hanno motivo di esibire trionfalismo. Per loro non è tempo di vendemmia. Essi sembrano l'armata austro-ungarica descritta da Armando Diaz nel Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”. Vale appunto per il corpaccione dei gruppi parlamentari dei partiti che si sono spesi per il “si”. Ricordiamone i due maggiori responsabili. Alle elezioni del 2018 i Cinque Stelle ottennero 198 deputati e 95 senatori. Il Partito democratico sommò 95 deputati e 35 senatori. Da soli i due “soci” principali dell'attuale governo contano 135 patres sugli attuali 330 e quasi 300 dei 630 deputati. Però alle elezioni degli euro-parlamentari nel 2019 entrambi (soprattutto i grilloidi) videro svaporare milioni di voti e alle regionali e comunali dello scorso 20 settembre i Pentastellati sono stati spazzati via. Recupereranno consensi al primo appuntamento elettorale? L'esperienza dice che una volta cambiato cavallo l'elettore non torna sui vecchi ronzini. I milioni e milioni di voti che gli italiani diedero per decenni a Democrazia cristiana, Partito comunista e a sigle intermedie che sembravano immarcescibili perché “di nicchia” (repubblicani, liberali, socialdemocratici e socialisti, malgrado politici di rango come Craxi) nel volgere di un paio di turni elettorali scomparvero completamente. A recuperarli non bastò che i loro dirigenti cambiassero nomi ed emblemi alla velocità di Fregoli. Il trasformismo funzionò ai tempi di Depretis. Fallì in quelli del mesto Zaccagnini e di Achille Occhetto che fuori tempo massimo travestì il PCI da partito Democratico di Sinistra, primo passo verso l'ammucchiata del partito Democratico odierno. Perciò il governo in carica e i suoi sponsor hanno il terrore delle urne e cercano di allontanarle al 2023 o anche più in là se possibile. Meglio mai, anzi. 
I Moribondi di Montecitorio e di Palazzo Madama
Mentre gli storici riflettono sul passato prossimo e su quello remoto, incalza il futuro: quello voluto dal 69% dei votanti che il 20 settembre hanno dato ragione ai parlamentari che approvarono in massa la riduzione degli scranni. Con il proprio voto gli elettori hanno decretato che un terzo dei loro rappresentanti se ne deve andare. Subito. Visto l’esito del referendum, infatti, non si capisce come possa sostenersi che il Parlamento in carica rappresenti ancora gli italiani. Mistero buffo. In realtà, esso stesso prima e i “Si” della scorsa settimana poi ne hanno decretato l’abusività. Non c'entrano né il covid-19, né il Recovery fund o il Recovery plan, l'elezione del futuro presidente della Repubblica o la stabilità del governo. Semplicemente, è evidente che la composizione del Parlamento attuale è in aperto contrasto con la volontà dei cittadini (oltreché di quella dei suoi stessi membri).
Deputati e senatori odierni sono come il cavaliere antico, che “andava combattendo ed era morto”. Perché dal passato lunedì moribonde sono le Camere. Esse però non sono state vulnerate dagli zuavi pontifici o dai lanzichenecchi: hanno fatto tutto da sole. Esse stesse hanno diffuso nell'opinione pubblica la convinzione che costavano troppo, poco facevano e quindi non avevano motivo di rimanere lì, né in presenza né “da remoto”, nella Città Eterna.
Ma chi, proprio chi (nome e cognome), dei tanti “eletti” del 2018 prima o poi dovrà comunque togliere il disturbo? Mistero fitto, per ora. Manca una penna come quella di Ferdinando Petruccelli della Gattina che descrisse argutamente I moribondi di Palazzo Carignano, un classico della politologia. Ha supplito l'anonimo autore di Io sono il potere (Feltrinelli), che ha messo a nudo la pochezza di partiti piccoli e grandi, ministri, viceministri e sottosegretari, uffici parlamentari e via continuando, perché questi passano mentre i grands commis restano; e anno dopo anno, un governo dopo l'altro, tirano le fila del Grande Gioco.
Adesso che sono tornati a casa, i Moribondi di Montecitorio e di Palazzo Madama si ritrovano alle feste e alle fiere che sfidano il covid-19, a convegni con relatori e ascoltatori imbavagliati e debitamente distanziati, e si guatano l'un l'altro. A chi toccherà stare a casa per sempre? A tanti. Comincia il macabro gioco del tiro al piccione per escludere chi sarà di troppo. In province ove un tempo c'era spazio per quattro deputati e due senatori ora ne basteranno la metà. Immense plaghe resteranno prive di rappresentanza alla Camera Alta. Per salvare l'Impero Diocleziano inventò la Tetrarchia. Oggi si riducono i rappresentanti e si divaricano i cittadini dalle istituzioni. Antipolitica. Ne vedremo delle belle.
Mes, Piano credibile per i fondi europei, sciogliere le righe e aprire le urne.
Appena preso gusto ai saloni di Montecitorio e di Palazzo Madama (ma non erano la sentina di tutti i mali d'Italia?), ora tanti pivelli passati d'un balzo dal nulla a decidere le sorti dell'Italia si domandano “che sarà di me, pover'uomo?” (“o povera donna?”, aggiungiamo in omaggio alle quote rosa...).
Ai Moribondi del Parlamento va ricordato che hanno tre doveri da compiere senza ulteriori indugi. In primo luogo chiedere subito il fondo MES a fronte di un piano credibile di investimenti  nel settore al quale sono destinati, con tutti i vincoli di legge: la sanità. La sanità non se la passa affatto bene in Italia, come sa e sempre più scopre chi ha la sfortuna di averne bisogno per sé, famigliari e conoscenti. Ha urgente necessità di riorganizzarsi, anche nelle regioni che prima del covid-19 sembravano all'avanguardia in Europa. Non c'è nulla di vergognoso nel chiedere un prestito quando se ne abbia necessità. Col debito pubblico che si ritrova, ogni giorno maggiore, l'Italia non è in grado di auto-finanziare l'ammodernamento della sanità e della ricerca, da anni negletta, come la Scuola e l'Università. Vergognosa non è la richiesta del MES, ma la condizione del sistema sanitario nazionale, vulnerabilissimo. Per ora non è stato messo alla prova, a differenza di quello di altri Paesi europei, quali Gran Bretagna, Spagna e la confinante Francia. Ma se, fatti i debiti scongiuri, dovesse accadere? Vergognoso, semmai, è non restituire il prestito o usarlo male o pretendere di non darne conto quando lo si deve fare. Per sua fortuna l'Italia ha un’opportunità a portata di mano e non può gingillarsi col rimpallo da anni in corso per non contrariare i grillini e indirettamente Sua Emergenza il Dubbioso, che ha tutto l'interesse ad allungare i tempi di qualsiasi decisione vera. Il rinvio è la sua assicurazione sulla permanenza a Palazzo Chigi. Giova a lui e al suo immenso parco di esperti e consulenti (altrettanti ne hanno Di Maio e svariati ministri che manco sanno quanti siano i dipendenti dei loro dicasteri).
In secondo luogo questo Parlamento ha il dovere di redigere subito un progetto attendibile per intraprendere il lunghissimo percorso che in capo a un paio d'anni potrà far affluire le prime quote del Recovery Fund, posto che non si metta di traverso la crisi delle istituzioni comunitarie e che la tensione tra USA e Cina non superi la soglia di sicurezza (altrettanto vale per gli scontri in atto in Libia e nel Mediterraneo orientale tra Grecia e Turchia).
Per la sua formulazione non occorre niente di più di quanto è stato accumulato in mesi di convegni, commissioni di esperti, passerelle e chiacchiere varie (stile Villa Pamphili), a parte i soliti ormai superflui “fori” di scontatissime ovvietà. È ora di passare dal fumo all'arrosto, dai garbugli alla sintesi. Anche i santi scelgono chi aiutare. Al momento le richieste di Fondi sommano a oltre 600 miliardi: tre volte la disponibilità prospettata. A chi tocca decidere ? Alla Lagarde? Alla Von der Leyen? Tocca all'Italia, a questo governo frenetico e abulico, presenzialista e atono.
Infine i Moribondi di Palazzo Madama e di Montecitorio debbono varare in brevissimo tempo la legge elettorale di cui si parla da anni ma che è stata allontanata prima delle regionali e del referendum come fosse una tazzina al cianuro. Adesso il Parlamento deve bere. Il nodo è ineludibile. Zingaretti ne aveva proclamato l'urgenza estrema prima dell'appuntamento elettorale del 20 settembre. Che cosa fa adesso? Traccheggia? La legge elettorale è l'ultimo atto del Parlamento attuale. Un atto dovuto, il suo “testamento politico”, prima dello “sciogliete le righe”.
“Tu l'as voulu...”
Il Presidente Sergio Mattarella afferma che gli italiani amano la libertà e la serietà. Con tutto il rispetto che gli si deve, ci pare una valutazione un tantino ottimistica. Si può convenire che forse molti italiani amano la libertà, parecchi la licenza, altri infine preferiscono le tenebre anziché la luce come ammonisce il Vangelo di Giovanni. Non sappiamo quanti davvero prediligano la serietà. Il varo della legge elettorale, la richiesta immediata del MES, la presentazione dei progetti finanziabili con fondi europei, lo scioglimento delle Camere e la consultazione degli italiani mostrerebbero agli osservatori esteri che i parlamentari sono seri, sanno prendere atto delle conseguenze delle loro decisioni (a volte nefaste) e accettano di mettersi da parte quando è il momento.
Ma di questa capacità critica per ora manca ogni prova. Quanto ai musi lunghi di deputati e senatori ormai palesemente in soprannumero l'unico commento è: “Tu l'as voulu, George Dandin!”. Hanno giocato, hanno perso e presto pagheranno il conto del loro suicidio politico-istituzionale, che trascinerà con sé lo sfoltimento di tante istituzioni e presenze dello Stato “alla periferia dell'Impero”, determinando l’inevitabile impoverimento della democrazia: obiettivo ultimo e ormai palese delle manovre antipolitiche da tempo in corso.
Aldo A. Mola

150° DI PORTA PIA
ROMA È L'ITALIA NEL MONDO

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 Settembre 2020, pagg. 1 e 11. 

colonna traiana foto da internetDimenticare Porta Pia? 
Il 150° dell'annessione di Roma all'Italia meritava, merita e meriterà di più. Roma non è un  agglomerato di rioni e borgate. E' la Città Eterna e Universale. E' un'Idea. Il silenzio delle Istituzioni sul suo ricongiungimento alla Patria che essa stessa aveva generato nei secoli rimarrà documento della meschinità di chi governa, senza progetti seri perché senza memoria. Va confrontato con i festeggiamenti del 2011 per il 150° della proclamazione del regno d'Italia, salutata  dallo sventolio del tricolore, da una miriade di iniziative pubbliche e private e dall'entusiasmo dei cittadini. Il rinnovo di alcuni consigli regionali e il referendum sul “taglio dei parlamentari” proprio il 20 settembre, anziché una settimana prima o dopo, va imputato al governo. Esso appanna la già sbiadita coscienza nazionale. Motivo in più per votare “No” alla riduzione dei parlamentari in carica, non perché lo meritino gli attuali, in gran parte eterodiretti e “da dimenticare”, ma in omaggio ai 493 deputati eletti nel 1867 in rappresentanza di 22 milioni di abitanti, a conferma che non sono mai troppi se fanno il loro dovere.
Ben altro, infatti, seppe fare il governo italiano che nell'agosto-settembre 1870 in un'Europa nella tempesta della guerra franco-germanica si fece carico dell' impresa capitanata da Raffaele Cadorna, conclusa con poche ore di combattimento e con la liquidazione della “questione romana”.
Questo miope 150° concorre a rendere più penosa la condizione della Capitale, da decenni bersaglio di movimenti dagli orizzonti ristretti, come i 5S e i loro alleati dentro e fuori il governo. A chi lamenta i “ritardi” e il declino di Roma va ricordato che nel Novecento, poco dopo il cinquantenario del regno, un primo ministro conterraneo di Giuseppe Conte, tale Salandra, spinse il Paese nel tunnel della Grande Guerra, dal quale uscì esso spossato. Vent'anni dopo il territorio nazionale per un biennio fu teatro di guerra. Nel 1943-1944 Roma non divenne campo di battaglia solo perché conteneva in sé lo Stato della Città del Vaticano e perché il sovrano se ne allontanò favorendone la condizione di “città aperta”. La ricostruzione fu lenta e difficile ma nel 1970, Centenario di Porta Pia, la Capitale si mostrò consapevole del proprio ruolo.
A quanti in questo Venti Settembre voltano le spalle alla Capitale (la cui amministrazione attuale è campione di litigiosità e inconcludenza) va ricordata l'eco che il nome di Roma suscita nel mondo. Su genesi, modi e conseguenze immediate e di lungo periodo dell'annessione di Roma al Regno d’Italia si possono avere opinioni discordi: è però impossibile non ammetterne la portata storica. Essa verrà approfondita nel convegno di studi “La Breccia di Porta Pia”, organizzato l'1-2 ottobre a Roma dal lungimirante Comitato pontificio di Scienze storiche e dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Al riguardo va osservato che mentre il Vaticano è rappresentato da Segretario di Stato, S.E. Pietro Parolin, cioè al massimo livello,l'Italia non vi schiera alcun ministro.  al massmo livello, 
“Non da conquistatri”: quel che nel 1861 Cavour non voleva....
Tra i molti temi di approfondimento sul Venti Settembre del 1870 spiccano le preoccupazioni più vere e profonde di Pio IX sulle ripercussioni della cancellazione del potere temporale dei papi.
La demolizione dello Stato Pontificio seguita alla “breccia” di Porta Pia significò solo l’eliminazione della sovranità dei pontefici e l’annessione di Roma al regno d'Italia? Rispose esclusivamente o precipuamente al desiderio nazional-patriottico di completare l'unità o spianò la strada ad altri propositi?
Nei discorsi alla Camera e al Senato del regno d'Italia del 25-27 marzo e del 9 aprile 1861 nei quali, appellandosi direttamente al Santo Padre propugnò il principio “libera Chiesa in libero Stato”, il presidente del Consiglio dei ministri Camillo Cavour escluse che la questione romana potesse essere risolta contro il placet della Francia, nei cui confronti l'Italia era debitrice della propria unificazione, sia pure nella dimensione conseguita nel 1859-1860 e sancita con la proclamazione del regno (14/17 marzo 1861). Affermò inoltre che il potere temporale dei papi non andava abbattuto con le armi e che gli italiani non dovevano entrare nella Città Eterna “da conquistatori”. Infine il 25 marzo ribadì che andava assicurata l'“indipendenza vera del Pontefice” e il 27 aggiunse che bisognava “assicurare l'indipendenza, la dignità, il decoro del Pontefice”. Cavour non ne precisò i termini politici, militari e diplomatici; ma anche per il papa “indipendenza” non poteva suonare molto diversa da come la intendevano i patrioti che nel 1848-1859 l'avevano posta in vetta ai propri ideali nelle guerre contro l'impero d'Austria. Indipendenza significava, come significa, “sovranità”. Ristampati da Corrado Sforza Fogliani con postfazione di Antonio Patuelli nella collana “Libro Aperto” i Discosi di Cavour vanno riletti e meditati.
La condotta del governo Lanza-Visconti Venosta nell'agosto-settembre 1870 non è riconducibile al programma cavouriano del 1861. Lo scenario mutò completamente il 19 luglio con la deflagrazione della guerra franco-prussiano/germanica e, ancor più drasticamente, con la sconfitta militare di Napoleone III a Sedan il 2 settembre e la proclamazione della repubblica a Parigi il 4 seguente. In poche settimane, accantonati da tempo gli incitamenti a intervenire a fianco della Francia, il governo italiano passò da propositi di mediazione diplomatica tra i contendenti a non considerarsi più tenuto a rispettare gli accordi stipulati con l'imperatore né in sintonia con i “sentimenti” attestati nei confronti della Francia, quasi il mutamento della forma dello Stato avesse sciolto i vincoli a suo tempo contratti. Contrariamente alle attese del governo di Firenze (come poi di Roma), vere o accampate a propria giustificazione, Parigi non rinunciò a nessuna delle sue prerogative e pretensioni nei rapporti con la Santa Sede.
In assenza di una manifesta volizione dei suoi abitanti negli anni antecedenti la conquista da parte del Regio Esercito, l'occupazione di Roma ebbe il tacito placet della comunità internazionale dopo il plebiscito del 2 ottobre 1870 (appena dieci giorni dopo Porta Pia), che propiziò l'annessione (9 ottobre) e l'istituzione della Luogotenenza, e all'indomani degli atti formali che predisposero il trasferimento da Firenze a Roma del re, del governo e delle istituzioni rappresentative statutarie, senza che però venisse meno il riconoscimento al pontefice degli onori riservatigli quale Capo di Stato anche da parte di chi non lo considerava successore di Pietro né capo della cristianità.
Quando Napoleone (Osiride) conferì al figlio (Oro) il titolo di Re di Roma 
Quali fossero i loro convincimenti e le rispettive pratiche devozionali, Vittorio Emanuele II, i componenti del governo e la generalità di deputati, senatori e dirigenza pubblica, sia statuale sia a livello locale, tennero una condotta ambigua, ricalcando quella dell'età franco-napoleonica e in specie di Napoleone I. Questi nel 1808-1811 aprì una breccia molto più ampia di quella italo-vaticana del 20 settembre 1870. Il différend tra l'imperatore e Pio VII non riguardò solo la sovranità su Roma e non è confrontabile con quello sorto tra la Repubblica romana del 1798 e papa Pio VI, contenuto nel recinto della politica. Napoleone mirò invece a sciogliere il potere imperiale da ogni dipendenza (o soggezione) dall'autorità spirituale del papa. Pio VII non poté opporsi alla proclamazione della fine della sua sovranità su Roma da parte del generale Sesto Alessandro Francesco di Miollis il 17 maggio 1809, ma rifiutò categoricamente di riconoscere la nullità del matrimonio di Napoleone con Giuseppina de la Pagérie, peraltro celebrato con rito religioso solo alla vigila della incoronazione del 2 dicembre 1804, né, di conseguenza, la validità delle sue seconde nozze con Maria Luisa d'Asburgo, contratte con il consenso del padre imperatore d'Austria. Pio VII resistette a ogni pressione, dalle lusinghe alla minaccia di renderne sempre più vessatoria la condizione di prigioniero. Napoleone rispose con il conferimento del titolo di Re di Roma al figlio Napoleone Francesco Giuseppe Carlo, nato il 20 marzo 1811 dalla nuova unione: esso non era di mera “cortesia” né rientrava solo nel disegno perseguito dall'imperatore dall’incoronazione a re d'Italia in Milano il 26 maggio 1805 e con le successive assunzioni della sovranità su altri domini sottratti a sovrani debellati. Andava molto oltre: mirava a desertificare l'humus sul quale era sorto e vissuto il triregno pontificio. Il potere spirituale del Papa era irrilevante agli occhi di quello civile. 
Attraverso quella stessa breccia passò l'avvento della concezione dello Stato non come potere separato da quello spirituale del pontefice e della Chiesa, qual era stato configurato dal Concordato del 1801, né come anticlericalismo militante, nel solco di alcune correnti della Rivoluzione dell'Ottantanove, bens’ quale affermazione del Potere totalmente nuovo e “altro” rispetto quello sino a quel momento invalso.
La sua concezione e i rituali che ne derivarono furono elaborati e sperimentati in seno alle logge massoniche rifiorenti dell'Impero sotto la guida dell'Arcicancelliere Cambacérés, in specie di Rito scozzese antico e accettato (Rsaa), di rito simbolico francese riformato e, successivamente, di Memphis-Misraim (allestito dai fratelli Bedarride nel 1813), con il benestare dell'imperatore celebrato come “Napoléon de tous les Rites”. Le premesse del riordinamento politico-culturale dell'Italia con riferimento al valore di Roma quale suo fulcro vennero poste con la costituzione a Parigi (16 marzo 1805) del Supremo Consiglio di Rito scozzese “en Italie” e l'insediamento, da parte sua, del Grande Oriente d'Italia a Milano (20-22 giugno 1805).
Anche prima della cesura segnata dai ricordati eventi del 1809-1811 le logge tracciarono una cosmologia che prescindeva totalmente dalla Rivelazione e dall'Antico Testamento. Il conferimento del titolo di Re di Roma al futuro Napoleone II sancì l'inclusione della Città Eterna in un orizzonte che, per semplicità, può essere configurato come neo-pagano con suggestioni dell'Antico Egitto.
Lo documenta il verbale dei “Lavori Massonici” dedicati alla nascita del Re di Roma svolti in Milano il 15 giugno 1811 con la partecipazione dei supremi dignitari del regno d'Italia, quasi in tutto e per tutto coincidenti con i componenti delle sei logge rappresentate. Sotto l'insegna “Uomo, Natura, Dio” nella sala ornata con la raffigurazione delle nozze della Terra col Cielo, delle Orgie di Bacco, dei misteri di Cibele e altre bizzarie, fu celebrata la nascita di Oro (Napoleone II, il loweton), di Osiride, ovvero di Napoleone il Grande “nostro Fratello e protettore dell'Ordine massonico nell'Impero di Francia e nel Regno d'Italia”, e della consorte, Maria Luisa d'Asburgo (Iside). La “cantata” di Giacomo Luini (Varese, 1771-1845), direttore generale della polizia del regno d'Italia, recitò: “Sorga altero il Campidoglio/ su l'ignobil Vaticano:/ Grande ancora, ancor romano/ torni il Tebro al suo splendor. //Dell'Error su l'empio soglio/ splenda omai del Ver la face;/E s'adori il Dio di pace,/ ove incensi ebbe il Terror”. Le opere di Lefranc, Agostino Barruel e altri avevano affermato che la massoneria era manovrata da arrières loges volte a consumare la vendetta dei templari e, più antica e determinata, di gnostici e manichei. Le logge franco-centriche (Grande Oriente d'Italia a Milano, quello di Napoli e le decine direttamente dipendenti dal Grande Oriente di Francia da Torino e Genova a Firenze a Roma) documentano il proposito di affermare l'Ordine come culto alternativo alla chiesa cattolica.
Considerata spuria e deviante rispetto all'originaria (dalla genesi oscura e disputata), quella massoneria fu comunque strumento di potere politico e veicolo di una cultura radicalmente alternativa al cattolicesimo.
Roma  come la Fenice: Post fata resurgo...
Il crollo di Napoleone (1814-1815) e la Restaurazione determinarono in Italia (e non solo) il completo naufragio delle logge (giunte a contare non meno di 20.000 affiliati, in larga misura coincidenti con la casse dirigente). A Roma tornò sovrano Pio VII e nessuno lo rimise in discussione. Nel cosiddetto Proclama di Rimini (1815) Gioacchino Murat si appellò a tutti gli italiani tranne che ai romani (anche perché Re di Roma nominalmente rimaneva il figlio di Napoleone I, lo sfortunato “Aiglon”, da taluni supposto padre di Francesco Giuseppe e Massimiliano d'Asburgo). Fra il 1815 e il 1849 la Città Eterna venne proposta quale capitale d'Italia in Costituzioni abbozzate senza successo alcuno da società segrete. Non se ne trova traccia nel milanese “Il Conciliatore”, promosso e finanziato dal massone Federico Confalonieri, né nei propositi affacciati nei moti costituzionali del 1820-1821 e del 1831.
Regnante papa Gregorio XVI, la centralità di Roma in e per l'Italia fu promossa dai neoguelfi in subordine a quella del pontefice quale fulcro religioso ed etico della confederazione o lega degli Stati la cui identità fu tracciata nei Congressi degli scienziati italiani frequentati anche da ecclesiastici. Conscio che il giobertiano primato morale e civile degli italiani era sentito come tutt'uno con quello del pontefice, anche Giuseppe Mazzini si appellò al neoeletto Pio IX.
La storia dell'identità di Roma con l'Italia e dell'idea di Italia nel mondo merita dunque l'attenzione che non le è stata riservata dalle Istituzioni in questo penoso 150°.
L'annessione di Roma all'Italia coronò il sogno secolare di quanti vi avevano “lavorato” nel tempo, soprattutto da quando, sulla fine del Settecento il gesuita Saverio Bettinelli (che non mancò di incontrare Voltaire a Ginevra) coniò il termine di Risorgimento.
Oggi alcuni polemicamente declassano Roma a mito appassito e giudicano la Città Eterna  priva di autentica forza morale e di rappresentatività. Vale la regola di Goethe: nessun grand'uomo è tale per il suo “servitore”, non perché non lo sia ma perché questi non è in grado di capirlo. La missione della Cttà Eerna prima e dopo Porta Pia fu e rimase Universale. Quali erano la statura e i progetti delle altre capitali europee dell'epoca? Che cos'era San Pietroburgo a soli dieci anni dalla abolizione della servitù della gleba? A Berlino si forgiavano idee e armi per la sottomissione militare dell'Europa. Parigi rispondeva preparando la riscossa. A Londra l'Imperatrice delle Indie badava alle colonie el rimato finanziario. Washington era appena uscita dalla Guerra di Secessione, ben altra cosa dalla repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno. E che cosa rappresentavano in quegli anni Madrid, Lisbona, Bruxelles, l'Aja, Atene? L'Europa orientale era ancora “in fieri”. Lì la Romania andava fiera della sua lingua neolatina e dei suoi legami storici e civili con Roma e persino duplicò in calco la Colonna Traiana.
Anche allora, insomma, Roma era “caput mundi”. Peccato che l’attuale governo e i partiti che lo intasano l’abbiano dimenticato, trascurando e oscurando il 150° di Porta Pia.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: La Colonna Traiana, un “faro” della Romanità.

SETTEMBRE 1920: UN CENTENARIO DIMENTICATO
OKKUPAZIONI IN VISTA... DI CHI? DI CHE? PERCHE? L'IMPORTANTE È “OKKUPARE”...

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 Settembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Okkupazione - foto dal webGoverno di “okkupazione”
Studenti che si dichiarano “di sinistra” annunciano manifestazioni contro il disastro della Scuola. Verosimilmente contro questo governo, che è il più “a sinistra” della storia d'Italia dal 1861 a oggi. Niente di nuovo sotto il sole. Lo scorso anno, quando a scuola il sabato andavano in pochi, ogni venerdì gli studenti marciavano per Greta. Ora accampano altri motivi. Ma contro chi? Okkuperanno aule a rischio di contagio? Comunque non sono né saranno i soli. 
Qui tutti okkupano. L'esempio vien dall'alto. Anzitutto il governo, il sottogoverno, gli “esperti” e il corteo interminabile dei loro ben remunerati portavoce e fornitori, accucciati su tutti i divani, le poltrone, le sedie e gli stuoini possibili. Okkupano anche rimanendo in piedi, con e senza mascherine, generalmente nere in attesa di quelle viola per l'Avvento. Se del caso, si fanno incastonare rotelle sotto i calcagni (Azzolina e Arcuri sono specialisti) e così possono volteggiare su se stessi. Mentre dilaga la disoccupazione, i tre partiti e mezzo oggi al governo (l'estrema sinistra, il papocchio sedicente Democratico, Italia viva e il pasticciaccio brutto che di nome fa Cinque stelle) “okkupano” e dichiarano che continueranno a farlo alla faccia dei voti che tra una settimana gli italiani deporranno nelle urne per le regionali e il referendum. Sono gli Unti dell'Okkupazione e anche della sotto-occupazione ingigantita con oboli d'ogni genere: redditi di cittadinanza, di questo e di quello. Tanto chi paga sono gli italiani, a cominciare da quelli che sono così gonzi da continuare lavorare, a pagare le tasse e si concedono la debolezza di credere che ancora esista lo Stato di diritto.
La lunga gestazione del caos postbellico 
Forse proprio perché l'attuale governo è il più “sinistro” della storia d'Italia, né Sua Emergenza Conte né i suoi sponsor, seguaci e segugi si sono prodotti (per ora) in inni e canti per ricordare l'Occupazione delle fabbriche del settembre 1920.
Eppure nel centenario quel fattaccio merita memoria: fu la sortita di estremisti di tutti i tipi e generò la catastrofe della “rivoluzione rossa”. Sino a pochi anni orsono motivo di cortei, fiaccolate e bandiere rosse al vento, l'occupazione delle fabbriche oggi è un ricordo scomodo, sbiadito.
Ma vediamo come andarono le cose. Fine agosto 1920. La trattativa tra imprenditori e Federazione Italiana Operai Metalmeccanici (Fiom) per il rinnovo del contratto nazionale dei salari si arenò. Gli industriali erano alle prese con la conversione dalla produzione di guerra a quella “di mercato”. Per anni il governo aveva elargito somme gigantesche per armare il Paese. Anziché pochi mesi, come avevano sognato il presidente del Consiglio Antonio Salandra (Troia, 1853 -Roma, 1928) e il ministro egli Esteri Sidney Sonnino, l'Italia rimase in guerra tre anni e mezzo. Le Emergenze si sa quando cominciano, non quando finiscono. Si vede subito chi le paga, meno chi ne approfitta. In un convegno a Padova il generale di corpo d’armata della Guardia di Finanza, Luciano Luciani, storico di vaglia, disse lapidariamente che a soffrirne furono soprattutto contadini, montanari e meno abbienti. Se ne giovarono i “pescecani”.
Dopo il disastro di Caporetto (ottobre-novembre 1917) il ministero presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, con il lucano Francesco Saverio Nitti al Tesoro, non badò più a spese. In breve il debito pubblico schizzò da 14 miliardi (quanti ne aveva accumulati dal 1861 al 1915) a oltre 90. Resistere sul Piave voleva dire rifare di sana pianta l'artiglieria e investire nell'aviazione, micidiale “cavalleria dell'aria”. Gli altri Stati in guerra fecero altrettanto. Infine, prevalse la regola di Londra: “Se non perdiamo la guerra, vinciamo”. L'Italia fu tra i vincitori; ma a prezzo altissimo. Non aveva la compattezza secolare di Gran Bretagna e Francia, né le risorse degli Stati Unti d'America. Tuttavia resse, a differenza degli Imperi che via via crollarono per consunzione interna, a cominciare da quello turco, colosso dai piedi d'argilla: una bolla di contraddizioni fra modernizzazione dell'apparato militare e oscurantismo islamico, ieri come oggi.
Tensioni, dunque, tra “padroni” e “proletariato”, come all'epoca si diceva. Dinnanzi all'ostruzionismo del sindacato operaio, il 30 agosto 1920 la “Romeo” di Milano decise la “serrata” dello stabilimento. Chiuse i battenti in attesa che i salariati scendessero a miti consigli. In risposta la Fiom ordinò l'occupazione di centinaia di fabbriche meccaniche e metallurgiche.Tra il 1° e il 4 settembre il moto dilagò in tutt'Italia. Si concentrò soprattutto nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Come documentò Piero Bairati, storico libero da paraocchi ideologici, gli industriali era ancora in fase ascendente. Gli scioperi erano aumentati del 120% in un anno, ma il padronato l'aveva messo nel conto. Durante la guerra migliaia di fabbriche e di imprese anche artigianali erano state dichiarate ausiliarie e la manodopera (in buona parte femminile) era stata “militarizzata”. Come negli altri Paesi, incluse Gran Bretagna e Francia, gli scioperi vennero puniti come sabotaggio. Era scontato che dopo la Vittoria i rapporti mutassero. Nell'ultimo anno il governo promise di assegnare ai contadini nullatenenti i latifondi incolti, quasi l'Italia centro-settentrionale non fosse da secoli un Paese di medie e piccole proprietà agricole, semmai troppo frazionate e sovrappopolate. Il mito però prevalse sulla realtà.
Nel novembre 1919 il rinnovo della Camera mostrò la profonda lacerazione tra partiti e istituzioni. Nel 1914-1915 i socialisti si erano arroccati sulla formula “né aderire (alla guerra) né sabotare”. Né sì, né no (un po' come oggi sul taglio dei parlamentari e sul MES). Nell'agosto 1917 però, come ricorda il colonnello Carlo Cadorna in “Caporetto? Risponde Luigi Cadorna” in stampa per BastogiLibri, il governo consentì a militanti bolscevichi russi di irrompere proprio nelle aree industriali (a Torino, in specie), liberi di propagandare la rivoluzione. Poi quattro “socialisti” italiani andarono in missione in Russia per vedere che cosa vi stesse effettivamente accadendo. Non conoscevano il russo e i russi non capivano l'italiano. Gesticolarono e furono applauditi. Al ritorno non dissero quel che avevano veduto. Ormai, del resto, parlavano i fatti: l'assalto dei leninisti al Palazzo d'Inverno, la pace con la Germania senza compensi territoriali “né riparazioni”, la liquidazione cruenta dello zar, della sua famiglia, dell’aristocrazia e dell’odiata borghesia. I “dieci giorni che sconvolsero il mondo” (John Reed) smentirono il “calendario trinitario” del marxismo austro-germanico: industrializzazione, formazione del proletariato, rivoluzione. In Russia Lenin balzò oltre la fase intermedia, sino a quel momento ritenuta indispensabile: dalla non remota abolizione della servitù della gleba a “comunismo+elettricità”. La storia aveva più fantasia degli storici, come osservò Leo Valiani. Ripartiva da Napoleone: “on s'engage, et puis on voit”. Dopo anni di guerre tra Armata Rossa e armate Bianche, grazie anche alla “distrazione” degli Stati Uniti d'America, il cui presidente, Woodrow Wilson, nei Quattordici punti del gennaio 1918 fece largo credito alla sua “normalizzazione”, la Russia di Lenin esercitò un enorme fascino sui socialisti italiani e a beneficio delle correnti anarco-sindacaliste che in ogni sommovimento intravvedevano uno spiraglio della società senza altari né classi, senza “ordini” né vincoli di sorta. Perciò Lenin ritenne che l'unico rivoluzionario italiano fosse Gabriele d'Annunzio, con una spruzzatina di Alceste De Ambris e della sua celebrata Carta del Carnaro.
Tentazioni ideologiche e immaginarie a parte, dopo il successo elettorale del novembre 1919 la sinistra italiana rimase divisa in Gruppo parlamentare socialista (frammentato e niente affatto univoco, antimonarchico, antimilitarista, quasi l'Italia avesse perso la guerra, e privo di un programma realistico), Partito parlamentare (suddiviso in correnti che si odiavano) e Confederazione generale del lavoro. In un paio d'anni gli iscritti ai sindacati crebbero da uno a quattro milioni di iscritti. La sua punta di diamante sempre più divenne la Fiom.
Consigli di fabbrica e “Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci
Dal 1920 conquistarono spazio crescente i Consigli di fabbrica (traduzione italiana di soviet) proposti in specie dal settimanale e poi quotidiano “Ordine Nuovo”. Nel suo centenario, il primo numero (1° maggio 1919) è stato ristampato in 250 esemplari dalle benemerite Edizioni Viglongo, fondate da Andrea Viglongo (1900-1986) che vi visse la sua “gran giornata” a fianco di Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini. Il vero nemico degli ordinovisti non erano i governi Orlando-Sonnino, ormai allo stremo, o Nitti, condannato a vivere alla giornata, né il partito popolare di don Sturzo, i nazionalisti (vociferanti ma numericamente esigui) e, meno ancora, i neonati fasci di combattimento dell'ex socialmassimalista Mussolini. Il loro spauracchio era Giolitti, il pacato e pragmatico statista liberale che nel maggio 1920, settantottenne, era tornato per la quinta volta a capo del governo.
Nel marzo-aprile i Consigli di fabbrica ispirati da “Ordine Nuovo” occuparono il cotonificio Mazzonis di Pont Canavese, le Officine Miani-Silvestri a Napoli e  molti stabilimenti  “di bandiera” in Liguria: Ansaldo, Piaggio, Odero, Ilva... La CGL si sfilò. A Torino venne dichiarato il mitico “sciopero delle lancette” per reazione contro il licenziamento da parte della Fiat di tre operai che avevano protestato contro l'introduzione dell'ora legale, che per un giorno costrinse a un'ora di lavoro in più. Gli industriali risposero con la serrata. La protesta rientrò. Ma era solo la prova generale.
Nell'estate la guerra russo-polacca giunse alla partita finale: l'Armata Rossa di Lenin, comandata da Tukacevskij, avanzò sino alla Vistola ma venne fermata alle porte dei Varsavia e costretta dal generale Weygand a mortificante ritirata (15-16 agosto). Ancora una volta i polacchi salvarono l'Europa centro-occidentale. Ma le frange rivoluzionarie dei partiti socialisti di quei paesi furono mobilitate per impedire ogni aiuto ai polacchi e scatenare il caos all'interno dei rispettivi stati.
Fuori tempo massimo, in risposta a una nuova serrata degli industriali i Consigli di fabbrica ordinovisti deliberarono la già citata occupazione delle fabbriche, che non fu affatto irenica né priva di episodi truci, pudicamente cancellati dalla “memoria ufficiale”.
Il 5 settembre Gramsci scrisse: “Le gerarchie sociali sono spezzate, i valori storici sono invertiti, le classi strumentali sono diventate classi dirigenti, si sono poste a capo di se stesse, hanno trovato in se stesse gli uomini rappresentativi, gli uomini da investire del potere di governo, gli uomini che si assumono tutte le funzioni, che di un aggregato elementare e meccanico fanno una compagine organica, una creatura vivente”. Confondeva i sogni con la realtà.
Giolitti, il Grande Vecchio della democrazia liberale
Giolitti rimase impassibile. Quando Giovanni Agnelli gli chiese di cacciare gli operai dalle fabbriche, rispose che era pronto a farle bombardare: gli industriali capirono che proprio non era il caso.
Come previsto dallo Statista, l'occupazione si esaurì. Il 19 settembre la sala del Consiglio dei ministri al Viminale fu inaugurata da una seduta davvero singolare: da una parte i rappresentanti della Confindustria (Conti, Crespi, Falck, Ichino, Pirelli e Olivetti), dall'altra quelli della CGL (D'Aragona, Baldesi e Colombino) e della FIOM. Il 16 settembre la “base” dell'accordo era stata stilata dal massone Gino Olivetti per gli industriali, a contatto con sindacalisti “rossi”, e fatta propria dal ministro del Lavoro, Arturo Labriola, “fratello” pure lui, come Vittorio Valletta. Il 27 settembre, deposta l'illusione di esserne padroni, gli occupanti lasciarono le fabbriche per rientrarvi da operai. A parte miglioramenti salariali e altri benefici (ferie, indennità per licenziamenti, retribuzione delle giornate lavorate durante l'occupazione...), l'accordo previde una legge istitutiva di commissioni di controllo sindacale nella gestione delle fabbriche: ma sulle condizioni del lavoro, non sulla loro gestione. La proprietà non fu messa in discussione. Il disegno di legge si perse per strada, come le “terre ai contadini” e altre promesse dei tempi difficili.
Con il Trattato di Rapallo Giolitti chiuse la vertenza sul confine italo-jugoslavo e a tra dicembre e gennaio liquidò la Reggenza di d'Annunzio a Fiume. Dall'occupazione delle fabbriche la rivoluzione uscì sconfitta. Peggio. A chi gli chiedeva di motivare la condotta del governo, in Senato (formato da uomini dello Stato, alti gradi militari e roccaforte del potere economico, non da poetini venticinquenni) Giolitti spiegò che non poteva impedire l'occupazione di 600 fabbriche, talvolta con migliaia di operai, con altri 500.000 lavoratori pronti a muoversi in soccorso degli occupanti, se questi fossero stati attaccati dall'esercito. Sgomberare le fabbriche con la forza avrebbe comportato la “guerra civile”. Parole rotonde. Ma Luigi Albertini, già sicofante dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra, lo bollò quale “bolscevico dell'Annunziata”, ironizzando sul fatto che dal 1904 lo Statista era “cugino del Re”.
In effetti alcuni industriali cominciarono a ritenere che avevano ragione gli agrari a usare squadre di ex arditi per sconfiggere le Camere del lavoro e i “rossi”. Ma i più continuarono a ritenere che le tensioni erano fisiologiche, come lo erano stati i grandi scioperi d'inizio secolo, lo sciopero generale del settembre 1904, quelli contro la guerra in Libia (guidati da repubblicani e socialrivoluzionari come Nenni e Mussolini).
Il mito e i suoi frutti velenosi
La sconfitta dell'occupazione ebbe due frutti tossici. Il primo fu la scissione del PSI. Al congresso di Livorno (gennaio 1921) dal tentacolare Partito socialista si spiccò la frangia ordinovista, che dette vita al Partito comunista d'Italia, sezione locale della terza internazionale: leninista assai più che marxista, suggestionato da Louis Blanc e Georges Sorel e fascinato da Giovanni Gentile anziché da Antonio Labriola, il PC d'Italia nacque e rimase minoritario e settario, come mostra la vicenda di Angelo Tasca e degli altri suoi maggiorenti via via radiati (e a volte eliminati dalla faccia della terra).
L'altro frutto velenoso fu il mito dei Consigli di fabbrica e di cascina, rifiorito nel 1944-1946, anche per suggestioni affiorate tra le pieghe della Carta di Verona della Repubblica sociale italiana e dalla legislazione della RSI passata in rassegna nei due poderosi volumi curati da Francesca Romana Scardaccione per l'Archivio Centrale dello Stato (2002).
Rimasto sotto traccia per un ventennio, quel mito esplose nel 1968. Si cominciò con le okkupazioni delle scuole e delle Università, con tutti gli aspetti folkloristici di una piccola borghesia dedita alla rivoluzione amatoriale, cui seguirono Potere Operaio, Lotta Continua, la lunga scia di sangue dei “compagni che sbagliavano” e gli anni di piombo. L'ultimo ad agitare il mito dell'okkupazione fu Enrico Berlinguer dinnanzi ai cancelli della Fiat, malgrado già avesse proposto il compromesso storico, caldeggiato l'euro-comunismo e prese le debite distanze dall'oligarchia del Partito comunista sovietico.
Tornare alla normalità
Nel centenario del settembre 1920 il problema del Paese non è okkupare ma far ripartire la produzione, far funzionare davvero la Pubblica istruzione (nervo sensibile per chi ne fu ministro e ora osserva l'Italia dal Colle più alto), senza relegare milioni di bambini e ragazzi nel ghetto di chi vive in plaghe non collegate a internet da alcuna “banda”, né larga né stretta; restituire efficienza agli uffici e agli opifici che esigono la presenza fisica dei loro addetti, perché non basta un collegamento telematico per elevare un muro, sagomare un tondino, compattare un'autovettura..., né per mietere, raccogliere e immettere i prodotti agricoli sul mercato interno e internazionale.
Fra le tragedie incombenti sul Paese vi è il governo in carica, il più inetto, incoerente, sconclusionato, e quindi pericoloso, dal 1861 a oggi.
Motivo in più perché il 20-21 settembre prossimi i cittadini parlino con lo strumento a loro disposizione: il voto. A cominciare da un tondo “No” allo sconsiderato “taglio” dei parlamentari: apparentemente un capriccio pentastellato, in realtà un siluro contro le istituzioni, già pericolanti. Parrebbe davvero incredibile che certi “democratici” stiano al gioco, se non fosse che sono nipotini, forse inconsapevoli, del volontarismo ordinovista di un secolo fa.
Aldo A. Mola

È L'ORA DI UNA NUOVA COSTITUENTE
“NO” A QUESTO “TAGLIO” DEI PARLAMENTARI

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 Settembre 2020, pagg. 1 e 11. 

Montecitorio desertaAl referendum votare “No”
Al referendum del 20-21 settembre occorre votare “No” taglio dei parlamentari. Non in omaggio a quelli in carica, che approvarono in massa la mortificazione delle Camere e quindi di sé stessi. Non solo contro questo pessimo governo, presieduto da Sua Emergenza Giuseppe Conte. Dinnanzi alla scelta tra il “Sì” e il “No”, l'astuto Avvoltoio Appulo si fa remoto, volteggia in attesa dell'esito delle urne per pasteggiare con le spoglie dei vinti e dei vincitori. Unico Precario d'Italia issato al potere a tempo indeterminato, è stato portato sugli scudi da due successivi alleati dei suoi sponsor originari, i grillini (leghisti prima; piddini, italovivaci e leu-cociti poi), da sfasciacarrozze mutati in cocchieri di gala del Potere. Un Publio Ovidio Nasone avrebbe da poetare all'infinito sulle continue metamorfosi di partiti e “politici” italici d'oggi.
Ma non è questo il punto. A togliere ogni dubbio sulla necessità di votare “No” al referendum sono i “ragionamenti” di chi, come Stefano Folli in “La Repubblica”, mette in guardia dal temuto ritorno alle urne politiche quale effetto di un voto “destabilizzante” e tira la giacca di Sergio Mattarella, attribuendogli ferma contrarietà all’eventuale vittoria del centro-destra. Gli fa torto perché il Capo dello Stato d'Italia non è, né può essere, lo sponsor di questo o quel governo, dell'una o dell'altra maggioranza, ma è il garante dell'esito del voto, della sovranità nazionale. E sicuramente Mattarella vuole esserlo.
Votando “No” i cittadini mandano un preciso Messaggio alle Istituzioni e anche a chi dal Quirinale ha molto da dire sul profondo malessere delle Istituzioni stesse, sugli abusi di potere del presidente del Consiglio dei ministri, sul cumulo di decreti presidenziali e di decreti-legge (“pratica” deplorata dal presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati) da convertire all'ultimo momento ricorrendo al voto di fiducia, che in molti casi è un ricatto delle Camere. Lo si è veduto in questi giorni: il Parlamento ha inghiottito il rospo della abnorme proroga dei capi dei servizi segreti infilata in un decreto-legge di tutt'altra genesi, quasi superdose di solfito nella salsiccia di Bra: tanto rilucente quanto dannosa, come la maggior parte delle “cose rosse”.
Votare “No” al referendum significa richiamare all'ordine un Parlamento nato dalle sbandate umorali di un Paese da decenni in confusione ma che da tempo ha mutato direzione, come lasciano intravvedere tutti i “sondaggi” e confermeranno le urne il 20-21 settembre nelle regioni e nei comuni chiamati al voto. Dopo anni di slogan, regalie e mance, rinsavito forse proprio per via della pandemia il Paese si pone finalmente l'interrogativo inquietante: chi, quando e per quanto tempo pagherà tutti i debiti contratti dal governo, in buona parte sperperati in forniture meritevoli di inchieste (si pensi ai banchi per “dervisci rotanti”, risibilmente detti anche “monouso”) anziché destinati a raddrizzare le gracili gambe del sistema Italia, stagnante da un quarto di secolo.
I partiti di governo hanno il consenso del 25% degli elettori
Tocca ai cittadini difendere il poco che resta del loro diritto a essere rappresentati alle Camere e, di conseguenza, al governo. Chi vota “Sì” mette l'Italia nelle mani delle “cupole” sovrastanti i tre o quattro partiti maggiori, liberi di decidere in piena solitudine e senza alcun controllo democratico i futuri parlamentari, scelti fior da fiore tra i segugi più proni anziché tra le persone più competenti. 
Ma gli sfiorenti “cerchi magici” chi rappresentano oggi? Tutti insieme i partiti al governo sommano il consenso potenziale del 40% dei votanti. Cinque Stelle, col 15%, Democratici (per modo di dire), con meno del 20%, Renziani e Leu col 3% circa ciascuno costituiscono una minoranza dei consensi dei votanti. Ma questi, in specie alle regionali e alle comunali, sono appena il 50% o poco più degli elettori. In concreto, a conti fatti i partiti oggi al governo tutti insieme hanno il consenso del 25% degli elettori. Pochi, insomma, per pretendere di decidere il futuro del Paese per un paio di generazioni.  Si dirà che gli assenti dalle urne hanno sempre torto e che quindi non meritano attenzione. Ma una democrazia sana, che alle spalle ha anche un tragico regime di partito unico e mezzo secolo di conventio ad escludendum del principale partito d'opposizione negli anni del “bipartitismo imperfetto” (felice formula di Giorgio Galli), non ha motivo di vantare la diserzione dal voto. Anzi, dovrebbe incoraggiare l'afflusso alle urne e salutare con favore la mobilitazione dei giovani non solo nelle movide e nelle discoteche ma anche nelle “piazze”, fisiche e virtuali.
Il taglio dei parlamentari, come noto e ammesso da costituzionalisti (Sabino Cassese in testa: se ne legga Il buon governo. L'età dei doveri, Mondadori)  politologi, esperti di scenari elettorali, storici, ecc., comporterà la desertificazione della rappresentanza politica di intere regioni già oggi trascurate, la ghettizzazione di immense aree condannate al sottosviluppo e all'arretratezza. 
In concreto, il “Sì” è un voto contro l'Unità d'Italia che si realizzò tardi, non sempre al meglio e con immenso sforzo tra Otto e Novecento per elevare le condizioni del Mezzogiorno e delle isole a quelle delle aree già integrate con l'Europa industrializzata grazie alla infrastrutture: un cammino virtuoso frenato dalla onerosa partecipazione a due guerre mondiali, faticosamente ripreso negli anni del “miracolo economico” postbellico e poi nuovamente interrotto per la stagnazione del PIL. Quel voto creerebbe un regime di oligarchie sorrette all'interno da feudatari, completi di valvassori e valvassini, ma eterodirette e corrive ad andare spintaneamente a vento e a vapore, secondo i Grandi Suggeritori esteri, dagli USA a Mosca, da Pechino a (persino) Istanbul, ove da anni imperversa un totalitarismo islamico fondato sulla repressione di ogni forma di dissenso, nel silenzio dell'Unione Europea incline a strapparsi le vesti quando le vien comodo recitare una parte in commedia, ma pronta a indossare bavaglio e turbante quando gliene conviene un'altra.
Arginare l'antipolitica 
Il “Sì” al taglio dei parlamentari è il punto di arrivo dell'antipolitica, è la vittoria di chi aveva promesso di scoperchiare il Parlamento come una scatola di tonno. Da decenni, da quando il Partito comunista italiano sparò a zero contro l'ala “occidentale” della DC, PSI, PSDI PRI e PLI e mise a frutto Tangentopoli e la leggendaria farsa detta “Mani Pulite”, il pregiudizio atavico contro i “politici” si è tradotto nell'indifferenza e nella peggiore diserzione civile: il “non voto”. È stato ripetuto sino alla nausea il cinico brocardo “tutto cambia perché niente cambi” e che governare in Italia non è difficile ma inutile. Sono battute qualunquistiche, che disprezzano gli enormi sacrifici di chi ha costruito l'Italia quale Paese unito, indipendente e a lungo libero. Se, malgrado tutto, essa non è affatto il fanalino d'Europa né, meno ancora, del mondo, lo si deve al Parlamento ispiato e guidato, nel tempo, da Cavour, Giolitti, De Gasperi e anche da Andreotti, Berlusconi e Prodi. Se in Italia l'ordine pubblico è retto con la forza della legge mentre altrove dilaga la violenza (la differenza è abissale) lo si deve alla lunga lotta per la democrazia rappresentata dal primato del Parlamento, che elegge il Cap dello Stato e al quale l'Esecutivo deve rispondere.
Non per caso, dopo una lunghissima serie di costituzionalisti, Romano Prodi e Silvio Berlusconi, pur così diversi, hanno deplorato e deplorano chi intende usare il “taglio dei parlamentari” per inquinare il legame tra elettori e loro rappresentanti (l'articolo 67 della Costituzione recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”: né ideologico, né religioso, né d'altro genere).
La conseguenza è nei fatti. In pochi anni l'astensione è balzata dal 15-20% al 40-50% e oltre, con grande soddisfazione di chi era e, ancor più, di chi è al potere; ma con altrettanto disgusto di chi non si preoccupa di sé ma per il futuro della democrazia parlamentare, fondamentale e irrinunciabile per la società civile (inclusa la demenziale “decrescita felice”, che ha bisogno di norme più di quanto ne abbia la crescita: la “natura” è più tutelata oggi che prima dell'industrializzazione). 
Sta ai cittadini decidere se vivere in uno Stato costituzionale o nel Paese di Cetto Laqualunque. Nel primo caso si vota “No”, nel secondo si “taglia”, per far dispetto... alla democrazia.
Quando è la Camera a voler male all'Italia
A ben vedere, questo Parlamento forse non merita di essere difeso, se non contro se stesso, dai suoi errori, dalle sue debolezze: nell'interesse generale permanente de cittadini, non dei suoi improvvisati e sepsso stralunati componenti. Esso, infatti, votò con ostentato entusiasmo per la propria auto-mutilazione. Ma, come insegna l'Ecclesiaste, nulla è nuovo sotto il sole. Neppure sotto quello italico. Una minoranza di patrioti introdusse anche in Italia le libertà costituzionali, le irrobustì, le difese e le rese “normali”: da Melchiorre Gioia e Giandomenico Romagnosi (massoni) a Cavour e a Giolitti. Nel corso del tempo, però, proprio la Camera elettiva talvolta ha approvato leggi elettorali stupide e infauste. Il regime di partito unico non è stato una conquista del “truce” Benito Mussolini, ma il regalo dei deputati che via via gli conferirono tutti i poteri e che di legislatura in legislatura approvarono la propria evirazione: la legge Acerbo nel 1923 (quando il “regime” era di là da venire, con buona pace di affabulatori come Emilio Gentile), la legge Rocco nel 1928, la sostituzione della Camera succuba ma ancora elettiva nel 1929 e nel 1934 con quella dei fasci e delle corporazioni nel 1938-1939, composta smaccatamente di “nominati”. Il Senato andò a rimorchio. Non vi si levarono forti e chiare le voci di chi vi era entrato prima del regime di partito unico. Che cosa allora poteva fare di iniziativa propria un re statutario se le Camere si mettevano in ginocchio dinanzi al “duce”? Vediamo anche oggi i preoccupati silenzi del Capo dello Stato dinnanzi a una riforma che priverà intere regioni di propri rappresentanti e che azzera la libertà dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Certo il Presidente dello Stato d'Italia non può sostituirsi al Legislativo né negare in perpetuo la propria firma a leggi approvate dalle Camere, salvo il vaglio della Corte Costituzionale. E' un’esperienza, quella odierna, che dovrebbe aiutare a capire il passato neppur tanto remoto della nostra storia.
Mentre i Cinque Stelle possono menar vanto di aver costretto alleati e oppositori a votare in massa una legge di cui ora in parte significativa molti deputati e senatori sono pentiti (“Sapientis est mutare consilium...”) il “democratico” Nicola Zingaretti e i suoi stretti referenti si debbono contentare della calendarizzazione di una proposta di legge elettorale solo una settimana dopo il possibile squasso del 20-21 settembre, quando potrebbe essere tardi per spegnere l'incendio. A fine mese il Paese sarà in pieno affanno per il caotico inizio dell'anno scolastico e per le ripercussioni del crollo del PIL, con quanto ne consegue sull'occupazione, in specie femminile e giovanile. Di lì, già si intravvede, dilagherà la tentazione dei “democratici” di cedere all'estremismo fanciullesco di proposte sempre più strambe in materia elettorale.
È il caso del conferimento del voto ai diciottenni per l'elezione dei senatori e dell'eleggibilità a soli  25 anni a membri del Senato, che, etimologicamente, sta per “Camera degli Anziani”. Questo, con buona pace dei costituzionalisti eventualmente corrivi a benedire la riforma,  sarebbe l'ennesimo colpo di Stato contro la lingua italiana, oltre che contro la decenza politica.
E' l'ora di una nuova Costituente
Che fare dunque? 
Dopo decenni di proposte ingarbugliate di modifiche della Costituzione (fu il caso della Renzi-Boschi, che non eliminava il bicameralismo e istituiva un Senato farlocco) e di elogi stantii della Costituzione più bella del mondo, tempo è venuto di redigere una nuova Carta Costituzionale.
L'Italia va rimessa sulle proprie gambe e in linea con l'Unione Europea, di cui essa fa parte e di cui ha bisogno disperato perché senza le aperture di credito, parte meri aiuti e parte prestiti, che le possono arrivare da “lassù”, essa è condannata alla catastrofe. E' il caso del MES, da chiedere e da rendicontare senza imbarazzo alcuno, come si usa tra persone perbene.  Dopo decenni di stagnazione, che vuol dire regressione se gli altri vanno avanti, incombe l'ora del fallimento. Non è scritto in alcun libro del destino che questa sia la sorte del Paese, ma neppure che non lo sia. Paradosso vorrebbe che l'Italia finisse come l'Argentina proprio nel 150° di Porta Pia e proprio mentre a Roma vi è un papa arrivato “dalla fine del mondo”, come disse Francesco alla sua elezione.
Occorre una nuova Costituzione, dunque. Anche per fermare sul nascere i pericolosi cenni di Zingaretti Nicola a favore del monocameralismo. Non sappiamo quali siano le sue letture di storia e di politica. Sappiamo invece bene che tutti i regimi liberticidi sono stati partoriti dall'Assemblea unica. Cominciò Cromwell, poi fu la volta della Convenzione repubblicana francese del 1792 e via continuando sino ai Soviet, al regime hitleriano e a quelli tuttora imperversanti in molti Stati.
Nuova Costituente, pertanto, incardinata sulla divisione dei poteri e sul bicameralismo, che, per esperienza storica, in Italia costituisce una rete di sicurezza. Non per caso nel 1938 l'unica opposizione alle leggi razziali si registrò nel Regio Senato, ove esse furono approvate con 154 voti su 400 membri (nessuno chiese la verifica del numero legale!) e si registrarono dieci voti contrari (fra i quali Luigi Einaudi): pochi, ma “a futura memoria”. 
È l'ora di una nuova Costituente, da eleggere con la proporzionale e una quota di sbarramento molto bassa: non superiore al 3%, o anche meno. Qualcuno troverà paradossale e persino astrusa questa ipotesi/proposta. Ma chi appena un poco conosca la storia politica, parlamentare, culturale e civile d'Italia non vi troverà nulla di abnorme né di scandaloso.
In età monarchica, dal 1861 al 1925, la pattuglia dei radicali e dei repubblicani era piccola ma pugnace, rispettata e ascoltata, proprio perché spesso dalle opposizioni pensanti vengono moniti lungimiranti. Il 16 novembre 1922 solo Eugenio Chiesa, repubblicano e massone, gridò “Viva il Parlamento” quando Mussolini disse che dell'Aula sorda e grigia avrebbe potuto fare “bivacco” per i manipoli delle sue camicie nere. Nel dopoguerra un contributo fondamentale ai lavori della Costituente fu dato dal minuscolo Partito d'Azione, già diviso in due (con Parri e La Malfa “a destra”), dotato di esponenti memorabili quali Leo Valiani e Piero Calamandrei. Anche se non sempre ascoltate, vi si levarono le voci delle minoranze, compresi liberali, monarchici e libertari. Fu il caso di Benedetto Croce, che si oppose all'iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, e del “fratello” Concetto Marchesi che, ricorda il suo biografo Luciano Canfora in Il Sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Ed. Laterza, eccellente finalista al Premio Acqui Storia 2020), votò contro l'inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione.
Negli anni più difficili della Repubblica il partito liberale ebbe due soli senatori, Giovanni Malagodi e Giuseppe (Beppe) Fassino, eletto in Piemonte: una fiaccola che tenne vivi la Tradizione in tempi procellosi, quando il Paese affrontò e vinse la lunga lotta contro il terrorismo senza ricorrere a leggi speciali, bensì rafforzando lo Stato, le sue competenze, e chiamando i cittadini a far quadrato attorno alle Istituzioni, sollecitate ad ammodernarsi dall'indimenticabile Presidente Francesco Cossiga.
E quanto concorse al progresso vero del Paese la pattuglia dei radicali, con Marco Pannella, che fece eleggere euro-deputato Enzo Tortora? Erano pochi, ma tenaci e inventivi. Europei. Il Partito socialista di Bettino Craxi fu numericamente minoritario rispetto a DC e PCI ma politicamente più lungimirante. Se la “grande riforma” a suo tempo da lui avanzata avesse ottenuto più ascolto  anziché l'ostilità loro e di certi “corpi separati”, l'Italia non sarebbe oggi qual è: sull'orlo dell'abisso, mentre imperversa il conflitto governo-regioni, apparentemente sopito da Sua Emergenza nel caso Lampedusa/Sicilia ma destinato a esplodere all'indomani della conta de voti. 
Coscienza e dignità
Qualcuno, come il Presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi, ha detto che la scelta tra il “Sì” e il “No” rientra tra le “libertà di coscienza”. Ha detto bene. Ogni cittadino ha in mano la sua parte di sovranità e il 20-21 prossimi potrà esercitarla in piena libertà. Chi vota “Sì” risulterà forse in maggioranza ma si accollerà la responsabilità storica delle conseguenze devastanti del taglio dei parlamentari, inclusa la disfunzione del Parlamento. Correrà dietro a chi dice di voler “fare nuove tutte le cose”, come il Mostro dell'Apocalisse,  ma sa solo distruggere e non ha alcun progetto di Ricostruzione del Paese. Chi invece vota “No” avrà l'orgoglio di aver messo gli altri sull'avviso e sarà in pace con se stesso. Non è il momento della diserzione ma della dignità. La rappresentanza dei cittadini è il sale della democrazia. Dopo tanti, troppi anni di “antipolitica”, il “No” è la premessa al ritorno alla Politica, la premessa della seconda Costituente, di cui il Paese ha urgente bisogno. Ogni “No” in più concorrerà a rialzare le sorti dell'Italia, mattone su mattone.
Aldo A. Mola

L'ANTICONCILIO DI NAPOLI (9-10 dicembre 1869)
E L' INTERNAZIONALE UMANITARIA 

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 Agosto 2020, pagg. 1 e 11. 

Isacco ArtomCavour, 25/27 marzo-9 aprile 1861: per Roma Capitale...
Nel 150° di Porta Pia pochi si sono occupati del Concilio ecumenico indetto da papa Pio IX e insediato in San Pietro la mattina dell'8 dicembre 1869, dopo anni di intensa preparazione. In un documentato e brioso saggio Francesco Margiotta Broglio ha scandagliato la crisi finanziaria e monetaria che minava il Vaticano più di quanto facessero  i Giambi ed Epodi di Carducci (“Libro Aperto”, 2019, n.4). Fu il 20° Concilio  nella quasi bimillenaria storia della Chiesa di Roma, ma il primo a svolgersi in Vaticano. Dopo quelli celebrati in Oriente (sin da Nicea, nel 325 d.C., ove gli ariani vennero condannati per eresia, aprendo una lunga età di sanguinosi conflitti all'interno della cristianità), nell Città Eterna ne erano stati tenuti altri fra il 1123 e il 1215, ma in San Giovanni in Laterano.
La data del Concilio Vaticano del 1869 non fu casuale: ricorrevano quindici anni dalla proclamazione del dogma dell'Immacolata concezione (8 dicembre 1854), fondamentale per l'impulso della devozione mariana, legata anche alla “apparizione” di Lourdes e attestata dalla moltiplicazione di santuari dedicati alla Madonna, in alternanza a quelli intitolati al Sacro Cuore. Il Concilio precedente (Trento, 1545-1563) aveva approntato la Riforma cattolica o, secondo altri, l'inizio della Controriforma, contro ogni deviazione dal dogma, come ricordano i molti roghi di eretici (fu il caso di Giordano Bruno) e i pubblici pentimenti di scienziati “avveduti”, come Galileo Galilei.
Il Concilio del 1869-1870 ebbe due obiettivi: l'affermazione dell'infallibilità dottrinaria del pontefice e, conseguentemente, del primato del successore di Pietro  sulla Chiesa cattolica apostolica romana, l'unica ritenuta depositaria della Verità e concepita quale edificio possente, articolato, complesso ma infine coeso e piramidale. Per insondabili cagioni metastoriche (“lo Spirito soffia dove vuole” insegna l'Evangelista  Giovanni) esso preparò la Chiesa di Roma a fronteggiare la prova più temuta e al tempo stesso ormai incombente: la debellatio dello Stato Pontificio dopo che il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, nel 1860 aveva sottratto al papa le pingui Legazioni nell'Emilia-Romagna, l'Umbria e le Marche, attirandosi la scomunica maggiore da parte di Pio IX. Molti cattolici d'ogni Paese erano convinti che, spogliato della sovranità su Roma (come era avvenuto tre volte in mezzo secolo: nel 1798, nel 1809 e nel 1849, dai franco-napoleonici prima, da Carlo Luciano Bonaparte e Giuseppe Garibaldi poi), per il papa sarebbe stato difficile se non addirittura impossibile esercitare quella spirituale sulla Chiesa universale.
Anche Camillo Cavour nutrì molte e gravi perplessità su modi e tempi nei quali realizzare il grande sogno: fare di Roma la capitale d'Italia. I suoi celebri discorsi del 25 e 27 marzo alla Camera e del 9 aprile in Senato, ora ripubblicati da Corrado Sforza Fogliani in “Libera Chiesa in libero Stato. Roma Capitale d'Italia”, con sua acuta partecipe introduzione e dotta postfazione di Antonio Patuelli (ed. Libro Aperto, Ravenna: il presidente dell'Abi vi rivendica il ruolo svolto da Carlo Luigi Farini e da Marco Minghetti in convergenza con Cavour) offrono molti motivi di riflessione.
Come ha bene rilevato un liberale autentico ed eminente cavourologo quale Marco Bertoncini, lo statista pesò ogni parola. Parlava alle Camere ma anche alla diplomazia europea (non solo la francese) e, con particolare accoramento, alla Santa Sede. Nella conclusione dell'ultimo discorso si rivolse direttamente al “Santo Padre” esortandolo: “Accettate i patti, che l'Italia fatta libera vi offre, accettate i patti che devono assicurare la libertà della Chiesa, crescere il lustro della sede ove la Provvidenza v'ha collocato, aumentare l'influenza della Chiesa, e nello stesso tempo portare a compimento il grand'edifizio della rigenerazione dell'Italia, assicurare la pace di quella nazione, la quale, al postutto, in mezzo a tante sventure, a tante vicende, fu ancora quella che rimase più fedele e più attaccata al vero spirito del cattolicesimo”. Lo statista parlava anche per sé e di sé. Meno di due mesi dopo, egli si fece amministrare il viatico della buona morte dal fido fra' Giacomo da Poirino. Nato cattolico, Cavour volle morire da cattolico, come la generalità della dirigenza liberale del tempo suo e dei decenni seguenti, anche sotto questo profilo imitato da massoni insigni quali i presidenti del Consiglio Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli (il suo funerale fu officiato da quaranta e più sacerdoti), Sandrino Fortis e il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, in loggia da 21 anni ma rassegnato a funerali cristiani per il suo corpo, se così piaceva ai famigliari.
Ma senza usare i cannoni, non “come conquistatori”
Il 25 marzo 1861, in risposta a Rodolfo Audinot, deputato di Bologna, Cavour sottolineò che l'Italia non poteva “andare a Roma” senza il consenso della Francia di Napoleone III, cui doveva la sua stessa nascita, e che andandovi doveva salvaguardare l'“indipendenza vera del Pontefice”. Era il proposito per decenni caldeggiato da ecclesiastici patrioti quali Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti, da lui evocati in Senato il 9 aprile. Nei suoi interventi lo statista escluse ripetutamente che  la Nuova Italia potesse irrompere in Roma senza il “placet” di Pio IX. Se non vi fosse stato il consenso della comunità internazionale (che doveva ancora “riconoscere” l'esistenza del nuovo Stato d'Italia) Cavour sapeva “che allora si potrebbe pensare ad adoprare l'argomento dei cannoni: ma – subito aggiunse – siamo tutti d'accordo che nelle attuali circostanze a questo argomento si deve rinunziare”. L'Italia doveva concorrere alla stabilità europea, non già innescare conflitti. Abbattere il trono di Pio IX contro il gradimento di milioni di cattolici sparsi nel mondo voleva dire attirare sull'Italia il loro inestinguibile odio: sentimento poco cristiano ma comprensibile se, come era accaduto in Francia dopo il 1789, al clero fosse poi stato imposto un qualche giuramento di fedeltà allo Stato. In Senato con parole limpide e lungimiranti Cavour ribadì: “Noi non possiamo adoperare se non mezzi morali, ché mal si addirebbe a noi di arrivare nella sede del cattolicismo come conquistatori: ché sarebbe per l'Italia grave pericolo il mettere in fuga il Pontefice”. Napoleone I aveva fatto di peggio. Lo aveva tratto prigioniero in Francia; ma si sapeva come era andata a finire.
Al papa, anzi, ripeté Cavour nella conclusione del fondamentale discorso del 27 marzo, suggellato dal voto unanime che decretò Roma capitale d'Italia,  si doveva “assicurare l'indipendenza, la dignità, il decoro del Pontefice”. Ma quali erano i requisiti minimi dell'indipendenza vera? La separazione dello Stato dalla Chiesa, propugnata dalla Nuova Italia, era necessariamente incompatibile con il riconoscimento della sovranità temporale (“simbolica” e amministrativa, ormai, più che politica e militare) su un lembo della Città consacrata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo e di migliaia e migliaia di testimoni della fede cristiana?
Nulla sappiamo di quanto Cavour avrebbe detto e fatto dieci anni dopo il 6 giugno 1861, quando morì improvvisamente a soli 51 anni, né, quindi, a cospetto della guerra franco-germanica esplosa nel luglio 1870 e nel timore che, dopo la proclamazione della Repubblica a Parigi (2 settembre), Roma divenisse altro laboratorio di rivoluzionari, repubblicani, protosocialisti, atei dichiarati. La Prima Internazionale dei “lavoratori” era nata alla Saint-Martin 's Hall di Londra il 28 settembre 1864. Conosciamo invece le scelte, comprensibili, dei suoi seguaci e successori sino a Giovanni Lanza, in sintonia con il senatore Carlo Cadorna, fratello di Raffaele, il generale che comandò il corpo della spedizione culminata con la breccia di Porta Pia (ne ha scritto un’eccellente biografia Franco Ressico, di imminente pubblicazione, ed. BastogiLibri).
Giuseppe Ricciardi l'internazionale umanitaria
Tra quanti depositarono sul banco della presidenza della Camera ordini del giorno per Roma capitale, affini a quello del cavouriano Carlo Boncompagni di Mombello, vi furono il federalista ed economista insigne Giuseppe Ferrari, Mauro Macchi, massone ed esponente della sinistra democratica, David Levi, ebreo nativo di Chieri e alto dignitario della risorgente Massoneria “in Italia” (non “italiana” ma, semmai, “all'italiana”), Ferdinando Petruccelli della Gattina (autore del succoso “I moribondi di Palazzo Carignano”, lettura obbligatoria per quanti, obnubilati, intendessero votare “sì” all'imminente referendum per la riduzione del numero dei parlamentari) e Giuseppe Ricciardi.
Ma chi era costui? Oggi pressoché dimenticato, Ricciardi, conte di Camaldoli (Napoli, 1808-1882), è tra le personalità politiche e culturali paradigmatiche della Terza Italia. Suo padre, Francesco, era stato ministro di Gioacchino Murat re di Napoli e tornò al governo nel breve periodo costituzionale del 1820-1821 dello spergiuro Ferdinando I di Borbone. La madre, Luisa Granito, di famiglia marchionale, aveva difeso i “rei di stato” durante la famigerata repressione liberticida del 1799. Malato di poliomielite all'età di dieci anni e per sempre zoppo, dopo lunghi viaggi in Italia durante i quali conobbe Manzoni, Monti, Leopardi e altri insigni “scrittori civili”, nel 1830 fu arrestato a Napoli per sospetta cospirazione liberale. Rilasciato, compì un lungo periplo in Europa. Da Giuseppe Mazzini fu incaricato di gettare le fila della Giovine Italia nel Mezzogiorno. Nuovamente imprigionato, appena libero esulò. Rientrò a Napoli nel secondo periodo costituzionale (1848) concesso dal parimenti spergiuro Ferdinando II di Borbone. Alle nozze lui e la moglie ebbero testimoni Achille Murat, figlio di re Gioacchino, Federico Confalonieri e Terenzio Mamiani, tutti massoni, e Pietro Leopardi. Intrinseco dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera (la cui rievocazione tenne a Venezia quando vi furono traslate le spoglie), in Francia ebbe contatti con Felice Orsini, autore del noto attentato a Napoleone III che a lui costò la ghigliottina e all'Italia procurò la forzata attenzione dell'imperatore dei francesi. Narrò la sua vita nelle “Memorie autografe di un ribelle” (Parigi, 1857) e in “Il fuoriuscito”, “Il tribuno” e “Le memorie di un vecchio” (Milano, 1874).
Deputato di Foggia dal gennaio 1861, da Enrichetta Carafa d'Andria, che gli era affezionata, fu sinteticamente definito “repubblicano fiero ed onesto, cuore d'oro e mente bislacca”. A volte le donne con poche parole scrivono biografie. Sanno leggere i manzoniani “misteri del cuore umano” e rendono opera d'arte una vita disordinata.
Nel 1863 Ricciardi si dimise da deputato per protesta contro l'inconcludenza del governo e dell'opposizione “alla malva”, ma fu subito confermato per altre due legislature.
Benché in stretti rapporti con l'arciprete massone Domenico Angherà (Briatico, 1803-Napoli, 1873), venerabile della Loggia Sebezia e capofila di una importante rete liberomuratoria tanto fantasiosa quanto onesta (anche a giudizio dei suoi concorrenti più maligni), non consta che Ricciardi sia stato iniziato massone in Italia. Gli indizi di sua appartenenza al Grande Oriente Egizio risultano labili.
L'Anticoncilio di Napoli, 9 dicembre 1869
Appena si ebbe notizia ufficiale del Concilio ecumenico vaticano (a suo giudizio indetto per “rafforzare una potestà mostruosa e ribadire negli animi i ceppi della superstizione”), il 21 gennaio 1869 Ricciardi ideò la convocazione di un Anticoncilio “coll'intento di opporre alla cieca fede il gran principio del libero esame e della libera propaganda”. Pubblicato nel quotidiano “Il popolo d'Italia” (24 gennaio) il suo appello alla costituzione di una “associazione umanitaria” fu subito accolto da Giuseppe Garibaldi, “primo massone d'Italia”, che da Caprera augurò  successo all'adunata “in un sol campo di tutti i liberali e dei liberi pensatori”.
Il programma di Ricciardi prevedeva una “nuova massoneria, operante alla luce, ed estendentesi, al pari di essa, a tutto il mondo”, la piena occupazione, il sussidio per i disoccupati involontari (antico proposito dei social-utopisti francesi: nulla a che vedere l'elargizione di redditi di mera cittadinanza, incentivanti l'ozio truffaldino), l'istruzione primaria obbligatoria e gratuita e la “guerra al papa e al papato”. I liberi pensatori erani i “veri discepoli di Gesù”. Come quartier generale dell'impresa Ricciardi elesse casa sua (Riviera di Chiaia 57,  Napoli). L'iniziativa ebbe un successo straripante. Dall'estero aderirono, fra altri, Victor Hugo, Charles Louis Michelet, a nome della Società filosofica di Berlino, Edgar Quinet, Jules Michelet, Emile Littré (campioni della cultura letteraria e politica francese amata in tutta Europa) e dall'Italia Jacob Moleschott e Pietro Sbarbaro, massone come molti altri sostenitori dell'iniziativa.
“Crescit eundo”, l'Anticoncilio si armò di strali sempre più acuminati. Garibaldi auspicò che l'8 dicembre nelle cento città d'Italia, a imitazione di Napoli, si riunissero meetings “ad acclamare i principii del vero ed a maledire le turpi menzogne e la cabala infernale ordita dal Vaticano”.
In prossimità dell'adunata Ricciardi tracciò i capisaldi dell'Anticoncillio: quello della Chiesa prendeva a principio la fede, il propugnava la scienza. Propose abolizione dei culti ufficiali, suffragio universale, libertà nel lavoro, diffusione di scritti popolari e insegnamento gratuito popolare. Contò su una moltitudine di adesioni anche femminili, come Angelina Mola, segretaria della sezione napoletana della Società emancipatrice delle donne italiane e iniziata massona da Garibaldi, la contessa Giulia Caracciolo Cigala e un lungo elenco di pioniere della “questione femminile”, impegnate nella lotta contro la prostituzione.
Con la miriade di messaggi giuntigli da tutti i continenti, l'Anticoncilio di Napoli parve insomma destinato al trionfo. Aderirono 51 logge, prevalentemente meridionali, 34 società operaie, 25 associazioni, specie di liberi pensatori capitanati da Ferdinando Swift e da Gambuzzi, per un insieme di 237 “corpi”. Si aggiunsero 59 deputati, tutti dell'Estrema garibaldina: tra costoro spiccano Asproni, Bertani, Cairoli, D'Ayala, Francesco De Sanctis, Domenico Farini, futuro presidente del Senato, Giambattista Michelini, Salvatore Morelli, Enrico Pessina, Giuseppe Petroni, poi gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Giuseppe Romano, fratello di Liborio e massone a sua volta, Riccardo Sineo, Tamaio, Zanardelli..., e due senatori: Emanuele Marliani e l'arabista Michele Amari, iniziato all'Ordine liberomuratorio.
Il 13 e 20 novembre 1869 Ricciardi tenne a casa sua le ultime riunioni preparatorie. Sembrava fatta. Il programma “Post tenebras lux” diceva tutto: libertà religiosa, separazione fra la Chiesa e lo Stato, morale indipendente dalle credenze religiose, fondazione dell'internazionale per il benessere economico e morale, “umanitaria” e lontana dalla lotta di classe e da propositi e metodi sanguinari. La libertà non si afferma con le armi ma  con la Ragione e la Scienza.
Il governo, presieduto dal generale savoiardo Luigi Federico Menabrea, si mise di traverso. Il ministro della Pubblica istruzione, Angelo Bargoni, massone come l'altro dioscuro del Terzo Partito, Antonio Mordini, negò qualunque adesione dell'Esecutivo, sia pure indiretta (26 novembre). Il  gran maestro facente funzione, Ludovico Frapolli, con un comunicato lambiccato e ambiguo, negò quella del Grande Oriente d'Italia, così attirandosi critiche feroci da confratelli dei due emisferi. 
Rinviata di un giorno l'inaugurazione per mancanza di sala adeguata, il 10 dicembre l'Anticoncilio fu ruvidamente sciolto dal commissario di polizia Lupo quando vi si levò il grido “Vive la République”. I francesi portavano male anche quando non erano zuavi pontifici ma aspiranti rivoluzionari.
L'intera vicenda è narrata nell'introvabile volume in cui Ricciardi narrò “fatti, documenti e personalità che lo promossero, vi aderirono e vi parteciparono”, pubblicato da Angelo Manuali nel 1982 (centenario della morte di Garibaldi), meritevole di un'edizione critica in questo 150° di Porta Pia, oblivioso e “malvaceo” (come si diceva ai tempi di Ricciardi). 
Per qualche mese grazie al generoso deputato partenopeo l'Italia fu la patria dell'Internazionale del Libero Pensiero. Ci vollero decenni prima che i semi gettati in quell'occasione dessero i loro frutti. Il 14 dicembre 1869 il governo Menabrea cadde. Lo seguì quello presieduto dal clinico Giovanni Lanza con il prudente Visconti-Venosta agli Esteri e Quintino Sella alle Finanze. Fu questo a decidere l'intervento armato e a far sparare i cannoni per vincere la resistenza di Pio IX. Davvero in linea con Cavour?
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Isacco Artom (Asti, 1829-1890), ebreo, fu consigliere particolare di Cavour e poi segretario generale degli Affari Esteri. Nel 1890, poco prima di morire, definì Vittorio Emanuele II “sola incarnazione dell'unità italiana” Re Vittorio Emanuele che, dopo la sconfitta di Garibaldi a   Mentana (1867) in un incontro riservato gli assicurò: “Non dubitate, tra poco saremo a Roma!”.

LA LEZIONE ETICA E POLITICA DI ENRICO DE NICOLA
MONARCHICO, LIBERALE, NAPOLETANO

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Agosto 2020, pagg. 1 e 11. 

De Nicola con il Re e il Duce nel 1923L'interrogativo è antico: il Paese è migliore di chi lo rappresenta o viceversa? Si stava meglio quando si stava peggio? Per uscire dal dubbio, giova confrontare lo spettacolo offerto da tanti parlamentari odierni con quelli del buon tempo antico. Non è patetica nostalgia da laudatores temporis acti, una fuga  nel passato per eludere i mutamenti intervenuti negli anni recenti, la loro presunta necessità (o fatalità) e così sottrarsi all'obbligo di fare i conti col divenire. La domanda è un'altra: come mai in tempi neppure tanto remoti e in circostanze niente affatto facili, l'Italia ebbe una dirigenza di statura europea, invidiabile per preparazione, dedizione e onestà personale?
E' questione di meridiani e di paralleli? O di natura politica? Di strumenti normativi atti a formare una classe dirigente che non tragga idee solo dagli album di Topolino, come sarcasticamente avvertito da Ernesto Galli della Loggia sulla scia di Sabino Cassese, Stefano Folli e altri costituzionalisti e  politologi senza paraocchi partitici né pregiudiziali ideologiche.  
Il confronto tra presente e passato è indispensabile a cospetto di un presidente del Consiglio, il prof. Giuseppe Conte, insediato nei giorni turbolenti di richieste di “incriminazione” del presidente della Repubblica, di gesti scomposti, di un “accordo per il governo” tra Lega e M5S dai contenuti anche incostituzionali, senza che dal Colle arrivassero i mòniti necessari a disinnescarne la pericolosità.  
Un giureconsulto di talento “prestato” alla politica
Tra i tanti possibili modelli della dirigenza dl tempo che fu (e che auspichiamo torni, come sempre è accaduto, sia pure a distanza di secoli) proponiamo  Enrico De Nicola, che giusto cent'anni fa, il 26 giugno 1920, fu eletto presidente della Camera dei deputati. Pochi giorni prima, il presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, lo invitò a casa sua, un appartamento in affitto a Roma, affacciato su via Cavour, non lontano dalla Stazione Termini. Gli lesse l'elenco dei ministri del governo che stava per presentare alla Camera.  Comprendeva liberali di varia ascrizione, democratici, ex socialisti riformisti, come Ivanoe Bonomi, ministro della Guerra, e cattolici, non perché eletti nelle file del Partito popolare italiano capeggiato da don Luigi Sturzo (“prete intrigante” a giudizio dello Statista) ma perché patrioti. Non gli disse altro. La sorpresa venne all'apertura della sessione parlamentare. Su impulso di Giolitti De Nicola fu eletto presidente  con 236 preferenze su 374 presenti. Un plebiscito, visto che gli mancarono solo i suffragi dei socialisti e dei repubblicani, cioè di partii anti-sistema. De Nicola contava appena 42 anni. Pochi, all'epoca, per una carica così alta. Ma alle spalle aveva già un lungo e prestigioso cursus honorum e professionale. 
  Nato a Napoli il 9 novembre 1877, si laureò in legge a 19 anni. Iscritto per concorso all'albo degli avvocati dal 1898, si affermò rapidamente. Molti penalisti dell'epoca erano famosi per le perorazioni infiorate di lenocini retorici, commentate dal pubblico con tanti “Come ha parlato bene!” ma stroncate dalle corti che ne condannavano i clienti. De Nicola spiccò invece per sobrietà. Andava al punto. Era un eccellente “tecnico” del diritto, nella miglior tradizione della Scuola giuridica partenopea: Enrico Pessina, Giorgio Arcoleo, Gennaro Marciano, Gaspare Colosimo (tutti politici di rango) e Pietro Rosano. Questi mostrò la sua tempra d'acciaio quando, appena  nominato ministro nel secondo governo Giolitti, divenne bersaglio di una campagna scandalistica su un suo congiunto. Nel timore che la diffamazione potesse coinvolgerlo e da lui arrivare a colpire Giolitti, che dieci anni prima era stato ingiustamente travolto dallo “scandalo della Banca Romana” (un pasticcio non ancora risolto dalla storiografia),  mandò una lettera allo Statista pregandolo di salutare per lui tutti i colleghi “di una settimana” e di averlo sempre caro e si sparò. Era il 9 novembre 1903.  Aveva 55 anni e una splendida carriera dinnanzi a sé. Uno stoico.
Nel 1907 De Nicola fu eletto consigliere comunale di Napoli. La città doveva risalire la china, alla luce dell'Inchiesta condotta dalla Commissione presieduta dal senatore Giuseppe Saredo al quale Giolitti conferì un mandato preciso: non guardare in faccia nessuno, non cedere ad alcuna pressione. Come attestano i suoi Atti, ripubblicati dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli, Palazzo Serra di Cassano, via Monte di Dio 14), ne scaturì il ritratto veridico della corruzione dilagante e dei possibili rimedi: poiché la camorra era opera dell'uomo, altri uomini potevano sconfiggerla. Nel 1909 il trentaduenne De Nicola fu eletto deputato dal collegio di Afragola. Prevalse sul deputato uscente, Luigi Simeoni, che si presentava come giolittiano. Ma lo Statista non badava alle etichette, bensì alla sostanza. In Aula il neodeputato parlò solo su questioni di sua sicura competenza. Interventi brevi, limpidi apprezzati da Giolitti. A un neoeletto che gli domandò come dovesse condursi lo Statista rispose che doveva alzarsi, dire quello che doveva e mettersi a sedere. Erano finiti i tempi nei quali i singoli interventi a volte duravano molte ore, persino in più sedute. I lavori parlamentari erano “sgrossati” da Uffici e  Commissioni, dalle relazioni di presentazione dei disegni di legge e dagli allegati di accompagnamento. In Aula bisognava andare al dunque. Il 31 maggio 1912 De Nicola si fece apprezzare per l'intervento sulla riforma del codice di procedura penale: un tema che non consentiva chiacchiere. Il 29 ottobre dell'anno seguente, quando si sperimentò il suffragio quasi universale maschile, ma sempre in collegi uninominali  a doppio turno, fu confermato con votazione lusinghiera.
   Il 27 novembre Giolitti lo volle sottosegretario al ministero delle Colonie, di recentissima costituzione. Lo statista assegnò il dicastero a Pietro Bertolini, che lo aveva affiancato nei mesi difficili della guerra contro l'impero turco per la sovranità dell'Italia sulla Libia e per la liberazione di Rodi e del Dodecanneso. Sennonché il titolare di Poste e Telegrafi, Teobaldo Calissano, morì d'improvviso mentre pronunciava un discorso elettorale nel suo collegio di Alba. Quel tragico destino mutò l'assegnazione dei titolari dei ministeri ai quali Giolitti teneva:  Gaspare Colosimo fu promosso da sottosegretario alle Colonie a titolare delle Poste, sino a quel momento di Calissano,  e al suo posto il 27 novembre venne  chiamato il trentacinquenne  De Nicola. L'incarico era delicatissimo perché bisognava dare un ordinamento giuridico d'avanguardia alla nuova colonia, proprio per mostrare al mondo la modernità del “modello italiano”, altra cosa rispetto alla colonizzazione ottocentesca ancora praticata da Portogallo, Spagna, Paesi Bassi e dal pessimo Belgio.   
De Nicola dette ottima prova. Come Giolitti, il conterraneo Benedetto Croce, il vicepresidente del Senato Antonio Cefaly, calabrese, e altri insigni meridionali anch'egli fu contrario all'intervento dell'Italia nella Grande Guerra. Se destinate alle armi, le risorse del Paese sarebbero state sottratte alla lunga e saggia opera di sviluppo delle regioni più arretrate  a tutto danno della vera unità nazionale e delle istituzioni. Nel Mezzogiorno sarebbero tornati a soffiare i venti della dissidenza e della sfiducia nello Stato, contro l monarchia, che contava nemici mortali antichi e nuovi. Nondimeno, quando l'Italia entrò in guerra, egli ne sostenne lealmente l'impegno sino alla Vittoria. Non per caso Vittorio Emanuele Orlando  lo volle sottosegretario al Tesoro all'indomani del disastro di Caporetto. 
Al di sopra della mischia
Nelle elezioni del 16 novembre 1919, svolte con la proporzionale, De Nicola fu rieletto nella circoscrizione Campania con il più alto numero di preferenze tra i candidati liberali. 
Da presidente della Camera, in linea con Giolitti, mirò ad arginare gli opposti estremismi, se non nel Paese, preda della scioperomania dell'estrema sinistra e poi dell'uso spregiudicato delle “squadre” da parte di agrari e, dopo l'occupazione delle fabbriche (settembre 1920), anche da parte di industriali, almeno alla Camera. Ne nacque il “patto di pacificazione” sottoscritto  nella sala del Consiglio dei ministri dai rappresentanti dei fascisti, dei socialisti e dei sindacati “di sinistra  Morgari, Baldesi e Mussolini , l'ex socialrivoluzionario che si attirò gli strali di Roberto Farinacci e Dino Gradi: Chi ha tradito, tradirà”. A soianare la via al patto, d'intesa con De Nicola, furono che il social-utopista Tito Zaniboni (nessuna prova che fosse affiliato al Grande Oriente d'Italia) e il fascista Giacomo Acerbo, massone della Gran Loggia d'Italia. De Nicola si valse anche della abile mediazione del frusinate Achille Visocchi, già suo collega al Tesoro e poi ministro dell'Agricoltura. 
L'esercizio della delicatissima carica lo sottrasse alla professione forense, sua unica fonte di reddito. All'epoca, va ricordato, i deputati ricevevano una modesta indennità e viaggiavano gratis sulle ferrovie dello Stato, senza mai abusarne. Quando una volta scoprì che alla figlia Enrichetta era stato riservato un posto prepagato in treno, Giolitti lo fece cancellare perché, osservò rabbuiato, “non esiste la carica di figlia del presidente del Consiglio”. Severo con sé come con i colleghi, De Nicola conduceva vita ascetica. Concorse a innovare  i lavori parlamentari valorizzando le  Commissioni parlamentari, formate non più per sorteggio ma su indicazione dei gruppi parlamentari. Esse ebbero anche il potere di chiedere la convocazione della Camera. Se questo fosse stato attivato nel settembre-ottobre 1922, come reiteratamente chiesto da Vittorio Emanuele III al presidente del Consiglio Luigi Facta, la crisi politica sarebbe stata subito instradata sui binari della parlamentarizzazione. Ne scrisse appassionatamente Mario Viana in “Monarchia e fascismo” (1954). La cosiddetta “marcia su Roma” non sarebbe stata neppure minacciata. Il 24 ottobre 1922 De Nicola inviò un telegramma alla riunione dei fascisti al Teatro San Carlo di Napoli : un messaggio di prammatica, altra cosa rispetto a Benedetto Croce che andò di persona ad assistere ai lavori con la curiosità dello storico dell'Italia liberale, attratto dallo “spettacolo”. 
All'indomani dell'insediamento del governo di coalizione statutaria presieduto da Mussolini (31 ottobre 1922), De Nicola fece ampia apertura di credito al pari di altri liberali, quali Salandra, Orlando e lo stesso Giolitti. Nel 1924 fu candidato nella Lista nazionale che conquistò due terzi dei seggi perché ottenne circa il 66% dei suffragi. Li avrebbe avuti anche senza la nuova  legge elettorale, che li assegnava al partito che avesse raggiunto il 25% dei voti (Mussolini non credeva al successo straripante, frutto degli umori dell'elettorato  già allora vagante dall'uno all'altro schieramento).
All'ultimo giorno De Nicola si sfilò e non pronunciò l'atteso discorso, il cui testo, però, uscì a stampa. A suo avviso il fascismo era sorto “come protesta contro un eccesso di violenza sovvertitrice della vita nazionale” e si era affermato “come protesta contro un eccesso di instabilità e di atonia dei governi”. A suo avviso, con il varo del governo Mussolini il re  aveva risparmiato all'Italia la guerra civile. Da presidente del Consiglio il duce aveva concesso molto al partito, ma a parole più che ne fatti. Mirò invece a “ottenere dal Parlamento la legalizzazione del fatto compiuto”.
Vita appartata
Ls svolta venne col delitto Matteotti (10 giugno 1924) e col discorso del 3 gennaio 1925. Mussolini, pur negando ogni coinvolgimento nella morte del deputato socialista, assunse la responsabilità politica della “rivoluzione fascista”. Benché convalidato, De Nicola non prestò giuramento e non si presentò mai in aula. Il 2 marzo 1929, alla vigilia delle elezioni che il 24 segnarono il trionfo del regime di partito unico, anche per l'avvenuta Conciliazione tra regno d'Italia e Stato del Vaticano (11 febbraio 1929), egli fu creato senatore. Fu uno dei circa 130 patres vitalizi nominati in poche settimane: liberali, cattolici, democratici, ex socialriformisti e, naturalmente, fascisti, nazionalisti, militari, diplomatici..., uomini dello Stato non di partito.
Non frequentò le sedute della Came a Alta ma presiedette la commissione ministeriale per la previdenza e l'assistenza forense che approntò la legge 13 aprile 1933, a beneficio di tanti avvocati in stato di bisogno.
Il grande Traghettatore
De Nicola ebbe ruolo fondamentale dieci anni dopo, quando escogitò il trasferimento dei poteri regi da Vittorio Emanuele III al figlio, Umberto principe di Piemonte, in veste di Luogotenente del regno: soluzione obtorto collo accettata dal re il 20 febbraio 1944 e infine attuata il 5 giugno 1944 sotto incalzante pressione degli anglo-americani e dei partiti antimonarchici al potere sin dal terzo ministero Badoglio e poi nei governi presieduti da Bonomi, Ferruccio Parri (partito d'azione) e Alcide De Gasperi (democrazia cristiana). Estraneo a maneggi faziosi, nominato componente della Consulta Nazionale (1945) De Nicola non si candidò all'Assemblea Costituente. Questa tuttavia  il 28 giugno 1946 lo elesse presidente della Repubblica benché fosse notoriamente monarchico. Era lo Statista di garanzia nel difficile traghettamento dell'Italia all'indomani del referendum che aveva veduto contrapposti monarchici e repubblicani quasi alla pari e la vittoria della repubblica col magro consenso del  42% degli aventi diritto.
Come ricorda il suo biografo, Tito Lucrezio Rizzo, in “Parla il Capo dello Stato” (ed. Gangemi), De Nicola non abitò mai al Quirinale. Attrezzò il suo ufficio a Palazzo Giustiniani, alle spalle del Senato. Lasciò la carica l'11 maggio 1948. L'indomani gli subentrò Luigi Einaudi, parimenti liberale e monarchico, piemontese. Così si ripeté l'alternanza di epoca monarchica, quando il principe ereditario era di volta in volta “di Piemonte” o “di Napoli.
Presidente del Senato (1951-1952), giudice costituzionale e ottantenne sempre lucidissimo presidente della Corte Costituzionale se ne dimise il 27 marzo 1957.
Morì dopo due anni di vita nuovamente appartata. Si sapeva della sua austerità. Soleva farsi rivoltare il cappotto, non per avarizia ma per senso del risparmio e per le sue  ristrettezze, vissute con dignità. Dall'attività forense trasse  sempre lustro ma pochi profitti. Come ha ricordato Giovanni Leone, altro presidente della Repubblica meritevole di rispetto e di memoria, all'indomani della sua morte (1° ottobre 1959) nel villino di Torre del Greco, privo di riscaldamento, si scoprì che “in casa sua non c'erano soldi neppure per l'acquisto dei medicinali. Il grande avvocato, il grande Statista che aveva rinunziato alle indennità presidenziali mantenendosi a sue spese a Roma, il danneggiato dalla guerra mondiale che aveva travolto i suoi risparmi impiegati tutti in titoli di Stato, ridotti a carta straccia, moriva povero”.
“Il suo senso dello Stato  - osserva Rizzo – è l'eredità più preziosa lasciata ai posteri. L'alternativa alla Religione del Dovere è quella di uno Stato senza senso”. Vi è motivo di riflettervi a un mese da un referendum, che potrebbe impoverire più di quanto già non sia il rapporto tra cittadini e Istituzioni. La civiltà politica dall'Unità al regime resse e crebbe perché fondata sui collegi uninominali, non su liste di parlamentari predisposte da un Gran Consiglio (come avvenne dal 1928-1929) o da cupole di “partiti”. E' un monito che inizia a farsi strada, perché la qualità dei rappresentanti dei cittadini non è separata dalle norme elettorali.  
Aldo A. Mola   
DIDASCALIA : De Nicola, Vittorio Emanuele III e Mussolini (foto di repertorio).

VISITARE L'ITALIA 
PAESE D'EUROPA E DEL MONDO

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 Agosto 2020, pagg. 1 e 11. 

Castello di Val CasottoPiccoli borghi, vasti orizzonti
Bella, eh, l'Italia! Sono milioni di persone, più italiani che stranieri, a ri-scoprirla quest'anno. E' anche un omaggio, forse non per tutti consapevole, al centenario dell'istituzione dell'Ente Nazionale per l'Incremento delle Industrie Turistiche, poi ENIT. Il turismo di ampio raggio non è un'invenzione dell'altro ieri, meno ancora del “regime” e del Dopolavoro fascista. La sua organizzazione da parte dei pubblici poteri vanta un secolo tondo tond. Nacque, come vedremo, all'indomani della spaventosa carneficina della Grande Guerra e mentre ancora incombeva  sull'orizzonte la “febbre spagnola”.
Alla nascita il Turismo promosso dallo Stato mirò a conciliare diffusione e riservatezza. La balneazione alternava ampie spiagge e calette; l'ascesa alle vette faceva tappa nei rifugi già frequentati dalla Regina Margherita. A ognuno per il gusto suo. Era l'Italia di Sidney Sonnino, il misantropo ministro degli Esteri che studiava Dante Alighieri nel solitario Romito spazzato dai venti. Ed era quella di Vittorio Emanuele III che a Roma viveva appartato a Villa Savoia e al Quirinale si recava come si va in ufficio: per esaminare e firmare”carte” e per “incontri di lavoro”, magari con capi di stato e di partiti; ma poi si rifugiava a San Rossore e amava la quiete assoluta della spiaggia di Gombo e dell' isola di Montecristo.   
Già all'epoca andavano di gran moda i borghi selvaggi e solatii. Dalle scuole elementari gli italiani avevano appreso ad amarli da “L'ora di Barga” di Giovanni Pascoli, inno alla solitudine, all'abbraccio con i ricordi, con la natura, spingendo lontano la Grande Visitatrice. Quella era l'Italia dei “buoni sentimenti” che negli Anni Settanta-Ottanta del secolo scorso furono sguaiatamente irrisi da chi li liquidò come sfizio borghese. Eppure da lì, se mai ce la farà, potrebbe ripartire l'Italia di domani. L'alternativa sono i Decreti di Sua Emergenza le Ordinanze regionali e comunali imperversanti da ormai sette mesi sulla vita quotidiana con pretese assurde, come, per esempio, annotare e ricordare chi si incontra in patria e all'estero, per lavoro o in vacanza. Vorrebbe dire che se uno va al bar o in un grande magazzino dovrebbe non solo dichiarare la propria identità ma anche chiederla a chi trova alla cassa o “alla barra”. 
Le norme demenziali imperversanti sono come quelle dei secoli andati: condannate a essere eluse.
Ora per qualche giorno gli italiani (che si lavano le mani, non salivano a destra e a manca, si bendano il necessario e tengono le debite distanze dal prossimo, dimentichi ope legis della parabola del buon samaritano..) possono immergersi nel loro gozzaniano piccolo mondo antico: la miriade di borgate, villaggi, rive di fiumi e torrenti miracolosamente scampati al miope sfruttamento da parte di chi prima o poi dovrà pur fare i conti con la propria ingordigia, perché il contagio peggiore non è quello del virus ma quello della stupidità e della mancanza di preveggenza, di “scienza della politica”. Da sempre gli italiani avevano sotto gli occhi il proprio Paese, ma forse la sua immagine era offuscata dalla fretta quotidiana, sbiadita nei ricordi di un'infanzia cancellata nella corsa collettiva a un futuro senza meta, il cosiddetto “progresso”. Il cui drammatico limite è l'opposto di quanto si creda: non è progressista perché non ha basi scientifiche, perché è frutto di improvvisazione, di una concezione della vita e del mondo “mordi e fuggi”, anziché di progettazione, di “piani”. O addirittura è frutto di decisioni prese “in coscienza”: la “giustificazione” più fatua che si possa accampare, perché ciascuno ha la sua. L'aveva anche Gengis Khan. 
Ma oggi, dunque, forzati dalla Covid-19, dal timore di contagi, da normative stressanti e dal dubbio di finire ingabbiati in quarantene improvvise inflitte come pugnalate alle spalle e dalla durata imprevedibile, tanti italiani che per decenni le avevano anteposto lidi remoti raggiunti con viaggi faticosi e infine deludenti (stessa spiaggia, stesso mare, stessi massaggi...), ripetono con Vincenzo Monti: “Bella Italia, amate sponde/ pur vi torno a riveder./ Trema in petto e si confonde/ l'alma oppressa dal piacer”. “Gran traduttor dei traduttor d'Omero” (come lo bollò malignamente Ugo Foscolo), il politicamente versipelle Monti (pontificio, liberaloide, francofilo, poi allineato con il ritorno di Astrea, cioè del dominio asburgico sul lombardo-veneto) rientrava in Italia al seguito di Napoleone Bonaparte da un breve esilio a Parigi. La sua “contemplazione dell'Italia” andava comunque al di là delle ideologie. I “letterati” sono così, come tardivamente si ammette di Cesare Pavese, a cui opportunistica iscrizione al Partito nazionale fascista venne documentata vent'anni addietro nel saggio “Saluzzo, un'antica capitale” (Ed. Newton Comton). La “dottrina Monti” sull'impareggiabile bellezza dell'Italia fu condivisa da Alessandro Manzoni, che nei “Promessi sposi”, cesellò cammei raffinatissimi (come “Addio monti, cime ineguali...”), poi “mandati a memoria” da generazioni di studenti; e da Giacomo Leopardi, che blindò le sue emozioni nella corazza di versi glaciali, come “Vaghe stelle dell'Orsa...”, esempio per il saggio che non si concede il lusso di “sentimenti” perché sa che “sunt lacrimae rerum”.
Avessimo avuti tanti don Stoppani
A codificare l'Italia fu don Antonio Stoppani (Lecco, 1824-Milano,1891), partecipe da seminarista alle Cinque Giornate di Milano, ammiratore di Manzoni e del teologo Vincenzo Gioberti, autore di opere su paleontologia e glaciologia di fama europea. Tra i fondatori dell'Istituto geologico del regno, don Stoppani concorse alla redazione della carta geologica dell'Italia, importante anche per la vulcanologia e lo studio dei terremoti. Primo presidente del Club Alpino Italiano, promosso da Quintino Sella, a sua volta dal multiforme ingegno, nel 1875 pubblicò Il Bel Paese, dalla fortuna subito immensa: raccomandato a per chi non lo conosca e a chi lo ha gustato e ci si ritrova.  Lasciate tra parentesi le dispute pro e contro il potere temporale dei papi, le gare tra i partiti dell'epoca (clan regionali e clientele di maggiorenti parlamentari), don Stoppani cantò le bellezze dell'Italia, ne esaltò il Creatore e incitò ad averne cura. Ognuno doveva fare la propria parte quando la rete ferroviaria era appena albeggiante rispetto a quella dei Paesi molto più industrializzati e i viaggi si facevano su birocci, a cavallo o pedibus calcantibus. All'epoca, quando dovevano percorrere sentieri pietrosi, per non consumare le suole dell'unico paio di scarpe della vita, tanti le mettevano in spalle e procedevano scalzi. in uso, tanti se le levavano. Il costume durò ancora sino a questo dopoguerra. Lo faceva da chierico un sacerdote di grande erudizione come don Ettore Dao, quando saliva dalla pianura alla sua inattingibile Elva, costeggiandone l' “orrido” e attraversandone le buie gallerie scavate nella roccia. 
Ai tempi di don Stoppani l'Italia contava quasi trentamila parroci e circa centomila “religiosi”. Se avesse contato due-tremila don Stoppani, “a viso aperto e sorridente” come lui, avrebbe fatto un balzo in avanti di cent'anni. Non avrebbe avuto alcun bisogno del Sessantotto per capire che una cosa sono i costumi, un'altra le “credenze” e un terza è la “fede”; e che le virtù non si misurano dai centimetri dei pantaloni e delle gonne. Abitano “in interiore hominis” (e anche foeminae, per non far torto ai due sessi un tempo ammessi).
L'Italia delle cento città e dei castelli misteriosi come “Val Casotto”
Quella era l'Italia delle cento città descritta provincia per provincia, un circondario dopo l'altro, comune per comune da Gustavo Strafforello (Porto Maurizo, 1820-1903), poligrafo, traduttore del famoso Self-Help  di Samuel Siles col fortunato titolo “Chi si aiuta, il Ciel lo aiuta”, manuale psico-sociale in un'epoca che vide trionfare la scuola e le forze armate quali ascensori sociali, sull'esempio di quanto nei secoli aveva fatto la Chiesa cattolica al cui vertice si susseguirono non solo esponenti di grandi famiglie ma anche popolani come i santi Celestino V e Pio V, nato a Bosco Marengo.
La Patria descritta  da Strafforello in dispense da 60 centesimi l'una fece conoscere geografia, attualità economica e imprenditoriale, storia e paesaggi, con tanto di carte geo-storiche, piante topografiche, ritratti dei personaggi famosi, monumenti e vedute di ogni terra d'Italia. Un vero e proprio capolavoro che divulgò la conoscenza del Bel Paese e implicitamente invitò a esplorarlo “de visu” dopo averlo conosciuto per scritto e da nitide incisioni (o magari sfogliando le sontuose pagine dell' “Illustrazione Italiana”). 
L'Italia era uno Stato politicamente giovane. Roma fu annessa quel 20 settembre 1870 il cui 150° nel 2020 passerà sotto silenzio nel peggiore dei modi, tra lizze e bizze elettorali e l'inizio di un anno scolastico tutto in salita: carenza di aule, di attrezzature e di collegamenti internet decenti per conferire decoro alla fabulosa “didattica a distanza”, improponibile in terre prive non solo di banda larga ma addirittura di copertura da parte di qualsivoglia rete perché il territorio “non rende”.
Con plaghe (e piaghe) di arretratezza e sottosviluppo documentate dai censimenti decennali, l'Italia  era costretta a fare spesso il passo più lungo della gamba. Andò alla conquista di un lembo di Mar Rosso e della remotissima Somalia (tentò persino di installarsi nella Nuova Guinea) e mirò a imporsi sull'impero d'Etiopia quando milioni di suoi abitanti migravano all'estero in cerca di lavoro: prima i liguri e i piemontesi, poi dal Mezzogiorno... La colonizzazione interna” consigliata a Francesco Crispi dal suo fraterno sodale Adriano Lemmi rimaneva un miraggio.
A insegnare le vie d'Italia erano poeti come Giosue Carducci, che, già docente all'Università di Bologna, per visitarla si faceva nominare commissario a esami di maturità e vagava dall'una all'altra regione, con pochi quattrini (glieli centellinava la scorbutica moglie) e con sommari di storia e  fungere geografia, dai quali traeva alimento per famosissime odi come “Piemonte” e “Cadore”.
Dopo l'infame assassinio di Umberto I a Monza il 29 luglio 1900 (il suo 120° è passato nell'indifferenza dei “media”) iniziò il decollo delle associazioni per la promozione della coscienza nazionale. Nel 1894 a Milano, città sempre all'avanguardia, era stato fondato il Touring Club Italiano, seguito da Regio Automobil Club Italiano (RACI) e via via il Moto Club d'Italia, l'Aereo Club d'Italia, la Lega Navale Italiana.... Come già il CAI, anche i nuovi sodalizi ebbero nomi anglicizzanti. L'Italia della Belle Epoque, orgogliosa della propria identità, che affondava radici in millenni di civiltà latina, era europea. Anziché “Società” o “Associazione” non temeva di utilizzare l'inglese Club, così come denominava meetings gli incontri politici, che non dovevano degenerare in “piazzate” di facinorosi, esibizione di minoranze rumorose ma fungere da confronto tra opinioni , affermazione di principi tanto più convincenti se proposti in forma “civile” (che viene da civis , non da plebs...).    
La svolta decisiva per la riscoperta dell'Italia da parte dei suoi cittadini venne all'indomani della Grande Guerra, come documenta Ester  Capuzzo in“Italiani. Visitate l'Italia. Politiche e dinamiche turistiche in Italia tra le due guerre mondiali”(ed. Luni), opera di vasto respiro, apprezzata da molti giurati del Premio Acqui Storia 2020. E non per caso. Infatti essa è uscita nel centenario della fondazione dell'Ente Nazionale per l'Incremento delle Industrie Turistiche, l'ENIT. Fondato su ampia ricerca archivistica e sulla scia degli eccellenti saggi di Annunziata Berrino, Eliana Perotti e Stefano Pivato, il corposo volume ha il pregio di non marchiare come “fascista” quanto avvenne tra le due guerre, come purtroppo invece fanno quanti ritengono che fra il 1922 e il 1943 l'Italia fu oppressa e compressa da un regime totalmente feroce e ottuso. La realtà è molto diversa. La promozione del turismo “di massa” in Italia, indubbiamente favorito e potenziato dal caleidoscopico “fascismo”,  prese piede sull'esempio di quanto avveniva all'estero, sia in Stati retti da democrazie parlamentari quali Francia e Gran Bretagna sia nella Spagna di Alfonso XIII di Borbone, che prese a modello l'Italia di Vittorio Emanuele III, il re tuttora da studiare e da capire.
   Da storica provetta, Capuzzo documenta che il governo di Mussolini mise a buon frutto l'opera avviata da Luigi Luzzatti, dal già ricordato Giolitti e soprattutto dal poliedrico Maggiorino Ferraris, deputato, senatore, proprietario della “Nuova Antologia”. Conterraneo di Giuseppe Saracco (non citato nel libro), promotore del lancio delle Terme della sua nativa “Bollente”, dal 1902 Ferraris varò l'Associazione per il movimento dei forestieri corroborata da politici come Luigi Rava e Pietro Lanza di Scalea aperti alla libera circolazione di uomini e di idee. Negli stessi anni Orazio Raimondo, nipote del presidente della Camera Giuseppe Biancheri, socialista, massone e sindaco di Sanremo gettò le basi delle fortune dell'estremo Potente ligure, come narrato da Marzia Taruffi in “Uno cento mille Casinò di Sanremo. 1905-201” (ed. De Ferrari).
Il bel volume di Capuzzo ci ricorda anche il ruolo strategico degli Enti Provinciali per il Turismo, promossi da Fulvio Suvich, già affiliato alla loggia “Propaganda massonica”. Per buona sorte gli EPT non vennero smantellati dopo il crollo del regime. Come altri enti parastatali (quali l'Inps) essi funsero anzi da volano della Ricostruzione. Talvolta gli EPT pubblicarono riviste di invidiabile pregio, come “Cuneo, Provincia Granda” pensata e diretta dal mite Gino Giordanengo (“Neng”), ragioniere “di una volta”, poeta e pittore. Da quegli Enti nacquero poi le ATL, tanto più capaci e meritevoli quanto più radicate nella coscienza del passato.  
Oggi dunque ri-scopriamo la Grande Italia. Ma va fatto nell'ottica della Grande Europa e in una visione planetaria dei problemi nostrani, senza chiusure ottuse, lontani dalla tragica tentazione di gareggiare a chi instaura più divieti, più obblighi, più controlli sanitari con “strumenti” di dubbia valenza. Il protezionismo non paga mai, neppure quando si traveste da tutela della salute.                      
Certo questa estate è propizia per fare un passo avanti nella conoscenza della storia. E' quanto propone il rituale Concerto di Ferragosto dell'orchestra cuneese “Bartolomeo Bruni” al Castello di Val Casotto: un vero gioiello, proposto che all'attenzione nazionale con i suoi fasti architettonici e i suoi misteri, intreccio degli occulti legami tra Italia e Francia: grumo di Casa Savoia, parte integrante d'Europa. E' anche invito a deporre i polverosi calzari e ad accostarsi alla Memoria. Non lontano da lì sin dal dicembre 2017, nella quiete della Basilica di Vicoforte, riposano spoglie di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. In quel lembo di Vecchio Piemonte, in pochi chilometri, vi è la sintesi della grande storia. Tutta da esplorare e da gustare, nel silenzio delle Alpi del Mare.
Aldo A. Mola

PORTA PIA: UNA BRECCIA NELL'UNITA' DEGLI ITALIANI
   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 Agosto 2020, pagg. 1 e 11. 

Breccia di Porta PiaQuando Napoleone ruppe l'incantesimo
Il 2 dicembre 1804 da Napoleone Bonaparte  si incoronò imperatore dei Francesi in Notre Dame a Parigi, presente Pio VII (Gregorio Luigi Barnaba Chiaramonti,1800-1823), giunto da Roma nella convinzione di ripetere il rito carolingio. Già il suo predecessore, Pio VI (Giovanni Braschi, 1774-1799) aveva subito molte umiliazioni. Il 15 febbraio 1798 fu ruvidamente arrestato dal generale Berthier e tradotto prigioniero in Francia. Morì a Valence l'anno seguente. A Roma fu proclamata la Repubblica sotto tutela del Direttorio francese. Durò poco, ma il vulnus sconvolse i cattolici di tutto il mondo: la profanazione provava ai loro occhi che la Rivoluzione e i suoi epigoni erano parto di Satana, il trionfo di gnostici e maniche. iPio VII (Gregorio Barnaba Chiaramonti), fu eletto14 marzo 1800 dal conclave radunato in Venezia, dominio di Vienna.
   Il 6 agosto 1806, sconfitto il 2 dicembre 1804 ad Austerlitz benché avesse a fianco i russi di Alessandro I, Francesco II d'Asburgo rinunciò formalmente al titolo di Sacro romano imperatore.
 Il 17 maggio1808 Pio VII fu deposto. Il 17 maggio 1809 il generale Miollis proclamò la fine del potere temporale del papa, che venne deportato prigioniero in Francia.
   La fine del Sacro Romano Impero costituì una ferita irreparabile per lo Stato pontificio. Certificò la divaricazione il pontefice quale sovrano di uno Stato riconosciuto dagli altri Stati e il Capo della chiesa cattolica apostolica romana, Vicario di Cristo. Da quella distinzione nacque la separazione concettuale e quindi definitiva tra potere temporale e potere spirituale: uno iato nel quale si incuneò la legittimità della sottrazione al papa dei suoi domini, inclusi il Patrimonio di San Pietro e Roma stessa: un atto politico, senza offesa per la sua carismaticità di Vicario di Cristo.
    La confutazione dei diritti storici dei papi al possesso di uno Stato, sin dal celebre opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione dell'umanista Lorenzo Valla (1440), non aveva affatto messo in discussione i titoli del pontefice a esercitare il potere sovrano che gli veniva riconosciuto dall'imperatore e dagli Stati sommato a quello supremo, lo spirituale, con precedenza su ogni altro,grazie  alla”unzione davidica”  consacrazione dell'imperatore.
   Con l'età franco-napoleonica lo scenario murò radicalmente. Malgrado il suo rifiuto  di riconoscere il divorzio di Napoleone da Giuseppina de la Pagérie e di celebrare le nozze dell'imperatore con Maria Luisa d'Asburgo, Pio VII fu infine liberato e rientrò in Roma il 24 maggio 1814,. Ma per l'Europa nata dal Congresso di Vienna il suo era ormai uno Stato come gli altri: utile sino a quando fosse garante di ace e di equilibrio tra le potenze. 
La rinascita dell'Impero Romano, con Napoleone ma senza Roma né cardinali 
  Mente divideva il tempo tra ammodernamento dell'isola e preparazione occulta del ritorno in Francia, Napoleone divenne punto di riferimento di società segrete contrarie alla Restaurazione intesa quale ritorno all'ancien régime.  il loro intreccio con la concezione sovranazionale dei principi affermati sin dall'Illuminismo, riba dell'Ottantanove e condensati nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino.    
    Lo documentano le “Basi fondamentali della futura costituzione del rinascente Impero Romano”, comprendente il territorio di tutto il continente dell'Italia, stilate nella primavera  del 1814. Secondo tale Carta “la nazione italiana chiama al trono Napoleone Bonaparte, e dopo di esso la sua discendenza mascolina, in linea retta, legittima, e alle donne della Casa in caso di estinzione della linea mascolina”. 
   Altrettanto va detto del “Patto sociale e costituzionale della Repubblica di Ausonia” (1815), che includeva tutta la penisola italica e le isole entro 100 chilometri dalla costa, Malta compresa, con due re  (uno del mare, l'altro della terra) eletti per la durata di 21 anni. Il papa era  Patriarca di Ausonia, col compito di ristabilire la  purezza la religione cristiana. Il Patto risentiva  di suggestioni  della Carboneria, la famosa società segreta nata antagonista della Massoneria e  poi intrecciata con essa.
   Malgrado la copiosissima documentazione (catechismi, verbali, diplomi...), manca un progetto carbonaro univoco sull'unificazione italiana e la indicazione di Roma quale sua capitale. Lo ammisero anche i suoi più fervidi storici (e apologeti), come Oreste Dito e Giuseppe Leti. Lo stesso vale per la generalità delle società (o sétte) politiche sorte all'indomani del crollo dell'impero napoleonico e all'inizio dei moti costituzionali nel regno delle Due Sicilie e in Piemonte e per i propositi enunciati dal “Conciliatore” di Federico Confalonieri, Luigi Porro Lambertenghi e Silvio Pellico.
   Il “Progetto di costituzione per l'Italia fatta libera e indipendente” (1835) fu invece esplicito: i popoli dell'Italia e delle isole “adiacenti” formavano “a perpetuità una nazione sola e si costituivano 
Gioberti e i neoguelfi: Roma simbolo universale
   Dopo tanti moti settari per la costituzione liberale e le cospirazioni di Giuseppe Mazzini, fiatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, furono i neoguelfi, cattolici ma non rivolti al passato remoto, ad affermare la centralità di Roma per l'Italia. Misero tra parentesi la unità politica a vantaggio di confederazione, federazione, lega (non solo doganale) e di altre forme di aggregazione degli Stati esistenti, con la presidenza del papa e quindi l'elevazione di Roma a faro dell'Italia e dei suoi popoli, non solo per sé ma per il mondo intero. Proprio perché discendenti dai Pelasgi, gli italiani erano missionari, secondo le immaginifiche opere di Vincenzo Gioberti (Torino, 1801-Parigi, 1852), in specie Il  Primato morale e civile degli italiani (1843), dedicato a Silvio Pellico, che non gradì.    Gioberti è un caso unico nella storia d'Italia: sacerdote, costretto all'esilio per sospetta cospirazione, deputato, ministro, presidente del consiglio, nuovamente esule a Parigi (ove pubblicò  Del rinnovamento civile degli italiani, campione del clero militante, ancor più di Antonio Rosmini (Rovereto, 1797- Stresa, 1855), autore di Le cinque piaghe della Santa Chiesa, fautore della federazione italiana con la presidenza del papa e autore di una bozza di costituzione.
    Prima e ancor più dopo l'elezione di Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, papa dal 1846 al 1878) i neoguelfi pubblicarono migliaia e migliaia di trattati, libri, opuscoli e diffusero una pletora di  riviste, quotidiani e fogli volanti che coniugarono le due parole di passo: Italia e Roma. La Nuova Roma non era solo papale; era nazionale. Ma  Pio IX divise le sorti dello Stato pontificio (che era la scorza politica del Papato) da quella d'Italia con la Allocuzione del 29 aprile 1848, in cui dichiarò che il Sacro Soglio non poteva combattere in armi contro uno Stato, per di più cattolico, qual era l'Impero d'Austria.  
La parola alle armi: unire l'Italia per consolidare la pace europea  
   Il seguito del Risorgimento fu quale non poteva non essere: un processo politico-militare in rotta di collisione con i capisaldi della Santa Alleanza (tradizione e legittimità) ma nel quadro del Congresso di Vienna: l'equilibrio europeo, il concerto delle grandi potenze. In tale cornice divenne possibile l'eliminazione degli Stati pre-unitari, in risposta ai liberi sentimenti dei loro popoli (concessione al Romanticismo), certificati dalla richiesta di annessione e dai plebisciti, cardini della nascita del regno d'Italia nel 1859-1860. 
    L'invasione armata dello Stato pontificio (con l'avallo di Napoleone III che in Chambéry a Enrico Cialdini e a Luigi Carlo Farini raccomandò: “Fate, ma fate in fretta”) e la sottrazione al papa di Umbria e Marche costò a Vittorio Emanuele II la scomunica formalmente fulminata da Pio IX contro di lui, il governo presieduto da Camillo Cavour e tutti i loro “agenti” diplomatici, militari, politici e finanziari ritenuti in combutta con eretici (anzitutto l'anglicana Inghilterra), deisti, atei dichiarati: tutti conniventi in un complotto che il papa imputò alla massoneria, condannata con l'enciclica “Qui pluribus” nel 1846 e in circa settecento dichiarazioni solenni nel corso degli anni seguenti, sempre più acri, sino al Syllabus pubblicato nel 1864 in appendice all'enciclica Quanta cura. Senza smarrirsi nella rassegna degli sconvolgimenti in corso in tutta Europa (inclusa la Repubblica Romana del febbraio-inizio luglio 1849) il papa denunciò il nemico supremo della Chiesa: il liberalismo. Democrazia, socialismo e comunismo erano sue declinazioni, sfaccettature della “Rivoluzione”. Il pontefice replicò lo schema di Barruel: era in corso la lotta mortale tra la Luce e le Tenebre, tra il Bene e i Male. La sua visione apocalittica (manicheismo e gnosticismo a parti invertite), sorretta dal Santo Uffizio e dalla autorevole e diffusa rivista della Compagnia di Gesù, “La Civiltà cattolica”, che contava collaboratori insigni quali Luigi Tapparelli d'Azeglio (fratello di Massimo), mise alle corde i cattolici che auspicavano la conciliazione tra il regno e il Pontefice. Teologi di alto sapere e di pari sentire, quali Guglielmo Audisio, Carlo Maria Curci, Luigi Tosti, abate di Montecassino, e soprattutto Carlo Pazzaglia, già teologo di fiducia di Pio IX, che raccolse le firme di quasi 9.000 sacerdoti a sostegno del riconoscimento del regno d'Italia da parte del papa e che nel 1863 ottenne l'elezione a deputato, vennero demonizzati, reietti, sospesi a divinis, perseguitati e umiliati, come già fra' Giacoo da Poirino, reo di aver amministrato il viatico della buona morte a Camillo Cavour, “birichino” si, ma cattolico “usque ad effusionem animae”. 
   Nella primavera del 1867 l'Italia sedette per la prima volta quale Stato sovrano in una conferenza diplomatica europea a Londra, con la presenza dei rappresentanti dell'impero austro-ungarico spogliato non solo del dominio diretto (il Lombardo-Veneto), ma anche di quelli indiretti (il ducato di Modena e il Granducato di Toscana). Le proteste formali dei loro titolari, costretti all'esilio, caddero nel vuoto. Quella di Maria Luigia di Borbone, cacciata da Parma e Piacenza nel 1859, lasciò indifferenti le grandi potenze perché ormai la sua Casa regnava solo in Spagna, pessimamente e traballante. La debellatio di Francesco II di Borbone dal regno delle Due Sicilie suscitò proteste ma nessun aiuto fattivo (Garibaldi mise in evidenza la compagnia di fucilieri inglesi al suo seguito). Il nuovo Stato d'Italia, però, doveva concorrere all'equilibrio generale e tenere a freno le intemperanze di chi chiedeva di chiudere la questione romana con un atto di forza: l'irruzione  armata nella Città Eterna. 
    Il governo (sedente a Torino nel 1862 e a Firenze nel 1867, presieduto a distanza di cinque anni dall'agnostico Urbano Rattazzi) non fu l'unico a sventare le improvvide imprese di Garibaldi che rischiavano di mettere il giovane regno al bando della comunità internazionale quale causa di instabilità. La prima volta represse manu militari la spedizione “Roma o Morte”; la seconda abbandonò i garibaldini alla loro sorte, tanto più che a Roma non si registrò alcuna insorgenza popolare (né manipolata da agenti sabaudi, né da organizzazioni segrete, come era accaduto nel 1859-1860) o richiesta di annessione. Il colpo di grazia ai garibaldini a Mentana (abbandonati dai mazziniani) lo dettero i francesi inviati da Napoleone III, armati di fucili di precisione a tiro rapido. Non per amore del papa ma della pace all'interno della Francia. 
  I libri, gli opuscoli e i periodici anticlericali nel decennio 1860-1870 circolarono in una cerchia ristretta di “militanti”, usi a raccogliersi in meetings e sorvegliatissimi banchetti politici. I loro veri avversari non erano i “paolotti” ma lo Stato stesso, d'intesa con i governi europei. Le poesie antipapiste di Carducci (Enotrio Romano) come i romanzi anticlericali di Garibaldi erano povera cosa rispetto alla diffusione capillare della “buona stampa” cattolica e di quella propriamente clericale. D'altronde, se è vero che i cattolici aderirono in massa al divieto di votare alle elezioni politiche (“non expedit”), essi erano invece solida maggioranza in moltissimi consigli comunali e provinciali, nelle fitte maglie della “società civile” e concorsero a far sì che lo Stato non crollasse di schianto se fosse stato consigliato loro di boicottarlo. Venne persino sopportata la vasta confisca dei beni ecclesiastici documentata, fra altri, dallo storico Gianpaolo Romanato. In cambio l'articolo primo dello Statuto rimase quale era: la religione cattolica apostolica romana era quella dello Stato, che non perdeva occasione di far celebrare solenni Te Deum. 
Da Sedan, Porta Pia
Solferino, Sadowa, Sedan.... E' l'ironica litania delle vittorie che portarono all'avvento e all'ingrandimento del regno d'Italia, grazie alla vittoria di Napoleone III su Francesco Giuseppe d'Asburgo nel 1859, della Prussia di Bismarck sull'Austria nel1866 e su Napoleone III il 1° settembre 1870. Quest'ultima, esauriti i tentativi di soluzione diplomatica (per la secodna volta a distanza di trent'anni il governo mandò in missione a Roma il conte Gustavo Ponza di San Martino), obbligò il governo italiano a ordinare la grossa e breve spedizione su Roma capitanata da Raffaele Cadorna, senza attendere improbabili insorgenze popolari, anzi quale “bonifica preventiva”, perché, mentre Napoleone III aveva richiamato tutte le sue truppe e Parigi era nel caos, repubblicani, socialisti e anarchici potevano accorrere nella Città Eterna da ogni angolo della terra e farne il laboratorio della rivoluzione universale. In quelle settimane le sue sorti furono al centro dell'attenzione mondiale.    
   All'inizio della guerra franco-prussiana (o franco-germanica) il Concilio ecumenico vaticano, inaugurato l'8 dicembre 1869 dopo lunga gestazione (ne scrisse Cosimo Ceccuti mezzo secolo fa in un saggio tuttora valido), era stato sospeso anche  per consentire ai Padri conciliari di rientrare nelle loro sedi. Subito prima era stato approvato il dogma delle pronunce dottrinali del papa ex cathedra, con il voto contrario degli “antichi cattolici” germanici, fonte di un piccolo scisma. Ma un altro spettro aleggiava in Europa: la spessa minacciosa nube dell'Anticoncilio organizzato a Napoli in risposta polemica contro quello voluto da Pio IX. Esso fu ideato e organizzato da Giuseppe Ricciardi, campione dell'anticlericalismo, disordinato ma una volta tanto efficiente. Ottenne la partecipazione o almeno l'adesione di filosofi, storici, scienziati, artisti, scrittori e politici rinomati, nonché di logge massoniche. L'assise fu inaugurata a Napoli, la città più popolosa e turbolenta d'Italia, il 9 dicembre, all'indomani di quello Vaticano. Al secondo giorno i suoi lavori vennero interrotti da un commissario di polizia balzato sul palco quando un delegato si mise a inneggiare alla repubblica. L'internazionale anticlericale rimase qual era: una babele di lingue e di simboli, senza alcun progetto filosofico, politico, culturale unitario. Una somma di umori e di risentimenti, spesso di ex seminaristi e spretati, come il garibaldino fra' Giovanni Pantaleo.     
   Nel quinto numero della “Rivista della Massoneria Italiana” (27 agosto 1870)  il gran maestro del Grande Oriente d'Italia (GOI), Lodovico Frapolli (Milano, 1815- suicida in clinica psichiatrica a Torino, 1878), ripubblicò il “no” a suo tempo da lui opposto all'invito ad aderire all'Anticoncilio: i singoli massoni avevano motivo di intervenirvi per conferirgli nerbo, ma la massoneria “come corporazione, superiore alle vertenze religiose, fallirebbe completamente alla propria missione e si farebbe partigiana, se venisse a preoccuparsi di ciò che un Capo-setta qualsiasi (ovvero Pio IX, NdA) dispone co' suoi fedeli”. Semmai doveva riunirsi “a casa propria”.     
  Tra gli interrogativi che accompagnarono e ancora alimentano le interpretazioni della fase agonica dello Stato Pontificio uno riguarda proprio il ruolo della massoneria italiana. L'impulso all'impresa coronata il Venti Settembre 1870 dall'irruzione del 40° di Fanteria a passo di carica, seguito da sei battaglioni di bersaglieri attraverso Porta Pia (come narrò Edmondo De Amicis, testimone oculare), fu preparata di lunga mano, pilotata e condotta in porto dal Grande Oriente d'Italia (GOI)? 
  La risposta è nelle pagine della citata “Rivista della Massoneria italiana”, il settimanale di sedici facciate a numero, che iniziò le pubblicazioni il 30 luglio1870 sulla scia del “Bollettino del Grande Oriente d'Italia” ideato e diretto da Frapolli.  Iniziato massone nella loggia torinese “Dante Alighieri” e balzato in un mese al 33° grado del Rito scozzese antico e accettato, poi venerabile della loggia, promotore dell'unione di vari corpi massonici, facente funzione di gran maestro, eletto deputato nei collegi di Casalpusterlengo, Gavirate e Altamura, di rado partecipe alle sedute parlamentari, nel 1867 Frapolli costituì a Firenze la loggia “Universo” formata da esponenti della Sinistra, usi a radunarsi attorno al “tappeto verde” cioè in forma non rituale, per discutere i disegni di legge e i travagli che angustiavano il Paese. Nell'autunno del 1867 negò il sostegno del GOI all'impresa di Garibaldi. Tra fine agosto e inizio settembre del 1870 sollecitò la spedizione su Roma. In un colloquio Quintino Sella gli assicurò l'intenzione del governo di agire; egli raccomandò quindi alle logge di eccitare gli animi e di accendere fuochi sui colli, ma con esiti molto deludenti. Non solo. Il 7 settembre d'improvviso partì da Firenze per la Francia, a sostegno della neonata Repubblica e rassegnò le dimissioni dalla carica proprio quando più il GOI aveva bisogno di una  guida razionale. Fu sostituito provvisoriamente da Giuseppe Mazzoni, deputato a sua volta, antico triumviro toscano, eletto gran maestro effettivo il 1° giugno 1871 dall'Assemblea radunata nel tempio della loggia “Concordia” a Firenze. 
   Ma quante erano le Officine che Pio IX riteneva fossero il covo della Rivoluzione? Meno di cento tra Italia e propaggini estere, ubicate quasi solo nelle grandi città. In molte regioni non ve n'era neppure una. Al GOI si aggiungevano corpi massonici nell'Italia meridionale. Uno, incardinato a Palermo e in sfacelo, offrì la gran  maestranza a Mazzini, che la dirottò su Quirico Filopanti; un altro era capitanato dall'arciprete Domenico Angherà. Tutti sommati i massoni attivi e quotizzanti erano non più di tremila. Dall'estero Frapolli raccomandò al GOI di trasferirsi subito a Roma; ma Mazzoni se ne guardò bene, perché, come la Rivista ammise il 20 maggio 1871, essi erano disorganizzati e deboli.
Il Mito di Porta Pia  
Il trionfo del Venti Settembre si affermò quindici anni dopo, con l'ascesa di Adriano Lemmi a Gran Maestro (1885-1896). Nel Canto dell'amore (1877-1878) Carducci tese la mano all'altra riva del Tevere: “Io maledissi al papa or son dieci anni,/ oggi co 'l papa mi concilierei.//(...) Aprite il Vaticano: io piglio a braccio/ quel di se stesso antico prigionier./ Vieni: alla libertà brindisi io faccio/ Cittadino Mastai, bevi un bicchier”. In tanti batterono il sentieri stretto della conciliazione: Agostino Depretis, Francesco Crispi, Ferdinando Martini, anticlericali e massoni, convinti dell'urgenza del fronte comune contro la “nera setta” che minacciava l'unità nazionale, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari. Vennero frenati da chi temeva l'avvento perpetuo dei “moderati”, che costituivano la maggioranza dell'opinione nazionale. Il 3 maggio 1889 Adriano Lemmi affermò la superiorità del 5 maggio d Garibaldi all'Ottantanove francese. Questo aveva dato inizio alla Libertà nella Francia, già unita; quello “creava l'unità dell'Italia e condannava a morte il dominio dei Papi”. Parlò nel clima dell'imminente scoprimento del bronzo di Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma, “là ove il rogo arse”. Voleva essere il trionfo dell'anticlericalismo. Esasperò la divisione del Paese e alimentò gli attacchi concentrici contro la Massoneria proprio da quando, il 20 settembre 1895, Porta Pia venne proclamata “festa nazionale”: una data che in realtà aveva diviso gli italiani, come sempre accade quando la soluzione diplomatica (sarebbe bastata la concessione di una pur ristretta sovranità territoriale, anziché la legge delle guarentigie, che riconobbe la forma ma non la sostanza) lascia il campo a quella militare. A Pio IX non rimase che ripetere: “Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo” come l'indomito Pio VII aveva detto a Napoleone. Da allora la Libera Muratoria fu denunciata quale complotto ebraico-socialista agli ordini della Rivoluzione, con quel che ne seguì. 
A 150 anni dall'evento, il Mito va rivisitato, nel rispetto dei suoi protagonisti, costretti ad agire con l'incubo della guerra generale europea.                                              
                        
Aldo A. Mola

MARCO AURELIO DI SALUZZO (1866-1928)
UN UOMO DI STATO DELL'ETA' GIOLITTIANA

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 agosto 2020, pagg. 1 e 11. 


Marco Aurelio di SaluzzoI collegi nominali, vivaio di classe dirigente
Nel suo V e ultimo governo (16 giugno 1920-4 luglio 1921) Giovanni Giolitti volle a fianco uomini fidati del suo Vecchio Piemonte: il pinerolese Luigi Facta alle Finanze, il chierese Cesare Rossi sottosegretario alla Pubblica istruzione, ai Lavori Pubblici il saluzzese Camillo Peano, già suo ex capogabinetto al ministero dell'Interno e da sette anni deputato; il monregalese Giovanni Battista Bertone, sottosegretario alle Finanze, poi ministro dello stesso dicastero nei due governi Facta (1922), nel 1919 eletto deputato per il partito popolare con più preferenze di Giolitti stesso; e il torinese marchese Marco di Saluzzo, sottosegretario agli Affari Esteri, deputato dal 1904 al 1919 quando venne nominato senatore. Giolitti riteneva che la classe dirigente di un grande Paese non è frutto d’improvvisazione. Gli “uomini di Stato” non nascono per germinazione spontanea nel deserto della cultura e dei valori civici. All'epoca a nessuno sarebbe venuto in mente di dire che “uno vale uno”. La formazione della classe politica richiede tempi lunghi. Occorrono generazioni o almeno un’istruzione personale seria e adeguata (ne scrisse Pascoli in La piccozza)) per acquisire, vivere e trasmettere il “senso dello Stato” come connaturata.
All'abito della dirigenza italiana molto concorse la legge elettorale del regno di Sardegna approntata da statisti quali Cesare Balbo, Camillo Cavour e Luigi Francesco Des Ambrois de Névache. Essa istituì tanti collegi elettorali quanti erano i seggi della Camera: 208. Ogni elettore era eleggibile, senza bisogno di candidarsi. Il teologo Vincenzo Gioberti fu eletto in diciotto collegi benché non si fosse presentato in alcuno di essi. Bastava la fama. Se nessuno raggiungeva il quorum fissato dalla legge, gli elettori erano riconvocati a breve per scegliere tra i due candidati che avevano ottenuto il maggior numero di preferenze. Gli ecclesiastici con cura d' anime erano ineleggibili, per l'incompatibilità tra politica e amministrazione di sacramenti “delicati”, quali la confessione. Una fitta serie di clausole stabiliva incompatibilità, ineleggibilità e riserva di seggi per i pubblici impiegati. In caso di eccesso di eletti rispetto ai seggi consentiti alle rispettive categorie, si procedeva all'esclusione per sorteggio sino a raggiungere il numero degli scranni previsti. I deputati pubblici dipendenti (militari, magistrati, alti dirigenti, docenti...) che nel corso del mandato conseguissero promozioni automaticamente decadevano dalla Camera ma erano subito rieleggibili.
I collegi uninominali mostrarono la loro validità dal 1848 al 1861. Perciò la legge elettorale del regno di Sardegna fu adottata da quello d'Italia. Salvo nelle elezioni dal 1882 al 1890, quando si sperimentarono circoscrizioni formate da 4 o 5 ex collegi uninominali e lo scrutinio di lista, rimase pressoché immutata sino al 1913, allorché Giolitti introdusse il suffragio quasi universale maschile (il voto politico femminile era ancora rarissimo).
I conservatori e alcuni sedicenti democratici (Gaetano Salvemini, che lo definì “un pranzo alle otto del mattino”) erano convinti che il balzo degli elettori da meno di tre milioni a otto milioni e mezzo avrebbe scatenato una “rivoluzione parlamentare” e squassato le istituzioni. Invece non avvenne nulla di traumatico. I neo-deputati furono 146 su 508, un ricambio in linea con quanto era avvenuto nelle elezioni precedenti. Si registrò, anzi, un rafforzamento della qualità dei parlamentari. I migliori, ovvero i più sperimentati e assidui, furono confermati. Non erano “ascari” del “ministro della malavita” come asserito appunto da Gaetano Salvemini, che di Giolitti scrisse con la penna intinta nel fiele di due sconfitte elettorali, bensì “uomini di Stato”.
Com’era accaduto sin dal regno subalpino, il rinnovo della rappresentanza alla Camera fu propiziato da Giolitti, che in vista delle elezioni propose a Vittorio Emanuele III la nomina a senatori di molti deputati in carica da tre o più legislature, come prevedeva il terzo punto dell'articolo 33 dello Statuto sulla composizione del Senato, di alti dignitari dello Stato e di personalità rilevanti. Fra il 3 giugno 1911, poco più di due mesi dal varo del suo quarto governo, e il 24 novembre 1913 si susseguirono quattro “infornate” per un insieme di 103 nuovi “patres”, con l'aggiunta dell'ammiraglio Enrico Millo nominato da solo. Particolarmente folte furono le nomine del 16 ottobre e del 24 novembre 1913, comprendenti, fra altri, Alfredo Frassati, proprietario e direttore di “La Stampa”, Gerolamo Gatti (nel novembre sul punto di essere eletto gran maestro aggiunto del Grande Oriente d'Italia), il torinese Eugenio Rebaudengo, già deputato di Bra, Giovanni Francica Nava, l'acquese Maggiorino Ferraris, proprietario della “Nuova Antologia”, la rivista culturale più prestigiosa d'Italia. In quelle elezioni l'area liguro-piemontese confermò alla Camera parlamentari di lungo corso, accreditati dal consenso dell'elettorato che li conosceva “inctus et in cute”. Recentemente Alessandro Mella ha bene documentato il caso di Giovanni Rastelli, eletto nel collegio di Lanzo Torinese.
Il marchese di Saluzzo: militare, consigliere provinciale, deputato
Analoga, e per molti aspetti anche più emblematica, fu la vicenda di Marco Aurelio di Saluzzo (Torino, 9 aprile 1866-Saluzzo, 19 ottobre 1928), marchese di Saluzzo, barone di Fenis e La Riviera, signore di Castellar con Oncino, Ostana e Paesana, discendente della Casa che nei secoli aveva creato uno Stato, il Marchesato di Saluzzo, esteso dalla Valle Po alle porte di Cuneo, con domini nelle Langhe (Dogliani, Castiglion Falletto...) e nell'Astigiano. Nel 1548 i francesi di Enrico II imprigionarono e avvelenarono Gabriele, ultimo discendente del capostipite della Casa, privo di discendenti legittimi, e ne soggiogarono lo Stato, poi strappato loro da Carlo Emanuele I di Savoia nel 1587 e definitivamente incorporato nel Ducato di Savoia con il Trattato di Lione stipulato con Enrico IV di Borbone (1601).
La Casa dei Saluzzo continuò per rami collaterali, sino, appunto a Marco Aurelio di Paesana. Il 31 luglio 1879 Re Umberto I con motuproprio gli concesse il titolo di marchese. Avviato alla carriera delle armi (Scuola Militare e poi Accademia di Torino), egli raggiunse il grado di maggiore di artiglieria. Sposato con Maria Raffaella De Mari, ne ebbe figlie Artemisia, Aurelia e Maria.
Alla vita di ufficiale unì la cura dell'amministrazione pubblica. Nel 1902 Marco di Saluzzo fu eletto al Consiglio provinciale di Cuneo per il mandamento di Sampeyre, in valle Varaita, precedentemente rappresentato da Carlo Buttini, deputato di Saluzzo e senatore (1895-1900), e dall'avvocato Francesco Rossa (1901). Un altro Saluzzo, il conte Cesare di Monterosso, era stato consigliere per il mandamento di Paesana (1864-1868). Il consesso provinciale non aveva suddivisioni in partiti. Nella quasi totalità cattolici praticanti, ma senza ostentazioni per calcoli elettorali, e compattamente fedeli alla monarchia, i suoi componenti si riconoscevano nella tradizione risorgimentale e unitaria.  Dopo le lunghe stagioni di Gustavo Ponza di San Martino (senatore e rappresentante del circondario di Cuneo), dell'albese Alerino Como (deputato prima di Michele Coppino eletto dal 1861,più volte ministro della Pubblica istruzione, e morto in carica nel 1901) e del saluzzese Carlo Buttini (deputato e poi senatore 1891-1900), alla sua presidenza del Consiglio si susseguirono il saviglianese Bartolomeo Gianolio (1901-1902), deputato per sette legislature, e il monregalese Ferdinando Siccardi (1903-1904), ripetutamente deputato e senatore dal 1904. Per vent'anni gli subentrò Giolitti (1905-1925), deputato dal 1882 alla morte, nel 1928, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri. Il consesso cuneese contava senatori, deputati, aristocratici, militari, scienziati, clinici, docenti e storici come Costanzo Rinaudo: un'accolita straordinaria di personalità competenti e devote all'interesse pubblico, confortata da uffici tecnici di alto livello, famosi per dedizione e solerzia. Ottimi furono sempre i rapporti tra la Provincia e i Prefetti, che consideravano la sede di Cuneo tra quelle più importanti del regno. Tra i molti, va ricordato Amedeo Nasalli Rocca, le cui “Memorie di un prefetto” sono un suggestio ritratto della vita pubblica italiana tra Otto e Novecento. 
Mentre svolgeva l'“apprendistato” di consigliere provinciale, all'amministrazione locale il marchese Marco di Saluzzo unì il mandato nazionale. Il 6 novembre 1904 fu eletto deputato del collegio di Saluzzo, nel clima di convergenza tra liberali e cattolici moderati. Alla Camera intervenne esclusivamente sui temi a lui noti: bilancio del ministero della Guerra, grandi manovre, scuole militari e pensioni dei sottufficiali. I parlamentari non parlavano a vanvera. Prime di pronunciarsi, studiavano, perché l'Aula era gremita di colleghi preparatissimi. Negli stessi anni nel Consesso cuneese parlò a favore dei cantonieri provinciali, della Scuola normale femminile di Saluzzo (1905) e di quella Enologica di Alba, in competizione con Conegliano Veneto (1907). Si mosse nella cornice del “giolittismo”, le grandi riforme sociali d'inizio Novecento, che coniugarono efficienza dello Stato e solidità delle Istituzioni, come documentano le cinquemila pagine dei cinque volumi di “Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio”, editi a cura di Aldo G. Ricci con prefazione di Gianni Rabbia, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, che sorresse la pubblicazione (Ed. Bastogi).
Rieletto il 7 marzo 1909, il 26 ottobre 1913, dopo l'introduzione del già ricordato suffragio universale maschile e l'aumento degli elettori del collegio da 6585 a 14031, di Saluzzo ottenne 5622 preferenze contro i 2017 voti andati al radicale e massone avvocato Achille Dogliotti, mentre il radicale Federico Milano sconfisse a Savigliano il giolittiano Luigi Ciartoso. Il clima politico cominciava ad avvelenarsi. Sobillata da socialisti, l'Unione Operaia di Saluzzo respinse la proposta, avanzata da suoi associati, di conferire al marchese di Saluzzo l'innocua presidenza onoraria dell’associazione.
Dalla Grande Guerra al governo e alla guida del Consiglio provinciale di Cuneo
In veste di ufficiale di Stato Maggiore, con i gradi di capitano e di colonnello, di Saluzzo fu tra i primi a sbarcare a Tripoli per affermare la sovranità dell'Italia sulla Libia (ottobre 1911), liberata dal secolare dominio turco-ottomano, come poi Rodi e il Dodecanneso, che ne sono ancora grati. All'intervento dell'Italia nella Grande Guerra partì per il fronte, come altri consiglieri provinciali cuneesi, tra i quali Marcello Soleri, dal 1913 deputato e quindi come lui dispensato dalla mobilitazione, Francesco Bogetti e Tomaso Quagliotti. Purtroppo il suo stato di servizio non figura nell'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.
Al termine del conflitto fu nominato sottosegretario di Stato per l'assistenza militare e le pensioni di guerra nel secondo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (marzo-maggio 1919) e, come già detto, agli Esteri nel V e ultimo governo Giolitti, accanto al ministro Carlo Sforza (giugno 1920-luglio1921). Il 6 ottobre 1919 fu creato senatore del regno quale ex deputato e per la 20a categoria (i cittadini che da tre anni pagavano almeno tremila lire d'imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria).
Già a lungo segretario del Consesso cuneese, nel 1921 Marco di Saluzzo fu eletto vicepresidente del Consiglio provinciale di Cuneo, rinnovato nel 1920. In tale veste, come documenta l'unica e ormai rara Storia dell'Amministrazione provinciale di Cuneo dall'Unità al fascismo (ed. 1971), il 6 giugno 1921 presiedette il consesso mentre Giolitti era trattenuto a Roma e ancora l'8 agosto. Confermato nella carica il 14 agosto 1922, il 23 ottobre seguente pronunciò il fervido elogio dello Statista festeggiato nell'80° compleanno con la consegna di una medaglia d'oro e l'istituzione di una borsa di studio intitolata al suo nome, omaggio alle cure prestate da Giolitti all'Istruzione pubblica, tanto da volerne ministro Benedetto Croce, al quale nel 1922 seguì Giovanni Gentile. Quella era l'Italia; quelli erano i suoi ministri.
Il “No” di un liberaldemocratico al regime di partito unico
Nel dicembre 1925 un folto numero di consiglieri nazionalisti, popolari e “liberali” si fece strumento della congiura ordita da Mussolini contro il liberaldemocratico Giolitti: il presidente del consesso cuneese doveva avere la tessera del PNF. In cambio il governo avrebbe concesso un milione di lire a beneficio di opere pubbliche. Giolitti (che alla sua età non voleva certo intonare “Giovinezza”) si dimise da presidente e, per elementari motivi di dignità, da rappresentante del mandamento di Prazzo e San Damiano. Marco di Saluzzo fu tra quanti si dimisero a loro volta: Marcello Soleri, Giovanni Battista Fillia, Michele Gullino, Domenico Dotta, Andrea Miraglio e, per motivi di salute, Paolo Enrico, da quarant'anni rappresentante del mandamento di Saluzzo. Con gli esponenti della tradizione liberaldemocratica si dimisero anche i socialisti, a cominciare da Domenico Chiaramello, eletto nel mandamento di Cavallermaggiore (dicembre 1925-gennaio 1926), che tardivamente capirono quanto il loro partito dovesse a Giolitti e ai suoi seguaci, garanti della libertà politica per tutti, avversari compresi. 
Alla Camera Alta Marco di Saluzzo fu iscritto al Gruppo liberaldemocratico, poi Unione democratica. È storiograficamente falso che il Senato sia stato succubo di Mussolini e che il governo insediato il 31 ottobre 1922, senz'alcun supporto della “marcia su Roma (mai avvenuta anche se molto mitizzata), sia stato “subito regime” come invece sostiene Emilio Gentile. Alla morte egli fu ricordato dal presidente del Senato, Tommaso Tittoni, che ne elogiò l'opera di parlamentare ma insisté soprattutto su quella di militare e di amministratore locale. Marco di Saluzzo visse e attualizzò l'ideale del “civis romanus”, al servizio dello Stato in armi e negli uffici pubblici, sulla scia degli antenati, come mostra il busto di Giuseppe Angelo di Saluzzo, conte di Monesiglio e fondatore dell'Accademia delle Scienze di Torino, nella chiesa di San Bernardino a Saluzzo, ove è raffigurato in veste di antico romano, contornato dalle lapidi dei figli, Alessandro e Annibale, generali, e Cesare, che donò l'emblematica spada napoleonica al futuro Vittorio Emanuele II, e della figlia, Diodata, autrice del poema Ipazia e così celebre che il suo busto figura nella Protomoteca del Campidoglio a Roma con quelli di Gaspara Stampa e di Vittoria Colonna.
Marco Aurelio di Saluzzo rimane un modello della dirigenza nazionale tra Risorgimento e avvento del regime di partito unico: formata da persone di grande competenza, rettitudine e dedizione allo Stato. All'occorrenza sapeva usare il tono giusto. In una interrogazione parlamentare chiese al governo di assicurare un servizio “almeno decente” sulla linea ferroviaria Saluzzo-Savigliano (saltem interrotta  nel quadro del depauperamento dei servizi di pubblica utilità dell'area liguro-piemontese). Manca una sua biografia, non certo la documentazione per scriverla. La doverosa intitolazione al suo nome di uno spazio pubblico in Saluzzo potrebbe indurre a colmare la lacuna. Riscoprire la statura nazionale ed europea della classe dirigente postunitaria può essere valido integratore per quella ventura, se e quando agli elettori verrà consentito di tornare alle urne, meglio se con una legge elettorale che consenta la libera scelta da parte dei cittadini dei propri rappresentanti, anziché il mortificante rito di conferma di “candidati”, come avvenne con l'istituzione del Gran Consiglio del Fascismo che avocò a sé la scelta dei candidati al “collegio unico nazionale” e perdura a opera di cupole partitiche e di “piattaforme” la cui compatibilità con la Costituzione rimane da provare. 
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Busto marmoreo di Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio e Valgrana (1734-1810) nella Cappella funeraria, Chiesa di San Bernardino, Saluzzo, drappeggiato da antico romano. Fondatore della Regia Accademia delle Scienze (fotografia di Giancarlo Durante).

LA REPUBBLICA ROMANA E IL CARNARO
COSTITUZIONI BELLE E IMPOSSIBILI 

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 luglio 2020, pagg. 1 e 11. 


LA REPUBBLICA ROMANA E IL CARNARO COSTITUZIONI BELLE E IMPOSSIBILI Tra i molti primati, l'Italia vanta due tra le carte costituzionali più “belle”: quelle della Repubblica Romana (1849) e della Reggenza del Carnaro (1920). Entrambe rimasero inattuate. La prima, dibattuta dal 17 aprile al 3 luglio 1849, fu approvata dall'Assemblea costituente mentre la Repubblica romana agonizzava. È un capolavoro di sintesi e di chiarezza. Tra i suoi capisaldi afferma che la sovranità è per diritto eterno del popolo; il principio democratico ha per regola l'uguaglianza, la libertà, la fraternità” (non la fratellanza); la repubblica considera tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l'italianità. In un'Europa che ancora discriminava i cittadini sulla base delle loro fedi, stabilì che “dalla credenza religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici”.
La Repubblica Romana era nata dalla “rivoluzione”. Dopo l'elezione dell'Assemblea costituente e l'assassinio del suo primo ministro, Pellegrino Rossi, giureconsulto di fama europea, trafitto con pugnalata rituale alla gola, papa Pio IX si era rifugiato a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II di Borbone. Il 9 febbraio 1849 su proposta di Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino, promotore dei Congressi degli Scienziati Italiani, l'Assemblea, presieduta da Giuseppe Galletti, proclamò la Repubblica. Di rincalzo intervenne Giuseppe Garibaldi. Poi arrivò Giuseppe Mazzini, che affiancò alla guida della Repubblica Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Roma divenne un laboratorio politico, basato anche sulla libertà politica. Nella costituzione si legge che le persone e le proprietà sono inviolabili, nessuno può essere arrestato se non in flagrante delitto né sottratto ai suoi giudici naturali. Essa abolì la pena di morte e proclamò la libertà di manifestazione del pensiero, dell'insegnamento e di associazione. La Carta era modificabile, a differenza della forma dello Stato: la Repubblica. Per molti aspetti quella Costituzione riprese principi enunciati nella solitamente dimenticata carta del Rinascente Impero Romano (1814) e precorse quela vigenteoggi in Italia. 
Dopo mesi di stallo, il corpo di spedizione agli ordini del generale Oudinot, inviato dal presidente della repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte - che mirava a ingraziarsi i cattolici in vista del colpo di stato per restaurare l'Impero - stava scatenando l'assalto finale per ripristinare il potere temporale dei papi. Erano giorni di lotta all'ultimo sangue. Molti eroici difensori accorsi da tutta Italia già erano caduti in combattimento o morirono in quelle convulse giornate: Luciano Manara, Emilio Morosini, Enrico Dandolo. Fra altri, rimase ferito da fuoco amico il ventiduenne Goffredo Mameli. La piaga si infettò. Morì poco dopo l'irruzione dei francesi. Garibaldi raccolse circa duemila uomini. Promise loro “lacrime e sangue” (Winston Churchill non ha inventato nulla) e li guidò verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci, ultimo baluardo della “tempesta magnifica” del 1848-1849. Lo seguivano Ciceruacchio con il figlio quattordicenne e il barnabita Ugo Bassi. Catturati dagli austriaci furono fucilati. Dopo settimane di stenti, morì sua moglie, Anita, incinta di molti mesi. Grazie alla “trafila” dal “capanno” nella pineta di Ravenna raggiunse il Tirreno e la Liguria, ma dovette lasciare il regno di Sardegna, nuovamente esule.
I capisaldi della Costituzione romana riecheggiano il saluto che il primo presidente della Repubblica francese nata nel febbraio 1848 dalla terza rivoluzione di quel Paese, Alfonso Lamartine, rivolse a una delegazione massonica: ai suoi occhi essi erano i vessilliferi di libertà, uguaglianza, fraternità: parole chiave della rivoluzione del 1789 e dei suoi sviluppi.
Quella Carta rimase punto di riferimento dei repubblicani e della sinistra democratica dopo la proclamazione del regno d'Italia. Anche molti mazziniani e garibaldini ormai conciliati con la monarchia, incarnata da Vittorio Emanuele II di Savoia, che teneva l'Italia al riparo dalla clerocrazia, continuavano ad averla per Stella Polare, baluginante ma sempre fissa. Parecchi costituenti del 1946-1947 arrivavano dal suo culto. Fu il caso di Bartolomeo (Meuccio) Ruini, antico iniziato della loggia “Rienzi” di Roma, presidente della Commissione dei 75 che redasse la bozza della Carta oggi vigente.
L'altra celebre Costituzione è la Carta del Carnaro. Conta cento anni. Venne proclamata da Gabriele d'Annunzio a Fiume l'8 settembre 1920. Come quella della Repubblica Romana neppure essa fu applicata. La Reggenza durò pochi mesi. Il Trattato italo-jugoslavo sottoscritto a Rapallo l'11 novembre definì i confini tra Italia e Jugoslavia. Fiume venne riconosciuta Città libera. Al governo di Roma, presieduto da Giolitti, toccò allontanarne d'Annunzio e i suoi legionari: un compito amaro ma ineludibile. La Carta entusiasmò uomini politici e studiosi di tutto il mondo. Era una profezia. Su proposta del Comandante, la sua “bozza” fu approntata da Alceste De Ambris (1874-1934), anarco-sindacalista, che vi lavorò intensamente per setttimane e gliela consegnò il 18 marzo.
A sua volta d'Annunzio le dedicò “tutto il tempo libero concesso da proclami, bollettini, ordini, incontri, visite ai legionari, esercitazioni e l'indispensabile attività sessuale”, come scrive Giordano Bruno Guerri in Disobbedisco. Fiume 1919-1920. Cinquecento giorni di rivoluzione (Mondadori). I suoi articoli crebbero da 47 (un numero poco beneaugurante: d'Annunzio era scaramantico) a 65, ripartiti in venti capitoli per un totale di 113 grandi fogli manoscritti a matita con correzioni a inchiostro. Il Vate ne fece varie copie. Mandò la prima (a sua detta) a Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente d'Italia, e poi via via ai fedelissimi. Tra i destinatari vi fu Giacomo Treves, “anima” della loggia “Guglielmo Oberdan” di Trieste. D'Annunzio non si limitò affatto ad aggiungere al testo di De Ambris bellurie stilistiche pescando nella terminologia istituzionale arcaica. Rivendicò in premessa la potestà di Fiume di dedizione alla Madrepatria Italia, triplice e impenetrabile come l'armatura romana: per diritto storico, terrestre e umano. In linea con De Ambris pose a fondamento della Reggenza “la potenza del lavoro produttivo” (vaticinio della Repubblica italiana, “fondata sul lavoro”). Affermò l'uguaglianza giuridica dei sessi, le libertà di pensiero, stampa, riunione, associazione e culto. Aggiunse il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere e affermò principi che solo a una lettura superficiale potrebbero parere mera poesia: “la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero alla libertà”, uomo che sa “ogni giorno inventare la sua propria virtù”. E ancora: “Il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza ed orna il mondo”.
Passati in rassegna diritti e doveri dei cittadini, ordinamento dei comuni, poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, il Vate delineò la figura del “Comandante”, al quale la Reggenza doveva affidare la “potestà suprema senza appellazione” in caso di pericolo estremo: l'aggressione nemica (non un’epidemia...). Durante il mandato, il Comandante sommava “tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi”. Allo scadere del termine poteva essere sostituito, deposto o anche bandito.
Particolare attenzione, da antico e sedulo allievo del Collegio Cicognini di Prato, d'Annunzio dedicò all'istruzione pubblica. Non era questione di metri quadrati per allievo, di banchi, di ingressi in orari scaglionati e di altre cantilene che oggi affliggono e mortificano il buon senso comune. “Per ogni gente di nobile origine – recita l'articolo L della Carta del Carnaro – la coltura è la più luminosa delle armi lunghe”. Nella scuola si forma l'“uomo libero”. È il “regno dello spirito”. Previde in Fiume un’Università libera, scuole di Arti belle, di Arti decorative e di Musica. Nelle medie era obbligatorio l'insegnamento anche negli idiomi delle minoranze linguistiche, nonché l'insegnamento del canto corale e dell'ornato. “Alle chiare pareti delle scuole aerate – aggiunse d'Annunzio– non convengono emblemi di religione né figure di parte politica. Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose, i credenti di tutte le fedi e quelli che possono vivere senza altare e senza dio. Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza. E ciascuno può fare la sua preghiera tacita”.
I tre ultimi articoli proiettano la Carta del Carnaro al di sopra della Storia, in prospettiva magica, a cominciare dall'istituzione del collegio degli Edili, formato “con discernimento fra gli uomini di gusto puro, di squisita perizia e di educazione novissima”: altra cosa dagli “uffici tecnici” odierni, affogati nell'oceano di norme ottuse ottusamente applicate da burocrati malefici. Esso doveva curare il decoro cittadino e impedirne il “deturpamento” con “fabbriche sconce o mal collocate” (l'opposto di quanto avvenne nei decenni della Ricostruzione), allestire “feste civiche di terra e di mare con sobria eleganza”, ridare al popolo l'amore della linea bella e del bel colore nelle cose che servono alla vita d'ogni giorno”. Nella Reggenza la Musica era “istituzione religiosa e sociale” perché “un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo dio”. Infine prospettò l'“edificazione di una Rotonda capace di almeno diecimila uditori, fornita di gradinate comode per il popolo e d'una vasta fossa per l'orchestra e per il coro”, in vista di “grandi celebrazioni corali ed orchestrali totalmente gratuite come dai Padri della Chiesa è detto delle Grazie di Dio” e ha ripetuto papa Francesco a proposito dell'amministrazione dei sacramenti. Era l'anticipazione del Parlaggio il cui completamento è stato fortemente voluto da Guerri.
Appena letta la bozza della Carta monsignor Celso Costantini nominato da papa Benedetto XV amministratore apostolico a Fiume (il podestà Antonio Vio, massone, aveva sollecitato l'assegnazione di un Nunzio) scrisse allarmatissimo al Vate deplorando che lo Stato legiferasse in materia religiosa “con uno spirito non solo acristiano, ma con tendenza alla rinascita di un culto pagano, in cui l'edonismo e l'estetica si sovrappongono all'etica ed Orfeo a Cristo”. Ma il Vate non cambiò una virgola. Aveva per insegna l'uroburo e il motto “Quis contra nos?” scritto nella bandiera della Reggenza del Carnaro. Va sottolineato che la Carta non prolamò Fiume “Repubblica”, come speravano molti suoi seguaci.   
A lungo si è discusso sull'influsso della massoneria nella Carta dannunziana. Ne hanno scritto Carlo Ricotti, alto dignitario del Grande Oriente d'Italia, nel succoso volumetto La Carta del Carnaro. Dannunziana, massonica, autonomista (ed. Fefé, 2015) e altri, già decenni addietro, talvolta concedendo al mito. In realtà De Ambris fu iniziato massone, ma a Parigi, il 23 febbraio 1925, nella loggia “Italia”, incardinata nella Gran Loggia di Francia (n. 450). Non esistono iniziazioni con valore retroattivo, né “di desiderio”. O lo sono o non lo sono. Quella di De Ambris fu di valenza propriamente politica: servì a Luigi Campolonghi, segretario della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo, per “spostare a sinistra” gli equilibri interni alla loggia, in antitesi con Ubaldo Triaca, ritenuto antifascista “moderato”, mentre ormai, dopo il discorso mussoliniano del 3 gennaio, bisognava passare ai “fatti”.
Escluso dunque che la massoneria possa aver influito su De Ambris, meno ancora lo fece sullo spirito di d'Annunzio, che viveva di sé e da sé: poeta, condottiero, Grande Taciturno poi “prigioniero” del Duce nell'esilio dorato del Vittoriale, a Gardone Riviera. Nel 1927 la Carta del Lavoro, scritta da Carlo Costamagna e da Alfredo Rocco, imbalsamò i sindacati: l'opposto di quanto propugnato dal Vate e dal suo sodale anarchicheggiante. Introdusse i contratti nazionali, concesse ferie, riconobbe indennità ma vietò gli scioperi in una concezione corporativa dello Stato. 
  Come quella della Repubblica Romana, la Carta del Carnaro rimane un faro di luce sul “secolo della libertà”, sempre più atteso e sempre più improbabile. Ma, direbbe d'Annunzio, “spes ultima Dea...”.
Aldo A. Mola
LA SANTA SEDE SBUGIARDA PEDRO SÁNCHEZ

LA SANTA SEDE SBUGIARDA PEDRO SÁNCHEZLa Santa Sede smentisce il socialista spagnolo Pedro Sánchez. Il capo del governo rosso-viola l'8 luglio aveva dichiarato che “nella vicenda del corpo (sic!) di Franco” era stato aiutato dal Vaticano a superare l'opposizione della comunità benedettina del Valle de los Caídos, “contrarissima all'esumazione” delle spoglie del Caudillo.
Trascorsa una decina di giorni e in assenza di rettifica da parte dell'interessato, il 21 luglio la Santa Sede ha emesso un comunicato in spagnolo e in italiano, tanto pacato nella forma quanto netto nella sostanza: “Riguardo alle dichiarazioni rilasciate dal presidente del governo spagnolo, Pedro Sánchez, nella sua intervista pubblicata l'8 luglio scorso sul quotidiano Corriere della Sera, si precisa che la Santa Sede, sulla questione dell'esumazione di Francisco Franco, ha ribadito in varie occasioni il suo rispetto per la legalità e le decisioni delle autorità governative e giudiziarie competenti, ha sollecitato il dialogo tra la famiglia e il Governo e non si è mai pronunciata sull'opportunità dell'esumazione né sul luogo della sepoltura, perché non rientra nelle sue competenze”.
Fermamente contraria all’estumulazione della salma, la famiglia Franco aveva chiesto la sua traslazione nella tomba di famiglia, nella Cattedrale della Almudena, in pieno centro di Madrid, incontrando però la netta opposizione del governo, timoroso che potesse divenire meta di visitatori e degli omaggi ordinariamente resi alla memoria del Caudillo a “los Caídos”, anche da parte di chi, senza essere né falangista né franchista, gli riconosce la statura di Statista.
Per sbrogliare il groviglio da lui stesso pervicacemente creato, Sánchez mandò in Vaticano la vicepresidente Carmen Calvo. Dopo un incontro riservato con il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, questa si produsse in dichiarazioni avventate lasciando credere che la Chiesa fosse del tutto in linea col governo rosso-viola Pedro Sánchez-Pablo Iglesias, che tante misure vessatorie ha adottato ai danni della chiesa cattolica in Spagna.
Il Comunicato spazza via ogni malinteso. Come ricordato il 30 giugno dal Nunzio apostolico a Madrid, Renzo Frattini, la Santa Sede non può certo dimenticare il pieno sostegno dato nel 1936 all'alzamiento dei “Quattro Generali” (tra i quali Franco) contro il governo repubblicano madrileno, sempre più orientato “a sinistra” in chiave anticlericale. Aggiungiamo che Pio XII conferì al Caudillo l'Ordine di Cristo Re.
Forse tra decenni, quando verrà aperta agli studiosi la consultazione di tutte le carte sulla traslazione delle spoglie di Franco, si conosceranno i dettagli di colloqui e carteggi formali e informali corsi tra il governo spagnolo e Chiesa di Roma. Merita nel frattempo ricordare che il Papa è successore di Pietro e Capo di Stato e che l'asserita richiesta del suo intervento per imbrigliare i benedettini del Valle de Los Caidos mirava a investirlo come capo della cristianità: fu un’interferenza del potere temporale in questioni di carattere propriamente spirituale e quindi un errore di metodo e di merito tipico di laicisti miopi e al tempo stesso una trappola nella quale il Vaticano non è caduto.
Aldo A. Mola

IL PREMIO ACQUI STORIA
VERSO IL GRAN FINALE 

   

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 luglio 2020, pagg. 1 e 11. 

IIL PREMIO ACQUI STORIA VERSO IL GRAN FINALE eri e oggi
Per misurare l'abissale distanza tra quanti oggi occupano “la stanza dei bottoni” del potere   e chi 150-160 orsono dette all'Italia unità e indipendenza, premesse della sua libertà all'interno e nella comunità internazionale, basta leggere qualche libro di storia, ma di storia vera, non quella che risolve le vicende degli Stati in arruffio di lenzuola e confonde la Voce delle nazioni con gridolini di sovrani, ministri o notabili di passo. “umani, troppo  umani”. Il presidente del Consiglio Conte e molti ministri si ergono a nuovi Ercoli o addirittura a Prometei perché si occupano di dossier putrescenti (autostrade, Ilva, Alitalia...) e ne parlano come se stessero conquistando gli imperi degli Aztechi e degli Incas o sbarcando a Mindanao a fianco di Magellano, mentre le questioni di cui si occupano “salvo intese” (lotta all'evasione fiscale, riforma della burocrazia e dell'amministrazione della giustizia, declino della pubblica istruzione, bene descritto da Ernesto Galli della Loggia in L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto il suo sistema scolastico, ed. Marsilio) sono piaghe aperte da decenni (la prima autostrada ha quasi un secolo, mentre le strade nazionali sono ridotte male assai, ponti inclusi, malgrado le amorevoli cure dell'Anas; e le provinciali se la passano peggio...). 
In principio furono Liborio Romano e i liberali del Mezzogiorno
   Tutt'altra impresa fu fondere sette Stati in uno solo, come avvenne, al calor bianco, nel 1859-1860. Per capire l'incolmabile differenza tra l'oggi e quel passato prossimo (sono trascorse appena quattro generazioni), giovano le opere finaliste del Premio Acqui Storia 2020, le cui giurie si valgono di studiosi di valore (Maurilio Guasco, Francesco Perfetti, Massimo De Leonardis, Giuseppe Parlato, Giordano Bruno Guerri...), per limitarci alle sezioni scientifica e divulgativa. Tutte insieme le cinquine delle opere finaliste invitano a entrare nei meccanismi complessi della storia contemporanea (dal Settecento alla metà del Novecento) e a cogliervi le premesse dell'età presente per intenderne sintassi e grammatica. 
In La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici, briganti, 1860-1870 (Laterza) Carmine Pinto conduce al centro del groviglio internazionale nel cui ambito nacque e si consolidò la Nuova Italia. Anche nel 150° della proclamazione del Regno (2011) studiosi insigni, come Domenico Fisichella, sintetizzarono l'intricata trama durata dall'età franco-napoleonica alla proclamazione del Regno (14/17 marzo 1861) nella formula “Miracolo del Risorgimento”, per tale intendendo un evento capace di concretare le speranze, le attese, i voti di moltitudini che si erano spesi per la sua realizzazione. Affinché l' “idea” divenisse “realtà” occorreva una forza catalizzante. Nel caso Italia, essa si identificò con l'allora quarantenne Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878), che nel volgere di pochi mesi da sovrano dei cinque milioni di abitanti dello Stato sardo divenne Re dei 22 milioni di italiani, avallato da richieste di annessione e plebisciti confermativi.
   Con obiettività, Pinto va al di là delle sterili contrapposizioni tra Borbonia Felix e famelici “piemontesi” (evita accuratamente di menzionare l'autore di Terroni) e ricorda che il vero demiurgo del pacifico transito da Francesco II di Borbone al regime garibaldino fu Liborio Romano, nativo di Patù, presso Santa Maria di Leuca. Liberale, massone, già carcerato politico, esule e ministro dell'Interno del re delle Due Sicilie, come narra il suo biografo Nico Perrone egli giocò abilmente Francesco II e persino Camillo Cavour e il suo agente a Napoli, l'ammiraglio Carlo di Persano, e propiziò il pacifico trionfo del “Fratello” Giuseppe Garibaldi. 
   Lasciata dov'è la fatua retorica dei primati delle Due Sicilie, dall'opera di Pinto emerge in via definitiva quanto fu chiaro ai protagonisti stessi. I Borbone (come bene scrive l'autore, a differenza di quanti preferiscono “Borboni”) erano ormai ristretti nella sola Spagna, uno Stato lacerato da feroci e inestinguibili guerre dinastiche, più clericale di Pio IX, con una sovrana screditata e una dirigenza abbrutita e incapace. Francesco Giuseppe d'Austria non poté neppure sognare di accorrere a sostegno del cognato, Francesco II, perché avrebbe dovuto attraversare i domini di Vittorio Emanuele II (questi ormai includevano Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche), mentre era ormai fuori portata il residuo Stato Pontificio. Prima che in Sicilia e al Volturno e che i sabaudi da Isernia entrassero in Campania forzando il passo del Macerone, “Franceschiello” fu sconfitto a Solferino e a San Martino nel giugno 1859, dalle annessioni e a Castelfidardo, ove le truppe di Pio IX vennero sbaragliate da Enrico Cialdini. Pinto giustamente ricorda quanti insigni meridionali da decenni si battessero per l'Unità: Carlo Poerio, Silvio e Bertrando Spaventa, Giuseppe Pica, Giuseppe Pisanelli, Pasquale Stanislao Mancini, che ebbe allievo Giolitti all'Università di Torino, Francesco De Sanctis, filosofo ancor più che storico della letteratura italiana.  Sull'altro fronte erano l'arcivescovo Sisto Riario Sforza, che, come decine di vescovi e alti dignitari ecclesiastici del regno, fu sbrigativamente cacciato da Napoli perché tramava contro il nuovo governo. 
Il miracolo dell'Italia unita: oltre le divisioni
Il vero miracolo non fu la rapida sequenza di mosse politiche, diplomatiche e militari sublimata nella proclamazione del regno, ma la sua difesa da ogni insidia interna e internazionale. Il grande brigantaggio dilagante in tanta parte del Mezzogiorno tra il 1861 e il 1866, con strascico sino al 1872, costituì una spina nel fianco, estratta con metodi drastici dettati da chi, come Cialdini e il generale e ministro della Guerra del governo Cavour, Manfredo Fanti, avevano alle spalle la guerriglia in Spagna. Sapevano come condursi:“A brigante, brigante e mezzo”. Militari come Emilio Pallavicini di Priola capirono che il brigantaggio andava estirpato non solo col cordone sanitario tra il Napoletano e il Lazio di Pio IX, che ospitava e trattava regalmente Francesco II e sua moglie, Maria Sofia, e i loro paladini (José Borjes, Rafael Tristany...), ma facendo spietatamente terra bruciata attorno ai rivoltosi, finanziati dall'estero e con rapine e riscatti, declassandoli a criminali (quali del resto erano).
  In quel decennio, il regno d'Italia trasferì la capitale da Torino a Firenze e infine a Roma, espugnata il 20 settembre di 150 anni orsono, vinse al tavolo della pace la guerra italo-prussiana contro l'Austria del 1866, unificò i codici (opera soprattutto di giuristi meridionali) e accelerò l'allestimento di infrastrutture in regioni che non avevano un chilometro di strada ferrata e la cui popolazione era analfabeta anche al 90%. Certo si può vivere di pane amore  e fantasia, ma così si esce dalla Storia. Può farlo un poetino, non una classe politica. La decrescita felice e l'elemosina di sussidi alle masse per mera esistenza in vita non sono solo smargiassate elettorali ma crimini ai danni delle generazioni venture, perché condannano gli italiani a ruolo subalterno perpetuo, da accattoni dimentichi del fior fiore di economisti e di politici di rango (Bettino Ricasoli, ora biografato da Christian Satto, pregevole concorrente all'Acqui Storia, Giovanni Lanza, Quintino Sella, che conseguì il pareggio di bilancio di esercizio), che ne propugnarono unità, indipendenza e libertà.    
In quello stesso decennio la Terza Italia dovette fronteggiare anche altre insidie: cospirazioni mazziniane, insurrezioni, come quella di Palermo del 1866, repressa ruvidamente dal giovanissimo sindaco marchese di Rudinì, l'epidemia colerica del 1867, infinitamente più devastante rispetto all'odierna endemia covid-19, e le due stravaganti alzate d'ingegno di Giuseppe Garibaldi, promotore della spedizione “Roma o morte” nell'estate 1862 e di quella tragicamente naufragata a Mentana nel novembre 1867 (ne hanno scritto il rimpianto Romano Ugolini e Cristina Vernizzi). 
   Lo Stato resse. Mostrò di sapercela fare e nel 1867 ottenne il pieno riconoscimento nella Comunità internazionale, alla pari con quelli esistenti da secoli. In pochi anni si dotò di esercito di leva, marina di prim'ordine, rete ferrostradale, servizi postali e telegrafici d'avanguardia, scuole (dal 1877 l'istruzione elementare divenne obbligatoria e gratuita), ospedali... 
L'Italia in 150 anni d'Europa 
   Corroborato da una dirigenza che credeva nell'Italia, lo Stato crebbe come attestano i censimenti decennali. Certo rimase indietro rispetto alla Gran Bretagna, alla Prussia e alla Francia che, dopo il crollo di Napoleone III (1870), fu animata da Una certa idea di Repubblica da Gambetta a Clemenceau, garibaldino e democratico il primo, ipernazionalista il secondo (detto “il Tigre”per la sua veemenza aggressiva), entrambi figli della “Grandeur” e anticipatori della “monarchia repubblicana” di Charles De Gaulle, come bene argomenta Luigi Compagna nel brillante saggio finalista dell'Acqui Storia (ed. Carocci). 
   A sua volta, la forza dell' “idea di Italia” si manifestò anche nella sventura. Lo documenta la vastissima ricerca condensata da Mario Avagliano e Marco Palmieri nell'opera sino a oggi migliore dedicata a I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz'armi (1943-1945) (ed. il Mulino), altro finalista dell'Acqui. Al di là del “rifiuto di massa” di aderire alla Repubblica sociale italiana, della opzione di una minoranza di accettarne la divisa per disparati motivi (anzitutto tornare in Italia, salvo passare nella Resistenza), e della spesso tragica vita nei lager, l'opera documenta aspetti poco noti, compresi i rapporti tra i 650.000 IMI e la popolazione germanica, il loro non facile rientro in patria e il reinserimento nella vita quotidiana, tra incomprensioni e ostilità. Analoga e talvolta peggiore sorte toccò a tanti altri prigionieri di guerra, in specie in Unione sovietica, ove, aveva scritto ruvidamente Palmiro Togliatti, la loro morte per stenti sarebbe stata una lezione per defascistizzare gli italiani (lo ha ricordato Aldo G. Ricci nel mensile “Storia in Rete”, luglio-agosto). 
Il “fratello” Concetto Marchesi nell'Opera di Luciano Canfora
  Togliatti torna in molte pagine dell'opera di Luciano Canfora Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza), poderosa non solo perché di oltre mille pagine ma per la vastità della ricerca e la profondità dei giudizi. Tra i rari storici italiani spazianti con padronanza dall'antichità classica alla contemporanea (valgano d'esempio La democrazia. Storia di un'ideologia e L'uso politico dei paradigmi storici), Canfora percorre  minutamente la vita di Marchesi (schedato quale “sovversivo” sin dalla giovinezza, principe dei classicisti, Rettore dell'Università di Padova ove gli subentrò Carlo Alberto Biggini, al centro di un ottimo capitolo), militante  del Partito comunista e suo deputato alla Costituente. Marchesi votò contro l'inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione della Repubblica, come Teresa Noce, moglie di Luigi Longo. Canfora calibra quella coraggiosa decisione di Marchesi alla luce dell'elogio che poi egli scrisse del massone Silvio Trenti, così epigraficamente suggellato: “Onore a te, fratello. Onore a te che non ci lasci più, e resti fermo e costante nell'animo nostro che a volte vacilla e si stanca”.
   Il “sogno di un'Italia libera” è anche al centro del quinto volume finalista nella sezione scientifica dell'Acqui Storia, L'intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg (ed. Neri Pozza-Bloom). Angelo D'Orsi, autore di molti saggi sulla cultura a Torino tra le due guerre, intellettuali del Novecento e Gramsci (di cui ha scritto una nuova biografia per Feltrinelli), vi condensa precedenti studi preparatori. Testimone della libertà critica dell'umanista, militante di “Giustizia e Libertà”e del Partito d''Azione, Ginzburg si staglia “a un'altezza ideale e politica non minore di quella dei grandi”, come osservò Leo Valiani in una lettera a D'Orsi, a giudizio del quale staremmo vivendo “tempi in cui il fascismo sembra tornare cupamente d'attualità”: una sensazione sua, poco condivisa.
Gennaro Sangiuliano: lo spettro incombente del confucianesimo
  Anziché il supposto “fascismo” (quale?), molti altri e cogenti sono in realtà i problemi con i quali l'Italia attuale e l'Unione europea, di cui è “provincia”, oggi debbono misurarsi, a giudizio delle opere finaliste nella sezione divulgativa dell'Acqui Storia. Vi torneremo. Basti qui accennare all'acuto studio su Il nuovo Mao. Xi Jinping e l'ascesa del potere nella Cina di oggi di Gennaro Sangiuliano (ed. Mondadori), autore di fortunate opere su Hillary Clinton, Vladimir Putin, Trump e, eccellente, su Giuseppe Prezzolini. Il disegno complessivo della Cina contemporanea, che si muove sulla scia della Lunga Marcia di Mao-Ze-dong, della violentissima Rivoluzione culturale e della modernizzazione attuata da Deng Xiao Ping è incardinato sul “dogma culturale del confucianesimo”, apparentemente “neutro” dinnanzi a interrogativi posti nei millenni dal pensiero greco-latino e poi cristiano. I cinesi  in realtà mirano all'egemonia planetaria dall'Africa all'Europa medesima, che essi stanno comperando al minuto e all'ingrosso, in attesa di passare all'incasso finale: il dominio culturale, accompagnato (come si vede a Hong-Kong e nello stesso sub-continente cinese) dalla brutale repressione di ogni forma di dissenso, politico e religioso, e di minoranze etniche scomode.  
   A cinquantatré anni dalla fondazione, l'Acqui Storia nato per rievocare la tragedia della  Divisione Acqui a Cefalonia nel settembre 1943 si conferma il premio storiografico più prestigioso e ambìto. Non per caso in un anno segnato da enormi difficoltà per l'editoria e dal forzato rinvio di eventi come il Salone del Libro di Torino, di convegni e dibattiti culturali (prima i bar e i ristoranti, i centri estetici per ominidi e altri animali, secondo i famigerati Decreti del presidente del consiglio dei ministri) i concorrenti sono stati ben 168: un primato eloquente.
   Domenica 13 settembre si annuncia un “gran finale”.
Aldo A. Mola 

DIDASCALIA: “E pluribus unum...”. Se vale per gli Stati Uniti d'America, perché non dovrebbe valere per un Paese che ha duemilacinquecento anni di storia qual è 'Italia?
Dipinto di Gioacchino Toma (Galatina, 1836-Napoli, 1891), Piccoli garibaldini (Bergamo, proprietà Davide Cugini). I due bambini della Nuova Italia guardano e salutano Vittorio Emanuele II e Garibaldi. 

PREVENIRE IL CAOS
ATTUALITÀ DELLO STATUTO ALBERTINO (1848)

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 luglio 2020, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Busto in marmo di Re Carlo Alberto. Già nel Palazzo Civico di Saluzzo (donato dal Re alla città), dopo l'avvento della repubblica venne gettato a capofitto nelle cantine del museo di Casa Cavassa e lì giace, scheggiato e dimenticato. L'iconoclastia non è solo di questi giorni.    Il fardello della classe dirigente
Non è vero che “gli italiani” non sappiano decidere. Farlo, però, non tocca ai “cittadini” ma a chi ha e deve esercitare il Potere: dal Capo dello Stato al governo e alla dirigenza, sia quella favorevole all'immobilismo o persino alla reazione, sia quella che si erge a interprete del cambiamento e propugna le “riforme”. Il comune cittadino ha informazioni, opinioni, pulsioni, ma non possiede tutte le cognizioni necessarie e sufficienti per tradurre le sue personali aspirazioni in decisioni valide ed efficaci “erga omnes”. Questo compito spetta a chi riveste cariche pubbliche (munera, dicevano i romani), in corrispondenza e proporzione con la sua posizione. 
   E' comunque chiaro che in un sistema parlamentare (qualunque sia la forma dello Stato, monarchia o repubblica) a decidere non è, non può essere “un uomo solo al comando”, se non in  preda a delirio di onnipotenza. Men che meno in regime costituzionale il presidente del Consiglio può pretendere di riprendere il sentiero sassoso dei decreti “motu proprio”, già sonoramente bocciati da tutti i costituzionalisti e, ciò che più conta, dall'opinione della stragrande maggioranza dei cittadini, esasperati da misure coercitive e vessatorie, tipiche di sistemi autocratici.  
   Certo, governare non è mai stato facile. Ma non dovrebbe essere impossibile in una democrazia parlamentare quale l'Italia odierna sin dall'adesione alla Nato consentì “a condizione di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11 Costituzione), mettendosi così al riparo dal rischio di aggressioni e di iniziative stravaganti o autolesionistiche del proprio governo pro tempore o del suo presidente. Perciò la dirigenza (a tutti i livelli) dovrebbe prendere atto a viso aperto della cornice entro la quale l'Italia può muoversi e renderne edotti i cittadini con parole chiare, fatti alla mano. Far credere ai cittadini che lo Stato possa decidere liberamente la propria politica estera e militare e, di conseguenza, quella interna (finanziaria, economica e sociale, a tacere dell'istruzione pubblica) significa alimentare la credulità popolare con promesse da “frate Cipolla”. Questa è purtroppo la linea del governo attuale, che raggira quotidianamente al Paese. Tale condotta ha una spiegazione: far credere agli italiani di potersi permettere il lusso di mandare in Parlamento persone del tutto impreparate, spesso sprovvedute e giullaresche, manifestamente ignare della pesantissima responsabilità che grava sui “politici”, anche quando siano chiamati a fare i proconsoli di Bitinia (come Plinio il Giovane) anziché a reggere un impero (come Marco Ulpio Traiano, al quale Plinio chiedeva consigli per svolgere la propria parte).
   Per meglio comprendere la distanza abissale tra tanta parte del “ceto politico” che attualmente governa e amministra l'Italia e la grandezza di una dirigenza vera giova ricordare quanto avvenne nel 1846-1848 nello “spazio Italia” che il cancelliere imperiale austriaco Clemens von Metternich liquidò come “espressione geografica”. Quel “Quarantotto” per l'Italia fu l'anno della grande prova, ben più impegnativa e complessa di quelle vissute durante e subito dopo la partecipazione alla Prima e alla Seconda Guerra mondiale, le due fasi della Guerra dei Trent'anni del secolo scorso. Dopo il 1918-1919 l'Italia visse i postumi di un trauma i cui precisi termini sfuggono alla percezione comune perché oggi è difficile calarsi nella tragedia di un Paese avvolto nel lutto (un milione e mezzo di morti per causa di guerra e per l'epidemia di febbre detta “spagnola”) e prostrato dalle indicibili sofferenze dei mutilati e dei feriti (curati come all'epoca si sapeva e si poteva) e di quelle dei milioni di combattenti smobilitati nel difficile passaggio dalla produzione di guerra a quella di pace, in un'Europa sconvolta da crolli di istituzioni secolari e da rivoluzioni politiche e sociali. La patetica retorica di Giuseppe Conte sulla pandemia da covid-19 e persino le previsioni di guai nel prossimo autunno, ventilate dal Viminale quasi a scanso di colpa, dànno la misura della modestia della memoria storica di chi al governo è arrivato non per libera scelta degli elettori  ma suffragio  per designazione di “cupole” partitiche e da “piattaforme” estranee alla democrazia parlamentare, sensibili a interessi non sempre coincidenti con il bene comune.
Le lunghe barbe del Quarantotto
Il Quarantotto fu altra cosa. Il suo frutto più durevole scaturì sulla primavera. Maturò il 4 marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia promulgò lo “Statuto organico” del regno di Sardegna, rimasto formalmente valido anche dopo il cambio della forma dello Stato d'Italia (19 giugno 1946): sino al 1° gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Nell'impossibilità di rievocarne analiticamente genesi e contenuti, studiati da oltre un secolo e mezzo da costituzionalisti e storici di vaglia come Carlo Ghisalberti e Gian Savino Pene Vidari, va ricordato che esso sintetizzò due opposte esigenze.
   Nel Preambolo il Re affermò di aver deliberato gli 84 articoli della Carta “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del (suo) cuore” per “conformare” le sorti dei regnicoli “alla ragione dei tempi, agl'interessi e alla dignità della Nazione”. Lo Statuto, tuttavia, venne definito “legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia”. Il Re sottoscrisse, seguito dai ministri (Borelli, Avet, De Revel, Des Ambrois, E. di San Martino, Broglia, C. Alfieri). Così vincolò sé e impose ai successori di giurare fedeltà alla Carta al loro insediamento.
   Re “per grazia di Dio”, Carlo Alberto lasciò trasparire che lo Statuto, deliberato “di sua certa scienza, Regia autorità e avuto il consenso del suo Consiglio”, fosse nato anche su sollecitazione esterna (“in mezzo agli eventi straordinari che circondavano il paese”), al di là della sua propria ed esclusiva volontà, fermamente rivendicata nel Preambolo. In tal modo veniva tacitata l'avversione di quanti (anzitutto gran parte del clero, avverso al teologo Vincenzo Gioberti) lo ritennero cedimento della Monarchia alla pressione di forze ostili alla Tradizione. In realtà, come ampiamente documentato e argomentato da Narciso Nada nell'insuperata storia del regno di Sardegna, il cinquantenne Carlo Alberto aveva percepito e assecondato da tempo la “svolta” anche prima dell'8 febbraio 1848, quando vennero “proclamati” (non semplicemente “annunciati”) i 14 capisaldi della “costituzione” ventura.
   Questi erano il punto di arrivo di un processo per molti aspetti maturato e già tradotto in regi decreti dall'anno precedente. Sarebbe lungo ripercorrere i passi compiuti dal sovrano per dare corpo formale al mutamento del rapporto tra Corona e regnicoli sin dall'inizio degli Anni Quaranta: un cammino scrupolosamente osservato e documentato da molti suoi protagonisti, come Massimo d'Azeglio, diffidente delle sue recondite intenzioni anche quando il Re lo abbracciò assicurandogli che, giungendo l'ora, avrebbe messo se stesso, i figli e i beni a disposizione della libertà dell'Italia. A sua volta Luigi Francesco Des Ambrois de Nevache annotò che nel corso degli anni, non dall'oggi al domani, Carlo Alberto si era circondato di una élite di uomini abili, capaci e decisi, “che seppero svuotare lo Stato dall'interno dei suoi contenuti più arcaici, seppero trasformarlo da Stato militare e semifeudale a Stato moderno e civile”, preparandolo a divenire Stato nazionale.
   Il 1847 fu scandito da eventi premonitori, mentre l'intera Europa viveva agitazioni e persino la quieta Svizzera fu sconvolta dal conflitto armato tra liberali e cattolici. Quasi a coronamento dei Congressi degli Scienziati Italiani, fra il 30 agosto e il 3 settembre si svolse a Casale Monferrato il Congresso Agrario promosso da Pier Dionigi Pinelli (1804-1852), direttore di “Il Carroccio”. Il conte di Castagnetto, suo “portavoce”, vi lesse l'impegnativa lettera di Carlo Alberto, pronto a battersi per l'indipendenza dell'Italia.
  Nel Consiglio di Conferenza del 30 ottobre 1847 Carlo Alberto sanzionò il nuovo codice di procedura penale e altre importanti riforme giudiziarie e annunciò l'elettività dei consigli comunali e provinciali, regolamentata con il Regio Editto del 27 novembre che sancì il gradimento da parte della Corona del “lavoro che da tempo si stava preparando” per stringere i vincoli tra la monarchia e una dirigenza diffusa. Migliaia e migliaia di cittadini sarebbero stati scelti dagli elettori quali propri rappresentanti per amministrare i loro interessi generali in una stagione caratterizzata dall'espansione rapidissima delle infrastrutture (strade, ferrovie, nuovi canali irrigui), del sistema bancario (anche con la moltiplicazione delle casse di risparmio) e dell'informazione. Le regie patenti sull'elettività dei consigli locali si accompagnò infatti a quelle sulla libertà di stampa, già precedute dalla nascita di periodici politici influenti e in breve salutate dalla proliferazione di nuove testate, protagoniste del dibattito culturale e politico.
In pochi mesi il regno di Sardegna mutò volto, prima che a Palermo scoppiasse la rivoluzione del 12 gennaio 1848 e che il 24 febbraio a Parigi venisse cacciato Filippo d'Orléans e fosse proclamata la seconda Repubblica, di lì a poco presieduta dal poeta Alfonso Lamartine.
Lo Statuto, pilastro della monarchia rappresentativa  
Tra l'ottobre 1847 e la fine del gennaio 1848 crebbero di intensità le pressioni dei fautori di un mutamento più profondo e netto, da realizzarsi mediante la promulgazione della costituzione: cortei, manifestazioni, banchetti politici (a imitazione di quelli in uso in Francia: fu il caso dei commercianti con la partecipazione di Camillo Cavour; dei mastri e garzoni carrozzai, presente Roberto d'Azeglio…) e “feste” apparentemente spontanee, ma di fatto organizzate e tollerate da chi ne aveva bisogno per accelerare la svolta dalla monarchia amministrativa e consultiva a quella propriamente rappresentativa, precorsero il “congedo” del conte Clemente Solaro della Margarita da segretario di Stato per gli Affari Esteri e del marchese di Villamarina da ministro di Guerra e Marina.
  Il 4 novembre 1847 il conte Ilarione Petitti di Roreto scrisse a Michele Erede: “I retrogradi sono avviliti. Primo d'essi il conte La Torre, in casa del quale da alcuni giorni si piange e si prega, non però Pio IX. I Gesuiti non si vedono più”. Il “cambio” mutò rapidamente volto. Dopo l'elettività alle cariche amministrative, furono posti al centro antichi diritti di libertà, destinati a fare del Regno di Sardegna lo Stato guida del processo di unificazione nazionale. In primo luogo la piena libertà di culto e la parità dei diritti civili e politici dei cittadini non cattolici, anzitutto i valdesi e protestanti in genere, poi gli israeliti, e, di concerto, l'offensiva contro la Compagnia di Gesù, elevata a simbolo della reazione antiliberale.
   All'inizio del gennaio 1848 circolò voce che il Re stesse per istituire una Consulta di Stato con voto deliberativo e decretare la responsabilità dei ministri nella gestione degli affari dei dicasteri loro affidati, l'emancipazione degli israeliti, la diminuzione del prezzo del sale, la guardia civica, un'amnistia (per reati “politici”) e l'espulsione dei gesuiti dal regno.
Il Consiglio di Conferenza (istituito il 1 maggio 1815 e ulteriormente regolamentato il 9 ottobre 1841) su sollecitazione del ministro dell'Interno, conte Borelli, prese in esame la “crisi politica” del regime ormai al bivio: precorrere le pressioni con l'emanazione di una costituzione od opporvisi con tutti i rischi conseguenti. Nel primo caso, bisognava preparare tutto “avec le plus de dignité possibile pour la Couronne, avec le moins de mal possibile pour le pays. Bisogna concederla, non farsela imporre: dettare le condizioni, non subirle...”.
   Dopo il già ricordato Proclama dell'8 febbraio, il Consiglio di Conferenza iniziò una corsa contro il tempo: “préparer lo Statut organique et les différents lois qui s'y rapportent, entre autres la loi electorale, la loi sur la presse et celle concernante la Milice Communale”.
Per arginare, il 17 febbraio il Consiglio fissò per il 27 successivo la festa per le nuove “concessioni accordate dal Re”, tra cui spiccano le Lettere patenti che da quel medesimo giorno riconobbero ai valdesi tutti i diritti civili e politici. 
   Lo stesso 17 febbraio il Consiglio iniziò l'esame dello Statuto organico (sempre in francese, ma il testo della Carta fu scritto in italiano, come risulta dai verbali redatti dal conte Radinati), a cominciare dalla successione al trono, “que l'on a cru devoir laisser régler par la loi salique selon les principes fondamentaux de l'Etat”. La monarchia di Savoia era e rimaneva incardinata sulla successione di maschio in maschio e sulle Regie Patenti che subordinavano le nozze dei componenti della Casa all'assenso del sovrano: leggi immutabili, come Umberto II scrisse ripetutamente al figlio, mettendolo in guardia dalle conseguenze perpetue della loro violazione.
   Devoto alla Tradizione e sicuro di essere strumento della Provvidenza, l'“italo Amleto” (quale Carlo Alberto fu appellato da Giosue Carducci nell'ode “Piemonte”) firmò.  Decise la storia. Saldò con i nodi di Savoia la monarchia sabauda e le onde tumultuose di un'Italia nel pieno di trasformazioni politiche: le Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo), che cacciarono gli Austriaci; la fuga  di Francesco V d'Asburgo da Modena, quella di Carlo Ludovico II di Borbone da Parma e Piacenza. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiarò guerra a Ferdinando II d'Asburgo, imperatore né romano, né sacro, ma d'Austria, che di lì a poco passò la mano al nipote, Francesco Giuseppe. Con i plebisciti del 29 giugno Milano e Piacenza vollero Carlo Alberto Re statutario. Da un capo all'altro l'Europa era sconvolta da insurrezioni e rivoluzioni. In febbraio Karl Marx e Friedrich Engels pubblicarono il “Manifesto del partito comunista”. Lo stesso anno comparve l'opera più importante di John Stuart Mill. Da poco Louis Blanc (fautore degli Ateliers Nationaux: sempre meglio che l'elemosina per esistenza in vita, spacciata come “reddito di cittadinanza”) e Jules Michelet iniziarono a pubblicare le rispettive storie della Rivoluzione francese, mezzo secolo dopo “i fatti”.
  Lo Statuto albertino sopravvisse alla sconfitta militare del Regno di Sardegna (lasciato solo da alleati fedifraghi: Pio IX, Ferdinando II di Borbone, Leopoldo II di Asburgo-Lorena..) e all'avvicendarsi di sette governi in meno di due anni (Balbo, Casati, Alfieri, Perrone, Gioberti, Chiodo, de Launay), al ripetuto scioglimento della Camera, alla “brumal Novara” (23 marzo 1849), all'esilio del Re, morto ad Oporto a fine luglio. Dieci anni dopo suo figlio, Vittorio Emanuele II, entrò vittorioso in Milano e a fine 1870 in Roma, ove rievocò il Magnanimo genitore e celebrò l'unione tra istituzioni e “popoli d'Italia”. La base dell'Unità nazionale era antica e nuova: venne fusa al calor bianco in sole quattro sedute del Consiglio di Conferenza, sempre presente Re Carlo Alberto, pallido, assorto, attento a ogni parola, conscio di avere sulle spalle non solo otto secoli e mezzo della sua Casa ma il suo ruolo nella costruzione della Nuova Europa, con equilibrio, lungimiranza e determinazione, “a qualunque costo”. Lo Statuto durò cento anni. La Costituzione vigente ne ha 72. Il caos politico, economico e sociale ci ricorda che la Storia è sempre questione di classe dirigente, della sua capacità di coniugare istituzioni e cittadini. 
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Busto in marmo di Re Carlo Alberto. Già nel Palazzo Civico di Saluzzo (donato dal Re alla città), dopo l'avvento della repubblica venne gettato a capofitto nelle cantine del museo di Casa Cavassa e lì giace, scheggiato e dimenticato. L'iconoclastia non è solo di questi giorni. 

CONSERVARE L'ITALIA
TRA CORTOCIRCUITI E AUTOCOMBUSTIONE

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 luglio 2020, pagg. 1 e 11. 

DIDASCALIA: Anziché nelle “chiare, fresche e dolci acque” cantate da Francesco Petrarca l'Italia rischia di “finire a bagno” in acque fangose e puteolenti (Rembrandt, Donna al bagno)Presto cadono le foglie per l'inconcludenza del Governo
   L'Italiarischia grosso entro poche settimane. Le foglie cadranno prima che arrivi l'autunno. Affannati a rincorrere gli scandalosi ritardi che essi stessi causano, ministri, parlamentari e “partiti” vari non vedono o fingono di non vedere la realtà. Sul Colle più alto, però, non possono non sapere e prima o poi qualche “segnale” dovranno pur mandare. Partiti, movimenti, cartelli, gruppetti sorgono da iniziative spontanee o spintanee: sono il cosiddetto sale della democrazia ma rimangono fuori dalla portata dei poteri istituzionali. Il governo invece no. Il presidente del Consiglio non nasce per partenogenesi. È nominato dal Capo dello Stato, che poi nomina ministri e sottosegretari le persone  designate dal presidente del Consiglio al termine di defatiganti nozze alchemiche tra le correnti nelle quali sono spappolati partiti e movimenti.
Ordinariamente le persone si ripartono secondo l'antica massima: “Non fare domani quanto potresti fare oggi”. È la regola dell'Europa occidentale, protagonista delle grandi esplorazioni di terra e di mare, di rivoluzioni industriali, dell'accelerazione delle scienze e delle loro applicazioni in ogni aspetto della vita quotidiana. Altri adottano la regola opposta: “Non fare oggi quel che potresti fare domani”. Non per riservare la giornata alla meditazione, in attesa dell'estro che dà ala a nuove invenzioni, ispirate dai passi all'indietro non meno che da quelli in avanti, ma per inclinazione all'ignavia: “quieta non movere”. Lo osservarono tanti antropologi tra Otto e Novecento: il “progresso” è come certe processioni propiziatorie: ogni due passi innanzi se ne fa uno all'indietro. O uno di lato, come i portatori del Cristo Re quando nella sosta prendono forza e innalzano su una sola mano il pesantissimo Crocifisso mentre cantano “El novio de la Muerte”.
Se la persone sono libere di scegliere l'una o l'altra di tali  regole di condotta (e di cambiarla quando vogliono), vi è però la terza opzione: “Non fare domani quello che devi fare oggi”. Questa è, deve essere, la norma della “politica”: cogliere le urgenze e al tempo stesso individuare le mete lontane,  decidere e fare, non tanto per fare, bensì con lungimiranza. Da anni però il dover fare è la regola ignorata dai governi, privi di capacità di sintesi. Le legislature si sono susseguite tra inerzia accidiosa e tenzoni nutrite di riserve, rivalse, veleni, con discredito di Poteri (governo, Camere) e di Ordini (è il caso della magistratura: i più trovano difficoltà a distinguere le moltissime “mele sane” dalle “marce”, anche perché lo sfrido viene continuamente rinviato).
La carenza di educazione politica di tanta parte dell'attuale rappresentanza parlamentare ha fatto smarrire la distinzione tra Governo e Stato, tra partiti e interessi generali permanenti dei cittadini, sempre più indignati dinnanzi alla colpevole assenza di chi deve provvedere. La paralisi ormai permanente della circolazione autostradale tra Lombardia e Piemonte verso la Liguria è la punta dell'iceberg del fallimento del governo, inetto, avulso dalla realtà e comprensibilmente identificato con lo Stato, tacito, assente, esoso e direttamente o indirettamente connivente con chi fa vivere male i cittadini. Sino a quando sopporteranno?  
Un governo arrogante e inconcludente  
L'attuale Esecutivo nacque dall'emergenza: la decisione di Matteo Salvini di sfiduciare il presidente Conte, cioè il governo in carica (e quindi se stesso, pur senza dimettersi) per ottenere elezioni immediate. Allo svarione istituzionale si aggiunse l'infelice aspirazione a “pieni poteri”. Fece rizzare i capelli anche a chi apprezzava altri aspetti della sua azione e indusse a fare “tutto quello che occorre” per tenerlo fuori da qualsiasi futura combinazione governativa. Così nacque la coalizione attuale, destinata a non durare se non a prezzo di non fare nulla di decisivo. Che cosa hanno di accomunante gli anti-sistema del Movimento Cinque Stelle e la parte meno incolta, più  responsabile e strutturata del Partito democratico? Niente. Quale collante unisce gli estremisti accampati sotto la sigla “Liberi e Uguali”, nati per scissione dal PD, e i parlamentari grillini? Nulla, anche se talora convergono. Il mastice del Governo attuale è il rinvio delle scelte a fronte dei pronunciamenti elettorali di alcune regioni, niente affatto omogenei. Nel frattempo l'Esecutivo ha tirato a campare, senza risolvere nessuna delle grandi e piccole “partite” aperte da anni, e pertanto è guardato con sospetto dalla Commissione dell'Unione Europea. 
D'improvviso in suo soccorso è piombata l'emergenza sanitaria della covid-19: una macabra “opportunità”. Il 31 gennaio 2020 Conte chiese qualche cosa di molto simile ai “pieni poteri” sino al 31 luglio (non ci siamo ancora arrivati), salvo prolungamento al 30 gennaio 2021. Al tempo stesso, con la connivenza di virologi e “scienziati” vari, dichiarò che non vi erano pericoli gravi alle porte e che comunque tutto era pronto per fronteggiarli. Chiacchiere. Poi, a suon di decreti del presidente del consiglio dei ministri e di decreti-legge, l'ordinaria amministrazione fu sostituita da misure “di emergenza”. Conte si appellò nientemeno che al “giudizio della storia”. La quale dirà.... Conte è un campione di arroganza, di inconcludenza e di vanità.
Indifferente alle interpretazioni letterarie e dolciastre della loro temporanea forzata dhimmitudine, appena ha potuto mettere piede fuori casa non solo per correre alle edicole (il crollo delle vendite dei quotidiani certifica l'opposto) o in farmacia o ad accompagnare animali domestici per far fuori i loro bisogni, la stragrande maggioranza dei cittadini ha risposto come le reclute appena uscite dalle caserma al “rompete le righe”. Ognun per sé sugli usati passi, verso navigli, rii, colli, lungomare... Successivamente, ogni volta che si è prospettata una nuova “zona rossa” è riecheggiato il secco monito di Oscar Scalfaro: “Non ci sto”. Non sarà facile imporre agli italiani nuove sottomissioni a “ordinanze” irragionevoli, al limite del capriccio, a farsi multare per motivi risibili, a farsi esporre al pubblico ludibrio e inseguire da elicotteri o veicoli in assetto di guerra solo perché stesi al sole. Va  anche ricordato che l'Italia è l'unico Paese ad aver chiuso le scuole a marzo e che il ministro della Pubblica Istruzione ha scaricato la responsabilità della loro riapertura su enti locali (anzitutto le Province, esangui fantasmi) e sui presidi; ma non è questa la sede per parlarne.
“Settembre”: l' “isola ecologica” della politica
A cospetto delle urgenze, delle decisioni non rinviabili e, anzitutto, del rispetto dei diritti civili e politici dei cittadini questo governo si è condotto come certe massaie alle prese con le “grandi pulizie” di casa. Dal corridoio in avanti, camera per camera, bagno dopo bagno ha fatto l'inventario di ciò che occorre tenere e di quanto va buttato. Ma ha lasciato tutto com'era. Ha rinviato. Così i rifiuti si sono ammassati. Ma prima o poi andranno smaltiti. Il governo (Conte-Lamorgese) ha individuato l'“isola ecologica”: il 20 settembre. Il rinnovo di consigli regionali e comunali scaduti da tempo è stato differito al 150° di Porta Pia: troppo presto per le regioni a vocazione turistica e comunque caratterizzate da clima ancora estivo; troppo tardi per comuni ormai in vesti autunnali. Dunque una data sbagliata, anche perché a ridosso della riapertura delle scuole (se e come, è tutto da vedere). Nella stessa data gli italiani, anche delle regioni e dei comuni non coinvolti da elezioni amministrative, sono chiamati a confermare o no la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200.
Questa “riforma”, nata dall'odio (non solo “grillino”) contro la politica, se approvata avrà conseguenze devastanti di lunghissimo periodo sul già esausto rapporto tra cittadini e istituzioni. 
Alcuni maggiorenti del PD hanno richiamato Conte ai “patti” tra soci del governo: l'avvio della nuova legge elettorale entro fine luglio in cambio del sostegno al referendum. Questo vuol dire mettere il carro avanti ai buoi. Se proprio necessaria, la futura legge elettorale andrà calibrata su due capisaldi: l'esito del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari (non scontato) e il disegno della nuova mappa dei collegi. Questa non è una variante dipendente dagli accordi tra partiti di governo, magari con apporti di qualche “manina” mirante a tutelare aspirazioni e/o privilegi di qualche “politico professionale”. I nuovi collegi vanno configurati sulla base di parametri rispondenti a criteri oggettivi: estensione del territorio, demografia, rete delle comunicazioni, un minimo di rispetto della tradizione storica per non recidere del tutto il rapporto, sempre più labile ed evanescente, fra elettori ed eligendi, oggi scelti non già dai cittadini ma  da camarille sovrastanti i partiti o tramite oscure macchine come la piattaforma Rousseau, estranea alla democrazia parlamentare: senza offesa per chi l'ha inventata e la domina, perché essa stessa si dichiara alternativa all'ordinamento costituzionale. D'altronde dal 1948 il legislatore non ha mai chiarito che l'art. 49 comporta di verificare la democrazia interna dei partiti, oggi del tutto elusa (come si vede dalle risate sarcastiche a ogni richiesta di verifiche congressuali e dalla espulsione dai gruppi per mancati versamenti di quote non dovute). Novant'anni fa la riforma ideata da Alfredo Rocco affidò al Gran Consiglio la determinazione dei “deputati”. Gli elettori dovevano prendere o lasciare. Come staremo dopo la riduzione dei seggi? Il libertà di scelta del rappresentante diverrà pura apparenz. La democrazia parlamentare rimarrà un ricordo del tempo che fu. 
Se vince la riduzione dei parlamentari, le Camere attuali sono screditate 
Quello che non si dice è però altro e più importante: in caso di conferma della riduzione dei parlamentari le Camere attuali saranno delegittimate, non solo per la continua indecente migrazione di deputati e senatori dall'uno all'altro gruppo, ma perché comunque agli occhi dell'opinione pubblica esse risulteranno abusive: quel che voleva il Grillo Parlante. A quel punto non resterà che tornare alle urne. E il Grillo, come nelle Metamorfosi, risulterà Cicala. Per cortocircuito nasce un'autocombustione che può incenerire l'intero regime costituzionale, a meno che qualcuno non azioni pompe anti-incendio sfiduciando il governo per fermare la crisi prima che tutto crolli.  
L'accorpamento al 20 settembre di votazioni eterogenee (referendum, rinnovo di consigli regionali e comunali) ha talmente abbassato il livello del confronto politico che dalle colonne del “Corriere della Sera” Paolo Mieli ha proposto quale (improbabile) panacea dei mali d'Italia l'accorpamento di PD e M5S alle regionali per arginare l'avanzata del centro-destra. In tal modo, però, la contrapposizione tra fronti verrebbe trasferita dal livello nazionale a quello locale (non solo regioni ma anche città metropolitane e comuni) proprio mentre si sta facendo strada la proposta di ritorno al sistema proporzionale, sia pure con qualche correzione in direzione maggioritaria, come quella del 1952, fallita con le elezioni del 1953. Spacciata come “legge truffa”, essa avrebbe salvato il centrismo e accelerato il distacco dei socialisti dal carro comunista. Poiché non tutti i fatti della storia sono notissimi, va ricordato che nel 1953 il PSI era ancora vincolato al Partito comunista italiano, stalinista, dal patto di “unità d'azione” e che nel 1948 si era presentato con il PCI nel Fronte popolare, che ne falcidiò la presenza in Parlamento o lo rese ancora più succubo e in parte inguaribile, come mostrarono i deputati socialisti che nel 1956 non si unirono alla deplorazione della repressione della rivoluzione d'Ungheria da parte dei carri armati sovietici (e perciò furono detti “carristi”).
Ma bene si comprende che la sinistra del Partito democratico voglia mettere alle corde Conte e costringerlo a un patto di ferro con l'ala ministeriale dei Cinque Stelle, per esorcizzare la assoluta necessità dei voti di Forza Italia e di altri gruppi “centristi” ( da +Europa a Calenda a Cambiamo di Giovanni Toti) per far approvare quel benedetto MES di cui l'Italia ha assoluto e urgente bisogno come dell'aria per respirare, senza attendere l'ingorgo di settembre.
La Storia non aspetta e la fame neppure. La somma di politici di professione, cresciuti nel mito del PCI, e di pentastellati (“deputati per caso”, ascesi a ministri, viceministri, sottosegretari) non promette nulla di buono, anche perché si somma alle velleità neo-nazionalista di chi continua a ragionare come se l'Unione Europea non esistesse, come se la Cina fosse colta da un raptus di filantropia a favore di Paesi dell'Occidente sui quali intende affondare le grinfie, aggiungendo, per esempio, il dominio sul porto di Trieste al possesso del Pireo. Quanti strillano per il timore della “troika” hanno idea di quanto fa la Cina a Hong-Kong? E dove guardano costoro mentre il Sultano Erdogan vuol ridurre Santa Sofia a moschea?
Tornare alla Memoria: salpare con Cristoforo Colombo 
La prospettiva dell'Italia è drammatica. L'equilibrio tra la ripresa produttiva, con l'avvio almeno delle opere pubbliche approvate e finanziate, e la legalità per ora ha trovato risposta con lo stralcio degli appalti dall'atteso e come sempre tardivo decreto legge sulla “Semplificazione” trascinato oltre ogni limite da Sua Emergenza. La Corte dei Conti ha detto più o meno quel che dell'Italia pensano all'estero: non si migliora il quadro civile abolendo i controlli indispensabili per separare l'affarismo (di per sé niente affatto immorale) dal malaffare (che è altra cosa).
A tenere insieme l'Italia non sono né il prof. Giuseppe Conte e il governo da lui presieduto, sempre più litigioso e inconcludente, né i partiti grandi e piccoli, tendenzialmente ringhiosi, ma quel poco che rimane della memoria nazionale, del culto della storia e del senso dello Stato. Ne scrisse ripetutamente Romano Ugolini, presidente dell'Istituto per la storia del Risorgimento, studioso di specchiata probità, con accorati appelli a ritrovare nel Risorgimento le radici profonde e la linfa perpetua dell'Italia contemporanea. L'unico grande patrimonio da mettere in campo nel dialogo che ci attende con la Commissione Europea e con gli Stati Uniti d'America, ai quali siamo legati da un'alleanza immodificabile e rivelatasi sommamente vantaggiosa in ormai oltre settant'anni, è l' “idea di Italia”, sorta e riaffermata con l'unificazione nazionale, coronata 150 anni fa con l'acquisizione di Roma capitale della Patria.
Da quel momento, con motivato orgoglio, la Nuova Italia rivendicò tutta la storia precedente, sin dall'età romana, e poté anche dirsi fiera dei tanti italiani che concorsero a creare la Civiltà del Rinascimento, ad alimentare le arti e le scienze degli Imperi e degli Stati del Vecchio e del Nuovo Continente. Mentre altrove alcuni pazzoidi ne abbattono le statue, va ricordato Cristoforo Colombo, da celebrare il prossimo 12 ottobre  nella Giornata nazionale a lui dedicata dalla Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 20 febbraio 2004, solitamente disattesa ma ora richiamata all'attenzione dal comitato “NessunotocchiColombo”, in difesa della memoria, della storia e della libertà.
Diversamente l'Italia “finisce a bagno”: in acque torbide e infette.
Aldo A. Mola

DIDASCALIA: Anziché nelle “chiare, fresche e dolci acque” cantate da Francesco Petrarca l'Italia rischia di “finire a bagno” in acque fangose e puteolenti (Rembrandt, Donna al bagno)

CONSERVARE L'ITALIA
ATTUALITA' DI FILIPPO TURATI

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 Giugno 2020, pagg. 1 e 11.
 

DIDASCALIA. Filippo Turati: il socialismo saggio ma indeciso a tutto. Il governo del plin-plin 
Conservare il poco che resta dello Stato d'Italia. Il governo indossa mascherine nere. Ultima moda, quella dei pirati. La ministra dell'“Istruzione” la usa di rado. Preferisce il rossetto. Questa è l'Italia del San Pietro e San Paolo 2020. Ha Capo dello Stato un ex ministro della Pubblica Istruzione. Eppure è l'Italia che ha preso sottogamba la Scuola, declassata a parcheggio multipiano con banchi a castello se i metri quadri non bastano a ospitare pupi e pupazzi. E se poi proprio occorresse, che vadano tutti in palestra (a studiare o a fare flessioni?), nei parchi (coperti?), nei musei (attenti: vi si aggira Vittorio Sgarbi!), sulle nuvole...
Ci sono volute le prime manifestazioni di presidi, docenti, genitori e ragazzi per far capire a Sua Emergenza  Conte e all'Aiutante Gualtieri che non si scherza con 10 milioni di cittadini coinvolti nell'odierno tritacarne della Pubblica Istruzione: da moltiplicare per quattro o cinque per via di genitori, madri costrette a lasciare il lavoro per occuparsi dei bambini, zii, nonni e via continuando. Quei 10 milioni per quattro sono gli unici che, a differenza del governo e della ministra, sentono a pelle che il fallimento della Scuola risucchierà l'Italia per un paio di generazioni.
Il fallimento del governo di leu-cociti, piddini (coacervo di detriti) e pentastellati (uno vale uno, tutt'insieme sommano zero) certifica che l'Italia è sull'orlo dell'abisso. Il governo in carica dura solo perché nessuno vuole ne vuole davvero l'eredità: una somma di passivi, a cominciare, appunto, dalla Pubblica istruzione. Caso mai ve ne fosse bisogno, ricordiamo che l'Italia è il fanalino di coda per investimenti nella Scuola e nella ricerca, cioè per il “futuro”. E' ridotta a vestibolo di vecchi e di badanti, sorvegliato da sbadati.
Alla radice della crisi in corso da ormai molti decenni vi è quella della “cultura”, retrocessa a mix di gastronomia, paesaggio, addobbi, acconciature.  Mera apparenza. Usa e getta. Tanto entra, tanto esce: plin-plin e plon.plon...
Il governo dell'auricolare
Quando il governo non sa decidere che cosa fare ascolta. E' un Esecutivo auricolare. Non per caso all'Istruzione ha una ministra che arriva dalla città dell'Orecchio di Dionisio. Un tiranno feroce. Nulla di nuovo. Il governo nomina confessori, travestiti da esperti, e li mette in ascolto. Poi si fa raccontare: “Quante volte? Come? Con chi?”. Impartisce piccole espiazioni (qualche mese senza stipendio, un po' di cinghia, stare in casa, stare in casa, stare in casa, uscire solo per i bisogni non dei figli o nipoti ma del cane...) e tira a campare in attesa degli euro-coriandoli (usa e getta anche essi, senza progetti certificati, “la c'è la provvidenza...”).  
L'attuale è una malattia antica. Il ritornello ripetuto da mesi ha esattamente un secolo: “Rifare l'Italia”. Un refrain antico. A conferma è stato riproposto all'attenzione il discorso il 26 giugno 1920 pronunciato alla Camera dei deputati da Filippo Turati (Canzo, Como, 26 novembre 1857-Parigi, 29 marzo 1932)  all'insediamento del V governo Giolitti. Come tutta l'Europa, l'Italia faticava a uscire dalla Grande Guerra. Aveva vinto la guerra sul piano militare, ma l'aveva persa al proprio interno: oberata dal debito pubblico, dal discredito di governo e parlamento e dal collasso dell'economia. 
La guerra genera guerre, le utopie non le fermano
Le catastrofiche conseguenze della guerra erano state prospettate dal geniale Norman Angell (pseudonimo di Ralph Norman Angell-Lane,1872-1967), giornalista e saggista. Autore del fortunato Patriottismo sotto tre bandiere: una mozione per il razionalismo in politica (1903), nel 1910 Angell ottenne fama mondiale  con La grande illusione, subito tradotto in venticinque lingue. Vi sostenne che il mondo correva fatalmente contro una guerra devastante perché il militarismo ispirava i governi dei principali Paesi, ormai lontani dal libero scambio, unica vera garanzia di progresso civile ed economico. Il capitalismo genuino non mirava affatto allo sfruttamento delle colonie, in massima parte avviate all'indipendenza, né a programmi bellicistici, dai quali aveva tutto da perdere. Creava profitti da investire e distribuire. Futuro deputato laburista alla Camera inglese e premio Nobel per la pace nel 1933, all'indomani della tempesta Angell criticò severamente lo spirito vendicativo delle paci di Parigi (Versailles e seguenti) e previde che l'umiliazione dei vinti, a cominciare dalla Germania, avrebbe scatenato una nuova guerra generale, più orribile della precedente. Le sue ammonizioni, come quelle di Keynes, si rivelarono tragicamente veridiche ma non ebbero molta fortuna. L'Europa era spazzata dal vento dei neo-nazionalismi, con le varianti dell'internazionalismo sovietico (l'iniziale nazionalismo “di classe” si convertì nel  comunismo in un solo paese: l'URSS di Lenin e di Stalin) e del nazionalsocialismo, ancora in nuce, ma nel volgere di appena dieci anni destinato alle note fortune propiziate dalle ripercussioni della Grande depressione, nata in Europa, passata negli USA e rimbalzata sul Vecchio Continente.  
Altrettanto celebre alla vigilia della guerra fu il libretto profetico di Ernest Nys (Countrai,1851-Bruxelles, 1920) Idee moderne, diritto internazionale e Massoneria, pubblicato nel 1908, tradotto in Italia nel 1914 col pessimo titolo Origini gloria e fini della Massoneria, poi riproposto dal vescovo gnostico Giordano Gamberini (Bastogi,1974). Docente nella prestigiosa Università Libera di Bruxelles, Nys nutriva piena fiducia nella razionalità della politica e nella soluzione pattizia dei conflitti interstatuali. Calcava le orme del Fratello Giuseppe Garibaldi, che aveva proposto di fare di Nizza una “città libera”, sede di un Areopago universale, anticipatore della futura Corte internazionale insediata all'Aja,  nella quale vennero riposte esagerate speranze, soprattutto dai docenti di diritto internazionale, improvvisamente famosi, virologi dei conflitti tra Stati. Come vaticinato da Angell. la guerra prevalse sulle illusioni: due volte a livello planetario, oggi è ogni giorno incombente. E potrebbe essere l'ultima. Perché poi verrebbe la pace eterna.
Turati: come (ri)fare l'Italia
Nel giugno 1920, un anno dopo la Pace di Versailles e nove mesi dopo quella italo-austriaca di Saint-Germain le speranze di quiete tra gli Stati e di quella all'interno di ciascun Paese si stavano affievolendo. Col noto realismo, appena tornato alla presidenza del Consiglio dei ministri Giolitti spiegò che non era il momento di attizzare la politica estera. Prima occorreva riordinare casa. Il 26 giugno Turati espose il suo “piano”, incardinato sul caposaldo”fare l'Italia”. Giorni prima aveva chiesto alla fedele Anna Kuliscioff di trovargli gli scritti economico-politici di Camillo Cavour. Una citazione del Gran Conte sarebbe figurata bene nel discorso. Non avendoli reperiti, la compagna gli suggerì di cercarli nella biblioteca della Camera. 
Nel discorso del 26 giugno (poi stampato col titolo Rifare l'Italia e più volte riproposto) Turati deplorò il demagogismo, il ruolo nefasto dell'industria militare tedesca  e l'espansionismo coloniale, la burocrazia e i “lavori improduttivi”, una sorta di reddito di cittadinanza dell'epoca, causa di sperpero del pubblico danaro. Affermò che il governo doveva proporsi un “piano regolatore”, il decentramento regionale, badare all'agricoltura, alle risorse idriche, puntare sull'elettrificazione. Contrappose la classe lavoratrice alla borghesia ignava. A sua detta era venuta l' “ora dell'espiazione”. 
Proprio mentre ad Ancona esplodeva l'insurrezione anarcoide. Secondo Carlo Rosselli  quel discorso fu il Manifesto della liberal-socialismo. Però non vi si legge quasi nulla sulla Scuola, che pure era stata il cavallo di battaglia dell'Italia da Cavour alla Sinistra Storica da Crispi e Coppino sino a Giolitti. Turati annunciò il fallimento della “vecchia” Italia e del suo “regime”. Il Re, Vittorio Emanuele III, prese nota. Per l'ennesima volta Turati non raccolse la mano tesa dal democratico Giolitti. Rimase nelle tenaglie di una visione ideologica del socialismo, che di scissione in scissione portò all'isolamento e alla catastrofe della sinistra.   
L'ormai anziano esponente del riformismo si contrappose a Giolitti (erroneamente considerato un Nitti molto più attempato, una cariatide del liberalismo). Il suo discorso è di grande attualità perché non affrontò affatto il problema di fondo dello Stato d'Italia: la convergenza della rappresentanza nazionale in un governo di ampia maggioranza (liberali, cattolici, socialisti riformisti) per conservare il Paese al sicuro dalla deriva populista eterodiretta. Turati si preoccupò soprattutto del proprio partito. Tentò invano di esorcizzare i due nemici profondi che insidiavano il socialismo democratico: l'anarchismo e il miraggio del socialismo sovietico succubo della Terza Internazionale di Mosca.
Anarchia e opposti estremismi
L'Italia del giugno 1920 ricominciava da dove si era fermata sei anni prima Nel giugno 1914 era stata sconvolta dalla “settimana rossa”, studiata da Luigi Lotti e da Marco Severini. Dalle Marche alle Romagne anarchici, socialisti rivoluzionari e repubblicani misero tutto a soqquadro. Occuparono edifici pubblici, interruppero la circolazione dei treni, presero in ostaggio militari e personalità di alto rango. Da tre mesi presidente del Consiglio e ministro dell'Interno era il burbanzoso e autoreferenziale Antonio Salandra. A suo modo fortunato, mentre i carboni di una rivolta senza capo né coda ancora erano ardenti, il 28 giugno a Sarajevo i criminali della “Mano Nera” (ben manipolati, come poi emerse dal processo a loro carico) assassinarono l'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo: detonatore della Grande Guerra. 
Giusto sei anni dopo, alle 2.30 del 26 giugno 1920 un gruppo di bersaglieri destinato all'Albania intraprese una sommossa col sostegno dei militanti locali socialisti, repubblicani,  radicali, anarchici, alcuni iniziati in loggia. Nel pomeriggio si registrarono scene di ferocia selvaggia. Rientrato l'ammutinamento, la plebaglia spadroneggiò. Alcuni uomini della Guardia Regia furono linciati. Le loro salme vennero oltraggiate: sputi, orina e altro. Per domare la rivolta Giolitti inviò il prefetto Cesare Mori, che usò mano di ferro. Il bilancio (provvisorio) fu di 24 morti, incluse 9 Guardie. Settantuno persone si fecero curare le ferite negli ospedali; molte preferirono provvedere alla meglio per non scoprirsi. Uno sciopero ferroviario impedì al governo di inviare l'Esercito a sedare immediatamente la rivolta. Questa in breve si esaurì. Ma il cattivo esempio ormai era dato. In tanti volevano “fare come in Russia”: annientare la forma dello Stato (la monarchia) e lo Stato stesso, identificato con il suo Capo.
Che fare oggi?
Il limite del “codice Turati” è lì. Il suo proclama si fermò sulla soglia del problema dei problemi: governare. Non bisognava affatto né “fare” né “rifare” l'Italia. L'Italia c'era, con la serqua dei problemi irrisolti da secoli. Li portava sulle spalle dalla unificazione del 1859-1870 e dalla Grande Guerra: le compagnie di Santa Fede, il grande brigantaggio, la malavita organizzata, una macchina statuale unitaria ancora in rodaggio. I clericali non avevano mai dimenticato Porta Pia. I papi rimanevano asserragliati nei Sacri Palazzi come prigionieri di guerra. In Italia tanta parte dei socialisti rimaneva “contro” a differenza di quanto accadeva in Gran Bretagna, Germania, Austria e Francia. Perciò il discorso di Turati è di grande attualità. Indica quello che un partito “democratico” dovrebbe fare per conservare quel che resta dello Stato: lasciata ai retori l'esaltazione della occupazione delle fabbriche del settembre 1920 (centenario incombente!), una forza di governo ha un solo obbligo: governare.
Ma va anche constatato che il partito democratico odierno (stinto approdo di tanti partiti estinti) conta circa il 20% dell'intenzione di voto degli elettori. Nel 1919 , messi a frutto suffragio universale e  “maledetta proporzionale” il PSI (coacervo di “tendenze”, come ammise l'onesto Turati) raggiunse il 32, 3%  dei voti validi (sul 56% degli elettori) contro il 20,5% del Partito popolare. Ma non seppe  farne buon uso. Cinque anni dopo scomparve. 
Il passato qualche cosa dovrebbe insegnare. Anziché fare o rifare, urge conservare quanto rimane dello Stato d'Italia.
Aldo A. Mola   
        
DIDASCALIA. Filippo Turati: il socialismo saggio ma indeciso a tutto. 

IL V GOVERNO GIOLITTI (1920-1921)
ULTIMO APPELLO PER IL LIBERALISMO IN ITALIA

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 Giugno 2020, pagg. 1 e 11.
 

Per ripristinare la pace in Libia il 6 dicembre 1920 il Gran Senusso in visita a Roma.Giolitti: spegnere l'incendio...
“Quando la casa brucia, ogni sforzo deve tendere a spegnere l'incendio; a rendere la casa più comoda si penserà dopo”. Fu il programma col quale il massimo Statista italiano dall'unità a oggi, Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842- Cavour,1928), tornò la quinta volta ad assumere la presidenza del Consiglio dei ministri il 16 giugno 1920. Aveva 78 anni: idee chiare, energia ferrea. Le sue parole vanno meditate dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conti, che si trastulla in chiacchiere e rinvia di mese in mese ogni seria decisione mentre l'Italia sprofonda nella voragine del debito pubblico, destinato a recidere i garretti dei cittadini per un paio di generazioni.
Il centenario del quinto governo Giolitti è passato del tutto sotto silenzio in Piemonte. Silenzio tombale anche da parte della Provincia di Cuneo, di cui lo Statista fu presidente per vent'anni. A volte chi dovrebbe ricordare preferisce non vedere. Ma ormai a troppi vien comodo il “distanziamento”: dalla memoria del passato, sempre più imbarazzante per chi annaspa al “potere”. Ne ha scritto Luigi Rizzo in Il pensiero di Giovanni Giolitti fondatore dello Stato sociale, tra guerra e pace (ed. Arbor Sapientiae).
Un governo di coalizione per risalire la china
Il 16 giugno 1920 Vittorio Emanuele III chiamò Giolitti alla guida dell'Esecutivo su indicazione unanime delle personalità consultate. Lo Statista era pronto da tempo. Aveva varato il suo primo governo il 15 maggio 1892 su incarico di Umberto I. Erano passati 28 anni. Perché proprio lui, malgrado l'età? L'Italia aveva alle spalle il passivo dell'intervento nella Grande Guerra voluto da Antonio Salandra e da Sidney Sonnino d'intesa con il sovrano. La Vittoria del 4 novembre 1918 aveva avuto un costo altissimo in vite umane, indebitamento dello Stato, svalutazione della moneta, disordine economico e sociale. Occorreva una “cura da cavallo”. Con il trattato di Versailles (28 giugno 1919), prima fase del congresso della pace, il governo Orlando-Sonnino aveva sprecato i sacrifici sopportati dal Paese. Malgrado i tanti discorsi e i ben remunerati articoli del nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, il trattato di pace con l'Austria (Saint-Germain, 10 settembre 1919) negò all'Italia Fiume. Di lì, due giorni dopo, la marcia guidatavi da Gabriele d'Annunzio e la Reggenza del Carnaro, spina nel fianco del governo. Nitti navigò a vista, si dimise e formò un secondo ministero che durò poche settimane (22 maggio-16 giugno).
Sin dall'agosto 1917, in piena guerra, Giolitti aveva indicato la via per riorganizzare i rapporti interni e internazionali: abolizione della diplomazia segreta (altra cosa dal segreto diplomatico) e riforme sociali rispondenti alle enormi difficoltà del Paese. Lo ripeté il 12 ottobre 1919 nel discorso pronunciato a Dronero in vista delle prime elezioni con il riparto dei seggi in proporzione ai voti ottenuti dai partiti. Lo ribadì nel discorso di insediamento alla Camera, il 24 giugno 1920, suo onomastico. L'Italia era annichilita dal debito pubblico, balzato da 13 a 90 miliardi di lire, dal prezzo politico del pane, dalla moltiplicazione di stipendi e salari per lavori inutili: costavano alla pubblica amministrazione (Stato, province, comuni) e si risolvevano in indebitamento ulteriore, non in benefici. Con le dita rosate già allora la burocrazia intesseva in sudario dell'Italia. I regimi seguenti fecero di peggio.
Per voltare pagina Giolitti chiamò al governo esponenti dei partiti costituzionali: Carlo Sforza agli Esteri, il democratico ed ex socialista Ivanoe Bonomi alla Guerra, i cattolici Filippo Meda e Giuseppe Micheli al Tesoro e all’Agricoltura, l'ex sindacalista Arturo Labriola al Lavoro, massone come Luigi Fera, ministro della Giustizia, e Giulio Alessio. All'Istruzione lo Statista volle il sommo pensatore italiano del Novecento, Benedetto Croce, storico e “filosofo di buon senso”, come egli disse quando lo vide all'opera nel ministero oggi nelle mani di una giovine inconcludente. Si circondò di cuneesi: Camillo Peano, ministro dei Lavori pubblici; Marco di Saluzzo, sottosegretario agli Esteri e Giovanni Battista Bertone, popolare, alle Finanze; Marcello Soleri, cui affidò il commissariato per approvvigionamenti e consumi alimentari, cioè l'abolizione del prezzo politico del pane, rovina dell'erario.
Debito pubblico... 
All'insediamento del governo Giolitti sintetizzò il programma per risanare il Paese: sovranità del Parlamento anziché litania di decreti-legge come accadeva dal 1914 (malvezzo imperante nell'Italia giallorossa di Conte, democratici e pentastellati, lotta alle “delittuose speculazioni”, freno all’emissione di moneta cartacea (fomite dell'inflazione), promozione della produzione cerealicola (la mussoliniana “battaglia del grano” non inventò nulla rispetto all'età di Giolitti e di Vittorio Emanuele III, che seguiva di persona la sperimentazione agricola, sull'esempio dei poderi modello allestiti a Pollenzo già da Carlo Alberto), riduzione delle spese militari superflue, avocazione dei profitti di guerra, progressività delle imposte e in specie delle tasse sulle successioni, nominatività dei “titoli al portatore di qualsiasi specie, azioni, obbligazioni, rendite di Stato, cartelle fondiarie e simili, eccettuati solamente i buoni del Tesoro”: una montagna di 70 miliardi di lire che sfuggivano alle imposte. A quel modo avrebbe anche stanato la “finanza vaticana”.
Quasi non toccò la politica estera. Non per trascuratezza. Poiché era aggrovigliata, l'avrebbe affrontata quando lo Stato sarebbe tornato sicuro di sé. 
A chi gli chiedeva di confiscare i beni della Corona rispose che, dopo le generose donazioni fatte da Vittorio Emanuele III allo Stato, erano ormai pochi centesimi.  A chi, da sinistra, voleva l'abolizione della guardia regia replicò che costoro l’avrebbero soppiantata con la guardia rossa. Pensava a quanto avveniva in Russia. Le sue linee maestre erano “pace all'estero e pace all'interno”, superamento della lotta muro contro muro tra operai e datori di lavoro attraverso la cooperazione. Ribadì: “Ognuno, secondo le sue convinzioni, può e deve aiutare l'opera dello Stato; non dico l'opera del governo, dico l'opera dello Stato”.  Al Senato spiegò perché il governo comprendeva esponenti di partiti diversi: liberali, democratici e popolari, tutti costituzionali. La proporzionale aveva frantumato la Camera in undici gruppi parlamentari. Mentre i socialisti contavano oltre 150 seggi e i popolari un centinaio, i “liberali” erano spappolati in varie denominazioni e privi di un'organizzazione unitaria. Il primo “partito liberale” nazionale, presieduto dal genovese Emilio Borzino, che non è il più famoso tra i politici italiani, nacque solo nell'ottobre 1922 quando il liberalismo volgeva al crepuscolo. Per governare, l'esecutivo doveva contare su un'ampia e stabile maggioranza parlamentare: non su compromessi ideologici, su gruppi litigiosi e inconcludenti (come anche oggi accade), bensì sul “senso del dovere dei politici verso la Patria”. Quasi quarant'anni prima, nella Lettera indirizzata agli elettori del I collegio di Cuneo il 15 ottobre 1882 aveva scritto: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questo risponde ai veri bisogni del Paese”.
...avocazione al Parlamento del potere di dichiarare guerra...
Due erano gli obiettivi fondamentali del quinto governo Giolitti. In primo luogo la modifica dell'articolo 5 dello Statuto: “senza la preventiva approvazione del Parlamento non vi può essere dichiarazione di guerra”. Questa andava trasferita dalla Corona ai rappresentanti dei cittadini, sui quali ricade il peso delle decisioni supreme: vite umane e impoverimento, come era avvenuto nella Grande guerra. Sino a quel momento nessun uomo politico aveva mai messo in discussione la prerogativa principale del sovrano: la dichiarazione di guerra. Giolitti lo fece, proprio perché monarchico, liberale, conservatore: per le istituzioni, i cui titolari non sempre sono consci dei loro doveri. Lo propose alla luce della catastrofe delle teste coronate spazzate via dalla sconfitta: lo zar di Russia, eliminato dai bolscevichi con l'intera famiglia; gli imperatori di Austria-Ungheria e del Reich germanico e il sultano di Istanbul, tutti costretti all'esilio da rivoluzioni dei loro popoli ancor più che dalle vittorie del nemico.
Già nel citato Discorso di Dronero del 1919 Giolitti aveva pronunciato parole da rileggere mentre il governo oggi in carica anziché aprire un vero confronto sulla politica estera (alleanze, posizione dell'Italia in Libia...) pretende di limitarsi a “informative”, senza dibattito né votazioni (e così scopre il fianco del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, costretto a ripetere che le alleanze non sono porte girevoli). Fra altro osservò: “Nei nostri ordinamenti politici interni esiste la più strana delle contraddizioni. Mentre il potere esecutivo non può spendere una lira, non può modificare in alcun modo gli ordinamenti amministrativi, non può né creare né abolire una pretura, un impiego d'ordine senza la preventiva approvazione del Parlamento, può invece per mezzo di trattative internazionali assumere, a nome del Paese, i più terribili degli impegni che portano inevitabilmente alla guerra; e non solo senza l'approvazione del Parlamento, ma senza che né Parlamento né Paese ne siano, o ne possano essere in alcun modo informati. Questo stato di cose va radicalmente mutato”. Occorreva dunque abolire i trattati segreti, come l'accordo di Londra del 26 aprile 1915, germe di conseguenze disastrose per la miopia di chi l'aveva stipulato all'insaputa delle Camere. Aggiunse: “sarebbe una grande garanzia di pace se in tutti i paesi fossero le rappresentanze popolari a dirigere la politica estera; poiché così sarebbe esclusa la possibilità che minoranze audaci, o governi senza intelligenza e senza coscienza, riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà”.
Contrariamente a quanto ritennero alcuni cortigiani e reazionari particolarmente ottusi, la proposta giolittiana non era affatto anti-monarchica. Essa, anzi, mirava a tenere separata la responsabilità del Re da quella di presidenti del Consiglio e di ministri corrivi a confiscare la sovranità e a decidere all'insaputa delle Camere, così esponendo la Corona ai rischi di una disfatta militare che fatalmente ne avrebbe comportato il crollo, come poi accadde.
Nel corso dei secoli lo stato sabaudo aveva subito invasioni e perso battaglie, ma neppure nei momenti più drammatici era stato debellato perché i suoi sovrani avevano sempre contato sul leale sostegno della popolazione che si riconosceva nei duchi e re di Savoia. Lo si era veduto ai tempi di Carlo Emanuele I, di Vittorio Amedeo II, di Carlo Emanuele III. Quanto era valso nei secoli della monarchia consultiva e amministrativa valeva ancor più con l'avvento di quella costituzionale, come ha bene spiegato Domenico Fisichella nella sua imponente trilogia dal Risorgimento al 1940 (ed. Pagine). Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849) il regno aveva fatto quadrato attorno a Vittorio Emanuele II che aveva rifiutato di abolire lo Statuto. Quel “patto”, però, andava aggiornato alla luce dell'esperienza maturata durante la Grande guerra e di trattati di pace niente affatto lungimiranti.
Con argomenti attualissimi Giolitti rivendicò la centralità della rappresentanza elettiva, tenuta a mostrare con i fatti di volere e sapere esercitare i poteri statutari. 
...e risanamento dell'istruzione pubblica
L'altro caposaldo, parimenti attualissimo, del programma del V governo giolittiano fu la “completa trasformazione dell'istruzione pubblica, che è fra tutte le nostre istituzioni quella che procede con maggior disordine e con minor efficacia”. Fermo nel ritenere che “un popolo tanto vale quanto sa”, spiegò che il mondo scolastico, “vecchio, chiuso, arretrato”, autoreferenziale, andava “aperto largamente al sole della libertà, la più efficace delle spinte al progresso”. Parlava sulla scorta delle esperienze dei figli e dei numerosi nipoti. Il rinnovamento dell'istruzione pubblica andava promosso di concerto con l'“alta industria”, “in modo da attrarre all'insegnamento le migliori intelligenze del paese e da costringere gli insegnanti a tenersi perfettamente al corrente delle scienze”. A tale scopo le cattedre, soprattutto delle discipline “esatte”, anziché popolate di precari, andavano rimesse a concorso ogni dieci anni. Chi non si aggiornava andava sostituito dai più preparati.
Il suo criterio di governo fu:“dire sempre al Paese la rude verità, abbandonando la vuota retorica, la quale, ponendo sotto falsa luce fatti e apprezzamenti, costituisce una delle forme più insidiose di menzogne”. Come accennato, nei discorsi di insediamento del governo alla Camera e al Senato Giolitti spiegò perché non intendeva esporre il programma nella politica estera. Gli occorreva anzitutto conoscerne lo stato vero alla luce della documentazione: premessa per affrontare le molte e complesse articolazioni, in specie con riferimento alla “questione adriatica”, di cui quella di Fiume era un gradiente aspro da superare in una visione più larga di quella sino a quel momento dominante.
Il 15 luglio non esitò a dichiarare ai senatori di aver accettato un mandato forse superiore alle sue forze per “sentimento del dovere” verso “una Alta volontà”: quella del Re.
Un suo autorevole biografo, Nino Valeri, iniziato massone con Gabriellino d'Annunzio in un'officina della Gran Loggia d'Italia quando da “agente cinematografico” collaborava con il figlio del Vate, dedicò al V e ultimo governo Giolitti pagine fondate sul preconcetto che l'anziano Statista non fosse più “in linea” con i tempi nuovi, con gli umori che alimentavano il rivoluzionarismo dilagante dall'estrema destra alla sinistra. In realtà Giolitti ebbe chiarissima la percezione che i princìpi ispiratori della dirigenza politica durata dall'unificazione nazionale alla Grande Guerra rimanevano patrimonio di una minoranza di patrioti veri, dediti agli interessi generali permanenti dell'Italia anziché ai propri personali o a quelli di fazioni partitiche. Egli stesso aveva concorso a promuoverne il radicamento con le grandi riforme d'inizio secolo e con il conferimento del diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti. Comprendeva la genesi dello sperimentalismo e del disordine del dopoguerra, ma ritenne che il governo non potesse né dovesse subirlo e assecondarlo, vivendo di esperimenti, di appelli alle piazze, di incitamento alla rissa tra vacue ideologie, come oggi accade. All'opposto sentiva il dovere di “rialzare l'autorità del Parlamento” per “rialzare l'autorità dello Stato”, accompagnandolo con il monito che “non bisogna confondere lo Stato col Governo. Il Governo è il servitore dello Stato, e nient'altro”. 
La Camera alla quale si rivolse nel giugno-luglio del 1920 comprendeva una esigua pattuglia di nazionalisti ma ancora nessun “fascista”. Alle elezioni del 16 novembre 1919 Mussolini aveva raccattato circa 2500 preferenze sui 5.000 voti andati alla sua lista: un risultato mortificante. Nondimeno alla Camera sedevano molti esagitati, massimalisti, estremisti, integralisti, fautori del tanto peggio tanto meglio. Per venirne a capo occorreva una lunga stagione di armonia tra gli Stati, il trascorrere del tempo, che è sempre la medicina migliore. Non fu Giolitti a decidere l'autoesclusione degli USA dalla Lega delle Nazioni, l'ingorda spartizione delle colonie tedesche tra Gran Bretagna e Francia, l'esasperazione dei vinti attraverso politiche punitive. Cercò di mettere ordine almeno in Italia, “in casa”.
Era guidato da un concetto di bruciante attualità: “Seguire una politica che possa condurre ad altre guerre significherebbe condannare sin d'ora a morte due milioni di nostri figli o dei nostri nipoti, e condannare l'Italia ad un altro mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire un'altra generazione di speculatori; e ciò nell'ipotesi che in una nuova guerra si abbia di nuovo una completa vittoria, poiché in caso di sconfitta le condizioni dell'Italia diverrebbero molto peggiori di quelle dei popoli che in questa guerra furono vinti”: parole profetiche ma non abbastanza comprese. Perciò l'esempio dello Statista che quasi ottantenne si fece carico del governo d'Italia merita di essere rievocato e meglio conosciuto: non fu un segmento qualunque nella sequenza dei sei governi susseguitisi nel dopoguerra prima dell'avvento di Mussolini. Le dimissioni di Giolitti un anno dopo l'insediamento segnarono l'eclissi del liberalismo italiano in un'Europa che si avviava alla seconda catastrofica fase della Guerra dei Trent'anni (1914-1945). 
Cinque volte presidente del Consiglio non ha monumenti. Quindi la sua “esteriorità” non rischia. A farne ricordare l'opera fu il presidente  Carlo Azeglio Ciampi nella visita a Cuneo, nel 2003.Quando si recò a Cuneo, Napolitano lo ignorò. Mattarella, che rese omaggio a Einaudi in Dogliani, è in tempo riproporlo ai “governanti” di oggi e di domani. 
Aldo A. Mola
Didascalia: Per ripristinare la pace in Libia il 6 dicembre 1920 il Gran Senusso in visita a Roma.  

IL PAESE DEI BALOCCHI?
ALL'ITALIA OCCORRE UN GOVERNO CHE GOVERNI

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 Giugno 2020, pagg. 1 e 11.
 

La corona d'alloro deposta il 23 maggio al monumento di Vittorio Emanuele II a piazza Corvetto (Genova) nel 200° della nascita del Padre della Patria. Venne rimossa da ignoti.Le orde nemiche...
Ma ai Visigoti di Alarico che cosa importava di Roma Eterna quando la misero a sacco nel 410 d.C.? Oro, argento, metalli preziosi, armi, bestiame… predarono quanto poteva essere asportato. Palazzi pubblici e case private furono spogliati e dati alle fiamme. Gli abitanti? Parte uccisi, parte ridotti in schiavitù. Roma doveva “pagare” perché aveva sottomesso il mondo e aveva ripetutamente sconfitto gli invasori. L'evento sconvolse anche chi rifiutava la Roma dei consoli e dei Cesari ma ricordava che lì erano andati a predicare Pietro e Paolo, perch era l'Urbe universale per il confronto tra la civiltà classica e la Buona Novella.
E che cosa della Roma di Alessandro VI e Leone X, di Raffaello e Michelangelo poteva mai importare ai Lanzi che nel 1527, d'intesa sottobanco con il sacro romano imperatore Carlo V, la invasero e vi bivaccarono per mesi, assediando papa Clemente VII asserragliato in Castel Sant'Angelo? Nulla. Le statue antiche e le loro recenti imitazioni, i dipinti che annunciarono il Ri-Nascimento del mondo classico proprio mentre l'Europa esplorava e conquistava il mondo che cos'erano per loro? Zero. Erano idolatria, da distruggere senza rimpianti. Il nuovo sacco di Roma raggelò gli italiani cresciuti tra Alfonso il Magnanimo e Lorenzo de' Medici, gli Sforza di Milano e i dogi di Venezia.
Del resto in “Germania”, uno spazio a differenza dell'Italia privo di chiare demarcazioni geofisiche (il Reno non equivale alle Alpi), altrettanto avveniva da anni e continuò. L'Europa intera fu flagellata da un'onda di follia, repressa duramente. Migliaia di incisioni e di dipinti attestano la ferocia di quei decenni. Ce lo ricorda l'“albero degli impiccati”. Gli anabattisti vennero sterminati da cattolici e riformati, perché costituivano pericolo di incendio permanente. La piaga andava cauterizzata.
Ma, si dirà, quelli erano nemici. Come tali si comportavano: niente prigionieri, se non per cavarne riscatti. L'Europa meritava quella sorte? Da secoli l'Occidente aveva combattuto quel che rimaneva dell'Impero romano a Bisanzio. Quando, favente il loro dio clemente e misericordioso, i turchi ottomani di Maometto II espugnarono Costantinopoli (1453) l'Europa occidentale, Italia in testa, si voltò dall'altra parte. Finse di non vedere, di non sapere, di non capire il massacro messo a segno dai conquistatori. Continuò a farlo anche dopo la Grande Guerra, quando l'antica Costantinopoli venne lasciata alla Turchia. Da lì è ripartita la rivendicazione del Califfato, che dalle coste della Libia ora guarda agli antichi domini islamici, dalla Sicilia alle “teste di ponte” sulla costa francese. 
Ogni invasione cancella i simboli dei vinti, perché solo così la dominazione si consolida e dura. L'iconoclastia politica, la distruzione delle immagini dei sottomessi, è connaturata ai confitti tra i popoli. Però la guerra da tempo in corso contro gli emblemi dell'espansione europea è anacronistica. Fa parte dell'infantilismo oggi imperversante, della pretesa “innocenza” di chi un tempo fu vittima di avanzate altrui e addebita l'origine dei suoi mali a esploratori e a conquistatori, dalle Americhe all'Asia e all'Africa. Di fatto, i popoli afro-asiatici e amerindi cinque secoli addietro raggiunti dai grandi navigatori europei avevano alle spalle millenni di conflitti ferocissimi. Al loro confronto, nell'arte di incrudelire i Cortés e i Pizarro erano meri apprendisti. Cristoforo Colombo, le cui statue da tempo vengono decapitate e gettate nei fossi, era un' educanda. Da decenni la storia universale, scritta dalle grandi Accademie europee tra Otto e Novecento, viene capovolta su impulso dell'Unesco, avamposto della “vendetta” antieuropea e antistatunitense. Elevare la “sofferenza” a metro discriminante della storia significa sostituire giudicare gli eventi alla luce di una presunta “morale”, basata su valori di recente conio e tuttora niente affatto universali, come mostrano le nuove frontiere dei conflitti planetari in corso.
Da Genova a Torino contro la memoria del Padre della Patria 
Ma non questo qui preme. Merita invece attenzione l'uso dialettale imperversante in Italia della rilettura storiografica uneschiana. Tra i suoi segnali recenti, ne spiccano due. Sabato 23 maggio alcuni genovesi hanno deposto una corona d'alloro con coccarda tricolore e nastro azzurro al monumento di Vittorio Emanuele II in piazza Corvetto a Genova: omaggio al Padre della Patria nel bicentenario della nascita, anche a nome di un amico sepolto quel giorno, Arduino Repetto, mite componente della Consulta dei senatori del Regno. Deporre una corona ai piedi di quel monumento non è impresa da poco: occorre fendere il traffico e scavalcare la pesante catena che circonda l'aiuola e ostacola l'accesso. Chi la recò forse non avvertì le “autorità competenti”; ma recare fiori a un monumento come sul luogo di un evento memorabile non costituisce chissà quale trasgressione nel Paese dei lumini e delle fiaccolate. Di fatto, però, quei cittadini incapparono in un paio di sedicenti portavoce della “repubblica di Genova”, da ore in agguato e pronti a “contestare”. Per costoro Vittorio Emanuele II rimane “un nemico”, come poi dichiarato dal presidente dell’associazione “A Compagna”. A loro avviso quel monumento andrebbe addirittura rimosso e sostituito con una lapide a ricordo dei rivoltosi che nel 1849 furono vittime della repressione attuata agli ordini del generale Alfonso La Marmora. Senza entrare nel merito della vicenda (l'insorgenza repubblicana colpiva alla schiena il Regno di Sardegna vinto dagli austriaci a Novara il 23 marzo e rischiava di farne il campo di battaglia tra Vienna e la Francia come altre volte in passato: ma la Gran Bretagna non sarebbe stata spettatrice), resta il fatto che di lì a poco la corona memoriale sparì. Chi la tolse?
Un altro sabato, il 7 giugno, un “Kollettivo studentesco” ha imbrattato la statua di Vittorio Emanuele II a Palazzo Civico di Torino, presenti e silenti agenti di forza pubblica. Gli autori del misfatto ritengono che la statua de Re non appartiene al loro “patrimonio culturale” e chiedono che vengano cancellate le intitolazioni di piazze, corsi e viali a “protagonisti del colonialismo italiano” quali Francesco Crispi e Giovanni Giolitti.
Queste due recenti manifestazioni di settarismo oscurantista non sono affatto nuove. Da anni il nome di Vittorio Emanuele III è stato abraso anche nella sua città nativa, Napoli, con la benedizione del sindaco, De Magistris. Questo accanimento è il punto di arrivo di cent'anni di guerriglia ideologica contro l'Unità nazionale, divenuta guerra totale nel 1945-1946. Per comprenderne genesi e ripercussioni va ricordato che la Terza Italia nacque quale addizione e fusione degli Stati pre-unitari. Il Regno unitario valorizzò le tradizioni delle Cento Città, costruì le infrastrutture che mancavano, aprì scuole e ospedali dove non non ve n'era neppure l'ombra. Nel 1861 metà delle ferrovie italiane erano nel regno di Sardegna. In Sicilia, Calabria, Puglie e Abruzzi-Molise non ve n'era nemmeno un chilometro. L'Italia prese sulle spalle una parte del “fardello dell'uomo bianco”, con il pieno consenso degli hegeliani di Napoli e dell'unico socialista scientifico italiano, Antonio Labriola, apprezzato da Engels e aspirante iniziando nella loggia “Rienzi” di Roma. Anche secondo Marx, senza l'espansione planetaria le scienze e la produzione industriale sarebbero rimaste nane come  avvenne nell'Europa orientale. Anche per la sua posizione geografica, a metà strada fra la Gran Bretagna e le Indie passando dal Canale di Suez (il cui 150° è stato vergognosamente ignorato), l'Italia doveva compartecipare alla colonizzazione capitanata dalle grandi potenze o rimanerne succuba come nei secoli andati. Tanto valeva non dar vita al Regno e restare vassalli.
Per l'Italia dei Lumi europei
Chi si contrappose all'Unità? Non i repubblicani più lungimiranti, come Aurelio Saffi, né i radicali. I garibaldini continuarono a riconoscersi nell'insegna “Italia e Vittorio Emanuele” del loro referente, che fu sempre deputato e venne ricevuto dal Re al Quirinale. Prima o poi gli iconoclasti odierni proporranno di abbatterne le dozzine di statue (a cominciare da quella al Gianicolo, con tanto di squadra e compasso) e di cancellarne il nome da vie e piazze. Per la Nuova Italia si schierarono ovviamente i seguaci di Cavour (l'anniversario della sua morte, il 6 giugno, è passato sotto silenzio, come ha deplorato Mino Giachino), la destra storica, i seguaci di Urbano Rattazzi e i democratici. Gli avversari dell'Unità furono i clericali, gli anarchici e i proto-socialisti, nemici dell'unità d'Italia  perché essa era frutto dell'Illuminismo italo-europeo fiorito a Napoli e a Milano nella seconda metà del Settecento, asceso a dirigenza nell'età franco-napoleonica e poi antesignano del Risorgimento e delle guerre per l'indipendenza, come ricordò Giosue Carducci, storico e politico ancor più che poeta. 
Fu quell'Italia “occidentale” a consentire in questo dopoguerra la riscossa e il miracolo economico, grazie a personalità come Alberto Tarchiani, ambasciatore a Washington, vero garante della collocazione “a Ovest”, insieme a Randolfo Pacciardi, e a scienziati, umanisti e strateghi dell'economia, come Raffaele Mattioli e Vittorio Valletta. Che l'Italia odierna viva con la testa fra le nuvole è comprovato dall'oblio riservato da Torino proprio alla memoria di quest’ultimo.
...e contro 
L'Italia euro-illuministica, “occidentale”, ancor oggi è il bersaglio polemico di chi contrappone il Mezzogiorno all'Italia Settentrionale (dimenticando che vi è anche la Centrale, corposissima) e continua la litania vittimistica contro i “piemontesi”, la “deportazione” dei prigionieri borbonici in mai esistiti campi di sterminio, lo sfruttamento coloniale del Sud e, naturalmente, contro “i Savoia”, mandanti dei “carnefici” responsabili della morte di almeno 500.000 abitanti delle regioni meridionali secondo un giornalista che non merita d’esser nominato.
Da decenni perdura questa stucchevole polemica che costituisce una pesante palla al piede per un'Italia sempre più in ritardo rispetto all'Europa. Gravissima è, al riguardo, la responsabilità del Partito comunista italiano, nel cui ambito i militanti provenienti dalle file dei liberali, del presto disciolto partito d'azione e del Partito nazionale fascista (un mosaico di “correnti” tenute insieme dall'esercizio del potere), dovettero accodarsi in seconda fila rispetto ai “rivoluzionari di professione”, ai quadri di formazione sovietica. Lo si vide anche nei lunghi anni dalla sanguinosa repressione della rivoluzione in Ungheria alla fine della “primavera di Praga”, schiacciata dai carri armati sovietici (1956-1968). L'euro-comunismo era ancora lontano dall'orizzonte. Quella ideologia  oscura la realtà: mentre il Regno unitario nacque per sommatoria, la repubblica collezionò sottrazioni: la limatura del confine occidentale, la tragica potatura di quello orientale, le colonie, Rodi e il Dodecanneso, che l'Italia di Vittorio Emanuele III nel 1912  aveva liberato dal giogo turco (va reso omaggio alla memoria dell'ammiraglio Giovanni Ameglio, le cui lettere a Giolitti ne attestano l'alto sentire culturale e umano). 
Giuseppe Conte, il Boscaiolo 
Se ancora oggi l'Italia balbetta e stenta a prendere coscienza della propria storia, dal Risorgimento all'attualità, lo si deve a decenni di lotta sistematica contro la “memoria”. Solo facendo “tabula rasa” del passato la stragrande maggioranza dei parlamentari oggi in carica può atteggiarsi a classe dirigente, malgrado la calvizie culturale che la contraddistingue. Lasciando dov'è il ministro della Pubblica istruzione, ne è esempio insigne il presidente del Consiglio dei ministri. Solo chi ignori o finga di ignorare la montagna di Progetti e di “piani” messi a punto dal Cnel, dal Club di Roma, dalla Svimez e da una cospicua schiera di Accademie (a cominciare ovviamente dai Lincei) può oggi drappeggiarsi negli stinti panni di demiurgo degli “stati generali dell'economia”, posponendo il fatto economico alla cultura, cioè quanto di più oscurantistico si possa immaginare.
Tra i molti esempi possibili della pochezza intrinseca dei pomposi messaggi di Giuseppe Conte all'Italia spicca l'annunciato proposito di voler mettere a dimora un milione di alberi. Qualcuno gli ricordi che, mal contati, l'Italia ha oggi almeno due miliardi di alberi, sicché il suo milioncino è un volo di farfalla. Forse Conte dimentica che già Benito Mussolini (come annotò Ciano nel Diario) si prefisse di imboschire fittamente l'Appennino e il Mezzogiorno per abbassarne la temperatura media annua e così costringerne gli abitanti a una condotta più austera, meno incline all'indolenza del clima mediterraneo. Sappiamo come finì: quelle regioni divennero teatro di due anni di una guerra devastante, sul modello di quella dei generali bizantini Narsete e Belisario contro gli ostrogoti.
L'Italia non ha bisogno di altri “progetti”, di altri “balocchi”, non di “menti brillanti” selezionate motu proprio dal Potere ma di un governo che governi con l'approvazione del Parlamento, espressione effettiva dell'opinione nazionale. Ed ha bisogno che i vertici dello Stato rendano finalmente pubblico omaggio ai protagonisti dell'unificazione nazionale, da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II e a Vittorio Emanuele III. Diversamente quei vertici condannano se stessi all'oblio, nel quale già sono sprofondati molti capi di Stato susseguitisi al Quirinale dopo la partenza di Umberto II il 13 giugno 1946. 
Aldo A. Mola

Foto: La corona d'alloro deposta il 23 maggio al monumento di Vittorio Emanuele II a piazza Corvetto (Genova) nel 200° della nascita del Padre della Patria. Venne rimossa da ignoti.  

L'AGONIA DELLA SCUOLA
ABOLIRE IL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 Giugno 2020, pagg. 1 e 11.
 

Michele LessonaQuesto governo “uccide l'uomo morto”. Ha inflitto un colpo fatale alla Scuola, già agonizzante, sia la pubblica sia la paritaria. Non muore la Scuola di questo o quel partito. Con la Scuola muore l'Italia. Segniamo “nigro lapillo” i nomi dei due “esecutori”: Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri; Lucia Azzolina, ministro della Pubblica istruzione.
Ma che Stato è mai questo?
I fatti. Nei quattro mesi dalla deliberazione con la quale il 31 gennaio 2020 avocò poteri speciali per fronteggiare la diffusione del contagio da covid-19 il Governo, cioè lo Stato, ha fatto una cosa sola per la Scuola di ogni ordine e grado, dagli asili nido alle università: ha chiuso tutto dall'oggi al domani con un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, poi “assorbito” nel decreto-legge 8 aprile 2020, n. 22: misure urgenti sulla “regolare conclusione” dell'anno scolastico in corso, l'“ordinato avvio” di quello futuro e sullo svolgimento degli esami di Stato.
Due mesi dopo abbiamo alcune certezze.
In primo luogo, a differenza di tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea, solo la Repubblica italiana non ha riaperto e non riapre le scuole neppure per un giorno. In quattro mesi nulla è stato fatto per ospitare scolari e studenti almeno per qualche ora. I giovani sono finalmente liberi di andare ovunque, “sanza meta”, tranne che a scuola. In cambio della forzata latitanza, tutti gli iscritti, inclusi quelli dell'anno conclusivo della scuola dell'obbligo (la cosiddetta terza media), sono automaticamente promossi all'anno successivo senza valutazione alcuna. Quelli dell'ultimo anno del quinquennio superiore affronteranno un esame la cui modalità a dieci giorni dal suo inizio rimangono labili per quanto attiene l'accertamento della loro effettiva preparazione scolastica. Al momento non si sa quante commissioni di esame risulteranno regolarmente insediate (presidente esterno e sei commissari interni) e se, pertanto, esse avranno i requisiti di legge. 
Il punto è lì. Le Commissioni rilasciano diplomi che hanno valore legale per iscrizione alle Facoltà universitarie (con o senza numero chiuso e relative selezioni, mai come quest'anno discutibili) e per ogni altro utilizzo pubblico e privato. Sono titoli “di Stato”. Ma di quale Stato? L'interrogativo non si ferma sulla soglia del Palazzo di Viale Trastevere, né negli ambulacri di Palazzo Chigi. Arriva al Quirinale, perché i titoli di Stato (come onorificenze et similia) sono convalidati dall'emblema della Repubblica, impegnano il suo Capo, che anche sotto questo profilo è lontano successore di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d'Italia.
Tra metri quadri, classi e allievi non tornano Conte né Azzolina
In tutt'altre faccende affaccendato (anzitutto a sopravvivere alla crisi di credibilità, ormai prossima a deflagrare il presidente del Consiglio si è occupato del “decreto scuola” solo quando, molto tardivamente, ha capito che l'immagine sua (alla quale tiene più che a sé stesso) è compromessa agli occhi dei dieci e più milioni di famiglie coinvolte dal sistema scolastico, lasciato in abbandono per mesi. In famelica caccia di “consensi” Conte ha percepito che la Scuola non è “quantité négligéable à merci”. A sua volta Azzolina, forse vagamente consapevole che, senza alcuna prova scritta, in un'ora di vezzeggiante colloquio non si accerta affatto la preparazione disciplinare, ha suggerito ai commissari di domandare ai maturandi come abbiano vissuto l'emergenza e la chiusura delle lezioni: una stucchevole litania priva di valore scientifico.
Dal confronto di Conte e del ministro con “le parti” (sindacati della scuola, di cui Azzolina risulterebbe esperta essendone stata militante) sono emerse alcune altre certezze degne di attenzione. In primo luogo (come in questa sede ampiamente segnalato) a ormai meno di tre mesi dal 1° settembre, data d’inizio formale dell'anno scolastico venturo (compresi i “contratti” con i “precari”: da segnalare a Bellanova, ministra dell'Italia sedicente Viva), Governo e Ministero della Pubblica istruzione non hanno alcun progetto chiaro sul suo “ordinato avvio”.
Azzolina ha archiviato drasticamente il piano abborracciato dal “suo” comitato tecnico presieduto da un altrimenti ignoto prof. Bianchi (non sappiamo se per un residuo scatto di dignità questi si sia immediatamente dimesso da ogni incarico o se si tratti solo di un gioco ai quattro cantoni). Ha promesso un po' di quattrini ai sindaci, da elevare a “commissari” per gli interventi urgenti in vista della “ripresa”: un ventaglio vastissimo. Scartata l'ipotesi di doppi turni generalizzati, di ingressi scaglionati per classi (che richiederebbero un'intera mattina per edifici sciaguratamente edificati con strutture “verticali”, su quattro-cinque piani e con ascensori da sempre inadeguati per numero e capienza) e di “spacchettare” le classi (metà in aula, metà collegata via internet: un pasticciaccio impraticabile), la ministra ha affacciato alcune spassose proposte.
Poiché l'Esecutivo lamenta di essere bersaglio di polemiche aprioristiche, per quanto superfluo esse vanno sommariamente menzionate. In merito al rapporto aule/classi ha tacitamente preso atto che si tratta di una realtà non variabile a capriccio. I metri quadrati sono quelli e quelli saranno. Le classi non sono verdure per insalata russa, da prendere e redistribuire “secondo quanto basta” ma gruppi di “persone” o, se si preferisce, “cittadini”: una somma di esperienze umane, di “sentimenti”, da rispettare, a meno di ricorrere ai metodi cinesi così cari a tanta parte del governo Conte e dei parlamentari che ne costituiscono la palafitta (Leu, Democratici e Cinque stelle), miscuglio di fanatici di estrema sinistra e di analfabeti totali.
Mentre per motivi “storici” una buona metà degli edifici scolastici non è “a norma” e spesso versa in condizioni deplorevoli, anziché pensare a lezioni in sedi esterne (musei, teatri, parchi..., come in primo tempo ventilato), la ministra prospetta di moltiplicare tensostrutture e interventi “leggeri” (cartongesso? cortine di bambù? tettoie in lamiera o recuperate da discariche di amianto?) nelle adiacenze degli edifici esistenti, ma sempre all'interno degli spazi di loro competenza. Forse ignora che la maggior parte degli “istituti” manca di palestre, giardini, parcheggi almeno per il personale tenuto a rimanervi 36 ore alla settimana (dirigenti e amministrativi), per non parlare dei docenti. Essa trascura altresì che, a differenza della sua nativa Siracusa, il clima della maggior parte dei comuni d'Italia da ottobre ad aprile (cioè per otto mesi sui nove dell'anno scolastico vero) non è affatto propizio all'utilizzo di “locali” privi di adeguato riscaldamento e di servizi igienici collegati alla rete idrica e fognaria.
Di concerto con l'astuto presidente Conte, la ministra mira a scaricare nelle mani dei sindaci la patata bollente della predisposizione di spazi scolastici improvvisati ma al tempo stesso “a norma”. Un tiro mancino beffardo, giacché comporta l'azzeramento delle procedure di legge e quindi espone a verifiche, ricorsi e infine a denunce per le prevedibili ricadute negative sulla salute degli utenti, a cominciare dai bambini. Non solo. In questa Repubblica che fa trascorrere mesi e a volte anni prima di rilasciare una banalissima licenza edilizia per nuova costruzione o ristrutturazione, che mette mille “paletti” di traverso alla loro realizzazione, sottoposta al vaglio di una serqua di commissioni comunali, provinciali, regionali e che costringe all'abuso edilizio per risolvere le urgenze indifferibili, vedremo se i sindaci saranno disposti a fare gli “eroi” o gli “angeli” per conto del governo scaricabarile (quanta melensa retorica viene impiegata per nascondere le magagne del cattivo funzionamento delle istituzioni pubbliche, a cominciare dalla sanità) o chiederanno “poteri speciali”, a cominciare, quindi, dal conferimento di lavori senza gare d'appalto e, ciò che più conta, senza l’acquisizione a bilancio delle somme necessarie.
L'effettivo trasferimento di fondi dall'amministrazione centrale a quelle periferiche e lo stallo dell'esecuzione della montagna di opere pubbliche già deliberate e “coperte” da appositi stanziamenti non inducono affatto all'ottimismo. Il presidente Conte non è minimamente credibile quando assicura che verrà snellita la burocrazia: un ritornello scandito da tutti i governi precedenti e salmodiato da quello in carica, che si è prodotto in decine di decreti-legge e di DPCM, con la moltiplicazione di decreti, ordinanze, circolari attuative, cui si sono aggiunti analoghi provvedimenti di regioni e comuni sulle materie più disparate. Il caos, altro che semplificazione.
Fatti non foste a viver come elmuti
Dagli edifici passando agli studenti, la ministra (non sappiamo quanto in perfetta intesa con Sua Emergenza Conte) con uno dei molti “potremmo” e “vorremmo” con i quali condisce la sua impotenza (“cento vorrei non fanno un voglio”) pare orientata a scartare l'imposizione a scolari e studenti di mascherine dall'utilità e validità più che dubbia (andrebbero sostituite, e quindi “cestinate”, a metà mattina...) con “visiere”. Per essere efficaci, queste dovrebbero coprire dalla nuca al mento. In concreto ogni studente di ambo i sessi dalle elementari ai 18/19 anni dovrebbe prendere posto in file di banchi separate da paratie di plexiglass e calcare sul capo una visiera in plastica o chissà cosa: la caricatura dell'Elmo di Scipio...
Questo fantasma era già stato affacciato per isolare gli spazi di un ombrellone e due lettini negli stabilimenti balneari: ipotesi folle, bocciata perché avrebbe ridotto a caldarroste gli aspiranti bagnanti. La domanda doverosa è: su quali basi sanitarie e sulla scorta di quali sperimentazioni viene ora prospettato il combinato disposto paratie di plexiglas/caschi di chissà che? (attendiamo aggiornamenti dal cantilenante Arcuri Domenico). A parte lo spirito di Aladino e il proprio specchio, il ministro Azzolina ha mai consultato al riguardo un genitore, un pediatra, uno psicologo? Ha provato a far indossare visiere a una classe “in carne ed ossa”? Il Ministero si è interrogato sulle ripercussioni della sua “invenzione” sul rapporto allievo/allievo, allievo/docente e sulla sua ricaduta sull'apprendimento?
Con ogni evidenza questo Governo vaga nel bosco incantato dell'improvvisazione perpetua. A tutto danno della credibilità non solo sua, del presidente Conte (di cui poco ci cale), del di costui portavoce/suggeritore e dei ministri ma, va detto una volta per tutte, dello Stato, e quindi, fatalmente, del suo Capo.
Quando lo Stato c'era...
La Pubblica Istruzione in Italia non è una variabile dipendente dall'Esecutivo. È un dovere dello Stato: un dovere, diciamolo, scritto sia pure in maniera assai confusa nella “Carta più bella del mondo”. Lo Statuto albertino non parlava di Scuola, ma il regno di Sardegna e quello d'Italia ebbero all'Istruzione ministri di prim'ordine, da Carlo Boncompagni e Carlo Cadorna a Gabrio Casati (che dette il nome alla celebre legge del 1859), da Francesco De Sanctis e Michele Coppino sino a Benedetto Croce, titolare dell'Istruzione esattamente cento anni fa nel V Governo Giolitti, e poi Giovanni Gentile, che davvero non meritava di essere vilmente assassinato nei modi oscuri indagati da Luciano Mecacci nel poderoso volume “La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile” (Adelphi), che meritò il Premio Acqui Storia, suscitando dispute meschine.
La Scuola venne intesa quale corpo della Nazione. Come è avvenuto sino a ieri, tra i suoi banchi sono nate amicizie e “affetti durevoli” destinati a perpetuarsi per la vita intera. Lì nascevano emulazioni del tutto positive. Durò sino alla nefasta crisi del 1967 e al devastante “sessantottismo” dei vari Mario Capanna e di quanto ne seguì. L'associazionismo universitario, che aveva alle spalle la gloriosa Corda Fratres, fu palestra della dirigenza politica, come attestano gli studi di Giovanni Orsina e di Marco Albera. Tra altri, lì si formarono Paolino Ungari e Marco Pannella.
La trincea avanzata dei tablet: battaglia mai ingaggiata
In sintesi, l'anno scolastico 2019-2020 finisce nel peggiore dei modi.
Mentre Azzolina, clone perfetto di Sua Emergenza Conte, mira a rendere gli allievi atomi incomunicanti, nessuno sa prevedere quando e come otto milioni di scolari e di studenti torneranno effettivamente in aula, né, meno ancora, per farci cosa, con centomila cattedre vuote e l'imminenza del consueto degrado degli edifici scolastici a seggi per elezioni regionali, comunali e referendum.
Tra marzo e settembre questo inutile governo ha avuto ed ha a disposizione tempo, modi e, se richiesti, mezzi per affrontare la partita vera, anticipando i fondi da mettere in conto MES: acquistare tutti i tablet necessari ad assicurare parità tra gli allievi di tutti i Comuni d'Italia, fornire gli istituti dei fondi per predisporre server decenti in assenza della “banda larga” (che si guarda e si guarderà bene da raggiungere aree poco profittevoli) e organizzare corsi per genitori e studenti non ancora alfabetizzati all'uso dell'informatica. Questa era la grande partita, la sfida da vincere.
A settembre saremo nuovamente all'anno zero.
I docenti peggio pagati d'Europa
Ma se la Scuola oggi precipita nel baratro non è solo colpa del ministro in carica, né di un governo che si regge su una maggioranza parlamentare asimmetrica rispetto all'opinione nazionale. Cinque Stelle, democratici, Leu e Italia Viva hanno come unico cerotto il terrore di doversi ripresentare alle urne. Ma non è questo il tema. In Italia la Scuola è agonizzante da quando è stata messa tra i titoli finali dei governi ispirati dall’ideologia catto-comunista imperversante dall'eclissi della cultura liberalsocialista che ebbe tra i suoi propugnatori il cattolico liberale Francesco Cossiga. Una mazzata le venne inflitta da Luigi Berlinguer. Superfluo qui ricordarne le “imprese”. Basti, fra altro, lo sconvolgimento dei programmi di storia e l'appalto dell'aggiornamento dei docenti agli istituti di storia della resistenza, fondati per “ragione sociale” sull’apologia di un segmento della storia nazionale.
In secondo luogo vi fu l'avvilimento della docenza, umiliata da retribuzioni mortificanti. Sommato lo stipendio base, il contributo fisso e il variabile, in Italia la retribuzione degli insegnanti è “piatta”: dai 30.000 dollari a inizio carriera ai 44 finali. In Francia si passa invece da 30 a 57.000 dollari, in Belgio da 37 a 65.000; in Germania da 42 e 72.000; in Spagna da 40 a 57.000; in Svizzera da 54 a 82.000 dollari... E nell'ammiratissima Corea del Sud? Da 32 mila dollari iniziali a 90 alla vigilia della pensione. All'estero viene premiato il merito. In Italia l'indolenza. I docenti percepiscono un salario pari a quello di un “operaio”, con la differenza che i primi debbono avere una laurea. Gli altri si specializzano, si aggiornano e guadagneranno di più. I “professori” stagnano in una palude mefitica. Governi fa venne loro concessa una mancia di 500 euro l'anno per acquisti di prima necessità… didattica. Con tutto il rispetto, perciò in Italia  l'insegnamento venne e viene considerato un mestiere sottopagato per un lavoro apparente, tagliato per chi proprio non ha meglio da fare. 
Abolire il valore legale del titolo di studio
Conte e Azzolina uccidono l'uomo morto.
Sic stantibus rebus non resta che tornare al mònito di Luigi Einaudi: abolire il valore legale dei titoli di studio. Poiché non prende sul serio la Scuola, lo Stato non può pretendere che abbiano valore i diplomi dispensati lippis et tonsoribus solo per esistenza in vita, come accade nell’anno sciagurato 2020. Ma anche a questo riguardo il peggio ha da venire...
Aldo A. Mola

Immagine: Michele Lessona (Venaria Reale, 1823-Torino, 1894), scienziato, pedagogista, Rettore dell'Università di Torino, senatore. Con “Volere è potere” concorse a edificare la Terza Italia, il cui pilastro portante, la Scuola, viene sgretolato dal governo attuale. 

ALLA RICERCA DI UNA FESTA NAZIONALE
PER CHI SUONA IL “DUE GIUGNO”?

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 Maggio 2020, pagg. 1 e 11.
 

ALLA RICERCA DI UNA FESTA NAZIONALE PER CHI SUONA IL “DUE GIUGNO”?Due giugno. Festa perché? Festa per chi?
Che cosa festeggiare questo 2 giugno 2020? La catastrofe del sistema scolastico italiano? Una vera vergogna nella storia d'Italia, come mostra lo sciopero generale fissato per l'8 giugno dal personale scolastico stufo di essere esposto al ludibrio e di finire colpevolizzato da allievi e famiglie quale complice di una ministra del tutto inadeguata, “esperti compresi”. Il collasso di migliaia di aziende e l'azzeramento di un milione di posti di lavoro? Il conflitto di competenze tra l'Esecutivo e le banche sulle quali Sua Emergenza Conte scarica la responsabilità della mancata corresponsione di mance una tantum? L'indifferenza del governo e della miriade di suoi “suggeritori”? La confusione dei “messaggi” quotidianamente diffusi con decreti-legge e decreti del presidente del Consiglio? I ritardi nelle grandi e piccole misure per prevenire, fronteggiare e contenere il contagio del Covid-19? Quelli, anche più gravi, nel prevedere il baratro economico e la crisi sociale che ne deriverà? Il protervo soffocamento di libertà costituzionali col pretesto di tutelare la salute dei cittadini? Il rimpallo di responsabilità tra governo, regioni e comuni (quanto alle province, parce sepulto...)?
Dietro la mascherina (un addobbo facciale rapidamente fetido) si nasconde l'incapacità di governare, il timore di questa compagine transitoriamente al timone di presentarsi non alle videoconferenze ma alle urne. Sua Emergenza disse che attende il giudizio della Storia, quasi sia quello di un dio; verrà espresso dagli elettori, perché, piaccia o meno, prima o poi o verranno convocati o rovesceranno i “palazzi”. Come stupirsi se gli altri Paesi europei escludono dalle mete turistiche l'Italia, quando il suo governo, per primo, dichiara che essa è a rischio per i suoi stessi cittadini?
Perciò è inevitabile domandarsi cosa mai ci si sarebbe festeggiare questo Due giugno 2020.
I calendari a strappo dovrebbero avere migliaia di foglietti per richiamare tutti i “ricordi” ordinati o consentiti. Solo per stare al calendario civile dello Stato d'Italia, sono festivi le domeniche e altre ricorrenze religiose quali Capodanno (lo è dal 1874), Pasqua e il lunedì dell'Angelo, l'Assunta, Ognissanti, l'Immacolata Concezione. Quando mette in programma eventi dal valore legale (come gli esami e i concorsi pubblici) lo Stato tiene conto anche delle festività delle religioni che hanno stipulato le intese previste dalla Costituzione.
Lasciati dove sono i “Giorni” memoriali (alcuni passano in sordina, altri imperversano per settimane), il calendario è zeppo di festività (religiose e civili), di “giornate celebrative”, sostitutive di antiche “feste” (i Patti Lateranensi nel 1930 oscurarono Porta Pia, in vigore dal 1895; la Vittoria, durata dal 1922 al 1949; le ricorrenze del “regime”: il Natale di Roma dal 1923, la Marcia su Roma dal 1930, la proclamazione dell'Impero dal 1939, cioè due anni prima di perderlo) e di solennità civili, come il “25 aprile” noto come “festa della Liberazione”. In realtà quel giorno non finì affatto la guerra. Il “saldo” venne col trattato di pace del 10 febbraio 1947: punitivo e irridente nei confronti  del contributo dell'Italia alla vittoria degli Alleati. Che cos'altro potevano toglierle in più?
Tra le ricorrenze civili un tempo fu in vigore persino la scoperta dell'America, oggi deplorata con tanto di rimozione delle statue di Cristoforo Colombo quasi fosse sterminatore degli amerindi e vessillifero della tratta dei negri.
Sulle poche festività civili sopravvissute al diserbante del pensiero politicamente ottuso ancora svetta il 2 giugno, “festa della Repubblica”. Precedentemente “mobile” e dal 1974 fissata in coincidenza della prima domenica di giugno (come era stata quella dello Statuto albertino, in realtà promulgato nel marzo 1848), con legge 23 novembre 2012, n. 222 essa ha assunto la veste attuale. Ma il 2 giugno davvero è la festa di tutti? In realtà, a differenza del 4 luglio degli USA e del 14 luglio della Francia, quella data non rievoca affatto l'unanimità degli italiani: ricorda, invece, la loro profonda divisione tra il Nord quasi tutto repubblicano (con l'eccezione delle province di Cuneo, Asti, Bergamo e Padova) e il Mezzogiorno compattamente monarchico. Rimanda alle radici profonde della vittoria della repubblica che nel Centro-Nord molto deve ai due anni di martellante campagna antimonarchica della Repubblica sociale italiana. Nel 1946 comunisti, socialisti, ex azionisti, da un canto, ed eredi della RSI, dall’altro canto, erano divisi in tutto tranne che dall'odio nei confronti di Vittorio Emanuele III, del suo successore, Umberto II, e dei loro ministri, da Pietro Badoglio ai liberali come Benedetto Croce e Luigi Einaudi. I democristiani se la sfangarono perché i loro maggiorenti alla vigilia del voto di schierarono per la Repubblica mentre buona parte del clero, anche al Nord, sconsigliò il “salto nel buio”. Avevano già dato e non volevano finire sotto il calcagno dell'Armata Rossa.   
Premesso che un giorno festivo fa sempre piacere alla quasi totalità di quanti se ne giovano, perché malgrado Ciampi, Napolitano e altri il 2 giugno ha stentato a entrare nelle corde della popolazione? Per comprenderlo occorre ripassare le cronache del referendum del 1946.
Una “festa” proclamata con anticipo di dieci giorni 
“Né di venere né di marte non si sposa, non si parte né si dà principio all'arte”. La Repubblica in Italia prese corpo un martedì: l’11 giugno 1946.
Sabato 8 giugno, tre giorni prima che la Suprema Corte di Cassazione comunicasse l'esito del referendum monarchia/repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri, Alcide De Gasperi, democristiano, informò il governo che avrebbe assunto “i poteri di Capo Provvisorio di uno Stato repubblicano”. Il liberale Leone Cattani, ministro per i Lavori pubblici, si oppose fermamente. Altri ministri liberali e demolaburisti, come il torinese Manlio Brosio (ministro per la Guerra) e Mario Cevolotto (Aeronautica), nonché l'ammiraglio Raffaele De Courten (Marina) erano per la repubblica. Quel giorno il socialista Pietro Nenni (ministro per la Costituente, probabilmente non “al di sopra delle parti”) propose che martedì 11 fosse dichiarato festivo “a tutti gli effetti civili”. Doveva essere la prima celebrazione della Repubblica. La storia, però, ebbe altro corso.
Alle 20 del 10 giugno il governo si radunò per decidere cosa fare dinnanzi allo stallo generato dal rinvio dei risultati finali a martedì 18 giugno. Secondo Mario Bracci, esponente del Partito d'azione (già sminuzzato in vari frammenti) e ministro per il Commercio con l'estero, l'esito ormai era indiscutibile e quindi i poteri di capo dello Stato dovevano passare subito a De Gasperi. Con lui, a parte Cattani, si schierarono tutti i presenti, tra i quali il socialista Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, e il democristiano Giovanni Gronchi. De Gasperi propose che un ministro riferisse al Re che a parere del governo l'esito del referendum aveva prodotto la decadenza della monarchia. Cattani obiettò che toccava a lui recarsi dal sovrano, per individuare la soluzione atta a “salvare le pretese di ogni parte e salvare così la pace del paese”. Il Consiglio riprese alle 0.45 di martedì 11. De Gasperi riferì l'esito del colloquio con il Re. Umberto II era disposto a delegare i poteri al presidente del Consiglio e ad allontanarsi da Roma in attesa dell'esito finale, nel rispetto della legge. Inizialmente Nenni e altri videro con favore la soluzione: De Gasperi avrebbe avuto funzione di “Luogotenente”. Però il segretario del partito comunista Palmiro Togliatti la respinse, poiché avrebbe significato un’“investitura” da parte del sovrano. Ebbe il sostegno di Bracci, Brosio, Cevolotto e De Courten. Alle 2.30, con il voto contrario di Cattani, il governo approvò un “comunicato” che sanciva la vittoria della Repubblica e proclamava festivo il giorno ormai iniziato. Come farlo sapere alla popolazione? In realtà ben altro premeva. In Italia il clima non era affatto esultante. In molte città si verificavano manifestazioni di monarchici, duramente represse dalla polizia a Napoli. A Taranto militari monarchici si scontrarono con commilitoni repubblicani. Si riaffacciava lo spettro della guerra civile mentre tutti sapevano che il partito comunista aveva una corposa riserva di armi bene oliate: non decisive ma pericolosissime in caso di coinvolgimento di potenze estere.   
Lo stesso martedì 11 il governo si radunò tra le 12 e le 13, poi alle 18 e alle 21. La terza seduta fu decisiva. Bracci propose di conferire a De Gasperi i poteri di capo dello Stato. Secondo il democristiano Mario Scelba ormai il Re non era che “un privato cittadino”. Quindi era intollerabile che De Gasperi si recasse ancora a colloquio con lui. De Gasperi obiettò che era “vero in teoria”, ma politicamente sarebbe stato un errore: non era il momento di “fare un passo che può determinare la guerra civile”.
Il governo camminava su una corda esile.
Chi aveva votato per chi? Il caos dello scrutinio e della verifica
Appena un giorno prima, alle 18 di lunedì 10, il presidente della Corte di Cassazione aveva comunicato l'esito del referendum: 12.672.767 voti per la Repubblica contro 10.688. 905 per la Monarchia. Ufficialmente mancavano i dati di circa 150 seggi. Il Presidente si riservò di emettere in altra adunanza il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami e di comunicare il numero complessivo degli elettori votanti, le loro scelte e quello dei voti nulli, che in prima battuta nessuno si era preso la briga di computare. 
Il governo sapeva bene che in realtà mancavano i dati definitivi di almeno 21.000 sezioni. Pendevano molti ricorsi. Nessuno aveva conteggiato le schede bianche, nulle, contestate e non assegnate. Per venirne in chiaro sarebbe stato necessario controllare le schede; ma secondo Togliatti questa verifica era impossibile perché, come egli seraficamente asserì ai colleghi, forse erano già state distrutte. Il governo era al bivio: attendere la pronuncia della Suprema Corte annunciata per mercoledì 18 giugno, come chiedeva il Re, o varcare il Rubicone?
Gli elettori erano 28 milioni. Secondo Nenni alle urne ne andarono circa 24.837.000. Più di tre milioni furono esclusi: i militari ancora prigionieri di guerra, gli abitanti di province “in forse” (Bolzano, l'intera Venezia Giulia e le altre città italiane ormai nelle grinfie della Jugoslavia di Tito), i cittadini privati del diritto di voto per motivi politici o non reperiti dagli uffici elettorali comunali. La repubblica aveva ottenuto il consenso del 52% dei voti validi ma appena del 42% del corpo elettorale. Era manifestamente minoritaria. Che fare? Il Consiglio si riunì alle 0.30 di mercoledì 12. Togliatti avvertì allarmato che se fosse stato accolto il ricorso presentato da Enzo Selvaggi la maggioranza si sarebbe ridotta di molto. Bracci prospettò allora che a decidere la partita potesse essere l'ammiraglio Ellery Stone. La decisione ultima andava  rimessa agli anglo-americani.
Quando De Gasperi assunse le funzioni di capo dello Stato
Il governo tornò a riunirsi alle 21 dello stesso mercoledì 12 giugno. Togliatti informò che le verifiche dei ricorsi avrebbero richiesto quattro giorni e ammise: “C'è del caos”. Per sveltire le procedure si computavano solo i voti validi. Dopo ore di dibattito al calor bianco e un’interruzione, De Gasperi preparò la dichiarazione in forza della quale assumeva le funzioni (non i poteri) di capo dello Stato e alle 23.45 ne dette lettura. Curiosamente il testo non è allegato ai Verbali del Consiglio dei ministri pubblicati nel 1996 a cura di Aldo Giovanni Ricci, all'epoca sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (vol. VI, 2, p. 1388). Il suo testo è in Il referendum monarchia-repubblica del 2-3 giugno 1946 (ed. BastogiLibri con prefazione della Principessa Maria Gabriella di Savoia). Esso afferma che sulla base della comunicazione dell'esito provvisorio dei risultati del referendum (10 giugno) l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spettava al presidente del Consiglio sino a quando l'Assemblea costituente non avesse nominato il presidente provvisorio della repubblica. Ancora una volta Cattani si dichiarò contrario ed esortò a “evitare la guerra civile”. Dal canto suo Epicarmo Corbino, ministro per il Tesoro, domandò a De Gasperi se la decisione rispondesse al suo pensiero intimo. Il presidente democristiano confermò: “accipio”. Così nacque la Repubblica. Era ormai il 13 giugno. Per gli scaramantici quella cifra non porta bene, ma a Roma il giovedì è giorno di trippa. 
Maramaldi...
E il Re? Posto dinnanzi al dilemma se arroccarsi al Quirinale, appellarsi ai monarchici, lasciare temporaneamente Roma o allontanarsi dall'Italia e protestare contro il “gesto rivoluzionario”, optò per quest’ultima soluzione. Gli anglo-americani gli fecero sapere che non ne avrebbero garantito l'incolumità personale. Tutto voleva tranne che uno spargimento di sangue. Dal 5 giugno aveva ordinato alla Regina Maria José di raggiungere Napoli con i quattro figli e di salpare per il Portogallo con lo stesso incrociatore che aveva recato Vittorio Emanuele III e la Regina Elena ad Alessandria d'Egitto. Nel corso di una cena al Quirinale chiese ai congiunti di lasciare l'Italia. Già si era congedato da Pio XII in visita privata. Ne ottenne un piccolo prestito per le minute spese perché partiva senza una lira. Restituì. Alle 15 di giovedì 13 lasciò il Quirinale e poi il suolo d'Italia, da Ciampino alla volta del Portogallo.
Sciolse dal giuramento di fedeltà alla monarchia, ma non alla Patria, quanti l'avevano prestato.
Per milioni e milioni di italiani fu un giorno di profonda mestizia. Aprì anni amari. La sola esposizione del tricolore con lo scudo sabaudo divenne reato.
Il 18 giugno la Suprema Corte compì un colpo di stato linguistico: a maggioranza, contro il parere del Procuratore Generale Massimo Pilotti e del presidente Pagano, essa stabilì che per votanti si intendono i voti validi. Ignorò le schede bianche, nulle, non assegnate. In tal modo la differenza tra le due opzioni sarebbe rimasta di circa 2 milioni, anziché di soli 250.000 voti, e nessuno avrebbe insistito per il controllo delle schede. D'altronde il Re era ormai all'estero, seppur nella convinzione di tornare prima o poi in Italia. Ma la Costituente interdisse il rientro e il soggiorno a lui, alla regina e ai discendenti maschi, confondendo discendente con erede al trono. Altre severe misure furono adottate contro i militanti monarchici, che presto si divisero in fazioni. Sin dalla sua prima visita clandestina in Italia Luigi Federzoni distinse tra monarchici e monarchisti, tra quanti nella Corona vedevano l'Italia e chi invece dell'ideale monarchico fece “un mestiere”, un “partito”. Purtroppo nel corso dei decenni i monarchici uguagliarono il Partito repubblicano nella lotta fratricida.   
Repubblica senza scudo
La repubblica non venne mai “proclamata” perché la legge sul referendum prevedeva solo la “comunicazione” dei risultati elettorali. Per radicarsi essa si dovette dotare di “attributi” e mostrarli festevolmente negli anni: un inno provvisorio per il giuramento dei militari il IV novembre, la bandiera (strappò lo stemma sabaudo dal Tricolore) e un emblema. Quest'ultimo è di interpretazione così ardua che in l'“Italia immaginata. Iconografia di una nazione” (il Mulino) Giovanni Belardinelli scrive che esso consta di “una stella dentro una croce dentata”, mentre, come sappiamo, la stella (antico simbolo d'Italia, della monarchia, della massoneria e persino della Madonna) insiste in una ruota dentata: quella del Rotary, come venne spiegato a De Gasperi quando negli Stati Uniti d'America gli venne impartito un corso accelerato di tolleranza nei confronti di rotariani e di “fratelli” come l'ambasciatore Alberto Tarchiani.
Fra gli altri emblemi di quando in quando tornati in auge per evocare l'Italia vi sono anche i corbezzoli a suo tempo cantati da Giovanni Pascoli: arbusto patriottico dalle foglie verdissime, fiori bianchi e frutti rossi. Ai corbezzoli ci si può afferrare per scongiurare i guai del passato, del presente e quelli che attendono l'Italia al varco: non in autunno ma dalle settimane prossime se il governo continuerà a mostrarsi del tutto al di sotto delle attese minime per risalire la china. In questo Due giugno non si sente alcun bisogno di feste che ricordano la divisione degli italiani in fazioni contrapposte e la sopraffazione dei vinti da parte dei vincitori, maramaldi. Lo sussurrano sommessamente Vittorio Emanuele III e la Regina Elena dalle loro tombe nella quiete del Santuario di Vicoforte. 
Aldo A. Mola

Immagine: Emblema della Repubblica Italiana. Bozzetto di Paolo Antonio Paschetto (885-1963), vincitore del primo concorso su 346 candidati e oltre 600 proposte. Approvato da apposita commissione presieduta dal demolaburista Ivanoe Bonomi e formata da artisti già affermati durante il regime, come Duilio Calbellotti ma bersagliato da critiche (ad alcuni parve una tinozza rovesciata) esso non non fu realizzato. Paschetto prevalse su 197 candidati anche nel secondo concorso. Approvato dall'Assemblea costituente il 31 gennaio 1948 il nuovo bozzetto (in bianco e nero) fu  sostituito con quello varato a fine aprile del 1948. Esso non è stemma (gli stemmi includono uno scudo) ma “emblema”. Artista versatile e di vasta cultura, docente di Ornato all'Accademia di Belle Arti di Roma, Paschetto professò la religione valdese.  

CULTURA E SCUOLA
VITTIME DEL MALGOVERNO, NON DEL COVID-19

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 Maggio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Bosch estrazione della pietra della folliaÈ in azione la nuova OVRA...
Gli italiani hanno sopportato due mesi di clausura non per virtù civica ma perché terrorizzati da immagini lugubri del “Morbo” 24 ore su 24 a reti unificate e dalla minaccia di “multe” salate se appena avessero messo un piede oltre la soglia. Credevano di respirare dal 18 maggio, invece sono nuovamente subissati dai fulmini. Chi prima si accertava che stessero ben chiusi in casa ora ne scruta le mosse, pronto a infliggere nuove e più gravi sanzioni, in specie ai giovani che sono come erano due mesi fa: svagati in cerca di vita. Dopo la GADU (Grande Associazione Delatori Uniti, che ambisce al riconoscimento di Ong) è nata l' OVRA-BA, Opera Volontaria Repressione di Adulti, Bambini e Anziani. Per mesi chi quatto quatto raggiungeva casa (dimora, domicilio, residenza, una casa qualunque...) veniva adocchiato dalla GADU, i cui archivi, raccolti con apposite app e debitamente classificati, sono stati trasmessi all'OVRA-BA. Chi per anni si era accontentato di staccare dal notes e infilare sotto il tergicristallo l'avviso di penalità per una banale sosta anomala ha vissuto mesi di turgori esercitando la sua quota parte di Potere Assoluto. Anziché acquattati dietro una siepe per cogliere falli, i vigilanti dell'OVRA-BA ora si specializzano nell'adocchiare e segnalare prontamente chi esce dall'acqua e si sparapanza al sole invece di correre gocciolante e ignudo verso casa (dimora, domicilio, residenza...), naturalmente senza “congiunti”, che è tra vocaboli più strambi infilati da Sua Emergenza Conte in uno dei suoi ormai leggendari DPCM,ruvidamente stigmatizzati dalla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati:  una “Torre di Babele” del non-senso normativo, come ha acutamente sintetizzato Cesare Maffi in “ItaliaOggi”.
Di certo non sono di buon augurio i latrati dei ministri Boccia (Rapporti con le Regioni) e Speranza (Sanità) che vorrebbero protrarre sino a chissà quando la libertà di circolazione tra una regione e l'altra, sulla base di dati epidemiologici spacciati da comitati tecnico-scientifici e da “esperti”. Sulla loro credibilità si è pronunciato l'INPS che giudica “ormai poco attendibili” quelli forniti dalla Protezione civile, a parte il pandemonio di dispute tra virologi, epidemiologi e inventori di algoritmi previsionali di curve d'ogni genere e colore, basate su induzioni/deduzioni.
Una pandemia di norme arcaiche
Visto il Codice di Hammurabi, re di Babilonia, viste le norme iugulatorie imposte da Dracone agli Ateniesi, le leggi incise a Roma sulle XII Tavole dai decemviri legibus scribundis, il Corpus iuris civilis di Giustiniano, l'Editto emanato dal longobardo Rotari a Pavia nel 643 d.C., la Magna Carta, l'Habeas Corpus, il Codice Napoleone, invocati tutti i protettori, ispiratori e innovatori del diritto, da san Bobuleno a Irnerio e al “fratello” Giuseppe Zanardelli, che nel 1889 abolì in Italia la pena di morte, Sua Emergenza Conte e i ministri di sua fiducia hanno sfornato e continuano a produrre decreti-legge sulle materie più disparate, non sappiamo con quanta mestizia controfirmati ed emanati dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Dopo il “Cura Italia” (un palliativo, anzi, un “tampone” del tutto inadeguato a fronte della crisi economica e, conseguentemente, sociale) il decreto-legge approvato al rallentatore ed enfaticamente intitolato “Rilancio” (quasi il governo stia giocando a poker) è un erbario di 266 articoli nel quale tanti frugano cercando balsamo. Il “Governatore” del Veneto, Luca Zaia (nome di evangelista, quindi veridico), ha subito detto che per lui è destinato al cestino della carta. Gli ha fatto eco il campano Vincenzo De Luca. Non bastasse, anche il prudente “Sole 24 Ore” ha segnalato che occorreranno un centinaio di altri “Atti” per farlo passare dai vagiti ai fatti, a parte la solita pletora di “aggiornamenti” scritti apposta per intorbidire le acque.
Alle due Camere con rito pleonastico Sua Emergenza ha solennemente dichiarato che occorre procedere celermente a semplificare le leggi vigenti intralcianti le nuove. Ha esibito un tipico caso di sdoppiamento di personalità (quando la destra non sa che cosa faccia la sinistra) o di illusionista che sfida la credulità del pubblico. Astuto Frate Cipolla dei tempi nostri, dal 31 gennaio Conte ha prodotto una sterminata messe di decreti, ordinanze e circolari, dapprima pioggerellina di marzo, poi goccioloni battenti, infine rovinosa tempesta, secondo umori e suggestioni di consulenti tecnico-scientifici (mancano notizie di Colao, che di nome fa Vittorio, ma forse non lo è di fatto) e di “portavoce” che talora, a ruoli invertiti, vegliano “a vista” i “domini”, ridotti a “subiecti”.
Il 24 maggio 1915...
Mentre la generalità dei commentatori delle condizioni in cui versa il Paese bada ai “fondamentali” dell'economia (stringi stringi sono i risparmi, sui quali volteggia l'Avvoltoio di Volturara Appula), va posta al centro dell'attenzione la “cittadinanza italiana”, cioè i veri capisaldi dello Stato d'Italia, quale ne sia la forma istituzionale, le “virtù” antiche che gli hanno consentito di sopravvivere a due rovinose guerre mondiali, al cambio Monarchia/repubblica e alla scomparsa di tutti i partiti rappresentati alla Costituente del 1947-1948. Va fatto in una domenica che vede scivolare via sotto oblivioso silenzio l'anniversario di una fra le date più importanti della storia nazionale: l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra. Comunque lo si voglia giudicare. Alla luce dei documenti, chi scrive lo ritiene un errore colossale per i modi nei quali venne deciso e attuato: il governo Salandra-Sonnino scaricò sulle spalle del Comandante Supremo, Luigi Cadorna, le offensive e le trincee, ma non gli assicurò la “grande riserva”: il sostegno convinto del Paese, né la copertura finanziaria. Quel 24 maggio va comunque ricordato quale spartiacque della nostra storia d'Italia. Ma non è questo il tema. La riflessione va concentrata sull'assenza di un Progetto Italia nei disegni sinora prospettati dal governo con riferimento ai due pilastri portanti del Paese: i laboratori (o atanor) della cultura e la macchina dell'Istruzione/educazione, la Scuola. 
Il bavaglio alla libertà di pensiero
Commentare il decreto-legge maximus “Rilancio Italia” sarebbe al momento esercizio retorico. Esso è aperto a emendamenti. Sennò che decreto-legge sarebbe? Un diktat? Un ultimatum? Un “verbale” prendere o lasciare teletrasmesso da remoto alle Camere? Da oggi alla sua eventuale approvazione, entro metà luglio, tante novità possono insorgere. Meglio quindi soffermarsi sul decreto-legge minor (16 maggio 2020, n. 33), “Ulteriori misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19” e sul DPCM di domenica 17 maggio 2020, firmato da Sua Emergenza e dal ministro della Salute. Il DL minor andrà ricordato perché ebbe efficacia a decorrere dal primo minuto di lunedì 18 maggio. Come coro stentoreo dall'alto di un minareto, il presidente Mattarella, Conte e quattro ministri (Speranza, Lamorgese, Bonafede e Gualtieri) annunciarono che cessava l'efficacia delle restrizioni imposte per quasi due mesi e via via inasprite per contenere la propagazione del contagio da Covid-19, ma vietarono ai cittadini di spostarsi prima del 2 giugno “in una regione diversa rispetto a quella in cui attualmente ci si trova”. È pur vero che era stato preceduto da bozze, brogliacci, sussurri e grida e che in molti avevano ormai programmato l'intera settimana; nondimeno va stigmatizzata l'incapacità del governo di parlare chiaro e per tempo, anziché considerare i cittadini come pupazzi da mettere in moto girando una chiavetta conficcata nella schiena. Ora il Governatore della Liguria, Giovanni Toti, ha deciso di rendere comunicanti almeno i comuni frontalieri. Ancora una spallata e finalmente le province liguro-piemontesi  torneranno a vivere quali sono: una realtà unitaria.
Altro preme evidenziare. L'articolo 8 subordina “le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura con la presenza del pubblico, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo e fieristico, nonché ogni attività convegnistica o congressuale, in luogo pubblico o aperto al pubblico, alle modalità dettate dall'art. 2 del precedente decreto-legge n. 12 del 2020”. Il legislatore, insomma, si rincorre, si auto-certifica, si auto-celebra e vorrebbe auto-protrarsi sino al 30 gennaio dell'anno venturo. Da Conte le “manifestazioni” sono consentite nel rispetto delle condizioni riservate allo “svolgimento” delle funzioni religiose. Un devoto di Padre Pio da Pietrelcina meglio scriverebbe che le funzioni religiose non “si svolgono” ma “si celebrano”. Ma non è il caso di spaccare in quattro ogni capello dei DL e dei DPCM, quasi unanimemente giudicati capolavori di disordine linguistico e soprattutto concettuale. Stiamo ai fatti. Il DL tace completamente sui “circoli culturali”, che sono altra cosa dalle “manifestazioni”. Essi sono all'origine della cultura, come il clero e i fedeli sono i fondamenti delle celebrazioni liturgiche. Ma questo presidente e questo governo, intrisi di paleo-materialismo, ignorano il prima e il poi, il basso e l'alto, le priorità filosofiche e ideali e le loro connessioni con la quotidianità. Chi voglia comprendere il ruolo dei circoli culturali dispone di decine di metri di scaffali gonfi di libri, memoriali, biografie... Fresco di stampa, si è aggiunto ora il corposo volume “Incontro con la massoneria: cento anni fra squadra e compasso” di Arnaldo Francia (Torino, Arti Grafiche Tricerri), portolano che percorre secoli di intreccio tra lo Spirito e la Pietra.
Per capire la rotta tenuta da Sua Emergenza e dalla maggioranza che lo sorregge è ancora più interessante il DPCM di domenica 17 maggio. In altri Atti governativi sono state richiamate norme dell'età vittorioemanuelina a cominciare dal Regio decreto 14 aprile 1910, n. 639. Nell'ultimo decreto presidenziale, dopo vari altri richiami il professor Conte stabilisce che “lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche è consentito soltanto in forma statica (…) nelle prescrizioni imposte dal questore ai sensi dell'articolo 18 del Testo unico di pubblica sicurezza di cui al Regio decreto 18 giugno 1931, n. 773”. In mancanza di meglio, l’esecutivo odierno continua a farsi forte di una tra le leggi più famigerate del governo Mussolini, varata dopo l'azzeramento della libertà di stampa e di ogni opposizione, l'instaurazione del regime di partito unico, il ripristino della pena di morte, il bavaglio alla libertà non solo di espressione ma, se possibile, di pensiero attraverso l'organizzazione di una macchina repressiva fondata su delazione, spionaggio, asservimento degli spiriti. Quell'anno ai pubblici impiegati statali e degli enti locali fu imposto il giuramento di fedeltà al “duce”. Sorto quale Patria delle libertà, con quel Testo unico l'Italia divenne “Stato di polizia”: è paradossale che le sue tenaglie roventi vengano usate ancora oggi per “disciplinare”. 
Il preludio fu la soppressione dei circoli culturali e ricreativi non allineati alle direttive di un regime che l'anno successivo si celebrò con la Mostra nel Decennale dell'“Era fascista”, nella convinzione che, in vario modo benedetto, sarebbe durato nei secoli. Quei circoli spesso non erano che riunioni di amici affratellati nel tempo non già da uniformità di vedute ma, all'opposto, dal piacere di confrontare i diversi punti di vista, di corrispondere con analoghi sodalizi all'estero, di pensare in europeo. Non per caso Benedetto Croce pubblicò in breve la Storia d'Italia e quella d’Europa. Era il modo pacato di ricordare che l'Italia non si era unificata per caso ma su impulso di minoranze colte, orgogliose del passato prossimo e remoto della Saturnia Tellus e al tempo stesso proiettate verso l'Universo. La creatività di quei circoli consisteva anche nella “libertà di circolazione” dei loro componenti, perennemente in viaggio nei secoli dei Grands Tours, di esplorazioni coincidenti con iniziazioni. I sodalizi italiani (Accademie e circoli privati) a loro volta erano meta di visitatori insigni, come Goethe che in Italia venne perché bisogna conoscersi di persona per cementare la foscoliana “eredità di affetti”.
Di tutto ciò non vi è traccia nelle logorroiche “informative” da Sua Emergenza dispensate alle Camere, né nei sermoni impartiti agli italiani: misto di esortazioni, buffetti e minacce, quasi siano seminaristi di età pre-conciliare. Inconsapevole delle ritorsioni che ci riserveranno gli altri Stati, il professore-presidente si è spinto persino a dire dove i cittadini debbono “andare in vacanza”. Tra breve detterà se e come potranno spogliarsi quando vanno in spiaggia o indossare giacche a vento sui monti, quante bracciate o falcate potranno fare, vegliati sempre dall'OVRA-BA col supporto di droni e sanzionati da Militi dediti a rieducare giornalmente cittadini altrimenti inconsapevoli di sé.
Azzolina e la morte della Scuola
Clone perfetto di Sua Emergenza è la ministra della Pubblica Istruzione Azzolina Lucia. Le di costei roride gote sono speculari alle chiome or composte ora con ciuffo al vento dell'Avvoltoio appulo. In comune hanno anche la casualità del loro Avvento nei cieli d'Italia. Dai dettagli biografici salendo alla sua funzione, di Azzolina si sa che, conseguite due lauree, docente in un istituto qualunque e militante in un sindacato scolastico, eletta deputata sotto il segno delle Cinque Stelle, trentottenne senza infamia e senza gloria essa ascese al governo su proposta di Conte per dimissioni del predecessore; ma il dicastero venne “spacchettato”: Università e Ricerca andarono a Gaetano Manfredi, presidente della conferenza dei Rettori. A lei rimase la Scuola dagli asili ai diplomi. 
L'Istruzione era il Grande Malato, come un tempo si diceva dell'Impero turco-ottomano. E tale sarebbe rimasta in tempi ordinari: edifici inadeguati, poche palestre, centomila e più precari e, ciò che più differenzia l'Italia dagli altri Paese dell'Unione europea, con salari miserabili, del tutto insufficienti a consentire l'auto-aggiornamento dei docenti e a incoraggiare giovani di belle speranze a intraprendere la via dell'insegnamento: una carriera “piatta”, senza incentivi né valorizzazione del merito. Se le aggressioni a medici nei pronto soccorsi almeno fanno notizia, quelle ai docenti sono ormai rubricate come incidenti del mestiere, come i fischi e gli insulti agli arbitri.
Anche senza pandemia e al di là dei suoi pregi personali, Azzolina non aveva i requisiti né i mezzi per mettere ordine nella babele scolastica. Chiudere in tutta fretta le scuole sine die, con riti conclusivi all'insegna del “fai da te” per terze medie e maturità, è stata una decisione sciagurata e imperdonabile. È impossibile valutare se tale misura abbia o no salvato vite umane. Di sicuro ha accoppato la credibilità del sistema scolastico italiano e lascia presagire un anno scolastico 2020-2021 all'insegna del caos, tra agitazioni di studenti e loro famiglie (anche i genitori più distratti hanno già aperto gli occhi sul baratro), scioperi di docenti e fuga di presidi (pardòn, “dirigenti”), ai quali Azzolina fa sapere che non scaricherà sulle loro spalle “tutte” le responsabilità della catastrofe, quasi già non ne siano gravati. A ormai solo tre mesi effettivi dall'inizio del nuovo anno, le premesse della catastrofe ci sono tutte: la distanza incolmabile tra numero di allievi e capienza delle aule secondo le norme “anti-contagio”, l'impraticabilità dell'insegnamento “a distanza” a livello nazionale, “isole comprese”, la nebulosità di un serio Progetto Scuola. Per ora assistiamo al balbettio di esperti che dicono e si contraddicono e all’inadeguatezza di una ministra che si trova a fare i conti con una montagna di guai insoluti (sindacati, concorsi, precariato…), al vertice di un Ministero che da anni si cullava nella consolante previsione della decrescita felice per riduzione demografica degli allievi: non per febbri influenzali transitorie ma per il crollo delle nascite.
Per la Scuola e per i circoli del libero pensiero questi mesi costituiscono l'Anno Zero. 
Aldo A. Mola 

Immagine: La ministra Azzolina e l'Imbuto, nella profetica “Estrazione della pietra della follia” di Hieronimus Bosch (1460 ?- 1516)

CONTRO LA MASSONERIA
LA PRIMA LEGGE “FASCISTISSIMA” (1925)

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 Maggio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Copertina dell'opuscolo La Massoneria. Accuse, difese, critiche, giudizi (Roma, Libreria Politica Moderna, 1925) comprendente scritti di Mussolini e dei Grandi maestri Ernesto Nathan e Domizio Torrigiani.La vera emergenza è “lo Stato in Emergenza”
Ma davvero leggi, ordinanze e circolari vanno eseguite e rispettate con religiosa devozione? Se così fosse saremmo ancora al trapassato remoto, proni a Poteri via via implosi per corrosione interna o travolti perché non più rispondenti al “comune sentire”, cangiante nel tempo e nei luoghi.
Questa considerazione, apparentemente banale invero, si impone a cospetto del diluvio di “norme” da quattro mesi deliberate dal governo, dal presidente del Consiglio, Sua Emergenza Conte, da ministri (quali la dottoressa Lamorgese e l'on. Speranza) e via via discendendo per li rami. Ora l'INAIL pretende di imputare al datore l'eventuale contagio da Covid-19 del proprio dipendente: ciò sulla base della presunzione che esso sia avvenuto sul luogo di lavoro e non, magari, altrove e per chissà quali altre promiscuità. Ciò costituirebbe un precedente del tutto abnorme, anche perché privo di qualunque fondamento scientifico e di “prove” attendibili. Potrebbe valere per qualunque malattia, quasi che una persona, succuba del “negriero”, si ammali solo durante le ore di lavoro e non quando, nel tempo libero, va a fare bisboccia con chi gli pare.
“Le leggi son, ma chi pon mano ad  esse?” fa dire Dante Alighieri da Marco Lombardo dinnanzi alla servitù dell'Italia, prona ai famelici disegni “stranieri” e alla pochezza dei suoi “signori” locali, quasi sempre peggiori degli altri. La questione, oggi, non è di “porre mano” alle leggi, ma di passarle al setaccio per separare la farina di quelle buone dalla crusca delle oscure, farraginose, insensate e, in sintesi, “cattive”: parecchie da molti anni. Queste, anche se recenti, vanno abrogate alla svelta prima che la loro inapplicabilità e il rifiuto di piegarsi alla loro stolida tirannia salgano sino a divenire sfiducia totale nei confronti del legislatore e di una “legalità” da tempo in manifesto conflitto con i capisaldi della Costituzione. Se la Carta segna un prima e un poi nella storia d'Italia e, in quanto tale, è la cornice nella quale si riconoscono i suoi cittadini, quale ne sia la loro opinione sulla forma dello Stato, il primo a doverne rispettare i “principi  fondamentali” dev'essere appunto il legislatore, che è e rimane il Parlamento. Infatti “l'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi” e soltanto “per tempo limitato e per oggetti definiti”, mentre il governo “adotta provvedimenti provvisori con forza di legge” solo “per delegazione delle Camere” e “in casi straordinari di necessità e di urgenza”.
Quando discussero e approvarono gli articoli 76-78 della Carta, con una visione unitaria della loro concatenazione, i costituenti avevano ben presente che dall'agosto del 1917, molto prima di Caporetto, gran parte dell'Italia settentrionale fu dichiarata “zona di guerra”, perché manifestamente infetta da sobillazioni rivoluzionarie, come accadde a Torino. Tale misura comportava l'adozione della legge marziale, con quanto ne discendeva per il controllo di luoghi e persone, e l'impiego del codice penale militare, come sarebbe accaduto il 28-29 ottobre 1922 se Vittorio Emanuele III non avesse saggiamente rifiutato di decretare lo stato d'assedio, dal momento che la crisi extraparlamentare grazie a lui stava imboccando la via istituzionale. Guerra, rivolte e catastrofi naturali sono casi straordinari di necessità e urgenza. La diffusione di un morbo per sua natura non lo è perché quando assume carattere di epidemia o viene dichiarata pandemia ha superato i confini dell'urgenza e va affrontata con misure vaste e durevoli, l'opposto di quanto è avvenuto in Italia, ove da mesi dura l'improvvisazione.     
Ora, dopo centoventi giorni dal primo tardivo “allarme” lanciato da Sua Emergenza (all'epoca poco convinto e mai convincente), urge il ritorno all'articolo 70 della Costituzione: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” e dagli “organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale” (le Regioni). Va pertanto fermato il proposito ventilato dal prof. Conte di protrarre lo stato di emergenza per altri sei mesi, magari a suon di decreti presidenziali o di decreti legge in “vacanza” delle Camere o per loro svaporamento nell'esercizio delle funzioni. L'emergenza sanitaria, enfatizzata oltre misura, non può degenerare e sboccare in uno “Stato in emergenza permanente” se non mettendo a rischio la democrazia parlamentare sopravvissuta alla decomposizione e alla scomparsa dei partiti del CLN (i cui acronimi suonano oscuri a giovani e meno giovani: DC, PCI, PSI, PLI, PdA, DL), agli “anni di piombo” (ne ha scritto recentemente Gianni Oliva) e alle ripercussioni degli ondivaghi pronunciamenti dell'elettorato sulla governabilità del Paese.
Mussolini, artefice del regime di partito unico
All'inizio del “regime di partito unico”, cioè del “fascismo” come esercizio del potere da parte del “capo del governo”, vi fu una legge approvata dalle Camere: passaggio al quale Benito Mussolini non si sottrasse, perché, gli piacesse o meno, per lo Statuto Albertino (come poi per la Costituzione della Repubblica) erano esse fonte del diritto. Ma il “duce del fascismo” (movimento? rivoluzione? regime? gli storici sono ancora divisi al riguardo, ma si veda almeno la trilogia di Roberto Vivarelli sulle origini del fascismo) riuscì nell'intento di estorcere l'assenso del Parlamento usando metodi brutali per piegarlo ai suoi disegni, nell'apparente continuità statutaria. Per giungervi mirò a isolare il Re, a tarparne l'esercizio palese della funzione, ad avvolgere la monarchia nelle nebbie delle organizzazioni di massa allestite per oscurare i pilastri portanti dell'Italia unita (le Forze Armate e l'ordine giudiziario) con la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, con le organizzazioni para-fasciste e con la fascistizzazione di quelle di antica data, dapprima neutre ma da un certo momento in poi contaminate dall'aggiunta sistematica dell'aggettivo “fascista”. Questo inizialmente fu accettato o subìto quale orpello esornativo ma via via divenne scorza per separare i cittadini buoni dai cattivi, gli allineati col regime dagli altri. Quel processo si sostanziò in oltre tre milioni di tesserati al partito (quando nel 1942 esso raggiunse l'acme del “consenso”) e una decina di milioni di associati al “Dopolavoro” e alla pletora di enti, istituti e sodalizi debitamente ornati dalla fatidica “F”. Così accadde, per esempio, che per assicurarsi una supplenza in una scuola di Saluzzo il giovane Cesare Pavese chiese la tessera del PNF mentre Ada Gobetti, vedova di Piero, obtorto collo rimediò l'iscrizione all’Associazione “fascista” degli insegnanti, che comportava vantaggi nella vita quotidiana per chi da Torino doveva raggiungere la cattedra al liceo di Savigliano. Poste dinnanzi all'alternativa tra fascistizzazione e difesa della propria identità, molti sodalizi scelsero l'auto-scioglimento. Fu il caso del Circolo 'L Caprìssi di Cuneo, che contava centinaia di associati liberi, di buoni costumi, mai proni.
L'incipiente regime di partito unico sapeva di dover fare i conti non solo con la Monarchia (nel cui ambito il governo Mussolini fu sempre come il meno nel più: se n'ebbe conferma il 25 luglio 1943) ma anche con due Entità metastoriche: la Chiesa cattolica e la Massoneria. Con la Santa Sede il duce avviò una composizione disputante. Iniziò con il salvataggio del vaticanesco Banco di Roma nel 1923 e approdò ai Patti Lateranensi l'11 febbraio 1929. Questi non furono affatto “Conciliazione”, se per tale s’intende convergenza di amorosi sensi, ma segnarono i confini tra Stato e Chiesa, tra il Regno d’Italia e lo Stato della Città del Vaticano: preludio di tensioni, anche aspre, quanto più il regime mirò ad andare oltre l'amministrazione dei corpi, puntò al possesso delle anime ed entrò in collisione con l'Azione Cattolica e la FUCI, Federazione Universitaria Cattolica Italiana, vivaio della classe dirigente postbellica, prevalentemente democristiana, alternativa ai Gruppi Universitari Fascisti (GUF), che contarono nelle loro file Giorgio Bocca e Leonilde Jotti.
Nei confronti dell'altra Entità metastorica, la Massoneria, Mussolini puntò alla soluzione perseguita da quando nel 1914 fece espellere i “fratelli” dal Partito socialista italiano, nella cui ala rivoluzionaria militava. Era sicuro che il suo annientamento sarebbe stato gradito all'altra riva del Tevere. Perciò la genesi e il varo della “legge contro la Massoneria”, che occupò l'intero 1925, merita più attenzione di quella sinora dedicatagli dalla storiografia, ordinariamente riluttante a occuparsi della Setta Verde. Mentre all'Università di Cuba esistono da anni Istituti e cattedre di storia della massoneria e in Costa Rica non ci si occupa solo di ananas e banane ma anche di esoterismo, misteriosofia e massonismo, in Italia il tema rimane un tabù, tra sussiegosa irrisione e allarmato sospetto verso chi se ne occupa non in termini apologetici ma scientifici.
Il 16 giugno 1925: unica sconfitta di Mussolini...
Il 17 maggio 1925 i quotidiani uscirono a titoli cubitali. Contro tutte le previsioni, il giorno prima la ormai famosa “legge contro la Massoneria” non era stata approvata dalla Camera dei deputati, presieduta da Antonio Casertano, originariamente socialisteggiante, massone e infine fascista. Fu l'unica bruciante sconfitta parlamentare di Mussolini nei ventun anni dal novembre 1922 alla sua destituzione da capo del governo. Il duce s'infuriò anche perché, sicuro del trionfo, aveva presenziato alla seduta e era intervenuto ripetutamente nel dibattito. Che cosa accadde? Quasi al termine della seduta, dopo una serqua di leggine irrilevanti, la Camera approvò l'ammissione delle donne alle elezioni dei consigli comunali e provinciali: una vittoria di Pirro per i fautori del voto femminile, poiché pochi mesi dopo quegli stessi organi furono sostituiti da podestà e “prèsidi” (poi governatori), di nomina governativa o prefettizia. La legge fu approvata da 212 deputati sui 242 presenti; 28 votarono contro, due si astennero. Subito dopo si aprì la vera partita del giorno: la discussione preliminare della “regolarizzazione di Associazioni, Enti e Istituti e sull'appartenenza ai medesimi del personale dipendente dallo Stato, dalle province, dai comuni e da enti sottoposti per legge alla loro tutela”. Poiché al termine dell'esame generale fu astutamente chiesta la votazione per appello nominale prima del passaggio alla discussione degli articoli, il segretario della Camera, Angelo Manaresi, iniziò a far votare partendo dal deputato Amato Di Fausto, ragioniere, estratto a sorte. Al termine della “chiama”, il presidente prese atto che la Camera non era in numero legale per deliberare. Il verbale non dice quanti abbiano risposto. Di certo erano anche meno dei 242 di poco prima, un numero molto lontano dai 535 deputati in carica. Anche a non contare le opposizioni (socialisti, repubblicani, popolari, democratici seguaci di Giovanni Amendola: arroccati sul cosiddetto “Aventino”, un colle politicamente sterile), balzò agli occhi l'assenza compatta dei liberali e, scandalosa per Mussolini, anche di molti fascisti. Il “Serpente Verde”, come la Libera Muratorìa era detta dai massonofagi, ancora una volta aveva affondato i suoi denti avvelenati nelle carni di chi la voleva morta?
Un puntuale confronto tra i presenti e l'elenco dei deputati fascisti in carica e assenti giustificati non è mai stato compiuto. Di sicuro a favore della legge votarono fascisti di spicco certamente massoni, anche se da tempo “in sonno”, cioè non più usi a frequentare le logge. Fu il caso di Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di Italo Balbo e di Edmondo Rossoni, tutti affiliati alla Gran Loggia d'Italia, e di Alessandro Dudan, Roberto Farinacci e Achille Starace, iniziati al Grande Oriente d'Italia. Tra i massoni “di passo” e da tempo in congedo votarono Giuseppe Bottai e Araldo Crollalanza, entrambi della Gran Loggia.
La seduta del 16 maggio 1925 rimase memorabile per l'elevato tenore degli interventi svolti dallo storico Gioacchino Volpe, dal paleo-fascista Massimo Rocca, dal clericale Egilberto Martire e soprattutto da Antonio Gramsci, secondo il quale la massoneria era stata il partito della borghesia e quindi sarebbe divenuta un'ala del fascismo che ne era l'espressione sorta dalla guerra. Votò contro la legge non per simpatia verso le logge ma perché essa preludeva al regime di partito unico attraverso il divieto dei partiti di opposizione, incluso il partito comunista d'Italia, depositario della rivoluzione del proletariato. Nel suo intervento, in linea con la Terza Internazionale di Mosca, ispirata da Lenin e Trotzky, Gramsci implicitamente precorse la condanna dei riformisti come social-fascisti.
...e la sua rivincita e “orma profonda”.
Il 19, debitamente rimessa in linea, la Camera approvò la legge da tutti detta “contro la Massoneria” anche se nel suo titolo la “parolaccia” non compariva. La partita si spostò in Senato, presieduto da Tommaso Tittoni (sospettato di affiliazione massonica), ove i “patres” in camicia nera erano una minoranza esigua e sembrava prevalere la tradizione liberal-risorgimentale, laica e tollerante, condivisa dalla Corona. Come venirne a capo? Mussolini adottò le maniere forti. Ripresero gli assalti squadristi alle logge, che furono saccheggiate, mentre callidi camaleonti ne asportarono gli archivi per far sparire la traccia della loro affiliazione. Il colpo da maestro fu pilotare l'organizzazione dell'attentato a Mussolini da parte dell'ingenuo Tito Zaniboni (mai massone), il 4 novembre. L'indomani il generale Luigi Capello, alto dignitario del Grande Oriente, fu arrestato a Torino per supposta ma mai provata complicità con Zaniboni. Seguì un'impennata di attentati alle logge e di delitti, mentre ministro dell'Interno era il nazional-fascista Luigi Federzoni, da sempre massonofago. La canaglia invocò l'immediato ripristino della pena di morte per gli antifascisti.
Dopo tre giorni di dibattito il Senato approvò. Contro la legge parlarono Benedetto Croce e Francesco Ruffini, docente insigne di diritto ecclesiastico. Fu il canto del cigno del liberalismo italiano. Non intervennero senatori massoni, come Salvatore Barzilai, per non incattivire il duce. Quella “timidezza” indignò i “fratelli di base” che temevano di finire cacciati dagli impieghi, malmenati, costretti all'esilio.
Fu una pagina buia della storia d'Italia. Ignorando o fingendo di non sapere, Mussolini continuò a circondarsi di massoni “capaci e meritevoli” sia del Grande Oriente sia della Gran Loggia d'Italia. La libertà della ricerca umanistica ne rimase pesantemente condizionata. La plurisecolare Accademia dei Lincei cedette il passo all'Accademia d'Italia. Con le leggi razziali del 1938 avvenne di peggio. Tornò in auge l'autore di Giudaismo-bolscevismo-plutocrazia-massoneria, uno spretato che nel 1920 pubblicò per primo in Italia I protocolli dei Savi anziani di Sion.
Ma va detto che anche oggi, con i decreti-legge governativi e quelli di Sua Emergenza si riaprono bar, ristoranti, palestre e piscine e si spalancano le porte dei centri estetici ma non quelle dei centri culturali. E' il segno più emblematico della distrazione di massa inoculata nella società italiana dal regime emergenziale, con effetti che solo alcuni presaghi intuiscono. Per gli altri, la stragrande maggioranza, di cultura e di libertà dello spirito poco importava prima, poco importerà domani.
Sul Parlamento che si piegò supino al diktat massonofago del “Truce” scende lapidario il brocardo (che vale anche per altri o altre comparse dei giorni nostri): “Coactus voluit, sed voluit”. La sua connivenza col fascismo pertanto non può essere considerata “nulla”, anche se poi venne “annullata” dalla riscossa antifascista. La legge del 1925 fu approvata da persone consapevoli delle loro azioni e di quanto ne sarebbe derivato. Essa rimane una macchia indelebile nella storia del Parlamento. L'antimassonismo ha poi proiettato la sua ombra lugubre sui tre quarti di secolo che separano l'Italia odierna dalla fine del regime di partito unico. Anche in questo Mussolini ha lasciato “orma profonda”, più di quanto solitamente si ammetta.
Aldo A. Mola

Foto: Copertina dell'opuscolo La Massoneria. Accuse, difese, critiche, giudizi (Roma, Libreria Politica Moderna, 1925) comprendente scritti di Mussolini e dei Grandi maestri Ernesto Nathan e Domizio Torrigiani.  

CENTENARIO
 COLLASSO DELLA SCUOLA, VORAGINE DEL DEBITO PUBBLICO
COME MORÌ IL LIBERALISMO IN ITALIA (1919-1920)

   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 Maggio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Giovanni Giolitti a passeggio a RomaIl fratricidio
“Ho sempre considerato Mussolini come un avversario e Giolitti come un nemico”. Lo scrisse Francesco Saverio Nitti (1868-1953) nelle Meditazioni dell'esilio, vergate durante l'“internamento” da parte dei tedeschi a Hirschegg, in Austria, e pubblicate nel 1947, dopo vent'anni di vita all'estero. Da alcuni venerato come capofila dell'“antifascismo democratico”, con quelle parole Nitti mise a nudo le radici profonde del fallimento politico suo, del microcosmo che lo sorresse al governo nel 1919-1920 e della tabe che ormai aveva corroso dall'interno il “liberalismo all'italiana”: un nido di serpenti, pronti ad allearsi con chiunque, anche l'avventuriero più antidemocratico qual era Mussolini, pur di annientare il “nemico interno”. Ai danni di Giovanni Giolitti lo aveva già fatto Antonio Salandra nel 1915. 
Roma nacque dall’assassinio di Remo da parte di Romolo. Da lì il fratricidio discese per li rami… e colpisce ancora.
Socrate non usò la teledidattica 
Prima dello Stato vi è l'uomo. Prima della “disciplina” vi è la libertà. Dopo mesi di ponzamenti, il ministero della Pubblica istruzione emana ordinanze sugli esami finali della scuola secondaria inferiore (“terza media”) e di quella superiore (“maturità”). Un'unica certezza: insufficienti o meno, gli studenti “passeranno la nottata”: tutti promossi. Saranno esaminati in diretta o “da remoto”. Di sicuro alla debita distanza. La “prova” durerà poco. I ragazzini si faranno precedere da una tesina entro fine maggio (all'opera, genitori!). Gli altri siederanno un'oretta davanti al sinedrio dei loro docenti.
L'articolo 34, comma 2, della Costituzione recita: “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Già. Ma con gli esami alla maniera della ministra Azzolina e dei suoi esperti chi stabilisce quali siano gli allievi capaci e meritevoli e, soprattutto, chi li rintraccia nella pletora di ragazzi che non hanno il personal computer né un tablet o se li hanno non vengono raggiunti dalla “banda” perché la telecomunicazione è stata abbandonata dallo Stato a interessi voraci che vanno dove li porta il profitto e se ne infischiano delle genti periferiche, reiette ai confini dell'impero di internet? E' lo stesso Stato che finge di avere ferrovie, poste e persino una compagnia aerea che ha dissanguato anche chi non ha mai volato. Una furbata, come quella delle banche che stanno chiudendo filiali e sportelli e lasciano interi comuni senza neppure un bancomat. 
Va male, va malissimo. Ma andrà peggio quando, sull'onda di una “moda” estemporanea propiziata da Sua Emergenza Conte Giuseppe e dai suoi accoliti, si decidesse che la teledidattica dovesse primeggiare sulla scuola vera: quella “in carne e ossa”, tra quei banchi che, come fossero una antica compagnia di ventura o una trincea della Grande Guerra, per secoli hanno cementato amicizie durate una vita. 
Ai turibolanti dell'insegnamento “a distanza” ricordiamo che la filosofia “occidentale” ha per cardine l'ateniese Socrate (369/70-399 a.Cr.). Cultore dei sofisti (come Protagora e Gorgia), Socrate non “insegnò”, non dettò mai formulette: sapeva di non sapere, ascoltava, dialogava, confutava, ricercava. La conoscenza per lui non era predica, catechismo, imbonimento, ma indagine. Perciò dava fastidio. Venne condannato a morte dai suoi ottusi concittadini, primo martire della libertà di pensiero e di coscienza. Ne furono interpreti il sommo Platone, che da Atene si allontanò guardingo per non subire analoga sorte, e Aristotele. Tra esoterismo ed essoterismo ammise l'esistenza di un Dio, ma come motore immobile: di modo che gli uomini non potessero imputargli la colpa delle loro bestialità, tante nei millenni e tuttora innumerevoli, perché dai guai sopraggiunti o commessi nel passato, cioè dalla Storia, gli uomini poco o nulla apprendono. Perciò essa non è magistra vitae se non per chi la frequenta. A conferma, Conte, i “suoi” ministri e i cosiddetti governatori  hanno nominato una fungaia di “esperti” comprendenti di tutto tranne che storici, filosofi, pedagogisti. Vivesse oggi, di sicuro Socrate ne sarebbe escluso; forse, invece, verrebbe insediata sua moglie Santippe, anche per appagare Lilli Gruber.
È dalla grande guerra che l'Italia affoga nei debiti
Nel 1926 il governo Mussolini concluse l'accordo per restituire agli Stati Uniti d'America il prestito ottenuto per fronteggiare la Grande Guerra. Il debito era enorme; ma nulla rispetto a quello che Roma doveva ad altri “alleati”, generosi nel concedere, esosi nel sollecitare il saldo. L''Italia s'impegnò a versare il dovuto con rate semestrali per i successivi 60 anni, sino al 1987. Nel 1941, sempre al potere, Mussolini dichiarò guerra agli USA. Forse fu una decisione imprudente.
Lasciamo al lettore curioso accertare quanto ne derivò per il debito pubblico contratto dall'Italia nella seconda guerra mondiale, a parte le rovine materiali di un Paese che per cinque anni subì bombardamenti e per due fu teatro di una guerra guerreggiata dalla Sicilia alle Alpi come non se ne vedevano da quella tra bizantini e ostrogoti, che la desertificarono. Chi oggi vocifera di Piano De Gasperi anziché di Piano Marshall dovrebbe ricordare l'imbarazzo di De Gasperi quando venne fotografato in America con in mano l'assegno per la Ricostruzione (in cambio di quanto sappiamo: ne ha scritto Nico Perrone in saggi documentati).  
Nitti l'economista: un cattedratico al governo...
L'ascesa di Nitti a presidente del Consiglio il 23 giugno 1919 nacque dalle sue personali qualità di studioso di economia e finanza, dalle buone prove date da ministro con Giolitti (1911-14) e con Vittorio Emanuele Orlando (1917-gennaio 1919) e soprattutto dal disastro del governo precedente, presieduto da Orlando con Sidney Sonnino agli Esteri. Al congresso della pace di Parigi, malgrado il supporto di Salvatore Barzilai e di un modesto seguito di consiglieri, irrilevante rispetto alle centinaia di tecnici messi in campo dagli altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti d'America, la delegazione italiana si condusse con manifesta incapacità. Dinnanzi al rifiuto della richiesta di Fiume in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915, essa abbandonò i lavori. Il presidente degli USA, Wilson, rispose esortando direttamente gli italiani a darsi una regolata. La replica di Roma cadde nel vuoto. Al governo non rimase che riprendere la via francigena. Come ha scritto efficacemente Valerio Perna, acuto studioso di storia della diplomazia, Orlando e Sonnino ignorarono i profondi cambiamenti introdotti dalla Rivoluzione russa, dall'intervento degli USA, dal crollo di quattro imperi e dalla costituzione della Lega delle Nazioni. Pensavano di usare ancora la moneta vecchia nei tempi nuovi. Rientrata a Roma, la delegazione ebbe la sconfessione più bruciante. Il governo venne sfiduciato dalla Camera dei deputati. Da presidente, Nitti tenne per sé l'Interno. Come narra il suo biografo, Francesco Barbagallo, si valse del fedelissimo segretario, Giuseppe Magno. Gli Esteri andarono al giolittiano Tommaso Tittoni, presto sostituito da Vittorio Scialoja. Paradossalmente, il 28 giugno 1919 Orlando e Sonnino rappresentarono l'Italia alla firma del Trattato di Versailles benché non fossero più al governo. In tal modo ebbero sulle spalle il passivo del trattato: la delusione per la mancata assegnazione di Fiume.
...di un Paese nel caos
Guazzabuglio di correnti, clan regionali e clientele personali, la Camera si era spesso mostrata cinica e spietata, soprattutto quando tirava vento di elezioni. Quella in carica nel giugno 1919 era stata eletta nel remoto 29 ottobre 1913. Risultò la  più durevole e meschina della storia d'Italia. Approvò tutto quello che non voleva (a cominciare dall'intervento in guerra e dal conferimento al governo di poteri legislativi “in caso di guerra”), salvo vendicarsi alla prima occasione. Nel giugno 1916 sfiduciò Salandra e così fece col suo successore, Paolo Boselli, il 25 ottobre 1917, quando a Roma i deputati ancora nulla sapevano della sconfitta di Caporetto e del forzato ripiegamento dell'Esercito. Prima di essere sciolta, la Camera sguazzò nelle roventi polemiche suscitate dalla malvagia “Inchiesta sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917)” (nota come “Inchiesta su Caporetto”), usata quale atto d'accusa nei confronti dei vertici militari (Luigi Cadorna,comandante Supremo; Carlo Porro, suo vice; Luigi Capello, comandante della II Armata...). A metà agosto approvò la masochistica legge elettorale che introdusse il riparto dei seggi in proporzione al numero dei voti ottenuti dai partiti nelle 54 circoscrizioni del regno. Eletta per la prima volta a suffragio quasi universale maschile, ma con lo scudo dei collegi uninominali, quella Camera  mostrò nei fatti quanto sia fatuo il diritto di voto se non esprime una dirigenza all'altezza del compito che le viene affidato dai cittadini.
Il 10 settembre a Saint-Germain l'Austria, sorta dalla dissoluzione dell'impero asburgico, sottoscrisse il trattato di pace con le potenze vincitrici, Italia inclusa. Fiume rimase qual era. Il 12 vi irruppe Gabriele d'Annunzio che ne rivendicò l'annessione all'Italia chiesta sin dal 29-30 ottobre 1918 dal consiglio comunale fiumano eretto in Consiglio nazionale. Il governo di Roma sconfessò l'“impresa”, preparata da una cordata di militari e da una rete di massoni delle due comunità, il Grande Oriente e la Gran Loggia d'Italia, decisamente osteggiate dalle massonerie dei paesi alleati.
Il settantottenne Giolitti, già quattro volte presidente del Consiglio, tramite il conterraneo Facta aveva invano esortato  Orlando a indire le elezioni nella primavera del 1919, nel clima della vittoria da poco conseguita e prima che ne emergesse l'onerosissimo costo. Caddero nel vuoto analoghi suggerimenti fatti pervenire a Nitti. Le elezioni ebbero luogo il 16 novembre in un clima avvelenato, dominato dalla contrapposizione tra socialisti, dilaniati in correnti ormai incompatibili (estremisti decisi a “fare come in Russia” e “moderati” come Filippo Turati e Claudio Treves), cattolici del neonato Partito popolare italiano, allestito da don Luigi Sturzo, liberali “costituzionali” e fautori accesi della repubblica. Anche il gran maestro del Grande Oriente, Domizio Torrigiani, si pronunciò per la costituente (fatalmente repubblicana) e caldeggiò un partito del lavoro per mediare tra il bolscevismo e la borghesia, a suo giudizio ormai avvizzita.
La fantasia al potere...
Al disordine delle idee si accompagnò quello della vita pubblica e sociale, fra scioperi a getto continuo, occupazione di terre e un rimpasto ministeriale senza crisi vera e propria (14-22 marzo 1920). Economista di vaglia e autore di saggi apprezzati anche all'estero, Nitti tentò di spostare il confronto politico dall'interno allo scenario internazionale, la cui dinamica, però, non era alla portata dell'Italia. Lo si era constatato nelle conferenze diplomatiche di Londra e di Sanremo che nei primi mesi del 1920 segnarono la spartizione dell'impero ottomano e dei domini coloniali germanici tra Francia e Gran Bretagna, con l'Italia spettatrice.
La guerra, con 15 milioni di morti per cause belliche dirette, e l'epidemia detta “spagnola” (il cui bilancio continua a oscillare tra i 20 e i 50 milioni di vittime) insegnarono poco o nulla. I governi rimasero egoisti e arroccati nella strenua difesa dei propri interessi. Il Congresso degli USA rifiutò di ratificare la pace di Versailles. Wilson fu condannato al repentino tramonto. La lega delle Nazioni, in vigore dal 10 gennaio, ridotta a espressione degli appetiti preminenti di Londra e di Parigi, perse rapidamente di credito.
Nitti resse sino a quando gli riuscì di nascondere la verità: lo spaventoso debito pubblico contratto dall'Italia per fronteggiare la guerra. Dopo due militari di valore (il contr'ammiraglio Giovanni Sechi alla Marina e Alberico Albricci alla Guerra) dal 14 marzo titolare della Guerra fu l'ex socialriformista e poi “democratico” Ivanoe Bonomi, ritenuto massone anche dalla Santa Sede, ma senza prove documentarie. Sicuramente affiliati al Grande Oriente erano invece vari sottosegretari di Stato, quali Andrea Finoccchiaro Aprile, Alberto La Pegna, Bortolo Belotti, Bartolomeo (Meuccio) Ruini e altri, disseminati in ministeri chiave (Guerra, Giustizia, Tesoro, Industria e commercio), un “partito” all'interno della macchina statuale. I nazionalisti e Mussolini prendevano nota.
...e il ritorno all'Ordine
L'11 maggio 1920 il governo Nitti venne sfiduciato alla Camera da socialisti, popolari, destra liberale: “per lo sfacelo dello Stato e di ogni disciplina morale” commentò Filippo Turati, dimentico che si pecca per pensieri, atti e omissioni. Nitti aveva sempre omesso di appoggiare con franchezza il liberale Giolitti, l'unico statista capace di resuscitare l'Italia dalle rovine. Dopo frenetiche quanto vane consultazioni (tanti sono pronti ad abbattere, pochi disposti ai sacrifici della ricostruzione), Vittorio Emanuele III, consultati invano il cattolico Filippo Meda e Bonomi, incaricò nuovamente Nitti, che formò un governo snello comprendente democratici, popolari (come Giulio di Rodinò alla Guerra) e massoni, subito messi sotto processo dal Grande Oriente, contrario alla collaborazione con i cattolici.
Però, a differenza di quanto era accaduto nel 1908 questi ultimi non vennero condannati né “bruciati tra le colonne”, ma solo perché poche settimane dopo Nitti venne nuovamente sfiduciato. A quel punto il Re incaricò Giolitti che il 16 giugno “prese le consegne” del potere in una sobria cerimonia al Quirinale.
Da anni lo statista aveva pronto il programma. Lo aveva enunciato dall'agosto 1917, ripetuto il 12 ottobre 1919, ribadito altre volte: abolire il prezzo politico del pane, risanare il debito pubblico (quasi 90 miliardi contro i 13 dell'anteguerra: una voragine), eliminare gli sprechi, ripristinare l'ordine dei servizi e il senso dello Stato. Giolitti non ebbe mai alcuna cattedra universitaria. Non si atteggiò ad economista. Per capire gli bastavano le peregrinazioni nel suo vecchio Piemonte, misto di orgoglio e di onesta povertà, e le sgambate per Roma, bastone in mano e senza scorta. Vedeva, capiva. Andava in ufficio alle 9, ne usciva alle 12 per una refezione; vi tornava alle 15 e ne usciva alle 19 o 20. Cenava e alla moglie, Rosa Sobrero (“Gina”), scriveva “di salute sto bene”: appetito e sonno regolari. Nitti, invece, vi andava all'alba e ne usciva a notte avanzata. All'Istruzione Giolitti chiamò Benedetto Croce, quintessenza del liberalismo italiano di statura europea. Il filosofo (apprezzato dallo statista che lo trovò “di buon senso”) impostò la rinascita dell'Italia sulla serietà della Scuola, anzitutto sull'istruzione scientifica e tecnica.  Sui banchi si formano i cittadini e la loro classe dirigente. Il napoletano Croce, uso a passare le vacanze in Piemonte, di tanti apprendisti a docenze universitarie e di aspiranti politici soleva dire “hai fatto, hai fatto e non hai fatto niente”. Il V governo Giolitti, che merita apposita memoria, fece quanto possibile per risanare il Paese gravato dalla morte di 680.000 maschi adulti per cause di guerra, di circa 600.000 vittime della “ febbre spagnola” e da un debito pubblico che un secolo fa lo privò di vera indipendenza e dal quale non si risollevò alzando fasci littori e vantando otto milioni di baionette.
I fatti sono ostinati. Quelli di un secolo fa dovrebbero aprire gli occhi sull'Italia di oggi e di domani, nella cauta previsione di due anni di convivenza con la pandemia. Che fare dunque? Anzitutto rivendicare la libertà di circolazione inter-regionale, l'abitazione delle case di proprietà, quante esse siano e ovunque siano, e di rialzare la prora verso la vita perché, dopotutto, questo morbo non è nulla rispetto a quanto abbiamo saputo fare nel secolo delle guerre mondiali, dei campi di sterminio, del lancio delle atomiche (non solo sul Giappone ma nella miriade di esperimenti a cielo aperto) e di centrali nucleari un po' difettose. Il peggio potrebbe ancora venire.      
Aldo A. Mola

FOTO: Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842- Cavour, 1928), anziano, per le vie di Roma. Cinque volte presidente del Consiglio e ministro dell'Interno passeggiava svelto e senza scorta. Amava la libertà per gli italiani; e anche la sua.  

SU CONTE DA VOLTURARA
 VOLTEGGIA L'OMBRA CUPA DI SALANDRA
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 Maggio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Crisi di sistema
L’emergenza sanitaria precipita in crisi di sistema. Lacera il tessuto sociale. Investe le istituzioni. Da decenni la “politica” è scesa di molti gradini nell'interesse dei cittadini. Lo documentano due fatti inoppugnabili. In primo luogo il crollo dell’affluenza ai seggi, scesa al di sotto del 50% anche in elezioni regionali e persino comunali, le più sentite. Presidenti di regioni e sindaci rappresentano un quarto o meno degli amministrati. I presidenti delle province sono gufi impagliati che spesso non vedono come sono ridotti gli edifici scolastici e le strade di cui rispondono. In secondo luogo la lontananza, vieppiù lacerante, tra le istituzioni e il Paese. Ne è specchio la logorroica auto-apologia pronunciata giovedì 30 aprile da Giuseppe Conte alla Camera e al Senato. Tutto ha detto il presidente del Consiglio, di sé e per sé, tranne un pur misero cenno all'incipit della Costituzione: “L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Ancora una volta ha rimediato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che per viatico del 1° maggio ha esortato ad affrontare i “ritardi antichi”, riecheggiando i “vizi originari” del Paese deplorati dal suo predecessore Giorgio Napolitano anche nel 150° del Regno d'Italia. Se mai nella “festa del lavoro” fossero sfilati cortei, vi avrebbero fatto ala i volti impietriti di imprenditori, cassintegrati, disoccupati e dei disperati in cerca di un lavoro qualunque (anche in nero se non si ritorna almeno ai “voucher”) e ormai alla fame, che è sempre pessima consigliera. A risalire la china non basta la pioggia di redditi di cittadinanza, elemosine, prestiti mascheranti partite di giro (“tanto ti do, tanto mi restituisci, e con interessi”), di congedi parentali per mettere toppe private alla mancanza di una seria politica per le famiglie. Riaprire le fabbriche a inizio maggio e promettere “micro-asili” da giugno per i bambini da 3 a 6 anni la dice lunga sull’acclarata incapacità del governo di programmare e fronteggiare l'urgenza. Procede a strappi, a segmenti, ignorando gli italiani da 6 a 14 anni, quelli fino ai 18 e via via per classi di età sino ai vituperati “anziani”.
La crisi, dunque, investe tutto e tutti. Anzitutto i “ludi cartacei”, come “Buonanima” definì le elezioni. Durante il suo non rimpianto regime si registrò la massima partecipazione al voto, perché bisognava “credere, obbedire, combattere”: ritornello in questi tempi riecheggiato da chi retoricamente dice che “siamo in guerra”. E poi i “tornei oratori” nelle Aule parlamentari: esibizione di parole e gesti “ad usum” dei telespettatori, cioè dell'esigua minoranza che ancora cerca il bandolo di una matassa troppo ingarbugliata. Come ha ricordato Matteo Renzi, tempestivo interprete del malessere serpeggiante nel paese, i cittadini non si attendono un uomo della provvidenza né un capo dai pieni poteri. Ne hanno già avuti abbastanza. Attendono che le istituzioni facciano quello che compete loro, senza travalicare il limite di legge e dando prova di “senso dello Stato”, che poi è solo elementare buon senso, come insegnò il più grande statista italiano dall'unità a oggi, Giovanni Giolitti. Diversamente il sistema è condannato a crollare di schianto, come accadde agli Stati pre-unitari, corrosi al loro interno e sprofondati nell'abisso che essi stessi avevano generato.
Conte, figlio dell'Emergenza
Sua Emergenza Giuseppe Conte, classe 1964, avvocato, docente universitario, è presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana. Com'è potuto accadere? Che cosa accadrà? Il saggio di Miguel Gotor su “L'Italia nel Novecento” (Einaudi) offre una robusta cornice. Per focalizzare la scena odierna occorre fare un passo indietro: il fallimento della riforma della Costituzione “siglata” da Maria Elena Boschi e propugnata da Matteo Renzi. Il progetto mirava a salvare il “sistema”, ma risultò aggrovigliato e confuso, in specie su natura e scopi del Senato. Fu affossato dal referendum del 4 dicembre 2016. Renzi si dimise l'indomani. Il suo successore, Paolo Gentiloni, in carica dall'11 dicembre, ebbe il merito di traghettare il paese sino alle elezioni del 4 marzo 2018 senza traumi. Il quadro partitico, già segnato da profonde crepe, ne uscì sconvolto. Il Movimento 5 Stelle ispirato da Beppe Grillo conquistò 222 deputati su 630 ed elesse capogruppo Giulia Grillo. La Lega ne contò 125, il Partito democratico 111, Forza Italia 104, Fratelli d'Italia 32. Il gruppo “misto”, come la Zattera della Medusa, aggregò 14 deputati di Liberi e Uguali, esponenti di gruppi minori, antieuropeisti e europeisti, chierici vaganti e altri, già sotto le insegne del M5S ma poi reietti.
Dopo quei ludi cartacei iniziò la crisi più lunga della Repubblica. Il centro-destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia) si propose quale coalizione di governo. Invano. “In alto” venne sommessamente osservato che esso non aveva la maggioranza dei seggi alla Camera. Non era saggio mandarlo a procacciarsi i voti mancanti tramite manovre oscure prima della fiducia dell'Aula. Tra Pentastellati e Lega iniziò la laboriosa trattativa conclusa con il “Contratto per il governo”: un “patto” tra partiti comprendente clausole del tutto incostituzionali (quali, tanto per memoria, l'esclusione dal governo di chi risultasse massone, quasi fosse appestato) e una sorta di “gran consiglio” delegato a dirimere in sede extraparlamentare eventuali différends tra i “soci”. Il 21 maggio 2018 la “ditta” M5S-Lega propose a Mattarella di nominare presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Chi era costui? Carriera forense e accademica a parte, il 27 febbraio il capo politico dei 5S, Luigi Di Maio, lo aveva ventilato ministro della Pubblica amministrazione (ruolo oggi ricoperto da Fabiana Dadone, pentastellata, cebana, laureata in legge). Incaricato di formare il governo, il 27 maggio Conte cozzò contro il rifiuto del Quirinale di nominare Paolo Savona ministro dell'Economia e delle Finanze. Sulle orme di Giorgia Meloni, Di Maio minacciò di incriminare Mattarella per tradimento della Costituzione. Per tenersi in forma il M5S adesso interdice il Quirinale, ora per allora, alla presidente della Corte Costituzionale prof. Cartabia, rea di sostenere che il presidente del Consiglio ha “funzioni legislative” solo “per tempi limitati e per oggetti definiti” (art. 76 della Carta). Il capo dello Stato affidò la formazione di un “governo tecnico” a un economista, Carlo Cottarelli, che poche ore dopo rinunciò poiché era miracolosamente risorta la “possibilità di un governo politico”. Nuovamente incaricato (31 maggio), Conte accettò “senza riserva” e presentò la lista dei ministri, comprendente quali vice presidenti il segretario della Lega, Matteo Salvini, ministro dell'Interno, e Di Maio, ministro dell'Industria e dello Sviluppo Economico, con Savona alle Politiche comunitarie.
La navicella del governo prese il largo fra tensioni quotidiane dei suoi vogatori. Il navarca Conte subì umiliazioni pubbliche, masticò amaro ma resse sino a quando il 9 agosto 2019, in un raptus mai spiegato, Salvini annunciò la sfiducia al governo (senza però lasciare la carica) e spalancò una voragine (governi “al buio”, elezioni emotive...) nella quale il sistema rischiò di precipitare. Fu Matteo Renzi a salvare il salvabile. Prospettò la coalizione di diversi, dagli affetti per nulla stabili: M5S, Liberi e Uguali (ai quali non parve vero di divenire partito di governo) e Democratici, il cui segretario, Nicola Zingaretti, non è neppure deputato: sorte curiosa per il partito che accomuna la tradizione di grandi esponenti parlamentari quali Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Achille Ochetto, da un canto, e Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, dall'altro.
Mattarella incaricò Conte di formare un nuovo governo, che si insediò il 5 settembre. Basata su numeri abbastanza ampi alla Camera ma risicati al Senato, divisa nei presupposti e nelle prospettive ultime (i Pentastellati erano e rimangono intrinsecamente anti-sistema), l'alleanza fu ed è “condannata” a durare per la sua minorità elettorale nel Paese, come mostrato dalle consultazioni che si sono susseguite dal rinnovo degli eurodeputati (maggio 2019) sino ai consigli regionali di Umbria, Calabria ed Emilia Romagna: tormentoni enfatizzati oltre ogni opportunità. Le ultime (dagli esiti diversi: al successo del piddino Stefano Bonaccini in Emilia e Romagna si contrappose quello della forzista Jole Santelli in Calabria) furono celebrate il 26 gennaio 2020. Era appena ieri, eppure sembra un'era geologica fa. Qual era l’agenda politica in quel momento? Conte, soci di governo, opposizioni e “media” già si struggevano in vista del rinnovo di consigli regionali e comunali in calendario per il resto dell'anno, nonché del referendum confermativo sulla riduzione dei Parlamentari, fissato per il 29 marzo. Era la via maestra per distrarre l'attenzione dai problemi del giorno. La produzione industriale andava male, i debiti non esigibili dalle banche pure, il malcontento cresceva. Il governo studiava le alchimie più sofisticate per aggiralo e tacitarlo, anziché per dare risposte concrete.
Poi d'improvviso il Paese fu da un vento rapito. Ma non prese affatto a volare. Dovette iniziare a fare i conti con l'epidemia, un mese e mezzo dopo classificata pandemia a sgravio di responsabilità nazionali. Mentre dai videoschermi dispensava futili assicurazioni sulla preparazione dell'Italia a fronteggiarla, Conte mise le mani avanti con la memorabile delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, con la quale, ignari Parlamento (colpevolmente distratto) e cittadini in spasimante attesa del Festival di Sanremo, il governo si prese sei mesi per decretare ad libitum. Dopo i decreti legge vennero introdotti sino alla nausea quelli del Presidente del Consiglio e di ministri vari, talora validi per pochi giorni.
Salandra, figlio di Tròia 
Conte nacque a Volturara (detta Appula per distinguerla dall'omonima Irpina), sparuto villaggio sui colli della Daunia (nome di un'antica loggia cara al neognostico Carlo Gentile: “I Dauni costanti nel dovere”). Da lì la strada verso est conduce a Lucera, ove Federico II di Svevia stanziò la sua più fedele guardia del corpo, islamica. Lucera è un simbolo ed è anche un bivio: o per Foggia o per Tròia, la città nativa di Antonio Salandra (1853-1931), un notabile dalla lunga carriera politica (per il Mulino ne ha scritto con eleganza il suo biografo, Federico Lucarini). Dopo traversie e tappe che qui non mette conto narrare, giurista di fama, autore di opere insigni, sottosegretario di Stato alle Finanze con Rudinì e Crispi, ministro con Pelloux e Sonnino, nel marzo 1914 Salandra fu nominato presidente del governo da Vittorio Emanuele III su consiglio del suo predecessore, Giolitti.
Con la gratitudine tipica di uno dei dodici apostoli, come ha scritto Luigi Compagna nell'acuto saggio “In guerra contro Giolitti” (ed. Rubbettino) Salandra si prefisse un obiettivo precipuo: annientare lo statista piemontese, fargli terra bruciata all'intorno, cacciarlo da Roma. A offrirgli la grande occasione furono la conflagrazione europea e il cammino “lento pede” dall'alleanza con gli Imperi Centrali a quella con l'Intesa, sconsideratamente sottoscritta a Londra il 26 aprile 1915. Essa impegnò l'Italia a entrare in guerra contro “tutti” i nemici entro 30 giorni dalla firma. Già a inizio marzo Salandra aveva avuto un sussulto lacerante: il governo non aveva il sostegno del Parlamento, né la certezza dell'accordo con l'Intesa né, tanto meno, il placet del taciturno Capo dello Stato.
Dopo vicende talmente aggrovigliate che non possono essere riassunte in poche righe, il 13 maggio 1915 il governo rassegnò le dimissioni perché sulle sue “direttive nella politica internazionale” mancava “il concorde consenso dei partiti costituzionali richiesto dalla gravità della situazione”: figurarsi quello degli anti-sistema (repubblicani e socialisti). Ma il 17 seguente, avuto il reincarico, Salandra approntò il disegno di legge per avere la “delegazione di poteri legislativi in caso di guerra e per l'esercizio provvisorio”. Il 20-21 ottenne la fiducia dalle Camere, pur contrarie alla guerra. Sotto “ricatto morale” esse non votarono l'intervento ma eventuali poteri straordinari. Il trucco funzionò. Così Salandra ebbe mano libera per dichiarare la guerra, ma, con doppiezza, lo fece solo contro l'impero austro-ungarico, in violazione dell'accordo di Londra, alimentando così la diffidenza dei nuovi alleati.
Con lungimiranza analoga a quella mostrata dal governo Conte che è rimasto sostanzialmente inerte dal 31 gennaio al 23 febbraio 2020, l’esecutivo del 1914-1915 non provvide alle urgenze dell'esercito, nella stralunata convinzione che la guerra si sarebbe chiusa prima dell'autunno. Non armi, non munizioni, non cavalli, non vestiario per l'inverno. Il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, tempestava quotidianamente il governo di richieste, che lo lasciava senza risposte.
Nel maggio 1916 gli austro-ungarici lanciarono la spedizione di primavera per alleggerire la pressione sul fronte sud. Il re chiese personalmente allo zar di Russia di attaccare da est l'esercito nemico. Nicola II aderì. Nel frattempo Cadorna non solo fermò la “spedizione punitiva” ma in pochi giorni spostò segretamente la massa critica sul fronte est e lanciò l'offensiva conclusa con la liberazione di Gorizia. Che cosa escogitò Salandra? La convocazione di una sorta di “consiglio di guerra” comprendente egli stesso, il ministro degli Esteri Sonnino e una pletora di “politici” e di “esperti” per imbrigliare il Comandante Supremo. Cadorna rifiutò seccamente. Benché all'oscuro delle manovre di un presidente in caccia di consensi e di plausi a sostegno del “sacro egoismo” e della sua convinzione di essere entrato da protagonista nella Storia, la Camera lo mise in minoranza. Costretto alle dimissioni, non tornò mai più al potere. Gli subentrò la compagine presieduta da Paolo Boselli, succubo delle fazioni parlamentari. L'ombra di Salandra aleggiò a lungo sull'Italia. Oggi è monito per il suo conterraneo.
“El Condor pasa...”
Per dirla con Alessandro Manzoni, qual è il “sugo” di quella vicenda? La politica è arte di governo. In una democrazia parlamentare essa non si basa sull'arroganza, sulla furbizia. È responsabilità. Governare richiede senso dello Stato, che è anzitutto – ripetiamo – buon senso, capacità di ascolto, dedizione al Paese. Virtù che non si apprendono sfogliando le pandette.
Ora, nessuno mette in dubbio la buona volontà di alcuni ministri del governo attualmente in carica, né la buona fede di quanti gli hanno dato e magari ancora gli daranno fiducia “a emergenza in corso”. Però due considerazioni s’impongono. La prima è che per fronteggiare la crisi l'esecutivo ha varato misure tardive e poco efficaci a contenere il virus e altre certamente in grado di limitare – talora in modo illegittimo – le libertà costituzionali dei cittadini. La seconda è che il governo nella sostanza ha demandato la responsabilità d’individuare i presupposti di quelle stesse misure a “esperti” nominati ex post in numero esorbitante con “ritorni” di dubbia utilità.
Quando il 24 maggio 1915 l'Italia entrò nella “fornace ardente” il Re, capo delle forze di terra e di mare, andò da Roma al fronte (anzi,“alla fronte”, come scriveva Cadorna) e vi rimase ogni giorno per vedere, capire, incoraggiare. Partiva la mattina per i segmenti più disparati delle battaglie e lungo itinerari noti a lui solo, consumava due uova sode e un'insalata seduto a terra con gli ufficiali del seguito, assisteva agli assalti, più volte scampò le bombe nemiche anche, si disse, per le sue qualità rabdomantiche. Non visse la guerra nella solitudine del Quirinale, ove, anzi, la Regina Elena organizzò l'Ospedale Territoriale n. 1 per curare feriti gravissimi.
L'Italia sopravvisse ai governi Salandra, Boselli e Orlando. Resse anche alla sconfitta (non disfatta né rotta) di Caporetto e infine vinse. Alzava il tricolore con lo scudo sabaudo come ha ricordato il generale Oreste Bovio nella sua esemplare Storia dell'Esercito italiano.
La Stella d'Italia splendeva in un cielo azzurro terso, ben diverso da quello del maggio 2020, che ha poco di “radioso”, gonfio di cumuli forieri di grandinate e solcato da sinistri battiti d'ali...: quelle dell'avvoltoio.
Volturara Appula, sito natio di Conte, trae nome da “voltur”, un rapace della famiglia degli accipitridi. Scaltro, audace, arrogante, orgoglioso del collaretto di penne sotto il collo pelato, occhio quasi aquilino, micidiale becco rostrato e schiocco raggelante, quell'uccello ha il fascino del predatore che si pasce di teneri agnelli e di carogne.
Aldo A. Mola

Francisco Goya, “Saturno divora i suoi figli”. Il 30 aprile Matteo Renzi, fondatore di Italia Viva, ha annunciato la dissociazione dalla deriva populista del governo che più ogni altro concorse a far nascere nascere nell'agosto 2019.

QUO VADIS ITALIA?
 SCUOLA VERA PER TUTTI 
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 Aprile 2020, pagg. 1 e 11.
 

Mezzo secolo fa l'Italia spalancava il futuro alle nuove generazioni: scuola, viaggi, scienze, professioni. Le rovine (nella foto Bussana Vecchia) erano alle spalle. E ora?   Restituiamo ScuoIa vera a scolari e a studenti. Hanno bisogno di luce, di aria, di sole. Il chiuso avvizzisce.  Scambio alla pari...
In cambio di qualche mascherina certificata, guanti usa e getta e di un “gel”(buono anche per i capelli) prestiamo al prof. avv. Conte Giuseppe, ai “suoi” ministri (come esso usa dire), in specie ad Azzolina Lucia e ai loro multiformi esperti, un Bignami di storia, un atlante d'Italia e una copia di “Pedagogia come scienza filosofica” di Giovanni Gentile (1913). I destinatari dell'omaggio perdoneranno se sono due volumi, usati, con segni a margine. Valutato  all'estero massimo filosofo italiano del Novecento, Gentile fu assassinato a Firenze da un partigiano comunista il 15 aprile 1944. Le sue opere a lungo rimasero “all'indice”. Ancora oggi scriverne è “politicamente scorretto”. Però in questi tempi di forzata clandestinità Conte, Azzolina, Colao Vittorio (classe 1961: sulla soglia dei fatidici 60 anni e quindi prossimo a “scadenza”) et alii potrebbero utilmente sfogliare di nascosto quest'opera dalle idee antiche ma sempre attuali: la centralità della Scuola per uno Stato civile. Come nota a pie' di pagina suggeriamo quanto nel 1978 Philippe Ariès scrisse nell' Enciclopedia diretta per Einaudi da Ruggiero Romano: “La scolarizzazione della società risponde ai nuovi bisogni di una nuova famiglia, e se la sua estensione è stata in effetti favorita dai poteri e dai partiti politici, essa è stata resa possibile dalla complicità e dalla collaborazione delle famiglie”. 
Tragico ma vero. Andiamo per ordine.
Il primato della pedagogia e della didattica: scuola dell'anima” 
Un tempo l'Italia vantò un primato nelle scienze dell'educazione. Fu culla dell'Umanesimo e del Rinascimento. In epoche di drammatico degrado ebbe protagonisti ordini religiosi specialmente dediti al recupero e all'istruzione di bambini e adolescenti. Tra i molti, meritano memore gratitudine San Filippo Neri e San Giuseppe Calasanzio (1557-1648), spagnolo d'origine e fondatore delle scuole popolari, breviter Scolopi (ne fu allievo Giosue Carducci, sempre sodale del suo maestro, “Cecco Frate” e di padre Barsanti, inventore del motore a scoppio). La chiesa tridentina era cattolica. Poi seguì la durissima lotta contro l' “Ordine di Loyola”. Ne ha scritto Gianpaolo Romanato nel succoso saggio “Gesuiti, guaranì ed emigranti nelle Riduzioni del Paraguay” (ed. Longo). Dopo l'Illuminismo, che gareggiò con le età precedenti proprio sul terreno delle scienze e delle arti, nell'Occidente euro-americano la Pedagogia visse secoli d'oro. I maggiori filosofi (Hegel, Fichte, Shelling, Krause:due su quattro sicuramente massoni...) posero al centro l'uomo. Si susseguirono pedagogisti celebri a partire, per esempio, dal “fratello” Pestalozzi. L'Ottocento fu il banco di prova dell'educazione, tutt'uno con la moltiplicazione degli Stati nazionali. Quelli già esistenti ribadirono i loro primati. La Francia camminò nel solco di Napoleone I. Nei “collegi” della Gran Bretagna a suon di vergate venne forgiata la dirigenza dell'Impero vittoriano. Gli Stati nuovi nacquero da progetti educativi propri. Fra questi spiccò l'Italia di Antonio Rosmini, Terenzio Mamiani e del lungo treno di politici impegnati a giustificare l'unificazione politica in nome del “Progetto Italia”. I dibattiti parlamentari su scuola, istruzione ed educazione furono sempre di livello eccelso. Michele Coppino, otto volte ministro dell'Istruzione nell'arco di vent'anni e promotore dell'istruzione elementare obbligatoria e gratuita, interrogò l'Aula sul dilemma angosciante: la Scuola ha il dovere di “istruire” (grammatica, matematica, storia, geografia, potare e innestare gli alberi, igiene...); ma ha anche il diritto di “educare”, di imporre un “abito” al futuro cittadino? Non era un dubbio da poco mentre gli Stati si armavano, si studiavano in cagnesco, si preparavano a scagliarsi gli uni contro gli altri in duello mortale, come poi avvenne nella guerra dei Trent'Anni del 1914-1945, conflitto tra opposte “concezioni del mondo”, razzismo incluso (che non fu un'invenzione di Hitler ma covava da più di un secolo).
Gentile a parte, la Nuova Italia non ebbe né “filosofi” né “pedagogisti” di fama universale. Nulla di paragonabile alla nutrita serie degli idealisti tedeschi e di Herbart, dei positivisti francesi (che iniziarono come revisionisti del cristianesimo con Saint-Simon e finirono addobbati da chierichetti in libera uscita, come Bartolomeo Prospero Enfantin). Ebbe però una schiera di persone serie come Gino Capponi, Raffaello Lambruschini e tanti uomini e donne che unirono pensiero e azione: più didattica, meno astruserie, più cura dei bambini quali sono. Nel loro novero spiccò Maria Montessori.  
Il fulcro del dibattito fu e rimase il rapporto tra il bambino e il futuro cittadino. Il repertorio dei ministri della Pubblica istruzione della Terza Italia indica il livello culturale dei suoi titolari. Si confrontavano  con i  sistemi educativi degli altri Stati e con l'altra riva del Tevere: gli scrittori della “Civiltà cattolica” e l'Università Cattolica fondata da padre Agostino Gemelli (1878-1959), nato in ambiente massonico e anticlericale, laureato in medicina a Pavia, trascorso al cattolicesimo, studioso delle avanguardie di psicoanalisi e psicologia sociale fiorenti negli Stati Uniti d'America.
Da pedagogia e didattica ad “amministrazione”
Che cosa rimane di quel retaggio? Nel dopoguerra la Scuola italiana si affrettò a tradurre Dewey, rincorse Piaget e brancolò nel bosco incantato di modelli stranieri, persino di ispirazione sovietica. Lo ricorda Maria Corda Costa in un nitido panorama della pedagogia nel Novecento. D'altronde quale progetto pedagogico unitario potevano esprimere i governi del Comitato di liberazione nazionale che andavano da Benedetto Croce a Palmiro Togliatti? Chi oggi retoricamente dice che bisogna “tornare allo spirito del 1945” dimentica che all'epoca le parti in conflitto non  raggiunsero alcuna sintesi superiore, ma solo un armistizio. Eliminata la monarchia, la Costituente nacque dal rinvio del “regolamento dei conti” da parte degli opposti fronti. Dopo i successori di Gentile (Giuseppe Belluzzo, Balbino Giuliano e Giuseppe Bottai: tutti e tre massoni) all'Istruzione si susseguirono Leonardo Severi, Giovanni Cuomo, Guido De Ruggiero, Vincenzo Arangio Ruiz ed Enrico Molè. L'Istruzione ebbe ministri pensosi ma presto imboccò la china discendente.
Le ultime leggi organiche sulla Scuola italiana risalgono agli Anni Settanta del Novecento: hanno mezzo secolo: norme sugli edifici e sull'amministrazione, non sul dilemma Istruzione/Educazione. La “politica” rinunciò tacitamente a enunciare un Progetto. Dalla pedagogia e dalla didattica la Scuola ripiegò sulla mera “amministrazione”. Gestì stipendi. Uno dei suoi titolari, che ambiva a un dicastero “di spesa”, lamentò (non solo in privato) di essere stato nominato “ministro dei bidelli”. Del resto, una scorsa all’elenco dei titolari dell'Istruzione la dice tutta sulla possibilità (non la capacità: è altra cosa) che essi potessero varare e realizzare una “politica”. Dopo il quinquennio di Guido Gonella e i due anni di Antonio Segni, a Viale Trastevere si susseguirono persone anche degne (come Franca Falcucci e Sergio Mattarella), ma solo per breve durata: nove diversi ministri tra il 1953 e il 1960. Dal 1968 al 2001 si alternarono 22 titolari, i più per pochi mesi: appena il tempo di capire quale disastro dovessero governare. 
La mercificazione della “missione”
La sindacalizzazione del personale docente ridusse la missione docente a mestiere, pessimamente remunerato. Imperversò l'assillo di ridurre il numero degli istituti scolastici in base alle classi e agli iscritti. Poi i “presidi” furono classificati “dirigenti”. In cambio di propine mortificanti molti vennero gravati della responsabilità di scuole disperse sul territorio, dai requisiti sempre più estranei alla loro competenza specifica. L'Istruzione decadde a variabile dipendente dalle “circostanze”.
Non sorprende che dallo scorso febbraio in Italia siano state chiuse  di schianto le scuole di ogni ordine e grado, come bar, ristoranti, rivendite di articoli non essenziali, e che sia esplosa la retorica dell'insegnamento “a distanza”. Una televisione, un computer, un cellulare: un “progetto” sessant'anni orsono messo a punto dall'ONU per “alfabetizzare” il Quinto Mondo con i mezzi dell'epoca. E con risultati ben noti. Vedremo nel tempo quelli del metodo Conte-Colao-Azzolina. 
Nel 1975 Igino Vergnano, un professore torinese di talento, autore di un robusto manuale di educazione civica, pubblicò opere di vasto respiro per la nuova scuola. Tra le molte spicca “Il problema della società educativa. Atlante bibliografico di scienze dell'educazione”, aperto con una citazione di Dewey: “Quello che i genitori migliori e i più saggi desiderano per il proprio figlio, la comunità deve desiderare per i suoi ragazzi”. Ma questa “comunità italiana” che cosa vuole davvero oggi per i suoi ragazzi? Bastano insegnamenti “a distanza” e arruolamento di “baby sitter” per consentire ai genitori di lavorare senza ricorrere ai mortificanti “congedi parentali”? Manifestamente succubo dell'emergenza sanitaria il governo mira a ghettizzare gli “anziani”e ignora i “bambini”. Ma ha un'idea dell'Italia, dei suoi cittadini e dei loro diritti non negoziabili?  Quale risposta dà al dovere dell'Istruzione? Da qui a settembre mancano appena quattro mesi. Di sicuro le sedi scolastiche non saranno affatto in grado di assicurare lezioni “regolari” (cioè “a norma covid-19”) a otto milioni di scolari e di studenti e a un milione di docenti e “amministrativi”, con tanti saluti all'“itala  gente da le molte vite” proprio nel 150° di Porta Pia. Questa Repubblica non potrà addossare l'opacità del suo governo all'età monarchica. E' affar suo.  
I confini interni dell'Italia
A Conte va donato anche un atlante d'Italia, magari con corredo di carte dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, in modo che ne veda con chiarezza i particolari. Lo esortiamo a farne copie per i tanti “esperti” presenti e futuri, da lui chiamati a dar consigli su cose che dimostrano di non conoscere, a cominciare dai confini tra regioni, province, comuni.
Premesso che le demarcazioni delle regioni attuali non ricalcano quelle degli Stati preunitari va osservato che in molti casi esse hanno radici in eventi storici remoti, oggi ignoti ai più, e pertanto di rado rispondono a criteri oggettivi, non facilmente decifrabili. Dall'età di Augusto, quando l'Italia venne ripartita in undici regioni (Sicilia, Sardegna e Corsica, da due secoli e mezzo francese, non erano nel novero), alla nascita del Regno d'Italia (1861) e al suo completamento (1918-1924) i confini regionali sono mutati. Per esempio, il Vecchio Piemonte si fermava a Vercelli. Le conquiste sabaude del Settecento (Alessandria, Novara...) hanno creato un “Piemonte” molto diverso dall'originario. Dal 1861 le ripartizioni in gran parte sopravvissero solo perché nel Regno d'Italia le “regioni” erano solo “dipartimenti”, distinti per meri fini statistici, senza alcuna ricaduta sulla giurisdizione e quindi senza vincoli per i loro abitanti. L'Italia era Una, Libera e Forte. In alcuni casi i confini furono rettificati ma senza alcun dramma. 
Senza perderci nei dettagli della storia dei confini amministrativi, la rete autostradale, giusto orgoglio del lungo e da decenni tramontato “miracolo italiano”, ignorò le demarcazioni regionali. Doveva servire agli italiani, nonché al traffico internazionale e poi intercontinentale. Tra le conferme, valga la Parma-La Spezia che parte dall'Emilia, attraversa un tratto della Toscana e sfocia in Liguria, con buona pace per i divieti immaginati dal dottor Colao Vittorio e dai suoi sedici compagni di task force, contrari agli spostamenti interregionali.
Al momento urge invece ripristinare proprio la libertà di circolazione dei cittadini tra il Piemonte e le regioni confinanti. Ed è vitale, in particolare, consentire gli spostamenti tra le province meridionali piemontesi e la Liguria. Piaccia o meno, quest’ultima si avviò alla sua vera unità solo dal 1814, con l'annessione al Piemonte sabaudo. È stata largamente ripagata con la rete di infrastrutture che di due regioni hanno fatto un unicum.
Valgano d'esempio la ferrovia Torino-Alessandria-Genova voluta da Cavour; la linea Cuneo-Ventimiglia-Nizza quasi completata in età giolittiana; la “camionabile” Serravalle Scrivia-Genova e l'“autostrada” Ceva-Savona: altrettante tappe della crescita civile ed economica dell'intera area. Tra Genova e Ovada, cioè dal Mar Ligure al Piemonte, vi sono appena 40 chilometri. Non per caso l'ampia plaga tra Alessandria e Asti è la piattaforma logistica del porto di Genova. Che senso ha vietare la circolazione tra due regioni che a ben vedere sono una sola? Lo stesso vale tra Piemonte e Lombardia, del Lombardo-Veneto e via via scorrendo lungo la penisola.
Ritardare, ostacolare o, addirittura, punire la circolazione dei cittadini  tra regioni diverse non significa solo conculcare una libertà costituzionalmente garantita: vuol dire andare contro la Storia, intralciare l'economia e penalizzare gli sforzi compiuti nei secoli per promuovere l'integrazione del tra l'Italia e i paesi confinanti. Ed è un ostacolo alla “ripresa” di cui l'Italia ha urgenza. Il Paese intero deve guardare al di là dell'emergenza e di farsi sentire a Roma come a Bruxelles. 
Il diavolo si nasconde nei dettagli... delle “seconde case”
Per settembre o a ottobre si annunciano elezioni regionali e comunali, con il consueto abusivo esproprio degli edifici scolastici a beneficio dei seggi (dai quali non sempre vengono eletti i più saggi). È ormai chiaro a tutti che fino ad allora lo Stato, abdicando ai propri doveri, “scaricherà” ancora sulle famiglie gran parte del “fardello” dell'istruzione. Occorre dunque affrontare subito e in termini pratici, non ideologici e di stucchevoli schieramenti governo/opposizione, l'utilizzo delle “seconde case”, ovunque esse si trovino, da parte di famiglie che da due mesi vivono stipate in abituri spesso del tutto inadeguati al “soggiorno coatto” di cinque-sei persone in 50-60 metri quadri, spesso privi di balconi e di “doppia aria”.  Francamente non si vede perché, chi può farlo, non possa trasferirsi in tutta o in parte (sono affari privati) dalla “abitazione principale” in altra casa di proprietà, grande o piccola sia, tanto più che per le “seconde case”, avite o frutto di sudati risparmi, i proprietari pagano tributi salati. Non è questione di alta politica, di diritti dell'uomo e del cittadino e neppure della “Critica della ragion pratica” di Immanuel Kant (ad Azzolina Lucia ne suggeriamo l'edizione tradotta dal cuneese Alberto Bosi per la Utet, ed. 1993), ma di elementare buon senso: quello che impone di restituire ai cittadini la libertà di passeggiare per i clivi e per i colli, sulle spiagge e dove altro piaccia loro andare senza infastidire nessuno né necessariamente ammucchiarsi (o assembrarsi, che dir si voglia).
L’Italia è con l'acqua alla gola. Dalla retorica parolaia è ora di passare al pragmatismo del “fare le cose”, sull'esempio di quanto è già avvenuto negli altri Paesi europei non meno colpiti da Covid-19: dalla Svezia  all'Olanda e alla Germania, dalla Francia alla Spagna, che apre le scuole, riattiva la sua formidabile macchina del turismo e ancora una volta prevarrà sul Bel Paese.  
Il tempo stringe. In assenza di un Progetto politico e mentre tira una brutta aria di “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato...”, le Istituzioni  (tutte, dal cacumine a ogni comune) lascino ai cittadini l'esercizio delle libertà costituzionali senza ulteriori intralci. Essi sono l'unico vero “terzo settore” dell'Italia odierna; pagano di tasca propria e soffrono sulla propria pelle, mentre il tessuto socio-economico si slabbra e centinaia di migliaia di piccole imprese rimarranno in ginocchio.  
Nel frattempo si impone una domanda, semplice ma centrale: quale futuro assicura l'Italia odierna ai propri cittadini minorenni? Al momento sono i “grandi dimenticati”. Anziché assillare gli anziani con tutele pelose, il governo si occupi seriamente di bambini e ragazzi, da restituire alla scuola vera, alla vita,  per non avvizzirli e intristirli  precocemente, come purtroppo a volte accadde nei secoli andati.  
Aldo A. Mola
 
foto: Mezzo secolo fa l'Italia spalancava il futuro alle nuove generazioni: scuola, viaggi, scienze, professioni. Le rovine (nella foto Bussana Vecchia) erano alle spalle. E ora?  
Restituiamo ScuoIa vera a scolari e a studenti. Hanno bisogno di luce, di aria, di sole. Il chiuso avvizzisce. 

NEL BARATRO DELLA SCUOLA
 L'ITALIA SPROFONDA
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 Aprile 2020, pagg. 1 e 11.
 

I tre dell'Ave Maria...: Azzolina, Ascani, De Cristofaro
Crolla la Scuola, pilastro portante della nazione. In Italia non si era mai fermata. Accade ora, senza alcuna giustificazione attendibile, se non la sua pluridecennale fatiscenza e la pochezza del governo, mentre funziona a pieno ritmo in Germania. Dagli Anni Settanta del Novecento la Scuola è stata lo specchio di un Paese sempre in affanno, quasi brodo primordiale dell'emergenza nazionale. Ha tirato avanti come ha potuto. La salveranno la ministra Azzolina Lucia e i suoi due sottosegretari? Che parte giocheranno Conte Giuseppe e i suoi “esperti”?
Azzolina passerà alla storia per vari motivi. Ministra dimidiata, si trovò tra capo e collo l'epidemia del Covid-19 e si mise sulla scia dei Decreti-legge e dei Decreti presidenziali senza alcuna idea originale. Classe 1982, laureata in storia della filosofia a Catania e in giurisprudenza a Pavia, docente tra Sarzana e Biella, al concorso per dirigente scolastico risultò al 2542° posto su 2900 vincitori. Il presidente della Commissione d'esame, Massimo Arcangeli, ricordò che aveva ottenuto risultati modesti: 0 in informatica e molto indietro in inglese, secondo un quotidiano. Era lontana insomma dalle tre “I”: inglese, informatica, impresa. Del resto il movimento dei Cinque Stelle, al quale appartiene, predica che “uno vale uno”, invoca la “decrescita felice” e quindi va bene un mondo senza scuola, come si vociferava a metà Anni Sessanta. La fiancheggiano due sottosegretari: la 33enne del Partito democratico, Ascani Anna, laureata in filosofia teoretica e dottoranda in Political Theory, e Giuseppe De Cristofaro, a giudizio del quale la scuola italiana era e rimane “di classe”, come mezzo secolo fa si leggeva in “Proletari senza rivoluzione”.
Il crollo verticale della scuola comporta quello del Paese in ogni sua componente, poiché spalanca una voragine al cui confronto l'eruzione del Vesuvio, da tempo paventata, sarà uno scherzo.
Decretite, commissionite e Trenta Tiranni
L'Italia, 60 milioni di abitanti, terzo paese manifatturiero d'Europa, da anni non ha un governo all'altezza della sua storia e delle sue esigenze. Travolto dal Covid-19, l'attuale risulta pessimo.  Perciò l'elenco dei delusi, impazienti e indignati cresce di giorno in giorno. Ormai prossima al livello di guardia monta l'onda degli arcistufi di un esecutivo che da inizio marzo ha reiterato e indurito tre volte la reclusione dei cittadini nelle loro case (anche con assurde ordinanze da “stato di guerra” ed episodi grotteschi di caccia al “vagante”) senza vero coordinamento Stato/Regioni e, ciò che più conta, senza un progetto chiaro e credibile. Nessuno scommette sulle prossime mosse del Conte. Davvero dal 3 maggio i cittadini potranno uscire dai confini comunali e lasciarsi alle spalle i gabellieri che da settimane li vessano con pretesti spesso insulsi?
Il neo-presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, appena eletto ha esordito bollando come “smarrita” la “classe politica”. Ha errato. Il migliaio di parlamentari, infatti, non sono “classe politica” ma in larga parte personcine passate da professioni casuali o dal nulla a rappresentanti dei cittadini in forza di una legge elettorale sciagurata che lascia la scelta dei candidati ai vertici di “partiti” che, come noto, non rendono conto a nessuno né della loro democrazia interna, né dell'impiego del fiume di danaro che ricevono dallo Stato, cioè dalle tasche dei cittadini. Certi partiti che hanno raccolto valanghe di consensi promettendo di far nuove tutte le cose (come il Mostro dell'Apocalisse) sono poi i primi a occultare il proprio funzionamento effettivo.
Indeciso a tutto, il governo è affetto da due malattie di gran lunga peggiori della polmonite da Covid-19: la commissionite e la decretite, come è stato più volte autorevolmente osservato anche da costituzionalisti di buon cuore, come Sabino Cassese e Michele Ainis. Dati alla mano, l'Esecutivo conta un presidente del Consiglio, 21 ministri e ben 42 sottosegretari, in barba alla legge Bassanini sulla composizione del governo. A Palazzo Chigi Conte si vale di una tribù di circa 270 dirigenti e 2100 dipendenti. Per fronteggiare la lotta contro la diffusione del contagio, sin dalla dichiarazione dello stato di emergenza del 31 gennaio scorso il presidente si è coperto il fianco con il capo della Protezione Civile (un arcipelago sterminato), nonché con il Consiglio Superiore della Sanità (30 membri) e l'Istituto Superiore della Sanità (2000 aggregati). A sua volta, al di là della pletora di impiegati, funzionari e dirigenti, ogni ministro ha la sua brava dose di consulenti e non rinuncia a valersi di almeno una commissione di fedelissimi, scelti “ad nutum principis”.
L'assetto del potere istituzionale italiano odierno rievoca i “Tyranni triginta” descritti da Trebellio Pollione nella “Historia Augusta”: Postumo, Postumo il Giovane, Lolliano, Vittorino Quieto, Erode e un paio di tiranni dai nomi profetici: Ingenuo e Ballista. Alla fine arrivarono Zenobia (“siamo veramente alla fine della vergogna” ne scrisse il biografo) e Vitruvia o Vittoria...: dopodiché il diluvio.
Chi volga lo sguardo al passato, agli organigrammi ministeriali della Ricostruzione, del “famigerato regime” e dell'età liberale (da Depretis e Crispi a Giolitti) coglie l'immane differenza. Ogni politico (se bravo rieletto più e più volte, perché governare bene richiede lunga esperienza sul campo) disponeva di una manciata di funzionari capaci e devoti allo Stato. Se oggi Roberto Garofoli e altri contrappongono ai “politici” il primato della “grande burocrazia” lo si deve proprio al decadimento della “politica”, improvvisata, priva di formazione culturale e professionale e quindi succuba dei suoi stessi consigliori.
La retorica sulla “lotta contro il contagio” e il “distanziamento sociale” (neologismo risibile e infelice) ha le ore contate. Urge un governo all'altezza dell'emergenza vera: rianimare la Scuola e produrre, due volti di una stessa medaglia. Si trova invece sotto il confuso “ombrellone” di un esecutivo litigioso sugli obiettivi primari e di ministri che appaiono e scompaiono secondo la scena di giornata (Interno, Difesa, Sanità, Giustizia...). I due antichi pilastri dello Stato, politica estera e difesa, ricordano sempre di più quelli dei viadotti che mostrano a nudo i tondini di ferro corrosi, ormai privi di guaine e di cemento, inesorabilmente condannati al crollo, come da vent'anni ammonisce, tra altri, la genovese Donatella Mascia, docente di ingegneria: dati i materiali di composizione, sin dalla costruzione essi  hanno una durata prevedibile e presto o tardi crolleranno tutti, uno via l'altro, lasciando l'Italia in pezzi, come dopo anni di bombardamenti aerei.
Esteri e Difesa, tuttavia, sono meno periclitanti di quanto si possa temere, poiché l'Italia, privata di indipendenza effettiva dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, vive sotto tutela: essa non può quindi ripetere errori catastrofici come quelli che, nella prima metà del secolo scorso, ne annientarono il patrimonio coloniale e ne misero a rischio la stessa unità politica, poi rabberciata con l'istituzione delle regioni a statuto speciale, fonte di privilegi ormai ingiustificabili.
Però l'Italia ha, o potrebbe avere, pieno autogoverno almeno su un “mondo” tutto suo e al tempo stesso universale: la Scuola di ogni ordine e grado. All'indomani degli armistizi del 1943 un’apposita Commissione anglo-americana, integrata da “esperti” nostrani, provvide alla defascistizzazione del sistema scolastico, intrecciandola con l'epurazione, cioè con l'allontanamento dal servizio di quanti erano bollati quali manutengoli delle due fasi del “fascismo”: quello in auge sino al 25 luglio 1943 e la Repubblica sociale italiana. La pretesa era palesemente assurda. Sin dal 1931 per rimanere in funzione insegnanti e professori avevano dovuto giurare di essere fedeli non solo al re e ai suoi successori ma anche al duce. Tranne una dozzina di professori universitari, gli altri si prosternarono. E che cosa avrebbero potuto fare gli impiegati in servizio nell'Italia centro-settentrionale all'indomani dell'8 settembre se non rimanere ai loro posti? Le scuole, dagli asili alle Università, continuarono a funzionare anche sotto i bombardamenti e malgrado la guerra civile. La defascistizzazione riguardò persino i libri di testo e le biblioteche scolastiche, civiche, pubbliche.  Dal 1938 erano state tolte dagli scaffali le opere di autori ebrei considerati incompatibili con le leggi “per la difesa della razza” (per coerenza avrebbero dovuto gettare dalle finestre anche l'Enciclopedia Italiana, detta Treccani, la cui dottissima voce “Ebrei” è scritta da israeliti insigni, come Giorgio Levi della Vida). Dopo il 1945 fu il turno degli autori “fascisti”, additati al pubblico disprezzo e condannati all'oblio, anche se a volte erano stati perseguitati o poco apprezzati dal regime. 
Dopo una prima stagione di esagerazioni, che confuse il nazionalismo (ala destra del liberalismo) con il totalitarismo liberticida e il filonazismo, il malato si riprese e trovò equilibrio con la Costituzione. Il suo articolo 34 recita: “La scuola è aperta a tutti”. La Scuola è stata tra i più potenti volani della Ricostruzione, del miracolo economico e della dinamica sociale, con fasi di accelerazione straordinaria, quali l'istituzione della scuola media unica (non era scritto da nessuna parte che vi si dovesse abolire lo studio del latino) e la liberalizzazione degli accessi alle Facoltà universitarie dapprima senza alcuna filtro, poi con talora discusse forme di selezione.
La ministra abolisce il valore sostanziale dei titoli di studio
Qual è lo “stato dell'arte” della Scuola italiana in tempi di coronavirus? Non potrebbe stare peggio. Il decreto-legge 8 aprile 2020, n. 22, emanato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che fu anche ministro della Pubblica Istruzione, e firmato dal presidente Conte e dai ministri Azzolina, Manfredi (Università e Ricerca), Di Maio (Esteri), Bonafede (Giustizia), Gualtieri (Economia e Finanza) e Dadone (Pubblica Amministrazione), delinea le “misure urgenti sulla regolare conclusione dell'anno scolastico e sullo svolgimento degli esami di Stato”, previsti dall'articolo 33 comma 5 della Carta, e demanda al ministro l’emanazione di “ordinanze” che, per non essere impugnate e annullate, dovranno conformarsi alle fonti superiori del diritto.
Con buona pace dei suoi illustri firmatari, quel decreto-legge è un cumulo di affermazioni campate in aria. In primo luogo, quando già era chiaro che a scuola non si potrà rientrare né il 18 maggio (come tuttavia vi si ipotizza) né ai primi di giugno, esso abbozza le forme di valutazione degli studenti (terza media e maturità) e indica il ritorno a scuola generalizzato al 1° settembre 2020. Luigi Einaudi, liberale autentico e niente affatto reazionario, propugnava l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Azzolina ha fatto di più: ne ha abolito il valore sostanziale. Tutti gli studenti passeranno all'anno successivo, anche se insufficienti gravi: “todos caballeros...”.  
Col decreto-legge (che dovrà essere convertito in legge entro il 7 giugno, a pena di decadenza) l'esecutivo ha mancato di chiarire, ora per allora, la reale prospettiva dell'estate e dell’autunno prossimi. Sulla Scuola, come del resto su ogni altro aspetto della vita dei cittadini, esso ha giocato e gioca a rimpiattino. La dilazione è ormai la sua regola aurea, ma dopo ormai due mesi nessuno più  se ne fida. Il governo, infatti, nasconde la verità. Nel caso della scuola essa è una sola: né a maggio né a giugno la “macchina scolastica” sarà in grado di reggere l'impatto di 9 milioni di presenze, tra allievi e docenti, in condizioni minime tali da escludere il rischio di contagio. Questo non significa però che essa debba rimanere “chiusa” nei tre mesi estivi. Come tutti gli impiegati pubblici, i docenti hanno diritto a 32 giorni di ferie. Essi possono quindi essere chiamati in servizio anche a luglio e ad agosto. È questione di organizzazione del loro calendario e di volontà/capacità di ministro, “provveditori” e  “dirigenti scolastici”, se davvero preoccupati di recuperare gli allievi.
Sulla “macchina scolastica” ai cittadini va detta tutta la verità: essa era molto malmessa prima della diffusione del contagio ma reggeva su silenzi e finzioni, sull'inclinazione a non vedere, a rinviare e a sperare che nulla accada di clamoroso, salvo insabbiare i disastri in qualche fascicolo processuale, nelle relazioni di ispettori e nel chiacchiericcio di commissioni d'inchiesta. L'amministrazione pubblica strizza l'occhio al cittadino. Ne invoca la connivenza e la complicità, ma talora gli fa “la faccia feroce”. 
Ma le scuole sono “a norma”? 
Stiamo ai fatti. Adesso tanti strepitano perché il sistema sanitario ha mostrato molte gracilità e perché le case di riposo si sono rivelate per quel che sono: affollati veicoli di epidemie da anni previste. Per capirlo i loro amministratori e i medici che a vario titolo vi si affacciavano dovevano proprio attendere che vi infuriasse il morbo? Altrettanto, e molto più grave, è stata la distrazione di massa nei confronti della macchina scolastica italiana, sia a gestione pubblica sia privata. Molto prima che il Covid-19 si affacciasse, i dati statistici ufficiali, reperibili nei vari siti istituzionali ma oggi curiosamente trascurati, dicevano  e ripetono che il 54% degli edifici scolastici del Paese è privo del certificato di agibilità e quasi il 60% non ha quello di prevenzione incendi. La Scuola campa alla giornata, tra giaculatorie e gesti scaramantici, mentre regioni, province (evanescenti ma a loro volta impiccione) e comuni  vessano i cittadini. Per decenni abbiamo assistito al rimpallo della Scuola fra Stato ed enti territoriali. Altrettanto, del resto, è accaduto per il personale, sia docente sia amministrativo, e per i “bidelli”. Nei licei scientifici presidi e professori erano “statali”, il personale ausiliario provinciale, i bidelli  comunali.  Quando un classico (tutto statale) e uno scientifico erano in uno stesso edificio non avveniva come a Betlemme, ove i sacerdoti cristiani di diverse confessioni si prendono a colpi di scopa. Semplicemente interrompevano la pulizia del corridoio mezzo metro prima del confine di competenza.
Vedute le norme vigenti sugli edifici scolastici, già anche troppo soffocanti per classi normali (risalgono al 1975, un'era “zoologica” fa),  ce la faranno la ministra Azzolina e le varie amministrazioni a mettere a norma gli edifici e le loro adiacenze entro l'imminente 1° settembre 2020? Perché non adattare alla svelta a sedi scolastiche i molti edifici pubblici inspiegabilmente inutilizzati? Tra le storielle su Cuneo, Beozia d'Italia (chi ci è nato ne va orgoglioso), una narra che quando Vittorio Emanuele II vi andò in visita il sindaco e i consiglieri comunali si avvidero all'ultimo che il  salone comunale non era abbastanza capiente. Allora, per allargarlo, sedettero a terra e tutti insieme spinsero la schiena contro le pareti. Per incitarli le signore presenti sporsero persino le labbra tumide sino a farle divenire paonazze. Neppure oggi basta un po' più di rossetto ministeriale per moltiplicare e ampliare aule, palestre, spazi di ricreazione, parcheggi e quel “verde” che la normativa impone ma è l'ultimo dei pensieri delle amministrazioni tenute a fornire le basi materiali dell'istruzione. 
La dis-unità d'Italia
Un'ultima considerazione si impone. Da mesi le forze dell’ordine vigilano sui cittadini, sanzionando, talora arbitrariamente, chi circola in violazione di decreti e ordinanze di dubbia legittimità. Ma quegli stessi “tutori della legge” sono mai stati mandati a constatare se gli edifici scolastici siano o no “a norma”? A verificare se davvero “la scuola è aperta a tutti” e se “i più capaci e meritevoli hanno diritto di raggiungere i gradi più elevati degli studi”?
Nel Regno d'Italia la Scuola funse da ascensore sociale. Ne furono campioni insigni anche ministri della Pubblica istruzione, come l'albese Michele Coppino, figlio di un ciabattino e di una cucitrice, asceso ai vertici della cultura nazionale. Era anche massone, come il fossanese Balbino Giuliano, primo titolare del Ministero dell'Educazione Nazionale.
Mentre la ministra Azzolina gonfia le gote dichiarando che nessuno sarà lasciato indietro, in realtà oggi la Scuola trascura metà dei bambini e dei ragazzi, privi dei costosi strumenti per seguire le lezioni “da remoto”. Andavano e andranno alfabetizzati ai nuovi linguaggi. Occorrono investimenti adeguati, corsi accelerati e un impegno civile colossale, ancor più che finanziario. Nel frattempo la massa di quanti né studiano né lavorano (almeno un quarto dei giovani fra i 15 e i 29 anni) è condannata a ingrossarsi. E l'Italia diviene paese del quarto mondo. La sua dis-unione è alle porte per la voragine esistente tra chi ha o non ha possibilità di connettersi a internet in modo efficiente; tra chi ha o non ha accesso a strumenti di studio efficaci. La divisione tra Nord e Sud non è più geografica, ma si ritrova all'interno di ciascuna regione e provincia, nel cuore di ogni città.
Mancano solo quattro mesi al 1° settembre. Senza lavoro, senza vacanze, senza un reddito qualunque, dall'elemosina di Stato a quello in nero, il prossimo non sarà un “autunno caldo” bensì rovente, per colpa di un governo riluttante a mettere la Scuola al centro della “questione nazionale”. Basti constatare che nella cosiddetta task force capitanata da Vittorio Colao non vi è alcun esperto del mondo scolastico, a riprova del fatto che, nonostante i proclami di Conte e di Azzolina, l'Istruzione è proprio l'ultima ruota del carro della vociferata “ripartenza”.
Mala tempora currunt...
Aldo A. Mola

L'EUROPA NON ESISTE
 E L'ITALIA SI SFARINA
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Aprile 2020, pagg. 1 e 11.
 

Alessandria Museo EtnograficoL'“Europa” non risorgerà perché non esiste
Molti si domandano se l'“Europa” sopravvivrà alla crisi attuale. Ce la farà di sicuro, perché è un guazzabuglio di poteri e di norme, capaci di adattarsi a qualsiasi catastrofe. È indistruttibile perché nebulosa, evanescente, lontanissima da responsabilità oggettive e quindi invulnerabile. A crollare sono gli Imperi, gli Stati, i regimi politici. Ma l'Europa non è nulla di tutto ciò. È come il ponte di Aulla, metafora di tante “istituzioni”. Si affloscia ma è sempre lì: una congerie di materiali. Non svolge più la funzione originaria, ma è persino più seducente di prima. Appena ne avranno la possibilità (ma chissà quando, col vento che tira) le moltitudini andranno a fotografarlo, come fecero con “Costa Concordia” adagiata su un fianco all'isola del Giglio.
L'Unione Europea non ha né le fattezze né la consistenza di un Impero o di uno Stato, monarchico o repubblicano che lo si voglia. Non ha potere decisorio sui suoi membri, non ha politica estera univoca, né difesa comune. Perciò non le si può chiedere di essere quel che non è, né di agire al di là dei vincoli che si è data da quando, 65 anni orsono, scartò la via maestra, farsi Stato, e imboccò il viottolo degli “affari” e della conseguente voracissima elefantiasi burocratica. Questa Unione Europea è il punto di arrivo di una lunga serie di finzioni travestite da funzioni. “Scoprirlo” adesso può essere comodo per sviare l'attenzione dalla realtà, ma non cambia i fatti. Non si cava il sangue da una rapa. Per comprenderlo basta rileggere il farraginoso Trattato di Lisbona, varato in una terra che ama il riso condito con sangue crudo di pollo, innaffiato da vino più acidulo che aspro. Lì l'UE stabilì che non ha radici greco-latine o ebraico-cristiane ma genericamente “umanistiche”. Cioè?
L'Europa (da dove a dove? dall'Atlantico agli Urali come proponeva, inascoltato, Charles De Gaulle? o solo fino alla Polonia, con recisione della terra di Tolstoj, Erenburg, Pasternak...) per ora rimane un'“espressione geografica”. 
Le prime pulsioni verso vaghe forme di federazione europea risalgono all'inizio del Novecento. La principale vetrina della possibile unione del Vecchio Continente fu l'Esposizione di Parigi del 1900, assise mondiale delle scienze e dei buoni sentimenti. Subito dopo, il sociologo Giacomo Novicow propose la Federazione europea, antemurale contro l'altrimenti inevitabile guerra fra Stati, che poi durò trent'anni, dal 1914 al 1945. Durante la sua prima fase (1914-1918: quindici milioni morti solo in Europa, va ricordato a chi oggi, riferendosi all’emergenza da coronavirus, parla di “guerra”) alcuni lungimiranti, come Luigi Einaudi, Attilio Cabiati e Giovanni Agnelli proposero una Federazione europea. Inascoltati. La gara sitibonda di profitti e di sangue, alimentata da odio sociale, razziale e ideologico riprese nel 1939-1945. Fra l'uno e l'altro macello la Società delle Nazioni accampata a Ginevra rimase misera spettatrice. In quell'intervallo il conte Coudenhove Kalergi propose invano la Pan-Europa, visione ammodernata e corretta degli Imperi: Romano e Carolingio (dopo la “debellatio” del Sacro romano impero da parte di Napoleone I, quello degli Asburgo d'Austria stette ai precedenti come un bonsai sta a una sequoia).
Durante la seconda fase della guerra dei Trent'anni vennero proposti alcuni progetti di Unione. Spiccano, fra i molti, il “Manifesto per un'Europa libera e unita” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scritto al confino politico a Ventotene (1941) e la Carta di Chivasso (19 dicembre 1943), mirante a conciliare Stato e autonomie locali. Non per caso a inizio Anni Novanta l'istituto magistrale di quella città venne intitolato “Europa unita”: un'idea forte, che fa dell'Europa il soggetto, non un semplice aggettivo come è invece “Unione Europea” (assonante con la non efficientissima Unione Africana). Bisognava ripensare la sovranità di ogni Paese nei suoi rapporti con gli altri Stati e anche al suo interno in nome della più matura libertà dei cittadini. Va riletto “Federalismo, autonomie locali, autogoverno” di Giorgio Peyronel (maggio 1944), militante del Partito d'azione, unico movimento nettamente federalista ed europeista, come il socialista profetico Ignazio Silone. In quella temperie, nel 1944 Luigi Einaudi scrisse “Via il prefetto!”, contro l'incubo dello Stato accentratore, rivelatosi tiranno, liberticida e inetto malgrado le rodomontate degli “otto milioni di baionette”.
Per l'Europa il cammino seguente fu irto di sassi e di spini. Dalla guerra essa uscì nel maggio 1945; il Giappone in agosto, dopo le due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti. L'Europa visse lo strascico di guerre civili all'interno dei singoli Paesi (per numero di morti e di odio sprigionato nel “regolamento di conti” quella italiana fu di gran lunga superata dallo sterminio dei “collaborazionisti” perpetrato in Francia), nuove divisioni muro contro muro, reviviscenza di separatismi armati all'interno dei singoli Paesi. Oggi dimenticato, l'Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia (EVIS) rimane una lugubre pagina della nostra storia.
Dinnanzi alla minacciosa contrapposizione tra Stati Uniti d'America e Unione Sovietica, nell'Europa occidentale, rinascente anche grazie al celebre e molto interessato Piano Marshall, alcuni Paesi avviarono le prime forme di collaborazione interstatuale, come l'Organizzazione Europea di Cooperazione Economica (OECE). L'anno di svolta fu il 1949: 71 anni fa. A Ovest fu varato il Trattato Nord-Atlantico di difesa (NATO). Mosca fece esplodere la sua prima bomba atomica. Iniziò l'equilibrio del terrore. I partiti di sinistra (in Italia erano il PCI e a lungo il Partito socialista, ancora uniti nel fronte popolare) avversarono qualunque vera alleanza politica europea e, sulla sua scia, economica: una pregiudiziale che durò anche dopo la sanguinosa repressione dell'insurrezione in Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968). I comunisti liquidavano gli “europeisti” (Mario Albertini, Mario Zagari, Giuseppe Petrilli...) come utopisti da strapazzo e servi sciocchi del capitalismo. Ai progetti di federazione europea timidamente coltivati da Schumann, De Gasperi e Adenauer, nell'età del bipolarismo vennero contrapposti, quale forza d’interdizione, i Paesi “neutrali”, comprendenti persino la Jugoslavia del sanguinario Tito, che non è certo un campione dei diritti umani.
L'Europa morì in fasce col fallimento della CED
L'“Europa” morì nel 1954. Nel 1951 fu istituita a Parigi la Comunità europea del carbone e dell'acciaio. L'anno seguente venne proclamata la Comunità Europea di Difesa (CED), che in Italia ebbe il sostegno convinto di Ferruccio Parri e di Giuseppe Romita. L'alternativa alla CED sarebbe stata l'alleanza USA-Germania. Nel 1953 fu elaborato lo statuto della Comunità Politica Europea: il traguardo sembrava a portata di mano, ma nel 1954 il Parlamento francese, in un raptus di neo-nazionalismo (condiviso dalle “destre” di altri Paesi, Italia inclusa) respinse il Trattato costitutivo. Così gli Stati Uniti d'Europa morirono in fasce. La possibile Federazione non si è più riavuta. Il suo sudario avvolse però anche quel che restava degli imperi coloniali. In quello stesso anno la Francia si prese la legnata in Vietnam. Poi affondò nel sangue dell'insurrezione dell'Algeria che le costò la guerra civile scatenata dall'OAS e il ritorno di De Gaulle. La Gran Bretagna ripiegò passo dopo passo, dal Kenia alla Rhodesia. Ritirandosi dal Sud Africa lasciò in eredità l'apartheid. L'Olanda dismise il suo dovizioso impero. Infine il misero Belgio scomparve dal Congo... In pezzi, l'Europa mostrò il suo ritardo nei confronti della Storia. I paesi più retrogradi, come il Portogallo, furono gli ultimi a lasciare le loro colonie, da Diu, Goa e Damao in India sino ad Angola e Mozambico in Africa.
La pur lungimirante Conferenza di Messina (1955), i Trattati di Roma (1957), con cui l’Europa dei “sei” (Italia, Francia, Germania federale e Benelux) diede vita alla Comunità economica europea e al Mercato Europeo Comune (CEE-MEC) e all’EURATOM, e gli accordi degli anni successivi non colmarono mai il vuoto della politica. Anziché tendere la mano alla Gran Bretagna, la Francia  si provvide della bomba atomica: “force de frappe”, quando già le maggiori potenze avevano quella all'idrogeno. 
Le attuali istituzioni comunitarie sono un conglomerato di villette, neppure a schiera: disseminate senza un preciso piano regolatore. Perciò i loro vertici non hanno “sensibilità politica”. Questa Europa è un “contratto”, con una serie di clausole per compensi e rescissioni. Un “affare” che dura sin che giova ai contraenti. Non ha alle spalle né progetto né affetto: solo un calcolo di convenienza. E si sa come finiscono queste partite: sono la fortuna dei burocrati, a discapito dei cittadini. L'Europa è un edificio non di bronzo o di pietra ma di materiali deperibili, come il cosiddetto cemento armato, condannati dal tempo che li corrode. Anziché dalla base, cioè dal consenso dei suoi abitanti, è sorto da accordi economici, incardinati infine sul Sistema monetario europeo e, di seguito, su una moneta, l'“euro”, rifiutato da alcuni suoi membri (non pare siano i meno avveduti). Inoltre le istituzioni “europee” non hanno convinto molti cattolici apostolici romani che vi intravidero la loro “deminutio capitis” rispetto a evangelici, riformati, non credenti e ai temutissimi massoni, secondo la leggenda annidati nei palazzi del potere comunitario.
Dopo il crollo dell'Unione Sovietica l'Unione Europea ha incluso Stati dell'Europa orientale per ampliare il raggio d'azione della Nato. Così ha suscitato la reazione di Mosca: i cui abitanti prima che zaristi o comunisti si sentono “russi”. Lo spiegò bene Franco Venturi in un'opera magistrale. 
La disunità d'Italia: cittadini o sudditi? 
Dalla crisi sanitaria, dall'esasperante regime di costrizione e dal collasso senza riparo di tanta parte del suo sistema produttivo, a cominciare dal turismo, l'Italia non risorgerà o lo farà con enorme fatica. Rimarranno ferite profonde, sulle quali governo, regioni e comuni bene farebbero a riflettere per imboccare una via diversa da quella percorsa dal 31 gennaio a oggi e ormai proiettata sulla vita quotidiana sino al 3 maggio (se ne veda una rassegna nel sito www.giovannigiolitticavour.it). Al netto delle ormai ampie e reiterate riserve mosse anche da costituzionalisti di indole quanto mai mite (incluso Sabino Cassese che paradossalmente rimprovera ai cittadini di non farsi sentire abbastanza contro la burocrazia paralizzante: quasi non lo facessero in invano tutti i giorni!) il vizio di fondo della decretazione d'urgenza che da due mesi e mezzo incombe sulla quotidianità pubblica e privata è di trattare gli italiani da sudditi anziché da cittadini, da pupattoli ai quali non si deve dire la verità per non impressionarli, insomma da minorenni se non da minorati. È il modo peggiore di “fare politica”. Suscita discredito delle istituzioni, irritazione e diffidenza. Le continue e ormai arroganti minacce di sanzioni sempre più gravi per chi violi decreti e ordinanze costringe a rileggerle e a scoprirle caotiche e in tanta parte immotivate, irrazionali, scritte da chi manifestamente non conosce i loro destinatari: le persone e il territorio.
Quando finalmente a scuola? 
Come non si può chiedere all'Unione Europea di essere ciò che non è, cioè un governo politico della pletora esorbitante di 27 Stati e statuzzi che la compongono, così non si può chiedere agli italiani di chiudersi in casa a tempo indeterminato, mentre si spalanca la voragine del crollo vertiginoso del benessere quotidiano, frutto di inenarrabili sacrifici. Non per caso gli italiani vantano il primato di risparmi e di proprietà della “casa”, approdo di secolari lotte per la propria libertà, fondata sulla possibilità di chiudersi la porta alle spalle contro ogni intruso, politico, religioso, ideologico.
Ora due considerazioni si impongono. In primo luogo la condotta del presidente Conte e dei ministri risulta incoerente: un tira e molla quotidiano con le ormai stucchevoli comparsate di scienziati di fiducia e l'invenzione di sempre nuovi comitati di esperti. Ma non bastano i ministri? Governare comporta scegliere. O gli scienziati sono stati incapaci di prevedere e allora possono essere sostituiti da maghi e indovini. Oppure il governo gioca con le previsioni credibili e non le incrocia con provvedimenti di elementare buon senso, chiedendo la leale collaborazione dei cittadini. Invece seminare mine divisive, con linguaggio estraneo alla tradizione politica. 
Pertanto, e in secondo luogo, qualcuno inviti Conte (e la “sua” ministra della Pubblica Istruzione, qui non meritevole di menzione) ad ammettere sin d’ora che la scuola non potrà riaprire a metà maggio e che quindi è inutile procrastinare al 4 del mese prossimo quanto non sarà possibile nemmeno dopo. La scuola non potrà riaprire i battenti, né a maggio né a settembre. La causa è nei fatti. In Italia si contano, invero, circa otto milioni di studenti, 800.000 docenti e oltre 100.000 “amministrativi”. Le aule sono quelle che sono. L'ultima legge sull'edilizia scolastica risale al 1975, appena un po' spennellata nel 1992. Ogni aula deve contare almeno 45 metri quadrati, vale a dire 6 metri per 7 e mezzo. Quanti banchi possono stare in quella misera superficie, che deve ospitare anche la cattedra e magari una bibliotechina di classe? Al massimo 9 o 10. Ma la normativa impone che le classi abbiano da 18 a 26 bambini negli asili, sino a 26 nelle elementari, da 18 a 27 nelle medie e da 27 a 30 nelle secondarie. Tra il 1966 e il 1969 chi scrive ha fatto lezione in varie città di antica tradizione, sempre in aule inadeguate o del tutto indecenti. Fu poi preside in edifici “di risulta”: un ex seminario, un antico palazzo civico del tutto fuori norma, un ex convento di clarisse, in un convento francescano il cui primo piano (quello delle aule) non crollava a patto che reggesse il porticato sottostante, una caserma. I servizi igienici erano inadeguati, spesso ributtanti e senza palestre a portata di piede. La richiesta al Comune di spogliatoi separati per allievi e allieve di classi miste sembrava un capriccio della docente di educazione fisica. L'alternativa era chiudere e mandare a spasso centinaia di studenti. Questa è l'Italia. Non c'è governo Conte che possa rimediare da qui a metà maggio né da qui al 1° settembre.
E allora? Una soluzione saggia sarebbe stata e ancora può essere consentire senza tanti intralci prefettizi (a cominciare dal prefetto ministro dell'Interno) di consentire a chi può (mezza famiglia, tutt'intera, secondo i casi) di trasferirsi dalla reclusione forzata in città nelle “seconde case”, ovunque esse siano, collegato da remoto col lavoro e con la “scuola”.
Del pari occorre smetterla di interdire spazi pubblici, anzitutto quelli demaniali, come gli arenili, a chi mostra di saperli usare con maggior saggezza di quanta è stata adoperata nelle case di riposo. Anziché considerarli sudditi da adocchiare a ogni passo (addirittura con vigili in borghese o con i droni: siamo ormai al ridicolo), lo Stato e le sue articolazioni lascino mostrino fiducia nei cittadini. Se proprio essi vogliono fare l'interesse dei loro territori, anziché sguinzagliare pattuglie a caccia di chissà quali untori, i sindaci dei comuni rivieraschi alzino “osservatori” (come quelli dei “bagnini”) sulle spiagge e ingaggino giovani e meno giovani a scrutare se chi ama prendere il sole e magari fare un tuffo tiene le debite distanze dagli altri: il “distanziamento sociale” come dice lo stolido burocratichese contiano. Il tempo esige di uscire dal torpore. Richiede il discernimento predicato dal gesuita papa Francesco. Occorre inventare in fretta rimedi, prima che la pressione superi il livello di guardia. In ormai quasi tre mesi abbiamo sentito sindaci dire sciocchezze, salvo pentimenti tardivi, e usare turpiloquio convinti di risultare più suadenti. Non è questo il modo di governare, perché tosto o tardi anche gli “utenti” potrebbero rispondere alla stessa maniera.
La pasqua ebraica ricorda l'Esodo; quella cristiana la Resurrezione. La pasqua italiana del 2020 rimarrà negli annali per le sempre più ampie allarmanti crepe tra istituzioni e cittadini. Sic stantibus rebus difficilmente i cittadini si consegneranno tramite “app” a controlli sulla loro persona. Se poi venisse loro imposto, scapperebbero dall'Italia a gambe levate nel timore del peggio. 
Aldo A. Mola

In foto: Un'aula di ieri (Alessandria, Museo Etnografico). Non manca la stufa a legno, unica fonte di calore (a parte insegnante e allievi...). Così era nelle scuole medie di Cuneo, in piazza Santa Chiara.

IL VIOTTOLO DELLA DECRETAZIONE SPECIALE
 E LA VIA MAESTRA DELLA COSTITUZIONE
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 Aprile 2020, pagg. 1 e 11.
 

Teofilo Patini I tre orfaniLa debolezza dell'Unione Europea rispecchia i suoi membri
La risposta dell'Unione Europea alla crisi generata da Covid-19 da molti è stata giudicata debole e tardiva. Talora essa è accompagnata dallo scambio di cortesie epistolari tra la presidente Ursula Von der Leyen e i capi di governo. È il caso dell'Italia. Questa Europa dei 27 è fiacca perché, proprio all'indomani della funesta Brexit, anche i governi dei Paesi membri sono logori. Per limitarci ai più rappresentativi (per popolazione e prodotto interno lordo) valgano i casi della Germania, con il netto calo di popolarità della “grande coalizione” che le assicurò lunga prosperità, della Francia, ove Macron è appena uscito sconfitto e umiliato al primo turno delle amministrative (celebrate quando ormai il contagio virale galoppava), e della Spagna, il cui governo rosso-paonazzo di Sánchez e Iglesias è il peggiore dalla morte di Franco. L'Italia non se la passa certo meglio. Al di là dei seggi al Parlamento, tutti i sondaggi indicano che i partiti dell'attuale maggioranza sono minoritari nel Paese; ma anche l'opposizione, più divisa di quanto paia, è lontana dall'avere un ampio seguito: e comunque le elezioni sono lontane sull'orizzonte. Per ancora molto tempo si governerà “a vista”. Alla vigilia del contagio l’Italia era “sospesa”, in attesa del referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari e del rinnovo di alcuni consigli regionali e comunali. Ora rimane in apnea, come gli altri Stati europei, nell'insieme incapaci di reagire incisivamente di fronte alla svolta autoritaria attuata da Orban in Ungheria, benché questa non sia solo un campanello d'allarme ma la profezia della catastrofe della democrazia parlamentare. Se accettasse supina il regime del premier magiaro, l'Unione perderebbe la sua stessa ragion d'essere, che è politica prima ancora che economica.
I governi più sono deboli, più sono tentati di introdurre restrizioni alle libertà dei cittadini. Lo storico Yuval Harari ha messo in guardia sul rischio che l'intero assetto civile venga stravolto dall’uso presente e futuro del controllo biometrico delle persone. Non per caso, dopo lungo silenzio anche il segretario generale dell'ONU, Guterres, ha finalmente ricordato che le misure anti-contagio non possono violare i diritti dell'uomo, conquista irrinunciabile.
Ormai cancellata la libertà di circolazione tra Stati dell'Unione (la Francia ha ripristinato il controllo alle frontiere sino a fine ottobre 2020), del sogno europeo originario rimane ben poco. Perciò risulta ancora più importante che ogni Paese rifletta sulle ripercussioni della rispettiva legislazione di emergenza e blocchi sul nascere al proprio interno ogni possibile deriva dall'eccezione alla regola, dall'episodico al durevole.
Mentre molti costituzionalisti deplorano la diffusione della “decretite” e Michele Ainis auspica il varo di un Testo unico che sintetizzi gli oltre 150 decreti e ordinanze sin qui emanati, si intravvedono altre e maggiori urgenze per avviare l'Italia alla “normalità”.
In primo luogo, il Parlamento vari una legge di un articolo unico: “Le norme vanno scritte in italiano”. Ai tanti organismi di controllo (che chissà perché da noi son dette “authority”) e ai comitati tecnico-scientifici (spesso disaccordi) di cui il Potere ama circondarsi (anche per scarica-barile: ogni Nerone ha il suo Tigellino), se ne aggiunga uno composto da membri dell'Accademia della Crusca, incaricati di vagliare gli atti normativi prima della loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, con potere di rispedirli al mittente se risultino oscuri, ambigui, vergati in “politichese” o criptici per i molteplici rimandi da un provvedimento a un altro, come da decenni avviene a tutto discapito del principio irrinunciabile della certezza del diritto.
Inoltre, in vista della Pasqua si faccia la pulizia più urgente: il ripristino della gerarchia delle fonti del diritto previste dalla Costituzione.
Comunque finisca, non andrà affatto niente bene
Per ora tutto fa presagire che il peggio ha da venire, non solo per il numero delle vittime del covid-19 ma soprattutto per le crepe che si aprono negli equilibri tra le istituzioni e nella “società”, sempre meno “civile”. Dopo alcune settimane di concessioni benevolenti espresse anche da costituzionalisti solitamente esigenti, si stanno ora moltiplicando le deplorazioni del vulnus all’ordinamento. Tra altri, Cesare Maffi in “Italia oggi” ha scritto lapidariamente: “È difficile ricostruire l'edificio della civiltà giuridica una volta che ne vengano sottratti i mattoni”. L'allarme si diffonde. È ora di rimettere ordine poiché l'“emergenza” si protrae ormai da mesi e si allungherà per non si sa quanto, perché il governo procede a strappi, con mezze verità quasi gli italiani fossero bambini, e si trincera dietro il “dies ad quem” del 31 luglio indicato alla chetichella lo scorso 31 gennaio, quando il Paese era tenuto del tutto all'oscuro del pericolo incombente e “nelle more della valutazione dell'effettivo impatto dell'evento” Conte  delegò Borrelli a emanare ordinanze e stanziò cinque milioni di euro. Una miseria.
La Costituzione “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art. 2): sono Principi “non negoziabili”, preesistenti alla Carta e allo Stato stesso. Dal 1981 alcuni si essi sono stati ripetutamente calpestati da assemblee regionali. È il caso del diritto di “associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. Ma non è questo il tema del giorno, anche se non va dimenticato, visto l'azzeramento della libertà di riunione pur nel rispetto del “distanziamento sociale”, ovverosia, in italiano, tenendosi a debita distanza: cautela di elementare buon senso. In discussione vi è invece il diritto sancito dall'articolo 16 della Carta: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsivoglia parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Tale diritto costituisce estrinsecazione della libertà individuale garantita dall’art. 13 e non può recedere di fronte “alla tutela della salute” che, pur essendo un “fondamentale diritto dell'individuo”, in nessun caso può venir disciplinata in modo da “violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”: cioè proprio i “diritti inviolabili dell'uomo” enunciati dall'articolo 2. Anche in campo sanitario il diritto all'autodeterminazione, che è somma espressione della libertà morale individuale, prevale dunque sull'intervento del Potere. Le cronache degli anni recenti ne hanno offerto molteplici ed eloquenti esempi.
La disputa sulla libertà di “circolare” è racchiusa nella sequenza fissata dal Costituente: sin dove può arrivare la limitazione dei diritti non negoziabili per motivi di sanità nell'interesse della collettività? Apparentemente la risposta è semplice: lo stabilisce il governo. Ma l'ordinamento repubblicano non lo prevede affatto.
La Carta fissa una gerarchia chiara e precisa delle fonti del diritto. Il Presidente della Repubblica ha  quello di promulgare le leggi o chiederne una nuova deliberazione con messaggio motivato alle Camere, e per una sola volta (art. 74). Il presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo, ne è responsabile e mantiene l'unità d’indirizzo politico e amministrativo, come già stabilito dal Regio Decreto Legge 14 novembre 1901 (Governo Zanardelli-Giolitti). Sin da allora fu escluso che il presidente dica una cosa, un ministro o un'altra “fonte” ne dica una diversa. Purtroppo, invece, da troppe settimane all'emergenza sono state date risposte normative sempre più convulse e farraginose, suscitando incertezza nei cittadini e, il che è peggio, in chi è chiamato a chiederne l'osservanza, salvo sanzioni sempre più onerose.
Gli esempi ormai possono ormai riempire molti volumi. Ma neppure questo è il punto.
La via maestra dell’art. 76 della Costituzione
La domanda tuttora priva di risposta franca è e sempre più diverrà: “il 31 gennaio 2020, allorquando con delibera del consiglio dei ministri fu dichiarato lo stato di emergenza per sei mesi, il governo ne aveva chiare l’entità e le proporzioni?” In caso negativo, il giudizio sulla condotta dell’esecutivo non spetta alla “storia” (come invocato dal presidente  Conte pur di allontanare da sé l'amaro calice di render conto “hic et nunc” del suo operato) ma alla “politica”, ovvero al Parlamento, che non può essere “sospesa” in attesa di tempi migliori (l'estate? l'autunno? il 2021?). Se invece il governo aveva informazioni sufficienti sul pericolo incombente, allora doveva chiedere al Parlamento la “delega dell'esercizio della funzione legislativa”, nei precisi limiti previsti dall’art. 76 della Costituzione, ovvero “con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per un tempo limitato e per oggetti definiti”. Non sarebbe stata la prima volta nella storia della Repubblica. Quell'articolo - insegna Livio Paladin, principe dei costituzionalisti - venne introdotto per “inquadrare e circoscrivere il fenomeno della delega legislativa” e arginare la sempre incombente prevaricazione del governo nei confronti del potere che compete alle Camere. Il Costituente si premurò di precisare che il governo, quantunque delegato, non dispone mai delle attitudini a legiferare oltre le competenze proprie del Parlamento. La delega riveste carattere di istantaneità e di obbligatorietà, cioè è circoscritta nel tempo e nella materia. Essa è la via maestra.
Per fronteggiare la crisi il governo ha invece seguito un’iter contorto, che cozza con l'equilibrio del poteri fissato dalla Costituzione, avendo pretermesso il Parlamento, anziché renderlo corresponsabile di una scelta grave. Facendo un balzo di duemila anni all'indietro, il ricordo va alla Repubblica romana (dalla quale deriva l'ossatura del diritto) quando si ricorreva alla decisione “Videant consules ne quid detrimenti respublica capiat...”. In via del tutto eccezionale i consoli assumevano la somma dei poteri e la esercitavano nei tempi accordati. Non v'era bisogno del dictator, dell'“uomo solo al comando” con “pieni poteri”: erano i consoli a farsene carico, nell'armonia del “genus mixtum” repubblicano descritto da Cicerone. Resse sino alle guerre civili e allo sfascio che ne seguì.
Il viottolo stretto  della decretazione speciale
L'opzione a favore dei DPCM ha aperto la preoccupante stagione di un’affannata decretazione d'urgenza, con sovrapposizione e contrasti tra “fonti del diritto” (governo, presidenti di regioni, sindaci...). L'emergenza ora va molto oltre il contagio del coronavirus e investe i rapporti fra il Potere, nelle sue varie forme, e i cittadini. Tra le manifestazioni più memorabili rimarrà la “fulminea”ordinanza Lamorgese-Speranza che una domenica pomeriggio di marzo intimò agli italiani di rimanere là dove fossero, poi assorbita da un di poco successivo Decreto del presidente del consiglio. Un'altra è l'oggettiva discrepanza tra i chiarimenti diramati il 31 marzo ai prefetti dal capo gabinetto del ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, sulle “misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica” e l'ennesimo Decreto Conte del 1 aprile. Il dottor Piantedosi concesse a “un solo genitore” di “camminare con i propri figli minori... in prossimità della propria abitazione”, nonché l'accompagnamento di anziani e inabili da parte di persone che ne curano l'assistenza, confermando al tempo stesso il divieto di attività ludica (che vuol dire “gioco”) o “ricreativa” ma non quella motoria, quasi occorra uscire di casa con la mestizia quaresimale dipinta sul volto. Con illuminata saggezza il capo gabinetto pregava (sic!) i Prefetti di voler estendere i chiarimenti alle forze di polizia esortandole alla “ragionevole verifica dei singoli casi”.
In effetti, lo Stato che si conduce da “buon padre di famiglia” non ha motivo di “fare la faccia feroce” verso i cittadini. Spiega e ne ottiene comprensione e collaborazione. Sennonché, pressato da presidenti di regioni (sedicenti “governatori”: titolo improprio e abusivo), il presidente del Consiglio si è poi affrettato a prorogare sino al 13 aprile le misure precedenti, volte a escludere l'“ora d'aria” per bambini e adolescenti, malgrado le insistenti raccomandazioni di pediatri e psicologi. Il governo dice di valersi di scienziati. Ma vi sono scienziati più scienziati degli altri? O prevalgono quelli che “danno ragione” al timoniere e si guardano bene dall'avanzare dubbi per non essere cacciati sotto coperta e gettati in mare?
Se mai fosse “guerra” (ma non lo è), così sarebbe perduta...
Poiché la retorica dell'emergenza continua a propinare la fiaba secondo la quale l'Italia è “in guerra” va ricordato, ancora una volta, che l'articolo 78 della Carta (a suo tempo splendidamente commentato da Andrea Giardina) dice chiaro e netto che “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”. Nessun Paese contagiato dal virus è “in guerra”. La ratio dell'art. 78 però è chiarissima: il Governo non può percorrere in tempi indefiniti il viottolo della decretazione d'urgenza, a singhiozzo, con correzioni e contraddizioni, se non suscitando sconcerto, renitenza e, alla fine, diserzioni. Se proprio si volesse parlare di stato di guerra, la linea imboccata e pervicacemente seguita dal presidente del Consiglio e dal governo mostrerebbero che il Paese è tragicamente condannato alla sconfitta. Sempre più si palesa, infatti, quanto in guerra è assolutamente fondamentale: la catena di comando. Per averne la percezione va riletta l'opera di Luigi Cadorna, Capo di stato maggiore dell'esercito dal 1914 al 9 novembre 1917: “La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa” (ed. Bastogi). Gli odierni presidenti di regione sono paragonabili ai comandanti d'armata dell'epoca. Mai sarebbe stata concepita e tollerata la loro contrapposizione al Comandante Supremo. Lo sforzo doveva e non poteva che essere unitario: ciò che oggi purtroppo non è. Inoltre, in una visione strategica “alla Cadorna”, la “guerra” contro il contagio andava e va impostata non solo sulla prima linea ma all'interno del Paese, alimentando il consenso con misure convincenti anziché con “grida” minaci. Tanto più perché insorgono nuovi e via via più drammatici problemi sociali, in specie per la tutela dei minori, in taluni casi rimasti soli per il ricovero dei genitori o dell'unico parente prossimo. 
L'inspiegabile “damnatio” delle “seconde case”
Infine, proprio in vista del prevedibile prolungamento dell'emergenza sarebbe stato saggio favorire il trasferimento dalle megalopoli alle cosiddette seconde case di chi era (ed è) in grado di farlo senza danni per terzi. In tal modo si sarebbe allentata (e si potrebbe allentare) la pressione demografica nelle aree troppo antropizzate, tanto più in vista della primavera incipiente. Se si decidesse a parlare chiaro ai cittadini invece di farsi precedere da messaggi di “tecnici”, come il capo della Protezione civile e smettesse di procedere a fari abbassati, il governo potrebbe ancora assumere misure di buon senso, anche consentendo la libera circolazione tra Comuni esenti dal contagio: ampie aree perfettamente individuabili all'interno di ciascuna regione e in grado di partire “da subito”.
Di certo prima o poi da queste costrizioni e contraddizioni si uscirà. E prima o poi l'Esecutivo dovrà confrontarsi in Parlamento con le opposizioni. Secondo la narrazione a quel punto prevalente il merito dell'“uscita” dalla crisi non sarà del governo ma di chi l'avrà “costretto” a sia pure modeste “concessioni”.
Aldo A. Mola

IL PARLAMENTO: A CURIA O A EMICICLO?
 AULE VETUSTE E CONTAGIOSE
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

In memoria di Marco Papirio
Anche per il Parlamento la forma è sostanza. Fa riflettere lo spettacolo fornito in questi giorni dalle Aule di Montecitorio e di Palazzo Madama. Mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mercoledì e giovedì sciorinava “molto è stato fatto e molto resta da fare”, lasciando ai posteri l'ardua sentenza su meriti e demeriti del barcollante governo in carica, l'occhio dello spettatore andava sbigottito agli scranni vuoti, alle fronti corrugate, o inutilmente spaziose, contratte da mascherine variegate, alla desolazione di un rito celebrato senza pubblico né giornalisti. Preso atto dell’elusiva promessa di future “informative” ogni quindici giorni da parte dell’esecutivo, è lecito domandarsi: quanti ministri deve avere il governo se poi quelli in Aula (con dichiarazioni fatue: è il caso della titolare dell'Istruzione) si contano sulla dita di una mano? E ancora: servono davvero 630 deputati e 315 senatori o ne possono bastare 200 e 100, rispettivamente? Le spettrali sedute dei giorni scorsi anticipano nei fatti l'esito del referendum confermativo della legge che ha ridotto il numero dei parlamentari: una consultazione popolare che non potrà certo essere rinviata “sine die”. Per quel che deputati e senatori mostrano di saper e voler contare, invero, la loro latitanza dalle Aule induce a restringerne ulteriormente i ranghi, a tutto vantaggio della concentrazione del potere nelle mani di una ristrettissima cerchia di tecnocrati, per nulla bisognosi di consenso elettorale e quindi indifferenti al malumore che sale dal Paese.
Altri due mesi di mancate sedute plenarie affosserebbero la credibilità di un Parlamento incapace di rispondere, sia pure in via provvisoria, a sfide eccezionali. In presenza dell'emergenza sanitaria che impone di tenere le distanze tra persone non documentatamente infette, Roma e l'Italia intera mancano forse di “contenitori” capaci di assicurare la partecipazione di tutti i parlamentari? Ridurli a una manciata di “selezionati”, scelti dai loro capibastone, significa svuotare di rappresentatività gli organi parlamentari. Il confronto va, nella memoria, al senatore romano Marco Papirio che nel 390 a.Cr., mentre tutti (militari e popolani) erano fuggiti per scampare al saccheggio dell'Urbe, rimase seduto al suo posto; talché uno dei Galli gli tirò la barba per vedere se fosse vivo e, da barbaro qual era, lo uccise.
Nella Roma dei Consoli e dei Cesari, il Senato si radunava nella Curia che dal Foro continua a dare lezioni al tempo presente. Rettangolare, 18 metri di larghezza, 27 di lunghezza e 21 di altezza (proporzioni perfette anche per l'acustica), essa è percorsa ai lati maggiori da tre gradini bassi e larghi che assicuravano accesso facile e comoda seduta (molti “patres”, reduci da gloriose battaglie, soffrivano di acciacchi alle giunture). Sul fondo dell'Aula non troneggiava un presidente: vi si ergeva, invece, l'Altare della Vittoria, rimosso una prima volta da Costanzo II e infine da Teodosio nel 384 d.Cr. su intimazione del vescovo di Milano, Ambrogio (poi santo). Fu la prima sconfitta della Romanità e della Forma che è anche Sostanza, dell’aristocrazia del Merito, tipico di un Ordine fondato sul confronto tra Pari. Ognuno si alza, parla breve e siede. L'Aula vota. Decide “erga omnes”, come insegnano i due altorilievi traianei che decorano la Curia romana: la remissione dei debiti e i prestiti agricoli a beneficio dei bambini poveri, sintesi della “Res publica” che nelle insegne recava il motto “Senatus populusque romanus”.
Aule contagiose
La forma del Senato romano ha un'unica replica negli Stati retti da Parlamenti, di qua e di là dell'Atlantico: quella dei Comuni e dei Lord a Palazzo Westminster a Londra. Due file di banchi contrapposti, separati da uno spazio strettissimo, tutti vegliati dallo “speaker”, garante dell'ordine dei lavori. L'“Inghilterra” sarebbe tale e quale è se il suo Parlamento avesse aule a emiciclo come nella generalità dei Paesi al di qua della Manica? Dopo l'incendio che nel 1834 distrusse quasi completamente l'edificio preesistente, gli inglesi avrebbero potuto mutare stile. Invece l'architetto Charles Barry ripristinò l'allestimento originario; anzi nel trentennio 1837-1868 lo vestì in panni gotici, più solenni e “antichi”, con le Torri dell'Orologio e Victoria. Quel passato remoto, sorto appena ier l'altro, segna la distanza tra la quotidianità e la Storia; ricorda che ogni decisione odierna ha radici nel passato e deve guardare alle generazioni venture.
Con le Rivoluzioni di fine Settecento l'Occidente ebbe la grande occasione di prendere esempio dalla prima monarchia parlamentare e fare altrettanto. La dichiarazione d'indipendenza delle colonie della Nuova Inghilterra a Philadelphia (1776) e il “giuramento” nella Sala della Pallacorda a Parigi, ove rappresentanti di borghesia, clero e aristocrazia s'impegnarono a non separarsi e poi si proclamarono Assemblea nazionale (1789), avvennero in sale rettangolari, assai disadorne. Eppure cambiarono il mondo. L'emiciclo venne a assunto a modello solo nel corso dell'Ottocento. Tra i suoi massimi esempi è il Palazzo del Congresso a Washington, che in un unico edificio comprende le due Camere. Gli “americani” ebbero tutto il tempo di pensarci. Il loro parlamento originario fu incendiato dagli inglesi nel 1814. L'attuale, il Campidoglio, venne eretto tra il 1851 e il 1867, ma nelle forme ritenute classiche: con le aule a “teatro”, replicate di Paese in Paese, dall'Austria alla Prussia e all'Ungheria, dall'Argentina al Messico. Altrettanto del resto aveva fatto la Francia della Restaurazione, che allestì per i deputati l'aula a Palazzo Borbone (1828-1833), già sede dei Cinquecento, e per i senatori quella di Palazzo di Lussemburgo (1836-1841).
Dalla ex Sala da Ballo di Palazzo Carignano a Montecitorio
Quando istituì il Parlamento con lo Statuto del 4 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia, all'epoca re di Sardegna, mise a disposizione due edifici “di famiglia”. Il Senato, che all'inizio contò una sessantina di membri, fu allocato a Palazzo Madama, in Piazza Castello, due passi da Palazzo Reale. Ai “patres” fu riservato un salone molto sobrio. Per i 208 componenti della Camera dei deputati (che all'epoca comprendeva anche i rappresentanti della Savoia e del Nizzardo) nella sala da ballo di Palazzo Carignano, da tempo dismessa, fu allestita alla svelta la celebre Aula lignea che tuttora si ammira, con tanto di segnaposto a ricordo di quanti vi sedettero. Essa calcò il modello d'Oltralpe: una cavea che diede impulso al corso  politico del Regno. Il connubio tra il liberale Camillo Cavour e il democratico Urbano Rattazzi, germe del futuro trasformismo perpetuo, fu favorito anche dalla distribuzione degli scranni, propizia alla circolarità dei programmi e ai compromessi anziché alla loro contrapposizione. Gli oppositori duri e puri (cattolici e democratici intransigenti) finirono relegati agli estremi. In un'aula che registrava continuamente rumori e brusii, difficilmente le loro voci giungevano sino al banco del governo e della presidenza. Cadevano nell'indifferenza.
Con l'VIII legislatura del regno subalpino (1860) la Camera salì a 443 componenti. Bisognò approntare in fretta una nuova sede. Torino non ne aveva alcuna. Benché fosse tempo di statizzazione dei beni degli ordini ecclesiastici “contemplativi”, non vi erano edifici religiosi che si prestassero al caso. La città contava anche molte caserme, ma nessuna era atta ad accogliere i rappresentanti di un'Italia in parte federalista, rivoluzionaria, garibaldina, con frange mazziniane. Per i senatori Palazzo Madama bastò qual era, anche per il modesto numero di presenti, di rado superiori ai 50-60 membri, come ricordano i pochi studi sulla Camera Alta (sempre meritorio quello di Spartaco Cannarsa), poco indagata perché i “patres” non erano preda di fazioni litigiose e quindi risultano meno attraenti per una “storiografia” indulgente, su influsso britannico, al pettegolezzo e all'autoflagellazione.
Con somma rapidità venne pertanto allestita un'aula lignea nel cortile di Palazzo Carignano. Fu la grande occasione: tornare alla Curia romana, meno costosa e più pratica, con due file di banchi a gradoni ai lati e sul fondo presidenza, governo e palco reale per le grandi occasioni. Invece venne replicato il modello della Camera subalpina: l'emiciclo, completo di tribune per ex deputati e giornalisti, guardia nazionale, esercito e pubblico. Spazi appositi furono riservati a senatori, “signore”, corpo diplomatico, magistrati e consiglieri di stato.
Il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, decisa il 15 settembre 1864 e attuata l'anno seguente, rese però superflua quell'aula. Nella nuova capitale al Senato fu assegnato l'angusto teatro mediceo nel Palazzo degli Uffizi. La Camera ebbe il Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, che sembrava fatto apposta per ospitarne i componenti, ma a sua volta fu pesantemente rimaneggiato per replicare il modello torinese, benché incompatibile con la sua severità originaria. Ancora una volta non venne colta l'occasione.
Dopo l'acquisizione di Roma (20 settembre 1870) il Regno d'Italia ricorse all'“usato sicuro”. Il Quirinale, residenza estiva dei papi, divenne il Palazzo Reale. Il Senato si insediò nel mediceo Palazzo Madama; la Camera a Palazzo Ludovisi, edificato a metà Seicento da Lorenzo Bernini sul Monte Citorio. I ministeri furono sparpagliati in vari edifici storici. La Pubblica Istruzione s’installò nell'ex convento domenicano a piazza della Minerva: bene augurante quando ministri erano Michele Coppino e Francesco De Sanctis. L'unico palazzo ministeriale costruito ex novo fu quello delle Finanze, che richiese molti anni.
L'aula di Montecitorio si mostrò subito inadeguata: irrimediabilmente torrida d'estate e gelida d'inverno. Causò innumerevoli malanni ai suoi frequentatori assidui: più agli impiegati, quindi, che ai deputati e ai ministri. Si pensò pertanto a una scelta coraggiosa: edificare un grandioso palazzo per i due rami del Parlamento, che fosse anche monumento funebre di Vittorio Emanuele II, il Padre della Patria provvisoriamente sepolto al Pantheon. Doveva sorgere sull'altura di Magnanapoli, incombente sull'attuale Foro Traiano, due passi dal Quirinale e non lontano da Termini.
Ma per la terza volta la Nuova Italia mancò di coraggio. I vari concorsi (per il monumento di Re Vittorio, per il Palazzo onnicomprensivo...) ebbero esiti importanti, ma solo per gli studiosi di storia dell'architettura. Nei fatti, zero. Nel 1889 il governo presieduto da Francesco Crispi lanciò una nuova gara. L'Italia che già possedeva l'Eritrea e si riteneva tutrice dell'Impero d'Etiopia aveva diritto a un Palazzo di Rappresentanza degno delle sue ambizioni. Invece, niente. Si ripiegò sull'ammodernamento dell'“Aula Comotto”, cosiddetta dal suo navigato ideatore. Vi lavorò Ernesto Basile, con gli scultori Domenico Trentacoste e Davide Calandra, subalpino, che nell'altorilievo bronzeo dominante il seggio presidenziale sintetizzò novecento anni di Casa Savoia, da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele II, re costituzionale.
Mitridatizzati all'orrore?
La Camera colà radunata non sempre si mostrò pari alla sua missione storica. Più volte risultò succuba di intrighi e prepotenze. Nel maggio 1915 cedette a Salandra. Nel 1922 a chi la oltraggiò asserendo che avrebbe potuto farne bivacco dei suoi manipoli. Umiliata e offesa tacque. Succuba, votò a favore. Dalla Grande Guerra (come poi dal suo devastante prolungamento, nel 1940-1945) milioni di giovani e meno giovani tornarono con la morte negli occhi. Per molti mesi videro quanto non avrebbero mai immaginato nella quiete del loro lavoro rurale e manifatturiero, nelle prime industrie metallurgiche e meccaniche. Una cosa era fabbricare automobili, un'altra la vita di trincea. Da quegli orrori i combattenti non tornarono affatto “migliori” bensì assuefatti alla violenza, come si vide nella guerra civile di bassa intensità sino al 1925. V'è motivo di domandarsi come gli italiani usciranno dall'“emergenza” attuale dopo mesi di martellamento televisivo di ambulanze a sirene spiegate, personale sanitario in condizioni estreme, morenti, bare... Che impressione ne rimarrà nei bambini e negli adolescenti? La “psicologia delle folle” fiorente da un secolo e mezzo insegna quali siano le ripercussioni degli spettacoli crudeli. Ma per capirlo bastano gli affreschi medievali di roghi e supplizi contornati da fanatici mitridatizzati al “male” e quindi più inclini a reiterarlo. Lo spettacolo quotidiano della morte non suscita buoni sentimenti.
Dalla guerra l'Italia uscì divisa
La storia, quella vera, non la retorica, ci dice che dalla seconda guerra mondiale e dalla connessa “guerra civile” dilagata soprattutto nell'Italia settentrionale e inasprita tra l'autunno 1944 e il maggio 1945 gli italiani non uscirono affatto “uniti”. Una parte continuò a mirare al bagno di sangue purificatore, completo di eliminazione fisica della “borghesia”. Altri sperarono che gli anglo-americani fermassero i “rossi” al confine orientale e aiutassero la Ricostruzione iniziata dal settembre 1943. La preoccupazione di Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat fu di escludere dal potere effettivo i comunisti di Palmiro Togliatti, mentre il socialista Pietro Nenni ne era succubo e, con l'eccezione di Ugo la Malfa e Ferruccio Parri, anche il borghesissimo partito d'azione inclinava a sinistra per anticlericalismo arcaico.
Le Camere tornarono a riunirsi nei palazzi antichi, anziché voltare pagine utilizzando, per esempio, quelli edificati nel quartiere dell'Eur. Le divisioni rimasero e durarono persino oltre il crollo dell'Urss.
Ma in tempo di emergenze il problema è solo la vetustà degli edifici? L'orizzonte non è affatto sereno. Non solo per le vittime quotidiane del “virus” ma per le ripercussioni che questo avrà sul futuro di un Paese fragile, da tempo allo stremo delle risorse, costretto a potare gli investimenti e ora disorientato da altalenanti bollettini quotidiani sull'andamento del “contagio”, dal cumulo di decreti e ordinanze “a singhiozzo”, sempre meno sopportabili. Chi ha la responsabilità del governo non può pretendere fiducia “in bianco” a tempo indeterminato senza indicare ai cittadini prospettive chiare, tanto più a Camere socchiuse.
Aldo A. Mola

SONNAMBULI
 GUARDARE OLTRE IL “CONTAGIO”
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 22 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

Teofilo Patini (1840-1906), Il sequestro. L'Italia ce l'ha fatta e ce la farà. Parole e fatti... 
L'Italia non è “in guerra”. È alla prese con la diffusione di un virus, classificato “covid-19”, in costante mutazione, di ampia diffusione e a modo suo di normale letalità. Parlare di “stato di guerra” è un errore grave, evitato (al momento) dal Governo in carica ma usato a sproposito da altre “istituzioni”, che diffondono allarmi in un Paese di per sé emotivo, superstizioso, incline a informarsi sui “siti” anziché da fonti ufficiali, possibilmente attendibili. Le parole pesano. Parlare di “guerra” per un’emergenza sanitaria è mancanza di rispetto nei confronti della Guerra vera, quella che anche oggi viene combattuta in tanti Paesi dai confini artificiosi e labili. Gli italiani ricordano i bombardamenti su Sarajevo? Le centinaia di bombardieri in volo dal suo territorio per annientare vite a pochi chilometri dai suoi confini? Le stragi per motivi etnici e religiosi a due passi dall'ultima “apparizione della Madonna”?
Che cosa ha a che fare la “crisi” del covid-19 con la tragedia dell'Afghanistan, dell'Iraq, della Siria, del Vicino Oriente, della Libia? Guerra non significa essere costretti a stare in casa, in condizioni spesso insostenibili come oggi accade per milioni di italiani. Guerra vuol dire non sapere dove scappare dai bombardamenti, vedere le città sventrate, i villaggi più sperduti spazzati via in pochi minuti da missili e i loro abitanti annientati col napalm, mitragliati dall'alto mentre cercano scampo, feriti senza soccorsi, cadaveri insepolti. La fame. La disperazione. La Guerra è Guerra.
Evocarla a sproposito è errore grave, non solo linguistico ma di Filosofia della Storia e di Politica. Se un giorno mai vi fosse davvero bisogno di parlare di Guerra quale termine bisognerebbe usare?
La prima regola, dunque, è misurare le parole. Ogni parola rappresenta un fatto. Lo insegnò Tommaso d'Aquino ottocento anni orsono. Diversamente è vaniloquio, deformazione della realtà, inganno, sia voluto, sia per retorica vanesia.
Alzare al massimo il volume delle parole ottunde la sensibilità, fa perdere il contatto con la realtà. Inchioda al presente e fa scordare quanto è avvenuto il giorno prima. L'informazione non è succuba del chiasso, non canta dai balconi, non sventola bandiere, non sguinzaglia gabellieri e delatori a caccia di chi senza nuocere a nessuno prende il sole in perfetta solitudine, lontano dal frastuono di “grida” tardive emesse a singhiozzo. L'informazione non cerca consensi. Recupera le tessere disperse del mosaico quotidiano e ricompone la storia, giorno dopo giorno.
Usare termini sbagliati conduce a decisioni inspiegabili. Fra queste una rimane senza risposta: perché impedire ad abitanti non contagiati, non in quarantena e debitamente attrezzati di trasferirsi nelle seconde case (ovunque le abbiano) così allentando il sovraffollamento delle aree urbane?
A quanti parlano a vanvera di guerra vanno ricordati gli “sfollati” ai tempi della Guerra vera, che picchiava soprattutto sulle aree molto antropizzate e industriali.
Sonnambuli di ieri...
Quanto è avvenuto in questi mesi evoca, ma molto molto da lontano (si parva licet componere magnis, dicevano i Romani), l'inizio della Guerra dei Trent'anni cominciata tra fine luglio e i primi d’agosto del 1914. Imperatori, re, presidenti di repubbliche, capi di stato maggiore di terra e di mare, governi, scrittori, sociologi, giornalisti tuttologi, cronisti e poetucoli a noleggio (un tanto la quartina, come un famelico Vate, foraggiato dal proprietario-direttore di un famoso quotidiano milanese...) sapevano che le grandi potenze erano armate sino ai denti e ogni anno accrescevano la loro capacità distruttiva. Nulla di nuovo. “Sudate, o fochi, a preparar metalli” aveva scritto nel 1629 il giurista, diplomatico e poeta bolognese Claudio Achillini (1574-1640) per incoraggiare Luigi XIII di Francia a invadere la pianura padana. Era l'anno della Peste descritta da Manzoni nei Promessi sposi. 
Malgrado il fervore guerrafondaio e la gara a chi varava corazzate più invulnerabili, produceva cannoni più rapidi e dalla gittata più lunga, mitragliatrici più micidiali, fucili più precisi e persino i primi velivoli, a inizio Novecento l'Europa era adagiata tra le piume della Belle Epoque: lusso, divertimenti, viaggi, alfabetizzazione accelerata delle masse, progresso in ogni aspetto della vita quotidiana, riscaldamento e illuminazione elettrica delle abitazioni, acqua corrente, igiene personale. Povero professore, celebre ma senza proventi d'autore, quando si trovò a ricevere in casa l'ambasciatore di Svezia, Carl Bildt, che gli annunciava il Premio Nobel, per non sfigurare Giosue Carducci affittò un paio di lampadari. Ne andava del decoro dell'Italia, che procedeva a piccoli passi. Più dell'attuale, svagata e smemorata, ignara di sé ma misteriosamente corriva a svacanzare nelle isole più remote.
In “1913. L'anno prima della tempesta” (ed. Marsilio) Florian Illies ha narrato giorno per giorno quell'“Europa in pace”, colta, gaudente e tuttavia inquieta. Nel dicembre Oswald Spengler avvertì che essa si stava spogliando “di tutto: civiltà, bellezza, colori”. Lo stesso mese David Herbert Lawrence, il cui “Figli e amanti” riscuoteva straripante successo, scrisse “La mia grande religione è la fede nel sangue, nella carne, in quanto più saggi dell'intelletto. Ciò che il nostro sangue sente, crede e dice è sempre vero”. Il sano razionale positivismo ottocentesco cedeva il passo allo “slancio vitale”, al volontarismo. La scienza a rigurgiti di misticismo. Matisse e Picasso cavalcavano insieme. I rimatori si ergevano a profeti, mentre veniva dimenticato l'ungherese Ignace Semmelweiss (1818-1865) passato per pazzo perché diceva ai chirurghi di lavare ben bene le mani prima durante e dopo gli interventi per scongiurare la setticemia. Anche in Italia spopolavano parolai come Mario Morasso e Filippo Tommaso Marinetti, inneggiante alla guerra, “sola igiene del mondo”.
La storia sembrava correre su binari sicuri. Ogni tanto una galleria, una guerra coloniale, completa di stragi efferate e di orrori, ma là, lontano, ai confini del mondo. L'“Illustrazione italiana”, rivista di bellezza editoriale inarrivabile, alternava immagini festose ad altre orripilanti. Così si pensava di esorcizzare il Male, di allontanare il “guerrone”, incubo di papa Pio X, come ha scritto il suo biografo Gianpaolo Romanato.
Ma quei costosi binari (accade anche oggi) a volte avevano scambi difettosi. Nel 1914, come negli esperimenti in uso nelle aule scolastiche di fisica e chimica, il “precipitato” si cristallizzò. Un mese dopo l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno (né il primo né l'ultimo di una testa coronata o di un suo erede), gli Stati si arroccarono, i governi si minacciarono e in pochi giorni scattarono uno contro l'altro, anzi uno prima dell'altro, nel timore di perdere il vantaggio per vincere la “guerra lampo”. Gettarono nella conflagrazione tutta la propria capacità offensiva e difensiva. Malgrado decenni di retorica pacifista il sentimento dominante risultò l'odio. I “popoli” scoprirono di doversi odiare a vicenda, per motivi in massima parte ignoti alla maggioranza. Per combattersi a quel modo bisognava odiarsi. Una guerra infame, come scrisse Luigi Cadorna, massimo stratega europeo. Tra le migliaia di episodi spicca la leggendaria “battaglia dei morti viventi”: il centinaio di russi che il 6 agosto 1915, sopravvissuti alle bombe al cloro dei tedeschi, con ferite aperte appena bendate e sputando sangue e pezzi di polmone, travolsero 7000 nemici assedianti la fortezza di Osowiec.
Pochi uomini politici (fu il caso dell'italiano Giolitti) capirono che la guerra sarebbe durata anni e avrebbe risucchiato le risorse del Paese per almeno una generazione. Ma non furono compresi. Il socialista francese Jean Jaurès, contrario alla guerra contro la Germania non perché filotedesco o traditore della patria ma convinto che l'Europa potesse risolvere le tensioni antiche in una visione continentale dei problemi locali, fu assassinato. I dissenzienti vennero isolati come appestati. Romain Rolland si giocò la vasta e meritata popolarità perché non bruciò incensi a Marte e a Bellona.
Cent'anni dopo la storiografia ha fatto passi avanti nello studio della “catena di comando”, ma nessuno nella comprensione del conflitto che sconvolse irrimediabilmente l'Europa. L'opera più meditata rimane “I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande Guerra” di Christopher Clark (ed. Laterza): una “non spiegazione”. La storia procede a zig-zag, sfugge di mano. Clio danza avvolta nei veli delle molteplici interpretazioni che disputano sulle “ragioni” delle sue venture.
...e di oggi
L'incertezza dinnanzi a quel passato, alle sue possibili cause e concause (Sidney Sonnino, che certo non era un'aquila, una volta mestamente abbozzò che forse tutto era dovuto al passaggio di una cometa: annunzio di pestilenze anziché di vera Luce o, si diceva, di Epifania) ha poco da spartire con la condotta dei governi odierni a cospetto della diffusione del Covid-19.
Travolti e sempre più infastiditi dalle misure restrittive delle loro libertà elementari imposte dai governi, i cittadini sono storditi. Motivo in più per fare sintesi degli eventi nella loro arida sequenza: la cronologia è l'attaccapanni della storia, che non è profezia del passato ma ricostruzione dei fatti nella loro successione. Il meno che si può dire a ricapitolazione della tempesta in corso è la constatazione della manifesta inettitudine mostrata dai governi dei principali Paesi europei dinnanzi alla prevedibilissima diffusione del contagio. Se le parole hanno un senso, alcuni di essi si sono condotti da “untori di Stato”. La storia dirà se e quanto lo abbiano fatto di proposito, per miope calcolo o per  colpevole inettitudine. O semplicemente nel timore dell'opposizione, che è sempre più vociante e temibile della “maggioranza borbottante” disposta ad assecondare provvedimenti razionali.
I fatti, comunque, sono sotto gli occhi. Ridotti all'osso, valgano quattro “casi di scuola”.
In Francia il presidente tuttofare Emmanuel Macron ha introdotto le prime modeste misure anti-contagio solo dopo aver fatto “celebrare” le elezioni amministrative nelle quali i suoi candidati di fiducia sono rimasti travolti. A epidemia conclamata ha rinviato il ballottaggio a data incerta. In un paese per mesi squassato dai “gilets gialli” Asterix tace. In Francia si ammalano e muoiono come in Italia, sino a poco prima irrisa dai “cugini d'Oltralpe” in modi arroganti e indecenti. Lì il governo tecnocratico ha mostrato tutte le sue rughe. 
In Spagna il vanesio Sánchez ha caldeggiato la superflua festa dell'8 marzo quando ormai il contagio dilagava. Un esempio clamoroso di imprevidenza e cecità. Il vicepresidente, in quarantena, ha partecipato al consiglio dei ministri. L'imprevidenza del governo di Madrid è colpevole.  
In Gran Bretagna (che ormai non fa più parte dell'Unione Europea) Boris Johnson pensava di pascere a piacer suo le pecorelle inglesi, ma il gregge, poco rassegnato al buon pastore, dalla Scozia al Galles gli ha imposto misure non troppo lontane da quelle italo-franco-iberiche. L'“Inghilterra” è molto più fragile, anzi friabile, ora che deve fare da sé. Che cosa le rimane aldilà della Regina e del Consorte Filippo di Edimburgo non proprio adolescenti?
La Germania rimane un caso a sé: uncinata non solo dai neonazisti ma dalla frammentazione dei suoi poteri e dal manifesto declino di Angela Merkel a due mesi dall'inizio del contagio non sta prendendo misure adeguate.
A sua volta, con delusione dei suoi ammiratori nostrani, il presidente degli USA Donald Trump sul coronavirus in pochi giorni ha detto tutto e il contrario di tutto, quasi ventriloquo di uno dei tanti siti che lo imputano a un complotto di Spectre (manca solo Licio Gelli) per allontanare da sé l'addebito più ovvio: è un sonnambulo, come Macron, Sánchez e i tanti altri che, a contagio ormai conclamato, o non hanno preso precauzioni personali o non ne hanno imposte ai propri “vicini”. È il caso di Alberto II di Monaco, “positivo” giorni dopo che il morbo aveva contagiato il suo primo ministro, il vescovo e altri molti in uno “stato” che sembra fatto apposta per la propagazione vertiginosa di un qualunque raffreddore.
L'Italia s’è desta?
L'Italia, per ora, è un caso a sé. Allertata per prima nell'Europa centro-occidentale dall'evidenza di malati, ha fatto e fa i conti con la sproporzione tra la sua volontà di circoscrivere la diffusione del contagio e la modestia dei mezzi disponibili anche in regioni che vantavano primati indiscutibili. Il mancato tempestivo approvvigionamento di “mascherine” lascia sconcertati. Virologi a parte, non era difficile intuirne l'urgenza e la quantità necessaria.
Senza nulla togliere ai meriti del governo, due constatazioni s’impongono. Il potere politico si è affidato “toto corde” alla scienza, ma questa non si è mostrata affatto unanime, né nell'analisi né nella terapia. Gli sforzi si sono concentrati sulla prima linea, ma con mezzi inadeguati, confidando che la tempesta presto sarebbe mutata in acquazzone e poi in pioggerellina di marzo. Di lì la propensione, ancora perdurante, a provvedimenti circoscritti nello spazio e nel tempo, “salvo intese”, cioè con la riserva di proroghe, senza indicazione attendibile del futuro superamento dell'“emergenza”. Assillato dall'opposizione e dai “sondaggi” il governo si è occupato più della trincea avanzata (vulnerabile, come sempre accade a chi sta in prima linea) che delle seconde e terze linee e della grande riserva: la pazienza degli italiani. Anche questo è un motivo ulteriore per evitare di parlare di “guerra”. Quando proprio si è spossati, per uscire da un conflitto al nemico si chiede un armistizio. Ma non lo si può chiedere al covid-19, che non fa indice conferenze stampa. Com’è venuto, se ne andrà. Come e quando non si sa.
La frontiera è la guarigione. Potere politico e scienza sono impegnati a raggiungerla. Vi sono però “terreni” che vanno governati con polso e con chiarezza: il rapporto fiduciario tra cittadini e amministrazione delle città e il sistema scolastico-educativo. L'osservanza dei Decreti del presidente del Consiglio dei ministri non può essere abbandonata all'arbitrio di “poteri” locali e dei loro “agenti” se non rischiando di infrangere il già vacillante rapporto di fiducia dei cittadini verso certe “autorità” e di scatenare i peggiori istinti di rivolta contro irruzioni pretestuose nella loro innocua quotidianità. Occorrono precisazioni ulteriori, ferme, precise e valide erga omnes (“agenti” inclusi) da parte dell'Esecutivo, nell'incalzare della “bella stagione” e nella notoria inadeguatezza della capacità abitativa nazionale ai bisogni elementari dei suoi utenti.
Quanto al sistema scolastico, tutto si può fare tranne che dare l'anno per concluso e valido con una “promozione” generalizzata senza alcuna verifica dell’effettiva trasmissione del sapere. Tanto vale dichiarare l'inutilità dell'istruzione pubblica e dei suoi diplomi. Aveva dunque ragione Luigi Einaudi a chiedere l'abolizione del valore legale dei titoli di studio. In settantacinque anni la Repubblica non gli ha dato retta. Ci voleva ora il covid-19 per dimostrare che egli era nel giusto?
Altrove il combinato disposto potere-scienza ha dato segni manifesti di sonnambulismo. Nel Paese Italia, che al momento si è mosso molto meglio degli altri, è il momento di abbassare i toni e di assumere misure accettabili e di lungo periodo: di ritrovare quel “senso dello Stato” che da troppo tempo si è perso a beneficio dei “sondaggi”, della ricerca di consensi. Il Governo di un grande Paese non cerca applausi. Non imita “il medico pietoso” che “fa la piaga cancrenosa” . La cura. E così avrà la gratitudine dei posteri.
Aldo A. Mola 
Immegine: Teofilo Patini (1840-1906), Il sequestro. L'Italia ce l'ha fatta e ce la farà. 



Vittorio Emanuele II a Roma200°  della nascita di Vittorio Emanuele II

 ROMA PER IL RE D'ITALIA
 
  Il 27 novembre 1871 Roma accoglie Vittorio Emanuele II (Torino, 14 marzo 1820-Roma, 9 gennaio 1878), che pronuncia il discorso inaugurale della 2^ sessione dell'XI^ Legislatura del Regno d'Italia. 
  Nell'allegoria la Città Eterna è raffigurata come Matrona, con stola di ermellino e manti dai colori in uso per le immagini della Madonna. A capo scoperto, con saluto iniziatico il Re sale il primo passo verso il Colle più alto della Città “dei sette dolori”. 
  Gli elettori di Roma e delle Province Romane il 2 ottobre 1870 approvarono la loro “unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e suoi successori”,  con 133.681 “si” contro 1.507 “no”. Il 9 ottobre l'esito del plebiscito fu presentato al sovrano in Firenze da don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, poi affiliato alla loggia “Universo”.  Vittorio Emanuele II entrò in Roma la prima volta alle 4 del mattino del 31 dicembre 1870.
  Se oggi Roma declina non è certo colpa del primo Re d'Italia...
Aldo A. Mola 
GOVERNARE GLI ITALIANI?
 INUTILE? NECESSARIO? “VENTA GOVERNÈ BIN”
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

 Nell'emergenza, massima chiarezza
La Costituzione (pensata e scritta quando in Italia gli stranieri erano pressoché irrilevanti e gli “esuli” erano gli avversari del regime rientrati dopo il suo crollo) riconosce a “ogni cittadino” il diritto di “circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”, salve le limitazioni stabilite dalla legge “in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16). Proprio perché dettati da conclamata emergenza, le norme eccezionali debbono attenersi alla regola aurea: “in claris non fit interpretatio”. Vanno scritte in termini chiari e univoci, a garanzia delle inviolabili libertà di tutte le persone presenti sul territorio nazionale, inclusi i milioni di abitanti senza cittadinanza e gli “stranieri”, tutelati dalle convenzioni nel frattempo sottoscritte dalla Repubblica. La chiarezza vale anche per chi è chiamato ad “amministrare” i provvedimenti emergenziali. Li mette sull'avviso e al riparo da ricorsi contro loro eventuali abusi di potere. Non sarebbe la prima volta.
Purtroppo, sin dalla pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale”, preceduta da normale e nondimeno colpevole “fuga di notizie” a opera di “ignoti” (ma prima o poi se ne dovrà venire in chiaro, a salvaguardia della credibilità del governo), i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) hanno dato adito a molteplici dubbi, sinora mantenuti sottotraccia per carità di patria. A partire dalle imprecisioni terminologiche e dalle conseguenti difficoltà interpretative ingenerate dal “combinato disposto” del provvedimento che una settimana addietro ha stabilito di “evitare ogni spostamento delle persone fisiche” in entrata e in uscita dalla Lombardia e province limitrofe e di quello che l’indomani ha esteso tale misura a tutto il Paese. Evitare gli “spostamenti”. Con quale mezzo? A piedi? In velocipede? Coi trasporti pubblici, di cui pure si rivendica il regolare funzionamento nonostante l’emergenza? E in quali “territori”?Lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune o forse anche la dimora, la “casa” e le sue “pertinenze”? “Territorio” è troppo generico. A rendere ancor più impervia l'applicazione di simili “misure” e opinabili le sanzioni comminate per la loro violazione contribuiscono i “poteri locali” con provvedimenti incoerenti, contraddittori, spesso palesemente impraticabili. E con non richiesti e immotivati “suggerimenti” pressanti. È il caso, per citarne uno fra i molti, del divieto di passeggio nei parchi urbani (per altro rari e non sempre apprezzati per cure specchiate da parte delle amministrazioni), cioè in uno tra i rari “sfoghi” per la attività motoria dei cittadini, raccomandata da tutti i medici e  che non può essere ragionevolmente praticata nelle abitazioni (spesso poco più che abitacoli, poco o nulla aerati: quante solo le camere e i bagni privi di “doppia aria” o almeno di una?). Sic stantibus rebus, la salute è meno a rischio in camporella che tra quattro pareti di condominii angoscianti o in viuzze di rado raggiunte da un raggio del Sole Invitto.
Non bastasse, mentre i DPCM hanno ovviamente indicato un termine a quo e uno ad quem, “dall'alto” si lascia intendere che la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado verrà prorogata almeno sino alla ancora lontanissima Pasqua. Tale protrazione trarrà con sé a strascico tutte le altre misure messe in vigore in questi giorni?
Decreti che strizzano l'occhio, inducono i cittadini a prendere le loro cautele. Poiché la limitazione delle libertà fondamentali per conclamata emergenza, e quindi per il periodo più breve possibile, costituisce un precedente di assoluta gravità, è lecito domandarsi se la sua “proposta d'uso” abbia i requisiti indispensabili a renderla efficace, in ragione della “riserva di legge” stabilita in materia dalla Costituzione. E se la sua applicazione avvenga nel rispetto dei diritti o non dia adito, piuttosto, a interpretazioni applicative vessatorie da parte di “vigilanti” che talora ricordano i gabellieri degli antichi borghi, più inclini a “far cassa” che a rispettare i viandanti. Oggi non sono in gioco gli usuali taglieggiamenti per mancato rispetto dei limiti di velocità su rettilinei assolati in ore di morta o per sosta in parcheggi con una ruota fuori dalla linea bianca (come accaduto in una “antica capitale”), ma, come detto, diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Perciò vegliare sul loro rispetto è d'obbligo, anche perché la Piramide dei poteri ricorda un po' l'Olimpo descritto da Omero: mentre greci e troiani si scannavano, ogni dio e ogni dea pensava anzitutto ai fatti propri, un po' meno ai figli, a volte un po' semidei, a volte meno.  
Torna dunque d'attualità una domanda antica.
Governare gli italiani è inutile?
In “Colloqui con Mussolini” (Mondadori, 1932) lo scrittore Emil Ludwig (Breslavia, 1881 - Ascona, 1948) narra di aver domandato al “duce” se sia difficile governare “gente così individualista ed anarchica come gli italiani”. Il duce gli rispose: “Difficile? Ma per nulla. È semplicemente inutile”. Ludwig aveva alle spalle le fortunate biografie di Napoleone (1926), Goethe, Bismarck, tuttora classici ristampati, e quella, assai discussa di Gesù (1928). Poligrafo, amava scandagliare l'animo dei personaggi storici del passato remoto e dei contemporanei che via via riuscì a intervistare. Subito prima di Mussolini dialogò con Stalin, che gli espose la sua visione del marx-comunismo e motivò il suo duello mortale con Trotzky, che un decennio dopo fece assassinare con ferocia. Biografato da Margherita Sarfatti in “Dux” (1926: un bel sostegno a Mussolini dopo l'affaire Matteotti-Dùmini e nel pieno delle leggi fascistissime), Mussolini si appagò di colloquiare con il celebre poligrafo ebreo (Ludwig era “nome de plume” di Emil Cohn), che pubblicava in Gran Bretagna e negli USA. Gli ostentò quanto poteva di cinismo spacciato per  machiavellismo imparaticcio e la disistima di fondo verso gli italiani. Si atteggiò a quel che voleva apparire: l'uomo del Destino. Ludwig tornò sulla sua figura nel trittico “Hitler-Mussolini-Stalin” ora riproposto col titolo “I dittatori non cadono dal cielo. Sono i popoli che vogliono esser schiavi” (ed. Mind), perché di quando in quando si rifugiano nell'irrazionalità più sfrenata e abdicano all'autocontrollo, all'uso dei poteri loro riconosciuti e si concedono al “dittatore” di turno. Ludwig aveva vissuto la catastrofe della Grande Guerra, la cui genesi e il cui sviluppo sfugge tuttora a ogni spiegazione razionale. Con ogni evidenza e al di là di ogni tentativo di “giustificazione”, nel 1914 la storia “scappò di mano” a chi ne aveva o credeva averne il controllo. Le conseguenze sono ancora sotto gli occhi.
Il celebre aforisma sull'inutilità di “governare gli italiani”, ripreso da Giulio Andreotti, fu attribuito anche allo statista liberale Giovanni Gìolitti (1842-1928), cinque volte presidente del Consiglio dei ministri. Nulla di più errato. Anzi, di falso. A chi gli domandava quale fosse il dovere dell'Esecutivo rispose: “Venta governè bin”. Governare bene significa conoscere la realtà ed emanare norme a sua misura. Giolitti lo fece da insuperato statista d'Italia.
Le radici del ginepraio attuale: “gubernare necesse”
Senza smarrirsi nell'aneddotica, il fatuo motto mussoliniano va capovolto: governare gli italiani (come ogni altro popolo) è utile, anzi necessario. Però è molto difficile, se si percorre la via della democrazia parlamentare. Non perché gli italiani siano più individualistici e anarchici di altri popoli della Vecchia Europa, ma perché le istituzioni e le norme vigenti nello Stato d'Italia sono una rete labirintica plurisecolare dalla quale anche la volontà più energica fatica a districarsi. Era più facile farlo ai tempi di Augusto, quando Virgilio a “governare” preferì il cesariano “reggere”. Prima di ricordarne sinteticamente le motivazioni remote e recenti, va premesso che, a conti fatti, oggigiorno gli Stati “nazionali” europei di peso demografico ed economico rilevante si contano sulle dita di una mano e non se la passano affatto meglio dell'Italia. La Spagna è attanagliata dalla rivendicazione dei catalani che chiedono di costituirsi in repubblica indipendente, mentre il governo rosso paonazzo Sánchez-Iglesias riapre il solco tra cattolici e anticlericali infatuati. Nessuno è in grado di prevederne lo scenario a dieci anni da oggi. Lo stesso vale per la Francia, che regge solo grazie a una macchina che risale a Luigi XIV, a Napoleone I, a Clemenceau e a De Gaulle: uomini forti in tempi eccezionali. Nulla di paragonabile a Macron che in un paio di giorni ha declassato gli “assembramenti” da 1000 a 100 persone e tra un po' dovra scenderà a 10. La Germania sta precipitando nel conflitto tra un “centro” sempre più debole ed estremismi sempre più aggressivi, radicati nell'arretratezza generata dalla sconfitta del 1945 e dal dominio sovietico, che lì e a Praga ebbe i suoi strumenti più canaglieschi. Non se la passa benissimo la Gran Bretagna, teatro di risorgenti contrapposizioni plurisecolari tra Scozia e Inghilterra e tra Londra e Irlanda, con il noto irriducibile conflitto confessionale tra cattolici e anglicani e fra questi e le molte denominazioni evangeliche, con lo sfondo di islamici dalle varie accentuazioni. Gli altri Stati e staterelli d'Europa ostentano a volte arroganza pari alla loro non enorme rilevanza: dall'Austria all'Ungheria e alla Boemia, sino ai Paesi baltici, croce e delizia dei filatelici. 
Sorto quasi d'improvviso, dalla seconda “tempesta magnifica” in appena un decennio (1859-1861), lo Stato d'Italia ebbe dall'origine avversari interni irriducibili. Il suo blocco dirigente (Destra e Sinistra storica: due screziature di una medesima concezione dell'uomo e del cittadino) resse perché i suoi nemici più strenui (i clerico-papisti e i mazziniani duri e puri) si astennero dal voto politico e quindi, anche grazie alla legge elettorale che saggiamente riservava il diritto di voto a cittadini consapevoli e proclivi a sostenere il “regime”, gli consentirono di mantenere il monopolio della rappresentanza parlamentare senza avere quella del Paese. Maggioritario nell'esercizio del potere, quel blocco era e rimase minoritario nel consenso di un’opinione che non v'era motivo di “consultare”. Suo massimo garante fu Vittorio Emanuele II, che, dall'alto delle valli ove andava a caccia, oggi scorre divertito, gli strali che a duecento anni dalla nascita gli vengono lanciati anche in quotidiani della antica capitale del suo Regno (di Sardegna prima, d'Italia poi). Sopportò da vivo, figurarsi da morto. Non dimentica che l'Uomo cosmico-storico  non lo è per il cameriere, solo perché il secondo è quello che è. 
Consci di camminare sulle uova, dopo l'Unità governi e Parlamento si mossero con somma cautela per non moltiplicare gli avversari. Dalle sue lettere emerge che Vittorio Emanuele II teneva continuamente d'occhio i “masiniens”, i cui propositi erano privi di prospettive nell'Europa di Napoleone III, Bismarck, Francesco Giuseppe, ma avrebbero potuto avere la meglio se le istituzioni si fossero mostrate impari alla loro funzione, come avvenne in Spagna dopo l'abdicazione di Amedeo I di Savoia e l'avvento della catastrofica prima Repubblica. I ministri del Re erano a loro volta perfettamente consapevoli delle difficoltà di navigazione del giovane Stato unitario. In una lettera del 1° maggio 1870, recentemente proposta da Rosanna Roccia, lo ricordò Urbano Rattazzi a Michelangelo Castelli che stava scrivendo la genesi del “connubio” di vent'anni prima tra la sinistra democratica (da lui capeggiata) e Camillo Cavour: “I principi che dovevano inspirare il nuovo partito (poi detto di centro-sinistro, NdA) erano principalmente due, cioè all'interno resistere a qualsiasi tendenza reazionaria e nel tempo stesso promuovere, per quanto le circostanze lo permettessero, un continuo e progressivo svolgimento della libertà consentito dal nostro Statuto, sì nell'ordine politico come in quello economico ed amministrativo”. Propiziata da Castelli e da Domenico Buffa, l'intesa tra Cavour e Rattazzi fu la base della storia d'Italia sino alla Grande Guerra: essa contenne le linee fondamentali dei governi seguenti, inclusi quelli di Francesco Crispi e di Giolitti.
Tra i suoi capisaldi vi fu la legge sulle amministrazioni comunali e provinciali del 23 ottobre 1859 varata per il regno di Sardegna (all'epoca già comprendente la Lombardia, per effetto dell'armistizio di Villafranca) e passata pari pari nel regno d'Italia, con poche modifiche e sempre in direzione più liberale. La sua “ratio” era la conciliazione tra la monarchia rappresentativa e gli interessi locali, grazie alla mediazione della Camera elettiva i cui componenti rappresentavano la Nazione e non le province di elezione ed erano liberi da ogni “mandato imperativo” dei loro elettori (art. 41 dello Statuto).
La missione dell'Italia: ieri e oggi
Appena nato, però, quel povero Regno d'Italia dovette fare i conti con la missione che gli era imposta dalla geografia, che non pratica sconti alla storia: concorrere ad ampliare i confini dell'Europa in Africa e sino alla Cina e al Giappone. In un Paese poco avvezzo a pagare tasse e imposte, preso nella tenaglia di Quintino Sella (“lesina” da un canto sulle uscite, tassa sulla macinazione delle farine dall'altro), l'Italia dovette “fare politica estera” in un'Europa inquieta. Significava spendere per le Forze Armate e costruire lo Stato al proprio interno. Una fatica immensa. Quando, con la sconfitta nei presso di Adua (Etiopia) stette per vacillare, fu il celebre esploratore inglese Harry Stanley a dire che l'Italia doveva continuare a farsi carico del “fardello dell'uomo bianco”. Continuò con le colonie di Somalia (1907) e di Libia (1912). Ma l'intervento nelle due fasi della Guerra di Trent'anni (1914-1945) hanno spossato l'Italia, ne hanno squassato la cornice istituzionale, indebolita e allentata la catena di comando. L'arroganza della burocrazia non è solo quella oggi narrata dall'aneddotica vissuta a ridosso dei Poteri Centrali. È ormai caleidoscopio dei potentati locali: regioni a statuto speciale, aspiranti autonomie rafforzate, città metropolitane, sindaci che si credono podestà... e poi, appunto, i “gabellieri” che si aggirano sui confini dei comuni...
Ma chi sa davvero quali siano i confini degli 8.000 comuni d'Italia? Si va dai 302.000 kmq di Roma a comunelli di un paio di chilometri e con meno di 100 abitanti. I più vasti (a parte Ravenna e Ferrara) sono nell'Italia centro-meridionale. I più piccoli nel Vecchio Piemonte. Tra le cose ben fatte (ne fece anch'esso), il governo Mussolini ne incorporò molti. Ma nel 1945 tante frazioni tornarono indipendenti: senz’acqua potabile né rete fognaria, né altro, ma “libere”.
Se davvero l'Italia vuol ripartire, deve farlo immergendosi nell'acqua tonificante della propria storia. Come nella Fontana della Giovinezza del Castello della Manta: emblema di un mondo nel quale ci si ripeteva il saggio “Memento mori” e si cantava il “Gaudeamus igitur...”.
Un bell'esame di coscienza vien bene in Quaresima, all'insegna del “Discernimento” al quale richiama papa Francesco, gesuita. Ci esorta a comprendere che dalla storia non si scappa. Possiamo fingere di non avere un passato: epperò esso ci grava sulle spalle. Non ci si libera chiudendo confini, cancelli, giardini.... Semmai, all'opposto, occorre ampliare gli orizzonti come l'Italia seppe fare alle sue origini: aria, luce, pulizia; leggi chiare, non la pioggia di “grida” manzoniane, e loro corretta applicazione, nel rispetto degli inderogabili diritti di libertà costituzionalmente garantiti. 
Aldo A. Mola

VITTORIO EMANUELE II DI SAVOIA
 RE DEI POPOLI D'ITALIA (20 MARZO 1820 – 9 GENNAIO 1878)
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 


 VEII_Saluzzo“Per grazia di Dio e per volontà della Nazione” 
Il 14 marzo 1861 la Camera dei deputati approvò all'unanimità la legge presentata da Camillo Cavour:  “Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia”. Con la sua pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale” il 17 marzo nacque il Regno d'Italia, il cui vero genetliaco rimane il 14 marzo. La data non era affatto casuale. Re Vittorio era nato a Torino il 14 marzo 1820, primogenito di Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano, e di Maria Teresa d'Asburgo-Lorena. Il 13 marzo 1861 il generale Enrico Cialdini comunicò la resa di Messina. Gaeta era caduta un mese prima. Francesco II di Borbone e la consorte Maria Sofia di Wittelsbach erano partiti alla volta dello Stato pontificio su vascello francese. Civitella del Tronto si sarebbe arresa il 20 seguente. Il 17 aprile la Camera deliberò che negli atti il nome del Re fosse seguito dalla formula “per grazia di Dio e per volontà della Nazione”. Tradizione, legittimità e volontà popolare. Così fu coronato il Risorgimento d'Italia.
Nel frattempo, il 27 marzo 1861 quasi all'unanimità il Parlamento approvò il “voto” proposto da Carlo Bon-Compagni su sollecitazione di Cavour: “Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia”. Re e Nazione. Sovrano, governo e Parlamento (il Senato di nomina regia e vitalizio, la Camera elettiva) formavano la catena di unione evocata da Cavour il 14 marzo: “Tutti abbiamo diversamente lavorato per la medesima causa (…); di qui parta unanime adunque quel grido di entusiasmo, qui finalmente l'aspettata fra le nazioni si levi e dica Io sono l'Italia!”. Cavour non amava la retorica. Stava ai fatti. Fra i deputati vi erano Giuseppe Garibaldi, tanti patrioti già seguaci di Giuseppe Mazzini, alcuni federalisti: la “concordia discors” dalla quale la Patria aveva assunto forma di Stato e prendeva il suo corso.
Dal Piemonte, l'Italia
Perché la centralità del Re?  
Nell'età franco-napoleonica (1798-1814) il “Piemonte” era stato annesso alla Francia. Dopo otto secoli di storia gloriosa aveva cessato di esistere. Come lingua ufficiale gli fu imposto il francese. Dopo la Restaurazione del 1814, aveva ripreso la via delle libertà proprio con Carlo Alberto di Savoia-Carignano che nel marzo 1821 promulgò pro tempore la costituzione spagnola con la riserva del rispetto dei culti ammessi (israeliti e valdesi). Dopo lunghe traversie e la sconfitta nell'impari guerra contro l'Impero d'Austria, l'abdicazione e l'amaro esilio di Carlo Alberto (1848-1849), il regno di Sardegna fu l'unico in Italia a conservare lo Statuto che aveva introdotto la monarchia rappresentativa, l'elettività alle cariche locali e dichiarava i cittadini uguali dinnanzi alle leggi. Non per caso esso divenne rifugio di esuli politici da tutta Italia, con i loro propositi, spesso fuori misura, come Carlo Pisacane, ferocemente antisabaudo. Il regno di Sardegna propiziò la nascita di una dirigenza politico-amministrativa vastissima e varò la modernizzazione in ogni settore della vita pubblica e privata. Con l’onerosa partecipazione all'alleanza anglo-franco-turca contro l'impero di Russia (1854-1855) e al congresso di Parigi (1856) entrò nel grande gioco delle Potenze europee.
   Asceso al trono a 29 anni mentre il “Piemonte” era in condizioni disperate, Vittorio Emanuele II si mostrò politico lungimirante. Incoraggiò, accettò e a volte subì le pulsioni della Camera e di suoi litigiosi capifila. Guadagnò la simpatia della Gran Bretagna e l'alleanza con la Francia di Napoleone III, suggellata dalle nozze di sua figlia, la sedicenne Clotilde, con Napoleone Gerolamo Bonaparte. Ebbe chiaro che il Regno di Sardegna non poteva “fare da sé”. Alleato con Parigi, nel 1859 ottenne la Lombardia, mentre i liberali suscitavano insorgenze nei Ducati padani e nelle Legazioni pontificie e inducevano il granduca di Toscana (un Asburgo-Lorena) a lasciare Firenze. Le richieste di annessione furono ratificate da plebisciti. Nel settembre 1860, mentre Garibaldi, vittorioso in Sicilia già era arrivato a Napoli, Re Vittorio ebbe “via libera” da Napoleone III (“fate, ma fate in fretta”): invase Umbria e Marche per proteggervi i liberali dalle vessazioni dei papalini e proseguì nel regno delle Due Sicilie, ove in ottobre si congiunse con il Generale, vittorioso a Calatafimi, Palermo, Milazzo, al Volturno: valoroso condottiero assai più che politico avveduto. Se n'ebbe conferma nel 1862 e nel 1867 quando Garibaldi capeggiò due “spedizioni” sconsiderate e sfortunate. Altri plebisciti confermarono il Re costituzionale. 
  In diciotto mesi prese corpo il sogno di generazioni di patrioti: fare l'Italia. Il difficile venne dopo, sia per gli ostacoli interni, a cominciare dal “grande brigantaggio”, alimentato dall'estero e dal clero, sia per l'enorme divario tra i popoli e le terre d'Italia. Anzitutto occorreva ottenere il riconoscimento dello Stato nella Comunità internazionale. Ci vollero sette anni ad averlo. 
Riconosciuto nel 1861 da Gran Bretagna, Grecia, Svizzera e Stati Uniti, dalla Francia solo dopo la morte di Cavour, nel 1862 da Russia e Prussia e poi da Spagna e altri, nel 1867 il regno d'Italia sedette per la prima volta in una conferenza diplomatica europea con la presenza dell'Austria cui, grazie all'alleanza con la Prussia e la mediazione di Napoleone III, nel 1866 aveva sottratto Mantova e Venezia.
L'Italia dalla scomunica (beato Pio IX) al riconoscimento (san Paolo VI)
Scomunicato dal 26 marzo 1860, dopo esitazioni e tentativi di persuadere Pio IX a risolvere pacificamente la “questione romana”, nel settembre 1870 il cattolicissimo Re Vittorio ordinò la spedizione che agli ordini di Raffaele Cadorna irruppe in Roma. Tra il 1861 e il 9 gennaio 1878, quando morì, il sovrano vide susseguirsi quindici diversi governi. Assisté alle logoranti diatribe tra  maggiorenti e fazioni parlamentari. Sulla fine del 1877 osservò sconsolato:“Non sono ancora vecchio, e già mi trovo a essere il decano dei patrioti e degli uomini politici del mio paese”. Da oltre un anno aveva nominato presidente del Consiglio Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, già più volte ministro. Nel 1878 l'irpino Francesco De Sanctis tornò ministro della Pubblica Istruzione, come già con Cavour e Bettino Ricasoli. Di lì a poco la Corona ebbe l'omaggio solidale di Giosue Carducci. In “Piemonte” il “Maestro e vate della Terza Italia” evocò l'omaggio dei patrioti a Carlo Alberto agonizzante a Oporto. Ricordò che erano stati i patrioti, molti dei quali massoni, a volere i Savoia a Roma. Toccava a loro di mantenerveli, perché i Re erano gli unici veri garanti di unità, indipendenza e libertà degli italiani.
Secondo il racconto del cappellano maggiore, canonico Vittorio Anzino, che gli impartì il viatico nei modi documentati da Aldo G. Ricci, Re Vittorio invocò la benedizione del Signore sul figlio Umberto di Piemonte, al quale passava “un brutto fardello, oh che brut fardel!”. Era andata peggio a fra Giacomo da Poirino, sospeso a divinis per aver amministrato l'estrema unzione a Cavour.
   Nel trentennio di Vittorio Emanuele II l'Europa cambiò profondamente. Malgrado conflitti circoscritti, la pace generale resse. Nacquero stati indipendenti nell'Europa orientale e si moltiplicarono le rivendicazioni dei popoli senza Stato. Sorto per propiziare la stabilità, il Regno d'Italia estese la sua costruttiva influenza dalla Grecia al Portogallo (il cui sovrano, Luigi I, sposò Maria Pia, terzogenita di Re Vittorio) e alla Spagna, ove per breve tempo regnò il suo secondogenito, Amedeo duca d'Aosta. Vittorio Emanuele instaurò lungimiranti legami con il conferimento di Collari della SS. Annunziata, comportanti il rango di “cugino del re”, anche a sovrani e principi non cattolici, in una visione universale della missione dell'Italia.
Nel 2011 un importante “Fondo ambientale” pubblicò i ritratti dei quattro artefici dell'unificazione: Mazzini, Garibaldi, Cavour e Azeglio. Con un errore di merito e di metodo Re Vittorio non vi comparve. Eppure l'Unità degli italiani è anzitutto opera sua. Aprendo l'VIII Legislatura del regno, il 18 febbraio 1861, egli affermò che l'Italia era “libera ed unita quasi tutta per mirabile aiuto della Divina Provvidenza, per la concorde volontà dei popoli e per lo splendido valore degli Eserciti”. San Paolo VI nel 1970 riconobbe che l'annessione di Roma all'Italia fu provvidenziale. Nel 150° di Porta Pia e nel 200° della sua nascita, Vittorio Emanuele II e suo nipote Vittorio Emanuele III, che nel 1918 ne completò l'opera, vanno ricordati inseme all'Altare della Patria, dinnanzi al Sacello del Milite Ignoto, emblema dell' “Itala gente da le molte vite”. 
Aldo A. Mola
 
VITTORIO EMANUELE II, RE SOLDATO

Una significativa testimonianza della brutalità della guerra a metà Ottocento è offerta dalle lettere  di Vittorio Emanuele alla consorte, Maria Adelaide di Asburgo, pubblicate a cura di Ffrenasco Cognasso nel 1966. Duca di Savoia e comandante della Riserva, la Divisione da lanciare in campo gli interventi risolutivi, in lettere affettuose e briose “Luf Victor” o “Puozzi”, come si firmava nella corrispondenza con “Chère Poucette”o “Mon Oiseau” (affettuosi nomignoli della consorte, “Chère femme”, “Chère amie”...), il diciottenne Vittorio Emanuele narrò quasi quotidianamente l’andamento della guerra contro l'Austria (1848), spiegandole il crescente risentimento che la condotta del nemico suscitava nei soldati dell’Armata Sarda: militari, non orde barbariche.
Il 3 aprile 1848 Vittorio Emanuele le scrisse (in francese):“I nostri soldati sono magnifici e furibondi (...). Quanto era stato detto dell’armata croata è nulla a confronto della verità. Ciò che hanno fatto alle donne e ai bambini grida talmente vendetta che sono sicuro che li si ammazzerà tutti. Essi infilzavano tutti i  piccoli sulle loro baionette e aprivano il ventre delle donne mettendoci dentro due o tre cartucce, nel...e gli davano fuoco; poiché erano stese, esplodevano come una mina”.
Il 12 maggio 1848 Vittorio Emanuele fu decorato al valore nell’Ordine Militare di Savoia. Lo stesso giorno lamentò di essere costretto a rimanere rintanato in stato d’allerta in cascine disabitate e piene di insetti. In un’altra lettera deplorò: “Ho visto una ritirata di tedeschi verso Verona, costretta dalle nostre truppe che avanzavano sempre a colpi di cannone. Ho visto saltare tre mine. Ho visto l’incendio di tre paesi. Questa mattina sono stato circondato dall’incendio fatto dai tedeschi; quando sono battuti, uccidono tutte le donne e massacrano i bambini che impalano e danno fuoco a tutti i paesi, mentre i nostri soldati, morti di fame e di fatica, si privano del poco pane che mangiamo, perché non se ne trova più nulla, per darlo ai prigionieri che facciamo. L’ira dei nostri soldati è all’ultimo grado. Ho paura di non poterli più trattenere e sicuramente la vendetta sarà terribile, perché hanno sete di sangue”.
La guerra era un’immensa fornace. Vittorio Emanuele fu scosso dal sacrificio degli studenti universitari a Curtatone e Montanara e promise: “Noi saremo sempre i valorosi difensori dell’Italia”, mentre il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, “venendo meno agli impegni, ha richiamato da Napoli le truppe che aveva inviato qua e fa cannoneggiare Napoli e si mette al sicuro quell’imbroglione”. Se ne rammentò da Re nel 1859; e ricordò pure la condotta dei repubblicani milanesi contro suo padre: “Porto la vendetta nel cuore e un odio implacabile per questa indegna città”.
Il 9 agosto 1848 la marchesa Costanza d’Azeglio a sua volta descrisse al figlio le condizioni dei militari del regno di Sardegna: “Senza aver perduto una battaglia siamo finiti in una ritirata come quella di Russia nel cuore di un paese ricco e prospero come la Lombardia, un paese che volontariamente si era unito a noi. I nostri soldati si sono battuti fintanto che le forze non gli sono mancate, ma la fame e la sete li hanno decimati, la demoralizzazione ha avuto il sopravvento. (…) Bisogna vederli. Sono proprio delle mummie, la pelle nera e secca, lo sguardo fisso, si capisce le sofferenze che hanno passato”. 
Tutti patirono, gli ufficiali come i soldati. E tutti insieme ripresero la guerra nel marzo 1849.
La sera della sconfitta di Novara (23 marzo 1849) Vittorio Emanuele informò sinteticamente Maria Adelaide dell’abdicazione del padre, che lo abbracciò l’ultima volta sul campo e chiese a lui e a suo fratello minore, Ferdinando, di “non odiarlo troppo”. Con quel nodo in gola il cinquantunenne Carlo Alberto partì per il Portogallo ove morì di angoscia cinque mesi dopo. A sua volta Vittorio Emanuele soffocò il singhiozzo, ma non dimenticò. Dopo quell’amara giornata, la “brumal Novara”, come scrisse Giosue Carducci nell’ode Piemonte, iniziò la riscossa, coronata nel 1859 con le vittoriose battaglie di Magenta e Solferino-San Martino. L’Armata sarda mostrò che gli italiani sapevano battersi. I marescialli di Napoleone III passarono dalla sottovalutazione e dalla diffidenza alla stima. Gli italiani non erano più sotto tutela, un alleato “corvéable à merci”. Erano una nazione. Una nazione armata.
Sul punto di partire per la nuova guerra contro gli allemands, il 30 aprile 1859 Vittorio Emanuele II scrisse il suo testamento a Giovanni Nigra, già ministro delle Finanze con Cavour e poi della Real Casa: “Nella mia assenza vi affido tutto ciò che ho di più caro e prezioso: i miei figli, la mia casa. Se sarò ucciso ponete al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al Museo delle armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno, valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve, come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo, il resto non è niente”.
Onore, fedeltà e memoria dei padri furono le vie maestre per fare l’Italia. Perciò, a buon diritto, Vittorio Emanuele di Savoia tenne l'ordinale II nel passaggio dalla corona di Sardegna a Re d'Italia.
CIVILTÀ SEPOLTE?
IL “VITTORIO EMANUELE II” DI LEONARDO BISTOLFI A SALUZZO 

Il Comune di Saluzzo (Cuneo) e i suoi cittadini sottoscrissero l'erezione di un monumento a Vittorio Emanuele II. Lo realizzò Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato, 1859-La Loggia, 1933), tra i più celebri scultori italiani fra Otto e Novecento. Il bronzo è un capolavoro. Sempre per Saluzzo Bistolfi realizzò il busto di Umberto I, scoperto l'8 settembre 1901 alla presenza di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, giunti dal Castello di Racconigi. 
Non rimane traccia della base del monumento di Re Vittorio. Quella del busto di Umberto recava la scritta: “Umberto I Re d'Italia/Prode nell'armi, della pace leale custode,/ visse pel suo popolo, beneficando./ Morì martire./ Municipio-Città, MCMI 8 settembre”.
I due bronzi, di alto valore artistico e storico, giacciono in un sottoscala del Museo di Casa Cavassa a Saluzzo, con quello di Carlo Alberto, sfregiato (forse quando vi venne precipitato). Le loro fotografie, scattate da Gian Carlo Durante, nel 2001 furono pubblicate in “Saluzzo. Una antica capitale” (Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo - Newton Compton, 2001). Da allora nulla è mutato, se non l'accumulo di polvere. Sulla storia.
Il 24 dicembre 1885 il ventiseienne Bistolfi fu iniziato massone nella loggia “Dante Alighieri” di Torino (matricola 7.167). Molto apprezzato da Vittorio Emanuele III, che lo incontrò ripetutamente anche nella sua “officina” a La Loggia, il 1° marzo 1923 venne nominato Senatore del Regno con Giovanni Agnelli. Lui per la 20^ categoria (“illustrazione della Patria”), l'altro per la 21^ (il censo). Patriota, Bistolfi credeva nello Stellone d'Italia. E rispolverarne le Opere?


NACQUE PER L'INCUBO DEL COLERA
 LA PRIMA LEGGE SANITARIA D'ITALIA (1888)
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.
 

L'Italia: Stato giovane, particolarismi arcaici.  
Mentre ferve la sterile disputa di amministrazioni locali nei confronti della strategia messa a punto dal governo per arginare il contagio del Covid-19 giova ricordare gli albori della medicina sociale in uno Stato recente qual è l'Italia. Il Paese ha raggiunto l'unità politico-amministrativa solo nel 1861, o meglio nel 1870, quando anche Roma fu annessa e si riconobbe nel Regno, o ancora più esattamente nel 1918-1924, con Trento, Trieste e Fiume (senza plebiscito confermativo). L'unificazione fu voluta da una ristretta minoranza di illuminati duramente osteggiata da potenze estere e da opachi potentati interni, sorretti da interessi particolari, pronti a valersi di pregiudizi arcaici e di superstizioni spacciate per spiritualità. La Costituzione del 1948, nelle sue parti migliori ricalcante lo Statuto Albertino del 1848, nel Titolo V (regioni, province, comuni) è stata disfatta per calcoli politico-elettorali le cui conseguenze si pagano e si pagheranno. Mentre sono ormai del tutto immotivate le dispendiosissime “Regioni a statuto speciale”, da abolire prima possibile, va ricordato che quelle a statuto ordinario furono istituite mezzo secolo fa e, come previsto, divennero e sono fomite di sperpero di pubblico danaro con danno gravissimo per lo Stato, cioè per i cittadini perché, come insegnavano i liberali di una volta (pochi ma buoni), è sulle loro spalle che si scarica il debito pubblico in tutte le sue varianti e per molte generazioni. Poiché sono ormai migliaia i Comuni prossimi al fallimento e i debiti delle Regioni (sia a statuto speciale, sia ordinarie) sono stratosferici, vanno rimpiante le Province, enti tradizionalmente parsimoniosi oggi ridotti a uccelli impagliati da una delle tante sconsiderate “riforme a mezz'asta” varate senza memoria storica né visione di lungo periodo. I “capricci” si scontano, come avverrà con la riduzione dei parlamentari, colpo di grazia sull'ormai evanescente rapporto di fiducia tra cittadini e loro rappresentanti sino al 1913 votati per libera scelta. Quanto ora avviene in presenza della febbre virale che attanaglia l'Amministrazione pubblica, la vita quotidiana, l'economia e le suggestioni di massa, merita rievocare quando, come e perché lo Stato si dette la prima legge sanitaria: necessaria proprio per colmare le immense lacune degli Stati pre-unitari e fare dell'Italia un Paese moderno. 
Quando il cholera morbus nel 1884 dette la sveglia  
Centotrentasei anni orsono fu l'ennesima devastante epidemia di cholera morbus ad aprire gli occhi a chi ancora non voleva vedere per non capire e non rimediare. Era l'Italia unita da un quarto di secolo.
Milleottocentoottantaquattro. L'anno si aprì con il “pellegrinaggio nazionale” alle spoglie di Vittorio Emanuele II  morto il 9 gennaio 1878, traslate all'interno del Pantheon nella tomba in cui ancor oggi riposa il Padre della Patria. Vent'anni dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864-1865) e poi a Roma (1870-1871) nel capoluogo piemontese fervevano i preparativi dell'Esposizione Nazionale inaugurata il 2 aprile dal Re, presenti la Corte, il presidente del Consiglio Agostino Depretis e gli alti dignitari dello Stato. Su un paese complessivamente tranquillo e operoso calò improvvisa la falce della Grande Visitatrice. Tra fine giugno e inizio luglio a Saluzzo, nel Cuneese, due operai risultarono affetti dal “vibrio cholerae”. Vi erano appena arrivati da Tolone, in Francia, ove la temibile epidemia approdata dall'Africa aveva iniziato a diffondersi e a fare strage. L'Italia conviveva con malattie endemiche favorite da denutrizione e malnutrizione (pellagra, malaria...), con le ricorrenti febbri influenzali e peggio: polmoniti, pleuriti, tubercolosi. Le statistiche dicevano che ogni anno nasceva circa un milione di bambini (più del doppio di quanti oggi vi vengano al mondo) ma appena la metà arrivava al 15° anno di vita. La vita media si fermava a 35 anni. 
Nel 1884 per la quinta volta dall'inizio dell'Ottocento il colera tornò a imperversare nel bacino mediterraneo e a colpire dapprima i paesi rivieraschi, poi quelli interni. Presente in Italia dal 1832, la stessa epidemia era divampata con conseguenze particolarmente gravi nel 1835-37, 1854-55 e nel 1856-67, quando causò almeno 160.000 morti, bloccando per un anno il normale incremento demografico. Proprio nel 1883 il batteriologo e microbiologo tedesco Robert Koch (1843-1910) isolò in Egitto il vibrione del colera: ma i rimedi rimasero di là da venire.   
Nel 1884 le misure profilattiche si rivelarono inadeguate. In poche settimane dal Piemonte il vibrione  svalicò in Liguria, raggiunse Livorno e in breve arrivò in Sicilia. Napoli risultò la città più colpita. Accompagnato da Depretis, dal siciliano Francesco Crispi e dal calabrese Giovanni Nicotera il 29 settembre Umberto I, il “Re Buono”, visitò i colerosi ammassati nel Lazzaretto della città partenopea, che lamentò quasi 8.000 morti contro i 1500 di Genova e i 1650 del Cuneese. Era arrivato il momento di mettere a frutto il magistero di Max von Pettenkofer: le epidemie non sono una punizione celeste. Dilagano negli ambienti malsani. Lo si sapeva da quando il cholera morbus aveva fatto la sua prima irruzione in Europa partendo dalle rive del Gange e dalla fetida Calcutta. 
La dura lezione dei fatti era stata bene appresa da Carlo Luciano Bonaparte, principe di Canino (Parigi, 1803-1857, figlio di Luciano, fratello e suggeritore politico di Napoleone il Grande), ideatore e stratega dei Congressi degli scienziati italiani che dal 1839, cioè all'indomani dell'epidemia, misero a punto progetti per arginarne nuove possibili ondate con metodi innovativi. Barriere confinarie, quarantene e suffumigi erano insufficienti in un Paese che all'epoca contava otto diversi Stati e una miriade di cinte tra centri urbani, frazioni e campagne. Meno ancora servivano l'esposizione delle reliquie e delle statue dei santi patroni, i pellegrinaggi, le prediche che spesso deragliavano nella insinuazione di colpevoli del tutto fantasiosi: eretici, ebrei, massoni...
I Congressi (a Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia: significativamente tre volte in Toscana, due nel regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto, una sola nelle Due Sicilie, mai nello Stato pontificio) gettarono le basi morali dell'unificazione italiana, come subito intuì il piemontese Clemente Solaro della Margarita, reazionario avveduto: gli scienziati si “affratellarono” e “si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro per il gran giorno del sospirato risorgimento”. In effetti, in corrispondenza con le menti più illuminate d'Europa, essi cospiravano alla luce del sole. Come Kohelet nell'“Ecclesiaste” si interrogavano su rapporti e distanze tra sapienza e scienza, tra scienza e insipienza, tra sapienza e politica quale arte di governo, missione suprema secondo la tradizione greco-romana da Platone e Aristotele a Cicerone. Il Potere non è il Male. “Ogni cosa ha il suo momento. Tempo di nascere e tempo di morire...”. Lo si aveva chiaro dalla stagione degli Illuministi. Anzi, se bene ispirato, il Potere è l'acceleratore dell'incivilimento, della moralità fondata sulla ragione anziché sulla superstizione, su catechismi imparaticci. Etica non vuol dire sopruso.
La debolezza del Trasformismo
Dimissionario proprio alla vigilia dell'Esposizione di Torino, il 30 marzo 1884 Depretis varò il nono governo da quando il 25 marzo 1876 la Sinistra democratica aveva sostituito la Destra storica. La sua rimase una compagine debole. La Giovane Sinistra di Francesco De Sanctis e di antichi mazzinian-garibaldini come Giosue Carducci  (eletto deputato a Lugo di Romagna nel 1876 e nuovamente candidato perdente a Pisa nel 1886) rifiutava l'appello lanciato da Depretis a “collaborare” per “trasformare” il Paese. “Trasformismo” divenne sinonimo di compromesso al ribasso, anticamera della corruzione. “Trasformista” fu (e rimane) un insulto in un Paese che non aveva “partiti” e che da quando ne ha ha registrato il continuo via-vai da una all'altra parte. Avvolti nei panni di nobili ideali, tanti “progressisti” si sottrassero all'invito di Depretis, pertanto tentato da taciti accordi con la Santa Sede per ampliare le basi del consenso dopo l'incremento degli elettori da 600.000 a quasi tre milioni. 
Fra le vittime della perdurante incertezza di indirizzo politico vi fu il varo di una legge sanitaria, cocciutamente ostacolata da interessi locali e particolari (avrebbe comportato nuova disciplina delle farmacie, feudi più immarcescibili del Sacro romano impero). Dopo il codice sanitario varato dal governo presieduto da Giovanni Lanza  (dicembre 1870) e logoranti discussioni nei due rami del Parlamento, la svolta arrivò con l'ascesa di Crispi a presidente del Consiglio in successione a Depretis (7 agosto 1887). Già ministro degli Esteri e dell'Interno, egli impresse l'acceleratore. La via era indicata dalla gigantesca “Inchiesta sulle classi agrarie” presieduta dal moderato Stefano Jacini ma pilotata dal medico garibaldino Agostino Bertani, radicale. Ne era emerso il quadro agghiacciante di un Paese dalle condizioni igienico-sanitarie spaventose, già descritte dalla Società italiana di igiene fondata nel 1879 e animata da Jacob Moleschott, Corrado Tommasi Crudeli, Guido Baccelli, Nicola Badaloni, Antonio Cardarelli e altri, anche massoni come Mario Panizza secondo il quale i “fratelli” sono i “templari della democrazia”.
Il disegno della legge sanitaria (soli 62 articoli) fu incardinato in Senato il 22 novembre 1887. La sua discussione iniziò il 15 marzo 1888. Illustrato dal celebre Stanislao Cannizzaro fu approvato il 1 maggio con 53 “si” contro 21 “no”. Nel corso del dibattito Gacinto Pacchiotti raccomandò l'insegnamento dell'igiene. Gerolamo Boccardo deplorò la costruzione di ospedali monumentali anziché funzionali e raccomandò che venissero edificati in sedi agevolmente accessibili per il personale sanitario e per i malati, che all'epoca si muovevano a piedi o su carri. Il 15 maggio il testo passò alla Camera. Dopo un dibattito di tenore elevatissimo fu approvato con 145 “si” e 59 “no”. Divenne la legge 22 dicembre 1888,n. 5849. Nel corso della discussione, Cardarelli si schierò nettamente a favore del primato dello Stato sulle amministrazioni locali, spesso prive di persone competenti nei ruoli di responsabilità suprema, sindaci e presidenti di provincia inclusi. 
… e il suo “profeta”: Luigi Pagliani
Il demiurgo della legge sanitaria fu Luigi Pagliani. Oggi pressoché dimenticato, merita qualche parola di ricordo. Nacque a Genola (Cuneo) il 25 ottobre 1847. Suo padre, medico condotto, fu sindaco del piccolo comune allo snodo stradale e ferroviario della linea Savigliano-Cuneo/ Fossano/Mondovì. Studente in medicina e chirurgia a Torino, condivise una modesta soffitta con il futuro fisiologo e archeologo Angelo Mosso, promotore della formazione degli insegnanti di educazione fisica, in specie femminile. Libero docente di igiene a 30 anni e ordinario a 40, nel 1878 Pagliani creò il primo laboratorio di igiene in Italia. Incaricato di studiare genesi e conseguenze dell'epidemia colerica del 1884, richiamò l'attenzione sull'urgenza del risanamento urbano. Bisognava abbattere antiche cinte murarie: aria, luce, pulizia e soprattutto acqua potabile, rete fognaria, controllo dell'ambiente da parte di personale scientificamente preparato in tutti i comuni, grandi o piccoli fossero, perché malattie endemiche e, peggio, le epidemiche non si fermano all'alt dei vigili urbani o di militari mandati a vigilare sulle zone “infette”. 
Il 1° gennaio 1889 Crispi istituì la Direzione generale della sanità pubblica nell'ambito del Ministero dell'Interno e gliela affidò. Pagliani si misurò con un ampio ventaglio di problematiche e di responsabilità connesse. Operò nel clima tipico dei medici umanisti dell'epoca, che condividevano l'entusiasmo di “Fare l'Italia”: patrioti cresciuti nel solco di Michele Lessona. 
I capisaldi della legge sanitaria furono l'istituzione del Consiglio superiore della sanità, dei consigli provinciali medici e veterinari, coordinati dai medici e dai veterinari provinciali, la elevazione dei medici condotti a ufficiali sanitari decorosamente remunerati e liberi da condizionamenti dei sindaci, l'obbligo della denuncia di malattie contagiose, la vaccinazione obbligatoria, la certificazione dell'abitabilità delle costruzioni, nuove norme sulla sepoltura. Tutte norme sagge e tuttora vigenti. 
Come Angelo Mosso, anche Pagliani promosse la cremazione dei cadaveri che all'epoca la chiesa cattolica considerava aberrante e deprecava. Erano passati pochi anni da quando Giuseppe Garibaldi, “primo massone d'Italia”, era stato sepolto a Caprera sotto pesante masso in violazione della sua richiesta di essere arso con la “pira omerica” poi evocata da Carducci. Pagliani aveva orizzonti e vastissimi. La lotta per il risanamento dell'igiene pubblica passava anche quella contro la prostituzione femminile, il controllo sanitario delle “case di tolleranza”, il miglioramento dei reparti di maternità e infanzia (meglio se con cliniche apposite), le cause ambientali e lavorative che spesso causavano malattie, in specie la tubercolosi. Si occupò inoltre di urbanistica sociale, promozione delle case popolari e di bagni pubblici comunali, di primaria importanza quando, in carenza di pozzi bianchi e neri, essi erano risorsa indispensabile per quanti dai borghi rurali affluivano nei centri maggiori per i mercati settimanali e ne profittavano “una tantum” per una bella lavata. Quella era l'Italia ben nota a chi, nato a Genola e cresciuto fra Torino e Roma, ne conosceva ogni lembo di persona o attraverso i questionari inviati obbligatoriamente dai sindaci al ministero dell'Interno. Già autore di opere apprezzate anche all'estero, Pagliani sapeva bene che la maggior parte degli amministratori locali non era all'altezza del suo compito. In migliaia di comuni non vi era alcun servizio di nettezza urbana. L'immondizia veniva raccolta e bruciata in cortili. In quasi 1300 non vi era neppure una latrina. Ben 6404 comuni non avevano rete fognaria. Perciò le statistiche lamentavano la diffusione di pustole, scabbia, morva, tigna,...sino al terribile carbonchio. A garanzia dei cittadini, la legge Crispi-Pagliani istituì ispezioni sanitarie alle quali i sindaci non si potevano opporre. Certo essa non fece miracoli da un anno all'altro: fu “un programma”, come la legge voluta dal deputato di Alba, Michele Coppino, che il 17 luglio 1877 decretò obbligatoria e gratuita l'istruzione elementare in un Paese che contava il 70% e più di analfabeti in molte regioni, sopratutto della “Borbonia Felix” da taluno ancor oggi stolidamente rimpianta. 
Post fata resurgo...
Da alcuni “storici” Crispi è stato ritratto come “dittatore”. Nella sua più corposa biografia, Christopher Duggan manco cita Pagliani. Le grandi riforme varate dai suoi governi erano “di destra” o “di sinistra” o semplicemente indispensabili per traghettare l'Italia verso la modernità? Da tanta parte del clero, che alla legge sanitaria nazionale opponeva medici “cattolici”, quasi vibrioni e batteri abbiano una confessione religiosa, Crispi fu dipinto quale un satanasso, anche perché era massone notorio, come Carducci e Adriano Lemmi. E ancora non si sapeva che l'11 gennaio 1889, poco dopo l'insediamento alla Direzione generale della sanità, anche Pagliani fu iniziato massone nella loggia “Rienzi” di Roma (Grande Oriente d'Italia, matricola 8.193).
Dopo la caduta di Crispi (marzo 1896), il suo conterraneo Antonio Starrabba di Rudinì ne cancellò le riforme: eliminò la Scuola di igiene, trasferì il servizio di veterinaria al ministero dell'Agricoltura, azzerò la Direzione generale della sanità e ne cacciò il direttore. Pagliani tornò a Torino. Sino al 1913 fu preside della Facoltà di medicina (bastione di scienza all'avanguardia in Europa), fondò riviste, pubblicò il fondamentale “Trattato di igiene e sanità pubblica”, promosse innumerevoli iniziative culturali e filantropiche nel solco del “fratello” Tommaso Villa e, consigliere comunale dal 1906 al 1919, ebbe la stima del sindaco Teofilo Rossi di Montelera, di Antonio Carle e di Giolitti. Pagliani era l'emblema dell'Italia civile: niente retorica, molti fatti, visione alta dello Stato, dell'impegno patriottico ed educativo. Morì a Torino il 4 giugno 1932. L'urna con le sue ceneri veglia la Sala del Commiato nel Tempio crematorio che funzionò anche negli anni del regime incardinato sulla Conciliazione dell'11 febbraio 1929. Il suo magistero non andò affatto perduto. Lo evocarono ripetutamente Achille Mario Dogliotti e Giorgio Cavallo, che ne continuarono la Grande Opera. La loro lezione rimane attualissima nell'Italia europea.
Aldo A. Mola

S.A.R. MARIA GABRIELLA DI SAVOIA
 CUSTODE DELLA STORIA D'ITALIA
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di SavoiaDa Residenze Sabaude a Residenze Reali Piemonte...
“Theatrum Sabaudiae”? Fino a quando? Forse una futura edizione dell'ammiratissima sontuosa opera verrà intitolata semplicemente “Teatro”. Via ogni riferimento alla (e ai) “Savoia”. Lo stesso varrà per la “Galleria Sabauda” nel 1984 amorevolmente descritta da Rosalba Tardito Amerio in un bel volume della Cassa di Risparmio di Torino? Diverrà “Galleria” o forse “Tunnel”, “Sottopasso”.
“Gutta cavat lapidem...”. Uno scialbo un giorno, una scalpellata l'altro, l'abrasione corruttiva del passato procede sempre più celere. Quasi 75 anni dopo il cambio istituzionale qualcuno ha sferrato un'altra mazzata: le Residenze Sabaude, patrimonio mondiale dell'Unesco, non saranno più tali. Divengono Residenze Reali Piemonte. Aleggia cupo il motto “Indietro Savoia”, lanciato da un libello di Lorenzo Del Boca, che però combatte a viso aperto. 
La decisione di togliere o aggiungere un aggettivo non è mai casuale. Come ricorda il generale CdA Oreste Bovio in un insuperato volume dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore, all'indomani dell'Unità l'Esercito inizialmente fu “Italiano”. L'aggiunta dell'aggettivo Regio suggellò la sua piena identificazione con la monarchia che aveva unito l'Italia: e tale rimase con le bandiere fregiate dallo scudo di Savoia al centro della banda bianca, secondo le dinamiche descritte dallo stesso Bovio in altre sue opere sull'Araldica militare.
Ora le Residenze fatte erigere nei secoli e via via abbellite da conti e duchi di Savoia, poi re di Sardegna e d'Italia, da Sabaude declinano a un generico “Piemonte”, con drastica amputazione della Valle d'Aosta, pur orgogliosa del castello di Sarre, dal quale prese titolo comitale Umberto II alla partenza dal suolo patrio il 13 giugno 1946, come avevano fatto Vittorio Emanuele III, conte di Pollenzo alla partenza per Alessandria d'Egitto, e  Carlo Alberto, conte di Barge quando andò esule a Oporto. La burocrazia sforbicia la Storia. Anziché un passo innanzi nella ricomposizione della memoria ne fa uno di lato, verso il vuoto. “Era ora” pare abbia inneggiato un supporter del “cambio”. Un altro avrebbe aggiunto che “i Savoia hanno fatto di tutto, e solo nel male”. E quelle Residenze, dunque? Per coerenza giacobina andrebbero demolite come le Vele di Scampia. E, per conseguenza logico-cronologica, chi oggi vi si accampa dovrebbe dare alle fiamme sedia e scrivania e cercarsi un altro mestiere.
Un atlante geo-storico di personaggi evocativi: il caso della Spagna
Sarà Wikipedia a far memoria di ogni Paese? L'esempio salutare (o allarme?) arriva dalla Spagna, che ha classificato i personaggi più rappresentativi della sua storia millenaria provincia per provincia sulla base degli “articoli” nei quali essi vi compaiono: duemila anni di vicende complesse e al tempo stesso lineari lungo i quali si sono susseguiti romanizzazione, età dei Visigoti, invasione araba, Riconquista, il balzo a impero mondiale con Carlo V d'Asburgo, il lungo regno da Filippo II ai Borbone e le convulsioni dell'Otto-Novecento sino all'età presente, incarnata da Filippo VI di Borbone. Lo spagnolo più antico svettante nella classifica di Wikipedia non è Viriato, strenuo combattente contro la conquista dell'Iberia da parte dei Romani, assassinato a tradimento nel 139 a.Cr. e celebrato a Zamora, ma Lucio Anneo Seneca, nativo di Cordova, filosofo, precettore sfortunato di Nerone, che gli ordinò di suicidarsi dopo la fallita congiura di Pisone. Lo seguono Traiano, l'imperatore di Roma (98-117 d.Cr.) nato a Italica, il suo immediato successore, Adriano (117-138), e Teodosio (380-395), della provincia di Segovia.
Nella celebre e abusatissima enciclopedia informatica i più citati tra gli “eroi” rappresentativi della storia di Spagna sono anzitutto i sovrani: Filippo II d'Asburgo, nato a Valladolid, come suo nipote Filippo IV (altrettanto famoso: terzo in assoluto per numero di “articoli”), Filippo III d'Asburgo, nato a Madrid, da poco “inventata” quale capitale di uno Stato policefalico e centrifugo, Carlo II (ultimo Asburgo), il discusso Fernando VII di Borbone, Alfonso XIII, che lasciò la Spagna (ma non la corona) all'indomani di banali elezioni amministrative. Tra le teste coronate ispaniche non mancano donne memorabili, da Urraca la Temeraria, rappresentativa della provincia di León, a Isabella la Cattolica, moglie di Ferdinando di Aragona, nativo di Saragozza, ove il suo nome è oscurato da quello del pittore Francisco de Goya. La “mappa” dei Re è una sorta di catena di unione che conduce da Pedro I di Castiglia il Crudele (o Giustiziere?) a Pedro IV di Castiglia il Cerimonioso e ad Alfonso VIII di Castiglia che sconfisse gli almoavidi a Las Navas de Tolosa: battaglia decisiva per le sorti della Spagna e dell'intero Occidente.
Oltre a teste coronate la Spagna vanta anche un papa, Alessandro VI Borgia, rappresentativo della provincia di Valencia (ma andrebbe ricordato anche l'antipapa Benedetto XIII  “de Luna”, morto a Peñiscola), e Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, originario della provincia di Guipúzcoa. Seguono conquistatori che hanno ampliato i confini dell'Europa: Hernan Cortés, originario di Badajoz, vincitore sugli Aztechi in Messico, e Francisco Pizarro, nativo della provincia di Cáceres, che soggiogò gli Incas in Perù. L'Ottocento risulta povero di “politici”, a parte Práxedes Mateo Sagasta (La Rioja). Nel Novecento con oltre mille “articoli” spicca ovviamente Francisco Franco y Bahamonde (el Ferrol), superato in classifica nazionale solo da Filippo II, e molte lunghezze avanti rispetto ai conterranei Manuel Fraga Iribarne (Lugo) e Mariano Rajoy (Pontevedra). Il “caso Franco” è eloquente. La sua salma è stata deportata dal Valle de los Caidos per cocciuto capriccio del socialista Pedro Sánchez “l'Obliabile”, ma la sua opera rimane nella Storia.
L'“atlante” delle celebrità designate da Wikipedia a rappresentare la Spagna “Una, grande y libre” si completa con una pleiade di musicisti (Manuel de Falla per Cadice), pittori (Salvador Dalì per Gerona) e Picasso (Malaga), architetti (è il caso di Gaudì, tarragonese), poeti (Federico García Lorca, granadino), filosofi e pensatori  (Melchor Gáspar de Jovellanos, illuminista ma non massone; Menéndez Pelayo e Miguel de Unamuno).
Data la reciprocità tra domanda e offerta, che vale per Wikipedia come per ogni altra rappresentazione del sapere, dal I secolo dopo Cristo a oggi la Spagna si racconta ed è narrata all'insegna della continuità: Roma, cristianità, impero universale, costruzione e ricostruzione, tra arroccamento sulla propria identità e missione planetaria. Il ritratto che ne emerge è nell'insieme appagante, anche se qualche gigante rimane soccombente. È il caso del madrileno Miguel de Cervantes, surclassato da Filippo III d'Asburgo. Ma l'elenco delle celebrità forzatamente restate in secondo piano (o “di riserva”) potrebbe essere lunghissimo, a conferma della straordinaria ricchezza storica e culturale di un Paese che ha tutti i requisiti di un Continente. Ed è motivo di riflessione che, malgrado settecento anni di presenza su suolo ispanico con tutte le ben note ricadute demografiche, costumali e toponomastiche in regioni vastissime dall'Aragonese a El Ándaluz, gli “Arabi” non abbiano lasciato alcun nome capace di far sintesi di una delle tante province da loro dominate per secoli (lo stesso, del resto, vale per la Sicilia).
Le Province d'Italia in cerca di personaggi rappresentativi
La “mappatura” proposta sulla scorta della frequenza in Wikipedia fa interrogare sull'immagine che gli italiani hanno oggi di sé e, ancor più, su quella che si stanno dando a colpi di spugna sul passato. Se si scorrono le più diffuse riviste di storia, le “terze pagine” dei quotidiani e i maggiori successi editoriali sorgono molte perplessità. A far la parte del leone è il Novecento. Nel suo ambito dominano il fascismo, elevato a canone universale, e il duce, Benito Mussolini. Piaccia o meno (a chi scrive, assai poco), il maggior successo editoriale del 2019 è stato “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (ed. Bompiani), presentato come “romanzo” dalle ambizioni storiografiche. Anni addietro trionfò il “Canale Mussolini” di Gianni Pennacchi. A nessuno scrittore è venuto in mente di incardinare la memoria sul meritorio Canale Cavour… A confronto delle dozzine di biografie più o meno sagaci dedicategli sin da quando era al potere (come dimenticare “Dux” dell'ebrea Margherita Sarfatti e “Colloqui con Mussolini” di Ludwig?), sono poca cose le opere sul coevo e anzi molto più importante (e sicuramente meno rovinoso) Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di un profilo biografico onesto.
Ma se anche per la storia d'Italia venisse utilizzata la chiave di lettura usata per quella di Spagna quale mosaico ne uscirebbe? A parte l'ovvia constatazione che i sette secoli di Roma già sono  affollati di nomi memorabili, in massima parte nati nell'Urbe o nella sua “provincia”, la romanocentricità dell'età dei re, dei consoli e dei Cesari renderebbe non indicativo il luogo di nascita, perché, come scrisse Quinto Ennio “Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini”. Il luogo di nascita di storici quali Tito Livio e Publio Cornelio Tacito o di poeti come Publio Virgilio Marone è del tutto secondario rispetto alla missione che essi si dettero: fissare le tavole della Latinità.   
Nei secoli seguenti i nomi rappresentativi della storia d'Italia risultano al tempo stesso innumerevoli ma non solo “nazionali”, per l'intreccio indissolubile tra Impero e Papato, tra Roma e l'Occidente e i radi falliti tentativi di riunificazione dell'Impero, con gli Ottoni di Sassonia. Il re dei Franchi, Carlo, non era nativo di una provincia italiana, ma è inseparabile dalla storia d'Italia, al pari di Federico I Barbarossa e di suo nipote, Federico II (peraltro nato a Jesi e sepolto nel Duomo di Palermo). 
Passando all'età dei Comuni e delle Signorie, le potenziali candidature a simboleggiare una “terra” divengono una pletora. A chi assegnare la rappresentatività di Firenze dal Trecento di Dante, Boccaccio e Petrarca al Quattro-Cinquecento di Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Brunelleschi, papa Leone X, e quella dell'Otto-Novecento? Lo stesso vale per il Mezzogiorno dai Normanni agli Angiò e agli Aragonesi, per i Ducati padani, a tacere di Milano (il più citato nelle enciclopedie informatiche rimane Ludovico il Moro, anche se poco suffragato da memoria positiva), di Venezia (il suo personaggio di spicco è lo sfortunato Marcantonio Bragadin, martirizzato dai Turchi nel 1571 dopo la conquista di Famagosta: tanto più memorabile rispetto alla serie secolare di dogi), della Genova di Andrea Doria, sicuramente secondo rispetto a Cristoforo Colombo, sia o no davvero genovese. 
Il “caso” del Piemonte Sabaudo
Un caso a parte è infine costituito dal “Piemonte” lentamente unificato dai conti, duchi e re Sabaudi: un percorso plurisecolare approdato all'Ottocento di Carlo Alberto di Savoia-Carignano e a suo figlio, Vittorio Emanuele II (Torino, 14 marzo 1820 - Roma, 9 gennaio 1878), primo re d'Italia. Posto che il suo volto meriterebbe di suggellare l'intera Italia, se Torino dovesse essere sintetizzata in un unico nome la palma spetterebbe a Emanuele Filiberto, che nel 1562 decise di trasferirvi la capitale del Ducato da Chambéry e ne segnò il destino storico, o a Camillo Cavour? E che cosa fare di Giuseppe Garibaldi? È l'italiano più popolare in patria e all'estero, il più raffigurato in statue, altorilievi, lapidi, targhe, intitolazioni di vie, piazze,stazioni ferroviarie  ma… fu nativo di Nizza, francese dal 1860. L'altro protagonista del Risorgimentale, Giuseppe Mazzini, sarebbe invece oscurato da conterranei di gran lunga più rappresentativi dei secoli della Superba. E quale rappresentatività attribuire ad Arduino, Marchese di Ivrea, primo “re d'Italia”?
Se poi da Torino l'occhio si volge alle altre province liguro-piemontesi la gara tra personaggi che ne scandirono i secoli si fa serrata. Sicuramente il Cuneese verrebbe sintetizzato da Giovanni Giolitti; mentre l'Alessandrino (una congerie di circondari dalle storie molto diverse) potrebbe essere evocato da papa Alessandro, che ne volle la fondazione, dal martire risorgimentale Andrea Vochieri o, su tutti, da papa san Pio V, al secolo Antonio Ghislieri (1504-1572), nativo di Bosco Marengo, domenicano, inquisitore, implacabile persecutore di eretici, ugonotti, ebrei (chiusi nei ghetti), ma anche promotore della vittoria navale sui turchi a Lepanto nel 1572, donde la pratica del rosario.
Maria Gabriella di Savoia custode della Memoria d'Italia
Capitolo a parte è Aosta. La sua figura più rappresentativa è Sant'Anselmo (Aosta, 1033-Canterbury, 1109), teologo, filosofo, uomo di fede e di ragione, propugnatore della dimostrazione ontologica dell'esistenza di Dio: un gigante del pensiero in un'Europa appena uscita dal leggendario “Anno Mille”. Alla sua rievocazione il 1° marzo 1988 presenziò la Regina Maria José per la prima volta in Italia dopo il lungo esilio cui era stata condannata dalla Costituente il 1° gennaio 1948, Ebbe a fianco sua figlia, Maria Gabriella di Savoia. Custode della memoria storica dell'Italia europea con la Fondazione Umberto II e Maria José, la Principessa è nata il 24 febbraio 1940 a Napoli: la Città del mistico Castel dell'Ovo e del Maschio Angioino dal solenne Portale aragonese, del Palazzo Reale voluto da Carlo III di Borbone (la cui statua equestre troneggia in piazza del Plebiscito: quello dell'annessione all'Italia...) ornato dai Re susseguitisi in Napoli sino a Gioacchino Murat e a Vittorio Emanuele II, e della Reggia di Capodimonte. Napoli è Storia: spesso tragica ma infine rasserenante se si sa da dove si arriva e dove si voglia andare. Da lì salparono Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 (cittadino italiano all'estero, restituito all'Italia il 17 dicembre 2017) e la Regina con i quattro principini il 6 giugno seguente. Di quel lungo passato è depositaria e cultrice la Principessa, “Testimone del Tempo” per oculata decisione del Premio Acqui Storia.   
   L'Italia è in cerca di simboli condivisi. Declassare le Residenze Sabaude a generiche Residenze Reali Piemonte non è certo un passo in avanti verso la ricomposizione della Memoria di una Terra, quale il Piemonte, che fu ed è Italia e crocevia d'Europa: proprio come il millenario “Stato dei Savoia”.  
Aldo A. Mola

nella foto: S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia, nata a Napoli, 24 febbraio 1940, Presidente della Fondazione “Umberto II e Maria José”.

CAPORETTO? NON FU “CAPORETTO”
 LUIGI CADORNA: “POLITICI” E MILITARI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Luigi CadornaLuigi Cadorna. Chi era costui...?
Il conte Luigi Cadorna (Pallanza, 1850-Bordighera, 1928), senatore del regno dal 1913, è stato il massimo stratega dell'Italia unita. L'11 febbraio 2020 la sua figura è stata riproposta al Senato con la presentazione del volume di suo nipote, Colonnello Carlo, Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCS Media), con interventi dell'Autore, di Ferdinando Sanfelice e di Aldo G. Ricci, coordinati da Andrea Cionci: un confronto innovativo, fondato su documenti.
Quali “memorie” dell'Italia nella Grande Guerra? Giolitti, Cadorna, Diaz
Il 1928 in pochi mesi si portò via Armando Diaz (classe 1861), Giovanni Giolitti (1842) e Luigi Cadorna (1850), tre massimi protagonisti della storia d'Italia: lo Statista e i due Comandanti Supremi dell'esercito nella Grande guerra. Sonnino, ministro degli Esteri dal 1914 al 1919, si era spento settantacinquenne nel 1922. Lasciò ai posteri l'ardua sentenza sulla sua opera. Salandra (classe 1853, undici anni più giovane di Giolitti) morì nel 1931, dopo due libri sui mesi dalla neutralità all'intervento. Paolo Boselli, il decano della Camera, lo seguì novantaquattrenne nel 1932 senza lasciare “memorie”. Diaz non pubblicò nulla. Le sue carte sono state studiate dal generale Luigi Gratton nell'insuperata biografia del Duca della Vittoria (Ed. Bastogi, 2001). Di Giolitti uscirono le Memorie della sua vita nell'80° compleanno, il 27 ottobre 1922. Non vi aggiunse nulla.
Cadorna non tenne un “diario” né pubblicò “memorie”. Nel 1921 diede alle stampe la sua opera fondamentale, apprezzata anche all'estero: La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917 (ed. anastatica Bastogi, 2019). Grande Storia, è la “biografia” dell'Italia dalla Conflagrazione europea (luglio 1914) alla sostituzione di Cadorna con Armando Diaz al comando dell'Esercito italiano. Quando scrisse, “intabarrato e inguantato” per vincere il freddo, il Generale viveva appartato a Firenze, in un villino senza riscaldamento acquistato per festeggiare il 68° compleanno. Comandante Supremo dal 24 maggio 1915 al 9 novembre 1917, rappresentante dell'Italia nell'appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles dal dicembre 1917, il 20 gennaio 1918 egli fu messo “a disposizione” della Commissione d'inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre al 9 novembre 1917, quasi non potesse essere “audito” diversamente. Qualcosa non gli tornava.
Il Generale nella tempesta scrive la verità dei “fatti”  
Tirava vento pessimo. Poi la bufera. Nel luglio 1918 fu drasticamente collocato “a disposizione in sovrannumero”, con riduzione di rango e assegni: provvedimento considerato “una vera e propria destituzione”. Indomito, dall'autunno 1919 in pochi mesi Cadorna scrisse due volumi. Nell'aprile 1921 pubblicò, come detto, La guerra alla fronte italiana con la prestigiosa Casa Fratelli Treves di Milano, due anni dopo ampliata con la limpida difesa delle armi italiane dal giudizio del francese maresciallo Foch.
Mentre scriveva l'Opus magnum, come fosse due persone in una, con due teste e quattro mani, il Generale scrisse l'“altro libro”. Il primo era la Storia, il secondo una “nota aggiuntiva” di centinaia di pagine puntuali e puntute per “testimoniare” dinnanzi all'opinione nazionale e internazionale. Illuminò i passaggi fondamentali del différend tra la sua opera di Comandante Supremo e i quattro governi susseguitisi dalla conflagrazione alla sua rimozione (Salandra I, Salandra II, Boselli, Orlando), con sette ministri della Guerra (Grandi, Zupelli, Morrone, Giardino, Alfieri, Zupelli, Caviglia) cui seguirono i quattro del primo governi Nitti (Sechi, Albricci, Bonomi, Finocchiaro Aprile): prova del disordine della “politica”.
Sin dai primi mesi dell'intervento dell'Italia in guerra Esecutivo e Comando Supremo giunsero ai ferri corti su molti versanti sostanziali delle rispettive competenze. Lo aveva anticipato il ministro della Guerra Domenico Grandi quando, consultato proprio Cadorna sulla preparazione del Paese a un eventuale intervento nel conflitto, il 23 settembre 1914 aveva scritto a Salandra che solo il governo era titolato a valutare lo spirito pubblico e le esigenze politiche e a stabilire se “il Paese”avrebbe assecondato o no. Secondo Cadorna l'Italia poteva fare solo una guerra “grossa” ma “breve”. Lo pensavano anche Giolitti e San Giuliano: poteva intervenire contro l'Austria-Ungheria solo quando questa fosse stata allo stremo. Non era “cavalleresco” ma realistico. Chi governa non deve badare alle forme ma alla salute dello Stato. Ad aggravare la tensione tra Comandante Supremo e “politici” all'inizio del 1916 intervenne la decisione del governo di intraprendere un'impresa in Albania per assicurarsene il dominio. Attestarsi a Vallona (come all'epoca si diceva) secondo Salandra e Sonnino significava fare dell'Adriatico il “lago italiano”, come a grandi linee tratteggiato dall'“accordo” siglato a Londra il 26 aprile 1915 in vista dell'adesione all'Intesa anglo-franco-russa. A giudizio di Cadorna l'apertura di un fronte bellico su una “quinta sponda” avrebbe sottratto mezzi e uomini al campo di battaglia primario e assorbito risorse sempre più ampie, in uno scenario politico-militare colmo di incognite e di sorprese negative. Lo stesso valeva per le truppe italiane Oltremare, dalla Tripolitania al Mar Rosso e alla Somalia. Ve n'era invece urgente e prioritario bisogno sul lunghissimo sinuoso fronte italo-austriaco, sempre nel timore di un attacco austro-germanico attraverso la Svizzera. L'invasione del Lussemburgo e del Belgio mostrava in quale conto Berlino tenesse le dichiarazioni di neutralità. L'Italia, soleva ripetere, avrebbe riconquistato la Libia sul Carso, ove, diversamente, rischiava di perdere tutto. L'esercito doveva concentrare tutte le sue risorse per sfondare il fronte austro-ungarico a est, arrivare a Lubiana e Zagabria e aggirare da sud l'impero asburgico, suscitandovi l'insorgenza delle “nazioni senza Stato” o, come poi si disse, dei “popoli oppressi”. Giustamente nel saggio introduttivo al citato Caporetto. Risponde Cadorna, suo nipote Carlo Cadorna scrive che il Comandante Supremo era “un generale del Risorgimento italiano”. Il Comandante Supremo, infatti, ricordava che il regno di Sardegna aveva ottenuto Milano grazie all'alleanza con Napoleone III (1859) e Venezia con quella a fianco della Prussia di Bismarck (1866). L'Italia non poteva “fare da sé”. Doveva anzi suscitare l'insorgenza dei popoli dominati da Vienna e da Budapest. Cadorna era, insomma, un Militare dal fiuto politico, erede del meglio di Mazzini e Garibaldi. Un italiano dalla visione costantemente volta all'Europa e con una certezza granitica: l'unicità del comando, fondata su senso dello Stato e della responsabilità, sull'“Etica attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani” di cui ha scritto Tito Lucrezio Rizzo (d. Aracne).      
Il “différend” tra governi allo sbando e il Comandante Supremo 
La risposta del governo ai suoi mòniti e, presto, alle sue rimostranze, consegnate anche al carteggio con il titolare degli Esteri, Sonnino, fu deludente. Lo documentano i verbali del Consiglio dei ministri, tuttora inediti. L’esecutivo avocò a sé la regia dell'impresa di Albania. Così l'Italia condusse due guerre diverse, una agli ordini del Comandante Supremo, un'altra gestita direttamente da Roma. Ma quella d'Albania era pro o contro la Serbia? Gradita o no all'impero di Russia? Rientrava o no nel quadro dell'Intesa? Ad allarmarsene non erano solo gli “slavi” ma anche i greci e, ancor più determinanti, i francesi e, non solo a strascico, gli inglesi. L'apertura del fronte albanese prospettava comunque due diverse politiche estere, perché (lo aveva insegnato Clausewitz) le armi sono la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Ma la politica estera era appunto il “ventre molle” del governo italiano. Lo si vide con il governo Boselli (20 giugno 1916-29 ottobre 1917), quando Roma non poté più esimersi dal dichiarare guerra alla Germania, che sin dal 26 aprile 1915 l'Italia si era impegnata a combattere entro un mese dalla firma dell'engagement. Dopo la spedizione austro-ungarica “di primavera” (o “punitiva”) del maggio 1916 e la controffensiva rapidamente e abilmente allestita da Cadorna, culminata con l'ingresso in Gorizia il 10 agosto, la guerra mutò volto e “ragione sociale”: non poteva più essere confinata nel recinto del “sacro egoismo” accampato nel 1915 da Salandra, il cui vero e miope obiettivo era annientare Giolitti, come ha scritto Luigi Compagna.
La tardiva dichiarazione di guerra alla Germania (24-28 agosto 1916)
Solo il 24 agosto 1916, presenti tutti i ministri, il governo Boselli mise a verbale il passo fatale. Udita la relazione del ministro degli Esteri, deliberò “in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, [autorizzando] il Presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dar seguito alla deliberazione presa”. Roma doveva però motivare una decisione così gravida di conseguenze. Lo fece con argomenti di basso profilo. La dichiarazione fu comunicata alle 13.40 del 27 agosto con efficacia dall'indomani. Lo stesso giorno la Romania scese in campo a fianco dell'Intesa. A quel punto Cadorna chiese a Sonnino di farsi svelare dall'Intesa almeno “i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell'impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l'Asia Minore, questioni di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci sia altra guerra da dichiarare”. Sonnino non rispose. La politica estera era suo riservato dominio. Di più e di peggio fece Boselli col sostegno del ministro dell'Interno, Orlando.
Lungo tutto il 1917 e specialmente dopo la rivoluzione in Russia (marzo), l'ingresso degli USA nella guerra (aprile) e in presenza di una possibile offensiva austro-germanica, il Comandante Supremo incalzò il governo con ben quattro lettere nelle quali chiese il potenziamento del “fronte interno” e la lotta contro il disfattismo che dal paese contagiava l'Esercito. Non ebbe alcuna risposta. Il 27 marzo e il 28 settembre Cadorna partecipò a due sedute del governo. Della prima non v'è alcuna traccia nei verbali del Consiglio dei ministri; la seconda è riassunta in poche righe, elusive, senza alcun cenno al dibattito. Cadorna non vi è neppure menzionato. Secondo postume Dichiarazioni di Orlando, il Comandante supremo gli condensò il proprio programma in poche parole a seduta terminata: “Lei pensi ad assicurarmi le retrovie, che ai soldati ci penso io”.
Dunque la vera storia di quei drammatici mesi non si comprende né dalle Memorie postume di Orlando o dal carteggio di Sonnino né, tanto meno, dall'“Inchiesta su Caporetto” (ripubblicata nel 2014 dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito con introduzioni di Antonino Zarcone e di chi scrive). Emerge invece a luce meridiana da La guerra alla fronte italiana e dal volume di Carlo Cadorna.
Le vendette di Orlando
Le Memorie di Orlando, curate da Rodolfo Mosca (ed. Rizzoli), si restringono agli anni 1914 -1919. Esse sono lo sfogo di due vendette, contro la memoria di Giolitti e contro quella di Cadorna. Candidato nel Listone mussoliniano nelle elezioni del 1924, Orlando mirò anzitutto a “giustificare” la sua adesione all'interventismo: “Io credo che l'obbedire alla pressione pubblica sia un elemento inseparabile dell'istituto parlamentare”. L'“elogio della piazza” è l'opposto di quanto dev'essere lo Statista. Ripeté poi più volte di aver subordinato l'accettazione della presidenza del Consiglio (fine ottobre del 1917) alla defenestrazione di Cadorna. Negò che Caporetto fosse stata causata dal disfattismo dilagante nel paese e giunse a scrivere che la “propaganda sovversiva” di origine socialistica era denunciata dal Generalissimo per “una di quelle idee fisse che confinano coi domini della psichiatria. Per ciò stesso e per ciò solo, al giudizio vien meno ogni autorità”. Rivendicò infine a proprio merito di aver strappato a Vittorio Emanuele III la “esonerazione” di Cadorna, le cui “capacità tecniche” ritenne (non solo nel corso degli eventi ma anche nelle Memorie”) viziate per eccesso o per difetto dal senso di responsabilità e concluse: “Che valore può avere un Capo, non dirò irresponsabile, ma non adeguatamente responsabile?”
Quando Mussolini impedì la pubblicazione dell'“altro libro” di Cadorna
Il secondo libro di Cadorna rimase nel cassetto anche dopo le manifestazioni entusiastiche che ne riportarono l'autore al centro dell'opinione nazionale, con il dono della villa a Pallanza e il conferimento del grado di Maresciallo (1924). Il Generale continuò a limarlo. Il 15 dicembre 1926 lo ritenne pronto per la stampa, ma fu bloccato da Mussolini tramite il generale Ugo Cavallero, come Cadorna riferì al figlio da Viareggio l'11 dicembre: “Ora ho una grossa grana col mio libro. Cavallero (massone affiliato dapprima al Grande Oriente e poi alla Gran Loggia d'Italia, NdA) mi scrisse pregandomi di sospendere la pubblicazione soprattutto perché il Governo considera Sonnino come un rigido tutore degli interessi nazionali e non ama che ne esca sminuito. Io ho risposto che mandavo la sua lettera a (Angelo) Gatti (che ne stava curando l'edizione nella collana da lui diretta per Mondadori, N.d.A.) ma che, allo stato delle cose, non vedevo la possibilità di sospenderlo perché era legato da un contratto scritto e registrato coll'editore e il libro era pronto ad uscire. Cavallero mi rispose insistendo e dicendo che di fronte a un interesse superiore, si debbono superare le difficoltà coll'editore”.
Cadorna tacque. Morì a Bordighera il 21 dicembre 1928. È sepolto nel Mausoleo erettogli nella sua Pallanza da Piacentini. Silente. Per lui parlano la sua Opera e la Storia.
Per un bilancio storiografico sul Generale Luigi Cadorna
Nel 1950 i figli del Generale, Carla e Raffaele, pubblicarono finalmente le Pagine polemiche, che però furono accolte con freddezza nel clima del tutto antimilitaristico del dopoguerra, quando tre deputati democristiani (tra i quali Aldo Moro) non approvarono l'articolo 52 della Costituzione che dichiara “sacro dovere del cittadino difendere la Patria”.  
Non era stato Cadorna a tramare per l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914 né a chiedere la propria nomina a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, decisa da Vittorio Emanuele III dopo la morte improvvisa di Alberto Pollio (illustre allievo della Nunziatella)  a soli 62 anni, né a volere l'accordo di Londra. Assolse al compito immane di organizzare lo “strumento militare”, che era del tutto impreparato per affrontare una guerra immaginata dai “politici” come breve e di modesto costo e risultò invece “lunga e grossa”. Il governo si procacciò una miseranda apertura di credito finanziario all'estero quando già il ministro Grandi aveva scritto che per portare l'esercito a regime minimo adeguato alla guerra occorreva almeno un miliardo. Fu invece lui, Comandante Supremo in piena e continua intesa con il Re, a chiedere all'Esecutivo di mettergli a disposizione il necessario per fronteggiare e vincere quello che nel Bollettino della Vittoria venne poi detto “uno degli eserciti più potenti del mondo”.
Ora l'Italia deve fare i conti sine ira et studio con la verità della Storia. Diversamente non recupera la bussola nella sua sempre procellosa navigazione di Stato giunto all'unità con la pace di Saint-Germain nel 1919, appena un secolo addietro e dopo immani sacrifici. Quest'anno ricorrerà il 150° anniversario dell'irruzione dell'Esercito italiano in Roma agli ordini di Raffaele Cadorna, padre del Comandante Supremo: una “liberazione” per l'Italia e, a ben vedere, per la Chiesa cattolica apostolica romana.
Con la ristampa di La guerra alla fronte italiana e con il volume curato da suo nipote la figura e l'opera di Luigi Cadorna tornano al centro della memoria nazionale. Non è mai tardi. La Storia è galantuoma.
Aldo A. Mola

ELEZIONE DIRETTA DEL CAPO DELLO STATO?
 CONTRO LEGITTIMITÀ E TRADIZIONE
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 Febbraio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Il primo plebiscito: monarchia/repubblica
Sarà per l'anomalia del clima, “zeffiro torna e... il mal tempo rimena”: rispunta la proposta dell'“l'elezione diretta” del Capo dello Stato.
Nella sua storia millenaria l'Italia ne ha viste di tutti i colori. Consoli, cesari, imperatori romani “de Roma”, italici, oriundi, reguli, signori, dogi, principi e despoti, ora di conio proprio ora imposti dall'esterno, una gran varietà di “capi di stato” insomma. Ma, come ora si narra quasi fosse chissà quale scoperta, alla fin fine al timone della Storia sono sempre state minoranze consapevoli. Anche il più tirannico degli autocrati si è sempre circondato di una cerchi di fedelissimi: l'antico Senato romano, rafforzato con l'ingresso degli “homines novi”, le oligarchie, il patriziato, le “classi dirigenti”, impasto perpetuo di privilegi e visioni lungimiranti. In Italia come altrove.
Una sola volta l'Italia ha sperimentato un “plebiscito”: per la propria forma istituzionale, una scelta dirimente, tra monarchia e repubblica. Era il 2-3 giugno 1946. Quasi 75 anni dopo non è affatto chiaro come davvero siano andate quelle votazioni. La vittoria della repubblica sulla base di una “grande truffa”, a lungo asserita, non regge all'esame critico. Per attuare il presunto “colpo di mano” (l'immissione di un paio di milioni di schede contraffatte a spoglio in corso) il ministro dell'Interno Giuseppe Romita (repubblicano senza se e senza ma) avrebbe dovuto contare su una miriade di complici, i cui “ricordi” prima o poi avrebbero riempito le cronache e la memorialistica. Altrettanto va detto di supposte direttive impartite dal governo (quasi tutto repubblicano) agli uffici elettorali circoscrizionali e a quello centrale per manipolare l'esito degli scrutini. Alla luce dei risultati acquisiti, non si comprende perché esse sarebbero state efficaci in alcune regioni ma niente affatto in altre. La verità è più semplice: la repubblica vinse con il magro 42% dei suffragi di chi aveva diritto di voto (12.700.000 su 28.000.000): nacque minoritaria nel Paese, ma ebbe il consenso della Costituente, eletta contestualmente, e dei “vincitori” che già avevano pronto il “trattato di pace”che comportò la “potatura” dei confini del 1924 e l'esodo di centinaia di migliaia di dalmati, fiumani, istriani. Da ricordare...
Nell'Assemblea i deputati repubblicani erano l'80% del totale: non solo nelle file di comunisti, socialisti, partito d'azione, ma anche in quelle dei “liberali” (Manlio Brosio era fautore del “cambio”) e, ciò che più conta, della Democrazia cristiana. Se la maggior parte dei votanti lo Scudo Crociato erano monarchici (soprattutto nell'Italia centro-meridionale) i loro rappresentanti erano invece repubblicani, in linea con il pronunciamento del Congresso nazionale e, ancor più, del movimento giovanile democristiano, orientato dal clero da sempre contrario all'Unità nazionale. Certo non mancarono brogli, manipolazioni, migliaia di piccole magagne che, sommate, fecero la differenza. Ma il vero “colpo” non fu “di Governo”, bensì “linguistico”: quando con dodici voti contro sei la Corte Suprema di Cassazione stabilì che per “votanti” s'intende voti validi anziché schede votate, comprese nulle, bianche, contestate...: circa 1.500.000. Se queste fossero state conteggiate, la differenza tra monarchici e repubblicani si sarebbe ridotta a circa 250.000 su 28.000.000 e la partita si sarebbe potuta riaprire, con verifiche delle schede. Ma non lo volle nessuno di chi davvero contava: non papa Pio XII, né gli anglo-americani, che avevano il controllo dell'Italia, né, infine, lo stesso Umberto II, che preferì lasciare il suolo patrio da Re per scongiurare conflitti di piazza dalle conseguenze imprevedibili, nella fiducia di esservi prima o poi richiamato. Come accennò Palmiro Togliatti, plenipotenziario del Partito comunista in Italia, i parti difficili vanno propiziati. Non era un'invenzione sua. Nei secoli lo avevano detto e ripetuto filosofi, archimandriti e capipopolo. 
Capo dello Stato: eletto dai Costituenti, non da plebiscito 
Però neppure il famoso referendum istituzionale del giugno 1946 decise chi fosse il capo dello Stato. Esso cancellò la monarchia in Italia ma non impedì che il Re partisse da sovrano: prerogativa implicitamente riconosciutagli dalla Costituzione che vietò agli ex re, allo loro consorti e ai loro discendenti maschi (confondendoli con “eredi al trono”), ma non insediò un “successore”. Le “funzioni” di Capo dello Stato furono assunte pro tempore da Alcide De Gasperi su decisione del Consiglio dei ministri intorno alle 0.30 di giovedì 13 giugno: un giorno dalla cifra scaramantica.
Non furono gli italiani (votanti, non votanti, esclusi dal voto per i motivi più disparati: ancora prigionieri di guerra, abitanti di province in discussione, privati del diritto di voto per ragioni politiche, non reperiti dagli uffici comunali...) a eleggere il nuovo capo dello Stato.
Il 19 giugno 1946 il governo presieduto da De Gasperi deliberò la nuova intestazione dei decreti e l'intitolazione della “Gazzetta Ufficiale”. Il 24 seguente De Gasperi emanò il decreto legislativo che ordinò la cessazione del Regio Senato, ma la Corte dei Conti rifiutò di registrarlo, sia pure con riserva, perché esso esorbitava dalle sue competenze. L'indomani l'Assemblea si radunò nell'Aula di Montecitorio ed elesse presidente il socialista Giuseppe Saragat. Il 28 fu la Costituente a eleggere a larga maggioranza il presidente provvisorio della neonata Repubblica italiana: Enrico De Nicola, liberale, monarchico, napoletano, “uomo del Mezzogiorno d'Italia”, cioè proprio delle regioni che avevano votato a larghissima maggioranza a favore della monarchia. De Nicola aveva altri pregi. Deputato sin dal 1909 (prima del collegio di Afragola, poi di Napoli) nel 1924 era stato candidato nel “Listone” nazionale organizzato dal Partito nazionale fascista. Il 2 marzo 1929 fu creato senatore del regno. Uomo di grande sobrietà (il suo biografo, Tito Lucrezio Rizzo, ricorda che si faceva rivoltare il cappotto di lana: all'epoca con la camicia “buona” si comperavano anche polsini e colletti “di riserva”), il napoletano De Nicola non era molto diverso dal suo successore, Luigi Einaudi, liberale, monarchico e piemontese “di Cuneo”, cioè della provincia che, con Asti e Padova, nel 1946 ritenne che lo Stellone d'Italia fosse tutt'uno con la Corona, e votò in prevalenza per la monarchia. Culla della Resistenza (come poi è stata narrata), la “Granda” provò nei fatti che la guerra partigiana non fu affatto monopolio di “Garibaldini” e “Giustizia e Libertà” (come a lungo narrò Pansa). Vi avevano concorso i monarchici delle formazioni autonome comandate da Enrico Martini, “Mauri”, Ilicio Ronchi della Rocca e molti militari, come l'eroico generale Giuseppe Perotti, capo del comando militare del CLN piemontese, catturato, torturato e fucilato su condanna di un tribunale della Repubblica sociale italiana.
Il Presidente “blindato” dalla Carta
Non furono dunque gli elettori, ma i costituenti, a scegliere il successore di Umberto II. L'Assemblea era popolata da personalità di lunga e robusta esperienza politica: studiosi, scienziati, parlamentari navigati, accomunati da una certezza: toccava a loro “tagliare l'abito” per la nuova Italia. Bisognava tenerla al riparo dalle tentazioni. L'articolo 1 della Carta sintetizzò il futuro: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, cioè nella cornice dei 138 articoli successivi e delle XVIII disposizioni transitorie e finali, l'ultima delle quali stabilì che sarebbe entrata in vigore dal 1° gennaio 1948. La Carta blindò la figura del Presidente della Repubblica, che è “il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale”, formula ricalcante lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Il Re era “il Capo dello Stato”, con quanto ne conseguiva: egli “comanda(va) tutte le forze di terra e di mare”, così come il presidente della Repubblica “ha il comando delle forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere...” e molto altro. Il sovrano “solo sanziona(va) le leggi e le promulga(va)”, al pari del Presidente della Repubblica, che promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
La Carta stabilì inoltre che il Capo dello Stato è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri e da tre delegati di ogni regione (uno solo per la Valle d'Aosta).
Anzianità fa grado
Se ha ormai superato la “settantina”, vuol dire che il regime repubblicano si fonda su un equilibrio di poteri capace di reggere anche a venti tempestosi, che non sono affatto mancati nel suo corso: un bilanciamento formale e sostanziale tra Presidente, Parlamento, Consiglio dei Ministri, Magistratura, regioni, province (dimidiate e agonizzanti per l'abolizione del loro “governo” ma ancora esistenti), comuni e la Corte Costituzionale, un'architettura complessa, sulla cui durata nel 1946-1948 e sino agli Anni Sessanta non tutti scommisero.
Nel tempo sono state affacciate molte proposte di riforma della Carta, ora per alcuni articoli, ora per suoi capisaldi. Ricorrentemente si è affacciata la richiesta dell'elezione diretta del capo dello Stato, su modello degli Stati Uniti d'America e della Francia, due Paesi dalla storia analoga: entrambi figli di ordinamenti monarchici e dalla tradizione e vocazione imperiale. Gli USA nacquero dalla guerra per l'indipendenza della Nuova Inghilterra contro la “madrepatria”. I poteri del Presidente, geneticamente capo militare, vennero però subito temperati da altri organi statuali. Il Presidente degli USA è frutto di alchimie così articolate, lunghe e complesse che la sua “elezione diretta” è più apparente che reale. Altrettanto vale per la Francia odierna, debitrice verso Charles De Gaulle, i Bonaparte, Luigi XIV ma anche verso la Terza Repubblica e Montesquieu, al quale risale l'enunciazione lapidaria della divisione armonica dei poteri.
Pro e contro cesarismo/bonapartismo: Randolfo Pacciardi, Guglielmo Ferrero
Tra i fautori dell'elezione diretta del Capo dello Stato merita speciale menzione Randolfo Pacciardi (Giuncarico,1899 - Roma, 1991), repubblicano, massone, ispirato al modello “americano”, fondatore dell'Unione democratica per la Nuova Repubblica e del settimanale “Folla”, diretto da Giano Accame, che fu tra i promotori del “movimento” con il generale Raffaele Cadorna, Mario Vinciguerra, il socialista Ivan Matteo Lombardo. Il programma aveva due cardini: una legge elettorale maggioritaria e l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Vi si fondevano le riflessioni sul modello degli USA (a lungo studiato da Pacciardi nel suo soggiorno in America, accanto ad Alberto Tarchiani e a Carlo Sforza) e l'opposizione al centro-sinistra, ritenuto antesignano occulto del “compromesso storico” tra la Dc e il Partito comunista italiano, che di fatto risaliva ai governi presieduti da Ivanoe Bonomi, Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi sin dal suo rientro dagli USA (1947) e alla rottura di Saragat con i socialisti di Pietro Nenni. Pacciardi venne demonizzato e poi sospettato di vagheggiare un colpo di Stato, accusa poi mossa anche contro Edgardo Sogno. 
L'elezione diretta del capo dello Stato aveva avuto uno strenuo avversario nello storico e sociologo Guglielmo Ferrero (Napoli 1871 - Mont Pélerin, 1942), repubblicano, radicale, interventista presto pentito nel 1915, antifascista, minacciato di condanna al confino, passato in Svizzera ove insegnò all'Università di Ginevra a al prestigioso Istituto Universitario di Alti Studi Internazionali. Riproposto all'attenzione in anni recenti (anche con la ristampa di molte sue opere), Ferrero combatté Francesco Crispi e il suo “erede” e “continuatore” Benito Mussolini. Il secondo, in specie, mirò a introdurre in Italia il bonapartismo, forma aggiornata del cesarismo (da Ferrero aspramente combattuto anche in sede storiografica), basato sulla privazione dei cittadini della libertà di scegliere i propri rappresentanti, come anche oggi molti propongono.
Poco dopo il trasferimento di Ferrero all'estero, gli italiani furono chiamati alle urne. Il governo aveva alle spalle la Conciliazione Stato-Chiesa dell'11 febbraio 1929 e la riforma elettorale ideata da Alfredo Rocco (1928): una sola lista di 400 candidati alla Camera preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, a sua volta elevato a organo della rivoluzione fascista. Fu una sorta di plebiscito, ma riguardò il regime di partito unico, non lo Stato, che era e rimase una monarchia statutaria. Il Re conservò la somma dei poteri. Li gettò sulla bilancia della storia quattordici anni dopo, quando in un colloquio di venti minuti revocò Mussolini che da vent'anni era capo del governo. Altra cosa fu il plebiscito in Germania che il 12 novembre 1933 con 40.600.000 “si” contro 2.100.000 “no” consegnò il potere al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, senza alcun contro-altare. Il 19 agosto 1934 un altro plebiscito unì la carica di presidente del Reich con quella di Cancelliere. A Mussolini Casa Savoia piacque poco; dal 1938 il “duce” cercò di disfarsene, ma non arrivò mai a progettare di unire il ruolo di capo di governo con quello dello Stato.
Legittimità e Tradizione 
Le proposte di elezione diretta del Capo dello Stato oggi qui e là nuovamente serpeggianti in Italia, solitamente abbinate alla richiesta di “pieni poteri” come se la storia non abbia insegnato nulla, si scontrano con tre novità che hanno modificato profondamente lo scenario politico-partitico-parlamentare e le rendono improponibili. In primo luogo, a differenza di quanto avvenuto tra il 1945 e il 2008, non esiste più alcun partito in grado di catalizzare cospicui e durevoli consensi intorno a un programma di ampia prospettiva. I voti sono povere foglie “frali” in balia dei venti umorali da tempo imperversanti. Mentre essi vagano da uno ad altro imbonitore aumenta il numero delle astensioni, anche in elezioni locali.
Inoltre, la riduzione del numero dei parlamentari, se confermata, aumenterà la lontananza tra elettori e rappresentanti, riducendone l'antica capacità di consolidare interessi locali e “clientele”, onesto e trasparente fulcro della democrazia tradizionale, con quelli statuali. Infine, da anni imperversa la sciagurata “personalizzazione” della rappresentanza politica, che non trova adeguati correttivi istituzionali, a differenza di quanto avviene nelle grandi repubbliche presidenziali (USA, Francia...) e negli Stati monarchici.
L'elezione diretta del Capo dello Stato in Italia sommerebbe i vizi della tirannide e dell’oclocrazia. Accecati dai “media” gli elettori voterebbero per il “personaggio del giorno”: Masanielli di breve durata, in balia a folle che già una volta tra Barabba e Cristo non fecero una scelta oculata. 
L'Italia, già in grave affanno proprio per l’assenza di progetti di lungo periodo, non può mettere a repentaglio chi ne rappresenta l'unità, garante dei vincoli internazionali. È curioso che anche taluni sedicenti monarchici propongano l'elezione diretta del Capo dello Stato: sarebbe la fine di ogni sogno di re-staurazione o di in-staurazione, così come lo sarebbe ripetere il referendum sulla forma dello Stato. Per quanto discussa, la Repubblica oggi riscuoterebbe comunque un consenso maggioritario schiacciante e non certo minoritario, come nel 1946.
I veri nodi da sciogliere dell'Italia prossima ventura sono varare una legge elettorale che garantisca rappresentanza e stabilità (quadratura del cerchio!) e riportare i cittadini alle urne per convinzione, non per convenzione  né per coazione. All'insegna della libertà consapevole: un traguardo forse lontano. Nel frattempo, meglio è sperare che il prossimo Capo dello Stato sia scelto da un Parlamento all'altezza dei suoi doveri. 
Aldo A. Mola

ORAZIO RAIMONDO
 SOCIALISTA TRICOLORE E TRIPUNTINI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Attualità di un politico giovane
Orazio Raimondo (Sanremo, 6 giugno 1875-11 gennaio 1920) è una parabola della storia d'Italia tra Otto e Novecento, dalla nascita del Partito dei lavoratori italiani (Genova, Ferragosto 1892), poi Partito socialista italiano, e la crisi che avvolse il paese dopo la Grande Guerra. Rimane un protagonista scomodo per i manipolatori della memoria. Il centenario della sua morte non ha fatto notizia nei “media”. Presenti il labaro della sua Officina e il sindaco della città, Alberto Biancheri, e l'assessore Massimo Donzella a ricordarlo nella sua Sanremo è stata la loggia “Giuseppe Mazzini” nella quale fu iniziato apprendista massone il 3 dicembre 1901. Eppure Raimondo è modello “politico” di grande attualità. È l'emblema di giovani che seppero scegliere tra reazionari e progressisti e pensarono in grande. I suoi furono anni di utopia: guardare lontano, vedere la piramide non dalla base ma dal vertice, sognare un Mondo Nuovo e costruirlo, come avevano fatto per secoli i marinai delle coste liguri, aspre e inospitali, da Antoniotto Usodimare a Giuseppe Garibaldi, che fu la sua stella polare: cospiratore, condannato, esule, massone, pronto a mettere la spada a servizio di Pio IX, di Carlo Alberto di Savoia e di chiunque scendesse in campo per l'indipendenza, l'unità e la libertà dell'Italia.
Orazio Raimondo nacque “figlio d'arte”. Ebbe alle spalle una solida famiglia borghese (con le alterne fortune del paleocapitalismo) e uno zio politicamente prestigioso, come Giuseppe Biancheri, deputato, ministro, per diciotto volte presidente della Camera, cancelliere dell'onnipotente Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Collare dell'Annunziata e quindi “cugino del Re”. Però, se, appunto, per “fare l'Italia” la generazione precedente era stata “un po' ribelle”, anche Raimondo imboccò giovanissimo il sentiero del cinabro. Conseguita la licenza elementare a sei anni e la maturità classica a 15, ancor prima di laurearsi in giurisprudenza a Genova appena ventenne, finì nel mirino per contatti con due anarchici, collezionò denunce e un'assegnazione al confino a Tortona e ne evitò una seconda solo perché non ancora maggiorenne. Precocissimo collaboratore di periodici battaglieri, aveva il dono della parola alata, in prosa e nelle aule giudiziarie, che presto lo videro penalista di grido. Vi raggiunse il trionfo con la difesa della contessa Maria Elena Tiepolo, imputata dell'assassinio dell'amante,  Quintilio Polimanti, attendente del marito, Carlo Ferruccio Oggioni, capitano dei bersaglieri. Come quello a carico di Linda Murri, imputata dell'omicidio del conte Francesco Bonmartini in un contesto più che torbido: uno dei più famosi processi a sfondo sessuale d’inizio Novecento, prima che l'Europa precipitasse nella fornace della Grande Guerra, che dirottò l'attenzione morbosa da “un caso” alla carneficina quotidiana e rimescolò carte e lenzuola dell'intera Europa. L'oratoria di Raimondo affascinò Leonardo Sciascia, che ne scrisse in “1912+1”: “Barba e chioma tempestosamente agitate dal vento del suo eloquio”, Raimondo “recitò una di quelle arringhe piene di vento su cui allora si misurava la valentìa di un avvocato”. Ironia a parte, commosse tutti e strappò l'assoluzione per la sua assistita, che rischiava l'ergastolo.
Così era Raimondo. Attratto nelle file socialiste dall'oratoria “umanitaria” di Filippo Turati, egli, ventiseienne, bussò alle porte della loggia massonica di Sanremo. Come documenta Luca Fucini in “Misteri e segreti della Massoneria a Sanremo” (Ed. Atene) l'Officina, di Rito scozzese antico e accettato e all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia, era stata fondata alle 21 del 27 marzo 1900 da una manciata di Fratelli che elessero maestro venerabile A. L. Rubino, padre del celebre scultore. Ai fondatori si aggiunse il medico Gio.Bernardo Calvino, che dal 14 marzo 1874 aveva fatto parte della loggia sanremese “Liguria”, originariamente all'obbedienza del Grande Oriente istituito a Napoli dall'arciprete calabrese Domenico Angherà e poi passata al Grande Oriente di Roma.
Che cosa comportava essere massoni nel Ponente Ligure a inizio Novecento? Anzitutto i “Fratelli d'Italia” attivi e quotizzanti erano poco più di 4-5.000. In molte regioni non esisteva neppure una loggia. La massoneria era bersaglio di tre offensive, durissime e a tutto campo. Nel 1884 Papa Leone XIII ne aveva solennemente ribadito la scomunica con l'enciclica “Humanum genus”. Insufflato dai “servizi” della Francia il giornalista Léo Taxil da quindici anni inondava l'Europa di libracci nei quali la massoneria era dipinta quale centrale occulta di tutti i complotti e di omicidi politici con l'acqua tofana, i pugnali, eccetera. Già segretario della lega degli atei, Taxil si divertì a inventare le “Memorie” di Diana Vaughan, ex palladista, insidiata dal demonio, convertita in “suor Raffaella”, e narrò come il diavolo intervenisse alle orge massoniche in veste di coccodrillo e accompagnasse al piano danze lascive... Un suo imitatore, Domenico Margiotta, aggiunse altre fandonie con successo editoriale enorme. Messo alle corde dal gesuita Hermann Gruber dopo il Congresso antimassonico di Trento (1896), nel 1897 Taxil dichiarò di essersi inventato tutto, ma molti continuarono a credere che avesse svicolato solo per paura di essere ucciso dai massoni. In realtà lo fece perché ormai non serviva più. Lui, Margiotta, la Francia e tutti i massonofagi avevano un unico obiettivo: screditare e abbattere il presidente del governo italiano Francesco Crispi, massone, sorretto da Giosue Carducci e dal gran maestro del Grande Oriente Adriano Lemmi, perché la sua politica estera era in rotta di collisione con Parigi. Non era questione di “grembiulini massonici” ma di imperi coloniali. Però a far cadere Crispi non furono né il papa né l'ateo vagante Taxil, ma le orde di Menelik che il 1° marzo 1896 annientarono il corpo di spedizione italiano ad Adua. Terzo nemico giurato dei massoni era l'estrema sinistra rivoluzionaria che li accusava di fare da quinta colonna della borghesia infiltrata nei sindacati e nei partiti socialisti europei dirottati dalla Rivoluzione alle secche del riformismo.
Il Riformismo: socialismo tricolore e fratellanza tra i popoli
Raimondo, in effetti, fu proprio il campione del socialismo riformista, pragmatico, capace di conciliare utopia e realismo, nel solco dell'imperiese Edmondo De Amicis e della fiorente tradizione di liberali, radicali, democratici e di “politici” senza etichetta né tessere di partito, impegnati a “fare” attraverso il progresso delle scienze in tutti i campi: istruzione, educazione, ricerca negli ambiti più disparati dello scibile umano e delle sue applicazioni. Il Ponente Ligure tra Otto e Novecento era un lembo dell'Europa che si raccolse nell'Esposizione di Parigi del 1900 a “ragionare”. Vi accorsero anche gli studenti della “Corda Fratres”, Federazione studentesca internazionale ideata dal canavesano Efisio Giglio-Tos, poi affiancato da Angelo Fortunato Formiggini e da pattuglie di giovani, maschi e femmine, quando le studentesse da poco erano state ammesse nelle Università del regno (fu il caso di Emilia Santamaria, moglie di Formiggini, pedagogista di prim'ordine). 
Eletto consigliere comunale di Sanremo nel 1902, assessore nella giunta capitanata dal socialista Augusto Mombello, da venerabile della “Mazzini” e da sindaco dal 1906 al 1908 Raimondo determinò la svolta della città verso gli orizzonti che ne avrebbero fatto la capitale del turismo di alta qualità a tutto vantaggio di ogni ceto. Tra le sue principali realizzazioni spiccarono la municipalizzazione dell'acquedotto, il collegamento stradale con San Romolo e quello tramviario verso Ventimiglia (ove suo cugino Mario Raimondo fu venerabile della loggia “I Persistenti”, documentata da Fucini in un ottimo saggio) e verso Porto Maurizio, il Kursal, antesignano del Casinò, come ricorda Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura del Casinò stesso, nel sontuoso volume “Uno, cento, mille Casinò di Sanremo, 1905-2015” (ed. De Ferrari) e la promozione di alberghi atti ad attrarre turisti che poi avrebbero scelto di vivere nel Ponente. Superfluo sottolineare come la promozione dell'edilizia sia stata volano non solo di artigianato e di una moltitudine di grandi e piccoli “affari”, ma anche di crescita culturale. Mentre difendevano docenti del Classico invisi a certi settori retrivi, la loggia e il Comune si attivarono nel decollo di un Istituto tecnico per la formazione di quadri intermedi quando geometri e ragionieri erano la spina dorsale della vita imprenditoriale e civica.
Raimondo ebbe la fortuna di avere compagno di officina Mario Calvino, figlio di Gio.Bernardo e nipote di Francesco, che il 20 settembre 1870 era stato tra i primi militari italiani a entrare in Roma attraverso la breccia di Porta Pia. I due condivisero il grande disegno: conciliare lo sviluppo urbano con l'“ambiente”, con particolare attenzione per la floricoltura, passata da “dilettantismo” a “industria” di livello nazionale e internazionale, col supporto di iniziative di vasto respiro come il congresso nazionale di idrologia e climatologia. Al pragmatismo (il varo dell'ospedale infantile) Raimondo unì il Messaggio sintetizzato nel monumento di Garibaldi scoperto dinnanzi a una folla sterminata accorsa dall'Italia e dalla Francia e naturalmente da Porto Maurizio, ove dal 1900 erano state alzate le colonne della loggia intitolata all'Eroe dei Due Mondi. Il “Garibaldi” di Sanremo, plasmato dallo scultore massone Leonardo Bistolfi, è il Condottiero pacifico e pacificante. Come nella “Mazzini” spiegò il pastore valdese Ettore Janni, il nazionalismo è nemico dell'internazionale umanitaria, è settarismo, è  l'opposto alla fratellanza tra i popoli.
Nel 1909, lasciata da un anno l'amministrazione di Sanremo, conquistata da Alfredo Natta Soleri, (come, tra altri, ricorda un suo biografo, Andrea Gandolfo), Raimondo tentò l'elezione a deputato del collegio Sanremo-Ventimiglia ma fu sconfitto dal liberale Ernesto Marsaglia, che ottenne il doppio dei suoi voti. Niente affatto scorato venne eletto il 29 ottobre 1913 con 7310 preferenze contro le 6626 del rivale. Il suffragio universale maschile registrò una partecipazione elevatissima: quasi 14.000 votanti su 17.995 aventi diritto, a conferma che l'ampliamento del diritto di voto voluto da Giolitti era nelle corde dei cittadini consapevolmente partecipi della vita pubblica.
A Montecitorio esordì con un applauditissimo discorso contro il presidente del Consiglio, vaticinandone il tramonto. Non solo per i suoi legami “tripuntini” coi massoni d'Oltralpe, Raimondo si schierò per l'intervento dell'Italia a fianco della Triplice intesa e, come Marcello Soleri e altri, benché deputato indossò la divisa di ufficiale e andò al fronte. Dopo la caduta dello zar Nicola II fu  inviato in “missione” in Russia con altri tre massoni (Arturo Labriola, Innocenzo Cappa e Giovanni Lerda) per convincere il nuovo governo a non uscire dal conflitto. Non sapevano una parola di russo, ma gesticolavano bene e furono applauditissimi, come ricorda Riccardo Mandelli in “I fantastici 4 vs. Lenin” (ed. Odoya). Fondatore del Fascio parlamentare a sostegno della guerra (con Federzoni e altri), nel novembre venne rieletto deputato. Di rientro da un viaggio in Sicilia, all'inizio del 1920 morì a soli 45 anni per un banale attacco di nefrite. Suo fratello Riccardo tentò di calcarne le orme, ma senza alcun successo.
Orazio rimase una meteora: un Personaggio in attesa di una biografia documentata.
Aldo A. Mola

ESULI IN MEMORIA
 ORGOGLIO E PREGIUDIZI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Salvatore BellasichLa “Grande Riforma” di Craxi: al di là del Ventennale
Bettino Craxi. Uno statista italiano morto all'estero vent'anni orsono. Guida del PSI al culmine delle fortune, primo ministro, apprezzato all'estero per le sue intuizioni ideali e culturali. Ora ne irrompono rievocazioni, un mezzo scaffale di libri. Un film pienamente decifrabile da chi già sapeva. Documentari. Molto, forse troppo, perché tutto si affastella nell'era dei troppi “anniversari” usa e getta e dell'alluvione di eventi che bussano procellosi alla porta di casa.
Bettino Craxi, dunque. Morto in esilio volontario o coatto? Per adesso, malgrado tutto e l'impegno generoso di sua figlia Stefania, è ancora esule dalla Storia, dalla percezione che la generalità degli italiani ha del proprio passato prossimo. Le chiacchiere su seconda, terza, quarta Repubblica sommergono la memoria dell'unica vera realtà dell'ormai lungo trentennio dalla deflagrazione dell'Unione sovietica: la sequenza vorticosa di movimenti, cartelli e loghi evanescenti allestiti alla meglio per sostituire, senza fortuna, i partiti (ri)-sorti nel 1942-1945 dalle rovine del regime di partito unico.
Si è perso nel tempo il mònito di Giuseppe Garibaldi, caro appunto a Craxi, che esortava la sinistra democratica post-unitaria a tirar su e a consolidare i muri della Nuova Italia. Poi sarebbe venuta l'ora di discuterne la “tinta”. Bisognava partire anzigutto dal “tetto”. Craxi bene sapeva che quello rabberciato dopo la Cortina di Ferro era datato. Occorreva “la grande riforma”. Tra i suoi fautori vi fu Lelio Lagorio, tra i migliori Ministri delle Forze Armate dell'Italia unita, un avvocato che aveva appreso il culto della Patria dal padre, ufficiale dei carabinieri. Il leader socialista sapeva, insegnava e mostrava nei fatti che l'idea d'Italia si concreta con il progresso delle “classi numerose”, con l'emancipazione dei diseredati, con la promozione dei diritti civili e con l'Europa, che fu suo orizzonte. Dalla congerie di opere che in questi mesi si sono affollate sulla sua figura e da quelle che seguiranno nel corso dell'anno (inclusi convegni e studi per campeggiarla nello scenario di lungo periodo: dal Risorgimento alla crollo dell'URSS) Craxi verrà infine riscattato dall'oblio e dalle deformazioni interpretative? Occorrono pazienza e longevità. Il tempo è galantuomo.
Attilio Prodam: l'esilio come destino storico
Altri italiani faticano invece a uscire dal cono d'ombra. Vanno ricordati in vista del Giorno della Memoria. Ne citiamo due: Antonio Vio, massone del Grande Oriente d'Italia, e Attilio Prodam, della Gran Loggia. Il secondo è stato rievocato nell'“Incontro” su “La Massoneria: un Universo” coordinato da Marzia Taruffi nell'ambito dei Martedì Letterari del Casinò di San Remo con la partecipazione di Luciano Romoli, sovrano e gran maestro della Gran Loggia d'Italia (Palazzo Vitelleschi). Tra i suoi predecessori nel 1950-1953 vi fu appunto Prodam (Fiume, 27 aprile 1877 - Roma, 5 maggio 1957). Correvano anni difficili. Tra i prezzi più alti pagati dagli italiani per la divisione dell'Europa in blocchi contrapposti vi fu il silenzio sulla sorte delle centinaia di migliaia di italiani forzati a fuggire da Dalmazia, Fiume e Istria e sulle vittime della feroce repressione sistematica degli italofoni nelle terre occupate da Tito. In cambio della sua presa di distanza dall'URSS di Stalin  l'“Occidente” stornò l'occhio dai crimini che la Jugoslavia perpetrava ai danni degli italiani al di là del confine imposto col Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e voltò le spalle agli esuli, messi nel passivo generale della “guerra”, che tutto dimentica e persino “giustifica”.
Anche in opere importanti come la autorevole “Storia di Fiume” di Giovanni Stelli (ed. Biblioteca dell'Immagine) e in “Disobbedisco” di Giordano Bruno Guerri (Mondadori), che ha riproposto l'epopea dannunziana nel suo centenario, Prodam è citato fuggevolmente. In “Fiume, città di passione” di Raoul Pupo (ed. Laterza) è del tutto ignorato.
Eppure, come Antonio Vio, Antonio Grossich e Riccardo Gigante, anche Prodam fu protagonista della storia ufficiale della “questione fiumana” e soprattutto di quella “segreta”, fatta di relazioni fitte ma spesso necessariamente “coperte” tra la Zara dei Luxardo, Fiume, Trieste e l'Italia intera. L'importanza del suo ruolo per l'italianità della città quarnerina e per l'annessione di Fiume all'Italia è documentata dall'imponente opera curata da Danilo L. Massagrande, “I Verbali del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume e del Comitato Direttivo, 1918-1929” pubblicato nel 2014 dalla benemerita Società di Studi Fiumani con il contributo del Governo italiano e ampiamente illustrato con documenti conservati nel Museo storico di Fiume (Roma, via Cippico 12).
Il 24 gennaio 1919 il Consiglio Nazionale propose la nomina di Prodam nel Comitato Direttivo e in tale veste dal 31 luglio egli prese parte assiduamente alle sedute del Consiglio Nazionale. In quale scenario e per quali meriti? In vista del centenario della Marcia di Ronchi (12 settembre 1919) e dell'ottimo convegno di studi organizzato a Villalta (Udine) dalla Gran Loggia d'Italia con interventi di Valerio Perna, Ljubinka Toseva Karpowicz e del sovrano-gran maestro Antonio Binni è stata messa in luce la figura del massone torinese Giacomo Treves, fondatore a Trieste della loggia “Guglielmo Oberdan” curiosamente inaugurata il 18 dicembre 1918 dal massonofago Benito Mussolini (grande era la confusione sotto il cielo del confine orientale tra guerra e dopoguerra). Oltre alle due logge di Trieste (la “Oberdan”, appunto, e la antichissima e forzatamente segreta “Alpi Giulie”), a Fiume da un ventennio operava la “Sirius”, nata e vissuta all'obbedienza della Gran Loggia Simbolica d'Ungheria, che affiliava anche polacchi, boemi e austriaci dell'Impero asburgico. Tra i molti il padre di Carlo Schanzer, futuro ministro degli Esteri apprezzato da Giolitti e cognato di Tancredi Galimberti che nel 1939 finì in camicia nera la lunga carriera politica di antico liberale: deputato, ministro, senatore del Regno. Vienna vietava le logge in Austria e nei suoi domini, inclusi il Trentino e la Venezia Giulia, tranne che in Ungheria, ove la massoneria era tutt'uno con la tradizione nazionale e con l'avvento della corona di Santo Stefano, separata da quella dell'imperatore imperatore d'Austria ma calcata da Francesco Giuseppe sulla base del “compromesso” del 1867, seguito alla pesante sconfitta subita nella guerra contro la Prussia e l'Italia, cui Vienna dovette cedere Venezia (tramite Napoleone III). In Ungheria la massoneria evocava i nomi di Lajos Kossut e di Stefano Turr...
Alla vigilia del crollo dell'impero asburgico, gli ungheresi abbandonarono Fiume. Su iniziativa del suo maestro venerabile, Antonio Vio, e dei suoi principali collaboratori, la “Sirius” riorganizzò la loggia in vista del vero obiettivo suo e del Consiglio comunale, che il 30 ottobre 1918 si autoproclamò Consiglio Nazionale, ottenne il consenso plebiscitario della popolazione e, in nome della autodecisione dei popoli (enunciata dai 14 punti del presidente degli USA, Wilson), dichiarò Fiume “unita alla sua madrepatria, l'Italia”. Fu un corsa contro il tempo nel timore dell'avanzata di croati, rompighiaccio (e non solo) del nascente stato “serbo-croato-sloveno” insufflato da Parigi, che (anche tramite il Grande Oriente e la Gran Loggia di Francia) mirava al controllo diretto e indiretto di molte aree dell'impero asburgico in piena deflagrazione. Bisognava fermare sul nascere il progetto di costituire Fiume in “stato libero”, vagheggiato da Riccardo Zanella (su quale Giovanni Stelli ha scritto pagine equilibrate), destinato a “internazionalizzare” la questione di Fiume e a impedirne l'incorporazione nel regno d'Italia.
“Fare” e “fare in fretta”
Fu in quel momento che Prodam assunse l'iniziativa destinata a mutare il corso della storia. Con altri quattro compagni (Giovanni Matcovich, Giuseppe de Meischsner, l'avv. John Stiglich e il rag. Mario Petris) il 29 ottobre intraprese un viaggio rischiosissimo da Fiume a Trieste. Dalla città tergestina raggiunsero Venezia sul piroscafo “Istria” mentre infuriavano aspri combattimenti. Prodam si fece ricevere dal Grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, capo di stato maggiore della Marina, componente del Supremo Consiglio di rito scozzese antico e accettato della Serenissima Gran loggia d'Italia e molto apprezzato da Vittorio Emanuele III, e gli presentò il voto di Fiume: tutelare la città in vista dell'annessione. L'ammiraglio aderì alla richiesta e il 3 seguente inviò una piccola squadra. Formata dalla “Emanuele Filiberto”, scortata da quattro cacciatorpedinieri, questa giunse a Fiume alle 9 mattutine del 4, giorno dal quale entrò in vigore l'armistizio italo-asburgico. Fu accolta da una folla tripudiante. Prodam narrò l'“avventura” nel sontuoso e da tempo rarissimo libro “Gli Argonauti del Carnaro” pubblicato il 25 novembre 1938, ventennale dell'impresa e omaggio a d'Annunzio, volato “altrove” pochi mesi prima con tutti i suoi ricordi, segreti e messaggi, compreso un riferimento estemporaneo a rituali massonici che nulla avvalora (diversamente andrebbe annoverato terziario francescano, domenicano, novizio della Compagnia di Gesù, buddista e chissà cos'altro..., da lettore onnivoro qual fu).
Classe 1877, laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Mittweida (Sassonia), dal 1902 impiegato al “Silurificio Withehead” di Fiume, inventore di un tubo lanciasiluri, camminò nel solco del padre, Giovanni, chimico farmaceutico, patriota garibaldino, ferito in battaglia.
Tre altre volte ebbe ruolo di spicco. All'inizio del settembre 1919, come attestarono due ufficiali presenti al colloquio, Giovanni Host-Venturi (che poi accampò molti meriti) gli mostrò scorato il messaggio sardonico inviatogli da d'Annunzio: “Ardito, perché non ardisti'”. Mentre questi titubava, Prodam partì per Venezia con la figlia, Lisi, che, propiziata da Alvise Foscari, a Palazzo Ducale presentò ad Armando Diaz la sollecitazione a difendere l'italianità di Fiume. Il 6 si fece ricevere da d'Annunzio e gli prospettò l'“impresa”, d'intesa con ufficiali del 1° battaglione del Reggimento Granatieri di Sardegna. Nelle stesse ore Giacomo Treves faceva altrettanto. Il Vate promise a entrambi, all'insaputa l'uno dell'altro, come soleva fare nella “vita orizzontale”. E nella notte tra l'11 e il 12 settembre mantenne.
Decisiva fu poi l'opposizione di Prodam, liberale e monarchico, alla deriva della Reggenza del Carnaro verso una fantasiosa “repubblica” sotto impulso del già anarco-sindacalista Alceste De Ambris. Iniziato massone il 1° agosto 1919 nella loggia “24 maggio 1915” di Venezia, all'obbedienza della Gran Loggia, e rapidamente asceso al grado 33°, Prodam  fondò in Fiume “XXX ottobre”, in ricordo della data fatale. In “tenuta bianca” (cioè senza rituali) vi riceveva personalità per colloqui sul futuro della città quarnerina. Assediato e abbandonato da visionari di passo, il Comandante non aveva alcun progetto realistico. Mentre l'Europa, in fiamme, viveva sotto l'incubo dell'offensiva della Russia in Polonia e l'Italia era alle prese con l'occupazione delle fabbriche, Fiume si avviava al secondo inverno, ai margini della storia dopo la firma del trattato italo-jugoslavo di Rapallo. Anche d'Annunzio talvolta oltrepassò la soglia della “XXX ottobre”, senza però esservi affatto iniziato, a differenza di quanto ventilato pur in mancanza di prove. Lo fu invece suo figlio, Gabriellino, che ebbe compagno di loggia il futuro storico Nino Valeri. Ma quella è proprio “un'altra storia”.
Dopo il “Natale di sangue” (dicembre-gennaio 1920-1921) e le lunghe tergiversazioni del 1921, il 3 marzo 1922 Prodam guidò l'insurrezione armata che costrinse Riccardo Zanella a riconoscerlo presidente del Comitato difesa nazionale. Passo dopo passo quel percorso culminò con l'annessione della città all'Italia e la solenne visita di Vittorio Emanuele III il 16 marzo 1924: giorno di conciliazione nazionale. Sfilarono le organizzazioni del Partito nazionale fascista, di cui Prodam era stato promotore. Ma chi, all'epoca e negli anni seguenti, lì e in tanta parte d'Italia non fu fascista o vicino al fascismo o favorevole al nazional-fascismo visto come approdo del Risorgimento, della Grande Guerra, di un'“idea di Italia” comprensiva e aperta? Il manifesto dei festeggiamenti elencò in bell'ordine tutte le associazioni ammesse alla “sfilata”. Tra le molte decine passarono i Giovani Esploratori Nazionali, la Gioventù Cattolica Italiana, il Gruppo Orchestrale Fiumano, le Loggie (sic) Massoniche di Fiume, il Partito Nazionale Fascista, il Popolare Italiano (cattolico), il Nazionale Democratico (demolaburista), il Club Alpino Italiano, la Dante Alighieri, la Filarmonico-Drammatica e persino la Società contro l'Accattonaggio...
Quali erano le Logge di Fiume e delle terre vicine? Dal Grande Oriente dipendevano la “Italia Nuova”, sorta dalla “Sirius”, con meno affiliati ma sempre tenace. La Gran Loggia oltre alla “XXX Ottobre” contava la “12 settembre 1919”, la “IV novembre” di Pola, la “Premuda” di Zara e altre “Officine” le cui colonne erano state alzate in pochi anni in quella terra di frontiera cara ai Fratelli Ugo Foscolo, Giovanni Prati, Giosue Carducci... Le date, che sono l'“attaccapanni” dello storiografo riluttante all'affabulazione, parlano chiaro. Dal febbraio 1923, un anno prima dell'annessione, il PNF aveva dichiarato l'incompatibilità tra logge e fasci. Però a Fiume fascisti e massoni, cattolici, laburisti e liberali sfilarono insieme “avanti al Re”, senza bisogno di  alcun“duce...”.
Quel mondo rimane in attesa di studi, documenti alla mano. Nel 1925, ancor prima della legge che determinò lo scioglimento delle logge, anche i massoni fiumani divennero bersaglio di indagini e di sorveglianza da parte del governo centrale, peggio che ai tempi degli Asburgo. Negli uffici di polizia si affollarono elenchi, informative, biglietti anonimi… Il 30 dicembre l'avvocato Salvatore Bellasich pro bono pacis non esitò a indicare al prefetto Emanuele Vivorio i nomi di “fratelli” della “Italia Nuova”, tutti massoni notori: Guido Ancona, Aurelio Allazetta, l'ing. Guido Lado, Ariosto Mini (alcuni dei quali, dipendenti pubblici, risultavano prudentemente in sonno...) e sé stesso.
Venticinque anni dopo Attilio Prodam fu eletto sovrano gran commendatore della Gran Loggia d'Italia, in successione al leggendario Raoul Palermi. Lo rimase tre anni: 1950-1953. Operò come sempre per il ricongiungimento della sua città all'Italia, come fece il “fratello” Manlio Cecovini a Trieste. I corpi massonici marciavano divisi per colpire uniti...
Orgoglio e pregiudizio
Di quelle figure va fatta memoria mentre si parla di recupero della memoria “a parti intere” (a cominciare da quella di Craxi) e ancora imperversa la demonizzazione della massoneria. Da una parte vi è l'orgoglio di una “storia” dalla quale “trarre gli auspici”, del dovere compiuto; dall'altra il pregiudizio. Lo statuto della Lega, cioè di un “partito” che aspira a governare l'Italia da solo o con alleati talvolta trattati da vassalli, afferma che “la qualifica di socio ordinario militante è incompatibile con l'iscrizione o l'adesione a qualsiasi altro partito o movimento politico, associazione segreta, occulta o massonica...”. Su quale base storica, culturale, civile, giuridica si fonda l'ostracismo della massoneria, associazione del tutto compatibile con lo Stato? Se si trattasse solo di un circolo privato, “nulla quaestio”. Ognuno è libero di chiudersi nello steccato che preferisce e suonare la cornamusa o lo scacciapensieri a piacer suo. Ma in un Paese che è sorto e risorto da lunghe e dolenti lotte per la libertà anche grazie alle Comunità massoniche nel 150° di Porta Pia il “pregiudizio” non può andare al “potere”. Condannerebbe all'esilio in patria tanta parte dei cittadini, e non dei peggiori, come appunto Prodam e Vio, entrambi morti lontani dalla città ch avevano voluto unire all'Italia. Dimenticati? Esuli dal “ricordo” della loro Patria? Non sono i soli, si diceva all'inizio. La “memoria” non va ridotta a un giorno all'anno. Dev'essere più perenne del bronzo. Senza più pregiudizi. 
Aldo A. Mola

RIBOLLE IL GRANDE MAGMA
 IL SOCIALISTA SANCHEZ AL GOVERNO DELLA SPAGNA. EUROPA PIU' DEBOLE, MEDITERRANEO PIU' INSICURO
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Vitriol a Mayotte    
11 novembre 2019. Dopo un paio d'anni di borboglii, da trentacinque chilometri sotto terra un immenso magma esplode, genera un vulcano sottomarino dalla pericolosità ancora da sondare, sposta di alcuni centimetri l'isola di Mayotte nell'Arcipelago delle Comore, tra il Madagascar e l'Africa, e l'abbassa di circa 20 centimetri. Non c'entrano né le variazioni climatiche, né l'inquinamento atmosferico né il peso dei turisti. È la Terra che dice la sua: un globo azzurro e verde in superficie, di fuoco all'interno. Di quando in quando erutta. Con esiti sgradevoli.
Accade altrettanto nella “politica”.
Lo stesso 11 novembre 2019 gli spagnoli per la quarta volta in due anni si sono recati alle urne, croce e delizia della “democrazia parlamentare”. Le elezioni, lo sappiamo, sono il sistema meno infelice per legittimare dirigenza e governo. Però sappiamo anche che esse non sempre dicono la “verità”, e non solo nei regimi di partito unico, ove si risolvono in farsa, ma anche altrove, dove sono ingabbiate in leggi e procedure che lasciano mano libera agli eletti per giochi di potere dominati da ambizioni personali mentre occorrerebbero progetti di lungo periodo. È appunto il caso della Spagna. Il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) ha una cupola di “baroni” in tensione crescente con il sistema costituzionale e lo Stato stesso.
Da Mayotte la Terra ha mandato un segnale. Un preoccupante “ronzio” da lì si è diffuso in ogni angolo del pianeta. Il messaggio è chiaro: meno chiasso in superficie, più auscultazione delle profondità. È l'ora del “Vitriol”: “visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”, insegna degli Alchimisti, dei sapienti che non fanno da zerbino ai Potenti di turno ma sono votati al Progresso delle Scienze. Maghi? Stregoni? Massoni? O semplicemente cittadini che non fanno baccano per futili motivi perché sanno che il Tempo passa “e quasi orma non lascia”? A Mayotte la Terra ha emesso un respiro profondo, come suol fare, senza consultare chi ne popola la superficie: talora animato da molta “pietas” e rispetto verso la Gran Madre, talaltra con spocchiosa arroganza. Alcuni ne temono le scosse e percepiscono che prima o poi potrebbe arrivare la catastrofe. Altri invece pensano che a placare e a imbrigliare i sommovimenti della Saturnia Tellus bastino canti e suoni di putipù.
Il rischio del blocco continentale
A volte, però, non è la Natura Maligna a generare borboglii e a provocare sconquassi abissali. Sono gli uomini, abbacinati da “miti” artificiosi, passioni stagionali, eruzioni cutanee. Trent'anni in Italia addietro fu il caso dell'estemporanea invenzione dei “celti”. Forse non tutti i suoi turibolanti ricordavano che “celtico” era stato sinonimo di “morbo gallico”, ovvero della sifilide il cui contagio gli italici imputarono ai francesi anziché alle proprie incaute intemperanze.
Ma altri sono oggi i contagi e ben più drammatiche le conseguenze a breve e a lunga distanza delle faglie che si stanno aprendo tra Terraferma e Gran Bretagna. Due secoli dopo il “blocco continentale” ordinato da Napoleone I per mettere in ginocchio gli inglesi adesso sono questi a decretare il blocco contro il Vecchio Continente. Approdo di popoli migranti che si accavallarono, combatterono e dominarono l'un l'altro in guerre feroci, proprio mentre in molte plaghe e suburbi è ormai più simile al Brasile che alla Sassonia oggi la Gran Bretagna si chiude in se stessa: autosegregazione. Dal canto suo l'Unione Europea si riduce a sommatoria di quattro Stati (Germania, Francia, Italia e Spagna) e di una pleiade di Paesi minori, soggiogati da satrapi eterodiretti (Polonia, Romania, Bulgaria...) e di statucoli dalle dimensioni inversamente proporzionali ai capitali che vi trovano rifugio (il riferimento a Belgio e Lussemburgo, ben inteso, non è affatto casuale, per tacere dei principati di Andorra, Monaco e Liechtenstein).
La Spagna, dunque: Mayotte dell'Europa ventura?
La Spagna ci riguarda da vicino. Torino e Genova sono più vicine a Barcellona che a Santa Maria di Leuca. La loro distanza da Madrid è pressoché uguale a quella da Palermo. La percorrenza e i cambi in areo si equivalgono. Vale per le persone come per le merci: anzi, la Spagna ha “corsie privilegiate” verso i porti italiani, documentate nei secoli e consegnate ai corsi e ricorsi della storia. Una volta erano i Romani a espugnare Numanzia; poi furono gli spagnoli a dominare l'Italia.
Nell'età presente, se la Spagna va male, va male l'Europa. Se la Spagna è più debole, l'Europa conta di meno nel mondo, che parla spagnolo dalla Patagonia a metà degli Stati Uniti d'America. Se la Spagna declina, l'Italia ha tutto da perdere, perché il Mediterraneo diviene più stretto e le sue coste settentrionali tornano vulnerabili. Le prime ripercussioni negative ricadrebbero sull'Italia nord-occidentale, oggi periclitante per il collasso delle comunicazioni ferro-stradali con l'Oltralpe. Perciò il futuro della penisola iberica dovrebbe essere in cima all'agenda di qualsiasi persona sensata, sia per l'ormai incombente Brexit sia per gli argomenti ventilati da Erdogan a sostegno della riconquista della Libia da parte dei turchi: vendicare la sconfitta subìta da Istanbul nella guerra del 1911-1912, quando l'Italia di Vittorio Emanuele III e Giolitti mosse contro l'impero turco-ottomano per liberare gli arabi dal dominio turco al quale erano sottoposti da quattro secoli.
Il governo di minoranza di “Sanchez il Ricattabile”
In attesa che quel che resta dell'Europa faccia un serio esame di coscienza sul suo stato attuale e sulle prospettive, il “caso Spagna” richiama l'attenzione.
Con l'“investitura” del socialista Pedro Sánchez a capo del governo formato da Psoe e da Uniti Possiamo (o “Podemos” come comunemente detto il partito capitanato da Pablo Iglesias e dalla sua compagna, Irene Montero), il 7 gennaio la Spagna ha fatto un balzo all'indietro di ottant'anni. La maggior parte dei commentatori nostrani ha salutato l'avvento di un “governo di coalizione” anche a Madrid, come in altri Paesi europei, quasi fosse un passo avanti verso la “normalizzazione” dopo un quarantennio di governi, ora socialisti democratici, ora del Partito popolare. Hanno ignorato (o finto di ignorare?) che i governi di coalizione in Germania e Italia nacquero dall'alleanza virtuosa tra grandi forze (prevalentemente socialisti democratici e cristiani non clericali), forti di ampia maggioranza. Le coalizioni costano un po' di sacrificio (“sforbiciare le ali” diceva Franco Venturi, insuperato storico dell'Illuminismo) ma assicurano lunghi periodi di stabilità. Mettono tra parentesi i motivi di contrapposizione e fanno leva su valori e obiettivi comuni: la ricostruzione, l'ampliamento della partecipazione democratica, la convergenza tra cittadini e istituzioni, tra la dimensione originaria dello Stato e la Comunità internazionale. Governi di coalizione durarono in Italia col centrismo degasperiano e con il centro sinistra sino al governo presieduto da Bettino Craxi. Furono gli anni del miracolo economico, del palpabile avvicinamento tra Nord e Sud col potenziamento della rete ferro-stradale, demandata a completare l'unità nazionale frenata dal dirottamento di risorse dagli investimenti civili alla guerra nel 1914-1918 e dal rovinoso quinquennio 1940-1945.
La coalizione il 7 gennaio varata a Madrid è di tutt'altra natura. Sánchez ha ottenuto l'investitura a presidente del governo solo alla seconda votazione, con appena 167 voti a favore (PSOE e Podemos) contro 165 e 18 astensioni. È un governo di coalizione, sì, ma tra tinte di un solo colore: è rosso-paonazzo e al tempo stesso di “stretta minoranza”. Si è salvato per un pelo grazie e una deputata delle Canarie che ha rotto la “disciplina di partito” e solo in virtù all'astensione della Sinistra repubblicana catalana che vuole la Catalogna repubblica indipendente. Una sua esponente ha dichiarato alle Cortes (la Camera spagnola) che non le importa un “fico” (traduciamo così) della governabilità della Spagna, che per lei è ancor oggi una dittatura, un regime fascista. Per lei peggio va Madrid, meglio è per i visionari che in Catalogna hanno rimosso i ritratti del Re, Felipe VI di Borbone, impongono l'uso del catalano (una “linguina” rispetto allo spagnolo, secondo idioma del pianeta) e marciano in convergenza niente affatto segreta non con il “ragionevole” Partito nazionale basco ma con “Bildu”, erede ideologico della sanguinaria ETA. Dinnanzi ai ceffoni loro inflitti alle Cortes da repubblicani e nemici dell'unità della Spagna tanto Sánchez quanto i suoi alleati non hanno battuto ciglio. Hanno taciuto. A loro premeva incassare l'“investitura” e formare finalmente l'agognato governo: venti ministri e quattro vicepresidenti. Mai come in questo caso ha vinto la fame di poltrone, del resto occupate da anni senza un consenso maggioritario ma solo grazie a una legge elettorale che premia il partito prevalente in collegi disegnati per un Paese del tutto diverso dall'attuale. 
Ciliegina sulla torta della coalizione è stato il voto favorevole dell'unico deputato del movimento “Teruel existe”, eletto a metà strada fra Sagunto e Calatayud, lembo della “Spagna profonda” dipinta come “vacía”: desolata, in abbandono, sede di un vescovado comprendente l'incantevole Albarracin. Il riscatto dei Turolensi, però, non passa attraverso la contrapposizione masochistica tra Periferia e Centro, ma tramite gli investimenti stranieri e la saggia amministrazione dei fondi europei, che hanno fatto la fortuna di regioni quali la Andalusia. Il nuovo governo madrileno assomma microcefalismo localistico (catalano, neo-etarra, turolense, un po' canario...) e autocefalismo socialistoide di Pedro Sánchez, che per anni ha brandito come clava la rimozione della salma di Franco dal Valle de los Caídos in combutta con Carmen Calvo, antagonista dell'andalusa Susana Díaz: un dualismo che riproduce in miniatura la distanza abissale tra “Pedro, el Guapo” (rapidamente avvizzito) e Felipe González, un gigante del socialismo democratico europeo.
Il nuovo governo ha per base un programma di decine di titoli e centinaia di capitoletti (tipo il fallimentare “contratto di governo” pattuito da Lega e M5S nel maggio 2018), elusivo dei veri problemi della Spagna odierna: scongiurare la deflagrazione dello Stato in frammenti alimentati dall'odio verso sé stessi.
Per fortuna sua e dell'Europa dalla morte di Francisco Franco (statista in attesa di valutazioni equilibrate sul suo quarantennio di “jefatura del Estado”) la Spagna è una monarchia costituzionale, voluta e apprezzata dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti. Come convennero anche comunisti alla Santiago Carrillo, re Juan Carlos de Borbón y Borbón era consustanziale alla Spagna “como la sopa de ajo”. Cresciuta dalla Transizione (che ebbe per timonieri costituzionalisti “di sinistra” quale Gregorio Peces-Barba, anima dell'Università “Carlos III” di Madrid) la Spagna odierna ha alto prestigio internazionale, un'economia invidiabile e un assetto giuridico di prim'ordine, attestato dal Tribunale Supremo nella spinosa vertenza di Oriol Junqueras, il catalano separatista eletto eurodeputato ma condannato a 13 anni di carcere e quindi ineleggibile perché temporaneamente privo di diritti politici.
Sarà vera gloria?
Proprio per la sua solidità e per l'ordinamento istituzionale la Spagna è bersaglio di chi mina l'Unione Europea attraverso l'esasperazione di localismi e di movimenti indipendentisti e secessionisti largamente finanziati dall'estero, talora sorretti da un clero locale dimentico dell'universalità della Chiesa che ebbe nella Spagna uno tra i suoi più importanti “attori”.
Comunque il cammino del governo Sánchez-Iglesias non si annuncia affatto facile. A presentargli il conto saranno anzitutto gli estremisti che lo hanno “investito” e i separatisti che il 7 gennaio gli hanno spianato la strada con l'astensione, attendendolo però al varco con pretese avulse dalla storia, quali l'avvento di una Repubblica indipendente di Catalogna, che spaccherebbe l'unità della Spagna, getterebbe metà della popolazione catalana contro l'altra metà, del tutto contraria a convulsioni arcaiche e costringerebbe chi va nella penisola iberica a valicare una frontiera di troppo: l'opposto di quanto occorre.
Come noto, un passo di quel genere troverebbe inoltre innumerevoli imitatori in Spagna (dalla Galizia ai Paesi Baschi) ma anche in altri Stati, inclusa l'Italia dove fioriscono spinte centrifughe per la gracilità della tenuta culturale unitaria e il declino della coscienza storica che si espresse nelle opere di Benedetto Croce, Federico Chabod, Ruggiero Romano, Giuseppe Galasso..., per i quali Italia ed Europa sono tutt'uno e il pensiero liberale comprende tante possibili varianti (dai radicali ai socialisti) all'insegna dei valori della democrazia parlamentare e della moralità della politica, posta al centro della riflessione dal robusto saggio di Tito Lucrezio Rizzo, L'etica, soffio del Divino attraverso le Istituzioni più amate dagli italiani (pref. di Tullio del Sette, ed. Aracne).
Fatalmente Sánchez si troverà presto a misurarsi con partiti e movimenti centrifughi. Ad ambiguità, riserve mentali e giochi al rimpiattino seguiranno tensioni e fratture.
È da prevedere che la lezione dell'11 novembre non verrà ignorata dalla Spagna maggioritaria nel Paese, centrista, moderata, europeista, e che al prossimo non remoto turno elettorale le divisioni tra Partito popolare, Ciudadanos (una cometa presto spenta) e Vox cederanno il passo ad accordi e a convergenze elettorali collegio per collegio (uniti si vince). Anche a legge elettorale immutata, basta poco perché il centro-destra prevalga e ponga le basi per un governo effettivamente duraturo e capace di esprimere l'unità tra Istituzioni e cittadini.
Un'ultima constatazione s’impone. In frangia culturale nostrana, numericamente esigua ma politicamente influente, ha nutrito a lungo pregiudizi nei confronti della Spagna, identificata con “nemici storici”, quali gli Asburgo e i Borbone: dinastie che, con imperatori e re, esercitarono in Italia il ruolo che gli italiani non seppero svolgervi sino all'avvento di Casa Savoia, perno dell'unificazione nazionale. Quella è comunque storia passata. L'attuale e la ventura hanno un altro nome, la latinità e le radici “umanistiche” evocate a fondamento del Trattato dell'Unione; un'Europa nella quale Paesi come l'Italia e la Spagna hanno motivo di sentirsi più che mai affratellati, superando all'interno e all'esterno i particolarismi ideologici, etnocentrici (che poi a volte sono poco più che tribali) e confessionali, tutti residui del “secolo lungo”: il Novecento, scandito dalla guerra dei trent'anni (1914-1945) e dalla lacerante divisione in blocchi militari contrapposti, durante la guerra fredda e la sua tragica appendice nei Balcani sino alle soglie del Terzo Millennio.
Aldo A. Mola

IL CENTENARIO. LA CONFERENZA DIPLOMATICA DI SANREMO, APRILE 1920
 QUANDO A SANREMO FRANCIA E GRAN BRETAGNA SI SPARTIRONO LE SPOGLIE DEI VINTI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 05 Gennaio 2020, pagg. 1 e 11.
 

Castello Devachan SanremoLa Porta del Paradiso abbarbicata a Sanremo
Ebbe per scenario il “Castello Devachan” la Conferenza diplomatica che tra il 19 e il 26 aprile 1920 prese decisioni tuttora gravanti sulla storia mondiale e, s'intende, sulla porziuncola di nome Italia. Lo vediamo mentre nell'afasia dell'Unione Europea e nel borbottio della Farnesina la Turchia ha deciso l'intervento militare in Libia, due passi da noi, per rivendicare il Califfato e si teme che nel Vicino e Medio Oriente possa esplodere una guerra apocalittica (subito pagata “alla pompa” dei carburanti quasi fosse già in corso). “Devachan” nella parlata locale è detta la Villa che, poco a occidente dal centro Sanremo, con la collina del Berigo per sfondo, contempla il mare. Sul suo nome infuriarono dispute filologico-interpretative del tutto in contrasto col suo recondito messaggio: “secondo cielo del paradiso dell'anima”, raggiunto o almeno intravisto da chi s'inerpica verso il Nirvana. Fu “impostata” dal proprietario, John Horatio Sevile, conte di Mexborough (1843-1916), che di rientro dall'India, convertito al buddismo, la dedicò alla seconda moglie, Lucy. Era ed è un angolo di Paradiso, appunto...
Ma si sa che le vie dell'Inferno sono lastricate di buone intenzioni e, talvolta, di denominazioni e “cartelli” invano bene auguranti. Nella vita il conte curò molto l'arredo arboreo del suo spazio tra il cielo, il mare e la costa sulla quale è abbarbicata la Villa perfezionata nel 1909 in stile liberty da Pietro Agosti, sindaco di Sanremo. Come poi insegnò José López Rega, “el brujo”, i colori e i profumi esalanti dai fiori ispirano visioni e pensieri alti. Da uno all'altro proprietario il Castello passò nelle mani di Edoardo Mercegaglia, che fu in rapporti con Francesco Saverio Nitti. Ancora non è chiaro come e perché proprio tra quei primi tepori primaverili del 1920 vi si adunò la Conferenza diplomatica (con militari aggiunti: per l'Italia Pietro Badoglio) che decise e in parte ratificò la spartizione degli imperi coloniali dei vinti, Germania e Turchia. L'Italia, pronuba, rimase a bocca asciutta.
Cent'anni dopo, la Conferenza diplomatica di Sanremo merita una rievocazione non convenzionale, sibbene con gli occhi aperti sulle sue conseguenze ultime. Per coglierne la portata occorre fare un paio di passi all'indietro nel tempo. La Storia procede a ritmo lento, pesante, ciclica. Felice chi riesce a contemplarla scansandone gli “effetti collaterali”, da osservatore anziché da vittima, de a narrarla sine ira et studio.
Dalla “Società” alla “Lega” delle Nazioni
Nel gennaio-giugno 1917 il Grande Oriente di Francia (GOF) e la Gran Loggia di Francia (GLF) stilarono lo statuto della Società delle Nazioni. Fu un progetto della massoneria francese, consenzienti il Grande Oriente d'Italia (GOI) e una decina di altre Comunità massoniche di Paesi (come la Spagna e lembi dell'America centro-meridionale) ancora estranei alla Grande Guerra che da tre anni stava devastando l'Europa. L'impero russo era sconvolto dalla rivoluzione. Quello turco era alle prese con la rivolta araba, che ebbe nell'inglese Thomas Edward Lawrence il suo eroe eponimo (o mosca cocchiera?). Il 6 aprile gli Stati Uniti d'America avevano dichiarato guerra alla Germania. “Marianne” doveva accelerare il passo prima che il corso gli eventi le scappasse di mano. Quella prima Società delle Nazioni nacque euro-centrica: identica rappresentanza per ogni Stato, quale ne fosse il numero degli abitanti, bandiera con tante stelle e un sole arancione.
I due grandi maestri del GOF e della GLF, Georges Corneau e il generale Paul Peigné, avevano molti assi nella manica: il loro patto di ferro con il governo di Parigi, la totale identità con il Grande Oriente del Belgio, che aveva preceduto quello di Francia nell'abolizione del “Grande Architetto dell'Universo” quale intestazione dei “travagli d'officina”, il pieno sostegno dei radical-socialisti e dei vertici militari e, soprattutto, l'affiliazione di esuli politici della Serbia, futura Jugoslavia, e della Boemia, perno della futura Cecoslovacchia. Da un secolo la massoneria francese “esportava” classe dirigente alla guida degli Stati nascenti nell'Europa orientale (Romania, Bulgaria, Serbia...). Mentre il governo italiano aveva ancora idee confuse sul futuro dell'Impero austro-ungarico (secondo il ministro degli Esteri Sidney Sonnino esso doveva sopravvivere al conflitto), Parigi era per il suo annientamento. Mirava alla “repubblicanizzazione d'Europa” come in Requiem per un impero defunto (Mondadori) ha scritto François Fejto. Perciò lo statuto della Società delle Nazioni franco-massonica ebbe per caposaldo l'“autodeterminazione dei popoli”. Ancor tutta da tracciare in termini geo-politici, nelle aree mistilingue questa doveva esprimersi attraverso plebisciti. L'Italia scoprì tardivamente di essere entrata in guerra a fianco di chi non le voleva tanto bene. Anzitutto la Francia, che mirava ad aggirarla a est affermando la sua supremazia sull'Europa orientale (Polonia, Bulgaria, debitamente sconfitta e “depurata” dall’originaria prevalenza germanica e, appunto, gli Stati nascenti, inclusa l'Ungheria, la cui Gran Loggia Simbolica dall'origine era ispirata da Parigi, che mirò anche a presidiare Fiume). In secondo luogo la Serbia che non nutriva alcuna gratitudine verso Roma e aspirava al controllo dell'Adriatico, in netto antagonismo con i sogni italiani di talassocrazia, sia pure nella modesta dimensione dell'Adriatico. Non basta dichiarare la sovranità nazionale sui mari: bisogna affermarla coi fatti.
Sempre investita dalla martellante offensiva germanica, vulnerata da ammutinamenti repressi con decimazioni e da scioperi, nel 1917 Parigi si affrettò a divulgare il suo “progetto” di pace universale “pro domo sua” per battere sul tempo interferenze americane. Ricorse anche a emissari in Russia, per obbligare l'ex impero zarista, spossato, a rimanere in armi. L'Italia si schierò nettamente contro l'ipotesi di subordinare i confini futuri a referendum, che infatti non vi vennero mai celebrati a differenza di quanto era avvenuto con le annessioni del 1848-1870. La prevalenza di germanofoni nell'Alto Adige e di slavofoni a est di Gorizia e in Istria avrebbe azzerato i “compensi” pattuiti con l'accordo di Londra del 26 aprile 1915 e gli immensi sacrifici sopportati dal paese in due anni di guerra. Il Grande Oriente d'Italia si allineò alle direttive del governo nazionale. Ad affrettare il cambio concorsero il disastro di Caporetto, il timore dell'avanzata austro-germanica sino all'Adige o al Mincio, del crollo dell'unità nazionale per insorgenza dei socialisti, decisi a “fare come in Russia”, e dei cattolici, convinti che occorreva mettere fine alla “inutile strage”, tanto più che di lì a poco si scoprì che su richiesta di Roma l'Intesa escludeva la Santa Sede dal futuro “congresso di pace”.
La concezione francocentrica della Società delle Nazioni si scontrò con l'indifferenza della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, delle Grandi Logge degli Stati Uniti d'America e con l'astensione della Gran Loggia Alpina in nome della neutralità della Svizzera. Ma il vero colpo di grazia lo inferse l'8 gennaio 1918 il presidente degli USA, Woodrow Wilson, a lungo ed erroneamente ritenuto massone, con l'enunciazione dei 14 punti per la pace futura. Per fondare la “pace nel mondo”, l'“America” propose l'istituzione della Lega generale delle Nazioni, ben diversa dalla Società delle Nazioni. Per garantire l'indipendenza politica ai piccoli come ai grandi Stati, Wilson disconobbe ogni valore ai patti internazionali pregressi, declassati a accordi “privati”, e precisò che la rettifica delle frontiere italiane doveva essere effettuata “secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili” (punto 9°).
La spartizione dei popoli… incivili
Inchiodata a una visione italo-centrica del conflitto, ancor oggi dominante nella “storiografia” nostrana su guerra e dopoguerra, Roma non comprese affatto la portata del progetto wilsoniano, poi codificato nello statuto della Lega approvato a Parigi il 26 aprile 1919 e inserito quale premessa a tutti i trattati dettati dai vincitori ai vinti (Germania, Austria, Ungheria, Bulgaria e Turchia) tra il 28 giugno 1919 e il 10 agosto 1920. L'articolo 20 del Trattato di Versailles abrogò tutti i patti pregressi tra i suoi membri, ritenuti incompatibili con lo statuto della Lega, mentre non lo era la “dottrina Monroe”, cioè “l'America agli Americani”, inserita nello statuto della Lega quale art.21. Questo stabilì che “i popoli non ancora capaci di reggersi da sé nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno” sarebbero stati affidati alla “tutela” delle nazioni progredite che “in ragione delle loro risorse, della loro esperienza o della loro posizione geografica erano meglio in grado di di assumere questa responsabilità”. Allo scopo furono ideati tre generi di “mandati” secondo il grado di sviluppo dei popoli da… civilizzare.
Alcune “comunità” del fatiscente impero ottomano (non esplicitamente indicate: si pensava alla Siria, all'Egitto e all'Iraq) vennero ritenute capaci di reggersi da sé, sia pure con consigli e aiuti di un Mandatario; altre (in specie dell'Africa Centrale) andavano invece affidate direttamente a Mandatari; altri territori infine (quali  l'Africa del Sud-Ovest e isole del Pacifico australe) venivano  senz'altro incorporati nella sovranità del mandatario, completi dei loro abitanti.
Le paci di Versailles, di Saint-Germain (10 settembre) e di Neully (17 novembre) non chiusero affatto la complessità del contenzioso tra vinti e vincitori. Gli italiani rimasero preda della rivendicazione di Fiume, tardivamente chiesta da Roma in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915. La “questione fiumana”, divenuta incandescente con la “marcia di Ronchi” e la sedizione militare guidata da Gabriele d'Annunzio il 12 settembre 1919, catalizzò l'opinione pubblica italiana su un aspetto marginale dell'assetto europeo postbellico, nel cui ambito il caso di Fiume era tessera di un caleidoscopio di “crisi”, e la distrasse da questioni di gran lunga più importanti, quale la spartizione dell'impero turco e delle colonie dell'impero di Germania.
Italia senza bussola...
Al pettine della storia vennero tutti i nodi della politica estera dei governi susseguitisi in Italia dalla conflagrazione europea agli armistizi. Quale condizione della rescissione dell'alleanza difensiva tra Roma, Berlino e Vienna e l'intervento in guerra a fianco di Parigi, Londra e San Pietroburgo, nel 1914 il ministro degli Esteri Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, aveva proposto la costituzione di una Quadruplice Alleanza, come documenta GianPaolo Ferrajoli in un'opera magistrale e insuperata sul grande diplomatico siculo-normanno ispiratore di I Viceré di Federico De Roberto. L'Italia doveva entrare in guerra “alla pari”, previa verifica di tutti i patti istituiti tra gli alleati. Però, morto San Giuliano, il nuovo titolare degli Esteri, Sonnino, d'intesa con il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, stipulò invece un accordo di “accessione” alla Triplice: un “arrangement” asimmetrico. Roma non venne informata dei patti di ferro preesistenti sull'assetto postbellico. Il comandante supremo Luigi Cadorna se ne lamentò, invano, anche nell'estate 1916, quando il governo Boselli tra il 24 e il 28 agosto decise la dichiarazione di guerra alla Germania.
Gli errori della politica estera si ripercossero sulla conduzione della guerra. Cadorna usava dire che l'Italia avrebbe riconquistato la Libia sul Carso. Vinta la guerra sul fronte principale, avrebbe avuto tutti i titoli per farsi valere nel confronto con “alleati” poco “amici”. Invece il governo distrasse truppe su altri fronti. Arrivò anzi al paradosso. Decise una “spedizione” in Albania e se ne assunse la responsabilità militare diretta: fu un'impresa finita male per la pochezza del governo, dei militari inviati allo sbaraglio, degli “alleati” (anzitutto  i francesi) che non la videro di buon occhio, e degli albanesi. Fu la prova che la guerra è cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei “politici” e che la politica estera è altrettanto importante. Va affidata a diplomatici dotati di comprovate capacità: anzitutto malleabilità e duttilità, aurei requisiti ignoti allo spigoloso Sonnino.
Da Versailles a Sanremo
La delegazione italiana a Versailles rimase celebre per dilettantismo e cocciutaggine. Dopo le sue molte prove negative, il governo fu sfiduciato poco prima che il Congresso finisse. “Faute de mieux”, il 28 giugno Orlando e Sonnino figurarono firmatari del trattato di pace, ma già sostituiti. Caso unico nella storia. Il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, si trovò sulle spalle la passività del governo precedente, il colpo di mano di d'Annunzio a Fiume, la diffidenza degli altri governi. S'aggiunse la sconfitta di Wilson nelle elezioni e il rifiuto degli USA di aderire alla Lega delle nazioni, che pertanto rimase per sempre orfana del suo ideatore. 
Londra e Parigi fecero subito un passo verso il passato: tornarono alla visione euro-centrica della Società (non più Lega) delle Nazioni. La sua sede, originariamente ipotizzata a Londra, poi spostata a Parigi, fu infine accampata a Ginevra in attesa che venisse terminato il sontuoso Palazzo, adeguato alle sue ambizioni. Ebbe un organigramma complesso e più ampolloso che funzionale, ma nessuna forza armata, neppure simbolica. Avrebbe emesso voti, raccomandazioni e magari anche deciso sanzioni economiche contro i propri membri discoli (fu il caso dell'Italia, quando dichiarò guerra all'Etiopia). Perciò la SdN si ridusse a porta girevole di Stati che entrarono e uscirono secondo le convenienze. L'Italia, che era tra i Quattro Grandi originari (Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) vi tenne una condotta discontinua, alternando retorica e polemiche.
Il primo appuntamento importante per dirimere le grandi questioni lasciate aperte dalla sequela di trattati di pace del 1919 fu proprio al “Secondo cielo del Paradiso dell'anima” in Sanremo nell'aprile 1920. Alla Conferenza allestita al Castello Devachan parteciparono il primo ministro francese Alexandre Millerand, il britannico David Lloyd George, l'ambasciatore del Giappone Keishiro Matsui e Nitti, che nella biografia del 1984 Francesco Barbagallo paragona nientemeno che a Camillo Cavour (Utet, p.366). La “Porta del Paradiso” era suggestiva, il paesaggio incantevole, la compagnia eccellente, l'ospitalità memorabile. Poiché lo zucchero disponibile andò rapidamente esaurito, giunse in soccorso l'Hotel de Nice.
Alle spalle la Conferenza di Sanremo ebbe anche gli antichi accordi Sykes-Picot per l'egemonia franco-britannica su Vicino e Medio Oriente. Il governo italiano ovviamente non ne era stato informato. Gli anglo-francesi ignorarono tutti i precedenti riconoscimenti di indipendenza della Siria, includente il Libano, Iraq ed Egitto. Con molto sussiego la Francia dichiarò di assumere direttamente l'amministrazione della Siria. La Gran Bretagna fece altrettanto con Mesopotamia, Palestina ed Egitto. A Sanremo furono ratificate le decisioni assunte a Londra nel febbraio precedente. E l'Italia? Quasi zero. Ottenne il riconoscimento di Rodi e del Dodecanneso, che possedeva da quasi dieci anni, e l'utilizzo di Konya e Antalya sulla costa di quella Turchia che da decenni contava ampie comunità italofone e persino varie logge massoniche sia del Grande Oriente sia della Gran Loggia d'Italia.
Di più. A Sanremo venne definita la spartizione delle colonie dell'Impero di Germania, che già ne era stato privato dal trattato di Versailles. Parte andarono alla Gran Bretagna, parte alla Francia e in quota minore addirittura al Belgio, che era e rimase l'esempio peggiore della colonizzazione più ottusa, come si vide quando nel 1960 Bruxelles lasciò il Congo, subito teatro di guerre orrende e carneficine, tra le cui vittime vanno ricordati anche i militari italiani assassinati a Kindù e il segretario generale dell'ONU, Dag Hammarskjold (l'aero sul quale viaggiava venne sabotato).
Da San Remo a Sion
La vera novità di Sanremo però fu un'altra: l'approvazione della Dichiarazione Balfour del 1917 che riconosceva il “focolare ebraico” in Palestina. Fu una concessione al sionismo blando, che in sé non è affatto un “male” ma legittimo rifugio di un popolo soggiogato, annientato in patria, costretto alla diaspora dai tempi degli imperatori Tito e Adriano e perseguitato per millenni. Del resto il “focolare” venne incluso nella Palestina, sotto mandato di Londra, poco incline a riconoscere speciali privilegi agli ebrei.
Oltre due anni dopo, il 24 luglio 1922, l'accordo di Sanremo ebbe veste “definitiva” con la risoluzione della Società delle Nazioni redatta in inglese, arabo ed ebraico. Mandataria rimase la Gran Bretagna. Venne riconosciuto un “organismo ebraico conveniente” col diritto di “dare pareri all'amministrazione della Palestina e di cooperare con essa in tutte le questioni economiche, sociali, ed altre suscettibili di interessare lo stabilimento della Sede nazionale ebraica e gli interessi della popolazione ebraica in Palestina”. Il Mandatario s'impegnò a “facilitare l'immigrazione degli ebrei, ferma restando la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della regione a qualsiasi razza o religione appartenessero”, e assunse “la responsabilità dell'ordine e della decenza dei Luoghi Santi, compresi i diritti esistenti” per “assicurare il libero accesso ai Luoghi Santi, agli edifici ed ai luoghi religiosi e il libero esercizio del culto per tutti gli abitanti della Palestina”. Tutte partite ancor oggi aperte e sempre più in forse per l'esasperazione degli opposti fanatismi.
Il tramonto di Nitti
Ci voleva la villa di un buddista per arrivare a una visione universale della religiosità e della pace?
Un mese dopo la Conferenza diplomatica di Sanremo, fallimentare per l'Italia, Nitti venne messo in minoranza. Il 22 maggio formò un secondo governo, sempre con Vittorio Scialoja agli Esteri. Crollò un mese dopo e cedette il passo al settantottenne Giolitti, presidente del suo quinto e ultimo governo (1920-1921). Nelle “Memorie di un fesso” (ed. Forni) il “fratello” Alberto Giannini ha vergato un ritratto indimenticabile di “Cagoia”, come Nitti venne appellato da d'Annunzio.
Qualcuno forse deplora che a Sanremo in quell'aprile di cent'anni orsono l'Italia non sia riuscita a strappare qualche lembo di terre lontane, un pezzetto di Tanganika, di Africa Australe, della Mesopotamia e, chissà mai, non abbia rivendicato il Monte Ararat. In quel dopoguerra, però, essa già non sapeva come condursi in Eritrea, Somalia e Libia, tutta da riconquistare. E soprattutto doveva ricostruire se stessa dalle macerie della guerra, vinta sul campo ma persa con l'indebitamento dello Stato, passato da 7 a 90 miliardi di lire dell'epoca. La delusione tuttavia rimase. Cocente. La sfruttarono i nazionalisti, il d'Annunzio della Vittoria mutilata e, più abile di tutti, Benito Mussolini, che poi ritenne di lenirla con la conquista dell'Impero d'Etiopia: un'impresa anacronistica, costata una fortuna, naufragata in soli cinque anni: 1936-1941.
Perciò merita tornare a Sanremo, per intravvedere il Castello Devachan, ombra di un sogno fuggente. Apprezzarvi l'aurora, l'esalazione dei fiori, il sentore del mare, il crepuscolo. È il “mondo” uguale nei secoli, migliorato dal “Maestro” Mario Calvino e dai suoi emuli. “Porta” dell'unico  Paradiso sicuro: un lembo di questa “valle di lacrime” ove rileggere in santa pace Epicuro e Lucrezio, al riparo dai “rumori molesti”.
Aldo A. Mola

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