Proposte Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Proposte

                                        In questa sezione segnaliamo editoriali, articoli, note, recensioni e saggi brevi di interesse.
 
 
LEGIONARI FIUMANI
 PER I “LUMI” E LA FRATELLANZA DEI POPOLI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Settembre 2019, pagg. 1 e 11.
 

Gabriele D'Annunzio - FiumeLegionari in cerca di un lavoro qualunque
“Compagni legionari, Vengo a Voi con queste mie poche righe per farvi sapere che sono ancora legionario fedele come nel Natale 1920. Io dopo che sono venuto da Fiume non o più un giorno tranquillo senza lavoro prego Voi che siete in torino di cercarmi un lavoro da qualunque sia lavoro in fabrica da cameriere. Voi che siete legionari fedeli fatemi una risposta su questo. Un saluto fedele da un legionario che a dato la vita per la causa fiumana”. Così scriveva da Ceva Giovanni Vaniglia  il 21 febbraio 1922 alla “Federazione Legionari Fiumani di Torino (via Urbano Ratazzi, n° 11)”, affidando il messaggio senza troppi pudori a una cartolina postale. 
Il 13 luglio, ricevute per posta la tessera associativa e la medaglia di Ronchi, il cuneese Celeste Giovanni Rosso, parimenti legionario, a sua volta scrisse a Giacomo Treves, presidente della sezione torinese della Federazione: “E mi a fatto molto piacere nel sapere che lei se ne interessava di me per trovarmi una occupazione la quale mi fa molto piacere. Sei mesi fa avevo fatto domanda alle ferovie dello Stato come guardia di Vigilanza ma non oh mai avuto risposta. E adesso qui a Cuneo non si trova niente del lavoro. Percio spero nella sua gentile persona che mi trovera una occupazione”. Rosso, sergente a Fiume nella Compagnia “D'Annunzio”, in una precedente lettera aveva narrato che, “ragazzo del '99”, aveva combattuto nella “Guerra contro l'Austria” ed era stato ferito il 16 giugno 1918, all'inizio della Battaglia del Solstizio. Tenne a precisare a Treves: “Oh una medaglia D'argento”. Di  professione manovale, perduti il padre e la madre e senza lavoro, gli inviò quattro lire per la tessera sociale e “per la piccola medaglia di Ronchi”. Si affidava a Treves, corpo e anima degli italo-fiumani d'Italia, promotore dell' “impresa”. Le sue “Carte” sono una ricca miniera. 
Quale  progetto? Il silenzio del Re. 
 Quando Vaniglia e Rosso, stretti dalla fame, scrivevano a Treves, eran trascorsi un paio d'anni dal “Natale di sangue” del 1920. L'Italia era molto diversa: ormai a un passo dalla crisi del sistema. A parte una eletta schiera di personalità di spicco (ufficiali, artisti, letterati, sindacalisti, venturieri...) col gennaio 1921 la generalità dei legionari era tornata nei ranghi di una quotidianità per i più dolente. Tra l'autunno del 1919 e l'estate seguente a Fiume si erano ammassati da 7 a 10.000 militari e volontari, molti per scelta motivata, altri al traino dell'entusiasmo dei superiori. È superfluo ricordare le tappe del percorso accidentato dell'“impresa”. Mentre Riccardo Zanella puntava su una città-stato autonoma sulla traccia dell'antico “corpus separatum” e dei privilegi riconosciuti a Fiume dall'Impero asburgico, alcuni dal 30 ottobre 1918 ne chiesero l'annessione all'Italia. Ruolo eminente vi ebbero il sindaco Antonio Vio, affiliato alla loggia massonica “Sirius”, attiva dal 1901, e, di seguito, la loggia “Guglielmo Oberdan”, fondata a Trieste dal torinese Giacomo Treves (1882-1947). Il 12 settembre Gabriele d'Annunzio d'intesa proprio con lui guidò a Fiume reparti militari che, qualunque giudizio si voglia esprimere sulle loro motivazioni ideali, a quel modo vennero meno alla consegna e sotto il profilo dei codici risultarono “sediziosi”, tanto a giudizio di Giovanni Giolitti quanto di Luigi Cadorna, due personalità apparentemente lontanissime ma unite nel senso dello Stato. Di sicuro Vittorio Emanuele III (di cui nessuno si è occupato nel Centenario) fu puntualmente aggiornato sugli eventi da parte dei suoi servizi informativi. Il Re non interferì sul loro corso: paralleli alla condotta del governo, avrebbero potuto propiziare una diversa inclinazione delle Cancellerie estere mentre rimaneva aperta la stipula dei trattati di pace con l'Ungheria, la Bulgaria e la Turchia (Trianon, molto importante proprio con riferimento a Fiume; Neuilly e Sèvres). Dieci giorni dopo la “marcia di Ronchi” il Sovrano convocò il Consiglio della Corona che il 25 si tradusse in un nulla di fatto. Dopo il primo afflusso di reparti in assetto di guerra, si susseguirono altri arrivi alla spicciolata. A fine ottobre il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Domizio Torrigiani, recatosi appositamente a Trieste, negò nettamente ogni sostegno alla ventilata marcia di legionari fiumani su Roma. Fiume rimase un laboratorio, ove a fianco di d'Annunzio si alternarono militari (come Giovanni Host-Venturi), politici (Giovanni Giuriati) e utopisti corrivi a volere il mondo a loro immagine e somiglianza come il Mostro dell'Apocalisse. Dapprima venne inventata la Lega dei popoli oppressi (brutta copia di quella ipotizzata nell'aprile 1918 a Roma), poi fu promulgata la Carta del Carnaro, scritta dall'anarco-sindacalista Alceste De Ambris e volta in bello stile dal Vate, che assunse la Reggenza di Fiume, una città ove circolavano valute d'ogni genere, abbondavano generi di lusso ma scarseggiavano viveri.
Wilson: se cediamo Fiume chiederanno New York
Quando accettò/assunse il comando dell'impresa, D'Annunzio non aveva alcun progetto politico definito. Si donò a Fiume e (fedele al motto “io ho quel che ho donato”) ne prese il comando. Fu il  gesto sublime di un artista impolitico uso a sfidare la sorte, come tante volte aveva fatto nel corso della vita e specialmente nella Grande Guerra, con ammirevole coraggio. Ma, come nel 1915 aveva osservato Giolitti, per sentimento ognuno può gettare la propria vita, non quella di un Paese. In realtà i promotori dell'impresa contavano sull'annessione immediata in risposta al colpo di mano. Però il governo di Roma non era assolutamente in grado di proclamarla. L'Italia doveva fare i conti con l'Europa di allora e soprattutto con gli Stati Uniti d'America, il cui presidente, Woodrow Wilson, era nettamente contrario a quelle che riteneva richieste pretestuose. Osservò gelidamente che se all'Italia fosse stata concessa Fiume perché abitata “anche” da italofoni allo stesso titolo Roma avrebbe chiesto New York. Dopo una serie di “testa-coda” ricostruiti scrupolosamente da  Giovanni Stelli in “Storia di Fiume dall'origine ai giorni nostri” (Ed. Biblioteca dell'Immagine), d'Annunzio, Comandante prima, Reggente poi, al termine di una battaglia che costò quasi cinquanta morti e duecento feriti tra militari italiani e legionari il 18 gennaio lasciò Fiume senza particolare enfasi, preceduto da 47 casse su due camion, come ricorda Giordano Bruno Guerri in “Disobbedisco” (Mondadori). Il 28 gennaio approdò a Gardone, sceltogli da Tom Antongini. Lo trasformò nel Vittoriale degli Italiani,  fondendo il proprio estro col genio dell'architetto Gian Carlo Maroni.  
La rete del Fratello Giacomo Treves
E i legionari? I meno fortunati furono proprio i giovani “di leva”, delle classi 1900-1901, che a Fiume erano andati sicuri che la “città di vita” avrebbe mutato l'Italia, l'Europa intera e le loro condizioni individuali, ma poi ci vissero male, disgustati da episodi di criminalità e dal palese contrasto tra lo sfarzo di alcuni e le ristrettezze dei più. Tornarono ai luoghi d'origine, dispersi nel vortice di un'Italia alle prese con tensioni sociali, disoccupazione, scioperi, scontri anche sanguinosi fra opposte fazioni. A Fiume non si avvertì la drammaticità dell'occupazione delle fabbriche nell'Italia nord-occidentale, scattata nel settembre 1920, in coincidenza con l'avanzata dell'Armata sovietica verso la Polonia, nella prospettiva della rivoluzione generale, dall'Europa orientale alla penisola iberica. Chiusa la grande avventura, i “fiumani di complemento” non dimenticarono i mesi della grande illusione, tra riti patriottici, privazioni, delusioni. “Muti e silenziosi” (come furono ritratti da un legionario novarese il 15 luglio 1922 al presidente della loro sezione piemontesi) essi non furono dimenticati da quanti, come Giacomo Treves, assunta all'origine la responsabilità dell'impresa, non ne rinnegarono mai il valore ideale.
Gli “italo-fiumani” non si trincerarono nel reducismo, in racconti inter pocula dell'esperienza vissuta. Continuarono a sentirsi quali erano stati e si ritenevano: “Sempre pronti”. Se ne possono individuare tre diverse stagioni. In primo luogo la Federazione Nazionale Legionari Fiumani, ramificata in tutta Italia con lo scopo di annodare i legami tra quanti avevano donato parte della loro vita a un ghiribizzo senza capo né coda. Proprio Treves assunse il compito di tirare le fila di una rete che doveva annodare quanti fossero ancora disposti a camminare sull'esile filo della lotta per la liberazione e la fratellanza tra le nazioni in cerca di Stato (vi era anche il suo “focolare ebraico” in Palestina) e dei principi irrinunciabili di libertà, uguaglianza e fratellanza. 
Nel dicembre 1921, un anno dopo la tragica fine della Reggenza, Treves raccolse un manipolo di sodali che dichiararono di appartenere alla “Squadra d'Annunzio” e giurarono perciò di adempiere il loro dovere “e mantenere segreto” su quanto avessero appreso. Era un tipico giuramento massonico.
Treves aveva varie frecce al suo arco: anzitutto i dannunziani veri, quelli della prima ora, sempre fedeli al Comandante, un progetto politico/culturale (la Unione spirituale dannunziana) e la massoneria. Le scoccò anno dopo anno. Non raggiunse l'obiettivo, ma conservò intatta la sua “missione”: tenere fermamente separata l'“impresa” da chi mirò ad appropriarsene, a cominciare dai fascisti. Va ricordato a quanti ancor oggi confondono l'impresa di Fiume col fascismo, come si è veduto con le proteste della Croazia contro lo scoprimento di un d'Annunzio seduto, libro in mano, in una piazza di Trieste nel centenario della marcia di Ronchi.  
Anche Enrico Togliatti, fratello del “Migliore”, tra i fiumani Piemontesi
La vicenda fiumana è tanto più complessa e va studiata documenti alla mano.
Sin dalla primavera 1910 gli italo-fiumani ebbero in Piemonte uno dei loro punti di forza. Lo prova il numero unico “Per la notte di Ronchi e per l'alba del Carnaro. Alalà” pubblicato il 12 settembre 1920 dal Comitato Pro Fiume e Dalmazia, fondato il 14 aprile e divenuto referente ufficiale della Reggenza il 9 settembre. Presieduto dal generale Angelo Chiarle, il Comitato comprendeva la contessa Sofia di Bricherasio, Nino Daniele, addetto alla propaganda, e un folto numero di militari, aristocratici, liberi professionisti tra i quali Amalia d'Incisa, Alessandra Medici del Vascello, Margherita di Mirafiore, la baronessa Daviso di Charvensod, Gabriellino d'Annunzio, Giuseppe Vidari, il conte Barbavara di Gravellona, Gustavo Talmone... Tra le “adesioni alla causa” pubblicò i messaggi di Ildegarde Occella, Mario Gioda (segretario del Fascio), Eleonora Contin Ferria, presidente delle Madri dei Combattenti, Daniele Bertacchi, nazionalista e futuro deputato fascista, Luigi Sturani. Alla sottoscrizione “per la causa” aderirono con tributi di varia entità centinaia di dannunziani tra i quali Vittorio Cian, Attilio Begey, Mario Bersano, Barbara Allason, Enrico Togliatti, fratello minore del più noto Palmiro, Elia Rossi Passavanti, che a Fiume scoprì Margherita Incisa di Camerana e, sorprendentemente, la loggia Propaganda Massonica di Torino, omonima ma non identica a quella di Roma e tuttavia titolata a parlare per l'Ordine.
Tramite suoi emissari, il Grande Oriente ebbe ruolo precipuo nella promozione del mito di Fiume e nella sua salvaguardia da abusi impropri. Vi dedicò anni Giacomo Treves, iniziato alla “Ausonia” di Torino il 17 giugno 1913. Anzitutto egli concorse a dar vita alla Federazione Nazionale Legionari fiumani. Tra le sue carte si rinviene l'elenco completo dei componenti. Il decollo avvenne tra mille difficoltà, a cominciare dalla provvista di “divise” e di “segni distintivi” a prezzi di favore. Nel passaggio da uno all'altro “segretario”, lo Spirito dell'Uroburo e le Vaghe Stelle dell'Orsa fecero i conti con la “consegna” di timbri, matite, gomme, cianfrusaglie, debitamente rendicontate. 
Poi tornò a splendere il sole, con la costituzione dell’Unione spirituale dannunziana, costituita su proposta di Eugenio Coselschi per fondere la Federazione dei Legionari e quella degli Arditi, ormai agonizzanti. Suo segretario fu il capitano Umberto Calosci. Contò subito su sezioni regionali. In Piemonte ebbe quelle di Torino (segretario Giacomo Treves), Novara (Aronne Manera), Alessandria (Aleardo Borghi, che però manco ritirò le tessere da distribuire ai soci) e Saluzzo per la provincia di Cuneo (Raffaele Malatesta). In Liguria ebbe segreterie a Genova (la cui sezione però si dichiarò autonoma) e a Porto Maurizio.
Le distanze dei Legionari dal fascismo...
Da quasi un secolo dura l'interrogativo sulla connessione logico-cronologica tra impresa di Fiume e avvento del governo Mussolini, tra i rituali sperimentati dal Vate e i discorsi del duce alle “folle oceaniche”. D'Annunzio fu il Giovanni Battista del regime? I suoi seguaci si accodarono al fascismo? Sia la Federazione Nazionale dei Legionari sia l’Unione Spirituale dannunziana documentano una realtà del tutto diversa. In primo luogo la generalità dei legionari rimase fedele a due capisaldi: l'Italia prima e al di sopra dei partiti, la libertà nella fratellanza, dei singoli e dei popoli. Enzo Mecheri, segretario nazionale della FNLG, il 10 maggio 1922 intimò a quello della sezione torinese, Pallieri: “I Legionari iscritti agli altri partiti devono prima dimettersi dai medesimi se vogliono far parte della Federazione”. Identica era la posizione di Treves, presidente della sezione torinese della Legione Gabriele d'Annunzio, che scriveva su carta del Comandante (“Ardisco e non ordisco”). Da Alessandria il diciannovenne Gino Morini, già capofila di una squadra composta esclusivamente di ex combattenti, con undici istruttorie alle spalle per ferimenti, lesioni, ecc., desideroso di gettarsi anima e corpo nell'idea del Comandante, a sua volta osservava a Pallieri che “l'idea fascista, da movimento di nazione qual era, va sempre più degenerando, e contraendo tutti gli inevitabili compromessi che sono propri di ogni partito”. Poiché era “sempre stato più per D'Annunzio che per Mussolini” era deciso a costituire  nella sua città una sezione o gruppo per diffondere l'Associazione Legionari”. Si poteva “amare l'Italia senza bisogno di essere un partito”.
Il Bollettino dell’Unione Spirituale Dannuziana  è un inno alla libertà, eco vibrante della “missione ideale affidata dal Comandante ai Legionari di Fiume”. Non vi mancano frecciate ironiche contro il servilismo opportunistico di chi a Napoli cambiò l'intitolazione di una scuola elementare (dal pedagogista libertario Francisco Ferrer y Guardia al maestro Benito Mussolini) e contro Roberto Farinacci (massone pentito) che incitava gli squadristi ad aggredire i dannunziani. In effetti per i Legionari era prossima la “soluzione finale”. Dapprima i fascisti liquidarono a bastonate i “dissidenti”, come Cesare Forni, Alfredo Misuri, Massimo Rocca..., poi criminalizzarono i massoni, infine si scagliarono contro i dannunziani, colpevoli di essere stati i precursori della battaglia per la più grande Italia, “Diis Sacra” come il Comandante scrisse nell'esergo di “Per l'Italia degli Italiani” (1923) suggellato dalla tragica meditazione “Cantano i morti con la terra in bocca e le carene valicano i monti” (27 settembre 1922), quanto di più avverso al “regime” sia stato scritto prima e dopo la farsesca “marcia su Roma” del 31 ottobre seguente.  
Ormai a corto di “munizioni” l'Unione Spirituale all'inizio del 1925 diramò la sua prima circolare dell'anno. A parte l'indignazione per l'arresto di Calosci, deplorò le “violenze fasciste” contro l'Associazione Nazionale Combattenti e ordinò a tutti i Legionari di iscriversi all'ANC. Ricordò di aver concorso al sorgere e al formarsi dell'Associazione “Italia Libera” (fucina di antifascisti irriducibili) e ammonì che Nazione e Stato “non sono qualcosa che capricciosamente si improvvisa ma una continuità storica insopprimibile”. Diffidò dall'aderire alla “Milizia Adriatica” inventata dall'anguillesco Eugenio Coselschi (dieci anni prima radiato dalla loggia “Michelangelo” di Firenze per assenteismo e morosità) e additò l'obiettivo supremo: “Nessuna causa fu più bella, più santa dell'attuale! Bisogna riconquistare la libertà”. 
...e per l' “Italia Libera” del Grande Taciturno
Tutti dovevano ispirarsi al Grande Taciturno, “prigioniero del duce”.
Tra gli italo-fiumani quelli del Piemonte non mostrarono mai dubbi nell'anteporre d'Annunzio a Mussolini e, in maniera altrettanto radicale, la monarchia al partito fascista, le cui origini e componenti repubblicane conoscevano bene. Ne fu specchio Giacomo Treves, orgoglioso della nomina a cavaliere e commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia (22 aprile 1920 e 15 gennaio 1924) e ufficiale (classe 4^) dell'Ordine della Corona del Montenegro, conferitogli dalla Reggente Milena il 19 maggio 1922, per i “servizi speciali resi al popolo montenegrino”. Mentre archiviava i “saluti affettuosi” che gli telegrafava il Comandante, anche lui si preparava alla traversata del deserto, ma non immaginava la sterzata del 1938: le leggi razziali che avrebbero suscitato lo sdegno del Vate se la Grande Visitatrice non gliele avesse risparmiate, liberandone definitivamente lo Spirito dall'“involucro” il 1° marzo di quell'anno cruciale.
Aldo A. Mola  

 
I LIBERALI IN ITALIA?
 PER I “LUMI” E LA FRATELLANZA DEI POPOLI
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 8 Settembre 2019, pagg. 1 e 11.
 
L'antica contrapposizione dei liberali ai reazionari  
La nascita del nuovo governo di coalizione tra M5S (che si dichiara né di destra né di sinistra), Partito democratico (conglomerato di cattolici, socialisti e altro) e Liberi e Uguali ripropone l'attualità di domande da troppo tempo in attesa di risposta. Chi sono i “liberali”? Silvio Berlusconi, presidente di “Forza Italia”, rivendica con orgoglio che i partiti da lui promossi e guidati in un quarto di secolo furono e sono intrinsecamente non “di destra” ma “centristi”, propriamente liberali ed europeisti. È innegabile. “Liberale”, originariamente aggettivo, è termine di tale pregnanza che da due secoli è anche sostantivo, soggetto di storia (“chi sostiene e professa principi di libertà”, scrive il dizionario). Lo divenne due secoli fa in Spagna, quando i liberali si contrapposero ai reazionari. I primi volevano vincolare la monarchia alla costituzione, precisamente a quella approvata dalle Cortes autoconvocate a Cadice nel 1812: una “Carta” ispirata da profondo ottimismo cosmico. Affermava, per esempio, che i cittadini devono essere buoni. Il potere del Re derivava dalla volizione della nazione: un principio a ben vedere ribadito dalla costituzione del 1978, garante della Spagna odierna. I reazionari, invece, miravano all'affermazione della priorità metastorica del sovrano rispetto a quello dei cittadini. Il monarca tale è per grazia di Dio. Le leggi promanano da lui. 
I liberali spagnoli (e di lì a poco quelli portoghesi, che affrontarono problemi analoghi, anche per il “regolamento dei conti” fra madrepatria e impero coloniale) divennero punto di riferimento di quelli italiani, più di quanto all'epoca lo fossero gli inglesi e i francesi, sia per i legami secolari tra Madrid e gran parte degli Stati d'Italia, sia perché il regime franco-napoleonico non aveva lasciato un ricordo esaltante fra i liberali italiani, sino alla svolta dell'“impero liberale” varato da Napoleone al rientro dall'Elba, quando ebbe il consenso anche di Benjamin Constant e di Simonde de Sismondi.
La libertà: un principio morale senza frontiere
Lasciando per ora alle spalle quel passato remoto, alla domanda chi siano oggi i liberali e come si collochino nell'arco politico dell'Italia odierna si può rispondere che essi derivano la loro identità dal sostantivo: la libertà. Il liberismo, cioè una specifica dottrina economica, è un aspetto non esaustivo del liberalismo, come a suo tempo Benedetto Croce scrisse in controcanto a Luigi Einaudi. Per quanto apparentemente superfluo, va precisato che la libertà non è né di destra né di sinistra. È un ideale, un postulato, un principio morale. Essa è motore e al tempo stesso frutto di millenni di lotte dall'antichità ai giorni nostri. È privilegio di un numero tuttora molto ristretto di donne e di uomini di una parte molto circoscritta del Pianeta. 
In Italia, aggiungiamo, da metà Settecento la libertà è stata costruita decenni dopo decenni da minoranze che non  agirono per vantaggi propri ma perché credevano nel progresso generale dell'umanità, senza frontiere. Non sono parole al vento. In Italia da metà Ottocento a metà Novecento, esponenti insigni del liberalismo di portata europea sono stati, fra altri, Silvio Pellico, Cesare Balbo, Massimo d'Azeglio, Camillo Cavour, Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi... Tutti pensatori e statisti che hanno mirato alla liberazione di moltitudini di persone che manco sapevano di avere la corda al collo perché vi erano abituate da secoli.  
Quei liberali, veri e grandi, fecero leva sul sovrano, sul Parlamento e sull'opinione degli elettori per compiere e far compiere più celeri passi avanti sulla via dell'incivilimento. Fecero leva sullo Stato perché in sé le leggi non sono affatto nemiche delle libertà. Così era al tempo della monarchia rappresentativa, così è oggi ai sensi della Costituzione vigente. Lo Stato non è avversario delle libertà. Ne è garante.
Se per “sinistra” si intende liberazione dal dispotismo di “pieni poteri” e da “precetti” contro natura, allora si può convenire che il liberalismo trovò espressione nel democristiano Alcide De Gasperi: un “centro” che guarda anche “a sinistra”, verso orizzonti che la maggior parte dei cittadini non sempre intravede perché troppo assillata dalla quotidianità. Non nutre speranze per sé e diffida dei giovani. 
La catastrofe della Scuola e della Ricerca sono i due segnali del declino di un Paese che se non ritrova lo spirito liberale che ispirò l'unità nazionale si chiude in se stesso mentre il mondo cambia alla velocità accelerata dalla telematica. 
Internet è come la libertà: non è né di destra né di sinistra. C'è. Tutto dipende da chi e da come lo utilizza. Se lo usano liberali anziché tiranni è ottimo, sennò no. È come il Proclama di Moncalieri del 20 novembre 1849, con il quale Vittorio Emanuele II chiese agli elettori di votare una Camera di buon senso. Esattamente come ha fatto Giuseppe Conte quando ha invitato i cittadini a sostenere un governo che si propone di dare concretezza a un “nuovo umanesimo”, sorretto da un ministero all'Innovazione con l'obiettivo di dar corpo alla “cittadinanza digitale”, traguardo ancora lontano in un paese tecnologicamente arretrato qual è il nostro.
I principi generali del liberalismo universale
La risposta alla domanda sull'identità e sulla collocazione dei liberali d'Italia va dunque cercata nella storia. Il liberalismo non è un partito. Non è un catechismo. Non ha un “manifesto”. È uno “stato d'animo”, così etereo che se ne può scrivere solo premettendo che non se ne vuole proporre alcuna definizione. Semmai è doveroso precisare che cosa non fu, per evitare che venga confuso con altro, con le sue negazioni. Per esempio, esso promuove la liberazione dei popoli oppressi, l'avvento delle Nazioni senza Stato, ma non ha nulla a che vedere con il nazionalismo, che si è sempre tradotto in negazione della libertà e della fratellanza tra i popoli.  
In premessa va chiarito inoltre che non esiste il “liberalismo italiano”. Sarebbe una contraddizione, perché la libertà è universale. Esiste invece il liberalismo “in” o “di” Italia: scintilla della visione cosmica espressa da Ludwig van Beethoven nel coro della Nona Sinfonia, giustamente adottato quale inno dell'Unione Europea. Dovrebbero ricordarsene Oltre Manica e nei tanti lembi d'Europa (dalla Catalogna all'Ungheria, che fu e per noi rimane la patria di Lajos Kossuth) ora infetti da pulsioni separatistiche, isolazionistiche, pseudo sovranistiche... 
Nella seconda metà del Settecento, cioè in tempi più ravvicinati di quanto paia se ci si misura con la storia universale, in Italia il liberalismo attecchì in cerchie ristrette di persone colte, che si fecero carico di estendere la propria visione del mondo a chi aveva il potere di decidere (sovrani e principi “illuminati”) a beneficio di quanti, per condizioni storiche, non erano in grado di scegliere. Esso fece parte di un movimento filosofico, politico e costumale di portata intercontinentale. Il 4 luglio 1776 i delegati di tredici Stati Uniti d'America dichiararono i motivi della loro secessione dal dominio inglese, con parole semplici e chiare, che meritano di essere ricordate: gli uomini “sono creati” uguali, dotati di diritti inalienabili, quali la vita, la libertà, la ricerca della felicità. I cittadini hanno diritto di mutare la forma dei governi se questi conculcano i loro diritti. I delegati si appellarono al Supremo Giudice dell'Universo. Su quella scia tredici anni dopo, il 17 agosto 1789, l'Assemblea nazionale francese approvò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino: gli uomini “nascono” liberi e rimangono liberi ed uguali nei diritti; il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell'uomo; tali diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; l'esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo può essere limitato solo dalla legge. Tutto ciò che non è vietato dalla legge non può esser impedito e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina. Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l'ordine pubblico stabilito dalle legge. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge. Poiché la proprietà è un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica lo esiga in maniera evidente e previa giusta indennità....
Quei principi avevano alle spalle secoli di fanatiche guerre di religione, conflitti tra Stati governati da autocrati interessati ad ampliare i loro domini più che a migliorare le condizioni dei loro sudditi. I migliori tra i sovrani dell'età moderna vennero assassinati. Fu il caso di due re di Francia, Enrico III, ispiratore del “partito dei politici”, che tentò invano di arginare il sanguinoso conflitto tra cattolici e ugonotti, ed Enrico IV, che pragmaticamente si convertì da ugonotto a cattolico per pacificare la Francia e sognò che ogni suo abitante avesse in tavola un pollo quotidiano. A suo modo precorse il pensiero del presidente americano Franklin D. Roosevelt (per inciso, un massone) secondo il quale la libertà di parola e di religione  dev'essere accompagnata dalla libertà dal bisogno e dalla paura della guerra. Per gli “occidentali” odierni quei principi sembrano ovvi, scontati. In realtà furono e sono conquiste, da rincalzare ogni giorno. Il preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite (San Francisco, giugno 1945) e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (Parigi, 10 dicembre 1948) hanno ribadito i cardini del liberalismo. Gli italiani avevano e hanno bisogno di rileggere quelle “Carte”. Esse sono rispecchiate dalla Costituzione vigente, che, senza retorica, è tra le più liberali del pianeta.
L'attualità di Cavour, Giolitti ed Einaudi 
Sorge allora la domanda: il liberalismo è “di destra”? Al riguardo esistono una narrazione e una confusione in netto contrasto con la verità dei fatti, perché dal 1943 il liberalismo in Italia è stato identificato con movimenti e partiti contrapposti a due suoi avversari (o nemici) formidabili. Esso venne combattuto e negato dal clericalismo arcaico, che entrava nella vita quotidiana dei cittadini e pretendeva usare la legge per soggiogare non solo i corpi ma anche gli spiriti, e dal totalitarismo comunista, eterodiretto dall'Unione Sovietica, che mirò a imporre il suo modello ideologico e sociale ovunque fosse giunta l'Armata Rossa, agognata anche da parecchi italiani. L'inclusione nella Costituzione dei Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929 suggellò la temporanea convergenza di quei due “blocchi”. Poiché i partiti liberali (o “laici”) persero seguito elettorale e per contingenti motivi di schieramento nelle aule parlamentari si arroccarono sulla destra, risultò comodo classificare il liberalismo come ideologia o ideario “di destra”. A volta la contiguità fisica creò una confusione ulteriore e peggiore: quasi i liberali fossero una variante degli eredi ideologici del fascismo nelle sue due varianti, quella pre e post 1943. 
Per meglio comprendere la direzione di marcia dei liberali “in” o “di” Italia basta rievocarne alcune figure rappresentative e le loro imprese fondamentali. Asceso al governo quando il regno di Sardegna, riconosciuta l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, abolì ogni discriminazione per valdesi e israeliti, Camillo Cavour si batté a sostegno delle “leggi Siccardi” che cancellarono i privilegi medievali del clero, come ricorda la stele elevata a perpetua memoria in piazza Savoia a Torino. A quel tempo il generale Alfonso La Marmora andava di persona ad arrestare l'arcivescovo di Torino, Fransoni, e lo conduceva nel forte di Fenestrelle, donde poi fu mandato in esilio. Concordata la convergenza di centro-sinistro (sic) con l'alessandrino Urbano Rattazzi, Cavour affrontò un decennio di marosi. Quando, dopo l'armistizio di Villafranca (luglio 1859) gli subentrò al governo, Rattazzi varò leggi destinate a durare settant'anni: sulla scuola (firmata dal cattolico moderato milanese Gabrio Casati), su Comuni e Province, sul riordino dell'amministrazione locale. Impossibile classificare quei liberali come “destra” se per tale si intenda chi si oppone al progresso popolare. Non lo furono i ministri che risanarono il bilancio sino ad assicurare il pareggio di esercizio nel 1876: Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Quintino Sella, tenace nel volere l'ingresso in Roma dell'esercito italiano agli ordini di Raffaele Cadorna (20 settembre 1870), costato il rinnovo della scomunica per il re, i ministri, i parlamentari, il Risorgimento stesso. 
Nel discorso politicamente più importante dopo il 1876 (Busca, 29 ottobre 1899), su suggerimento di Urbano Rattazzi jr il liberale Giovanni Giolitti spiegò: “I nostri reazionari d'oggi non appartengono alla scuola politica del conte di Cavour. Una politica reazionaria dovrebbe contare principalmente sulla forza armata”, cioè sull'impiego dell'esercito contro i cittadini. “Per ottenere la libertà – egli aggiunse -  i nostri padri sacrificarono vita e averi; saremmo noi figli così degeneri da sopportare in pace che ci venga tolta? L'Italia deve essere governata con la libertà e con la legalità”, per soddisfare ai desideri della grande maggioranza del paese, attenuare il malcontento e far quadrato attorno alla monarchia rappresentativa, pilastro portante dello Stato.  
Non furono certo “di destra” le grandi riforme politiche, sociali ed economiche del primo quindicennio del Novecento e l'introduzione del diritto di voto maschile quasi universale. Esse promossero l'avvicinamento tra cittadini e istituzioni e il progresso del Mezzogiorno. Giolitti fu meridionalista non a parole ma con la forza delle leggi e la collaborazione di ministri e consiglieri come i siciliani San Giuliano agli Esteri e Finocchiaro Aprile alla Giustizia, il calabrese Antonio Cefaly, i Senise. Nel suo quinto e ultimo governo chiamò alla Pubblica istruzione il napoletano Benedetto Croce.
Sarebbe miope classificare “di destra” il liberalismo di Luigi Einaudi, che da giovanissimo scrisse nella “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves e persino nella “Revue Socialiste” fondata da Benoit Malon e puntò sul liberismo proprio quale volano per sciogliere l'economia dai lacci della burocrazia. Ministro del Bilancio restaurò per quanto possibile la finanza pubblica, restituì fiducia nell'Italia all'estero e nell'opinione dei cittadini, quelli che quotidianamente votano andando al lavoro e affidano i risparmi al sistema creditizio (a cominciare da quello postale, ideato da Sella). La Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, con Einaudi ministro, vicepresidente del Consiglio, presidente della Repubblica, fece propri alcuni capisaldi dell'età liberale. Impossibile classificarla “di destra”. Né lo fu il governo presieduto da Giuseppe Pella, antico allievo del “Sommeiller” di Torino.
Ecco dunque, in sintesi, che occorre ripensare in termini storiograficamente corretti e politicamente avvertiti l'identità tra libertà e progresso. Poco contano le sigle di chi è al governo. Ciò che davvero preme è il suo progetto. È la direzione di marcia: libertà nella legalità, europeismo, valorizzazione della Comunità internazionale in vista della pace, bene supremo per l'incivilimento dei popoli. In prospettiva storica Cavour, Giolitti, Einaudi e la moltitudine di ministri, parlamentari e uomini di Stato che ne assecondarono l'opera si mossero nel solco del liberalismo quale faro dell'Europa che stava trovando continuità logico-cronologica nell'assetto del Nuovo Mondo, dagli USA alla pleiade di Stati sorgenti dal collasso degli imperi coloniali iberici, un processo tuttora in corso. 
Altrettanto vale per il ruolo dello Stato che si incarna nell'istituzione suprema: la monarchia costituzionale ieri, la presidenza della Repubblica oggi. Chi scorra i requisiti attribuiti all'una e all'altra dallo Statuto albertino e dalla Costituzione vigente vi coglie consonanze profonde, come ha ricordato il convegno a tal riguardo organizzato a Palazzo Carignano in Torino lo scorso 12 giugno dal Gruppo Croce Bianca. Anche a tale riguardo occorre fare chiarezza sia nella corretta ricostruzione della storia, sia nella terminologia: la monarchia non è “di destra”, è garanzia di equilibrio.
Si ha motivo di guardare con serenità al futuro del Paese? Il liberalismo è scritto nella Costituzione ed è penetrato profondamente nella vita quotidiana, più di quanto solitamente si ammetta. È come l'aria. Se ne sente subito bisogno quando viene a mancare. E allora si ricorre ai rimedi. Di sicuro esso ha anche una sua dimensione e manifestazione storica e presente: un vastissimo “centro”, che non si conta solo in termini di voti, di seggi (a Roma o al Parlamento europeo) ma sulla base del civismo diffuso e della capacità di immaginare e concorrere a costruire il futuro: quella “innovazione” che il governo promette di voler promuovere e assecondare ed è necessità storica dell'Italia, un Paese nato dalla lotta per l'indipendenza, l'unità e la libertà. 
Aldo A. Mola

SETTEMBRE 1919 
 IL CONSIGLIO DELLA CORONA E L'ITALIA SULL'ORLO DELL'ABISSO
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 1 Settembre 2019, pagg. 1 e 11.
 
Italia del dopoguerra: solida nella realtà, debole nell'immagine
Cent'anni fa l'Italia visse traumi di gran lunga più gravi degli attuali. Li affrontò e superò. Nulla era ancora perduto. Il 10 settembre 1919 venne firmato a Saint-Germain il trattato di pace fra Roma e l'Austria, relitto dell'impero asburgico. L'Italia ottenne gran parte di quanto le era stato promesso con l'accordo di adesione all'Intesa (26 aprile 1915): il confine al Brennero, Trieste, l'Istria e molto altro. Vista dagli Stati Uniti d'America, Londra e Parigi, la sua era una posizione fortissima, mentre l'Europa centro-orientale era nel caos, tra rivoluzione in Russia, disgregazione della Germania, sconquasso socio-politico in Ungheria, disfacimento dell'impero turco e una Jugoslavia in grande affanno. Il recentissimo accorpamento di serbi, croati e sloveni in uno Stato unico, palesemente artificioso, impensieriva chi ne conosceva le secolari divisioni etniche e religiose, le efferate lotte tra dinastie rivali e la fragilità della monarchia, sorretta dalla Francia, che però, come ha scritto François Fejto, puntava alla “repubblicanizzazione dell'Europa” e utilizzava la Jugoslavia in funzione anti-italiana.
In quello scenario l'Italia aveva urgenza di passare rapidamente dall'economia di guerra a quella di pace per riprendere il cammino dell'unificazione effettiva del Paese dopo cinque anni di militarizzazione forzata e di enorme indebitamento, sia con l'estero sia con i “prestiti nazionali” (al 5%) a sostegno della vittoria: un affare lucroso per gli investitori, pessimo per le finanze dello Stato, come in un eccellente saggio ha scritto il gen. c.a. della Guardia di Finanza, Luciano Luciani. Il trattato di pace non riconobbe all'Italia il possesso di Fiume. All'estero (e non solo) molti erano convinti che non ne avesse bisogno effettivo. Ma sin dal 30 ottobre 1918, tre giorni prima dell'armistizio, la sua annessione a Roma fu chiesta dal presidente del Consiglio nazionale fiumano, Antonio Grossich, e dal sindaco Antonio Vio. Membro della loggia massonica “Sirius”, poco dopo Vio venne ricevuto a Roma dalla loggia “Rienzi” e ottenne l'appoggio esplicito del Grande Oriente d'Italia, ribadito dal gran maestro Ernesto Nathan il 25 aprile 1919 in un rovente “appello agli italiani” contro il presidente degli USA, Woodrow Wilson, contrario all'assegnazione della città liburnica all'Italia. Secondo Wilson nelle aree mistilingue il confine doveva essere deciso dalla popolazione residente tramite plebiscito: criterio enunciato dalla massoneria francese sin dal congresso del 28-30 giugno 1917, presenti i delegati del Grande Oriente d'Italia, Ettore Ferrari, Ernesto Nathan e Giuseppe Meoni, ma disastroso per Roma perché gli italofoni erano in minoranza. 
Dalla “Marcia di Ronchi”....
La notte del 12 settembre Gabriele d'Annunzio guidò un corteo di 27 camion da Ronchi a Fiume: arditi, granatieri, volontari. Preparata di lunga mano, l'impresa ebbe molti e discordi padri: nazionalisti massonofagi da un canto (Giovanni Host Venturi, Giovanni Giuriati), massoni dall'altro. Come era accaduto con l'“interventismo” nel 1914-1915, si aggiunsero sindacalisti (Alceste De Ambris), affaristi e una moltitudine di apprendisti della rivoluzione, molti di persona, altri prudentemente da lontano. Tra questi vi fu Benito Mussolini, che dalle colonne di “Il popolo d'Italia” promosse una sottoscrizione pro-Fiume, i cui proventi, però, solo in parte vennero dirottati alla “città martire”.
A sostegno dell'impresa dannunziana scesero le logge del Piemonte e della Liguria. Alcuni loro affiliati (come il quarantenne ebreo torinese Giacomo Treves, membro della Madre loggia “Ausonia”) sin dal dicembre 1918 avevano fondato la “Guglielmo Oberdan” a Trieste per preparare il terreno. La situazione rischiò di precipitare. Il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, e la maggior parte dei politici e di militari di grado supremo, come Luigi Cadorna, rimasero sconcertati dalla mancata resistenza del generale Vittorio Emanuele Pittaluga all'irruzione di d'Annunzio, che indossava la divisa di tenente colonnello dei Lancieri di Novara. Anziché “fermarlo” lo “scortò” in città e consentì l'afflusso del suo vociante seguito. Traballò uno dei cardini dello Stato d'Italia: la disciplina delle Forze Armate. Anche Giolitti deplorò la “sedizione”. Quanto avveniva dinnanzi agli occhi del mondo era inammissibile perché nel corso della Grande Guerra ogni minima infrazione del codice militare era stata punita con pene severissime, inclusa la fucilazione.
...al Consiglio della Corona (25 settembre) 
Di giorno in giorno la crisi si aggravò, anche perché numerosi militari, sia in congedo temporaneo sia in servizio, continuarono ad affluire a Fiume malgrado l'interdizione ordinata ma blandamente attuata da Pietro Badoglio e contro la direttiva di Nitti di imbrigliare “il delittuoso movimento che tende a sovvertire ogni nostra opera”.
Il 22 settembre Vittorio Emanuele III, sempre rispettoso del Parlamento, assunse un'iniziativa unica nella storia d'Italia. Convocò al Quirinale un “Consiglio della Corona” per le 10 del 25 seguente: il tempo strettamente necessario per informarne i componenti e consentirne l'arrivo a Roma con i mezzi dell'epoca, mentre molti servizi pubblici erano in disordine per disfunzioni e scioperi. Il Consiglio della Corona non era previsto dallo Statuto. Però il Re ritenne necessario andare oltre il governo in carica e consultare ufficialmente le personalità più rappresentative delle Istituzioni. Non volle ripetere quanto era accaduto nella settimana del “radioso maggio” 1915 quando il governo presieduto da Antonio Salandra il 13 si dimise perché dichiaratamente privo di consenso parlamentare, salvo ripresentarsi tre giorni dopo per chiedere e ottenere i pieni poteri. La Camera era la stessa di allora: succuba, screditata e comunque alla vigilia dell'ormai tardivo scioglimento e rinnovo sulla base della legge elettorale pubblicata il 15 agosto, la “maledetta proporzionale”. Mentre la casa andava a fuoco, non si potevano attendere i comodi di politicanti e mestatori. Vittorio Emanuele III chiamò a Consiglio i presidenti delle Camere, gli ex presidenti del governo, i rappresentanti dei partiti politici in Parlamento ed i vertici dell'Esercito e della Marina “per conferire su la situazione”.
Tra i pochi resoconti della seduta (dalle 10 alle 12 e dalle 16 alla conclusione ) spicca quello di Luigi Federzoni, che non vi ritornò nel Diario inedito scritto nel 1943-1944, da poco pubblicato (Ed. Pontecorboli). Bisognava pronunciarsi sulla sorte di Fiume. Il Re aprì la seduta e la diresse “con volto sereno”. Nitti propose annessione e elezione della Camera per averne poi il parere. Paolo Boselli (1838-1932), ex presidente del Consiglio, il modenese conte Adeodato Bonasi (1838-1920) e Giuseppe Marcora (1841-1927), presidenti dei due rami del Parlamento, propugnarono l'annessione. Giolitti, che per arrivare in tempo usò un vagone notturno da Torino a Roma, eluse la questione fiumana, deplorò la disgregazione dello Stato e sollecitò le elezioni. Gli si opposero i due ex presidenti Luigi Luzzatti e Antonio Salandra, secondo i quali non bisognava consultare i cittadini mentre il paese era travagliato da passioni e discordie. In realtà più passavano i giorni, peggio andava. Il caos  (scioperomania, conflitti armati tra fazioni anche eterodirette dall'estero, guerra civile a bassa intensità) durò altri tre anni, sino all'insediamento del governo di unione costituzionale presieduto da Mussolini dal 31 ottobre 1922. In quel momento, nel settembre 1919, era ancora possibile tornare all'ordine senza traumi. I due ebbero il sostegno di Vittorio Emanuele Orlando, che diceva l'opposto di Giolitti per partito preso. Lo stesso fecero Salvatore Barzilai e Leonida Bissolati alla ripresa pomeridiana. Fu infine la volta dei ministri militari, il sassarese Giovanni Sechi, il gallaratese Alberico Albricci. L'ammiraglio Paolo Thaon di Revel (membro del Supremo Consiglio della Gran Loggia d'Italia) invitò a risalire alla radice del “deplorato episodio”. Per ultimo Armando Diaz sferrò un duro attacco contro l'antimilitarismo serpeggiante nel Paese per opera delle sinistre e di clericali ancora fermi al rifiuto del Risorgimento, spacciato come complotto massonico. L'antimilitarismo, osservò il futuro duca della Vittoria, si traduceva in vero e proprio anti-patriottismo. Quanto era avvenuto a Ronchi e a Fiume era conseguenza dello sgretolamento morale dell'Esercito: un processo che andava subito fermato se si voleva salvare l'Italia puntando sulla solidità delle Forze Armate.
Il 26 settembre il Quirinale sintetizzò che “nessuno degli intervenuti all'alto consesso propugnò la tesi dell'annessione di Fiume; nessuno mosse critiche all'azione del Governo; nessuno accennò alla opportunità di una crisi ministeriale”. Secondo Federzoni, il comunicato non rispose esattamente all'andamento della discussione, ma ne colse l'essenza: in effetti nessuno aveva detto in modo chiaro come affrontare l'emergenza e le sue devastanti conseguenze. Il Consiglio lasciò che a sbrogliare la matassa fossero il Re, il governo, i militari al comando del “cordone sanitario” che separava Fiume dall'Italia e una serie di poteri più meno occulti e influenti, incluse Comunità massoniche italiane e straniere. Molti fra i politici presenti dettero prova patente di fuga dalla responsabilità. Fu il caso di Filippo Turati, il più autorevole rappresentante del partito socialista italiano. Invitato, non si presentò. Si schermì dietro un paravento nominalistico: il Consiglio  della Corona non era previsto dallo Statuto; bisognava andare subito al voto ed evitare che “le elezioni non si facciano contro di noi”. Pensava al partito e ai seggi. Fu l'ennesimo suicidio del socialismo riformista, sempre con un piede nei “ludi cartacei” (come i riti elettorali furono bollati dal socialmassimalista e poi fascista Mussolini) e uno nella “rivoluzione”, ma mai disposto a farsi carico del governo, come da quasi vent'anni gli chiedeva Giolitti.
A quel punto la parola passò ad altri soggetti. Nitti si preoccupò di vincere le elezioni. Privo di un partito di riferimento andò allo sbaraglio. Fiume rimase un “teatro”, qual era nel senso più alto: ognuno vi scrisse e recitò una parte. D'Annunzio vi celebrava quotidianamente i riti cari a Legionari che in qualche modo andavano intrattenuti in attesa che Roma si pronunciasse. Sennonché la sorte della città non dipendeva solo dal governo italiano né dai venturieri che vi si affacciavano ritenendo che fosse un laboratorio politico universale, mentre era una cangiante sacra rappresentazione fondata su parole alate, come poi si vide con l'insediamento della Reggenza e la promulgazione della Carta del Carnaro. Poeta ma non privo del “buonsenso di provinciale abruzzese” (parole di Federzoni) ai massoni d'Annunzio chiese lana per i soldati, armi, denari e di propiziare la corrispondenza tra i legionari e le lontane famiglie (a volte un po' scombinate).   
La “Sirius” e la “Italia Nuova” dall'egemonia alla persecuzione  
Un ruolo di spicco nella vicenda fiumana svolsero logge del Grande Oriente d'Italia (GOI) e della Gran Loggia d'Italia (GLI), le due Comunità liberomuratòrie all'epoca preminenti: il GOI con la “Alpi Giulie” e la “Gugliemo Oberdan” di Trieste e la “Sirius” di Fiume (GOI), la GLI con la  “XXX ottobre” di Fiume, la  “XX Settembre” e la “Trieste Redenta”, che affiliò anche il colonnello Cesare Pettorelli Lalatta. Il ruolo della “Oberdan” è stato più volte ricordato sulla base delle Carte del suo maggiorente, Giacomo Treves. Meno note (anche per la rarefazione dei documenti) è quello delle officine della Gran Loggia.
Nel centenario della Marcia di Ronchi meritano un ricordo la “Sirius”, l'unica loggia “nativa” di Fiume, e la sua gemmazione, “Italia Nuova”. Come già detto il suo venerabile, Vio, sin al 30 ottobre 1918 chiese l'annessione di Fiume all'Italia. Con procedura non propriamente fraterna allontanò dalle colonne i fratelli ungheresi e di altre lingue e incontrò ripetutamente i confratelli di Trieste in vista della “marcia di Ronchi”. Nei quindici mesi “dannunziani” fece da interfaccia fra il Comandante e la cittadinanza, tra le urgenze della popolazione e il governo di Roma, sollecitato tramite la rete delle logge. Un mese dopo il Consiglio della Corona, il gran maestro del GOI, Domizio Torrigiani, andò a Trieste per vedere, capire e decidere. Alcuni seguaci del Vate stavano progettando una “marcia su Roma”. Ne sarebbe nata l'insorgenza dei socialisti e l'intervento delle Forze Armate per rimettere ordine nel Paese. La democrazia parlamentare sarebbe finita in soffitta. Il gran maestro dissociò nettamente il GOI da ogni azzardo. Toccò a Vio reggere le briglie di molti aggrovigliati intrichi di una città lanciata a folle velocità fuori binari. Dopo il trattato italo-jugoslavo di Rapallo-Santa Margherita voluto da Giolitti per la quinta volta al governo (maggio 1919-giugno 1921) e l'espulsione di d'Annunzio da Fiume, anche per i massoni fiumani iniziò una lunga traversata del deserto. Erano i depositari di fedeltà all'Italia e il passo rituale. Ne accennò una volta Giolitti, riferendosi a certe processioni indiane: due passi avanti e uno all'indietro. Il vero progresso richiede e lungimiranza e pazienza. 
Chiusa tragicamente la lunga contraddittoria stagione dannunziana, alcuni “fratelli” della “Sirius” dettero vita a una nuova loggia dal titolo programmatico: “Italia Nuova”, animata dall'ingegnere Guido Lado, venerabile, Ariosto Mini, Salvatore Bellasich e altri molti, in collegamento con le tante officine della Venezia Giulia (“Santa Gorizia”, “Nazario Sauro” di  Capodistria, “La Concordia” di Abbazia e la “Nazario Sauro” di Pola). Un “rapporto” del settembre 1922 dice però che ormai le logge erano nel mirino. La “Sirius” era considerata “la più infida e pericolosa. Pronta di unirsi anche al diavolo” per conservare la sua autorità. Poi anche Fiume arrivò al bivio senza alternative: fascismo o massoneria. La “Italia Nuova” pose allo studio uno statuto per la città, sull'esempio di San Marino, ma dovette prendere atto che era un modello improponibile perché era lo Stato italiano a mantenervi una guarnigione di carabinieri e a saldare i debiti della Repubblica del Titano con un contributo annuo di sei milioni. Un caso unico e irripetibile. 
All'inizio del 1924, presenti di persona o tramite messaggi numerose officine (“La Vedetta” di Udine, la “Italia Nuova” di Torino con il fratello Forte), la loggia liburnica festeggiò l'annessione di Fiume all'Italia, “pietra miliare del Risorgimento italiano”, consacrata dal sacrificio di cinquecentomila giovani caduti nella Grande Guerra: pegno perpetuo. In giugno però le due logge avvolsero i labari, distrussero carte e attesero la tempesta. Alcuni si procurarono una sorta di “liberatoria” a futura memoria. Era imminente la legge 26 novembre 1925, n. 2029 sull'appartenenza dei pubblici impiegati alle associazioni, che impose ai dipendenti (militari inclusi) di dichiarare di quali sodalizi fossero membri. Allora si comprese meglio che un Ordine segreto non deve avere registri, né contabilità, né sedi, né alcuna forma esteriore. Esso è. Opera nel riserbo. 
Il Ministero dell'Interno incalzò il prefetto a comunicare i nomi dei massoni notori e a esercitare la massima sorveglianza: ordini ribaditi il 20 novembre 1925 perché gli constava che l'Associazione dei commercianti era completamente controllata dal Grande Oriente. Il 6 ottobre 1930 il comandante della 61^ legione “Carnaro” della Milizia volontaria di sicurezza nazionale, Leo Franca, informò prefetto, questore, comando generale dei Carabinieri, ecc. ecc. che sei persone (seguivano i nomi) erano stati visti uscire dal ristorante riservato del Caffè “Budai”, con tanto di signore al braccio: “Probabilmente doveva trattarsi di qualche cenacolo massonico. I suddetti, con alti amici, molto noti, sogliono riunirsi in lieti simposi, frequentemente...” .
Chissà che cosa ne avrebbero detto i Legionari di d'Annunzio? Non era per quel tipo di regime poliziesco che la notte del 12 settembre 1919 erano partiti da Ronchi per assicurare alla Patria la “Perla d'Italia”. Anni dopo, grazie alla connivenza dell'Ungheria dell'ammiraglio Horthy, che nel 1920 aveva sciolto la Gran Loggia simbolica d'Ungheria e ne aveva sequestrato le carte, “chi di dovere” riuscì ad avere nelle grinfie gli elenchi degli affiliati alla “Sirius” sin dalla sua remotissima fondazione. La caccia al massone riprese alacremente. L'astro più fulgido della Costellazione del Cane Maggiore, sacro a Iside, per molto tempo cessò di irradiare sull'“aiola che ci fa tanto feroci”. (*)
Aldo A. Mola
 (*) Dal 5 al 7 settembre si svolge a Gardone (BS) il Convegno internazionale di studi “Fiume, 1919-2019. Un centenario europeo tra identità. Memorie e prospettive di ricerca”, ideato e  organizzato da Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani. Informazioni in: fiume@vittoriale.it 

PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO?
 IN CERCA DELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 25 Agosto 2019, pagg. 1 e 11.
 
PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO? IN CERCA DELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE di Aldo A. MolaLa funzione storica dei collegi uninominali (1848-1919)
Tira daccapo vento di “proporzionale”? “L'assassino torna sempre sul luogo del delitto”, verrebbe da ripetere. L'assegnazione dei seggi alla Camera in proporzione ai voti ottenuti dai partiti fu introdotta in Italia giusto un s ecolo fa, con la legge 15 agosto 1919, n. 1401. Dal 1848 al 1861 il Regno di Sardegna e dal 1865 al 1913 quello d'Italia avevano utilizzato i collegi uninominali, con ballottaggio tra i due candidati più votati al primo turno. Con alcune modifiche transitorie ma non sostanziali tra il 1882 e il 1890, quel modello propiziò il passaggio dalla monarchia rappresentativa a quella parlamentare, già vaticinato da Camillo Cavour e poi pienamente attuato da Giovanni Giolitti. Nei collegi uninominali gli elettori sceglievano il candidato più capace di rispondere ai bisogni locali. Poiché il diritto di voto era riservato a cittadini consapevoli e i deputati non rappresentavano i loro elettori ma la Nazione, si era così instaurato un equilibrio virtuoso tra tutela del collegio elettorale e visioni di ampio respiro. D'altronde i parlamentari erano generalmente persone di solida cultura, patrizi, professionisti, funzionari dello Stato forniti di mezzi che li rendevano liberi da condizionamenti. In mezzo secolo i collegi uninominali plasmarono una dirigenza politica qualitativamente non inferiore a quella di Stati di più lunga esperienza parlamentare, che poi, ridotti all'osso, erano la Gran Bretagna, la Francia e alcuni di minori dimensioni, quali il Belgio e i Paesi Bassi. La Spagna dei “cacicchi” era altra cosa.
Nel 1912 il diritto di voto fu conferito a tutti i maschi maggiorenni alfabeti, a quanti avessero prestato servizio militare e ai trentenni anche se analfabeti e militesenti. Il presidente del Consiglio Giolitti spiegò che l'esercizio del voto non poteva più dipendere dal maneggio delle 24 lettere dell'alfabeto. Però a far da argine a imprevedibili scossoni rimasero i collegi uninominali. Lì ogni elettore conosceva ciascun candidato. Poteva essere illuso o raggirato una o due volte, ma non all'infinito, e non era ben disposto verso candidati catapultati da chissà dove, soprattutto se privi della dote basilare del “fare politica” ovvero la capacità di “ascoltare” l’elettorato.
L'introduzione del suffragio universale maschile fu provvidenziale. Sarebbe stato impossibile mettere in divisa cinque milioni e mezzo di cittadini durante la Grande Guerra se in cambio non avessero avuto almeno il diritto di voto. L'Italia sarebbe precipitata in una crisi di sistema come la Russia di Nicola II. Sulla fine del conflitto, dopo decenni di proposte avanzate da pattuglie di esperti di leggi elettorali, il Fascio di difesa parlamentare e i nazionalisti alzarono la bandiera della proporzionale per garantirsi il ritorno alla Camera. A loro bastava essere minoranza (tendenzialmente “rumorosa”), nel solco delle Estreme, sia di sinistra sia di clericali oltranzisti. Anche pochi scranni consentivano di “testimoniare”, di gridare il “no” alla maggioranza moderata, concreta, fattiva che in pochi decenni aveva portato l'Italia da arretratezza e sottosviluppo a Paese moderno. Certo molto altro occorreva. Lo aveva detto Giolitti inaugurando un ospedaletto per l'infanzia. Ci volevano due generazioni ben educate e bene allevate per portare gli italiani ai livelli di Stati dalla storia unitaria plurisecolare. 
In breve la “proporzionale” divenne il cavallo di battaglia dei socialisti e del Partito popolare italiano fondato il 19 gennaio 1919 da don Luigi Sturzo. Per non essere tacciati di avversione alla democrazia anche i liberali si accodarono: alcuni per assicurarsi almeno un buon numero di seggi, altri per sottovalutazione delle possibili ripercussioni. Il pur navigato Giolitti il 12 luglio confidò alla moglie, Rosa Sobrero (Gina), il suo disinteresse per la riforma della legge elettorale: “Credo sia cosa di nessuna portata. Io credo che di fronte ai grandi guai del paese questi pannicelli caldi lasciano il tempo che trovano”. A suo giudizio urgeva ripristinare la finanza pubblica, frenare la svalutazione del potere d'acquisto della lira, che trascinava con sé aumenti di salari e stipendi e, conseguentemente, il dissesto del bilancio dello Stato e degli enti locali, ripristinare la quiete pubblica preda della scioperomania e riaffermare la dignità dell'Italia dinnanzi alle Grandi Potenze. Tutto vero, ma per un attimo anche all'anziano statista sfuggì che qualunque Esecutivo deve basarsi su una maggioranza solida e durevole. La proporzionale, invece, era fatta apposta per generare instabilità.
La proporzionale: partiti grossi ma non grandi
Gli elettori crebbero di due milioni e mezzo, distribuiti in 54 collegi in gran parte coincidenti con le province dell'epoca. Alcune regioni fecero collegio a sé. Alla Liguria, che contava due sole province (Genova e Porto Maurizio), furono assegnati 17 seggi. Il Piemonte contò 4 collegi, uno per ogni provincia (Torino, Alessandria, Cuneo e Novara). Indeciso a tutto, il presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, procrastinò la data delle votazioni sino al 16 novembre: troppo tardi per le aree montane ove erano più radicati i moderati di tradizione liberale e cattolica. Nel frattempo a Parigi venne sottoscritta la pace tra l'Italia e l'Austria, detta di Saint-Germain dalla sede ove fu ratificata. Essa negò all'Italia Fiume. Il 12 settembre Gabriele d'Annunzio vi irruppe mettendo a segno un'“impresa” organizzata di lunga mano da massoni e militari. Il governo ne risultò vulnerato e screditato. A fine ottobre venne progettata una “marcia su Roma” che doveva partire da Fiume e Trieste. Venne bloccata dalla dissociazione del gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Domizio Torrigiani, timoroso che una guerra civile sfociasse in dittatura militare e sospensione a tempo indeterminato della democrazia parlamentare.
Il Paese andò alle urne in grave affanno? Dalle cronache giornalistiche pareva fosse sull'orlo dell'abisso. In realtà votò il 56,6% degli aventi diritto: una tra le partecipazioni più basse dall'unità, inferiore a quella del 1909 e persino del 1913, quando fu sperimentato per la prima volta il suffragio quasi universale maschile. Nel 1919 nell'Italia settentrionale votò il 64% degli aventi diritto, nell'Italia meridionale appena il 50% e in quella insulare il 46%. Gli elettori vivevano in modo molto diversificato gli assilli del Paese, dei parlamentari, dei partiti. 
La proporzionale ebbe un esito catastrofico. Su 508 deputati ben 327 furono di nuova nomina. Con il 32,3% dei suffragi i socialisti ottennero 156 seggi; i popolari, con il 20,5%, ne ebbero 106. Sommati i due partiti di massa avevano la maggioranza, ma erano gli uni contro gli altri armati: si andava dal “libero amore” alle gonne sin sotto i piedi. I “centristi” si attestarono al 36,9% ma, essendo frastagliati, si divisero tra liberali (41 seggi) e liberal-democratici (146 seggi). I radicali furono appena 12 e i socialriformisti 6. I repubblicani precipitarono a 4: il loro peggior risultato di sempre, proprio mentre tanti chiedevano di rovesciare la monarchia. 
I socialisti ottennero il 42,5% dei consensi al Nord, il 56% al Centro e appena il 6,7% nel Mezzogiorno (con una punta migliore in Puglia). I popolari contarono 20 seggi in Lombardia, 17 nel Veneto, 11 nel Piemonte di don Bosco e dei “santi sociali”, appena 4 in Liguria e nel Lazio, 1 in Umbria e in Sardegna, nessuno in Basilicata. Ne ottennero 6 nella Sicilia di don Sturzo contro i 30 dei democratici liberali convergenti con la Democrazia sociale del teosofo Giovanni Antonio Colonna duca di Cesarò. Il Paese, insomma, era molto più frammentato di quanto indicassero i risultati complessivi. D'altronde aveva vissuto la guerra in modi e misure del tutto differenti.
Per la prima volta i votanti si trovarono dinnanzi una scheda su cui comparivano i soli contrassegni dei partiti in lizza: un favore per gli analfabeti e un freno a manipolazioni e brogli. I partiti si premurarono di distribuire volantini con i nomi dei candidati da votare e, soprattutto, con il simbolo ben nitido, solitamente semplice e diretto. Per esempio una spiga di grano con la stella d'Italia. Per allentare la drammatizzazione della contesa Camillo Peano, uno tra i più fidi collaboratori di Giolitti, fece introdurre nella legge la possibilità che l'elettore aggiungesse ai nomi presenti nella lista preferita anche quello di un candidato di una lista diversa. Il “panachage” (screziatura) era da tempo in uso Oltralpe (per esempio in Belgio) per propiziare sin dalle urne la formazione di una coalizione di governo. Esso fu l'ultima eredità del collegio uninominale, giacché consentiva all'elettore di esercitare un “voto di stima”. L'opportunità non ebbe però una vasta eco nella pratica. Funzionò proprio là dove Giolitti meno se l'aspettava, cioè nella “sua” provincia di Cuneo. Lì, debitamente istruiti, parecchi liberali aggiunsero la preferenza per il cattolico Giovanni Battista Bertone; i popolari, tuttavia, non fecero altrettanto. Ne conseguì che gli sturziani conquistarono quattro seggi (come i socialisti) contro i tre dei liberali (Giolitti, Soleri e Peano) e che l'ex presidente del Consiglio ebbe meno preferenze di Bertone: un’umiliazione non da poco per lo statista.
Mentre doveva curare le immense ferite della Grande Guerra l'Italia si trovò con due partiti grossi ma non grandi e molti partitini che anteposero i propri interessi di fazione a quelli del Paese. 
Il Re, l'Internazionale, i patres e la polverizzazione dei costituzionali
La seduta inaugurale della Camera annunciò la tempesta. Mentre Vittorio Emanuele III si accingeva a pronunciare il discorso della Corona i socialisti intonarono l'Internazionale e uscirono dall'aula. Il Re ricordò che “il Parlamento, presidio di ogni libertà, difesa e garanzia di tutte le istituzioni democratiche, deve essere oggi più che mai circondato dalla fiducia del Paese” per “determinare all'interno un intenso programma di produzione e di lavoro, e un senso più profondo di cooperazione sociale, e determinare all'estero un'azione sempre più democratica di cooperazione fra i popoli”. Oggi che cosa potrebbe dire di più e di meglio un Presidente della Repubblica?
Sulla base del nuovo regolamento si formarono undici gruppi parlamentari, nominalmente di almeno 20 membri, in realtà anche solo di 10. Malgrado il vistoso successo di due partiti di massa, che si schierarono all'opposizione, la Camera risultò un caleidoscopio di partitini. L'esatto contrario di quanto occorreva al Paese per risalire la china. Il “sistema” resse perché Montecitorio aveva per contrappeso il Senato, di nomina regia, vitalizio e non suddiviso in gruppi, anche se non vi mancavano tendenze, correnti e “umori”, talora assai difformi. D'intesa con il Sovrano (che aveva l'ultima parola in fatto di nomine, mentre all'Assemblea ne competeva la convalida), nel 1919 la Camera Alta venne ampliata con il conferimento, a piccole dosi, del laticlavio a generali, imprenditori e politici di primo piano: Badoglio, Pecori Giraldi, Cagni di Bu Meliana, Albricci, Dante Ferraris, Carlo Sforza. Il 6 ottobre 1919, un mese prima delle elezioni, in continuità con una lunga consuetudine, si registrò l'“infornata” di 59 nuovi patres della miglior tradizione liberale nel senso più lato del termine: Mario Abbiate, Ernesto Artom, Leonardo Bianchi, Ettore Bocconi, Dario Cassuto, Giovanni Ciraolo, Luigi Credaro, Marco di Saluzzo, Achille Loria, Carlo Petitti di Roreto, Nino Tamassia... ebrei, cattolici e radicali, tutti uniti nel culto dell'Italia e nel lungo servizio quali deputati, militari, industriali, agrari e banchieri. Il 7 ottobre fu la volta di Carlo Schanzer, poi ministro degli Esteri, figlio di un illustre massone.
La proporzionale non determinò subito il collasso della democrazia liberale perché, dinnanzi all’inconcludenza di Nitti, il Re affidò il governo al settantottenne Giolitti. Nelle elezioni amministrative dell'autunno 1920 lo statista incoraggiò tutto dove possibile la formazione di “blocchi” comprendenti liberali, cattolici moderati, democratici (ex radicali e socialriformisti), combattenti, “agrari” e qualche sporadico militante nel movimento fascista (all’epoca non ancora “partito”: lo divenne un anno dopo, con il congresso di Roma del novembre 1921). 
Vinta la battaglia per rimettere ordine nei conti dello Stato e abolire il rovinoso “prezzo politico” del pane, Giolitti coronò tre altri successi fondamentali: innanzitutto fronteggiò l'occupazione delle fabbriche da parte degli estremisti rossi, che si erano mossi mentre l'Armata sovietica invadeva la Polonia e puntava a innescare una rivoluzione generale nell'Europa centro-occidentale; inoltre trattò con la Jugoslavia la demarcazione del confine orientale, disinnescando la sempre esplosiva questione di Fiume; infine terminò con la “Reggenza” e lo sperimentalismo politico inaugurato con la Carta del Carnaro.
Perseverare diabolicum...
L'anno seguente Giolitti ottenne lo scioglimento della Camera e la sua rielezione, a legge elettorale immutata: un errore strategico, come gli era stato vaticinato da Antonio Frassati e da altri lungimiranti. Lo statista aveva però validi motivi. Occorreva, per un verso, consentire di votare ai cittadini delle terre annesse in forza della pace di Saint-Germain ma senza plebiscito confermativo (a differenza di quanto era avvenuto con le precedenti annessioni tra il 1848 e il 1870) e, per l’altro verso, verificare se con la trasposizione dalle elezioni locali a quelle generali i blocchi nazionali avrebbero dato vita a una solida maggioranza. Avvenne il contrario. I socialisti persero una trentina di seggi, ma nella nuova Camera entrarono i comunisti che ne ebbero 15. Per non farsi scavalcare a sinistra i socialisti su arroccarono su posizioni anti-sistema. Fu il suicidio delle sinistre, come intuì Anna Kuliscioff. I popolari aumentarono a 107 seggi ma a loro volta vissero di “veti” (anzitutto contro Giolitti) e si resero invisi persino alla Santa Sede. I “liberali” si sfarinarono in diverse sigle. Nacquero quattordici gruppi parlamentari, tra i quali quello fascista con appena 35 deputati su 535. La “maledetta proporzionale” (definizione data da Giolitti e ripresa da Dario Fertilio in un acuto saggio su “I chi, come e perché della democrazia maggioritaria”, Bibliotheca Albatros) dette il suo frutto avvelenato: l'ingovernabilità. Questo accadeva in un Paese che, al culmine di una lotta senza quartiere tra opposte fazioni armate, il giorno delle elezioni lamentò quaranta morti e settanta feriti gravi.
Alla vigilia del voto Giolitti lasciò Roma per accorrere a Cavour, ove giaceva la salma della moglie. Stava finendo un mondo, sotto i colpi ripetuti di una legge elettorale dalle conseguenze tossiche.
È davvero il caso, cent'anni dopo, di riproporre proprio quel modello? Sarebbe un omaggio alla legge del pendolo, che ha visto l'Italia passare dal maggioritario spinto (una straripante maggioranza a chi ottenga almeno il 25 % dei consensi, come la “legge Acerbo” del 1923, o il 40% come oggi) alla proporzionale pura. Il correttivo potrebbe essere forse la via di mezzo, rappresentata dalla legge approvata il 29 marzo 1953, ferocemente combattuta come “legge truffa” dalle sinistre e dal movimento sociale nelle Aule e nel Paese. In realtà essa, condivisa da liberali, socialdemocratici e repubblicani di allora, assegnava 380 seggi su 630 alla coalizione che avesse ottenuto il 50%+1 dei voti validi. Se non fosse fallita alle urne per lieve scarto e  non fosse stata subito abrogata, quella legge avrebbe probabilmente assicurato alla Prima Repubblica la stabilità di governo che le mancò e le avrebbe evitato di finire succuba della partitocrazia in tutte le sue metamorfosi e manifestazioni.
Aldo A. Mola

HIC ET NUNC
 PAESE LEGALE,  REALE, IMMAGINARIO
   
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 Agosto 2019, pagg. 1 e 11.
 
L'Italia perse la Guerra dei Trent'Anni (1914-.1945)
“Hic et nunc”. Qui e ora. La crisi di governo è surreale come una novella di Pirandello. Pulsioni represse o troppo urlate talvolta suscitano gesti estremi. Ne rimane esempio l'auto-evirazione del teologo Origene di Alessandria (185-254 d. Cr.). Oppure precipitano nel ridicolo, come insegna “La Giara” di Luigi Pirandello: duello tra il facoltoso don Lolò Zirafa e il conciabrocche Zi' Dima Licasi, finito nello scorno del “proprietario” e lo spasso degli abbacchiatori di olive. Il balzo dalla razionalità all'assurdo nasce dal travisamento della  realtà, dalla contrapposizione tra i “fatti” e la loro “narrazione”. È quanto da troppo tempo accade in Italia, un Paese uscito sconfitto e umiliato nella Guerra dei Trent'anni del secolo scorso (1914-1945).
Le tre Italie e il mito del “sorpasso”
Letteratura a parte, esistono tre Italie: quella legale, la reale e l'immaginaria, frutto di  manipolazioni deformanti. In tempi procellosi, quali i presenti, l'unica vera rimane quella legale, fondata sulla Costituzione e sulle norme che direttamente ne discendono o che, pur essendo antecedenti, non vennero abrogate. Vi è poi l'Italia reale, che si esprime attraverso le consultazioni elettorali e il plebiscito quotidiano di fiducia nelle istituzioni, certificato dal fatto che, sotto il profilo dell'ordine pubblico e della coesistenza tra cittadini, tuttora il Paese è tra i più quieti d'Europa. Non ha nessuna Catalogna (e non ne sente alcun bisogno). Tra culto dei santi e salutismo pagano non ha conflitti di religione, né linguistici, né razziali. È un'Italia che tira a campare. Alle elezioni politiche del febbraio 2013, che registrarono l'alba del Movimento 5 Stelle, votò il 75% degli aventi diritto. In quelle del marzo 2018 i votanti scesero, ma di poco: 73%. I Grillini schizzarono al settimo cielo. La Lega avanzò, ma senza esagerare. Il resto è noto. Alle elezioni degli eurodeputati, il 26 maggio 2019, in molte circoscrizioni la Lega svettò, il M5S fletté, come anche il PD e Forza Italia. Ma in quell'occasione alle urne andò appena il 54,5% degli aventi diritto. L'esito non rappresentò il paese reale. Votò il 58% nel Nord-Ovest, il 67,30% nel Nord-Est, il 53% al Centro, il 52% al Sud e appena il 37% nelle isole. Il partito più votato fu quello radicato nell'Italia settentrionale. Avanzò anche altrove. Ma la sua vittoria straripante è nella narrazione molto più che nei fatti. Lo stesso vale per le repliche alle elezioni di consigli regionali, caratterizzate da modesta affluenza alle urne e con esiti complessivi che non motivano affatto l'urgenza di nuove elezioni politiche. Al contrario, il Paese ha bisogno di raccoglimento, di una pausa di riflessione, di tornare dall'esasperazione dei toni al confronto razionale, basato sulla consapevolezza dei propri “confini” (che sono anche i suoi “limiti”).    
Poiché qualche cosa la Storia insegna, va ricordato che il 17 giugno 1984, nelle elezioni degli europarlamentari, si registrò l'agognato “sorpasso” della Democrazia cristiana da parte del Partito comunista italiano: 33,3% contro 33% (27 deputati contro 26). Un cataclisma? Quel successo nacque dall'emozione per la morte improvvisa di Enrico Berlinguer. Alle amministrative dell'anno seguente la DC ottenne il 36%; il Pci si fermò al 30,2%. Il collasso venne sette anni dopo, per l'intreccio “tangentopoli/mani pulite”: tutta un'altra storia, dopo il crollo dell'URSS, la caduta del muro di Berlino e tanto altro che non va dimenticato quando si scrive non di fantasie ma di Storia.
Un pastrocchio di mezza estate e le sue conseguenze...
Innescato da Matteo Salvini in totale solitudine (a quanto dicono suoi stessi autorevoli fiduciari, a cominciare dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti) il pastrocchio poteva/dovrebbe essere risolto illico et immediate nell'unico modo concludente: le dimissioni del ministro dell'Interno e dell'intera delegazione della Lega al governo, via maestra per determinare la caduta dell'a lui improvvisamente inviso presidente del Consiglio. Un “sacrificio” alla Origene, completo di scatoloni di carte dei ministri dimissionari e del loro immenso seguito, da asportare con serafica leggerezza in nome della coerenza. In assenza, per ora, dei passi che è legittimo attendersi da chi pretende le dimissioni altrui senza dare le proprie, questa crisi ferragostana ha sinora avuto molti contraccolpi verosimilmente non previsti da chi l'ha voluta senza per ora fornirne spiegazioni convincenti.
In primo luogo essa ha fatto emergere in primissimo piano Giuseppe Conte. Spacciato per mesi come “uomo senza qualità”, il presidente del Consiglio di ministri è balzato al centro della scena sia per la posizione istituzionale, sia perché sta sfoggiando il retroterra culturale e professionale di un ceto, gli “avvocati”, che nella storia d'Italia ha veduto innumerevoli uomini di legge ergersi a politici di rango senza bisogno di defatiganti tirocini partitici o di lungo esercizio di cariche elettive. Gli uomini del foro sono come i sacerdoti. Se questi conoscono le tentazioni del mondo soprattutto dalle confessioni dei loro fedeli, gli avvocati le apprendono attraverso i loro clienti: un osservatorio privilegiato. Di lì il dominio della logica e il linguaggio tagliente che hanno subito improntato le tempestive repliche di Conte a chi ne chiese le dimissioni tacciando il governo di accidiosa inconcludenza, quasi non ne avesse fatto parte sin dalla stipula del famigerato “contratto per il cambiamento” (completo, va ricordato, di pretese anticostituzionali, quali il divieto ai membri di questo o quell'Ordine  di far parte del governo nazionale). 
Salvini è riuscito inoltre a compiere il prodigio sino a pochi giorni prima inimmaginabile: spingere l'alleato di governo e tutti i partiti di opposizione a coalizzarsi nel bocciarne la perentoria richiesta di immediata calendarizzazione delle comunicazioni del presidente del Consiglio, della eventuale “sfiducia”, del subitaneo scioglimento delle Camere e dell'indizione di nuove elezioni. Per la nota regola in forza della quale quando si è improvvisamente assaliti si accetta volentieri l'aiuto di un nemico temporaneamente meno pericoloso, i Cinque Stelle sono stati costretti a sommarsi agli oppositori del colpo di mano: che non significa né allearsi, né fondersi, né, meno ancora, dar vita a una coalizione di ampiezza e di durata imprevedibile. Il futuro è tutto da scrivere.
Per uscire dall'angolo nel quale si è cacciato da sé, Salvini ha tentato due carte che ne hanno ulteriormente accentuato l'isolamento, sia sul piano istituzionale, sia nei rapporti con il principale alleato storico, cioè Forza Italia, un “partito”essenzialmente “centrista” o, se si preferisce per chiarezza, con il suo presidente, Silvio Berlusconi. Al riguardo va ricordato che l'attuale “partito” Fratelli d'Italia è il punto di arrivo delle reiterate convulsioni di una estrema destra, che non ha mai chiarito sino in fondo la propria genesi né il proprio iter. Per motivi che non è possibile ripercorrere analiticamente in questa sede, la “Destra” a lungo fece da contenitore di persone e di storie non solo diverse ma reciprocamente contrastanti, quali i monarchici e gli eredi del mussolinismo, cosa ben diversa dal regime fascista nato tra il 1923 e il 1929 dalla fusione fra la destra liberale (alimentata dai nazionalisti) e il partito fascista, ideologicamente caleidoscopico e cangiante (reazionario, sinistrorso, mangiapreti e corrivo a firmare il Concordato con la Santa Sede, élitario e corporativo: tutto e il contrario di tutto). Ne scrive Marco Mensi in “Destra d'Italia. Una breve storia da Cavour a Mussolini” (Ed. Erga).   
Forza Italia: una storia liberale
Al presidente Berlusconi il “Capitano” Salvini ha prospettato di formare un “cartello”, benevolmente disposto a ospitare un certo numero di candidati sotto il suo spadone. Non ci voleva molto a capire che questi avrebbero fatto la fine di quanti, senza essere iscritti al PNF, nell'aprile del 1924 si candidarono nella Lista nazionale allestita da Mussolini. Finirono intruppati e fagocitati, ghettizzati e scaricati alla prima occasione, cioè quando nel 1929 si passò dalla Camera elettiva a quella preconfezionata dal Gran Consiglio del Fascismo, deputato a stilare l'elenco dei 400 candidati, da approvare in blocco. Di formazione intrinsecamente liberale, il presidente Berlusconi non ha certo scordato la lezione del 1924. Dei 374 deputati espressi dal listone gli iscritti al PNF erano solo 227. Molti degli eletti erano e rimasero contrari a indossare la camicia nera: bastino i nomi di Enrico De Nicola e di Vittorio Emanuele Orlando. Ma in capo a un paio d'anni ai più non rimase alternativa: piegarsi o essere emarginati. Lo aveva intuito l'ottantaduenne Giovanni Giolitti, che nel 1924 presentò in tre circoscrizioni elettorali la lista liberale affinché (disse il 16 marzo 1924 nel suo ultimo discorso elettorale) non scomparisse “perfino il nome  del partito di Cavour, di d'Azeglio, di Rattazzi, di Lanza, di Sella e di centinaia di altri patrioti”. Non bisognava rinnegare “le più pure nostre glorie a beneficio dei due partiti (socialcomunisti  e clericali capitanati da don Sturzo) che avevano reso impossibile la normale funzione del Parlamento”. Forza Italia ha una lunga storia di partito centrista ed è corposamente presente nel gruppo dei Popolari al Parlamento Europeo, ove ha avuto un peso determinante nell'elezione della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in vista di partite di valenza intercontinentale. Sic stantibus rebus, se declinano la Germania e la Francia, l'Italia va a rotoli, prima durante e dopo l'ormai incombente crisi finanziaria mondiale che rischia di travolgere non solo l'Esecutivo ma la vita quotidiana e il valore dei beni mobili e immobili degli italiani. Non per caso tornano a schioccare le ali dell' uccello del malaugurio: la “Patrimoniale...”. 
A scanso di equivoci, il 1922-1929 (e specie il 1924) non è qui evocato per appiccicare fatue e anacronistiche etichette a personaggi politici odierni ma per evidenziare l'errore lessicale di chi ha incautamente agitato la richiesta di “pieni poteri” tramite una investitura plebiscitaria, estranea alla storia parlamentare d'Italia dal 1848 a oggi, con la sola e niente affatto rimpianta parentesi degli anni 1929-1943.
Il mito del “costo della politica”
Percepito di essere alle corde per l'intempestiva pretesa di sfiduciare Conte, Salvini ha rilanciato proponendo di approvare in quarta lettura la riduzione dei componenti della Camera e del Senato, quale premessa per dimissioni del governo e indizione immediata di nuove elezioni generali. La potatura del numero dei parlamentari è un vecchio e stantio leitmotiv dell'antipolitica. Ha accomunato nei decenni partiti e movimenti del tutto diversi. La Sinistra (mai dimenticare!) originariamente era per l'abolizione del Senato, considerato fortilizio dei reazionari anche quando nel 1948 passò dalla nomina regia e vitalizia all'elettività. Proprio per il centinaio di “senatori di diritto”, in massima parte non democristiani, aggiunti a quelli appena eletti, De Gasperi fu costretto a varare il governo di coalizione centrista che scongiurò la clericalizzazione dell'Italia. Così come è (del tutto diverso dal papocchio proposto dalla “riforma” Renzi-Boschi) il Senato ha reso e può rendere grandi servigi alla democrazia parlamentare: soprattutto se continuerà ad avere un corpo elettorale diverso (cioè più anziano) rispetto a quello della Camera dei deputati e uno stile austero, diverso da quello esibito lo scorso 12 agosto. Il monocameralismo è sempre stato (e rimane) cavallo di battaglia dei giacobini e dei leninisti, perché spiana la strada all'eliminazione dei residui oppositori (anche fisica, all'occorrenza: espulsione dall'Aula, dichiarazione di decadenza, ecc.). E' predicato dalla chiacchiera sul “costo della politica” condivisa da tutti i neo-qualunquisti. Essa sposta l'attenzione dal vero nodo della democrazia parlamentare: non il numero dei rappresentanti ma la loro preparazione culturale e, specificamente, i prerequisiti per l'esercizio della rappresentanza politica, la più alta delle responsabilità, delle “arti”, delle “professioni”, come (secondo il suo discepolo Platone) insegnava il filosofo ateniese Socrate, sino a quando, esasperati del richiamo alla serietà e inclini al malgoverno, i suoi concittadini lo fecero condannare a morte dall'Areopago.
Il Paese Italia è perfettamente in grado di accollarsi il costo del Parlamento. Ha ben altri sperperi da eliminare! Non è invece in condizione di sopportare l'inerzia del governo nazionale, di Regioni spendaccione e di amministrazioni comunali che hanno condotto al fallimento gli enti affidati alle loro cure.   
Forme e sostanza degli Stati...
Dinnanzi all’incombente crisi dell'esecutivo attuale non è per nulla retorico riflettere sul “porro unum necessarium” di qualunque altro dovesse subentrargli. Lo Stato è chiuso nella tenaglia dell'enorme e crescente indebitamento pubblico, della stagnazione del prodotto interno lordo e del declino della sua creatività, anche e soprattutto per lo sfascio della scuola e della ricerca scientifica che ancora ricorre allo sfruttamento delle capacità e della dedizione. Anche altri Paesi dell'Unione Europea vivono difficoltà, ma hanno fondamentali economici (sistema produttivo e fiscalità) di gran lunga più efficienti e un assetto dei poteri istituzionali così stabile da assorbire i contraccolpi della labilità del regime rappresentativo. Vale per gli Stati monarchici (da Gran Bretagna, Spagna, Benelux, Paesi scandinavi...) come per la repubblica presidenziale francese e per quella federale germanica. 
La cornice e il capolavoro 
Qualunque capolavoro politico voglia compiere un futuro governo va ricordato che da secoli per il Paese Italia è la cornice a decidere il quadro e non viceversa. Falliti i propositi di dar corpo a monumenti imperituri, Leonardo da Vinci dedicò gli ultimi anni a rivisitare “la Gioconda”. Quello era l'unico “spazio” rimasto a disposizione del suo genio, in un castello lontano dalla sua terra d'origine. All'altro gigante dell'epoca, Michelangelo Buonarroti, papa Giulio II affidò la decorazione della Sistina. Egli affrontò la sfida e la superò, ma non poté ampliare di un metro le dimensioni della Cappella. Così è e sarà per qualunque Esecutivo. Come nel mensile “Storia in Rete” ha ricordato lo storico Nico Perrone, specialista dei legami italo-americani, l'Italia è vincolata in aeternum alla Nato per quanto riguarda il suo assetto difensivo (e quindi militare, dell'industria strategica e pertanto nell'informatica...). I “giri di valzer” che si era permessa con la Francia a inizio Novecento vennero guardati con indulgenza dal Cancelliere germanico von Bulow perché Vittorio Emanuele III era sovrano di uno Stato con ampi margini di indipendenza e di possibili iniziative (lo si vide con la dichiarazione di guerra all'impero turco per la sovranità su Tripolitania e Cirenaica, intrapresa senza l'avallo preventivo né degli alleati né degli avversari/concorrenti). Ora non può fare altrettanto. Lo stesso vale per i suoi rapporti con l'Unione Europea, che non è una combriccola di burocrati antipatici ma una somma di vincoli ineludibili se non a prezzo di sanzioni durissime.
Vagheggiare l'uscita dall'euro e l'invenzione di forme neppur tanto occulte di aumento del debito pubblico (per esempio con i risibili mini-bot) vuol solo dire perdere ulteriormente di credibilità internazionale, scoraggiare qualunque investimento dall'estero, far fuggire i pochi capitali ancora disponibili e seminare panico e sfiducia in quanti si sentono intrappolati dalle loro proprietà immobiliari, vessate dalla tassazione esorbitante, unicamente destinata a fronteggiare la spesa corrente, senza alcun beneficio per la famosa “crescita”.
Sarà un bene o sarà un male la somma dei vincoli che oggi fa da cornice al Paese Italia e recide i garretti di qualunque velleità sovranistica? Sarà giustizia o misericordia, per dirla con padre Cristoforo? Agli occhi della Storia essa risulterà un beneficio, come le regole elementari di comportamento insegnate a bambini poco inclini alla disciplina. Capiranno nel tempo che la vita è fatta di diritti come anche di doveri, di gioco e di serietà. 
L'Italia immaginaria deve lasciare spazio a quella reale e alla legale: la Costituzione e tutte le convenzioni internazionali sottoscritte dal 1948 a ieri. Se l'Italia contò e ancora conta, è proprio grazie alla riduzione della sovranità nazionale cui, sconfitta nella Guerra dei Trent'anni, essa acconsentì nell’art. 11 della Carta fondamentale. Pretendere di ignorarla e di “fare da sé” è solo ingenua velleità di dimenticare la propria storia, la realtà fattuale. Poca cosa per un principato ricco e operoso, pessima per un Paese dall'economia stagnante in un mondo in recessione. 
I prossimi giorni saranno decisivi e peseranno per molti e molti anni, come ha ripetutamente ricordato Silvio Berlusconi e fa intendere il Presidente Sergio Mattarella. 
Aldo A. Mola 

EBREI  TRA ALPI E COSTA AZZURRA
 UNA “NAZIONE” PRIMA E OLTRE GLI “STATI”
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 Agosto 2019, pagg. 1 e 11.
 
CASSIN MARCO (1859-1926), ebreo,deputato, rotariano.13  aprile 1850: quando Cavour fece fischiare una palla...
“Oh, gran bontà de' cavalieri antiqui” scrisse il poeta. Anziché moltiplicare insulti e polemiche, vi sono altri modi per chiudere una disputa nata in Parlamento. Lo documentano gli Atti della Camera dei deputati del regno di Sardegna, l'unica elettiva in Italia dopo il fallimento del Quarantotto, a dimostrazione che la monarchia rappresentativa varata da Carlo Alberto e dal suo giovanissimo successore, Vittorio Emanuele II, era il solo regime capace di guidare l'impervio cammino dell'Italia verso indipendenza nazionale, unità e libertà. Emblematica rimane la “resa dei conti” tra due deputati della Camera “subalpina” nella primavera del 1850. Camillo Cavour, ancor prima della nomina a ministro di Agricoltura e Commercio in successione allo sfortunato Pietro Derossi di Santarosa, era schierato per la liberalizzazione degli scambi. In aprile si aprì il dibattito sul trattato di navigazione e commercio con la Francia. Il conte lo propugnò a spada tratta. Lo ricorda Simona Tombaccini in “La Nazione Ebrea di Nizza, 1814-1860” (Ed. Centro Studi Piemontesi, candidato al Premio Acqui Storia), uno di quei libri che chiedono una vita di ricerche d'archivio ma poi durano nei secoli. Gli si oppose Henri Avigdor, di cospicua famiglia israelita, deputato di Gavi e strenuo difensore degli interessi della sua nativa Nizza Marittima. Dall'Aula di Palazzo Carignano la polemica, tutta svolta in perfetto francese (Cavour lo parlava meglio che l'italiano), rimbalzò nei giornali. Il duello tra il cavouriano “Il Risorgimento” e “La Voix de l'Italie”, periodico  fondato da Giulio Avigdor, fratello di Enrico, salì al diapason. Secondo il costume del tempo ai due non rimase che posare la penna e passare ai fatti: un duello alla pistola. Lasciati per pochi minuti gli scranni deputatizi, il pomeriggio del 13 aprile si trovarono sulle sponde della Dora, non lontano da un cimitero. Per sorteggio, Avigdor sparò per primo. Ebbe a portata di tiro la vita del trentenne Camillo e, con essa, le sorti del regno e dell'Italia ventura. Mancò il bersaglio. Lo stesso fece Cavour. I rispettivi padrini si affrettarono a giudicare chiuso il duello, “considerato il contegno franco e generoso dei due avversari”. Il nizzardo tese amichevolmente la mano al conte confidandogli di aver sentito “siffler la balle” all'orecchio. “Non ho mirato per mancarvi” rispose Cavour, gelido e ambiguo come un oracolo. Poiché il duello era proibito, il procuratore generale di Torino li incriminò, ma la Camera respinse l'autorizzazione a procedere. Il codice dell'onore prevaleva su quelli ordinari. La loro riconciliazione avvenne in Aula e, come Cavour confidò divertito, il trattato passò grazie alla “conversion d'Avigdor”. Ne accenna il siciliano Rosario Romeo in una nota dell'immensa insuperata biografia dello Statista, affidatagli dalla Associazione Piemontesi a Roma, mentore Renzo Gandolfo, “ 'l profesor”. D'altronde la sorte di Nizza era segnata. Dall'annessione della Liguria nel 1814, anziché alla città di Caterina Segurana Torino guardava a Genova (ai danni di Savona, da sempre in contrasto con la Superba) e a La Spezia quale porto militare, più possibile lontano da Tolone. 
Nel decennio seguente tante famiglie nizzarde si trovarono dinnanzi alla scelta tra Parigi e Torino, la Francia (e il suo già immenso impero coloniale, dall'Algeria alla Cocincina) e un'Italia ancor tutta da costruire. Con la cessione alla Francia della Savoia e della Contea di Nizza (1860) venne l'ora delle decisioni ultime. Francofoni da molte generazioni, scrive Tombaccini, i giudeo-nizzardi “nutrivano sentimenti filofrancesi e da lunga data”. I più chiesero la “naturalizzazione” francese. Altri scelsero la cittadinanza italiana. Il “dilemma dell'annessione attraversava le famiglie e le spaccava, dato che un genitore, memore dell'esperienza napoleonica, preferiva la Francia, mentre il figlio, sensibile agli ideali del Risorgimento, inalberava il vessillo dell'Italia unificata che si profilava all'orizzonte”.
Al di là degli Stati, sotto la Stella di Davide
Per gli ebrei v'era però una terza opzione, silente: rimanere se stessi, “nazione”, come sempre nei secoli. Fu il caso di molte famiglie della Costa Azzurra. Quando ancora non c'erano telefoni né internet avevano una fitta rete di comunicazioni da uno all'altro dei Paesi nei quali singoli loro componenti si erano trovati a vivere, spesso sospinti dalle bufere delle persecuzioni, da Spagna e Portogallo alla Francia e all' “Italia”. Tra la Rivoluzione e l'Impero (1789-1815) avevano vissuto una lunga parentesi di libertà, rimasta pressoché intatta in Francia dopo la Restaurazione, a differenza di quanto accadde nel regno di Sardegna col ritorno di Vittorio Emanuele I. 
Dopo decenni tra conati di rivolta e rassegnata sottomissione, lo Statuto di Carlo Alberto e i Regi decreti del suo Luogotenente Eugenio di Carignano riconobbero agli israeliti uguaglianza di diritti civili e politici. Gli Avigdor se ne avvalsero subito. Henri-Enrico il 2 febbraio 1850 si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Gavi, già rappresentato dai marchesi Damaso Pareto, Orso Serra e Tommaso Spinola.  Soccombente al primo turno per un paio di voti contro Pietro Bianchi, due giorni dopo egli trionfò in ballottaggio con 130 preferenze contro le 19 del rivale.  Suo fratello  Giulio a sua volta fu eletto in ballottaggio nel 2° collegio di Nizza Marittima l'11 dicembre 1853 e venne confermato il 22 gennaio 1854. Morì il 23 dicembre dell'anno seguente. Gli subentrò Carlo Laurenti-Robaudi, come Augusto Riboty e altri patrioti pugnace difensore dell'italianità di Nizza.   
Di là, di qua delle Alpi: il rabbino cuneese Lelio della Torre
Con minuziosi alberi genealogici (quasi diamanti incastonati in una ricca collana di capitoli) Tombaccini documenta i flussi secolari dei membri di una stessa famiglia dall'uno all'altro versante delle Alpi del Mare. E' una regione che ancora attende la vera svolta dell'Unione Europea: tornare da sommatoria di Stati e staterelli all'ecumene antica, vaticinata da Caracalla (non il più costumato fra gli imperatori romani) quando, nel 212 d.Cr., conferì la cittadinanza a tutti gli uomini liberi. Ne emerge l'arricchimento culturale che ne trasse il Piemonte nell'Otto-Novecento. Fu il caso del Piemonte meridionale, ove, per esempio, Cuneo contò due ebrei di peso europeo: Lelio della Torre e Marco Cassin. 
Della Torre nacque nel capoluogo della “Granda” l’11 gennaio 1805 e morì a Padova il  9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell’avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò ebraico, latino e greco. Parlò italiano, francese, tedesco... Così definì la sua schiatta: “Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all’unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intorno allo stendardo della religione, fonte della libertà, di eguaglianza, d’indipendenza. che ausiliaria anch’essa vuol essere della patria e da noi a suo pro’ adoprata”. Della Torre respinse l’attribuzione dell’unificazione italiana a un “complotto  giudaico”, preludio di quello “giudaico-massonico”, classico cavallo di battaglia dell’antisemitismo reazionario. Perciò la sua figura e la sua opera  furono riproposte quale  vessillo liberale nel Piemonte d’inizio Novecento. 
Marco Cassin, politico, patriota, rotariano... 
Altro esponente insigne della comunità ebraica subalpina fu Marco Cassin (Cuneo, 29 agosto 1859  - Padova l’8 aprile 1926). Come i Cavaglion, i Lattes, Treves, Valobra, Valeri (una Debora sposò Aronne Ovazza di Torino), anche i Cassin furono una famiglia transfrontaliera. Nel Cuneese  si affermarono come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885  caldeggiò l’ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già  sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere  provinciale per il mandamento di Caraglio. Eletto col sostegno di Cassin, Giolitti rappresentò il mandamento  sino al 1920 quando morì Luigi Moschetti, che non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all’inizio  della Grande Guerra.  Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento di Prazzo e San Damiano, terra dei suoi antenati paterni. Vi rinunciò nel dicembre 1925, in risposta al servile complotto di catto-fascisti, con contorno di liberali tristemente dimentichi di sé, tutti proni dinnanzi al duce del fascismo.
Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell’omonima banca, in carica  dal 1873 al 1882, quando morì. Sette anni dopo fu eletto Marco. Non confermato nel 1893, riconquistò il seggio nel 1905, mentre  affioravano tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Marco Cassin divenne punto di riferimento di  una linea politica destinata a fare da spartiacque nell’amministrazione civica cuneese: i clericali da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, proprio quell’anno eletto presidente del consiglio provinciale; i liberali progressisti dall’altra.  Anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana ispirati da don Davide Albertario e da Cesare Algranati, ebreo convertito in Rocca d'Adria (1892 e seguenti), polemizzavano a freddo contro israeliti e massoni.  Alle elezioni comunali  del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.
La lotta fra clericali e liberali crebbe di tono con la fondazione della loggia “Vita Nuova”, il cui  stratega fu l’avvocato Angelo Segre.  La lotta per la conquista dell’amministrazione cuneese balzò al centro dell'attenzione nazionale. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l’arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a giolittiano e infine filoclericale), venne confermato deputato. I liberali in Cuneo e altre zone della provincia erano però prevalentemente progressisti, convinti di poter fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti, sia i clericali. Il loro vero Nume era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti) lo Statista lo controllava, anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all’Interno. Per sciogliere il nodo, il  Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei liberali. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano, il “Corriere Subalpino” (poi “Il Subalpino”), contrapposto alla “Sentinella delle Alpi” di Galimberti e al cattolico “Lo Stendardo”. Le elezioni del 1912  decretarono la vittoria dei progressisti guidati da Cassin, fiancheggiato dai “fratelli” Eugenio Cavaglione, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato  Marcello Soleri, eletto sindaco. Questi  chiamò Cassin in giunta. Ancora una volta un pugno di uomini determinati e coesi garantirono la libertà delle moltitudini. Quello è il ruolo delle élites. 
Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati. 
Il 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d’essere ebreo e massone  e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma  Cassin rispose di non sentirsi in colpa  solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì d’essere affiliato alla massoneria italiana. Non aveva motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio. Nessun imbarazzo, dunque; semmai all'epoca era un passe-partout. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché non lo era.  
Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin  fu eletto consigliere provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda.  Sconfitto da Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Galimberti fu battuto anche alle provinciali: una  disfatta che ne eccitò lo spirito di vendetta, spinto all'estremo quando perfidamente chiese soldi agli industriali torinesi per annientare per sempre Giolitti nella sua provincia originaria. Cassin  non tornò nel consiglio comunale di Cuneo  perché ormai aveva altre e più  alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all’intervento dell’Italia nella grande guerra a fianco dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) egli gettò sul piatto della bilancia una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della balzana linea di frontiera italo-francese risalente ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III e peggiorata nel  1860. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento, per non creare allarme nel governo francese di cui, senza molte ragioni e con più danni che vantaggi, col patto di Londra del 26 aprile 1915 l’Italia divenne alleata contro gl’Imperi Centrali. Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell’aviazione militare a Cameri (Novara). Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l’anno seguente, lasciate tutte le cariche locali, ascese a  vicepresidente della Camera di commercio internazionale. Giolitti lo propose senatore. Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sontuosa sede della Camera di Commercio di Cuneo. Autore di numerosi studi scientifici, economici, statistici, egli pronunciò  il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo presenti il Re, Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio dei ministri, Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie Riccardo Bianchi e altre personalità.
L'Internazionale Azzurra, bastione delle libertà 
Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non gli chiese di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti, alla quale era asceso una settimana prima che Mussolini si insediasse al governo. Chi lo poteva doveva rimanere al suo posto per protrarre il magistero liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione di Cassin  sull’attività camerale, che fu anche il suo testamento politico. A far scendere un'ombra sulla sua figura concorse  il concordato cui la sua Banca fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A quasi un secolo dalla morte, Marco Cassin merita l'intitolazione di un luogo o edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo. E' l'emblema di un mondo che esisteva prima e rimarrà vivo dopo il tramonto degli “Stati nazionali”, qui e là necessari secondo le “circumstanzie”, ma spesso forieri di guai nel corso millenario della storia.
Con l'industriale e poi senatore del Regno Luigi Burgo, con Soleri, lo scrittore Nino Berrini (massone) e altri insigni esponenti del Vecchio Piemonte (Giuseppe Boglione, Umberto di Montezemolo, Gastone Guerrieri di Mirafiori, Giambattista Imberti, Enrico Marone...), nel 1925 Cassin dette vita al Rotary Club di Cuneo: antenna della nuova Internazionale Azzurra. La sua storia fu pubblicata nell'80° del Sodalizio, all'epoca presieduto da Gianmaria Dalmasso, e riproposta dieci anni dopo con premessa di Alois Dalmasso di Garzegna. Socio d'onore il Rotary di Cuneo dal 1927 ebbe Umberto di Savoia, principe di Piemonte; e dal 2006 vanta sua figlia, la Principessa Maria Gabriella: tanti “nodi” della lunga “catena” che ha condotto alle libertà, ai diritti dell'uomo, alla fratellanza tra i popoli, arricchita dalla “nazione ebraica” cresciuta tra Alpi e Costa Azzurra. Il 15 novembre 1938 anche il Club di Cuneo sospese le sedute a tempo indeterminato prima che Mussolini sciogliesse di autorità i Rotary d'Italia, malgrado ne fosse presidente onorario il Re stesso. D'altronde tre giorni dopo furono emanate le leggi razziali, volute dal duce d'intesa con l'ala antimonarchica del fascismo per isolare Vittorio Emanuele III e subordinare il Paese alla Germania di Adolf Hitler. Fu il suicidio di sovranisti sprovveduti e cortomiranti. Purtroppo, però, esso comportò la rovina d'Italia.  
Aldo A. Mola

(*) L’autore è grato a Mathieu Vernant (Parigi), che ha liberalmente messo a disposizione una fotografia inedite del nonno, Marco Cassin .  
 
 
 
 

LA PARABOLA DEL GENERALE LUIGI CAPELLO
 DA COMANDANTE DELLA II ARMATA A TRENT’ANNI DI CARCERE
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 Agosto 2019, pagg. 1 e 11.
 
Luigi Capello durante la detenzione nel giardino della clinica di Formia.I “casi” della Storia
La storia d'Italia è zeppa di casi che meriterebbero di esser narrati da scrittori dalla penna forbita anziché da aridi cronisti. Tra i molti vi è la sorte dell'attuale Verbania. A Pallanza e ad Intra, ora fusi nel ridente comune del Lago Maggiore, nacquero Luigi Cadorna, Comandante Supremo dell'Esercito italiano nella Grande Guerra, e il suo più valente generale, Luigi Capello, comandante della II Armata. Non bastasse, Capello presiedette il congresso di Roma che nel novembre 1921 segnò il passaggio del fascismo da movimento a partito nazionale e quattro anni dopo venne condannato a trent'anni di reclusione per attentato alla vita del duce. 
Di Cadorna molto si è scritto nel centenario della prima guerra mondiale, scandito anche dalla ristampa delle sue opere fondamentali, La guerra alla fronte italiana (ed. Bastogi) e Caporetto. Risponde Cadorna, curato da suo nipote, Carlo (ed. BCSmedia). Capello, invece, rimane in un cono d'ombra. Motivo in più per ricordarlo anche per memoria del 10 agosto 1916, quando comandò il vittorioso ingresso degli italiani in Gorizia.
Capello: la carriera militare di un borghese
Luigi Carlo Attilio Capello (Intra, Novara, 14 aprile 1859 - Roma, 25 giugno 1941), familiarmente chiamato Attilio, nacque mentre il padre, Enrico, originario di Fossano nel Cuneese, combatteva nella seconda guerra d’indipendenza. Avviato sedicenne alla Scuola Militare di Modena, vi ottenne risultati brillanti. Studiò l’arte militare di fine Settecento e la napoleonica campagna d’Egitto del 1798. Volontario dal 21 novembre 1876 (“con firma permanente”) salì di grado in grado sino a entrare nel Corpo di Stato Maggiore. Nel 1887 fu destinato al comando della Divisione militare di Firenze, poi a quelle di Ancona e di Napoli (1890), ove il padre era capo dell’ufficio del telegrafo. 
Nel 1893 fu trasferito a Cuneo: posizione periferica, si disse, perché non erano stati apprezzati articoli nei quali aveva propugnato il passaggio dell’esercito da un assetto difensivo a quello offensivo, proprio mentre cresceva la tensione tra Italia e Francia. Nell'agosto di quell'anno ad Aigues-Mortes decine di emigrati vennero massacrati a colpi di vanga perché si contentavano di una mercede inferiore a quella chiesta dai terrazzieri francesi. In realtà l’assegnazione al capoluogo della provincia del presidente del Consiglio Giovanni Giolitti non fu affatto una “punizione”, sia perché la “Granda” era, appunto, “terra di frontiera”, sia perché Capello vi era circondato da amicizie e da parenti. Il 26 luglio 1893 vi sposò Lydia Bongioanni, un cui fratello, Riccardo, massone, sarebbe divenuto presidente della locale Cassa di Risparmio. Cinque giorni dopo la conquista di Derna (3 marzo 1912), durante l’impresa di Libia, Capello rievocò alla truppa la propria iniziazione alla vita militare: “È un antico Alpino del Battaglione Val Maira che vi parla, soldati; un Alpino di trent’anni fa, che, quando vi vede, non può non ricordare i tempi della sua giovinezza e l’Alpe nativa. E come tale io vengo fra voi oggi, tra i miei fratelli di un tempo, tra i grandi e modesti eroi del 3 marzo”. 
A Cuneo Capello visse anni di turgori. Sotto i portici di via Roma, da piazza Vittorio Emanuele II a piazza Torino militari e graduati minori passeggiavano sul lato sinistro, gli ufficiali sul destro, quello dei caffè-concerto. In tal modo coscritti,  caporali e sergenti erano dispensati da irrigidirsi ogni due passi nel saluto di prammatica ai superiori, a scanso di punizioni esemplari. Su quel lato privilegiato un giorno una signora (che non era Lydia) spinse due pargoletti dinnanzi ad “Attilio-Luigi” dicendo loro: “Salutate il vostro papà...”. Nessuno ci fece gran caso. Del resto persino il Feldmaresciallo Radetzky aveva avuto quattro figli da una fedelissima domestica. Volere l'ordine nel Lombardo-Veneto non comportava di nutrire repulsioni per i suoi abitanti, popolani inclusi (anzi, meno ancora per questi che verso gli altezzosi patrizi e borghesi che avevano linciato a colpi di ombrello il napoleonico ministro delle finanze, Prina, colpevole di aver fatto pagare le tasse).
Tenente colonnello nel 1898, colonnello nel 1904, nel 1909 Capello pronunciò a Torino l’orazione ufficiale per il cinquantenario della seconda guerra d’indipendenza. Auspicò la pace europea: “Se guerre ancora vi saranno non potranno essere per noi che guerre rese necessarie da grandi interessi nazionali; ed allora, ancor più che per il passato, l’esercito sarà il Paese. L’indole nostra, la nostra storia lo impongono. La tradizione militare del nostro risorgimento si associa nella mente del popolo e si confonde colla tradizione garibaldina...” Ritratto come “uno dei più giovani e colti nostri ufficiali superiori”, nel novembre 1911 partì da Padova alla volta della Libia alla testa del 57° reggimento di fanteria. Dopo il già ricordato successo di Derna, il 2 giugno spiegò ai soldati il valore dello Statuto, “santa legge di libertà e di eguaglianza la quale voi avete giurato di osservare arruolandovi sotto le bandiere”. Valutato “idoneo a conseguire il grado superiore”, proposto per l’encomio solenne e apprezzato da Armando Diaz, dal 1° febbraio 1913 fu assegnato al comando della brigata “Lombardia”.
La Quarta guerra per l'Unità d'Italia del Fratello Capello
Fautore dell'amicizia italo-francese, nel 1914-1915 Capello non nascose la sua inclinazione per l'intervento in guerra contro l'Austria, nemico storico. Era la Quarta guerra per l'indipendenza, a fianco di Marianne, depositaria del trinomio “libertà, uguaglianza, fraternità” scritto nei templi massonici da lui frequentati da quando era stato iniziato nella loggia “Fides” di Torino, il 15 aprile 1910 (brevetto n. 31.681).
Nell’agosto 1916, alla testa del VI corpo d’armata, Capello liberò la “Santa Gorizia”: un successo che lo impose all’attenzione generale e, come scrisse Renzo De Felice, ne fece l’“unico generale italiano di statura europea”. Nei momenti più complessi si valse di solidarietà propiziate dalla “fratellanza”: viatico per le relazioni con Ernesto Nathan, Eugenio Chiesa, Salvatore Barzilai, Leonida Bissolati, Ferdinando Martini... dei quali aveva bisogno per tenersi al riparo dagli eventuali fulmini del Comandante Supremo, Luigi Cadorna, che lo apprezzava come uomo di guerra ma non ne gradiva l'ostentazione di amicizie tripuntinate.  
Bollato quale “tiranno sanguinario” e persino “macellaio” (come si legge nella famigerata “Inchiesta su Caporetto” del 1919, ristampata dall'Ufficio Storico dello SME e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo presieduta da Gianni Rabbia), Capello si batté invece per migliorare le condizioni materiali e spirituali della truppa, valendosi anche dell’amicizia di padre Giovanni Semeria e di Agostino Gemelli. Promosso nel giugno 1917 alla testa della II Armata (circa 900.000 uomini: la più imponente mai allestita nella storia d’Italia come insegna il generale Oreste Bovio), in agosto guidò l’offensiva risoltasi nella conquista dell’altipiano della Bainsizza: una avanzata che però non si tradusse in vittoria strategica. Nelle settimane seguenti, mentre perdurava l’incertezza fra una seconda spallata e il ripiegamento del grosso della forza in vista di una possibile offensiva degli austro-ungarici, alleggeriti dalla “diserzione” della Russia, la fronte italiana rimase sbilanciata in avanti. La conferenza di Capello del 9 ottobre 1917 ai comandanti della sua Armata evidenzia la contraddittorietà della sua condotta: attestarsi sulla difensiva ma pronti alla controffensiva, con sbilanciamento in avanti, contro l'ordine impartito da Cadorna il 28 settembre: difensiva e arretramento delle artiglierie (tanto più che, dopo l'arresto dell'avanzata sulla Bainsizza, inglesi e francesi si erano affrettati a ritirare i cannoni prestati all'Italia). Capello ebbe il torto di non adeguarsi; Cadorna (come scrive suo nipote, Carlo) ebbe quello di non controllare l'esecuzione puntuale delle proprie direttive. Fregiato dal re motu proprio del Gran Collare dell’Ordine Militare di Savoia, colpito da attacco acuto di nefrite, Capello lasciò per pochi giorni il comando proprio alla vigilia dell’offensiva nemica che, preceduta da intenso bombardamento, vide in campo anche gli Alpenjaeger, reparti germanici di élite, tra i cui ufficiali spiccò Erwin Rommel, lanciati a penetrare nelle linee italiane e a superarle in profondità. Tornato febbricitante in linea, condivise la decisione di Cadorna, interprete del pensiero del Re, di arretrare sulla destra del Piave. 
Assegnato al comando della V Armata, raccogliticcia e formata in gran parte con gli “sbandati” della II Armata - tanto che, egli scrisse, “in un solo reggimento vi erano rappresentati i colori delle mostrine di oltre cento brigate” -, il 17 febbraio 1918 Capello venne “messo a disposizione” della Commissione d’inchiesta sulle responsabilità della ritirata, presieduta dal generale Carlo Caneva, a suo tempo rimosso da Giolitti dal comando delle forze impegnate in Libia. Benché tra i commissari fosse il deputato e già sindaco di San Remo, Orazio Raimondo, socialista, e, come lui, interventista e massone, Capello non ebbe alcuna speciale tutela. Bissolati gli fece sapere che l’unico a poter intervenire a suo favore era Emanuele Filiberto, Duca d’Aosta, comandante della III Armata, mentre da Londra il generale Armando Mola, addetto militare all'Ambasciata d'Italia, gli scrisse che “in Inghilterra mai un momento si era dubitato di lui” (6 settembre 1918).
Risalire la china: la Democrazia del Lavoro
Posto in congedo definitivo il 18 marzo 1920 con effetto retroattivo e quindi escluso dai benefici previsti dal 1° gennaio 1920, Capello visse per ottenere giustizia. Dinnanzi all’impresa di Fiume (12 settembre 1919) plaudì alla continuità tra garibaldinismo e dannunzianesimo: “Soldato e democratico, sono contrario ai pronunciamenti militari; ma questo non è fenomeno militare, è pronunciamento nazionale, pronunciamento italiano”: l'opposto di quanto ritennero Giolitti e Cadorna, a giudizio dei quali la “marcia di Ronchi” era inammissibile sedizione, da reprimere manu militari.  Il 5 febbraio 1920 Capello si dichiarò pronto ad appoggiare la “Repubblica dannunziana”, mentre lo scaltro “Vate” evitava di rompere davvero con la Corona e varò la Reggenza.
Fautore come Giolitti dell’“abolizione della diplomazia occulta”, nel dopoguerra Capello affermò: “Non s’illudano le classi borghesi di ridivenire arbitre e sfruttatrici. Il problema è essenzialmente di lavoro e di produzione”. Si schierò per la valorizzazione dello Stato contro la demagogia. Nel movimento fascista originario, come Ernesto Rossi e tanti futuri antifascisti irriducibili, anche Capello intravide un volano della democrazia del lavoro, terreno d'incontro dei “produttori”. Del fascismo gli piacquero anche l'anticlericalismo (condiviso da Arturo Toscanini, Filippo Tommaso Marinetti e Guido Podrecca, ex direttore di “L'Asino”, rivista ferocemente antipretesca: candidati con Mussolini nelle elezioni del 1919 contro i socialisti e i “popolari” di don Sturzo) e la valorizzazione degli Arditi, in gran parte sua ideazione. In Esercito e squadrismo sollecitò il ritorno alla legalità con la trasformazione delle squadre in “milizia volontaria, animata da elevato sentimento ed operante per le alte idealità nazionali nell’orbita dello Stato, consona alle tradizioni più fulgide del nostro Risorgimento”.
Alla sfilata dei “marciatori in Roma” e in Loggia
Il 31 ottobre 1922 con i generali Gustavo Fara e Sante Ceccherini anche Capello sfilò in Roma dopo che il Re aveva incaricato Mussolini di formare il governo. Proprio alla vigilia della Marcia, la commissione senatoriale per la revisione delle risultanze della precedente Commissione d’inchiesta sulle responsabilità di Caporetto aveva concluso con un verdetto di piena riabilitazione tanto di Cadorna quanto di Capello. Musssolini però ne vietò la pubblicazione per non riattizzare già aspre polemiche e per “tenere al guinzaglio” i vertici delle Forze Armate. Niente affatto compensato con una missione privata in Germania e da un compromettente “rimborso spese” di 5.000 lire concessogli dal generale Emilio De Bono, direttore generale della polizia, da quando il governo consentì e incoraggiò gli assalti squadristici alle logge Capello optò decisamente per la difesa della massoneria e ne capitanò l’opposizione al fascismo. 
Il 5 novembre 1925 fu arrestato a Torino per pretesa connivenza col progettato, ma mai attuato, attentato alla vita di Mussolini imbastito dal socialista Tito Zaniboni (niente affatto massone, a differenza di quanto asserisce Fulvio Conti, senza produrre documenti), affiancato da Carlo Quaglia, ex militante del partito popolare e informatore della polizia. Processato, malgrado la mancanza di prove concludenti e la testimonianza a suo favore del gran maestro Domizio Torrigiani, appositamente rientrato dalla Francia e assegnato a cinque anni di confino di polizia, Capello fu condannato a trent’anni di carcere, uno dei quali in regime cellulare, tre di sorveglianza speciale e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Aveva quasi settant'anni... Ad alleviargli la solitudine furono due sacerdoti, il Cappellano del carcere di San Gimignano e, a Soriano sul Cimino, il padre Bernardino della Passione, uomini “di cuore e di spirito” che nelle lunghe conversazioni non toccarono mai argomenti che potessero suscitare disagio. Dal generale ingiustamente incarcerato non pretendevano alcuna “capitolazione”. Lasciavano che a giudicare fosse l'Altissimo o il Grande Architetto.
La storia è galantuoma?
Sorretto dalla certezza che “la storia è galantuoma”, Capello passò da un carcere all'altro con “sopportazione tranquilla” ma senza alcuna “rassegnazione”. “Mangio tutto quello che mi danno” scrisse alla moglie. Viveva di ricordi, con “mente sana per comprendere ed apprezzare” e la coscienza adamantina della propria totale estraneità al “complotto” che gli era stato imputato. Lo disse alla corte che lo giudicava, sorda, prevenuta, eterodiretta: chi aveva comandato la II Armata non avrebbe mai imboccato il viottolo di cospirazioni dilettantistiche. Quando, dopo sei mesi di reclusione cellulare uscì a vedere il sole, malgrado il “magnifico panorama” ne trasse un'“impressione penosa” per le condizioni che gli venivano imposte. “Si resiste meglio a un temporale che a una goccia persistente”, aggravata dall'“albagia più sfacciata ed incosciente” e dal “difetto di ogni misura e di sentimento di opportunità” dei carcerieri. 
Non ebbe alcuno speciale aiuto né dal massone Ugo Cavallero, né da Pietro Badoglio. Passò poi alle cliniche di Montefiascone (laida e desolante) e di Formia e infine all’ospedale Littorio di Roma (1° giugno 1935). Poté tornare a casa l'anno seguente, ma nel silenzio assoluto, con un sussidio di 600 lire mensili erogati dal Capo della polizia, Arturo Bocchini. Anche per intervento dei “fratelli” Roberto Farinacci e Giuseppe Bottai, sua figlia Giulia ebbe un impiego all'INPS, all'epoca caso ancora rarissimo per una donna, e venne tenuta al riparo dalle altrimenti consuete insidie di colleghi inclini a esibire la loro pochezza mascolina. Dopo la concessione degli arresti domiciliari, Capello morì da detenuto il 25 giugno 1941. Da poco era caduta Derna, che egli aveva assicurato all’Italia il 3 marzo di trent'anni prima.
Nel dopoguerra la famiglia non chiese affatto la revoca della condanna per l'attentato a Mussolini. A quel punto era semmai un merito. Però occorreva annullare gli effetti “amministrativi” della condanna. “Amnistiato” post mortem dai governi Bonomi e Parri, solo con il governo De Gasperi il ministro della Difesa Mario Cingolani lo riabilitò e reintegrò nel grado di generale d’armata della riserva e nelle onorificenze (5 agosto 1947). La sua difesa fu affidata al memoriale scritto dalla figlia Laura, N. 3264. Generale Capello (Garzanti, 1947), che mandò un messaggio criptico: 3264 era il numero di brevetto di Capello quale grado 33 del Rito scozzese antico e accettato (6 novembre 1915). 
Capello rimane in attesa di una biografia esaustiva, in parte anticipata dagli atti del convegno Luigi Capello: un militare nella storia d’Italia (Cuneo, 3-4 aprile 1987, ed. L’Arciere, 1987). Con esemplare rettitudine nel 1930 l’Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile ne ricordò la figura e le opere (Per la verità e Note di guerra, entrambe del 1920), senza tacerne la “grave condanna per complotto politico”. Con la sua carriera Capello mostrò che nella monarchia statutaria anche la piccola borghesia poteva raggiungere i gradi supremi delle Forze Armate, un tempo appannaggio dell’aristocrazia. Lo Stato era un ascensore sociale a tutto vantaggio dell'armonia tra Istituzioni e cittadini.
Aldo Mola

NE' TRANSIZIONI NE' RIVOLUZIONI
 SOLO UNITA E IN ORDINE L'ITALIA PUO' FARE GRANDI COSE
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 luglio 2019, pagg. 1 e 11.
 
Francesco GuicciardiniIl “leghista” Guicciardini a lezione da Ferdinando il Cattolico
  Ferdinando il Cattolico, già sovrano di Aragona, confidò al fiorentino Francesco Guicciardini (1483-1540) il segreto del Regno di Spagna “solo la nazione può compiere grandi imprese se si mantiene unita e in ordine”. Era il 1512. Il mondo stava rapidamente cambiando. Vent'anni prima Cristoforo Colombo era approdato a San Salvador.  Poco conta se nativo di Genova o di un paesino del Monferrato, cattolico fervente o di sangue ebreo. Meno ancora importa dove avesse sbirciato o persino trafugato carte geografiche e portolani altrui e se avesse fiutato il vento soggiornando a Madera. Il punto è che fu lui per primo a “cruzar  el charco” al comando di tre navicelle e a vincere la partita da tanti sognata: “Buscar el Levante por el Poniente”. Non arrivò a Cipango, ma aprì alla Spagna (e quindi all'Europa cattolica) le Indie Nove. Era al servizio di una Corona che stava ampliando i raggi del suo compasso, dai Caraibi all'America centro-meridionale e di lì a poco al Messico. Il Re aveva alle spalle il coronamento della “reconquista”, compiuta a fianco di Isabella di Castiglia, pari a lui nelle visioni e nella concezione dei metodi, talora brutali, necessari alla loro realizzazione. Il Potere è tanto più saldo e fattivo quanto più deciso a impiegare i mezzi necessari per liberarsi da nemici interni ed esterni e imporre unità e ordine.
Nel 1512 Guicciardini aveva 29 anni. Genio del pensiero politico come il concittadino Niccolò Machiavelli (1469-1527) e fondatore della storiografia scientifica, il giovane ambasciatore di Firenze in Spagna era il frutto maturo della finissima diplomazia cresciuta alla scuola di Lorenzo de' Medici, morto nel 1492, quando l'Italia intera ne aveva più bisogno che mai. Signore di Firenze, il Magnifico, scettico come rivelano alcune sue “canzoni”, era stato l'“ago della bilancia”. Anno dopo anno aveva mediato tra i cinque Stati principali del mosaico italiani: il regno di Napoli (ne era sovrano un Aragona, la cui Casa dal 1282 regnava sulla Sicilia), la repubblica di Venezia (il doge era emanazione del Consiglio dei Dieci, espressione dall'aristocrazia), il Ducato di Milano (sottratto ai Visconti dagli Sforza) e lo Stato pontificio, da poco restaurato col ferro e col fuoco e forte di pontefici di statura grandiosa, da Sisto IV ad Alessandro Borgia, che tracciò la “raya” per appagare gli opposti appetiti di Spagna e Portogallo nella conquista delle Americhe. E poi vi era appunto Firenze, ricca, colta, mirabile ma stretta fra nemici infidi e affacciata su un Tirreno che, al sicuro da scorrerie dei barbareschi grazie ai valorosi Cavalieri dell'Ordine di Santo Stefano, le stava sempre più stretto.
Guicciardini percepì il messaggio di Re Ferdinando ma non poté metterlo a frutto. Il suo era e rimaneva il piccolo mondo antico di un'Italia sull'orlo del precipizio, tra guerre franco-ispaniche per l'egemonia sull'Europa passando per l'Italia e la faglia che si stava aprendo nella chiesa d'Occidente. In passato erano pullulate eresie, prontamente eliminate con l'eliminazione, anche in forme crudeli, dei loro estemporanei profeti. Dagli albigesi (o càtari), i dualisti d'Occidente impareggiabilmente narrati da Emmanuel Le Roy Ladurie, rimanevano poche frange nascoste in lande marginali, destinate agli ultimi roghi. Stava invece per esplodere la Protesta di Martin Lutero, la Grande Riforma, che sconvolse la Chiesa cattolica proprio quando la Croce veniva innalzata nelle Americhe e in Asia dai massimi esploratori-conquistatori, da qualche tempo dipinti quali criminali assoluti da chi giudica il mondo dai “valori” odierni anziché sforzarsi di conoscerne il percorso effettivo.
Guicciardini era troppo assorbito dallo scacchiere italiano per cogliere a pieno il cambio epocale. Nel 1512 l'ottantenne papa Giulio II della Rovere capeggiò una effimera lega italiana per cacciare dall'Italia i francesi di Luigi XII con un'insegna che non chiedeva traduzioni: “Fuori i barbari”. Ma tre anni dopo il suo successore, Francesco I, piombò in Italia e vi menò stragi. Dopo la prematura morte del Magnificò Firenze aveva vissuto la ventata di follia di frate Gerolamo Savonarola (inviso a Guicciardini  come a Machiavelli). Al culmine della sua fanatica lotta contro il lusso, la bellezza, la poesia, la filosofia, il brodo primordiale dal quale scaturiscono l'esibizione dei corpi, la lussuria, i sette vizi capitali..., quel frate finì bruciato in piazza della Signoria, previo strangolamento.
Come Machiavelli (torturato con tratti di corda, emarginato e finito a indossare vesti “di fango e di loto” e a meditare sui Principati e sulla Prima Deca di Tito Livio), anche Guicciardini visse a lungo tra speranze di riscatto e constatazione dell'arroganza dei  de' Medici, usi a preferire i cortigiani. Estromesso dalla macchina del potere lasciò la Storia d'Italia che lo rese immortale.
A differenza di Spagna, Francia e Inghilterra, l'Italia non era nazione, non aveva né unità né ordine. Dei cinque Stati dell'età del Magnifico solo Venezia rimase indipendente. Gli altri decaddero a dominio diretto o indiretto dell'imperatore Carlo V e dei suoi discendenti e successori, da Filippo II d'Asburgo a Francesco II di Borbone, sconfitto da Giuseppe Garibaldi nell'ottobre 1860 e cacciato da Vittorio Emanuele II nel febbraio 1861. Papa Clemente VII, Giulio de Medici, tardò più di Guicciardini a capire il cambiamento in atto. A chiarirglielo fu il “sacco di Roma” del 1527, al quale seguì l'assedio di Firenze, i cui difensori  (scrisse poi Guicciardini) erano animati dalla “fede”, che è irrazionale, suscita eroismi (Francesco Ferrucci) e protrae oltre ogni limite ragionevole i tempi della sconfitta finale. Nel 1530 il papa andò a Bologna per incoronare Carlo V Sacro Romano Imperatore. Dopo di lui si susseguirono sul Sacro Soglio esponenti di grandi Casate (i Farnese), di Ordini (Sisto V) e dell'aristocrazia, ma in una visione sempre più circoscritta della Missione degli Apostoli. I sovrani pontefici (come Urbano VIII Barberini, il Chigi e altri molti) abbellirono Roma, ma si guardarono dal rischiare il martirio di Pietro e Paolo.
L'Italia rimase in massima parte dominata e in piccola parte “a noleggio”, pedina  di scambio tra le Impero e Francia. Lo insegnano la sorte di Mantova, la “guerra del Casale”, la liquidazione della repubblica di Siena e altre vicende del tutto secondarie mentre la flotta di Francis Drake compiva la seconda circumnavigazione del globo, dopo quella del portoghese ispanizzato Ferdinando Magellano, il cui quinto centenario è ignorato in un'Italia con l'occhio reso opaco tra contemplazione del golfo della Sirte e le sbirciatine al reggiseno di Carola Rackete. 
L'unificazione d'Italia per la pace europea e l'ordine interno
Quasi quattro secoli dopo la catastrofe di fine Quattrocento-inizio Cinquecento, il “miracolo” del Risorgimento dette all'Italia i beni più preziosi di cui una nazione di antica cultura e civiltà può andare fiera: indipendenza, unità, libertà. Un patrimonio inalienabile, da custodire con cura amorevole per le generazioni venture. 
Come nacque e come venne completata l'unificazione nazionale? Per quanto superfluo va ricordato che essa ha richiesto un secolo, dai primi moti costituzionali del 1820-1821, dalle cospirazioni di carbonari e massoni, dalla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi (1831-1834), e settant'anni di guerre per l'indipendenza, dalla prima (marzo 1848-marzo1849) contro l'impero d'Austria, alla vittoria (4 novembre 1918), ancora contro l'Austria e i suoi alleati. Un cammino di tre-quattro generazioni. 
Lasciando tra parentesi il lungo, faticoso e persino tortuoso percorso è la meta che infine conta. La nazione italiana unita e in ordine, precorsa dall' “opinione nazionale” di Massimo d'Azeglio e dalla Società Nazionale di Daniele Manin e del “fratello” Giorgio Pallavicino Trivulzio, compì grandi imprese grazie alla monarchia sabauda, che ne conciliò unità con Tradizione e Legittimità, cardini del Congresso di Vienna del 1815 (mentore Metternich) ammodernati da quello di Parigi del 1856 (ispirato da Napoleone III). La Nuova Italia nacque dal consenso dell'Europa del tempo, che plaudì la lunga transizione dal mosaico degli Stati esistenti, debellati da insorgenze, moti, colpi di mano, invasioni a tutela delle libertà conculcate, sempre con l'avallo di plebisciti (1848-\1870). Questi possono essere irrisi da nostalgici degli “Stati” preunitari, ma vennero accettati dall'Europa, che conta più delle chiacchiere di revisionisti filologicamente calvi. Quella stessa Europa non batté ciglio quando l'Esercito italiano irruppe in Roma e la tolse al  Papa che la possedeva da 1.100 anni (donazione di Sutri). Dal canto suo l'Italia di Raffaele Cadorna col garibaldino Nino Bixio schierato nella retroguardia, a Roma non andò per fare dell'anticlericalismo spicciolo. Lo stesso Giosue Carducci dei “Giambi ed Epodi” solo nei suoi ultimi anni cominciò a usare il termine “laico”, succhiato non dalla Lupa  di Roma ma dai seni avvizziti di Marianne, dal mito della Rivoluzione francese, usato dalla borghesia d'Oltralpe come giustificazione per la strage dei comunardi (1871) e la deportazione dei sopravvissuti nell'inferno della Nuova Caledonia. 
Le due Italie: il Paese che lavora e “malpancisti” 
Lì si aprì il divario tra l'Italia dei letterati, dei rimatori, dei visionari e quella degli artefici, della cultura di Stato, di gran lunga più fattiva e meritevole dell'altra. Militari di alta cultura (Federico Menabrea e Luigi Pelloux, per esempio), ingegneri ferroviari e minerari (come Quintino Sella), giuristi, economisti, clinici, agronomi, fisiologi...una folla di liberi professionisti talvolta appena diplomati (geometri, ragionieri, tecnici) costruirono il Paese e lo traghettarono dallo squallore originario al decoro. Un camino lento, che chiedeva alto “senso dello Stato”. 
Ma proprio l' “altra” cultura non ne fu affatto soddisfatta. Gli “scapigliati” avevano fretta e quindi sentivano il  bisogno infantile di agitare il vessillo della Rivoluzione, l'ideologia posticcia che accomunava il “proletariato senza rivoluzione”, emarginati e supposti seguaci di Giuseppe Mazzini, via via sino alla “Rivolta ideale” di Alfredo Oriani. 
“Rivoluzione” divenne la parola d'ordine dei tanti che, frustrati dalla deludente quotidianità, invece di rimboccarsi le maniche e fare (sull'esempio di inglesi, tedeschi, svizzeri, austriaci...), si rifugiavano in sogni alternanti malinconie e furori. Meno facevano per il prossimo, più pretendevano dagli altri, dallo Stato, dipinto come padre-padrone, esigente (chiedeva persino il servizio militare obbligatorio e imponeva la scuola elementare gratuita, la vaccinazione, l'igiene personale maschile e femminile, l'educazione fisica...). La  minoranza rumorosa prevalse sulla maggioranza operosa, non nei fatti, che sono ostinati, ma nella rappresentazione, che è fantasiosa e deformante. Per decenni andò in scena la sacra rappresentazione dell'Italia delusa, riscoperta dal Sessantottismo perenne germinato nel Novecento, per molti versi ancora serpeggiante. 
Lo spaccio della bestia trionfante
Nel 1919 “Rivoluzione” divenne l'insegna anche del Grande Oriente d'Italia con la gran maestranza di Domizio Torrigiani, un avvocato toscano di ampia cultura, arguto come Ferdinando Martini (biografato da Guglielmo Adilardi), ma tentato di usare il lessico altrui per svuotarne la pericolosità. Invano. Chi, come Benito Mussolini, arrivava dal socialmassimalismo, massimalista rimase anche da fascista e dopo l'ascesa a presidente del Consiglio e tornò a esserlo all'indomani della sua defenestrazione dal comando della guerra, deliberata il 25 luglio 1943 dal Gran Consiglio del fascismo  (pomposamente denominato “organo della rivoluzione”). Tra il 1922 e il 1943 il regime non ebbe la grandezza nibelungica del nazionalsocialismo che nella notte dei lunghi coltelli, il 30 giugno 1934, massacrò le SA,  prendendone a pretesto i costumi dissoluti, in realtà per disfarsi del loro sinistrismo. Mussolini rimase l'uomo che, uscendo dal PSI nell'agosto 1914, aveva promesso ai “compagni” che si sarebbero nuovamente incontrati. Quando? Con quali scopi? Accelerare il corporativismo caro a Giuseppe Bottai, l'antico massone espulso dalla loggia per morosità, e a Farinacci, “il più fascista”?
Luigi Federzoni: i conti con la storia
Nel “Diario inedito, 1943-1944”, curato da Erminia Ciccozzi dell'Archivio Centrale dello Stato con illuminante saggio introduttivo di Aldo G. Ricci e  pubblicato da Pontecorboli (Firenze), Luigi Federzoni aiuta a capire che l'Italia non ebbe mai rivoluzioni. Tra le centinaia di citazioni possibili da un “Diario” che in 500 pagine nomina Giulio Cesare appena tre volte e mai Augusto, basti una sua riflessione sull'abuso di Mazzini attuato dal duce, issato a capo della Repubblica sociale italiana  ma ridotto a “morto che cammina” sotto il controllo di Hitler e dei suoi manutengoli. Nel mare magnum delle meditazioni vergate nel “Diario d'un condannato a morte” (titolo autografo, parallelo a quello del barone e “fratello” Giacomo Acerbo: “Tra due plotoni di esecuzione”) Federzoni, per molti aspetti a lungo “numero due” del regime,  osservò: “Il Risorgimento? Una leggenda sfatata: si salva appena Mazzini come precursore della repubblica mussoliniana, La costruzione legislativa, amministrativa ed economica dello Stato unitario? Un'oscura fatica di avvocati e di burocrati senza genio e senza storia. La prima campagna d'Africa? Un misero conato di grandezza, abortito perché ad attuarlo invece di Crispi, sarebbe occorso un Mussolini. La guerra italo-turca? Una piccola impresa sabauda, in cui l'unico episodio di rilievo fu il coraggioso tentativo del segretario della sezione socialista di Forlì (cioè Mussolini, col concorso del repubblicano Pietro Nenni, NdA) di fare svellere le rotaie per impedire la partenza delle truppe per la Libia. La guerra 1915-1918, con le 11 battaglie dell'Isonzo, il Piave, Vittorio Veneto? Un odioso termine d confronto, adoperato tendenziosamente dagli avversari del regime per sostenere che l'Italia di Salandra e di Cadorna, di Orlando e di Diaz sapeva combattere e vincere meglio dell'Italia mussoliniana. 'Fornitore di vertebre' è forse uno degli epiteti espressivi e pseudo-originali con cui Mussolini amerebbe restare nella storia. Ma per condurre la nazione alla guerra e alla vittoria bisognava fornirle non tanto le vertebre quanto alcune altre cose meno metaforiche: i cannoni, i carri armati, gli aeroplani. Senza delle quali cose un uomo di Stato, dirò meglio un patriota vero, aveva un solo dovere: non fare la guerra...”.
Acutamente Federzoni (monarchico, conservatore, autoritario, conciliatorista, sempre e comunque liberale) osservò che gli strali di Mussolini contro l'Italietta giolittiana e sabauda erano speculari a quelli degli antifascisti di matrice gramsciazionista (termine felicemente coniato da Dino Cofrancesco), che accomunò Luigi Salvatorelli, Carlo Sforza, persino qualche guizzo di Benedetto Croce  contro Vittorio Emanuele III, e trovò poi lunga eco negli scritti di Antonino Repaci, salveminiano in ritardo.
Quel che resta  dell'Italia?
Dopo il 1946 l'Italia non conobbe né transizioni né, meno ancora, Rivoluzioni, ma solo segmenti discontinui, ascese e crolli improvvisi, eterodiretti, sui quali oggi ci si interroga in termini sempre più lontani dalla scienza storica di cui Guicciardini fu Maestro insuperato (ebbe anche il pregio di additare la centralità degli Archivi: perciò chi voglia scrivere di storia d'Italia deve andare in Spagna, a Salamanca e a Simancas) e sempre più inclini al complottismo: quello, per esempio, che tratteggia Carola Rackete quale agente occulta di una cospirazione massonica mondiale … Una “dirigenza” raccogliticcia e storiograficamente digiuna è condannata  a cibarsi di panzane, altra cosa (del tutto opposta) delle fiabe d'antan che la maggior parte dei parlamentari bene farebbe a leggere. Di certo oggi l'Italia rimane “nazione non ancora del tutto disunita e in disordine” solo grazie al presidente Mattarella e a una minoranza, sempre più esigua, di politici ancora nutriti di senso dello Stato. Grazie a questa legione sacra ancora può compiere grandi imprese, nell'ambito di alleanze che nessun improvvisatore può mutare senza passare dal confronto alla luce del sole con gli attuali alleati e dal Parlamento.
Aldo A. Mola

L'ARTICOLO 16 DEL TRATTATO DI PACE (10 FEBBRAIO 1947)
 UN’ASSOLUZIONE PLENARIA ALL'ITALIANA
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 luglio 2019, pagg. 1 e 11.
 
Umberto IIGuardie e ladri: il gioco d'infanzia tagliato sull'Italia
Ai giardini pubblici, negli oratori, per le strade un tempo animate senza rischi dalle “bande” di ragazzi, fra i giochi preferiti dominava la gara tra “guardie” e “ladri”, con i secondi sempre più numerosi, perché, malgrado tutto, le forze del Bene, poche ma buone, alla fine prevalgono su quelle del Male. I cittadini dell'Ordine  vincono sull'Avversario, come l'Arcangelo Michele. I ragazzini, invero, non avevano un'idea precisa dei valori contrapposti, tanto che, a fine partita, il gioco riprendeva a ruoli invertiti: chi aveva fatto il ladro diventava guardia e viceversa. Era la sfida a chi correva più lesto, sapeva nascondersi meglio, balzar fuori all'istante opportuno e, tàc, toccare il bambino o la bambina della squadra avversa. Si proseguiva così a perdifiato per ore. Poi, tutti amici come prima, a casa per la cena. Altrettanto avveniva nelle colonie estive, comunali, parrocchiali, spesso allestite dall'Azione cattolica per arginare i “Pionieri” organizzati in alcune lande dal Partito comunista in attesa dell'Armata Rossa. Nell'immediato dopoguerra, invece, lo scoutismo rimase fenomeno elitario, sospetto di infiltrazioni massoniche. 
Nei campi estivi chierici giovanissimi insegnavano a giocare “a tattica”. Anche lì i ragazzini venivano suddivisi in “bande”. Non erano guelfi o ghibellini, cattolici o protestanti ma semplicemente compagni di vacanza che imparavano a divenire grandi. Acquattati tra le fronde scoprivano fiori stupendi, seguivano il volo di farfalle multicolore, scrutavano il prodigioso lavorio degli insetti fra gli steli d'erba. Nei rovi attendevano pazienti il passaggio di uno, due, tre rivali. Al momento giusto scattava l'assalto. Bastava un “alt” e si contavano i punti del vantaggio guadagnato secondo i gradi dei “prigionieri”, condotti nell'apposito accampamento: un soldato semplice valeva poco, un sergente assai più, un ufficiale era una trofeo. Ma la vera magia di quegli animosi giochi d'infanzia era la formula che a volte chiudeva la partita nel più strambo dei modi. Proprio quando una banda era sicura della vittoria e aveva raccolto gli avversari nel campo di prigionia, dai filari del gran turco, dalle piantagioni di fagioli o da chissà quali porte degli inferi sbucava il malandrino salvifico. Gli bastava sfiorare uno dei prigionieri e gridare “Liberi tutti” perché i detenuti se la squagliassero come oggi da un campo profughi in Libia dopo un bombardamento.
Un'Italia senza eresie né guerre civili
Quei giochi del buon tempo antico sono paradigma della storia d'Italia, che tanto arrovella quando, ed è consueto, se ne scordino complessità, sinuosità e brusche svolte. E' un percorso  a segmenti discontinui. Nell'ampia intervista rilasciata al “Corriere della Sera” nel suo 90° compleanno Sergio Romano, ambasciatore, storico e saggista, ha asserito che l'Italia ha vissuto “tre guerre civili: al Sud dopo il Risorgimento; poi negli anni tra la Grande Guerra e la marcia su Roma; infine tra l'8 settembre e il 25 aprile 1944: una guerra fra italiani che in Emilia durò ancora per un altro anno”. È un invito a riflettere, più che un assioma, anche perché la storiografia non detta sentenze. Essa cerca di comprendere e utilizza formule possibilmente precise come fanno i meccanici quando prendono in mano la chiave rispondente al bullone: tot pollici, sennò non funziona. “Guerra civile” è tra le formule più delicate e disputate possibili. Per tale, tecnicamente, s’intende la lotta tra due fazioni di cittadini di pari diritti appartenenti a un identico Stato che, consapevoli delle proprie scelte e in piena libertà d'azione, non eterodiretti da potenze straniere, si combattono per opposti ordinamenti. Tali furono le guerre al crepuscolo della Roma dei Consoli fra i seguaci di Cornelio Silla e di Caio Mario, di Giulio Cesare e di Cneo Pompeo, aristocrazia senatoria contro “popolani”, estremo regolamento di conti tra due opposte concezioni dello Stato, che tanto affascinò Teodoro Mommsen. Già il successivo mortale duello tra Caio Ottaviano Augusto e Marco Antonio fu vicenda del tutto diversa, perché contrappose due visioni dell'impero, la Romana e l'Egizia, il Senatus populusque romanus e il diritto divino.
A ben vedere, come non ebbe movimenti ereticali di massa, riforme evangeliche o protestanti numericamente rilevanti, così l'Italia non soffrì mai vere guerre civili. Non lo furono le compagnie di Santa Fede capitanate dal cardinale Fabrizio Ruffo (neppure ordinato prete) contro la Repubblica napoletana del 1799, né le “masse cristiane” di Branda Lucioni e altre “insorgenze” che nell'Italia settentrionale combatterono l'occupazione francese e la scristianizzazione forzata e mirarono a restaurare sovrani spodestati. Sorrette entrambe dal concorso di Stati stranieri, quelle fazioni non sono paragonabili alle guerre civili tra cittadini della Res publica romana. A sua volta il brigantaggio meridionale del 1861-1867 fu ribellione, anche prezzolata dall'estero, di chi non si riconosceva negli ordinamenti innovativi dello Stato unitario: servizio militare obbligatorio, nuovo sistema impositivo, uguaglianza dinnanzi alle leggi, abolizione dei secolari privilegi ecclesiastici, sorretti dalla manipolazione idolatrica delle coscienze e dalla demonizzazione dei non cattolici e, peggio, dei non credenti. Si può anche dubitare che possa essere classificata come guerra civile quella del 1943-1945 tra “partigiani” e fascisti repubblicani, se non nel indicato dal comandante piemontese di “Giustizia e Libertà”, Dante Livio Bianco, avvocato, già iscritto al Partito nazionale fascista, secondo il quale essa era “guerra di civiltà”. Né fu guerra civile il conflitto tra il Corpo volontari della libertà da una parte, proiezione dello Stato italiano riconosciuto dalle Nazioni Unite, e gli “occupanti”, cioè i tedeschi e i loro alleati. Comprendenti le milizie dello Stato repubblicano d'Italia (denominazione originaria della RSI): un conflitto nel cui ambito si contrapposero partigiani dai programmi, ideali e alleati stranieri molto diversificati e i fautori del fascismo repubblicano. Gli uni e gli altri rimasero minoranza quantitativamente irrilevante rispetto alla immensa “zona grigia” la cui storia rimane da scrivere. L'Italia, insomma, non visse nulla di paragonabile all'unica vera guerra civile dell'Europa occidentale, quella di Spagna, che nel 1931-1940 ebbe il decennio agonico di un conflitto radicato nei secoli e indurito sin dalla conquista franco-napoleonica d'inizio Ottocento.  
Umberto II, il Traghettatore  
La refrattarietà degli italiani a pulsioni destinate a esplodere in guerre civili trova conferma nel cambio istituzionale del giugno 1946. Con sorpresa generale esso avvenne in un clima complessivamente pacifico e, per i tempi, persino ordinato. Dopo comizi accesissimi, dai toni minaci, straripanti manifestazioni di piazza e timori di scontri volgenti in conflitto generale persino con intervento di armi straniere, il Paese registrò il passaggio dalla monarchia alla repubblica con un'onda di profonde emozioni individuali ma senza traumi politico-militari nazionali. A moderare la transizione fu Umberto II, che lasciò il suolo italiano sciogliendo dal giuramento alla Corona, ma non alla Patria, quanti l'avevano pronunciato. Proprio il sovrano fu il sommo traghettatore dall'uno all'altro regime. Già solo per questo merita molto più di quanto le Istituzioni sinora gli hanno riconosciuto. Ma occorre dare tempo al tempo. Nel frattempo il suo ruolo va apprezzato dalla storiografia per comprendere la pacificazione scandita dagli atti successivi: la “firma” del Trattato di Pace (sottoscritto dall'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna, che firmò con la stilografica personale e impresse sulla ceralacca lo stemma di famiglia per tacita protesta dell'Italia nei confronti dell'iniquo diktat ), la sua ratifica da parte dell'Assemblea Costituente e il varo della Carta repubblicana, pilastri portanti dell'Italia ormai compresa nelle Nazioni Unite, anche se per un decennio fermata sulla soglia della sua Assemblea. 
La lenta genesi dell'articolo 16 del Trattato di pace 
In “Chi doveva essere protetto dall'art. 16?” (speciale “Bombe sull'Italia”, n. 4) il direttore di “Storia in Rete”, Fabio Andriola, ha riaperto il dibattito su uno degli articoli meno noti e studiati del Trattato di pace imposto all'Italia il 10 febbraio 1947. Fermo restando che il Trattato fu scritto in inglese, russo e francese, nella pedissequa traduzione ufficiale esso recita: “L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di avere condotta un'azione a favore di detta causa” (corsivi dell'autore). L'articolo 16 è connesso  al 15, che obbligò l'Italia ad assicurare ai suoi cittadini il godimento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (“ivi incluse le libertà di stampa, di religione, di opinione e di associazione”) e al 17 che, preso atto dello scioglimento delle organizzazioni fasciste, attuato “in conformità all'art. 30 della convenzione di armistizio”, impegnava a “non tollerare la ricostituzione sul suo territorio di organizzazioni di questa natura, aventi un carattere politico, militare o paramilitare, ed il cui scopo sia quello di privare il popolo dei suoi diritti democratici”. 
Le premesse dell'art. 16 erano tre: una di carattere generale, altre connesse all'armistizio del 3-29 settembre 1943. La prima era la consapevolezza che la “guerra parallela” intrapresa dall'Italia il 10 giugno 1940 era stata decisa in condizioni molto diverse da quelle narrate dalla propaganda di regime. I dubbi e le contrarietà verso quel passo erano stati molteplici e  forti. A parte gli antifascisti all'estero (non tutti propriamente “esuli”: per esempio il monarcomaco Carlo Sforza, Collare della SS. Annunziata, rimase sempre senatore e non venne mai privato di alcun diritto), parecchi italiani, anche militari e persino di grado elevato, nutrivano “simpatia per la causa delle Potenze Alleate” e non lo nascondevano agli interlocutori più ricettivi quando se ne presentasse l'occasione. Se i rapporti dell'Ovra e dei questori traboccavano di dichiarazioni di sfiducia nei confronti delle armi italiane, di antipatia nei riguardi della Germania e di inclinazioni verso paesi nemici (“occidentali” molto più che l'Urss), va ricordato che lo scenario bellico cambiò ripetutamente in modo drastico, costringendo partiti, movimenti e personalità a capriole clamorose. Fu il caso del giudizio da esprimere sull'URSS e sulla Germania all'indomani del patto di non aggressione Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939). I lungimiranti (altra cosa dell'“uomo della strada”, succubo della propaganda e di pregiudizi) sapevano che non esistono nemici assoluti, identici e perpetui. Ci si combatte, ci si ammazza, si tratta, si stabiliscono tregue, ci si scambiano i prigionieri ecc. ecc. Mentre alcuni combattono altri patteggiano, talvolta in vista di un cambio di alleanze. Da che mondo è mondo, gli uni e gli altri, anche con finzioni spudorate, svolgono la propria funzione. 
La premessa formale dell'art. 16 fu il “Pro-memoria” anglo-americano di Québec (18 agosto 1943) collegato alle condizioni dal generale Dwight Eisenhower al governo italiano per l'armistizio. Quando ancora gli anglo-americani pensavano di contenere i germanici a nord della linea Venezia-Livorno, precisò che “se informazioni sul nemico verranno fornite immediatamente e regolarmente, i bombardamenti degli alleati verranno effettuati nel limite del possibile su obiettivi che influiranno sui movimenti e sulle operazioni delle forze tedesche”. Quel “pro-Memoria” venne integrato dalla Dichiarazione di Mosca del 30 ottobre 1943. A conclusione della riunione tripartitica anglo-russo-americana questa stabilì il rilascio e la completa amnistia di “tutti i prigionieri politici del regime fascista”, che ovviamente avevano espresso “simpatia” per le Potenze Alleate (Urss compresa) nella loro già accennata geometria variabile.
I passi fondamentali successivi verso il futuro art. 16 del Trattato di pace sono documentati dai testi dell'armistizio e, ancor più, dai verbali delle riunioni svolte a Cassibile il 3 e a Malta il 29 settembre 1943, con delegazioni ogni volta del tutto diverse, ma convergenti sul nodo sostanziale: inglobare l'Italia nella guerra delle Nazioni Unite contro la Germania. I Generali Giuseppe Castellano e Walter B. Smith per conto di Badoglio e di Eisenhower il 3 settembre concordarono di coordinare i piani d'operazione. Smith assicurò che “gli ufficiali ed i marinai italiani non sarebbero stati assoggettati ad alcuna indegnità”. Nel timore che Vittorio Emanuele III e Badoglio venissero arrestati dai tedeschi, si convenne che il capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio “parlasse da una stazione (radio) italiana e annunziasse che parlava con la loro autorità”. Nella segretissima “missione” a Torino del 7 settembre forse Ambrosio portò la registrazione dell'annuncio di armistizio, comunicato l'indomani da Radio Algeri e ribadito da Badoglio, secondo la sequenza stabilita a Cassibile.
A Malta il 29 settembre il testo armistiziale previde che il governo italiano consegnasse agli Alleati Mussolini, i suoi “associati fascisti” e tutti i sospetti di crimini di guerra (il cui elenco gli sarebbe stato trasmesso), nonché l'immediata liberazione di tutte le persone, “di qualsiasi nazionalità” detenute o condannate, anche in contumacia, per le loro relazioni con le Nazioni Unite. Durante la seduta collaterale alla firma, Eisenhower chiese che il Re sottoponesse ufficiosamente agli Alleati la lista di ministri “politici” da immettere nel governo; nel clima di collaborazione, Badoglio sollecitò il rilascio del Maresciallo  Giovanni Messe, “ufficialmente aiutante del re” (oltre che antico iniziato massone alla loggia “Michelangelo” del Grande Oriente d'Italia).
“Liberi tutti...?”
L'immunità di quanti prima, durante e dopo la guerra avevano concorso a ritardare e, nei modo più diversi, a “erodere” la portata filogermanica dell'intervento dell'Italia in guerra era dunque una misura scontata. Fa parte delle regole della guerra che, si sapeva anche prima di Clausewitz, sono la prosecuzione della diplomazia con “argomenti” suasori talora ruvidi (compresi i bombardamenti a tappeto, terroristici o pedagogici, secondo i punti di vista) che però non escludono la continuazione dell'utilizzo di altri, quali spionaggio, controspionaggio, disinformazione, propaganda, corruzione di apparati, etc., in una ridda in continuo divenire. Per una pacata visione dell'art. 16 del Trattato di pace un'altra considerazione si impone. Dal 10 giugno 1940 al 9 maggio 1946, capi delle Forze di terra e di mare erano stati Vittorio Emanuele III e il Luogotenente del regno Umberto di Piemonte. I ministri erano “ministri del Re”. Qualunque incriminazione di un militare per simpatie espresse o collaborazione operata a favore delle Nazioni Unite avrebbe comportato, salendo per li rami, anche quella del sovrano: cioè proprio del Re in nome del quale venne operato il cambio del luglio-settembre 1943, con quanto ne seguì sino al regime post-monarchico incardinato sul presidente provvisorio della Repubblica, Enrico De Nicola (monarchico) e sul governo De Gasperi, unico abilitato a legiferare. Mentre alcuni costituenti (come Benedetto Croce, Roberto Lucifero, Leo Valiani...) votarono contro la ratifica del discusso Trattato di pace, altri, parimenti liberali, dopo aggrovigliati e contraddittori ragionamenti, si schierarono a favore. Furono i casi di Francesco Saverio Nitti (a lungo esule) e di Vittorio Emanuele Orlando, nel 1924 candidato nel Listone nazionale, come De Nicola. La ratifica ottenne 262 voti favorevoli, 68 contrari e 80 astenuti: meno del 50% dei 555 costituenti. De Nicola, contrario a firmarlo, fece una scenata apocalittica, rovesciando tutte le carte dalla scrivania. La sua ratifica era però la via maestra per chiudere decenni di storia d'Italia con un colpo di spugna: “liberi tutti”. Era anche il viottolo per tornare a esercitare un minimo di sovranità nazionale dopo la pesante sconfitta militare e in un pianeta ormai diviso dalla “guerra fredda”. Come ruvidamente chiesto da Churchill e da Roosevelt, l'Italia pagava il salatissimo “biglietto di ritorno” tra le democrazie parlamentari. Grazie al Re essa era caduta sul fianco meno doloroso, lontano dalle mire di Stalin. Poteva persino accampare a proprio merito la dichiarazione di guerra contro il Giappone, deliberata dal governo Parri, con il consenso del Luogotenente Umberto di Savoia. 
Suscita perplessità, invece, la posizione di De Gasperi. Il 31 luglio 1947, chiedendo l'approvazione del Trattato, “dinanzi a Dio, moderatore di tutte le cose (Grande Architetto? NdA), e dinanzi agli uomini” proclamò che l'Italia non assumeva “nessuna corresponsabilità, né per gli effetti che avrà in Italia, né per gli effetti che avrà nella ricostruzione del mondo”. Era l'approdo di quanto deliberato da rappresentanti di alcuni partiti antifascisti a casa di Giuseppe Spataro una sera dell'agosto 1943: scaricare tutto il passivo della sconfitta sul fascismo e sulla monarchia, con distorsione della verità storica. Ma ormai Umberto II era all'estero. 
Il gioco del “liberi tutti” configurato dall'articolo 16 del Trattato di pace (ma come dimenticare l' “amnistia Togliatti” del 22 giugno 1947?) mandò indenni gli antifascisti che avessero fiancheggiato gli Alleati dal 10 giugno 1940 e tanti fascisti in vario modo contriti prima e dopo il 25 luglio 1943; non si estese invece a cittadini che, né ignavi né faziosi, propriamente fascisti non erano stati mai, bensì solo “patrioti”: la sempre trascurata “zona grigia”, tuttora in attesa di doverosa indagine storica. 
Aldo A. Mola

GIOVANNI GIOLITTI
 IL VECCHIO SAVIO DELLA NUOVA ITALIA
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 luglio 2019, pagg. 1 e 11.
 
GIOLITTI - IL SENSO DELLO STATO di Aldo Mola (ed. Rusconi)Vi sono parecchie ragioni per ricordare Giovanni Giolitti (Mondovì, 127 ottobre 1842.- Cavour, 17 luglio 1928), massimo statista italiano dalla proclamazione del Regno d'Italia a oggi. Ne ricordiamo almeno quattro. (*)
Dall'annessione alla Francia a capofila dell'indipendenza italiana 
In primo luogo Giolitti è la sintesi del regno di Sardegna restaurato nel 1814 dopo l'età franco-napoleonica, quando il Piemonte venne ridotto a XXVII Divisione dell'impero di Napoleone I. Se questo fosse durato, non vi sarebbero mai stati Risorgimento, unità e indipendenza. L'Italia sarebbe un'appendice di Parigi (come Oltralpe qualcuno ancora pensa). In Piemonte, però, la Restaurazione non fu pura e semplice Reazione. Lo si vide nel marzo 1821, quando il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia-Carignano, reggente, concesse in via provvisoria la Costituzione di Cadice. A chiedergliela furono aristocratici cresciuti negli ideali di libertà e di bilanciamento dei poteri. Il nonno materno di Giolitti, Giovanni Battista Plochiù, alto magistrato in età franco-napoleonica, era Legion d'Onore, come Carlo Alberto era conte dell'impero. La Storia è continuità, anche grazie a società segrete (carboneria, massoneria, illuminati...) quando la libertà di opinione è conculcata. Giolitti nacque proprio quando Carlo Alberto accelerò il rinnovamento dello Stato non per pressione straniera ma dal suo interno, valendosi di una dirigenza di patrizi, borghesi, militari, ecclesiastici accomunati da due capisaldi: scienza e apertura all'Europa. A quel modo il Regno di Sardegna si candidò a interpretare e a esprimere il sentimento profondo dell'“opinione nazionale”, come auspicato da Silvio Pellico, Massimo d'Azeglio, Cesare Balbo, da uno stuolo di patrioti, anche esuli, come Vincenzo Gioberti. L'assillo del Piemonte non era solo di conoscere Parigi, Londra, Bruxelles, Berlino ma della valutazione che in quelle capitali si aveva di Torino. Nel Regno di Sardegna il “Quarantotto” non fu prodotto di importazione, ma frutto di lunga maturazione di una nuova moderna classe dirigente. Lo rievoca Giolitti nelle “Memorie della mia vita”,  pubblicate il 27 ottobre 1922  per festeggiare il proprio 80° compleanno. Vi ricorda l'incontro, al quale assisté, di Camillo Cavour con zio, Melchiorre Plochiù, magistrato e azionista di “Il Risorgimento”, una tra le grandi voci del Quarantotto, come “La Gazzetta del Popolo” di Felice Govean e Giambattista Bottero. Lo Statuto Albertino segnò il passaggio dalla monarchia amministrativa a quella rappresentativa, l'elettività dei consigli comunali e provinciali,  l'uguaglianza dinnanzi alle leggi e, quindi, la libertà di culto: caso unico in Italia. Da lì nacque la Terza Italia.  
Al servizio dello Stato., cioè dei cittadini
Inoltre Giolitti è il modello della generazione costruì lo Stato nuovo. Laureato in giurisprudenza a Torino a 19 anni, volontario senza stipendio al ministero della Giustizia a 20, sostituto procuratore del Re a 24, per un ventennio progredì nel servizio dello Stato, “prestato” al ministero delle Finanze con Quintino Sella, segretario generale della Commissione centrale delle imposte dirette (osservatorio privilegiato su Comuni e Province), della Corte dei Conti (1877), commissario alle Opere Pie San Paolo di Torino (che trasformò in “istituto bancario di sicuro avvenire”) e consigliere di Stato a quarant'anni. Quando nel settembre 1882 accettò la candidatura alla Camera si mostrò politico vero, capace di ascolto, abilissimo del procacciarsi il sostegno dei notabili, società di mutuo soccorso e sodalizi vari. Lo documenta la sua molto elaborata “Lettera agli elettori”, suggellata da una frase che anticipa quasi mezzo secolo della sua “politica”: “Allorché gli uomini di Stato più eminenti e gli operai sono concordi in un programma, vi ha la certezza che questi risponde ai veri bisogni del Paese”.
Estensore del Manifesto dell'opposizione subalpina contro la “finanza allegra” del ministro Agostino Magliani (1886), contrario a dispendiose e rischiose avventure coloniali ma fermo nella difesa della dignità nazionale, ministro del Tesoro e delle Finanze nel Governo presieduto da Francesco Crispi (1889-1890), quello delle grandi riforme (abolizione della pena di morte, trasformazione delle Opere Pie in Ipab, elettività dei sindaci e dei presidenti delle Deputazioni provinciali...), presidente del Consiglio dei ministri a soli 50 anni, Giolitti affrontò la più difficile delle riforme: dar vita alla Banca d'Italia in un Paese che trent'anni dopo la proclamazione del Regno e venti dopo l'annessione di Roma aveva ancora sei Banche abilitate a emettere moneta. Dovette fare i conti con l'intreccio tra malavita organizzata e la spesso cortomirante opposizione “democratica”. Perseguitato da Crispi, nel timore di carcerazione arbitraria andò a Berlino, ospite della figlia Enrichetta e del genero, Mario Chiaraviglio, massone. Rientrò quando seppe dalla moglie, Rosa Sobrero (“Ginotta”) che il mandato di comparizione non conteneva capo d'accusa.  
La terza lezione di Giolitti è l'alto senso della politica quale servizio allo Stato. Nei lunghi anni di “disgrazia”, durante i regni di Umberto I (tra il 1893 e il 1899) e di Vittorio Emanuele III (1915-1919), la sua lealtà nei confronti della monarchia, consustanziale all'Italia, non mutò di una virgola. Il monarchico non è un cortigiano. Ha il dovere di dire al sovrano anche parole “scomode”. Perciò egli rimase la grande “riserva” della Corona, per risollevarne il prestigio. Avvenne nel 1899, dopo la  repressione della cosiddetta “insurrezione milanese” del maggio1898, schiacciata con metodi inaccettabili e con l'arresto di deputati in carica. Giolitti capitanò la svolta liberale d'intesa con il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli e con Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d'Italia poi da lui voluto sindaco di Roma. Sempre capace di ascolto nel 1899, Giolitti recepì i suggerimenti di Urbano Rattazzi jr: dare voce al “Paese che lavora” e non inventare artificiosamente “nemici”. Iniziò il quindicennio più prospero dell'Italia unita, quando anche l'emigrazione (per lavoro, per fame) costituì una risorsa con le “rimesse” degli italiani dall'estero. Al governo si alternarono Zanardelli, lui, Alessandro Fortis (ex repubblicano), Sidney Sonnino, ebreo di culto protestante, Luigi Luzzatti, ebreo non praticante, una miriade di ministri e sottosegretari, sorretti da diplomatici, militari, dirigenti ministeriali, prefetti, magistrati, scienziati, accademici, docenti universitari, segretari comunali, insegnanti, artisti e, mai dimenticare, ecclesiastici ispirati da Pio X, il papa che “sospese” il divieto per i cattolici di voto attivo e passivo nell'elezione della Camera. Dai 3 cattolici deputati del 1904 si passò a 227 deputati liberal-moderati, radicali e persino massoni eletti col voto dei cattolici (il “Patto Gentiloni” del 1913), per arginare massimalisti, clericali e anarchici. Nel 1911 il bilancio del Cinquantenario registrò il grande progresso civile e sociale della Nuova Italia, cresciuta con la liberalizzazione degli scioperi “economici”, cioè per miglioramenti salariali, divieto assoluto di quelli “politici”, in specie nei servizi statali, leggi speciali a favore delle regioni arretrate, provvidenze d'ogni genere per istruzione e sanità. Conosceva bene la realtà. Contro tutte le leggende, il Piemonte aveva enormi sacche di povertà, generalmente sopportata con dignità anche grazie ai tanti Don Bosco.
Giolitti meridionalista e neutralista  
Sin da giovane alto dirigente statale Giolitti aveva esplorato il Mezzogiorno. Tra gli amici politici più fidati ebbe meridionali come Tommaso Senise, Antonio Cefaly, Antonino Paternò Castello di San Giuliano, Giuseppe Saredo, Pietro Rosano (che il  9 novembre 1903 si sparò per evitare che uno scandalo squallidamente orchestrato ai suoi danni potesse coinvolgere Giolitti e il neonato governo). Sapeva che per unificare davvero l'Italia occorreva destinare al Sud enormi investimenti per liberarlo dalla secolare arretratezza (infrastrutture, servizi pubblici,...). Messa a frutto la costosissima “impresa di Libia”, che all'Italia fruttò Tripoli e la Cirenaica (per evitare che se ne impadronissero la Francia o altri), Rodi e il Dodecanneso (liberati dal secolare turpe dominio turco), nel 1914-1915 ritenne che l'Italia non poteva impegnarsi in una guerra europea lunga e inevitabilmente esosa di vite e di risorse, causa di divisione non solo tra Nord e Sud ma anche fra lo Stato e le masse operaie naturaliter neutraliste e i cattolici, contrari a conflitti ai danni dell'unico impero cattolico, l'Austria. Neutralista, dopo l'intervento si schierò senza riserve a sostegno della Vittoria come tutto il Piemonte, da sempre uso a battersi “alle bandiere” con lo scudo sabaudo.    
La processione indiana: due passi avanti, uno all'indietro
Richiamato una quinta volta al governo da Vittorio Emanuele III, Giolitti ottenne successi fondamentali (abolizione del prezzo politico del pane, risanamento della finanza pubblica, superamento senza soverchi traumi della occupazione delle fabbriche da parte dei rivoluzionari decisi a “fare come in Russia”, cacciata di d'Annunzio da Fiume...). Chiese anche il trasferimento del potere di dichiarare guerra dalla Corona al Parlamento. Fallì l'obiettivo. Fu la sua prima seria sconfitta. La seconda venne col veto opposto da don Sturzo a una coalizione liberal-cattolica-socialriformista. Lo Statista trascorse a Cavour, in Piemonte, la notte fra il 27 e il 28 ottobre 1922, suo 80° compleanno: tormento e stasi. Il Re era a Roma per sostituire Facta, dimissionario, con un presidente fattivo. Mussolini temeva il ritorno di Giolitti. A Cesarino Rossi confidò: “ Se arriva Giolitti, siamo fottuti. Ha fatto sparare su d'Annunzio a Fiume”. Ma a Giolitti l'invito telegrafico ad accorrere a Roma arrivò solo “a cose fatte”. La storia non è una linea retta. Neppure quella d'Italia. Procede a zig-zag. Giolitti, statista serissimo e quindi capace di umorismo, osservò che il progresso è come certe processioni indiane: due passi avanti e uno all'indietro...
Nessuno come lui ebbe alto il senso dello Stato: una formula intraducibile, come la libertà, “ch'è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Quando andava al Colosseo o in montagna, Giolitti aveva sempre in tasca una delle cantiche della Divina Commedia. Chissà se ne ricorderanno tanti  dantisti “di complemento” da qui al 2021?  
Aldo A. Mola

(*) E' in libreria  il nuovo volume  di Aldo A. Mola, Giolitti. Il senso dello Stato, ed. Rusconi Libri, pp.XXII+626 e 16 ill.   ,

Giolitti secondo il generale Arturo Cittadini (1864-1928), primo Aiutante di Campo di Vittorio Emanuele III (Dichiarazione al generale Angelo Gatti, Palazzo del Quirinale, 30 marzo 1922): un ritratto acre, con tratti veridici.  

GIOLITTI COME L'IMPERATORE TIBERIO?

Giolitti ha dominato per molto tempo, anche quando non era al potere, la Camera. Da che cosa proviene questa forza indiscutibile di Giolitti? Ha prima di tutto la dote indiscutibile della conoscenza perfetta di tutto il congegno amministrativo dello Stato. A lui non la si può dare a bere.  La seconda qualità è di essere inflessibile ed irriducibile. La terza qualità è che è un uomo relativamente onesto: vale a dire che per se stesso non ha rubato. Per conto suo vive modestamente (a Roma) in un quartierino solito. La quarta qualità è di tenere tutti a distanza. Egli parla poco, e quando parla, con tono da padrone.
Quest'uomo avrebbe attratta l'attenzione di Machiavelli. Poiché fu un uomo veramente forte di fisico e di carattere. Facoltà principale della sua coscienza fu di considerare tutti gli uomini governabili e comandabili per i loro vizi. Facoltà principale del suo carattere fu quella di considerare se stesso padrone, e tutti gli altri servi.
In molti lati, (meno che per il sanguinario si capisce) questo vecchio somigliava a Tiberio. Aveva la sua grandiosa statura, il disprezzo degli uomini, la conoscenza dei loro vizi, la durezza del cuore, una certa onestà personale, il disdegno delle lodi palesi, la facoltà di governare da lontano, il rifuggire la folla, la semplicità, fino a un certo momento, della vita. Ma la sua facoltà principale, come conduttore di uomini parlamentari, era quella di sentirsi padrone. Era in questo aiutato dalla bassezza degli altri, che si sentivano servi.
Più difficile gli sarebbe stato governare le folle, che hanno anche passioni di entusiasmi, ecc.; ed, infatti, egli ciò non cercava. 
Egli è in disparte, solitario.

Tre domande all'Autore:

Questo “Giolitti. Il senso dello Stato” è nuovo rispetto ai libri precedenti?
R. Nel 2003 (l'anno della biografia scritta per Mondadori) non erano ancora disponibili molti documenti qui utilizzati sulla formazione politica di Giolitti, sulla crisi del “radioso maggio 1915”, quando venne ordito un attentato mortale alla sua vita, e sull'ottobre 1922, quando lo Statista rimase a Cavour mentre nella Capitale si giocava la partita fatale: la liquidazione del governo Facta, l'invito  inviatogli alle 5 del mattino del 28 ottobre e il telegramma firmato dal generale Cittadini che il 29 invitò Mussolini a Roma per formare il governo. Per me questo libro è un punto di arrivo e, forse, di congedo. Auspico giovi a chi vorrà continuare la ricerca. 

Qual è l'eredità di Giolitti?
Un'eredità morale e civile. Lo fece intendere egli stesso in una lettera del 1926 al nipote, Curio Chiaraviglio. Ormai ottantacinquenne, Giolitti leggeva le storie delle guerre del Cinque-Seicento per l'egemonia sull'Europa tra gli Asburgo e la Francia, quando l'Italia cadde sotto le dominazioni straniere. Come essa aveva superato tanti guai del passato, giungendo infine all'unificazione e all'indipendenza nazionale, così avrebbe fatto con quelli imperversanti, segnati dall'incipiente regime di partito unico. “La legge - osservava - riconosce il falegname, il filosofo, il ciabattino, l'avvocato, il cavadenti, il beccamorto ma il cittadino no. Il Civis Romanus sum è un'anticaglia. La libertà? Chi se ne ricorda? Ma il giorno in cui il popolo se ne ricordasse e la reclamasse?! Che cosa fare? Lavorare chi può ancora, stare a vedere chi non può più. Difendersi dal pessimismo. Pensare alla salute...”.
Bastano questa sue parole per capire l'attualità di Giolitti, il “Grande Saggio” della storia d'Italia.
 
Cavour, Giolitti, Einaudi. Chi è lo statista sommo?
Impossibile e inopportuno fare graduatorie. Meglio stare ai “fatti”. Cavour ebbe la (s)fortuna di morire il 6 giugno 1861, subito dopo la proclamazione del regno d'Italia, Nessuno sa come lo avrebbe governato. Non si era mai spinto a sud di Firenze, ove andò poche volte e litigò con il Re, molto più avveduto di lui.  Nel 1944 Einaudi fu aviotrasportato dalla Svizzera a Roma per prendere le redini dell'economia di un Paese vinto, lacerato e poi sotto l'incubo del Trattato di pace, duramente punitivo. Giolitti fu presidente del governo cinque volte (1892-1921) di un'Italia che era e si conduceva da Stato indipendente e che entrò nel novero delle maggiori potenze. Soprattutto, però, non dimentichiamo che i veri artefici di quell' Italia furono i Re, unici garanti agli occhi degli altri Stati: nemici, alleati, mai amici.
 
TUTTI A PIEDI
 VIA FRANCIGENA  E CAMINO DI SANTIAGO
  
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 luglio 2019, pagg. 1 e 11.
 
Quando Romano Prodi profetizzò la riscoperta della via Francigena
Con quella faccia un po' così, con l'espressione un po' così di chi apprende terribili segreti scrutando il fondo della tazzina di caffè, quando divenne presidente del Consiglio dei ministri un giorno fatidico Romano Prodi spiegò quale fosse il suo programma per l'Italia in Europa: ripristinare la via francigena. Sorrise. Il sorriso, tra criptico e tonto, riusciva bene a Gervaso, il cugino che Renzo Tramaglino noleggiò quale secondo testimone per tentar di sposare Lucia Mondella la notte degli imbrogli, come narra Alessandro Manzoni (ma meglio di lui ne scrisse Guido da Verona. Ce lo conferma Enrico Tiozzo, suo esegeta e ora curatore con Corrado Calabrò di “La libertà della sera” dell'Accademico svedese Kjell Espmark, ed. Ombre e luci del Nord).
Già. La via francigena. Il ritorno al futuro, il bivio perpetuo dinnanzi alla storia. C'è chi ci arriva come Dante Alighieri quando gli si parò davanti “la bella fera alla gaietta pelle”. C'è chi invece ha alle spalle lo smantellamento di quel che di buono rimaneva dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale e ha svenduto pure la Cirio. Acqua passata. Per i Grandi Capitani l'importante è azzeccare la frase destinata a rimanere negli annali, tipo “Quaranta secoli di storia ci guardano”, come disse Napoleone dinnanzi alle piramidi. Avrebbe dovuto aggiungere: “E ci piangono”, dal momento che gli inglesi avevano distrutto la sua flotta ad Abukir tagliandogli la possibilità di rientrare a vele spiegate in Francia. Napoleone riprese la sua  “via francigena” in piccioletta barca e si rifece con il colpo di stato del 18 brumaio che lo elesse primo console: gradino verso l'Impero. Se uno va in Egitto e ne capisce storia e popolazioni (lo aveva fatto Marc'Antonio succubo dell'aerea Cleopatra) torna Faraone.
Toninelli: “Ma chi se ne frega di andare a Lione”?
Diversa è la sorte dell'Italia odierna. Mentre sola e pensosa va per i deserti calli, scopre quanto sa di sale lo scendere e il salir per l'altrui scale, valli, montagne, fori, trafori, vette. Adesso chi da Torino voglia andare in Francia deve munirsi di funi e di badili. Sull'erta via va incontro a sorprese sino a poco fa inimmaginabili. Hanno ragione quanti dicono che la prima capitale d'Italia è ornai una cittaduzza decentrata. Da Oltralpe infatti vi si arriva a fatica. E ce se ne parte con duolo. Ha detto bene il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli quando profeticamente esclamò: “Chi se ne frega di andare a Lione?” Viaggiare da Torino a Lione è un'idea balzana. Un cattivo pensiero. Ma quali alternative ha chi volesse andare da Vladivostok a Capo Finisterre o almeno a La Coruña, o da Abbiategrasso a Parigi passando, per farla più breve, proprio dalla Val Susa cara a Re Magno, che vi transitava andando e tornando dalla guerra con bramosia d'amor?
Se un tempo, diciamo sino a martedì scorso, già era un'impresa, quella tratta ferroviaria ora è un calvario. Una perfida slavina di fango irruppe sulla via ferrata dalle parti di San Giovanni di Moriana, che di là del crinale dicono Saint-Jean de Maurienne. È una graziosa e garbata cittadina. Vi si giunge in discesa da chi ruzzola dalle Alpi, in salita per chi punta verso l'Italia. Ma non è detto che le vie debbano denominarsi “salita san Giacomo” o “discesa san Giovanni Battista”. Quando venne invitato  a Soveria Manneli dall'allora sindaco Mario Caligiuri, in veste di assessore alla Invenzione o Fantasia, Giordano Bruno Guerri propose che le strade dell'ameno comune fossero in discesa da un lato, in salita dall'altro, perché così fan tutte. Dipende da come le si prende.
Il punto è sempre l'antico: “hic Rhodus, hic salta”. Piaccia o meno, se d'improvviso si viene assaliti dal capriccio di andare a Lione (città dei misteri con Torino e Praga: un triangolo massonico, più pericoloso di quello delle Bermude) da lì si deve passare, dalla fosca valle di Susa. Ma perché mai pretendere di usare il treno? Esso è il Progresso cantato da Giosue Carducci nell'“Inno a Satana”: “Un bello e orribile/mostro si sferra, /corre gli oceani, /corre la terra:// corrusco e fumido/ come i vulcani, / i monti supera, / divora i piani.// sorvola i baratri;/ poi si nasconde/per antri incogniti,/ per vie profonde.//  ed esce; indomito/ di lido in lido/come di turbine/manda il suo grido,//come di turbine/ l'alito spande:// ei passa, o popoli,/ Satana il grande./ Passa benefico/di loco in loco/ su l'infrenabile/carro del fuoco”. La Locomotiva. Il treno a vapore. Figuriamoci il convoglio a diesel o a trazione elettrica. O addirittura quello a Grande Velocità che i discendenti di Carlo Magno dicono Te-ge-vè, l'Accademia della Crusca appella Alta Velocità e il PCI (Partito Conciliatorista d'Italia) denomina Alta Capacità: TAC, che sembra un esame diagnostico sullo stato delle gengive.
In concreto da Saint-Jean de Maurienne il treno adesso non passa e non si sa quando riprenderà a passare. Perché non basta ramazzare via il fango dai binari improvvisamente precipitato dall'alto. Bisogna capire quanto e quando la ria collina potrebbe farvene scendere ancora, con i rischi che ognuno (toccando binari) facilmente immagina mentre si assopisce cullato dal dolce romorio del treno che sale (o che scende).
San Giovanni di Moriana. Sarà un sabotaggio dei nazional-sovranisti italiani che rivendicano la Savoia? O sono cose turche? Fu lì, infatti, che s'incontrarono i sommi capi dell'Intesa e il Comandante Supremo dell'Esercito italiano, Luigi Cadorna, nel corso della Grande Guerra. Figlio del generale Raffaele che il Venti Settembre 1870 espugnò Roma togliendola a Pio IX, Luigi Cadorna di guerra s'intendeva da quand'era bambino: perciò cercava di ottenere un minimo di coordinamento tra anglo-franco-russi e l'Italia contro gli Imperi Centrali. Sempre lì, Oltralpe, tentò di capire che cosa gli “alleati” avessero deciso di fare dell'Impero ottomano. In “Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCSmedia) suo nipote, Carlo Cadorna, colonnello e cavallerizzo provetto, ricorda che il Generale intuì che gli “altri” si sarebbero spartiti le fette più appetitose e all'Italia avrebbero lasciato qualche landa desertica nei luoghi più sperduti e “una parte equa nella regione mediterranea finitima la provincia di Adalia, ove essa ha già acquisito diritti e interessi”. 
Scrutando beccaccini e paranzelle 
Come che sia, il ripristino della strada ferrata in Francia andrà per le lunghe. E questa landa d'Europa scopre tutta la sua vulnerabilità. Con gli occhi sbarrati a scrutare il mare di Alboran, le scialuppe che avanzano dal Golfo della Sirte, i beccaccini e le paranzelle di Garibaldi e garibaldini, ha perso di vista se stessa, il suo territorio, in larga parte abbandonato e ingabbiato dai ceppi di leggi e leggine pensate per le esose megalopoli e soprattutto da imposte, tasse, balzelli e tagliole come i ticket per entrare nel cuore antico delle città, identici alla cinta daziaria del buon tempo antico. Nel medioevo (che da noi è durato sino all'altro ieri: solo nel 1908 il governo Giolitti abolì la “ruota” ove deporre i neonati e introdusse la “ricerca della paternità” dei trovatelli) la “città” penalizzava l'ingresso di uova, polli, insaccati e ortaglie. Adesso incombe sui salami che pretendono di entrarvi al volante dell'auto per il cui acquisto hanno investito il trattamento di fine rapporto, acceso mutui, ipotecato la casa.
L'ardita Nizza-Ventimiglia, risorsa o beffa?   
Ma c'è alternativa a Saint-Jean de Maurienne? Forse che si, forse che no, direbbe Pirandello. Ci sarebbe, ci potrebbe essere, sarebbe forse immaginabile. Ma è praticabile? È l'ora della Cuneo-Ventimiglia-Nizza. Per darle un tono i suoi antichi artefici la dipinsero come Berna-Marsiglia, perché, per dirla sempre con Toninelli, chi se ne frega di prendere il treno se si deve andare solo da Cuneo a Nizza o viceversa? Bisogna vantare che la si prende larga. Come avviene dall'aeroporto di Cuneo (Levaldigi) dal quale non si va a Roma ma in Albania, Marocco, Romania. E da lì, chi proprio ci tiene può sempre andare a Roma... 
Sul Tenda papa Pio VII passò da prigioniero di Napoleone. Dal litorale francese doveva raggiungere  Savona. Anziché imboccare l'autostrada, che sarebbe stata tanto più comoda, o usare la strada ferrata, non ancora cantata da Carducci solo perché non c'erano né lui ne la ferrovia, il papa salì in carrozza lungo la Valle Roya. Spettacolo suggestivo quant'altri mai. Rupi scoscese, il canto delle chiare fresche e dolci acque, e poi i tornanti su. Benché non ci fossero i TIR e neppure le immense reti metalliche a fermare la caduta dei massi, era davvero una gran fatica.  Alla fine la carrozza venne smontata. Da una parte l'abitacolo, dall'altra le ruote. Tutto sulle spalle dei vetturali e di devoti volontari para-pontifici, alla volta di Palazzo Lovera, a Cuneo, e poi a Mondovì, sempre nella “portantina” ora in mostra nella Cappella di San Bernardo del Santuario-Basilica  di Vicoforte. Lì, ritratto in busto marmoreo, il papa guarda corrucciato il monumento funebre di Carlo Emanuele I, duca di Savoia, e quelli di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Si domanda quale strada abbia percorso il feretro della Regina per giungervi da Montpellier. Mistero fittissimo.
La ferrovia Cuneo-Nizza, dunque, è un’alternativa alla Torino-Lione o, se si preferisce, alla Trieste-Parigi? Bello sarebbe se ferrovia davvero fosse. Sennonché ne ha solo l'apparenza. È suggestiva. Un capolavoro ingegneristico. Ma i trenini la percorrono a passo d'uomo per non deragliare. Del resto i suoi utenti sono forti e pazienti, come recita il motto di Cuneo, la città dei Sette Assedi. Si avventurano in treno non perché abbiano una meta, un affare da sbrigare, un voto da estinguere, una passione furtiva, un motivo qualunque ma perché così si distraggono dalla noia dell'immobilità su una panchina, voltan le spalle ai ricordi, evitano di rimuginare sul futuro, scacciano i cattivi pensieri. Guardano dal finestrino, contemplano il Creato e vanno…
Un viaggio da impazzire: lo prova il “caso Nietzsche”
La Cuneo-Nizza è l'emblema della decrescita felice. Del tutto opposta alla Torino-Lione-Parigi-Dakar (o la Parigi-Pechino?). Questa è ansiogena. L'altra, la cuneese, è rilassante. È una filosofia della natura. Anzi è “la” filosofia. Quali siano stati i tormenti del viaggiatore che verso fine Ottocento abbia voluto andare da Nizza a Torino è narrato da Sue Prideaux in “Vita di Friedrich Nietzsche” (Ed. Utet), ottimo candidato al Premio Acqui Storia 2019. Proprio nel capitolo che dà titolo al volume, “Io sono dinamite”, l’autrice, dotta storica dell'arte, inglese di origini norvegesi, racconta che nel 1888, felice di aver terminato “Al di là del bene e del male” e arcistufo di prendere pioggia battente e freddo, da Nizza il filosofo partì in treno alla volta di Torino. A Savona, tuttavia, stipati i bagagli sul convoglio per la capitale subalpina, sceso un attimo dal convoglio quando risalì si trovò per sbagliò su un treno per Genova. Tornò indietro e rimase due giorni nella città ove era stato prigioniero Pio VII. Arrivò a Torino solo il 5 aprile e prese stanza al terzo piano di via Carlo Alberto 6. Gli bastava aprire le finestre per sentire a scrocco l'esecuzione del “Barbiere di Siviglia”. Il 3 gennaio 1889 crollò. Vedendo un vetturino che picchiava spietatamente il suo cavallo, sopraffatto dalla compassione il filosofo gettò le braccia attorno al collo dell'equino. E cadde a terra (o fu spinto?) come corpo morto cade. Riportato a casa dal coinquilino Davide Fino, narra Prideaux, per molti giorni urlò, cantò a squarciagola, farfugliò tra se e sé, delirò. Scriveva lettere a Umberto I e alla regina Margherita, a Jacob Burckhardt, autore inarrivabile della “Civiltà del Rinascimento italiano”, e a Franz Overbeck. Suonava al pianoforte musiche di Richard Wagner, ballava nudo e si scatenava in riti dionisiaci. Era ormai fuori di senno. Traslato in Svizzera, gli venne diagnosticata la paralisi progressiva indotta dalla sifilide e fu affidato a un manicomio di Jena, la città ove Hegel aveva visto “il genio del mondo a Cavallo”, Napoleone I. Morì il 25 agosto 1900. La sua autobiografia, “Ecce homo”, uscì otto anni dopo. Era lettura obbligatoria per lunghi viaggi, in treno e in nave, per le lente notti d'estate e quelle rigide d'inverno. 
Che Europa era quella e qual è l'odierna? “Io sono dinamite” è la sintesi autobiografica di Nietzsche  ed è paradigma del cammino incompiuto dell'Europa che nel 1914 lasciò le grandi opere dov'erano e si buttò a capofitto nell'orgia della Grande Guerra: blitzkrieg fallito, guerra di trincea, guerra dei materiali, rivoluzioni, catastrofi. La guerra divorò investimenti che sarebbero bastati a mettere a lustro il pianeta per un secolo. È pur vero che poi venne la ricostruzione, ma ancora adesso si rinvengono ordigni bellici nei boschi che furono teatro della lunga guerra dei trent'anni (1914-1945), suggellata dai bombardamenti “a tappeto” documentati nel numero speciale di “Storia in Rete”, “Bombe sull'Italia”, con saggi di Fabio Andriola, Luciano Garibaldi, Emanuele Mastrangelo, Enrico Petrucci, Sebastiano Parisi e altri. A parte le circa 100.000 vittime (alcuni scrivono 170.000) della “guerra inutile” che imperversò per anni sul Bel Paese e lo ridusse in gran parte a rovine, anche le strade ferrate vennero duramente colpite. Fu appunto il caso della Cuneo-Ventimiglia, ripristinata solo nel 1979, con una visione tanto in ritardo sui tempi quanto era stata invece avveniristica la sua concezione originaria.
Perciò non può fungere affatto da succedanea della Vladivostok-La Coruña. L'alternativa è il “camino di Santiago”: a piedi, con mantello, bordone, conchiglia, tanta buona volontà e fortuna. Il Cebreiro illumina la mente e, se va bene, accende appetiti e fantasie wagneriane. Passo dopo passo si procede, con la speranza di non arrivare mai alla meta, perché lì il viaggio finisce. La tensione si spegne. Prevale il disincanto. Nella Cattedrale di Santiago di Compostela il botafumeiro va e viene nello Spazio... L'occhio lo segue incantato con l'interrogativo importuno: se scarrucolasse? Se mai si staccasse? Tutto è possibile. Come i miracoli, così sono le tragedie. Imprevedibili. “Umane, troppo umane”. Come l'inopportuna slavina di fango che blocca il “chemin de fer” più famoso e discusso d'Europa. Una fatwa? Per dire che da lì passa, o non passa, lo “straniero”? Ma “straniero” chi è? Lo era San Giacomo quando il suo corpo venne portato in Galizia e scoperto dall'anacoreta Pelagio? O quella di mille anni orsono era un'Europa più europea dell'attuale?   
Aldo A. Mola

 

CAPITALISTI, VIL RAZZA DANNATA
UNA, DIECI, CENTO CAPITALI DELL'ITALIA CHE SI SFARINA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 giugno 2019, pagg. 1 e 11.
 
Pifferaio di HamelingE così, alla faccia di Karl Marx, grazie a una leggina senza oneri per lo Stato, in Italia trionfa il Partito dei Capitalisti. Non è quello di George Soros, l'ebreo ungherese naturalizzato statunitense che manipola immense fortune e soggioga governi come fosse Spectre. Non è neppure la allegra brigata che inventa la nuova libra, spaccia bitcoin, sogna di stampare nottetempo carta moneta più o meno fasulla e magari i “mini-bot”, sdrucita sottoveste degli antichi “pagherò”. Questi sono tardivi imitatori del frammassone settecentesco Giuseppe Balsamo. Noto come Alessandro conte di Cagliostro, dai muri umidi il “mago” grattava il bicarbonato per propiziare la digestione dei suoi “clienti” e incitava i gonzi a soffiare in canne attorno al pentolone nel quale il piombo sarebbe divenuto oro. Balsamo finì nel caveau di San Leo su ordine di papa Pio VI e vi morì dopo anni di bastonate e di urla strazianti. 
Quei fantasiosi venturieri erano solo dilettanti rispetto a quanto ora accade in Italia. Oggi vi trionfano i Capitalisti veri. È nato il nuovo PCI. Libero dalle macerie del suo omonimo (quello di Togliatti, Longo, Secchia...) è il “Partito delle Capitali d'Italia”, un neo-comunismo che va dalla Puglia alle Alpi, brucia incensi a vere e presunte città “già capitali” e mette tutti d'accordo riducendo la storia a timballo di maccheroni con contorno di fricassea. Ognuno ci aggiunge i condimenti e le spezie che meglio crede. 
La storia non si stabilisce per legge
Alle 12.30 del 26 giugno 2019, un mercoledì (giorno sacro a Mercurio, dio delle birbe), la Commissione affari costituzionali della Camera ha fuso il piombo di cinque proposte di legge propugnate da Elvira Savino (Forza Italia), Piero De Luca (Partito democratico) e tre “Pentastelline” (Anna Bilotti, Fabiana Dadone e Anna Macina) nell'oro di un bozzetto di legge, col soccorso dei deputati piddini toscani che vi han fatto inserire all'ultimo momento Firenze, curiosamente dimenticata dalle proposte originarie. All'unanimità (che non manca mai quando si tratta di bazzecole) la Commissione ha approvato il testo base di prossima approvazione. A Brindisi, Firenze e Salerno (citate dalla leggina in ordine alfabetico anziché cronologico) conferisce il titolo di “città già capitale d'Italia”. Esse potranno fregiarsene nei propri gonfaloni (già zeppi di emblemi, scritte, motti...). Per bontà della pentastellata Dadone l'articolo 2 della leggiuzza riconosce a Torino, come premio di consolazione, il rango di “città prima capitale d'Italia” (sarebbe bene correggere in “prima città capitale d'Italia”). Ma non sottilizziamo.  
Qualcuno ha fatto dell'ironia sulla proposta liquidandola come “leggina”; ma non è giusto. Come ognuno vede, ormai anche le “grandi” sono un coacervo di leggine. Ogni legge è un “omnibus”. Si veda quella sulla “Crescita”. Per coerenza, infatti, codesta mega-legge, poiché  bisogna rinvigorire l'Italia sfiduciata e sempre più moscia, contiene anche facilitazioni fiscali a favore dell'apertura di pornoshop nei comuni con meno di 20.000 abitanti. Così anche i “villani” potranno “crescere” (senza moltiplicarsi).
La leggetta sulle “città già capitali” dà motivo per qualche considerazione sommaria sulla “percezione” odierna della storia, dentro e fuori il Parlamento. È come la temperatura atmosferica. Non fedeltà ai fatti  ma “narrazione”, anzi mera “invenzione”. Ma le fantasie non hanno e non possono pretendere di avere valore legale. Questo è un punto niente affatto secondario in un Paese che sciaguratamente ha introdotto una legge punitiva del “negazionismo”, di opinabili “verità ufficiali”, che per gli storici semplicemente non esistono perché di mestiere indagano in cerca della verità documentata. Ebbene, sapendo di rischiare grosso, diciamo subito chiaro e forte che Brindisi e Salerno non sono mai state capitali d'Italia. Nessuna norma può imporre di ammetterlo: tanto meno questa aspirante leggina, storiograficamente infondata. 
Carlo Alberto Re di Cipro e Gerusalemme...
Andiamo per ordine. 
Lo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia non fece parola della capitale del Regno di Sardegna. Parafrasando il motto latino secondo il quale ciò che è chiaro non richiede interpretazioni, non v'era motivo di scriverlo. Era Torino da quando il duca Emanuele Filiberto, che vi fece ingresso solenne il 7 febbraio 1563, la preferì a Chambéry, perno della Savoia: una scelta che, piaccia o meno e senza esagerazione, segnò il destino della dinastia, del Piemonte e dell'Italia. La Costituzione repubblicana del 1° gennaio 1948, che in quanto ha di limpido e chiaro ricalca lo Statuto Albertino, ignorò la questione. I costituenti discussero sui confini delle Regioni e sui loro capoluoghi, ma nulla dissero né di quelli nazionali (sul fronte orientale erano ancora in discussione e non dipendevano dall'Italia ma da accordi tra le Grandi potenze e la Jugoslavia, che figurava tra i vincitori mentre essa era tra i vinti) né della sua capitale. Per tutti era sottinteso che fosse Roma: perciò non era il caso di scriverlo. L'articolo 12 descrisse la bandiera della Repubblica (“tricolore italiano, verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”) per differenziarla dalla precedente, adottata da Carlo Alberto il 23 marzo 1848, recante lo scudo sabaudo nella banda bianca. Su altro (dall'inno “nazionale” all'emblema statuale, poi disegnato da Paolo Paschetto, valdese e non massone) la Costituente si rimise al legislatore.        
Anche in Repubblica gli italiani vissero felici e tacitamente contenti di avere capitale Roma, poi marchiata “ladrona” dal predecessore di chi all'epoca chiedeva la secessione della Padania e oggi vorrebbe strapparla a una maggioranza che pare nata “a sua insaputa” e comunque si mostra inetta. Sennonché il 7 ottobre 2001 fu varata la sciagurata riforma del Titolo V della Carta. Nella nuova redazione essa recita che “la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato (…) Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento”. “Roma capitale” fu tra le insegne alzate da Gianni Alemanno che, all'epoca sindaco, nel 2010 ne celebrò i 140 anni nella Protomoteca del Campidoglio, partecipi Giuliano Amato e monsignor Angelo Ravasi, non ancora cardinale. Forse sognava il 150°, che cadrà il 20 settembre 2020. L'iniziativa si perse per strada. Gli atti del convegno non furono mai pubblicati e Alemanno ha altri grattacapi. 
Nel 2011, su impulso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fu solennemente celebrato il 150° dell'“unificazione nazionale”. In realtà (nella storia, non meno che nel diritto, la forma è sostanza) il 17 marzo 1861 venne pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” la legge in forza della quale, a maggioranza, il 14 precedente il Parlamento aveva sancito che Vittorio Emanuele II (di Savoia) assumesse il titolo di Re d'Italia. Il Parlamento non lo “proclamò”. Riconobbe quanto era nei fatti, avallati dai plebisciti confermativi delle annessioni votate da assemblee e/o da poteri provvisori. Lo si legge nel robusto volume curato da Gian Savino Pene Vidari “I plebisciti del 1860 e il governo sabaudo” (Ed.Deputazione subalpina di storia patria). 
Per Re Vittorio il nuovo titolo era un “anche”. Sovrano per grazia di Dio continuò infatti a proclamarsi Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, Principe di Carignano, di Piemonte, Oneglia, Poirino, Trino, Vicario perpetuo del Sacro romano impero (che non esisteva più), duca di Genova, del Monferrato, del Chiablese, del Genevese, di Piacenza, marchese di Susa, Ceva, Oristano, conte di Nizza, Tenda, Asti, Alessandria, Novara, Tortona, Ginevra, Alto signore di Monaco, conte dell'impero francese (quello di Napoleone I), Nobil Uomo patrizio Veneto, patrizio di Ferrara e via risalendo e continuando. A Torino i Re ebbero Palazzo, consiglio della corona, poi consiglio dei ministri, Camera e Senato. Torino era il centro dell'amministrazione dello Stato, ma il Re era il Potere ovunque egli fosse poiché era il capo supremo dello Stato, così come oggi lo è il Presidente della Repubblica, che rappresenta dell'unità nazionale in qualunque luogo egli si trovi. 
Camillo Cavour e Giuseppe Regnoli:  il “voto” per Roma capitale 
A porre il nodo della capitale d'Italia fu Camillo Cavour a conclusione dell'interpellanza del deputato bolognese Rodolfo Audinot sulla “questione romana”. Tra i suoi passaggi forti spiccò l'invocazione: “Noi dobbiamo rivendicare i diritti su Roma capitale naturale d'Italia” (per “naturale” intendeva storica,“ovvia” e quindi “connaturata”), “simbolo della nazionalità riconosciuto da tutti”. Il 27 marzo 1861 il dibattito si concluse con l'approvazione del “voto” proposto da Carlo Boncompagni di Mombello, emendato dal bolognese Giuseppe Regnoli, massone e futuro membro della loggia “Propaganda”, come Giosue Carducci, Aurelio Saffi e altri padri della patria: “La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del pontefice e la piena libertà della Chiesa, abbia luogo di concerto con la Francia l'applicazione del non intervento, e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno”. Il “voto” non era una “legge”, ma una speranza. Affinché divenisse realtà occorrevano tre condizioni: l'assenso del papa, della Francia e degli italiani. Come nulla fosse. Ne occorreva soprattutto una quarta, fondamentale ma solitamente ignorata. Il neonato Regno d'Italia tale era per asserzione della VIII^ Camera del Regno di Sardegna, che si tramutò in I^ Legislatura del nuovo Stato. Sennonché, con buona pace  dei sovranisti digiuni di diritto e di storia, agli Stati per esistere davvero non basta auto-proclamarsi. Occorre il placet della Comunità internazionale. All'epoca (1859-1860) questa era il Concerto delle Grandi Potenze che aveva fissato i suoi pilastri portanti (legittimità e tradizione) nel Congresso di Vienna del 1815, ribadito nei suoi canoni fondamentali da quello di Parigi del 1856. 
Vairano Catena capitale d'Italia?
Nel 1861 il regno d'Italia fu riconosciuto da Gran Bretagna, Svizzera, Stati Uniti e Grecia e basta. Altri Stati (all'epoca tutti imperi o monarchie) continuavano a riconoscere il regno delle Due Sicilie e la sovranità del Papa su Legazioni Umbria e Marche. L'Italia, insomma faticò a salire la china. Fu ammessa per la prima volta in una conferenza diplomatica internazionale a Londra solo nel 1867, grazie all'abilità di Isacco Artom, l'ebreo caro a Cavour. Quei precedenti vanno ricordati al nascente Partito Capitalista d'Italia. Se proprio si volesse cercare una “capitale” pre-unitaria, essa andrebbe individuata in Napoli, ove (lo ha ricordato Nico Perrone in saggi su Liborio Romano e sull'ammiraglio Persano) si svolsero le trame concluse con l'incontro di Teano, altra possibile “capitale”, perché lì, appunto, il 26 ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi salutò “Re d'Italia” Vittorio Emanuele giuntovi al suono della Marcia Reale, come ricordò Giuseppe Cesare Abba nell'emozionante conclusione di “Da Quarto al Volturno”. Aggiungiamo che dal 1982 l'allora sindaco di Vairano Patenora spese passione e quattrini per certificare che l'incontro decisivo per la storia d'Italia non avvenne affatto a Teano ma nel suo comune, anzi a Vairano Catena. Sognava un futuro turistico, ma poi (come si diceva a Parigi nel 1968) dopo Marx venne Aprile, il giornalista-narratore che accusa i conquistatori venuti dal Nord di aver fondato un loro PCI, il Partito dei Carnefici d'Italia: i piemontesi buzzurri, canaglie, piombati dai crinali alpini, dal litorale ligure e dal famelico Bergamasco per devastare il Mezzogiorno, un Paradiso terrestre che a suo dire se la passava benissimo (come oggi, del resto, con due meridionali su tre al vertice del governo: Conte e Di Maio). I fatti sono stati ora rimessi in ordine da Giancristiano Desiderio nel succoso saggio “Pontelandolfo 1861. Tutta un'altra storia” (Ed. Rubbettino, candidato al Premio Acqui Storia).
Ubi Rex, ivi Lex 
Dove era la capitale? A Torino. Ma che cosa è la capitale di uno Stato? È la residenza nominale del Capo dello Stato, delle Camere, dei ministeri, di alcune “centrali” dell'esecutivo e dell'amministrazione. Con la Convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 il governo italiano decise di trasferirla (nei termini anzidetti) da Torino a Firenze. Il Re continuò a esercitare il suo Potere (la “sanzione e la firma” dei decreti e delle leggi) ovunque si trovasse, in uno qualunque dei comuni d'Italia. Era il Capo di una Dinastia che apparteneva al circuito delle Famiglie Reali d'Europa e si estendeva ancora al Brasile. Era anche Re d'Italia, ma in una concezione poco percepita da tanti patrioti militanti (come poi da molti “storici”).
Quando andavano a caccia al camoscio in Valle Gesso o al cinghiale a San Rossore Vittorio Emanuele II, suo figlio Umberto e il nipote Vittorio Emanuele III erano Re d'Italia. Non portavano con sé l'apparenza della capitale (congerie di Camere e di “uffici”), ma la somma di Auctoritas e di Potestas. Del pari, quando il 9 settembre 1943 lasciarono Roma per Brindisi, ove giunsero l'11 seguente, Vittorio Emanuele III e il Capo del governo, Pietro Badoglio, non trasferirono affatto la “capitale”, che era Roma. Altrettanto vale per il passaggio del Re da Brindisi a Ravello (non Salerno). Roma rimase Roma, anche per l'altro “Stato”, la Repubblica sociale italiana, destinata a scomparire dalla storia se non per certi effetti “amministrativi”. Anzi Vittorio Emanuele III pose come condizione per il trasferimento dei poteri al figlio Umberto, “luogotenente del Re” (non “del Regno” come poi venne decretato) che esso avvenisse in Roma: perché quella era la “sua” città: simbolo dell'unità nazionale conseguita il 20 settembre 1870 e col plebiscito dell'ottobre seguente, recatogli dal duca Michelangelo Caetani di Sermoneta (massone nella loggia “Universo”,anche se di famiglia papale). 
Quando Sella fece i conti con il PCI e con il PIF
Accampare che Brindisi e Salerno abbian funto da “capitali” è dunque privo di fondamento storico. Se poi si volesse andare in cerca di chi per primo proclamò un Regno d'Italia occorrerebbe risalire nei secoli, non tanto a Napoleone I (il cui “regno d'Italia” era l'ex Repubblica italiana, poi in gran parte divenuto Reich lombardo-veneto dell'Impero d'Austria) ma ad Arduino, l'episcopicida marchese di Ivrea: più di mille anni fa. Nell'Italia delle Cento Città (ma almeno tre-quattrocento furono fulcro di qualche piccolo Stato meritevole di memoria (tutti derivanti dal Sacro romano imperatore), meglio è accontentarsi di tre capitali certificate: Torino, Firenze e Roma in sequenza cronologica chiara. Fermo restando che Roma comprende la Città del Vaticano, uno Stato sovrano il cui Monarca, suo vescovo in successione all'apostolo Pietro, non trasferisce la capitale quando visita una borgata o una delle tante città italiane. Così come non lo fa il Consiglio dei ministri dello Stato d'Italia quando, per motivi d'immagine più che di sostanza, si raduna in questa o quella città (solitamente per conclamati motivi di ordine pubblico o calamità: comunque sempre per sciagure).
Anziché arzigogolare su mai esistite capitali transitorie meglio occuparsi di Roma e cercare di farla funzionare. Un precedente eloquente: Quintino Sella, che più di ogni altro nell'estate 1870 volle “Porta Pia” e l'annessione di Roma e del Lazio all'Italia, non trasferì subito il ministero delle Finanze da Firenze a Roma. Lo tenne nella città del Giglio in attesa che fosse costruito il Palazzone, atto a incutere il senso della serietà dello Stato. E fu li che ebbe a fianco il giovane Giovanni Giolitti, lo statista che cercò di raddrizzare le gambe all'Italia. Senza troppo successo. Fece i conti con il PCI dell'epoca: il Partito dei Camaleonti d'Italia. E con il PIF, il Partito Italiano dei Pifferai. Suonano e trascinano verso la catastrofe: prima i topi, poi i bambini.
Aldo A. Mola

L'ANTICRISTO CHE E' IN NOI
BENEDETTO CROCE TRA PROGRESSO E  “FINE DEI TEMPI”
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 giugno 2019, pagg. 1 e 11.

Benedetto Croce: il rifiuto dello “Stato etico”  
In  “Declino e tramonto della civiltà occidentale” (Ed. Rubbettino) Giuseppe Bedeschi ripercorre l'angoscia del filosofo e storico Benedetto Croce all'indomani della seconda guerra mondiale, manifestata in saggi intrisi di profonda amarezza, al confine con lo scoramento. “Nel corso e al termine della seconda guerra mondiale – scrisse Croce in “La fine della civiltà” – si è fatta viva dappertutto la stringente inquietudine di una fine che si prepara, e che potrebbe nei tempi attuarsi, della civiltà, o, per designarla col nome della sua rappresentante storica e del suo simbolo, della civiltà europea”. In “L'Anticristo che è in noi” stigmatizzò il “distruttore del mondo, godente della distruzione, incurante di non poterne costruire altro che non sia il processo sempre più vertiginoso di questa distruzione stessa, il negativo che vuol comportarsi come positivo ed essere come tale non più creazione ma, se così si potesse dire, dis-creazione”. Erano gli “Adelphi della Dissoluzione” indagati da Maurizio Blondet?
Croce era stato profondamente colpito dall'impiego delle bombe termo-nucleari da parte degli Stati Uniti d'America per piegare il Giappone: quasi duello simbolico tra l'ordigno accecante e annientatore e l'impero del Sol Levante, il Satana prodotto dall'uomo e il divino della Tradizione. Luce che si fa Tenebre, come in tutte le visioni dualistiche, e contrapposizione tra il Bene e il Male. Croce era ormai lontanissimo dal pensiero del gigantesco ma sempre più deprecato Hegel, che aveva condotto  a “questo ideale di morte che ora si chiama 'totalitarismo' 'partito unico' e 'obbedienza al partito' frutto della esaltazione dello Stato”, che si fa “comandatore della vita morale” coniugandosi “coi più terribili tra i barbarici idoli primitivi, Moloch, Kemosh, Baal, Jahve, dai quali è provenuto il 'numinoso' che l'idea dello Stato etico serba e che ai tempi nostri ha rivestito forme molteplici, forme diverse ed opposte, ma tutte con un che di sacro”.
La Guerra: fatalità?
Nelle meditazioni di Croce si intrecciavano pulsioni contrastanti. Nel 1914 era stato fra quanti vennero colti di soprassalto dalla conflagrazione europea. Gli pareva impossibile che da una lunga rigogliosa epoca di pace e di progresso in tutti i campi del sapere e della vita civile si precipitasse in un conflitto generale feroce, disumano, negatore dei principi ispiratori della “civiltà”. Fatalità? Imprevidenza? Miopia? Eppure proprio lui pochi anni prima aveva irriso i postulati da due secoli professati dalla massoneria. Il pacifismo, l'umanitarismo, la fratellanza a suo avviso erano formule ingenue, “cultura” ottima per commercianti e maestrucoli di scuola, giacché, egli sentenziava riecheggiando Eraclito, la storia è sequenza di guerre. L'altro caposcuola del liberalismo italiano, il liberista Luigi Einaudi, a sua volta elogiò “la bellezza della lotta” proprio quando questa stava per giungere al culmine dello scontro fra opposti massimalismi: la sinistra rivoluzionaria (più a parole che nella capacità e nel dominio dei mobili di guerra) e il capitalismo dal cuore indurito nel corso della grande guerra. 
Il 24 ottobre 1922 Croce non si era perso lo spettacolo di Benito Mussolini che, orante e imprecante nel teatro San Carlo di Napoli, preannunciò la mobilitazione per agguantare il potere: la mai effettuata “marcia su Roma”. Senatore del regno e ministro della Pubblica istruzione nel V governo Giolitti (1920-1921), votò a favore del governo Mussolini non solo nei suoi primi vagiti (improntati dal liberismo di Alberto De Stefani) ma anche dopo l'“affaire Matteotti”, quando approvò il bilancio dell'Interno. Non vedeva alcuna alternativa al governo in carica, anche perché chi avrebbe dovuto opporglisi (a qualunque costo e anche a rischio della vita, come insegnò Giolitti)  aveva disertato l'Aula e si era arroccato nella posizione politicamente più improduttiva e perdente: l'“Aventino”. Opposizione anti-sistema ma nel sistema accampata e cresciuta da oltre trent'anni, la compagine di repubblicani, radical-democratici e socialisti si attendeva che a risolvere la crisi (di governo, non dello Stato) intervenisse Vittorio Emanuele III. Già a fine ottobre 1922 il Re si era trovato pressoché solo a dipanare l'imbrogliatissima matassa della politichetta governativa perché il presidente del Consiglio, Luigi Facta, non convocò il Parlamento e si smarrì negli intricati viottoli di trattative sottobanco con amici e nemici (incluso lo sprezzante Gabriele d'Annunzio) nell'illusione di succedere a se stesso appagando Mussolini con un ministero di seconda fila.
Se quelli erano i “Maestri di color che sanno” bene si comprende il disorientamento (o riorientamento) della generalità dei cittadini cosiddetti “comuni”, desiderosi solo di ordine pubblico, quiete personale e di un salario o stipendio sufficiente per campare dopo gli anni della lunga e dura prova bellica (680.000 morti e più di un milione di feriti e mutilati), della fame e della guerra civile strisciante. 
All'opposizione del regime, non contro lo Stato
Con il Manifesto degli intellettuali antifascisti (replica prolissa a quello, parimenti “accademico” dei fascisti, redatto da Giovanni Gentile e sottoscritto anche da futuri avversari del regime) Croce assunse la guida dell'opposizione a un partito che pretendeva di soggiogare il governo e a un governo che si ergeva a Stato, insomma al “regime”, capitanato dal “duce”. Negli anni difficili, dal Concordato tra l'Italia e la Santa Sede, proposto all'opinione pubblica come gratificante e pacificante “Conciliazione”, sino alla guerra contro l'Etiopia, scandita da abilissime operazioni mescolanti patriottismo e fascismo (per esempio l'“offerta dell'oro alla Patria”, cui anche Croce aderì), come la generalità dei politici anti o a-fascisti il filosofo imbevuto del pensiero di Giambattista Vico non colse subito la deriva di Mussolini verso la fatale alleanza con Hitler. Neppure le leggi razziali del 1938 suscitarono la manifestazione pubblica di opposizione netta. A differenza di Einaudi, non partecipò al loro voto in Senato, ove si contarono 10 astensioni su 160 presenti e circa 400 patres. Di anno in anno, di mese in mese l'Europa, e con essa l'Italia, passò dalla Conferenza di Monaco (settembre 1938, quando Hitler ottenne formalmente l'annessione dei Sudeti, politicamente ancor più emblematica di quella dell'Austria) al patto Ribbentrop-Molotov (ovvero tra la Germania di Hitler e l'Unione sovietica di Stalin) e alla nuova conflagrazione europea, poi volta in seconda guerra mondiale (settembre 1939).
Pochi ebbero chiaro che il nuovo conflitto era la prosecuzione del precedente e che l'Italia, giunta ultima e malvolentieri accolta tra le “grandi potenze”, rischiava di retrocedere. Nell'introduzione al volume di Vanna Vailati “1943-1944. La storia nascosta” (Torino, G.C.C., 1986), tra i “Documenti inglesi segreti che non sono mai stati pubblicati” il generale Luigi Mondini ricorda il progetto “allucinante” messo a punto dal Foreign Office e dal War Office britannici che prevedeva la spartizione dell'Italia, “dandone un pezzo a ciascuno degli Alleati, grandi e piccini. Alla Grecia venivano date le Puglie e gran parte del Sud; agli Jugoslavi una fetta che dall'Istria arrivava a Milano; ai francesi l'isola d'Elba, la Liguria, il Piemonte fino a Milano; agli inglesi la Sardegna, la Sicilia, la Calabria. Gli americani avrebbero occupato Roma, che sarebbe stata affidata al Papa”. La spartizione della flotta e delle colonie avrebbe imbonito l'Unione sovietica. L'Italia, insomma, avrebbe avuto la sorte della Germania, suddivisa, come Berlino stessa, nei modi ben noti: una tragedia che si prolungò sino al poco rievocato 1989 e il cui ricordo basta a spiegare i tremori non solo di Angela Merkel ma di chiunque conservi memoria della storia di ieri.
Vittorio Emanuele III, il traghettatore
L'obiettivo dell'Italia fu di uscire comunque dal conflitto, come rievoca Luigi Federzoni nel “Diario inedito, 1943-1944” (ed. Pontecorboli). Fra traversie complesse e in tempi oggettivamente rapidi (poche convulse settimane, tra ostacoli che parevano insormontabili: a cominciare dalla diffidenza dei nemici, ostili e divisi) a condurre in porto la trattativa fu il governo del Re. Con il trasferimento da Roma a Brindisi (9-11 settembre) esso salvaguardò la continuità dello Stato, rafforzata dalla dichiarazione di guerra contro la Germania (13 ottobre 1943), pilastro della “ricostruzione”. Fosse o meno gradito, Vittorio Emanuele III fu a tutti gli effetti l'interlocutore dei vincitori. Svolse il ruolo insostituibile di traghettatore dell'Italia dalla rovina alla sopravvivenza. Come nel citato Diario scrisse Federzoni il 24 dicembre 1943, “la monarchia non è una persona: è un sistema”. L'Italia si era salvata “sia pur tardi e alla meglio, o alla peggio, se si vuole; ma si è salvata perché aveva ancora un Re. Comprendono oggi tutto questo i così detti uomini d'ordine? Per molti segni ne dubito. In non pochi di essi prevale una specie di rancore contro Vittorio Emanuele III. È il solito personalismo, la solita incapacità di pensare obiettivamente, vizio incorreggibile di molte donne e di troppi Italiani che fanno politica”. Avrebbero accettato anche la repubblica. “Somigliano a chi si gettasse dal tetto, con l'intenzione di fermarsi al piano sottostante...”. Anziché abbattere la monarchia occorreva semmai rafforzarla, perché era il bastione contro lo Stato totalitario. Bisognava perciò tenerla al sicuro dai “monarchisti”, dalla folla di quanti pretendevano che il re fosse a loro individuale immagine e somiglianza.
Il rancore di Croce contro il Re
Tra gli “uomini d'ordine” che intrapresero una sorta di battaglia personale contro Vittorio Emanuele III spiccò Benedetto Croce, che il 28 novembre 1943 pronunciò nel chiostro di San Marcellino dell'Università di Napoli un discorso nel quale chiese pubblicamente l'abdicazione del re “illico et immediate”. Il 6 dicembre ne prospettò ruvidamente l'esilio: “Non v'è dubbio che da un regolare processo non potrebbe uscire se non la condanna del re, violatore dello Statuto e alleato del fascismo nel danno e nell'onta apportata al popolo italiano. Condannato, insisteremmo che fosse lasciato libero e allontanato dall'Italia”. Identici concetti ribadì nelle settimane seguenti e in specie il 28 gennaio 1944 nel congresso dei comitati di liberazione nazionale a Bari: “Il re non è in grado di formare un ministero, perché gli uomini che hanno esperienza e reputazione si rifiutano di giurare a lui fedeltà e temono da lui, e dalla gente che lo circonda, insidie”. Dissociazione di responsabilità... Non bastasse, il 3 maggio deplorò pubblicamente l'“intervista” subdolamente carpita al Principe di Piemonte, Umberto, e pubblicata dal “Times”. Luogotenente del Regno, questi aveva osservato che nel giugno 1940 nessuno si era opposto alla dichiarazione di guerra. Croce obiettò che opporsi o chiedere la convocazione delle Camere sarebbe stato da folli o da imbecilli (sic): autoassoluzione di un “popolo” che aveva riempito le piazze osannando. Pur essendo storico di vaglia, non si domandò se quel “documento” rispondesse pienamente al pensiero del Principe o fosse frutto di manipolazione.
Nel “Saluto all'Italia liberata” (5 giugno 1944) il filosofo aggiunse che gli italiani erano ora liberati anche dalla “ardua e penosa questione della persona del re” e forti di un “ministero democratico, formato dai rappresentanti di tutti i partiti...”.
La realtà si rivelò subito molto diversa da come l'aveva immaginata. Nel primo numero di “Rinascita”, la rivista del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti sparò a palle incatenate contro Benedetto Croce, liquidandolo quale silenzioso connivente del regime. Il filosofo non prese più parte dalle sedute del Consiglio dei ministri.
Il progresso e il suo contrario
Sarebbe soverchiamente lungo ed esula dall'economia di un articolo per questo Solstizio d'Estate ripercorrere gli ideali, le passioni e talvolta gli umori che danno vigore agli scritti crociani tra l'amaro risveglio dell'estate 1944 e il 1946, quando, con lo spettro dello stalinismo, gli si parò dinnanzi l'incubo della fine della civiltà europea. Non gli fu facile ammettere che a difenderla fosse un politico pragmatico come Harry Truman, grado 32° del Rito scozzese antico e accettato, il presidente degli Stati Uniti d'America che non aveva esitato a far sganciare due bombe atomiche sul Giappone e che non avrebbe esitato a cannoneggiare Tito se i comunisti jugoslavi avessero superato la linea fissata per la loro non apprezzata avanzata verso occidente.
Le meditazioni di Croce non furono comunque improntate solo al cupo pessimismo dell'“Anticristo che è in noi”, classificato quale “tendenza dell'anima”. “L'uomo - egli osservò – accetta la morte e la desidera al termine della vita operosa, ma non mai si rassegna al pensiero della fine della civiltà nella quale è nato, si è educato, ha lavorato ed ha amato e si è travagliato. Egli vorrebbe che quel mondo continuasse...”.  Gli pareva però che anche il “progresso” fosse poco più che uno “stato d'animo”, più pulsione emotiva che ideale o persino Idea. Se poi convenne che “la storia è sempre storia di progressi”, confutò però l'interpretazione della storia quale “corso predeterminato”, spiegabile con una causa univoca e affermò che essa è comunque sempre opera umana, quasi un “la storia siamo noi”: conclusione che non richiede speciale formazione filosofica e che serpeggia nell'animo di ciascuna persona, più o meno consapevole di sé.
Non approdò mai alla serenità di chi vive nella leopardiana consapevolezza che “tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”, che i barbari barbari sono e il loro avvento non è redenzione ma rovina e che felicità suprema per la persona saggia è di non morire tra efferate torture ma, semmai, di finire porgendo il pugnale al consorte come la matrona Arria Maggiore al marito con la mesta esortazione: “Paete, non dolet”. Quelli erano Stoici. Mai avrebbero scritto “perché non possiamo non dirci cristiani”. Erano Pagani. Un altro mondo, non corroso dall'idea di progresso: capace di gustare la bellezza della vita nella serena contemplazione della morte.
Aldo A. Mola

GIUGNO 1940 – MAGGIO 1945
CINQUE ANNI SOTTO LE BOMBE E GUERRA CIVILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 giugno 2019, pagg. 1 e 11.

GIUGNO 1940: IL NORD-OVEST SOTTO LE BOMBE
L'anniversario è passato sotto silenzio. Invece agli smemorati per opportunismo e a quanti  forse neppure lo sanno va ricordato che il 10 giugno 1940 il capo del governo, Benito Mussolini, comunicò dal balcone di Palazzo Venezia che l'Italia aveva dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Chiamate a raccolta in tutte le piazze, le folle plaudirono. Al duce che domandava “Volete burro o cannoni?” gli italioti rispondevano: “Cannoni”. Dimenticare e ignorare fa male. Ricordare no. Può aiutare a non sbagliare un'altra volta, a non mettersi invano contro chi è più forte. 
“Ex uno disce omnia...”. La tragica sorte dell'Italia sotto i bombardamenti angloamericani non iniziò con quello su Roma del 19 luglio 1943, considerato apocalittico perché tutti credevano che la Città Eterna fosse al sicuro grazie all'inviolabilità della Città del Vaticano e alla sacralità universale dei suoi monumenti. La catastrofe cominciò all'una e 35 minuti del 12 giugno 1940. Alcuni Whitleys britannici decollati dallo Yorkshire e dalle isole normanne con volo per i tempi ardito giunsero a bombardare Torino. Rovine, 11 morti e panico. Il 17 giugno aerei francesi partiti da Salon de Provence per colpire la stazione ferroviaria di Cuneo, militarmente irrilevante, la sbagliarono di mezzo chilometro. Quindici bombe caddero nei pressi della “Chiesa Nuova”. Non esplosero. Furono esposte in bella mostra per provare che il nemico era innocuo. L'indomani un altro bombardamento francese mancò clamorosamente l'aeroporto di Levaldigi, suo obiettivo. 
E L'AERONAUTICA ITALIANA?
L'armistizio italo-francese di Villa Olgiata (24 giugno) era ormai imminente. Francia e Italia non volevano farsi troppo male. L'avanzata degli italiani si arrestò a Mentone. Ne scrisse sapidamente Italo Calvino, studiato da Luca Fucini. 
Chi sapeva leggere i fatti constatò che nessun aereo italiano tentò di bombardare la Francia. Meno ancora la “perfida Albione”. La difesa antiaerea si era rivelata incapace di intercettare il nemico. Infine l'UNPA (Unione nazionale protezione antiaerea) era ancora lontanissima dal prendere corpo. Roma scommise sulla “guerra lampo”. Poiché tutto ha un costo, in specie l'allestimento dei rifugi blindati (pubblici, collettivi e singoli: tutti molto al di sotto dello stretto indispensabile) e la messa in sicurezza di stabilimenti industriali, centrali elettriche e monumenti di speciale rilievo, si sperò che la guerra finisse prima di cominciare. Nella generalità del Paese, del resto, quel giugno 1940 passò senza speciale patema d'animo, come documentano giornali e trasmissioni radio del tempo. I fortunati che già non erano in vacanza progettavano dove andarci. Eppure dall'agosto dell'anno precedente l'Europa era in guerra, a lungo stagnante,  ma alternativamente violentissima e micidiale. 
LA SECONDA ONDATA: TORINO DICEMBRE 1942
L'armistizio non chiuse affatto il conflitto. L'aviazione inglese continuò a colpire duramente l'Italia, senza sorvolare la Francia, parte occupata dalla Germania, parte sotto controllo del Maresciallo Pétain, non alleato di Berlino ma neppure in guerra contro Londra. Lo scenario mutò drasticamente nel dicembre 1941 con l'intervento degli Stati Uniti d'America contro il Giappone e a fianco della Gran Bretagna. Dopo l'operazione Torch (cioè lo sbarco in Marocco e Algeria, quando ormai le forze italo-germaniche in Africa erano pressoché sgominate), Piemonte e  Lombardia tornarono bersaglio precipuo, perché erano il fulcro della produzione industriale e quindi retroterra della difesa. Ogni dubbio fu spazzato la notte dell'8 dicembre 1942. Dopo numerosi attacchi e allarmi, Torino subì uno spaventoso bombardamento “a tappeto” da parte della britannica RAF, che colpì soprattutto stabilimenti industriali ed edifici civili. Causò oltre 200 morti, altrettanti feriti e danni gravissimi ai maggiori impianti produttivi, a cominciare dalla sede della Fiat al Lingotto. Il comando inglese elogiò l'impresa come la più efficace dell'intero anno.   
L'intento terroristico era chiaro: evidenziare l'inferiorità della difesa italiana, suscitare il panico nella popolazione, spingerla a sfollare nei centri minori con enormi disagi quotidiani, mettere a soqquadro la rete di distribuzione dell'energia elettrica proprio alle soglie dell'inverno e dei rifornimenti dei generi di prima necessità. In un Paese ove i consumi già erano razionati il malcontento presto sarebbe dilagato e si sarebbe tradotto nella richiesta popolare di pane e pace, come si vide con gli scioperi del marzo 1943, che presero in contropiede non solo Mussolini ma anche i partiti antifascisti, comunisti inclusi, che cercarono di cavalcare l'onda ma ne non furono affatto i motori. 
LA MISSIONE POLITICA DI ENRICO CUCCIA A LISBONA:
Nel maggio dello stesso 1942 Enrico Cuccia, genero del potentissimo Alberto Beneduce (antico massone, presidente dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale e demiurgo della Banca d'Italia e della grande finanza dall'inizio degli Anni Trenta), nel corso di una missione a Lisbona per motivi connessi al suo ruolo di alto dirigente della Banca Commerciale Italiana, tramite il diplomatico statunitense George Kennan fu latore di un messaggio riservato di due esponenti del neonato Partito d'azione, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, per Carlo Sforza, già ministro degli Esteri nel V governo Giolitti (1920-1921), senatore del regno d'Italia, Collare della Santissima Annunziata (e quindi “cugino del re”), mai dimissionario da alcun titolo e rango né “radiato” o privato di quelli conferitigli. Il Partito d'azione informò che voleva rovesciare il regime fascista e la monarchia: non il sovrano in carica, Vittorio Emanuele III, Inviso anche per le leggi razziali del 1938, ma l'istituto monarchico stesso, vivaio di governi reazionari. Il primo dei “Sette punti” elaborati e concordati nel luglio 1942 dai suoi fondatori recita: “La prolungata abdicazione degli istituti monarchici - corresponsabili con il fascismo della rovina del paese – legittima la inderogabile esigenza di un regime repubblicano...”. Sforza, come la Mazzini Society di New York, i massoni Randolfo Pacciardi e Alberto Tarchiani, Gaetano Salvemini e molti esuli italiani oltre Atlantico e in Inghilterra accolsero con entusiasmo quel pronunciamento. La monarchia era stata  sempre bersaglio di comunisti e socialisti, uniti nel patto di unità d'azione. Ma i partiti di estrema sinistra non incontravano soverchie simpatie a Londra e nessuna negli USA. Il PdA, invece, si proponeva ed appariva quale partito della borghesia operosa, riformatrice, “occidentale”. Esso lasciava intravvedere il rinnovamento ab imis dell'Italia senza condizionamenti né da parte dei cattolici (notoriamente sospettosi nei confronti degli USA, che ancora non riconoscevano la Santa Sede quale Stato) né dei “liberali”, che, poi asserì Benedetto Croce, consideravano i fascisti una temporanea “invasione degli Hyksos”, dopo la quale sarebbe tornata la pax interna, incardinata sull'Istituzione che “aveva fatto l'Italia”. I suoi tormenti sono ora passati in rassegna da Eugenio De Rienzo in Benedetto Croce. Gli anni dello scontento, 1943-1948 (Ed. Rubbettino).
Venne ripetutamente insinuato, ma non è mai stato provato, che tramite la missione di Cuccia a Lisbona o altri canali e in altri momenti il PdA in quanto tale abbia anche sollecitato gli anglo-americani a colpire l'Italia dal cielo per metterla definitivamente in ginocchio, aprire la crisi del regime fascista e clerico-monarchico e determinare l'avvento di un governo capace di guidare la ricostruzione morale e materiale del Paese, col sostegno (o tutela, o dominio) dei vincitori, senza i quali  “minoranze illuminate” con modesto seguito elettorale non avrebbero potuto o possibile fronteggiare il futuro. 
In realtà Roosevelt e Churchill non avevano bisogno di suggerimenti da parte di nessuno su quando, come e dove colpire l'Italia, per squassarla e costringerla alla resa. Per di più il PdA voleva la nazionalizzazione dei “grandi complessi finanziari, industriali e assicurativi e in genere di quante imprese hanno carattere di monopolio e rilevante interesse collettivo”: obiettivo che avrebbe intralciato la sottomissione del potere reale di un Paese destinato alla sconfitta militare e al declassamento politico da grande potenza a “provincia dell'impero”. Sapevano invece di poter contare su uomini che avevano fiancheggiato Mussolini sino a guerra inoltrata ma ora se ne dissociavano. Era il caso di Pietro Badoglio. Duca di Addis Abeba, ormai sicuro che l'Asse non avrebbe vinto la guerra, questi non era più “fedele a Casa  reale” e voleva “al momento giusto, prendere il potere e costituire un governo militare”. 
LA TERZA RISOLUTIVA ONDATA E L' “INFORMAZIONE”
Il colpo di Stato del 25 luglio 1943, la sostituzione di Mussolini con Badoglio e l'accelerazione delle trattative del nuovo governo per ottenere la “resa senza condizioni” per salvare la monarchia quale garante della continuità dello Stato e dell'esecuzione dei diktat dei vincitori, furono scanditi dalla raffica più violenta di bombardamenti aerei sulle maggiori città dell'Italia settentrionale. Badoglio esortò gli esponenti dei partiti antifascisti a capire che l'Italia era tra la dura incudine dell'occupazione germanica strisciante e il pesante martello dell'aviazione anglo-americana. Con il grosso delle forze armate disseminate all'estero (Grecia, Balcani, Provenza...) o in corso di riorganizzazione (i reduci dal fronte russo) essa non era in grado né di contrattaccare né di difendersi. Dopo l'annuncio dell'armistizio, diramato nelle note drammatiche circostanze, e l'ordine impartito all'Aviazione militare di trasferirsi nei campi assegnati, gli anglo-americani mirarono a ottenere il massimo di informazioni sulla rete difensiva e produttiva della nascente Repubblica sociale e dei tedeschi nell'Italia centro-settentrionale. Allo scopo utilizzarono tutti i referenti a contatto con il SOE britannico e l'OSS statunitense, le due reti in serrata competizione. 
Contrariamente a quanto da molti asserito, gli anglo-americani e i rispettivi “servizi” uti singuli poco si fidarono delle formazioni partigiane di matrice esplicitamente partitica, in specie dei “garibaldini” i cui commissari politici erano l'avanguardia dell'Unione Sovietica. Se l'Italia (anche grazie all'armistizio) era sicuramente assegnata all'“Occidente”, la costituzione di un forte partito comunista di massa (come poi propugnato e avviato con la “svolta partecipazionistica” di Palmiro Togliatti al suo rientro in Italia nel marzo-aprile 1944) sarebbe stata comunque una pericolosa spina nel fianco del nuovo regime. Gli anglo-americani privilegiarono invece rapporti con le formazioni “autonome” sia monarchiche sia di non dichiarato orientamento sulla questione istituzionale ma capitanate da militari. In quel panorama il Partito d'azione e le formazioni “Giustizia e Libertà” figurarono come il meno sta nel più. Ai “partigiani” gli anglo-americani chiedevano ragguagli precisi per interventi altrettanto mirati. Ogni loro missione di collegamento, come ogni intervento dal cielo richiedevano lunga preparazione e comportavano un costo elevato di mezzi e l'impiego di uomini di alta professionalità, talvolta senza ritorno. Gli accordi del dicembre 1944 tra gli anglo-americani e il Comitato nazionale di Liberazione Alta Italia, mediati dal governo presieduto da Ivanoe Bonomi, resero ancora più chiaro il “patto” tra Alleati e guerra partigiana. Contro l'ingente finanziamento del Corpo Volontari della Libertà comandato da un generale di comprovata competenza quale Raffaele Cadorna (che ebbe per “vice” l'azionista Ferruccio Parri e il comunista Luigi Longo), ai partigiani fu chiesta la massima collaborazione secondo direttive analitiche, più volte ribadite. 
Lo sbarco americano in Provenza (15 agosto 1944), l'arresto dell'avanzata anglo-americana sulla linea gotica (“proclama Alexander”, novembre 1944), il repentino tracollo delle “repubbliche partigiane” (clamorosi i fallimenti di quelle dell'Ossola e di Alba), il “rientro” nelle città di tanta parte di giovani (propiziato dall'“amnistia” del 28 ottobre 1944) e la pianurizzazione o trasferimento dalle alte valli a meno inospitali zone collinari di ormai esigui reparti partigiani accentuarono l'importanza strategica e tattica delle incursioni aeree anglo-americane, sia per aviolanci di armi, danaro e provviste, sia per bombardamenti di presidi militari nemici e soprattutto delle infrastrutture (in specie la rete ferroviaria, i convogli in transito, i magazzini…).
In tale ambito il concorso delle formazioni partigiane non venne organizzato sulla base della loro matrice ideologico-partitica ma sul piano dell'efficienza. In Piemonte, per esempio, svolse ruolo eminente il “Servizio X” incardinato nella III Divisione autonoma “Alpi” (o “R”, cioè Ricostruzione), allestito da un antifascista di lungo corso quale l'ancor giovane avvocato Giocondo (Dino) Giacosa e da Aldo Sacchetti, un ufficiale rientrato in Italia con la IV Armata,  poi autore di Un romano tra i ribelli.
QUANDO GLI ALLEATI RIFIUTARONO DI BOMBARDARE CUNEO 
Nei primi mesi del 1945 i bombardamenti aumentarono in frequenza, volume di ordigni sganciati e numero di vittime causate. Sarebbe però errato ritenere che abbiano centrato bersagli militarmente rilevanti. Per esempio, malgrado numerosi tentativi, il Viadotto Littorio di Cuneo (monumentale ponte ferrostradale sulla Stura, ideato in età giolittiana) non fu mai colpito. Il 28 agosto 1944 fu centrato l'Ospizio dei cronici (22 vittime tra ricoverati e suore) anziché una caserma.  
In un caso abbiamo la certezza documentata della sollecitazione di un attacco aereo da parte di un autorevole militante del PdA, il geometra Ettore Cosa, comandante della V Zona del Cuneese, designato sindaco del capoluogo provinciale. Il 27 aprile reparti di “Giustizia e Libertà” attraversarono a guado la Stura e si attestarono alla periferia della città. I tedeschi tennero libere le strade principali per consentire la ritirata in assetto di guerra della XXXIV Divisione dal crinale liguro-piemontese verso la destinazione assegnata nel corso delle trattative a Caserta tra germanici e anglo-americani. Gli scampati di una piccola Squadra di Azione Partigiana (SAP), mandata allo sbaraglio, dopo aver subito perdite gravissime bussarono alla porta della questura, per chiedere alla polizia di unirsi a loro per “prendere la prefettura”. Il vicecommissario Pietro Benigni rispose lapidario: “Io sono un commissario di Pubblica Sicurezza della RSI e non posso arrendermi a voi. Se arrivano le truppe americane mi arrendo a loro. Se arrivano i tedeschi vi  consegno a loro”.
Per spezzare la resistenza avversaria Rosa chiese allora al tenente Paolo Buffa (in realtà Paul Barton, ufficiale di collegamento della Special Force), da tempo operante come responsabile della Missione Siamang I, di chiedere via radio agli aerei alleati di stanza a Nizza di bombardare Cuneo per sloggiarne tedeschi e “repubblichini”. Il 27 aprile Barton inviò il messaggio n. 196. “Nizza” rispose che il cielo era nuvoloso. Non era il caso di rischiare aerei e uomini in una guerra ormai finita. In quel teatro l'avversario sarebbe caduto “per manovra”. Gli americani picchiarono duro invece nel Veneto, causandovi rovine e vittime, in linea con il bombardamento anglo-americano “pedagogico” su Dresda del 26 aprile 1945.
GUERRA ETICA?
Nel marzo 2001 l'antico agente S-2 Carlton M. Smith rilasciò un'ampia dichiarazione sulle missioni compiute: “Eravamo in guerra... Non si poteva ignorare che morivano anche i civili… Personalmente non ho mai avuto problemi morali… Esiste forse qualche differenza fra morire durante un bombardamento o a causa della bomba atomica?” Etica e guerra erano e sarebbero rimaste inconciliabili.
La documentazione prova  che la sconfitta, la resa, la guerra civile e il disastro seguente non furono frutto di un complotto pluto-giudaico-massonico ordito da cospiratori interni in combutta con Poteri Forti esteri ma fatale conseguenza del calcolo errato di chi aveva voluto l'ingresso in guerra e ne scontò infine le tragiche conseguenze.  
Aldo A. Mola

DALLO STATUTO ALBERTINO ALLA COSTITUZIONE
CORNICE E SOGGETTI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 giugno 2019, pagg. 1 e 11.


Capo dello Stato, capitani e capi-popolo ieri e oggi
Statuto Albertino  Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando dichiara, epigrammatico e allusivo, e soprattutto quando osserva, distaccato e silente, sempre più evoca Carlo Alberto di Savoia, il sovrano che il 4 marzo 1848 promulgò lo Statuto del Regno di Sardegna. Identiche le loro virtù teologali, Fede, Speranza e Carità. Uguale la compostezza. E quel velo di arcana mestizia che trapela anche quando il volto sorride a labbra strette. Entrambi rappresentano il passaggio da uno ad altro Ordinamento dello Stato. Quello varato da Carlo Alberto durò un secolo. Il Presidente Mattarella regge il timone della Nave Italia, repubblica da appena 71 anni. È il nocchiero di cui il Paese ha bisogno, mentre i venti di tempesta rafforzano. Oggi non sono in discussione un governo, una maggioranza, poltrone varie. Sotto l'infuriare della tempesta stridono le funi e gemono i legni dello Stato. Reggeranno? Gli ufficiali di bordo conoscono la rotta? Ascoltano e capiscono gli ordini del Condottiero? Di sicuro tanta parte della ciurma alle urne fa l'“ammuina”, correndo tumultuosa da un capitano a un capo fazione, tutti “nomi” estranei alla nobile tradizione durata dalle “Vite Parallele” di Plutarco ai  “Rerum Gestarum” di Ammiano Marcellino.  
Aprendo la rievocazione di Camillo Cavour nell'avito Castello di Santena (Torino) il 6 giugno Nerio Nesi, presidente della Fondazione intitolata al Gran Conte, bene eretto dall'alto dei suoi 94 anni, ha detto che, pur avendone viste tante, per la prima volta è davvero preoccupato per le sorti del Paese: l'Italia, aggiungiamo, costruita dai Re, dai loro ministri, da una miriade di patrioti che avevano imparato a sentirsi italiani durante secoli di dominio straniero: Asburgo, Borbone, incursioni di “saraceni”, venturieri..., tutti in vario modo collusi coi papi che non solo condannavano alle fiamme eterne le anime dei miscredenti e dei devoti di altre confessioni cristiane ma ne perseguitavano i corpi (e questa era ed è sempre una seccatura, anche se non si finisce sul rogo). 
La Costituzione nacque come Venere dalle acque?
Vi è una differenza profonda tra la Costituzione della Repubblica e lo Statuto Albertino. Mentre altre grandi Carte, incluse quelle dell'ONU e dei Diritti universali dell'uomo, sono precedute da un Preambolo motivante, quella vigente in Italia si apre “ex abrupto” con i principi fondamentali: “L'Italia è una  repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo...”. Come Venere sorgente dalle acque, essa enuncia, afferma e ammicca. Dichiara, per esempio, che “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...”. Non ci voleva molto per uno Stato uscito a pezzi dalla Seconda guerra mondiale. Pagava il prezzo del dilettantismo di Benito Mussolini che “sua sponte” dichiarò guerra all'Unione Sovietica e agli Stati Uniti d'America come fossero Montecarlo e Seborga, ma non riuscì mai a mettere le mani su Malta e perse in poco tempo l'Africa Orientale Italiana. La Costituzione del 1° gennaio 1948 lascia tra parentesi la storia. Solo nelle Disposizioni transitorie e finali essa mescola passato prossimo e remoto, come fossero tutt'uno: un “mondo” da condannare e da dimenticare. Interdice agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e discendenti maschi l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale, senza spiegarne il perché; e vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” (ma non precisa se si tratti di quello sorto nel congresso di Roma del 1921, quello al potere dal 30 ottobre 1922 in una coalizione comprendente tutti i partiti costituzionali o del Fascista repubblicano del 1943, quasi i tre siano stati una medesima cosa). Di sicuro vi è che con la XIII disposizione transitoria e finale la Repubblica riconosce la legge salica, vigente dall'origine in Casa Savoia, e implicitamente la ritiene immutabile (è un segno di rispetto per le leggi della dinastia che risalgono a fine Settecento, checché ne pensino certi “monarchisti”, già deplorati da Luigi Federzoni nel “Diario inedito” ora pubblicato da Pontecorboli). Diversamente avrebbe vietato l'Italia anche alle Principesse. Come noto, la Repubblica “scordò” di esiliare il Principe Amedeo di Savoia, duca di Aosta, figlio di Aimone, già duca di Spoleto, a sua volta invece esule in Argentina e morto quando l'erede era infante, e sua madre, Irene. Ne scrivono lo stesso Principe Amedeo, Capo della Real Casa di Savoia, e Danila Satta in “Cifra Reale” (ed. La Compagnia del Libro). A chi gli rimproverò di averli “dimenticati” Alcide De Gasperi rispose che la Repubblica non poteva aver paura di una vedova e di un  bambino di cinque anni... Ne aveva invece molta di Re Umberto e doveva averne ancor più  di più di se stessa, di quanti, spesso in nome della sovranità del popolo, vi si incistarono e piano piano ne succhiarono la linfa vitale sino a renderla qual è: disertata alle urne dal 50% degli aventi diritto al voto e isolata da quell'Europa che pur non manca occasione per celebrarne maestosità, bellezza, sacralità. Valga a conferma che da duemila anni la Chiesa cattolica e apostolica è romana ancora.   
Lo Statuto albertino: “ grazia di Dio” per l'“itala Corona” 
Di tutt'altro tenore è lo Statuto Albertino. La sua premessa è un prodotto alchemico: unisce teo-teleologia e percezione pragmatica delle incombenze. Come le doppie finestre di un tempo si aprivano l'una verso l'interno l'altra verso l'esterno, così è lo Statuto. Di mezzo vi è il Re. Per comprenderne la complessità basta scorrere le poche righe del suo Preambolo. Carlo Alberto, “per la grazia di Dio re di Sardegna, prendendo unicamente consiglio dagli impulsi del suo cuore” deliberò “in mezzo agli eventi straordinari che circondano il paese” di “conformare le sorti dei regnicoli alla ragione dei tempi”. Sicuro delle tante prove di fedeltà date dal popolo (sic) alla “itala sua Corona” (itala, non piemontese o “sarda”), il Re decise dunque di varare “larghe e forti istituzioni rappresentative”. Non si trova nulla di analogo nelle altre Carte promulgate o votate nel 1848-1849 a Napoli, a Palermo, a Firenze, nella Roma di Pio IX. Anche la tanto celebrata costituzione “mazziniana” del 2 luglio 1849 dichiara costituito in repubblica democratica lo “Stato romano”, non l'Italia. L'itala opzione  dello Statuto Abertino precedette di pochi giorni il regio decreto con il quale il re sostituì la coccarda azzurra, “sola bandiera nazionale”, con il “tricolore italiano”, per “viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana”. Dal 1° gennaio 1948 ne venne strappato lo “scudo  di Savoia”, ma il tricolore rimase e rimane contro ogni fatua negazione della storia. Sempre più, anzi, esso torna a campeggiare nei modi e nei luoghi più disparati...
Il cambio drammatico      
Con lo Statuto albertino il Regno di Sardegna si trasformò da monarchia consultiva e amministrativa in monarchia rappresentativa, come ricorda una miriade di studiosi di fama: Emilio Crosa, Mario Viora, Carlo Ghisalberti, sino a Isidoro Soffietti e Gian Savino Pene Vidari, che ne scrissero vent'anni orsono, seguiti poi da Domenico Fisichella e altri molti. A riproporre il confronto tra lo Statuto Albertino e la Costituzione Italiana è ora un convegno organizzato dal Gruppo Croce Bianca, presieduto da Alessandro Cremonte Pastorello, nel 25° della sua fondazione, con relazioni di Aldo G. Ricci, sovrintendente emerito dell'Archivio Centrale dello Stato, e di Tito Lucrezio Rizzo, già Consigliere per la Sicurezza della Presidenza della Repubblica (*). Nessun feticismo, dunque, ma una “esortazione alla storia”, per dirla con Ugo Foscolo.  
La firma dello Statuto avvenne in una scena solenne e drammatica. Carlo Alberto (oltre due metri di altezza, silente, emaciato dai ricordi...) siglò con mano ferma il testo, messo a punto dal “Conseil de Conférence”, presenti tutti i suoi componenti. I verbali dei lavori (quattro sedute in poche settimane), redatti in francese e firmati dal conte Radicati (nel 1945 pubblicati dallo storico Giorgio Falco) esplicitano la concitazione e al tempo stesso la consapevolezza dell'urgenza di mettere al sicuro la Corona quale sintesi dello Stato. “Videant consules ne quid detrimenti res publica capiat...”
Lo Statuto introdusse i capisaldi del patto tra il sovrano e i “regnicoli”, scandito dagli 84 articoli della “legge fondamentale perpetua e irrevocabile della monarchia”: potere legislativo collettivamente esercitato dal Re e da due Camere, composte l’una, di senatori di nomina regia e vitalizia e l’altra, di deputati da eleggere secondo una legge da scrivere; regolamentazione (futura) delle istituzioni comunali e provinciali; inamovibilità dei magistrati, inviolabilità dei diritti individuali. Suo cardine fu l'articolo 24: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinnanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammessibili alle cariche civili e militari...”. I cittadini potevano compartecipare alla vita pubblica e alla gloria dello Stato. Perciò dal 17 febbraio erano già state e subito dopo vennero abolite tutte le discriminazioni per i cittadini valdesi e israeliti. 
Il Re Magnanimo
Ma chi era Carlo Alberto?
Nato a Torino il 2 ottobre 1798 da Carlo Emanuele principe di Carignano e da Maria Cristina Albertina principessa di Curlandia, orfano di padre a due anni, non sempre accudito dalla madre, conte dell'Impero dei Francesi con maggiorasco a quindici anni, dragone di Napoleone I, Carlo Alberto venne tenuto in serbo dalla dirigenza sabauda descritta da Walter Barberis, storico non sospetto di indulgenze filo-monarchiche. Lo fecero intendere i cinque volumi dell'“Histoire militaire du Pìémont” di Alessandro Saluzzo di Monesiglio. La forza del Piemonte, che “fa grado”, era stata mostrata per secoli nella capacità di battersi per la propria identità. Segnato da quelle vicende angosciose, il principe aveva due scelte: il pessimismo più cupo o affidarsi alla Provvidenza. Il Congresso di Vienna (tradizione e legittimità) lo designò erede della corona sabauda in forza della legge salica. Carlo Alberto, principe di Savoia- Carignano, parente di tredicesimo grado dei tre fratelli che si erano susseguiti al trono subito prima di lui (Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I e Carlo Felice) e fratelli voltò le spalle il pessimismo e optò per la Grazia di Dio, la Provvidenza. Nel marzo 1821 concesse la spagnola “Costituzione di Cadice” con la riserva della libertà dei culti ammessi. Era l'anticipazione dello Statuto di trent'anni dopo. Mortificato da Carlo Felice, relegato a Firenze, poi in Spagna contro i liberali, nella lunga vigilia della Corona sempre più si radicò nella certezza del proprio destino: attendeva il suo Astro. Da Re (1831) operò anno dopo anno a innovare lo Stato dall'interno. Lo descrisse bene Luigi Des Ambrois de Nevache, che visse quella lunga esperienza, e lo ha narrato lo storico Narciso Nada in pagine insuperate. La redazione e la promulgazione dello Statuto non avvennero sotto l'onda di rivoluzioni eterogenee. Furono l'approdo del lungo processo che candidò il Regno sardo, esso solo, a guida della lotta per l'indipendenza, l'unità e la libertà degli italiani da secoli di dominazioni straniere. 
Appena il re ebbe firmata la Carta, il conte Giacinto Borelli, ministro dell'Interno, annunciò le dimissioni del Consiglio di Conferenza. Aveva coronato la sua missione. Il Re si mostrò fortemente contrariato. I Consiglieri, uno per uno, gli baciarono la mano. Carlo Alberto li abbracciò, uno alla volta. Furono minuti di alta commozione. Lì si posero le basi della storia d'Italia. Due settimane dopo il regno dichiarò guerra all'Impero d'Austria. Nel 1859 ottenne il Ducato di Lombardia, poi i Ducati padani, le Legazioni pontificie, la Toscana, Umbria e Marche, il regno delle Due Sicilie. Nacque il regno d'Italia. Vinto in battaglia a Novara il 23 marzo 1849, esule a Oporto, Carlo Alberto morì il 28 luglio. Si scusò con l'archiatra di corte Alessandro Riberi inviatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II: “Le voglio bene Riberi, ma muoio”. È sepolto a Superga.
Cent'anni di Statuto e la “Volontà della Nazione”                    
Lo Statuto resse a prove durissime. Dalla sua promulgazione al 1849 si susseguirono sette diversi governi, presieduti da Cesare Balbo, Gabrio Casati, Cesare Alfieri di Sostegno, Ettore Perrone di Sanmartino (morto nella battaglia di Novara), Vincenzo Gioberti, teologo, Agostino Chiodo, Gabriele de Launay. Presidente dal 7 maggio 1849 Massimo d'Azeglio ispirò il Proclama di Moncalieri (novembre) con il quale il Re chiese agli elettori di votare una Camera ragionevole: per risalire la china bisognava firmare la pace con l'Austria. Iniziò l'età di Cavour e del centro-sinistro con Urbano Rattazzi. Seguì di tutto: l'annessione di Roma nel settembre 1870, la rinnovata scomunica del re e dei suoi uomini da parte di Pio IX (per il quale Risorgimento e unità d'Italia erano frutto di un complotto massonico: e c'è ancora chi lo crede), il passaggio dalla Destra alla Sinistra, la politica coloniale di Depretis e Crispi, il regicidio di Monza, l'età giolittiana, la Grande guerra... Lo Statuto resse alle procelle, incardinato sui pochi robusti pilastri: l'elettività alle cariche pubbliche, l'indipendenza dell'ordine (non potere) giudiziario, la fedeltà delle Forze armate e dei pubblici impiegati, il profondo e sempre più diffuso “senso dello Stato”. Se c'è qualche cosa da rimpiangere di quel passato è che esso non sempre è abbastanza presente e vivo. 
Il 17 aprile 1861 il Parlamento nazionale deliberò a larga maggioranza che i regi decreti e le leggi sarebbero state firmate dal Re “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Lo Statuto però rimase immutato. In colloqui riservati anche Vittorio Emanuele III si dichiarò convinto che i re tali erano per volontà divina. Impersonavano un destino imperscrutabile. Sfugge alla generalità e spesso anche a chi ricopre cariche apicali. 
A chi voglia soffermarsi sulla meta-storia lo Statuto risulta affascinante non solo per quanto dice ma anche per ciò che lascia tra parentesi, sotto traccia, ma va inteso. Esso dedica tredici articoli (dall'11 al 23) al Re e alla Reggenza. Non mancano due articoli sibillini: “In mancanza di parenti maschi la Reggenza apparterrà alla Regina madre”. “Se manca anche la regina madre le Camere, convocate fra dieci giorni dai Ministri nomineranno il Reggente”.  Titolari del potere della convocazione erano i Ministri del Re (non esisteva ancora la figura del presidente del consiglio; men che meno quella del mussoliniano capo del governo). E se per effetto della secolare legge salica la successione fosse spettata a un congiunto straniero? 
Occorreva davvero confidare nell'Astro, nella Provvidenza, nello Stellone d'Italia, al quale guardarono e ancora guardano quanti credono nella Patria, una libera grande, “gran madre” della civiltà euro-occidentale.
Aldo A. Mola    

(*) Mercoledì 12 giugno, dalle h. 16.30, si svolge al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino (Palazzo Carignano, Piazza Carlo Alberto 5) il Convegno “Dallo Statuto Albertino alla Costituzione della Repubblica italiana”.

I FAZIO
L'ACROCORO LIBERALE LIGURO-PIEMONTESE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 giugno 2019, pagg. 1 e 11.


 GaressioFerruccio Fazio neo-sindaco di Garessio 
Garessio, in provincia di Cuneo, il 25 agosto 1870 elevata a Città da Vittorio Emanuele II, il 26 maggio 2019 ha eletto sindaco Ferruccio Fazio. Classe 1944, egli ha sconfitto nettamente un avversario di tutto rispetto come il celebre designer Giorgetto Giugiaro, candidato nella lista “Garessio c'è”. Con “Ambiente e territorio” Fazio ha ottenuto 808 consensi; l'avversario appena 197. In lizza erano anche “Rialziamoci” guidata da Isaac Carrara e “Garessio bene comune” capitanata da Renza Roberi. Alla città degli avi Ferruccio Fazio ha prestato volentieri la canizie di clinico di fama internazionale, cattedratico insigne, sottosegretario di Stato al Lavoro nel IV Governo Berlusconi (2008), viceministro con delega alla Salute (dicembre 2009) e ministro della Salute sino al fatidico 16 novembre 2011, dopo il ferale 11-11-2011.
Ferruccio Fazio è nella storia come suo nonno, Egidio. Una stirpe di una terra che è una sorta di acrocoro liberale liguro-piemontese. Ne scrisse ripetutamente il rimpianto Fulvio Basteris, classicista, docente al liceo classico di Cuneo, saggista brillante, liberalsocialista e già direttore del “Giornale del Piemonte” e studioso appassionato della sua originaria Garessio. 
Alpigiani, naturalmente liberi
Per intendere le radici della parabola di “genti” quali i Fazio, come i Giolitti, Soleri, Moschetti, Einaudi, Riberi..., via risalendo nel tempo e passando dall'una all'altra valle liguro-piemontese, retaggio della IX Regio Augustea che andava dal mare alla destra del Po, merita ricordare quanto nel 1809 scrisse il “fratello” Dominique Destombes nell'“Annuaire statistique du Département de la Stura” su mandato del prefetto Pierre Arborio: “Il morale delle Alpi non è meno interessante del fisico. In queste alte valli, in cui non vi sono né signori né ricchi né una presenza frequente di stranieri, l'abitante, non vedendo attorno a sé che persone uguali a lui, dimentica che esistono uomini più potenti. Il suo animo si nobilita e si eleva; i servizi che egli presta e l'ospitalità che concede non hanno nulla di servile, né di mercenario.” Lo aveva già osservato Ferdinand de Saussure: gli alpigiani sono “naturalmente” liberi, orgogliosi della propria dignità, dell'indipendenza e delle tradizioni, ma senza pregiudizi né ostilità alcuna verso chi salga nelle “terre alte”, a patto che non pretenda di soggiogarle. Molto prima di Destombes ne aveva scritto da par suo l'abate Carlo Denina, nativo di Revello, in “Le rivoluzioni d'Italia”, suggellate dalla enunciazione dell'influenza del clima e del suolo sulla popolazione e dall'elogio del “Piemonte”, unico Stato italiano paragonabile alla Prussia. Esso era forte non solo per sé e in sé, ma anche per quanti ne emigravano in cerca di miglior fortuna: “Parte dell'eccedente popolazione dell'Alpi – egli scrisse – si sparge nelle pianure della Lombardia, parte nelle migliori città dello stato pontificio e in Roma; altri vanno fino a Napoli. Conviene che il resto si volga verso il settentrione, dove la grandezza degli Stati e la qualità degli abitanti offre più facile via di trovar fortuna”. Era migrante anche lui, dal regno di Sardegna alla corte di Federico II di Prussia e poi a Parigi, ove fu bibliotecario di Napoleone I. Denina non era un “cervello in fuga”, ma un europeo del suo tempo. Continuò a studiare la “Istoria dell'Italia occidentale” (1809) e i popoli che l'avevano abitata nel corso dei millenni. Avevano la propria identità: il gusto della libertà. La loro era, appunto, la terra delle famiglie che dettero nerbo al Risorgimento nazionale e alla costruzione della Nuova Italia. 
  Suo esponente insigne fu Egidio Fazio (Garessio, 1 settembre 1872-20 luglio 1957).
Il costo del consenso liberale nell'aprile 1924    
Il 6 aprile 1924 la Lista Nazionale orchestrata da Benito Mussolini registrò uno straripante successo elettorale. Non solo con  violenze e brogli (altrove, e non solo in Europa, accadeva di peggio), essa ottenne 4.305.936 voti. Altri 347.552 andarono a una lista fiancheggiatrice. Nell'insieme i “fascisti” ebbero il 64,9% dei voti validi: 54,3% al Nord, 76% al Centro, l'81,5% al Sud e il 69,9% nelle isole. I “liberali”, che sino al 1921 avevano la maggioranza dei seggi alla Camera, raggranellarono appena il 2,8% dei consensi e 15 deputati su 535. I repubblicani si fermarono all'1,3% con soli 7 eletti. I popolari crollarono da oltre 100 parlamentari a 39. I comunisti, con il  3,6% ne ebbero 19. I socialisti, divisi in due tronconi, precipitarono dai 150 seggi del 1919 a 46. Chi oggi si stupisce della volatilità dei consensi bene farebbe a ripassare la storia di un Paese che nel 1943 toccò il massimo degli iscritti al Partito nazionale fascista (oltre tre milioni) e nel 1945 ebbe il record di antifascisti. 
Dopo la conta dei voti venne quella dei costi della campagna elettorale. Marcello Soleri (Cuneo, 1882-1945), coordinatore della lista dei liberali presentata in Piemonte, mandò la nota-spese ai candidati: diciottomila lire a testa. Una somma astronomica. All'epoca un buon stipendio era 5-600 lire al mese. Il maggiorente della lista, l'ormai ottantaduenne Giovanni Giolitti, il 26 aprile 1924 non esitò a rispondergli: “Non nascondo che la somma mi disturba un po', perché io non sono in condizioni così floride come si può credere. La politica è stata per me una pessima speculazione”. Sia pure a malincuore, avrebbe comunque versato la sua quota.
Con Giolitti furono eletti Soleri e Fazio, non già Peano (a differenza di quanto scrive Pierfranco Quaglieni nella prefazione alla riedizione delle sue Memorie nella collana “Libro Aperto” valorosamente diretta da Antonio Patuelli). Anche grazie alla pubblicazione dei cinque volumi “Giolitti al Governo, in Parlamento e nel Carteggio” curati da Aldo G. Ricci e con prefazione di Giovanni Rabbia (Ed. Bastogi), lo Statista della Nuova Italia è ampiamente noto. Anzi, è in corso la sua rivalutazione malgrado la noiosa ripetizione dell'ingiurioso epiteto di “ministro della malavita” lanciato contro di lui dal livoroso Gaetano Salvemini, che gli  imputò le proprie ripetute sconfitte ai seggi elettorali.
Il nome di Soleri ricorre in due tornanti fondamentali della storia d'Italia: il passaggio dal secondo governo presieduto da Luigi Facta (nel quale rivestì la carica di ministro della Guerra) al ventennio di Benito Musoslini e la battaglia da lui condotta per la stabilizzazione della moneta quale ministro del Tesoro con Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri (1944-1945), accanto a Luigi Einaudi, governatore della Banca d'Italia e suo grande estimatore. Purtroppo per il Paese, Soleri morì proprio quando più ve n'era necessità.
La sua battaglia venne continuata da Egidio Fazio, componente della Consulta Nazionale per il Partito liberale italiano (1945-1946) ed eletto senatore nella prima legislatura repubblicana (1948-1953). Membro del Gruppo misto e dal 1° gennaio 1949 di quello Liberale, fattivo componente di commissioni permanenti e speciali, Fazio concorse al “miracolo” della Ricostruzione con l'esperienza di uomo politico di lunghissimo corso: monarchico, liberale, laico libero da infatuazioni anticlericali e strenuo fautore della collocazione dell'Italia nella nascente Comunità economica Europea nel quadro dell'“Occidente”. Poiché non aveva indossato il laticlavio, non fece parte del Gruppo dei Senatori del Regno costituito il 5 giugno 1955 su impulso di Re Umberto II né, sopraggiunta la morte, poté essere nominato nella Consulta dei senatori del regno, il cui profilo fu scritto da Aldo Pezzana in “Gli uomini del Re” (Ed. Bastogi).  
Il “cursus honorum” di un politico della Terza Italia
Il “cursus honorum” di Egidio Fazio è paradigmatico per comprendere la Terza Italia dal Risorgimento alle guerre per l'indipendenza alla costruzione dello Stato unitario, incardinato sull’elettività delle cariche (consigli comunali, provinciali e Camera dei deputati), meritocrazia (tramite il volano della scolarizzazione e della moltiplicazione degli “ascensori sociali”: convitti militari e collegi universitari pressoché gratuiti), convergenza di aristocrazia operosa e borghesia a servizio per lo Stato (militari, funzionari...), dilatazione delle libere professioni, premiate con ampia nobilitazione (generoso conferimento di onorificenze ripartite nei cinque gradi: cavaliere, cavaliere ufficiale, commendatore, grand'ufficiale, gran croce). Alla base della Nuova Italia operò la “pax” non dichiarata ma fattuale tra lo Stato e il clero. Ai cattolici veniva sconsigliato (“non expedit”) di votare per i deputati alla Camera: un immenso regalo alla borghesia liberale, composta quasi esclusivamente da “credenti senza ostentazione”, ai quali mai sarebbe passato per la mente di usare simboli per procacciarsi voti, giacché distinguevano tra fede e superstizione. Essi però presero costantemente parte attiva e passiva alle elezioni comunali e provinciali nonché alla vita quotidiana della moltitudine di enti, istituti e sodalizi che costituirono la spina dorsale della Nuova Italia, incluse casse di risparmio, banche popolari, casse rurali...
   Avvocato di affermata fama e competenza, dopo cariche amministrative locali, vicino ai quarant'anni Fazio fece il suo rodaggio nella Giunta Provinciale Amministrativa, interfaccia fra la Deputazione provinciale (corrispondente alla Giunta provinciale del dopoguerra) e la prefettura, da quando, nel 1890, questa non fu più presieduta dal prefetto, cioè, indirettamente, dal ministero dell'Interno, ovvero dal presidente del Consiglio, bensì da un consigliere liberamente eletto dal consesso.
Grandezza e decadenza dei Consigli provinciali
L'evoluzione politica e normativa dei Consigli provinciali dopo la legge Rattazzi dell'ottobre 1859, in massima parte identica sino alla loro sostituzione con i Rettorati istituiti dal governo Mussolini (1926), è rimasta ai margini della storiografia. Eppure essa è lo specchio della “costituzione materiale” della Terza Italia, quando essi furono solitamente presieduti da politici eminenti. Basti ricordare Quintino Sella a Novara, Giuseppe Saracco e i Rattazzi ad Alessandria e Giovanni Giolitti, presidente del consesso cuneese dal 1905 (in successione a Gustavo Ponza di San Martino, Alerino Como e Carlo Buttini tra il 1866 e il 1904) alle forzate dimissioni nel dicembre 1925.
Fazio fu eletto consigliere provinciale cuneese dal mandamento di Garessio nell'infausto luglio 1914, quando l'Europa precipitò nella conflagrazione generale. Il consesso contava 60 membri: una élite di altissima qualità: senatori (Giuseppe Carle, Eugenio Rebaudengo, Spirito Riberi), deputati (Lorenzo Bonino, Vincenzo Bovetti, Marco Cassin, Giacomo Curreno, il marchese Marco di Saluzzo, il conte Paolo Falletti di Villafalletto, Marcello Soleri), aristocratici (il marchese Calisto Gay di Lesegno, i conti Annibale Galateri di Genola, Giuseppe Galli della Mantica e Carlo Incisa di Santo Stefano Belbo, il marchese Alberto Scarampi del Cayro e di Prunetto) e una quantità di futuri sindaci, scienziati, artisti, docenti e “notabili” delle libere professioni.  Giuseppe  Ghio, eletto dal mandamento di Carrù, era esponente della Associazione “Giordano Bruno”, punta di diamante dell'anticlericalismo militante. Dal 1915 Giovanni Lanza, eletto per il mandamento di Limone, rappresentò l'avanguardia dei nazionalisti nel Cuneese. Voleva l'annessione di Nizza, ovvero la guerra con la Francia mentre il governo stava per passare dall'alleanza con Vienna e Berlino a quella con Parigi, Londra e San Pietrogrado. All'epoca si passava dall'uno all'altro Stato senza passaporto. Il possesso integrale della Valle Roya non valeva una guerra, come, secondo Giolitti, non era il caso di farla per spostare di pochi chilometri il confine orientale: meglio trattare e guardare lontano, a quell'Europa che ormai era realtà.
“Post fata”, l'eclissi del liberalismo: lo Stato per diritti e libertà
Come a Torino, Genova, Porto Maurizio (Imperia ancora non c'era) anche a Cuneo il Consiglio provinciale fu laboratorio di profonde riforme sociali. Fazio vi dette voce all'acrocoro liberale liguro-piemontese. Lo documentano gli Atti del Consiglio, sempre in attesa che venga aggiornata la “Storia dell'Amministrazione provinciale di Cuneo dall'unità al fascismo (1859-1925)” pubblicata nel lontano 1971. 
Nelle elezioni del novembre 1919 Giolitti rimase soccombente proprio nella sua terra. Con lui furono eletti solo Soleri e Camillo Peano, già deputato di Barge. La Granda elesse deputati quattro socialisti, quattro del neonato del partito popolare (cattolico) e un “agrario”. Al rinnovo del Consiglio provinciale, nel 1920, il mandamento di Garessio elesse il socialista Giulio Ferrari, come a Cavallermaggiore Domenico Chiaramello. Nelle nuove elezioni (maggio1921) con Giolitti alla Camera entrarono Soleri, Peano (dall'ottobre 1922 saggiamente nominato alla presidenza della Corte dei Conti) e, appunto, Fazio. L'arco alpino era il fortilizio dei liberali...
La terna Giolitti-Soleri-Fazio venne confermata, come già si è detto, nelle elezioni del 6 aprile 1924, mentre la lista liberale ligure strappò un solo deputato: l'avvocato genovese Michele Poggi. Quei travagli sono ripercorsi da Marco Mensi in “Destra d'Italia. Breve storia da Cavour a Salvini” (Erga Edizioni, Genova). Che fare? Tenere viva la tradizione del liberalismo di Cavour, Azeglio, Lanza, Sella. La lista giolittiana aveva compreso politici di alto profilo: Bruno Villabruna, Luigi Ambrosini, Eugenio Artom, Giovanni Cantono Ceva, sindaco di Pinerolo, Mario Risso, Emanuele Sella. Liberali e democratici erano sostantivi, non etichette di comodo. 
Dopo l'“affaire Matteotti” la pattuglia si domandò se rimanere in Aula o arroccarsi sullo sterile Aventino accanto a repubblicani, residui del partito popolare e dei socialisti, ormai ai margini della storia. Ne scrisse Raimondo Collino Pansa nella biografia di Soleri (Garzanti, 1948), antica ma non polverosa. Soleri propose di rimanere in Aula a qualunque costo perché quello era il mandato degli elettori. Giolitti chiuse la breve consultazione con il lapidario: “A't l'as rasùn, Soleri. Andouma”. In Aula Fazio impose al governo di emmettere e di dichiarare che i deputati eletti nel “Listone” erano liberi di votare come meglio credessero perché non rappresentavano un “partito” ma la Nazione, ai sensi dello Statuto del 4 marzo 1848, come anche oggi esige la Costituzione repubblicana, in tanta e più nobile parte continuatrice della Carta albertina. 
Dicembre 1925: il Natale dei tradimenti
Mussolini tentò in tutti i modi di attrarre Giolitti nella sua orbita. Gli fece ventilare la nomina a senatore (“piuttosto mi dimetterei da uomo” rispose lo Statista) e persino la presidenza della Camera Alta. Non potendolo piegare, corruppe i consiglieri provinciali. Promise loro un milione di lire per completare opere pubbliche in cambio dell’imposizione a Giolitti: tessera del PNF o dimissioni. Giolitti si dimise da presidente e, per elementare senso della dignità, da consigliere. Fu seguito da Soleri, Fillia, Enrico e da altri liberali per i quali la libertà non vale alcuna “messa” né si baratta con opere pubbliche e favori.
Nell'agosto 1943, dopo il rovesciamento di Mussolini Fazio fu nominato Regio Commissario alla Provincia di Cuneo. Lo rimase poche settimane. Il tempo di far tinteggiare i locali del Consiglio, all'epoca ospitati nella Prefettura, all'imbocco di via Roma: una sede decorosa ormai dimenticata dai più. Giova domandarsi se questi ricordi sian solo “povera foglia frale” o non pongano invece una domanda niente affatto retorica: che cosa fare dei Consigli provinciali? Delle Province? Della democrazia elettorale? In tempi di volubilità degli umori politici forse è ora di volgere lo sguardo all'arco alpino e di tornare ai piedi della Rocca di Cavour. Lì al funerale di Giolitti con tanti notabili dell'Italia liberale (Benedetto Croce, Einaudi, Bergamini, Frassati, Poggi, Ruffini, Soleri...) sfilarono anche il “fratello” Giovanni Battista Ceirano e il socialista Chiaramello, che si era dimesso dal consiglio provinciale per solidarietà con lui. Il socialismo umanitario piemontese (altra cosa dai rivoluzionari bolscevichi e dai massimalisti alla Mussolini) era un'ala del liberalismo. Riformare per conservare: più Stato in difesa dei deboli, dei meno fortunati, per maggiore uguaglianza dei diritti e della libertà. Fazio fece la sua parte. Perciò stupisce che né lui né Poggi compaiano nel “Dizionario del liberalismo italiano” (ed. Rubbettino): un repertorio che forse merita un terzo volume, riparatorio o quanto meno integrativo...
Aldo A. Mola

QUESTA EUROPA? 
C'E' DI PEGGIO NEL MONDO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 maggio 2019, pagg. 1 e 11.

Giulio Giannelli - Storia di PipinoGiovane vecchia Europa 
  Nel 2022, il tempo vola e manca meno di quanto si pensi, il Mercato Comune Europeo compirà 65 anni. L'Unione Europea al confronto è ancora giovane. La sua forma attuale è appena adolescente. Nulla di più noioso che ripercorrerne le vicissitudini dai primi vagiti, quando nel 1952 nacque la CECA (Comunità del carbone dell'acciaio), poi venne ventilato l'Euratom e nel 1953 fallì la CED (Comunità europea di difesa), uccisa in culla dalla Francia nazionalista. Niente di più malinconico che ricordare passo passo il transito dall'Europa dei Sei a quella dei Dodici, poi dei Diciotto sino all'odierna: 28-1? Sì, no, forse. Con o senza la Gran Bretagna e i suoi secolari problemi con l'Irlanda e il Commonwealth? Come che sia, l' “Europa” è per ora una somma algebrica, remota dai propositi del tempo che fu. Lontanissima dagli ideali dei fondatori, da Jean Monnet a Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi… Ma quando essa sorse le rovine della guerra erano ancora sotto gli occhi e i governanti capivano qual era la strada da imboccare: senso dello Stato e responsabilità comunitaria furono tutt'uno. La dirigenza uscita dal travaglio della guerra si afferrava al passato remoto, conscia che lì sono le fondamenta del presente: Carlo Magno, la Porta di Treviri, Roma,… la diffusione del cristianesimo, che impiegò mille anni a superare verso est i confini dell'Europa occidentale, mentre doveva difendersi dall'avanzata islamica da sud e dalla penisola iberica, liberata dopo sette secoli di dominazione. Cose notissime ma che forse oggi sfuggono anche a parecchi “politici” persino al governo, tenuti a filtrare la quotidianità attraverso le spesse lenti della Storia.
Come Pipino, nato vecchio morto bambino?
   Così com'è l'“Europa” dei 28-1 (tra Brexit, Italexit, sovranismi seborgici, infatuazioni neonazionalistiche e tuffi nel passato antidiluviano) è il capovolgimento della realtà che incombe. È il rovescio della stupenda favola di Giulio Gianelli, la “Storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino”. Riassumiamo per i pochi che non la conoscono. “Pipino” è la trasfigurazione di una pipa che in una notte di luna assume fattezze umane dal destino segnato. Nasce sessantacinquenne, anziano per i tempi, con saggezza proporzionata alla barba già bianca e lunghissima. Mentre i romanzi di formazione del Sette-Ottocento avevano percorso via via le esperienze dall'infanzia alla maturità e alla senescenza, con guizzo geniale Gianelli muove dalla sapienza propria della Vecchiaia verso l'ingenuità del bambino, perché, lo si veda dalla nascita alla morte o viceversa, alla fin fine l'“uomo” è uno: una percorso segmentato, segnato da ascese e cadute, di quadri bianchi e quadri neri. Il cattolico Gianelli fa intendere che la bontà originaria è innata, come la “docta ignorantia”. Genuinità e spontaneità sono sentimenti “naturali” che per manifestarsi non hanno bisogno di sistemi filosofici né di enciclopedie delle arti e delle scienze. Sono congenite. Gianelli, però, non ha nulla a che vedere con Jean Jacques Rousseau. Non deplora gli uomini, la loro supposta pravità, né meno ancora le leggi degli Stati.
La  parabola di Giulio Gianelli
   Pipino muove i suoi primi passi nella natura, non per negare l'uomo, bensì per “vedere” (che è altra cosa dal “guardare”) la bellezza del Creato. Come noto, la favola di Pipino è un “romanzo” autobiografico. Mai davvero celebre, Gianelli fu quasi sul punto di divenire noto. Ancor oggi è ignorato da tanti sussiegosi repertori della letteratura. Ebbe tre gravi pecche: la sfortuna domestica, le malattie, la sua libertà di artista. Per di più il 7 ottobre 1879 nacque a Torino, che non è terra tenera con i poeti, semmai  verso gli “artieri”: aperta a un Giosue Carducci, refrattaria ai propri scrittori (ne seppe qualcosa Edoardo Calandra, apprezzato dal napoletano Benedetto Croce più che dal suo Vecchio Piemonte). Precocissima, la morte falciò Gianelli quando aveva appena trentacinque anni. La “Storia di Pipino” visse di fama propria. Ma solo come un “motto”, un modo di dire, senza riferimento all'autore. Infatti il libro, uscito nel 1911, fu presto dimenticato e venne ristampato solo nel 1993, proprio quando l'Europa odierna stava prendendo forma maggiore. Gianelli, rimase una figurina pallida, relegata nel novero degli scrittori minori tra Otto e Novecento, nel pulviscolo di crepuscolari, in una nicchia coperta da ragnatele accanto a quelle ormai sempre più impolverate del canavesano Guido Gozzano e del romano Sergio Corazzini.
   Abbandonato a due anni dal padre, ingegnere, che partì da Torino per l'Argentina senza più dare notizie di sé, orfano di madre a quattro anni, cresciuto in collegio col sussidio di benefattori, da quando ebbe tredici anni Gianelli si guadagnò a fatica la retta di un pensionato e gli studi. Campò come poté, tra umiliazioni, stenti, fame nera e amicizie caldissime con poeti come Giovanni Cena e Nino Oxilia, autore nel 1909 dell'estemporaneo inno goliardico musicato da Giuseppe Blanc “Giovinezza, Giovinezza, primavera di bellezza”, poi abusato da chi al potere arrivò vecchio  e zeppo di programmi  raffazzonati. Alternando raccolte poetiche di qualche successo, come “Mentre l'esilio dura”, e lunghe degenze in ospedale, afflitto da una forma di tubercolosi all'epoca inguaribile, dopo la pubblicazione di “Gli Intimi vangeli” nel 1908 Gianelli andò a Roma per concorrere con Giovanni Cena, Sibilla Aleramo e l’insuperata Maria Montessori alla campagna per l'alfabetizzazione e l'incivilimento della popolazione dell'agro romano. Era l'esordio dell'amministrazione guidata da Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d'Italia. Quella non era una battaglia ideologica, di mangiapreti contro clericali. Era una “missione”, come quella che nel 1884 aveva veduto a Napoli fianco a fianco per risollevare le sorti dei colerosi il radicale Felice Cavallotti, le suore di carità e il Re Umberto I. Quella era l'Italia. La stessa che fronteggiò la catastrofe del terremoto di Messina e Reggio Calabria: centomila morti. Una sciagura oggi inimmaginabile, Non si sa come l'Italia odierna, gonfia di appelli a chiudersi in se stessa, saprebbe e potrebbe fronteggiare. Da Messina Gianelli tornò a Roma recando con sé due bambini, Mario e Ugo Morosi. Li affidò al collegio del Nazareno e ne seguì le sorti anche dopo la comparsa della madre, sopravvissuta alla catastrofe. 
  Nella favola di “Pipino nato vecchio e morto bambino” Ughè , “il piccolino”, e Mariù, “il pensatore”, accompagnano “Biddicchiu Pipino” (Giulio stesso) in una successione di “quadri” allegorici che fanno della “Storia” un libro appena un gradino al di sotto del tanto più famoso “Pinocchio” di Collodi. Particolarmente allusivi sono la visita a Paidopoli, cioè la città dei bambini, e l'allarme verso un conflitto devastante incombente. “A 25 anni la guerra non fa paura” scrisse Gianelli nel 1911. Era lo stato d'animo destinato a durare sino al 1915-1918, quando essa si mostrò in tutti i suoi orrori. Ma ormai Gianelli non c'era più. Dopo molti ricoveri e un'operazione chirurgica dall'esito infausto morì il 27 giugno 1914: il giorno prima del mortale attentato di Sarajevo, che fu detonatore della Grande Guerra: tre spari, due vittime (Francesco Ferdinando d'Asburgo e sua moglie  Sofia), quattordici milioni di morti...
Garibaldi, Novicow e Pellico profeti dell' Europa in pace
  L'Europa unita e pacifica era già allora un sogno maturo. Aveva alle spalle il pensiero del massimo filosofo europeo, Immanuel Kant, che dedicò i suoi ultimi anni a vaticinare la “Pace perpetua”. Mentre tanti illuministi del tempo suo predicavano la distruzione di torni e di altari (finì con la Grande Paura, gli emigrati, le stragi, il Terrore, la “legge dei sospetti”, l'avvento di Napoleone, vent'anni di guerre ininterrotte e almeno cinque milioni di morti...), Kant additò agli uomini la Legge morale e il Cielo stellato. Altra cosa dalla “nazione” di Fichte (“i tedeschi sopra tutti”) e l'esaltazione del “genio del mondo” di Hegel, padre putativo di Karl Marx e di quanto ne seguì. 
   Quindici anni dopo il crollo di Napoleone e due lustri dopo il fallimento dei moti costituzionali in Spagna, a Napoli e in Piemonte, Giuseppe Mazzini fondò la “Giovine Europa”: una “setta” che nei suoi propositi doveva suscitare ovunque insorgenze, moti, tirannicidi. Al confronto risulta molto più pacato e attuale Giuseppe Garibaldi, pur con tutte le contraddizioni del suo temperamento e delle vicissitudini che ne scandirono la vita. Se una volta scrisse che “la guerra è la vera vita dell'uomo” (non era pensiero suo proprio ma citazione di un motto altrui), il 9 settembre 1867 propose al Congresso della pace organizzato a Ginevra la sua convinzione più autentica: “Tutte le nazioni sono sorelle; la guerra tra loro è impossibile: tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso (…) La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga a propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione (…) La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra”. Nel 1870 sognò anche di istituire nella sua nativa Nizza l'areopago per la soluzione pattizia delle contese interstatuali. La “missione” di una città internazionale non era ergersi a centrale di affaristi apolidi ma promuovere la fratellanza universale. C'era più “filosofia della storia” sotto il suo curioso berretto e il suo poncho che sotto la calvizie di tanti studiosi da biblioteca. Del resto, nel 1860, proprio all'indomani della brillante e decisiva vittoria sull'esercito borbonico al Volturno (2-3 ottobre) il Generale scrisse l'appello famoso all'Unità dell'Europa, ripetuto nei decenni seguenti. Utopia? Forse. Ma venne condivisa da chi sapeva guardare lontano: anzitutto scongiurare la “guerra”, che “fa male”, come sanno bene i militari, proprio perché alla fin fine tocca anzitutto a loro prendersela sulle spalle. 
   L'Europa è approdata alla pace nel 1945 dopo due Grandi Guerre precipitate in Guerre Mondiali. Ha vissuto settant'anni di quiete interna (a tacere di movimenti terroristici di varia denominazione, in parte spontanei e in parte eterodiretti) anche grazie alla sua debolezza politico-militare. Questa però per alcuni è stata sorgente di lungimiranza, per altri di inguaribile frustrazione. L'intuizione che occorresse andare oltre l'illusoria sovranità dei singoli Stati fu chiara all'inizio del Novecento. Se ne fece interprete Giacomo Novicow in “La missione dell'Italia” (1902). Lo ripeterono Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli, Attilio Cabiati e altri nel corso della Grande Guerra, quando la Federazione europea venne contrapposta all'illusione della Lega delle Nazioni propugnata dal presidente americano Wilson, che nascondeva sotto il tappeto la “dottrina Monroe”, cioè il disegno di dominio universale degli Stati Uniti d'America.
   Con altrettanto vigore gli stessi ideali vennero riproposti nel corso della fase agonica della seconda guerra mondiale. Da lì arriva l'Unione Europea odierna. Le sue istituzioni possono piacere poco. Nondimeno nel volgere di pochi giorni quattrocento milioni di cittadini scelgono i propri rappresentanti in un Parlamento sovrano. È un caso unico al mondo. Un esperimento senza precedenti nel fantasmagorico laboratorio della storia. Come tutti gli esperimenti anche questa “Europa” può riuscire bene o può fallire. L'esito, però, non dipende da un Mago e da giochi di prestigio di una manciata di “politici” ma dalla moltitudine dei votanti.  Al di là della narrativa sui progressi compiuti dall'affratellamento oggettivo negli affari, nella moneta (utilissima e ormai indispensabile, malgrado i guai prodotti!) e in promozioni civili come l' “Erasmus”, ovviamente la generalità dei votanti non conosce la maggior parte di quanti a loro volta depongono la scheda nell'urna chissà dove. Ma è quanto accade all'interno dei singoli Stati, che erano e sono moltitudine di regioni dalle radici storiche remotissime, inclusi lingue (o dialetti), costumi, abitudini alimentari, giudizi e pregiudizi. La volizione a lungo sospesa infine precipita in un cristallo. Lo aveva intuito Silvio Pellico che in “Dei doveri degli uomini” scrisse: “Due viaggiatori europei s'incontrano in altra parte del globo; uno sarà nato a Torino, l'altro a Londra. Sono europei; questa comunanza di nome costituisce un certo vincolo d'amore, un certo, direi quasi, patriottismo, e quindi una lodevole sollecitudine di prestarsi buoni uffici. (…) L'amor patrio quando s'applica ad un paese vasto e quando s'applica ad un piccolo, è sempre sentimento nobile. Ma badisi che l'amor patrio, tanto ne’ più ampli suoi circoli quanto ne’ più ristretti, non facciasi consistere nel vano insuperbire d'esser nato in quella tal terra, e nel covare indi odio contro altre città, contro altre province, contro altre nazioni. Un patriottismo illiberale, invido, feroce, invece d'esser virtù, è vizio”. Era il 1832, quasi duecento anni orsono. Ma era già tutto chiarissimo. Pellico era stato il redattore del “Conciliatore”, carbonaro, condannato a morte senza che avesse commesso alcun vero reato, prigioniero due lustri anni tra Milano, Venezia e lo Spielberg, in Moravia, ove visse anni tristissimi, ma non cessò mai di credere nell'Uomo né nel Figlio dell'Uomo.
“Una cosetta appena visibile?”
   Forse è il caso di ricordarsene e di rileggere la pagine finale del capolavoro di Giulio Gianelli. Pipino aveva avuto in sorte di nascere decrepito, di ringiovanire e di spegnersi al compimento del 65° anno. Col tempo divenne adolescente e poi così piccino che sulla fine veniva recato in tasca dalla “mamma” che non aveva mai avuto ma sempre sognata. Ad assisterlo furono i bimbi che aveva idealmente adottato. Uno scambio di generazioni. “Ughé” e “Mariù” trascorsero un anno in compagnia di Pipino, “usando al nano, che doveva presto morire, tutte le più delicate cure fraterne. Povero Pipino, pensavano. Dopo aver fatto tanto bene, ora non sei più che una cosetta appena visibile. Ma quanto ti siamo grati! Parleremo di te a tutto il mondo, narreremo la tua vita ai nostri figli e saremo sempre, con te, buoni”. È questa la sorte imminente dell'Europa vicina ai sessantacinque anni? Lo intuirono i suoi fondatori? O si rassegnarono presto ad adottare pargoli spesso discoli, irriconoscenti, avidi, ingrati?
Le Dodici stelle del Pavillon liberomuratòrio
   Se vogliamo essere sinceri sino in fondo questo 26 maggio 2019 dobbiamo fare due considerazioni concatenate: i libri sull' “Europa” e sui suoi intricatissimi problemi sono sfogliati solo da specialisti. Per la generalità dei cittadini essi sono noiosissimi e persino fastidiosi. La disaffezione verso le Istituzioni comunitarie si riverbera sulla scarsa affluenza alle urne, benché ì, come noto, chi non vota comunque ha sempre torto. Anche l'editoria di maggior peso continua a proporre figure e temi che affondano molto oltre le ginocchia nella palude del paleo-nazionalismo e delle sue varianti, dal nazionalsocialismo al comunismo sovietico. Qualunque biografia di Mussolini, Stalin, Hitler continua ad avere una moltitudine di lettori. Gli europeisti sono sprofondati invece nell'oblio. Quale cielo e quali menti illuminano le dodici stelle rilucenti nella bandiera dell'Unione? Chi ricorda che esse vennero prefigurate nel “pavillon”della Società delle Nazioni ideato dal Congresso delle massonerie europee il 28-30 giugno 1917? L' “Europa”, dunque, è ancora lontana da prendere corpo definitivo. Ma appena si guardi a quanto avviene negli altri continenti è inevitabile concludere che nel mondo c'è di peggio. Tanto vale tenerla in vita, un po' avvizzita e un po' bambina, e cercare di irrobustirla.
Aldo A. Mola   

IL DIARIO INEDITO DI FEDERZONI
I “CONTI CON IL FASCISMO” DI UN LIBERALE CONSERVATORE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 maggio 2019, pagg. 1 e 11.

Luigi FederzoniUna crisi senza soluzioni?
La Nòttola di Minerva si leva al tramonto. Volteggia al buio su un mondo ormai libero da passioni e agonismi: le rovine del tempo. Il suo volo può ispirare la riflessione sulla crisi politica in corso in Italia, la più grave dal dopoguerra perché per la prima volta non se ne intravvede la via di uscita, a parte l'ennesimo ritorno alle urne (come in Spagna) o un governo “tecnico”, cioè il crepuscolo della “politica”.  Lasciate da parte le chiacchiere oggi imperversanti su fascismo e antifascismo, l'analogia tra la crisi sistemica odierna e la lunga storia d'Italia rimanda al 1919-1922 quando la “maledetta proporzionale” (la definizione è di Giovanni Giolitti) generò alla Camera due corposi partiti (il Partito socialista e il Partito popolare) e una pleiade di gruppi costituzionali incapaci di sintesi e corrivi ad anteporre i propri interessi a quelli del Paese. Ai margini rimanevano i repubblicani irriducibili e frange estremistiche, parte intruppate nel PSI (dal quale nel gennaio 1921 si spiccò il Partito comunista d'Italia, sezione nostrana dalla Terza internazionale) parte nel “fascismo rosso”, speculare a quello social-massimalista. Con un piede nel “sistema” e uno nell'illegalità, gli estremisti di opposto colore infettarono la vita pubblica. Finanziariamente spossato dalla partecipazione alla Grande Guerra, il Paese precipitò in una degenerazione che richiedeva responsabilità, dedizione e quel “senso dello Stato” tanto difficile da definire quanto facile da comprendere quando chi governa se ne mostra e ne risulta privo.
Il partito liberale nacque vecchio e morì bambino
Tra le prove che l'Uccello di Minerva spicca il volo quando ormai sopraggiungono le tenebre v'è la storia paradossale del partito liberale in Italia. Esso nacque in un congresso a Bologna l'8-10 ottobre 1922, dieci giorni prima della leggendaria “marcia su Roma”, quando il liberalismo in Italia era avviato al crepuscolo. A promuoverlo furono Alberto Giovannini, deputato, eletto segretario, Luigi Albertini, direttore e comproprietario del “Corriere della Sera”, Nino Valeri (iniziato massone in un'officina della Gran Loggia d'Italia con Gabriellino d'Annunzio) e il genovese Emilio Borzino, issato alla presidenza del partito. All'assise bolognese si affacciarono anche Antonio Salandra e Giovanni Giolitti, parlamentari di lungo corso, ministri ed ex presidenti del Consiglio, l'uno molto distante dall'altro: democratici liberali e liberali-democratici contrapposti. Giolitti si iscrisse al gruppo parlamentare “liberal-democratico”, poi semplicemente “democratico”. Finì con la scissione dell'atomo: la fine dei liberali. 
Negli stessi giorni il Partito socialista si spaccò per l'ennesima volta: Filippo Turati e Giacomo Matteotti slittarono “a destra”, mentre gli altri continuavano a volere la “rivoluzione”, pur avendo alla loro sinistra Gramsci, Bordiga, Togliatti e Tasca, cioè la già citata Terza Internazionale di Lenin. Quando nel 1931 si spense a Parigi, ove era espatriato da sei anni, Turati fu irriso da Togliatti come strumento succubo della borghesia. All'epoca i comunisti bollavano i riformisti come social-fascisti. Solo anni dopo Stalin promosse i fronti popolari per contrastare l'ascesa dei nazional-socialisti di Hitler e le destre, dall'Italia di Mussolini, all'Ungheria di Horthy, alla Spagna di Franco. Morto durante il rapimento di cui fu vittima il 10 giugno 1924 (come ha documentato Enrico Tiozzo nel 2° volume della sua biografia, “Il Delitto”, ed. Bastogi), Matteotti divenne l'icona dell'antifascismo democratico, che però ebbe il torto di astenersi dai lavori della Camera e così regalò l'Aula al governo che, piaccia o meno, rappresentava lo Stato (non per caso l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche pochi mesi prima della tragica fine del socialista di Fratta Polesine aveva aperto l'ambasciata a Roma senza invitare i socialisti).
Un “letterato” ministro dell'Interno:Federzoni   
Proprio l'assassinio di Matteotti fermò per qualche mese la deriva del Paese, sospeso tra ripristino della legalità e vittoria del “Trucio”, come Benito Mussolini era detto da Alberto Giannini nella rivista satirica “Il Becco Giallo” (ristampata dal geniale Oreste Del Buono). Dinnanzi all’immediata cattura degli squadristi responsabili della morte di Matteotti (Amerigo Dùmini, Augusto Malacria...) e alle loro palesi connivenze con la cupola del fascismo (Giovanni Marinelli, Cesarino Rossi...), senza bisogno di farselo dire pubblicamente da Vittorio Emanuele III (la cui biografia rimane da scrivere), Mussolini varò subito il più  importante rimpasto di governo dal suo avvento. Il 17 giugno cedette il ministero dell'Interno, posizione nevralgica, a Luigi Federzoni, già titolare delle Colonie. Il 1° luglio l'Istruzione passò dal filosofo Giovanni Gentile al liberale e cattolico Alessandro Casati. Lo stesso giorno Gino Sarrocchi sostituì Gabriello Carnazza ai Lavori Pubblici. Alla Guerra e alla Marina rimasero Antonino Di Giorgio e Paolo Thaon di Revel, “uomini del Re”, mai teneri nei confronti dell'incipiente regime, come il massone Aldo Oviglio alla Giustizia. 
 Il cambio più significativo fu appunto l'avvento di Federzoni (Bologna, 27 settembre 1878- Roma, 24 gennaio 1967). Il suo nome oggi suona quasi senza eco. Eppure egli fu tra i massimi protagonisti della storia d'Italia. Figlio di un amico e cultore di Giosue Carducci, saggista, poligrafo e collaboratore del “Giornale d'Italia”, nel 1910 Federzoni fu tra i fondatori dell'Associazione nazionalista italiana con Enrico Corradini, Roberto Forges Davanzati, Francesco Coppola e altri eredi del pensiero di Alfredo Oriani. Promotore de “L'Idea Nazionale”, nel 1913 eletto deputato nel prestigioso collegio Roma I, fautore dell'interventismo nel 1914-1915, volontario in guerra e decorato al valore, rieletto alla Camera nel 1919 e 1921, oratore facondo e acuto, nel febbraio 1923 egli propiziò la fusione nel Partito fascista dell'Associazione nazionalista, sorretta dalle Camicie azzurre, monarchiche, che tante volte si erano scontrate con quelle Nere. Quale pegno, il Gran Consiglio del fascismo (consesso ancora privato, ma certo influente) poco prima aveva proclamato l'incompatibilità tra fasci e logge massoniche. Membro del Gran Consiglio del fascismo dal 5 marzo seguente, Federzoni costituì una garanzia per i monarchici all'interno del governo e nel partito, alla cui vicesegreteria fu nominato Maraviglia.
La forma è sostanza: l'Aula
Come può essere classificato mezzo secolo dopo la sua morte? Il suo nome non compare nel “Dizionario del liberalismo italiano” (ed. Rubbettino), che del resto non ricorda neppure quello di Borzino, presidente del PLI. Nondimeno Federzoni fu un protagonista del liberalismo in Italia. Il Risorgimento italiano (1792-1860 circa) fu animato da società segrete (carbonari, massoni, Giovine Italia...) ma non ebbe “partiti”. Era impensabile in tempi di repressioni, condanne durissime e patiboli per chi chiedeva costituzioni, libertà di culto, di pensiero, di stampa… Neppure all'estero vi erano veri e propri “partiti” come poi sorsero tra Otto e Novecento; neanche in Gran Bretagna (più celebrata che davvero conosciuta), ove la contrapposizione tra conservatori e liberali aveva molteplici sfumature. La sua peculiarità era connessa alla forma dell'Aula che tutti vedono ma non tutti conoscono e pochi si fermano a osservare. 
I “modelli” del “Parlamento” nel tempo sono stati tre: il Senato di Roma, l'inglese e quello della Costituente francese, imitato per entrambi i rami del Parlamento italiano. Per quanto si sa, i “patres” dell'antica Roma sedevano in file ordinate su gradini come in aula universitaria. In Gran Bretagna i deputati sono distribuiti in due settori che si confrontano, con un fondale che sa di “Oriente”. Al centro vi è un tavolino per il deposito degli atti. Originariamente fu questa la foggia della Camera allestita a Palazzo Carignano, diversa da quella, celebratissima della Camera “subalpina”. Quest'ultima ebbe forma semicircolare, meno accentuata dell'attuale a Montecitorio ma sufficiente per propiziare la caratteristica del nascente liberalismo italiano: il trasformismo, che nacque dalla coniugazione delle idee ma fu anche facilitato dal luogo fisico nel quale crebbe, come accade per tutti i corpi viventi. 
Quel liberalismo ebbe molteplici protagonisti e altrettanti volti, più e meno noti. Va detto che la dirigenza unitaria e postunitaria fu di primaria grandezza. Essa sfidò l'Europa. Di sette diversi staterelli ormai stenti e succubi dei loro dominatori (gli Asburgo, i Borbone, il papa-re), essa  fece uno Stato che dal 1867 sedette nella Conferenza delle potenze europee e mezzo secolo dopo registrò un progresso civile, economico e sociale apprezzato da tutti gli osservatori stranieri. Basti rileggere “Italy-today” di Thomas Okay.
Il passo imperiale di Luigi Federzoni
Certo vi furono dall'inizio due-tre Italie. La prima non voleva fare il passo più lungo della gamba (i conservatori). Un'altra allungava la gamba a costo di farsela ferire (Garibaldi). Infine quella che puntava a orizzonti infiniti. L'equilibrio fu raggiunto con Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio tra il 1892 e il 1921: lo statista che unì ideali e pragmatismo. Ma proprio a lui si contrappose il nazionalismo di Enrico Corradini e di Luigi Federzoni. I nazionalisti erano un altro volto dell'Italia liberale, sulla scia della Sinistra storica di Agostino Depretis e, ancor più, di Francesco Crispi.  D'Annunzio non scrisse le “Odi Navali” in omaggio Mussolini. Espresse i turgori dell'Italia che aspirava al Mar Rosso, all'Oceano Indiano, all'“Impero” quando al governo si alternavano Rudinì, Giolitti, Crispi e Pelloux, mentre il socialista Antonio Labriola predicava l'espansione coloniale quale volano per il progresso economico e l'avvento dell'industria senza la quale il “proletariato” non sarebbe mai nato. Marx dixit. 
Nel torbido clima dell'estate 1924 fu dunque Federzoni a farsi carico di rimettere un po' d'ordine tra Stato, Governo, partiti e movimenti in un'Europa in subbuglio, tra colpi di stato qui e là tentati e regimi autoritari (come quello di Miguel Primo de Rivera in Spagna). Finissimo letterato prestato alla politica (fu anche il caso dei filosofi Benedetto Croce e Gentile), Federzoni resse l'Interno sino a quando l'attentato a Mussolini, attribuito ad Anteo Zamboni, proprio nella sua Bologna scatenò l'inferno: pena di morte, la “seconda ondata”... Nel novembre 1926 il “duce” riprese l'Interno e relegò Federzoni alle Colonie. Senatore dal 1929, presidente del Senato sino al 1939, quando venne sostituito col più “devoto” Giacomo Suardo, al vertice delle principali istituzioni culturali (dalla “Nuova Antologia” all'Accademia d'Italia) nel luglio 1943 Federzoni fu con Dino Grandi e Giuseppe Bottai autore dell'ordine del giorno che chiese al Re di riprendere i poteri statutari e mise fine al regime. Braccato, riparò nell'ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede. Lì scrisse il “Diario” ora pubblicato a cura di Erminia Ciccozzi dall'editore Pontecorboli (Firenze)  con ampio saggio introduttivo di Aldo G. Ricci. L'originale del “Diario inedito, 1943-1944”, dopo lunghe traversie, è stato donato da Francesco Sommaruga all'Archivio Centrale dello Stato. 
L'opera di Federzoni ministro dell'Interno è sintetizzata dall'invettiva che contro di lui venne lanciata dal ras di Cremona, Roberto Farinacci, mentre l'ex gerarca era imputato con Galeazzo Ciano e altri per “alto tradimento” e condannato a morte dal tribunale di Verona. Secondo la Repubblica sociale aveva perseguito la “tendenza normalizzatrice”, represso l'estremismo e mostrato “condiscendenza costante verso i partiti antifascisti”. Purtroppo per lui, egli venne destituito da senatore (come innumerevoli altri patres) e condannato all'ergastolo proprio dagli antifascisti al potere. Dopo un breve soggiorno, sempre in clandestinità, nel Pontificio collegio ucraino al Gianicolo, nel maggio del 1946, vigilia del referendum, riuscì a riparare in Brasile, donde nel 1948 passò in Portogallo ove insegnò nelle Università di Coimbra e di Lisbona. Torno in Italia nel 1949 in forma riservatissima e poi dal 1951.  
Federzoni fu aspramente nemico della massoneria che considerava nociva per l'Italia contemporanea, ma questo non basta a dichiararlo non liberale. Altrettanto si dovrebbe fare di Benedetto Croce o di Luigi Einaudi. Sulla massoneria vi furono e rimangono giudizi e pregiudizi. Proprio a dimostrare la superiorità di alcuni massoni  il “Diario inedito, 1943-1944” è uscito con il contributo dell'Istituto intitolato al Gran Maestro Lino Salvini, che ottenne il riconoscimento del Grande Oriente d'Italia da parte della Gran Loggia Unita d'Inghilterra, e si è valso della competenza di un massonologo qual è Guglielmo Adilardi. 
Il problema angosciante dell'Italia odierna è la pochezza delle dispute su fascismo e antifascismo e, persino, su unificazione nazionale e “guerra per il Mezzogiorno”, che dà titolo al saggio in cui Carmelo Pinto dà veste vagamente scientifica alle tesi propugnate da noti libelli neoborbonici. Va ricomposta la visione unitaria della storia di questa piccola porzione d'Europa mentre urge far ripartire la Comunità europea (l'“Unione” verrà chissà quando) nell'ambito delle alleanze garanti della sicurezza e della sua integrità territoriale (l'“indipendenza” è acqua passata: ma vale per noi come per tutti i 27-28 componenti dell'Unione Europea).
Monarchici e monarchisti: Federzoni a Umberto II
Perciò è attualissima la lezione impartita in splendida lingua italiana da Luigi Federzoni. A libro “Diario”chiuso al lettore vengono in mente i busti degli italiani illustri al Pincio e i fregi dell'Altare della Patria: rappresentazioni complesse della nostra storia, ove vi è spazio per tutti, senza “damnatio memoriae”, nella consapevolezza che ognuno ha fatto quel che meglio sapeva o gli venne consentito, e ognuno pagò. Una sosta al Pincio merita il monumento levato da Edoardo Calandra a Umberto I, assassinato a Monza da un anarchico estero-diretto. Ai piedi del Re lo scultore subalpino pose il volto della Medusa: l'anarchia, l'odio verso lo Stato. Anche da quell'evento tragico nacque il nazionalismo, che contrassegnò i primi decenni del regno di Vittorio Emanuele III. La sostituzione di Federzoni alla presidenza del Senato coincise con l'inizio della guerra senza frontiere di Mussolini contro la monarchia. Lo ebbe chiaro Federzoni che in una lettera nel primo viaggio segreto in Italia (1949) al “Sire”, Umberto II”, distinse tra monarchia e monarchismo, una piaga, quest'ultima, ancora aperta perché tanti sedicenti monarchici vorrebbero il re a propria immagine e somiglianza.
Umberto Gentiloni Silveri, Pietro Scoppola e altri vent'anni fa si domandarono perché non fosse nato in Italia un “partito conservatore”. Il liberalismo italiano non ebbe mai un partito, né con Cavour né con Giolitti. E poi non fu conservatore, se per tale si intende difensore degli “interessi costituiti”. Fu sempre fautore di profonde riforme, “popolari”. Lì fu la sua forza: progresso civile per consolidare le basi delle Istituzioni. Quello fu anche il liberalismo di Croce (che controvoglia accettò la presidenza del Pli nel dopoguerra) e di Luigi Einaudi. È quanto occorre oggi. Perciò ogni “parte” dovrebbe sacrificare un po' di se stessa e convergere in un “cartello” nell'interesse supremo dell'Italia e dei cittadini. Ma il motto “Italia innanzi tutto” non è dei partiti e dei movimenti. Era di Umberto II che morì esule il 18 marzo 1983. Federzoni fu sino all'ultimo il suo ascoltato consigliere.    
Aldo A. Mola 

L'ILLUSIONE DELL'IMPERO UNIVERSALE
CARLO V E L'ITALIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 maggio 2019, pagg. 1 e 11.

Carlo VIl mondo contemporaneo invita a riflettere su quello di mezzo millennio addietro e a interrogarsi sulle prospettive venture. L'attuale è imperniato su una potenza neo-europea, gli Stati Uniti d'America, in contrapposizione a una asiatica, la Cina. Gli USA hanno nell'Unione Europea un alleato politicamente sfrangiato, non sempre affidabile, e militarmente piatto. Alcuni suoi membri trattano direttamente coi cinesi accordi economici, quasi che questi non ne implichino altri, politici e militari, connessi alle diverse e spesso distanti concezioni dell'uomo e dei suoi diritti. Gli USA si confrontano con un altro avversario, la Federazione Russa, che, di radici e cultura indiscutibilmente europea, si pone militarmente come potenza “terza”, anche se la sua effettiva forza economica e bellica in prospettiva di lungo periodo appare declinante. 
“Plus ultra”: dal tallero al dollaro
Cinquecento anni or sono la Storia ebbe un guizzo e dette un saggio di meta-storia. La concezione patrimonialistica della sovranità, in forza della quale il sovrano disponeva di pieno dominio sulle terre avite e sui suoi “mobili”, inclusi gli abitanti, si intrecciò con quella dell'Impero, sacro perché ripeteva la sua identità dalla investitura del pontefice, Vicario di Cristo. L'Impero era davidico. Il 24 febbraio 1500 nacque a Gand, nelle Fiandre, Carlo d'Asburgo, figlio di Filippo il Bello, a sua volta erede di Massimiliano I, imperatore, e di Giovanna “la Pazza”, figlia del re di Spagna, Ferdinando il Cattolico, e di Isabella di Castiglia. I loro grandi ammiragli proprio in quegli anni stavano scoprendo le Indie Nuove e annettevano le Americhe, spartite tra Madrid e Lisbona dalla “raya” tracciata dal lungimirante papa Alessandro VI Borgia. Per una serie di legami dinastici ingarbugliati e di lutti imprevedibili quel neonato si trovò a essere per mezzo secolo il perno della storia d'Europa proprio nell'età dei grandi esploratori e conquistatori, oggi deplorati da chi guarda la storia come un ventaglio chiuso. 
“Plus Ultra”, l'insegna poi assunta da Carlo d'Asburgo e tuttora distintiva del regno di Spagna, indica la volontà di andare non solo “oltre le colonne d'Ercole” che per millenni avevano delimitato lo spazio verso Occidente, ma anche al di là della  visione particolaristica comune agli Stati sorti in Occidente dopo la catastrofe dell'Impero romano. Il suo obiettivo ultimo fu la “Renovatio imperii”, che è universale o non è. Altrettanto enuncia il dollaro, sintesi del programma imperiale degli USA. Come noto, il suo simbolo ($) è la stilizzazione dell'emblema personale di Carlo V e tuttora del regno di Spagna (le due colonne d'Ercole intrecciate dal Serpente). D'altra parte il dollaro statunitense nacque da quello ispano-messicano a sua volta  derivante dal tallero europeo. Non si svela nulla di arcano ricordando la congerie di segni, cifre e motti che affollano il dollaro ed evocano l'ideario dell'impero: la piramide sormontata dal triangolo, la stella di Davide racchiusa tra le ali dell'Aquila bicipite, la lettera G fiammeggiante e le divise “in god we trust”, “e  pluribus unum”, “Novus Ordo seclorum” (anziché “secolorum”, con voluto errore affinché stia in 17 anziché 18 lettere) e “annuit coetpis”, comune al Rito scozzese antico e accettato. 
Carlo d'Asburgo dalla Borgogna alla Corona imperiale
La Grande Visitatrice  in pochi anni portò con sé i genitori del piccolo Carlo d'Asburgo, che già titolare dei Paesi Bassi e della Borgogna, regione strategica nell'Europa centrale, divenne  erede del regno di Spagna, quale nipote maggiore di Ferdinando il Cattolico. La Falce (che mieté i più dei suoi sei figli legittimi, tranne Filippo II, re di Spagna, e molti dei cinque illegittimi riconosciuti), risparmiò suo fratello minore, Ferdinando. Ripercorrere il repertorio cronologico dei titoli via via acquisiti da Carlo sin da bambino richiederebbe un qui impossibile “trattato” della  storia europea. Merita invece individuarne la profonda contraddittorietà intrinseca. Più aumentavano potere e responsabilità, più le basi stesse della sacralità imperiale venivano intaccate e corrose.
Nel 1516, con la morte del nonno materno, Ferdinando il Cattolico, Carlo assunse la corona di Spagna, dall'ormai vastissimo impero extraeuropeo. Visitò subito il regno. Cresciuto tra Malines e Bruxelles con “governatori” e consiglieri di vaglia scelti dalla zia Margherita d'Austria, perfettamente padrone del fiammingo, del francese e del latino, Carlos Primero vi ebbe accoglienze fredde. Al trapasso del nonno paterno, Massimiliano I (1519), Carlo affidò la Spagna al saggio e austero Adriano di Utrecht (poi papa Adriano VI nel 1522-1523) e tornò nelle Fiandre per seguire da vicino l'elezione del successore alla corona imperiale, che veniva assegnata da sette principi, tre dei quali ecclesiastici. Se le Cortes dei singoli “regni” spagnoli accampavano antichi privilegi e nel 1520 i Comuneros scatenarono una rivolta generale repressa con spietata durezza, la “Germania” era incendiata dal verbo di un teologo, Martin Lutero, al quale inizialmente papi come Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico, 1513-1521; e Clemente VII, altro de' Medici, 1523-1534) non prestarono particolare attenzione. Grazie a giganteschi “doni” e a concessioni varie ai principi elettori il 18 giugno 1519 Carlo ottenne lo scettro imperiale come Carlo V . L'impero di Carlo Magno aveva compreso Francia, Italia centro-settentrionale (il Mezzogiorno era in parte dominato dai bizantini e in parte bersaglio degli islamici) e lembi della Germania. Quello di Carlo V spaziò dall'Europa centrale alle Americhe e agli arcipelaghi nell'Estremo Oriente, sino alle Filippine e alle Marianne. Che su di esso il sole non tramontasse mai non fu un suo modo di dire ma realtà. A sorreggerne le sorti cominciarono a giungergli oro e argento dalle Americhe e i proventi dalla vendita delle indulgenze ai peccatori in cerca di perdono per sé e per gli antenati, abilmente orchestrate dai banchieri Fuegger ai quali ne era stato concesso il monopolio, con enorme scandalo di chi predicava contro il Papato. Roma era marchiata come Nuova Babilonia, sentina del peccato e dei più turpi commerci a tutto vantaggio della edificazione di San Pietro, non già  cattedrale della Chiesa cattolica apostolica romana ma ricettacolo di “idoli” e pretesto per sperperi che finivano nei mille rivoli della perdizione di una città che contava almeno ventimila prostitute. 
Il 23 ottobre 1520 Carlo d'Asburgo fu incoronato imperatore in Aquisgrana, sacro alla memoria di Carlo Magno e all' “idea di Europa”. Però il suo antagonista nella gara alla corona imperiale, Francesco I di Francia, re “cristianissimo”, non rinunciò affatto a contendergli lo scettro. La posta in gioco fu anzitutto il ducato di Milano, per il quale entrambi vantavano titoli. Francesco, che già nel 1515 aveva valicato le Alpi e additato al suo esercito la pianura  padana quale la terra più propizia per guerreggiare, ricca qual era di biade, di armenti e di abitanti da soggiogare alle sue turpi voglie, invase nuovamente l'Italia. Il 24 febbraio 1525 Carlo V festeggiò il proprio 25° compleanno con la vittoria di Pavia, ove l'esercito francese venne disfatto. Francesco I cadde prigioniero e fu deportato a Madrid. Ne dette egli stesso notizia col messaggio famoso: “tutto è perduto fuorché l'onore e la vita che è salva”. La “pace delle dame” non risolse il différend tra l'imperatore e il rivale, che riprese a intrigare. Da “cristianissimo” non si alleò con i riformatori luterani né con i seguaci di Giovanni Calvino, attestato a Ginevra, però si spinse a segrete intese con gli islamici. Nel 1526 i turchi sottomisero l'Ungheria, giunsero ad assediare Vienna e imposero agli Asburgo una pace molto onerosa. Francesco di Francia agì come se oggi l'Unione Europea odierna rivendicasse un proprio primato contro gli Stati Uniti alleandosi con la Cina, accampando il pretesto di vantaggi commerciali e magari cedendole anche porti e controllo delle comunicazioni sensibili...
L'Italia di Carlo V
Il groviglio di contese e di guerre in Italia culminò con il saccheggio di Roma (1527) da parte di un esercito mercenario (i lanzichenecchi) capitanato dal connestabile di Borbone e dal luterano Frundsberg e con la rassegnata capitolazione del papa, Clemente VII. In una fastosissima cerimonia a Bologna il 22 febbraio 1530 il pontefice incoronò Carlo Re d'Italia (con tanto di Corona ferrea) e il 24 imperatore. Fu l'ultimo successore di Carlo Magno a essere direttamente consacrato dal pontefice. Dopo di lui il titolo di Re d'Italia fu assunto da Napoleone I (che si auto-incoronò a Milano il 26 maggio 1805) e da Vittorio Emanuele II (14/17 marzo 1861) per sé e i successori, sino a Umberto II. Quale suggello della pace con la Santa Sede Carlo V fece abbattere in Firenze la repubblica (invano difesa da Michelangelo e da Francesco Ferrucci) e ripristinare il ducato, affidato ai de' Medici, poi con rango di granduchi. Nel 1529 Genova, piazza di transito dei metalli preziosi dalle Americhe (via Spagna) verso Piacenza e Milano, era passata con Andrea Doria a fianco  dell'imperatore. Ne beneficiò per quasi due secoli. Il suo declino iniziò quando a Madrid gli Asburgo furono sostituiti dai Borbone, che a quelli della Superba anteposero gli interessi dei porti franco-spagnoli.  
A garanzia dell'esclusione della Francia dall'Italia Carlo V impose agli stati ancora indipendenti (Venezia e Roma) una lega, che era pallida ombra di quella un tempo proposta da Lorenzo il Magnifico in funzione anti-turca o da papa Giulio II col motto “fuori i barbari”. Ormai l'Italia era quasi del tutto direttamente o indirettamente sottomessa all'imperatore. Quel baluardo, tuttavia, era necessario per arginare Francesco I di Francia, che riprese la guerra contro Carlo V, dapprima in combutta con Kair-ad Din “Barbarossa” (il “pirata” che si impadronì di Tunisi e minacciò la Sicilia) poi in sfacciata alleanza con la Sublime Porta, dopo la sconfitta di Andrea Doria a Prevesa (27 settembre 1538). 
A subire le conseguenze del conflitto fu soprattutto il Ducato di Savoia. Nel 1543 Nizza venne assediata e devastata dai turchi. Il Piemonte fu ripetutamente invaso e saccheggiato dai francesi.  Carlo III il Buono (1486-1553) morì mentre lo  Stato era preda del nemico. Dal 1548 i francesi si erano impadroniti del Saluzzese, il cui ultimo marchese, Gabriele, già vescovo, fu condotto prigioniero a Pinerolo e avvelenato. Non era scritto in alcun libro del destino che un giorno lo Stato sabaudo sarebbe tornato indipendente e protagonista della storia. 
Un Principe sabaudo restauratore del Ducato 
Occorreva un Principe. Lo ebbe in Emanuele Filiberto (“Testa di Ferro”), figlio di Carlo III.  Comandante dell'esercito spagnolo, il giovane Savoia (1528-1580 )sbaragliò i francesi nella battaglia di San Quintino (1557) aprendo ai “tercios” la via di Parigi e si meritò la gratitudine del re di Spagna, Filippo II. Con la pace di Cateau Cambrésis (aprile 1559) gli Asburgo e il re di Francia, Enrico II (succeduto nel 1547 a Francesco I ) riconobbero a Emanuele Filiberto il ducato di Savoia come bene dotale della consorte, Margherita di Valois, sorella di Enrico II. Per precauzione i francesi continuarono a occupare  Torino, Chieri, Chivasso e altre piazze strategiche mentre gli spagnoli tennero Asti e Vercelli.  Era dura risalire la china. La riconquista vera e propria del ducato da parte di “Testa di Ferro” richiese molti anni e la capacità di conciliare il governo assoluto con la mediazione. Ne dette esempio con l'accordo di Cavour (1561) che concesse ai valdesi libertà di culto in luoghi deputati: un caso pressoché unico nell'Europa dell'epoca, contrassegnata da intolleranza e guerre di religione improntate al fanatismo più cieco. La riorganizzazione del Ducato fu impresa titanica. 
Guerre di religione e frantumazione dell'Impero
Proprio le guerre di religione avevano corroso il sogno universalistico di Carlo V. Dopo anni di lotta contro la lega di Smalcanda formata dai principi luterani (sconfitti nel 1547 a Muelbergh) con la pace di Augusta (1555) l'imperatore ratificò il principio “cuius regio ejus et religio”: i sudditi dovevano professare la confessione cristiana del loro sovrano o andarsene. A taluni parve un'alba di tolleranza. In realtà era la tregua tra settarismi. Comportò comunque la morte del Sacro Romano Impero. Il papa, infatti,  cessò di rappresentare l'unità del cristianesimo in Occidente, mentre perdurava la divisione tra questo e la Chiesa d'Oriente. 
Carlo V ne trasse la conclusione. Nel 1556 abdicò. Cedette la corona imperiale al fratello Ferdinando, deputato a fermare l'avanzata dei turchi da Oriente. La Spagna con il vastissimo impero coloniale e i domini in Italia andarono al figlio Filippo II, che gli eresse per mausoleo il Monastero di San Lorenzo dell'Escorial. Dal ritiro a Cuacos de Yuste Carlo V visse in spartana semplicità. Seguì con crescente distacco le vicende del suo tempo sino alla morte (21 settembre 1558). Durante il suo sessantennio di vita si susseguirono dieci papi, metà dei quali posero mano al Concilio più volte suggerito dall'imperatore, ansioso di trovare una via d'uscita alla crisi della cristianità in Occidente, aggravata dall'ex “Defensor fidei” Enrico VIII d'Inghilterra che istituì la chiesa anglicana. Carlo V non riuscì a pacificare l'Impero, né a metterlo al sicuro dal massimo nemico esterno, l'impero ottomano, né a indurre la Francia alla coesistenza. Questa venne raggiunta solo nel 1598 con la “pace dei Pirenei”, che si risolse in breve tregua tra molti e lunghi altri conflitti.
Impero universale: un sogno svanito? 
Quale sorte attende il mondo contemporaneo? Gli Stati Uniti vantano successi economici (crescita del prodotto interno e occupazione in termini inconfrontabili con quelli europei e specialmente dell'Italia), ma vivono con la psicosi dello stato d'assedio, fra rivendicazione del primato dei loro abitanti, elevazione di barriere fisiche verso immigrazione irregolare e diffusa paura di “invasioni”. Al tempo stesso, mentre la questione di Cuba rimane aperta, mostrano incapacità crescente a risolvere conflitti in spazi remoti, con preoccupante inclinazione a lasciare che la storia faccia il suo corso. Ne sono esempio i casi, recenti e per molti aspetti sconcertanti, della Libia e del Venezuela. L' “impero” è sogno impossibile? Lo aveva già spiegato Daniele a Nabucodonosor nella visione profetica dei quattro regni, le “quattro bestie”, destinati a crollare uno dopo l'altro, dopo aver causato rovine, sofferenze e lutti infiniti. L'Impero sopravvisse a Carlo V, ma ormai dimezzato e ridotto a potenza meramente continentale, in lotta perenne su tutti i fronti. Il conflitto con quello turco si risolse solo quando la Grande Guerra, quando, paradossalmente, Vienna e la Sublime Porta combatterono affiancati ed entrambi vennero sconfitti: un paradosso della storia.  
Aldo A. Mola 

LA VERA SICUREZZA? ESTERI E DIFESA
LO STATO D'ITALIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 maggio 2019, pagg. 1 e 11.

Stati e lunga durata degli interessi dei cittadini
Gli Stati sono la loro politica estera e militare. La loro forma (monarchia, repubblica, federazione, cessione consensuale o forzata di poteri ad altri ...) può mutare. Gli interessi generali permanenti dei loro cittadini invece rimangono nel tempo. Sono la “lunga durata” insegnata da Fernand Braudel. E questa non si riduce a contabilità pubblica e privata. Sono la certezza del futuro, la sicurezza politico-militare, fondata su coerenza, continuità, affidabilità. La vera sicurezza non si difende sulla soglia di casa ma ai confini dello Stato. Quella degli italiani del terzo millennio si difende a migliaia di chilometri dai loro confini geo-politici, grazie alle politiche comunitarie, ad alleanze collaudate da decenni ed a costosissimi sistemi d'arma in via di perfezionamento. Vale soprattutto per gli Stati deboli per la posizione geostorica e per la loro fragilità genetica. Essi stanno al mondo venturo come i piccoli potentati e i borghi italiani vissero quindici i secoli dalle invasioni barbariche all'unificazione nazionale: facile preda di eserciti e “bande” di passo. È il caso dell'Italia. La sua politica estera e conseguentemente militare nel corso dei neppure 150 anni dall'unione del regno con Roma risultò di sua scelta complessivamente discontinua, volubile e povera di risultati, sino alla sconfitta catastrofica nella seconda guerra mondiale, il cui passivo fu e sarà scontato per molte generazioni. Gli errori compiuti nel quinquennio 1935-1940 (la guerra d'Etiopia, la sbandata di Mussolini a fianco della Germania, dettata da calcoli di politica interna e finita con la resa senza condizioni del settembre 1943 e con la pace mortificante del 10 febbraio 1947) ebbero però la premessa nella politica estera dal 1914 al 1919. Il suo centenario scivola via, sommerso da fatue dispute sulla “difesa della storia” ora accampata anche da chi ha solitamente subordinato la ricerca storiografica a interessi partitici ed elettorali, mentre tanti studiosi anziché poco corrivi a firmare appelli lavoravano negli archivi. Ma l'Italia, con buona pace degli “appellisti”, è il Paese dei “manifesti degli intellettuali”, oggi come nel 1925.  
Le “ragioni” dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra
Perciò meritano un rapido sguardo i catastrofici errori del 1919, quando, vinta la guerra da parte dei militari (da Cadorna e Capello a Diaz, Giardino e Badoglio), l'Italia la perse per insipienza dei “politici”, cioè del governo dell'epoca, incardinato sul presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e sul ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, apprezzato cultore di Dante (come tanti a quel tempo),  protomeridionalista acuto ma privo di lungimiranza  e di senno politico, che poi è tutt'uno con il “senso dello Stato”, di cui rimane esempio sommo l'insuperato Giovanni Giolitti.
Cent'anni orsono l'Italia sprecò gran parte delle ragioni con le quali aveva motivato l'intervento nella Grande guerra a fianco dell'Intesa anglo-franco-russa. Il 18 gennaio 1919 si aprì a Parigi il Congresso per la pace. Dopo mesi di schermaglie procedurali e di liti tra le gareggianti ingordigie, il 24 aprile la delegazione italiana lasciò polemicamente i lavori per protesta contro gli alleati, specialmente contro il presidente degli Stati Uniti d'America, Woodrow Wilson, che rifiutavano di assegnare all'Italia Fiume, la seconda città portuale dell'Adriatico settentrionale, strategica per tutta l'area dell'Europa centrale. Il 24 maggio 1915, con Antonio Salandra presidente e Sonnino già agli Esteri, il governo aveva spinto il Paese in guerra puntando al dominio sull'Adriatico. Fra le tre possibili opzioni (annessione delle terre notoriamente italofone; richiesta del confine naturale, ovvero la displuviale alpina, comprendente ampie aree a larga maggioranza germanofone o slave; espansione  oltre il confine naturale, con acquisizione di isole e città dell'antica Dalmazia) con l'accordo di Londra del 26 aprile 1915 Roma puntò sulla terza: il sogno di una talassocrazia circoscritta all'Adriatico mentre già molto faticava a tenere le briglie di un dominio coloniale troppo costoso per le sue risorse, dall'Eritrea alla Somalia alla Libia. Le sue “ragioni” furono ripetutamente messe in discussione durante il conflitto, in specie nell'estate 1917, quando il congresso della massoneria dei Paesi alleati e neutrali (28-30 giugno) approvò lo Statuto della Società delle Nazioni e subordinò a plebiscito la demarcazione dei confini nelle zone mistilingue. Tale principio (propriamente massonico) avrebbe comportato per l'Italia il ripiegamento sulla soluzione minimalistica, cioè la rinuncia al Brennero e alle terre a est di Gorizia e di Trieste, per non parlare del lungo elenco di isole e basi sulla costa adriatica orientale minuziosamente elencate nell'arrangement di Londra.
1918-1919: gli USA ignorarono gli accordi preesistenti tra alleati 
L'intervento degli Stati Uniti in guerra, il 6 aprile 1917, venne salutato anche in Italia con motivato entusiasmo, nella convinzione che Washington avrebbe concorso alla vittoria senza mettere in discussione i patti corsi tra gli alleati. All'opposto, gli USA non riconobbero affatto né l'Intesa né gli accordi via via stabiliti tra questa e i nuovi alleati e/o associati europei ed extraeuropei. Ai suoi occhi il groviglio di trattati e patti pregressi avevano l'imperdonabile inconveniente di essere “segreti”. Essi, inoltre, comportavano modifiche largamente condivise (evacuazione dei tedeschi dalle aree invase, a cominciare dal Belgio, ritorno dell'Alsazia-Lorena alla Francia, ricostituzione della Polonia e della Boemia indipendenti e italianità di Trento e Trieste), ma risultavano opachi sulle sorti dell'immenso impero turco, sull'Austria-Ungheria, sulle colonie germaniche e sul destino dei Balcani, incluso il confine tra regno d'Italia e lo stato serbo-croato-sloveno, la cui costituzione venne proclamata nel convegno di Corfù all'indomani del congresso massonico parigino, con la benedizione di Parigi. Anche gli osservatori meno sospettosi compresero che i nuovi Stati, come la Boemia e la Jugoslavia, nascevano sotto tutela della Francia, i cui obiettivi postbellici risultavano dunque del tutto contrastanti con quelli italiani.
Il divario degli USA rispetto all'Europa venne accentuato dai Quattordici punti l'8 gennaio 1918 enunciati da Wilson e dalle Proposte complementari (12 febbraio) quali basi della pace ventura. Essi dissero chiaro che gli USA erano entrati in guerra a causa delle violazioni del diritto che li avevano direttamente colpiti. Oltre alla libertà di navigazione sui mari in pace e in guerra e alla piena libertà di commercio, Washington non tenne in alcun conto gli “accordi internazionali privati di qualsivoglia natura”, cioè i “patti” tra gli alleati, da sostituire con “pubblici trattati di pace, conclusi apertamente”. L'opinione internazionale era sotto l'impressione suscitata dalla pubblicazione del protocollo costitutivo dell'Intesa e dell'accordo italo-intesista del 26 aprile 1915, rinvenuto dai bolscevichi di Lenin negli archivi segreti dello zar e pubblicati dal quotidiano del partito, “La Verità”, con grande scandalo e irritazione dei loro autori e fautori e indignazione di quanti scoprirono che “lavoravano per il re di Prussia”. Fu il caso dei cattolici dinnanzi all’esclusione della Santa Sede dal Congresso di pace. Il 9° punto di Wilson allarmò il governo di Roma: “Una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere effettuata secondo linee di nazionalità chiaramente riconoscibili”. Mentre ricalcava le conclusioni del Congresso massonico parigino, esso si intrecciava col punto 10°: la garanzia di sviluppo autonomo dei popoli dell'Austria-Ungheria, ai quali gli USA intendevano salvaguardare un posto tra le nazioni. Al riguardo l'Italia era lontana da una posizione univoca. Mentre per Sonnino la duplice monarchia doveva essere tenuta in vita quale antemurale verso l'avanzata degli Slavi, altri erano per la sua totale dissoluzione a vantaggio dei popoli “oppressi” ascendenti a Stati, in un quadro politico-militare reso confuso dalla rivoluzione in corso nell'ex impero zarista.
Inizialmente esaltato come sicuro interprete del pensiero democratico, quando compì il viaggio in Italia Wilson fu accolto da manifestazioni popolari deliranti, assecondate da giornali e riviste che lo dipinsero quale novello Giuseppe Mazzini. Poiché i suoi progetti erano criticati dalla Santa Sede, Wilson fu anche spacciato quale campione della massoneria universale. In realtà, non lo era affatto, a differenza del suo predecessore, Theodore Roosevelt, e di suoi successori quali William Howard Taft (celebre come “isolazionista”), Warren G. Harding, Franklin D. Roosevelt, in carica dal 4 marzo 1933 alla morte, il 12 aprile 1945, ed Harry Truman. Nell'entusiasmo, miscuglio di disinformazione, miopia e calcoli infondati, gli vennero intitolati vie, piazze, bar, ristoranti e locali cinematografici. Come tanti innamoramenti focosi per una persona invero sconosciuta, quello per il presidente degli USA presto volse in delusione cocente. Se Parigi era in serrata competizione con Roma, dalla Cecoslovacchia al Mediterraneo orientale, agli interessi dell'Italia Wilson antepose quelli della Jugoslavia e, ignaro, superficialmente informato o per la sua inclinazione al misticismo, si dichiarò fiducioso nell'evoluzione democratica della rivoluzione in Russia.
In Italia il quadro quadro politico non poteva essere più caotico. Dopo la fondazione del partito popolare italiano (19 gennaio), Mussolini costituì a Milano i fasci di combattimento (23 marzo), dal programma polivalente e labile. Il 1° maggio 1919 Antonio Gramsci, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e altri fondarono a Torino l'“Ordine Nuovo”, ferocemente antigiolittiano. Lo Statista stava elaborando il progetto più avanzato della borghesia riformatrice, incardinato su restaurazione della finanza pubblica, politica estera scevra da tentazioni imperialistiche, progressività delle imposte e rilancio dell'istruzione in tutti gli ordini e gradi, a cominciare da quella tecnica e professionale. Incombevano tre urgenze concatenate: drastica riduzione delle dimensioni delle forze armate, sia perché sproporzionate agli obiettivi politici perseguibili dall'Italia inchiodata da un debito pubblico spaventoso, il passaggio dalla produzione di guerra a quella di pace e l'adeguamento di salari e stipendi alla svalutazione del potere d'acquisto della moneta, che anche in Italia metteva in ginocchio la media e piccola borghesia. Era scontato che questo accadesse nei paesi vinti (a cominciare dall'Austria e dalla Germania, precipitate in una crisi economica, sociale e morale avvilente) ma era inconcepibile che avvenisse anche in Italia, Paese formalmente vincitore. Per di più in ottobre il Partito socialista, guidato da Giacinto Menotti Serrati, sterzò a favore della Terza Internazionale bolscevica per “fare come in Russia”
Dinnanzi al rifiuto degli Alleati di riconoscere all'Italia Fiume in aggiunta ai compensi previsti dall'accordo di Londra, come detto il 24 aprile la delegazione italiana lasciò Parigi. Il gesto, che voleva scuotere gli alleati, cadde nella loro indifferenza generale. Seguirono giorni di frustrazione e di polemiche roventi. Il gran maestro del Grande Oriente, Ernesto Nathan, che nel 1915 aveva rappresentato l'Italia all'inaugurazione del Canale di Panama e all'Esposizione universale di San Francisco, il 25 aprile lanciò un appello agli italiani contro Wilson. Però a Parigi i lavori proseguirono come nulla fosse. Anzi, venne approvato lo statuto della Lega delle Nazioni (da non confondere con la massonica Società delle Nazioni), con sede a Ginevra (anche perché il Congresso avrebbe di lì a poco ribadito la neutralità della Svizzera) e una serie di clausole lontane dalle aspirazioni dell'Italia. L'art. 21 della Lega fu però il più emblematico: il dominio planetario degli USA. Mentre spazzava via la diplomazia segreta, che per secoli era stato il metodo ordinario delle relazioni interstatuali nella Vecchia Europa (anche in forma di accordi tra i suoi singoli Stati e il nemico principale della cristianità: la Sublime Porta di Istanbul, vezzeggiata per calcoli inconfessabili), lo statuto della Lega adottò la “Dottrina Monroe” del 1823, sintetizzata nella formula sbrigativa ma chiara “l'America agli Americani”, senza reciprocità per gli europei.
L'amara via francigena 
Dopo dieci giorni di aventinismo diplomatico al governo di Roma dovette bere l'amaro calice: riprendere la via francigena. Il 2 maggio Sonnino riassunse lo stato della crisi: non rimaneva che “invocare per ora il puro e semplice trattato di Londra, come sta, e senza modificazioni (cioè rinunziando per ora a Fiume). All'infuori di ciò non resta che rassegnarsi alle imposizioni di Wilson, attenuate in parte, se possibile, dalle proposte degli alleati”. Dopo una “riunione tempestosa” con Orlando, presente Armando Diaz, già Comandante Supremo, la delegazione italiana radunata a Roma prese atto dell'oggettiva ostilità degli alleati dinnanzi alle loro richieste: non avrebbe ottenuto la sovranità su Zara, Sebenico e le tre terre agognate. Le avrebbe ricevute “pro tempore” come “mandato” da parte della Lega che a sua volta avrebbe assunto la sovranità su Fiume. Tornata a Parigi il 5 e ai lavori congressuali dal 7 maggio 1919, la delegazione passò da una delusione all'altra: una situazione insostenibile non solo a Parigi ma anche in Parlamento. Il nodo della vertenza tornò a essere il vincolo non aggirabile di indire il plebiscito nelle terre mistilingue, che vi avrebbe messo “in istato di maggiore inferiorità la nazionalità italiana”. 
Il 19 giugno la Camera respinse a larghissima maggioranza (appena 78 “si” contro 262 “no”) la proposta di Orlando di adunarsi in comitato segreto per discutere le comunicazioni del governo sulla politica estera. Il “presidente della Vittoria” non aveva ancora capito che era finita per sempre l'epoca delle trattative segrete e dei segreti sulle trattative. Lo aveva spiegato due anni prima Giolitti nel famoso discorso del 13 agosto 1917 da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, con sei mesi di anticipo sui 14 punti di Wilson: “Sarebbe pericolosa illusione credere che si possa riprendere con poche varianti l'andamento della politica estera a base di trattati segreti”.
Sonnino: firmò la pace, ma ormai decaduto dalla carica 
Il 23 giugno a Roma si insediò il nuovo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti con agli Esteri il giolittiano Tommaso Tittoni. Il 28 giugno fu solennemente firmato il trattato di pace contro la Germania. Per l'Italia esso venne sottoscritto da Sonnino, rimasto appositamente a Parigi, ma ormai privo della carica di ministro. Non fu una gran figura, né per lui né per il suo Paese. Quelle peripezie vanno ricordate non solo per vezzo antiquario ma per porre con fermezza la domanda che da un anno incalza senza risposta: qual è la politica estera dell'Italia attuale? Essa va discussa nell'unica sede istituzionale appropriata: il Parlamento. Il 17-21 maggio 1915 esso venne plagiato dal governo. Ma all'epoca il governo era “del re”, in un sistema istituzionale scaleno, sbilanciato a favore del monarca e del “suo” esecutivo. Quel regno però era uno Stato pienamente sovrano. 
Perduta politicamente la Grande guerra e sotto tutti i profili la seconda, oggi lo Stato d'Italia è vincolato a trattati che non consentono ambiguità né “giri di walzer”. Per quanto riguarda la politica estera l'esecutivo oggi in carica rimanda alle parole dell'Evangelista: “E gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (Giovanni, 3, 19). In Libia come sugli altri fronti internazionali “caldi” il governo balbetta, come fosse fuori dal mondo. Non può contare all'infinito sul pronto soccorso assiduamente prestato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per rimediare ai grossolani svarioni di ministri, capi politici, portavoce... Senza una politica estera (e conseguentemente militare) chiara e condivisa, discussa e approvata in Parlamento, non il solo governo ma lo Stato stesso perde quella “sovranità” di cui tanti parlano senza sapere che cosa si dicano perché, appunto, ne hanno una visione inguaribilmente localistica, “rurale”. 
Aldo A. Mola
 
DONATO ETNA (1858 -1938)
IL “VECIO ALPIN”  CHE VESTÌ IN GRIGIOVERDE L'ESERCITO ITALIANO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 aprile 2019, pagg. 1 e 11.

Dal blu al grigioverde: sempre “Avanti Savoia” e viva l'Italia.                         
IL “VECIO ALPIN” CHE VESTÌ IN GRIGIOVERDE L'ESERCITO ITALIANOCon la  visita all'Altare della Patria e a Vittorio Veneto, il Milite Ignoto e la città sacra alla Vittoria del IV novembre 1918, ancora una volta il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha indicato, col linguaggio dei simboli e dei luoghi memoriali, la parabola della vera storia d'Italia nel giorno convenzionale della liberazione dalla guerra e dell'inizio della Ricostruzione. Questa voleva, doveva e dovrebbe essere l'unità Stato-Nazione e della fratellanza tra i popoli nella giustizia internazionale: “pax in iure gentium”, la divisa della “Corda Fratres”. A un mese dall’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo il mònito del Presidente giunge puntuale. Ricorda l'abissale differenza tra l'Europa attuale, da quasi 75 anni in pace (sia pure “armata”) dall'Atlantico a Vladivostok, e quella del 1919-1920, gli anni delle paci sbagliate, o quella del 1945-1946, che videro l'inizio della guerra fredda, greve e opprimente negli Stati sotto giogo dell'URSS, ma sempre meglio che sotto le bombe atomiche. 
Nei cento anni dalla Grande Guerra a oggi lo “strumento militare” è profondamente mutato in ogni suo aspetto, come ricordano la “Storia dell'esercito italiano” del generale Oreste Bovio e il succoso “Esercito italiano. Storia e Tradizioni” editi dall'Ufficio Storico dello SME (Roma, via Etruria 23). Per secoli gli eserciti sono andati in battaglia con abiti e vessilli sgargianti. I colori facevano la differenza. Distinguevano dai nemici e mostravano la superiorità dei corpi organizzati rispetto alle truppe raccogliticce. Sull'esempio delle legioni romane (con labari e aquile), Napoleone I coniugò arte militare e genio politico e dedicò massima cura alle divise perché, contrariamente a quanto solitamente si dice, esse fanno il guerriero, proprio come la tonaca fa il monaco nelle parti consacrate (la testa e le mani). Gli ussari dell'Impero napoleonico rimangono i cavalieri più eleganti della storia di Francia. Sicuramente costosi, furono anche i più valorosi. Un'élite nell'ambito dell'immensa Armata giunta a contare 600.000 uomini su 30 milioni di abitanti. Per stare alla pari, l'Italia odierna dovrebbe avere in linea un esercito di circa 1.200.000 effettivi. Invece la sua politica estera (che è anche militare) tragicamente annaspa. Né vale obiettare che oggi ogni soldato è un concentrato di tecnologia bellica d'avanguardia. Lo erano anche i militari di allora, bardati e armati di tutto punto, nei confronti della forza dei “civili”. Il perfezionamento delle armi da fuoco mutò lo scenario dei campi di battaglia. Un tiratore scelto di primo Ottocento non sempre centrava un albero a cinquanta metri. Le bombarde facevano più rumore che danni. Poi la canna rigata, i cannoni a retrocarica e a tiro rapido e, infine, la mitragliatrice cambiarono tutto. All'avanguardia fu la guerra di secessione degli USA: il primo grande massacro con “ferri nuovi”. Per la maggior parte degli eserciti europei la svolta venne con la conflagrazione del luglio-agosto 1914. Andare all'assalto o anche solo appostarsi ai margini di un bosco o sul ciglio di una trincea indossando pantaloni rossi, bianchi o giallini e giubbe azzurre o scarlatte significava far da bersaglio al fuoco nemico. Bisognò cambiare, e in fretta. Molto prima che s’imponesse la severa lezione della grande guerra, a voltar pagina in Italia ci aveva pensato un ufficiale degli alpini, Donato Etna. D'intesa con il presidente della sezione milanese del Club Alpino Italiano, Luigi Brioschi, egli propose di passare almeno per gli alpini dal “blu”, comune a tutta la fanteria, al grigio, il colore delle rocce. In molti ambienti la proposta non fu affatto gradita. Non era facile separarsi dai colori consegnati alla memoria dai celebri quadri di Fattori, Induno, Segantini e narrati dalla sterminata memorialistica e narrativa delle guerre risorgimentali.
I primi a vestire il nuovo colore furono 40 alpini della brigata Morbegno, comandata da Etna. Il “Plotone Grigio” nell'ottobre 1906 montò la guardia al Palazzo Reale di Milano in occasione di una visita di Vittorio Emanuele III. Pensoso e riflessivo, il Re lo passò in rivista. Poco più di un anno dopo, il 4 dicembre 1908, con la disposizione 458 fu ordinata l'adozione del grigioverde per l'intero Regio Esercito Italiano. Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti (Mondovì, 1842-Cavour, 1928), che fondeva senso dello Stato e buon senso antico e col Re parlava in piemontese. Ministro della Guerra, per la prima volta dall'unità nazionale, era un borghese: Severino Casana, ingegnere torinese, poi sostituito dall'alessandrino Paolo Spingardi, già comandante generale dei carabinieri. 
Il “cambio” non riguardò solo l'abito. Dieci anni dopo la repressione delle “insurrezioni” a Milano, Pavia e in Toscana, seguite di sei anni ai “fasci siciliani”, e dopo il suo ricorrente impiego nel ripristino dell'ordine pubblico messo in forse da scioperi politici sovversivi, l'esercito doveva non solo essere ma sentirsi tutt'uno con il Paese, come lo avevano vaticinato Francesco De Sanctis, Edmondo De Amicis, Giosue Carducci e capi di stato maggiore che arrivavano dalle file del volontariato garibaldino, come Enrico Cosenz, già allievo della “Nunziatella” di Napoli. Avanzava una generazione di ufficiali di volitivi, studiosi, attenti a quanto avveniva non solo oltralpe ma anche in terre lontane: dalla feroce guerra anglo-boera in Sud-Africa (Churchill vi fece la sua “prova del fuoco”) a quella russo-giapponese del 1904-1905. Il ruolo delle forze armate come espressione della Nazione era nelle prime pagine dei quotidiani all'epoca più diffusi. 
Donato Etna di sangue reale          
Donato Etna ebbe più influenza di quanto generalmente si sappia. Nel 1906, a quarantotto anni, venne promosso colonnello. Aveva alle spalle un lungo servizio. Volontario con ferma permanente dal 1877, quando aveva 19 anni, sottotenente degli Alpini dal 1880, temporaneamente assegnato al corpo di stato maggiore, nel 1898, dopo la sconfitta subita dagli italiani ad Adua (1 marzo 1896) era andato alpino in Eritrea, la terra ove erano caduti i piemontesi Pietro Toselli, di Peveragno, Giuseppe Galliano, di Vicoforte, Giuseppe Arimondi, di Savigliano... Come lui, partì una legione di militari italiani (lo fece anche il giovane Pietro Badoglio) sulla traccia del cardinal Massaia. Visionari? Colonialisti? Imperialisti? Altrettanto facevano da molto più tempo i loro coetanei inglesi, francesi, olandesi e da poco anche belgi e tedeschi nei rispettivi possedimenti. Altri Stati europei non avevano colonie ma dominavano con altri mezzi non meno convincenti degli “scarponi sulla terra”: la finanza e la bilancia commerciale. Gli Stati Uniti erano il modello. Difficile stabilire se il commercio seguiva la bandiera o viceversa.  
Al di là del grado nell'Esercito, Donato Etna aveva una carta in più per risultare convincente. Alla nascita, in Mondovì, il 15 giugno 1858, fu registrato figlio di genitori ignoti. Nel suo caso, però, mentre della “madre” si vociferò fosse una “maestra di Frabosa” (non si sa se Soprana o Sottana) il “pater” fu subito certo, come riferisce un appunto nell’archivio storico dello Stato Maggiore. Era Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, che se ne occupò con discrezione e affetto. Il nome e il cognome furono un riconoscimento e un programma. Donato nacque poche settimane prima degli accordi di Plombières tra  Napoleone III e Camillo Cavour, premessa sostanziale e poi formale dell'alleanza tra impero francese e regno di Sardegna contro l'Austria per l'ingrandimento sabaudo nell'Italia settentrionale. Sin dal 1713 la Sicilia aveva recato la corona regale a Vittorio Amedeo II, come narra Tommaso Romano, componente della Consulta dei senatori del regno: una decisione ribadita nel 1848. A Torino il possesso del Vulcano dell'Isola del Sole più che una speranza era e rimaneva un programma. 
La famiglia “allargata” di Vittorio Emanuele II
Re Vittorio aveva una vita privata più lineare, persino monocorde, di quella solitamente narrata. La Consorte, Adelaide, era morta nel 1855 nel travagliato ottavo parto in soli 11 anni dalle nozze. Dei figli maschi le sopravvissero Umberto, principe di Piemonte, duca di Savoia e poi Re di Sardegna e d'Italia; Amedeo, duca di Aosta e poi Re di Spagna; e Oddone, duca di Monferrato (1846-1866). Duca di Savoia, dal 1847 Vittorio Emanuele aveva instaurato un rapporto uxorio con la quattordicenne Rosa Vercellana. A suo modo le rimase fedele “usque ad mortem” al di là degli “incontri casuali”, all'epoca consueti non solo per sovrani ma per militari di terra e di mare, commercianti, esploratori e anche per politici, sia stanziali (Cavour ne è un esempio) sia erratici (come Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Francesco Crispi...).
Dalla “Bella Rosina” (dall'11 aprile 1859 contessa di Mirafiori e di Fontanafredda) Re Vittorio ebbe Vittoria ed Emanuele Alberto Guerrieri (che lo seguì nella campagna del 1866 contro l'Austria). In pericolo di vita, il 7 novembre 1869 il Re sposò Rosa con rito religioso e il 7 novembre 1877 con rito civile: matrimonio morganatico, cioè senza senza effetti dinastici, benché la sposa avesse titolo di “Altezza”. Esclusa dal Pantheon (“tomba” provvisoria del Re, come poi di suo figlio, Umberto assassinato a Monza a soli 56 anni) Rosa venne poi deposta nel “piccolo Pantheon” appositamente fatto edificare dai suoi eredi a Mirafiori (16 metri di diametro). Molti trovarono curiosa l'insegna scritta sul suo frontone, “Dio, Patria, Famiglia”, sia poiché essa era cara a Mazzini, sia perché Re Vittorio, come Cavour, era stato scomunicato per la “debellatio” dello Stato Pontificio e la sua famiglia era un po' “allargata”. La figlia, Vittoria, sposò il primo aiutante di campo del Re. Alberto impalmò la figlia del dovizioso conte di Larderel e si affermò come enologo di fama europea, come già il marchese Tancredi Falletti di Barolo. Sulla sua traccia proseguì Gastone Guerrieri di Mirafiori, deputato nazionalista e senatore. 
Il “vecio” Etna a Carzano,  dopo Caporetto...
Già decorato durante l'“impresa di Libia”, asceso a generale Donato Etna si condusse con valore nel corso della Grande Guerra. Legò il nome a due sue battaglie, una azzardata (rimasta nell'oblio), l'altra (la ritirata dall'Isonzo al Piave), ove nel disastro generale rifulse il suo valore. La prima fu il “sogno di Carzano”, più volte narrato come possibile “sfondamento in Trentino” un mese prima di Caporetto, “occasione perduta” secondo il “memoriale” di Cesare Pettorelli Lalatta. In sintesi, per quanti già non conoscano la vicenda, dall'agosto 1917 un militare sloveno prese contato con Pettorelli per informare sui piani austro-ungarici e caldeggiare un'offensiva italiana in quello che era ritenuto settore debole della difesa austro-ungarica. Dopo ulteriori contatti e tergiversazioni, il piano venne proposto al Comandante Supremo, Luigi Cadorna, che ci rifletté e infine autorizzò l'azzardo. La filiera fece capo proprio al generale Etna, comandante della XVIII Divisione, che però ebbe al seguito ufficiali nominati da poco nei rispettivi ruoli. Mancò un vero progetto. A ben vedere su quel tratto non si sfondava proprio nulla per due motivi chiarissimi a Cadorna: in primo luogo lì l'Austria poteva essere ferita ma non penetrata e vinta. In secondo luogo ormai si era esaurita l'offensiva generale d'agosto sulla Bainsizza. Lo sforzo era stato enorme. Come l'anno prima, anche nel 1917 l'Italia era stato l'unico Paese ad avanzare in territorio nemico. L'Austria-Ungheria fu sull’orlo del collasso. A salvare gli Imperi Centrali fu il crollo della Russia, in preda alla rivoluzione bolscevica innescata da Lenin trasferito dai tedeschi in vagone piombato dalla Svizzera, con le trame del “Grande Parvus”.
Cadorna, stratega autentico come ha documentato suo nipote Carlo in “Caporetto. Risponde Cadorna” (ed. BCSMedia), aveva una visione europea della guerra. La “missione Carzano” finì come prevedibile. Il primo a non crederci fu proprio Etna, che appesantì le truppe con i “fardelli” per attestarsi quale eventuale “testa di ponte” in attesa di rinforzi che però il Comando Supremo non poteva inviare perché li avrebbe distolti dal fronte principale. A conclusione la VI Armata venne sciolta e fusa con la I. Il “Capo” aveva ragione. Proprio sull'alto Isonzo alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 si scatenò l'inferno che costrinse all'arretramento del fronte come narrò Luigi Cadorna in “La guerra alla fronte italiana” (BastogiLibri, 2019). Tra i migliori comandanti nella lunga sanguinosa e spesso eroica battaglia di arresto del nemico vi fu proprio Donato Etna, molto apprezzato dal nipote, Vittorio Emanuele III, che stimava quello “zio”, gli era sinceramente affezionato e gli conferì decorazioni e riconoscimenti. Del resto proprio Etna era stato tra i migliori nell'organizzazione delle difese del Monte Grappa, fulcro della difesa italiana contro l'avanzata nemica e della riscossa del 1918.  
Il 14 ottobre il sessantenne generale Etna guidò l'avanguardia dell'Esercito italiano nella battaglia finale di Vittorio Veneto e meritò la medaglia d'argento. Poi al comando del corpo di armata di Torino, nel 1919 fu esonerato perché intimò perentoriamente il rilascio degli ufficiali che si erano dichiarati favorevoli all'impresa di d'Annunzio a Fiume. Candidato alla Camera senza successo per la Lista della Vittoria nelle elezioni del novembre di quell’anno, il “Vecio Etna” guadagnò ampio seguito tra gli alpini e quanti temevano la rivoluzione rossa, che non era una fiaba ma una minaccia vera, come si vide con l'attacco della Russia di Lenin e Stalin alla Polonia in coincidenza con l'occupazione delle fabbriche nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova. Prefetto ad Alessandria (febbraio-luglio 1923), piazza strategica sull'asse Torino-Genova all'avvento del governo Mussolini (31 ottobre 1922), e commissario al Comune di Torino nel 1925, nel 1933 Etna fu creato senatore del Regno.  Così raggiunse alla Camera Alta i Principi del sangue e tanti generali, ammiragli, politici e imprenditori che avevano avuto ruolo protagonistico dall'intervento alla Vittoria.
...e per fermare lo spopolamento delle aree montane
Al centro della sua attenzione rimasero le ripercussioni negative dello spopolamento delle montagne sull’efficienza delle truppe alpine e sulla difesa della frontiera montana. Nel 1930 ne parlò al I congresso piemontese di “economia montana”: un assillo che non è né di destra né di sinistra. Era ed è un problema vero e serio. Lo divenne ancor più dopo la guerra del 1940-1945 quando le valli furono teatro di tanti conflitti: quello italo-francese del 1940-1943, il franco-italiano del 1944-1945, il germano-francese del 1943-1945 e, non ultimo, quello fratricida tra italiani dal 1943 al 1945. Un groviglio che richiede pazienza e pacatezza per essere districato in tutte le sue implicazioni e conseguenze. Gli “americani”, pochi ma in posizione chiave, stavano a guardare. 
Scrivere di storia è facile trincerati fra libri. Altra cosa è farla. Costa lacrime e sangue. Perciò chi scrive deve sentire rispetto per le Persone di cui scrive. A distanza di tanto tempo si possono indicare tra gli eredi morali di Donato Etna uomini che si batterono per la liberazione del Piemonte da invasori di ogni genere e per la restaurazione dello Stato. In Piemonte la “nazione” esisteva da secoli, proprio grazie a Casa Savoia che aveva inoculato il senso di appartenenza e di condivisione. Le sue antiche insegne vennero rialzate dall'eroico generale Mario Perotti, fucilato al Martinetto di Torino, da Enrico Martini “Mauri”, Icilio della Rocca, Edgardo Sogno, Alessandro Trabucchi e da Aldone Quaranta, comandante militare della I Divisione “Giustizia e Libertà”, massone, figlio e nipote di illustri “Fratelli”. Fu lui a scrivere l'ordine di scioglimento della IV Armata dettato dal generale Mario Vercellino, grazie al quale i subordinati non poterono essere accusati di diserzione. 
A differenza dei conti di Mirafiori, Donato Etna, non prese moglie. Sposò l'esercito. Dopo la caduta della monarchia, non ebbe neppure “eredi morali”.  La sua Italia, grande e generosa, andava dimenticata. Motivo in più per ricordarlo ottant'anni dopo la morte. Fu il “vecio” che vestì gli alpini di verde, poi mutato nel grigioverde. Col suo vulcanico cognome insegnò la continuità montana dell'Italia, dalle valli dell'Italia settentrionale alla dorsale appenninica, dagli Abruzzi e Molise, bacino storico di truppe alpine, ai monti siciliani. Donato Etna, figlio di Vittorio Emanuele II e della “maestrina di Frabosa”, insegna che l'unità orografica della “Saturnia Tellus” è tutt'uno con quella morale della “itala gente da le molte vite”.
Aldo A. Mola

“25 APRILE 1945” 
CONTI, RACCONTI E STORIA DELLA LIBERAZIONE DALLA GUERRA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 aprile 2019, pagg. 1 e 11.

“25 APRILE 1945” CONTI, RACCONTI E STORIA DELLA LIBERAZIONE DALLA GUERRA di Aldo A. MolaUna guerra mondiale fa
Dalle ore 14 del 2 maggio 1945 scattò la resa dei tedeschi in Italia agli anglo-americani, presente il generale Aleksei Kislenko per conto di Stalin. Il “rito” era stato celebrato il 29 aprile nella Reggia di Caserta. Fu un “patto” tra militari, tutti consci del  loro duro “mestiere”. I germanici s’impegnarono a deporre le armi nei “campi” indicati dai vincitori, ove vennero trattenuti per anni. A trattare sottobanco per conto loro era da mesi il comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. Le guerre sono così. Gli Stati le dichiarano. Tocca ai militari farle. Chi prevale detta le condizioni. I “nemici” si scambiano i prigionieri. Poi si ricostruisce. Nella generalità dei casi i “guerrieri” si conoscono, di persona, per intermediari o per studi. Portano sulle spalle il corso della Storia. Quanti, ignari, ne vengono travolti soffrono e ricordano la loro personale esperienza, circoscritta nel tempo e nei luoghi. È quanto accade dal 1945. Da quel tempo le guerre non si dichiarano nemmeno. Si fanno. Senza preavviso per nessuno. Perciò quando se ne scrive o parla è difficile passare dalla “memoria” individuale alla visione generale degli eventi e, ancor più, dalla storia alla metastoria, dalla somma dei fatti alla percezione del loro significato ultimo, recondito, impenetrabile. Lo accennò Socrate quando venne condannato a bere la mortale pozione di cicuta. I “provvidenzialisti” (alla Alessandro Manzoni) “giustificano” le sofferenze (altrui). Gli storici se ne astengono. Non hanno neppure la debolezza di credere alla hegeliana (poi marxiana) “filosofia della storia”. Si riconoscono in Giacomo Leopardi che dette voce al canto notturno di un pastore errante sui monti dell'Asia e contemplò lo “sterminator Vesevo”, le catastrofi naturali, al cui confronto la capacità distruttiva degli umanoidi è piccola cosa, con buona pace degli “ambientalisti”, con o senza treccine, dimentichi che per millenni i loro simili si sono uccisi con selci levigate e coltelli, utili anche a decortirare corpi vivi, se ben maneggiati. 
Quel 2 maggio 1945 in Italia la guerra finì. Da pochi giorni gli anglo-americani avevano fatto irruzione in Emilia-Romagna per superare il Po, spingersi verso il confine orientale e fermare le straripanti ambizioni degli jugoslavi, ancora a mezza via tra Stalin e il troppo celebrato Churchill. Per loro la guerra in Italia era finita da giorni. Il “resto”, cioè le divisioni tedesche ancora attestate in Italia, soprattutto a ovest, sarebbe caduto “per manovra”. Erano in una tenaglia: gli americani (pochissimi) al di là delle Alpi, la Germania ormai nel caos. Secondo la cronologia, che è l'“attaccapanni” della Storia, Berlino cadde e Hitler si uccise  quando la 34^ divisione germanica era ancora attestata sul versante orientale delle Alpi Marittime. Si ritirò in assetto di combattimento. Non si arrese ai “partigiani” ma agli anglo-americani e represse attacchi inconsulti secondo le leggi di guerra.
Il trauma dell'Italia settentrionale
Nel frattempo il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia (CLNAI) diramò la direttiva “Aldo dice 26 x 1”, cioè l'insurrezione generale delle forze partigiane organizzate nel Corpo Volontari della Libertà (CVL), ribadito dai CLN regionali. In alcune città importanti i partigiani precorsero l'avanzata degli anglo-americani. Fu il caso di Genova, ove ottennero la resa dei tedeschi. I germanici in ritirata lasciarono con le spalle al muro la Repubblica sociale italiana, sorta sotto la loro tutela nel settembre 1943 con a capo Benito Mussolini, tornato al suo originario socialismo repubblicano. Il passaggio dalla guerra al dopoguerra nell'Italia settentrionale fu traumatico e in molte regioni centro-meridionali tuttora non è compreso. È ingenuo pensare di rimuoverlo affermando che parlare di fascismo e comunismo è anacronistico. Ogni persona davvero adulta fa i conti quotidianamente con la propria vita. Del pari, un popolo che non la l' “esame di coscienza” è condannato a rimbambire. Perciò almeno una volta l'anno è necessario riflettere sulla “via crucis” di fine aprile-inizio maggio 1945 e con l'arrivo degli Alleati, che insediarono la loro amministrazione militare a controllo dei Comitati di liberazione (tema scabroso, poco studiato, di solito obliato).
La macabra “conta” dei caduti
Fra le molte stranezze di questo anniversario della fine della guerra in Italia irrompe la “conta” di quanti italiani combatterono effettivamente contro l'occupazione germanica e il governo della RSI. Il primo a parlarne senza bisogno di archivi e cattedratici fu Ferruccio Parri, comandante delle formazioni Giustizia e Libertà, al Teatro Eliseo di Roma il 13 maggio 1945. La mera esposizione di numeri è però irrilevante se non si accompagna alla loro almeno sommaria contestualizzazione. Perciò giova una sintesi degli eventi, forzatamente rapida.
Nel 1942 gli iscritti al Partito nazionale fascista raggiunsero l'apice. In Italia era diffusa la convinzione che l'Asse Berlino-Roma-Tokyo avrebbe piegato l'Unione sovietica e vinto la guerra. Si dimenticava che l'Urss e il Giappone non si erano affatto dichiarati guerra. Ognuno faceva la propria. Come già nel 1915-1918, il governo Mussolini non ebbe affatto chiaro quale fosse la sua o ne coltivò una visione minimalistica. Malgrado le ristrettezze imposte e la perdita dell'intera Africa Orientale, la partita contro la Gran Bretagna sembrava ancora aperta nell'Africa settentrionale, grazie a Rommel, il “camerata Richard, benvenuto”. Germania e Italia avevano anche occupato la Francia meridionale, in tanta parte “collaborazionista”. Pochi mesi dopo, la svolta: la riscossa della “guerra nazionale” russa, lo sbarco anglo-americano in Mauritania in Marocco e Algeria, la rovinosa ritirata dall'ARMIR dal fronte russo, il primo sciopero nelle grandi fabbriche dell'Italia settentrionale, l'annientamento delle residue forze italiane oltre mare, la richiesta del Gran Consiglio del Fascismo al Re di riprendere tutti i poteri statutari, la sostituzione di Mussolini con il Maresciallo Pietro Badoglio, le rumorose manifestazioni di piazza contro il fascismo, ormai in liquidazione e infine la fatua illusione che il Paese fosse ormai uscito dal conflitto. Al governo Badoglio toccò la partita più difficile: ottenere che l'Italia potesse arrendersi “senza condizioni”, cioè in termini così umilianti da essere coperti dal segreto. Mentre Badoglio trattava, i tedeschi la occuparono in forze, per sfruttarne risorse e uomini e tener lontana la guerra dai loro confini. L'armistizio del 3-29 settembre 1943 stabilizzò la linea di combattimento poco a nord di Napoli, anche perché gli anglo-americani già programmavano lo sbarco in Normandia, chiesto perentoriamente dall'URSS, e non volevano rimetterci altro. Lo raccontano “La Pelle” di Curzio Malaparte e le “Am-lire”. 
Dopo l'annuncio dell'armistizio, il trasferimento del re e del governo in Puglia e la costituzione dello Stato repubblicano d'Italia (poi Repubblica sociale italiana) sotto ruvido controllo germanico, quanti (pochissimi) si erano schierati pubblicamente contro il regime si trovarono in pericolo di vita e dovettero darsi alla clandestinità. Rafforzati da militari fedeli al giuramento al re e da sbandati delle disciolte armate impossibilitati a rientrare nell'Italia centro-meridionale, i politici dettero vita a bande che, secondo la valutazione  più ottimistica nel tardo autunno del 1943 ascesero a circa 8-9.000 uomini. L'inverno non ne aumentò la forza, anche perché la repressione politica della RSI risultò subito efficiente. Anche al Sud e persino in Roma tedeschi e repubblicani sapevano come e dove cercare il “nemico interno”. Fu il caso del monarchico Giuseppe Cordero di Montezemolo, capo del fronte militare clandestino, e del massone Placido Martini (ne scrive Francesco Guida nel saggio sui massoni assassinati alle Ardeatine). Molti suoi futuri protagonisti entrarono nella guerra partigiana solo dopo lo sbarco americano ad Anzio, nella certezza che sarebbe stato risolutivo. In “Un romano fra i ribelli” Aldo Sacchetti, resistente dal settembre 1943, ricorda che Nuto Revelli aderì a “Giustizia e Libertà” solo a metà  febbraio del 1944, dopo lo sbarco  anglo-americano tra Nettuno e Anzio, che lascio erroneamente presagire chissà quale avanzata. 
Le vicissitudini delle “Bande” 
I “rastrellamenti” della primavera 1944 misero a dura prova le “bande”. I tedeschi non incalzarono perché impegnati sul fronte sud. Il 4-5 giugno Clark tentò di “rubare la scena” ad Eisenhower anticipando di un paio di giorni l'ingresso in Roma rispetto allo sbarco in Normandia. Ne scrive Gabriele Ranzato in “La liberazione di Roma. Alleati e Resistenza” (ed. Laterza). A inizio estate le valli si riempirono di giovani senz’armi né preparazione bellica. Dilagava la certezza della liberazione imminente, grazie a un secondo sbarco sulla costa settentrionale italiana. Ma questo avvenne a metà agosto e in Normandia. Nei mesi seguenti l'avanzata degli Alleati ristagnò. Si fermò sul crinale appenninico. Il maresciallo britannico Harold Alexander invitò i partigiani alla “stasi invernale”. La “bande” (che avevano assunto nome di brigate e di divisioni senza aumentare di molto gli effettivi) in gran parte si dissolsero. Il rientro degli “ometti” nella vita ordinaria fu favorito dalla “amnistia” promulgata da Mussolini il 28 ottobre 1944.
 Dall'aprile di quell’anno Vittorio Emanuele III era stato costretto ad annunciare che avrebbe trasferito tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, al quarantenne Umberto di Piemonte, la cui consorte Maria José dal settembre 1943 era riparata in Svizzera con tre figlie e Vittorio Emanuele principe di Napoli: “riserva aurea” della continuità della monarchia, ovvero dello Stato che aveva ottenuto di arrendersi sul fianco meno doloroso per il futuro degli italiani. 
Raffaele Cadorna al comando del Corpo Volontari della Libertà
Al termine di complesse alchimie il governo stipulò l'intesa con il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia (comprendente i rappresentanti di liberali, democristiani, socialisti, comunisti e partito d'azione). Le formazioni partigiane avrebbero ricevuto ingenti soccorsi finanziari e aumento di aviolanci di armi ma sarebbero state agli ordini di un Comando, comprendente, sì, i rappresentanti dei partiti, ma affidato al generale Raffaele Cadorna (Pallanza, 1889-1973).
In questo anniversario del 25 aprile 1945 merita ricordare che suo nonno, Raffaele, aveva comandato l'Esercito italiano che irruppe in Roma il 20 settembre 1870. Suo padre, Luigi, era stato Comandante Supremo nella Grande Guerra (ne ha scritto Carlo Cadorna nel recentissimo “Caporetto. Risponde Cadorna”, BCSMedia). Il suo elogio venne pronunciato da Ferruccio Parri nel citato discorso del 13 maggio: alla guida del movimento di liberazione rappresentò “quello che c'era di migliore, di salvabile e di onorevole nelle vecchie tradizioni militari italiane. Per assumere il compito di “consigliere militare” e poi di comandante del CVL, non esitò a farsi paracadutare in Val Cavallina,nel Bergamasco, ove era atteso da Fiamme Verdi, che lo scortarono a Milano.   
La “guerra fratricida”. Come Giovanni Agnelli finì alle “Nuove”
Nei mesi seguenti la lotta tra fascisti e antifascisti divenne più mirata, implacabile, atroce. Guerra fratricida. Vi si mescolarono “questioni private” (come narrò Beppe Fenoglio), geometrie variabili ideologiche e giganteschi intrecci per la tutela degli impianti industriali (a cominciare dalla produzione di energia elettrica) in vista del dopoguerra. Migliaia di militanti delle opposte fazioni si scontrarono e si eliminarono nei giorni del “furore”: formula di Giorgio Agosti, il magistrato torinese, pro tempore questore di Torino, che auspicava una “San Bartolomeo dei repubblichini”. Secondo Gianni Oliva (“La grande storia della resistenza, 1943-1948”, ed. Utet)  i “repubblichini” (talora spacciati per tali) eliminati nei giorni cruciali furono circa 25.000. Un “regolamento di conti” affiancato dalle sentenze dei tribunali partigiani che irrogarono fucilazioni con appello e riesame entro sei ore dalla sentenza.
Nel marzo 1945 in forma del tutto arbitraria il comunista Giorgio Amendola annunciò in una sala mensa della Fiat che il CLN regionale del Piemonte aveva decretato la pena di morte per Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta. Nei giorni dello “sfascio totalitario” gli Alleati avvertirono il CLN che avrebbero assunto il controllo di Torino il 5 maggio e che da quel giorno non ci dovevano essere cadaveri per le strade. Benché la sua villa in via Giacosa fosse vegliata da un drappello di “Giustizia e Libertà” il fondatore e presidente della FIAT trascorse la notte alle “Nuove” di Torino, perché, paradossalmente, il carcere era il luogo più sorvegliato a sicuro.
Oltre i racconti, la Storia, Oltre i nazionalismi l'Europa.   
Quegli eventi vanno ricordati tutti, anche perché incisero sui decenni seguenti, che in molti passaggi nuovamente furono di terrorismo politico, drappeggiato e persino “giustificato” con visioni (o meglio deliri) millenaristici, salvifici, comunque estremi. Bastarono manciate di venturieri, spesso eterodiretti, per tenere l'Italia sulla corda lungo un ventennio. Altrettanto era accaduto e durò in Spagna con l'Eta e in Irlanda con l'Ira, le cui connessioni con centrali di destabilizzazione dell'Occidente sono ampiamente documentate.
A conclusione va osservato che l'estremismo è sempre pronto ad alzare la testa. Lo si è veduto in Catalogna, col pretesto dell'indipendentismo nazional-repubblicano in nome di un mai esistito “stato” catalano”. Lo si registra altrove. Chi però osservi pacatamente il flusso della storia constata che la generalità degli abitanti dell'Italia nel 1943-1945 agognò sopravvivenza, cibo e pace, senza farsi incantare da chimere ideologiche. Era la immensa “zona grigia” la cui storia rimane da scrivere. I cittadini ne dettero conferma il 18 aprile 1948, quando Raffaele Cadorna venne eletto senatore come indipendente nelle file della Democrazia cristiana. Fu un plebiscito a favore dell'Occidente, dei principi costitutivi dell'Italia di Cavour, Azeglio, Sella, Giolitti, Einaudi.... Anche in questi giorni gli italiani stanno celebrando un grande referendum. Mentre la “politica” è rissa quotidiana, i cittadini vanno al mare, in montagna, in viaggio all'estero e/o persino nel proprio Bel Paese, così definito dall'abate Antonio Stoppani, un prete patriota. È un segno del rifiuto della “narrazione” di un'Italia rissosa, sprofondata nello psicodramma radio-televisivo. Gli abitanti del Paese Italia ne hanno viste tante. Ora dicono la loro: confidano nel Colle delle Beatitudini. Al timone la società odierna ha la “Generazione Erasmus”, la moltitudine di giovani che dagli Anni Ottanta si affacciò alla realtà internazionale quando ormai il bipolarismo stava crollando e che ora pensa in europeo, senza tentazioni provinciali né tardo-nazionalistiche.    
Aldo A. Mola

L'EDITORIALE
L'ITALIA RICONOSCE IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 aprile 2019, pagg. 1 e 11.

Il Massacro di ScioMeglio tardi che mai: il Genocidio degli Armeni denunciato dalla Camera
Finalmente la  Camera dei deputati della Repubblica italiana (seduta 158, lunedì 8 aprile 2019) ha approvato la mozione Formentini, De Carlo, Dalmastro, della Vedova, Quartapelle, Colucci e altri che impegna il governo a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale”. Voti a favore 382, contro 0, astenuti 43 (i deputati di Forza Italia), applauso finale unanime. Un evento storico? Vedremo. Con il coraggio e l'unanimità che lo contraddistingue in politica estera (e non solo), il governo Conte-Di Maio-Salvini si era rimesso al giudizio dell'Aula. Che cosa farà adesso? Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdogan ha convocato l'ambasciatore d'Italia ad Ankara per esprimergli il “dispiacere” per il voto della Camera: un “altolà” nei confronti di Roma. In Turchia dire che gli Armeni furono vittima di genocidio è reato punibile con arresto e reclusione sino a tre anni. Ne è stato vittima anche il più illustre scrittore turco, Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, che in un'intervista deplorò quello che gli Armeni bollano “grande crimine”.
Il testo della mozione approvato dalla Camera è scritto in italiano approssimativo. Non dice infatti che il genocidio degli armeni (non “armeno”) fu opera dell'“impero turco”. Eppure basterebbe un po' più di precisione linguistica e di dati storici per scongiurare polemiche o mettere in evidenza la doppiezza di chi le solleva. In attesa di vedere quanto farà il governo e, soprattutto, come agirà lo Stato, ricordiamo che l’uno e l’altro sono ben distinti: i ministeri passano, gli Stati durano, con i loro obblighi, assunti non solo per calcolo di costi/benefici, scambi di fichi e noccioline, ma sulla base di principi morali, enunciati dalla Costituzione e dai documenti condivisi dall'Italia, a cominciare dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10 dicembre 1948, dalle Convenzioni e dai Trattati che ne discesero. 
Il lungo silenzio dell'Italia
La solenne condanna del genocidio degli Armeni pronunciata dalla Camera dei deputati è subito scivolata via come acqua sulle pietre: nonostante la sua importanza, infatti, non se ne sono occupati né la Rai (pagata dai cittadini), né i principali quotidiani. D’altro canto il voto parlamentare suona tardivo. Un lungo elenco di Stati condannò, da molto tempo, quel genocidio: Austria, Argentina, Bolivia, Cipro (per metà ancora sotto giogo turco), Francia, Germania, Grecia (secoli di dominazione ottomana), Russia, Svezia, Svizzera, Uruguay e persino il Venezuela. L'Italia arriva solo ora: “Ultimo viene il corvo...”. In attesa del pronunciamento di Parlamento e governo, molti consigli comunali, anche di città non proprio irrilevanti (Roma, Milano, Venezia, Firenze...), già condivisero la risoluzione del Parlamento europeo che aveva esortato il governo di Ankara a riconoscere il genocidio quale premessa per una nuova relazione con gli armeni. Il 23 aprile 2015 la presidente della Camera, Laura Boldrini, ricordò in Aula che quello degli Armeni fu il primo genocidio del Novecento. Lo aveva fatto poco prima papa Francesco (12 aprile 2015), ricalcando la dichiarazione del lontano 2001 di Giovanni Paolo II e del patriarca armeno, e lo ripeté nel corso del suo viaggio apostolico in Armenia nel 2016. Papa Francesco deplorò anche le molte persecuzioni in atto nel mondo contro i cristiani che “vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi, bruciati vivi - oppure costretti ad abbandonare la loro terra”. Tutte “stupidaggini” secondo Erdogan.
Erdogan per un nuovo Califfato turco-centrico? 
Il voto della Camera dei Deputati offre motivo di riflessione sulle due facce di una stessa medaglia. Esso deplora lo sterminio degli Armeni attuato da militari turchi su ordine del governo del Sultano-Califfo della Sublime Porta nel 1915. Non chiama però in causa lo Stato sorto dopo la Grande Guerra né l'attuale governo di Ankara. È quest'ultimo, invece, a sentirsi correo e a respingere con fermezza la taccia infamante di genocidio attuato dall'antico impero turco-ottomano.  
La storiografia cammina sul filo del rasoio della verità dei fatti. Chi perde l'equilibrio rischia grosso. Per comprendere la doppiezza di Erdogan va ricordato che la Turchia attuale non ha alcuna continuità logico-cronologica con il Califfato durato a Istanbul dal 1527 al 1924, quando esso venne abolito da “Ataturk” (massone), fondatore della Turchia moderna, basata  sull'adozione dell'alfabeto latino e dei principi fondamentali di libertà propri dell'Occidente.  Da tempo, però, Erdogan ha fatto e fa rimuovere i ritratti di Ataturk e ne oscura la memoria. Si propone successore di Maometto II e di tutti i Sultani dell'impero turco sino ad Abd-ul-Hamid? Alla radice del suo disegno vi è la rivendicazione del Califfato turco-centrico prospettata dal coltissimo Ahmet Davutoglu, già ministro degli Esteri dal 2009 e primo ministro dal 2014 al 2016? La partita è molto più complicata di quanto venga percepita a Montecitorio e da “farfalloni amorosi” in tutt'altre faccenda affaccendati. Lo ha fatto intendere Mattarella nei “messaggi” mandati dalla Giordania e in specie da Petra: Luce dopo le Tenebre. 
Per comprenderne la complessità giova una ripassata rapida ai “fatti”.
Le radici remote della tragedia armena
Il genocidio degli Armeni da parte del governo turco dell'epoca ebbe inizio con la razzia della loro classe dirigente, consumata a Costantinopoli la notte fra il 23 e il 24 aprile 1915, allorché un migliaio di politici, scrittori e artisti furono arrestati, deportati ed eliminati. Per la Sublime Porta di Istanbul gli Armeni avevano due “vizi” di fondo. Erano di una “razza” diversa dalla loro, ed erano cristiani, una religione incompatibile con l'islam, che annienta gli infedeli e impone la “sottomissione” a quanti vengono temporaneamente risparmiati. Malgrado secoli di dominazione e di repressione, spesso feroce, gli Armeni non si erano mai piegati. Perciò andavano eliminati. Dovevano sparire dalla loro terra. La Turchia doveva essere dei turchi. Il Sultano non poteva sterminare gli europei da “Cos-poli”, ma era deciso a farlo in Anatolia. Fu genocidio. Il primo attuato con le procedure poi usate contro altre minoranze etniche (i gitani, gli ebrei e i “devianti”). I Giovani Turchi (che si erano affacciati alla storia come modernizzatori: alcuni erano anche iniziati e/o infiltrati in logge massoniche) agirono in combutta con ufficiali germanici, nel quadro della Grande Guerra in corso anche nell'antica Mesopotamia, teatro del conflitto tra gli inglesi, comandati da Townshend, e i tedeschi agli ordini del maresciallo von der Goltz. Con una differenza sostanziale. Per questi ultimi, infatti, gli Armeni rappresentavano un pericolo militare, per i turchi essi erano invece un’“infezione”. Col nemico ci si batte e si tratta. Il “virus” va invece azzerato.  
Nei secoli gli Armeni erano stati bersaglio di sanguinose rappresaglie da parte del governo turco. L'Europa stava a guardare. Era avida e vile. Voleva spartirsi l'Impero turco-ottomano, che andava dai Balcani alla Persia, dal Vicino e Medio Oriente alla “Libia”, dall'Eritrea alla Somalia, ma non sapeva come farlo. La diplomazia dell'epoca (inclusa quella italiana) riempiva scatoloni di carte geografiche e di frenetiche corrispondenze per la fatua contesa di pochi chilometri quadrati di coste, isolotti, quisquilie, ma non andava al dunque. Il “grande malato d'Oriente” faceva comodo a chi voleva comunque impedire alla Russia di affacciarsi sul Mediterraneo, uscire dagli Stretti e addirittura arrivare all'Adriatico tramite i serbi. All'epoca come oggi. Meglio il Sultano che lo Zar. 
Gli Armeni furono vittime del cinismo della Santa Alleanza (1815), alla quale (va ricordato) non aderì il Papato proprio perché non non ne condivideva metodi e scopi: il mercato dei popoli. Quale fosse la sua miseria morale emerse dall'abbandono dei cristiani alla vendetta dei turchi. Lo scrisse  Giovanni Berchet (1783-1851) nell'appassionato poemetto I profughi di Parga, pubblicato a Parigi nel 1823.  Il lungo Ottocento (segnato dalla guerra anglo-franco-turca, con ex post celebrata adesione del regno di Sardegna, contro la Russia) fu costellato da tentativi di imporre alla Sublime Porta un minimo di rispetto dei cristiani. Alcune plaghe (Romania, Bulgaria...) da secoli sottoposte al suo dominio ebbero indipendenza con sovrani catapultati dall'Europa centrale quali garanti di equilibrio tra le potenze. Spesso non conoscevano la lingua dei loro “sudditi” e allestirono residenze reali di stile avito, con materiali fatti venire dalle loro terre. Comunque erano meglio dei turchi e dei loro segugi. Al proprio interno Istanbul continuò a fare quel che meglio credeva per circoscrivere e quando necessario estirpare la “malapianta” armena. Allo scopo organizzò anche corpi speciali di curdi. Alimentare la gara famelica tra sottoposti è sempre stata arte del “padrone”.
Gli Armeni furono vittime designate, malgrado la “costituzione” garantista promulgata dal Sultano nel 1876 con il consiglio dell'armeno Midhat Pascià. Un mero paravento. Il loro “irredentismo” fu ripetutamente schiacciato, nel 1860, nel 1887-1890 e nel 1895-1896 quando ne vennero massacrati almeno 100.000. Nel 1897 lo denunciò Giosue Carducci, poeta e vate della Terza Italia, in versi attualissimi, “La mietitura del turco”: “Il Turco miete. Eran le teste armene/ che ier cadean sotto il ricurvo acciar:/ ei le offeriva boccheggianti e oscene/ a i pianti dell'Europa a imbalsamar// Il Turco miete. E al morbido tiranno/ manda il fior de l'elleniche beltà./ I monarchi di Cristo assisteranno/ bianchi eunuchi a l'arèm del Padiscià”.
Nell'ottobre del 1911, su impulso di Vittorio Emanuele III, il governo presieduto da Giovanni Giolitti dichiarò guerra all'impero turco per tutelare gli italiani di Tripolitania e Cirenaica. L' “impresa di Libia” fu e rimane l'apice della Terza Italia. Roma decise senza chiedere permesso né agli alleati (Vienna e Berlino), né alla Francia e neppure, caso unico, alla Gran Bretagna. Tre giorni dopo l'inizio delle operazioni Vittorio Emanuele III domandò al presidente del Consiglio Giolitti che cosa ne avrebbe pensato l'Inghilterra. Ormai era fatta. E così andò avanti, con la liberazione di Rodi e del Dodecanneso dal secolare e mai rimpianto giogo ottomano. Poi, con l'avvento di Salandra e di Sidney Sonnino, la politica estera divenne miope e opaca. Lo rimase a lungo. È sintomatico il silenzio della stampa italiana dell'epoca sull'ecatombe degli Armeni nel 1915-1916. Non se ne trova traccia nella “Illustrazione Italiana”, la più patinata e prestigiosa rivisita dell'epoca, una sorta di “televisione” della borghesia: che apprende solo quel che le viene detto. 
Il 13 ottobre 1921 la micro-repubblica di Armenia fu riconosciuta da Mosca quale componente della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, spacciata da Lenin come liberazione dei popoli e finita con la repressione sia di quelli compresi negli antichi confini dell'impero zarista sia di quelli via via soggiogati sino alla oggi dimenticata “cortina di ferro” scesa da Stettino a Trieste all'indomani della seconda guerra mondiale.
Agli Armeni non rimase che la diaspora, sorte analoga a quella di altre minoranze etniche e religiose perseguitate nel corso del tempo. In Italia una loro importante comunità prese stanza nell'isoletta di San Lazzaro, a Venezia. I flutti chi si adagiano sul suo bordo sono gli stessi dell'amarissimo mare della loro indimenticabile terra. L' “isola” è un “destino” in attesa dell'Apocalisse.  
Ankara e Tursun Bey: gli Armeni paradigma della Storia
Secondo Ankara gli Armeni non sono mai stati bersaglio di persecuzione etnica e/o religiosa. Furono semplicemente “trasferiti” quando costituivano una minaccia per la sicurezza nel corso della guerra. Molti morirono di fame e di sete solo perché non si erano organizzati per la “marcia” attraverso il deserto.  Colpa loro. L'imponente documentazione della sorte agghiacciante alla quale andarono incontro venne cancellata. Le fotografie delle impiccagioni, delle fucilazioni, degli altri orrori furono quasi tutte distrutte. Ankara si spinse a vantare di aver salvato gli Armeni dall'odio dei bizantini novecento anni prima. 
La magnanimità degli islamici nei confronti degli infedeli è bene espresso da Tursun Bey in “La conquista di Costantinopoli”  nel 1453 (Mondadori).  Sterminati i difensori, i vincitori capitanati da Maometto II “spinsero nella strada e nei mercati giovinetti greci e franchi, russi e ungheresi, cinesi e tartari: rubacuori, schiavi belli come la luna e fanciulle dall'ombelico di cristallo”. Tra i militari prigionieri i più vennero “passati al filo della spada della legge”. Altri vennero lasciati vivi “per essere sfruttati nel lavoro”. In onore del dio clemente e misericordioso dell'islam. Lo stesso che nel 1822 dettò la sorte degli abitanti di Chio (isola greca) ove vennero uccisi i bambini inferiori ai tre anni e superiori ai dodici, tutti gli uomini e le donne con più di 40 anni. Il resto era “utile”.  
Sta ora al governo, a questo governo Conte, tradurre in atti dello Stato la mozione votata dal Parlamento che riconosce e proclama il genocidio degli Armeni da parte dei turchi: quelli del 1915, non gli attuali, a loro volta vittime del regime di Erdogan, indurito dopo il farsesco “colpo di Stato” di una notte di agosto di molti anni addietro. Ma non fa molto sperare la miriade di leggi che rimangono da attesa di norme attuative.
In Italia gli Armeni sono poche migliaia. Motivo in più per dichiararsi solidali con loro come con tutte le minoranze discriminate, per tutelarne identità e memoria: sono paradigma della “cristianità” cara a Cesare Balbo, della Storia universale, di “popoli dimenticati”. Uno specchio dell'Italia di ieri e della sorte che incombe su chi dimentica il passato.
Aldo A. Mola

IL “CASO CADORNA”
PARADIGMA DEL “DIFFEREND” IN ITALIA TRA “POLITICI” E FORZE ARMATE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 aprile 2019, pagg. 1 e 11.

Cadorna   Nel 70° della NATO il presidente degli USA, suo “socio di maggioranza”, richiama ruvidamente l'Italia a investire il dovuto per la difesa, come richiesto dal Trattato. Incontra il consenso del Presidente Mattarella, capo delle Forze Armate, come lo era il Re, che comandava le forze di terra e di mare. I “militari” tacciono. I “politici” si voltano da un'altra parte. Nulla di nuovo sotto il sole italiano. Dall'Unità i governi hanno sempre speso il meno possibile per lo “strumento militare”, salvo imporgli imprese al limite dell'impossibile. Crispi pretese troppo nella prima rovinosa guerra d'Africa (1893-1896), Giolitti sottovalutò la durata dell'impresa di Libia (1911-1912). Peggiori furono Salandra e Sonnino che nell'aprile-maggio 1915 gettarono l'Italia nella grande fornace della guerra europea sbagliando tutte le previsioni. Anch'essi chiesero al Capo di Stato Maggiore, Luigi Cadorna, di farsi carico di condurre una guerra offensiva, senza mettergli a disposizione lo stretto necessario: armi, magazzini, crediti... e, ciò che più conta, una condotta lineare della politica estera, indispensabile per un Paese che nel conflitto entrò dopo essere stato per una settimana alleato di tutti, salvo poi denunciare un'alleanza che durava dal 1882.     
  Elevato a Comandante Supremo, Cadorna era destinato a divenire il primo e principale capro espiatorio in caso di sconfitta o anche solo di qualche ripiegamento. Il “caso Cadorna” è il paradigma del secolare “différend” tra “politici” e Forze Armate. Perciò è stato ancora una volta demonizzato nei molti recenti libri sulla Grande guerra o largamente eluso, a parte alcune relazioni del convegno “La Guerra di Cadorna”, i cui Atti sono ora pubblicati dall'Ufficio Storico dello SME. A gettare più luce sulla vicenda è la “Giornata Cadorna”, organizzata dai Comuni di Verbania e di Miazzina con la collaborazione della Associazione di studi storici “Giovanni Giolitti” (Cavour), in programma oggi, 7 aprile 2019, al Mausoleo e nel salone di Villa Giulia, a Pallanza, culla della Famiglia Cadorna, le cui vicende sono state minuziosamente ricostruite da studiosi illustri, quali Marziano Brignoli e Silvia Cavicchioli.    
   Verbania è un luogo unico nella geostoria d'Italia. Altre aree del Paese sono una sorta di vivaio di militari illustri. È il caso dell'Alessandrino, che dette i natali, fra altri, ai Capi di Stato maggiore generale e marescialli d'Italia Pietro Badoglio, originario di Grazzano, e Ugo Cavallero, di Casale Monferrato, mentre di Spigno Monferrato fu Paolo Spingardi, comandante del Corpo dei Carabini eri e ministro della Guerra con Giolitti. Verbania fece di più. In due sue frazioni nacquero i due militari più emblematici dell'Esercito italiano nella prima guerra mondiale: Luigi Cadorna, appunto, e Luigi Capello. Difficile immaginare due personalità così diverse, unite dalle Stellette nella devozione allo Stellone d'Italia, ma al tempo stesso differenti per formazione e vocazione. Cadorna, di schiatta patrizia, nacque in una famiglia che aveva dato al Regno di Sardegna suo zio Carlo, avvocato liberale, apprezzato da Camillo Cavour, ministro, senatore, e suo padre, Raffaele, generale, comandante dell'Esercito che il 20 settembre 1870 irruppe in Roma e debellò lo Stato Pontificio. 
Avviato alla carriera militare da quando entrò a soli dieci anni nella Scuola Theulié di Milano, monarchico e liberale, Luigi Cadorna fu cattolico osservante ed esigente verso sé stesso e i suoi stretti collaboratori, sempre nella rigorosa separazione tra Stato e Chiesa, in linea con i Re d'Italia. Luigi Capello, di famiglia piccolo borghese, a sua volta fu  allievo da adolescente in un Convitto militare, e poi scrisse articoli e saggi pesantemente critici contro l'ordinamento dell'Esercito, proponendone la sostituzione con la “nazione armata”, antico sogno più mazziniano che garibaldino. Entrambi si guadagnarono gradi e ruoli grazie alle competenze e al valore mostrati “sul campo”. Come per congiunzione astrale i due si trovarono nei ruoli apicali dell'Esercito italiano nel corso della Grande Guerra. Cadorna, come già detto, da capo di Stato maggiore e poi da Comandante Supremo;  Capello quale generale divisionario, poi di corpo d'armata e infine della II Armata, la più grande mai esistita dall'Unità a oggi: circa 900.000 uomini, un’immensa “città militare”. Cadorna (come bene argomenta suo nipote Carlo in “Caporetto, risponde Cadorna”, ora edito da Cesmedia) era lo stratega: vedeva l'esercito italiano nell'ambito della guerra europea. Ne conosceva a fondo ogni minimo aspetto. Quando gliene venne addossato il comando esso aveva 750.000 fucili modello 1891 e 1.200.000 altri arnesi antiquati, con scarse munizioni. L'unica fabbrica abilitata a produrne, la Terni, ne sfornava 2.500 al mese. In vista dell'intervento bisognò armare oltre 800.000 uomini in poche settimane; nel prosieguo, ne vennero inquadrati cinque milioni e mezzo. In quotidiano conflitto con il governo, che gli lesinava tutto, Cadorna fu l'artefice dello “strumento militare”. Poiché fu l'Italia a dichiarare guerra all'impero austro-ungarico egli dovette condurre l'offensiva, con riserva di arretrare quando necessario perché il confine, risalente al lontano 1866, era lunghissimo e svantaggioso: un cannone ogni chilometro, mitragliatrici del tutto insufficienti, uomini esposti al fuoco del nemico arroccato su posizioni munitissime e pronto da mesi a rintuzzare ogni assalto.
Capello, invece, era ansioso di “agguantare” l'avversario e di batterlo. Proiettato all'offensiva: tattico molto più che stratega.
   La diversità di vedute fu all'origine di quello che Cadorna definì il “disastro” di Caporetto: la sconfitta nella dodicesima battaglia dell'Isonzo, costata circa 30.000 morti, altrettanti feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 sbandati e l'arretramento del fronte sino “alla Piave e al Grappa”: non una “rotta” (a differenza di come è stata e ancora viene narrata), ma una battaglia come tante se n’erano combattute nella Grande Guerra. In venti giorni, il 9 novembre, essa si risolse nell'arresto del nemico, grazie alle misure da tempo studiate da Cadorna, nella lunga riorganizzazione delle file e nella riscossa dell'anno seguente, culminata nella vittoria, coronata con la resa degli austro-ungarici il 3 novembre 1918.
   Nelle settimane precedenti l'offensiva austro-germanica (24 ottobre 1917) Cadorna impartì ordini perentori: il passaggio alla difensiva in vista della possibile stasi invernale; ma Capello continuò a rimanere sino all'ultimo sbalestrato in avanti, pronto a scatenare la contro-offensiva.
   L'immagine del generale Luigi Cadorna è in massima parte debitrice di quanto ne scrisse Angelo Gatti nel “Diario”, dall'autore lasciato inedito e pubblicato nel 1964 a cura di Alberto Monticone (il Mulino). Collaboratore della “Gazzetta del Popolo” di Torino e poi del “Corriere della Sera”, conferenziere brillante e saggista di successo, Gatti (Capua, 1875-Milano, 1948) aspirò a scrivere una storia della partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra, un'opera su Caporetto (prima avallata poi vietata da Mussolini, perché “non era tempo di storia ma di miti”) e una biografia del Comandante Supremo, che nel marzo 1917 lo aveva chiamato a dirigere l'ufficio storico dell'Esercito. Dopo l'improvvisa morte della giovane moglie, Emilia Castoldi (1927), Gatti passò dalla storiografia alla narrativa, con romanzi autobiografici di successo (Ilia e Alberto, 1931; Il mercante del sole, 1942; L'ombra della terra, 1945). Non sappiamo se e come avrebbe dato alle stampe il “Diario”, talora indulgente ad affermazioni molto più che discutibili e persino a pesantissime insinuazioni, per esempio a proposito della “non riuscita del matrimonio” di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Nella sua superiore discrezione lo avrebbe certo emendato dal superfluo e dal vano. Indigna leggervi il ritratto di Vittorio Emanuele III (“piccolo, magrolino, bianco-grigio, come un uccellino scodinzolante”, con “salterelli improvvisi di cutrettola” e l'infame cenno alla regina Elena (“non è la donna che ci vuole per lui, e, forse, non è nemmeno una buona donna”), su cui Monticone ricamò. Sappiamo invece con certezza che il suo racconto non sempre risponde ai fatti, com’è ovvio per chi vive gli eventi da un osservatorio circoscritto anziché da storico. Mentre Gaetano Salvemini, esigente quanto umorale, lo valutò “mirabile per equilibrio e chiarezza” (come viene ripetuto in Angelo Gatti, E' la guerra. Diario. Maggio-Agosto 1915, ed. il Mulino, 2018), nel “Diario” egli risulta non di rado ridondante, omissivo e vago. Per esempio non fa alcun cenno alla sua occulta iniziazione alla loggia “Propaganda massonica” (Grande Oriente d'Italia) il 28 giugno 1917, pochi giorni dopo aver affidato un impegnativo “Promemoria” a Cadorna, al generale Luigi Capello (massone) e al colonnello Roberto Bencivenga (anni dopo iniziato da Domizio Torrigiani nella Loggia clandestina “Carlo Pisacane” a Ponza, ove erano entrambi confinati). Cadorna lo ignorò. Il colonnello vi scrisse: “C'è bisogno di rinnovarci nella guerra (...) di ricominciare da capo. È necessario inculcare un nuovo  spirito; fare nuova organizzazione; studiare una nuova tattica; trasformarci col tempo (....) È tutto l'insieme che non va. C'è qualcosa di intimo, di profondo, che si rompe. La guerra è vecchia: bisogna farla con questa vecchiaia, tener conto di essa; guardare le compagini in faccia come composte d'uomini, non come materia”. Parole. Parole di chi passava ore a scrivere, mentre il Comandante aveva dinnanzi agli occhi la strategia complessiva della guerra che da europea, dopo la rivoluzione in Russia e con l'intervento degli Stati Uniti d'America, era divenuta mondiale. La “tattica”, sulla quale Gatti si disperde, andava inquadrata in quell'ambito, nei calcoli politico-militari dei franco-inglesi che ritirarono dal fronte italiano il loro avaro centinaio di cannoni quando l'offensiva si arenò sulla Bainsizza e il 28 settembre Cadorna ordinò il passaggio alla difensiva.
   La lunghissima narrazione della tragica giornata del 24 ottobre 1917 da Gatti affidata al “Diario” è del tutto contrastante con quanto emerge dalle carte ufficiali di Cadorna e dalle sue lettere ai famigliari, pubblicate nel 1967 dal figlio, Raffaele, già Comandante del Corpo volontari della libertà. Mentre Gatti “scoprì” l'avanzata austro-germanica solo dopo essere andato a cena e al cinema (sic!), da molte ore Cadorna dettava le misure per contenere a oltranza l'offensiva nemica e, se del caso, per ripiegare sulla destra del Tagliamento o, se necessario, sul Piave, come subito previsto anche da Vittorio Emanuele III (proprio il Re lo confidò a Gatti nell'“intervista” concessagli al Quirinale, ora pubblicata in Luigi Cadorna storico della grande guerra, prefazione alla nuova edizione di Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana, ed. Bastogilibri, 2019).
L'influenza del “Diario” di Gatti nel giudizio negativo che si è stratificato sul Comando Supremo dagli Anni Sessanta dello scorso secolo è paragonabile alla versione cinematografica di Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu: il famigerato “Uomini contro”,  visione obbligatoria per le scolaresche come poi “Il delitto Matteotti” e altre “narrazioni” filmiche di momenti drammatici della storia nazionale, che manipolarono i fatti ed elevarono un bastione invalicabile tra ricerca storica innovativa, documenti alla mano (liquidata come “revisionismo”), e pregiudizio, spacciato per “verità”. 
   Oltre mezzo secolo dopo la pubblicazione del “Diario” di Gatti curato da Monticone tempo è venuto di riaprire il cantiere della ricerca, con una domanda preliminare: come mai tuttora non esiste una biografia scientifica del Comandante Supremo? Eppure i materiali non mancano affatto. Qualche luce emerge proprio dalle “interviste” raccolte da Gatti per scrivere la storia dell'Italia nella grande guerra o del Comando Supremo, il cui “ufficio storico” gli era stato affidato nel marzo 1917. Tra le molte è sconcertante quella rilasciatagli da Vittorio Emanuele Orlando, che rivendica a proprio merito la defenestrazione di Cadorna e la anticipa al 28 ottobre, dieci giorni prima dell'“incontro” di Rapallo (5-6 novembre) tra i vertici politico-militari italiani e quelli anglo-francesi, preludio a quello, parimenti celebre, di Peschiera, ove l'8 seguente Vittorio Emanuele III orgogliosamente garantì che l'Italia avrebbe resistito: un’affermazione molto sminuita da Orlando, al quale il re affidò il governo del Paese durante l'arretramento del fronte dall'Isonzo al Piave (v. box).
Il “caso Cadorna” risulta più che mai attuale, proprio per cogliere le radici remote della perdurante ritrosia dei “politici” a onorare i trattati ai quali lo Stato italiano è vincolato e a investire adeguatamente per la saldezza e le fortune dello strumento militare.   
Aldo A. Mola
LA SOSTITUZIONE DI CADORNA 28 OTTOBRE 1917
VITTORIO EMANUELE ORLANDO AD ANGELO GATTI (*)


La sostituzione avvenne il 28 di ottobre. Il Re domandò a Orlando – che gli aveva proposto di sostituire il Cadorna per quello che stava preparando la Camera – se aveva candidati. “No, gli disse Orlando e Vostra Maestà?” “Io ne avrei uno, ma non glielo dico. Tocca a lei proporre.” “Non conosco nessuno.” “Cerchi.” “Ci vorrebbe un uomo di fama indiscussa, di sopra di tutti, noto, accettato dal paese. Mi pare che l’unico sarebbe il Duca d’Aosta.”
“Aosta non può essere nominato, i tempi sono tremendi, può succedere qualche cosa, che travolga anche me. Aosta dovrebbe allora prendere le redini dello Stato, anche solo come reggente.” “Giusto, ma allora non so.” “Non conosce neppure?” “Nessuno. Ah, sì, uno, che mi ha fatto buona impressione.”
Bisogna dire che qualche tempo prima di Caporetto, Orlando s’era trovato a colazione al Comando Supremo, seduto tra Cadorna e Diaz. Finita la conversazione col Cadorna, Orlando s’era messo a parlare col Diaz, il quale, con la sua chiarezza d’esposizione e d’idee, era piaciuto ad Orlando. Avendogli specialmente quest’ultimo parlato del grande consumo di risorse d’uomini fatte da Cadorna (“non crede che sia il pozzo di San Patrizio?” Aveva detto Orlando) il Diaz aveva convenuto con lui; e l’Orlando aveva detto: “Ecco finalmente un generale che parla con buon senso”.
“Io dirò il mio nome a V.M., disse Orlando; ma, dopo, V.M. deve promettermi di dirmi il suo.” “Sta bene.” “Diaz.” “È anche il mio nome”, disse il Re. E raccontò all’Orlando che conosceva già il Diaz, ma che l’aveva veduto ad una azione del suo Corpo d’Armata, e là gli era piaciuto moltissimo. “I generali in questa guerra si vedono al telefono” disse il re ad Orlando.“Allora, Diaz.”“Diaz.”
Ma bisognava tener segreta la nomina. Perciò Orlando, temendo che Cadorna se avesse subodorato la sostituzione avrebbe ripetuto il colpo di testa di Baratieri [Un’ipotesi assurda e maligna, mentre Cadorna ordinava il ripiegamento del fronte: nota di Aldo Mola], fece quei telegrammi e quelle lettere di piena fiducia in Cadorna. “Quando si mentisce, bisogna mentire bene” disse a me.
Perciò non è affatto vero che la sostituzione di Cadorna fosse voluta dagli Alleati. (…). Il cambio fu così del tutto italiano. (…).  Della intenzione di sostituire il Cadorna Orlando non parlò con nessuno salvo che al Sonnino e all’Alfieri, ministro della Guerra; il quale – mi dice Orlando – io scelsi, sapendo che era una mediocrità: ma tutti i generali bravi erano al fronte. 
Circa il Convegno di Rapallo e di Peschiera, [Orlando] dice che tutte le risoluzioni furono prese a Rapallo, non a Peschiera. Egli aveva preparato il proclama. E lo portò al Re; il Re cambiò alcune parole del primo periodo, e tolse due o tre aggettivi: Ojetti, perciò, anche qui non c’entra per niente. Il discorso del re, in inglese, per dire che aveva grande fiducia nell’esercito italiano, avvenne veramente; ma non fece che confermare ciò che si era inteso, non cambiò la situazione, come può far credere anche qualche parola di Lloyd George; il soccorso agli Italiani era già stato concordato.
Il telegramma di Orlando che costrinse Diaz alla battaglia di Vittorio Veneto fu terribile: “Preferisco una sconfitta all’inazione” (ma questo me l’ha detto Giardino).

(*) Intervista rilasciata da Vittorio Emanuele Orlando ad Angelo Gatti, che annotò “Dettomi a casa sua”. Manoscritto in Fondo Angelo Gatti, Archivio storico del Comune di Asti, ora in Luigi Cadorna, “La guerra alla fronte italiana”, a cura di Aldo Mola, BastogiLibri, 2019. 
 
FIUME: UN CENTENARIO INDIMENTICABILE
FRATELLI D'ITALIA CON D'ANNUNZIO ALLA “RIVOLUZIONE” (1919-1920)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 31 marzo 2019, pagg. 1 e 11.

D'Annunzio e Treves Fu il torinese Giacomo Treves, ebreo e massone (1882-1947), l'artefice segreto della “marcia di Ronchi” capitanata da Gabriele d'Annunzio nella notte del 12 settembre 1919 per affermare l'italianità di Fiume. Dall'origine l'“impresa” è al centro di giudizi controversi. “Festa della rivoluzione” secondo Claudia Salaris; “una delle più buffonesche italianate della nostra Storia” per Indro Montanelli, che però (confessò) se avesse avuto vent'anni forse vi si sarebbe divertito. Già, perché Fiume fu… un fiume in piena, Verbo che si fa Carne, con volontari, legionari, ammiratori, spregiatori, morti e feriti. E soprattutto tanti delusi. Com’era stata la Repubblica romana del 1849, morta proprio quando la sua Assemblea ne approvò la costituzione. A Fiume il Verbo si fece anche carnascialesco. “Severità e goliardia, gioco e guerra, amore e violenza”, la “città martire” divenne un'icona in un Paese dalla memoria labile. Lo scrive Giordano Bruno Guerri in “Disobbedisco. Fiume 1919-1920” (Mondadori) sulla scorta dell'imponente Archivio della Fondazione del Vittoriale degli Italiani da lui diretto (Gardone Riviera, www.vittoriale.it).
D'Annunzio ebbe il torto di morire nel 1938, quando Benito Mussolini sterzò decisamente verso l'alleanza con la Germania di Hitler, dal Vate sprezzantemente liquidato quale “Attila imbianchino”, “ridicolo Nibelungo truccato alla Charlot”. Da quell'anno, anche con le “leggi razziali” (da d'Annunzio ritenute folli, anche perché la “vita orizzontale” è “aperta”, non ha né tessere di partito né “razze”), Mussolini puntò a isolare Vittorio Emanuele III per abbattere la monarchia. Dopo funerali solenni, d'Annunzio venne relegato nei ricordi del tempo che fu, osannato dai suoi cultori, anche giovanissimi, ma ormai incompatibile col “regime”.  L'11 febbraio 1929 Mussolini aveva firmato il Concordato con la Santa Sede e spazzato via tutti i Guido da Verona d'Italia. D'Annunzio svaporò in fantasma letterario in un Paese dalla memoria a corrente alternata, corriva all'osanna e al crucifige. Nel decennio seguente (tra “Patto di Acciaio” e vittoria di Alcide De Gasperi contro il Fronte popolare) dai semplificatori “analfapreti” e da tanti sinistri d'accatto (spesso dannunziani pentiti: i più pericolosi) il Vate fu demonmizzato quale colluso col fascismo. Anche chi aveva letto l'edizione nazionale delle sue opere e si era inebriato recitandone i versi o intere pagine di romanzi e di “orazioni” ormai lo detestava. Si vergognava di averlo “amato”. Come Norberto Bobbio si vergonava delle  sue “petizioni “al duce. Mancò l'“esame di coscienza”. 
Nino Valeri storico, massone, dannunziano occulto
I primi due storici a fare i conti con il d'Annunzio vero, ricorda Guerri in “Disobbedisco”, furono Paolo Alatri, anni prima costretto a pubblicare opere finissime con pseudonimo perché ebreo, poi comunista, in realtà illuminista, e Nino Valeri. Di famiglia coltissima, Valeri affondò il bisturi nella piaga. D'Annunzio, egli scrisse, è il campione  del “disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l'avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia e per la repubblica: di nichilistica aspirazione, in fondo, di finirla in bellezza questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica”. Sono sentimenti, aggiunse, “che giacciono anche nel remoto sottofondo di molti benpensanti, ma normalmente repressi e condannati in nome della rispettabilità”. D’Annunzio evidenziò le contraddizioni profonde e perpetue del farisaismo italico, del perbenismo, dei “sepolcri imbiancati”. I “cinquecento giorni di rivoluzione” (sottotitolo dell'importante Opera di Guerri) confermarono che l'Italia è una terra di cospirazioni, sommosse, moti incomposti, guerre “di” o “per” bande, di delitti e persino di guerriglie eterodirette (sanfedisti contro giacobini; il “grande brigantaggio” del 1860-1867, evocato da opportunisti e plaudito da “neo-barbonici” odierni; la cosiddetta guerra civile del 1943-1945, con la sua stucchevole “conta dei morti”) ma geneticamente incapace di rivoluzioni. 
Socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, direttore della splendida collana di biografie “La vita sociale della Nuova Italia” per la Utet e di classici come La lotta politica in Italia, Valeri scrisse capolavori su d'Annunzio. Aveva le sue motivazioni occulte. Prima che storico era stato un artista. Anche sul suo capo era scesa la fiammella dello Spirito, forse mentre volava nei cieli quando morirne era altamente probabile. Era stato al seguito del Comandante. Non solo. Nino Valeri venne iniziato massone nella stessa loggia”Dante Alighieri” di Roma, accanto al figlio del Vate, Gabriellino d'Annunzio, un cammeo della Serenissima Gran Loggia d'Italia. Futuro storico di inarrivabile classe, all'epoca Valeri era direttore artistico cinematografico. Fiume gli rimase nel sangue. Non potendo scrivere subito del “suo” Reggente del Carnaro (all'epoca era “politicamente scorretto”), narrò le vicende di Facino Cane e di altri Signori sino a quando l'Italia crollò sotto le dominazioni straniere. Strizzava l'occhiolino al lettore. Finì con la biografia di Giovanni Giolitti, l'anti-d'Annunzio, ma, al tempo stesso, il più dannunziano degli statisti perché capì la politica estera meglio dei diplomatici. L'Italia è alternanza di saviezza e di follia. Chi governa deve tenerne conto per reggerne le briglie. Giolitti lo fece: mite con i deboli (gli scioperanti per motivi economici), duro con gli arroganti, come gli industriali torinesi che nel settembre 1920 gli chiesero di liberare le fabbriche ma misero la coda tra le gambe quando egli si disse pronto a farle bombardare.    
Il disastro perpetuo della politica estera italiana
Guerri ha il merito di aver acceso i fari sulla poliedricità della genesi dell'impresa di Fiume. Essa ebbe moltissimi padri nella sua fase apicale e gloriosa. Presto, però, iniziarono i “distinguo” e le defezioni. Infine il Comandante si trovò pressoché solo alla guida di pochi disperati, guardati come avessero la peste sia dalla popolazione (ormai alla fame e alle prese con i bombardamenti e sempre atterrita dal ritorno degli slavi: quanto non solo a Fiume accadde nel 1943 e dopo il 1945) sia dall'Esercito italiano, schierato attorno alla città come cordone sanitario per impedire il contagio rivoluzionario, e infine anche dal vasto arco di governativi e antigovernativi. Se per pochi giorni nel settembre 1919 il Vate era riuscito nel miracolo di mettere d'accordo quasi tutti gli italiani a sostegno dell'italianità di Fiume, un anno dopo ottenne il risultato esattamente opposto: gli italiani non ne potevano più. Bisognava chiudere quel capitolo, a qualunque costo, compresa, se necessaria, la sua eliminazione fisica. D'Annunzio sapeva tanto, troppo anzi; e quindi era ormai scomodissimo per tutti. In pochi gli rimasero fedeli oltre il crollo della Reggenza e la sconfitta del suo disegno politico.
Per comprenderlo occorre vedere il ventaglio politico mondiale entro il quale l'impresa nacque e quello, del tutto diverso, dei mesi nei quali essa si avvolse nel sudario di morte, tra il settembre e il dicembre 1920.
In estrema sintesi, nel 1919 l'Italia ricevette due batoste in pochi mesi: il Congresso di pace di Versailles negò seccamente la richiesta di Roma di aggiungere Fiume al “bottino” previsto dall'accordo di Londra del 26 aprile 1915. L'Italia lo aveva onorato con sleali riserve mentali. Ora le sue aspirazioni cozzarono contro tre avversari: anzitutto l'espansionismo francese nell'ex impero austro-ungarico, in gara di velocità con gli italiani, a loro volta impegnati a procacciarsi il massimo di vantaggi. Lo documenta Antonino Zarcone nella corposa biografia di Roberto Segre pubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Malgrado le premesse e promesse, all'amicizia con l'Italia Parigi anteponeva quella con lo stato serbo-croato-sloveno, fondamentale per l'espansione francese nell'Europa orientale dopo il tracollo dello zar. Il governo di Parigi aveva pieno appoggio del Grande Oriente e della Gran Loggia di Francia, il cui gran maestro, generale Paul Peigné, scrisse la prefazione alle “Rivendicazioni” di Belgrado, che chiedeva il confine all'Isonzo e ad ovest di Trieste. Per gli jugoslavi 680.000 morti e 1.200.000 feriti italiani erano un affare interno di chi aveva dichiarato guerra all'Austria. Per loro l'italianità di Fiume non era neppure sull'orizzonte. Perciò vi mandarono un piccolo contingente. Per gli inglesi, che in duecento anni avevano gettato il cavo d'acciaio della loro talassocrazia da Gibilterra a Malta, da Suez a Cipro, il “Mare Nostrum” era solo un lago dalla Manica verso l'Oceano Indiano. Non consideravano affatto l'Italia come partner nel dominio sul Mediterraneo Orientale. Anche gli Stati Uniti d'America di Woodrow Wilson erano filoslavi.
Il passaggio dal governo Orlando-Sonnino a quello presieduto da Francesco Saverio Nitti col giolittiano Tommaso Tittoni agli Esteri (23 giugno 1919: cinque giorni prima della proclamazione della “pace” con la Germania) non migliorò il quadro diplomatico. Il 10 settembre venne firmata la pace di Saint-Germain tra Italia e Austria. Fiume rimase “corpus separatum” in attesa delle paci seguenti, in specie con l'Ungheria, l'altro “erede” della “duplice monarchia” asburgica. 
A quel punto bisognava agire o rinunciare per sempre.
“Marciare, non marcire”: tra Mussolini e il Vate 
Fu dunque proprio Giacomo Treves a imprimere accelerazione alla trama imbastita da quasi un anno, come egli stesso narrò in un analitico memoriale denso di documenti. Il 18 dicembre 1918 lui e altri otto massoni di varie logge italiane dettero vita in Trieste a una nuova “officina” del Rito Simbolico Italiano, all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia. “Riconosciuta l'urgente necessità di costituire un primo nucleo massonico” Odoardo Pesaro (eletto venerabile), Edoardo Viterbo, Eugenio Bianchi d'Espinosa, Giulio Regis, Camillo Sclavo, Angelo Scocchi, Enrico Liebmann e Adolfo Ciampolini alzarono le colonne della loggia “Guglielmo Oberdan”, sacra alla memoria di chi nel 1882 (in risposta al Trattato Roma-Vienna-Berlino) aveva attentato alla vita di Francesco Giuseppe, l'“imperatore degli impiccati”, ed era stato puntualmente condannato a morte e suppliziato. Treves fu eletto 1° sorvegliante. La decisione di riattivare in Trieste l'officina che per anni vi aveva operato segretamente fu assunta ignorando l'invito a soprassedere formulato dal gran maestro del Grande Oriente, Ernesto Nathan, secondo il quale nella città tergestina  vi erano fratelli sufficienti per creare due logge (ne voleva una sotto suo controllo; la “Oberdan”gli sfuggiva). Roma annaspava. Trieste faceva. Il 20 dicembre la “Oberdan” uscì allo scoperto con un manifesto, cofirmato dalla consorella “Alpi Giulie”. A Nathan non rimase che approvare, promettere aiuti per la costruzione del nuovo tempio e inviare statuti e rituali. Lo stesso 20 dicembre la “Oberdan” organizzò la rievocazione del martire con un oratore d'eccezione: Benito Mussolini. Nell'invito ai cittadini il manifesto ammonì: “Nessuno deve mancare”. Il futuro duce era all'epoca espressione dell'interventistmo intervenuto. Come ha sintetizzato Renzo De Felice era l'“uomo in cerca”. Non aveva ancora individuato il proprio cammino. Dall'adunata nel circolo industre-commerciale di piazza San Sepolcro messogli a disposizione il 23 marzo 1919 dal massone ed ebreo Cesare Goldman non scaturì un “manifesto”. Il “racconto” dell'adunata (lo documentò Chiurco nella “Storia della Rivoluzione fascista”) si limitò a elencare i partecipanti e i vari temi toccati. Solo molto dopo i fasci di combattimento si dettero un programma sommario, di tono accesamente repubblicano, socialisteggiante e aspramente anticlericale. 
Esso stava nell'ideario massonico come il meno sta nel più. All'epoca, infatti, il Grande Oriente stava elaborando un progetto di riforma sociale ispirato alla “democrazia del lavoro”: molte idee, parecchio confuse e di impossibile immediata realizzazione, com’è tipico dei “partiti d'azione”. Nel volgere di pochi mesi i suoi capisaldi si riassunsero in lotta al capitalismo e al bolscevismo, cooperazione dei “produttori” e sostituzione del regime vigente con un altro (cioè la repubblica al posto della monarchia: quanto bastava per non esser presi sul serio da Londra, ove sin dalla nascita  massoneria fa rima con monarchia). A elaborare lo Stato Nuovo sarebbe stata una Costituente. 
Dall'estate 1919 Mussolini si mise in proprio, in vista del rinnovo della Camera dei deputati. Per la circoscrizione di Milano formò una lista comprendente, fra altri, Filippo Tommaso Marinetti, autore del manifesto dei futuristi, Arturo Toscanini, già celebre direttore d'orchestra, Ugo Podrecca, ex direttore dell'“Asino”, il settimanale satirico più mangiapreti d'Italia. Il futuro “duce” non era disponibile per progetti altrui. Perciò Treves e altri “fratelli” individuarono in d'Annunzio il vessillifero del colpo di mano: la “marcia su Fiume”.
D'Annunzio a Treves: per Fiume italiana, Alalà
Preso contatto diretto con il Vate il 7 settembre, grazie a ufficiali iniziati in loggia e a una rete di massoni operanti nei servizi ferroviari, telefonici, telegrafici e postali vennero gettate le premesse dell'azione. Benché febbricitante, d'Annunzio accettò. Il 9 settembre mandò a Treves una cassa di bottiglie di spumante con il cartiglio: “Bevete coi compagni questo fervido vino italiano alla salvezza di Fiume che è oggi l'eroina della libertà del mondo folle e vile. Per Fiume italiana. Alalà”. Non era la prima volta. Già nel 1915 d'Annunzio era stato trascinato a pronunciare il celebre Discorso per il monumento dei Mille a Quarto di Genova  (5 maggio) dall'oscuro Ettore Cozzani, come ricorda Carlo Sburlati, per anni demiurgo del Premio Acqui Storia.  
Tramite fra i massoni di Trieste, Padova, Milano, Torino, Bologna e la città erano gli iniziati alla loggia “Syrius” (tutta da documentare: ma le carte non mancano), a cominciare dal sindaco di Fiume, Antonio Vio. Anche parecchi tra gli ufficiali al seguito del Vate erano stati o ancora rimanevano in logge pullulanti da un capo all'altro del Paese. Era il caso di Eugenio Coselschi (di altri diremo). Circa la loro vitalità basti ricordare che nel 1919 i nuovi iniziati furono circa 4.000 e che l'anno seguente crebbero a quasi 5.000. 
Nell'impossibilità di seguire passo passo la vicenda, per cogliere la centralità del ruolo svolto da Treves basti dire che egli venne munito del permesso speciale di entrare e uscire dalla città a suo piacimento. Portava denari, armi e quanto serviva alla “rivoluzione”. Membro di un Comitato segreto, il 26 ottobre 1919 con  Angelo Scocchi ed Ercole Miani approntò il progetto di una “Marcia da Fiume su Roma” passando per Trieste. Ma a Trieste arrivò il nuovo gran maestro, Domizio Torrigiani. Al termine di una lunga drammatica seduta, il Grande Oriente recise i ponti con il programma del Vate. Alla vigilia delle elezioni, una “marcia” verso l'Italia avrebbe suscitato l'insurrezione dei socialisti e la risposta delle Forze Armate: un nuovo governo militare, dopo quelli di Menabrea (1867-1869) e di Luigi Pelloux (1898-1900), l'eclissi delle libertà. Come si sarebbero schierati i neonati “popolari” di don Sturzo? 
Il crepuscolo di un dannunziano
Nel marzo 1920 Treves lasciò Trieste. La sua trama svaporò. Rimase nell'azione dell'Unione spiritualista dannunziana, di un partito socialista democratico (da lui abbozzato sin dal 1923), di squadre dannunziane contrapposte a quelle mussoliniane e a quelle nazionaliste di Luigi Federzoni e Alfredo Rocco: il microcosmo clerico-reazionario con il quale egli non volle mai avere nulla da spartire.
Nell'estate 1920 Treves promosse la raccolta di fondi per canali diversi da quelli fagocitati da Mussolini. Anche il Vecchio Piemonte vi concorse con aristocratici, borghesi e popolani, perché Fiume continuava a essere emblema della Grande Guerra. Lo rimase anche dopo la cacciata di d'Annunzio dalla città martire, metodicamente cannoneggiata dalla “Andrea Doria” su disposizione del presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti. Il “Natale di sangue” 1920 chiuse la cronaca. Rimase l'epopea. Merito del corposo volume di Guerri è di aver riproposto al centro dell'attenzione quell'Italia di passione: niente miope sovranismo ma universalismo. Utopia per i tempi, come si evince dalla Carta del Carnaro, stesa dall'anarco-sindacalista Alceste De Ambris e perfezionata dal Vate, comprendente, tra l’altro, il divorzio, che in Italia vigeva dall'antica Roma, e tante altre forme di libertà che ancor oggi sono privilegio di minoranze pensanti. A quell'epoca, con quegli uomini, l'Italia era crogiuolo di Grande Storia. Anche le due Comunità massoniche lo erano. Non per caso d'Annunzio, ricevuti brevetto e insegne di grado 33° della Gran Loggia d'Italia, frequentò anche il venerabile della “XXX ottobre” Attilio Prodam: una vicenda che meriterà di essere ampiamente documentata.
Alla morte, nel 1947, GiacomoTreves, iniziato nella loggia “Ausonia” di Torino ( 17 giugno 1913, matricola 42.904, e dalla “Oiberdan” transitato nella “Syrius”) fu commemorato nella rivista “Lumen Vitae”. Rimane in attesa di una biografia. Ne emergerebbe “La Fenice” della Terza Italia, che era ed è europea, anzi “mondiale”, anche grazie al Poeta Soldato.   
Aldo A. Mola

PEDRO SANCHEZ NON VALE UN FRANCO
IL FANATISMO DEI NEOSOCIALISTI SPAGNOLI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 marzo 2019, pagg. 1 e 11.

Pedro Sánchez il becchino  
Goya - La fucilazione“Quieta non movère” è un saggio mònito degli antichi. Invece il chiodo fisso dei neosocialisti spagnoli, da Zapatero a Pedro Sánchez, è rimuovere la salma di Francisco Franco dal Valle de los Caídos per trasferirla nella cripta più nascosta di Spagna. Zapatero ci provò per anni, invano. Sánchez ripete la litania. Ha persino strappato il tacito consenso delle Cortes, con silenzi opachi e astensioni del Partito popolare e di Ciudadanos, sempre affetti dall'orticaria quando si parla di Franco e del Franchismo, quasi arrivino da un altro pianeta anziché dalla lunghissima transizione che vide alternarsi al governo senza traumi i socialisti di Felipe González e i popolari di Aznar. Da quando è stato battuto in Parlamento e ha dovuto indire elezioni anticipate per il prossimo 28 aprile, Sánchez ne sta facendo una questione di vita o di morte. Poiché spera che la nascita di un nuovo governo vada per le lunghe, ha fissato al 10 giugno il giorno nel quale, costi quel che costi, la salma imbalsamata di Francisco Franco y Bahamonde va assolutamente rimossa, malgrado l'opposizione del priore dell'Abbazia benedettina di Santa Cruz, Santiago Cantera, dipinto come bieco reazionario. Contro la pretesa di Sánchez e dei suoi accoliti sono schierati all'unanimità i sette nipoti di Franco (Carmen, Mariola, Francis, Merry, Cristóbal, Arancha e Jaime), l’Associazione per la Difesa del Valle de los Caídos e un ventaglio di organizzazioni sempre più decise a difendere la memoria autentica del Paese. In attesa che il Tribunale Supremo dello Stato si pronunci sui molti ricorsi pendenti, Sánchez fa della estumulazione uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale. Il suo vero obiettivo, però, non è rimuovere quel che resta del Caudillo di Spagna (come Franco venne detto ai tempi della sua sanguinosa ascesa) ma intimidire Popolari e Ciudadanos, ricattarli con l'accusa di paleofranchismo, di “fascismo eterno” (il “vangelo” di Umberto Eco, ora riecheggiato da Francesco Filippi in “Mussolini ha fatto anche opere buone”, ed. Bollati-Boringhieri). In realtà Sánchez mira a “provocare” e ad infoltire le file di “Vox”, il movimento sorto proprio contro l'estremismo neosocialista e la flebilità dei “moderati”. In tal modo calcola di frantumare il fronte avversario in tre corpi separati e di batterli alle elezioni, grazie alla legge elettorale vigente, pensata per il bipartitismo, non per il caleidoscopio di partitelli e partitini (autonomisti come i “canarini”, indipendentisti, separatisti, federalisti, repubblicani senza se e senza ma...), causa sicura della deflagrazione se non vi fosse lo scudo della monarchia. 
Le radici dell'ascesa di Francisco Franco al potere 
Ma perché mai l'ossessione neosocialista ispanica per la salma di Franco? Come tutte le “idee fisse”, anche questa non è affatto un mistero. A ben vedere è una sorta di franchismo uguale e contrario. Riassumiamo. 
Il Caudillo nacque in una famiglia di liberi pensatori. Lo era suo padre, che gli preferiva il fratello, Ramón, massone accanito come altri consanguinei, poi da Francisco abbandonati alla furia dei reazionari. Il futuro Jefe del Estado fece una brillante carriera nell'esercito, conseguì successi Oltremare e divenne il più giovane generale d'Europa. Però non avrebbe mai avuto spazio politico se la Spagna fosse stata capace di darsi un governo parlamentare stabile. Il dramma del Paese arrivava dal suo passato remoto: secoli di “reconquista cristiana” dal giogo dei “moros” e, nel Cinquecento, la lotta per la “limpieza de sangre”, che impose a islamici e a ebrei di andarsene o di travestirsi da moriscos e da marranos, convertiti ma sospettati. La pace di Utrecht (1713), dopo la guerra di successione sul trono di Madrid, segnò il passaggio dagli Asburgo (“Los Austria”) ai Borbone di Francia. Nel 1808 Napoleone I invase la Spagna e impose re suo fratello maggiore, Giuseppe, “don José Primero”. La feroce guerriglia per l'indipendenza, sorretta dagli inglesi, non finì con la cacciata degli invasori ma con l'annientamento degli “afrancesados”, uccisi o costretti all'esilio. Era la vendetta contro la repressione bonapartistica immortalata da Francisco Goya nel “Dos de Mayo”, rivendicazione popolare contro i metodi insopportabili degli occupanti (gli aristocratici in buona parte si erano “accomodati”). L'Ottocento in Spagna fu un secolo di moti liberali (quasi sempre guidati da militari), di sette segrete e di guerre tra opposti rami della dinastia (uno, reazionario, guidato da don Carlos, contrario alla successione femminile sul trono di Madrid), e di complotti che finirono con l'assegnazione della corona a un re designato dalle Cortes: Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, secondogenito del re d'Italia,Vittorio Emanuele II. Don Amadeo Primero regnò poco più di un anno, col beneplacito del “concerto europeo”, ma dovette fare i conti con il malcontento (locale ed eterodiretto) culminato in vari attentati.
Dopo un'effimera repubblica e il ritorno dei Borbone con Alfonso XII e la perdita di Cuba e delle Filippine (1898), lacerata da movimenti rivoluzionari anarco-socialisti (ne fu campione  e vittima Francisco Ferrer y Guardia, fucilato quale promotore della “semana trágica”), la Spagna parve appartarsi dalla storia d'Europa. Evitò di immischiarsi nella Grande Guerra. La sua economia crebbe, come documenta Fernando García Sanz in opere tradotte anche in italiano. Dalle turbolenze postbelliche uscì non con dittature più o meno totalitarie come avvenne dalla Russia all'Italia e alla Germania ma con un governo autoritario e fattivo, presieduto da Miguel Primo de Rivera. Stanco di opposizioni querule, de Rivera si dimise e si trasferì a Parigi. Nel 1931, all'indomani del successo delle sinistre nelle elezioni amministrative, Alfonso XIII di Borbone lasciò la Spagna senza rinunciare alla Corona. A Madrid venne proclamata la seconda Repubblica. Iniziarono anni di travagli. Si scatenò l'anticlericalismo serpeggiante nel Paese come fiume carsico. Furono dati alle fiamme chiese e monasteri e vennero perpetrate infamie ai danni dei cattolici, documentate da Arturo Mario Iannaccone nell'inoppugnabile “Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra Seconda Repubblica e guerra civile, 1931-1939” (ed. Lindau).
Dopo cinque anni di disordini, in risposta al brutale assassinio del monarchico José Calvo Sotelo da parte dei “rossi”, con l'alzamiento di quattro generali nel luglio 1936 la Spagna precipitò nella guerra civile. Accordi sovraordinati indicarono nel generale José Sanjurjo, già promotore di un colpo di stato militare contro la Repubblica, il capo di una giunta comprendente Emilio Mola, vero “direttore del golpe”, Franco e Queipo de Llano. L'aereo che riportava Sanjurjo dal Portogallo in Spagna cadde, forse per il peso eccessivo del bagaglio. Il suo potenziale successore, Mola, repubblicano, sospettato a torto di affiliazione massonica, nel 1937 a sua volta morì in incidente aereo. Queipo era un sanguinario succubo del fascino femminile e dell'alcol, privo di fiuto politico. Rimase Franco, che pazientemente raccolse via via al suo seguito tutti i nemici della Repubblica di Madrid: i falangisti di José Antonio Primo de Rivera, figlio di Miguel, i requetés (monarchici “carlisti”) e un ventaglio di movimenti e personalità. Tutti vennero benedetti dall'alto clero spagnolo e da papa Pio XI, che condannò il nazionalsocialismo pagano di Hitler, il bolscevismo materialistico di Stalin e non aveva certo motivo di avversare chi, come Franco, in Spagna combatteva contro atei dichiarati e anticlericali fanatici. La guerra civile fu orrenda. Franco era vendicativo e crudele. Oltremare aveva utilizzato reparti speciali “di colore” contro i marocchini. Altrettanto fecero tutti gli eserciti coloniali dell'epoca. Mescolò motivazioni di varia genesi. Tra le sue vittime emblematiche rimane Federico García Lorca, che agli occhi dei conservatori rappresentava l'“Anti-Spagna”, anti-nazionale e più “scostumata” che libertina. Eppure da mezzo secolo in Spagna cresceva l'appello alla modernizzazione. Ne erano stati portavoce e interpreti letterati, storici e politici di alto profilo come Miguel Azaña (massone per un giorno), Alcalá Zamora, Alejandro Lerroux, Diego Martínez Barrio, più conservatori che rivoluzionari. Della vera Spagna furono interpreti Miguel de Unamuno e i tanti militari “di loggia” che passarono a fianco dei Quattro generali. 
Non fu Franco a semplificare il conflitto e a ridurlo a lotta mortale tra le tenebre e la luce. In realtà, e lo documentano l'inglese Paul Preston, Juan Pablo Fusi e Fernando Cortázar, vi erano non due ma tre Spagne: la rivoluzionaria, la reazionaria e quella che aspirava a liberarsi dalla taccia di “Spagna invertebrata” e a farsi Europa, liberale, democratica, non senza influssi massonici come si legge in “L'integrazione europea e la penisola iberica” (a cura di Romain H. Rainero, ed. Marzorati). Era la Spagna che aveva alle spalle il filosofo e pedagogista tedesco Krause, l'“ideario spagnolo” di Angel Ganivet e Ortega y Gasset.  
La massoneria ebbe un ruolo specifico nel dramma? Ne hanno scritto storici di vaglia come Maria Dolores Gómez Molleda, José Antonio Ferrer Benimeli e Juan José Ruiz Morales, autore di “Palabras asesinas” e di poderosi  saggi sulla repressione di comunisti e massoni da parte di Franco. I fatti però dicono che molti “fratelli” di alto rango, militari, politici e “intellettuali”, si schierarono con il Caudillo. Franco era massonofago. Lo mostrò  negli articoli pubblicati tra il 1947 e il 1950, con lo pseudonimo di J. Boor (una contraffazione delle “lettere” incise  sulle colonne dei Templi: J. B.). Secondo Franco le logge erano al servizio degli stranieri, anzitutto i francesi, i sovietici e le brigate internazionali che portarono migliaia di volontari in Spagna a fianco della Repubblica. Per vincere davvero la Spagna, “faccia al sole e camicia nuova”, doveva eradicare l'altra, la rivoluzionaria, e  spazzare via la “terra di mezzo”. Lo fece con la benedizione del Pontificato. Pio XII scomunicò Juan Perón (caso unico di un capo di Stato cattolico nella storia moderna della Chiesa) e conferì l'Ordine del Cristo a Franco, suscitando l'indignazione di tanti fedeli, anche in Italia. Non solo per il papa, da quindici anni Franco era divenuto il simbolo della lotta contro il “comunismo”. Se questo fosse prevalso a Madrid, l'Europa centro-occidentale avrebbe visto cancellato forse per sempre illuminismo, liberismo, diritti dell'uomo. Per quanto paradossale, proprio in Spagna venne combattuta una battaglia decisiva, che vide anarchici, liberali e molti socialisti spazzati via non da Franco ma dai moscoviti ortodossi, come Palmiro Togliatti, Longo e Vidali.   
Verso la Spagna attuale: Opus dei e instaurazione della monarchia.  
Ma Franco non è né può essere ridotto solo al Caudillo della guerra civile. Ne hanno scritto Edgardo Sogno e Nino Isaia in “Due fronti” (ed. LibriLiberal) che meriterebbe di esser ripubblicato e meditato mentre divampano fatue chiacchiere sul ”fascismo”. Franco ebbe tre meriti indiscutibili, che si impongono anche a chi non ne apprezza la personalità, la sua “retranca”, astuzia del contadino gallego, uso nei secoli a celare i suoi propositi. In primo luogo tenne la Spagna al di fuori della Seconda guerra mondiale, malgrado le pressioni di Mussolini, che lo considerava ingrato nei confronti dell'aiuto datogli dall'Esercito italiano nella guerra civile con il Corpo Truppe Volontarie: il CTV che gli spagnoli traducevano in “Cuando ten vas?”. Dopo aver inutilmente tentato di circuirlo in un lungo esasperante colloquio a Endaya, Hitler disse che mai più lo avrebbe incontrato. Franco era sfuggente, indecifrabile. In realtà pensava alla sua terra. Ebbe la saggezza di lasciarvi approdare silenziosamente gli anglo-americani: un garanzia sulla vita non sua personale ma della Spagna Eterna. In secondo luogo favorì la modernizzazione propugnata dall'Opus Dei, che formò una classe dirigente di tecnocrati. Parlavano anche inglese ma pensavano in spagnolo. Al suo interno ripresero spazio antichi propositi del falangismo di José Antonio: una visione “popolare”, a correzione del ritorno in forze dell'aristocrazia arcaica. Infine il Caudillo ebbe chiaro che il suo potere personale era transitorio: doveva passare dalla “Jefatura del Estado” alla monarchia. Il cambio non poteva però ridursi a puro e semplice ritorno al passato. Di mezzo vi erano stati i molti enormi errori dei Borbone, la condotta di Juan, conte di Barcellona, da lui ritenuta poco lineare e infine la guerra civile. Per essere davvero punto di equilibrio e garanzia per il futuro la monarchia non andava “restaurata” ma “instaurata”. Anche Umberto II, in esilio, si adoperò per convincere don Juan a passare la mano al figlio, Juan Carlos, designato Re. Iniziò il processo che ebbe protagonisti Manuel Fraga Iribarne, Adolfo Suárez e altri uomini della “transizione”, coronata con la Costituzione del 1978 redatta da giuristi anche socialisti come Gregorio Peces Barba.  
Alla morte Franco poté ritenere aver ricostruito la Spagna “una, grande, libre”, membro delle Nazioni Unite dal 1955, lo stesso anno nel quale l'Italia vi venne ammessa. 
Il Valle de los Caìdos, simbolo di pacificazione.
La salma del Caudillo non appartiene solo alla sua famiglia e alla Spagna. Essa rappresenta un capitolo della storia d'Europa. Non solo. L'immensa croce ritta sul colle sovrastante la cupa Basilica vuol essere un simbolo di pace eterna, un invito alla meditazione sulla storia universale. Quando pure le sue spoglie venissero rimosse, l'opera di Franco rimarrebbe consegnata alla storia: anzitutto di un'Europa che ha troppo a lungo ostacolato l'ingresso della Penisola Iberica nella Comunità Economica, accampando violazioni dei diritti dell'uomo, per ostacolarne, in realtà, le esportazioni e ritardarne la modernizzazione. Chi ha visitato la Spagna durante la dittatura o all'indomani della morte di Franco e la confronta con l'attuale conosce bene i passi da gigante compiuti dal Paese grazie alla dirigenza cresciuta negli anni del franchismo. Unì senso dello Stato e memoria del Passato. Il Passato che non deve passare. E' il futuro. 
Anche Sánchez sa che i “monumenti” sono come la storia. Non si cancellano. Lo ha ricordato Francesco Rutelli contro certe manie dilaganti oltre Atlantico e anche in Italia, ove imperversa la smania di rimuovere, abbattere, obliare. Tuttavia conduce la sua lotta disperata per la estumulazione: vuole svellere la pietra angolare degli avversari, seminare la zizzania tra i suoi rivali, dividerli e sconfiggerli alle urne, per riportare la Spagna all'indietro, a fianco di Maduro, della Cuba perennemente castrista. Senza alcuna nostalgia personale del massonofago Caudillo (che finse di non sapere quante logge anglo-americane proliferassero nel suo Paese malgrado i divieti ufficiali), i quarant'anni del suo dominio hanno diritto a un giudizio storico pacato, libero dai precetti di “leggi sulla memoria” che sanno di censura ideologica e di fanatismo, contrario ma esattamente uguale al suo.
Aldo A. Mola
 
PRIMA E DOPO CAPORETTO?
RISPONDE CARLO CADORNA CON DOCUMENTI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 marzo 2019, pagg. 1 e 11.

Gli Uomini che fecero la Storia: Giolitti, Cadorna, Diaz  
Luigi CadornaIl 1928 in pochi  mesi portò via Armando Diaz (classe 1861), Giovanni Giolitti (1842) e Luigi Cadorna (1850), tre massimi protagonisti della storia d'Italia: lo Statista e i due Comandanti Supremi dell'esercito nella Grande guerra. Diaz non lasciò memorie. Le sue carte sono state studiate e valorizzate dal generale Luigi Gratton (2001), fiero di essere stato alfiere del Tricolore al rientro dell'Italia a Trieste nel 1954. Giolitti pubblicò le Memorie della sua vita nel suo 80° compleanno, il 27 ottobre 1922. Nei sei anni seguenti non aggiunse nulla, né rilasciò interviste. Ma il 16 marzo 1924, vigilia delle elezioni vinte dal “listone nazionale” filofascista che candidò Enrico De Nicola a Napoli e Vittorio Emanuele Orlando in Sicilia, Giolitti deplorò la deriva precipitosa dalla democrazia liberale di Azeglio, Cavour e Sella al “partito unico”, sempre con l'avallo della Camera dei deputati, pronuba dinnanzi al “duce”, che ripetutamente la umiliò con parole sferzanti. Dal canto suo Cadorna non tenne un “Diario” né pubblicò  “memorie”. Però cent'anni orsono fece di più e di meglio. Nel 1919, vergò la sua opera fondamentale: “La guerra alla fronte italiana fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915-9 novembre 1917)”. Non generici “ricordi” personali ma Storia, densa di documenti e di atti ufficiali. L'opera è la “biografia” dell'Italia dalla Conflagrazione europea (luglio1914) alla sostituzione  di Cadorna con Armando Diaz a capo dell'Esercito italiano (9 novembre 1917). 
Quando scrisse, il Generale viveva a Firenze, in un villino acquistato per festeggiare il suo 68° compleanno: una residenza appartata, modesta, senza riscaldamento. Chi lo visitava nei lunghi mesi del freddo lo trovava alla scrivania “intabarrato e inguantato”, intento a compulsare documenti. Posava la penna e conversava. Limpido, chiaro, tutto “fatti”, dati, luoghi. A volte s'accendeva, alzava la voce, batteva il pugno sulla scrivania, come gli accadde mentre conversava con Olindo Malagodi. Aveva sempre dinnanzi agli occhi le sterminate carte militari “della fronte” e l'“ordine di battaglia” aggiornato per anni, le 35 divisioni iniziali, via via cresciute di numero e di capacità, ma sempre periclitanti per carenza di mezzi e la sorda ostilità serpeggiante malgrado l'attivismo del “fronte interno”. 
In “La guerra alla fronte italiana” il Generale ampliò quanto aveva dichiarato alla Commissione d'inchiesta “sugli avvenimenti dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre 1917)”, titolo pudico della Relazione pubblicata in due volumi nell'estate 1919. 
Per capire il canone della sua opera occorre ricordare i drammatici mesi vissuti da Cadorna dal giorno stesso dell'arretramento dalla conca di Caporetto alla destra del “fiume Sacro”, quando fu rimosso dal comando della macchina militare da lui costruita con determinazione, grazie all’intelligente collaborazione di militari di alte capacità, di “militari senza divisa” e dell'apparato industriale, a cominciare dall'Ansaldo di Genova, che si valse, tra altri, delle competenze scientifiche di Federico Giolitti, figlio dello Statista. 
Dal dicembre 1917 rappresentante dell'Italia nell'appena costituito Consiglio superiore di guerra interalleato con sede a Versailles (carica accettata con spirito di servizio, dopo iniziale riluttanza), il 20 gennaio 1918 Cadorna fu chiamato “a disposizione” della Commissione d'inchiesta come un teste qualunque, quasi non potesse essere “audito” diversamente, come invece avvenne al migliaio di altre persone chiamate a deporre. Qualcosa non gli tornava. Né torna a chi studi il “caso” senza preconcetti. 
Il Generale nella tempesta scrive la verità dei “fatti”
Tirava vento pessimo. L'antico Comandante Supremo ne colse le prime folate, ma non avvertì la bufera. Nel luglio 1918 fu drasticamente collocato a disposizione “in sovrannumero”, con riduzione di rango e assegni. All'estero il provvedimento venne inteso come punizione, “una vera e propria destituzione”. “Ma le porcherie e le vessazioni – egli scrisse il 1° agosto al figlio, Raffaele, futuro comandante del Corpo Volontari della Libertà - hanno sempre disonorato chi le commette e non chi le subisce”. Protestò col presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, da anni suo fierissimo nemico, lo stesso che in quei giorni incalzava Armando Diaz affinché scatenasse l'offensiva contro l'esercito asburgico e, secondo il vicecomandante Gaetano Giardino, arrivò ad affermare: “Preferisco una sconfitta all'inazione”, quasi che il Paese potesse permetterselo. In realtà, un eventuale sciagurato disastro (la storia insegna che nessuno sa “prima” come finiscano le battaglie né le guerre) avrebbe fatto crollare il regno d'Italia, senza speranze di riscossa, com'era accaduto in Russia e poi avvenne in Bulgaria, Austria, Turchia e Germania.  
Il 21 novembre 1919 Cadorna aveva già terminato i primi quattro dei dieci capitoli del libro “Dalla Bainsizza al Piave”. Contava di terminarlo entro l'anno e di mettere subito mano a un secondo tomo “Dall'origine alla Bainsizza”. Non aveva ancora deciso se pubblicarli separatamente o fonderli in un unico volume. Nel frattempo cominciarono a uscire le memorie di altri generali, come le “Note di guerra” di Luigi Capello, già comandante della II armata, travolta dall'avanzata austro-germanica dell'ottobre 1917, e il memoriale di Luigi Nava, da lui rimosso da comandante della IV Armata. “L'affare di Caporetto –  scrisse Cadorna al figlio – è come una pentola che bolle e che ogni tanto solleva il coperchio e poi si chiude. Figurati che pandemonio accadrà quando se ne parlerà sul serio” (14 marzo 1919).
Il governo Orlando-Sonnino era alla resa dei conti. La delegazione italiana alla conferenza di pace di Versailles non fu all'altezza del compito, né dell'alto prezzo pagato dal Paese per la vittoria finale. Lo ammise Orlando nelle “Memorie” (lasciate incompiute per motivi fabulosi), in cui polemizzò aspramente ex post con il presidente degli Stati Uniti d'America, Woodrow Wilson, “arbitro di fatto dalla forza irresistibile della sua potenza” e al tempo stesso succubo di “una forza occulta”, degli jugoslavi e (venne insinuato) delle loro “attiviste”. Fantasie. Non avendo ottenuto Fiume in aggiunta a quanto previsto dall'arrangement con il quale il 26 aprile 1915 il governo Salandra-Sonnino aveva aderito all'Intesa (senza però entrarvi organicamente: imperdonabile errore strategico di politica diplomatica), la delegazione di Roma lasciò il Congresso di Parigi (“non conferenza di pace” ma arbitrato secondo Orlando), nell'indifferenza degli altri partecipanti, che si affrettarono ad approvare lo statuto della Lega delle Nazioni e a fissare i preliminari del diktat contro la Germania. Non le rimase che riprendere la via francigena. Il 23 giugno la Camera rovesciò il governo Orlando-Sonnino, pochi giorni prima della firma del Trattato di pace nel Castello di Versailles nel quinto anniversario del mortale attentato di Sarajevo, motivo scatenante della conflagrazione.
Anche il nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, alimentò la canea nei confronti di Cadorna, in vista della pubblicazione della Relazione della commissione d'inchiesta. Questa gli attraeva i consensi degli antimilitaristi. Per lui il generale era solo un “brutto ricordo”. Perciò Cadorna venne messo nell'oggettiva impossibilità di rispondere  pubblicamente con la necessaria efficacia e abbandonato al “crucifige” di una “piazza” da oltre un anno aizzata e assetata del sacrificio di un capro espiatorio. I due volumi di “La guerra alla fronte italiana” rimasero inediti sino all'aprile del 1921. Cent'anni dopo escono (BastogiLibri, Roma, con prefazione di Gianni Rabbia) in vista della Giornata Cadorna in programma a Pallanza il 7 aprile prossimo.   
Facit indignatio versum                                       
Mentre scriveva l'Opus magnum, come fosse due persone in una, con due teste e quattro mani, il generale intraprese l'“altro libro”. Il primo era la Storia, il secondo una sorta di lunga “nota a pie' di pagina”, puntuale e puntuta, meticolosa e rigorosa, sempre documenti alla mano. Man mano che i lavori della Commissione d'inchiesta procedevano, egli sentiva sempre più impellente e doveroso “testimoniare” dinnanzi all'opinione nazionale e internazionale. Doveva illuminare i passaggi fondamentali del différend tra la sua opera di Comandante supremo e i governi susseguitisi dalla conflagrazione alla sua rimozione: Salandra-San Giuliano e Salandra-Sonnino sino al 10 giugno 1916, il ministero Boselli, rovesciato il 25 ottobre 1917, e gli esordi di quello presieduto da Orlando, sempre con Sonnino agli Esteri, anello di congiunzione fra le trame diplomatiche del 1914 e il rovescio del 1919. Neppur Sonnino lasciò “Memorie”. Solo un “Diario”, molto frammentario e lacunoso proprio nei passaggi cruciali, e lettere.  
Sin dai primi mesi dell'intervento dell'Italia in guerra Governo e Comando Supremo giunsero ai ferri corti su molti versanti sostanziali delle rispettive competenze. Lo aveva anticipato il ministro della Guerra Domenico Grandi quando, consultato proprio Cadorna, il 23 settembre 1914 aveva avvertito Salandra: il governo era l'unico titolato a valutare lo spirito pubblico e le esigenze politiche e a stabilire se “il Paese” avrebbe condiviso e assecondato, o no, l'ingresso nella fornace ardente, con tutti i rischi derivanti dalla impreparazione dello “strumento bellico”. Poiché non era allineato con gli scopi occulti del governo, Grandi venne sostituito. Ad aggravare la tensione sull'inizio del 1916 intervenne la decisione dell'Esecutivo di intraprendere un'azione militare in Albania. Attestarsi a Vallona (come all'epoca si diceva) per Salandra e Sonnino significava fare dell'Adriatico il “lago italiano”, come a  grandi linee tratteggiato dall'“accordo” (non patto né trattato, a differenza di quanto molti scrissero e ripetono) siglato a Londra il 26 aprile 1915 in vista dell'adesione all'Intesa anglo-franco-russa. 
Secondo Cadorna l'apertura di quel fronte bellico sulla “quinta sponda” era invece del tutto fuorviante: avrebbe distratto mezzi e uomini dall'unico vero campo di battaglia e, in prospettiva, assorbito risorse sempre più ampie, in uno scenario politico-militare colmo di incognite e di possibili sorprese negative. Lo stesso valeva per le truppe italiane Oltremare, dalla Tripolitania al Mar Rosso, Ve n'era invece urgente e prioritario bisogno sul lunghissimo sinuoso fronte italo-austriaco. L'Italia, egli soleva ripetere, avrebbe riconquistato la Libia sul Carso, ove, diversamente, rischiava di perdere tutto. Anche Londra si disperdeva in imprese azzardate su teatri diversissimi, ma da secoli era un impero. All'opposto l'Italia doveva invece concentrare tutte le sue risorse per sfondare il fronte austro-ungarico a est, arrivare a Lubiana e Zagabria e aggirare da sud l'impero asburgico, suscitandovi l'insorgenza delle “nazioni senza Stato” o, come poi si disse, dei “popoli oppressi”. La sua visione potrebbe essere classificata mazziniana o garibaldina se non fosse che sin dal 1864 Vittorio Emanuele II aveva caldeggiato un'azione italiana di quel tenore, per destabilizzare l'Austria. Come scrive suo nipote Carlo nel succoso saggio introduttivo a “Caporetto. Risponde Cadorna” (BCSMedia, Grottaferrata, aprile 2019), il Comandante era “un generale del Risorgimento italiano”. 
Il “differend” tra governi allo sbando e il Comandante Supremo
La risposta del governo ai suoi mòniti e, presto, alle sue rimostranze, consegnate anche al carteggio con il titolare degli Esteri, Sonnino, fu quanto di più deludente e assurdo. Lo documenta il verbale della seduta del Consiglio dei ministri del 26 febbraio1916, firmato da Antonio Salandra e da Salvatore Barzilai, sinora inedito: “Presenti tutti i ministri. Si autorizza la pubblicazione di un decreto relativo all'avvio delle azioni militari in Albania, in sostituzione del decreto 1 dicembre 1915”. Il governo avocò a sé il comando dell'impresa. Così l'Italia condusse due guerre separate, una con la regia del Comandante Supremo, un'altra “gestita” direttamente da Roma. Quella delibera comportava due diverse politiche estere, perché (lo aveva insegnato Clausewitz) le armi sono la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi. Ma era appunto la politica estera il “ventre molle” del governo italiano. Lo si vide anche con l’esecutivo Boselli, quando Roma non poté più esimersi dal dichiarare guerra alla Germania, che si era impegnata a combattere sin dal 26 aprile 1915. Dopo la “spedizione di primavera” (o “punitiva”) austroungarica del maggio 1916 e la controffensiva abilmente allestita da Cadorna, culminata con l'ingresso in Gorizia il 10 agosto, la guerra mutò volto e “ragione sociale”: non poteva più essere confinata nel recinto del “sacro egoismo” accampato da Salandra, il cui vero e miope obiettivo era annientare Giolitti. La guerra dell'Italia andava inquadrata nell'ambito di una visione europea, delle alleanze e delle loro prospettive postbelliche, come da Cadorna scritto e ripetuto sin dal luglio 1914, con lungimiranza superiore a quella dei “politici”. 
Solo il 24 agosto 1916, presenti tutti i ministri, il governo Boselli fece mettere a verbale il passo fatale: udita la relazione del ministro degli Esteri, deliberò “in conformità degli impegni assunti con gli alleati, di proporre a Sua Maestà la dichiarazione di guerra alla Germania, [autorizzando] il Presidente  del Consiglio e il ministro degli Esteri di determinare il momento opportuno per dar seguito alla deliberazione presa”. Roma doveva però motivare una decisione così gravida di conseguenze. Lo fece con argomenti di basso profilo: gli aiuti militari germanici all'Austria-Ungheria sua alleata, la consegna agli asburgici di militari italiani evasi dai campi di prigionia, la sospensione del pagamento delle pensioni dovute a operai italiani: contenziosi da sottoporre a commissioni paritetiche, non alle armi. La dichiarazione di guerra venne comunicata alle 13.40 del 27 agosto con efficacia dall'indomani. Lo stesso giorno la Romania scese in campo a fianco dell'Intesa. A quel punto Cadorna chiese a Sonnino di farsi almeno comunicare “i patti interceduti fra gli alleati circa la sorte eventuale dell'impero turco: Costantinopoli, gli Stretti, l'Asia Minore, questioni di primaria importanza per la preparazione della pace, a cui bisogna pure pensare quando non ci sia altra guerra da dichiarare”. Sonnino si chiuse a riccio. La politica estera era suo riservato dominio. Di più e di peggio fece Boselli col sostegno del ministro dell'Interno, Orlando. Lungo tutto il 1917 e specialmente dopo la rivoluzione in Russia, l'ingresso degli USA nella guerra e il rischio di un'offensiva austro-germanica, come bene documenta Carlo Cadorna, il Comandante Supremo incalzò il governo con ben quattro lettere per chiedere il potenziamento del “fronte interno” e la lotta contro il disfattismo che dal paese contagiava l'Esercito. Non ebbe alcuna risposta. Il 27 marzo e il 28 settembre Cadorna partecipò a due sedute del governo. Della prima non v'è alcuna traccia nei verbali del Consiglio dei ministri; la seconda è riassunta in poche righe, elusive, senza alcun cenno al dibattito. Cadorna non compare. Secondo una postuma Dichiarazione di Orlando, il Comandante supremo gli condensò il programma in poche parole a seduta ormai terminata: “Lei pensi ad assicurarmi le retrovie, che ai soldati ci penso io”.
La vera storia di quei drammatici mesi non si comprende appieno dunque né dalle Memorie di Orlando o dal carteggio di Sonnino né, tanto meno, dall'Inchiesta su Caporetto, ma emerge invece a luce meridiana da “La guerra alla fronte italiana” e dal volume ora pubblicato da Carlo Cadorna per riaprire il dibattito su pagine fondamentali della storia d'Italia.
    Aldo A. Mola 

FEDERZONI, UOMO DEL RE?
ESCE IL SUO DIARIO INEDITO (1943-1944)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 marzo 2019, pagg. 1 e 11.

Luigi Federzoni da internetComunione e confessione prima del Gran Consiglio
  La mattina del 24 luglio 1943, un sabato, Luigi Federzoni (Bologna, 27 settembre 1878- Roma, 24 gennaio 1967) andò a confessarsi e a comunicarsi. Lo ricordò egli stesso in “Italia di ieri per la storia di domani”, il “memoriale” pubblicato un mese dopo la sua morte. Altrettanto fecero Dino Grandi e “forse qualcun altro” componente del Gran Consiglio del Fascismo, convocato a Palazzo Venezia per le 17 in piena calura estiva. Quei gerarchi, ricorda Emilio Gentile nel saggio più recente sul 25 luglio (ed. Laterza), erano “consapevoli del rischio mortale, ma sereni per la certezza di combattere una battaglia forse decisiva per la salvezza del Paese”. Alcuni alla riunione andarono “bene armati”. Federzoni narra che uno lo “rimorchiò in un cantuccio e con aria alquanto spaccona trasse di sotto la palandrana di prescrizione due bombe a mano”. Era forse il pugnace Cesare Maria De Vecchi, conte di Val Cismon, pluridecorato al valore, quadrumviro della marcia su Roma del 31 ottobre 1922, fiduciario di Vittorio Emanuele III. Il Gran Consiglio, organo supremo della Rivoluzione fascista” dal 1928, non si riuniva da oltre quattro anni. Contava e non contava. I suoi poteri effettivi erano e rimangono dispute tra costituzionalisti. Ne ha scritto recentemente Guido Melis in “La macchina imperfetta” (ed. il Mulino), Premio Acqui Soria 2018. A volte gliene vengono attribuiti molti più di quanti ne avesse, in specie sulla successione al trono, nel quale non ebbe mai alcun potere determinante. Poteva solo esprimere “pareri”. Quanto poco Mussolini lo tenesse in considerazione si era visto negli anni successivi all'abbraccio mortale tra lui e Adolf Hitler, Fuerher della Germania e del suo partito unico, il nazionalsocialista. Esondando dai poteri di capo del governo, il duce del fascismo aveva deciso l'alleanza militare con la Germania, la “non belligeranza” e poi la dichiarazione di guerra (10 giugno 1940) contro Francia e Gran Bretagna, Unione Sovietica e, davvero esagerando, conto gli Stati Uniti d'America senza mai consultarlo. D'altronde nessuno dei suoi componenti si era sentito in dovere di chiederne la convocazione. Anche per loro il Duce aveva sempre ragione.
  Tre anni dopo lo sciagurato ingresso in guerra, perduta in pochi mesi l'intera Africa Orientale (Eritrea, Somalia ed Etiopia, conquistata appena sei anni prima) e poi l'intera Libia e l'ultimo ridotto in Tunisia, anche la Sicilia dal 10 luglio era stata invasa dagli anglo-americani, i cui comandanti impartirono alle truppe direttive poco tenere nei confronti degli italiani, civili compresi. Molte piazzeforti si arresero senza opporre resistenza. Gli “alleati” in molti casi furono accolti come liberatori. A quel punto occorreva salvare il salvabile.
Federzoni avverte il re, che già sapeva tutto
Federzoni concorse con Dino Grandi alla redazione dell'ordine del giorno da proporre al Gran Consiglio, per proclamare “il dovere sacro di tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano”. Lo pensavano e lo ripetevano da anni quel che rimaneva di liberali, democratici, popolari, socialisti, antifascisti in forzato esilio o da molti anni incarcerati, militanti del neonato partito d'azione e il repubblicano Randolfo Pacciardi, massone. Il Risorgimento non era affatto monopolio dei nazionalisti, meno ancora dei fascisti, che lo avevano confiscato e ridotto a retorica. L'Italia era e doveva tornare a essere degli italiani, come avevano spiegato a loro tempo tanti patres della Terza Italia, quali i “fratelli” Francesco De Sanctis, Giosue Carducci, Giovanni Pascoli e una legione di studiosi che non si erano fermati alla contemplazione letteraria del Paese ma si erano immersi negli studi di statistica, scienze sociali ed economia. Non avevano mai formato un partito, ma una “opinione nazionale”, sulla scia di Cavour e di Massimo d'Azeglio, nel solco di Giuseppe Garibaldi, Francesco Crispi e via via sino a Giovanni Giolitti, capofila del “senso dello Stato”.
Federzoni ebbe il merito di far arrivare clandestinamente il testo dell'ordine del giorno a Vittorio Emanuele III, che ne aveva già notizia indiretta, così come lo ebbe anticipatamente il demolaburista Ivanoe Bonomi tramite Domenico Maiocco, socialista, antifascista e massone. Chi davvero aveva il potere di fare ebbe quindi modo di muovere le falangi di un ordine di battaglia predisposto da tempo.     
Al Re i poteri statutari per salvare l'Italia
Con breve interruzione la seduta del Gran Consiglio durò oltre le due del mattino e si concluse con l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi-Federzoni, al quale avevano aderito anche Giuseppe Bottai, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, mesi prima defenestrato da ministro degli Esteri e nominato ambasciatore presso la Santa Sede (così poté tramare con maggior sicurezza), e altre personalità eminenti del “regime”. Ciascuna di esse poi narrò in memoriali o a intervistatori quanto ricordava. I Grandi Consiglieri del Fascismo tradirono il partito o addirittura l'Italia? Volevano la eliminazione del duce? Anche il verbale redatto da Federzoni molti giorni dopo la seduta conferma che persino i più strenui fautori della “svolta” in realtà si limitarono a “invitare il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re (…) affinché egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate (…) quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono...”. L'appello era necessario giacché gli anglo-americani preparavano l'assalto alla penisola, le armate italiane erano disperse all'estero, dalla Provenza alla Jugoslavia e alla Grecia, e, dopo anni di stolida autarchia e di razionamento, la maggior parte della popolazione, specialmente nelle città, era ormai alla fame, preda della ”borsa nera”. Gli scioperi del marzo 1943 proprio nei centri industriali avevano suonato il campanello d'allarme: “pane e pace”. Una settimana prima della seduta del Gran Consiglio, nell'incontro di Feltre Mussolini per l'ennesima volta non riuscì a far capire a Hitler che l'Italia non ce la faceva più. Il Fuerher comprese invece che doveva farvi affluire subito divisioni in assetto di guerra per prenderla sotto controllo prima dell'invasione angloamericana. In quelle ore Roma stessa subì un devastante bombardamento aereo “pedagogico”: una brutale esortazione a muoversi, a disfarsi del fascismo e del suo duce prima di essere sistematicamente schiacciata dal cielo, come sin  dal 1940 era accaduto a tante sue città, da Torino a Genova e Cagliari…, in un crescendo di rovine e di orrori. Del resto era stata l'Italia a dichiarare guerra.
La mattina del 25 luglio 1943, una domenica, Roma si destò come poteva. Alternava speranza e angoscia. Mussolini, dopo una mattinata di lavoro ordinario (ricevette persino l'ambasciatore del Giappone, al quale assicurò che l'Italia avrebbe  “tirato diritto”: qualcuno ha favoleggiato che stesse approntando la richiesta di pace separata all'Urss staliniana), alle cinque del pomeriggio andò in udienza dal re, che gli revocò la carica di capo del governo, lo fece fermare (non “arrestare” o “incarcerare”) dai carabinieri, “nei secoli fedeli”, e tradurre al sicuro sotto sorveglianza. Poche ore dopo, il maresciallo Pietro Badoglio, duca di Addis Abeba, annunciò per radio la sua successione al “cavalier Mussolini”, che in effetti dal 1924 era insignito dell'Ordine della Santissima Annunziata, “cugino del re”.
Nella seduta, in alcuni momenti concitata ma mai tumultuosa, Federzoni, Grandi, Bottai e gli altri firmatari dell'ordine del giorno avevano chiesto quanto da tempo il re aveva deciso da sé: il cambio al vertice dell'Esecutivo in vista dell'uscita dell'Italia da una guerra ormai insostenibile, al costo minore possibile. Iniziava una partita difficilissima tuttora poco capita dalla storiografia e dall'opinione comune. Non era la prima volta nei secoli di Casa Savoia. Quel che contava era salvare la continuità dello Stato, sulla base della ribadita unione tra Istituzioni e Paese: “Italia e Vittorio Emanuele”, secondo la formula cara a Garibaldi. L'Italia fu pervasa da manifestazioni di giubilo per la caduta del regime. Non si registrarono mobilitazioni significative a favore di Mussolini né del Partito nazionale fascista, che pochi giorni dopo venne sciolto per decreto legge, come la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un tempo onnipotente ma che non mosse un dito a favore del “Capo”. Tacquero anche i celebrati “battaglioni M”. Dai cortei nessuno inneggiò a Federzoni, Grandi, Bottai, Ciano o al altri firmatari del poi famoso ordine del giorno. La storia aveva mutato corso senza attenderli. I gerarchi uscirono di scena. Entrò in campo il governo di militari e di tecnici (come Raffaele Guariglia agli esteri) che sin dal 1925 Giovanni Giolitti aveva vaticinato quale unica alternativa alla deriva dell'Italia verso il “partito unico” e le sue nefaste conseguenze interne e internazionali. Qualcuno lamenta che Badoglio impiegò 45 giorni a ottenere la “resa senza condizioni”. Che cosa fa oggi il governo in 45 giorni? 
Il regime
Il partito unico ebbe la premessa il 23 febbraio 1923 con la confluenza dei nazionalisti nel partito nazionale fascista, previo un solenne rito sacrificale: la dichiarazione di incompatibilità tra fasci e logge massoniche, deliberata dal Gran Consiglio del fascismo con la partecipazione, in via eccezionale, di uno spretato massonofago, che già aveva pubblicato in Italia i Protocolli dei Savi anziani di Sion e da un decennio faceva da rompighiaccio dell'estremismo contro liberalismo e democrazia parlamentare. Se il giovane Federzoni aveva deplorato la germanizzazione del lago di Garda, quell'ex reverendo aveva scritto un libello su la Germania alla conquista dell'Italia, denunciando i complotti di banche (come la Commerciale di Milano) e di grandi industrie a favore dello straniero.  
A quel punto i nazionalisti ritennero di mettere le briglie al fascismo, ancora un arcipelago di correnti, dissidenze e pulsioni mai giunte a sintesi. Di fatto nell'ambito del regime essi rimasero una frangia autorevole per cultura giuridica e letteraria ma scarsamente influente nell'apparato del partito che era un caleidoscopio di “ras” e di personalità dagli itinerari disparati, ben lontani da qualunque sintesi nella guida politica del Paese. 
I nazionalisti avevano avuto maggior peso quando erano la piccola avanguardia dell'opposizione di estrema destra e, sulla scia delle generose visioni di Alfredo Oriani, si erano attribuiti il ruolo di antesignani del grande ritorno a una storia mai esistita. Di fatto avevano funto da mosche cocchiere nella guerra per la sovranità dell'Italia su Tripolitania, Cirenaica e occupazione/liberazione di Rodi e delle Sporadi. Questa venne decisa da uomini pragmatici come il re, Giolitti e San Giuliano, pronti a tirare le somme di vent'anni di trattative diplomatiche. Del pari si considerarono avanguardia dell'intervento dell'Italia nella Grande guerra, ove però furono anticipati dal loro principale contendente, il Grande Oriente d'Italia capitanato da Ettore Ferrari, e si pronunciarono per la guerra contro l'Austria quando Alfredo Rocco (l'unico nazionalista con alto senso dello Stato) ancora guardava con ammirazione all'impero di Germania quale modello da replicare in Italia. Nel corso del conflitto, che tra gli interventisti registrò la prevalenza di sindacalisti rivoluzionari, socialisti riformisti come Leonida Bissolati, socialmassimalisti alla Mussolini e repubblicani, sempre pronti a minacciare “guerra o rivoluzione”, i nazionalisti ebbero un ruolo marginale, sino alla fase estrema, dopo Caporetto, quando tornò preminente il Grande Oriente guidato da Ernesto Nathan, per il quale bisognava schiacciare i pacifisti come serpenti.
Il Nazionalismo e la Nazione 
“Nipote” in senso ideale di Giosue Carducci (suo padre, Giovanni, ne era discepolo e cultore), Federzoni dovette il successo del suo esordio politico proprio al declino di Nathan quale sindaco di Roma, non per sua incapacità amministrativa (gli assessori erano competenti e valorosi) ma per la “crociata” da lui incautamente lanciata contro la Chiesa cattolica il 20 settembre 1910. Eletto deputato a soli 35 anni il 2 novembre 1913 nel prestigioso collegio Roma I in ballottaggio contro Antonino Campanozzi (4322 voti contro 3872) Federzoni parve stella cometa di una Quarta Italia. In realtà l'affluenza dei cattolici alle urne era ormai dilagante in tutta Italia in attuazione del “patto Gentiloni” che sommò cattolici moderati, liberali temperati e massoni lungimiranti. Nessuno sentiva bisogno di clericalismo, estraneo all'Italia e soprattutto al suo Re, che aveva da poco scoperto la statua equestre del Padre della Patria e rimaneva scomunicato come i suoi antenati, colpevoli di aver debellato il potere temporale di papi.
Federzoni assunse dunque un ruolo divisivo. La sua ascesa era fatalmente subordinata all'annientamento di un “nemico interno”: il giolittismo e la massoneria, il socialismo riformistico e la democrazia liberale. Non conseguì affatto l'obiettivo. Sulla fine dell'ottobre del 1922 il governo presieduto da Luigi Facta (il sesto in appena tre anni, il peggiore per inconcludenza) fu spazzato via ma non venne sostituito da una compagine nazional-moderata guidata, per esempio, da Antonio Salandra, ma da una compagine di costituzionali capitanata da Mussolini, che andò da Alberto De Stefani al filosofo Giovanni Gentile, da Colonna di Cesarò, demosociale, al giolittiano Teofilo Rossi di Montelera e fu vegliata da Armando Diaz e da Paolo Thaon di Revel, grande ammiraglio. Il quarantaquattrenne Federzoni fu assegnato alle Colonie in successione a Giovanni Amendola, teosofo e massone. Quella del 31 ottobre 1922 non fu Rivoluzione fascista ma continuità dello Stato. Dopo le elezioni del 1924 l’Italia visse la stagione del rapimento e assassinio di Giacomo Matteotti (l'unica certezza sulla sua fine è che morì, ha osservato il suo documentato biografo, Enrico Tiozzo) e dei quattro attentati alla vita di Mussolini, usati quale acceleratore della storia, quasi fosse un paese balcanico. Chiamato a sostituire Mussolini al ministero dell'Interno nella fase più oscura della guerra civile nuovamente strisciante, Federzoni constatò l'ingovernabilità del caos con mezzi ordinari. L'Italia passò allora alle leggi fascistissime, alla reintroduzione della pena di morte per i reati contro lo Stato e al Tribunale Speciale. Il governo aumentò il consenso, ma imboccò il viottolo della repressione di ogni forma di opposizione partitica e, ben presto, di dissenso culturale. Il nazionalismo prevalse solo riducendosi a uno spicchio della Nazione, negando e conculcando la verità della storia. Dal 1925 le Comunità liberomuratorie d'Italia, che facevano da tramite con le democrazie parlamentari più avanzate (monarchie e repubbliche, quali Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti d'America, Svezia, Olanda...), furono costrette ad sciogliersi. Il Paese si era avviato alla decrescita civile. Per frenarla Mussolini stesso chiamò al governo strenui avversari del nazionalismo, quali i massoni Giuseppe Belluzzo all'Economia e all’Educazione nazionale Balbino Giuliano iniziato massone nella loggia “Valle del Chienti” di Camerino quando vi era giovane docente universitario. Ad Alberto Beneduce, grande oratore del GOI, fu affidato il nascente Istituto per la Ricostruzione Industriale. Quella era l'Italia vera. 
Federzoni: un umanista di grande talento
Dopo l'avvento del regime di partito unico Federzoni ebbe ruoli eminenti prima da nuovamente ministro delle Colonie, poi come componente del Senato, di cui fu per dieci anni presidente, e soprattutto quale presidente di istituzioni accademiche benemerite, promotrici di opere emblematiche. E' il caso dell'edizione nazionale delle opere di Garibaldi e di Carducci che firmò  con lo pseudonimo “Enotrio Romano” i carmi più  antivaticaneschi usciti da penna italiana (più ancora di quelli di Lorenzo Stecchetti, l'Argia Sbolenfi  ben noto nella Bologna cara al giovane Federzoni).
 Per tutti questi motivi era importante dare alle stampe l'edizione critica del vero Diario scritto da Federzoni nei mesi durante i quali fu ospite dell'ambasciatore  del Portogallo presso la Santa Sede. Riuscì così a scampare alla Repubblica sociale che nel gennaio 1944 condannò a morte e fucilò come traditori Ciano e altri quattro sfortunati firmatari dell'ordine del giorno del 24-25 luglio 1943. E' significativo che a promuovere l'edizione del Diario inedito di Federzoni, impeccabilmente curata da Erminia Ciccozzi, funzionaria dell'Archivio Centrale dello Stato, e da Aldo G. Ricci, suo sovrintendente emerito, sia l'Istituto Lino Salvini di Firenze, per i tipi dell'editore Angelo Pontecorboli: un modello di cultura e di serena contemplazione della grande storia di un'Italia che seppe essere e deve tornare “universale”, lontana dal provincialismo spacciato come sovranismo.
Dal Diario, Federzoni emerge quale aspirante uomo del Re. Ma Vittorio Emanuele III volle essere Re di tutti gli italiani, senza pregiudizio di tessere di partito, di opinioni politiche e di culto religioso. Il carteggio tra l'antico “gerarca” e Umberto II esule in Portogallo documenta la coscienza adamantina e la profonda passione di Federzoni per l'Italia. Cinquant'anni dopo la sua morte, merita di essere conosciuto e riconosciuto nella sua identità di patriota.    
Aldo A. Mola
 
ANDREA CAMILLERI, IL “LATO C” DI FRANCESCO CRISPI
E ROSALIA MONTMASSON, L'ANGELO CADUTO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 marzo 2019, pagg. 1 e 11.

    Il neo-meridionalismo siculocentrico di Andrea Camilleri...
“Maxima debetur puero reverentia...” dicevano gli antichi. Altrettanta se ne deve agli anziani. Con una differenza. Dal “puer” non ci si attendono lezioni di storia. All'anziano, invece, si concede volentieri che narri il “suo” buon tempo andato, spesso rivisto con occhiali deformanti atti a cancellare i cattivi ricordi e a salvare i gradevoli. Ma se il vecchio parla del tempo “di tutti”, se s'impanca a sentenziare sui massimi sistemi dell'universo, allora si espone a obiezioni e a correzioni come chiunque altro. È il caso di Andrea Camilleri, che ha fustigato Francesco Merlo con una lettera a “Repubblica” intrisa di commosso elogio dell'Isola del Sole, a suo avviso terra  felice sino a quando venne saccheggiata, come tutto il Mezzogiorno, da “piemontesi” e “nordisti”. La reverenza verso la verità storica ha la meglio su quella per l'anagrafe.  Camilleri ha un'età invidiabile, ma questo non è un merito particolare. Accade a un numero sempre più elevato di abitanti del Paese Italia proprio grazie al progresso sociale, economico e civile dovuto all'unificazione nazionale del 1859-1860 e al suo inserimento nel circuito mondiale che ha sommato scienza e diffusione del benessere, superando i particolarismi. Per buona sorte (il suo provvidenziale Stellone) e di alcune ondate di classe dirigente vera susseguitesi nel tempo, sia pur con cesure e discontinuità, l'Italia fece e ancora fa parte dell'“Occidente”. E' avvenuto per merito della unione, che fa aggio sulla deflagrazione e sulla temuta balcanizzazione implicita nei propositi pseudo federalistici, antitetici al senso complessivo della sua storia millenaria. Camilleri gode del plauso per la trasposizione filmica dei suoi racconti, in specie la serie televisiva del Commissario Montalbano, dovuta alla speciale bravura di Luca Zingaretti, anche più delle “storie”, il cui pregio letterario esula dalle presenti considerazioni. Quando appunto si è autorevoli, quando si parla “erga omnes”, si assumono speciali responsabilità. Anzitutto la “reverentia” che tutti dobbiamo alla verità dei fatti.
Orbene, secondo Camilleri intorno al 1100 la Sicilia già aveva un parlamento mentre l'Italia settentrionale “brancolava nel buio del medioevo”. Forse dovrebbe rileggere alcune opere sicuramente a lui ben note, da “Gli arabi in Sicilia” del suo conterraneo Michele Amari all'“Italia moderna” dell'abruzzese  Gioacchino Volpe. All'epoca, come nei secoli precedenti e in quelli successivi, l'Italia fu un crogiolo di genti e di conseguenti apporti di civiltà. Solo sull'inizio del Novecento, poco più di un secolo fa, una conventicola fanatica, imbevuta di nazionalismo, inventò il mito della “razza italiana”. I suoi apologeti non ne furono mai pienamente consci, ma nell'insieme ebbero l'intento di superare i “popoli d'Italia” e le loro rispettive vicende in un “unicum”, una “nazione” storicamente mai esistita, come ripetutamente spiegato, fra altri, da Giuseppe Galasso nell'insuperato “L'Italia come problema storiografico”. 
… e la “razza italiana” di uno spretato massonofago.
Un famoso spretato, massonofago come tanti clericali dei tempi suoi, quando riuscì a farsi nominare Ispettore della razza nella Repubblica sociale italiana da Benito Mussolini (che per note ragioni cercava di vederlo meno possibile e solo con le mani in basso) impostò la legge che riconosceva “italiani” quanti fossero stati in grado di indicare gli antenati almeno dall'inizio del secolo XIX. Scordava che tra il 1800 e il 1814 mezza Italia dipendeva direttamente da Parigi, l'altra metà era governata dal figlio adottivo di Napoleone o da suo cognato, Gioacchino Murat, la Sardegna aveva per re il francofono Vittorio Emanuele I di Savoia e la Sicilia era sotto controllo di lord William Bentinck, che convinse Ferdinando IV di Borbone a liberarsi dall'ingombrante moglie Maria Carolina d'Asburgo, farfallona amorosa, e gli dettò la Costituzione dell'isola. Al confronto con lo spretato Telesio Interlandi, il razzista di complemento biografato da Giampiero Mughini (ed.Marsilio) pare un dilettante.  
A sostegno del neo-meridionalismo siculocentrico Camilleri cita con orgoglio alcune città monumentali della Trinacria: Agrigento, Erice, Monreale, Noto, Siracusa, Taormina... Sono tutti capolavori di altrettante e diverse civiltà e della loro sovrapposizione e, talvolta, fusione nel corso del tempo: fenici, greci, romani, bizantini, arabi, normanni, aragonesi, spagnoli, asburgici d'Austria, Borboni di Spagna e loro progenie. Lì è il fascino dell'Isola: un “continente”, uno straordinario mosaico, che affascinò nel tempo i suoi visitatori. Il “viaggio in Sicilia” divenne un classico attestato da Wolfgang von Goethe. Esso propiziava l'incontro con i suoi uomini, così unici e così fantasmagorici, dallo sguardo intenso come nei ritratti di Antonello da Messina. A proprio conforto Camilleri cita anche, in ordine molto sparso, le eccellenze politico-culturali siciliane: Vincenzo Bellini, Finocchiaro Aprile (Camillo, ministro della Giustizia con Giolitti e massone come suo figlio, Andrea: con la differenza che il primo fu tenacemente “unitario”, il secondo focosamente separatista), lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa (precorso dall'insuperabile Federico De Roberto), Salvatore Quasimodo, massone e premio Nobel per la letteratura, e Vittorio Emanuele Orlando, giureconsulto insigne. Quando, dopo Caporetto, questi ascese a presidente del Consiglio il 30 ottobre 1917 la deputazione siciliana gli propose di barattare l'abolizione del servizio militare per gli isolani con l'autonomia economica. Unitario sino al midollo, Orlando respinse sdegnosamente un' “offerta” che sapeva di ricatto, se non di tradimento.
Naturalmente Camilleri esalta il presunto primato economico del Regno delle Due Sicilie alla vigilia della nascita del regno d'Italia (1861): marina, commerci, cantieri, riserve d'oro... “Laudator temporis acti”, lo scrittore dovrebbe però spiegare come mai, se il Mezzogiorno viveva in amorosi sensi, come egli sostiene, la Sicilia insorse ripetutamente in armi contro Napoli, nel 1820 e nel 1848, e la sua ribellione fu sanguinosamente repressa “manu militari” da Ferdinando I di Borbone (ex IV) e poi dal nipote, Ferdinando II di, che si meritò l'epiteto di “Re Bomba” per quanto fece sulla pelle di Messina. Va anche ricordato che nel 1713 re di Sicilia divenne il duca Vittorio Amedeo II di Savoia e che nel 1848 i siciliani offrirono la corona dell'isola a un altro Savoia, a conferma che non volevano proprio saperne di Napoli. Il dualismo tra la Sicilia e le terre “al di qua del Faro” fu pari solo a quello tra Sicilia occidentale e Sicilia orientale, tema che esula da queste poche righe. Camilleri dovrebbe anche spiegare perché la “Borbonia Felix” con tutto il benessere da lui decantato avesse pochi chilometri di ferrovia in Campania e nessuno nel resto del regno, Sicilia inclusa. Dovrebbe dire come mai la popolazione di Calabria, Basilicata, Abruzzo fosse per l'80-90% analfabeta, la rete stradale quasi inesistente (il traffico commerciale costiero superava quello per via interna) e mancassero decenti collegamenti terrestri tra Tirreno e Adriatico, come del resto nello Stato Pontificio.
I “fatti” sono nelle statistiche, nell’ingente massa di ricerche esperite da politici indipendenti, quali Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, che a proprie spese condussero la celebre “Inchiesta” sulla Sicilia, perno del meridionalismo  un tempo fiorente ma oggi soffocato dalla confusione tra polemica spicciola e storia (è il caso dei libelli e della pletora di articolesse di Pino Aprile e dei suoi imitatori, corrivi ai ditirambi in onore di briganti e brigantesse).
Per un ritratto veridico della sua terra, Camilleri dovrebbe infine ricordare i tanti siciliani e, più in generale, meridionali suppliziati, detenuti, costretti all'esilio da sovrani spergiuri e imbelli: gli Illuministi “napoletani” (in realtà rappresentanti di tutto il Mezzogiorno, come ampiamente documentato da Benedetto Croce e Franco Venturi), i costituzionalisti del 1820-21 e quelli del 1848: Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta, benefattore di Giacomo Leopardi, Luigi Settembrini, Pasquale Stanislao Mancini (intrinseco di Camillo Cavour e docente di Giolitti a Torino) e il grande Francesco De Sanctis, il cui “Discorso ai Giovani” (1848) è stato ripubblicato dal presidente dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, Giuseppe Catenacci, in memoria del grande storico della letteratura italiana e ministro della pubblica istruzione, già docente nella Scuola militare dalla quale uscirono Enrico Cosenz, Domenico Primerano e Alberto Pollio, capi di stato maggiore dell'Esercito italiano,  e Salvatore Pianell, tra i migliori in campo nella guerra del 1866.
Francesco Crispi: rivoluzione, riforme e un matrimonio volante 
Esuli siciliani furono anche Giuseppe La Farina, Francesco Ferrari e Francesco Crispi, detto “Ciccio” in famiglia e per gli amici, come Camilleri appella Francesco Merlo. 
“Albanese” come Bettino Craxi, il siciliano Crispi (Ribera, provincia di Agrigento, 1818 – Napoli, 1901) con Giovanni Giolitti è e rimarrà tra i massimi Statisti della Nuova Italia. Studiato da Arturo Carlo Jemolo, Sergio Romano e vent'anni addietro da Christopher Duggan, col passare degli anni Crispi emerge sempre più nel suo vero valore di uomo di Stato. Al suo principale governo (1887-1891) si debbono riforme fondamentali: l'istituzione dei sottosegretari di Stato, il nuovo codice di diritto penale, che abolì la pena di morte e pose l'Italia all'avanguardia nel mondo, l'elezione dei sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti e dei presidenti delle deputazioni provinciali, la trasformazione degli enti di carità in istituti di pubblica assistenza e beneficenza, l'accelerazione di gigantesche opere pubbliche e una politica estera fondata sull'alleanza difensiva di Roma con Berlino e Vienna e sulla convergenza con Londra  per la stabilità del Mediterraneo, a tutto vantaggio dell'espansione italiana, tarpata dall'imposizione francese del protettorato sulla Tunisia. In termini solo apparentemente diversi la sua linea venne proseguita e riaffermata dal “grande ministero” Giolitti- Antonino di San Giuliano, catanese, che si sublimò nella sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica e nella liberazione di Rodi e del Dodecanneso dal feroce dominio secolare di quella Turchia che oggi qualcuno, pretendendo ci bendassimo gli occhi dinnanzi a un regime oggettivamente liberticida e negatore delle conquiste civili introdotte dal “fratello Ataturk”, vorrebbe nell'Unione Europea. 
Molti uomini politici (ma vale anche, se non di più, per capitani d'industria, finanzieri, artisti, scrittori, scienziati e persino per ecclesiastici perché “tous les hommes sont hommes et les moines sourtout...”) hanno pagine più e meno commendevoli. Quelle di “don Ciccio” Crispi sono ora narrate da Marco Ferrari nel gustoso e informato Rosalia Montmasson. L'angelo dei Mille (Mondadori). Nata nel 1823, di origini savoiarde (ovvero dell'allora Regno di Sardegna), migrata a Marsiglia per trar di che vivere dal suo mestiere di lavandaia, Rose (Rosalia) vi “conobbe” (nel senso biblico) il giovane Crispi, esule politico. Di avventura in avventura il giovane “don Ciccio”, avvocato senza reddito, la prese in moglie in un forzato soggiorno a Malta: un matrimonio celebrato il 27 dicembre 1854 da un sacerdote forse non abilitato all'amministrazione del rito e con due testi a loro volta esuli, Giorgio Tamajo e Luigi Dario Depreti.
Il “lato C” di “don Ciccio”.
Un giorno a Torino, ove dimorava in via Vanchiglia,  Rosalia ebbe la sgradevole sorpresa di aprire la porta a una  precedente moglie di Crispi, Felicita Vella, detta Ciuzza, accompagnata dal figlio, Tommaso. Fu poi col marito nella garibaldina spedizione dei Mille (5 maggio 1860), unica donna a bordo, poi a Palermo (ove “don Ciccio” subì l'attentato che lo convinse a rifugiarsi in una loggia massonica il 13 febbraio 1861), e ne assecondò passo passo il corso politico, segnato dalla scelta fondamentale enunciata nel settembre 1864: “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”. Crispi ormai rifiutava di essere classificato mazziniano o garibaldino. Era Crispi. E lo mostrò nel tempo, sino all'elezione a presidente della Camera dei deputati e all'ascesa a ministro dell'Interno e a presidente del Consiglio. 
Dopo i due figli avuti dalla “segretaria” del suo ormai fiorentissimo studio forense,  Luisa Del Testo, egli ebbe l'ultimo incontro fatale, con la giovane Filomena (Lina) Barbagallo. Ottenuto un “accordo” con Rosalia (1875) e l'annullamento del precedente matrimonio “per vizio di forma”, formalmente libero dall'imputazione di bigamia sposò Lina. La loro figlia, Giuseppa Ida Marianna, era ormai grandicella. Andò in sposa al principe di Linguaglossa ed ebbe l'onore di un carme di Giosue Carducci,  dalla vita “sentimentale” abbastanza disordinata. Il “lato C” della vicenda umana di Crispi riserva dunque pagine sconcertanti, ma non troppo diverse da quelle del “birichino” Cavour e dei primi due re d'Italia. Umberto I lo liquidò come “un porco”, ma ne aveva bisogno e ne condivise la politica estera, specie la coloniale, perno del suo secondo governo (1893-1896), alla cui guida venne chiamato benché fosse implicato fino al collo nello scandalo della Banca Romana. A distruggerlo non furono i romanzi scollacciati di Léo Taxil e di Domenico Margiotta, né i “fasci siciliani”, né socialisti rivoluzionari e anarchici. Proprio Crispi, precursore della Conciliazione Stato-Chiesa, presente Guglielmo Sanfelice, arcivescovo di Napoli, invitò al patto “Con Dio, con il Re, per la patria”. Egli fu travolto dalla sconfitta del corpo di spedizione italiano contro Menelik, negus d'Etiopia (1° marzo 1896). Al governo salì un altro siciliano, il marchese Antonio di Rudinì, dalla vita privata altrettanto sfortunata. 
“Sunt lacrimae rerum...”. Malgrado le loro sorti individuali, quegli uomini fecero l'Italia. È emblematico che un dibattito sul bel libro di Ferrari venga promosso ad Alessandria (alle 17 del 9 marzo, Museo della Garbarina) dal centro studi presieduto da Marco Mensi e intitolato a Urbano Rattazzi, altro statista dalla vita privata parecchio turbinosa: un cognome, un destino. Così fu e per molti aspetti è la Storia d'Italia...
Aldo A. Mola
 
UN CONCILIO TIRA L'ALTRO
1869-1870 QUANDO IL PAPA RISULTO' INFALLIBILE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 24 febbraio 2019, pagg. 1 e 11.
    
Il Pellegrinaggio GoyaLo Spirito e la Terra tra due mari
    Il Papa è infallibile solo da 150 anni? Tanti ne sono passati dal Concilio ecumenico vaticano, aperto a Roma l'8 dicembre 1869 da papa Pio IX dopo lunghissima preparazione, e dall'Anticoncilio organizzato a Napoli il 9 dicembre da mangiapreti, liberi pensatori, razionalisti e qualche massone. La chiesa cattolica voleva e doveva fare i conti con il Tempo. Vi è la quotidianità. Vi è quello della Storia. Vi è lo Spirito. Il papa, Pio IX, non solo era ma si sentiva Vicario di Cristo: nella gloria e della sofferenza. Da settant'anni i Sommi pontefici erano l'Agnello di Dio “qui tollit peccata mundi”. A differenza di quanto solitamente si crede, non significa affatto “che toglie (cioè candella, perdona) i peccati dal mondo”. Vuol dire, invece, che “prende su di sé” i peccati del mondo e si offre per il Sacrificio supremo. Non “toglie” affatto i peccati. Li stigmatizza e li condanna. Ma al tempo stesso ha misericordia per i peccatori. Offrendosi capro espiatorio suggella il Patto.
De settant'anni i Papi erano stati spazzati via quali sovrani di un'ampia area di un'Italia dominata da  potenze straniere, gli Asburgo e i re di Francia che, Valois o Borbone, da secoli se la giocavano tra guerre feroci e tregue provvisorie. Mentre Venezia era ormai crassamente assopita e il re di Sardegna, vicario del sacro romano imperatore, aveva sbarrato l'accesso al Ligure dalla Repubblica di Genova, lo Stato pontificio andava dal Volturno alla Toscana, da Marche e Umbria a Romagna ed Emilia, dal Tirreno all'Adriatico. Ma la sua forza non era nell'estensione territoriale. Rimaneva quella di successore di Pietro. Clemente XIV nel 1773 non esitò a sciogliere la Compagnia di Gesù per fronteggiare l'offensiva dei Borbone, sospinti dai “Lumi”, di cui poi i re di Francia rimasero vittime. Per salvare il salvabile Pio VI non esitò a recarsi a Vienna, “pellegrino apostolico”, per impetrare comprensione dall'imperatore Giuseppe II, protettore del massone Wolfgang Mozart. Impresa vana. Alla sua morte per la prima volta dopo secoli il conclave non si tenne in Roma ma a Venezia. Il Creator Spiritus molto tempo impiegò a scendere sul capo di Pio VII, il mesto Barnaba Chiaramonti, povera foglia frale nel turbinio tra incoronazione di Napoleone a Parigi, prigionia a Savona e  Restaurazione.
Evitare la mala sorte: papa sotto tutela    
La Chiesa aveva bisogno di riforme profonde dal suo interno: ritrovare la missione. La Compagnia di Gesù, rianimata dal 1814 guidò la ripresa, a fianco degli scolopi, che ne contendevano l'egemonia sull'insegnamento, specie in Italia, ove erano apprezzati da ogni ceto. Sul crepuscolo del 1848, nel quadro del turbinio rivoluzionario europeo, Pio IX, sul Sacro Soglio da poco più di due anni, ritenne prudente lasciare Roma e riparare a Gaeta, all'epoca dominio borbonico. Il costituzionalista liberale nel quale aveva riposto fiducia, Pellegrino Rossi, liberale e settario era caduto vittima di un attentato mortale, eseguito in forma “rituale”. Tirava pessima aria. La conferma venne poco dopo, il 9 febbraio 1849, quando Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino e Giuseppe Garibaldi in Roma proclamarono la Repubblica, che si aggiunse a quella di Venezia, ormai agonizzante. Il papa lasciò fare alle potenze europee. Nessun sovrano parteggiava per i repubblicani. Neppure Luigi Napoleone Bonaparte, antico carbonaro, rivoluzionario, scrittore di talento, eletto presidente della Repubblica francese col sostegno dei moderati e proteso a ricalcare le orme del grande zio, Napoleone I. Per salire sul trono imperiale doveva però spazzare via la Repubblica dalla Città Eterna e riportarvi il Pontefice. Lo fece e la tenne sotto tutela. Per ostacolare l'Austria e il Borbone di Napoli, pronti ad allungare i tentacoli nello o sullo Stato pontificio, ma soprattutto perché doveva consacrare il proprio potere. Il “fosco figlio di Ortensia” come Luigi Napoleone Bonaparte (come venne lapidariamente ritratto da Giosue Carducci), non poteva fidarsi di nessuno. Non certo di protosocialisti, repubblicani (un groviglio di sette), né nella fungaia di monarchici. Non gli rimanevano che i “moderati”: militari, cattolici e, dopotutto, i massoni, che realisticamente preferivano un Napoleone III al caos permanente. Era il protettore del papa? Tanto meglio. Voleva dire che il pontefice non poteva interferire nella vita interna della Francia gallicana dai tempi di Francesco I di Valois e dei suoi domini diretti e indiretti. A conti fatti, grazie a Napoleone III il potere temporale papale sarebbe sopravvissuto, ma avrebbe pesato meno anche sull' Italia e in Italia. Toccava agli italiani rimboccarsi le maniche e risalire la china dopo il fallimento della prima guerra  per l'indipendenza dall'Austria (1848-1849). Lo intuirono e ci lavorarono il disincantato Massimo d'Azeglio (il cui gigantesco “Epistolario”, curato da Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi, volge al termine), Camillo Cavour, Urbano Rattazzi (studiato da Rosanna Roccia) e una miriade di innovatori che ripresero a tessere la tela imbastita con i Congressi degli scienziati italiani nei quali il lungimirante cancelliere imperiale Metternich aveva intravveduto il fumus della rivoluzione. Dal canto suo papa Gregorio XVI, benché meno gretto di come veniva descritto (e lo ha documentato Romano Ugolini in saggi esemplari),  non si lasciò mai incantare dalla musa della modernità.
Sul suo solco marciò spedito Pio IX. Appena eletto papa nell'enciclica Qui pluribus denunciò la massoneria quale artefice del complotto contro la Chiesa di Cristo, depositaria della Verità e della Salvezza. Di anno in anno ribadì condanne e scomuniche di ogni forma di “eresia”. La sintesi venne racchiuse nel Syllabus (8 dicembre 1864, decennale della proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione), raccolta degli “errori” dai quali la chiesa prese drasticamente le distanze. All'origine di tutti i mali (comunismo, socialismo, democrazia,...) vi era il liberalismo, un virus che si presentava nelle forme allettanti di tonico ma in realtà era tossico. 
Alla pars destruens Pio IX affiancò la costruzione: il Concilio. Non se ne tenevano dal remoto 1545-1563, quando a Trento la Chiesa di Roma ruppe definitivamente con evangelici e luterani e intraprese la Riforma cattolica, con una moltitudine di santi e missionari non solo nei Nuovi Mondi ma anche all'interno delle aree che cristiane erano (e in gran parte sono) solo di nome. 
La convocazione del Concilio  vaticano era dunque nell'aria da tempo. Presieduto da Luigi Federico Menabrea, un generale, scienziato e fautore delle infrastrutture indispensabili per fare dell'Italia un Paese europeo (e quindi ferrovie e trafori alpini, sulla scia del grande Camillo Cavour), il governo del regno, allogato a Firenze, non aveva responsabilità diretta di quanto sarebbe avvenuto in Roma, sulla quale semmai vegliavano gli zuavi di Napoleone III, orgogliosi delle perdite inflitte ai garibaldini a Mentana nel novembre 1867 (non mancavano di celebrare i loro caduti e i loro trionfi in San Luigi dei Francesi a Roma). Però il governo d'Italia doveva garantire l'afflusso di centinaia e centinaia di vescovi da ogni parte del mondo, in specie dagli Stati cattolici che garantivano l'incolumità del papa: l'impero austro-ungarico, la Francia, la Spagna, l'America centro-meridionale, la Baviera e persino la calvinistica Svizzera. Con seguito sfarzoso, il vescovo di Ginevra fece tappa a Modena per visitare campioni dell'aristocrazia papista e filoasburgica: una vera provocazione mentre la pianura padana era in rivolta contro la tassa sulla macinazione delle farine, sfociata in scontri armati e arresto di molinari, chiusi tra l'incudine dei “contatori automatici” imposti da Quintino Sella e il martello di contadini, panettieri e consumatori affamati e furiosi. 
Tesi (Concilio), antitesi (Anticoncilio di Napoli), sintesi... 
Se il governo era riuscito a scontentare le “masse popolari”, l'indizione del Concilio sparigliò i “laici”, divisi in tre ampie frange. La prima, era formata da mangiapreti senza se e senza ma, quasi sempre con trascorsi giovanili in seminari e convitti religiosi. Ne fu alfiere Pietro Sbarbaro (Savona, 1838-Roma,1893), già allievo del collegio degli Scolopi, laureato in giurisprudenza a Pisa,  ma già a vent'anni direttore di giornali e riviste, docente  di economia politica a soli 26 anni, prima a Pisa poi a Modena. Geniale e polemico, oratore brillante, indiziato venerabile di loggia e politicamente caotico, Sbarbaro propose l'adunata dei “liberi pensatori” a Loreto, la città della miracolosamente traslata Casetta di Nazareth. Spalleggiato da massoni celebri, come il perugino Francesco Guardabassi, chiese imperiosamente l'abolizione dell'articolo 1 dello Statuto: “La religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello Stato. Gli altri culti ora ammessi sino tollerati conforme alle leggi”. Come poi argomentarono docenti insigni di diritto ecclesiastico e storici, quali Francesco Ruffini e Arturo Carlo Jemolo, la tolleranza è virtù se praticata dai privati ma è vizio se dipende dal diritto pubblico, che deve invece assicurare la piena parità dei culti o delle associazioni e degli Ordini, se non violano la legge penale. Era ed è il caso della Massoneria, sempre perseguitata da chi non la conosce e per ignoranza la teme. Del resto lo Statuto dichiarava i regnicoli uguali dinnanzi alle leggi, quindi a prescindere dalla loro professione di fede, liberi di non averne alcuna, nel rispetto delle altre. Sbarbaro fece leva sull' apostolato religioso di Giuseppe Garibaldi, una sorta di pontefice massimo del laicismo italiano, atei compresi. Ne aveva dato un saggio anche nei suoi primi romanzi, “Cantoni il volontario” e “I Mille”, che avevano come protagonisti gesuiti e un “monsignor Corvo”. Di polemica in polemica, più volte eletto deputato Sbarbaro fu destituito dalla cattedra universitaria dal confratello ministro della pubblica istruzione, Guido Baccelli (o “Guido dei miei baccelli”, come egli sarcasticamente scrisse). Finì e condannato al carcere per diffamazione. Onestissimo, morì in miseria.
Molto più efficace fu la convocazione dell'Anticoncilio lanciata da Giuseppe Napoleone Ricciardi (Nappli, 1808-1882). Secondogenito del ministro della giustizia di Gioacchino Murat, il re di Napoli che dalla sua nicchia sulla facciata di Palazzo Reale in Piazza del Plebiscito fa il saluto massonico ai passanti, a soli 24 anni fondò la rivista “Il progresso delle scienze”. Mazziniano, cospiratore, esule in Francia e a Londra, finanziatore della sfortunata spedizione dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati nel vallone del Romito a Cosenza (1844), tornato a Napoli nel rivoluzionario 1848, dopo la revoca della costituzione da parte dello spergiuro Ferdinando II di Borbone Ricciardi scampò alla forca riparando prima  Corfù poi in Piemonte. Collaborò  alla rivista “La Ragione” diretta dal massone Ausonio Franchi (già don Giuseppe Bonavino). Sotto influsso dei socialisti utopisti Saint-Simon, Fourier e altri, tra i primi in Italia il napoletano Ricciardi propugnò il “reddito di cittadinanza”: lo Stato doveva garantire a ognuno il lavoro o, in carenza, assicurargli di non morire di fame.
Al suo appello risposero decine di logge italiane, circoli di liberi pensatori, scrittori, artisti. Invece il Grande Oriente di Francia rifiutò di aderire  (143 logge contro 111) perché aveva gran maestro il maresciallo Magnan, mai iniziato in loggia ma imposto da Napoleone III, che non voleva screzi col papa. A sua volta il Grande Oriente d'Italia respinse l'invito. Il suo gran maestro Ludovico Frapolli (che poi finì in manicomio per le dolorose cure della lue, la “malattia del secolo”, e si sparò) rispose che la massoneria avrebbe fallito la sua missione se si fosse preoccupata “di ciò che un caposetta qualunque dispone coi suoi fedeli”. Non era gentile verso Pio IX, ma serviva per tenere a distanza gli anticlericali più facinorosi, soprattutto i francesi come Victor Hugo, Edgar Quinet (che bollò il papa come “cadavere vivente”), Emile Littré e Jules Michelet, che propose di far presiedere l'Anticoncilio dall'ombra di Jan Hus, l'eredito boemo arso vivo gli inizi del Quattrocento (e fu biografato dal socialrivoluzionario Benito Mussolini in “Hus l'eretico”). In onore dell'Anticoncilio  Giosue Carducci ristampò l' Inno a Satana e digrignò i denti: “Noi siamo satanici...”, suscitando l'indignazione del massone teista Quirico Filopanti e dello stesso Frapolli, che, per evidenziare la lealtà della massoneria verso le Istituzioni, si premurò di inviare auguri di pronta guarigione a Vittorio Emanuele II, gravemente malato. A Napoli accorsero anche molte mopse, cioè massonesse, come la contessa Enrica Caracciolo e altre dame dai fogli clericali irrise quali “femmine libere”. Le spregiava anche Frapolli secondo il  quale  era “utopia il pretendere che la donna possa o voglia emanciparsi di per se stessa al punto di far parte della Massoneria senza il consenso e l'appoggio dell'uomo, che sta a capo della famiglia, sia esso il padre, il fratello, il marito...”.
Ognun per sé...
La terza frangia fu dei laici pensosi, contrari a immischiare il giovane regno sia nel Concilio sia nell'Anticoncilio. L'8 dicembre 1869 parlò per tutti Giambattista Bottero, fondatore e direttore della influente torinese “Gazzetta del Popolo”: “Oggi i delegati del Pontefice a sciogliere e a legare nel mondo cattolico si riuniscono a Roma in Assemblea, dalla quale il clericalismo si aspetta la proclamazione di principii che la ragione dimostra inesistenti...”: l'infallibilità del pontefice quando parla “ex cathedra”, cioè sulla dottrina della Chiesa e ne enuncia i “dogmi”.  I liberi pensatori non dovevano dare alcuna importanza alle decisioni interne delle varie chiese esistenti. Perciò sconsigliavano “ dimostrazioni di qualunque natura”. I cattolici romani erano liberi di decidere se il papa fosse infallibile, anche contro l'opposizione dei “vecchi cattolici” di Germania. Anticlericali e mangiapreti erano liberissimi di riderne, ma senza infastidire i credenti. Libertà per ciascuno, nei limiti della legge. Era la Nuova Italia. Ma nel luglio 1870 avvenne l'imprevedibile. Stolidamente Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, che non aspettava di meglio, assalì la Francia e sconfisse l'imperatore francese a Sedan. Nel frattempo, sotto un uragano, nel luglio 1870 il Concilio approvò il disputato dogma dell'infallibilità e si sciolse in tutta fretta. Ad assicurare la pax romana arrivò l'Esercito italiano agli ordini di Raffaele Cadorna. Il garibaldino Nino Bixio venne messo in ultima fila. A sparare la prima cannonata contro il Vaticano il 20 settembre 1870 fu un ufficiale di artiglieria, il piemontese Giacomo Segre, dal nome molto allusivo. Dunque la “debellatio” del potere temporale dei papi era tutto frutto di un “complotto” giudaico-massonico? Era la vittoria dell'Anticoncilio?  Molti lo scrissero. Pio IX bollò la Massoneria come “sinagoga di Satana”. Forse il suo successore dovrebbe dire qualcosa...
Aldo A. Mola  
 
TORNA LA “LINEA GOTICA”?
NON CE LO CHIEDE L'EUROPA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 17 febbraio 2019, pagg. 1 e 11.
    
Centralismo e pluralismo
L'Italia è uno Stato ancora giovane. Dalla sua unificazione (1861-1918) è dilaniata da opposti egoismi, malattia infantile vissuta, ma quasi ovunque superata, da tutti i grandi Paesi non solo d'Europa ma del mondo intero. Non ve n'è uno, dall'Asia alle Americhe, che non abbia alle spalle conflitti tra potere centrale e realtà particolari, emarginate e spinte a incattivirsi sino alla ribellione. Altrettanto avvenne nei tempi andati, segnati dalla contrapposizione spesso violenta tra centralismo tirannico e sudditi. Per dominare i popoli più riottosi i sultani turchi li affidarono a “governatori” usi a spolparli e a immiserirli. Avevano per modello gli onnipotenti satrapi dominanti sulle province dell'impero persiano, multietnico e plurireligioso, felice un'unica volta nella sua lunga storia con Ciro il Grande, elevato dagli Illuministi a campione di tolleranza. Solo i Romani seppero bilanciare la Maestà dell'impero con il pluralismo, concedendo larghe autonomie vegliate da proconsoli e procuratori. Ma anch'essi ebbero il famelico Verre in Sicilia e il discusso Ponzio Pilato a Gerusalemme. Plinio il Giovane, proconsole  in Bitinia ai tempi di Traiano, colto e sensibile anche verso le “minoranze, compresi i cristiani, fu e rimane esempio inarrivabile.  
A conferma di quanto lo Stato italiano sia ancora adolescente, basti dire che solo l'anno venturo verrà festeggiato (o almeno ricordato, speriamo) il 150° dell'annessione di Roma, dieci anni prima proclamata capitale d'Italia per iniziativa di Camillo Cavour (27 marzo 1861). 
Le regioni: da Augusto e Napoleone... 
Se lo Stato d'Italia è giovane le sue Regioni sono invenzione recente e artificiosa. A parte quelle a statuto speciale, varate nella temperie della sconfitta e nel timore di separatismi armati, dalla Sicilia alla Valle d'Aosta, le ordinarie hanno appena mezzo secolo. Furono introdotte nel 1969-1970 contro la strenua opposizione del Partito liberale e del Movimento sociale che vi intravidero la decomposizione dell'unità e la “finanza allegra” moltiplicata per venti, quante ormai erano le regioni d'Italia. Gli studiosi non prevenuti osservano che queste portano molto male i loro cinquanta-settant'anni anni, anche a causa della polverizzazione della giustizia amministrativa che ha generato la babele dei “poteri” con i Tribunali amministrativi regionali, sovrastati dal minossiano TAR del Lazio, e dei particolarismi, in perenne conflitto. In un Paese perennemente bambino, la litigiosità fu e viene esaltata come “orgoglio identitario” o persino “valoriale”, come dicono quelli che parlano difficile e incartano in parole di stagnola rilucente il vuoto del pensiero.  
Poiché in un Paese più incline alle invenzioni linguistiche che capace di costruire strade, ponti e ferrovie tanto si discorrerà (forse invano) di regioni “ad autonomia potenziata”, uno sguardo al passato aiuta a capire di cosa si stia parlando. Alle radici dell'Italia attuale vi sono i sette Stati preunitari, nessuno dei quali coincideva con le regioni odierne. La sua prima suddivisione amministrativa risale al 2 avanti Cristo. Fu Caio Ottaviano Augusto a ripartire l'Italia, finalmente pacificata dalle Alpi al Faro (Reggio Calabria) in undici regioni, dalla I (Lazio e Campania) all' XI, la Transpadana (dalla sinistra del Po all'attuale Svizzera, comprendente Aosta, Torino, Milano e Bergamo, ma non il Piemonte occidentale odierno). La Liguria, IX Regio, si estendeva dalla destra del Po a Nizza e fino al confine con l'Emilia e l'Etruria. Questa arrivava alle porte di Roma. La X Regio andava da Brescia all'Istria. Lasciava fuori il golfo del Carnaro, Fiume e la Dalmazia, con buona pace dei posteri. Corsica, Sicilia e Sardegna (ove i prigionieri erano condannati “ad metalla”) non erano Italia.   
Dopo vicissitudini inenarrabili, dalla fine dell'Impero romano in Occidente alla pace di Cateau Cambrésis (1559) ed ai rivolgimenti del Settecento, l'Italia divenne un mosaico di potentati (signorie, comuni, staterelli...), parte soggetti agli Asburgo di Vienna, titolari del Sacro Romano Impero, parte ai Borbone di Spagna. I Savoia, duchi e poi re di Sardegna, erano giustamente orgogliosi del titolo di Vicari dell'Imperatore in Italia. L'età franco-napoleonica (1798-1814/15) introdusse in Italia innovazioni importanti (codici, ammodernamento amministrativo, opere pubbliche, potenziamento dell'istruzione...) ma rischiò di annientare a tempo indeterminato ogni sogno di unione o unificazione “nazionale”, perché incorporò Piemonte e Liguria direttamente nell'Impero dei francesi (che già possedeva la Corsica), mentre il Regno d'Italia (da Milano e Venezia alle Marche) ebbe per sovrano Napoleone I e un viceré di sua scelta (Eugenio di Beauharnais, suo figlio adottivo). Prima il fratello, poi il cognato di Napoleone regnarono a Napoli, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto sorvegliato dall'imperatore dei francesi. Altre terre (come la Toscana e lo Stato pontificio dopo la deportazione di Papa Pio VII) finirono direttamente sotto controllo di Parigi. Per chiudere il cerchio e mostrare alla Storia la soggezione dell'Italia alla Francia, Napoleone conferì a suo figlio, Francesco Carlo Napoleone, il titolo di Re di Roma. Sicilia (in mano al Borbone) e Sardegna (estremo fortilizio dei Savoia) rimasero fuori portata. A Napoleone interessava la Terraferma. Anzi, quella propriamente europea, dall'Atlantico agli Urali. Perciò non esitò a vendere la Louisiana agli Stati Uniti d'America.    
Benché dai confini più ampi rispetto a quelli del Settecento, gli Stati italiani in età franco-napoleonica non furono ripartiti in regioni ma in dipartimenti, secondo il modello francese, e presero nome dalla geografia, prevalentemente dai fiumi: Torino divenne Erìdano, Vercelli Sesia, Milano Olona... Fu un modo più drastico per rimuovere il passato, cancellare la memoria, segnare la discontinuità tra la storia “sacra” (il potere viene da Dio) e quella nuova (viene “dal popolo”, dalla “rivoluzione”, da una “piattaforma Rousseau”). Di fatto, dipartimenti, circondari (arrondissements), mandamenti (cantons) e comuni (mairies) ricalcarono suddivisioni precedenti. Passata la tempesta, con la Restaurazione del 1814-1815 gli Stati italiani mutarono i nomi delle ripartizioni, che però rimasero pressoché identiche. Il regno di Sardegna, per esempio, ebbe intendenti e sotto-intendenti, corrispondenti ai prefetti e sottoprefetti di età napoleonica. Altrettanto avvenne nel regno delle Due Sicilie. La realtà di fondo erano e rimasero le “province”. Al Congresso di Vienna (1815) a nessuno passò in mente di riesumare i micro-stati di cent'anni prima. Altrettanto accadde in Germania, passata comunque da quasi 400 “stati” ai soli 39 membri della Confederazione, comprendente l'Austria. Però alcune marchiane dicotomie sopravvissero. Agli occhi di Vienna, Venezia e Milano continuarono a rimanere mondi diversi. Ancor più distanti furono Trento e Trieste. L'Emilia tornò a contare i ducati di Modena e Reggio (asburgico), Parma e Piacenza (a noleggio: prima a Maria Luisa, moglie subito consolabile di Napoleone relegato a Sant'Elena) e le legazioni pontificie, da Bologna alle Romagne. 
... al Regno d'Italia
Quell'assetto resse sino al 1859-1860 quando in pochi mesi avvenne il miracolo: l'avvento del regno d'Italia con Vittorio Emanuele II di Savoia re costituzionale. A differenza della Carta repubblicana vigente, lo Statuto promulgato da Carlo Alberto di Sardegna nel 1848 e divenuto costituzione del nuovo Stato non conferì alcun potere antagonistico alle amministrazioni locali. L'art. 74 lapidariamente recita: “Le istituzioni comunali e provinciali e la circoscrizione dei comuni e delle province sono regolati dalla legge”. L’organizzazione statuale sarebbe stata disciplinata dal Parlamento. Senza mettere in discussione la “legge fondamentale, perpetua e irrevocabile” dello Stato, a lungo venne proposto un ordinamento per “compartimenti”, più o meno rispondenti alle “regioni” oggi esistenti. A propugnarlo furono Marco Minghetti e altri liberali unitari erroneamente classificati come “federalisti”, mentre erano solo bene intenzionati fautori di un assetto amministrativo attento ad appianare gli squilibri esistenti, non a favorire l'arroccamento su privilegi e a rialzare steccati nello Stato unitario. È singolare che essi affollassero soprattutto la linea gotica, la saldatura/cesura indicata da Giuseppe Galasso in  l'“Italia come problema storiografico”, volume introduttivo alla “Storia d'Italia” edita dalla Utet, contrapposta a quella diretta da Ruggero Romano e Corrado Vivanti per la Einaudi e alla “Storia sociale d'Italia” edita dalla Teti di Milano: grandi opere nate proprio in risposta all'avvento delle regioni. 
Perché l'Italia non ebbe un assetto regionale
Il regionalismo incappò in tre ostacoli assolutamente insormontabili. In primo luogo il regno d'Italia faticò a rendersi credibile dalle grandi potenze. Era preda di spinte sovversive. come la spedizione garibaldina “Roma o Morte” del 1862, e tardò a essere riconosciuto dalla Comunità internazionale. Solo nel 1867 sedette “alla pari” in una conferenza diplomatica. Per anni, e non solo all'estero, in molti avevano diffidato della sua tenuta. Era nato troppo in fretta. In secondo luogo, per sette anni il regno dovette fare i conti con il “grande brigantaggio”, recentemente esaltato da giornalisti spacciantisi per storici quale guerra civile, come “resistenza” del Mezzogiorno contro il genocidio del Sud. Libretti intitolati “Terroni” o “Carnefici” hanno montano grilli per la testa non solo nel Mezzogiorno. In ogni regione una quota di laudatores temporis acti ha “scoperto” i torti subiti dal Potere centrale e si è tuffata nell'elogio del passato remoto (in realtà intriso di arretratezza, sottosviluppo, miseria, malattie, analfabetismo...). 
Anni e anni di menzogne hanno alimentato il rivendicazionismo che nel marzo 2018 si è versato nelle urne, sette anni dopo la “celebrazione” del 150° della nascita del Regno, “sentita” a Torino e a Genova, imbandierate di tricolore, molto più che a Venezia e a sud della linea gotica, in un'Italia culturalmente disarticolata. La terza palla al piede del regno unitario fu la lacerazione tra i cattolici papisti e i cattolici italiani. L'elogio di Pio IX (per ora solo beato) quale campione della fede verace è certo legittimo dal punto della sua religione. Lo è molto meno sotto il profilo storico, perché quel papa approfondì il solco tra la Chiesa universale e i cattolici che si riconobbero nello Stato italiano, nelle sue amministrazioni locali, nel progresso civile di un Paese ancora in tanta parte arcaico, come documentano gli atti dei congressi degli scienziati e le inchieste sui diversi ambiti della società e dell'economia.
Quella Nuova Italia aveva bisogno assoluto di potere centrale per gettare i pilastri portanti dell'unità di un Paese per secoli frantumato in staterelli ripiegati su sé medesimi in politica estera e organizzazione militare. Essa puntò quindi sulla valorizzazione dell'unico istituto rispondente alla storia: le province. Ogni Stato preunitario le aveva e se ne era valso, perché esse rifrangevano la realtà. Erano organiche soprattutto negli Stati meno attrezzati di infrastrutture e di istituti di formazione. Era il caso del regno dei Borbone, che “al di qua del Faro” contava su una sola Università, quella di Napoli.
Perciò il regno ridisegnò e intese le “regioni” solo come “compartimenti”, per meri fini statistici, senza alcun riconoscimento di potere politico-amministrativo. La loro definizione geografica, tuttavia, non fu affatto irrilevante. Lo si vide quando, uscita di minorità, l'Italia poté intraprendere con lena l'unificazione effettiva. Fu la stagione delle “leggi speciali” varate dai governi di primo Novecento, da Giuseppe Zanardelli a Giovanni Giolitti, a beneficio di Basilicata (per molti era ancora Lucania), Calabria, Puglia, Sardegna... All'epoca la miseria, la sottoalimentazione e le pandemie per denutrizione o suoi riflessi (la pellagra o “mal della rosa”, la malaria, il “cretinismo”... ) affliggevano anche vaste plaghe dell'Italia settentrionale, dalle valli alpine al Polesine. La modernizzazione incontrava i maggiori ostacoli nel notabilato locale, arroccato nella difesa di privilegi e di rendite di posizione, indifferente nei confronti del “nuovo”, come deplorarono tanti meridionali (Giustino Fortunato, Antonio Cefaly, Tommaso Senise, Pietro Rosano, Giuseppe Saredo,...) che non avevano bisogno di proclamarsi meridionalisti. Si sentivano ed erano italiani, come il fiore della cultura illuministica del Settecento decapitato e afforcato  nel 1799 dall'ammiraglio inglese Horatio Nelson in combutta con Ferdinando IV di Borbone, ripetutamente spergiuro e sua moglie, Maria Carolina d'Asburgo.
Più senso dello Stato e più Europa 
L'Italia aveva e ha bisogno non di “più Stato” ma di una dirigenza e di cittadini con un più alto “senso dello Stato”: sentimento razionale che conduce a porre l'interesse generale al di sopra del particolare, nella consapevolezza che questo è meglio tutelato nell'ambito dell'altro. Si vince e si perde tutti insieme. Non per caso i Paesi europei il cui assetto economico-sociale risulta oggi più solido e trainante sono quelli che da tempo hanno intrapreso la via della semplificazione amministrativa. Valgono d'esempio Francia e Spagna. Parigi  ha ridotto a 7 le macroregioni (Alsazia, Aquitania, Alvernia, Borgogna, Linguadoca, Nord e Normandia) puntando sui Dipartimenti e su ciò che avvicina anziché su contrapposizioni arcaiche. Altrettanto ha fatto la Spagna, ove le regioni davvero rilevanti sono una manciata (Andalusia, Aragona, Castiglia e Leòn, Castiglia e la Mancha. Estremadura), altre sono retaggio del passato ma territorialmente quasi irrilevanti (Asturie, Cantabria, Murcia, Navarra, Rioja, la stessa Comunidad valenciana ,..). In quel quadro balza evidente l'anomalia dell'indipendentismo repubblicano della Catalogna: non federalismo, ma sovversione dello Stato, inconciliabile con l'Europa del Terzo millennio.
Ed è appunto con il quadro europeo che va misurato ogni ragionamento sulle regioni d'Italia, sia quelle, ormai antistoriche, a statuto speciale, sia quelle aspiranti alla “autonomia potenziata”. Tutto è possibile, ma tenendo sotto gli occhi la classifica del prodotto lordo delle province fornita da Eurostat. Lì si vede che anche le migliori fra le italiane si piazzano dal 200° posto in poi, mentre molte ne affollano il fondo. Qualunque accentuazione del divario tra le diverse aree avrebbe ripercussioni di portata molto prevedibile: la deflagrazione del Paese. Orbene, non è l'Europa a chiederci di rifare la linea gotica, di compromettere l'unità nazionale faticosamente raggiunta dopo quindici secoli di dominio straniero e di forsennate divisioni dell'“itala gente da le molte vite”. Semmai proprio l'“Europa”, che ancora acquista immobili nell'Italia centro-meridionale e imprese in quella settentrionale, ha interesse a relegarla in un passato remoto di cui non si sente alcuna nostalgia. Va comunque esclusa qualsivoglia tentazione di conferire alle regioni una sorta di “politica estera”, camuffata da “relazioni internazionali dirette”. La sovranità è una sola: quella dello Stato d'Italia. Chi la pensa diversamente vada a Redipuglia ad ascoltare la voce che si leva dai centomila caduti lì sepolti, come negli altri Sacrari dei caduti nella Grande guerra: “Presente!”. È l'invocazione che arriva dalla pagina più dolorosa e più alta della storia d'Italia, il sacrificio di giovani di tutte le classi sociali giunti “alla fronte” (come scriveva Luigi Cadorna) da ogni provincia del Paese per coronare l'unità nazionale. A quel mònito anche oggi l'Italia deve rispondere “Presente!”. Non per vuota retorica, ma per rispetto di sé e della “pax in iure gentium”, interna e internazionale, che da lì doveva e deve nascere nella Nuova Europa, simboleggiata anche dal sepolcro di Federico II Staufen a Palermo, dalla statua di Carlo d'Angiò, scolpita da Arnolfo da Cambio, dalla corona ferrea conservata nel Duomo di Monza, dall'Emanuele Filiberto, Testa di ferro” che da Torino veglia non solo su Piazza San Carlo, ma sull'Italia intera e, rivolto alle Alpi, insegna che da lì non si passa più quali nemici. Si transita da fratelli, come Bernardo di Chiaravalle,autore della Regola dei sempre attuali Cavalieri Templari. 
Aldo A. Mola
 
PARADIGMA PER LA MEMORIA
FIUME ITALIANA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 10 febbraio 2019, pagg. 1 e 11.
    
Fiume italiana Geografia e storia della sofferenza umana
“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. È l'epitaffio di Immanuel Kant, il filosofo della Ragione (1724-1804). Al tempo suo la superficie terrestre non era ancora conosciuta nella sua interezza. Assetati di sapere e avidi di possedere, gli europei si stavano reciprocamente annientando in conflitti belluini, le guerre del 1792-1815 che esportarono la Rivoluzione francese, con prodotti e sottoprodotti: non meno di cinque milioni di morti per cause belliche. Ne pronunciò la condanna definitiva Lev Tolstoj in Guerra e Pace. 
Al Grande Architetto dell'Universo dobbiamo la geografia. Gli ominidi, in gran parte tuttora primordiali, ne fanno scempio. È difficile dire se la sorte peggiore tocchi ai popoli dai confini appariscenti (come i Pirenei e le Alpi, il canale della Manica...) o a quelli senza un “limes” fissato nettamente dalla “natura”. Gli uni e gli altri sono stati travolti da scorrerie, invasioni e dominazioni. Chiusi nell'autocontemplazione del presente gli europei deplorano tragedie recenti. Fanno bene, se però comprendono che queste sono l'epifenomeno di millenni.
È bene ricordare. Ma va ricordato tutto, non solo quanto di volta in volta vien comodo.
Forse la sorte peggiore è toccata nel tempo alle genti comunque “di confine”. Con un'avvertenza, però: a segnare i confini non sono solo terre, mari, monti e fiumi. Sono soprattutto gli uomini: gli imperi, gli stati, i potentati, grandi o piccoli, con le loro articolazioni. Sono le religioni ingessate in chiese (con i loro tribunali, le scomuniche, le persecuzioni di eretici e non credenti), i fanatismi, le ideologie, l'anarchia del potere finanziario, il terrorismo dalle “centrali” insondabili e dai tentacoli occulti. Nulla è nuovo sotto il sole. Il sacro romano imperatore affidò al banchiere Fuegger la vendita delle indulgenze che spostò il consenso popolare dal Papato a Martin Lutero. 
Fiume, emblema dell'Adriatico Amaro 
Tristissima è la sorte di lande dai confini apparentemente sin troppo precisi ma al tempo stesso incerti per la conflittualità degli interessi che vi convergono. È il caso dell'Adriatico Amaro. Per esempio di Fiume, oggi rigogliosa città della Croazia. La sua vicenda è emblematica. Va ricordata con quella delle città dalmatiche, dell'Istria e del Goriziano sottratte allo Stato d'Italia dal 1945: una sanguinosa spoliazione, suggellata dal Trattato di pace del 10 febbraio 1947 e resa definitiva dall'intempestivo Trattato di Osimo del 1975, quando ormai l'Unione Sovietica e l'usurpatrice Jugoslavia erano tarlate e condannate dalla storia.
Sappiamo da decenni quali e quante atrocità furono perpetrate ai danni degli italiani, sopraffatti da odio alimentato da “razza”, lingua, classe, ideologia politica e dalla barbarie che impregnò un conflitto enfiato da belluinità codificate con direttive politiche e militari. ordini del giorno, circolari e misure sbrigative. La seconda guerra mondiale registrò nella penisola balcanica alcune tra le sue pagine più allucinanti, con rappresaglie spinte all'esecuzione di cinquanta “nemici” (popolazione civile) per ogni militare abbattuto, spesso martirizzato con efferatezza spietata. Dal maggio 1945 Fiume fu teatro di feroce pulizia etnica ai danni degli italiani. Vennero trucidati fascisti, antifascisti, autonomisti, socialisti e comunisti non graditi a Tito. Furono ammazzati o infoibati talora semivivi anche persone senza alcuna opinione politica, solo perché italiani, solo per il piacere sadico di umiliare e annientare. Previo stupro, nel caso di donne, di qualsiasi età, vittime sacrificali come Norma Cossetto, il cui dramma è finalmente approdato alla televisione pubblica con la proiezione di “Red Land. Rossi Istria” del regista Maxilimiano Hernando Bruno. Era costume ancestrale. Quanto avvenne nel 1943-1948 è orrendo, ma ancora peggiore fu la carneficina scatenata in molte plaghe dell'ex Jugoslavia dopo il suo collasso, con la spettrale “assistenza” dell'Europa occidentale, della Nato, dell'Onu. Le macerie sono ancora lì. Non sempre nei muri, sempre nei cuori. 
Un calvario di secoli 
Fra le tante tragedie vissute nei secoli, forse la peggiore per Fiume fu quella del 1509, quando venne saccheggiata per ordine di Angelo Trevisan, doge di Venezia. La Serenissima non ne tollerava la concorrenza. Più perdeva dominio nel Mediterraneo (Marcantonio Bragadin venne vinto e suppliziato a Famagosta dai turchi sessant'anni dopo) più la Repubblica del Maggior Consiglio si arroccava nell'Adriatico. Non era “Italia”. Era Venezia. Non prestiamo al passato remoto “idee” e “sentimenti” dei secoli successivi. 
Dal 1779 “autonoma” con Maria Teresa d'Asburgo, Fiume conobbe una prima prosperità come porto franco nell'ambito del Sacro Romano Impero, che nel corso di un secolo, tra il 1728 e il 1803 la collegò al retroterra con la strada “carolina” e con la via “ludoviciana”, a conferma di quanto le infrastrutture, ieri come oggi, facciano bene all'umanità. 
Dopo vicissitudini troppo aggrovigliate da poter essere ripercorse in poche righe (l'occupazione napoleonica, la restituzione all'Ungheria, sempre nel contesto dell'impero d'Austria, l'irruzione dei croati nel 1848...), Fiume divenne approdo normale del traffico dall'Europa centrale all'Adriatico. Ne scrisse a lungo Leo Valiani, che vi nacque  e bene ne conosceva la complessità.
Porto fiorente dell'Europa centrale
Dopo il 1866-1870 (guerra italo-prussiana contro l'impero d'Austria e annessione di Roma) l'Italia ebbe motivo di imboccare una politica estera di raccoglimento. Persa l'ingombrante amicizia di Napoleone III, essa aveva poco da attendersi dalla Francia, sia conservatrice (e filoclericale) sia incline a esportare la repubblica per indebolire gli Imperi centrali e i suoi sodali, inclusa l'Italia inclusa dal 20 maggio 1882 alleata con Berlino e Vienna. Nel volgere di un quarantennio, tra apertura del Canale di Suez (il cui 150° è passato inosservato nella miope Italia) e colonizzazione accelerata degli spazi afro-asiatici il commercio ebbe la meglio sulle ideologie politiche. Il benessere normalizzava e univa. I contatti diretti tra ceti dirigenti culturali e imprenditoriali relegò rapidamente ai margini le pulsioni nazionali e gli irredentismi. Dalle relazioni pacifiche e dallo sviluppo all'interno dei singoli Stati si poteva ottenere più che dalle tensioni ideologiche e dai miti tardo romantici. L'incremento demografico ed economico della città di Fiume ne fu esempio lampante. Dopo la costruzione di Porto Baross (dal nome del ministro ungherese che lo volle) in pochi decenni la città liburnica divenne il 10° porto d'Europa per volume e valore di merci che vi transitavano. 
La politica estera italiana: di Stato, non di governo 
Nel 1910 Francesco Guicciardini, ministro degli Esteri dell'ultimo effimero governo presieduto da Sidney Sonnino, dichiarò alla Camera che ormai la politica estera dell'Italia non era solo “di governo” ma “di Stato”: la fedeltà alle alleanze pattuite apriva spazio a iniziative italo-centriche, accolte con benevola comprensione se non mettevano in discussione i grandi equilibri e la pace europea. Fu il caso della guerra del 1911-1912 per la sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica. Purtroppo (a conferma dell'opacità degli studi storici nostrani) la serie dei Documenti diplomatici italiani continua a mancare di volumi sugli anni “nevralgici”: dalla crisi bosniaca all'incontro di Racconigi tra Vittorio Emanuele III e lo zar Nicola II (24 ottobre 1909), osteggiata dai repubblicani. In quegli anni anche nelle file dei nazionalisti italiani l'imperialismo prevalse sull'irredentismo. Esso mirava a un governo più “forte”, all'incremento delle armi, alla repressione dei nemici interni quale premessa indispensabile per audaci ingrandimenti territoriali oltremare se non ai confini. Venne messa la sordina alle rivendicazioni vent'anni prima campeggiate da Lemmi, Crispi e Carducci: Trento, Trieste, Nizza, la Corsica e la perla italiana nel Mediterraneo, Malta. Quel programma che avrebbe comportato tensioni e conflitti non solo contro l'Austria di Francesco Giuseppe, l'“imperatore degli impiccati”, ma anche contro Parigi e Londra. Una follia. Perciò la frangia ideologicamente più attrezzata dei nazionalisti mirò semmai a duplicare in Italia il modello tedesco: somma della casta aristocratico-militare prussiana (o borussica, studiata a fondo da Sergio Pistone) e socialismo nazionale bismarckiano, positivamente volgente dalla rivoluzione alla socialdemocrazia.   
Imperialismo di coccio tra imperialismi di acciaio
Quel realismo nel 1915 ispirò i compensi elencati nel memorandum avanzato dal governo Salandra-Sonnino come contropartita per l'adesione di Roma alla Triplice Intesa anglo-franco-russa. Roma chiese il confine dal Brennero a Monte Nevoso, passando per Trieste e l'Istria, approdi strategici e isole della costa dalmatica, ma non Fiume, assegnata dall'articolo 5 dell'"engagement" di Londra alla Croazia, ai danni dell'Ungheria, ma pur sempre nell'ambito dell'impero austro-ungarico che in quel momento nessuno (men che meno Roma) metteva in discussione. La dissoluzione della monarchia austro-ungarica non fu prospettata né dal Congresso massonico parigino del 28-30 giugno 1917 (che propose l'indipendenza della Polonia e della Boemia e la demarcazione sulla base di plebisciti dei confini nelle zone mistilingue) né dai quattordici punti enunciati dal presidente degli USA Wilson nel gennaio 1918, incardinati sull'“autodeterminazione” dei popoli. Solo nella primavera di quell'anno si aprì la gara fra gli imperialismi ai danni degli ormai probabili vinti. La “liberazione dei popoli oppressi” evocata da Francesco Leoncini in “Alternativa Mazziniana” (Ed. Castelvecchi) fu il paravento ideologico e sentimentale dietro il quale si scatenarono gli appetiti di Parigi sull'Europa orientale e balcanica e della Gran Bretagna nel Mediterraneo orientale profittando del collasso della Russia e dell'impero turco. Da mezzo secolo l'obiettivo vero erano il controllo degli Stretti, il libero accesso al Mar Nero e quella Crimea che nel 1853-56 era stata teatro della guerra anglo-franco-turca con l'aggiunta del regno di Sardegna contro la Russia zarista. 
Nella fase terminale della Grande Guerra mutò anche la prospettiva postbellica dell'Italia, a sua volta abbacinata dalla talassocrazia. Per sostituire l'impero asburgico nel dominio sull'Adriatico (come sin dal 1914-1915 ventilato da propositi riservatamente enunciati da Paolo Thaon di Revel, futuro Duca del Mare) l'Italia doveva però entrare in rotta di collisione con il nascente Stato serbo-croato-sloveno, che non si affacciò affatto improvvisamente nel 1918 ma era in nuce dal patto di Corfù, immediatamente seguente il citato congresso massonico di Parigi: un disegno completato con l'invenzione della Cecoslovacchia, che non nacque per partenogenesi ma fu preparata a tavolino dalla somma tra Grande Oriente di Francia, Gran Loggia di Francia e Quai d'Orsay, con il benestare di Londra. 
Indebitata sino al collo per il costo della guerra, squassata dal crollo del potere d'acquisto della moneta e dal dilagare di movimenti repubblicani (quali furono, all'inizio, i mussoliniani Fasci di combattimento) e dei socialrivoluzionari, infiltrati dai bolscevichi, l'Italia non aveva i mezzi per sorreggere né macro né microimperialismo. Aveva assoluto bisogno di stabilità ai confini e all'interno per passare dalla produzione di guerra a quella di pace e riprendersi dal peso del conflitto. La pretesa di ottenere comunque Fiume, agitata al congresso della pace di Parigi nella primavera del 1919, alla vigilia e anche oltre la firma del Trattato di Pace (28 giugno) fece figurare l'Italia quale capofila del revisionismo mentre erano ancora aperte le trattative poi approdate alle paci di Saint-Germain (con l'Austria), Trianon (Ungheria), Neuilly (Bulgaria) e Sèvres (Turchia). 
Dall'impresa sediziosa di d'Annunzio all'annessione all'Italia
La Marcia di Ronchi e l'irruzione di Gabriele d'Annunzio in Fiume il 12 settembre 1919 palesò quella sedizione nell'Esercito che era sempre stata scongiurata dal 1861 e nelle fasi più drammatiche della Grande Guerra, quando il governo di Roma si spinse a organizzare una sorta di guerra parallela in Albania, ruvidamente deprecata dal Comandante Supremo, Luigi Cadorna, generale del Risorgimento, secondo il quale solo vincendo sul Carso l'Italia avrebbe riconquistato la Libia e affermato ogni altra sua legittima aspirazione.  
La lunga impresa di d'Annunzio a Fiume, inizialmente caldeggiata dal Grande Oriente d''Italia anche tramite Giacomo Treves, fondatore della loggia “Oberdan” di Trieste e fiduciario di Domizio Torrigiani, fu ora osteggiata e ora corteggiata dal presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Venne chiusa dal suo successore, Giovanni Giolitti, con i colloqui italo-jugoslavi di Pallanza e di Spa e con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, che costituì Fiume in Corpus Separatum, territorialmente collegato con il regno d'Italia. L'8 settembre 1920 “Ariel” d'Annunzio aveva intanto proclamato la Reggenza di Fiume, forte della Carta del Carnaro, frutto dei molti “fraterni” suggerimenti di Alceste De Ambris: una forzatura destinata a risolversi tragicamente, con la proclamazione dello stato di guerra (21 dicembre), il governo provvisorio dell'altalenante Antonio Grossich, il cannoneggiamento del Palazzo della Reggenza, la partenza del Vate e la vittoria dell'“autonomista” Riccardo Zanetta alle elezioni comunali del 21 aprile 1921. 
Le turbolente elezioni politiche del maggio 1921, quasi immediatamente seguite dalle dimissioni di Giolitti a cospetto di una Camera politicamente caotica, riaprirono la partita sulla sorte di Fiume sino al colpo di mano di fascisti, legionari e repubblicani (3 marzo 1922), la rinuncia di Giovanni Giuriati a presiedere un comitato di difesa nazionale, la convenzione di Santa Margherita (23 ottobre 1922: canto del cigno del governo Facta, come documentato da GianPaolo Ferraioli) e, in un quadro completamente diverso, il Patto di Roma che il 27 gennaio 1924 assegnò Fiume all'Italia e Porto Baross alla Jugoslavia.
La tragedia del 1945
Quel caos prolungato giovò poco a Fiume, che nel 1931 contava appena 3.000 abitanti in più rispetto al 1910. Alla sua effettiva ripresa concorse la riapertura ai traffici con l'Europa centrale, dettata dalla ritrovata armonia tra la geografia, la politica e la cultura. 
Tra i suoi maggiori interpreti fu Riccardo Gigante, podestà, senatore, prefetto della provincia di Fiume dal 21 settembre al 29 ottobre 1943, proditoriamente sequestrato dall'Ozna (terroristi comunisti) e assassinato il 4 maggio 1945: una delle tante, troppe nefandezze perpetrate dal IX corpus di Tito, avanzante con il beneplacito degli inglesi e tardivamente fermato dagli Stati Uniti d'America.
Chi contempli dall'alto la tersa avvincente costa liburnica vede un tratto di quella che Dante Alighieri definì l'“aiola che ci fa tanto feroci” e bene comprende che per l'Italia odierna, economicamente fragile, priva di coerente governo politico, sull'orlo di un conflitto istituzionale senza precedenti e dagli sbocchi imprevedibili, l'unica garanzia di progresso è la Pax Europea, contro fatui nazionalismi, salti all'indietro, il ritorno alla “guerra per bande” e al conflitto tra Stati, tutti comunque superatissimi e impotenti dinnanzi alle vere sfide del Terzo Millennio.
Solo in quel contesto potranno essere definitivamente ricucite le “lingue tagliate” e risorgeranno liberamente gli “italiani dimenticati”, meritoriamente studiati e riproposti in opere pionieristiche da Giulio Vignoli, Giuseppe Parlato e da Luciano Monzali, finalista del Premio Acqui Storia che, su iniziativa del suo presidente, Alessandra Terzolo, propone ad Acqui il Giorno del Ricordo (10 febbraio, dalle 10 alle 17) su “d'Annunzio, uomo dai mille volti” e su “Fiume attraverso secoli di occupazioni” con interventi di Marco Cimmino e di Ruggero Bradicich.
Per non dimenticare e per far memoria, ma a tutto tondo.
Aldo A. Mola

ITALIA A TOCCHI?
METODO E MERITO DELLA POLITICA ESTERA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 3 febbraio 2019, pagg. 1 e 11.
    
Bruegel il Vecchio La parabola dei ciechi 1568, Napoli, Galleria Nazionale di Capodimonte da internet Povera e nuda vai, Filosofia: l'Esecutivo allo sbando.
L'Italia odierna non ha un Governo vero, una filosofia concretata in progetto coerente di lungo periodo. Alcuni suoi esponenti (con convinzione decrescente) assicurano che rimarranno al potere cinque, dieci, trent'anni. Ma  è lo stesso prof. Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, a farfugliare nell'orecchio del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è in polemico conflitto “contro tutti”, compreso l'alleato di governo. Sic stantibus rebus, l'Esecutivo non solo appare ma è allo sbando, corroso “ab origine” dal morbo della contraddizione che, come il “punteruolo rosso” con le palme, lo infetta e contagia lo Stato, svuotandolo rapidamente della sua linfa vitale. Ne rimane solo la scorza. Lo si constata nell'abuso delle “divise” dei corpi dello Stato da parte di un vicepresidente del Consiglio. Che cosa diremmo se il titolare degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, girasse con la feluca di ambasciatore o se Alfonso Bonafede, ministro di grazia e giustizia, indossasse alternativamente il tocco e la stola di alto magistrato o la toga di cassazionista? Indossare i “panni” dei Servizi e farsi scudo dei Simboli della Res Publica significa abusare dello Stato a mero beneficio di chi è nominato ad amministrarne pro tempore i poteri. Vuol dire confiscarne la sacralità a vantaggio di un particulare, “con-fondere” Entità nettamente diverse, quali lo Stato e i partiti, che per la Costituzione vigente sono e debbono rimanere separati, proprio per scongiurare la deriva verso il Regime monopartitico, sciaguratamente sperimentato nel peggior ventennio della nostra storia, quando la Corona, istituzione apicale dello Stato d'Italia, risultò isolata, sotto assedio e depotenziata fino a quando la sconfitta militare mise a nudo la fragilità di chi aveva confuso Nazione e partito. Solo allora, nel luglio 1943, il nazionalista Luigi Federzoni, unico vivente della pattuglia originaria, prese atto della lunga serie di errori commessi e, con Dino Grandi e Giuseppe Bottai, tentò di rimediare chiedendo al Gran Consiglio del fascismo di “pregare la Maestà del Re di assumere la suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono”. 
Si scoprì allora, come anche oggi accade, che le istituzioni supreme non sono una variabile dipendente da una qualunque maggioranza parlamentare: o sono lo Stato, o non sono. Esse coincidono con le persone che di volta in volta le incarnano. L'armonia tra le istituzioni e chi ne riveste le funzioni è un equilibrio delicato. Se si incrina sino a spezzarsi, avviene la catastrofe, come accade alle opere prive di adeguata manutenzione. Reggono non per forza propria ma per inerzia, quasi per scommessa, e infine crollano di schianto quando meno ce lo si aspetta.   
Il governo senza un vero Presidente
La perdurante conflittualità tra i due vicepresidenti del Consiglio, Luigi Di Maio e Matteo Salvini (qui menzionati nell'ordine dei voti e dei seggi ottenuti il 4 marzo 2018), non ha nulla a che vedere con la storia dei governi susseguitisi dal 1943 in poi. Da allora l'Italia ha avuto Esecutivi multicolori, formati anche da esponenti di forze e di blocchi del tutto avversi. La cornice della loro genetica conflittualità  si scioglieva e veniva superata era lo Stato (monarchia prima, Repubblica poi), nel quadro dell'assetto politico-militare soprannazionale scaturito nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale, al cui termine nessuno mise seriamente in discussione che l'Italia fosse (come in effetti fu e rimane) “occidentale”, al riparo nell'area d' influenza (o egemonia) degli Stati Uniti d'America e del suo unico vero alleato, la Gran Bretagna. Per sintesi dei decenni fluiti da quella svolta bastano i nomi di Alcide De Gasperi, democristiano, e di Palmiro Togliatti, comunista ed emissario di Stalin; e di presidenti della Repubblica quali Giovanni Leone e Francesco Cossiga, che non esitò far “schierare i missili” per garantire la sicurezza del Paese nell'ambito della Nato.  
Da troppi mesi il governo “recita a soggetto”. Ognuno dei suoi due componenti improvvisa. Non pago di fare la propria parte, parla anche a nome degli altri, spesso a ruota libera, come fosse anche titolare di altri dicasteri o persino capo del governo. Il ministro dell'Interno a volte ha esternato  come fosse degli Esteri, della Difesa e di altro ancora, senza suscitare immediate e doverose rettifiche. Altrettanto ha fatto e fa il tuttologo Di Maio, che non perde mai il filo delle parole pur in  assenza di pensiero. Ora il presidente assicura che il 2019 sarà  bellissimo. Conte(nto)lui...
La ritirata della ministra Trenta dall'Afghanistan   
Lo sfascio dell'Esecutivo ha raggiunto il culmine in pochi giorni con due eventi sconcertanti: la sortita della dottoressa Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, sul ritiro della Missione dell'Italia in Afghanistan, e l'astensione al Parlamento europeo degli esponenti giallo-verdi, cui si sono accodati alcuni del Partito democratico, sul riconoscimento di Guaidò quale rappresentante della legalità democratica nel Venezuela. 
Al ministro degli Esteri, Moavero, che ha dichiarato formalmente di non esserne in alcun modo informato della ventilata ritirata dall'Afghanistan la signora Trenta ha risposto con tono risentito e irridente di aver “agito secondo le sue prerogative” e di non essere certo obbligata ad avvisarlo. Ne aveva parlato con “chi di dovere, tra cui (chi altri, dunque?) il presidente del Consiglio ed il capo di Stato Maggiore della Difesa”, “alla luce delle notizie che giungono da oltre Oceano” e quale “atto di responsabilità istituzionale verso il Paese e verso i nostri militari”.
Tra il 17 e il 21 maggio 1915, lo sciagurato governo Salandra-Sonnino precipitò l'Italia nella Grande Guerra, senza alcuna della sua durata e del finanziamento dell'immane sforzo economico al quale il Paese venne chiamato. Non solo. Non informò il Capo di Stato Maggior Luigi Cadorna del contenuto effettivo dell'“engagement” firmato dall'ambasciatore d'Italia a Londra il 26 aprile precedente: “accordo” politico e convenzione militare. Fu un “colpo di governo”, come scrisse Giolitti al suo diadoco calabrese Antonio Cefaly, secondo il quale si trattò di un vero e proprio “colpo di Stato”, un gesto rivoluzionario destinato a compromettere il Re e forse la Corona stessa in caso di sconfitta, come avvenne in Russia, Germania, Austria-Ungheria e a Istanbul. Ora accade l'inverso, ma in modo altrettanto grave. Un ministro della Res Publica “annuncia” come cosa fatta una decisione che va molto oltre le sue accampate “prerogative” e investe lo Stato stesso, vincolato da Trattati internazionali (non meri “accordi”) dai quali dipende la sua sicurezza. Non solo, in base a congetture sulle trattative in corso a Doha tra il governo degli Stati Uniti d'America e i talebani la dottoressa Trenta anticipa una decisione che va invece presentata, discussa e approvata nell'unica sede competente, il Parlamento italiano, in forza dell'articolo 11 della Costituzione. Di più: checché ne pensino gli ambienti coinvolti nelle incaute esternazioni del ministro della Difesa, i primi a valutare l'annunciato ritiro del continente italiano saranno proprio i nemici sul campo, i temuti talebani. Essi potranno fare ”ponti d'oro” o impartire a quello che per loro è un invasore una severa “lezione” per dissuaderlo per sempre dal tornarvi. La Russia ne sa qualche cosa. Aver scoperto le carte con un anno di anticipo non solo interferisce con la responsabilità tecnica dei militari ma costituisce soprattutto una imprudenza e mostra una totale “mancanza di diplomazia”, di cui è depositario il ministro degli Esteri.  
La questione è di tale gravità che è subito scomparsa dai “media”, attratti dalla carta moschicida degli “sbarchi” e dell'ormai scontatissima “recessione”, pudicamente denominata “tecnica”, e dalle annose dispute sulla Tac (linea di treni “ad alta capacità”, non “velocità”). 
L'evanescenza del prof. Giuseppe Conte, presidente silente....
Per quanto possa riuscire sgradevole anche il solo accennarvi, la vicenda Trenta-Moavero esige due chiarimenti inderogabili. In primo luogo l'avvocato Conte dovrebbe precisare al Paese (cioè alle istituzioni competenti e ai cittadini) se, quando e in quali termini sia stato preavvertito dalla ministra non tanto dello “studio” (in sé ovvio) dell'eventuale ritiro quanto del suo annuncio. La questione è centrale: l'attuale presidente del Consiglio esercita o no il potere conferitogli dall'articolo 95 della Carta, in forza del quale “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene la unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei Ministri”?    
...e il Presidente Mattarella?
Di più. Prima della sua sortita, la dottoressa Trenta ha informato il Presidente della Repubblica che “ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di Difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere”? Sappiamo con quanta partecipe attenzione il Presidente Mattarella segue l'opera delle molte, generose e apprezzate Missioni di pace italiane nelle diverse aree calde del pianeta. E' da ritenere che, insieme con il ministro degli Esteri, non gli tocchi apprendere da agenzie di stampa l'annuncio della loro durata, con tutti i risvolti interni e internazionali che ne discendono, a cominciare dalla credibilità dello Stato d'Italia.
Quale ne sia la affidabilità sul piano economico è noto e non richiede commenti. Per mesi il governo si è incaponito a presentare alla Commissione europea un piano triennale senza speranza di approvazione e ha dovuto frettolosamente ripiegare su una trincea arretrata, salvo trovarsi ora alle prese con l'incubo di una seconda “manovra finanziaria” a breve termine (mentre torna a spirare il vento di una “patrimoniale”). Stanco delle insinuazioni di sue presunte responsabilità il ministro dello Sviluppo economico del precedente governo, Pier Carlo Padoan, non ha esitato a tacciare il governo di ignoranza e di malafede.
Tra diritti umani e dittatura poliziesca l'Italia sta alla finestra
Non meno sconcertante è l'altra vicenda che mette in discussione l'immagine dell'Italia nel mondo: la scelta tra Guaidò e Maduro in Venezuela. Trattasi di un terreno sul quale non vi possono essere esitazioni, come ha ricordato Re Juan Carlos di Borbone nel discorso pronunciato all'Università Comillas di Madrid: una sede particolarmente emblematica perché è l'Università dei Gesuiti, e quindi (vi è motivo di ritenere) non in contrasto con il pensiero della Santa Sede. Da un canto vi è il ritorno del Venezuela alla “normalità” istituzionale con elezioni libere, garantite da osservatori internazionali indipendenti; dall'altra vi è il prevedibile indurimento di un regime non militare ma poliziesco. Dai governi autoritari, a forte presenza militare, i Paesi ibero-americani sono sempre usciti, senza traumi soverchi. Fu il caso del Brasile, dell'Argentina dopo la Giunta militare di Videla e persino del Cile di Augusto Pinochet, sin dall'origine dichiaratamente transeunte quale dolorosa parentesi verso il ritorno alla democrazia parlamentare. Altra cosa sono i regimi polizieschi, nati da imprese rivoluzionarie e fondate sul “partito unico”, dalla Cuba di Fidel Castro al Venezuela di Chavez e del suo erede, Maduro.
L'astensione dei rappresentanti giallo-verdi e di alcuni esponenti del Partito democratico in una votazione qualificante del Parlamento europeo pone l'Italia fuori dal novero dei Paesi “importanti”  dell'Unione Europea proprio per quanto di meglio, pur con tutti i suoi noti limiti, essa ha espresso e può esprimere: l'affermazione interna e universale dei diritti umani. 
La lancetta della storia ormai vicine all' “ora X”: la guerra nucleare  
Questo è il vero terreno di confronto per le ormai imminenti elezioni degli europarlamentari, proprio perché la lancette verso la possibile guerra totale si sta avvicinando pericolosamente all' “ora X”: il conflitto nucleare. La Comunità internazionale è tornata preda dell'anarchia, succuba della gara tra terrorismo e la “trappola di Tucidide”. Non è la prima volta. Accadde un secolo fa, all'indomani della Grande Guerra, quando la Lega delle Nazioni si ridusse a velo sdrucito e stinto degli interessi imperialistici franco-inglesi. Per uscire dalla crisi permanente si contrapposero due visioni globali. Da un canto i piani quinquennali nell'Unione sovietica e il New deal nell'America di Franklin D. Roosevelt, entrambi derivanti dalla filosofia della prassi di origine germanica, più precisamente hegeliana: una concezione “razionale”, propria del capitalismo e dei suoi studiosi, Marx incluso. Dall'altro la visione mistica del pianeta, elaborata tra altri dal massone Giuseppe Cambareri, a contatto con i confratelli  Arturo Reghini, Gino De Sanctis e Domenico Maiocco e con altri personaggi di spicco sino a Pietro Badoglio, Guido Calogero, “filosofo del dialogo”, e Federico Comandini, del partito d'azione. Ne scrisse Silverio Corvisieri  in “Il  mago dei generali” (ed. Odradek). In tale visione cosmologica, anziché che nell'economia la “salvezza” sta nell'esoterismo, nell'uso politico dei suoni e dei colori, come poi predicato con esiti deludenti da José Lopez-Rega, il “brujo” di Juan e Isabelita Peròn.
Non sappiamo quanto le due opzioni (l'hegeliana e la mistica) siano presenti all'Esecutivo attuale. Di certo esso non mostra alcun organica visione e previsione di politica estera e militare, cardini di qualunque Stato, Res Publica o Principato. Tristissimo per la terra di Niccolò Machiavelli.
Aldo A. Mola 

“CORDA FRATRES” PER L'AMICIZIA ITALO-FRANCESE
GOLIARDI CHE VEDEVANO LUNGO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 27 gennaio 2019, pagg. 1 e 11.
    
“CORDA FRATRES” PER L'AMICIZIA ITALO-FRANCESEDalle incomprensioni...
Italia e Francia. A fine Ottocento, a parte le guerre dei secoli andati, le loro relazioni calarono a picco. Dopo il linciaggio a colpi di vanga di deci ne di migranti nostrani ad Aigues-Mortes nell'agosto 1893 (ne ha scritto Gérard Noiriel in “Il massacro degli italiani. Quando il lavoro lo  rubavamo noi”, ed. Tropea) e la “caccia all'italiano” a Lione nel 1894, Roma e Parigi si scontrarono indirettamente nella “prima guerra d'Africa”, chiusa con la sconfitta degli italiani ad Adua (1° marzo 1896). Il negus Menelik ebbe assistenza militare diretta e indiretta di Francia e Russia. A sostegno di Parigi nel 1892 papa Leone XIII dichiarò che la chiesa non fa preferenze tra monarchia e repubblica ma solo sulla base della condotta dei governi. La Francia era alle prese con l'affaire Dreyfus, l'ebreo asceso a ufficiale di stato maggiore ma condannato per alto tradimento a favore dell'odiata Germania, e sparò a zero i romanzacci di Léo Taxil contro l'Italia dei “Tre puntini” Crispi, Lemmi e Carducci, massoni in combutta col diavolo. Sin dalla guerra doganale italo-francese del 1886 gli italiani migranti in Francia in cerca di lavoro se la passavano malissimo. Lo sfruttamento anche sessuale dei bambini italiani in vario modo attratti in Francia raggiunse livelli preoccupanti. Traspare dal saggio di Romain H. Rainero “Les Piémontais en Provence. Aspetcs d'une émigration oubliée” (Ed. Serre. 2000).  
Le insurrezioni eterodirette in Lombardia e Toscana in coincidenza con le feste (soprattutto torinesi) per il cinquantenario dello Statuto (1898) e l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) dettero la misura dell'isolamento dell'Italia. Per uscirne bisognava salire faticosamente la china: trattative diplomatiche sommesse, approdate agli accordi segreti Prinetti-Barrère del dicembre 1900. Da sola, però, la diplomazia non bastava. Occorreva moltiplicare le relazioni dirette in ambienti capaci di fare opinione. 
...Alle relazioni dirette: la Federazione  Internazionale Studentesca 
Vi si impegnò assiduamente il geniale Efisio Giglio-Tos (Chiaverano, 1870 – Torino, 1941). Autodidatta e plurilaureato, già impiegato al Club Alpino italiano e all'Associazione universitaria torinese, il 9 aprile 1897 propose l'organizzazione di una “associazione universale” degli studenti, varata nell'autunno 1898, quando 3.000 studenti universitari affluirono da tutto il mondo a Torino e a Roma per fondare la Federazione internazionale studentesca “Corda Fratres”. Due anni dopo, il gran passo avanti: il 2° convegno dei “Cuori Fratelli” si svolse a Parigi. Sull'esempio delle antiche università e per impulso del presidente fondatore e del francese Jean Reveillaud furono istituite sezioni sia degli Stati esistenti (Italia, Francia, Belgio, Spagna, Germania, Gran Bretagna...) sia delle “nazioni senza Stato”: Polonia, Boemia, Norvegia (all'epoca unita alla Svezia), Finlandia. La sezione romena incluse gli studenti della Transilvania, rivendicata da Bucarest, più volte visitata da Giglio-Tos quando Roma donò ai romeni la Lupa Capitolina, a suggello del legame tra “sorelle latine”.  Ancora più emblematica fu la costituzione della “sezione speciale”, presieduta da Léon  Fildermann e comprendente gli ebrei dei diversi Paesi in un corpus unitario. Da molti fu sospettata di sionismo, anche se molti suoi iscritti non ritenevano affatto indispensabile il ritorno di tutti gli israeliti in Palestina. Molto prima della diaspora avevano abitato il mondo: potevano conciliare Stato ebraico e Alleanza universale. 
Nel quinquennio seguente Giglio-Tos infittì le relazioni italo-francesi, fondamentali in vista del Cinquantesimo del regno, la cui regia venne affidata al senatore Tommaso Villa e a Teofilo Rossi di Montelera, che vi si dedicò corpo e anima come documentano Rosanna Roccia e altri nel denso volume collettaneo curato da Tomaso Ricardi di Netro per il Centro Studi Piemontesi. 
Più ferrovie, più strade, più vita...: Emile Loubet a Roma
Come emerge dai documentati studi di Giulio Vignoli e di Maurice Mauviel, anche allora la normalizzazione dei rapporti italo-francesi passava attraverso il potenziamento delle infrastrutture: meno sperperi per corrucciate opere difensive a futura memoria e più investimenti in strade e ferrovie, a cominciare dalla Cuneo-Ventimiglia-Nizza, avviata quarant'anni prima ma sempre al palo nella decisiva tratta transalpina (mezzo secolo dopo la riapertura è nuovamente in affanno).   
Giglio-Tos ebbe chiaro che l'“amicizia” italo-francese era fatta anche di lunghi silenzi. L'Italia doveva mettere la sordina a qualunque rivendicazione non solo della Savoia (francofona) e della Corsica, ma anche di Nizza. Al contrario, occorrevano discorsi, come quelli pronunciati il 17 agosto 1902 a Besançon nel centenario della nascita di Victor Hugo, il romanziere caro a Garibaldi e vessillo dei democratici nella Terza Repubblica. Ricevette le Palme d'argento. L'anno seguente plaudì al viaggio di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Parigi, preceduto dal conferimento del Collare della Santissima Annunziata al presidente Emile Loubet. Nel frattempo organizzò a Nizza un festoso incontro di studenti e studentesse: comunione e liberazione, anzitutto dall'oscurantismo e dal farisaismo. Ne trasse lezione il giovane Orazio Raimondo, socialista, massone, sindaco di Sanremo, profeta del Casinò municipale. Quando nell'aprile 1904 il presidente francese ricambiò la visita a Roma “senza vedere il papa”, Giglio-Tos allestì di fretta una “Inchiesta italo-francese”, pubblicata tempestivamente nell'“Italia moderna”. Vi raccolse le risposte di illustri personalità dei due Paesi, come Achille Loria e Charles Beauquier, presidente della lega franco-italiana, alla domanda sulla necessità di “alleanza fraterna e indissolubile” tra le due “nazioni sorelle per razza e tradizione”, nell'ambito delle Nazioni latine, anche a sostegno dei “popoli oppressi” da giogo straniero, per assicurare “un'era di pace e di fratellanza internazionale”. Come nulla fosse, mise in discussione la carta politica d'Europa, risalente al Sei-Settecento e ribadita dal Congresso di Vienna del 1815: i quattro imperi di Russia, Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano si fondavano sulla spartizione di Polonia, Boemia, penisola balcanica e su confini artificiosi degli Stati sorti nell'Ottocento. Non solo Grecia, Bulgaria e Romania “fratelli separati”; anche l'Italia aveva il suo irredentismo: Trento (ove nel 1896 venne scoperto il monumento di Dante Alighieri) e Trieste, col sottinteso della contea di Gorizia e dell'Istria. La Grande Guerra era già tutta lì. Dopo le Palme d'Oro (1904) nel 1926 Giglio-Tos ebbe la Legion d'Onore...
Cuori Fratelli e...Sorelle 
  Lo statuto della “Corda Fratres” prescriveva che i suoi iscritti, come fossero in logge massoniche, non dovevano discutere di questioni politiche e religiose, ma la libertà dei popoli e la loro fratellanza erano principi filosofici, giuridici, morali e quindi avevano libero campo. Organizzata in sezioni nazionali, a loro volta ripartite in consolati, la Federazione ebbe il merito di dare ampio spazio alle studentesse in un Paese ancora misogino. Solo nel 1892 per la prima volta una donna venne ammessa alla Facoltà di medicina di Roma: Maria Montessori, rompighiaccio della storia d'Italia, “rivoluzionaria” a voce bassa, come Maria Teresa Bargis, prima ragazza vent'anni prima ammessa in un liceo classico del regno, a Cuneo (poi fu la prima laureata in lettere a Torino). Nell'età della Corda Fratres anche in Italia cresceva la rivendicazione del diritto di voto alle donne e si svolse a Roma il primo congresso femminile, con la partecipazione di Enrichetta Giolitti, figlia del presidente del Consiglio e moglie di Mario Chiaraviglio, “tre puntini” di Rito simbolico e deputato radicale.
Nazionalità senza nazionalisti:liberare i “popoli oppressi”
 Il 20 settembre 1907 Giglio-Tos rievocò Garibaldi a Caprera e vi annunciò la nascita della “Terza Italia”, associazione votata a coronare il Risorgimento. L'inno della Corda Fratres era stato scritto dal “fratello” Giovanni Pascoli, pacifista ma al tempo stesso patriota, come il suo grande maestro Carducci. Ora bisognava guardare oltre. Dovevano essere i Nuovi Goliardi, ardimentosi emuli di Golia, a varcare il Rubicone della storia. Gli antichi “clerici vagantes” avevano salmodiato sulla precarietà della vita: “Gaudeamus igitur, juvenes dum sumus...”, precorrendo il Lorenzo Magnifico di “Quant'è bella giovinezza/ che sen fugge tuttavia// chi vuol essere lieto sia/del doman non v'è certezza...”. Altri universitari vivevano gli studi e l'attesa della laurea come investimento per poi chiudersi in lucrose professioni in mediocri città di provincia, con qualche scappatella nei bordelli che all'epoca placavano i bollenti spiriti. Ben altra fu la sfida dei Nuovi Goliardi, politicamente consapevoli. La espresse l'inno degli studenti italiani, scritto da Giovanni Gizzi:“Di canti di gioia, di canti d'amore/ risuoni la vita, ma spenta nel core/ non cala per essi la nostra virtù”. //Dai lacci sciogliemmo l'avvinto pensiero/ch'or libero spazia nei campi del vero;/e sparsa la luce sui popoli fu.//Ribelli ai tiranni, di sangue bagnammo/ le zolle d'Italia; fra l'armi sposammo/ il sacro connubio la patria al saper.// Ed essa [l'Italia] faremo col core e coll'armi/ l'Italia dei padri sognata nei carmi/ l'Italia redenta dal giogo stranier”.
Reduce da un lungo ciclo di conferenze a sostegno dell'intervento dell'Italia in guerra a fianco dell'Intesa per la redenzione di Trento e Trieste, il 21 aprile 1915 Giglio-Tos si spinse a telegrafare al Re: “Per l'onore dei Savoia, per l'amore dei fratelli che soffrono e vi anelano, scongiurate la guerra civile, dichiarate guerra all'Austria e salvate la Patria”.
I Goliardi d'antant: “Ifigonia” e impegno civile   
Quel mondo complesso, gonfio di utopie e a volte contraddittorio è ampiamente illustrato da Marco Albera e da Manlio Collino in “Saecularia Sexta Album”, sontuoso volume sui sei secoli di studenti universitari di Torino, al centro del gran pomeriggio di festa e di cultura in programma alle 16.30 di martedì 29 gennaio 2019 al Casinò di Sanremo con la regia di Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura. La città di Mario e Italo Calvino, sede del lungimirante Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, paradiso di profezie, invenzioni e serenità, dette i natali al goliardo Antonio Rubino (1880-1964), poeta, illustratore, tra i fondatori del “Corriere dei Piccoli”. A Bordighera, due passi da Sanremo, Cesare Perfetto, ideatore del Salone Internazionale dell'Umorismo apprezzato da Giulio Andreotti, nel 1975 conferì la Rama di Palma d'Oro all'ormai anziano ma sempre arzillo urologo Hertz De Benedetti (1904-1989), autore del celebre poemetto “Ifigonia”, scritto nel 1928, presentato furtivamente sotto i portici di Piazza Carlo Felice a Torino lo stesso anno e nel 1939 messo fugacemente in scena per soli maschi adulti e vaccinati al Teatro Alfieri di Torino dalla Compagnia Teatrale Goliardica Camasio e Oxilia, animata da Ovidio Borgondo (detto Cavùr): un riconoscimento che sarebbe piaciuto a due super-goliardi come Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, uniti fraternamente non solo dalle feluche. Strana sorte quella dell'“Ifigonia”. Passato di mano in mano clandestinamente per generazioni, vide le stampe solo nel 1969, un anno dopo il fatidico Sessantotto. Stava per essere pubblicato nel centenario del regno (1961) ma Roberto Vittucci Righini, all'epoca sovrano del Maximus Ordo Victoriae Augusta Taurinorum, lo sconsigliò: in quell'Italia bigotta gli editori rischiavano traversie giudiziarie per offesa alla “pubblica decenza”. Poi uscì in edizione critica a cura di  Roberto Brivio e di Alfredo Castelli nei “Canti Goliardici” e persino come album a fumetti.
Liberi dal Sessantotto!
Il Sessantotto, completo di Potere studentesco, okkupazioni e la deriva verso la babele delle lingue e l'ideologia elevata a regime, soffocò la goliardia, che era l'humus della classe dirigente, come documentano imponenti volumi sulla “Formazione della classe politica in Europa, 1945-1956" a cura di Giovanni Orsina e Gaetano Quagliariello, con eccellenti capitoli sull'Unuri, sull'Unione Goliardica e su miti, feste e simboli dell'associazionismo studentesco. Da lì arrivarono Marco Pannella, figlio del cordafratrino Leonardo, Paolino Ungari e tanti dirigenti dei partiti di area laica. Dopo il Sessantotto prevalsero nuove forme di bigottismo: i clerici non vagarono più. Vennero inquadrati e giurarono fedeltà a scuole di partito e di chiese anziché alla libertà. Finì un mondo. A Sanremo ne parla l'architetto e collezionista Marco Albera, già Presidente dell'Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, accompagnato dai canti goliardici eseguiti dal chitarrista Gabriele Danesin, anima musicale del Summus Taroccorum Ordo Taurinensis, e dal fisarmonicista Ferdinando Rosso.  
La Goliardia culla delle élites
Ma perché mai occuparsi oggi di goliardi? Non è forse un tema “politicamente scorretto” e persino scurrile? In realtà, nel dibattito finalmente in corso anche in Italia sulle “élites” entra a pieno titolo la storia dell'Università e degli studenti. In Europa la Scuola degli Studi  nacque come istituzione universale, protetta dai “Sovrani” ma libera e inviolabile, con regole precise su riti d'iniziazione e sui rapporti tra docenti e discepoli in arrivo da tutti i Paesi e studenti di varie “lingue”. 
Qual era la sua “missione”? Formare “umanisti”, “dottori” dagli orizzonti culturali aperti, pronti a conquistare il mondo per migliorarlo. Nell'ambito dell'ecumene cristiana gli studenti erano leali verso il loro Principe ma accomunati nella ricerca al di sopra di ogni confine. In secoli di guerre politiche e religiose l'Università rivendicò libertà, unità e progresso del sapere.
Il Sette-Ottocento fu l'epoca di tante “internazionali” (Santa Alleanza, carboneria, massoneria, liberali, socialisti, cattolici, persino anarchici e alta finanza...), ciascuna con programmi politici o con obiettivi di dominio economico, inclini a metodi bellicosi, rivoluzionari, spesso spietati. La ricerca scientifica venne subordinata al Potere.
Per chi sapeva leggere la storia, dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871 fu chiaro che l'Europa, lanciata nella seconda tumultuosa colonizzazione del pianeta, era al bivio: affratellare le classi dirigenti o precipitare in conflitti devastanti e disumani.
Alla anarchia della Forza bisognava rispondere con l'internazionale del Diritto. La Federazione studentesca ideata da Efisio Giglio-Tos con l'adesione di ministri, politici, rettori, docenti e studenti universitari anno dopo anno raccolse migliaia di giovani nei congressi di Parigi, Venezia, Liegi, Marsiglia, Bordeaux, L'Aja, Roma e negli Stati Uniti d'America (1913). Lì vennero accolti dal presidente Woodrow Wilson. Volevano fermare la corsa verso l'abisso della guerra generale, per non trovarsi di lì a poco al comando di reparti armati, con le divise dei rispettivi Stati, anziché con mantelli e feluche, e condannati ad annientarsi a vicenda dopo anni di affratellamento nelle aule universitarie e nei congressi scientifici. Era solo un'ingenua utopia o la meditata anticipazione della Società delle Nazioni, dell'ONU, dell'Unione Europea, di una umanità finalmente pacifica e progredita?
Mentre il mondo è sempre sull'orlo dell'abisso giova riflettere sulle grandi illusioni di un secolo addietro: fermare la guerra, che è il colpo di coda dei vecchi, una sorta di vendetta contro la vita che sfugge dalle loro mani. L'utopia dei cordafratrini, giovani di spirito anche in tarda età, insegna che il nazionalismo è la tomba delle nazioni e il sovranismo è la caricatura degli Stati. Come tra Otto e Novecento, oggi tocca ancora ai giovani riprendere il testimone della Storia, forti delle divise d'un tempo: “i Goliardi hanno sempre vent'anni...”. “Quel che era torna, e tornerà per sempre”: fratellanza, umanesimo, la Comunità internazionale, comprendente Stati e Nazioni, l'immensa varietà degli uomini, col loro millenario fardello di errori e di progresso, la lenta marcia sul pavimento a scacchi bianchi e neri.
Aldo A. Mola

Il  “PARTITO DEI CATTOLICI” GIOVO' ALL'ITALIA?
Il Partito popolare italiano intralciò il Concordato (1919-1929)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 20 gennaio 2019, pagg. 1 e 11.
    
Partito Popolare dal sito http://www.mussolinibenito.it/Anche se “prigioniero” il papa era sovrano...
“Un re, anche prigioniero, è sempre un re, e se un giorno o l'altro avrà modo di liberarsi, voi lo ritroverete a capo del suo esercito. E il papa è ancora un re: ve lo afferma la legge delle famose guarentigie; che ne fa sacra e inviolabile la persona, che gli dà diritto agli onori sovrani nel territorio del regno, che dà ai suoi agenti dipl omatici le stesse prerogative che il diritto internazionale stabilisce per gli agenti degli altri governi; che gli consente un corpo armato, che assicura l'immunità del territorio apostolico e le comunicazioni dirette e incensurabili con tutto il mondo. In forza di questa legge non si può ammettere che il regno pontificio sia proprio scomparso: esso è ridotto semplicemente, sia pure ai minimi termini, ma esiste. L'Italia entrando in Roma dalla Breccia di Porta Pia avrebbe dovuto issare sul Campidoglio la fiaccola del libero pensiero; vi entrò invece facendo il segno della croce e baciò il piede al papa”.  Il 30 novembre 1915 il massone Carlo Feder (che non figura nella matricola del Grande Oriente d'Italia, nel quale “militava”) gettò il sasso nello stagno con questo articoletto, pubblicato dalla “Rivista massonica”, organo ufficioso della massoneria “di Palazzo Giustiniani”, diretta dal suo proprietario, Ulisse Bacci. In poche righe pose un ventaglio di problemi: qual era, in effetti, la posizione di papa Benedetto XV dinnanzi al regno d'Italia e nel quadro della Comunità internazionale squassata  da quindici messi di guerra generale europea? Non era solo il Vicario di Cristo, il vescovo di Roma, il capo spirituale della chiesa cattolica apostolica romana. Era anche Capo di Stato, tanto silente quanto effettivo. Feder non sapeva che l'accordo di adesione dell'Italia all'Intesa firmato a Londra il 26 aprile 1915 impegnava gli alleati a escludere la Santa Sede dal futuro Congresso di pace (art. XV dell' arrangement): riconoscimento implicito della sua sovranità.  Il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, conservatore, e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, si erano premurati a quel modo di calare la saracinesca su ogni possibile riapertura della “questione romana”. Al corrente dell'accordo erano esclusivamente il re, Vittorio Emanuele III, i sovrani dell'Intesa, i loro plenipotenziari e l'ambasciatore dell'Italia a Londra, marchese Guglielmo Imperiali, che alle tre del pomeriggio del fatidico 26 aprile, “invocato il santo nome di Iddio” sottoscrisse lo “strumento”, suggellato dall'art. XVI, in forza del quale esso doveva rimanere assolutamente segreto. E così fu (caso quasi unico nella storia: fu tra le ragioni della permanenza di Sonnino al governo con tre diversi presidenti del Consiglio) sino al giugno 1919) sino a quando i bolscevichi di Lenin irruppero nel palazzo d'Inverno, s'impadronirono delle carte segrete dello zar e dal 23 novembre 1917, un mese dopo la ritirata dell'esercito italiano da Caporetto al Piave, iniziarono a pubblicarli (con strategia selettiva, nell'interesse esclusivo della “Rivoluzione”: era la loro “verità”, la Pradva), suscitando profondo imbarazzo e sgomento all'interno dei singoli Stati. 
Il lungo armistizio tra Italia e Santa Sede  
Il 20 settembre 1870 i reparti dell'esercito italiano irrompenti in Roma agli ordini di Raffaele Cadorna si fermarono sulla soglia della “Città Leonina” e non profanarono le Basiliche e gli altri siti poi elencati nella legge per le guarentigie, “possesso” del pontefice. Il governo italiano considerò debellato il potere temporale del pontefice ma, come ricordò polemicamente Feder, rispettò molte sue prerogative, proprie di un Capo di Stato, quali l'accredito di rappresentanze estere presso il Sacro Soglio e di suoi nunzi e amministratori apostolici (paragonabili ad ambasciatori, ministri di stato e consoli generali) presso capitali “amiche”. Il regno riconobbe al papato (e quindi ai cardinali, principi della chiesa)  l'inviolabilità della corrispondenza e a un ampio ventaglio di privilegi propri di uno Stato sovrano, a cominciare, appunto, dalla Guardia Svizzera e dall'invalicabilità dei Sacri Palazzi, di cui, anzi, il governo italiano si fece garante. In passato le potenze straniere avevano usato lo Stato Pontificio per reciproci ricatti. Vienna aveva occupato Ferrara, suscitando la risposta della Francia. Spazzata via la gloriosa quanto militarmente effimera Repubblica romana, proposta da Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino prima che vi arrivasse Giuseppe Mazzini e strenuamente difesa da Giuseppe Garibaldi (1849), Napoleone III aveva “protetto” il Papa non per devozione ma contro le ingerenze degli altri Stati europei, a cominciare dalla cattolicissima Austria, e, dal 1861, contro il regno d'Italia che sin dal 27 marzo, su impulso di Camillo Cavour aveva proclamato Roma capitale d'Italia. Dopo l'annessione e il plebiscito confermativo del 2 ottobre 1870, recatogli da Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, poi membro della loggia “Universo”, i governi di Vittorio Emanuele II e dei suoi successori difesero la libertà del papa (il “possesso” temporale; la libertà della suo potere interno, come subito si vide con il conclave che elesse Leone XIII; il magistero spirituale) per difendere l'Italia stessa. Contro le proposte di tanti teologi ed ecclesiastici favorevoli all'immediato riconoscimento del regno d'Italia da parte della chiesa, Pio IX vietò ai cattolici di partecipare alle elezioni dei deputati (“non expedit”). La realtà fu tutt'altra: la stragrande maggioranza degli elettori (mediamente il 60-6% degli aventi diritto al voto) era di cattolici e gli eletti pure. Non lo ostentavano perché la fede era (come dovrebbe essere in un paese moderno) affare personale. Non solo: cattolici praticanti erano la quasi totalità dei consiglieri comunali e provinciali, dei sindaci e dei presidenti di provincia. Il “non expedit” ingessò un equivoco polemico a tutto vantaggio degli estremisti: clericali fanatici e  una minoranza chiassosa di mangiapreti.
Alla ricerca di parallele convergenti
Per quell'eterogenesi dei fini che serpeggia nel flusso della storia, con apparente paradosso proprio i politici più anticlericali ripetutamente cercarono “intese” con l'altra riva del Tevere. Vi si prodigarono i presidenti del Consiglio della Sinistra storica e massoni attivi Agostino Depretis e Francesco Crispi, mentre i conservatori Antonio Rudinì e Luigi Pelloux si arroccarono sulla lezione di Cavour: distinzione (non separazione) tra lo Stato e la Chiesa. Su questa linea si attestò Giovanni Giolitti, che enunciò la “incompetenza” dello Stato in materia di fede. Stato e chiesa erano e dovevano rimanere due parallele, ciascuna con la propria identità e i propri compiti, nell'ambito dell'ordinamento statutario che dal 4 marzo 1848 enunciò l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi. Al tempo stesso nel 1908 proprio Giolitti, contro socialisti, repubblicani, una parte dei radicali e alcuni massoni  propugnò la libertà dell'insegnamento della religione nella scuola elementare (obbligatoria e gratuita) se richiesto dalle famiglie. Non era opportunismo ma pratica della libertà, che non è mai astratta ma misurata sulla realtà storica, sociale e culturale dei Paesi nei quali prende corpo.  In una lettera alla figlia Enrichetta, Giolitti ricordò che quando taglia il vestito il sarto deve tener conto del corpo che lo indosserà, incluse le imperfezioni. Si dichiarò anche aspramente avverso all'avvento di un “partito dei cattolici”. Sarebbe stato una sciagura perché avrebbe rinchiuso il magistero spirituale in una gabbia fatalmente destinata a moltiplicare le sbarre di interessi estranei al magistero cristiano e avrebbe cozzato contro le libertà di cui lo Stato era e doveva essere usbergo. Proprio durante il suo primo governo (1892-1893) era albeggiata la prima Democrazia cristiana, su impulso di sacerdoti quali Davide Albertario e Romolo Murri e di giovani militanti fautori di roventi polemiche contro l'Italia nata dal Risorgimento, frutto, a loro detta, di un complotto ebraico-massonico. Erano asserzioni inammissibili per Giolitti, che nei suoi governi ebbe illustri massoni alla Giustizia (Lorenzo Eula, Scipione  Ronchetti, Camillo Finocchiaro Aprile e Luigi Rava: tutti di straordinario equilibrio) e agli Esteri. Proprio il massone Antonino di San Giuliano, a differenza di Sonnino, mai iniziato al formativo dialogo di loggia, nella bozza dell'accordo con l'Intesa non fece alcun cenno all'esclusione della Santa Sede dal congresso di pace. 
In tacita sintonia con Giolitti, dal 1904 papa Pio X sospese il “non expedit” che vietava ai cattolici il voto politico. In pochi anni i deputati eletti esplicitamente con il loro concorso passarono dai 3 del 1904 ai quasi 30 del 1909 ai 228 del 1913, senza che lo Stato venisse messo in discussione. Nei suoi aspetti più laceranti la “questione romana” si stava esaurendo da sé, tra conciliazione silenziosa e laicizzazione altrettanto silenziosa, senza interferenze reciproche. 
I vani “sondaggi” del dopoguerra (1918-1920)  
Nel dopoguerra la drastica opposizione governativa alla partecipazione della chiesa al Congresso di pace fu il velo dietro il quale alcuni primi ministri cercarono di aprire una trattativa con la Santa Sede per riconoscerne la sovranità temporale. Come dal 1976 documentò il giurista Giovanni Battista Varnier sulla traccia di Arturo Carlo Jemolo e di Francesco Margiotta Broglio, furono Vittorio Emanuele Orlando e il suo successore, Francesco Saverio Nitti, a tastare il terreno, con esiti desolanti anche per la rigida contrarietà di Vittorio Emanuele III, pronto a imbracciare il fucile per difendere l'assoluta integrità territoriale del regno. D'altronde l'emissario della Santa Sede, monsignor Bonaventura Cerretti, aveva proposto il riconoscimento di uno Stato della Chiesa esteso dal Vaticano a Ostia: una sorta di “corridoio” che da un canto avrebbe consentito via mare e lungo il Tevere il passaggio diretto di uomini e merci (non venne valutata l'importanza dell'aviazione),  dall'altro avrebbe reciso la continuità del Paese proprio in un tratto nevralgico della sua costa. Sarebbe stato il ritorno alla Roma di Pio IX e di Napoleone III, improponibile per l'Italia che nel 1872 si era opposta alla partecipazione di un delegato della Santa Sede alla conferenza internazionale sul “metro”, riaperta a Parigi dopo la sospensione causata dalla guerra franco-germanica del 1870-1871.
Il Partito “dei cattolici” ignorò la “questione romana”
In quel già tesissimo clima irruppe la fondazione del Partito popolare italiano. Dopo alcune riunioni di esponenti del variegato mondo cattolico (23-24 novembre e 16-17 dicembre 1918), don Luigi Sturzo, suo promotore, il 18 gennaio 1919 ne enunciò il programma in dodici articoli, appellandosi “a tutti gli uomini liberi e forti”. Con sorpresa generale esso non fece alcun cenno alla “questione romana”. Propose invece l'elezione del Senato, l'abolizione della coscrizione obbligatoria (mai gradita nel Mezzogiorno, nell'ex Stato pontificio e in Toscana) e contrappose allo Stato gli enti locali: comuni, province e regioni (che all'epoca non esistevano e, quando sorsero, dapprima a statuto speciale poi con vesti ordinarie, costituirono poi la causa principale del declino del Paese). Alle elezioni del 16 novembre 1919 il PPI ottenne il 20,5% dei suffragi e 100 deputati. Come aveva previsto il socialista Claudio Treves, i voti erano soprattutto di contadini; gli eletti erano invece “notabili” (avvocati, docenti universitari, ingegneri...). Nulla di veramente nuovo e diverso rispetto a liberali, democratici, radicali... Nelle elezioni del maggio 1921 i suffragi scesero di poco (20,4); i seggi crebbero a 108. Ma il loro “investimento politico” rimase opaco. Padre Agostino  Gemelli e Francesco Olgiati scrissero un opuscolo dal titolo chiarissimo (“Il programma del PPI non è come dovrebbe essere”), proprio perché ignorava il vero nodo storico, la soluzione della questione romana, fondamentale per la Santa Sede. Perciò sia Benedetto XV sia il suo successore Pio XI guardarono senza entusiasmo all'attivismo del “prete intrigante” (come Sturzo venne bollato da Giolitti) e al suo programma e non lo difesero affatto quando nell'aprile 1923 Benito Mussolini cacciò dal governo i due ministri  (Cavazzoni e Tangorra) e i sei sottosegretari che ne facevano parte dal 31 ottobre 1922. Sturzo si dimise e si trasferì negli Stati Uniti d'America. Il suo successore, Alcide De Gasperi, capeggiò un partito ormai sfiduciato dalla Santa Sede. Alle elezioni del 6 aprile 1924 ottenne appena 39 deputati, quasi tutti al Nord. In Puglia il PPI racimolò appena lo 0,6% dei consensi. Erano tutti lì i cattolici italiani?  
La soluzione della questione romana passò alle trattative dirette tra il capo del governo, Mussolini, e il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri,
Il centenario della nascita del PPI (non ne rimane traccia se non nei libri, come ormai della Democrazia cristiana postbellica) quasi coincide con il 90° del molto più importante Concordato dell'11 febbraio 1929, meritevole di molta più  attenzione.
Il governo italiano era consapevole di dover trattare con il rappresentante di un Capo di Stato che era anche Sommo Pontefice, eletto dal collegio cardinalizio, depositario permanente del potere di elezione su ispirazione dello Spirito Santo. Stato e Chiesa dovevano trovare soluzione all'antico conflitto temporale ma, ancor più, segnare con chiarezza il “limes” delle loro rispettive giurisdizioni. Un partito “dei cattolici”, coll'inevitabile gravame di miserie (tessere, bilanci, ambizioni personali, compromessi d'ogni genere, spinti sino a pavide doppiezze...) sarebbe stato come il meno sta nel più e quindi d'intralcio per il Sacro Soglio non meno che per lo Stato, tanto più nell'Europa inquieta uscita a fatica dalla catastrofe della Grande Guerra.   
Aldo A. Mola
 

IL “DICIANNOVISMO”:TUTTI CONTRO TUTTI
LA SCIAGURA DELL'ITALIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 13 gennaio 2019, pagg. 1 e 11.
   
Thomas Woodrow Wilson da WikipediaLe “ingerenze straniere” di cent'anni fa. Il presidente USA Wilson 
Il 23 aprile 1919 il presidente degli Stati Uniti d'America, Thomas Woodrow Wilson, si rivolse direttamente agli italiani sulla questione che stava avvelenando il Congresso per la pace in corso a Parigi: la sorte di Fiume. Pubblicata in un quotidiano francese e subito rimbalzata in Italia, la dichiarazione passò alla storia come “messaggio” e/o persino “appello”. Wilson arrivava da una famiglia di predicatori. Combattuta la dislessia con la stenografia e afflitto da gravi problemi di salute, come Franklin D. Roosevelt e altri presidenti degli USA (e non solo), appartenne alla serie dei “malati che governarono il mondo”. Profeta all'estero più che in patria, ove venne sconfitto e sconfessato. In preda a un  raptus imperialistico, il governo italiano pretendeva la città di Fiume in aggiunta all'applicazione integrale dell'accordo di Londra del 26 aprile 1915, cioè il confine dal Brennero al Quarnaro. Ma anche il neonato Stato serbo-croato-sloveno voleva Fiune con la Dalmazia e il confine a ovest di Trieste e di Gorizia. A suo avviso l'Italia non meritava niente. Belgrado contava sul sostegno della Francia: non solo l'irruento Georges Clemenceau, “il tigre”, ma anche il gran maestro onorario della Gran Loggia Paul Peigné, un generale che propugnò le “Revendications nationales” serbe, in linea con la autodeterminazione delle nazionalità “frantumate o oppresse” dagli Imperi Centrali (Germania e Austria-Ungheria) ormai sconfitti. Il Messaggio di Wilson fu una ingerenza clamorosa negli affari interni dell'Italia, che aveva visitato suscitandovi l'entusiasmo delle solitamente stupide folle, orchestrate da giornali e da élite  che si credevano furbe. Ma egli era abituato a ben altre “interferenze”. Con le tempie circonfuse del Premio Nobel per la pace (Enrico Tiozzo documenta quante altre sciocchezze vennero deliberate tra Oslo e Stoccolma) aveva alle spalle micidiali missioni militari nel Messico e nell'America Centrale, mentre gli europei erano intenti ad annientarsi a vicenda. Per protesta contro il missionario d'oltre Atlantico la delegazione italiana abbandonò Parigi. Il 25 aprile l'anglofilo e anglofono Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d'Italia e già sindaco di Roma, esecrò Wilson in un Manifesto agli italiani perché negava “il ricongiungimento all'Italia di Fiume e di quei territori sulla costa orientale dell'Adriatico (la Dalmazia) che le spettano per antiche imprescrittibili ragioni di diritto nazionale riconsacrato dal recente sacrificio di innumerevoli suoi figli e dalla inflessibile volontà di quelle popolazioni”. Retorica arcaica. Per certificarne la veridicità vi era un solo modo: indirvi referendum tra gli abitanti, ma a Roma non sarebbe convenuto affatto, perché le sue pretese sarebbero state sconfessate alle urne dalla popolazione delle terre pretese. Infatti anche l'annessione del Trentino e della Venezia Giulia avvenne per effetto del Trattato di pace di Saint-Germain, senza alcun plebiscito.
Wilson, invero, invocò l'amicizia tra statunitensi e italiani e persino la loro consanguineità, ma ribadì che, assegnata Trieste all'Italia, Fiume era e rimaneva il porto degli Stati gravitanti verso l'Adriatico: Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia. Alcuni chiacchieroni usi a confondere la Storia con le macchie sulle lenzuola, insinuarono che a convincersene fosse stato aiutato da fascinose dame jugoslave: argomento riecheggiante la fiaba secondo la quale a promuovere l'alleanza tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II contro l'impero d'Austria nel 1858-1859 sarebbe stata la usurata contessa di Castiglione anziché, come di fatto fu, la decisione dell'imperatore di mostrare all'Europa che la Francia non era più quella costretta all'armistizio di Fontainebleau e poi sconfitta a Waterloo nel 1814-1815 ma una grande potenza che, mentre vinceva gli asburgici a Magenta e a Solferino, entrava in Hanoi e protendeva le sue mire verso il Siam (non per caso oggi si chiede con forza la traslazione della sua salma dall'abbazia di Farnborough, vicino a Londra, agli Invalidi o nella chiesa di Sant'Agostino, a Parigi).
Malgrado l'assenza dell'Italia, i congressisti proseguirono i lavori con l'approvazione dello statuto della Lega delle Nazioni (18 aprile), la spartizione dell'impero ottomano e la convocazione coatta dei tedeschi “ad audiendum verbum”. Il 7 maggio Orlando e Sonnino tornarono silenti sulle rive della Senna. Il 2 maggio nel lacunoso “Diario” Sonnino ammise: “non resta che rassegnarsi alle imposizioni di Wilson, attenuate in parte, se possibile, dalle proposte degli alleati”: i quali, invece, erano d'accordo con il presidente degli USA, perché avevano sì accettato l'Italia come “associata” nella guerra ma non ne erano affatto amici. 
Il gioco dei quattro cantoni in assenza di Europa    
Quel precedente di cent'anni addietro aiuta a valutare la pochezza delle odierne scorribande di “capi” e “capitani” italiani in cerca di “alleati” in partiti e movimenti di altri Stati dell'Unione Europea. E' il gioco dei quattro cantoni. Ti cerco, ti tocco... E poi?  Oltralpe incontrano accoglienze gelide e talvolta (è il caso dei Gilè gialli francesi a Luigi Di Maio) vengono considerate inammissibili interferenze in affari interni, perché il livello di integrazione politica rimane molto basso. Per molti aspetti, invero, gli affannosi Guerin Meschini  d'oggi giorno non costituiscono nulla di nuovo rispetto a quanto praticato molto prima dell'assetto faticosamente raggiunto dall'Unione con il Trattato di Lisbona. Al tempo del bipolarismo planetario, vale a dire dalla Guerra Fredda al crollo dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (1946-1990), era scontato che i partiti dei singoli Paesi cercassero legittimazione da parte dei rispettivi alleati preponderanti. Ma quelli erano partiti dalla lunga storia: anzi, come nel caso del Partito comunista italiano, a lungo erano stati sezione italiana della Terza Internazionale, un tentacolo di un polipo con la testa a Mosca. Anche dopo lo scioglimento del Komintern, i partiti comunisti “occidentali” partecipavano ai congressi della Magna Mater Frugorum, il Partito comunista dell'Unione Sovietica (PCUS). I loro delegati vi pronunciavano discorsi, condividevano propositi e ne tornavano con direttive. Accanto al fiancheggiamento “alla luce del sole” ve n'era un altro, occulto, talvolta con un piede e mezzo nell'illegalità, a copertura di reati continuazione degli schieramenti operanti nella seconda guerra mondiale. Gli Alleati (USA e Gran Bretagna) e URSS avevano lottato insieme contro Germania, Italia, Giappone e loro satelliti, ma con obiettivi ultimi del tutto divaricati. Il “sistema” sovietico aveva mutato l'abito ma non il il fine.  
Negli stessi decenni postbellici i partiti “occidentali” non comunisti dei Paesi europei non furono altrettanto intrinseci dell'unico vero garante della loro libertà, cioè gli Stati Uniti d'America, perché gli USA non erano (come non sono) un regime di partito unico, volto  all'asservimento ideologico e pratico delle dirigenze dei paesi amici o vassalli. Per rimanere al caso dell'Italia, socialdemocratici, repubblicani ispirati da Randolfo Pacciardi, liberali e democristiani non ebbero referenti diretti nei congressi dei Democratici e dei Repubblicani d'oltre Atlantico, le cui dinamiche spesso rimasero impenetrabili per chi le osservava con gli occhiali italocentrici. Il vero discrimine era costituito dall'invito ad assistere all'insediamento dei Presidenti che via via si susseguirono alla Casa Bianca. Rimane emblematico il caso di Licio Gelli, invitato alla Casa Bianca sia da Carter che da Reagan. 
Il caos istituzionale: capiparito o ministri? Lo Stato dov'è?
Lo sconcerto della caccia al partito amico Oltralpe da parte di quelli italiani sta nella asimmetria fra le loro aspirazioni e la configurazione dei poteri istituzionali. È paradossale che un vicepresidente del consiglio (Salvini) visiti un Capo di Stato, quasi ne fosse egli stesso presidente, a caccia di un'alleanza elettorale e che un altro vicepresidente (Di Maio) offra aiuto a un movimento che da mesi organizza manifestazioni caotiche contro il presidente di un Paese amico senza valutare le motivate ritorsioni non contro il suo movimento ma contro lo stesso Stato italiano e i suoi cittadini. La condotta di Luigi Di Maio, del suo socio Davide Casaleggio e del ministro Toninelli al Quai d'Orsay offre occasione per rinfacciarci la pugnalata alle spalle del 10 giugno 1940. Oltralpe ancora una volta gli italiani si mostrano inaffidabili, voltagabbana e persino aizzatori di rivolte di piazza, il cui retroterra molti italioti disconoscono per colpevole ignoranza. I Gilè gialli sono i discendenti diretti dei francesi che ad Aigues Mortes ammazzarono a colpi di vanga decine di terrazzani italiani che lavoravano per un magro salario e che negli Anni Sessanta sabotavano l'esportazione di vini e agrumi dall'Italia. E' la “Francia profonda” simile all'”Italia profonda” vogliosa di sprofondare nel baratro della decrescita felice: l'autoerotismo di un Paese per secoli succubo di dominazioni straniere. 
L'Europa che ancora non c'è
Questo accade perché l'Europa odierna non si è ancora ripresa dalla fine della Guerra Fredda in cui si cullò per decenni. Ha assistito da spettatrice allo spostamento verso est del sistema difensivo verso la Federazione russa e non ha varato alcuna politica davvero unitaria di Stato: estera, militare, economica, nei confronti della decolonizzazione e delle guerre condotte di cui è stata essa stessa protagonista diretta o indiretta nel Vicino, nel Medio Oriente e nell'Africa settentrionale, con la promozione sconsiderata delle immaginarie “primavere arabe”, nell'illusione  che a cambiare il mondo bastassero un po' di messaggi sui cellulari. Al momento l'Europa ancora non c'è. È nelle sue smagliature che certi capitani di ventura paiono condottieri e persino statisti...
Quando l'integrazione effettiva dei Paesi dell'Unione farà seri progressi sarà normale che tornino a esistere partiti continentali, al momento assenti: un grosso guaio proprio alla vigilia del rinnovo del Parlamento europeo con quell'elezione diretta che dovrebbe dargli forza decisoria ma potrebbe invece condannarlo alla paralisi.   
 Siamo a un  nuovo “diciannovismo”. Cent'anni dopo, non esiste una accezione condivisa del termine. Per alcuni esso indica la fase aurorale del movimento fascista, che si propose come un nuovo “sol dell'avvenire”. Per altri esprime l'inquietudine dominante l'Europa in cerca di pace. A distanza di un secolo esso sintetizza l'incapacità delle Potenze vincitrici di voltar pagina con gli spiriti bellicosi dominanti sino al tardo autunno dell'anno precedente. Più che di vittorie militari gli armistizi del novembre 1918 erano stati frutto del collasso degli Imperi Centrali. La dissoluzione dell'Austria-Ungheria e la deflagrazione dell'Impero di Germania sconvolsero tutti i piani di vittoria coltivati per anni dall'Intesa. Con l'uscita di scena dell'impero russo, risultò evidente l'assenza di un progetto politico-militare condiviso almeno da Francia e Gran Bretagna, le uniche due potenze dell'Intesa ancora in lotta, ed emerse la divaricazione tre queste e l'Italia, che non era propriamente “alleata”, ma “associata”. Perciò il governo di Roma non venne messo al corrente degli accordi via via elaborati da Parigi e da Londra sulle future sorti future dell'impero turco-ottomano.
Secondo il congresso massonico di Parigi del 28-30 giugno 1917 la pace andava fondata su quattro pilastri: la restituzione dell'Alsazia e della Lorena alla Francia, la ricostituzione della Boemia (scomparsa nel 1620 con la vittoria del Sacro romano imperatore sui Boemi nella battaglia della Montagna Bianca: una guerra politica e religiosa), la rinascita della Polonia (ove anche i tedeschi aveva ventilato la nascita di un “regno” vassallo) e i plebisciti delle popolazioni per definire i confini delle terre mistilingue. Non accadde allora, non esiste oggi. Né in Europa né altrove. Di lì la crema catalana...
E in Italia il caos
Mentre a Parigi le aspirazioni italiane al dominio sull'Adriatico cozzavano con ostacoli crescenti, il Paese era squassato da crisi sempre più gravi e incalzanti: anzitutto le ripercussioni dell’enorme indebitamento dello Stato (schizzato a 14 miliardi di lire dell'epoca), la svalutazione della moneta, il divario tra costo della vita e stagnazione di salari e stipendi, la carenza di rifornimenti alimentari mentre l'epidemia detta “spagnola” divampava, favorita anche dalla denutrizione, la conversione della produzione bellica in civile, la smobilitazione dell'esercito, a danno soprattutto di ufficiali, sottufficiali e corpi di élite, come gli Arditi, meno facili da restituire alla vita ordinaria...
Il governo Orlando venne messo in minoranza e si dimise pochi giorni prima della firma del Trattato di pace a Versailles (28 giugno). Il nuovo ministero fu presieduto da Francesco Saverio Nitti che, inviso a Inghilterra e Francia, annaspò. Mentre i giornali badavano ossessivamente al Congresso di Parigi, lo scenario politico interno mutò profondamente. Il 18 gennaio don Luigi Sturzo fondò il Partito popolare italiano, primo partito “dei cattolici”. Esso segnò la svolta. Dopo quindici anni di collaborazione tra moderati, i cattolici vennero schierati contro i liberali. In gran parte erano contro la monarchia, contro lo Stato sorto dal Risorgimento. 
Egemonizzati da Giacinto Menotti Serrati, al congresso di Bologna i socialisti si schierarono a favore della Terza internazionale varata a Mosca da Lenin, Trotzky e Stalin. A loro volta erano contro lo Stato, contro la monarchia. Su quanto avveniva in Russia i socialisti avevano sempre avuto informazioni approssimative. Nel gustoso saggio “I fantastici 4 vs Lenin. Una missione della massoneria italiana nella Russia del 1917” (ed. Odoya) Riccardo Mandelli ha narrato le comiche vicissitudini di Innocenzo Cappa, Arturo Labriola, Giovanni Lerda e Orazio Raimondo mandati dal governo Boselli-Sonnino in Russia, con la benedizione del ministro dell'Interno, Orlando, per accattivare  all'Italia le simpatie dei rivoluzionari. Nessuno dei quattro capiva il russo. Tennero fluenti discorsi e furono  applauditi come eseguissero romanze di opere liriche. Raimondo venne soprannominato Titta Ruffo, il celebre cantante cognato di Giacomo Matteotti. Il massone Ferdinando Martini nel Diario annotò: “In che lingua hanno parlato al popolo? In italiano? E chi li ha capiti? E come, senza capire, applaudirono? Che se han parlato alla colonia italiana, tanto valeva che rimanessero a Roma...”.
Nitti inconcludente e Mussolini inesistente 
Il 23 marzo Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento. Nulla a che vedere con il fascismo del 1921, del 1922, del 1929… eccetera. Era un punto su una lavagna della storia. Nitti mise a segno due catastrofi in pochi mesi. In agosto pubblicò il 2° volume dell'“Inchiesta su Caporetto”, l'opera più distruttiva dell'immagine dell'esercito mai pubblicata in Italia. I militari che avevano fermato l'avanzata austro-germanica nell'ottobre-dicembre del 1917 e avevano sconfitto l'Impero asburgico a Vittorio Veneto ne uscirono malissimo. Poi varò la nuova legge che ripartì i seggi alla Camera in proporzione ai voti ottenuti dai partiti nelle circoscrizioni elettorali, a tutto vantaggio dei partiti “di massa”, popolari e socialisti e ai danni di costituzionali e democratici. Dalle lettere confidenziali consta che neppure Giolitti previde appieno le conseguenze nefaste di quella riforma. Il 12 ottobre pronunziò a Dronero il discorso che nel 1950 Palmiro Togliatti valutò come il più avanzato della borghesia, ma dalle elezioni uscì battuto. 
E il Re? All'inaugurazione della legislatura i socialisti uscirono dall'Aula di Montecitorio, appena restaurata, cantando l'Internazionale e irridendo al sovrano. 
Era il diciannovismo. Il primo dei quattro anni di caos che il 31 ottobre 1922 vennero chiusi con il governo di unità costituzionale presieduto da Benito Mussolini. Il quale nelle elezioni del 16 novembre 1919 capeggiò una lista comprendente il protonazionalista Filippo Tommaso Marinetti, il libero pensatore Guido Podrecca e Arturo Toscanini, maestro di musica (sic!) e ottenne un risultato miserabile: nessun seggio alla Camera. La Storia, però, era ancora tutta da scrivere. Anzi, da fare. Con la ricerca di alleanze all'estero e pesanti ingerenze straniere, come sempre accade quando i governi sono deboli. In quel momento Mussolini era solo un puntino sulla lavagna…
Aldo A. Mola

1919: LA PACE PUNITIVA
FORIERA DI GUERRA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 6 gennaio 2019, pagg. 1 e 11.
   
Europa da internetIn cerca di Europa
Europa invertebrata? Europa all'ultima spiaggia? Di sicuro, se l'Unione nelle elezioni del Parlamento europeo affondasse trascinerebbe tutti nel gorgo. Tutti. Da Berlino a Seborga. È già accaduto. Per l'Europa (e non solo per l'Unione, anche per quella che va sino agli Urali, o a Vladivostok) l'elezione diretta del parlamento europeo è la prova d'appello. Ogni suo cittadino ha il diritto-dovere di deciderne le sorti. Libero di affondare o di dare un colpo di pinne per risalire alla superficie della Storia. Non è tempo di propaganda. È l'ora di scegliere “ex informata conscientia” sulla base, indispensabile, della Memoria. Mai dimenticare che, con tutti i suoi limiti e difetti, questa Europa, cresciuta lentamente dalla CECA al MEC e via progredendo, per la prima volta dopo millenni ha garantito settantacinque anni di pace almeno al suo interno. 
Sonnambuli e giocatori d'azzardo nel 1914...
Il centenario del Congresso per la pace (Parigi, 1919) dovrebbe aprire gli occhi sui pericoli oggi incombenti: o più Europa oppure il caos, con danni imprevedibili per ogni cittadino. La sicurezza si basa sui sistemi informatici integrati di livello supremo. Lo spiegò bene, a futura memoria, il Generale Claudio Graziano alla vigilia di congedarsi dal Comando dello Stato Maggiore delle Forze Armate. Sembra un secolo fa, se si esaminano le chiacchiere dilaganti sulla “sovranità”, ignare che l'Italia perse la seconda guerra mondiale e non ha alcuna difesa “autonoma”, né in cielo né in terra né in mare.     
Riflettiamo. Cinque anni di studi sulla Grande Guerra (1914-1918) hanno riportato il giudizio storiografico al punto di partenza. La conflagrazione esplose come conflitto inizialmente circoscritto in un'Europa governata da sonnambuli e da giocatori d'azzardo. Imperatori, re, presidenti di repubbliche, diplomatici, militari, banchieri, grandi industriali, filosofi, storici, artisti, dame più o meno virtuose..., tutti i protagonisti di quell'immane convulsione a distanza di tempo risultano accomunati dall'incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni, a breve e a lungo termine. Si condussero da irresponsabili, con alto tasso di infantilismo, senza un progetto né una via alternativa al tunnel della guerra. 
Dall'estate 1914 le proposte di armistizi e le trattative sottobanco furono più numerose delle sempre più sanguinose battaglie (a volte di dieci mesi con un milione di morti l'una), ma fallirono sempre. La guerra si alimentò da sé. La pace fu messa all'angolo. Da quando la conflagrazione divenne Grande Guerra mancò un vero piano per uscirne prima che degenerasse in catastrofe generale, per vinti e vincitori. Anche Carlo I d'Asburgo (1887-1922,  nel 2004 proclamato beato da papa Giovanni Paolo II e bene biografato da Roberto Coaloa) fu del tutto al di sotto della difficile missione storica. Non avrebbe concesso all'Italia un metro di terra dei suoi avi, in linea con Francesco Giuseppe “l'ottuso”. A svuotare l'irredentismo italiano (talora facinoroso) sarebbe bastato concedere una Università al di qua delle Alpi o almeno corsi in lingua italiana Oltralpe e qualche autonomia: piccole cose, oggi ovvie. Invece niente di niente. Il “No”, figlio dell'aridità di spirito, genera astio e e provoca la rivolta. Ne profittarono tanti occhiuti mestatori. 
All'origine di tre guerre mondiali striscianti 
Nell'ottobre-novembre 1918, dopo la caduta dell'impero turco e della Bulgaria, anche Germania e Austria-Ungheria collassarono. A quel punto, però, erano iniziate altre tre guerre mondiali. La prima era quella dei bolscevichi di Lenin, Trotsky e Stalin, giunti al potere in Russia e decisi a scatenare la rivoluzione planetaria. In caso diverso, il “comunismo in un solo paese” (come poi il bolscevismo si ridusse) era condannato all'involuzione economica, militare, poliziesca e alla sconfitta politica: poteva durare cinque o cinquant'anni ma era comunque destinato a divorare i propri figli, come Saturno, e se stesso, sino all'estinzione. La seconda grande guerra era l'imposizione all'Europa della pax americana. Suo regista fu il presidente degli USA, Woodrow Wilson. Inizialmente venerato  quale profeta di sublimi ideali (venne persino creduto massone, mentre era privo di dubbi e di spirito critico), nel cilindro nascondeva il suo vero disegno: l'applicazione all'intero pianeta della dottrina Monroe (l'America agli Americani, cioè agli USA), poi insinuata come articolo 21 nei trattati di pace imposti non solo ai vinti ma anche ai vincitori. I Quattordici punti enunciati da Wilson l'8 gennaio 1918 quale manifesto della pace nascondevano il progetto vero di Washington: spacciare l'immane conflitto come “guerra di religione”, epilogo di una lotta “di civiltà” dei buoni contro il militarismo teutonico, la brutalità tedesca, la barbarie germanica. Tutti luoghi comuni predicati dal 1914 in Europa per giustificare la guerra “sino alla vittoria finale” e  sollecitare l'intervento dei paesi che via via entrarono nella biblica “fornace ardente” (fu il caso dell'Italia, nel maggio 1915). La terza guerra planetaria iniziò tra il 1917 e il 1918, dalla “rivolta araba”, intuita nella sua vera identità dal colonnello Thomas Edward Lawrence (è salutare rileggerne le opere, a cominciare dai “Sette pilastri della saggezza”), a quella in India, dall'Egitto, ove Allenby faticò a trovare un punto di equilibrio, al sanguinosissimo conflitto nippo-cinese, con l'avanzata dei giapponesi in Manciuria e in Mongolia condotta con i metodi arcaici: violenze inenarrabili e stragi spaventose (ne scrisse Mario Appelius, a torto demonizzato e dimenticato).
La delegazione italiana allo sbando
Quello scenario apocalittico non venne affatto compreso dalle delegazioni raccolte al Castello di Versailles il 18 gennaio 1919 per l'inaugurazione del Congresso di pace. Eppure esso doveva risultare chiaro ai rappresentanti delle Grandi Potenze (USA, Gran Bretagna, Francia e Italia, che vi partecipò col presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, e il ministro degli esteri, Sidney Sonnino) come ai loro alleati di seconda e terza fila. La precipua attenzione dei congressisti andava invece alla fungaia di conflitti piccoli e grandi in corso dappertutto. Mentre in Russia le armate bianche tentavano la riscossa contro i bolscevichi dall'Ucraina all'Estremo Oriente (anche con soccorsi di “occidentali”), truppe anglo-francesi erano, ma inerti, a Murmansk: attaccare o non attaccare i “rossi”? o continuare a usarli come minaccia verso la Germania o quali spaventapasseri per dividere i  socialisti “occidentali” tra riformisti, massimalisti e filobolscevichi? 
La Germania e l'ex impero asburgico erano nel caos, preda di insorgenze rivoluzionarie (gli spartachisti di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht ne costituivano solo uno spicchio) e di corpi franchi nazional-reazionari. Le armi abbondavano, il sangue scorreva, molto prima che Hitler sintetizzasse il tutto nello “Svastika”. Altrettanto accadeva nell'ex impero austroungarico, collassato per la fame e per l'epifania dei nazionalismi eterodiretti dal Grande Oriente di Francia, proteso a “repubblicanizzare l'Europa”, come spiegato da François Fejto, presidente dei Comitates pro libertatibus, in “Requiem per un impero defunto”. 
Nell'intervallo tra l'armistizio italo-asburgico (3 novembre, con efficacia il 4: lo ricorda Giuseppe Novero nella succosa biografia del generale Gazzera, ed. Rubbettino) e quello tra Germania e Intesa (11 seguente), il 7 novembre venne proclamato il regno di Jugoslavia, assegnato al “fratello” Pietro Karageorgevic di Serbia, con Alessandro per reggente. Esso coronò il patto di Corfù tra serbi, croati e sloveni, siglato all'indomani del Congresso di Parigi delle massonerie dell'Intesa (in realtà solo la francese e, in parte, la italiana: fraternamente litigiose) e dei paesi neutrali (28-30 giugno 1917). La nascita del nuovo stato non comportò affatto la stabilità dei Balcani, per le fatali ripercussioni della revisione di tutti i confini a vantaggio dei vincitori (Romania) e dei Paesi di nuovo conio (Cecoslovacchia) ai danni dei vinti (Bulgaria, Ungheria, a tacere dell'Austria ridotta a una grande testa, Vienna, con un corpicino gracile). 
“Fiume o morte...”
Lo Stato jugoslavo fece anche da bastione contro le aspirazioni dell'Italia ad aumentare il già pingue bottino di guerra garantitogli dall'applicazione dell'accordo di Londra del 26 aprile 1915. Con l'intervento l'Italia poteva ripromettersi tre scopi: l'annessione delle terre italofone (quasi tutti identificavano la lingua con la razza: termine, questo, oggi “politicamente scorretto” ma all'epoca usuale in diplomazia e nel giornalismo); il conseguimento del confine naturale (il crinale alpino dal Trentino a Monte Nevoso); il dominio sull'Adriatico, fatalmente in contrasto con l'Austria-Ungheria (quali fossero gli Stati successori dell'impero asburgico) e gli slavi del sud. Le prime due opzioni erano in armonia con la visione “risorgimentale” della guerra (sia mazziniano-garibaldina, sia liberal-liberistica: gli Stati Uniti, o Federazione, d'Europa, propugnata da Luigi Einaudi Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati). Era anche quella di Luigi Cadorna, uno stratega dalla visione politica del conflitto. La terza aveva invece ispirazione e valenza imperialistica: comportava di rimanere in tensione permanente nei confronti dei vinti e degli alleati, anglo-francesi e “americani”, contrari ad accettare che l'Adriatico divenisse un lago italiano.
A Parigi la delegazione italiana (ampliata con ideologi, quale Salvatore Barzilai, e   “tecnici” come Silvio Crespi e Aldrovando Marescotti) si arroccò sulla rivendicazione di Fiume in aggiunta al già corposo bottino previsto dall'accordo di Londra e ne fece la posta irrinunciabile per l'adesione di Roma al trattato di pace. All'inizio del Congresso Wilson aveva proposto e imposto lo statuto della Lega delle Nazioni, del tutto diversa rispetto alla Società delle Nazioni a suo tempo configurata nel congresso massonico di Parigi del giugno 1917 e molto più esplicita sull’autodeterminazione dei popoli: una vera e propria confutazione degli obiettivi bellici delle Potenze europee vincitrici. La delegazione italiana non trovò di meglio che abbandonare Parigi (24 aprile), ove gli altri congressisti, sollevati da intralci, decisero in sua assenza i termini della pace “contro” la Germania e l'Austria. Orlando e Sonnino dovettero quindi tornarvi di corsa (5 maggio) per non sfigurare e  compartecipare alle conclusioni dei lavori. 
L'esito di quella serie di errori mise a nudo la pochezza politica del governo italiano, fatta di piazzate e di grida unilaterali. Orlando (poi ricordato quale “presidente della vittoria”) venne messo in minoranza e costretto alle dimissioni. Il 23 giugno si insediò il primo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti, con i giolittiani Tommaso Tittoni agli Esteri, Francesco Tedesco alle Finanze, i massoni Carlo Schanzer al Tesoro e Alfredo Baccelli all'Istruzione, Achille Visocchi all'Agricoltura, Dante Ferraris all'Industria e Cesare Nava alle Terre Liberate. 
Il diktat di pace venne imposto alla delegazione germanica cinque giorni dopo, il 28 giugno 1919: esattamente sei anni dopo il mortale attentato all'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, assassinato a Sarajevo con la moglie, Sofia Chotec: la scintilla che aveva incendiato l'Europa e il mondo.
Motivo in più per domandarsi chi avesse armato la “Mano Nera”...
La pace cartaginese
Come noto la “pace” ebbe una premessa ideologica del tutto estranea alla tradizione millenaria dei conflitti tra Stati: l'addebito ai tedeschi della “responsabilità della guerra”, un giudizio metastorico, moralistico, “religioso”. Su quella base la Germania (che non era più l'Impero di Guglielmo II Hohenzollern ma la speranzosa e vacillante repubblica di Weimar) fu condannata a pagare le “riparazioni”: 269 miliardi di marchi oro, da saldare in 42 annualità. Essa venne privata dell'Alsazia e della Lorena (restituite alla Francia cui erano state sottratte a conclusione della guerra del 1870-1871), di Posnania, Prussia orientale e Alta Slesia, assegnate alla Polonia, dello Schleswig (che andò alla Danimarca) e di un territorio meridionale assegnato alla Cecoslovacchia. Dovette cedere quanto rimaneva della flotta, compresa gran parte di quella commerciale, macchinari e materiali, nonché, particolarmente bruciante, la sovranità sulle vie d'acqua continentali e sull'aria, mentre la sinistra del Reno fu cautelativamente occupata dagli alleati per quindici anni. Si comprende perché Goering, cresciuto nella pattuglia del Barone Rosso, non abbia nutrito gratitudine per i vincitori. Francia e Gran Bretagna si spartirono le più vaste colonie tedesche in Africa, come poi l'impero turco-ottomano. Il Ruanda-Urundi andò al Belgio, che vi si condusse in maniera miserabile, come in Congo. L'Australia ebbe le ex colonie germaniche nella Nuova Guinea e le isole Bismarck; la Nuova Zelanda ottenne le Samoa occidentali; il Giappone incorporò Marshall, Caroline, Palau e le Marianne, che la Spagna aveva venduto a Berlino per smacco contro gli USA che nel 1898 avevano alimentato la rivolta di Cuba e delle Filippine contro Madrid.
Rissa continua
Il Trattato di Versailles, una “pace cartaginese”, nutrita da spirito di vendetta, fu alla base dei successivi vent'anni di “revisionismo” e della seconda guerra europea destinata a divenire a sua volta mondiale (1939-1945). Nel 1918-1919 alcuni riuscirono a non perdere la guerra; tutti, però, persero la pace e continuarono a battersi come gli energumeni dipinti da Francisco Goya in “La rissa a bastonate” (1819-1823): con i piedi e le gambe affondate nel fango (quasi fossero in una trincea), spossati, sanguinanti, con gli occhi sbarrati e tuttavia incapaci di fermarsi. Belluini. 
Dopo essersele date “di santa ir-ragione” nel maggio prossimo i cittadini dell'Unione Europea sono chiamati a ragionare, lontani da neonazionalismi devastanti, in quello spirito di progresso civile e di fratellanza tra i popoli che caratterizzò il primo Novecento. Irridere la Belle Epoque come età di ingenui “buoni sentimenti”, di fatuo pacifismo umanitaristico (lo fece persino Benedetto Croce) vuol anche dire chiudere gli occhi dinnanzi a quanto poi avvenne davvero: due guerre mondiali (con almeno 70 milioni di morti tra militari e civili, malati a parte), i totalitarismi e i loro campi di sterminio: olocausto non di un solo popolo ma di una civiltà, come intravvide Oswald Spengler in “Il Tramonto dell'Occidente”.
Un'ultima considerazione s'impone: con l' “arrangement” del 1915 il governo Salandra-Sonnino aveva ottenuto dall'Intesa l'esclusione della Santa Sede dal Congresso della pace. Era convinto di aver fatto il colpo grosso. A quel modo, invece, fece sì che papa Benedetto XV, non rimase immischiato in trattati che avvelenarono le acque e generarono i disastri dei decenni seguenti. Eterogenesi dei fini. Metastoria: là dove regna lo Spirito. 
Aldo A. Mola

LOTTA PER IL PRIMATO:
DEGLI ITALIANI O SUGLI ITALIANI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 Dicembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Contratto da L'EspressoUn “Contratto di govern o” senza capo né coda     
Dopo due anni di tarantola elettorale e mentre incombono sei mesi di lotte accanite per le “Europee”, l'Italia ha ancora un Arbitro vero: il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che quotidianamente garantisce l'unità di un Paese dalle crepe sempre più profonde. Il suo ruolo è fondamentale perché per la prima volta da 160 anni il paese ha un governo privo di un “Progetto”. Lo  si sapeva dal maggio scorso; ma ora è chiaro anche a chi finse di non vedere. Il governo dice e disdice sulla portata generale della “manovra”, cioè la prevedibile legge annuale di bilancio, e su tanti suoi aspetti, dal raddoppio dell'Ires a carico delle associazioni “no profit” alle mance maleodoranti celate nei suoi articoli e commi, come documentato dall'inchiesta condotta dal “Sole-24 Ore”. Nessuna sorpresa. Basta rileggere la premessa del famoso Contratto per il Cambiamento e confrontarla con la realtà. I “contraenti” vi affermarono: “Intendiamo incrementare il processo decisionale in Parlamento e la sua cooperazione con il Governo”. Si è visto come è finita. È accaduto l'opposto, sino alla paradossale richiesta di voti di fiducia per approvare il nulla; e poi su una legge di bilancio che nessun parlamentare ha potuto leggere né meno ancora discutere e approvare “articolo per articolo e con votazione finale”, come richiesto dall'articolo 72 della Costituzione. Il Legislativo è stato ripetutamente umiliato. I parlamentari conniventi ne porteranno la responsabilità dinnanzi alla Storia. Sono divisi su tutto tranne che nell'occupazione del potere e nell'assalto a ogni possibile fonte di prebende per amici, parenti e benefattori. 
Vigilia di “regime”? C'era una volta il “Partito unico”
Recentemente alcuni si sono domandati se la crisi politica in corso abbia affinità con quella che nel 1924-1925 segnò l'eclissi del liberalismo. Le differenze tra l'oggi e quel passato sono molte e profonde. La principale difformità è il terreno di confronto/scontro odierno tra maggioranza di governo e opposizione. Anzitutto, nel 1925 l'esecutivo era sorretto da un partito unico, nato con le elezioni del 6 marzo 1924, quando la Lista Nazionale (nota come “listone”, comprendente fascionazionalisti, liberali, cattolici, democratici ed ex socialisti in libera uscita) ottenne circa il 66% dei voti validi e due terzi dei seggi. Il governo attuale, invece, è sorretto da due partiti diversi per origini e programmi, aspramente contrapposti nella campagna elettorale conclusa con le votazioni del 4 marzo 2018 e rimasti in perpetuo dissenso proprio sull'attuazione del programma frettolosamente abborracciato nel poco radioso maggio 2018: flat tax, reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, “migranti”...
In secondo luogo nel 1925 il governo aveva un Progetto enunciato in forma chiara. Si basava su una “idea dell'Italia”, coltivata dai nazionalisti e da questi innestata sul tronco del fascismo (movimento prima, partito poi), radicalmente opposta a liberalismo, socialismo e democrazia. Quel governo propugnò un programma discutibile e per molti versi persino repellente ma coerente e organico: la restaurazione dello Stato dopo anni di guerra civile strisciante e l'attuazione di un disegno pedagogico, incardinato sul ripristino del “dovere”. Anche quel “regime” risultò spesso un sepolcro imbiancato (parecchi gerarchi di varia levatura predicavano bene e razzolavano male) e condusse infine alla disfatta militare del Paese, da taluni vissuta come “morte della Patria”: formula, invero, storicamente errata perché nel settembre 1943, sia pure “divisa in due”, l'Italia sopravvisse e imboccò la via della ricostruzione).   
Ora i “contrattisti” sono due, divisi su tutto
A differenza di quanto è avvenuto in passato, i capisaldi del Contratto per il governo del cambiamento non investono le Istituzioni configurate dalla Costituzione. Essi sono di natura meramente economicistica e sindacale. Si sintetizzano in trattamenti pensionistici, elemosine di sopravvivenza e altre piccole partite. Il Contratto dà per scontata la contrapposizione tra i due firmatari. Perciò prevede il famigerato Comitato di conciliazione “per giungere ad un dialogo in caso di conflitti”, mai formalmente istituito ma praticato nei fatti con le ripetute riunioni di emergenza di presidente del Consiglio (sempre più patetico), capo politico del M5S, segretario federale della Lega, taluni ministri ed eventuali “uditori”, a imitazione del Gran Consiglio del Fascismo, che a metà febbraio del 1923 (quando ancora non era “costituzionalizzato”) “una tantum” convocò un “esperto di massoneria”, famoso come menagramo.  
Proprio per la sua inconsistenza progettuale, all'origine il Contratto non ha costituito motivo di allarme in chi (industriali, banche, sindacati... spesso tardigradi) ha ritenuto che prima o poi la retorica giallo-verde avrebbe fatto i conti con la realtà, come appunto è avvenuto dopo mesi di logoranti polemiche contro l'“Europa”. Altrettanto era accaduto quando, a regime fascista ormai ben saldo e dinnanzi all'involuzione dalle libertà statutarie al regime di partito unico lento pede Luigi Einaudi arrivò a deplorare “il silenzio degli industriali”. 
La contesa economicistica contiene però, sia pure sottotraccia, il progetto di modifica radicale dei rapporti tra esecutivo e legislativo, a tutto vantaggio del primo: quindi un disegno politico, di quando in quando enunciato e subito celato, tipico di chi allunga il braccio e nasconde la mano. L'obiettivo è il discredito del Parlamento con la violazione sistematica di procedure che non sono affatto formalità ma sostanza della repubblica parlamentare. 
Perciò dovrebbero suscitare allarme la retorica giallo-verde contro la pluralità dell'informazione e la drastica riduzione del sostegno finanziario italiano alla vita dell'ONU, passata sotto completo silenzio nella comunicazione (per disinformazione colpevole o sottovalutazione del suo implicito messaggio: due volti di una stessa medaglia). Quel taglio, però, non è affatto un dettaglio. Per l'Italia, infatti, l'ammissione nell'Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1955 significò la certificazione della svolta politico-culturale del Paese, grazie alla de-fascistizzazione (altra cosa dalla “epurazione”, ispirata da faziosità e attuata con storture e iniquità). L'ingresso nell'ONU conclamò il suo ritorno a un ruolo protagonistico nella promozione dei diritti dell'uomo, a una missione civile dopo gli anni del nazionalismo più bellicoso, completo di motti ottusi (“Noi tireremo diritto”, “chi se ne frega” e simili: rivelativi della dissociazione dalla realtà che l'11 dicembre 1941 condusse Mussolini a dichiarare guerra agli Stati Uniti d'America). 
La seconda profonda differenza tra l'Italia odierna rispetto a quanto avvenne nel 1924-1925 sta nella mancata risposta culturale alla pochezza del Contratto giallo-verde e al suo insanabile contrasto con i diritti sanciti dalla Costituzione. Vale d'esempio il curioso “codice etico dei membri del Governo” in forza del quale non possono far parte dell'Esecutivo  quanti “appartengano alla massoneria”, senz'alcuna spiegazione di merito e in violazione della Carta costituzionale. Il “silenzio degli intellettuali” forse è stato ispirato dalla previsione della precarietà del governo per le sue contraddizioni interne e dal calcolo che non valga la pena discutere questioni troppo alte (come la violazione dei diritti di libertà associativa) dinnanzi a chi, dopotutto, mostra quotidianamente la sua pochezza culturale. Però questa indulgenza o compiacenza è un errore o più probabilmente la rinuncia all'antico “Primato morale e civile”.    
Gli intellettuali fascisti
Perciò merita riflettere sul 1925, un anno di profonda cesura nella storia d'Italia. Il 3 gennaio lo aprì Mussolini alla Camera. Il duce rivendicò il ruolo politico del fascismo (una “rivoluzione”), sfidò il Parlamento e incriminarlo per attentato e, contrariamente a quanto scrivono tanti biografi di Vittorio Emanuele III (come Frédéric Le Moal), respinse sdegnosamente ogni responsabilità nella morte di Giacomo Matteotti, il cui elogio anzi pronunciò. 
La vittoria politica doveva però assumere forma storico-filosofica. Occorreva segnare netto il solco tra il prima e il poi, tra il fascismo e i suoi avversari, veri o presunti. 
Aprì il fuoco il “Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni”, scritto da Giovanni Gentile quale sintesi del primo Convegno degli istituti fascisti di cultura, organizzato a Bologna (29-30 marzo) da Franco Ciarlantini, ex sindacalista rivoluzionario, interventista, iscritto al PNF appena dal 1° febbraio 1923. 
Il filosofo rivendicò al fascismo, “movimento recente ed antico dello spirito italiano”, il ruolo di depositario dell'“idea di Italia” e di profeta per tutte le altre nazioni. “Politico e morale”, il fascismo aveva carattere “religioso”, intransigente, opposto al “liberalismo agnostico e adbicatorio” (sic). Era il partito dei giovani, nel solco di Giuseppe Mazzini, “fede energica, violenta”, volta a “instaurare una nuova legge”. Gentile liquidò sprezzantemente con formulette paleo-hegeliane la “piccola opposizione al Fascismo, formata dai detriti del vecchio politicantismo italiano: democratico, razionalistico, radicale, massonico”, destinata a soccombere per la “legge storica che non ammette eccezioni”: il trionfo del principio superiore sull'inferiore, del totale sul parziale. 
Il Manifesto degli intellettuali fascisti venne pubblicato il 21 aprile, sacro alla fondazione di Roma, una data laica, anzi neopagana, scippata alla Terza Italia massonica, come il XX settembre (ma solo fino al 1929). Il fascismo di Gentile non era ancora quello del Concordato con la Chiesa. Perciò il suo “Manifesto” ebbe l'adesione di personalità molto lontane dalle successive involuzioni  dell'ideologia fascista: Gabriele d'Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ferdinando Marini, Salvatore Pincherle, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Ugo Spirito, Giuseppe Ungaretti, Guido da Verona, Giulio Aristide Sartorio: massoni, liberi pensatori e persino perseguitati dal regime.
E quelli antifascisti
Pochi giorni dopo Benedetto Croce accolse l'invito rivoltogli dal teosofo, massone e leader liberaldemocratico Giovanni Amendola a “parlare” e a “rispondere”. Promise un testo breve “per non fare dell'accademia e non annoiare la gente”. In realtà, letto a distanza di tempo, il manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio seguente, risulta prolisso e spesso involuto. Croce respinse l'insinuazione che gli antifascisti rifiutassero “la doverosa sottomissione degli individui al tutto”, ma rivendicò la “sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni innalzamento”, il “possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento, conformazione mentale o morale”. Non nascose “il favore col quale venne accolto da molti liberali, nei primi tempi, il movimento fascista” foriero di nuove e fresche energie entrate nella vita politica, “forze di rinnovamento e (perché no?) anche forze conservatrici”. In Senato egli aveva votato a favore del governo anche dopo l' “affare Matteotti”. Il manifesto crociano fu sottoscritto da Sibilla Aleramo, Piero Calamandrei, Guido De Ruggiero, Gaetano De Sanctis, Luigi Einaudi, Guglielmo Ferrero, Arturo Labriola, Giorgio Levi Della Vida, Eugenio Montale, Giuseppe Rensi, Gaetano Salvemini, Adriano Tilgher e tanti esponenti del pluralismo “liberale”, nelle sue diverse radici e tendenze. 
 Il Capo di uno Stato in confusione
E il Re? Quale fu la sua posizione dinnanzi a quella lotta per il primato culturale e civile in Italia? Sovrano di tutti gli i cittadini, Vittorio Emanuele III non manifestò mai alcuna propensione per l'“ideologia” del regime e le sue molteplici enunciazioni, sino a quella “canonica” consegnata all' “Enciclopedia italiana”, ove ne venne ribadita la concezione spiritualistica, etica, religiosa, ecc., l'avversione per il liberalismo, il socialismo, la democrazia, il culto della “schiatta (non razza) storicamente perpetuantesi”. Era consapevole che il fascismo non aveva avuto all'origine alcun progetto culturale. La sua dottrina (come scrisse lo stesso Mussolini) era stata l' “azione”, scaturita dalla “ganga delle contingenze”. Il sovrano non si erse dunque ad arbitro della tenzone tra intellettuali (dalle differenze spesso assai labili), né del contrasto tra la maggioranza di governo e le opposizioni che disertarono l'Aula arroccandosi sull'“Aventino”. A chi gli chiese di intervenire, e quindi di esercitare poteri non riconosciutigli dallo Statuto, si limitò a ricordare che i suoi occhi e le sue orecchie erano i due rami del Parlamento. E furono questi ad approvare nel corso dell'anno leggi sempre più liberticide: con clamori assordanti a Montecitorio, nel silenzio o con poche astensioni al Senato, ancora in massima parte a-fascista e persino potenzialmente anti-fascista, ma ormai prono. Lo si vide con l'approvazione della legge sull'appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni. Seguirono il 24 dicembre 1925 l'elevazione del presidente del Consiglio a “Capo del governo”; il 31 dicembre l'assoggettamento dei giornali al controllo governativo e, infine, il conferimento al governo della facoltà di emanare decreti con valore di legge (31 gennaio 1926).
Furono le Camere a creare il regime, ad abdicare giorno dopo giorno alla rappresentazione del Paese. 
E oggi? Il “silenzio degli intellettuali”
In quell'Italia neppure gli antimussoliniani più intransigenti ritennero di addebitare al Re un alto tradimento dello Stato, a differenza di quanto avvenne nel maggio 2018 quando due capipartito da sponde contrarie minacciarono l'incriminazione del Presidente della Repubblica per attentato alla Costituzione perché colpevole, a loro giudizio, di intralciare l'avvento del governo di loro predilezione. Ne derivò uno sconcerto che però non prese corpo in alcun “Manifesto” né di “intellettuali” né di costituzionalisti: segno dell'opacità dell'anno che si chiude e cattivo presagio per quello venturo. 
Amare sorprese potrebbero attendere il Paese, stremato dall'aumento delle tasse, dalla contrazione dei redditi, dall'impoverimento dei risparmi e dalla riduzione del potere d'acquisto di stipendi e salari, quando, in coincidenza con l'elezione del Parlamento europeo, si svolgerà la fase agonica della lotta tra i “contraenti” dello scorso maggio per il primato sugli italiani anziché per quello dell'Italia nel quadro  dell'Unione Europea e delle democrazie parlamentari. 
È giocoforza prepararsi a un anno difficile.
Aldo A. Mola

GRANDI UOMINI PER GRANDI OPERE
L'ITALIA DEI GOVERNI MENABREA (1868-1870)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 Dicembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Luigi Federico Menabrea da WikipediaIntuire i secoli dei secoli
Il costo e i benefici delle Grandi Opere, quelle che scandiscono la storia dell'umanità, non sono soggetti a calcoli spiccioli. Le Egregie Cose nascono dall'utopia, da intuizioni profetiche, dalla metastoria. Sono l'unica vera alternativa all'altra Grande Opera dello spirito universale: le guerre lunghe, devastanti, apocalittiche, di cui l'umanità fu e sempre sarà capace. Le due opposte Grandi Opere, la Costruzione e la Distruzione, non si computano con le miopi lenti di possibili profitti e perdite per qualche anno o per un paio di decenni, ma in termini di libertà e progresso civile nei secoli dei secoli: il contrario di stasi e arretramento, della “decrescita”, ideale mortificante e avvilente ma niente affatto nuovo sotto la volta del Cielo. L'alternativa Luce/Tenebre va ricordata in tempi, come gli attuali, di piccoli uomini chiusi alle grandi idee. Va evocata mentre si avvicina il 150° dell'inaugurazione del Canale di Suez, aperto ufficialmente il 17 novembre 1869, ma solcato la prima volta il 17 febbraio 1867: un Segnale passato sotto silenzio in un Paese sempre più “provinciale” qual è l'Italia odierna. 
La Vera Luce arriva da Oriente, ma è l'Occidente che la riceve e la riflette. Ne è esempio la Natività. L'“Evento” avvenne all'incontro tra Asia, Mediterraneo e Africa: un Triangolo perfetto. E dall'Estremo Oriente dell'epoca si misero in cammino i Magi, alla ricerca della Rivelazione, che poi migrò ad Atene e a Roma e solo lì, al centro del mondo, nell'Urbe dei Consoli e dei Cesari (oggi in piena decadenza), divenne Istituzione perpetua.
Quell“Evento” è mònito per la grigia vicenda di genti inconsapevoli delle loro fortune. La quotidianità sopraffà lo Spirito, che (insegna Giovanni Evangelista, al quale è sacro il 27 dicembre) “soffia dove vuole”. Nel Paese Italia oggi  prevalgono foschie e confusione. Domina il chiasso. Si divarica come non mai l'abisso tra cittadini e loro rappresentanti “pro tempore”, parlamentari “per caso”, mentre il Parlamento viene espropriato dei suoi diritti e doveri, enunciati dalla Carta costituzionale. Che cosa si vuole? L'azzeramento delle Camere come vaticinato da Casaleggio e &. La Lega è d'accordo? E' l'ora della verità.   
Per meglio comprendere la torsione della storia d'Italia oggi in atto giova il raffronto con l'Italia di 150 orsono. Con una premessa: nel 2011 venne festeggiata l'Unità d'Italia. Storicamente non era esatto, perché l'Italia del 1861 mancava di Venezia, Roma, Trento, Trieste e di tante altre terre, solo in parte rivendicate e recuperate. Però era necessario far quadrato attorno all'Idea d'Italia mentre troppi scalmanati e grulli rinnegavano il tricolore, chiedevano la “secessione” e sognavano alleanze con chissà quali feudi medievali. Scatenavano contro l'Europa la guerriglia della Mucca Carolina e investivano in diamanti. Accadeva anche in Francia, molti decenni prima dei gilè gialli. L'Europa era ancora in gran parte da fare. Lo è tuttora. Ma non la si costruisce tenendo un piede nelle Istituzioni e uno nell’incitazione contro tutto, “a prescindere”.
I quadrupedi di lotta e di governo
Se poi i piedi divengono quattro e chi dovrebbe guidarli non sa più se averli a destra o a sinistra il cammino diviene davvero difficile: il quadrumane degrada a quadrupede. Mentre però i quadrupedi per natura sanno bene come usare le loro articolazioni, tanti ministri odierni stanno ancora apprendendo le regole elementari della democrazia parlamentare. Nell'attesa, usano la legge della giungla: balzano da uno all'altro ramo lanciando grida contro la Commissione Europea e i suoi organi, la Bce, il Fondo monetario internazionale e i leggendari “Poteri Forti”, o magari persino “Poteri Occulti”,  che poi sono sotto gli occhi di tutti 24 ore su 24: sono gli “Affari”. Non sono Logge, men che meno Segrete; non sono la Trilaterale, Bildenberg et similia. Gli Affari sono potenti perché sono anche pulviscolari, come il danaro, le proprietà, le confessioni religiose. Hanno alcuni registi (che viene da Rex), ma soprattutto una moltitudini di seguaci. Più vasta è la loro platea, più vi affluiscono seguaci e fedeli. Un tempo accadeva con la “chiamata alle armi” da parte dei Feudatari. Poi avvenne con gli Stati sovrani. Ora sono i “social” a suonare la “generala”; e sempre più lo saranno in futuro. A confronto della loro forza suasoria non c'è sovranismo che tenga. Non certo in un Paese frammentato, nel quale troppi “politici” esibiscono impudicamente memorie domestiche e acrimonie partitiche, vera e propria “profanazione”. 
Bruno Vespa e la costruzione dello Stato: sacrifici, si, ma per tutti
Perciò può consolare il raffronto tra questa e l'Italia di 150 anni orsono. Come detto, non era l'Italia sognata da due generazioni di patrioti morti sui patiboli, condannati a decenni di carcere, costretti all'esilio e a vita in condizioni estreme. Però era un Regno, anzi “il” Regno d'Italia, con tutti i suoi affanni e i divari secolari. Lo documenta con ritmo incalzante Bruno Vespa in “Rivoluzione” (RaiLibri-Mondadori), che insegna molto più di quanto lasci trasparire il sottotitolo. Infatti vi ricorre costante il raffronto tra la (supposta) Terza Repubblica odierna e il retroterra (molto meglio che “retroscena”) del Risorgimento, dell'unificazione, del difficile esordio dell’Italia nella Comunità internazionale, con la partecipazione alla conferenza diplomatica di Londra nell'aprile 1867, ben sei anni dopo l'annuncio della sua esistenza.     
Dalle “leggi Siccardi” varate nel regno di Sardegna nel 1849 e dalla “legge Sella” 21 agosto 1862, n. 794 la confisca dei beni ecclesiastici costituì uno dei due pilastri portanti dell'assetto finanziario dello Stato. L'altro fu la fiscalità tanto spietata quanto necessaria per dar carne allo scheletro della Nuova Italia. L'hanno documentato storici liberali quali Guido Pescosolido e Gianni Marongiu. A sua volta Gianpaolo Romanato, membro della Pontificia commissione di scienze storiche, ha ripercorso il cammino concluso con la legge 7 luglio 1866, n. 3036 varata dal governo prima che fosse esaminata dal Senato, in virtù dei poteri speciali derivanti dallo stato di guerra contro l'Impero d'Austria (che all'Italia fruttò Venezia). Essa determinò il gigantesco trasferimento di beni immobili, mobili e artistici (archivi, libri...) dai loro proprietari alla “mano pubblica”. Dalla requisizione furono esenti solo le abbazie di Montecassino, Cava dei Tirreni, San Martino della Scala, Monreale e la Certosa di Pavia, “distinte per monumentale importanza”. La legge 15 agosto 1867, n. 3848 applicò un'imposta straordinaria del 30% a tutte le proprietà ecclesiastiche, mettendo alle corde una quantità impressionante di opere di carità, condannate a morte senza alcun riguardo per quanti ne traevano sussistenza. Non stupisce che nel dicembre 1868, giusto 150 anni addietro, un parroco abbia pubblicamente predicato che gli acquirenti dei beni ex ecclesiastici erano ipso facto scomunicati e condannati alle fiamme dell'Inferno.
Due anni prima della “debellatio” dello Stato Pontificio (20 settembre 1870) il conflitto Stato-Chiesa era ormai irreversibile. Il Parlamento si limitava a “registrare” le decisioni del governo. Quando si radunò per vagliarne gli ultimi provvedimenti dell'anno, il regio Senato (la cui storia rimane ancora da scrivere) contò appena 15 presenti, ma la seduta fu valida.  
Dal generale Menabrea alla lesina di Quintino Sella  
Dal 27 ottobre presidente del Consiglio era il generale Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1896), un savoiardo d'acciaio, che aveva seguito il “suo” Re, come fecero i Pelloux. All'Interno ebbe ministri il cavouriano Carlo Cadorna e il trentenne Antonio Starrabba di Rudimì, che nel 1866 da sindaco di Palermo aveva duramente represso un'insurrezione repubblicana proprio mentre l'Italia era in guerra contro l'Austria. Di lui si disse che era un “infant prodige”, ma poi il prodigio passò e rimase l'infante. 
I governi Menabrea, oggi dimenticati, tolsero le castagne dal fuoco a quello, subito seguente, di Giovanni Lanza con Quintino Sella alle Finanze, Visconti Venosta agli esteri e alla Guerra l'astigiano Giuseppe Govone (1825-1872), impazzito “a servizio dello Stato” (come ricorda Franco Contaretti nella bella biografia scritta per il Centro Studi Piemontesi) e sostituito il 7 settembre 1870 da Cesare Ricotti, uno dei grandi artefici dell'Esercito italiano. Quei governi imposero la tassa sulla macinazione delle farine, strenuamente propugnata da Quintino Sella e sorretta dall'imposizione ai mugnai dei contatori meccanici, volti a impedire che favorissero l'evasione fiscale, e l'aumento di quella sul sale. Tasse “sulla fame”, in un Paese, però, fondato su una classe dirigente impegnata nella politica della lesina, con tagli severissimi di ogni spreco e persino sulla riduzione della lista civile del Re, proprio nell'anno delle nozze di Umberto, principe ereditario con la cugina germana, Margherita di Savoia (grazie a speciale dispensa papale) celebrate solennemente nel Duomo di Torino.     
Circolò una caricatura di onorificenza sabauda, una sorta di croce càtara, sui cui bracci erano scritte le quattro piaghe del giovane Regno d'Italia: “Imposte, Debiti, Brigantaggio, Questione Romana”.
Suez. Il “Canale dell'Avvenir...”
Però quell'Italia non era ripiegata su se stessa. Aveva antenne dritte sulla svolta in atto nel commercio mondiale con l'apertura del Canale di Suez, ispirato da Prosper Enfantin, discepolo dal socialista utopista Saint-Simon, “disegnato” dal trentino Luigi Negrelli e condotto in buon porto da Ferdinand de Lesseps, il cui padre  (come ricorda Yves Hivert-Messeca) era stato venerabile di una loggia “ellenica”, quasi un ponte gettato tra l'Europa dei Lumi e il mondo islamico, senza il cui consenso il “taglio” dell'istmo” non sarebbe stato possibile. L'impresa (ne riparleremo debitamente) fu possibile grazie alla genialità di Pietro Paleocapa, stratega della rete ferroviaria del regno di Sardegna e capofila della splendida trama degli ingegneri ferroviari presenti in entrambi i rami del Parlamento, grazie ai quali il “Piemonte” si candidò a guidare l'unificazione nazionale. Tra i suoi cardini ne va ricordata l'ispirazione metastorica: al Canale non fu assicurata la “neutralità”, che è sempre revocabile, ma la assoluta libertà di navigazione per tutti i Paesi e sempre, anche se contingentemente in guerra tra loro. Quello di Suez fu il vero “Sol dell'Avvenir”: un canale navigabile che accorciò le distanze tra i continenti, le merci, le Idee.
A volerlo fu l'Utopia o, se si preferisce una visione meno profetica (quella dei costi-benefici...), il patto lungimirante dell'Europa continentale, dalla Francia all'Austria di Metternich (personalmente favorevole alla sua realizzazione), passando per il regno  sabaudo, detto di Sardegna ma di fatto liguro-piemontese. Fu un disegno acremente avversato dalla Gran Bretagna dell'epoca, giunta persino ad asserire che il Canale avrebbe addirittura diffuso la malaria... Da quell'Italia, da quell'Europa di grandi uomini per Grandi Opere, molto vi è da apprendere anche oggi.
Aldo A. Mola 

VITTORIO EMANUELE III
UN ENIGMA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 Dicembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Vittorio Emanuele IIILa sacralità della Corona Ferrea
La monarc hia in Italia è antichissima. Numa Pompilio, secondo Re di Roma, al potere politico-militare, incarnato e affermato da Romolo, sul modello dei lucumoni etruschi aggiunse il “sacerdozio”, che non è complemento secondario e variabile ma sostanza stessa della regalità, rappresentata da una simbologia sempre più elaborata e arcana. 
Dalle macerie dell'Impero romano, i cui titolari non cinsero il capo con corone metalliche ma semmai con l'infula sacerdotale, in Italia la regalità prese corpo nella Corona Ferrea, forma definitiva di sacralità. Essa indicò che non vi può essere “imperium” senza riferimento alla Rivelazione e allo “scandalo della Croce”, dalla quale, secondo la leggenda consolidata, proviene il chiodo che ne salda le piastre (otto all'origine, numero sacro, ridotte a sei dopo un furto, tenute insieme da un anello d'argento).
Per secoli l'Italia non ebbe un “suo” re, perché essa era la terra giustificativa dell'Impero universale, fondato sulla delega del potere temporale da parte del successore di Pietro e Vicario di Cristo. Per entrare nella pienezza delle funzioni gli eredi di Carlo Magno dovevano ottenere l'incoronazione pontificia, a Roma, che suggellava le due precedenti: l'assunzione della  corona di Germania e di quella d'Italia. Per rivendicare la propria effimera sovranità l'episcopicida Arduino, marchese di Ivrea, calcò sul capo la Corona Ferrea. Sulla sua scia fecero altrettanto Corrado II, Corrado III, Federico Barbarossa e suo figlio, Enrico VI, quando sposò la normanna Costanza d'Altavilla, saldando insieme l'Italia settentrionale e il Mezzogiorno, antico sogno del sassone Ottone III, che mirò al ricongiungimento tra la prima e la seconda Roma, bastione contro la sempre devastante avanzata islamica nel Mediterraneo e nell'Italia stessa.
La frattura con la Riforma luterana  
Con la Riforma luterana d'inizio Cinquecento l'unitarietà dell'Impero, ribadita nei secoli anche da avversari strenui dei papi, quali il Barbarossa e suo nipote, Federico II, “stupor mundi”, fu infranta sul terreno religioso, prima che su quello politico-militare. A differenza dei principi luterani, proprio per la loro peculiarità teologica gli evangelici (valdesi prima, metodisti poi e loro molteplici varianti) non assunsero peso temporale rilevante. Da metà Cinquecento, invece, la lacerazione dell'unità cristiana (già segnata dal grande scisma tra Papato di Roma e chiesa d'Oriente, da Costantinopoli traslata a Mosca, Terza Roma) fu codificata nel principio “cujus regio, eius et religio”: rifiuto categorico di riconoscere il primato universale del Pontefice di Roma. È paradossale, e al tempo stesso evoca la metastoria, che la perdurante frattura si sia verificata proprio quando l'Europa stava unificando il pianeta con le grandi esplorazioni e quasi in coincidenza con la prima circumnavigazione del globo, gloria indiscutibile della cristianità occidentale, propriamente della Chiesa cattolica, come conferma l'impegno di papa Alessandro VI Borgia nella composizione  della contesa tra Madrid e Lisbona sull'America meridionale, con lo spostamento della “raya”, conciliante i due imperi coloniali. 
L'esclusione del primato universale del pontefice romano fu definitivamente evidenziata nel corso della guerra dei Trent'anni: un conflitto tra potenze, regolato infine da calcoli puramente politico-militari nella laboriosa pace di Westfalia (1648). Il Sacro romano impero sopravvisse ancora ma solo nominalmente, come un tronco ridotto a mera scorza, privo di linfa vitale. Esso si protrasse da una all'altra mediazione sino alla Guerra dei Sette anni (1756-1763), che assunse i caratteri di guerra mondiale, quanto meno per il coinvolgimento e la nuova spartizione degli spazi extraeuropei tra Francia e Gran Bretagna, dall'India alle colonie nell'America settentrionale. Da quel conflitto emerse il ruolo del regno di Prussia, antitetico all'Impero. Destabilizzante sotto il profilo politico-militare, Federico II il Grande, iniziato all'Arte Reale, fu invece costruttore sul piano culturale. 
A differenza di quanto era accaduto nella prima metà del Settecento, quando le tre guerre di successione ne sconvolsero ripetutamente l'assetto politico con una ridda di assegnazioni delle sue terre ora agli Asburgo, ora ai Borbone, l'Italia rimase estranea a quella guerra. I “sovrani” dei suoi Stati  di terraferma continuavano a derivare il loro potere direttamente o indirettamente dall'imperatore. Valeva per la Casa di Savoia, “re di Sardegna”, e per il Borbone, re di Sicilia e di Napoli, in funzione vicaria del sovrano di Spagna. Vale d'esempio Carlo, il migliore tra i Borbone del Mezzogiorno, che fu Carlo VII di Napoli sino al 1759, poi III di Spagna. 
Napoleone Re d'Italia... 
In Italia la regalità tornò nelle forme compiute con l'incoronazione di Napoleone I, imperatore dei Francesi, a Milano il 26 maggio 1805. La Francia aveva annesso il Piemonte, XXVII Divisione dell'Impero, e continuò ad inglobarne la “terraferma”. Lasciò la Sicilia a Ferdinando IV, sotto tutela inglese, e la Sardegna a Vittorio Emanuele I (dopo l'abdicazione di Carlo Emanuele IV, che optò per la pratica devozionale, professata in Roma ove è sepolto). Napoleone si incoronò sovrano del regno d'Italia (il Lombardo-Veneto e l'Emilia-Romagna), affidato al figlio adottivo Eugenio di Beauharnais quale viceré. Nel cingere simbolicamente la Corona Ferrea, recata da quello di Monza al Duomo di Milano, presente l'arcivescovo Caprara, disse precisamente: “Dio me l'ha data, guai a chi la tocca”, mònito non verso chi insidiasse la sua persona ma la Corona stessa. La sontuosissima cerimonia, studiata nei minimi dettagli, si sostanziò nella consacrazione della nuova entità statuale. Nessun altro potentato italiano dell'età napoleonica poté vantare altrettanto. L'istituzione del regno d'Italia (sussunto nell'Impero) fu la risposta al triennio repubblicano (o “giacobino”) di fine Settecento e, al tempo stesso, l’estrinsecazione del rapporto di subordinazione temporale del pontefice, già evidenziata nel “sacre” di Notre Dame. L'Uomo Nuovo,  rappresentato nella statua di Napoleone plasmata da Antonio Canova, era anche il nuovo l'Ordine, la risposta dei Codici alla sovversione. Il progetto filosofico si completò con la “debellatio” del Sacro Romano Impero: Francesco II retrocesse a imperatore d'Austria. La guerra dei simboli sormonta quella delle armi. In Europa non potevano esistere due imperi, tanto più che da Oriente s'affacciava la Terza Roma, incarnata da Alessandro I Romanov, Cesare di Russia. 
… e il passaggio del “testimone” da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II
Il retaggio ultimo di quella breve convulsa stagione fu il dono della spada di Napoleone a Vittorio Emanuele, duca di Savoia, da parte di Alessandro Saluzzo di Monesiglio, l'autore della Histoire militaire du Piémont, apologia del ruolo delle Armi quali caposaldo del Paese e dei suoi “popoli”: destino o fortuna, cioè sfida storica perpetua. La spada napoleonica lampeggiò nei cieli della Storia come risposta all'incoronazione di Ferdinando d'Asburgo, che a sua volta volle cingere la Corona Ferrea, rivendicandosi successore di Carlo V che l'aveva calcata a Bologna nel 1530, officiante papa Clemente VII de Medici.
Nel 1861, dopo due guerre per l'indipendenza dall'Austria e per l'unificazione nazionale, nacque il Regno d'Italia: autocefalico. Non ebbe alcuna “investitura” imperiale, nessun viatico dall'esterno. Come a suo tempo indicato dal pensoso Carlo Alberto, l'Italia fece da sé. La sua sacralità fu sintetizzata dalla legge (votata il 14 marzo e pubblicata il 17, domenica, nel n. 1 della “Gazzetta ufficiale” del regno), in forza della quale Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d'Italia, e dalla proclamazione di Roma capitale d'Italia (27 marzo). Come da Statuto, il re tale era “per grazia di Dio”. In forza della legge del 17 aprile avrebbe intestato gli Atti di governo con la formula “Re per grazia di Dio e volontà della nazione”: conciliazione fra Legittimità e Rivoluzione, Ordine Nuovo. Nel 1848-1849 in Italia non esisteva alcun regno autenticamente e pienamente sovrano se non quello sabaudo. Per scrollarsi di dosso ogni ipoteca del passato, Carlo Alberto (già conte dell'Impero napoleonico e tormentato dalla riflessione sul proprio Destino) aveva motu proprio abdicato al rango di vicario dell'Impero (vanto plurisecolare della Casa) anche perché quell'Impero non esisteva più. Il vicariato era ormai un orpello. Fu la premessa per la candidatura alla sovranità nazionale, implicita nella scelta del tricolore italiano (marzo 1848) al posto della bandiera azzurra (indicata dallo Statuto) e di altri gesti tanto sommessi quando lungimiranti.
Negli anni seguenti il neonato Regno d'Italia fu troppo impegnato fra insorgenze interne (il grande brigantaggio nel Mezzogiorno, la malavita dilagante nelle Romagne, la criminalità diffusa in tutte le regioni...) e guerre generali (1866, 1870-71) per dedicarsi a esplicitare la sua missione. Occorreva anzitutto “amministrare”, unificare i codici (1865), allestire esercito e marina, avviare un sistema fiscale in armonia con le urgenze di uno Stato costretto al corso forzoso della moneta cartacea e all'imposta sulle farine, tassa sulla fame, indispensabile per dotare lo Stato del minimo necessario per fronteggiare le urgenze di un Paese dalle profonde disuguaglianze: dalla rete ferro-stradale alle aule scolastiche, dalle caserme agli ospedali.
Occorreva provvedere anzitutto ai “corpi”, senza però dimenticare l'“anima” del nuovo Stato: la convalida dell'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.
Umberto I (1878-1900) fu a sua volta troppo assorbito dai venti di guerra, dalle tempeste rivoluzionarie e dagli attentati “anarchici” (orchestrati da un'unica regia) serpeggianti in Europa per potersi dedicare a fondo alla costruzione dell'Idea di Italia. Nondimeno i Palazzi del potere edificati a Roma dopo il 1870 come nelle principali città del Regno parlarono un'unica lingua, quella della Terza Italia.
Vittorio Emanuele III: autocefalia del Re d'Italia
Col regicidio del 29 luglio 1900 venne l'ora di Vittorio Emanuele, principe di Napoli, nato da Umberto I e la cugina prima Margherita: quasi endogamia sacra, segno dell'isolamento del regno e al tempo stesso sua massima capacità di autorappresentazione. Come già per il funerale di Vittorio Emanuele II, anche per quello di Umberto I venne recata in corteggio la Corona Ferrea. Anzi, ne venne forgiata la copia in bronzo per il monumento funebre nel Pantheon, dirimpetto a quello del Padre della Patria. 
Il trentunenne terzo Re d'Italia comprese in un corpo minuto, persino infelice, un patrimonio filosofico, storico e morale immenso. Forse era proprio necessario il suo strazio fisico per sublimare la Monarchia in Italia. Taciturno, refrattario a ogni gesto superfluo, fu un enigma nell'enigma. Se la Corona era autocefalica, egli sommò le spinte disparate dei due secoli, sintetizzati nella formula “Viva l'Italia! Ora più che poi!!” ricorrente nell'“Itinerario generale  dopo il 1° giugno 1896” manoscritto nel raccoglimento di Alessandria d'Egitto.
Lo aveva capito bene Giosue Carducci. Erano stati mazziniani e garibaldini a sospingere i Savoia da Torino a Roma. Perciò proprio a loro, più che ad altri, toccava far quadrato attorno alla Corona. Se Carlo Alberto (scrisse poi Giovanni Pascoli) era stato il “Re dei Carbonari”, il nuovo sovrano era di tutti gli italiani. Senza più bisogno di “sette segrete”. Lo dichiarò Vittorio Emanuele stesso nel discorso della Corona (ripubblicato da Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato”, ed. Gangemi), quando giurò fedeltà allo Statuto: l'Atto previsto dall'art. 22 del “patto irrevocabile” tra il sovrano e i regnicoli, promulgato motu proprio dal Re. Lo sentì appieno il “buzzurro” Giovanni Giolitti che nelle pause del lavoro al ministero delle Finanze (con Marco Minghetti e Quintino Sella) andava a passeggiare nel Foro romano, con in tasca la Divina commedia di Dante, per avvolgersi nel senso profondo dello Stato nuovo.
Vittorio Emanuele III assecondò i corpi e cementò gli spiriti. Leggeva e annotava tutte le novità storico-politiche e letterarie, in specie quelle estere per cogliere i venti nuovi. Non gli sfuggirono l'“Inchiesta sulla monarchia” di Charles Maurras, né i saggi di Enrico Corradini (sottolineati e annotati a margine) e di Luigi Federzoni, figlio di un carducciano.
Il suo apparente grigiore era la luce possibile in un Paese che solo nel 1911 festeggiò il primo cinquantenario di storia unitaria e aveva nemici implacabili all'interno e all'estero.
Dalle sue prime apparizioni in pubblico il sovrano parve enigmatico. Ascoltava. Parlava di rado. Comunicava con i fatti: la presenza alle grandi manovre, al varo di navi, all'inaugurazione di congressi di storia e di mostre d'arte e una miriade di gesti come il dono della lastra di alabastro per il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
Da un anno, poco prima del 70° della sua morte (28 dicembre 1947), la salma di Vittorio Emanuele III è stata traslata dalla chiesa di Santa Caterina in Alessandria d'Egitto nel solenne Santuario-Basilica di Vicoforte. Vi arrivò due giorni dopo quella della Consorte, la Regina Elena, giuntavi da Montpellier, ove era sepolta dalla morte (28 novembre 1952). Le due arche sovrastanti gli avelli recano incisa la Stella d''Italia: quale luce irradia? Dopo le molte e a volte pregevoli sue biografie (Bertoldi, Bracalini, Argenteri  e altri) forse tempo è venuto di auscultarne la filosofia politica, di sondarne il messaggio complessivo, di andare oltre le cronache e cogliere la sua lunga opera di affermazione dell'Idea di Italia lungo mezzo secolo di regno, sintetizzato nello Scudo sabaudo, la “bianca croce di Savoia” cantata da Giosue Carducci.
Aldo A. Mola

70 ANNI DI “DIRITTI UMANI”
(IN ATTESA DEI “DOVERI FUTURI”)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 Dicembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Diritti Umani  I Diritti umani: settantenni di belle speranze
Appena settantenne la Dichiarazione universale dei diritti umani da molti è considerata decrepita. Da scordare. Perciò il suo compleanno scivola via senza eco soverchia. Eppure non è affatto “anziana”. “Diversamente giovane”, essa ha generato molteplici Carte e Convenzioni e ha ispirato e anima una miriade di “rivendicazioni” che ancora attendono riconoscimenti da parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite o almeno da Unioni di Stati, a cominciare da quella europea, ferma al Trattato di Lisbona. A quanti (sempre più numerosi, purtroppo) sbuffano appena sentono accennare a “diritti umani” va rivolta una domanda semplice: senza di essi l'umanità starebbe forse meglio? Tra altri, la Dichiarazione include anche il diritto al dissenso e a sbuffare, di dire e di far prevalere la propria opinione, ma nel confronto razionale, senza urla né insulti. Con il libero voto, perché senza il loro esercizio i diritti rimarrebbero parole al vento, retorica. La seconda domanda è: ma chi propiziò l'avvento dei “diritti umani”, quale “cultura” ne generò l'avvento? Al di fuori di ogni apologia, essi albeggiarono con la Massoneria moderna, catena fraterna di uomini liberi e di buoni costumi. Per millenni l'umanità visse di doveri, di obblighi, precetti..., succuba di poteri politici e religiosi. I pochi dissenzienti dell'età greco-romana (Epicuro e Lucrezio) ebbero e ancora hanno pessima fama. Furono liquidati come predicatori di un naturalismo bollato  come degrado bestiale. All'opposto, essi proposero di fondare la libertà personale sulla ragione, al di fuori di incubi artificiosi, della manipolazione delle coscienze. In punta di piedi Marco Tullio Cicerone, che traghettò a Roma il pensiero greco, riconobbe che la legge è “ratio summa, insita in natura”. Non ebbe fortuna. Fu assassinato per motivi politici. La sua testa, mozzata dal busto, venne recata lugubre trofeo alla moglie di Marco Antonio, che gli conficcò uno spillone nella lingua finalmente inerte. 
Diritti rivoluzionari ed equilibratori 
La Dichiarazione dei diritti umani  fu solennemente approvata dall'Assemblea dell'Onu che in via eccezionale si radunò non a New York, sua sede dalla fondazione (25 giugno 1945), ma a Parigi, ove nel 1789 era stata proclamata quella dei Diritti dell'uomo e del cittadino, sulla scia della Dichiarazione d'indipendenza della Nuova dalla Vecchia Inghilterra. Il 4 luglio 1776 (tutt'oggi festa degli Stati Uniti d'America) quest'ultima enunciò che “tutti gli uomini sono creati uguali” e “sono dotati dal Creatore di diritti inalienabili”, quali “la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Aggiunse che il popolo ha diritto di mutare il governo, se questo conculca i diritti irrinunciabili dei suoi cittadini.
A perfezionamento dell'entusiastica Dichiarazione del 1789, la Costituzione francese del 3 settembre 1791 precisò che “gli uomini nascono liberi e rimangono uguali nei diritti: (...) la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione”. La Convenzione repubblicana francese il 24 giugno 1793 legittimò la rivoluzione permanente: “Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri”: “lotta continua”, con tutte le conseguenze prevedibili, quali il Terrore, la legge sui sospetti, le esecuzioni sommarie..., il caos. La Costituzione francese del 1795 ripristinò l'ordine morale: “la libertà consiste nel poter fare ciò che non nuoce ai diritti degli altri (…) Quanto non è vietato dalla legge non può essere impedito (…) Nessun individuo, nessuna riunione parziale di cittadini può avocare la sovranità”. L'ordine sociale, aggiunse, fonda sul mantenimento delle proprietà.
Quei principi vennero ribaditi dagli articoli basilari delle numerose Carte costituzionali dell'Ottocento. La loro enunciazione non significò affatto che divenissero realtà effettuale. Però essi rimasero, quasi luci di fari intermittenti per la lunga navigazione dal buio dei secoli andati verso un futuro luminoso, di fratellanza tra i popoli e di pace all'interno sei singoli Stati. 
Malgrado quei buoni propositi, la storia imboccò tutt'altro corso. Da una parte gli Stati, con le loro “logiche” interne e le loro ambizioni di potenza, di dominio assoluto sui loro cittadini, retrocessi a sudditi non di un monarca in carne e ossa ma di una Idea (ovviamente sussunta dal titolare del Potere e imposta attraverso la macchina formativa). Dall'altra parte il Manifesto nel 1797 scritto da Sylvain Maréchal su impulso di “Gracco” Babeuf: “La Rivoluzione francese non è che l'avanguardia di un'altra rivoluzione più grande, più solenne, l'ultima rivoluzione”, la Repubblica degli uguali, basata sull'abolizione della proprietà privata quale premessa della “abolizione della povertà”, sull'obbligo universale del lavoro e sulla perfetta uguaglianza fra governanti e governati. Un sogno paradisiaco: spazzati via i “piaceri solitari e degli agi personali” era l'ora dell'“uguaglianza di fatto”. Uno vale uno...
Le nuove frontiere dei diritti: la riservatezza
La Conflagrazione europea dell'agosto 1914, precipitata in Grande guerra e poi in Guerra mondiale, suscitò per antitesi molteplici propositi di rifondazione della pace. L'antico regime della Santa Alleanza e dei Trattati fra le potenze era sepolto per sempre. Dal seggio di presidente del Consiglio provinciale di Cuneo, unico “pulpito” rimastogli, il 13 agosto 1917 lo statista liberale Giovanni Giolitti affermò che era chiuso per sempre “l'andamento della politica estera a base di trattati segreti”. Dai fronti di guerra “milioni di lavoratori delle città e della campagna, la parte più virile della nazione” sarebbero tornati “con la coscienza dei loro diritti” e avrebbero reclamato “ordinamenti improntati a maggiore giustizia sociale”.
L'8 gennaio 1918 il primo dei Quattordici punti enunciati dal presidente degli USA, Woodrow Wilson, quale programma mondiale fu: “Pubblici trattati di pace, conclusi apertamente, dopo i quali non vi saranno più accordi internazionali privati di qualsivoglia natura; la diplomazia procederà sempre francamente e pubblicamente”. Era l'azzeramento della diplomazia segreta, altra cosa dal segreto diplomatico. La prima è la palude popolata da serpenti; la seconda è il riserbo generale che deve circondare cognizioni particolari, a garanzia di interessi superiori quali, per esempio, il controllo delle armi distruttive di massa, la lotta contro terrorismo politico, fanatismo religioso e criminalità organizzata. Il “segreto” è l'esile diaframma tra il progresso scientifico e il suo uso “contro” anziché “per” l'umanità. Per funzionare davvero, gli accordi tra gli stati debbono evitare l'utilizzo improprio del progresso in tutti i campi. La nuova frontiera è l'informatica: uno spazio ancora in gran parte incognito, denso di rischi. Basti domandarsi se e quanto essa sia garantita la segretezza della corrispondenza, che costituisce un antico pilastro delle libertà personali. 
Il diritto della proprietà è un delitto? 
La seconda Guerra mondiale fu segnata da un crescendo di orrori causati dalla subordinazione della scienza al potere, sino alla costruzione e all'impiego della bomba atomica, spartiacque della storia. Dopo Wilson, un altro presidente degli USA, Franklin Delano Roosevelt, il 6 gennaio 1941 enunciò i principi della pace futura: libertà di parola (non solo pensata nel foro interiore ma esposta pubblicamente), di religione, dal bisogno e dalla paura della guerra, poi fondamento della Carta Atlantica (14 agosto 1941).Quattro anni dopo il Preambolo dello Statuto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite riaffermò “la fede nei fondamentali diritti dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. A guerra ancora in corso (la Germania si arrese l'8 maggio, ma il Giappone ancora resisteva all'offensiva presto concentrica per l'intervento dell'URSS: né va dimenticato che anche il governo italiano presieduto da Ferruccio Parri nel luglio 1945 dichiarò guerra al Giappone) lo Statuto dell'ONU rispose ad accadimenti storici circostanziati ma rimase vago sui capisaldi dei diritti. Per esempio ignorò quello di proprietà. Incombeva ancora Jean Jacques
Rousseau, utopista velenoso. 
Fu invece la Dichiarazione dei diritti umani del 10 dicembre 1948 a definire  i “diritti, uguali e inalienabili, fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”, la libertà di parola e di credo, dal timore e dal bisogno, “senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”. A firmare la Dichiarazione furono i rappresentanti di Stati componenti delle Nazioni Unite, consapevoli che  il cammino della sua applicazione effettiva sarebbe stato lungo. Richiedeva l'impegno a imprimere una svolta effettiva dell'umanità dopo due guerre mondiali, i totalitarismi e le sanguinose guerre civili che avevano devastato tanti paesi. Per dare corpo ai propositi, in specie all'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, occorrevano “l'insegnamento e l'educazione”: una “missione” quotidiana  come intuito nel Sette-Ottocento dai grandi pedagogisti (quasi tutti massoni) fautori dell'istruzione elementare obbligatoria e gratuita, della scolarizzazione universale, della libertà della ricerca scientifica e dell'investimento delle sue conquiste a beneficio dell'umanità anziché di potentati politico-militari o finanziari.
La Dichiarazione Universale fu sottoscritta da Stati che ancora non erano né poi divennero modelli di libertà e civismo: Afghanistan, Birmania, Cina, Cuba, Iran, Pakistan, Siria e Turchia. Che la Dichiarazione fosse molto più coraggiosa del Preambolo e dello Statuto dell'Onu fu confermato dalla polemica astensione di otto Paesi di grande peso quali l'URSS e i suoi satelliti (Ucraina, Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia e Jugoslavia; Bulgaria e Germania orientale erano tra i vinti, come l'Italia, e quindi escluse dall'ONU), contrari al riconoscimento del diritto alla proprietà privata quale libertà, il Sudafrica (ove dominava l'apartheid) e, per tutt'altri motivi, l'Arabia Saudita.
L'Italia all'avanguardia nei diritti umani...
L'Italia non vi ebbe alcuna parte diretta, ma la sua Carta costituzionale, in vigore dal 1° gennaio 1948, aveva già enunciato i suoi capisaldi, sia nei Principi fondamentali (articoli 1-12) sia nei Diritti e doveri dei cittadini. Tra altro l'articolo 10 sancisce che “lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”: un principio di civiltà che non può certo essere messo in discussione. 
...molto avanti ai Diritti islamici
L'astensione dell'Arabia Saudita fu la premessa della lunga elaborazione della Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo in 23 articoli. I suoi principi vennero anticipati dall'iranico Said Khorasani. Ripetutamente rielaborata essa prende le distanze da quella dell'ONU, considerata di ispirazione giudaico-cristiana, mentre è di matrice greco-romana-illuministica. Secondo la Dichiarazione islamica i diritti sono indicati dal Creatore, sono quindi “legge divina”. L'articolo 12 stabilisce che “ogni persona ha il diritto di pensare e di credere e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia” ma solo “fino a che rimane nel quadro dei limitI generali che la legge islamica prevede a questo proposito”.
Tale caposaldo evidenzia la distanza secolare tra la concezione “occidentale” dei diritti umani e quella musulmana: un divario spesso non percepito nello stesso Occidente perché questo ha da secoli affermato e poi via via attuato la separazione tra Stato e Chiesa, proprio in nome della libertà di religione e quindi della spiritualità stessa, che si può manifestare nei modi e nei riti più disparati o non prendere affatto corpo in “organizzazioni” e rimanere “foro interiore”.
Gli “onusiani”: Utopisti benefici
In Italia la promozione dei diritti umani e dei principi enunciati nella Costituzione faticò molto ad affermarsi. Occorreva liberarsi dalla camicia di Nesso della concezione dello Stato etico, portata all'acme da Giovanni Gentile e da Alfredo Rocco, e recuperare nelle coscienze e nella legislazione il liberalismo di quel Benedetto Croce che aveva votato contro il Concordato Stato-Chiesa in nome di chi ritiene che “Parigi non vale una messa”: la libertà di coscienza, cioè, è un valore non negoziabile.
Nel settantesimo della Dichiarazione dei diritti umani va dunque tributato il doveroso omaggio a quanti in Italia si prodigarono per creare il clima nuovo attraverso la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI, promotrice degli ideali dell'ONU), che ebbe tra i suoi alfieri giuristi e storici insigni, in specie all'Università di Torino, quali Alessandro Passerin d'Entreves e Giorgio Cansacchi. Ne ha scritto anni addietro il sempre entusiasta Alfonso Bellando in “Quei ragazzi del Caffè Florio” e lo ricorda uno dei loro discepoli, Gianfranco Gribaudo, in “Dal borgh al BIT. Tra Torino e Nazioni Unite: fatti e pensieri di un piemontese internazionale” (Chieri, Gaidano & Matta), a conferma che sono le minoranze a dare impulso alla storia. Piantano alberi che serviranno alle generazioni future. Queste hanno il dovere di ricordare e di inculcare nel tempo il senso dei doveri nell'età delle nuove libertà. Ne scrissero due italiani di fama universale (fore più all'estero che in patria), antichi e sempre attuali: Silvio Pellico e Giuseppe Mazzini. Da evocare nel 70 della Dichiarazione di Parigi.
Aldo A. Mola
 

OTTO MILIONI DI GREMBIULINI?
LA MASSONERIA TRA “SOSPETTO” E ACCUSA DI “COMPLOTTO”
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 Dicembre 2018, pagg. 1 e 11.
   La “massoneria” in Italia non è mai stata in odore di santità. Anzitutto per la “scomunica” comminatale per ragioni politiche e senza spiegazioni dottrinali da papa Clemente XII sin dal 28 aprile 1738. Questa, però, fu un'aggravante solo negli Stati che le conferirono efficacia penale. La condanna pontificia ebbe peso modesto in quelli prevalentemente evangelici e riformati (come la Prussia nel massone Federico II il Grande) e venne accolta con indifferenza Oltralpe sia da sovrani “cristianissimi” (come i Borbone di Francia, ove non fu mai “registrata”), sia da quelli “cattolicissimi” (come gli Asburgo d'Austria: Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa, era massone; suo figlio Giuseppe II legittimò la rete di logge nell'ambito del Sacro romano impero). Ma nel Settecento anche in molti Stati italiani le logge vissero con discrezione in prossimità del Potere. Fu il caso del regno di Sardegna e, a fasi alterne, di quello di Napoli, ove aristocratici, militari, scienziati e qualche ecclesiastico convissero nello “spazio bianco/nero massonico”, accampamento di una milizia a servizio del progresso civile e della coesistenza pacifica dopo secoli di atroci guerre di religione e laboratorio dei diritti dell'uomo e del cittadino, oggi condivisi da tutti gli Stati aderenti all'ONU e dalle ONG riconosciute. In quel secolo tra i “fratelli italiani” più famosi a livello europeo spiccarono il savoiardo Joseph de Maistre, autore dell'acuto saggio sulla massoneria in vista del Convento (o conferenza internazionale) di Wilhelmsbad che avrebbe dovuto certificare le origini templari della Libera Muratoria (o quanto meno la sua discendenza dai crociati), e lo scienziato pinerolese Sebastiano Giraud. Nel Mezzogiorno furono altrettanto celebri il principe Raimondo Sangro di San Severo (la Cappella del suo palazzo gentilizio è un corso accelerato di simbologia massonica) e l'“abate” Antonio Jerocades, che raccolse le sue poesie muratorie in “La lira focese” (1783, ripubblicate a cura di Antonio Piromalli per la Bastogi nel 1986),  purtroppo ignorato dall'Encyclopédie de la Franc-Maçonnerie diretta da Eric Saunier, a dimostrazione di quanto lavoro occorra per far meglio conoscere all'estero la storia dei massoni italiani.
Con la Rivoluzione francese l'immagine della massoneria, un Ordine iniziatico, venne completamente stravolta e falsata, specialmente per opera del gesuita Agostino Barruel (1741-1820), secondo il quale il “giacobinismo” fu orchestrato dalle “arrières loges” (logge segrete) contro i troni e l'altare per vendicare lo sterminio dei Templari da parte di Filippo IV il Bello in combutta con papa Clemente VI, l'annientamento dei càtari (o albigesi) e per decretare la vittoria del Dualismo manicheo: l'eterno conflitto tra la Luce e le Tenebre, tra il Male e il Bene. Per dare credito alla sua narrazione, Barruel affermò di essere stato egli stesso iniziato. Parlava dunque con cognizione di causa. Trascurò di ricordare che proprio i massoni furono le prime e principali vittime del Terrore (la gran maestra principessa di Lamballe fu linciata e decapitata dal “populace” ingordo di sangue) e che la Rivoluzione venne deplorata da “fratelli” insigni, quali Vittorio Alfieri e Edmund Burke. 
Quel marchio però rimase e, dopo il crollo dell'impero napoleonico (1814-1815), fu ripetuto per un secolo. Massone fece rima con rivoluzione. In realtà, sia nelle Americhe dei “fratelli” Washington e Simon Bolivar sia in Europa, la Libera Muratoria promosse l'avvento di libertà costituzionali, avversando così l'assolutismo, ma, per quanto possibile, essa operò “dall'interno” dei regimi, diffondendo il concetto e la pratica delle riforme civili: istruzione ed elettività alle cariche. In Italia la manifestazione più efficace di tale strategia furono i pacifici Congressi degli scienziati che tra il 1838 e il 1847 gettarono le basi di una possibile Lega italica capace di conciliare corone e libertà dei popoli. Un reazionario come Clemente Solaro della Margarita, ministro degli Esteri di Carlo Alberto di Sardegna, però non ebbe dubbi: quei conciliaboli erano l'anticamera della rivoluzione. Dal canto suo, appena eletto e quando era celebrato come papa “liberale”, Pio IX non esitò a ribadire la scomunica dei massoni nell'enciclica “Qui pluribus”. Poi li denunciò quali artefici della distruzione dello Stato pontificio e li liquidò come “sinagoga di Satana”. Scomunicò Vittorio Emanuele II, i suoi ministri (Cavour, Rattazzi, La Marmora..., nessuno dei quali era massone) e i parlamentari che ne approvarono l'azione. La lacerazione tra Chiesa e “mondo moderno” divenne irrimediabile. Sempre in omaggio alla verità dei fatti, va detto che, se non avevano fatto nulla per meritarsi le scomuniche di Clemente XII e Benedetto XIV (1751) e dei loro successori, parecchi massoni fecero di tutto per farsela ribadire, assumendo toni duramente polemici non solo contro il papa-re ma contro la chiesa di Roma e la religione stessa. Il 9 dicembre 1869 venne aperto a Napoli il Concilio anticlericale contrapposto al Concilio ecumenico vaticano inaugurato da Pio IX il giorno precedente, festa dell'Immacolata Concezione. Il Grande Oriente d'Italia non aderì affatto all'Anticoncilio (che durò appena un paio di giorni e fu sciolto da un commissario di polizia quando assunse toni repubblicani); esso, tuttavia, contò sul sostegno del “fratello” Giuseppe Garibaldi, del romanziere Victor Hugo (figlio di massone, ma non iniziato) e di molte logge, presenti con labari e dignitari.
Nell'enciclica Humanum genus (1884) papa Leone XIII ammise che tra i massoni vi erano anche persone perbene, “moderate”, ma, in linea con Barruel, ritenne che esse erano irretite dagli estremisti. Altri aggiunsero che a ordire la trama massonica erano gli ebrei. In “Note storiche contemporanee d'un italiano: massoneria, socialismo, ebraismo” (Chiasso, 1888) il gran maestro del Grande Oriente d'Italia, Adriano Lemmi, venne marchiato quale “spudorato giudeo e settario”. Se nel Syllabus (1864) l'origine di tutti i mali (socialismo, comunismo, ecc.) era stata individuata nel liberalismo, ora la cospirazione era addebitata all'internazionale ebraica, che usava le logge come “utili idiote”. Ne scrissero ripetutamente Léo Taxil (1854-1907), ex segretario della Lega anticlericale e verosimilmente strumento dei “servizi” francesi, anche a giudizio del dottissimo massonologo Massimo Introvigne, e Domenico Margiotta, autore di “Ricordi di un 33.'.” e di “Il Palladismo: culto di Satana Lucifero nei triangoli massonici” (1895). Ottenuto straripante successo con “I fratelli tre puntini” (1885)  e con le sconce “Memorie di una ex palladista perfetta iniziata”, attribuite all'inesistente Diana Vaughan, messo alle strette dai molti dubbi sollevati sulle sue chiacchiere, nel 1897 Taxil dichiarò che per dieci anni si era divertito alle spalle dei clericali e uscì dalla scena. Ormai i veri nemici suoi (cioè della Francia) erano stati sconfitti: Lemmi  era stato costretto alle dimissioni su pressione dell'ala repubblicana del Grande Oriente, Francesco Crispi era stato travolto dalla sconfitta di Adua, Giosue Carducci, malato, era ormai isolato. La maggior parte dei suoi lettori rimase però convinta che Taxil avesse detto la verità. Del resto era stato ricevuto in udienza dal papa.
L'identificazione massoneria-rivoluzione assunse nuove forme, sino alle opere di Léon de Poncins e di Emmanuel Malynski, che in “La guerra occulta” spiegò che Lenin e i capi della rivoluzione bolscevica (1917 e seguenti) erano il punto di arrivo della cospirazione ebraico-massonica, le “forze occulte”, orchestrate da uomini come il Grande Parvus e soprattutto Jacob Schiff, banchiere potentissimo e regista del fronte occulto della sovversione mondiale.
Dopo due secoli di identificazione della massoneria universale con il Male assoluto la Libera Muratoria italiana è ora bersaglio di una nuova accusa: aver tenuto a balia il regime fascista sin dalla sua genesi, cioè l'intervento dell'Italia nella Grande Guerra. Lo afferma Gerardo Padulo in “L'ingrata progenie. Grande guerra, Massoneria e origini del fascismo, 1914-1923” (ed. Nuova immagine). Dottore di ricerca dal 1987, già consulente di Commissioni parlamentari e per le Procure di Roma, Brescia e Napoli, dopo ricerche archivistiche iniziate nel 1980 e saggi brevi  (tra i quali I finanziatori del fascismo, 2010), sulla scorta di migliaia di “schede” accumulate nel tempo, Padulo propone la sua interpretazione: proprio il Grande Oriente d'Italia (a lui meglio noto rispetto alla Gran Loggia d'Italia, nata nel 1908-1910) sarebbe il “filo nero” che unì l'intervento dell'Italia in guerra (24 maggio 1915), la fondazione dei Fasci di combattimento (Milano, 23 marzo 1919) e la “marcia su Roma” (fine ottobre 1922) dalla quale nacque il regime fascista. Secondo lui sin da prima della conflagrazione europea “a Palazzo Giustiniani (sede del Grande Oriente d'Italia, NdA) aveva sede l'apparato centrale di un partito sui generis, radicato nella società civile e che, in larga misura, occupava e controllava lo Stato”. Esso aveva l'“aspetto di un tronco di cono”: immagine che richiama la “clessidra” insinuata dall'on. Tina Anselmi nella Relazione (di maggioranza) della Commissione parlamentare d'Inchiesta sulla loggia Propaganda massonica n. 2 (1984). La massoneria, ripete Padulo riecheggiando l'intervento di Antonio Gramsci alla Camera il 16 maggio 1925, era il “partito della borghesia” e, in quanto tale, intrinsecamente conservatrice, reazionaria, pronta ad affidarsi ai fasci di Benito Musoslini. 
Poco conta se poi le due Comunità massoniche italiane (Grande Oriente e Gran Loggia), pesantemente vessate e perseguitate, nel 1925 furono costrette a sciogliersi proprio dalla prima “legge fascistissima” del governo mussolinano. Esse avevano esaurito la loro funzione di battistrada della dittatura antidemocratica e liberticida. La tesi, sorretta da innumerevoli riscontri ai quali possono essere contrapposti molti altri documenti, non meno convincenti, è alimentata da un pregiudizio che Padulo stesso confida al lettore. Mentre, senza conforto di prove documentarie o sulla base di indimostrate asserzioni di terzi, ascrive alla massoneria vari politici eminenti (inclusi Paolo Boselli e Vittorio Emanuele Orlando), con apprezzabile onestà, egli scrive che se l'associazione massonica “tende a schiudere la via al regresso, a fortiori la sua attività deve essere sottomessa in itinere all'opinione pubblica” (p. 12). Il saggio costituisce un “atto di accusa” e al tempo stesso una “sentenza” nei confronti della massoneria, genesi del fascismo e di tutti i mali conseguenti. Mentre sottovaluta le profonde divergenze tra le due Obbedienze e le tendenze all'interno di ciascuna di esse (in specie il Grande Oriente) e su significativi massoni dell'epoca (Arturo Rocco Armentano, Arturo Reghini, Edoardo Frosini, Michele Chiarappa...) e sui legami internazionali delle massonerie italiane, il libro è stato accolto con entusiasmo da quanti se ne valgono per oscurare il peso esercitato sul governo Mussolini dai nazionalisti e  soprattutto dai cattolici, indispensabili al duce non solo nel 1922-1923 ma proprio dopo la svolta autoritaria, suggellata con il Concordato del 1929. D'altronde anche Michele Scurati  in “M. Il figlio del secolo” (Bompiani) zeppo di omissioni (che a volte sono peggio degli errori) tace l'insanabile conflitto tra logge e fasci culminata nella fiorentina “notte di San Bartolomeo” del 1925, adombrata da Vasco Pratolini in “Cronache di poveri amanti”.
Il libro non poteva giungere in un momento più “caldo”: l'insediamento della ennesima Commissione parlamentare d'inchiesta “sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali anche straniere”. Ancor prima di essere eletto alla sua presidenza, l'on. Nicola Morra, deputato del Movimento 5 Stelle, ha rilasciato dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti della massoneria. Tutto lascia ritenere che coglierà il testimone da Rosy Bindi, secondo la quale “la massoneria” (invero un nome comune di cosa) è “sostanzialmente segreta”, e quindi in conflitto con la Costituzione, ed esiste una “zona grigia” tra logge e criminalità organizzata. La Relazione finale della Commissione Bindi, incredibilmente approvata all'unanimità, rimpiange la legge antimassonica del 1925 e auspica maggior rigore nei confronti dei massoni. Lo farà anche la Commissione ora in carica? O qualcuno finalmente denuncerà il conflitto tra l'antimassonismo dilagante e la Costituzione vigente?
Additare la massoneria quale responsabile del regime di partito unico (il “fascismo”) ricalca   lo specchio deformante di Barruel e di Taxil e dell'innominabile spretato che nel febbraio 1923 propugnò l'incompatibilità tra logge e Partito, decretata dal Gran Consiglio del Fascismo per suggellare la confluenza dei catto-nazionalisti nel PNF capitanato dall'antico  autore del romanzaccio “Laura Particella. L'amante del cardinale”. 
A confutazione dei luoghi comuni ricorrenti basterebbe ricordare quanti e quali massoni hanno invece concorso a rendere l'Italia un Paese meno incivile di quanto era prima dell'Illuminismo, del Risorgimento, dell'unificazione nazionale, dell'apogeo del liberalismo e della crisi postbellica. Va anche detto che nell'ottobre 1922 in Italia non nacque affatto “il regime” ma un governo comprendente tutti i partiti costituzionali (cattolici inclusi), mentre il Partito comunista d'Italia, sezione della Terza Internazionale di Mosca, voleva a gran voce la rivoluzione bolscevica.
Oggi però in Italia non interessa solo o non soltanto la disputa storiografica sulle diverse e segmentate Comunità massoniche locali, in varia misura collegate con la Massoneria universale: più o meno otto milioni di “fratelli” che seguono con sgomento quanto accade nella terra di Tommaso Crudeli, protomartire della massonofobia. È in discussione, invero, la libertà di associazione, garantita dalla Costituzione: un caposaldo della civiltà “occidentale”, ora messa in discussione dal “Contratto di governo per il cambiamento”, che stride con secoli di sofferte conquiste liberali, e dalla legge della Assembla regionale siciliana che esige dai suoi membri la pubblica dichiarazione di appartenenza a logge massoniche e ad “associazioni similari” (Rotary, Lions, terz'ordini religiosi..., tutti fondati su promesse vincolanti, gerarchie statutariamente costituite, disciplina). Quando organi dello Stato passeranno la misura, prima o poi anche il Colle dovrà dire la sua, come a suo tempo seppe fare il sempre rimpianto Francesco Cossiga, cattolico adamantino, sì, ma strenuo difensore della grande storia dell'“Italia europea”, oggi rimessa in forse.  
Aldo A. Mola
 
SCARICABARILE TRA “POLITICI” E “TECNICI”
L'AFFONDAMENTO DELL'AMMIRAGLIO PERSANO  (1866)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 novembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Carlo Pellion di Persano     L'attuale confusione dei poteri                             
  Il regime vigente versa in grande confusione. Alla radice della sua insolubile crisi vi è anzitutto il suo presunto punto di forza: il famigerato “contratto di governo per il cambiamento”. Anziché (o molto più che) sulla convergenza nella realizzazione di progetti, esso si fonda sull'elusione dei motivi radicali di divergenza. In secondo luogo vi è la contrapposizione originaria e via via più esasperata verso un fantasma, l'“Europa”, additato quale oscura minaccia nei confronti del Paese: “narrazione” che evidenzia scarsa consapevolezza dei veri  rapporti istituzionali (storici, politici, economici...) tra l'Italia e l'Unione Europea, da tempo depositaria di poteri ceduti da tutti gli Stati che ne fanno parte, anche perché al riparo del suo unico effettivo punto di forza: l'ombrello della NATO, tutt'altra cosa dal fantomatico “esercito europeo” ventilato da Emmanuel Macron, ora sull'orlo della disperazione per il crollo verticale di credibilità e di consensi nel suo Paese. Le parti contraenti dell'attuale scricchiolante maggioranza di governo si confortano con gli esiti di sondaggi invece di interrogarsi sulla veridicità degli stessi: intenzioni di voto saggiate non sulla base degli aventi diritto ma di quanti hanno votato e ancora sperano di ricevere corresponsione con atti concreti (reddito di cittadinanza, riforma del sistema pensionistico, indurimento della valenza punitiva del sistema giudiziario, specie nei confronti della corruzione nella pubblica amministrazione, molto vezzeggiato dai 5S ma assai meno da chi, come la Lega, conta esponenti colpiti da imbarazzanti sentenze). 
  Vi è infine un quarto terreno di tensione tra i partner di governo: la qualità dell'occupazione del potere, le nuove nomine al vertice della “macchina” dello Stato e dell'amministrazione pubblica. I pentastellati puntano su fedelissimi anche se privi di competenze certificate; i leghisti, invece, mirano a coniugare allineamento (sul quale non si discute) a carriere sperimentate. Entrambi tendono a escludere l'indipendenza  dello Stato dai partiti o, più concretamente (anche se meno correttamente), dal governo, a cancellare la terzietà dell'apparato amministrativo, che fu e tuttora rimane l'ancora di salvezza del declinante “senso dello Stato”.  

  Due guerre mondiali, la proclamazione della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (10 dicembre 1948) e la maggiore consapevolezza dei limiti tra etica e diritto positivo informano i rapporti tra cittadino e potere politico. Le “norme” non sono più accettate a occhi bendati. Al tempo stesso lo Stato (o quel che ne resta, dopo la cessione pattizia di  fondamentali poteri) ha piena potestà di esigere il rispetto delle leggi, che però, a differenza di quanto oggi accade, debbono essere poche e chiare. Se pretende dall' “amministrazione” prestazioni abnormi, il potere politico entra in conflitto con lo Stato, cioè con sé stesso. È quanto sta accadendo oggi, con la confusione crescente e dilagante tra Esecutivo e Legislativo. In un regime bene ordinato i tre poteri (Capo dello Stato, governo e parlamento) si bilanciano. Lo possono fare tanto più in un sistema arricchito e potenziato da ordini come la Magistratura e da organi quali la Corte costituzionale e le “Autorità” volute indipendenti proprio perché, a differenza dei governi, sono garanti della continuità degli interessi generali permanenti dei cittadini.

E i suoi precedenti storici 
   Dall'avvento del regime statutario la storia d'Italia è punteggiata da prevaricazione del Potere Esecutivo nei confronti dell'“amministrazione”, anche in campi vitali, quali la politica estera e la difesa. In tempi ordinari tale divaricazione si concretò in revoca e deplorazione dei titolari di funzioni apicali. In caso di guerra si verificarono invece tensioni e conflitti che meritano attenzione proprio meglio comprendere la condizione odierna del Paese e le sue prevedibili prospettive. 
  Il terreno sul quale la frizione tra politici e tecnici divenne ripetutamente conflitto aperto fu il rapporto tra Parlamento ed Esecutivo, da un lato, e Forze Armate, dell’altro. Lo si vide dalla prima guerra per l'indipendenza (1848-1849), quando a Torino la Camera dei deputati del Regno di Sardegna si mostrò del tutto evanescente rispetto alle responsabilità gravanti sull'Armata sarda condotta al campo da Re Carlo Alberto, accompagnato dai figli, Vittorio Emanuele e Ferdinando, mentre il principe Eugenio reggeva la somma dei poteri regi in veste di Luogotenente. La partita fu chiusa quando il Re si appellò al buon senso degli elettori con il Proclama di Moncalieri (scritto dal suo primo ministro, Massimo d'Azeglio) e questi espressero una maggioranza leale verso la Corona. Nella guerra dell'aprile-luglio 1859 la contrapposizione fra politici e militari (il cui vertice era Vittorio Emanuele II in persona) non deflagrò solo perché Napoleone III accettò a Villafranca la proposta di armistizio avanzata dall'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe, suscitando l'ira del presidente del Consiglio Camillo Cavour, che rassegnò tempestosamente le dimissioni e fu sostituito dal generale Alfonso La Marmora, con Urbano Rattazzi all'Interno e Gabrio Casati all'Istruzione. Benché di breve durata fu quel governo, manifestamente transitorio, a gettare le basi del nascente regno d'Italia, poiché chiamò a raccolta il meglio della classe dirigente nazionale.  
  Tornato a capo dell'Esecutivo, Cavour ne proseguì l'azione in piena intesa con il sovrano, adottando misure via via più spregiudicate perché era ormai impossibile fermare il processo in corso. Con la primavera del 1860 il Regno di Sardegna era ormai lo Stato più popoloso, ricco e promettente d'Italia: non rimaneva che forzare i tempi, con l'annessione di Umbria e Marche, sottratte al Papa-re, e l'irruzione nelle Due Sicilie, senza dichiarazione di guerra, per imbrigliare il Mezzogiorno e liberarlo dall’instabilità generata dal crollo della monarchia borbonica e dalla ormai palese incapacità di Garibaldi di governare lo Stato.

Persano, agente segreto di Camillo Cavour  
   Molto prima che Garibaldi dalla Sicilia sbarcasse in Calabria e iniziasse la corsa verso Napoli (ove poi entrò in carrozza ferroviaria senza colpo ferire il 7 settembre 1860), da Torino Cavour dettò quotidianamente istruzioni ai suoi emissari più fidati. Fu il caso conte del contrammiraglio Carlo Pellion di Persano (Vercelli, 11 marzo 1806- Torino, 28 luglio 1883). Ne ha scritto ripetutamente lo storico Nico Perrone in L'agente segreto di Cavour. Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato (Palomar, 2011) e in Arrestate Garibaldi. L'ordine impossibile di Cavour (Ed. Salerno, 2016). In Il processo all'agente segreto di Cavour. L'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa  (Rubbettino, 2018, vincitore del Premio Basilicata con una motivazione lusinghiera), Perrone ricorda le istruzioni chiave inviate dal Gran Conte sia a Persano (a capo di una squadra per vegliare sul Tirreno meridionale e soprattutto su Napoli, col proposito di ottenere il passaggio “spintaneo”, ovvero anche prezzolato, della flotta borbonica a fianco di quella Sarda) sia ad altri confidenti e fiduciari, quali Pes di Villamarina, incitato a promuovere  un “movimento” insurrezionale in Napoli tramite la rete orchestrata dal ministro dell'Interno di Francesco II di Borbone, Liborio Romano, gli “chasseurs” di Nunziante e gli ufficiali borbonici in relazione con Persano. Cavour scrisse: “Occorrerà organizzare subito un governo provvisorio, mettendo alla sua testa Romano, che mi sembra essere la migliore testa del regno”. Chi davvero fosse Liborio Romano è stato ampiamente  documentato dallo stesso Perrone nel saggio L'inventore del trasformismo. Liborio Romano. Strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino, 2009, meritoriamente finalista del Premio Acqui Storia). Massone, cospiratore, esule, richiamato dal Borbone al vertice del regno, “don Liborio” aveva i contatti giusti all'interno e all'estero per traghettare le Due Sicilie nell'alveo dell'Italia unita. Fu anche tra i critici più equilibrati del caleidoscopico “grande brigantaggio” che a lungo rischiò di affossare il gracile Stato unitario sommandosi alle incaute imprese di Garibaldi, come la spedizione del luglio-agosto 1862 con l'insegna “Roma o morte”: una mina contro la credibilità del regno sabaudo, che proprio allora stava ottenendo fondamentali riconoscimenti da parte di Stati europei, dall'impero russo alla regno di Prussia.
  Cavour puntava a ottenere la solidarietà della miglior classe dirigente meridionale a sostegno del “nuovo ordine”. Altrettanto fece il primo governo presieduto da Urbano Rattazzi (1862), che si proclamava né di destra né di sinistra, ma “uomo dello Stato”. Mentre tenne per sé  Esteri e Interno, Rattazzi fece nominare alla Guerra il luogotenente generale Agostino Petitti di Roreto, alla Giustizia il siciliano Filippo Cordova (gran maestro del Grande Oriente d'Italia), alle Finanze Quintino Sella, all'Istruzione Pasquale Stanislao Mancini (da tempo esule in Piemonte, docente di Giovanni Giolitti all'Università di Torino), ai Lavori Pubblici il “fratello” Agostino Depretis, all'Agricoltura  Gioacchino Napoleone Pepoli e alla Marina Persano. Come Petitti, anche Persano era deputato alla Camera. I militari parlamentari (alla Camera o in Senato) erano molte decine e tutti in posizioni eminenti. Persano era stato eletto deputato alla VII Legislatura nel collegio di La Spezia il 29 marzo 1860, in ballottaggio con il marchese Filippo Ollandini, colonnello dei Reali carabinieri. Confermato al primo turno il 27 gennaio 1861 per l'VIII Legislatura del Parlamento subalpino, che fu anche la I del regno d'Italia), dopo la nomina a ministro il 23 marzo 1862 Persano fu trionfalmente rieletto (467 voti a favore contro 5 “dispersi”). Decadde il 1° dicembre 1862 per la promozione ad ammiraglio: pochi giorni prima che le dimissioni del governo Rattazzi ne comportassero l'uscita di scena. Per lui seguirono anni di grigi. Il successore di Rattazzi, Alfonso La Marmora, tenne per sé la Marina. A La Spezia si affermò il conte Angelo Benedetti. Dopo la cessione di Nizza alla Francia e mentre fervevano i lavori del Canale di Suez, che avrebbe trasformato il quadro europeo dei grandi commerci e modificato la posizione dell'Italia nel Mediterraneo (se ne riparlerà l'anno venturo, nel suo 150°), La Spezia era ascesa a porto militare strategico. Non per caso vi si susseguirono come deputati il viceammiraglio Simone Pacoret di Saint-Bon, il capitano di vascello Augusto Albini e il contrammiraglio Costantino Morin, futuro ministro degli Esteri con Giolitti.

Adriatico amaro: condanna di Persano 
  Persano ebbe un alto momento di gloria, presto mutato in catastrofe: il comando della flotta durante la guerra italo-prussiana contro l'Austria nella primavera-estate del 1866. La vicenda è notissima, ma Nico Perrone scava sul suo punto nevralgico. Dopo la battaglia nel mare di Lissa (20 luglio), la flotta asburgica comandata da Wilhelm von Teghettoff si ritirò. Altrettanto fece l'italiana, che però perse in battaglia la nave ammiraglia “Re d'Italia” e il “Palestro”, che nel nome ricordava una vittoria del 1848. Nelle ore immediatamente seguenti lo scontro, il ministro della Marina, Depretis diffuse la voce di un successo italiano. Ancora il 26 luglio la governativa Gazzetta Ufficiale asserì che “la polemica dei giornali sulla battaglia di Lissa è in gran parte fondata sopra notizie inesatte, e non è informata a quel principio di non condannare chi ancora non è giudicato”. A placare le polemiche non bastò certo il conferimento di medaglie d'oro agli ufficiali caduti (Faà di Bruno, Alfredo Cappellini) o di speciale merito (Pacoret di Saint-Bon), né la celebrazione del deputato Carlo Boggio (rappresentante del collegio di Cuneo), sparito nei flutti con la “Re d'Italia”.
 Per rispetto della sua condizione di senatore dall'8 ottobre 1865, Persano venne giudicato dal Senato che si radunò in Alta Corte di Giustizia. Dopo giorni di udienze tempestose, il 15 aprile 1867 fu “convinto” dei reati ascrittigli e condannato alle dimissioni, alla perdita del grado di ammiraglio e alle spese di giudizio. Rimase nondimeno senatore, anche se appartato. Scrisse due opere sulla propria condotta, a futura memoria, ma non capovolse il giudizio negativo nel quale a lungo rimase avvolto. La sua vera colpa era consistita nel muovere contro la flotta avversaria senza adeguata preparazione, su impulso del ministro Depretis che pretendeva una vittoria smagliante per cancellare l'onta di Custoza, ove il 24 giugno precedente nessuno aveva vinto davvero, ma le armi italiane furono autolesionisticamente descritte come perdenti. 
   
Pubblici impiegati parafulmini?
   La storia dei decenni seguenti è fitta di situazioni analoghe. Nel 1896 il presidente del consiglio Francesco Crispi incalzò il generale Oreste Baratieri, già segretamente sostituito con Antonio Baldissera, a muovere contro le orde di Menelik, negus d'Etiopia: “Codesta è tisi militare” gli telegrafò sferzante. Baratieri si avventurò e incappò nel disastro ad Abba Garima (o Adua, 1° marzo). Nell'estate 1918 il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, siciliano come Crispi, si spinse ad ammonire il Comandante Supremo Armando Diaz: a suo avviso era meglio una seconda Caporetto che la stasi. Per fortuna d'Italia, Diaz non abboccò. Sapeva che una nuova  sconfitta avrebbe determinato il crollo dello Stato. Tenne fermo e poi vinse a Vittorio Veneto. Nella drammatica seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24/-25 luglio 1943 anche Mussolini cercò di scaricare sulle spalle dei militari la responsabilità delle sconfitte via via subite su vari fronti in tre anni di guerra. Ma era stato egli stesso a concentrare nelle proprie mani tutti i poteri, convinto che il conferimento del grado di Primo maresciallo dell'Impero gli avesse anche infuso superiori qualità di stratega.
  Il punto è proprio questo: il grado effettivo di competenza dei politici che s'impancano a dettare la condotta alla “amministrazione”, senza conoscere la realtà dei fatti. La lezione della storia sembra non scalfire la supponenza di quanti si avvolgono nel sudario di formule mistiche, quali “tanti nemici, tanto onore” e facezie del genere, dimenticando la regola aurea del ministro degli Esteri della Destra storica, l'ex mazziniano Visconti Venosta: “Indipendenti sempre, isolati mai”. L'opposto di quanto oggi accade. Sic stantibus rebus potrebbe diffondersi la latitanza dell' “amministrazione”, i cui responsabili rifiuteranno di farsi parafulmini dell'arbitrio dei “politici”, con conseguenze devastanti per lo Stato. 
Aldo A. Mola

IL GENERALE PIETRO GAZZERA
UN PATRIOTA MINISTRO DELLA GUERRA (1929-1933)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 18 novembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
Il Generale Pietro Gazzera    Solo nei regimi totalitari e fatalmente destinati alla rovina propria e dei “sudditi” i dittatori cambiano a capriccio i dirigenti dei comparti apicali di pubblico rilievo. La competenza, infatti, non è figlia di improvvisazione, di “convinzioni politiche”, ma di studio e di esperienza. Il “governo”, quali ne siano il “colore” e le ambizioni, non può prescindere dallo Stato: una piramide gerarchica costruita non a difesa di privilegi ma a tutela dei diritti e degli interessi generali permanenti dei cittadini. Si può certo obiettare che da tempo al vertice delle responsabilità si trovano talora persone inadeguate. Se però se ne cerca la cagione, si scopre che gli inetti si trovano dove sono “per nomina  ad nutum principis” anziché per concorso pubblico non manipolato, proprio perché sono frutto della degenerazione che lentamente ha corroso lo Stato liberale, fondato sulla uguaglianza dei diritti dinnanzi alle leggi e sulla certificazione delle carriere.
In “La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista “ (ed. il Mulino, meritatissimo Premio Acqui Storia 2018) Guido Melis dedica un capitolo importante alle Forze Armate nel ventennio mussoliniano, dal titolo suggestivo: “Fascio e stellette”. Le sue non sono “rivelazioni” sensazionali, ma ricapitolazione di fatti con spirito obiettivo e sereno, quale deve essere lo storico. Ricorda che tra il 1925 e il 1943 i Capi di stato maggiore generale furono tre in tutto e tutti e tre piemontesi: l'astigiano Pietro Badoglio (1925-1940), il casalese Ugo Cavallero (1940-1943) e il torinese Vittorio Ambrosio (1943). Nessuno dei tre può essere etichettato come “fascista”. Affiliato sia al Grande Oriente sia alla Gran Loggia, Cavallero, da molti studiosi settari definito filogermanico, venne “suicidato” il 14 settembre 1943 da Albert Kesselring, sia perché accusato di aver ordito con il senatore monarchico Luigi Burgo il rovesciamento di Mussolini (sospetto alimentato dal fascicolo distrattamente “dimenticato” sulla scrivania da Badoglio alla sua partenza dal ministero della Guerra alla volta di Pescara-Brindisi), sia perché rifiutò di assumere la guida di un esercito italiano vassallo dei tedeschi: compito poi assunto da Rodolfo Graziani, che però tenne a rivendicare la separatezza tra Forze Armate dello Stato repubblicano e Partito fascista repubblicano. Già Renzo De Felice aveva ricordato che nel 1930 appena 1.211 ufficiali su 21.522 risultavano iscritti al Partito nazionale fascista: il 5%, una minoranza esigua. Esercito e Marina rimasero insomma nicchie al riparo dal regime. Mussolini ne fu consapevole, tanto che il 18 marzo 1930 il Gran Consiglio del fascismo escluse successivi tesseramenti di ufficiali sia individuali, sia collettivi e chiese che la partecipazione alla vita politica degli ufficiali già iscritti fosse “aperta e nota”: non da “quinta colonna” o come una sorta di società segreta militare all'interno del regime.
A distanza di decenni, in un bilancio storico complessivo, si può aggiungere che l'istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (regio decreto 14 gennaio 1923, n. 31), con i suoi gerarchi, statuti, regolamenti e rituali finì per essere un fattore di debolezza estrema del fascismo, proprio perché tenne nettamente divise le Camicie Nere dalle Sciarpe Azzurre, con tutte le conseguenze del caso. A conferma basti ricordare la sequenza dei suoi comandanti generali: Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Asclepia Gandolfo e Maurizio Gonzaga - tutti “uomini del Re” - e, viceversa, dei suoi capi di stato maggiore: Francesco Sacco, Enrico Bazan, Attilio Teruzzi, Luigi Russo, Achille Starace ed Enzo Galbiati. Quest'ultimo il 25 luglio 1943 votò contro l'ordine del giorno Grandi-Federzoni-Bottai, aderì alla RSI e divenne generale della Guardia nazionale repubblicana, mentre De Bono venne fucilato a Verona per “alto tradimento”.     
Il complesso rapporto tra Forze Armate e regime è bene evidenziato dalla figura di Pietro Gazzera (Bene Vagienna, 1879-Ciriè, 1953),  il generale che da ministro della Guerra si oppose a Mussolini sventandone alcuni clamorosi colpi di testa che avrebbero potuto causare la catastrofe del Paese. Ne ha scritto una scrupolosa biografia Giuseppe Novero (Mussolini e il Generale: Pietro Gazzera ministro della Guerra lungo le tragedie del Novecento, ed. Rubbettino): opera documentata ed equilibrata, come prefazione di Antonio Spinosa, storico e giornalista. Novero non fa sconti a veri e presunti responsabili di pagine buie della storia militare italiana. Va però ricordato che nel 1861 l’Esercito era tutto da fare con pezzi e bocconi degli antichi Stati e che l’organizzazione del Paese (ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali...) ebbe priorità rispetto alla macchina bellica, pur necessaria per la sopravvivenza dello Stato. Lo Stato Nuovo ebbe la saggezza di valorizzare il patrimonio di quelli pre-unitari, dalla “Nunziatella” di Napoli all'Accademia di Modena. E ne fu largamente ripagato.
Dalle pagine di Novero emerge uno spaccato significativo della storia d'Italia. Pietro Gazze è un paradigma della Nuova Italia. Suo padre, modesto lattoniere di Bene Vagienna, nel Cuneese, e la madre, casalinga, ebbero undici figli. Uno di loro, Costanzo, divenne prefetto; l’altro, Pietro, percorse la carriera militare con impegno e onore. Il successo della “Terza Italia” fu assicurato anche dall'ottimo funzionamento dell'“ascensore sociale”, grazie al quale cittadini di modeste condizioni originarie salirono a posizioni eminenti: un processo propiziato dallo Stato sabaudo con i convitti militari (celebre, tra altri, quello di Asti, dal quale uscì Giuseppe Galliano, originario di Vicoforte, futuro eroe di Macallé e caduto ad Abba Garima il 1° marzo 1896) e con il torinese Collegio delle antiche province, che assicurò gli studi universitari ai “capaci e meritevoli”. Al riguardo la Costituzione del 1948 non ha inventato nulla. 
Di grado in grado Gazzera raggiunse posizioni eminenti. Presa in moglie Bianca Maria Gerardi, di affermata famiglia borghese, ne ebbe Giovanni (Nino), Romano (futuro celebre pittore), Luisa e Linda. Ufficiale di artiglieria (come Badoglio), volontario in Libia (ove meritò la Medaglia d'Argento al Valor Militare), durante la Grande Guerra esercitò comandi via via più impegnativi, sino alla segreteria di capo di stato maggiore, meritandosi sempre stima, tanto che nell'ottobre 1918 fu designato tra i plenipotenziari italiani nella trattativa armistiziale con l'Austria-Ungheria. Novero documenta bene il suo ruolo a Villa Giusti ove gli austriaci firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918 con efficacia dalle 15 dell'indomani. Per i suoi meriti nella delicatissima missione venne promosso generale di brigata. 
Dieci anni dopo Gazzera fu nominato sottosegretario alla Guerra, il cui titolare era Mussolini stesso. Il generale Sergio Pelagalli, acuto studioso di Gazzera, ricorda che il “duce” negava al suo sottosegretario quanto questi chiedeva nell’interesse del ministro, cioè del presidente stesso: una delle tante contraddizioni del capo del fascismo. Ma all’epoca vi fu in Italia un “regime assoluto”? In realtà, come detto sopra, le Forze Armate rimasero fedeli alla Corona. Il 31 ottobre 1922 Mussolini in persona aveva scritto di suo pugno che i militari non dovevano osannare pubblicamente la sua ascesa al governo. Se, come alcuni ritengono, in realtà voleva sollecitarle a farlo davvero, ottenne il risultato opposto.  
Il 12 settembre 1929 Gazzera venne nominato ministro della Guerra. Lo stesso anno il fossanese Balbino Giuliano divenne ministro della Educazione Nazionale. Il Vecchio Piemonte “pesava”, perché sapeva tenere a freno le intemperanze del “duce”. Come appunto fece Gazzera ripetutamente. Novero ricorda che talvolta Mussolini abbozzò precipitosi propositi aggressivi contro la Jugoslavia e contro la Francia. Accadde, per esempio, in coincidenza con le Grandi Manovre in un’area del Piemonte che ne era teatro da decenni. Gazzera non esitò a mettere il duce dinnanzi alla realtà. Deplorò la sproporzione tra le fantasie e i fatti. L'Italia rischiava una sconfitta pesantissima, dalle conseguenze catastrofiche e durevoli.  
Consapevole che la storia non si fa con le parole, fu proprio lui a portare l’Esercito al massimo di efficienza, come ha evidenziato Oreste Bovio nell’insuperata “Storia dell'esercito italiano” (ed.US-SME): 34 divisioni di fanteria ternarie (non binarie, come poi divennero per aumentarne nominalmente il numero ma non la forza), oltre a due divisioni celeri, alpini, bersaglieri, camicie nere. Negò fucili alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè al “para-esercito” di partito. I suoi comandanti se ne lamentarono con Mussolini. Gazzera rifilava loro solo vecchi arnesi indecorosi per le loro parate: “tanto varrebbe dare dei bastoni da passeggio o dei ceri da chiesa”.  Gazzera replicò che altrimenti l’Esercito non sarebbe stato pronto in caso di mobilitazione. Sospinto da molti venti di tempesta e dalla propria ambizione egocentrica, il 21 luglio 1933 Mussolini gli comunicò che entro 24 ore lo avrebbe sostituito assumendo di persona il ministero della Guerra. Creato senatore del regno (il 30 ottobre di quello stesso anno), dopo un lungo periodo di emarginazione nell'estate 1938 Gazzera venne nominato governatore e comandante delle truppe del Galla e Sidama, nell'Africa Orientale Italiana: 50.000 uomini, 10.000 dei quali “nazionali”, poco e male armati. In un saggio esemplare pubblicato dall'Ufficio Storico dello SME, Federica Saini Fasanotti ha brillantemente ripercorso le vicende successive. Comandante superiore e reggente il governo dell'Africa Orientale Italiana dopo la resa del viceré Amedeo di Savoia, duca di Aosta, Gazzera continuò a combattere sino a quando, accerchiato e con forze ridotte a soli 4.000 uomini, ottenne gli onori delle armi. Prigioniero in Kenya, India e infine in un campo nel Tennessee (USA), il generale venne liberato su richiesta del governo italiano, tornò in patria il 20 dicembre 1943 e concorse alla riorganizzazione del Regio Esercito a fianco di Giovanni Messe, massone. Il 13 aprile 1944 fu nominato alto commissario per i prigionieri di guerra. Monarchico, nel giugno 1945 fu dichiarato decaduto dal Senato e collocato a riposo. Il 1° marzo il fascio di Roma gli aveva mandato una tessera “ad honorem”, d’ufficio, ma Gazzera, patriota e ministro nel lungo governo Mussolini, come tanti a-fascisti ascesi al governo del Paese, non fu mai “fascista”, se per tale s'intenda uno squadrista o una persona indulgente al “movimentismo”. Ricorse contro il provvedimento. L'ordinanza a suo carico fu revocata, ma rimase emarginato. Nel 1952 pubblicò Guerra senza speranza: Galla e Sidama. 
La sua vicenda è esemplare per capire la complessità della nostra storia. 
Quasi dieci anni dopo averne scritto la pregevole biografia, Giuseppe Novero ne riscatta definitivamente la memoria con una Mostra documentaria su “La Grande Guerra. Immagini e memorie” in programma da metà dicembre a Palazzo Lucerna di Rorà in Bene Vagienna, su impulso della Fondazione Romano Gazzera.  
E' un implicito monito a chi pensa che la dirigenza dello Stato può essere “inventata”, improvvisata, per fedeltà di tessera anziché per lealtà verso la Patria. La sua figura insegna che “uno non vale uno”. L'uguaglianza dei diritti comporta anche quella nei doveri: studio, altruismo, senso civico e dello Stato.
Aldo A. Mola

1918-1919
QUANDO IL GOVERNO NON VALORIZZO' LA VITTORIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 11 novembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
    Oggi l'Italia ris chia il disastro perché il governo va in rotta di collisione con l'Unione Europea. Cioè contro se stessa, perché al di fuori dell'Europa e della Nato l'Italia sprofonda. I risparmi dei cittadini e i loro vulnerabili beni ambientali, monumentali e artistici valgono solo se tutelati da politica estera e, conseguentemente, militare. Diversamente sono aleatori, come quelli di tutti i paesi del pianeta. Per capirlo non è necessario ricordare le bombe degli Alleati su Roma nel luglio 1943 e la tragica sorte dell'Abbazia di Montecassino. Basta constatare la enorme distanza tra i “fondamentali” dell'economia, complessivamente ancora robusti come ricordato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e la sempre più declinante credibilità internazionale del governo, destinata a ripercuotersi su quella dello Stato. Il mondo è zeppo di Paesi dalle enormi ricchezze naturali precipitati nel disastro per irresponsabile prolungata miopia dei loro dominatori: dal Venezuela all'Iran...
Nulla è nuovo sotto il sole. L'Italia attuale rispecchia quanto avvenne giusto un secolo addietro: l'incapacità dell'Esecutivo di ottenere al Congresso di pace di Parigi (19 gennaio-28 giugno 1919)  il meritato riconoscimento dei sacrifici dei suoi cittadini nella Grande Guerra.
Oggi la Francia “celebra” la “sua”  vittoria. “Celebrare” non significa “esaltare” per ripetere gli errori del tempo che fu: vuol dire ricordare con solennità. Meditare sul passato, capirlo, spiegarlo. Esattamente quanto, purtroppo, non è accaduto in Italia se solo il 4 ottobre 2018 la Camera ha approvato una “mozione” che ha proposto di studiare e a far conoscere la partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale. Una “mozione” (approvata da 367 deputati contro 107, accampanti argomenti penosi) non è né una legge né un disegno di legge. È una speranza... o auspicio che dir si voglia. Nulla a che vedere con quanto oggi avviene a Londra e a Parigi, ove la Vittoria del 1918 è ricordata come parte del patrimonio storico plurisecolare, irrinunciabile e condiviso nei suoi aspetti principali. Il pur discusso presidente Emmanuel Macron non ha esitato a tributare il doveroso omaggio alla memoria del generale e poi maresciallo Philippe Pétain, come l'Italia dovrebbe fare, in forma altrettanto solenne, nei confronti dei comandanti che nella Grande Guerra ebbero responsabilità apicali: Luigi Cadorna, Luigi Capello (massone, poi condannato a trent'anni di carcere senza alcuna prova convincente), Emanuele Filiberto di Savoia, Duca di Aosta… sino ad Armando Diaz e ai suoi due vice-comandanti, Pietro Badoglio e Gaetano Giardino, sui quali gravò la somma della responsabilità. E dovrebbe ricordare specialmente Vittorio Emanuele III, Capo dello Stato, comandante delle Forze Armate e unico interlocutore supremo e attendibile degli Alleati, come bene si vide nel convegno di Peschiera l'8 novembre 1917, quando per gli osservatori esteri (e non solo) tutto sembrava perduto ma il Re ribadì che, invece, l'Italia avrebbe retto. 
Il 3-4 novembre 1918 l'Italia sconfisse l'Impero austro-ungarico. Vinse per sé e per gli alleati, sospettosi e ingenerosi, a cominciare dalla Francia che teneva a balia il nascente stato serbo-croato-sloveno, al quale il “santo” Carlo I d'Asburgo cedette la corazzata “Viribus Unitis”, mandata a picco dal massone Luigi Rizzo prima che divenisse una minaccia contro l'Italia. Quando l'aeronautica era ancora albeggiante, le navi erano la Politica Estera, la proiezione dello Stato. Lo si constatò quando le corazzate tedesche vennero autoaffondate a Scapa Flow per impedire che esse venissero spartite tra i vincitori e potessero divenire strumento contro la Germania. In  guerra anche il suicidio è un'arma gloriosa. 
L'Italia vinse l'impero austro-ungarico. Il comandante supremo Armando Diaz, degno continuatore di Luigi Cadorna, impose che l'Austria, ormai in piena crisi per le pur tardive insorgenze nazionali a Praga, Budapest, Zagabria,  accettasse di essere attraversata dall'Esercito italiano ancora in guerra contro la Germania. Tra quanti curarono i dettagli dello strumento armistiziale va ricordato il rupestre generale Pietro Gazzera, nativo di Bene Vagienna, futuro ministro della Guerra (come ricordano i suoi biografi, Oreste Bovio e Giuseppe Novero), apprezzato dal gigantesco Ilarione Petitti di Roreto, che il 3 novembre mise piede a Trieste per proclamarla parte del regno d'Italia.
Con quella minaccia da sud, due giorni dopo la proclamazione della repubblica e il “passaggio” di Guglielmo II in Olanda (nessuno parlò di “fuga”: era condizione preliminare imposta per le trattative) al governo tedesco non rimase che chiedere la resa, sottoscritta l'11 novembre in un vagone ferroviario a Compiègne: lo stesso usato dai tedeschi quando imposero alla Francia la resa nel giugno 1940. Sconfitta a confini inviolati, la Germania venne dilaniata da sospetti di tradimenti, di mene occulte, l'invenzione di un nemico interno (la finanza straniera, gli ebrei, i massoni...), da anni intento a corrodere il tronco sano della pura razza tedesca. Mentre la Germania, completa di “spartachisti” insufflati dalla Russia di Lenin e di milizie reazionarie, galoppava verso la guerra civile, Hitler cominciò a scrivere Mein Kampf. Non bastasse, vennero pubblicati i Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Gli armistizi, le occupazioni, la miriade di microconflitti dilaganti dall'Asia al Medio e Vicino Oriente e nei Balcani si sommarono alla guerra civile in corso in Russia accelerando la catastrofe suicida dell'Europa, il caos sociale, il crollo dei più elementari valori civili che avevano sorretto un secolo di pace affannosa (1815-1914). 
Malgrado l'apparente unità d'intenti in breve emerse la contrapposizione tra gli Stati Uniti d'America e quel poco che rimaneva dell'Intesa, tra la Società delle Nazioni proposta a Parigi sin dal giugno 1917 e la Lega delle Nazioni prospettata dal presidente degli USA, Woodrow Wilson, in linea con i Quattordici punti enunciati l'8 gennaio 1918 quale palafitta della pace futura: libertà dei mari (ovvero dei commerci), autodeterminazione dei popoli (cioè plebisciti nelle zone mistilingue)  e disarmo. Quando entrarono in guerra contro gli Imperi Centrali gli USA lo fecero “in proprio”, senza condividere i trattati stipulati dall'Intesa anglo-franco-russa (lo zar, del resto, era ormai stato deposto) né l'engagement con il quale il 26 aprile 1915 l'Italia aveva aderito all'Intesa senza per divenirne componente : alleanza asimmetrica nei contenuti e negli obiettivi.
Alla conferenza per la pace, aperta a Parigi il 12 gennaio 1919, il governo italiano (il presidente del Consiglio,Vittorio Emanuele Orlando, e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino) andò convinto di rappresentare una grande potenza e di ottenervi non solo quanto previsto dall'accordo di Londra ma anche Fiume, che però era strategica per l'accesso al mare non solo dell'Austria ma anche dell'Ungheria e delle terre retrostanti. La grande guerra non aveva insegnato molto a chi, come il ministro degli Esteri dell'Italia, Sidney Sonnino, aveva una visione arcaica degli scenari aperti dal crollo di quattro Imperi (Russia, Germania, Austria-Ungheria e Turco-ottomano) e ancora si affannava sulla carta geografica come quando puntava il dito su Argirocastro. Il presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, non era da meno. Il loro “accompagnatore”, Salvatore Barzilai, ebreo, massone, patriota integerrimo e spirito universale, scoprì presto che avrebbe fatto meglio a rimanere a Roma. Al tavolo della pace la delegazione italiana si presentò e si condusse ignorando la propria rete di sicurezza, la diplomazia, che non è esibizione di muscoli ma un'arte dai riti antichi. Pretese di imporsi, accampando i propri caduti. Sennonché francesi e inglesi ne contavano molti ma molti di più. E gli Stati Uniti per la vittoria sugli Imperi Centrali non solo avevano speso di proprio ma avevano concesso giganteschi prestiti, anche all'Italia. Le scarne comunicazioni alla stampa nascosero il vero andamento dei lavori, fatto di trame sottili, accordi sottobanco e influenze inconfessabili esercitate anche vellicando tanti delegati inclini ai sette peccati capitali.  
Il governo di Roma compì l'errore politico di oscurare il ruolo svolto dai militari. Sin dal gennaio 1918, quando l'Esercito aveva appena vinto la battaglia di arresto contro l'offensiva austro-germanica, fu istituita la Commissione d'Inchiesta sugli avvenimenti dal 24 ottobre all'8 novembre 1917, cioè su “Caporetto”. Essa si risolse nel discredito generalizzato degli alti comandi. Mentre la Francia elesse una Camera “bleu horizont”, con la nascita del Partito popolare italiano, orchestrato da don Luigi Sturzo, e l'estremismo rivoluzionario dei socialisti che volevano “fare come in Russia”, in Italia si prospettò il crollo della dirigenza che aveva voluto l'intervento e ancora era al governo.
Alla base della debolezza del confronto tra Roma e gli Alleati non vi fu la supposta protervia di Wilson, Clemenceau e Lloyd George ma la divisione tra gli italiani. Orlando e Sonnino rimasero succubi dell'oltranzismo nazional-imperialistico. Il 23 aprile il presidente degli USA si rivolse direttamente agli italiani, chiedendo che condividessero il “suo” progetto di pace. Per protesta i rappresentanti dell'Italia abbandonarono la Conferenza: una “captatio benevolentiae” per partiti e movimenti di esagitati all'interno del Paese, un fiasco clamoroso nei rapporti internazionali. Il 29 aprile, infatti, venne approvato lo Statuto della Società delle Nazioni, la cui importanza, proprio per gli interessi dei Paesi meno forti, qual era l'Italia, non venne compresa da Roma, come bene ha documentato Italo Garzia in “L'Italia e le origini della Società delle Nazioni”. A Orlando non rimase che tornare a Parigi e sottoscrivere quanto ormai deciso in sua assenza. 
La politica estera non è una variabile indipendente dal peso effettivo politico, militare ed economico degli Stati. Non si regge su “annunci”, pretese unilaterali, ventilate minacce e vanterie (“otto milioni di baionette”), ma sui “fatti”, sulla machiavelliana “realtà effettuale”, a cominciare dalla solidità del bilancio dello Stato.
È quanto avvenne nel 1919. E ancora vale nel 2018. Certo anche la memoria della propria storia è fondamentale, perché corrobora l'unità nazionale e la consapevolezza del passato. È fondamentale, anzi, in un Paese quale l'Italia: regno unitario dal 1861, ma unificato davvero solo nel 1918: una ricorrenza, quest’ultima, scivolata via sommessamente, come scrivono Pierluigi Romeo di Colloredo-Mels e Marco Cimmino nel numero di “Storia in Rete” ora in edicola: “1918: l'anno della Vittoria”. Quest'ultima fu un traguardo dal costo drammatico, da valorizzare sull'esempio di quanto all'estero fanno alleati ed ex nemici di un tempo, ora uniti nella concorde discorde anima euro-occidentale.
Aldo A. Mola 

IV NOVEMBRE 1918
VITTORIA NON ANCORA CONDIVISA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 4 novembre 2018, pagg. 1 e 11.
   
La Vittoria da http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/pater/data/ravenna/ra004/ra004_08/797.jpg    V'è motivo di riflettere sulla Vittoria del IV novembre 1918. Ancora una volta il “governo” vaga lontano dalla realtà dei patti vigenti, dall'Alleanza difensiva di cui l'Italia è componente e dai vincoli militari e finanziari che essi comportano. Non ha una linea chiara di politica estera. Farfuglia con inflessioni regionali, senza una chiara lingua dello Stato d'Italia. Gioca a rimpiattino. Ma la Storia, come la Geografia, non fa sconti. Non ne ha mai fatti.   
Per l'Italia la Grande Guerra cominciò così. Il 28 luglio 1914, un mese esatto dopo l'assassinio a Sarajevo di Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede della corona imperiale, Ferdinando Martini aprì il Diario scrivendo: “L'Italia non può fare la guerra e non può non la fare”. Tra mobilitazioni, ultimatum e dichiarazioni di guerra l'Europa sprofondò nella Conflagrazione. Prevista e scongiurata per decenni. La guerra è sempre sull'orizzonte. Può essere spostata un po' più in là. A volte però viene addosso. Come le calamità naturali. Incontrollabili da uomini al di sotto delle loro responsabilità. Nel 1914, l'Europa dei buoni sentimenti e delle Folies Bergères precipitò nell'abisso. Cent'anni di documenti e di storiografia confermano che nessuno, ma proprio nessuno, immaginava un conflitto di cinque anni, con quattordici milioni di morti, il crollo di quattro imperie, la rivoluzione bolscevica in Russia e tutti gli orrori conseguenti, con ferite tuttora aperte. 
Quel giugno-luglio 1914 venne scoperchiato il Vaso di Pandora.
Non esiste alcuna visione storiografica condivisa di quanto accadde. Lo stesso vale per l'intervento dell'Italia in guerra. Da anni scende la pioggerellina di evocazioni “caso per caso”, elenchi di caduti, con tanto di alberi genealogici, fotografie di famiglia e altri ammennicoli scacciapensieri. Manca invece quel che più conta: la pubblicazione delle fonti vere, una riflessione pacata su quanto effettivamente accadde. La “catena di comando”. Chi volle, chi decise, perché e contro chi.
Sotto molti profili questo IV novembre 2018 è un appuntamento mancato. Le rievocazioni, complessivamente modeste, dai toni sommessi, più lutto che orgoglio e memoria profonda, saranno una sorta di liberazione dalla e della memoria. Tanti tireranno un sospiro di sollievo: di Vittoria non si parlerà mai più. Perciò il IV novembre non venne né mai più verrà dichiarata Festa Nazionale. Rimarranno, invece, i giudizi sprezzanti contro il Re e i vertici delle Forze Armate, la tardiva scoperta che la Costituzione (Statuto) del regno era un triangolo scaleno. La somma dei poteri era nelle mani del sovrano e del governo (di sua nomina) mentre il Parlamento aveva iniziativa limitata, all'oscuro delle decisioni supreme. Era espressione della “monarchia rappresentativa”, altra dcosa rispetto alla sovranità popolare che assegna alle Camere il potere di dichiarare la guerra, come tardivamente e invano propose il massimo statista della Nuova Italia, Giovanni Giolitti, il 13 agosto 1917 e ribadì il 12 ottobre 1919. Non ne giunse a capo neppure lui,nel 1920-1921 quando tornò al potere.
 “Non fare la guerra e non poterla non fare”. Fu la tragica condizione dell'Italia del 1914-1915. Da lì deve partire la riflessione sulla Vittoria. Costò cara, però Vittoria fu. L'Italia aveva da poco festeggiato il primo mezzo secolo della proclamazione del regno (14 marzo 1861). Aveva sulle spalle l'obbligo di un impero coloniale (Eritrea, Somalia) impostogli da vincoli internazionali e dalla necessità/fatalità di non farsi escludere dalla costa settentrionale dell'Africa (sovranità sulla “Libia”, con la guerra del 1911-1912). Aveva alleati difensivi (Germania e impero d'Austria-Ungheria) ma nessun amico. Perciò il 2 agosto 1914 il governo proclamò la sua neutralità. Non poteva fare la guerra. Come poi scrisse il Comandante Supremo Luigi Cadorna i magazzini erano vuoti. Giolitti replicò che erano sufficienti. Un secolo dopo possiamo dire che avevano ragione entrambi: erano sufficienti per non fare la guerra, del tutto al di sotto del minimo necessario per farla. 
Ma quale guerra? In “La guerra occulta” (ed.  anastatica Arktos) Emmanuel Malynski ricorda che tutti gli Stati Maggiori dei Paesi incautamente scesi in lotta nell'estate 1914 erano convintissimi che la partita sarebbe stata chiusa in poche settimane, come nel 1866 e nel 1870. Offensive lampo, battaglie cruente ma risolutive, senza danni collaterali, a parte qualche eccidio di civili quale pressione psicologica per le “masse” e stimolante intimo per la diplomazia di governi incapaci di imbrigliare la Storia.
La Vittoria del 3-4 novembre 1918 va capita partendo dalla lontananza crescente tra governo e forze armate, tra parlamento e strumento militare. Da mesi si esagera sulla contrapposizione fra il “duro” Luigi Cadorna” e il “sorridente” Armando Diaz. È la storiografia alla Sergio Leone: il buono (Diaz), il Cattivo (Cadorna) e il brutto (Vittorio Emanuele III, al quale venne fatuamente giustapposto il fascinoso cugino Emanuele Filiberto d'Aosta, il Duca invitto).
La storia vera è diversa. 
Dall'autunno 1914 fu chiaro che la guerra sarebbe durata a tempo indeterminato. Nessuna potenza aveva la bacchetta magica. In Inghilterra i sindacati decisero l'appoggio al governo sino all'annientamento totale della Germania. Dalla guerra di movimento si passò alle trincee e poi alla guerra dei materiali: non bisognava vincere ma esaurire le risorse del nemico. Il motto divenne: “se non perdiamo vinciamo”. Una guerra di esaurimento. Anche il vincitore sarebbe uscito dal ring col volto sfigurato e tumefatto. Come infatti accadde. Quella guerra venne perduta dall'intera Europa. Una catastrofe.
Nell'autunno del 1914 Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, il Ministro degli Esteri italiano più intelligente di quando l'Italia ancora era davvero sovrana, prospettò la quadruplice alleanza con Londra, Parigi e San Pietroburgo: un Patto alla pari. Voleva la comunicazione reciproca a carte scoperte di tutti gli accordi soggiacenti.
Da tempo gravemente malato, purtroppo morì quando più era necessario al Paese. Massone, lasciò che la famiglia rendesse onori religiosi alla Salma dalla quale si era separato. Il suo successore, Sidney Sonnino, di concerto con il presidente del Consiglio Antonio Salandra, imboccò invece il viottolo dell'adesione dell'Italia alla Triplice Intesa: un “arrangement” di seconda fila. Gli Alleati si tennero i loro segreti (per esempio sulla spartizione dell'immenso impero turco-ottomano, ricchissimo di risorse naturali) e l'Italia s’impegnò a entrare in guerra contro tutti i nemici dell'Intesa entro 30 giorni dalla firma. Invocato il santo nome di Dio, l'ambasciatore a Londra, Guglielmo Imperiali, sottoscrisse e rimase in angosciosa attesa del “placet” di Roma. Il governo Salandra-Sonnino non onorò affatto l'accordo. Dichiarò guerra solo contro l'impero austro-ungarico, che per Parigi e Londra era il male minore perché bloccava l'avanzata degli slavi verso i Balcani e l'Adriatico. Se la guerra era asimmetrica e gli alleati si guardavano in cagnesco (fecero di peggio nel 1941-1945) l'Italia non spiccò per fedeltà agli impegni sottoscritti.
Il governo dichiarò guerra alla Turchia (le cui truppe stavano spingendo al mare le forze italiane in Tripolitania e Cirenaica) e alla Bulgaria, ma solo nell'agosto 1916 dichiarò guerra alla Germania, con una motivazione frivola, scritta e riscritta in tre differenti versioni. L'Italia accampò  pretesti politicamente e militarmente inconsistenti: beghe oggi solubili a livello di consolato. In effetti i due Stati non avevano alcun grave contenzioso. La cultura della Nuova Italia era e si dichiarava debitrice nei confronti della terra di Kant, Goethe, Hegel, Mommsen, Gregorovius..., delle scienze, dell'industria e dell'alta finanza che aveva concorso a emancipare il sistema bancario italiano dai ceppi di quella vaticana.
In guerra l'Italia entrò perché non poteva non farla. Dipendeva da risorse estere per la bilancia alimentare e per l’equilibrio del suo ancor gracile sistema produttivo. Gli Imperi Centrali, come la Francia, tenevano tutto per sé. Solo Gran Bretagna e Russia potevano sopperire. Di lì la scelta. Per forza, se non per amore: “Sacro egoismo” disse Salandra. Una opzione accettabile se di breve durata. Alla lunga si rivelò catastrofica. Il 4 aprile 1915 il lungimirante Giacomo Rattazzi scrisse a Giolitti una lettera profetica: “Apriremo un conto col popolo tedesco; il quale non dimentica; e il saldo, se anche si farà aspettare, verrà certamente. Ma l'odio sarà anche più profondo e più travolgente della voce di qualsiasi interesse. I tedeschi non vivranno che per trarre vendetta del nostro tradimento. E quando questa scenderà sarà feroce, sarà spietata, sarà gigantesca. E quando un esercito tedesco entrerà nell'Alta Italia si può star certi che non vi lascerà in piedi né un opificio né un mulino né una fattoria. Tutto ciò dovrebbe saltare agli occhi di chiunque...”.
Lo scontro diretto italo-tedesco nella Grande Guerra non ebbe mai luogo se non quando la Germania inviò per poche settimane dodici divisioni in aiuto dell'Austria, con i corpi di élite che squassarono le linee italiane nell'Alto Isonzo determinando l'arretramento del fronte al Piave. Mentre Rommel avanzava le artiglierie di Badoglio tacevano. Il Comandante Supremo Cadorna deplorò la resa di interi reparti nel Bollettino del 28 ottobre: parole veridiche ma “impolitiche”. Ne venne chiesta la rimozione perché la “politica” si assolve con la condanna di un presunto colpevole.  
L'8 novembre 1917 nell'incontro di Peschiera Vittorio Emanuele III spiegò gli “alleati” che, malgrado tutto, l'Italia avrebbe retto: una dimostrazione di forza alla quale dedica poche righe “La guerra del re” Andrea Ungari (ed. Luni), che invece fustiga Cadorna per “limiti caratteriali (??), visione antiquata, profonda sfiducia nel mondo politico...”, quasi che Salandra, Boselli e Orlando abbiano sorretto l'Esercito e l'Armata, e deplora i “poteri concessi alla corona” invero insiti dal 1848/1861nello Statuto. 
La confusione storiografica perdura. La lontananza tra “politica” e realtà, tra alleanze e capricci spacciati quali sacri egoismi non è solo del 1914-1918. È una costante. Anche oggi alcune forze di governo mettono in discussione i gangli operativi del sistema di difesa della Nato di cui l'Italia è parte integrante. Ne chiacchierano come se la politica estera fosse una variabile indipendente dello Stato, un tronco ferroviario, un buco in una montagna qualunque, una passerella per contemplare meglio la luna al tramonto e il cielo stellato.
L'Italia odierna non ha memoria condivisa della Grande Guerra perché non ha coscienza di sé medesima. Il cammino per raggiungere la mèta è ancora lungo e impervio. E potrebbe finire nella méta. Senza una chiara politica estera e, conseguentemente, militare l'Italia diviene definitivamente succuba di appetiti di terzi. È già accaduto nei secoli. Poi lo si paga per molte generazioni. E, cento anni dopo, si apre spazio alla ristampa dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion....”, alle vociferazioni sul “complotto” contro l'Italia, con quel che segue. 
Nell'insieme questo Centenario della Vittoria esige più impegno civile e morale. Più memoria. Più Storia. Dal 17 dicembre 2017 il Re Soldato riposa con la Regina Elena nel Santuario-Basilica di Vicoforte. Merita un minuto di silenzio in memoria dell'Italia di ieri per quella di domani. 
Aldo A. Mola 

POLITICA ESTERA E MILITARE
IN GIOCO LA CREDIBILIA' DELLO STATO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 28 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
    A Mosca il presidente del Consiglio Giuseppe Conte forse non ha ballato il “casaciò”. Però con Vladimir Putin ha largheggiato in ammiccamenti, culminanti nello sventolio degli italici Buoni Pluriennali del Tesoro (un affare?) e nell’invito a visitare Roma, ove manca da tanto tempo. Tutto apparentemente normale, se non fosse che lui presiede un governo, mentre lo “zar” è capo della Federazione russa: due cariche asimmetriche, dai poteri inconfrontabili. Forse l'unica forte somiglianza tra i due è la loro indifferenza nei confronti dei Parlamenti. Putin non ha una spiccata vocazione al rispetto del dissenso politico interno. Conte vuole emularlo? In un Paese fondato sul precariato, come i due vicepresidenti del governo anch'egli promette di rimanere in sella a tempo indeterminato e irride l'opposizione, invitandola a constatare la propria irrilevanza e a “farsene una ragione”.
Però la politica estera del nostro Stato non è una sfumatura di quella interna, da gestire “ad nutum Principis”, anche perché in Italia il Princeps (nel significato machiavelliano del termine) non è il presidente del Consiglio ma quello della Repubblica, garante supremo degli interessi generali permanenti dei cittadini e dei vincoli contratti dal Paese nel corso del tempo. Al riguardo la Costituzione è chiarissima. Va riletta: “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.(...) Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l'autorizzazione delle Camere”. Perciò egli “ha il comando delle Forze Armate”, che sono la proiezione esterna della politica estera, una diplomazia “in mimetica” anziché “con la feluca”, ieri come oggi.
Dal 1949, con l'adesione alla NATO, alleanza difensiva in tempi di guerra fredda, via via adattata ai nuovi equilibri planetari nel passaggio dal bipolarismo al tripolarismo e in prospettiva futura, l'Italia ha riposato tra due guanciali e ha potuto spendere per la propria difesa molto molto meno di quanto richiesto dal Trattato. Però avrebbe dovuto e potuto investire meglio quanto risparmiato sul fronte bellico, per esempio rafforzando i corpi tutori dell'ordine pubblico, la ricerca scientifica (oggi nuovamente penalizzata dal governo Conte), l'istruzione come formazione del cittadino, infrastrutture, sanità, amministrazione della giustizia... L'adesione alla Nato costituì la forma aggiornata della norma dettata da Emilio Visconti Venosta, geniale ministro degli Esteri della Destra storica: “indipendenti sempre, isolati mai”. Al riparo di tale scudo l'Italia era al sicuro (come per ora rimane), coi fianchi coperti dagli alleati (tra i quali tre potenze nucleari, USA, Gran Bretagna e Francia, e una economicamente forte, come la Germania). In pari tempo essa fu sufficientemente libera di varare al proprio interno convergenze tra forze ideologicamente divaricate, a patto che non rimettessero in discussione l'assetto internazionale. Si è anche permessa il lusso di avere governi regionali (Emilia, Toscana, Umbria, Marche, il Lazio stesso, persino il Piemonte...) di colore politico nettamente opposto a quello del governo centrale. È quanto avvenne dopo il varo dell'“eurocomunismo” da parte di Enrico Berlinguer. 
In tempi recenti è però dilagata l'illusione che il governo possa fare politica estera in piena autonomia, anche senza avere né armi né soldi. I paragrafi 9 e 10 del “Contratto per il governo del cambiamento” su Difesa ed Esteri rispecchiano la drammatica labilità della cultura politica soggiacente alla condotta del governo Conte. Tra i suoi intenti vi è anche il proposito di “rivalutare la nostra presenza nelle missioni internazionali sotto il profilo del loro effettivo rilievo per l'interesse nazionale”, ove “rivalutare” non significa “potenziare”, “rafforzare”, ma “valutare nuovamente” (il criterio del ministro Toninelli sul calcolo costi/benefici immediati prima della prosecuzione di opere infrastrutturali avviate da anni). Secondo il Contratto (che confonde l'Alleanza Atlantica con la NATO)  l'Italia deve anche avviare l'“apertura alla Russia da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale sempre più rilevante”. 
Saltando a piè pari decenni di strategia, il documento ispiratore di Conte dichiara “motu proprio” che la Russia non costituisce più “una minaccia militare”. Il governo italiano ritiene quindi di avere mani libere. Sennonché la “percezione” della Russia di Putin da parte dell'Unione Europea e della Nato è di tutt'altra natura. Non per caso sono in programma le più imponenti “grandi manovre” della Nato, proprio sull'Artico, cioè a un passo dalla Russia. Roma può fingere di non tenerne conto, paga di accordi commerciali che non richiedono speciali pompe, ma prima o poi dovrà spiegare la propria posizione politico-militari, sia a Bruxelles sia dinnanzi alla Nato. È in quelle sedi, non a Mosca, che il governo deve argomentare “il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia”. A meno di imboccare decisamente la via della disdetta delle alleanze, di uscire non solo dalla moneta unica ma dall'Unione Europea e di dichiarare l'Italia Paese neutrale, antico sogno di quanti (fuorusciti dal Partito comunista italiano: fu il caso di Antonio Giolitti) sessant'anni addietro scommisero su Nehru, Tito, Nasser...
In politica estera non sono consentiti improvvisazioni né guizzi capricciosi. Qualcuno ricorderà che, dopo gli accordi politici e commerciali italo-francesi, l'8 gennaio 1902 il Cancelliere dell'impero germanico, Bernhard von Bulow, commentò con condiscendenza gli accordi italo-francesi: “In un matrimonio felice il marito non ha ragione di diventare subito rosso se la sua signora fa un innocente giro di valzer con un altro”. Però quell'Italia, dal 1882 incardinata sul trattato difensivo con Berlino e Vienna e su robusti accordi con Londra, aveva molto da offrire sia agli alleati sia ai loro nemici. La sua amicizia faceva gola a Parigi come a San Pietroburgo. Ma quella era un Italia con i conti a posto, con un'economia in piena fioritura. Un paio d'anni dopo, Giovanni Giolitti, il maggior statista della Nuova Italia, poté attuare la conversione della rendita dal 5 al 3,5% nella certezza che i risparmiatori avrebbero confermato la fiducia nello Stato e che gli investitori esteri sarebbero accorsi, come infatti avvenne. Era esattamente l'opposto di quanto purtroppo si teme possa accadere se il differenziale tra i BPT italiani e quelli di altri Paesi dovesse prolungarsi nei termini attuali o addirittura peggiorare, causando il collasso della finanza pubblica, del sistema bancario e dei risparmi privati, suscitando reazioni sociali e politiche largamente prevedibili.    
Presidenti del Consiglio, vicepresidenti, ministri vari, più meno informati sulla storia del Paese e sui suoi vincoli immodificabili dovrebbero ricordare a se stessi e ai loro “uditori” che lo Stato d'Italia ha perso la seconda guerra mondiale; che, grazie al Re, Vittorio Emanuele III, e ai governi Badoglio, Bonomi, Parri, De Gasperi essa riuscì a stento a farsi  accettare tra i “vinti”; e che da allora in poi ebbe una sola e unica prospettiva, quella garantita dall'armistizio del 3-29 settembre 1943: stare a Occidente per non cadere sotto le grinfie di Stalin, che non era affatto meglio di Hitler, e impedire che Tito, l'infoibatore, avanzasse troppo a ovest, magari con la complicità di inglesi e francesi. Dobbiamo agli USA, precisamente al presidente Harry Truman, massone, se Tito venne definitivamente fermato e se il Tricolore tornò a sventolare almeno a Trieste.
Questo premesso, grazie a una serie di combinazioni poco astrali ma molto necessarie, in stato di costrizione, grazie a Pacciardi e contro le esitazioni di Alcide De Gasperi (insufflato dalla Santa Sede) l'Italia riuscì a farsi accettare nella NATO. Questa è una alleanza militare tra dispari: tra chi “produce” e “possiede” le armi strategiche, la “force de frappe” (come diceva Charles De Gaulle) e chi le ospita.
La politica estera dell'Italia è tutta lì: nella scelta tra fedeltà ed elusione degli obblighi, come ora viene ruvidamente ricordato dal presidente degli USA Donald Trump ma in forma più morbida venne ripetuto per decenni da tutti i governi di Washington, da Nixon e Johnson, da Reagan e Bush e Obama stesso. La politica estera dell'Italia, balli o meno il casaciò a Mosca o danzi coi dervisci rotanti nel Magreb, è una strada stretta, perché il peso effettivo del Paese non si fonda sulla bilancia commerciale di prodotti più o meno competitivi in un mondo fondato sul consumismo e neppure sul pur remunerativo smercio di armi (nel quale siamo bravi), ma sulla linearità della sua attendibilità.
Il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa sino all'imminente Festa delle Forze Armate e Centenario della Vittoria nella grande guerra, ha più volte spiegato con chiarezza convincente che la sicurezza dell'Italia si costruisce con investimenti che daranno i loro frutti entro i prossimi trenta-quarant'anni. L'Italia non può sbagliare alcuna mossa. Una distrazione d'oggi verrebbe pagata dalle generazioni venture, come accadrà per la mancata riduzione del debito pubblico: non a causa di un “destino cinico e baro”, ma per insipienza dei governanti.
La politica estera di un paese militarmente di terza fila qual è l'Italia non si può basare su giri valzer e carasciò “nell'arida steppa /ove brilla il sol dell'avvenir”, se non a rischio di deragliare e finire in guai irreparabili. Perciò appare del tutto sterile e deviante l'ostinazione anti-Unione Europea oggi alimentata dal governo e anche da alcuni partiti delusi dal non essere stati accolti nella sua compagine. La storia ci ricorda senza sconti di memoria come sono andate le cose, tra una e altra improvvisazione. Nel 1914 Benito Mussolini lasciò il partito socialista, fautore della neutralità, per predicare la guerra contro l'imperialismo germanico. Finì come sappiamo: alleato con Hitler nel Patto di Acciaio, responsabile della catastrofe militare e infine ostaggio dei tedeschi durante la Repubblica sociale italiana, ridotto a “un cadavere vivente”, come egli stesso amaramente confidò a Claretta Petacci. Questi sono “i fatti”. L'Italia è nella NATO e nell'Unione Europea e non ne può uscire se non per finire sprofondare chissà dove. Ma per rimanerci deve stare alle regole. Non può pretendere di inventarsene per proprio comodo.  
Questo esecutivo è taciturno su un tema fondamentale e “sensibile”: il Vicino Oriente, in specie lo Stato di Israele. Il Contratto di governo si limita a dire che nel Mediterraneo l'Italia “dovrebbe (sic! non “dovrà”) intensificare la cooperazione con i Paesi impegnati contro il terrorismo”. Quali, di grazia? In tutto il Mediterraneo centrale e orientale, piaccia o meno, solo lo Stato di Israele è, non da oggi, in lotta quotidiana contro forme antiche e nuove di terrorismo. Come si schiera l'Italia su quel fronte? In caccia di altri “lodi Giovannone”? 
Preoccupa, infine, che sulla politica estera il Parlamento sia afono. Da mesi non si registra nei suoi due rami un franco confronto su di essa. Altrettanto avvenne in passaggi fondamentali della storia d'Italia: nel maggio 1915, quando le Camere si chinarono prone al colpo di Stato del governo Salandra che impose l'intervento in guerra benché, per sua stessa dichiarazione, i parlamentari fossero contrari; e nel giugno 1940, quando Mussolini decise altrettanto senza consultare il Parlamento. 
A fronte delle chiacchiere sul “sovranismo” e sul “primato del popolo”, va ricordata la Costituzione, che al riguardo ha giustamente corretto lo Statuto albertino: il potere supremo è nelle mani del Presidente della Repubblica e del Parlamento. Qualunque cosa voglia, il governo deve passare da lì: al vaglio del Quirinale e delle Camere.
Senza l'ancoraggio alla Nato, se si voltassero le spalle all'Unione Europea e (piaccia o meno) alla moneta adottata quasi vent'anni addietro l'Italia diverrebbe una casba, come venne descritta da Curzio Malaparte in La Pelle, preda del degrado civile già galoppante e oggi drammaticamente sotto gli occhi di tutti. La politica estera (e quindi  militare) è l'unica vera partita sulla quale il regime parlamentare italiano è tenuto a impegnarsi: essa investe il “cervello” del Paese. Pensioni, sconti fiscali, ecc. riguardano i visceri, facili da appagare, come accade nei paesi del quarto e quinto mondo, alternanza di miserie e opimi villaggi turistici. L'Italia è al bivio: tra credibilità e discredito. E' l'ora delle scelte. In Parlamento.           
Aldo A. Mola
 
IL 25 LUGLIO 1943
QUANDO VITTORIO EMANUELE III LIQUIDÒ IL REGIME FASCISTA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 21 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
  
QUANDO VITTORIO EMANUELE III LIQUIDÒ IL REGIME FASCISTA di Aldo Mola  Giovanni Gronchi nel governo Mussolini (1922-1923)
Austero e come sempre puntuale il ricordo di Giovanni Gronchi (Pontedera, Pisa, 1887-Roma, 1978) delineato dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Oltre che presidente della Repubblica (1955-1962) e volontario pluridecorato nella Grande Guerra, il cattolico Gronchi va ricordato anche quale sottosegretario all'Industria nel governo presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre 1922), a fianco del ministro Teofilo Rossi di Montelera, giolittiano di stretta osservanza. Il Partito popolare italiano (ne era segretario don Luigi Sturzo, che aveva messo il “veto” a un governo Giolitti-cattolici-socialisti) entrò a vele spiegate in quello del “duce del fascismo”. La storia non è quella narrata in tanti manuali e in melensi programmi televisivi. È un percorso a segmenti discontinui sui carboni ardenti. A volte si avanza, a volte si arretra. E accade di precipitare in un regime di partito unico, con un solo “comandante”. Difficile è uscirne. 
È quanto avvenne in Italia tra il 1925 e il 1943. Diciotto anni non sempre hanno la stessa “durata” nella storia. Talora sono di stasi, talaltra di eventi burrascosi. Tra il 1946 e oggi sono corsi 74 anni, ma, a parte il cambio della forma dello Stato (da monarchia a repubblica), il Paese è rimasto complessivamente stabile. Molto si parla di seconda o di terza repubblica, aperta dal governo giallo-verde, ma neppure i costituzionalisti sopraffini sanno indicare con chiarezza la cesura tra l'una e l'altra: distinzioni nominalistiche anziché sostanziali. La Costituzione, infatti, rimane identica e nel suo insieme lo Stato regge, sia pure per inerzia e malgrado le costosissime Regioni, la sterilizzazione delle ormai esangui Province e l'abisso nel quale precipitano centinaia di comuni, sull'orlo del fallimento. Semmai sono i “partiti” a risultare lontani dal profilo dettato dall'art. 49 della Carta, che ne esige la democraticità interna. 
Scartata l'ipotesi di sostituire la monarchia con una repubblica presidenziale (proposta da costituenti sicuramente democratici, come alcuni deputati del Partito d'Azione e poi rilanciata dal repubblicano Randolfo Pacciardi, anticomunista e massone), la Costituzione istituì un regime di pesi e contrappesi che ha sinora scongiurato la conquista del potere per mano di un partito solo o di una coalizione tentati di annientare in vario modo le opposizioni (anche per prosciugamento dei “fiancheggiatori”, come fece il Partito nazionale fascista tra il 1924 e il 1931). Nel dopoguerra era ancora fresco il ricordo dei diciotto anni che tra il 1925 e il 1943 videro in Italia l'avvento del partito unico e l’introduzione di misure che segnarono la progressiva inversione del corso liberale iniziato con lo Statuto albertino nel 1848 e guidato nel tempo da Massimo d'Azeglio, Camillo Cavour, Quintino Sella, Giovanni Giolitti... Unici antemurali alla vera e propria dittatura personale totalitaria rimasero la monarchia e il Senato: due pilastri ancora poco studiati e quasi perduti nelle nebbie della disinformazione storica perdurante.  
In quei diciotto anni (numericamente pochi ma gravidi di conseguenze disastrose) l'Italia visse vicende contrastanti: un’innegabile crescita economica e un’ulteriore costruzione della nazione attraverso una miriade di organizzazioni (incluso il Dopolavoro fascista, che non richiedeva formalmente la tessera del partito) e di enti che giorno dopo giorno dilatarono il consenso a sostegno del governo da parte di quel “popolo” che “campa” senza farsi troppe domande. Il capo del governo, Benito Mussolini, alternò roventi polemiche contro la Società delle Nazioni (con le stesse formule oggi usate contro l'“Europa” e i “poteri forti”) a “trattative serrate” per consentire all'Italia di sedere al “banchetto” delle grandi potenze, con un occhio rancoroso verso la Gran Bretagna, il “paese dei cinque pasti al giorno”. Su quella base si susseguirono la guerra per la conquista dell'Etiopia (1935-1936), il sostegno all'alzamiento in Spagna dei Quattro generali contro il governo repubblicano di Madrid, l'“annessione” dell'Albania, sino all'intervento in guerra a fianco della Germania, dopo dieci mesi di “non belligeranza”, frutto di tali riserve mentali e pratiche, tanto da essere definita “guerra parallela”. Come incautamente dichiarò Umberto di Savoia, Luogotenente del regno, a un callido giornalista straniero, in Italia nessuno si oppose apertamente e vigorosamente alla politica estera mussoliniana, approvata da tutti gli organi dello Stato anche quando non pienamente o per nulla condivisa. Per anni il Paese visse in una sorta di sospensione di giudizio. Nel 1936 la raccolta di oro alla patria a sostegno dell'impresa d'Etiopia ebbe un successo straordinario. Due anni dopo le leggi antiebraiche non suscitarono alcuna onda d’indignazione.
Il regime, poco a poco
La deriva dal regime statutario a quello monopartitico e liberticida avvenne gradualmente. A differenza di quanto ripetutamente asserito da Emilio Gentile, l'avvento del governo Mussolini (il 31 ottobre 1922, senza alcuna “marcia su Roma”) non fu affatto “subito regime”. Esso comprese tutti i partiti costituzionali (inclusi popolari e demosociali del teosofo Colonna di Cesarò) ed ebbe in primo piano due garanti del Re (il generale Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel alla Guerra e alla Marina). La legge che nel 1923 assegnò due terzi dei seggi al partito che superasse il 25% dei voti validi fu approvata dalla Camera eletta nel maggio 1921. Nel “listone” nazionale si candidarono notabili liberali come Vittorio Emanuele Orlando ed Enrico De Nicola. Alle elezioni del 6 aprile 1924 il “listone” non rubò nulla. Mentre nel 1921 nessun partito era andato oltre il 25% dei voti, esso ottenne il 65% dei suffragi. Avrebbe avuto la stragrande maggioranza degli scranni anche senza la legge Giolitti-Acerbo. Dall'anno seguente (anche in risposta a quattro successivi attentati alla vita di Mussolini, caso unico in Europa, e per conseguenza dell'astensione dall'Aula di repubblicani, socialisti, democratici e popolari, il cosiddetto “Aventino”, capolavoro di suicidio politico come ha scritto Enrico Tiozzo nella biografia di Giacomo Matteotti) la  corsa verso il partito unico subì un'accelerazione, sino alla costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo.   
Però secondo Dino Grandi, dal 1937 conte di Mordano, uno dei suoi gerarchi eminenti, solo dal 1932 il “duce del fascismo” forzò la mano verso un più ampio esercizio del potere, sino ad apparire quale dittatore. La cesura venne segnata dall'imposizione ai “pubblici impiegati” (inclusi i docenti universitari) del giuramento di fedeltà al duce, prima riservato esclusivamente al re e ai suoi successori. Ne rimasero indenni i soli militari.
E la ricerca di una via d'uscita
Nel luglio 1943 si susseguirono tre eventi che aprirono gli occhi anche ai ciechi: lo sbarco angloamericano in Sicilia, il rapido crollo della difesa dell'isola (che Mussolini riteneva una fortezza quasi inespugnabile) e il mancato sostegno al “fronte sud” da parte dei germanici, ancora convinti di poter piegare l'URSS prima che gli Alleati aggredissero la Terraferma (avvenne solo nel giugno 1944, con lo sbarco in Normandia) e di mettere a punto le decisive “armi segrete”. Inchiodata alle condizioni dettate dalla Conferenza di Casablanca (resa senza condizioni), per salvare il salvabile l'Italia doveva separarsi dal regime mussoliniano. Ne hanno scritto in molti, sino a Paolo Nello in “Dino Grandi, gli altri e quel rebus del 25 luglio” (Nuova Antologia, 2018, quaderno 2287), puntuale ricostruzione della contraddittoria fase agonica del regime nei dodici giorni fra il 13 e il 25 luglio 1943. 
Ma il 25 luglio non fu “eutanasia del duce”
Su quelle vicende torna il saggio “25 luglio 1943” (ed. Laterza, Premio Acqui Storia 2018, sezione divulgativa) in cui Emilio Gentile vorrebbe dimostrare che il voto del Gran Consiglio del Fascismo non fu “subdola congiura di traditori” (come poi denunciato da Mussolini) o (secondo Badoglio) il “suicidio, consapevole o involontario del regime”, ma l'“eutanasia di un duce, che aveva perso il suo carisma”: una sorta di “morte assistita”, dunque. Sennonché, se la lingua ha ancora senso, la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24/25 luglio 1943 tutto volle tranne che la “buona morte” del duce o del regime. Anche nel significato oggi corrente, l'“eutanasia” presuppone l'esplicita intesa tra la vittima e quanti “provvedono”: proprio quello che mancò prima e nel corso delle 10 ore dell'estenuante seduta (dalle 17 di sabato 24 alle 2.30 di domenica 25). 
In assenza di un vero e proprio “verbale” della riunione, Gentile ripercorre minuziosamente le molte e contrastanti versioni postume dei suoi partecipanti, spesso modificate nel tempo: una perlustrazione più ampia di quella a suo tempo condotta da Gianfranco Bianchi sin dal 1963 in “Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio 1943: crollo di un regime”, anche perché molte “memorie” dei protagonisti (da Luigi Federzoni a Carlo Scorza, segretario del Partito Nazionale Fascista) uscirono dopo quell'opera meritoria, completa della suggestiva galleria dei “Dramatis personae”.
Gentile ricorda le tante (e ben note) attestazioni di fedeltà, spinte sino all'adulazione servile, a Mussolini professate dai gerarchi, diversissimi per itinerario politico e caratura culturale, che capitanarono il “pronunciamento” del 25 luglio. È il caso di Dino Grandi, Luigi Federzoni e Giuseppe Bottai: nazional-monarchici i primi due, fascista corporativista il terzo, non per caso da Mussolini designato in pectore a successore di Grandi quale presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che dal 1939 aveva sostituito la Camera elettiva. Come noto, la convocazione del Gran Consiglio fu chiesta al duce sin dal 16 luglio, vigilia dell'incontro tra Mussolini e Hitler a Feltre e del bombardamento di Roma da parte degli anglo-americani, deciso proprio quale acceleratore della crisi perché spense le illusioni di quanti contavano che, sede della Città del Vaticano oltre che capitale d'Italia, essa godesse di speciale immunità: “città aperta”, come poi si disse. Gentile aggiunge che Mussolini aveva motivo di ritenere che la seduta potesse assumere il carattere di una “riunione confidenziale”, un mero scambio di opinioni. In effetti, il Gran Consiglio, “organo supremo della rivoluzione fascista” (formula retorica più che sostanziale) andava “sentito” su questioni “aventi carattere costituzionale”, per esempio sulle leggi concernenti la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona e del capo del governo, la composizione e il funzionamento delle Camere, la predisposizione e aggiornamento della lista dei successori del duce e dei candidati a ministri. Però (e lo ricorda Guido Melis in “La macchina imperfetta”, Premio Acqui Storia per la sezione scientifica) la legge istitutiva del Gran Consiglio non precisò se il parere fosse vincolante. Di fatto i Consiglieri non vennero chiamati a pronunciarsi su molti temi di grande peso, incluso l'intervento dell'Italia in guerra.
In vista della seduta del 24 luglio Grandi elaborò un ordine del giorno, modificato due volte (come bene ricorda Paolo Nello) e non solo sotto il profilo stilistico, in ripetuti incontri con Federzoni e Bottai, e ne fece avere il testo a Mussolini stesso. Nella sostanza esso propose che Vittorio Emanuele III assumesse i poteri riconosciutogli dallo Statuto, in forza del quale il re comandava le forze di terra e di mare. Doveva essere il re del 24 maggio 1915, di Peschiera (8 novembre 1917), del Piave e della Vittoria, come Grandi scrisse al Duce e garantire all'Italia “unità, indipendenza e libertà”. L'ordine del giorno non propose affatto né la pace separata, né (meno ancora) un cambio di alleanze. Non ventilò neppure lo scioglimento del Partito, della Camera e degli altri organi tipici e propri del regime fascista, a cominciare dalla Milizia volontaria di sicurezza nazionale.
L'iniziativa del Re...
I “cospiratori” in realtà non complottarono affatto. Si rimisero indirettamente al re. Alla seduta alcuni andarono consapevoli dei rischi. Federzoni e Grandi si confessarono e comunicarono. Grandi portò in tasca due bombe a mano, deciso a vender cara la pelle se  i Moschettieri del duce fossero passati a vie di fatto o fossero giunti in soccorso militari tedeschi. La riunione si chiuse con l'approvazione a larga maggioranza dei presenti dell'ordine del giorno Grandi-Federzoni-Bottai, messo in votazione da Mussolini, che rese pertanto irrilevanti l’ordine del giorno filogermanico di Roberto Farinacci e quello di Carlo Sforza, segretario del PNF, fautore della continuità del regime. L'odg prevalso, tuttavia, non prevedeva affatto l'emarginazione del duce, bensì “solo” l'assunzione dei poteri statutari da parte del re: in concreto, il comando (nominale) delle Forze Armate, da esercitare tramite tre ministri militari di nuova nomina; a Mussolini sarebbe toccato invece il compito di rianimare il Partito, cinghia di trasmissione tra l'esecutivo e il Paese.
… e di Domenico Maiocco 
La storia ebbe altro corso. Vittorio Emanuele III era stato informato del voto e ne conobbe subito l'esito. Poiché Mussolini chiese di esserne ricevuto, il re accelerò l'attuazione del piano da tempo allo studio: destituire il duce e sostituirlo con Pietro Badoglio, Duca di Addis Abeba, gradito agli inglesi ai quali questi aveva fatto riservatamente sapere di non sentirsi troppo legato a Casa Savoia.  Dopo il brevissimo colloquio a Villa Savoia Mussolini venne “fermato” (non “arrestato”, a differenza di quanto scrive Gentile: misura, questa, che presuppone una imputazione) e tradotto da una all'altra caserma dei carabinieri, ove ebbe tempo e modo di scrivere a Badoglio dichiarandosi a disposizione del nuovo governo per continuare la guerra. Ma l'obiettivo ultimo della svolta era invece ottenere l'accettazione della richiesta di armistizio. L'Italia era “in tocchi”. Bisognava evitare che divenisse campo di battaglia, come poi purtroppo accadde.
Nel racconto del 25 luglio Gentile cita (ma appena in una nota) un passaggio importante della crisi e ne ignora del tutto la seconda, ancor più decisiva. Il 22 luglio 1943 63 senatori (molti dei quali più o meno “fascisti”) chiesero al presidente della Camera Alta, Giacomo Suardo, la convocazione del Senato in seduta plenaria “data la gravità della situazione”. Perché Grandi non fece altrettanto, propugnando la convocazione della Camera? Forse avrebbe salvato almeno i rappresentanti nominati dalle “corporazioni”. La seconda omissione è il ruolo giocato da Domenico Maiocco, socialista, antifascista e massone, che fece pervenire l'odg Grandi a Ivanoe Bonomi, “regista” degli antifascisti che si stavano organizzando in governo alternativo a quello del re: una vicenda nel 2015 ampiamente esaminata dall'allora Capo dell'Ufficio Storico dello SME, Antonino Zarcone, sulla scorta di molti inediti (ed. Annales). Monarchico, Maiocco era per l'unità nazionale vera. I revenant dell'Aventino preferirono imboccare invece la via della lotta frontale contro il regime monarchico. Se ne videro poi le tragiche conseguenze.
Aldo A. Mola
 
IL SUICIDIO DI FORMIGGINI
CONTRO LA STUPIDITA' DEL TOTALITARISMO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 14 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
  Che cosa accade quando un governo mette improvvisamente “fuori legge” una parte dei cittadini? Come reagiscono i diretti interessati? Come si comportano gli altri? La domanda non è retorica. In Italia è già accaduto e sta nuovamente avvenendo. Su incalzante iniziativa del massonofago Claudio Fava, l'Assemblea regionale siciliana impone che i suoi membri dichiarino se sono iscritti alla massoneria. La “legge” è incostituzionale perché discrimina i cittadini in violazione degli articoli 2, 3, 18 e 19 della Carta della Repubblica (nella quale la Sicilia sta come il meno nel più). Essa è anche frutto di profonda incultura, perché la Repubblica non “riconosce” né la Massoneria in quanto tale né alcun Ordine massonico. Per lo Stato la massoneria semplicemente “non esiste”. Perciò i poteri politici e il magistrato ordinario non hanno titolo per “giudicare” o “pregiudicare” i suoi affiliati se non per violazione della legge penale, non perché massoni ma perché cittadini. A beneficio dell'on. Fava e dei suoi emuli  e maestri o maestre (come Rosy Bindi) aggiungiamo che la Repubblica non ha giurisdizione sulle logge massoniche estere e meno ancora sui massoni “in transito” per l'Italia: un Paese a questo proposito culturalmente arretrato.   
La “novella” partorita dall'Isola del Sole verrà fermata in tempo o contagerà l'Italia intera come la zanzara del Nilo e altri insetti molesti?
In attesa di capirlo va ricordato che già in passato si abbatterono improvvisamente sul Paese leggi devastanti ai danni di una parte dei suoi cittadini, senza che questi avessero commesso alcun reato. Nel 1925 il governo Mussolini imboccò la via del totalitarismo con la legge sull'iscrizione dei pubblici impiegati ad associazioni, nota come “legge contro la massoneria”. L'Ordine che aveva dato all'Italia quattro presidenti del Consiglio (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli, Alessandro Fortis: il meglio della sinistra democratica e delle riforme d'avanguardia) si trovò nella condizione di doversi auto-sciogliere per risparmiare persecuzioni e vessazioni ai propri iscritti e ai loro familiari.
Tredici anni dopo, nel dicembre 1938, il Parlamento approvò i decreti che nei mesi precedenti avevano privato gli ebrei italiani di gran parte dei loro diritti civili, senza alcuna motivazione plausibile e comprensibile. “A freddo” gli italiani ebrei vennero additati quali estranei e nemici. Con astuzia mai abbastanza evidenziata dalla pur copiosissima saggistica sul “caso”, la legislazione antiebraica non conculcò in alcun modo la libertà degli ebrei di praticare la loro religione. Anche il cattolico più fanaticamente ebreofago non poteva ignorare che il Nuovo Testamento tale era perché esiste l'Antico Testamento, il “Patto” tra il Dio creatore e i suoi fedeli, rinnovato dall'“Evangelo”: Buona Parola che non cancella la precedente.
La stragrande maggioranza degli abitanti del Paese Italia era, rimase ed è del tutto indifferente nei confronti di teologia, dottrina, dogmatica, catechistica, ecc., così com’era, rimase ed è altrettanto impermeabile alle sottili differenze tra razzismo biologico e razzismo ideologico (o “culturale”): specchi sui quali si sono arrampicati innumerevoli gatti accademici in cerca di giustificazioni ex post di quella che fu e rimane una infamia e una vergogna, osteggiata da Vittorio Emanuele III nei limiti di sovrano costituzionale, rimasto senza alcun aiuto pubblico da parte dei residui “liberali”. 
Una manciata di uomini al potere (governo, Gran Consiglio del Fascismo, partito nazionale fascista, milizia volontaria di sicurezza nazionale, Camera dei deputati e Senato...) varò norme liberticide nell'ottuso silenzio dei cittadini che nel 1929 e nel 1934 avevano votato quasi all'unanimità i deputati eletti sulla base della legge Rocco. Dal 1928 quest'ultima aveva conferito al Gran Consiglio del Fascismo il potere di stabilire la lista dei 400 candidati, da approvare o respingere in blocco. Ogni epoca ha la sua infelice e proterva “piattaforma Rousseau”. Così era morta la liberaldemocrazia, che aveva fatto dell'Italia un paese civile. E così il “combinato disposto” Duce, governo, Gran Consiglio  dal maggio 1938 di mese in mese sprofondò l'Italia nel marasma: il Patto di Acciaio, l'intervento a fianco di Hitler, la dichiarazione di guerra all'URSS e quella, tronfia e di gran lunga più stolta, contro gli Stati Uniti d'America, come fosse nulla. Fu il colpo di coda di cinque anni  di demenza contro la “borghesia” e di elogio del “lavoro”, del corporativismo, dell'autarchia e di altre sciocchezze.
Ottant'anni dopo la folle campagna d'opinione contro il complotto demo-pluto-giudaico-massonico (con la variante demo-pluto-giudaico-massonico-bolscevico) che (motus in fine velocior) che precipitò l'Italia nella perdita dell'indipendenza (non dipende dalla BCE, dalla Commissione europea né dal Fondo monetario internazionale ma data dalla sconfitta militare e politica nel 1943), corre obbligo di domandarsi come reagirono i “diretti interessati”, i bersagli della legislazione antriebraica.
Lo esemplifichiamo con due casi emblematici.
       Il 29 novembre 1938 Angelo Fortunato Formiggini scrisse alla moglie, Emilia Santamaria: “Viaggio triste ieri per averti lasciata per sempre. Ma ier sera tanto di cotoletta coi tartufi e di lambrusco”. Andò a teatro, era pienissimo. Non riuscì a sentire quasi nulla. Poi a letto. Dormì meglio del solito. “Nelle ore di veglia, una calma ed una serenità assoluta. Non lo avrei mai pensato né potuto sperare. Finora è stato come bere un uovo e spero che oramai sarà così fino alla fine imminentissima”.  Pioveva. Alla moglie aggiunse: “Siate rassegnati alla mia sorte, non fate recriminazioni. Non guastatemi le uova nel paniere”. Al presidente della società anonima della casa editrice di sua ideazione (frettolosamente “arianizzata” per sottrarla alla stolida normativa che vietava agli ebrei di avere aziende di qualche riguardo) confidò: “Io credo che più italiani di così e più editori di così si muoia; il guaio è che si muoia essendo soltanto così. E (che nessuno ci senta) me ne dispiace molto e ne sono seccatissimo...Viva l'Italia”.
Il 4 settembre aveva mandato un messaggio al nazional-fascista Ezio Maria Gray, vecchio compagno d'armi nella Grande Guerra, lamentando la stupidità galoppante sull'onda delle leggi antiebraiche: “Un pochino compiango anche me, ma non troppo perché gli ebrei, da Gesù in poi, ci hanno sempre preso un gusto pazzo ad esser messi in croce, e mi si afferma con insistenza che io sono della stessa razza di Cristo. Non ci avevo mai pensato e me lo hanno detto alla fine”.
Il 14 novembre Formiggini tentò la carta estrema: indirizzò una lunga lettera circolare a Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, già quadrumviro della “marcia su Roma” e governatore dell'Egeo, ad Arrigo Solmi, ministro della Giustizia, a Francesco Ercole,  già ministro dell'Educazione nazionale, estimatore della sua produzione editoriale e culturale, e a Giuseppe Bottai, ministro in carica. Ignorava che nel Gran Consiglio del Fascismo proprio il “fascista critico” aveva assunto la posizione più duramente antiebraica, con sconcerto di Galeazzo Ciano, per parte sua convinto che l'antisemitismo fosse del tutto fuori luogo. Evocò De Vecchi (“che fu buon camerata nella prima fase della Guerra”) quale testimone  del suo contegno al fronte. Il quadrumnviro avrebbe anche potuto ricordare che alla vigilia della “marcia” Formiggini aveva raccomandato a lui e a De Bono: “Ragazzi! Fate presto a venire a mettere le cose a posto!”. Al ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini, il 30 settembre spiegò che i Formiggini erano italiani da molti secoli e che egli stesso aveva “servito la Patria con 30 anni di lavoro folle, ben differenziato da quello altrui. Mai retribuito in misura minima” e che aveva speso “un milione di lire-oro per costruire e diffondere la cultura italiana con apposito Istituto”. I suoi antenati erano stati bene accetti ai duchi di Modena e ai Papi, senza il cui beneplacito non avrebbero raggiunto la fortuna conseguita nel tempo. Dei tre zii, uno era stato con Giuseppe Garibaldi, un secondo passava addirittura per clericale e il terzo era stato tra i primi modenesi iscritti al Fascio. La sua, insomma, era una famiglia di patrioti intemerati. A suo tempo pubblicamente elogiato da Arnaldo Mussolini, chiese di essere “discriminato”, cioè risparmiato dalle ripercussioni più odiose della decretazione d'urgenza contro gli ebrei.  Non ottenne alcun segnale. Constatò di essere solo. Un reietto. Formiggini fu tra i protagonisti della cultura italiana dal 1908 al 1938. Scrittore, editore, fondò collane di grande successo e la Enciclopedia italiana, un'idea scippatagli da Giovanni Gentile. Nelle sue imprese, da Modena a Genova a Roma,  profuse i suoi beni e una vita fondata sulla benevolenza.  
La storiografia è incerta sui motivi che dal luglio 1938 spinsero Mussolini all'offensiva antiebraica, all'istituzione della direzione generale Demografia e Razza e a promuovere l'oscena rivista “La Difesa della Razza”, i cui contenuti e toni non avevano nulla da invidiare all'antisemitismo dilagante in Germania su impulso di Hitler, Goebbles e Himmler. È invece divisa sull'interpretazione di fondo. L'antiebraismo era insito in nuce nel fascismo delle origini e il 1938 non fece quindi che far cadere il velo che per quindici anni l'aveva celato anche agli occhi dei circa 10.000 ebrei iscritti ai fasci, spesso in posizioni eminenti, anche nelle file della Milizia? Oppure esso rispose a calcoli propagandistici di corta visione, in tumultuosa competizione con il nazionalsocialismo? Di fatto l'antiebraismo fu uno spicchio del ventaglio di una offensiva più ampia, contro la borghesia, la democrazia, l'“Occidente”, il liberalismo e il suo presunto ispiratore originario: la massoneria e tutto ciò che sapesse di illuminismo. Era la versione fascista del Syllabus di papa Pio IX che nel 1864 aveva sciorinato gli errori del “secolo” e rivendicato la fede verace della chiesa cattolica, chiamata al Concilio ecumenico vaticano I (1869-1870).  
Vent'anni orsono Alberto Burgio curò un volume collettaneo “Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia: 1870-1945)” (ed. il Mulino), il cui spettro temporale potrebbe essere ulteriormente dilatato. Infatti in Italia (e non lì solo) l'avversione contro gli ebrei fu una tra le risposte alla Grande rivoluzione, imputata dal gesuita Agostino Barruel alle “logge segrete” che, secondo lui, manovravano la pletora di aristocratici, militari, borghesi e persino ecclesiastici pullulanti nelle officine massoniche, manipolate da manichei e da ebrei. Tra i bersagli della reazione anti-illuministica e antifrancese di fine Settecento vi furono appunto gli ebrei che dal 1792 erano stati liberati in Francia da ogni misura ghettizzante. Nel Mezzogiorno d'Italia le Compagnie di Santa Fede non si segnalarono per crimini antiebraici solo perché il regno di Napoli ne era pressoché privo. Altrove, invece, dalla Toscana all'Italia settentrionale, l'antiebraismo imperversò e tornò a pesare dopo la Restaurazione e lungo tutto il Risorgimento e la lotta per l'indipendenza nazionale, che si sostanziò nell'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi e nel pieno riconoscimento dei diritti civili e politici degli israeliti, a cominciare dal Piemonte di Carlo Alberto di Sardegna (febbraio-aprile 1848).
Nei decenni seguenti l'antiebraismo anche in Italia elaborò tutti i capisaldi poi fatti propri dalla propaganda fascista dal 1938. Li troviamo in una moltitudine di opere italiane e straniere, in specie nei “romanzi” di Léo Taxil (tipo “Le confessioni di un Trentatrè”) che continuano a essere stampati e dominano i miserandi scaffaletti dedicati alla massoneria e alla massonofobia (da qualcuno, chissà perché, contratta in “massofobia”) presenti “nelle migliori librerie”, come un tempo si diceva.
Accanto al “caso Formiggini” è altrettanto interessante quello di “La nostra bandiera”, periodico ebraico torinese che anche in presenza della decretazione antiebraica ribadì la sua fiducia nel Duce, illudendosi di separarlo dai massonofagi opportunisti o in servizio permanente effettivo quali Giuseppe Bottai e Roberto Farinacci. La sua vicenda è  accuratamente perlustrata da Luca Ventura in “Ebrei con il duce” (ed. Zamorani 2002), incentrato  su Ettore Ovazza, Guido Liuzzi, generale della Milizia, Deodato Foà. Una vicenda complessa e tormentata, dal finale tragico.
Come tragica fu la sorte di Formiggini. La mattina del 29 novembre 1938 si gettò dalla Torre della Ghirlandina della sua amata Modena. In tasca aveva trentamila lire da donare ai poveri e due lettere, per il re e per Mussolini. Purtroppo non ne conosciamo il contenuto. Il regime impose funerali privatissimi, di primo mattino, nell'illusione che il silenzio bastasse a nascondere la realtà. Lo aveva avvertito proprio Formiggini, massone dal 1903, eclettico, geniale, indifferente al sionismo, mai praticante alcun culto: “Il fascismo è una gran bella cosa visto dall'alto; ma visto standoci sotto fa un effetto diverso”.
Gli italiani lo capirono meglio sotto i bombardamenti dal 1940 al 1945.
L'invenzione del “nemico” e la sua persecuzione generano catastrofi. È bene ricordarlo mentre il Paese è colpito da Bombe d'Acqua ideologiche e il turpiloquio sommerge ogni regola di dialogo tra le parti e di confronto civile. La lezione dell'italiano ebreo e massone Angelo Fortunato Formiggini è più che mai attuale.
Aldo A. Mola
 
GIOVANI PER LA PACE E PER LA PATRIA
LA “CORDA FRATRES” (1898-1927)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 7 ottobre 2018, pagg. 1 e 11.
   
L'Europa sul piede di guerra 
  L' “Erasmo”, l'attuale “internazionale” degli studenti universitari, è giovane. Ma ha un precedente insigne: la “Corda Fratres” (1898-1927), ideata dal piemontese Efisio Giglio Tos, che a fine Ottocento aveva le antenne dritte per captare i segnali dal mondo intero. L'internazionale degli studenti è antica quanto le Università. La goliardia è l'aspetto più essoterico dell'iniziazione alla responsabilità, com'era la “festa di leva” per chi andava alle armi. Con la “laurea” il giovane consapevole (non tutti lo sono, ben inteso) “prende su di sé i peccati del mondo”, assume una missione. La sua “professione” non cessa con la “pensione” ma solo quando arriverà la Grande Visitatrice. Altri ne continueranno l’Opera.  
Mentre dilaga la piaga dei giovani che non studiano né cercano lavoro, merita ricordare chi invece cercò di evitare il baratro di una guerra catastrofica. Nel 1898 l'Europa era una polveriera. Dal Congresso di Vienna (1815) essa aveva conosciuto solo conflitti marginali. Però nel 1870-1871 la storia parve scappare di mano con la guerra franco-tedesca. Il conflitto mostrò di che cosa era capace la macchina bellica e le sue ripercussioni politiche e sociali. A Parigi la Rivoluzione assunse il volto della Medusa anarco-comunista. Dal 1871 la tragedia della conflagrazione generale rimase incombente. Non si sapeva quando sarebbe esplosa, ma molti erano rassegnati all'idea che fosse inevitabile. Per scatenarla, però, occorreva una “giustificazione” che non fosse mero pretesto. Quando la politica estera non era fatta di male parole, anche le decisioni più ciniche e sfrontate andavano avvolte nella bambagia delle buone maniere. Il detonatore fu l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914. Senza quello, chissà? La storia procede a segmenti discontinui.
Studenti oggi, militari poi?
La diplomazia cercò di sciogliere ogni crisi bi- o multilaterale, anche con l'arbitrato internazionale, inclusa l'istituzione della Corte dell'Aja, che a molti parve il toccasana perpetuo. Per quasi mezzo secolo chi ne aveva la possibilità poté circolare per l'intera Europa, addirittura senza il “passaporto” poi obbligatorio. Nacque in nuce una comunità internazionale, che in breve si concretò nell’organizzazione delle Olimpiadi moderne, nella moltiplicazione delle lingue universali (l'esperanto è solo la più nota e tuttora praticata), nei Premi Nobel (studiati da Enrico Tiozzo, che mette a nudo il mito di quello per la letteratura) e in una miriade di associazioni “per la pace”. Il progresso scientifico visse un'accelerazione senza precedenti anche grazie allo scambio tra ricercatori e le rispettive istituzioni di riferimento: accademie, università, circoli e sodalizi che si collocavano al di fuori (se non al di sopra) dei governi. Ne beneficiarono gli studenti universitari, che organizzarono associazioni all'interno dei singoli Stati e congressi sovranazionali. Proprio i giovani capirono che l'Europa era al bivio. Toccava a loro promuovere la pace; diversamente si sarebbero trovati a capo delle rispettive genti, inquadrate in reparti militari destinati a sterminarsi a vicenda, come poi accadde nel 1914-1918. Quella era la loro “Erasmo”. 
  La fondazione della Federazione Internazionale degli Studenti  
  Il 12-15 novembre 1898 si svolse a Torino il I Congresso della Federazione Internazionale degli Studenti “Corda Fratres”, promosso dal ventottenne Efisio Giglio-Tos (Chiaverano, Torino, 2 gennaio 1870 - Torino, 6 gennaio 1940). Era stato indetto per festeggiare il 50° dello Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Sardegna e rinviato a luglio per le drammatiche agitazioni in corso nel Paese, soprattutto in Lombardia e Toscana. Ebbe il sostegno del ministro della Pubblica istruzione Emilio Gianturco. Anche grazie al sussidio governativo, il suo promotore stampò e diramò inviti e programmi a 1200 giornali e a 2000 istituzioni. Spedì 50.000 circolari a sedi universitarie di tutto il mondo. L'iniziativa ebbe l'adesione del Re, Umberto I, dei ministri degli Esteri, del Tesoro, dell'Istruzione, di celebrità dell'arte e delle scienze quali Giuseppe Verdi e Arrigo Boito, di ambasciatori, docenti universitari italiani e stranieri e dell’influente Ligue des femmes pour le Désarmement international di Parigi.Il Congresso fondativo fu imponente e complesso. Fece da baccello a crisalidi pronte a volare. L'organigramma della Federazione era già stato definito prima dei lavori. Accanto a Giglio Tos, presidente, sedettero il belga Adolphe Foucart, il francese Victor Marcombes, l'olandese H.E. Greves, l'ungherese Rodolph Ludwig, lo svizzero Edouard Chapuisat, Lucian Bolcas per la Romania e Cesare Piccoli per l'Italia. Gran Bretagna, Argentina e la Repubblica Mayor de Centro America si fecero rappresentare. Anche l'“Austria” presenziò, ma solo tramite un italofono allievo della militare Scuola di Applicazione di Torino. Grandi assenti furono la Germania, gli Stati dell'Europa settentrionale, la Russia e, ça va sans dire, l'impero turco-ottomano.  
   Su proposta di Giglio Tos il Congresso deliberò l'adozione del francese quale lingua ufficiale, perché era “la plus universellement entendue” dai cordafratrini che si dettero appuntamento a Roma per le 17 di venerdì 25 novembre. Come da programma, la maggior parte dei partecipanti fece tappa a Genova e a Pisa, ove furono celebrati riti festosi. All'ora convenuta i congressisti si raccolsero nel Foro Romano presso la Colonna di Foca, mai sommersa dalla polvere neppure nei secoli di più squallida decadenza della Città Eterna. Dopo discorsi di Giovanni Gizzi, autore del celebre Inno degli studenti, e di Cavazza (che parlò in latino), fu solennemente proclamata la fondazione della “Corda Fratres. Federazione Internazionale (anziché Universale) degli Studenti”, “grande lega della gioventù colta che un giorno sarà chiamata a governare i destini delle Nazioni”, animata dal proposito dell'“affratellamento di tutti i popoli in un comune intento di libertà, di uguaglianza e di progresso”. 
   L'entusiasmo del promotore dovette però fare i conti con l'amara realtà degli universitari italiani, ancora appena poche migliaia, formata soprattutto da privilegiati, aristocratici e borghesi, “discordi quasi sempre quando si tratta di cose utili, uniti per fare pagliacciate” come a Giglio Tos scrisse Ferruccio Framuzzoni da Padova il 22 luglio 1898. Invece da Bucarest Jon Popescu (affiliato alla loggia massonica “Coroana-Romanici”, all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia) promise il suo impegno per rinsaldare i “vincoli di sangue e lingua” che legavano “ognora Romania con l'Italia”. 
Più volte sollecitato da Giglio Tos, nel gennaio 1902 il massone Giovanni Pascoli datò da Messina l'Inno della Corda Fratres, in latino: “Noi, gioventù divisa da terra e da mare, da religioni e da leggi, siamo lontani e vicini, assenti e presenti, non simili tra noi di faccia e di lingua e di schiatta, ma di cuore… fratelli”.
A Parigi!
Scopo principale della Federazione era proteggere e favorire l'idea di solidarietà e di fraternità tra gli studenti, mettere gli universitari dei diversi Paesi in contatto reciproco. L'articolo V dello Statuto, proposto dal francese Paul Tissier, impresse il timbro “politico”: la Federazione si proponeva di assecondare con tutti i mezzi l'opera della pace e l'arbitrato tra le nazioni. Il varo definitivo della Federazione avvenne col Congresso di Parigi del 3-12 agosto 1900, indetto in coincidenza con l'Esposizione Universale, che favorì l'afflusso grazie agli speciali sconti sul trasporto ferroviario e all'ampia ricettività della Ville Lumière. Vi parteciparono 109 delegazioni da 91 Università di 18 Paesi; 664 delegati su 888 arrivarono a Parigi dall'estero: Belgio, Olanda, Danimarca, Spagna, Grecia, Ungheria, Svizzera, Svezia, Portogallo e persino dalla Russia. L'Italia presenziò con 45 delegati di 19 Atenei. Il Congresso segnò il trionfo dell'idea originaria del presidente-fondatore, ma con una accentuata curvatura filofrancese. La Federazione riconobbe una sezione di polacchi e la “sezione speciale” formata da ebrei dei diversi Paesi. Era all'avanguardia della storia. La Corda Fratres vaticinò l'indipendenza delle nazioni senza stato. Ogni Sezione nazionale si dette i propri strumenti normativi e prese la propria strada.
Cuori fratelli tra squadra e compasso
Nel congresso di Roma (1903) quella italiana elesse presidente Angelo Fortunato Formiggini (1878- 1938). Questi fu un protagonista della vita culturale del primo trentennio del Novecento. Ebbe un unico bersaglio polemico, Giovanni Gentile, che bollò “ficozza filosofica del fascismo”. Interventista intervenuto, si valse della collaborazione della sua ex “diligente segretaria in gonnella”, la pedagogista Emilia Santamaria, che, prima e dopo esserne sposata, esercitò su di lui notevole influenza, anche nella prospettiva della valorizzazione dell'opera intellettuale femminile, oltre i pregiudizi ancora prevalenti anche nei ceti medio-alti della società italiana. Formiggini impresse una svolta militante alla Corda Fratres. Il 23 febbraio 1903 firmò la richiesta di iniziazione nella loggia massonica romana “Lira e Spada”. Ebbe il brevetto 14.412 della “matricola” del Grande Oriente d'Italia. Il suo “testamento massonico”, conservato alla Biblioteca Estense di Modena, è paradigmatico per comprendere la missione da lui affidata alla Federazione studentesca e in specie alla sezione italiana: affiancare il Libero Pensiero che tenne il suo congresso mondiale a Roma nel settembre 1904. Merita un ritratto a sé stante. A differenza di quanto sostiene Emilio Gentile in “Ascesa e declino dell'Europa nel mondo, 1898-1918” (ed. Laterza), quei giovani avevano chiaro che il Vecchio Continente era decrepito. Sapevano bene dell'America. Giglio Tos ne era stato analiticamente informato da Mario Capuccio (la loro corrispondenza merita un volume). La liquidazione della Spagna da Cuba e dalle Filippine e la vittoria del Giappone sulla Russia nel 1905 annunciò che la Storia aveva ormai voltato pagina. Gli Stati Uniti erano ormai in vetta. Lo capirono i giovani di allora. Molti “storici” non lo capiscono neppure oggi. 
   La Federazione internazionale proseguì il suo cammino con i Congressi sino a quello di Roma, in coincidenza con le feste del Cinquantenario del regno (1911), e a quello, particolarmente emblematico, di Ithaca (New York), dal 29 agosto al 20 settembre 1913). In quell'occasione i cordafratrini vennero ricevuti dal segretario di Stato William Jennings Bryan (11 settembre) ed ebbero il viatico personale del presidente degli USA, Woodrow Wilson. 
  Fondata l'associazione “Terza Italia” a Caprera nel centenario della nascita di Garibaldi (1907), nel 1914 Giglio-Tos ebbe parte precipua nella promozione dell'intervento dell'Italia nella Grande Guerra a fianco dell'Intesa: il patriottismo divenne il nuovo volto del pacifismo: “Delenda Austria!”. Nel 1918 celebrò in Campidoglio, a Roma, la “fratellanza tra i popoli oppressi”, suggellata dal motto Pax in iure Gentium, prendendo le distanze dagli scopi ormai imperialistici impressi dal governo alla “guerra italiana”, all'opposto della linea prevista dalla Società delle Nazioni proposta a conclusione del Congresso parigino delle massonerie dei paesi alleati e neutrali (28-30 giugno 1917), orientato a subordinare la demarcazione dei confini statuali a referendum  nelle zone mistilingue (Alto Adige, Goriziano, Istria...).
   Nel dopoguerra la sezione italiana della Corda Fratres tenne ancora Congressi a Roma (6 marzo 1922 e novembre 1924). Però la famiglia cordafratrina risultò ormai inguaribilmente divisa tra militanti antifascisti e quanti, al seguito del fondatore, intendevano tenerla al di fuori delle lotte partitiche. Fu il caso di Leonardo Pannella (padre di Giacinto, detto Marco) contrapposto a Giuseppe Ganino (consolato di Napoli), antifascista attivo. Il 6 giugno 1927 Giglio Tos comunicò al capo della Polizia, Arturo Bocchini, l'avvenuto scioglimento della Corda Fratres e chiese che fossero esperite indagini per recuperare e restituirgli il Gonfalone del sodalizio, andato smarrito tra l'uno e l'altro Congresso. Ben altro si era perduto per strada.    
   La Corda Fratres che si riaffacciò in Italia dopo il 1943 fu un'altra storia. La “goliardia” stentò a ritrovare l'antica missione. Ne ha una oggi?
Aldo A. Mola 
 
L'EDITORIALE
DALLA BATTAGLIA DEL GRANO (1925) A QUELLA “PER LA GRANA” (2018...)
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 30 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
bATTAGLIA DEL gRANO - fOTO cORRIERE.IT    Gli italiani non meritano un governo indeciso a tutto tranne che nel cacciare i migliori uomini di Stato, anche in posizioni strategiche (ora è la volta dei vertici del Tesoro, se non addirittura del ministro) e sostituirli con segugi meno competenti. Il regime incipiente, capeggiato dal “Vis-Conte dimezzato” non ha nulla a che vedere con tutti quelli del passato, compreso quello di Mussolini. Il paragone che all'estero fanno tra alcuni tonitruanti ministri attuali e quelli di un secolo fa si fonda sulla scarsa informazione del nostro passato. Però, se Oltralpe la vera storia d'Italia è poco nota o viene addirittura falsata non dipende da chissà quale complotto: è solo la conseguenza del pluridecennale sottoutilizzo di istituti culturali dello Stato e del piacere “sadomaso” di elevare a oracoli chi all'estero ha motivo di narrare l'Italia come sequenza di dittature e di maschere carnevalesche: il Paese dei Cola di Rienzo, dei Masaniello, di comici che s'impancano a profeti, circondati da nullità spacciate come “capi politici”. Basti ricordare quanto incenso la “storiografia” italiota (soprattutto “di sinistra”) ha bruciato in onore di Denis Mack Smith. I “sorrisi beffardi ” riservatici dall'estero (tutti ricordano quelli di Merkel e Sarkozy...) nascono dalla debolezza della nostra “proposta culturale”, che ancor oggi, nel Centenario della Vittoria, non dice una parola chiara sull'Italia (unitaria? federalista? sabauda? borbonica? o addirittura asburgica e papista), confermandosi “a noleggio” e sempre più scarna e irrilevante. Basti, a conferma, il silenzio che quest'anno  ha avvolto il  Venti Settembre e fa temere il peggio per il 150° anniversario di Porta Pia.   
Di sicuro quel che manca al governo attuale, a parte i ministri degli esteri e del Tesoro, è il senso elementare della “continuità dello Stato”: un bene prezioso e assoluto, che sta al di sopra  delle cangianti compagini ministeriali susseguitesi nei decenni e venture. Lo Stato è la Carta costituzionale, l'insieme delle sue leggi e dei Corpi chiamati a dar loro forza e vigore. Valga d'esempio la Battaglia del Grano del 1925, oggi oscurata da quella “per la grana”, che ogni giorno di più risulta è la principale “ragione sociale” del Contratto del governo per il cambiamento... di cadreghe.
Tra le  monete più belle del Regno d'Italia spicca quella d'argento da 10 lire, con Re Vittorio Emanuele III sulla faccia e l'Aratrice sul retro. Fu coniata nel 1936, in risposta alle “sanzioni” contro l'Italia approvate il 18 novembre dalla Società delle Nazioni (che non comprendeva gli USA, l'URSS e la Cina, ma era un co-dominio anglo-francese) per la guerra mossa contro l'Etiopia. Di gran lunga superiori per pregio artistico e per valore intrinseco furono però due monete d'oro. La prima, da 50 lire, fu incisa da Luigi Giorgi e venne coniata nel 1910, nel 1912 (cioè in piena età giolittiana, dopo la dichiarazione di sovranità dell'Italia su Tripolitania e Cirenaica), nel 1926 e  nel 1927. Essa ebbe una stupenda “sorella minore”, sempre d'oro, da 20 lire. Nel 1919 fu emessa la popolarissima moneta in rame da 5 centesimi, ornata sul retro da una ricca spiga di grano. Venne coniata sino al 1937. Nello stesso 1919 e nel 1921-1924 la spiga figurò in molti simboli di partito, e non solo di quelli dichiaratamente “agrari” (tendenzialmente conservatori) ma anche di liberaldemocratici, oltre che di socialisti riformisti. Lì, nei campi del mite Abele, era la roccaforte del Paese, mentre Caino occupava le fabbriche e proclamava di voler “fare come in Russia”, incluso lo sterminio della Casa Reale (c'è da stupirsi che Vittorio Emanuele III non si sia schierato a fianco del Partito comunista d'Italia?). Ciò che però più conta è la continuità dell'emissione di quelle monete tra il 1910 e il 1937. Esse erano il simbolo di un'Italia che anno dopo anno usciva dalla fame atavica, grazie alla scienza, all'impegno civile, al “senso dello Stato”coltivato e instillato personalmente dal sovrano, “re borghese” secondo alcuni, “re socialista” a giudizio di altri. In verità era il Re. Lo ha riconosciuto persino Giuliano Procacci nella storia degli italiani. 
Dopo la grande Esposizione Agricola di Cuneo (1905), nel 1908, di concerto con il presidente del Consiglio Giolitti, Vittorio Emanuele III dette vita all'Istituto Nazionale per l'Agricoltura, che a buon diritto va considerato antesignano dell'Organizzazione dell'ONU per l'Agricoltura e l'Alimentazione, non per caso sedente in Roma. 
Dalla Grande Guerra l'Italia uscì stremata. Alle rovine materiali, economiche, sociali e della psicologia delle masse, studiata con acume dal gesuita Agostino Gemelli, si aggiunsero le pandemie, come la “spagnola” che mieté più vite di quelle stroncate dalla guerra. Nella memoria collettiva le sue vittime rimasero una sorta di effetto collaterale del conflitto, anche se non vi fu alcun nesso diretto, come documenta Laura Spinney in “1918. L'influenza spagnola” (Marsilio). L'Europa sino a poco prima positiva e razionale si prostrò dinnanzi al Fato, come ai tempi delle ottocentesche epidemie di colera, come quella del 1867, evocata dall'insuperabile (ma oggi quasi dimenticato) Riccardo Bacchelli e recentemente da Stefano Tomassini in “La guerra di Roma dal 1862 al 1870” (ed. Il Saggiatore). Nel dopoguerra ci vollero sforzi enormi per risalire la china. Da un canto fu abolito il “prezzo politico” del pane, una regalia a chi poteva pagarlo anziché un beneficio per chi comunque tirava la cinghia. Dall'altro si puntò a migliorare la produzione cerealicola. In quell'impresa titanica l'Italia ebbe due veri campioni di livello mondiale, il genetista Nazareno Strampelli e l'agronomo Francesco Todaro. 
Strampelli (Crispiniero di Castelraimondo, Macerata, 1867-Roma, 1942), laureato in agraria all'Università di Pisa, dopo anni di insegnamento e di ricerche  sperimentali nel 1919 fondò l'Istituto nazionale di genetica, ma già nel 1914 aveva selezionato “Carlotta”, il seme di grano dedicato alla moglie, Carlotta Parisani.  Seguirono altre sue conquiste, compreso l'“Ardito”, una qualità di grano il cui stelo risultava particolarmente robusto. Premio Reale dei Lincei, nel 1929 Strampelli fu creato senatore del Regno.
Identico traguardo raggiunse nel 1934 Francesco Todaro (Cortale, Catanzaro, 1864- 1950), a sua volta laureato a Pisa, docente all'Istituto superiore agrario di Bologna e fondatore dell'Istituto di allevamento vegetale per la cerealicoltura. Fu universalmente apprezzato per i miglioramenti introdotti nella coltura di grano, avena, mais, orzo e riso. Organizzò la produzione scientifica delle sementi, base per la redditività dei campi coltivati. Tra i suoi “ibridi” ebbe speciale successo quello resistente al vento, adottato nel lontano Messico, già arato da Mario Calvino, il massone sanremasco che insegnò al figlio Italo “la via di San Giovanni”, come ricorda Marzia Taruffi nel Quaderno dedicatogli nel 2016 dai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo.
Strampelli e Todaro avevano in comune l'appartenenza alla Massoneria, marchiata come “sostanzialmente segreta” e quasi malavitosa dalla storiograficamente inconsistente Relazione della Commissione parlamentare “antimafia” presieduta da Rosy Bindi. Strampelli  fu affiliato alla “Giuseppe Petroni” di Terni. Todaro alla celeberrima “VIII Agosto” di Bologna. Qualunque sodalizio (dalla Gran Bretagna agli USA alla Francia: Paesi nei quali la massoneria non costituisce problema, a differenza di quanto oggi accade in Italia) andrebbe fiero di due “soci” di quel calibro. Grazie a loro migliorarono nettamente la produzione di grano, vale a dire di pane quotidiano e pasta pregiata perché più nutriente, e la pace sociale, un bene fondamentale in un Paese arrivato tardi all'unità nazionale, con tanti nemici al suo interno, alcuni alleati “pro tempore” e nessun vero amico all'estero. Ieri come oggi. 
Nel 1922 il nuovo presidente del Consiglio, Benito Mussolini, asceso alla guida di un governo di unità costituzionale (con il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera all'Industria) tutto fece tranne che allontanare dai loro ruoli i funzionari dello Stato capaci e meritevoli. A Capogabinetto del Ministero degli Esteri confermò il massone Giacomo Paolucci di Calboli Barone, come ricorda il suo biografo, Giovanni Tassani in “Diplomatico tra le due guerre”(Le lettere, Premio Acqui Storia). Altrettanto avvenne in tutti  i corpi dello Stato, dall'Istruzione alla Sanità ai Prefetti, e in tutti i gangli fondamentali dell'amministrazione pubblica, che all'epoca privilegiava la meritocrazia. Se ne occupa analiticamente Guido Melis in “La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista” (ed. il Mulino), meritatamente vincitore del Premio Acqui Storia 2018. L'elenco dei massimi dirigenti liberali o semplicemente ante-fascisti rimasti “al loro posto” durante il regime è eloquente. Il primo a non fidarsi di squadristi, picchiatori e fascistoidi da strapazzo era proprio il “duce”, che li conosceva uno per uno. Alcuni “dissidenti” vennero selvaggiamente picchiati (Cesare Forni, Alfredo Misuri...); altri spediti al confino. Taluni, infine, furono ridotti a “ras di provincia”, come Roberto Farinacci: il fanatico antisemita che aveva per segretaria Jole Foà e si proclamò antimassone, ma per opportunismo (far dimenticare la sua antica affiliazione al Grande Oriente d'Italia).
L'11 giugno 1925 Mussolini indisse la “Battaglia del Grano”. L'Italia doveva liberarsi dalle importazioni. Ma chi era in grado di farlo? Erano i “Fratelli” Strampelli e Todaro, che non solo rimasero al loro posto ma, anzi, vennero avvolti nel laticlavio di Senatori del Regno, un Corpo dello Stato tuttora in attesa di storia veridica. Grazie a loro, con una superficie coltivata pressoché identica il prodotto crebbe anno dopo anno. Era la vittoria della scienza. Forse un po' pelagiana? Forse neognostica? Chissà? Di sicuro sappiamo (elenchi alla mano) che il meglio di quel mondo di scienziati e imprenditori affollò subito i Rotary Club d'Italia. E di sicuro il Paese registrò un netto progresso materiale, riconosciuto anche dall'estero, senza il quale non vi sarebbe stato l'innegabile “consenso” di cui scrisse Renzo De Felice.  
Nel V volume della “Storia della rivoluzione fascista” Giorgio Alberto Chiurco pubblicò una fotografia che fa da pendant alle monete d'oro del 1910, 1912 e all'Istituto Internazionale per l'Agricoltura: un Mussolini passabilmente calvo, avvolto in impermeabile bianco, si china sotto il sole cocente porgendo la destra a Vittorio Emanuele III. A capo coperto e con sorriso enigmatico il Re gliela accoglie, in nome dell'“Itala gente da le molte vite”, della Grande Madre tutt'intorno biondeggiante. Era il suggello della continuità dello Stato in nome della scienza, contro le superstizioni. Con le dita della sinistra il Re fa un “segno” che gli osservatori più attenti sapranno interpretare. Quella emblematica  fotografia, quasi sintesi storica del Ventennio, è riproposta da Giovanni Gualtieri nel volume “La Battaglia del grano” (ed. Ravenna): un libro salutare mentre tanti combattono per la spartizione della torta, per “la grana”. La parabola scientifica e istituzionale di Strampelli e Todaro insegna: prima lo Stato (come ha orgogliosamente rivendicato il ministro Giovanni Tria), poi le fazioni, tutte effimere come dimostra la storia  del Paese e come dal Colle ricorda Sergio Mattarella. Capo di uno Stato giunto tardi e faticosamente all'unità nazionale: bene comune e irrinunciabile, almeno così come ancora è; da tenere al sicuro dalle mene di chi lo corrode e mira a smontarlo pezzo dopo pezzo, nella sciagurata illusione che “uno vale uno”. L'Italia uscì dalla fame grazie a due cittadini che non erano come tanti altri. Erano la Scienza, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalle Leggi, di cui a buon diritto l'Italia si vantava genitrice e custode, col motto “Pax in iure Gentium”. 
Aldo A. Mola

I RE D'ITALIA E IL “VECCHIO PIEMONTE”
LE CACCE AL CAMOSCIO DI RE VITTORIO E LA REGINA ELENA A PESCA IN VALLE GESSO
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 23 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
Vittorio Emanuele III - Archivio Centrale dello Stato    Vivano  la lince e un “carbonaro” del 1821!
Il 25 febbraio 1883 in territorio di Valdieri venne catturata viva una lince, dantesca  fiera dalla “gaietta pelle”. Fameliche predatrici carnivore, le linci erano un pericolo serio per la popolazione montana. Devastavano i pollai e, soprattutto, sterminavano i cuccioli delle altre specie che popolavano le riserve di caccia: conigli selvatici, volpi, camosci e persino stambecchi e cervi. Dalla vista leggendaria e dagli scatti ferini erano pressoché inafferrabili. L'amministrazione provinciale di Cuneo premiava chi  le abbattesse presentandone i resti alle autorità preposte. Ma che cosa fare di una lince viva domandò al Gran Cacciatore del Re il direttore torinese delle cacce? Roma rispose di tenerla viva a disposizione di Sua Maestà e di compensare chi l'aveva catturata, come se l'avesse uccisa. Quell'esemplare aveva meritato la buona sorte. 
Lo Stato rispettava i bravi e meritevoli anche nel regno animale. Nel 1821 lo aveva fatto con molti liberali (carbonari, massoni...) compromessi nei moti costituzionali del marzo. Uno di essi, che stava fuggendo in barchetta verso la Francia, sospinto a terra dal cattivo tempo venne fermato dai carabinieri, che chiesero istruzioni. Il magistrato ordinò di rilasciarlo perché non era stato catturato per la loro bravura ma per l'avversità del mare. E così (ricorda lo storico Giuseppe Parlato nell'introduzione al poderoso repertorio dei “Compromessi”) scampò la pena di morte, come quasi tutti i cospiratori, condannati alla pena capitale ma lasciati partire poco a poco da un sovrano, Carlo Felice, che non aveva motivo di inasprire i rapporti della Corona con i sudditi aristocratici, militari e borghesi liberaleggianti, perché così li avevano ereditati suo fratello, Vittorio Emanuele I, abdicatario, ed egli stesso dopo il quarto di secolo passato dal Piemonte tra guerre, cambi di regimi e di leggi e quindi di “casacche politiche” da parte di chi non poteva trasferire all'estero i beni immobili.

Salvare almeno le riserve di caccia
L'alleanza del 1858-1859 tra il regno di Sardegna e la Francia di Napoleone III (incontro dell'imperatore con Cavour a Plombières, gli acccordi segreti, la convenzione militare) come ben noto nel 1859-1860 procurò a Vittorio Emanuele II la Lombardia e, tra insurrezioni e plebisciti, i Ducati padani, la Toscana e le Legazioni pontificie di Emilia e Romagna, in cambio della cessione alla Francia  della Savoia e della Contea di Nizza: una rinuncia (avallata da plebisciti molto manipolati, come ricordano il giurista Giulio Vignoli e lo storico Maurice Mauviel) che comportò la rettifica della frontiera alpina secondo criteri non rispondenti alla displuviale ma a una serie di complessi calcoli militari, che lasciarono sotto traccia la diffidenza tra i due “alleati”. Il ministro della guerra del governo Cavour, generale Manfredo Fanti, si dimise dal Consiglio per qualche ora, per non sottoscrivere un accordo le cui ripercussioni sulle linee difensive non condivideva. Ma quella non fu l'unica volta in cui i “politici” scavalcarono i militari. Nel convegno di Vicoforte sull'età vittorioemanuelina-giolittiana (1900-1921) il colonnello Carlo Cadorna ricorda che suo nonno, Luigi, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, venne tenuto all'oscuro del confine orientale concordato dal governo (Antonio Salandra e Sidney Sonnino) con l’“arrrangement” di adesione all'Intesa (Londra, 26 aprile 1915). 
Re Vittorio Emanuele II ebbe la precipua preoccupazione di salvaguardare almeno gli aviti territori di caccia nelle Marittime. Niente affatto rozzo e incolto, a differenza di quanto ne hanno scritto biografi di rado attenti alle fonti, il Re vedeva lontano. In quelle stesse valli alpine nel corso dei decenni seguenti salirono suo figlio, Umberto I, e il nipote, Vittorio Emanuele III.
Affiancato dalla subito prestigiosa Regina Margherita (sua cugina germana), Re Umberto mirò anzitutto a estendere il gradimento della Corona nelle regioni di recente annesse, in specie l'ex Regno delle Due Sicilie e Roma. Nella capitale molti palazzi dell'“aristocrazia nera”, fedeli al papa-re e ai suoi tutori (dall'impero austro-ungarico ai regni di Baviera e di Spagna) continuarono a ostentare portoni chiusi in faccia al “Nuovo Ordine” italiano, da tanti “storici” riduttivamente detto sabaudo o persino “piemontese”. Perciò Umberto I, affiancato da politici di animo forte (Depretis, Crispi, Rudinì, Giolitti, Pelloux...) anche d'estate spesso rimase a presidiare la Capitale. Assisté allo scoprimento della statua equestre di Giuseppe Garibaldi al Gianicolo nel 1895, quando il Venti Settembre, il giorno dell'ingresso dell'Esercito italiano in Roma (Porta Pia) fu proclamato Festa Nazionale.
  
Vittorio  ed Elena nella “piccola Cettigne”  di Valle Gesso
Dall'ascesa al trono Vittorio Emanuele III chiuse Palazzo Reale di Monza, teatro dell'assassinio del padre il 29 luglio 1900, e per le vacanze estive predilesse la borgata di Sant'Anna di Valdieri, in Valle Gesso, un angolo del Vecchio Piemonte. Lì si sentiva sicuro, non perché temesse attentati, ma perché quello spicchio di Vecchio Piemonte era stato caro ai suoi antenati ed era piaciuto di primo acchito alla Consorte, Elena, che sin dalla prima visita al “Castello di Sant'Anna” (5 ottobre 1899) vi aveva “sentito” il suo originario Montenegro, terra di pastori-guerrieri per secoli in lotta per l'indipendenza dal dominio straniero, in specie da quello turco-ottomano. Il Castello,  da quel momento rappresentato come “piccola Cettigne”  in omaggio alla capitale montenegrina, in realtà, era una costruzione spartana, con pochissime comodità, senza alcuna pretesa, solo per trascorrere giorni di raccoglimento, lontano dalle fastidiose gare “politiche” alimentate dai giornali. 
Elena amava la pesca ma, figlia del rupestre Nicola Petrovic Niegos e cresciuta a San Pietroburgo, non disdegnava affatto la caccia. Anzi, sparava con ammirevole precisione. Ancor più provetto era Vittorio Emanuele III. Rimangono leggendarie le sue partite di caccia allo stambecco in Valle d'Aosta e quelle al camoscio tra Valdieri e l'alta Valle Stura. Nell'agosto 1910 Luca Comerio, fotografo e “regista” di fiducia del sovrano (come documenta Giorgio Sangiorgi nel citato convegno di Vicoforte)  filmò il Re, la sua preda e il trasporto dell'animale alla “villa”. In effetti in un paio d'ore, solitamente fra le 12 e le 14, il sovrano arrivava ad abbattere decine di capi. Una volta, in gara col padre, nel corso di una sola battuta fulminò 99 camosci spinti a tiro dagli “scaccioni”. Umberto I fece di meglio: ne colpì 100. Da Principe di Napoli e poi da re, Vittorio Emanuele talora era così coinvolto nella caccia da scordare la frugale colazione che portava al seguito (uova sode, insalata, frutta...). Stava attentissimo a non colpire i capi più giovani sui circa 3000 che popolavano il territorio. La selvaggina, con la bene regolamentata pesca nei torrenti della zona, costituiva il reddito diretto o indotto di migliaia di persone e delle valli gravitanti su Borgo San Dalmazzo e Cuneo, la piccola capitale di Giovanni Giolitti, ministro dell'Interno con poche pause dal 1901 al 1921 e solo per scherno detto “l'uomo di Dro-Nero”. Caccia, pesca e tutela dell'ambiente per i Reali erano tutt'uno. Erano lo Stato d'Italia negli anni della sua rapida ascesa a potenza europea.

Dopo la Grande Guerra...
Quel mondo venne sommerso dalla Grande Guerra che risucchiò sull'arco orientale delle Alpi una moltitudine di piemontesi, i cui parenti in troppi casi dovettero vestire a lutto. Servire il sovrano faceva parte della storia. L'Italia non poté rimanerne fuori. Il prezzo della Vittoria fu certamente elevatissimo ed è tutt'oggi al centro di valutazioni discordanti. Quegli eventi, però, non vanno giudicati con i criteri odierni, sorti soprattutto dalla seconda guerra mondiale, scontro tra totalitarismi e tempi di “guerra civile” come scrisse il valdierese Dante Livio Bianco in “Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese”, bensì ponendosi dal punto di vista di chi ne fu protagonista. Alcuni videro più lontano. Fu il caso di Giolitti, subito convinto che, se proprio costretta, l'Italia doveva entrare in guerra solo quando l'Austria fosse ormai stata in ginocchio: non era molto elegante ma era saggio, anche secondo il siculo-normanno Antonino di San Giuliano, ministro degli Esteri. Altri preferirono l'azzardo nell'illusione che il conflitto europeo si sarebbe chiuso entro l'estate 1915: invece si protrasse 41 mesi e divenne mondiale.
Con l'intervento nella Grande Guerra il Re si stabilì in un villaggio presso Udine, non lontano dal fronte. Solo la Regina continuò a estivare a Sant'Anna di Valdieri con i principini Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria. E a farvi beneficenza come era nel suo temperamento di “regina della Carità”, alternando alle ore di svago (la pesca, la pittura...) e di riposo la visita agli ospedali, in specie a quello di Cuneo. Tra i molti aneddoti, uno merita memoria. Un ferito grave le confidò il suo desiderio spasmodico: rivedere “un giorno” la moglie e il figlio. La Regina prese nota. Due giorni dopo i famigliari giunsero al capezzale del militare.
Quella fu l'età vittorioemanuelina-giolittiana: enormi trasformazioni nelle aree industrializzate, continuità in altre. L'Italia era e rimase a macchia di leopardo.

… e le razzie del 1946...
Quale fosse lo scenario effettivo delle vacanze dei sovrani a Sant'Anna di Valdieri, come nella villa di caccia a San Giacono d'Entraque e in altri siti in quei dintorni risulta dagli inventari degli arredi via via raccolti nel tempo, soprattutto per rispetto verso gli ospiti: uomini politici, diplomatici stranieri, persone colte in visita ai sovrani. Una volta il siciliano Francesco Crispi salì poche ore a Sant'Anna prima di partire in visita di Stato in Germania. Un'altra volta, nell'estate 1910, il re mandò a prelevare Giolitti con la sua automobile per un colloquio riservatissimo (come poi fece mentre era a Racconigi, poche settimane dopo e ancora nel settembre 1911). 
I minuziosissimi inventari di oggetti d'arte, arredi e suppellettili (dai piatti in maiolica ai tegamini per uova con manico e coperchio, ai bicchieri con manico da punch, per valori complessivi men che modesti) compilati nel tempo vanno confrontati con quello del poco che rimase, accuratamente redatto dalla storica dell'arte Noemi Gabrielli (lo ripropone Walter Cesana in “I Savoia in Valle Gesso”, ed. Primalpe, una miniera di notizie e di fotografie): parecchi libri in francese (lingua familiare per la Regina, mentre il re prediligeva l'inglese) e una litania di mobiletti di pregio scarso o pressoché nullo. È pur vero che la residenza reale fu più volte depredata dei “pezzi” e dei libri di maggior valore, in specie dopo il 1946 quando Valdieri votò a maggioranza “repubblica”. Però i ladri lasciarono proprio quello che forse non volevano apparisse: la testimonianza della vita vera, nella sua rustica semplicità, senza fasti né vezzi. Per quei sovrani l'Italia era Magna parens frugum, Gran Madre di frutti: donde frugalità, non sperpero di ogni ben di Dio, come poi divenne costume  di tanti “villan rifatti”, inclini a frugare e a… fregare. 
Sant'Anna era il “mondo” nel quale il guardiacaccia Giovanni Piacenza, detto Nara, aveva il privilegio di “dare del tu” a “Toiu”, il re che gli rispondeva in piemontese e una volta gli disse che se il prato vicino al torrente Gesso ove pascolavano le sue pecore gli piaceva davvero glielo avrebbe regalato, senza bisogno di atti notarili: una stretta di mano, come usava allora, e un po' di saliva per sigillo. Fu proprio Nara a suggerire al re la forma ideale per la “palazzina”, studiata e ristudiata da fior di pensosi architetti: a suo avviso doveva essere nient'altro che una costruzione quadrilatera di un solo piano aderente alla Terra. Al suo centro Re Vittorio avrebbe osservato tutto e tutto dominato. Era il Microcosmo alpino riflettente il Macrocosmo, vegliato dalla Stella Polare, dalla luce fioca ma immobile e guida di ogni navigazione nei mari più perigliosi, come deve essere il Re, pastore dei suoi popoli. 
Aldo A. Mola 

(*) Nel Convegno (Casa di Spiritualità di Vicoforte, 28 settembre pomeriggio-29 mattina) sull'età giolittiana (1900-1921) intervengono da tutt'Italia, tra altri, Giuseppe Catenacci, Giuseppe Luca Manenti, Tito L. Rizzo, Aldo G. Ricci, Claudio Susmel, il gen. Antonio Zerrillo, Gianpaolo Romanato, Dario Fertilio, GianPaolo Ferraioli, Romano Ugolini, Enrico Tiozzo, Alessandro Mella, presidente dell'Associazione Giovanni Giolitti, Gianni Rabbia e Giovanna Giolitti, pronipote dello Statista.
 
“CAMBIAMENTO”: IN BENE O IN PEGGIO?
L'ITALIA RISCHIA DI ARRETRARE
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 16 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
    L'Italia è al bivio tra ammodernamento e precipizio nel passato remoto, tra “città” e neo-ruralismo. Non è solo questione di quattrini. Al centro vi è la filosofia della storia, base di ogni progetto politico di vasto respiro e di lungo periodo, di una civiltà: ben altra cosa dalla “lista della spesa” detta altresì “contratto per il governo del cambiamento” che grottescamente elenca in ordine alfabetico le “cose da fare”. Mutamento, dunque; ma in quale direzione? Quanto accade è allarmante. Vale d'esempio l'improvvisa stolida polemica contro gli orari dei supermercati. E' un pasticcio che rievoca  le contraddizioni del regime di Mussolini: “deurbanizzare la città, urbanizzare la campagna”. Già. Voleva farlo con borgate  (Aprilia, Fertilia, Pomezia, Segezia, Borgo Appio, Borgo Dominio...) originariamente immaginate di 2-3.000 “anime”. Gli scapparono di mano  solo quando dall'estero scoprirono Littoria e Sabaudia, nate del tutto diverse da come poi divennero. Lo ricorda Danilo Breschi in Mussolini e la città (ed. Luni, finalista al Premio  Acqui Storia).
Quale “principio” ispira di Di Maio e &  nella polemica contro gli orari di apertura dei supermercati? Per comprenderne la portata retrograda occorre procedere per gradi. 
Ricordiamo un caposaldo della libertà oggi ben regolata: la domenica, come ogni altro giorno della settimana, è dei cittadini, che la impiegano come meglio credono, anche andando “per compere” o “a vendere”, se così preferiscono. Gli italiani hanno impiegato secoli a liberarsi dai “precetti della chiesa”, dall'antico obbligo di serbare l'attestato (indispensabile anche per impieghi civili) di essersi comunicati “almeno una volta l'anno”. Adesso si trovano insidiati nella non negoziabile...libertà di negozio: gestirsi il tempo (domenica inclusa) in santa pace o freneticamente, secondo scelte del tutto personali, al riparo da fastidiose interferenze di terzi, compresi Grandi Fratelli sono solo piccoli guardoni, accecati dal loro personale pansessualismo degenerante in  senile sessuofobia., come quella di Egilberto Martire  che denunciava la matrice “massonica, anarchica e socialista” della “propaganda anticoncezionale, antireligiosa, antipatriottica”, insomma: europea.  
L'apertura dei grandi magazzini il sabato la domenica (giorno da alcuni ancora dedicato anche a sentir messa: massimo un'ora sulle 24 disponibili) non può essere valutata solo perché in quei due giorni viene fatturato circa il 45% degli incassi complessivi. Questo è il metro corto dell'affarismo spicciolo, pur benefico per un Paese in affanno. Però vi è ben altro in gioco. La posta è scritta nella Carta della Repubblica, che sempre più risulta lungimirante anche per aspetti che i padri costituenti manco immaginavano quando la scrissero. Per quanto possa sembrare esagerato, l'apertura dei grandi magazzini nei giorni festivi (religiosi e civili) ha a che fare con l'articolo 3 della Carta: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana...”.  Chi lavora cinque giorni su sette, dal lunedì al venerdì sera, quando ha tempo adeguato di rifornirsi di cibo, bevande, detergenti e altro? E con quale argomento si potrebbe imporre la chiusura dei grandi o piccoli negozi il venerdì per rispetto degli islamici o il sabato per riguardo verso gli israeliti osservanti? E se una setta è devota a Giove e chiede il rispetto del giovedì?  E che cosa dire dei numerosi italiani fedeli a Mercurio, patrono dei ladri e quindi caro a tanti concittadini? “Rimuovere” (come scrive la Costituzione) significa abolire divieti, togliere impedimenti. L'apertura dei grandi (o piccoli) magazzini nei giorni festivi è una proposta di libertà, un'opzione offerta al cittadino: non comporta l'obbligo generale di frequentarli ma possibilità di poterlo fare, secondo le proprie esigenze, e non solo in borghi classificati turistici ma ovunque, come accade negli Stati civilmente più avanzati. 
L'Italia non ha affatto bisogno di restrizioni; vale semmai l'opposto, perché anche nel Bel Paese la vita non viene più quella d'antan (dall'alba al tramonto) ma è scandita dai tempi della produzione, del lavoro (purtroppo sempre negletto) e di molteplici altre variabili. Nell'antica Roma i due unici giorni sicuramente lavorativi erano il lunedì e il martedì. Nel IV secolo d. Cr. i giorni “festivi” crebbero ad almeno 165 l'anno. Sappiamo come finì. Un  Odoacre qualunque sloggiò Romolo Augustolo.  
Lì oggi è il punto: l’odierno calendario dei cittadini non è scandito dalle “feste” ma dal rapporto tra lavoro e tempo libero, estremamente variegato da Paese a Paese, da persona a persona, e refrattario quindi a una disciplina unitaria coatta. I laudatores della domenica di un tempo remoto han mai sentito parlare di lavoro “a domicilio”, di persone che a notte fonda comunicano col resto del mondo poiché i loro interlocutori sono all'opera? È la “Catena di Unione” che oggi fa del Pianeta una realtà unitaria: una percezione del mondo ancora estranea a “sovranisti” e a provincialotti in attesa di reddito di cittadinanza, cioè di elemosina per nulla facenti. Va ricordato che i filantropi facevano beneficenza perché erano ricchi. Lo Stato oggi non può farne, perché è indebitato fino al collo e ha esso stesso bisognoso di “aiuti”.
La disputa sollevata dal governo in carica sulla chiusura dei supermercati nei giorni “festivi” è surreale e non meriterebbe attenzione se non evidenziasse il divario tra la vita vera del Paese e la sfrenata fantasia di una manciata di “politici” che s'impancano a espressione della “volontà popolare” e sempre più mostrano la pretesa di “rieducare” gli italiani, di riportarli a “costumi” e a “valori” di loro gradimento, ma che non sono monopolio di nessuno. Nessuno (partito, sindacato, chiesa, setta...) ha titolo per imporre ai cittadini i propri. Ognuno se li decide nell'ambito delle leggi.     
Nulla sarebbe se questi fondamentalisti non fossero anche, come sono, al governo, pronti a rabberciare una maggioranza in Parlamento ricorrendo al voto di fiducia per far approvare le norme più bislacche, entrando a gamba tesa nel rapporto tra offerta e domanda economica e, ancor più, nel diritto del cittadino a ottimizzare a piacimento il poco tempo che la vita gli mette a disposizione senza ledere la libertà altrui. 
È il caso, appunto, della chiusura domenicale dei supermercati, spacciata come difesa dei piccoli esercizi commerciali. La diatriba si è prevalentemente incentrata sulle conseguenze economiche della pretesa restrizione e sulla prevedibile riduzione dei dipendenti dei supermercati senza apprezzabile incremento di quelli dei “piccoli negozi”, prevalentemente a conduzione “familiare”. 
La questione però va posta in termini completamente diversi: nella civiltà odierna, e sempre più in prospettiva, le “feste” religiose e civili non hanno motivo di avere efficacia universale. Le prime sono puramente “memoriali” (ogni regime ha le sue: il 2 giugno anziché il XX settembre, il 25 aprile anziché il Natale di Roma...); le altre sono riservate alle confessioni religiose, “egualmente libere davanti alla legge... in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano” (Art. 8 della Costituzione). 
Oggi però è vastissima la “confessione” di chi non professa nessuna religione. Anch'essa ha i suoi diritti, senza bisogno di “intese” con lo Stato. I Non Osservanti rispettano le leggi perché ne riconoscono la necessità quale pilastro delle libertà, ma chiedono che esse che si fermino sulla soglia dei diritti inviolabili garantiti dalle “Carte” fondamentali, dalla Costituzione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. 
In materia di diritti di libertà (non solo quelli enunciati, ma quelli che si esercitano davvero) il concetto di “Occidente” è superato, perché risponde al retaggio di costumanze risalenti alla società preminentemente agro-pastorale durata in Italia sino alla fine dell'Ottocento, ma ormai superata dalla secolarizzazione della vita pubblica. Quel modello di società fu alla base del calendario vigente sino a fine Settecento. 
Contrariamente a leggende più o meno fosche (vanterie dei laicisti furiosi da una parte, accuse veementi dei papisti dall'altra) anche la fase apicale della Rivoluzione francese scalfì solo superficialmente le abitudini consolidate. L'avvento della Repubblica il 22 settembre 1792 venne fatto coincidere con l'equinozio autunnale di Parigi e assunto quale inizio dell'anno, suddiviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, a loro volta ripartiti in decadi, con otto giorni lavorativi e due festivi ciascuna. I cinque giorni ulteriori, detti sanculottidi, furono dedicati a Virtù, Genio, Lavoro, Opinione e Ricompense. L'anno bisestile ebbe un giorno “smutandato” in più. Proposto da una commissione di scienziati illustri, tra i quali il grande Lagrange, la riforma del calendario fu approvata il 5 ottobre 1793. La sostanza della vita mutò poco. Se con la settimana cattolica i giorni sacri al signore (dominus, donde domenica) erano quattro o cinque, quelli votati all'Ente Supremo e/o alla repubblicana Dea Ragione (venerata in processioni tanto compunte quanto involontariamente comiche) salirono a sei, a parte le festività civili, numerose come quelle cristiane (Circoncisione, Epifania, Pentecoste...). La nuova datazione con la denominazione dei mesi (vendemmiaio, Brumaio, ...fino a  Termidoro e Fruttidoro) generò una quantità di grattacapi, specie per gli storici che dovettero poi raccapezzarsi in quel ginepraio. Il 1° gennaio 1806 Napoleone impose il ritorno all'antico. Nel frattempo, quando passò in Italia, la Rivoluzione sostituì le messe domenicali con riunione nei Circoli costituzionali, dove ogni giorno festivo, come il Mostro dell'Apocalisse, i giacobini “facevano nuove tutte le cose”, ma solo a parole, come tocca agli utopisti,  prima o poi costretti a fare i conti con l'amara realtà: i conti, appunto. 
Anche la datazione dell'“Era” dalla proclamazione della Repubblica (1792), come poi quella dall'avvento dell'Impero di Napoleone I, durò poco. Rimase un vezzo ripetuto da altri regimi, che risultarono un po' più durevoli ma molto più segmentati e comunque effimeri, come quello fascista. Il ritmo tra giorni festivi e feriali rimase pressoché immutato. Le principali solennità dell'ancien régime cambiarono nome ma rimasero più o meno le stesse.   
Nessuna pausa valeva invece nei lavori agricoli. A differenza degli “stagionali”, tenuti a orari quotidiani prolungati in certe fasi dell'anno per essere poi lasciati molti mesi ai margini della “produzione”, gli agricoltori e soprattutto gli allevatori erano e sino a poco tempo fa rimasero inchiodati all'orario non degli umani ma del bestiame. La raccolta dei frutti (dalle uve alle castagne) o dei bozzoli (che non c'è più ma per secoli fu dominante) era compatibile con pause, ora brevi ora prolungate per il maltempo o altro. La stalla invece era implacabile: distribuire il fieno, mungere, ripulirla alla meglio dalle deiezioni degli animali erano vincoli identici giorno dopo giorno e non ammettevano eccezioni. La “liberazione” è venuta con la meccanizzazione e l'automazione, più rapida nei paesi dalle culture estensive e degli allevamenti di grandi dimensioni, più lenta altrove. Ma neppure queste hanno modificato lo scenario.
Negli altri settori lavorativi la vera svolta è legata all'accelerazione della secolarizzazione e all’ormai preminente irrilevanza dell’identificazione tra religiosità e giorni deputati alla pratica devozionale. La chiesa ortodossa ha sempre considerato giorno festivo non solo la domenica ma anche il sabato, che invece in “Occidente” era quasi ovunque lavorativo. Solo recentemente, e con ritmo vieppiù rapido e diffusione ormai irreversibile anche tra i più bigotti, la “messa settimanale” è stata anticipata al sabato (prevalentemente tardo pomeriggio) per lasciare la domenica alle attività sportive, a brevi vacanze, all'ozio... o, appunto, agli acquisti nei grandi magazzini, a volte attigui a tentatrici multisale cinematografiche e, infine, alla “famiglia”: non quella col cognome inciso sulla targhetta del banco nella navata centrale delle chiese ma quella che, quando c'è (ed è caso sempre più raro), si dedica a sé medesima.
Nei secoli in molte città il sabato fu scelto dai cristiani come giorno di mercato proprio perché vietava agli ebrei di uscire dai ghetti, ove erano raccolti nelle devozioni del loro giorno festivo. La comunità dei fedeli si valeva delle interdizioni afflittive nei confronti dei “giudei”, come gli ebrei erano solitamente detti (e non proprio nel ricordo di una tribù, quanto dell'apostolo fedifrago). Solo decenni dopo il varo della Costituzione che proclama l'uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, in Italia si passò dalle enunciazioni di principio ai provvedimenti applicativi, per esempio per fissare il calendario di esami di Stato, inclusi quelli di maturità o i giorni delle elezioni, soprattutto quando distribuiti su due giorni (qualcuno penso di far votare il sabato e la domenica anziché la domenica e il lunedì).  
Questo è il passato remoto. Il presente è fatto di “gride manzoniane” del governo in carica, di annunci, minacce e provvedimenti di cui nessuno sente il bisogno e che fanno male alla salute pubblica e privata anche se non divengono né leggi, né circolari. Le “parole”, come hanno osservato glacialmente il Presidente Sergio Mattarella e Mario Draghi governatore della BCE, vanno usate con misura. Altrimenti diffondono incertezza, precarietà, discredito. Una sola risposta sale dal Paese verso il governo: i cittadini hanno diritto di essere lasciati in pace, di vivere senza bisogno di urla quotidiane. Alle spalle hanno millenni di storia e di scelte, spesso sbagliate, tra arretratezza e modernità. Oggi chiedono più libertà:  cambiamento, si, ma in meglio.
Aldo A. Mola

SCUOLA
LA GRANDE MALATA D'ITALIA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 9 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
    Una crisi che arriva da lontano
   In alcune regioni le aule sono già aperte. Nel grosso delle altre le lezioni iniziano domani. Accade ogni anno. Ma di volta in volta va peggio, tra provvisorietà e improvvisazione, in un clima che mescola spensieratezza, angoscia e fatalismo. Questo settembre 2018 in molte scuole si respira sotto una pesante cappa da “anno zero”. Messe da canto le fatue illusioni e i retorici propositi della “Buona scuola”, in tre mesi dall'insediamento il governo non ha dato fattivi segnali sulla Pubblica Istruzione, abbandonata in un cono d'ombra a tutto vantaggio di altre tematiche molto enfatizzate ma di minor conto. Eppure la Scuola è Politica in sommo grado: è il fondamento della Polis, della “Città”, dello Stato, nella sua dimensione attuale e in prospettiva di lungo periodo. Ogni governo deciso a rimediare i mali d'Italia da lì dovrebbe iniziare, dalla Pubblica Istruzione. 
Ma su “cultura”, “scuola” e “università e ricerca” il “Contratto per il governo del cambiamento” è, più ancora che per altri “capitoli”, una polpetta piena di chiacchiere, di promesse e di annunci: “sarà necessario”, “intendiamo”...  L'estate, però, è ormai alle spalle e la scuola è più malata di prima. Sarebbe ingeneroso addebitare al trio Conte-Di Maio-Salvini la responsabilità del collasso. I tre ci hanno pensato e ripensato, cambiando idea una volta al giorno (il caso dei vaccini è emblematico). Il presidente Conte, poi, confondendo la parte per il tutto, ha persino deciso  di ritirarsi dal concorso per il passaggio dall'Università di Firenze alla “Sapienza” di Roma: quanto basta perché ci risparmi pistolotti augurali per l'inizio delle lezioni.   

I famigerati Decreti delegati
  La crisi in cui la scuola oggi versa è il punto di arrivo del declino iniziato con i Decreti delegati che a metà degli Anni Settanta del secolo scorso stravolsero ordine e responsabilità e infettarono uno dei migliori modelli di istruzione del mondo, costruito decennio dopo decennio dall'Unità d'Italia sino al secondo dopoguerra, da Gabrio Casati, Michele Coppino, Francesco  De Sanctis, Giovanni Gentile, sino ad Aldo Moro. Con l'invenzione dei consigli di istituto, distrettuali e provinciali elettivi le scuole divennero teatro di insulse gare, con tanto di manifesti dei candidati (con nome, cognome e faccino), designati a vegliare sui collegi docenti e sui presidi. Questi ultimi nei consigli d'istituto sedevano senza diritto di voto, quasi da “imputati”, anche se gravati in toto dalla “responsabili oggettiva” delle scuole di loro titolarità. Proprio dal sistema scolastico, fulcro della società civile, cominciò a quel tempo l'epoca in cui “uno vale uno”.  L'allievo, per definizione “apprendista”, nei consigli sedette alla pari del “maestro”, cioè “maggiore” per età e cognizioni. Fu uno degli effetti più devastanti del Sessantottismo perenne, che governi e parlamento non seppero né prevedere, né affrontare, né superare. Erano tutti più o meno hegeliani di destra e/o di sinistra ma incapaci di sintesi: solo di tesi e di antitesi. La Scuola fu usata quale strumento di destabilizzazione permanente, incluse le “okkupazioni”. Il farsesco “Potere studentesco” fu il brodo di cultura di altri visionari, da “Potere operaio” a Lotta Continua ai tanti “compagni che sbagliavano”, sino alle Brigate Rosse. Ci furono coraggiosi tentativi di risposta, con ministri un tempo dileggiati ma oggi rimpianti, come la democristiana Franca Falcucci e il liberale Salvatore Valitutti, spaesato nel brulicame del Palazzo di Viale Trastevere.
Un suo remoto predecessore, Benedetto Croce, ministro nel 1920-1921, licenziò in tronco l'impiegato che non si era levato il cappello al passaggio nel corridoio del Ministero. Nei pochi mesi di Valitutti, tanti docenti si sedevano non dietro ma sulla cattedra e si facevano dare del tu dagli allievi. Spesso, d'altronde, avevano abdicato alla loro missione: insegnare, almeno un minimo di compostezza quattro o cinque ore al giorno. Quando il Corpo degli Ispettori Ministeriali presentò Relazioni troppo critiche sulla deriva in corso, il Ministero rispose nel modo più sbrigativo: cessò di pubblicarle nel suo Bollettino ufficiale, come fossero piagnistei di poveri vecchi. Ma bastava tacere la malattia per guarire il corpo padichermico del sistema scolastico, dagli asili alle Università? Così, di decennio in decennio, la Scuola è andata in malora.

Edifici cadenti, dirigenti oberati  
Oggi viene lamentato che mancano i fondi per la manutenzione straordinaria di molti edifici fatiscenti dopo appena trenta-quarant'anni dalla costruzione, anche in province non sospette di troppe pastette. Per altro in molti casi essi nacquero brutti, di rado funzionali, disseminati a casaccio in città senza un progetto armonico, senza parcheggi né aree di rispetto, palestre e quanto indispensabile per propiziare l'elevazione dello Spirito. Quel disastro non è imputabile al governo attuale. Gli va però ricordato che sarebbe ridicolo ricalcare le orme di chi pochi anni orsono andò a inaugurare un paio di edifici promettendo una luna che da allora si eclissò con lui. 
Al suo avvento, nel 1861, il Regno d'Italia, sulla scia di quello di Sardegna dal quale nacque, adibì a sedi scolastiche monasteri e palazzi confiscati a ordini ecclesiastici “contemplativi” o donati da filantropi: solidi e funzionali. In questo dopoguerra sono stati spesso utilizzati come scuole edifici militari, dismessi con l'abolizione dell'esercito di leva, vetusti ma altrettanto indistruttibili. Perché quelli degli Anni Sessanta e seguenti sono rapidamente degradati? 
A polvere venne ridotto anzitutto il “governo” dell'istruzione. Con un poco gratificante aumento stipendiale i presidi sono divenuti dirigenti scolastici (“ds”) e, in cambio di miserabili mance, si sono visti appioppare la responsabilità di “plessi” comprendenti gradi e ordini d'istruzione diversissimi, dalle elementari alle medie e  alle superiori, in territori sempre più ampi, con problematiche pedagogiche del tutto differenti, collegi docenti sterminati, una pletora di allievi i cui profili non possono ragionevolmente conoscere, se non in casi eccezionali. Le Scuole furono concepite come supermercati, con tante succursali locali. Non bastasse, sempre contro un gettone vergognoso, un numero ormai impressionante di “ds” in questo 2018-2019 si vede accollare la gerenza di altri plessi, in terre sempre più remote dalla loro sede di titolarità. Conseguenze? Chi ci crede, potrà invocare santi protettori e/o moltiplicare le polizze assicurative. Di sicuro risulterà impossibile esercitare il controllo di merito, la funzione cui erano chiamati i presidi, cioè stare avanti a tutti e guidare coniugando rappresentanza dello Stato e garanzia della libertà dei docenti: un mondo lontanissimo dall'attuale, segnato da genitori che picchiano selvaggiamente maestri e professori perché hanno rimproverato i loro pargoli o ne hanno valutato insufficiente l'applicazione.  
Presidi e corpo docente, va ricordato all'Esecutivo oggi in carica, non sono al servizio del governo, di questa o quella maggioranza, delle famiglie (comunque composte esse siano...) né degli allievi, bensì dello Stato d'Italia. Vale anche per il personale delle scuole pubbliche a gestione privata, quale ne sia il gestore (al riguardo mancano indagini aggiornate: esse proliferano profittando dell'eclissi della Pubblica istruzione, e non è detto che in tutte si insegni a “pensare in italiano”, cioè a conoscere origine e “missione” del Paese).

Gerarchia e meritocrazia per risalire la china
L'anno scolastico 2018-2019 sarà un severo banco di prova. In carenza di dirigenti,  docenti e personale amministrativo, mentre la certezza delle leggi viene vulnerata da “circolari” che dicono e si contraddicono, è lecito attendersi il peggio. A chi deve capirlo va detto che il “pianeta Scuola” è in emergenza e che le emergenze si affrontano partendo da norme, chiare, scritte, non dettate al telefono saltando a pie' pari le “catene di comando”. Diversamente l'emergenza degenera in caos ingovernabile. Contrastare lo spaccio di sostanze psicotrope nei pressi delle aree scolastiche, moltiplicare la videosorveglianza, allontanare di qualche metro le sale di scommesse e magari anche i pornoshop può essere un’autoconsolatoria esibizione di muscoli, ma significa solo spostare i problemi, non certo risolverli. Sono “grida manzoniane”. Oggigiorno i primi a irriderle sono proprio gli scafatissimi allievi (o “studentesse e studenti” come piaceva dire alla non rimpianta ministra Valeria Fedeli).
Sulla Scuola, purtroppo, il “Contratto per il governo del cambiamento” è un papocchio che assembla i propositi più vari e contraddittori. Non ha fondamento né prospettive. Tra le enunciazioni più bislacche, esso accampa “il legame dei docenti con il loro territorio”, per ridurre i trasferimenti in corso d’anno, che non consentono un'adeguata continuità didattica. Privo di basi filosofiche e di visione storica di ampio respiro, il Contratto confonde un problema amministrativo (l'assegnazione alla cattedra) con il “legame con il territorio”. Il “territorio” nel quale presidi e docenti (di ruolo o supplenti) debbono riconoscersi è uno solo: l'Italia, non solo perché è dallo Stato (regioni e  province compresi) che essi vengono retribuiti, ma perché è dall'Italia che essi traggono la loro ragion d'essere, senza pregiudizi e paraocchi nazionalistici, ma al tempo stesso senza smemoratezza.
Ma quest'orizzonte cominciò a restringersi tanti decenni addietro, quando, sull'onda dell'odio dilagante contro lo Stato, venne abolito il giuramento di fedeltà alla Costituzione cui il personale docente era tenuto, come sino al 1946 lo doveva al Re e ai Reali successori. Liberato dalla proterva aggiunta di “fedeltà al regime”, esso rimase in vigore per i presidi. Poi anche questo venne cancellato. Perdurò per il personale amministrativo statale, a sua volta spazzato via, al pari delle “qualifiche” e di ogni altra forma di valutazione dell'opera. Annientati l'ordine e la responsabilità (che è anzitutto del maggiorenne verso il minorenne, come recita il codice civile, di cui Giuseppe Conte è docente) la Scuola appare oggi come un dipinto di Hieronymus Bosch, un coacervo di aree e di edifici (spesso usate senza collaudo, a differenza delle abitazioni private), in cui si aggirano figure strambe, che corrono a perdifiato nelle più disparate direzioni, senza alcun progetto comune, giorno dopo giorno in attesa che arrivino le vacanze, le gite, la fine dell'anno scolastico..., vissuto in istituti dai nomi distintivi che nulla dicono a quanti li affollano. Anche quest'ultimo non è un dettaglio, ma, dati alla mano, è un segno rivelatore della grave malattia che pervade la Scuola d'Italia. Precario non è il docente a tempo determinato ma il “regime” stesso. Per risalire la china occorreranno decenni, alla ricerca di una meritocrazia che deve far rima con gerarchia: certezza delle leggi e responsabilità.  
Aldo A. Mola

L'EDITORIALE
GIUSEPPE CONTE: IL PRESIDENTE CHE NON C'E' E  L'ITALIA IN TOCCHI
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 2 settembre 2018, pagg. 1 e 11.
Giuseppe Conte    Lo Stato d'Italia regge sull'equilibrio dei poteri istituzionali apicali: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il Governo. La magistratura non è un potere ma un ordine. La Corte costituzionale è organo di garanzia. I pilastri, dunque, sono tre. Se uno si inclina, deforma il triangolo costituzionale da equilatero in scaleno, con tutte le possibili conseguenze, sino al possibile crollo del regime. È quanto sta accadendo. Il silenzio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non potrà durare a lungo dinnanzi al rischio che il governo trascini lo Stato stesso nel proprio prevedibile collasso. In gioco non c'è il cosiddetto “Contratto per il governo del cambiamento”, con tutte le sue contraddizioni, reticenze, promesse e violazioni patenti della Costituzione. Codesto Contratto, va ricordato, non ha alcuna valenza pubblica, erga omnes: è l'intesa tra due forze politico-parlamentari, geneticamente diverse e incompatibili e quindi  da un'unione infeconda, destinata a durare come tante altre in passato. 
Il punto della crisi in atto è ben altro: la credibilità dello Stato, verso l'estero e nei confronti dei cittadini, per ora frastornati ma prima o poi costretti a destarsi. Ce lo ricorda la Costituzione. Forse non è la “più bella del mondo”, ma certo rimane l'unica àncora di salvezza nei marosi imperversanti. 
   Il caposaldo della Repubblica (come già, a tale riguardo, della monarchia) è l'armonia tra Capo dello Stato, governo e legislativo. Il perno del compasso fu e rimane il presidente del Consiglio dei ministri. Nominato dal Presidente della Repubblica (art. 92 della Carta), quello dell'esecutivo “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri” (art.. 95). È esattamente l'opposto di quanto ora accade con Giuseppe Conte, avvocato, docente di diritto, mai eletto deputato, presidente dopo la canea della minacciata incriminazione di Mattarella da parte dei Cinque Stelle e di altri esagitati di borgata.
   Ruolo e competenze del presidente del Consiglio non sono affatto una novità. Lo Statuto Albertino, in vigore dal 1848 al 1947, non lo prevedeva. In forza dell'art. 65 il Re nominava e revocava i “suoi” ministri. A volte Vittorio Emanuele II presenziò alle sedute del governo. Lo storico Aldo G. Ricci ha documentato quanto Camillo Cavour abbia faticato a ritagliarsi la veste (non il rango, che continuò a non esistere) di presidente del Consiglio, spostando l'asse della fiducia dalla investitura regale alla Camera dei deputati. Ma nella forma nulla mutò. Nel 1890, per esempio, Giovanni Giolitti si dimise da ministro direttamente nelle mani di Umberto I che l'aveva nominato. Il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, che lo apprese per secondo, andò su tutte le furie ma non poté farci nulla. La svolta arrivò con il Regio Decreto 14 novembre 1901, n. 466 sugli “oggetti da sottoporsi al Consiglio dei ministri”. Senza alcuna modifica dello Statuto, all'articolo 6 esso  enunciò: “Il presidente del consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l'adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col  Parlamento e nelle manifestazioni fatte al paese”. Ogni ministro doveva riferire al presidente su “tutte le note e comunicazioni che impegnino la politica del Governo nei suoi rapporti coi Governi esteri”. Anche in Italia da 117 anni è chiaro che il presidente del governo deve “mantenere l'unità d'indirizzo”, non giocare “di rimessa”.  
  Presidente era il democratico bresciano Giuseppe Zanardelli, quarant'anni prima iniziato massone nella loggia “Dante Alighieri” di Torino e ancora attivo “tra le colonne”. Ministro dell'interno era Giolitti. Era impensabile che i ministri parlassero “a titolo personale” o di politica generale, inclusa quella estera. Quando il Paese rischiò di spaccarsi sulla introduzione del divorzio (1902-1903), Giolitti intimò al sottosegretario alla Giustizia, Scipione Ronchetti, massone a sua volta, di non dire più una parola in pubblico sullo spinoso argomento. Ronchetti tacque. Asceso alla presidenza  del governo, lo Statista piemontese lo premiò facendogli conferire il ministero della Giustizia. 
   Il governo doveva essere e, soprattutto, mostrarsi in perfetta armonia agli occhi del Re, del Parlamento e del Paese. Poiché, a parte Zanardelli, i presidenti del Consiglio furono sempre anche ministri dell'Interno, per l'unità dell'esecutivo a loro bastò avere in sintonia i ministri degli Esteri, della Guerra e dell'Istruzione. Gli altri si occupavano della “intendenza”. Il culmine della convergenza si registrò nel 1911-1914 tra Giolitti, il ministro degli Esteri marchese di San Giuliano, quello della Guerra  Paolo Spingardi, già comandante dei Carabinieri, e il capo di stato Maggiore dell'Esercito, Alberto Pollio. L'intervento nella Grande Guerra e il difficile dopoguerra, a parte il V e ultimo governo Giolitti (1920-1921), retto come sempre con mano fermissima, introdussero nell'esecutivo le discrepanze e divaricazioni che concorsero alla crisi dell'ottobre 1922 e all'avvento del governo Mussolini.
  Con la legge 24 dicembre 1924, n. 2263, sempre a Statuto immutato, vennero definite le attribuzioni e le prerogative del “capo del governo”. A parte il titolo (“primo ministro segretario di Stato”) poco mutò nella sostanza: doveva dirigere e coordinare l'opera dei ministri e conciliare le loro eventuali “divergenze”. La sua nomina e revoca rimase nelle mani del sovrano. Il decreto di dimissioni doveva essere firmato dal successore. Il “cambio” tra presidenti avvenne sempre col passaggio di consegne, anche il 31 ottobre 1922, quando Mussolini incontrò il predecessore, Luigi Facta, prima di assumere l'Interno e gli Esteri. Il 25 luglio, però, “fermato” dai Reali Carabinieri, Mussolini non controfirmò affatto la nomina di Pietro Badoglio. Lo ricorda Elio Lodolini in “Dal governo Badoglio alla Repubblica italiana” (Ass. Culturale Italia Storica). Le sedute dei governi immediatamente seguenti furono molto complesse, come documenta Aldo Ricci nei dieci volumi dei loro Verbali, pubblicati dal Poligrafico dello Stato, opera poderosa e meritoria, curiosamente ignorata da molti “storici”. Nei sei mesi di presidenza del governo Ferruccio Parri non fu all'altezza del compito. Con una punta di sarcasmo, il comunista Palmiro Togliatti lo ricordò sommerso tra pile di carpette. Malgrado fossero un “concerto a sei voci”, come Giulio Andreotti definì i governi formati dai sei partiti del Comitato centrale di liberazione nazionale, quei ministeri vennero presieduti con pacata fermezza dal democristiano Alcide De Gasperi. Quando il momento gli parve maturo, questi non esitò a escludere dall'esecutivo le sinistre (socialisti e comunisti) e a varare un governo di democristiani e liberali, con Luigi Einaudi vicepresidente, ministro del bilancio e governatore della Banca d'Italia. Nel succoso saggio “Francesco Saverio Nitti teorico della politica” (Univ. Suor Orsola Benincasa) Domenico Fisichella ricorda che secondo Nitti i consigli dei ministri dell'immediato dopoguerra erano “inutili e lunghissimi, dove non si sa mai che cosa si vuole e chi sia il capo”. Tuttavia dalla Ricostruzione alla guida del governo (il “capo” venne sostituito dal tradizionale “presidente”) si susseguirono personalità di polso. Chi riusciva a venire a capo delle tante correnti di un partito composito quale la DC non trovava soverchia difficoltà a varare governi multicolori: centristi, di centro-sinistra, monocolori (come quelli presieduti da Giovanni Leone) e persino (come fece Andreotti) basati su “astensioni” e sulla “non sfiducia”. Altrettanta fattiva duttilità mostrarono poi Francesco Cossiga, il socialista Bettino Craxi e via proseguendo sino a Silvio Berlusconi, Romano Prodi, ancora Berlusconi e Mario Monti, al quale va riconosciuto di aver imposto riforme drastiche proprio perché libero da vincoli di partito (averne fondato uno, senza dimestichezza coi labirinti della “politica” e senza averne il gusto, fu il suo vero errore). Strappata la campanella dalle mani di Enrico Letta, da presidente del Consiglio Matteo Renzi fece di tutto per non farsi rimpiangere. Fraintese il suo compito: anziché mediare tra le diverse correnti di un partito ormai impollinato da ex democristiani, lo fece deflagrare, col risultato di perdere entrambe le presidenze. Rimase comunque l'ultimo esempio di un presidente in sintonia con un ministro degli Esteri di superiore signorilità, quale Paolo Gentiloni, destinato a succedergli a Palazzo Chigi e oggi sempre più rimpianto.
   Se l'esecutivo deve esprimere e perseguire un programma organico unitario, l'attuale è un “non governo”, con un presidente palesemente sotto tutela dei suoi due “vice”, a loro volta in dissonanza su tutte le urgenze nazionali, in larga misura non contemplate affatto nel tanto logorroico quanto strabico “Contratto”. L'unico cambiamento per ora manifesto rispetto ai precedenti settant'anni di Repubblica è in quella “forma” che è anche “sostanza”: lo stucchevole battibecco quotidiano tra i titolari di ministeri chiave e le rispettive tifoserie; la continua invasione di campo da parte di ministri che si atteggiano a capi del governo e, quasi fossero sovrani di un Paese del quinto mondo, arrivano a insultare con inaudita protervia capi di Stato esteri poco inclini a dimenticare e istituzioni quali la Commissione dell'Unione Europea e le sue Autorità. Queste possono piacere o non piacere, però  l'Italia non può farne a meno, così come non può certo uscire dalla Nato, né capovolgere la propria politica estera (e conseguentemente militare) con le sue modeste forze e per dichiarazioni estemporanee di chi neppure è titolare degli Esteri. 
   Di quanto veramente accada in Consiglio dei ministri poco si sa. Lo storico futuro avrà a disposizione verbali delle riunioni, decreti approvati (all'unanimità?) e nella veste atta a essere consegnata alla “Gazzetta Ufficiale”? In sintesi, come batte il polso dello Stato d'Italia? Al di là delle osservazioni di metodo e di merito sull'iniziativa di questo o quel procuratore della repubblica circa la condotta di uno o altro ministro, vanno ricordati gli articoli 95 e 96 della Costituzione: “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri”; “il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria...”. Il vecchio e insuperato catechismo insegna che si pecca in pensieri, atti e omissioni. Tocca al presidente consegnare intatte al suo successore le prerogative della sua carica. Così come toccherà a chi l'ha nominato, il Presidente Mattarella, verificare se Giuseppe Conte stia o no esercitando le funzioni che gli sono state commesse o sia gravemente omissivo mentre l'Italia finisce “in tocchi”, come Vittorio Emanuele III disse a Mussolini il 25 luglio 1943, imponendogli le dimissioni.
Aldo A. Mola 
       
  Se Basta un nonnulla per provocare la catastrofe irrimediabile. Le rovine materiali (ponti, borghi terremotati...) sono rimediabili a costi preventivati, come quelle di ogni immobile coperto  da assicurazione, ovvero dalla consapevolezza della sua precarietà. Molto diverso è il crollo delle Istituzioni. Aggredito dall'esterno lo Stato può chiamare a raccolta i cittadini. Avventurato in una guerra offensiva il Potere supremo ha sempre saputo di rischiare il tutto per tutto in caso di sconfitta. La Costituzione si legò le mani con l'articolo 11 che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli ...”.

LA MORTE DI  MAFALDA DI SAVOIA ASSIA
UNA TRAGEDIA DELL'ITALIA IN EUROPA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 26 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
Mafalda di Savoia    Il 28 agosto 1944 la principessa Mafalda di Savoia (“Muti”, in famiglia), consorte di Filippo Landgravio d'Assia, morì dopo una tardiva amputazione del braccio sinistro, ustionato sino all'osso,  per fermare la cancrena generata dagli spezzoni di bombe anglo-americane che l'avevano ferita. L'intervento ebbe luogo nell'ambulatorio improvvisato nel postribolo del campo di concentramento di Buchenwald. Il 24 precedente migliaia di fortezze volanti partite da basi remote bombardarono a tappeto le Officine Gustloff e i dintorni. Churchill, in visita a Napoli, voleva dare una lezione alla Germania, già piegata dalla sconfitta inflittale dai sovietici a Kursk. Nessuno immaginava che al bordo del campo vivesse la figlia di Vittorio Emanuele III, catturata a Roma il 22 settembre 1943 per ordine di Hitler e lì detenuta dal 8 ottobre. “Povera foglia frale...” la Principessa lasciò  la vita terrena.
Riscoprire la tragedia di  Mafalda di Savoia-Assia  significa compiere un passo avanti nella conciliazione della memoria storica, con quanto può derivarne nella vita quotidiana. Più serenità, più responsabilità. Ne scrisse l'imperiese Renato Barneschi in “Frau von Weber”  nel 1982 (poi, Bompiani, 2006), seguito dal bel saggio sulla “Regina della Carità”, come Elena venne definita. Il 18 marzo 1983 morì a Ginevra Umberto II, iniquamente condannato all’esilio perpetuo dalla Repubblica italiana: una condotta abbietta nei confronti del Re Gentiluomo, che volle con sé nel feretro il regio sigillo. Deposto nell’Abbazia di Altacomba, antico sepolcreto della Casa, a quel modo  il Re mandò il suo ultimo messaggio agli italiani: dovevano e debbono farsi carico della propria storia, tutta.
Il mònito non fu raccolto. Eppure basta rievocare di Mafalda di Savoia-Assia per chiudere finalmente la sterile polemica retrospettiva contro la Casa, che sin da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, sul trono dal 1831, legò le sue sorti alla lotta per indipendenza, unità e libertà degli italiani. Pagando molto.  Nella carne. Ne fu esempio lo stesso Carlo Alberto, che il 23 marzo 1849, la sera della battaglia di Novara abdicò e partì per il Portogallo, ove si spense, consunto, il 28 luglio, appena cinquantunenne. Al protomedico Alessandro Riberi, mandatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II, bisbigliò quasi scusandosi: “Le voglio bene, ma muoio”. Suo  nipote, Umberto I, fu assassinato a Monza il 29 luglio 1900, poco dopo aver insediato il governo liberal-progressista guidato dall'ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato. E quindi fu la volta di Vittorio Emanuele III, che abdicò e partì per l'Egitto il 9 maggio 1946, e, di lì a poco, di suo figlio, Umberto II, appunto, che lasciò la Patria per il Portogallo il 13 giugno 1946. Senza ritorno.
Vicende dimenticate, deformate da letture faziose, con cesure,  censure  e ampie zone d’ombra.
Fra le molte rimane ingiustificabile rimane il lungo oblio riservato a Mafalda. La sua vicenda basta da sola a dire quanto una livorosa  polemistica  non vuol sentire né ammettere: nel dramma della seconda guerra mondiale Casa Savoia fu tutt’uno con le famiglie italiane anche nella sofferenza e   nel lutto. 
Un anno prima della tragica morte, il 28 agosto 1943, Mafalda  era partita da Roma per raggiungere la sorella, Giovanna, consorte dello zar dei bulgari, Boris III, che rientrato da un tempestoso incontro con Hitler, s’ammalò d’improvviso (probabilmente avvelenato perché non approvava le misure contro gli ebrei e intendeva sganciare il proprio paese dall'alleanza con i tedeschi) ed era ormai agonizzante. Suo marito, sposato nel Castello di Racconigi il 23 settembre 1925, dopo l’attentato del 20 luglio 1944 al Fuehrer  era  in stato d’arresto. Il viaggio di rientro in Italia per la principessa Mafalda fu un'odissea. Alla stazione di Sinaia, in Romania, venne informata della svolta in atto in Italia (proclamazione dell'armistizio, trasferimento della Casa Reale e del governo in Puglia) e invitata a rimanere. Proseguì per raggiungere i figli, a Roma, forte del suo rango. L'aereo predisposto per il suo trasferimento da Budapest a Bari atterrò a Pescara. Da lì raggiunse fortunosamente Roma. Mafalda si riteneva al sicuro proprio per il rango di Prinzissin, che agli occhi dei nazisti, ferocemente antimonarchici, era invece un'aggravante, come ricorda Frédéric Le Moal nella biografia di Vittorio Emanuele III (Gorizia, LEG). Mentre il figlio maggiore, Maurizio, già in Germania, era a portata  di mano di Hitler,  la regina Elena lasciando Roma ne aveva affidato molto fiduciosamente i figli minori, (Enrico, Otto ed Elisabetta), al sostituto segretario di Stato della Santa Sede, Giambattista Montini, che però presto li allontanò perché, accampò, sopraggiungevano nipoti suoi. 
Pertanto anche i principini d’Assia finirono a loro volta in Germania. Nella Città Eterna caduta sotto il controllo di Kappler,  Mafalda finì in un tunnel  senza uscite. Si fidò dei germanici sino a recarsi alla loro ambasciata ove (le era stato assicurato) sarebbe stata chiamata al telefono  dal consorte Filippo. Lì, invece, venne arrestata (22 settembre 1943).  Nel campo di  Buchenwald, che aveva per insegna “A ciascuno il suo”, Fu assegnata  alla  stanza 9 della baracca 15.  
Come centinaia di migliaia di connazionali ignari della sorte dei loro cari (dispersi, prigionieri,...), i sovrani, il principe ereditario Umberto e tutti i suoi famigliari e amici rimasero in angosciosa attesa di notizie della principessa, prigioniera in mani studiatamente crudeli. Della sua atroce fine dettero notizia i  giornali,  con commenti ingenerosi e inopportuni,  il 14 aprile 1945. Scrissero crudamente  che Mafalda di Savoia-Assia era morta per le ferite riportate nel bombardamento del lager in cui era rinchiusa. L’aiutante di campo di Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno, ne informò subito il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, affinché  i sovrani “non leggessero la tremenda notizia sui giornali”. Puntoni ne riferì subito al Re. Nel Diario annotò che il sovrano “come sempre (...) non lasci(ò) trapelare alcun turbamento” e continuò la conversazione in corso con Brunoro De Buzzaccarini. Solo un quarto d’ora dopo, Vittorio Emanuele III  s’appartò per riferirne alla Regina. Ma quell’informazione era davvero esatta? Seguirono settimane di angoscia, sino a quando il 2 maggio, proprio quando in Italia  cessò la guerra, tramite  i canali informativi della Santa Sede, venne  la conferma. Quando ne ebbe certezza, il Re  assunse “quell’atteggiamento che, per chi non lo conosce a fondo, può sembrare cinico; e io so  - scrisse Puntoni -  che egli soffre terribilmente...”. Liberati, come il padre, al crollo del nazismo, Maurizio ed Enrico d’Assia furono poi ripetutamente a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ove Vittorio Emanuele III prese dimora dopo la partenza dall’Italia per l’esilio (9 maggio 1946). Lo ricordò Tito Torella di Romagnano in  “Villa Jela” (Garzanti).
Dell'atroce fine della principessa non si doveva parlare tra fine della guerra e referendum istituzionale. La morte di Mafalda in campo di concentramento provava che Casa Savoia aveva combattuto e pagato la sua opposizione al dominio nazista. Dal settembre 1943 la Corona aveva trasformato il conflitto in lotta di liberazione, ancora una volta ponendo a servizio della Patria  le persone dei sovrani, i loro figli e i loro beni.  Doveva  rimanere misconosciuta  la figura di Mafalda, delicata e forte a un tempo, atrofica come il padre ai muscoli degli arti inferiori e tuttavia  attivissima, dedita alla beneficenza generosa e discreta, come sua madre, Elena.  Per quotidiani ed  emittenti radiofoniche  incitanti all’odio e al disprezzo nei confronti di Casa Savoia, la morte di Mafalda in un campo di concentramento nazista sparigliava le carte. Lo stesso valeva per la sorte della figlia minore dei sovrani, Maria, di cui ha scritto la principessa Maria Gabriella di Savoia  in La vita a Corte in Casa Savoia. Né se ne poté scrivere dopo il referendum fu frutto di migliaia di brogli largamente documentati in  documenti mai confutati. 
Il silenzio su Mafalda coprì due altri aspetti della verità. Anzitutto  la pietas di padre Herman Joseph Tyl. Quando riconobbe la salma della Prinzessin, con sollecitudine egli la sottrasse al forno crematorio, cui era destinata, e la fece avviare a Weimar ove venne sepolta, sia pure come “donna sconosciuta”. Nel lager del resto la Principessa era stata registrata sotto il nome di  “frau von Weber”. Sette  marinai di Gaeta internati a Weimar però ne riconobbero la sepoltura e la segnarono. Fu la conferma della fraternità nel dolore, propria dell’identità italiana. Ma anche questo doveva passare sotto silenzio, come  ha ricordato anche Mariù Safier nella oggi introvabile biografia di Mafalda, scritta con penna lieve e ricchezza documentaria in Mafalda di Savoia Assia dal bosco dell'ombra poi arricchita in Mafalda di Savoia Assia. Un ostaggio nelle mani di Hitler (Bastogi). 
Settantadue anni dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 e mentre l'assetto istituzionale scricchiola per tracotanza di due vicepresidenti e l'evanescenza del presidente del Consiglio, la straziante sorte di Mafalda di Savoia-Assia s'impone quale parte integrante della storia dell’Italia del Novecento. I sovrani, il principe  ereditario, tutta Casa Savoia portarono il lutto al braccio, come milioni  di connazionali. Erano gli stessi che all’inizio del secolo avevano scommesso su un progresso ininterrotto, senza traumi bellici, ma  poi fecero i conti con la grande guerra e nel ventennio seguente fronteggiarono  la grande depressione economica  con l’IRI, le bonifiche, il rilancio industriale e manifatturiero,  sempre nella certezza che il lavoro premia più delle avventure. La concordia deve prevalere sull'odio, sull'invidia di classe, sulle falsità spacciate per storiografia.
Quell’Italia, sovrano in testa, commise vari errori e anche gravi. Ma in una monarchia statutaria responsabile degli errori non è il re solo (né, meno ancora, un sovrano isolato quale fu Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di una biografia scientifica) sibbene l’intera dirigenza, che ne fu quanto meno corresponsabile. Osò dirlo Aimone di Savoia-Aosta con la franchezza tipica della sua Casa: e fu a sua volta costretto all’esilio. Lo ricorda anche Amedeo di Savoia in Cifra Reale.  Il ricordo della figlia del Re morta nel campo di sterminio ove  s’ergeva la  Goethe Eiche, la Quercia di Goethe, costituisce dunque un invito a riflettere sulla storia italiana del Novecento con passione, perché si tratta di pagine dolenti, ma finalmente senza pregiudizi né paraocchi. Casa Savoia, ne emerge con chiarezza, fu tutt’uno con ogni altra famiglia dell’ “itala gente da le molte vite”. Il martirio di Mafalda ne è appunto il suggello.
Vanno aggiunte poche altre osservazioni. Con la Grande Guerra crollarono gli imperi di Russia, Turchia, Austria-Ungheria e Germania. Il Regno d'Italia rimase l'unica monarchia costituzionale rilevante nell'Europa di terraferma. Vittorio Emanuele continuò la “grande politica” degli avi, con il conferimento del Collare dell'Ordine della Santissima Annunziata e alleanze dinastiche. A parte le nozze della primogenita Jolanda (“Anda”) con il conte Carlo Calvi di Bergolo (non gradito dalla Regina Madre, Margherita di Savoia), nel 1925 “Muti” andò in sposa al Langravio d'Assia, Filippo, che operava per traghettare la Germania dal caos postbellico: un luterano. Giovanna, terzogenita, sposò  l'ortodosso Boris III, zar dei Bulgari. La Santa Sede non gradì né l'uno né l'altro matrimonio e interpose clausole medievali. Ma il Re, che nel 1896 aveva sposato l'ortodossa Elena di Montenegro, pensava anzitutto all'Italia nel difficile quadro europeo (l'URSS non era un amico...) e alla libertà di coscienza di tutti i regnicoli. Nella  sua difficile opera non venne affatto aiutato. Un re in solitudine (come Vittorio Emanuele III drammaticamente fu dal 1938 in poi) è un paradigma per i presidenti sotto assedio  dei tempi nostri. Fu il caso di Giovanni Leone e di Francesco Cossiga. 
Quale sorte attende Sergio Mattarella? Tocca agli italiani dotati di senso della storia, alimento del senso dello Stato, rimboccarsi le maniche e coniugare l'oggi con il lungo corso dell'Italia unita.
E' significativo che nell'anniversario della sua tragica morte Mafalda di Savoia venga ricordata a Pamparato, due passi da Vicoforte ove dal dicembre 2017 riposano le salme dei suoi genitori: luoghi di pace e di meditazione.   
Aldo A. Mola

LA LEZIONE DI ROMA
VIE D'ITALIA PER L'EUROPA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 19 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
    L'Italia è sempre più in ritardo con la storia. Ogni anno che passa ne perde due, tre, dieci. Gli altri Paesi vanno avanti, l'Italia è al palo. Manca completamente di programmazione di lungo periodo. Sempre più lontana dall'Europa e dai suoi alleati postbellici, USA e Gran Bretagna, giace immemore e incapace di capire quanto occorre fare oggi per i prossimi trenta-quarant'anni. Si trastulla sul costo-beneficio corrente anziché intravvedere e costruire il Futuro, a differenza di quanto fecero i padri fondatori della Nuova Italia, che in pochi anni crearono un'immensa rete di ferrovie, strade e porti di interesse europeo. Così il Paese ristagna, arretra e sprofonda tra imprevidenza nella gestione delle sue infrastrutture e ricorrenti calamità naturali. Andrà sempre peggio se non si recupera cultura, filosofia e storia, alimento dell'umanesimo e delle scienze, veri pilastri portanti di qualunque Comunità.  Oggi occorre dotare l'intero territorio di internet superveloce e sicuro, anziché intermittente e gestito da malandrini. Questa è l'autostrada universale, già ora urgentissima. Invece immense plaghe sono collegate a fatica o addirittura per niente, come fossimo fuori dal mondo. L'Italia di Guglielmo Marconi e di Enrico Fermi è il passato remoto. Imperversano chiacchieroni e fattucchieri, votati e portati al potere da creduloni che alla scienza antepongo gli ex voto e i miracoli, l'oroscopo alla volontà. Del resto il presidente del Consiglio in carica accampò un curriculum arricchito da bellurie vanitose che suscitarono sorrisi  perplessi suscitato perplessità. Un suo vicepresidente, Luigi di Maio, privo di arte ma molto di parte, il 28 maggio 2018 chiese l'incriminazione del Presidente della Repubblica, seguito a ruota da una valchiria di borgata, perché Sergio Mattarella intendeva (come intende) salvare l'Italia dal baratro dei “no  tutto”e tenere l'Italia in quell'Europa che oggi è l'unica ancora di salvezza, proprio perché, male che vada, ci commissarierà e ci salverà dall'infantilismo dilagante. Il “caso Atlantia” è sotto gli occhi di tutti. Meglio subire per qualche tempo una “tata” severa che precipitare in un abisso senza fondo, dimentichi che la sovranità andò perduta una volta per sempre con l'iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, lettura obbligata anche per il ministro dell'Interno, che (gli piaccia o meno) per poteri effettivi viene molto dopo quello degli Esteri e della Difesa.   
  Malgrado tutto, questa Italia ha più risorse di quanto dicano governo e “media”. E' l'amalgama di un popolo forgiato nelle secolari lotte contro invasioni, scorrerie, dominazioni straniere. Lo scordiamo perché si campa di cronaca spicciola, Ma  vi sono terre che ci credono e lo insegnano. Lo ha fatto il comune di Reino, in provincia di Benevento, nell'antico e sempre vivido Sannio, con il convegno su “La Grande Guerra che cambiò il mondo”, doveroso omaggio ai 160 reinesi schierati in prima linea  nel 1915-1918 e ai suoi 16 caduti: una iniziativa fortemente voluta e orchestrata dal sindaco, Antonio Calzone, anche in omaggio a due concittadini, il vicecomandante dell'Arma dei Carabinieri, Massimo Jadanza, e il generale Antonio Zerrillo, già capo del Progetto Centenario del Comando Esercito Piemonte, partecipi all'incontro con  relazioni magistrali. 
  A Reino passa il tratturo Pescasseroli-Candel cantato da Gabriele d'Annunzio. Lì, anzi, i pastori sostavano a lungo e abbeveravano gli armenti. E' a due passi da memorie santifiche (Pietrelcina) e tragiche (Casalduni, Pontelandolfo), da Morcone, presepe nel presepe, affacciato sull'immensa valle del Tammaro, con l'occhio vigile alla displuviale che separa la Campania dall'Adriatico. Tante,  troppe volte di lassù irruppe il “nemico”, quando non salì dalla costa tirrenica dopo aver devastato paesi e luoghi sacri (compresa l'Abbazia di Montecassino). Lì la memoria dei saraceni e dei turchi è vivida, come quella di “alleati per caso”, “liberatori” per interessi loro. Lo si coglie nello sguardo soffuso di storia millenaria del marchese Andrea Jelardi, che guida alla visita del Museo della Pubblicità nell'avito palazzo in San Marco dei Cavoti, o nel silenzio degli orologi da campanile affidati al Comune dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in mostra in un austero palazzo, spesso chiuso per carenza di fondi. 
Il Sannio insegna quanto sia antica profonda e unitaria la storia del paese Italia.        
In duemila e cinquecento anni sono stati due soli gli artefici delle Grandi Vie tra l'Italia e l'Europa: i Romani e Napoleone Bonaparte. Imperatore dei Francesi, questi imparò a pensare in grande leggendo non già i pamphlets di sfasciacarrozze aspiranti rivoluzionari ma i classici greco-romani. Le strade e i codici napoleonici sopravvissero alla sconfitta di Waterloo. L'antica Roma consolidò ogni sua avanzata con nuove strade. I loro nomi ricordano i Consoli e i Cesari, che le aprirono superando difficoltà enormi per i mezzi dell'epoca. Quei nomi (Appia, Emilia, Aurelia, Domizio...) rimangono, al pari del Codice Giustinianeo. Costate fatiche immense, quelle grandi opere impiegarono anche prigionieri di guerra, perché quelle erano le regole del tempo, piaccia o meno alla sensibilità odierna, povera di senso della storia. A differenza dei loro avversari, arroccati ai margini del Tempo e via via soggiogati, i Romani crearono una rete che per la prima e sinora unica volta edificò l'Europa mediterranea, dalla Manica alla Palestina, da Gibilterra al Mar Nero. Non vi è più stato nulla di uguale. 
   Roma si affermò di secolo in secolo: guerre, alleanze, creazione di “colonie”, abitate in gran parte da cittadini di pieno diritto o “federati”. Di rado Roma sterminò i vinti. Non ne aveva motivo. Le popolazioni delle terre annesse erano la principale risorsa per l'espansione del suo dominio, come in omaggio a Caio Ottaviano Augusto scrisse  il “padano” Publio Virgilio Marone nell' Eneide. I Romani perdonavano i sottomessi, governavano col rigore lungimirante della legge e “debellavano i superbi”, cioè i riottosi, abbarbicati nella rete del passato remoto. Mai contagiati dal monoteismo (uno o trinitario), da costumanze condizionanti l'alimentazione e da precetti che inibiscono la procreazione nell'età più fertile (quella giovanile, la più propizia per la schiatta), i Romani furono ligi alla “filosofia della prassi”, che non è ideologia ma storia in fieri. Nessuna indulgenza verso idealismi e velleitarismi, né verso fatui moralismi, drappi rilucenti su corpi decrepiti. 
  In circostanze estreme i Romani ricorsero a misure eccezionali. Vittoriosi a Zama nella seconda guerra contro Cartagine (202 a.Cr.), decisero di dominare la “Liguria”, perché da lì era passato l'esercito di Annibale con tanto di elefanti e l'aiuto dei Galli, sempre corrivi ad assecondare dominatori di passo diretti contro l'odiata Città Eterna.  Nel 181 a. Cr. i consoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio assalirono i Liguri Apuani. Impreparati e chiusi nella tenaglia tra la costa e i monti, si arresero. Sentito il Senato, i consoli ne decisero iul trasferimento in massa nel Sannio, ove, dopo tre guerre in mezzo secolo contro la fortissima popolazione (326-271 a. Cr.), la Repubblica possedeva un ampio territorio. Malgrado suppliche e (pare) il suicidio per protesta di un'intera comunità, circa quarantamila Liguri Apuani di libera condizione, con mogli e figli, vennero tradotti (o deportati, secondo sensibilità odierne), parte a piedi e parte in nave sino al litorale campano, passando per Benevento, la terra due volte al centro della grande storia: per la vittoria dei Romani contro Pirro (275 a. Cr.) e quella di Carlo I d'Angiò contro Manfredi di Svevia (1266).   
   All'arrivo i capifamiglia ebbero 150.000 denari d'argento per provvedersi del necessario e mettere a frutto i poderi loro assegnati da appositi esperti. Fu una vittoria non su un nemico ma sulla tentazione di “fare il deserto dove dicevano di portare la pace”, come poi scrisse Tacito. I consoli celebrarono il successo in Roma.  “Furono i primi che ottennero quell'onore senza aver combattuto” scrive lo storico Tito Livio, un altro “padano” cultore della Grande Roma.  “Davanti al cocchio trionfale  procedette  soltanto la vittima per il sacrificio, un animale; non ci furono prigionieri o prede da sfoggiare, né altro che potesse essere  donato ai soldati”.
  Successivamente due consoli costrinsero alla resa altri 7000 liguri alle bocche del fiume Magra e li trasferirono nel Sannio. Nel tempo non si registrarono tensioni tra Sanniti e Liguri. La loro comunità venne rinforzata da veterani, ebbe una certa autonomia e sussidi per provvedere soprattutto all'infanzia, La “Tabula alimentaria” (101 d.Cr.) attesta i sussidi assicurati dall'imperatore Marco Ulpio Traiano a sostegno della popolazione. L' “itala gente da le molte vite” (cantata dal grande Giosue Carducci) era ormai salda. Aveva una storia che affondava radici nella memoria: unità nella diversità originaria. Recenti ricerche sul Dna della popolazione del Sannio ha confermato l'esattezza della narrazione, la coniugazione liguro-sannitica. Lingua, leggi, servizio militare, lavoro forgiarono un destino che resse anche durante le guerre gotico-bizantine, quando anche Napoli sembrò perduta per sempre.  
 Poi, d'un tratto, dei Liguri Apuani stanziati in quel lembo di Sannio si perse traccia. Gli storici non hanno dubbi: la distruzione va imputata ai Saraceni, le cui orde infestarono a lungo quella che era stata tra le terre più amene della Campania. Perciò, scrivono le guide, la località venne detta Macchia Saracenorum.
   Con la proclamazione del Regno d'Italia i Sanniti non ebbero dubbi nella scelta dei propri rappresentanti al Parlamento nazionale: il generale Federico Torre (Benevento, 1815- Roma,1892), deputato per un quarto di secolo e poi senatore; il massone Leonardo Bianchi, docente di neuropsichiatria a Napoli, scienziato di fama mondiale; il principe Ferdinando Ruffo; Vincenzo Bianchi, figlio di Leonardo. Una sola volta Reino fu sul punto di avere un deputato locale: Alfonso Meomartini, che ottenne  1003 voti contro i 1005 del rivale Bianchi. Di quest'ultimo a Reino si è quasi persa memoria. Il Palazzo Meomartini, invece, è sede del Comune, restaurato dal sindaco Antonio Calzone, un amministratore di lungo corso che crede nell'unità d'Italia e nella “filosofia della prassi”, suo nerbo: dai tratturi millenari alle infrastrutture recenti, il cui intreccio costituisce prova della vitalità del Paese. All'ingresso del palazzo comunale fa bella mostra una biblioteca. V'è bisogno di ricordarlo oggi, con l'occhio a quanto va fatto per le prossime due generazioni, memori dei versi carducciani:“Tutto che al mondo è civile,/grande, augusto, egli è romano ancora”, la Roma dei consoli, dei Cesari, delle vie che fecero dell'Italia il fulcro dell'Europa mediterranea.
 L'Italia odierna e ventura merita però di meglio rispetto a un presidente del Consiglio quale Giuseppe Conte, che, docente di diritto in una Università, chiede condanne immediate ed esemplari, perché “non si possono attendere i tempi della giustizia...”. Dinnanzi al populismo attualmente dilagante e devastante, meglio una stagione di “commissari”, anche perché, sic stantibus rebus, in carenza di “senso dello Stato”, svaporato da tempo, nessuna persona responsabile per risalire la china proporrebbe “più Stato”.   
Aldo A. Mola

COME NACQUE E COME RESSE L'ITALIA
UN’IDEA FORTE, UNA DIRIGENZA DIFFUSA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 12 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
   Canìschio è un piccolo comune affacciato sul torrente Gallenca, poco sopra Cuorgnè, nel Canavesano, quaranta chilometri da Torino. Il municipio è a Mezzanile, raccordo tra borgate i cui nomi passarono nel tempo ai loro abitanti, come documenta lo storico  locale Alberto Crosetto: Ferrero, Fogliasso, Braida... Nella Sala polivalente del Comune il sindaco, Riccardo Rosa Cardinal, ha allestito la mostra “Fede e valore” prodotta dal Ministero della Difesa e da lui duplicata, con gli alberi genealogici dei canischiesi caduti nella Grande Guerra e molti suggestivi cimeli: invito a riflettere sul miracolo della Riscossa dopo la ritirata di Caporetto (ottobre-novembre 1917), quando sembrava stesse tutto crollando e in poche settimane gli austriaci potessero arrivare a Verona, a Milano. Sarebbe stata la fine dell'Unità sorta appena 56 anni prima, con la proclamazione del Regno d'Italia. Il Paese rispose coralmente “Non passa lo straniero”. Parola d'ordine fu: “Resistere, resistere, resistere”, sul Piave come sul “fronte interno”. Le donne ebbero parte eminente in quell’epica lotta, come a Canìschio ha eloquentemente spiegato il colonnello Antonio Zerrillo, del Comando Militare Esercito Piemonte, per anni stratega dell'informazione storiograficamente corretta sulla Grande Guerra, specialmente nelle scuole. Nelle fabbriche, nei campi, negli ospedali, in missioni delicatissime, nella fatica quotidiana e nella spesso straziante elaborazione di lutti domestici le donne italiane divennero con ogni evidenza protagoniste della vita nazionale. Lo si vide nella solenne celebrazione del Milite Ignoto, scelto ad Aquileia da Maria  Bergamas, madre di un caduto non identificato, e traslato sino all'Altare della Patria in un'Italia cementata nel ricordo del sacrificio. Non erano stati i cittadini a decidere la guerra. Il Parlamento stesso l'aveva più subìta che voluta. Però furono gli italiani a sopportarne il peso e a vincerla. Lo comprese bene Vittorio Emanuele III, che elevò il Vittoriano a tempio della Terza Italia, custode delle Bandiere e delle Medaglie d'Oro. Umberto II stabilì che lì dovevano essere conservati anche i Grandi Collari della Santissima Annunziata, per ricordare che il Principe non opera in solitudine ma contornato dai suoi fidi, a loro volta chiamati a suscitare il consenso. Lì è il segreto degli Stati che durano nei secoli.      
Canìschio ha riproposto la parabola dell'Unità nazionale: l'Italia non nacque per caso ma da Idee forti, il “Risorgimento”, la Terza Roma, e grazie a una dirigenza diffusa, consapevole, motivata, non “tirata a sorte” ma eletta in gara leale tra cittadini, libera da vincoli di mandato e di comprovata esperienza culturale, professionale e “politica”: la missione più alta nello Stato, come 2500 anni addietro spiegò Socrate, condannato a morte dagli ateniesi proprio perché li esortava alla serietà. La città non gli dette retta. Finì succuba di Filippo il Macedone, un barbaro rispetto a Pericle. 
Dopo Caporetto tutto sembrava perduto ma agli ordini del nuovo Comandante Supremo, il napoletano Armando Diaz, l'Esercito arginò l'avanzata austro-tedesca, che, ormai lontana dalle basi di partenza, si esaurì sulla sinistra del Piave e contro le poderose difese del Grappa, allestite dal preveggente Luigi Cadorna, da sempre consapevole che quello sarebbe stato il bastione per fermare il nemico (non solo austro-ungarici e tedeschi ma croati e sloveni, i più accaniti). 
La parabola proposta da Canìschio è di vidida attualità. L'Italia superò la prova memore dei suoi principi fondativi: indipendenza, dopo secoli di dominio straniero; unità, dopo mille e cinquecento anni di frantumazione in feudi, comuni e signorie, tutti comunque “vassalli”; e libertà, cioè partecipazione dei cittadini alle decisioni che mettono in gioco lo Stato e le loro sorti. A lungo la storiografia di matrice ideologica ha esaltato il “Principe” di Niccolò Machiavelli, utilizzato soprattutto da Antonio Gramsci e dal suo “editore”, Palmiro Togliatti, a beneficio del Partito comunista italiano. Mentre  Machiavelli esortava il Principe a redimere l'Italia dal giogo dei barbari e a creare lo Stato, quello gramscio-togliattiano intendeva soggiogare l'Italia esistente a un partito-chiesa, presto degradato a partito-spugna, così zuppo di prestiti estranei da risultare irriconoscibile: una profezia di quanto anche oggi accade ad altri “cartelli” che si atteggiano a prìncipi ma risultano privi di “senso dello Stato”.    
 Per comprendere le radici remote della Riscossa del 1917-1918 giovano il ricordo del clima nel quale nacque l'unità nazionale, oggi come ieri patrimonio irrinunciabile, e una sintetica panoramica della dirigenza politica locale. A metà Ottocento, quando contava sei volte la popolazione attuale, Canìschio era fra i 37 Comuni del collegio elettorale di Cuorgné. Il 27 aprile 1848 questo elesse deputato Pier Dionigi Pinelli (1804-1852), primo ufficiale al ministero della pubblica istruzione. Secondogenito di un alto magistrato fedele a Casa Savoia anche durante l'annessione degli Stati sabaudi di Terraferma da parte della Francia repubblicana e napoleonica (1798-l814), mentre il fratello maggiore, Alessandro, seguì le orme del padre nella Magistratura e il minore, Ferdinando Augusto, imboccò la carriera militare, Pier Dionigi, laureato in legge a Torino a soli 19 anni, si dedicò alla professione forense. All'Università aveva coltivato l'“amicizia pericolosa” con il teologo Vincenzo Gioberti, poi coinvolto in una cospirazione liberale e nel 1833 costretto a esulare in Francia, ove scrisse opere fondamentali non solo per il neo-guelfismo, che propose una federazione italiana presieduta dal papa, ma per la diffusione dell'idea di unione nazionale, prima monopolio di società segrete, quali la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, i cui metodi (attentati, moti armati...) furono deplorati e respinti da Massimo d'Azeglio e, in generale, dai moderati.
   La prima elezione della Camera “subalpina” (termine riduttivo perché accanto ai “piemontesi” essa contava nizzardi, savoiardi, liguri e sardi e dal 1849 ebbe molti esuli politici, affluiti dagli altri Stati italiani) avvenne nell'entusiasmo degli iniziali successi dell'Armata sabauda nella guerra federale del marzo 1848 contro l'Austria. Due giorni dopo, però, Pio IX, artatamente celebrato quale papa liberale, sconfessò la partecipazione dello Stato pontificio al conflitto contro Francesco Giuseppe d'Austria, usbergo della Chiesa cattolica. Malgrado la vittoria a Goito e la presa di Peschiera, per Carlo Alberto di Sardegna, re costituzionale, iniziarono le sconfitte. Il maresciallo austriaco Radetzky aveva alle spalle le immense risorse dell'Impero, riportato all'ordine con la repressione delle rivolte scoppiate a Vienna e a Praga. L'8 agosto 1848 il generale Carlo Canera di Salasco firmò l'armistizio. Nel suggestivo Castello di Marchierù, un gioiello da visitare in Villafranca Piemonte, tra molti cimeli si conserva la scrivania sulla quale l'atto fu sottoscritto. La presidenza del governo passò da Cesare Balbo ad Alfieri di Sostegno e Perrone di San Martino. Pinelli vi entrò come ministro dell'Interno. Da due anni era capofila dei moderati. Nel 1847 a Casale Monferrato (sua seconda patria) aveva  presieduto il congresso dell'Associazione agraria che incitò Carlo Alberto ad assumere la guida dell'indipendenza italiana. Nel gennaio 1848 fondò il settimanale liberalmoderato “Il Carroccio”, al quale collaborarono Giovanni Lanza e Carlo Cadorna. Per Pinelli il Carroccio era il simbolo poi cantato da Giosue Carducci in “La Battaglia di Legnano”: non fomite di divisioni campanilistiche ma propugnacolo della lotta unitaria per l'indipendenza. Non per caso a scrivere la prima corposa storia della Lega lombarda (già soggetto di un magnifico quadro di Massimo d'Azeglio) fu l'abate di Montecassino Luigi Tosti, fautore dell'unità nazionale in rotta di collisione con Pio IX. 
Per Pinelli il difficile venne dopo. Ormai in aperto contrasto con Gioberti (che pretendeva la prosecuzione della guerra a tutti i costi) nelle elezioni del 22 gennaio 1849 egli venne sconfitto a Cuorgnè dal teologo ex amico, che però, pago di averlo umiliato, optò per il collegio Torino III. In marzo arrivò il peggio: la “brumal Novara”, l'abdicazione di Carlo Alberto, l'armistizio di Vignale, che salvò l'assetto costituzionale del regno ma al “Piemonte” impose un'ingente “riparazione” finanziaria e la temporanea occupazione militare straniera di piazze strategiche. Rieletto, nel nuovo governo presieduto dal generale De Launay Pinelli tornò all'Interno. In tale veste sostenne la repressione dell'insorgenza repubblicana a Genova attuata dal generale Alfonso La Marmora, che la ritenne inaccettabile “tradimento in faccia al nemico”.
Quattro volte confermato deputato di Cuorgnè e ministro dell'Interno nel governo presieduto da Massimo d'Azeglio (maggio 1849: se ne veda l'Epistolario curato dal provenzale Georges Virlogeux per il Centro Studi Piemontesi), Pinelli divenne la personalità eminente della Camera, che il 29 dicembre 1849 lo elesse presidente. In tale veste compì una delicata missione a Roma per convincere Pio IX a rimuovere l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, che aveva fatto negare il viatico al morente Pietro de' Rossi di Santa Rosa, perché come ministro  aveva approvato le “leggi  Siccardi” per l'abolizione del foro ecclesiastico separato, la medievale immunità dei luoghi sacri e altre misure necessarie a condurre il clero nel diritto comune. Pinelli non raggiunse lo scopo. Tratto in arresto da La Marmora e deportato nel forte di Fenestrelle, benché fregiato del Collare della SS. Annunziata e quindi “cugino del Re”, mons. Fransoni fu costretto all'esilio perpetuo in Francia.   
Morto Pinelli, neppure cinquantenne (destino parallelo a quello di Camillo Cavour), e dopo due rappresentanti di minor rilievo, Cuorgnè elesse deputato il massone Terenzio Mamiani, ministro della Pubblica istruzione, genio poliedrico che nominò il venticinquenne Giosue Carducci docente di letteratura italiana all'Università di Bologna. Quando Mamiani divenne ministro plenipotenziario di Grecia (all'epoca in cerca di un Re: si pensò anche a un Savoia), il 7 luglio 1861 Cuorgnè elesse deputato il generale Ferdinando Augusto Pinelli (1810-1865), ormai al culmine di una carriera militare che lo vide passare di successo in successo, anche nel Mezzogiorno, ove nel settembre 1860 comandò l'assedio di Ancona e nel marzo 1861 quello di Civitella sul Tronto, ultima resistenza borbonica. Pinelli non esitò a bollare Pio IX “Vicario non di Cristo ma di Satana” e “sacerdotal vampiro”. Fautore del primato della fanteria, tra molte opere di strategia e di tattica Pinelli scrisse la poderosa “Storia militare del Piemonte dal 1748 al 1796”, sulla traccia di Carlo Denina e a continuazione del capolavoro di Alessandro Saluzzo di Monesiglio, autore di cinque volumi scritti per rivendicare la centralità della tradizione militare durante l'annessione del Piemonte al napoleonico Impero dei Francesi. Dedicata “alla gioventù italiana” l'opera di Pinelli fu un inno all’identità tra cittadino e milite, come nell'antica Roma, per liberarsi dalle “irte falangi del dispotismo”.
Alla sua morte Cuorgnè elesse deputato il generale Trofìmo Arnulfi (1803-1880), nativo di Escarène, nel Nizzardo. Giunto ai vertici del Corpo dei Reali Carabinieri dopo innumerevoli delicatissime missioni (contro mazziniani, briganti, nemici dell'ordine: nel maggio 1859 sventò un attentato a Vittorio Emanuele II e a Napoleone III che stavano entrando in Milano, liberata dal giogo asburgico), nei quindici anni di mandato parlamentare Arnulfi propugnò numerosi disegni di legge per potenziare le Forze Armate del giovane Regno d'Italia, la cui difesa era in tanta parte da ideare perché (a eccezione del regno di Sardegna) gli Stati preunitari avevano (quando l'avevano: in genere erano succubi dell'Austria o di Napoleone III) una visione miope della politica estera e della difesa.
Gli artefici della Terza Italia erano dunque molto più  numerosi dei 508 collegi elettorali del Paese: formavano una vastissima dirigenza che giorno dopo giorno cementò l'unità nazionale grazie a due strumenti decisivi: l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita e la leva militare, parimenti obbligatoria, in linea con la tradizione dello Stato sabaudo. Vanto degli elettori di tanti collegi fu (e rimane) di aver messo i loro voti a sostegno non solo di notabili locali meritevoli di un seggio parlamentare ma anche di personalità di spicco nazionale, in una concezione superiore della “sovranità”. Fu il caso di Cuorgnè. 
La cittadina dette i natali anche a un protagonista pressoché ignorato della storia d'Italia, Domenico Maiocco (1883-1969). Ufficiale degli alpini temporaneamente in congedo per malattia contratta al fronte, nell'agosto 1917 questi si mise a disposizione di Giovanni Giolitti per il rinnovamento civile del Paese. Socialista e antifascista, iniziato massone nel 1923 nella loggia “Vita Nova” di Alessandria, dopo il 1943 Maiocco divenne gran maestro della Massoneria Italiana Unificata, riconosciuta dal Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato degli Stati Uniti d'America. “Sconosciuto messaggero del colpo di Stato” (come è intitolata la sua biografia, scritta da Antonino Zarcone, già capo dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito), a ridosso del 25 luglio 1943 Maiocco fece da tramite fra gerarchi antimussoliniani, il leader degli antifascisti democratici, Ivanoe Bonomi, e Re Vittorio Emanuele III. Pensava in grande e agiva di conseguenza, per ricollocare l'Italia nella catena di unione delle liberal-democrazie occidentali. Anch'egli, come i Pinelli, Mamiani e Arnulfi, meriterebbe un adeguato ricordo, e non solo nella sua nativa Cuorgnè. Il Centenario della Vittoria è il momento propizio al ripasso generale della storia che ha fatto grande l'Italia, per coglierne i punti di forza e metterla in guardia da errori irreparabili.  
Aldo A. Mola

ANCHE IL PAPA RIFIUTA LA PENA DI MORTE
NON C'E PIU' IL BOIA DI UNA VOLTA
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 5 agosto 2018, pagg. 1 e 11.
Mastro Titta   Con Rescritto pubblicato il 1° agosto 2018 negli Acta Apostolicae Sedis e nell'“Osservatore Romano”, papa Francesco ha mutato il titolo n. 2667 del Catechismo della chiesa cattolica. La modifica risale all'udienza concessa l'11 maggio scorso al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Luis Ladaria, sempre in perfetta sintonia con il pontefice. Il Catechismo pubblicato nel 1992 da papa Giovanni Paolo II raccomandava alle “autorità” di impiegare “mezzi incruenti per difendere le vite umane dall'aggressore e per proteggere l'ordine pubblico e la sicurezza delle persone”, sempre che risultassero “sufficienti”. Diversamente si passava alle “vie di fatto”. Il nuovo titolo 2267 insegna che “il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune”, ma oggi “è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta”, neanche dopo aver commesso i crimini peggiori. Inoltre si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, “non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”, come accadrebbe se venissero giustiziati. Le carceri di massima sicurezza non sono invenzioni recenti. Per capirlo, basta visitare il “pozzetto” del forte di San Leo nel quale venne gettato il conte di Cagliostro. Forse aiutato a morire a bastonate, ne uscì cadavere e della sua salma si perse ogni traccia.    
  Già l'11 ottobre 2017 al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione papa Francesco aveva dichiarato che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona”.  
  Il Rescritto del 1° agosto è stato accolto dall'entusiasmo dei fautori dell'abolizione universale della pena capitale e dalle argomentate riserve di quanti rivendicano il fondamento teologico dell'uso della pena capitale, enunciato da Tommaso d'Aquino nella “Summa”, ripetutamente invocata dal Sacro Soglio quale fondamento della dottrina cattolica. Poiché il dibattito sull'“innovazione” bergogliana è destinato a durare, è opportuno domandarsi se e quanto essa davvero innovi e quali possano esserne le ricadute. 
  Una prima considerazione si impone. La nuova redazione del n. 2267 del Catechismo si appella alla “sensibilità” odierna dinnanzi all'equilibrio tra crimine e pena, alla luce della “dignità” originaria della persona e della sua redimibilità in stato di sicura contenzione, oggi possibile grazie ai progressi dei sistemi di detenzione: argomentazioni che rimangono sul piano dell’opportunità e dell’evoluzione sociale, cioè della “organizzazione”, in linea con il neopelagianesimo che proprio papa Bergoglio ha ripetutamente e solennemente condannato quale eresia, espressione di Satana, da estirpare senza misericordia.
  La “novella” pontificia, a ben vedere, manca di forza declaratoria. Non è un comandamento chiaro e solenne, quale il celebre: “Non uccidere” (Gesù, Discorso della Montagna, Matteo 5, 21). Infatti essa lascia intatto il n. 2266, secondo il quale l'“insegnamento tradizionale della chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte. Per analoghi motivi, i detentori dell'autorità hanno il diritto di usare le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità”. 
  La “novella” nulla modifica dei titoli ancora più impegnativi del Catechismo (2307-2317), che prevedono la “legittima difesa con la forza militare” da parte delle nazioni aggredite, ovvero la “guerra giusta”: tema vastissimo, richiamato al centro dell'attenzione da Giovanni Paolo II quando esplose la prima Guerra del Golfo. Al riguardo il titolo 2310 non lascia adito a dubbi: “I pubblici poteri hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli”; salva restando la ferma condanna di “ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti”, delitti “contro Dio e contro la stessa umanità”.
Il Catechismo di papa Giovanni Paolo II, nei punti non modificati da papa Bergoglio, predica infine il diritto e il dovere delle autorità pubbliche di regolamentare la produzione e il commercio delle armi, che in sé non costituiscono dunque “male assoluto” (a differenza di quanto tre anni fa asserito da papa Francesco a Redipuglia) perché rientrano nel diritto alla difesa teologicamente e dottrinalmente ammesso. Va aggiunto che tra i compiti più emotivamente dolorosi ma ineludibili del privare della vita vi è far parte di un plotone di esecuzione.
    Alla riformulazione del titolo 2267 del Catechismo questo 1° agosto  2018 il pontefice è pervenuto settant'anni dopo la promulgazione della Costituzione italiana  che recita: “Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”, all'epoca vigenti e successivamente modificate con la totale esclusione della pena capitale. Di più. L'abolizione  della tortura quale strumento processuale e della pena di morte costituisce speciale vanto della Grande Italia. Nella Repubblica di Venezia non si registrarono esecuzioni dall'inizio del Settecento. Il suo governo disponeva di mezzi detentivi leggendari, a cominciare dai Piombi. L'evasione di Giacomo Casanova, propiziata da conniventi sui quali lo scrittore libertino per molti motivi tacque (ne scrive Enrico Tiozzo, premio Carducci per la critica letteraria), costituì l'eccezione che conferma la regola. Altrettanto efficace era la macchina carceraria del Granducato di Toscana quando Pietro Leopoldo per primo in Europa abolì tortura e pena capitale.
Era invece ormai esanime la Repubblica romana quando nel 1849 pubblicò la sua mazziniana Costituzione (tutt'oggi esemplare), che sancì l'abolizione della pena di morte. Dalla nascita, nel 1861, la Nuova Italia si prefisse l'unificazione dei codici, prima il civile (1865), poi il penale (1889). Quest'ultimo venne varato dal governo presieduto dal massone Francesco Crispi, con il “fratello” Giuseppe Zanardelli alla Giustizia. Ancora una volta l'Italia anticipò i paesi tanto più decantati quali alfieri delle libertà: Francia, Gran Bretagna, Spagna, a tacere dell'Austria-Ungheria, ove l'“imperatore degli impiccati” Francesco Giuseppe nel 1882 firmò l'esecuzione capitale di Guglielmo Oberdan, suscitando l'indignazione di Victor Hugo e di Giosue Carducci, che a 15 anni era stato rinchiuso dalla Gendarmeria granducale nella cella “di forza” del carcere di Firenze. Se ne ricordò per il resto della vita: “Passa la nave mia, sola nel pianto...”, come documentammo con Guglielmo Adilardi dieci anni addietro.
   Nel 1879 Umberto I, il “Re buono”, commutò in ergastolo la condanna a morte di Antonio Passannante, attentatore alla sua vita. Di fatto la pena capitale non veniva eseguita in Italia dieci anni prima della promulgazione del nuovo codice penale, vulnerato nel 1926 con la sua reintroduzione dopo i quattro attentati a Mussolini e poi con il “codice Rocco” del 1930, che la estese a molte fattispecie. Venne abolita definitivamente dal Luogotenente Umberto di Piemonte (agosto 1944), salve le misure eccezionali connesse allo stato di guerra e per i delitti di regime, con sentenze poi pronunciate da assisi straordinarie.
    Anche se prudente e parziale, la “novella” di papa Bergoglio va plaudita per almeno tre motivi. In primo luogo la Chiesa di Roma risulta l'unica delle tre religioni abramitiche a prendere le distanze dal ricorso alla pena capitale come compensazione di crimini, quale ne sia la gravità. Secondo gli ebrei Dio stesso sanziona il peccatore. Valga d'esempio la punizione di chi venne sorpreso a raccogliere legna in giorno di sabato: “Mosè ed Aronne lo incarcerano in attesa di istruzioni dall'Altissimo. Jahve disse a Mosè: L'uomo deve essere messo a morte. Lo lapidi tutta la comunità fuori dall'accampamento. Tutta la comunità lo fece allora uscire, lo lapidò e quegli morì, come Jahvè aveva ordinato a Mosè” (Numeri, 15, 32-36). Lapidazione (una morte lenta e orrenda, usata anche ai danni delle prostitute, lasciando indenni i loro profittatori) per quattro arbusti, raccolti nelle ore vietate... 
   L'altra religione abramitica, l'islam in tutte le sue molteplici varianti, non solo prevede la pena capitale e altre punizioni corporali efferate (mutilazioni, frustate...), offensive della dignità umana, ma predica la guerra di conquista e lo sterminio dell'infedele che non si sottometta e non paghi il dovuto alla “umma”. Nei paesi ove dilagano, gli islamici sono impediti dalla legge comune di applicare il Corano, ma sappiamo come lo osservino “a casa loro” (Arabia Saudita, Iran, Turchia...) anche quando non sono fondamentalisti.    
  In secondo luogo, con la piccola ma significativa riforma del catechismo papa Bergoglio si rivolge anzitutto alla moltitudine di Stati di matrice cristiana che in Europa e nelle Americhe continuano ad applicare la pena capitale (dalla Bielorussia a una trentina di  componenti degli Stati Uniti d'America, a Cuba, Cile, Perù...). I loro governanti hanno qualche argomento in meno per continuare su una strada che alterna carceri sovraffollate spesso teatro di rivolte sanguinose (è il caso del Brasile) a fortilizi di massima sicurezza, come Guantanamo, ove la tortura fisica si accompagna a quella psicologica.
  Va infine rilevato che, pur senza accennarvi, il pontefice avanza l'esecrazione nei confronti della condotta tenuta in passato dalla Santa Sede come governo statuale e dal Sacro Soglio quale suprema autorità teologica, dogmatica, dottrinale e catechistica: un percorso mirabilmente perlustrato da Luciano Pacomio, all'epoca vescovo di Mondovì, in “Storia e struttura del Catechismo” (Libreria Editrice Vaticana, 1992). Se la prima si limitò a condannare uomini e donne anche alla detenzione perpetua (da scontare talvolta in edifici religiosi), la seconda, poiché “Ecclesia abhorret a sanguine”, non esitò ad affidare al braccio secolare quanti via via ritenne dovessero essere fisicamente eliminati: anche sacerdoti previamente sconsacrati (avvenne ancora con Ugo Bassi e con il mazziniano don Enrico Napoleone Tazzoli, che si era messo in luce anche in un Convegno degli Scienziati Italiani) ed “eretici” impenitenti, da Arnaldo da Brescia a Giordano Bruno e molti altri ancora.
   Chiusa la stagione delle sterili e superflue “scuse”, forse albeggia quella di una riflessione profonda sulla povertà di tante “antiche condanne”, pronunciate nei secoli senza argomenti teologicamente convincenti. È il caso della scomunica della Massoneria, revocata in dubbio nel 1974 dal prefetto della congregazione per la dottrina della Fede, cardinale Ferenc Seper che all'arcivescovo di New York, Joseph Kroll, scrisse che la chiesa può ormai accogliere i cristiani iscritti a logge che non cospirano contro di lei. Bisognava procedere “con discernimento” e senso della storia: l'humus dal quale è spuntata la piccola “riforma” bergogliana. Certo il Papato odierno è lontano anni luce dall’epoca in cui Mastro Titta suppliziava in Roma tra gli applausi di sadiche folle plaudenti. “Parva favilla gran fiamma seconda....”. Alla vigilia di San Lorenzo la Speranza è l'ultima a morire. 
Aldo A. Mola 

VITTORIO AMEDEO II DI SAVOIA
IL RE “ISOLATO”
 
Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 29 luglio 2018, pagg. 1 e 11.

Vittorio Amedeo II di SavoiaTrecento anni fa col Trattato di Londra del 2 agosto 1718 Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1666-1732), fu riconosciuto Re di Sardegna, in cambio della rinuncia alla corona di Sicilia, conferitagli con la pace di Utrecht del 1713 e poi riconfermata con quella di Rastadt del 1714, a conclusione della guerra di successione sul trono di Spagna. Venne così ribadita la vocazione mediterranea della Casa di Savoia, iniziata con l'annessione di Nizza. Il ripiegamento dalla Trinacria alla Sardegna costituì una svolta per il re, per il Vecchio Piemonte e per l'intera storia d'Italia, tanto più che, all'epoca, la Corsica era ancora sotto dominio del genovese Banco di San Giorgio di Genova, una tra le mete più agognate dai sovrani sabaudi. Lo stesso Vittorio Amedeo II, prima di rassegnarsi al baratto (tutto in perdita) tra l'Isola del Sole e la “petrosa” terra dei nuraghi aveva tentato di ottenere il ducato di Parma e la Toscana col titolo di Re di Liguria. Per cogliere l'importanza della svolta del 1718-1720, quando il sovrano prese possesso effettivo della Sardegna, giova un panorama sintetico della sua personalità e dei tempi procellosi nei quali visse. 
Da Martin Meitens Vittorio Amedeo II fu ritratto in abiti sfarzosi, perché così è il Re: ritto, onusto dei simboli del Potere, l'indice della destra teso ad additare il Destino, la sinistra a difesa sul fianco guarnito di spada, lo sguardo fermo di chi è fondamento e garante dell'Ordine. Nella vita quotidiana il duca di Savoia era però qual fu descritto negli “Aneddoti sulla Corte di Sardegna” dal suo confidente Blondel: “Sobrio e semplice nei suoi vestiti, d'estate e d'inverno l'ho visto con lo stesso abito color caffè, senza ori ed argenti, con grosse scarpe a doppia suola, con camicie di tela grossolana, senza pizzi e ornamenti. La sua spada aveva la guaina rivestita per un tratto da una striscia di cuoio per non sciupare l'abito. Per bastone usava un giunco con pomo di cocco. Di magnifico aveva le parrucche, per nascondere la calvizie che l'aveva colpito durante l'assedio di Verrua; i capelli non sempre erano rinfrescati. Poiché amava molto camminare a piedi, nei giorni di maltempo indossava un surtout azzurro. In casa portava una vestaglia di taffetà verde foderata di pelle d'orso bianco; d'inverno l'orso era al di dentro, d'estate era al di fuori”.
Così apparentemente dimesso, Vittorio Amedeo II aveva volontà di ferro, visione politica vastissima e un senso supremo della sua missione. “Costretto dalla politica a non avere confidenza sicura in nessuno – ha scritto Francesco Cognasso nell'insuperata Opera “I Savoia” - poca gioia trovò nella famiglia”. 
Orfano a nove anni del padre, Carlo Emanuele II, in conflitto con la madre, Giovanna Battista di Nemours, francesizzante, a diciannove anni Vittorio Amedeo sposò la quattordicenne Anna Maria d'Orléans. Dopo averne avute tre figlie, si legò a Giovanna de Luynes, moglie del conte di Verrua, e ne ebbe Vittoria e Vittorio Francesco, riconosciuti ed elevati a marchesa e marchese di Susa. Nel 1700, quando iniziò la guerra di successione spagnola, la prima delle tre che sconvolsero l'Europa sino alla pace di Aquisgrana del 1748, la contessa fuggì a Parigi con i segreti carpiti al duca. 
Riappacificato con la duchessa Anna, Vittorio Amedeo ne ebbe tre maschi, il secondo dei quali, Carlo Emanuele, destinato al trono. Vittorio Amedeo Filippo, il prediletto, morì sedicenne. La Casa fu ripetutamente colpita dal vaiolo. Ne fu contagiato egli stesso nel 1692, quando sentì vicina la Grande Visitatrice.
Come Emanuele Filiberto, vincitore sui francesi a San Quintino (1557) e restauratore dello Stato sabaudo, e Carlo Emanuele I (cinquanta anni al potere e altrettanti di guerre: 1580-1630), anche Vittorio Amedeo fronteggiò un conflitto dopo l'altro. Nel 1690 il ducato fu aggredito da Luigi XIV di Francia, il Re Sole. Agli ordini del maresciallo Catinat, dove passarono i francesi fecero il deserto: sterminarono la popolazione, distrussero e arsero edifici, anche religiosi, abbatterono gli alberi al ceppo. Lo Stato, però, resse. Bastava che il duca battesse il piede e dalla terra scaturivano guerrieri fedeli al sovrano perché consci dell'unità della loro sorte. Ne ha scritto da par suo il generale Oreste Bovio in “Dal Piemonte all'Italia. Tre secoli di storia militare” (ed. Bastogi). Come riconoscevano ambasciatori e osservatori stranieri, in Italia il duca di Savoia era l'unico ad avere un progetto politico proprio. Fiero del titolo di Vicario del Sacro Romano Imperatore, nella guerra di successione sul trono di Madrid (che possedeva l'America dal Messico alla Terra del Fuoco, Brasile a parte, le Filippine e due terzi dell'Italia, da Napoli a Milano), Vittorio Amedeo si schierò contro i Borbone di Francia, che però infine sostituirono gli Asburgo in Spagna e nei suoi possedimenti, tranne quelli italiani, passati da Madrid a Vienna. Nel corso di quel lungo e duro conflitto l'armata del Re Sole agli ordini dello spietato La Feuillade fu sul punto di espugnare Torino (1706). Il duca spezzò l'assedio con l'aiuto del geniale cugino, Eugenio di Savoia, vincitore sui turchi, benemerito della civiltà occidentale e cultore di molti riti, come tutti i grandi Capitani di quei secoli, da Wallenstein a Montecuccoli.
La Fortuna asseconda gli Audaci. Al termine della guerra, il 22 settembre 1713il duca di Savoia ottenne il rango di Re di Sicilia. Ne ha scritto, e bene, lo storico siciliano Tommaso Romano, componente della Consulta dei senatori del regno. Con lui il titolo regale riapparve in Italia ove era stato cancellato da quando il sovrano francese Carlo VIII di Valois aveva spazzato il regno di Napoli, ove, narrano i cronisti, tutti gli si gettavano ai piedi e chi non arrivava a baciarne la mano o un lembo delle vesti leccava ove era passato.
Su nave inglese Re Vittorio salpò da Nizza alla volta dell'Isola del Sole, accompagnato dalla consorte e da 6.000 fanti. Gli inglesi gli offrirono anche 4.000 uomini. Li rifiutò per non apparire né, meno ancora, essere sotto tutela di chi già possedeva Gibilterra e Minorca e in cambio dell'aiuto voleva basi in Sicilia. Il 24 dicembre fu incoronato Re nella cattedrale di Palermo, che conserva le spoglie di Federico II, lo Stupor Mundi. Uso a pensare in grande, nei dieci mesi di permanenza nell'isola il Re studiò luoghi, costumi e caratteri della popolazione, saggiò la diffidenza di potentati autoreferenziali e ne colse la distanza dal suo concetto di Stato: l