Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti

Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti a Cavour-Associazione Studi Storici Giovanni Giolitti
200°  della nascita di Vittorio Emanuele II
ROMA PER IL RE D'ITALIA  

Vittorio Emanuele II entra in Roma liberata  Il 27 novembre 1871 Roma accoglie Vittorio Emanuele II (Torino, 14 marzo 1820-Roma, 9 gennaio 1878), che pronuncia il discorso inaugurale della 2^ sessione dell'XI^ Legislatura del Regno d'Italia. 
  Nell'allegoria la Città Eterna è raffigurata come Matrona, con stola di ermellino e manti dai colori in uso per le immagini della Madonna. A capo scoperto, con saluto iniziatico il Re sale il primo passo verso il Colle più alto della Città “dei sette dolori”. 
  Gli elettori di Roma e delle Province Romane il 2 ottobre 1870 approvarono la loro “unione al regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e suoi successori”,  con 133.681 “si” contro 1.507 “no”. Il 9 ottobre l'esito del plebiscito fu presentato al sovrano in Firenze da don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, poi affiliato alla loggia “Universo”.  Vittorio Emanuele II entrò in Roma la prima volta alle 4 del mattino del 31 dicembre 1870.
  Se oggi Roma declina non è certo colpa del primo Re d'Italia...
Aldo A. Mola

GOVERNARE GLI ITALIANI?
INUTILE? NECESSARIO? “VENTA GOVERNÈ BIN”

Editoriale di Aldo A. Mola, pubblicato su “Il Giornale del Piemonte e della Liguria” di domenica 15 Marzo 2020, pagg. 1 e 11.

Nell'emergenza, massima chiarezza
La Costituzione (pensata e scritta quando in Italia gli stranieri erano pressoché irrilevanti e gli “esuli” erano gli avversari del regime rientrati dopo il suo crollo) riconosce a “ogni cittadino” il diritto di “circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale”, salve le limitazioni stabilite dalla legge “in via generale per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16). Proprio perché dettati da conclamata emergenza, le norme eccezionali debbono attenersi alla regola aurea: “in claris non fit interpretatio”. Vanno scritte in termini chiari e univoci, a garanzia delle inviolabili libertà di tutte le persone presenti sul territorio nazionale, inclusi i milioni di abitanti senza cittadinanza e gli “stranieri”, tutelati dalle convenzioni nel frattempo sottoscritte dalla Repubblica. La chiarezza vale anche per chi è chiamato ad “amministrare” i provvedimenti emergenziali. Li mette sull'avviso e al riparo da ricorsi contro loro eventuali abusi di potere. Non sarebbe la prima volta.
Purtroppo, sin dalla pubblicazione nella “Gazzetta Ufficiale”, preceduta da normale e nondimeno colpevole “fuga di notizie” a opera di “ignoti” (ma prima o poi se ne dovrà venire in chiaro, a salvaguardia della credibilità del governo), i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) hanno dato adito a molteplici dubbi, sinora mantenuti sottotraccia per carità di patria. A partire dalle imprecisioni terminologiche e dalle conseguenti difficoltà interpretative ingenerate dal “combinato disposto” del provvedimento che una settimana addietro ha stabilito di “evitare ogni spostamento delle persone fisiche” in entrata e in uscita dalla Lombardia e province limitrofe e di quello che l’indomani ha esteso tale misura a tutto il Paese. Evitare gli “spostamenti”. Con quale mezzo? A piedi? In velocipede? Coi trasporti pubblici, di cui pure si rivendica il regolare funzionamento nonostante l’emergenza? E in quali “territori”?Lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune o forse anche la dimora, la “casa” e le sue “pertinenze”? “Territorio” è troppo generico. A rendere ancor più impervia l'applicazione di simili “misure” e opinabili le sanzioni comminate per la loro violazione contribuiscono i “poteri locali” con provvedimenti incoerenti, contraddittori, spesso palesemente impraticabili. E con non richiesti e immotivati “suggerimenti” pressanti. È il caso, per citarne uno fra i molti, del divieto di passeggio nei parchi urbani (per altro rari e non sempre apprezzati per cure specchiate da parte delle amministrazioni), cioè in uno tra i rari “sfoghi” per la attività motoria dei cittadini, raccomandata da tutti i medici e  che non può essere ragionevolmente praticata nelle abitazioni (spesso poco più che abitacoli, poco o nulla aerati: quante solo le camere e i bagni privi di “doppia aria” o almeno di una?). Sic stantibus rebus, la salute è meno a rischio in camporella che tra quattro pareti di condominii angoscianti o in viuzze di rado raggiunte da un raggio del Sole Invitto.
Non bastasse, mentre i DPCM hanno ovviamente indicato un termine a quo e uno ad quem, “dall'alto” si lascia intendere che la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado verrà prorogata almeno sino alla ancora lontanissima Pasqua. Tale protrazione trarrà con sé a strascico tutte le altre misure messe in vigore in questi giorni?
Decreti che strizzano l'occhio, inducono i cittadini a prendere le loro cautele. Poiché la limitazione delle libertà fondamentali per conclamata emergenza, e quindi per il periodo più breve possibile, costituisce un precedente di assoluta gravità, è lecito domandarsi se la sua “proposta d'uso” abbia i requisiti indispensabili a renderla efficace, in ragione della “riserva di legge” stabilita in materia dalla Costituzione. E se la sua applicazione avvenga nel rispetto dei diritti o non dia adito, piuttosto, a interpretazioni applicative vessatorie da parte di “vigilanti” che talora ricordano i gabellieri degli antichi borghi, più inclini a “far cassa” che a rispettare i viandanti. Oggi non sono in gioco gli usuali taglieggiamenti per mancato rispetto dei limiti di velocità su rettilinei assolati in ore di morta o per sosta in parcheggi con una ruota fuori dalla linea bianca (come accaduto in una “antica capitale”), ma, come detto, diritti di libertà garantiti dalla Costituzione. Perciò vegliare sul loro rispetto è d'obbligo, anche perché la Piramide dei poteri ricorda un po' l'Olimpo descritto da Omero: mentre greci e troiani si scannavano, ogni dio e ogni dea pensava anzitutto ai fatti propri, un po' meno ai figli, a volte un po' semidei, a volte meno.  
Torna dunque d'attualità una domanda antica.
Governare gli italiani è inutile?
In “Colloqui con Mussolini” (Mondadori, 1932) lo scrittore Emil Ludwig (Breslavia, 1881 - Ascona, 1948) narra di aver domandato al “duce” se sia difficile governare “gente così individualista ed anarchica come gli italiani”. Il duce gli rispose: “Difficile? Ma per nulla. È semplicemente inutile”. Ludwig aveva alle spalle le fortunate biografie di Napoleone (1926), Goethe, Bismarck, tuttora classici ristampati, e quella, assai discussa di Gesù (1928). Poligrafo, amava scandagliare l'animo dei personaggi storici del passato remoto e dei contemporanei che via via riuscì a intervistare. Subito prima di Mussolini dialogò con Stalin, che gli espose la sua visione del marx-comunismo e motivò il suo duello mortale con Trotzky, che un decennio dopo fece assassinare con ferocia. Biografato da Margherita Sarfatti in “Dux” (1926: un bel sostegno a Mussolini dopo l'affaire Matteotti-Dùmini e nel pieno delle leggi fascistissime), Mussolini si appagò di colloquiare con il celebre poligrafo ebreo (Ludwig era “nome de plume” di Emil Cohn), che pubblicava in Gran Bretagna e negli USA. Gli ostentò quanto poteva di cinismo spacciato per  machiavellismo imparaticcio e la disistima di fondo verso gli italiani. Si atteggiò a quel che voleva apparire: l'uomo del Destino. Ludwig tornò sulla sua figura nel trittico “Hitler-Mussolini-Stalin” ora riproposto col titolo “I dittatori non cadono dal cielo. Sono i popoli che vogliono esser schiavi” (ed. Mind), perché di quando in quando si rifugiano nell'irrazionalità più sfrenata e abdicano all'autocontrollo, all'uso dei poteri loro riconosciuti e si concedono al “dittatore” di turno. Ludwig aveva vissuto la catastrofe della Grande Guerra, la cui genesi e il cui sviluppo sfugge tuttora a ogni spiegazione razionale. Con ogni evidenza e al di là di ogni tentativo di “giustificazione”, nel 1914 la storia “scappò di mano” a chi ne aveva o credeva averne il controllo. Le conseguenze sono ancora sotto gli occhi.
Il celebre aforisma sull'inutilità di “governare gli italiani”, ripreso da Giulio Andreotti, fu attribuito anche allo statista liberale Giovanni Gìolitti (1842-1928), cinque volte presidente del Consiglio dei ministri. Nulla di più errato. Anzi, di falso. A chi gli domandava quale fosse il dovere dell'Esecutivo rispose: “Venta governè bin”. Governare bene significa conoscere la realtà ed emanare norme a sua misura. Giolitti lo fece da insuperato statista d'Italia.
Le radici del ginepraio attuale: “gubernare necesse”
Senza smarrirsi nell'aneddotica, il fatuo motto mussoliniano va capovolto: governare gli italiani (come ogni altro popolo) è utile, anzi necessario. Però è molto difficile, se si percorre la via della democrazia parlamentare. Non perché gli italiani siano più individualistici e anarchici di altri popoli della Vecchia Europa, ma perché le istituzioni e le norme vigenti nello Stato d'Italia sono una rete labirintica plurisecolare dalla quale anche la volontà più energica fatica a districarsi. Era più facile farlo ai tempi di Augusto, quando Virgilio a “governare” preferì il cesariano “reggere”. Prima di ricordarne sinteticamente le motivazioni remote e recenti, va premesso che, a conti fatti, oggigiorno gli Stati “nazionali” europei di peso demografico ed economico rilevante si contano sulle dita di una mano e non se la passano affatto meglio dell'Italia. La Spagna è attanagliata dalla rivendicazione dei catalani che chiedono di costituirsi in repubblica indipendente, mentre il governo rosso paonazzo Sánchez-Iglesias riapre il solco tra cattolici e anticlericali infatuati. Nessuno è in grado di prevederne lo scenario a dieci anni da oggi. Lo stesso vale per la Francia, che regge solo grazie a una macchina che risale a Luigi XIV, a Napoleone I, a Clemenceau e a De Gaulle: uomini forti in tempi eccezionali. Nulla di paragonabile a Macron che in un paio di giorni ha declassato gli “assembramenti” da 1000 a 100 persone e tra un po' dovra scenderà a 10. La Germania sta precipitando nel conflitto tra un “centro” sempre più debole ed estremismi sempre più aggressivi, radicati nell'arretratezza generata dalla sconfitta del 1945 e dal dominio sovietico, che lì e a Praga ebbe i suoi strumenti più canaglieschi. Non se la passa benissimo la Gran Bretagna, teatro di risorgenti contrapposizioni plurisecolari tra Scozia e Inghilterra e tra Londra e Irlanda, con il noto irriducibile conflitto confessionale tra cattolici e anglicani e fra questi e le molte denominazioni evangeliche, con lo sfondo di islamici dalle varie accentuazioni. Gli altri Stati e staterelli d'Europa ostentano a volte arroganza pari alla loro non enorme rilevanza: dall'Austria all'Ungheria e alla Boemia, sino ai Paesi baltici, croce e delizia dei filatelici. 
Sorto quasi d'improvviso, dalla seconda “tempesta magnifica” in appena un decennio (1859-1861), lo Stato d'Italia ebbe dall'origine avversari interni irriducibili. Il suo blocco dirigente (Destra e Sinistra storica: due screziature di una medesima concezione dell'uomo e del cittadino) resse perché i suoi nemici più strenui (i clerico-papisti e i mazziniani duri e puri) si astennero dal voto politico e quindi, anche grazie alla legge elettorale che saggiamente riservava il diritto di voto a cittadini consapevoli e proclivi a sostenere il “regime”, gli consentirono di mantenere il monopolio della rappresentanza parlamentare senza avere quella del Paese. Maggioritario nell'esercizio del potere, quel blocco era e rimase minoritario nel consenso di un’opinione che non v'era motivo di “consultare”. Suo massimo garante fu Vittorio Emanuele II, che, dall'alto delle valli ove andava a caccia, oggi scorre divertito, gli strali che a duecento anni dalla nascita gli vengono lanciati anche in quotidiani della antica capitale del suo Regno (di Sardegna prima, d'Italia poi). Sopportò da vivo, figurarsi da morto. Non dimentica che l'Uomo cosmico-storico  non lo è per il cameriere, solo perché il secondo è quello che è. 
Consci di camminare sulle uova, dopo l'Unità governi e Parlamento si mossero con somma cautela per non moltiplicare gli avversari. Dalle sue lettere emerge che Vittorio Emanuele II teneva continuamente d'occhio i “masiniens”, i cui propositi erano privi di prospettive nell'Europa di Napoleone III, Bismarck, Francesco Giuseppe, ma avrebbero potuto avere la meglio se le istituzioni si fossero mostrate impari alla loro funzione, come avvenne in Spagna dopo l'abdicazione di Amedeo I di Savoia e l'avvento della catastrofica prima Repubblica. I ministri del Re erano a loro volta perfettamente consapevoli delle difficoltà di navigazione del giovane Stato unitario. In una lettera del 1° maggio 1870, recentemente proposta da Rosanna Roccia, lo ricordò Urbano Rattazzi a Michelangelo Castelli che stava scrivendo la genesi del “connubio” di vent'anni prima tra la sinistra democratica (da lui capeggiata) e Camillo Cavour: “I principi che dovevano inspirare il nuovo partito (poi detto di centro-sinistro, NdA) erano principalmente due, cioè all'interno resistere a qualsiasi tendenza reazionaria e nel tempo stesso promuovere, per quanto le circostanze lo permettessero, un continuo e progressivo svolgimento della libertà consentito dal nostro Statuto, sì nell'ordine politico come in quello economico ed amministrativo”. Propiziata da Castelli e da Domenico Buffa, l'intesa tra Cavour e Rattazzi fu la base della storia d'Italia sino alla Grande Guerra: essa contenne le linee fondamentali dei governi seguenti, inclusi quelli di Francesco Crispi e di Giolitti.
Tra i suoi capisaldi vi fu la legge sulle amministrazioni comunali e provinciali del 23 ottobre 1859 varata per il regno di Sardegna (all'epoca già comprendente la Lombardia, per effetto dell'armistizio di Villafranca) e passata pari pari nel regno d'Italia, con poche modifiche e sempre in direzione più liberale. La sua “ratio” era la conciliazione tra la monarchia rappresentativa e gli interessi locali, grazie alla mediazione della Camera elettiva i cui componenti rappresentavano la Nazione e non le province di elezione ed erano liberi da ogni “mandato imperativo” dei loro elettori (art. 41 dello Statuto).
La missione dell'Italia: ieri e oggi
Appena nato, però, quel povero Regno d'Italia dovette fare i conti con la missione che gli era imposta dalla geografia, che non pratica sconti alla storia: concorrere ad ampliare i confini dell'Europa in Africa e sino alla Cina e al Giappone. In un Paese poco avvezzo a pagare tasse e imposte, preso nella tenaglia di Quintino Sella (“lesina” da un canto sulle uscite, tassa sulla macinazione delle farine dall'altro), l'Italia dovette “fare politica estera” in un'Europa inquieta. Significava spendere per le Forze Armate e costruire lo Stato al proprio interno. Una fatica immensa. Quando, con la sconfitta nei presso di Adua (Etiopia) stette per vacillare, fu il celebre esploratore inglese Harry Stanley a dire che l'Italia doveva continuare a farsi carico del “fardello dell'uomo bianco”. Continuò con le colonie di Somalia (1907) e di Libia (1912). Ma l'intervento nelle due fasi della Guerra di Trent'anni (1914-1945) hanno spossato l'Italia, ne hanno squassato la cornice istituzionale, indebolita e allentata la catena di comando. L'arroganza della burocrazia non è solo quella oggi narrata dall'aneddotica vissuta a ridosso dei Poteri Centrali. È ormai caleidoscopio dei potentati locali: regioni a statuto speciale, aspiranti autonomie rafforzate, città metropolitane, sindaci che si credono podestà... e poi, appunto, i “gabellieri” che si aggirano sui confini dei comuni...
Ma chi sa davvero quali siano i confini degli 8.000 comuni d'Italia? Si va dai 302.000 kmq di Roma a comunelli di un paio di chilometri e con meno di 100 abitanti. I più vasti (a parte Ravenna e Ferrara) sono nell'Italia centro-meridionale. I più piccoli nel Vecchio Piemonte. Tra le cose ben fatte (ne fece anch'esso), il governo Mussolini ne incorporò molti. Ma nel 1945 tante frazioni tornarono indipendenti: senz’acqua potabile né rete fognaria, né altro, ma “libere”.
Se davvero l'Italia vuol ripartire, deve farlo immergendosi nell'acqua tonificante della propria storia. Come nella Fontana della Giovinezza del Castello della Manta: emblema di un mondo nel quale ci si ripeteva il saggio “Memento mori” e si cantava il “Gaudeamus igitur...”.
Un bell'esame di coscienza vien bene in Quaresima, all'insegna del “Discernimento” al quale richiama papa Francesco, gesuita. Ci esorta a comprendere che dalla storia non si scappa. Possiamo fingere di non avere un passato: epperò esso ci grava sulle spalle. Non ci si libera chiudendo confini, cancelli, giardini.... Semmai, all'opposto, occorre ampliare gli orizzonti come l'Italia seppe fare alle sue origini: aria, luce, pulizia; leggi chiare, non la pioggia di “grida” manzoniane, e loro corretta applicazione, nel rispetto degli inderogabili diritti di libertà costituzionalmente garantiti. 

 
Aldo A. Mola 
 

IL CANTIERE DELLA ASSOCIAZIONE DI STUDI STORICI
GIOVANNI GIOLITTI (CAVOUR)

 
Logo Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti - Cavour (To)
 L'Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti ha chiuso il 2019 con eventi che costituiscono motivo di soddisfazione e di riflessione per quanti ne hanno seguito e ne assecondano l'impegno: GianPaolo Ferraioli, da un decennio relatore in convegni organizzati nel Cuneese su Giolitti e la sua età, già docente associato di storia è meritatamente asceso a Ordinario di storia contemporanea nell'Università della Campania  “Luigi Vanvitelli” con sede a Caserta; l'avvocato Luigi Rizzo ha pubblicato l'ottimo saggio su Il pensiero di Giovanni Giolitti, fondatore dello Stato sociale, tra guerra e pace  (ed. Arbor Sapientiae). Elaborata nel corso di un quindicennio anche sulla scorta di ricerche in carte giolittiane conservate  nella “Granda”, la sua opera getta luce innovativa sulla genesi e sulla  costruzione dello “stato sociale” sin da prima della rovinosa Grande Guerra. Infine il profilo del nostro Presidente, Alessandro Mella, figura nel Dizionario degli autori italiani contemporanei, con biobibliografia e note critiche, a cura di Lia Bronzi a Angelo Manuali (ed. BastogiLibri, dicembre 2019). 

 Il 2020 vedrà la pubblicazione del volume comprendente gli Atti dei tre convegni organizzati dalla ASSGG a Saluzzo (2017) e a Vicoforte (2018 e 2019). Il primo, “da Caporetto a Vittorio Veneto”, coronò precedenti  approfondimenti della Grande Guerra organizzati in coincidenza con  il Centenario (2014-2018), in collaborazione con l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito: un percorso scandito da incontri e pubblicazioni. Tra queste ricordiamo i quattro volumi collettanei Da Giolitti a Umberto II. La storia che torna (2014); 1914-1915: il liberalismo italiano alla prova e l'anno delle scelte (2015); La Massoneria nella Grande guerra (2016); 1915: maggio radioso o colpo di Stato? (2017); gli atti dell' “Incontro sull'età giolittiana” organizzato a Roma  di concerto con l'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica il 21 giugno 2017 e l'edizione anastatica con introduzioni critiche dell'imponente “Inchiesta su Caporetto”. (*) 

  I convegni di Vicoforte costituiscono le prime due tappe dell'esame del “Lungo regno di Vittorio Emanuele IIII (1900-1946): l'età vittorioemanuelina-giolittiana (1900-1921) e Gli anni del Consenso (1922-1937), che stanno suscitando un approfondito dibattito sui rapporti tra Monarchia e fascismo nel settimanale “Idea: un impegno che sarà completato nel 2020 con “Gli anni difficili: 1938-1947”.

 Questi sforzi sono stati assecondati da Istituzioni e Centri di studio che ci hanno onorati con la pubblicazione dei loro loghi in testa a programmi e pubblicazioni (**). Sino al 2018 la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo presieduta dal prof. Gianni Rabbia li ha sorretti con un contributo non rinnovato nel 2019 dal nuovo consiglio di amministrazione. 

   L'ASSGG,  fattivamente affiancata dalla  Associazione di studi sul Saluzzese presieduta dall'avv. Attilio Mola e dal Comune di Torre San Giorgio, dovrà ora ripensare la propria organizzazione per continuare ad attuare gli obiettivi per la cui realizzazione è sorta, anche perché il 2020 si presenta particolarmente impegnativo.

   In primo luogo nel suo corso continuerà la presentazione di opere pubblicate con il contributo  suo o di associazioni fiancheggiatrici. E' il caso del  Diario inedito, 1943-1944 di Luigi Federzoni, curato da Erminia Ciccozzi e introdotto da Aldo G. Ricci, già presentato alla Fondazione Giovanni Spadolini-Nuova Antologia (Firenze) e all' Archivio Centrale dello Stato; il  15 gennaio p.v.  esso viene presentato alla Fondazione Ugo Spirito (Roma), con intervento del suo presidente, Giuseppe Parlato. 
Le due opere cadorniane (Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana, ed. BastogiLibri, e Carlo Cadorna, Caporetto. Risponde Cadorna, ed. BCSMedia), entrambe pubblicate con il concorso della ASSGG e già presentate in varie città, l'11 febbraio p.v. vengono presentate al Senato (Cadorna, come suo padre Raffaele, fu senatore del Regno, mentre suo figlio, Raffaele, fu senatore della Repubblica).

   A impegnarci nel corso del 2020 saranno nuove pubblicazioni e ulteriori appuntamenti con la storia: i già accennati Atti dei convegni realizzati nel trascorso triennio; il terzo convegno sul regno di Vittorio Emanuele III e infine, tema ineludibile, il 150° dell'annessione di Roma e del Lazio al Regno d'Italia. Nel quadro delle probabilmente numerose rievocazioni di quella data assiale, missione specifica  dell'ASSGG è ripercorrere come il Vecchio Piemonte e in specie il Cuneese vissero la sua preparazione e la sua attuazione e quali ne furono le molteplici ripercussioni “spirituali”, culturali, civili, economiche.

  Ci attende dunque un anno impe
gnativo. Confidiamo pertanto nel sostegno di tutti gli associati e auspichiamo che ognuno promuova entro il gennaio 2020 l'ingresso di un nuovo socio effettivamente interessato alle nostre tematiche e, all'occorrenza, disposto a concorrere alla vita dell'Associazione con una pur modesta oblazione. 

   Ringraziamo infine Davide Colombo che dall'inizio del nostro cammino, nel luglio 2017, ha  ideato e assiduamente aggiornato il sito della Associazione con professionalità ed encomiabile tempestività.  

    A tutti i migliori auguri di ottimo Anno Nuovo.
      
Il presidente                                     Il direttore scientifico                                   Il presidente onorario
cav. Alessandro Mella                           Aldo A. Mola                                      avv. Giovanna Giolitti

                                                               

(*) Il curatore sarà lieto di offrire copia di tali opere a quanti ne facessero richiesta.

(**)  Tra gli Enti e Istituti che ci hanno affiancati e in vario modo sorretti, oltre alla Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo sino al 2018, ricordiamo (in ordine alfabetico) Archivio Centrale dello Stato (Roma); Associazione di Studi sul Saluzzese (Torre San Giorgio); Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella (Napoli); Centro Studi Piemontesi (Torino); Centro Studi Urbano Rattazzi (Alessandria); Comando Militare Regione Piemonte (Torino); Gruppo Croce Bianca (Torino); Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (Napoli); Premio Acqui Storia (Acqui Terme); Università della Terza Età, Piemonte (Torino).


S.A.R. MARIA GABRIELLA DI SAVOIA 
CUSTODE DELLA STORIA D'ITALIA

di Aldo A. Mola

 

FONDATA  A CAVOUR L'ASSOCIAZIONE "GIOVANNI GIOLITTI"
LA LUNGA STRADA ALLA SCOPERTA DELLO STATISTA (1978-2017)

Giovanni Giolitti  Le ricerche innovative su Giovanni Giolitti hanno quarant'anni. Malgrado l'onesta biografia di Nino Valeri e i saggi sorti su impulso di una parte delle sue Carte  conservate all'Archivio Centrale dello Stato ('Quarant'anni di politica italiana" curate da Piero D'Angiolini, Giampiero Carocci e Claudio Pavone), nella pubblicistica,  nella manualistica e nell'opinione corrente lo Statista rimase il "ministro della malavita", il "Giovanni Battista del fascismo" e anche peggio. Per alcuni, ma sempre meno, lo è ancora.
Nel 1978 il Centro Studi Piemontesi, fondato e animato dal prof. Renzo Gandolfo,  organizzò il Convegno "Istituzioni e metodi politici dell'età giolittiana" (11-12 novembre, Mondovì-Cuneo-Dronero, Cavour). In coincidenza con la sessione di Cuneo il Presidente della Repubblica, on. Sandro Pertini, scoprì il busto in bronzo di Giolitti nel Salone del Consiglio Provinciale di Cuneo. Intervennero relatori, tra altri, Luigi Firpo, Giovanni Spadolini, Ettore Rotelli, Mario Abrate, Massimo Mazzetti,  Rinaldo Cruccu, Giovanni Tesio, Adolfo Sarti, Manlio Brosio, Claudio Schwarzenberg, Cosimo Ceccuti, Roberto Chiarini, Bruno di Porto e Aldo A. Mola, coordinatore dei lavori con il prof. Gandolfo e curatore degli Atti per il Centro Studi Piemontesi (1979).
Il Convegno venne propiziato dal prof. Giovanni Giolitti che in Cavour aprì agli ospiti Villa Plochiù, dimora del nonno. L'allora sindaco di Cavour, Sergio Fenoglio, fece collocare la segnaletica "Luoghi giolittiani". 
Undici anni dopo il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, dettò la lapide memoriale dell'ingresso di Giolitti al governo (9 marzo 1889), murata a Villa Plochiù e scoperta in coincidenza con un convegno che ebbe relatori Giovanni Goria e Valerio Zanone.  
Per liberare Giolitti e la sua età dalla coltre di pregiudizi ideologici e faziosi occorreva proporne l'Opera sulla base di documenti inediti. Lo fecero una nuova biografia (ora nei Classici della Storia Mondadori) e i tre volumi in cinque tomi "Giovanni Giolitti al Governo, in Parlamento e nel Carteggio" (ed. Bastogi per la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, presieduta dal prof. Giovanni Rabbia) curati da Aldo A. Mola e da Aldo G. Ricci, sovrintendente dell'Archivio Centrale dello Stato (2007-2010).
Infine un DVD  (marzo 2017) propone "Giovanni Giolitti, lo Statista della Nuova Italia (1842-1928)": strumento rigoroso e divulgativo, dal quale è nato l'"Incontro sull'età giolittiana", organizzato all'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (21 giugno 2017), aperto e concluso dalla Sovrintendente dott.ssa Marina Giannetto.

Per continuare quel lungo cammino il 20 luglio 2017 è nata in Cavour l'Associazione di studi storici intitolata a Giovanni Giolitti.


ULTIMO AGGIORNAMENTO:
23 Marzo 2020


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